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FRANCO BATTIATO SALVO ANDÒ RICORDA IL MAESTRO NATO A JONIA Maggio 2021 Anno XXVII - n° 290 | Free press

Fondato da Carmelo Pitrolino

RABBIA

MAI UNA STAGIONE COSÌ NERA PER LE PARTITE IVA. ANTONIO ROSANO, RISTORATORE A VALVERDE, CI RACCONTA TUTTE LE MANCANZE DELL’EMERGENZA COVID

POLITICA GIARRE VERSO IL VOTO: GLI EQUILIBRI IN CAMPO


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Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

RISTORAZIONE ECCO GÈGÈ CHICCO D’ORO

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Non chiamatela gettonopoli 14 Di Gabriele PattI È padel-mania in Sicilia 20 Di Francesco Ricca

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peopagine FRANCO BATTIATO SALVO ANDÒ RICORDA IL MAESTRO NATO A JONIA Maggio 2021 Anno XXVII - n° 290 | Free press

Fondato da Carmelo Pitrolino

Lo sport etneo sotto choc 22 di Roberto Quartarone Ricordando Franco Battiato Intervista a Salvo Andò 26 di Andrea G. Cerra

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Federico De Roberto viaggiatore 28 di Andrea G. Cerra La resilienza dei Russo 34 di Rosalba Mazza

RABBIA

MAI UNA STAGIONE COSÌ NERA PER LE PARTITE IVA. ANTONIO ROSANO, RISTORATORE A VALVERDE, CI RACCONTA TUTTE LE MANCANZE DELL’EMERGENZA COVID

POLITICA GIARRE VERSO IL VOTO: GLI EQUILIBRI IN CAMPO

_26 Rubriche 9 L’editoriale di Laura Distefano 11 Blowindow di Isidoro Pennisi

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Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

46 Letto, riletto, recensito di Salvatore Massimo Fazio

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Paesi Etnei Oggi Free Press Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

Registrazione Tribunale di Catania N. 7/95 del 22/03/1995 Redazione Via Principato di Monaco, snc - 95030 Gravina di Catania Tel./Fax 095 396136 - Mobile. 340 6091442 334 924 3912 Distaccamento acese-jonico Via Nicolò Tommaseo, 61 - 95014 Giarre Mobile. 340 6080612 www.paesietneioggi.it redazione@paesietneioggi.it - paesietneioggi@pec.it Paesi Etnei Oggi è organo del

Numero chiuso il 20/05/2021 Direttore Responsabile Fernando Massimo Adonia Collaborano Roberta Fuschi, Nunzio Condorelli Caff, Agata Amantia, Carmelo Di Mauro, Thea Giacobbe, Michele Milazzo, Melania Tanteri, Roberto Quartarone, Isidoro Pennisi, Santi Zappalà, Laura Distefano, Francesca Santangelo, Marco Pitrella, Francesco Ricca, Antonio Giovanni Pesce, Salvo Giuffrida, Salvatore Massimo Fazio, Santo Privitera Foto di copertina Francesca Santangelo In collaborazione con:

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EDITORE Andrea Pitrolino Mail. editore@paesietneioggi.it Resp. Pubbliche Relazioni Giovanni Leotta Mobile. 340 6080612 Pubblicità Mobile. 348 7904214 commerciale@paesietneioggi.it

Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

Servizio abbonamenti Mobile. 348 7904214 Progetto grafico Valerio Platania www.valerioplatania.eu Tipografia Grafiche La Rocca Contrada Rovettazzo, sn 95018 Riposto (CT)

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L’ E D I T O R I A L E

di Laura Distefano

TORRONCINI AMARI PER I MAFIOSI

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a Belpasso un grande esempio di legalità. Giuseppe Condorelli, patron della fabbrica di torroncini più famosa d’Italia, ha denunciato il pizzo. L’imprenditore non vuole alcuna etichetta di eroe. “Denunciare è l’unica strada”, dice. «Cavalier Condorelli, è un vero piacere!». Ai millennial magari non evocherà nulla, ma per la generazione anta è stato un tormentone pubblicitario che ha dato pregio alla Sicilia in tutto lo stivale. E mai come in questo periodo quello slogan, pronunciato dall’attore sicilianissimo Leo Gullotta, è diventato attualissimo. Perché Giuseppe Condorelli, figlio del fondatore della fabbrica dei torroncini più famosa d’Italia, è diventato un esempio da seguire. Due anni fa ha denunciato il pizzo ai carabinieri. Un gesto che lui stesso reputa normale e non sicuramente eroico. Ma è stato comunque un gesto che ha scatenato uno tsunami positivo, da Belpasso fino agli scranni del Parlamento. E che ha messo in ombra anche il blitz che ha portato in manette proprio chi avrebbe piazzato la bottiglia con l’alcol etilico davanti ai cancelli dell’azienda dolciaria. Il bigliettino lasciato non ha lasciato molti dubbi al re dei torroncini: «Mettiti (h)a posto o ti facciamo saltare in aria cerca un amico». Condorelli l’amico è andato a cercarlo immediatamente, ma quello con la divisa da carabiniere e non certo quello che si voleva intendere nella lettera minatoria. Nelle carte dell’inchiesta Sotto Scacco ci sono i riscontri formidabili alla denuncia dell’imprenditore belpassese. Daniele Licciardello, ritenuto tra i vertici del gruppo di Cosa nostra nella cittadina dove sorge la fabbrica di torroncini, è accusato dagli inquirenti del tentativo di estorsione. Infatti è lui stesso che

Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

intercettato dice: «Gli dobbiamo fare un po’ di danno a Condorelli, a Condorelli anche mbare. Niente, gli ho messo le bottiglie, cose, niente… Non ha mai pagato, non è che non vuole pagare…» L’imprenditore, infatti, non si è mai piegato alle richieste estorsive. Nonostante rapine, danneggiamenti, intimidazioni. «Denunciare conviene commenta Giuseppe Condorelli all’Ansa - l’ho sempre fatto con convinzione. Noi imprenditori abbiamo degli obblighi anche sociali e non possiamo venire meno a questi. Bisogna avere fiducia nelle Istituzioni e nelle forze dell’ordine. La mia vicenda personale lo dimostra. Paura? Certo c’è sempre, soprattutto quando si ha una famiglia, io ho moglie e due figlie piccole e penso a loro. Ma se si vuole estirpare questa malapianta - ribadisce - non c’è che una strada: la denuncia. Anche per il futuro della mia famiglia, della mia terra. La legalità è un presupposto indispensabile per creare economia nuova e sana. Complimenti a magistrati e carabinieri per il loro encomiabile lavoro». Ed è orgoglioso di lui Leo Gullotta, testimonial storico dei torroncini prodotti alla falde dell’Etna. E voce del famoso tormentone. «Il gesto di Giuseppe Condorelli e della sua azienda, che denuncia un fatto ‘cancrenoso’ per quanto riguarda la Sicilia, facendo arrestare quaranta persone – dice l’attore all’AdnKronos – è un fatto che non può non farmi esprimere personalmente tutta la mia vicinanza a lui e non per la reciproca collaborazione lavorativa che abbiamo avuto per anni e anni, ma come persona, come amico che è stato sempre in prima fila per combattere questo modo di pensare così osceno». Ai mafiosi i torroncini di Condorelli sono andati proprio di traverso.

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BLOWINDOW

Isidoro Pennisi Opinionista de “Il Quotidiano del Sud” twitter@sognadoro23 / i.pennisi@tiscali.it

A

partire dal novecento, alcuni periodi storici amano definirsi da sé, in tempo reale, non attraverso un concetto che li riassume ex post (come Rinascimento, ad esempio) ma attraverso le parole d’ordine che li hanno guidati e informati. Vale per modernità come per la post modernità, ad esempio. La caratteristica peculiare delle parole d’ordine è che esse anticipano eventi e contenuti e li spingono ad essere in linea con gli assunti ex ante.La stessa definizione di parola d’ordine, pur nascendo in base ad almeno due note favole del tutto simili, in cui dei ladri, per accedere in una caverna dove è nascosto il bottino, devono aprirla proferendo una parola, come se fosse una chiave vocale dei nostri giorni, assume un significato duplice lontano da questi precedenti.Può essere intesa come parola che assegna ordini prescrittivi o come concetto che mette ordine nel discorso. In ambedue i casi, però, è una parola ingombrante, forse fuori luogo lì dove si pensi che gli eventi storici, per come li conosciamo, hanno ben poco ordine al loro interno e vivono di contraddizioni vaste. Per questo, l’uso che ormai se ne fa sembra sempre o spesso fuori posto, e di conseguenza pronto per essere utilizzato strumentalmente se non surrettiziamente. Resilienza è la parola d’ordine del momento. Non mi metterò a farne la storia, o micro storia, ma andando alla fonte originale dove essa trova il suo senso primario, qualche cosa si può dire. Dentro il campo di resistenza di un materiale la resilienza è la capacità di resistenza nella fase elastica di bassa deformazione.Quello che conta, assegna prospettiva alle cose, garantendogli un destino da rudere, è la tenacia, e cioè la capacità di resistenza anche e soprattutto nella fase di snervamento e in quella plastica. E’ dentro il tempo e nonostante il tempo che la tenacia ci concede di vedere come il fine di ogni produzione umana e il suo significato possono essere non confusi e non divisi. Estrapolare la resilienza, e cioè una capacità di resistenza a tempo determinato, e farne una prospettiva valida di produzione di cose e di senso, vuol dire allora illudersi che sia possibile frenare il consumo entropico del reale riciclando

continuamente esiti in fase prematura (quando ancora non sono entrati in quella di snervamento e di plasticità) oppure producendo realtà materiali e senso immateriale concepiti appositamente per vivere dentro il tempo effimero della loro fase elastica.E’ soprattutto in questo senso che la resilienza, intesa come parola d’ordine, principio informatore, chiave ideativa di una politica, traccia di riflessione culturale, maniera di sperimentazione artistica e architettonica, si presta ad essere, ancor più che criticata, messa in un angolo da chiunque conosca non tanto le interpretazioni dei fatti storici ma i fatti per come sono, nei limiti delle notizie che ne abbiamo. La resilienza sembra una versione aggiornata, o una linea di azione ancor più arretrata, del concetto di sostenibilità legata alla parola sviluppo. Già Claudio Napoleoni, anni fa, ebbe a dire, di stare attenti al concetto di sviluppo sostenibile, perché esso è più che altro una immagine senza contenuti di realtà. Lo sviluppo e la crescita, infatti, se stiamo a quello che dovremmo tutti conoscere, sono i contenuti di una fase precisa, con un inizio e una fine, della vita di un essere umano. Ad un certo puntò l’età dello sviluppo cessa e non ne esiste un altro, a seguire. Se un essere umano continua a mantenere, finito lo sviluppo, lo stesso regime alimentare e le stesse abitudini della fase dello sviluppo, va incontro a patologie.Dopo lo sviluppo esiste un’altra fase che non è di sviluppo. La vera questione, quindi, dentro i profili demografici del nostro tempo, la maniera del nostro vivere personale e collettivo, è quella di farci una ragione sulla infondata e superstiziosa idea che vi possa essere un modello di vita sulla Terra che fa della sua presunta perfezione e desiderabilità una abitudine così irrinunciabile dal volerla perpetuare in maniera sovrastrutturalmente diversa, ma strutturalmente identica. E’ noto che in una operazione sbagliata non si trova l’errore cambiando il risultato, ma andando a correggere l’errore. La resilienza è il nuovo tentativo, sia pratico che retorico, di dare un giusto risultato ad un operazione ormai errata da tempo, su cui invece dovremmo provare a ragionare meglio.


politica

PER LA PREVENZIONE

VARICOCELE PELVICO IL VARICOCELE FEMMINILE, COME RICONOSCERLO E CURARLO

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Il dott. Vincenzo Magnano San Lio, Direttore della Struttura Complessa di Radiologia Diagnostica ed Interventistica dell’ARNAS Garibaldi Nesima, e la sua equipe.


I radiologi interventisti al lavoro in

Cos’è il varicocele femminile? Il varicocele pelvico, o femminile, è la dilatazione patologica delle vene ovariche. E’ una condizione non sempre riconosciuta dal medico curante e può essere confusa con diversi altri disturbi con conseguente ritardo nella diagnosi. Statisticamente si calcola che il 15% delle donne in età fertile abbia un varicocele pelvico. Tra tutte le donne che soffrono di dolore pelvico cronico si calcola che nel 30% il varicocele è la causa unica di questi dolori. Quali sono i sintomi? I sintomi più comuni sono: • dolore di varia intensità al basso addome che dura da più di 6 mesi, peggiora la sera e si riduce al mattino; • dolore durante i rapporti sessuali; • dolori durante il ciclo mestruale; • sintomi gastrointestinali; vagina e della vulva. Cosa fare? Nel sospetto di varicocele pelvico occorre eseguire una vi-

La procedura step by step

ca, la vena femorale. Si introduce, quindi, un catetere ed una guida che vengono utilizzati per giungere sino in corrispondenza della vena ovarica dilatata. A questo punto iniettando una piccola quantità di liquido di contrasto si visualizza il varicocele e le vene che lo compongono. Si inietta quindi una piccola quantità di un farmaco a base di alcool (Atossisclerol) e, se necessario, piccole spirali metalliche che producono la chiusura (embolizzazione) delle vene dilatate. Terminata la procedura si estrae il catetere, si esegue una leggera compressione sul sito di puntura e la paziente rimane in osservazione per qualche ora. In genere la dimissione avviene lo stesso giorno della procedura e la paziente può tornare a casa con la prescrizione di una settimana di riposo. -

mente questo problema.

Dott. Vincenzo Magnano San Lio e il suo staff

vene dilatate (varicosità) in regione pelvica. Per confermare la diagnosi, può essere necessaria un’indagine di secondo Computerizzata (TC). Come si cura? non steroidei (FANS) in grado di alleviare la sintomatologia scleroembolizzazione del varicocele pelvico rappresenta il tivamente i sintomi. Tale tipo di trattamento è eseguito dal radiologo interventi-

Schema anatomico di un varicocele pelvico ed esempio di trattamento di scleroembolizzazione. Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

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POLITICA

IL PUNTO SULLE AMMINISTRATIVE A GIARRE di Gabriele Patti

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al dissesto alla paventata riapertura dell’ospedale, a Giarre nei cinque anni di amministrazione D’Anna, non è filato proprio tutto liscio. Ad aggiungersi al carnet ci sono i risvolti dell’attività ispettiva condotta dall’assessorato regionale alle Autonomie locali il 30 ottobre 2019 - i cui esiti sono venuti a galla solo lo scorso 30 aprile -, che ha messo nero su bianco le presunte irregolarità nella corresponsione dei gettoni di presenza alla maggior parte dei consiglieri comunali, con cifre che vanno da 60 euro a diecimila, in relazione agli ultimi tre anni. «Non chiamatela Gettonopoli», è il ritornello che rimbomba tra le mura del Palazzo di città. Definizione, quest’ultima, che fa storcere il naso anche al sindaco

Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

Angelo D’Anna. «L’espressione non rispecchia la realtà – commenta il primo cittadino a Paesi Etnei Oggi - perché qui nessuno viene accusato di avere truffato». Per il sindaco, le presunte irregolarità nella corresponsione dei gettoni derivano da un difetto di interpretazione della norma. Una circostanza che escluderebbe qualunque tipo di responsabilità dei capigruppo delegati. «Se una responsabilità c’è – spiega il consigliere comunale Leo Patanè –, è degli uffici e ruota tutta attorno alla definizione di ‘effettiva partecipazione’ in commissione», ovvero il requisito a cui è subordinata l’erogazione del gettone di presenza. Secondo l’interpretazione degli uffici comunali, per effettiva partecipazione si intende la presenza e il diritto di intervento in commissione (diritto,

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POLITICA

questo, esercitabile anche dai capigruppo e per ciò stesso, per l’ente, meritevole di emolumento); secondo la nota della Regione, invece, per effettiva partecipazione si deve intendere solo chi in commissione può esercitare il diritto di voto, rimanendo esclusi dalla corresponsione del gettone tutti i consiglieri (anche se capigruppo delegati) che sebbene partecipino non siano componenti in commissione. In soldoni, secondo la Regione, tali somme non risultano conformi al dettato della legge regionale 30 del 2000. «Non so come finirà ma una cosa è certa prosegue Patanè -, se i gettoni di presenza sono irregolari a Giarre, non immagino cosa potrebbe succedere negli altri comuni». La questione è sotto la lente di ingrandimento della Corte dei Conti, anche e soprattutto a seguito dell’intervento di Raffaele Musumeci, ex presidente del Consiglio comunale durante la legislatura di Concetta Sodano. Bisogna riavvolgere il nastro al 2016 quando, dopo essersi candidato nella lista Giarre 2.0 di Luca Sammartino a sostegno di Tania Spitaleri senza però riuscire a ottenere lo scranno da consigliere comunale, Musumeci viene imputato per truffa ai danni del Comune, per avere percepito indebitamente circa 45mila euro dall’ente, avendo omesso di comunicare il proprio status di dipendente pubblico. Circostanza che avrebbe dovuto comportare la riduzione del 50 per cento dell’indennità. La vicenda giudiziaria si conclude nel 2019 con la restituzione dei soldi indebitamente percepiti e Musumeci viene assolto con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Ed è stato proprio l’ex presidente del consiglio comunale ad accendere i riflettori sulle irregolarità nella corresponsione dei gettoni con la presentazione di diversi esposti alla Regione e alla Corte dei Conti. In questo clima si giocherà la campagna elettorale per le Amministrative che, salvo proroghe dell’ultimo minuto, si terranno tra il 15 settembre e il 17 ottobre, con il rischio peraltro che «divenga terreno per

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strumentalizzare questi temi», ammette il vicesindaco Dario Li Mura. «Perché stiamo tirando fuori tutti i veleni del passato e questo non farà gioco a nessuno», sostiene. «Se si pensa di potere trattare nuovamente l’argomento ospedale nella prossima campagna elettorale – chiosa Angelo La Rosa del Comitato Rivogliamo l’Ospedale - sbagliano e di brutto perché vuol dire che non si sono occupati minimamente della riapertura». In effetti, sebbene la struttura e i reparti siano completi, manca ancora il personale. «Stiamo aspettando la Regione – replica D’Anna -, mi auguro che sia questione di settimane perché adesso comincio davvero a perdere la pazienza». Al di là dei temi che alimenteranno o meno il dibattito, il panorama politico

«NON SO COME FINIRÀ MA UNA COSA È CERTA, SE I GETTONI DI PRESENZA SONO IRREGOLARI A GIARRE, NON IMMAGINO COSA POTREBBE SUCCEDERE NEGLI ALTRI COMUNI» in vista delle elezioni sembra, seppure a rilento, delinearsi. La gestione del territorio giarrese targata D’Anna, segnata dalla spaccatura dell’area sindacalista del Pd con quella di Sammartino - a cui è seguito il suo passaggio in Italia Viva -, arranca tra avvicendamenti politici e la costituzione di nuovi gruppi consiliari. Se nel 2016 il sindaco Angelo D’Anna, con la bandiera del civismo poteva contare sull’appoggio di tre liste – di cui una, Giarre Evviva, riferimento dell’ex assessore Piero Mangano (adesso presidente del Gal Alcantara) e dell’attuale assessore alla Protezione civile del Comune di Catania Alessandro Porto –, dopo il passaggio di Porto alla Lega, gli

equilibri in giunta e consiglio comunale sono radicalmente mutati. E se prima la coalizione D’Anna assumeva davvero i connotati del più tipico dei civismi, che ha visto attribuire ruoli istituzionali a più anime di centrodestra (da Fratelli d’Italia a Diventerà Bellissima), oggi pare abbia perso qualunque tipo di aggancio con l’area popolare. Un’amministrazione di centrosinistra, dunque, affiancata dalla componente sindacale della Cgil guidata da Concetta Raia. In mezzo «una simpatia istituzionale», è la posizione di alcuni addetti ai lavori, tra D’Anna e il senatore del M5s Cristiano Anastasi. «Siamo nati e resteremo un movimento dal basso con un’identità civica – sostiene il sindaco D’Anna a Paesi Etnei Oggi – e restiamo aperti al dialogo con tutti». A dimostrarlo ci sarebbero i nomi che si sono avvicendati nel ruolo di vicesindaco: da Salvo Vitale del Pd, passando per Patrizia Lionti di FdI e riferimento sul territorio del sindaco di Catania Salvo Pogliese fino all’attuale vicesindaco Dario Li Mura. Esponente del Pd, come Vitale, Li Mura è titolare delle deleghe ai Lavori pubblici, Famiglia e Politiche sociali. Ad affiancarlo nella giunta cittadina, ci sono Alfio Previtera, commerciante e uomo del sindaco D’Anna ed Ermelinda Nicotra, docente di professione e sin dal 2016 un sostegno esterno del primo cittadino. Ultimo in ordine di trattazione Davide Camarda, titolare delle deleghe a Politiche ambientali e Urbanistica. Se questo è l’asset in giunta, nel senato cittadino, tra cambi di casacca e nuovi progetti, «c’è un bel minestrone», sottolinea Raffaele Musumeci di Italia Viva. A sostegno del sindaco D’Anna ci sono Armando Castorina e Rosa Finocchiaro espressione di Insieme per il Bene Comune – terza lista di D’Anna -, ma confluiti nel gruppo consiliare Città Viva con Orazio Maccarrone e Alfio Di Prima. Antonino Camarda, Vittorio Valenti, Maurizio Arena sono tutti espressione di Giarre Evviva,


LA GESTIONE DEL TERRITORIO GIARRESE TARGATA D’ANNA, SEGNATA DALLA SPACCATURA DELL’AREA SINDACALISTA DEL PD CON QUELLA DI SAMMARTINO, ARRANCA TRA AVVICENDAMENTI POLITICI E LA COSTITUZIONE DI NUOVI GRUPPI CONSILIARI. lista di riferimento dell’ex assessore a Giarre Piero Mangano e del coordinatore provinciale leghista Alessandro Porto, prima afferente all’area di centrosinistra. In opposizione invece Giannunzio Musumeci, della lista I democratici per Giarre, gruppo Pd; Giuseppina Savoca, eletta in Città Viva, dopo una breve parentesi in Forza Italia, da qualche mese risulta indipendente; Francesco Cardillo, eletto nelle fila di Giarre Evviva, per poi dichiararsi indipendente e successivamente costituire il gruppo di Fratelli d’Italia; Maria Santonoceto di Italia Viva; infine il neogruppo Noi per Giarre in cui confluiscono Fabio Di Maria, eletto nella lista Il Megafono di Crocetta, Giuseppe Leotta eletto in Giarre Evviva, poi passato con Diventerà Bellissima e adesso a sostegno del progetto del capogruppo Leo Patanè, eletto in Giarre 2.0, ma immediatamente dichiaratosi indipendente. Ultimi per ordine di trattazione ma non per ruolo, il presidente del Consiglio comunale Francesco Longo di Diventerà Bellissima, e la vicepresidente Patrizia Caltabiano. Questo il panorama politico a cinque mesi dalle elezioni. A presentare ufficialmente la propria candidatura, per il momento, sono stati Claudio Raciti, autonomista e fratello del direttore sanitario dell’Asp del distretto di Giarre Renato, e Leo Patanè. «Abbiamo già tutto pronto – sostiene Patané – presenteremo tre liste totalmente civiche ma rimaniamo comunque aperti al dialogo». Patané, avvocato di professione, era vicino a Marco Forzese, centrista di lungo corso e adesso coordinatore provinciale di Cantiere Popolare. In merito agli altri candidati non ci sono ancora notizie ufficiali. Il sindaco uscente D’Anna non ha ancora sciolto la riserva su un secondo mandato, ma stando ai rumors di palazzo, «si potrebbero creare le condizioni per una coalizione Pd-5Stelle». Nel centrodestra, invece, pare essere ancora tutto in discussione. Il presidente Nello Musumeci vorrebbe presentare una lista

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per onorare la città in cui ha le origini e un nome papabile potrebbe essere l’attuale presidente del senato cittadino Francesco Longo. Sul versante forzista il commissario provinciale di Forza Italia Marco Falcone avrebbe incaricato il sindaco di Riposto Enzo Caragliano di esprimere un suo candidato. Per FdI, per voce del coordinatore provinciale Alberto Cardillo, «sarebbe preferibile che il centrodestra si presenti compatto alle elezioni comunali ma – assicura Cardillo – qualora non si dovesse trovare la quadra siamo pronti a piazzare candidati validi in ogni Comune al voto». A Giarre, per la fiamma, sono due i nomi che tengono banco: quello dell’ex vicesindaco e avvocato nello studio legale Trantino, Patrizia Lionti e quello dell’attuale consigliere comunale Francesco Cardillo. Entrambi disponibili a spendersi. Lega e Italia Viva, invece, potrebbero unire le forze nella candidatura di Leo Cantarella, medico di professione e figlio di Nello, ex capo della Dc a Macchia che riuscì a mettere all’angolo Biagio Andò, l’unico sindaco di Giarre socialista. Infine spazio anche per l’ex candidato sindaco del M5s, Francesco Candido, stavolta però con una casacca diversa, quella di Italexit, il partito sovranista guidato da Pierluigi Paragone alla prima esperienza elettorale in Sicilia.

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’è stato un periodo storico in cui il Catania era una squadra epica. I racconti sulle gesta dei rossazzurri tra il 1974 e il 1984 meriterebbero un libro dedicato. È il periodo delle tre promozioni, due dalla C e una dalla B, degli spareggi dell’Olimpico, delle trasferte-esodi, dei gol di Ciceri e Spagnolo, delle cannonate di Cantarutti e Crialesi, delle parate di Sorrentino, delle invenzioni di Morra e Mastalli, delle punizioni di Malaman e del cuore rossazzurro di Chiavaro, Leonardi, Cantone e Angelozzi. Deus ex machina di tutto questo era il presidentissimo

di una squadra ruspante, con tantissimo cuore.

PRECURSORE Maltese, nato a Palermo il 9 febbraio 1931, giunge a Catania nel 1976. Viene da sei anni passati a Siracusa, dove è stato voluto dall’arbitro Concetto Lo Bello. «Mio nonno era originario di Palermo – ricorda Tommaso, che segue le orme di famiglia gestendo il Centro Medico Fisioterapico Oris a Vulcania –; lì aveva fatto un po’ di tutto, dal giornalista al sindacalista, entrando anche in politica nella segreteria della DC con Andreotti e Lima. Ma poté anche portare avanti l’innovazione della Gli anni 70 sono un laboratorio: è l’esplosione delle società per azioni nel calcio, l’aumento dei costi e dei contratti, gli stadi stracolmi, le tv che sin dalla partita del Secolo (Italia-Germania 4-3 a Messico 1970) prolifera di programmi sportivi. Tanto interesse ricade anche sull’aumento della professionalità e l’evoluzione della preparazione porta alla na «Non solo! – prosegue Tommaso Maltese –. Mio nonno faceva anche da dietologo, dava sempre il consiglio giusto. Solo toccando il giocatore, poteva capire il problema; poi chiedeva la controprova della risonanza, ma ci azzeccava! C’erano anche i calciatori che gli davano soldi e lui li gestiva e li faceva fruttare. Era quasi un papà». SQUADRE EPICHE I più avanti nell’età ricorderanno sempre le feste promozione a Reggio Calabria il 25 maggio giugno 1983: il mister è Di Marzo, Maltese è ancora scudiero, per la cavalcata trionfale che porta i catanesi in Serie A. Un periodo straordinario, seguito dalla parabola discendente. C’è ancora spazio per squadre epiche: quella che vince a Palermo nel ‘93, con una punizione di Cipriani, quelle in Eccellenza e CND, quella della rinascita in C2. «Al Catania lo ha voluto Angelo Massimino – prosegue Maltese –. Tra di loro c’è sempre stato un rapporto di amore-odio, perché entrambi avevano caratteri molto forti. Eppure per due decenni Gino Maltese è rimasto al Catania: tra loro c’era stima e un legame molto forte ed è rimasto un rapporto anche con gli eredi. È diventato un simbolo: correva come un fulmine sul prato quando un giocatore s’infortunava, una volta si mise sulle spalle Aldo Cantarutti (alto 189 cm, ndr) per soccorrerlo. È rimasto in contatto con tanti calciatori, da Ranieri con cui si è sentito dopo la vittoria della Premier League, a Nino Leonardi, che ci è stato sempre molto vicino. E poi Gennaro Monaco, Orazio Russo, Loriano Cipriani, Salvo Bianchetti… Era un calcio basato sulle amicizie». Tommaso sfoggia la medaglietta della vittoria del campionato nel ’83: una vetta che è nell’immaEREDITÀ Dopo aver fondato il suo centro di traumatologia sopra il cinema Ritz in via Etnea a inizio anni ottanta, nel 1993 ha aperto il centro Oris a Vulcania. «Mio zio Giuseppe ha seguito le sue orme, con Akragas, Cosenza e Siracusa – prosegue Maltese –. Io e lui abbiamo lavorato da sempre nel centro di Vulcania e siamo strapieni di prenotazioni, però preferiamo la qualità alla quantità. A distanza di un anno dalla sua morte, il 21 marzo 2020, l’assenza di mio nonno si fa sentire: è un vuoto enorme». Gino, che aveva iniziato con l’atletica a Palermo, si è speso anche per altri sport, collaborando attraverso il suo centro anche con il rugby (l’Amatori e il San Gregorio), la Pallavolo Sicilia, la pallanuoto dell’Orizzonte… «Ricordo che alla partita delle vecchie glorie nel 2016 lo portai io – personaggio fantastico, legatissimo alla famiglia». Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

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SPORT

di Francesco Ricca

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e c’è un’attività, chiamatelo sport oppure hobby, che ha conosciuto il boom, ovvero una crescita esponenziale, in Italia nell’ultimo biennio è certamente il padel. Partiamo da cos’è: il “padel” (nome di derivazione spagnola) o “paddle” (nell’accezione inglese) è uno sport di derivazione  tennistica. Si pratica per lo più in coppia in un campo rettangolare e chiuso da pareti sui quattro lati, ad eccezione di due porte laterali. Si gioca con una racchetta dal piatto rigido con cui ci si scambia una pallina esteticamente identica

a quella da tennis, ma con una pressione interna inferiore, che permette un maggior controllo dei colpi e dei rimbalzi sulle sponde. Dopo aver chiarito il senso e il significato di questa nuova disciplina che sta spopolando, veniamo a quello che sta succedendo in termini di numeri effettivi. L’interesse verso questo sport, come detto, è aumentato e sta aumentando in maniera vertiginosa, in parallelo con il numero dei praticanti e le strutture dedicate. Tra le regioni più coinvolte c’è la Sicilia, che nei primi cinque mesi del 2021 è già diventata la seconda


regione in assoluto, dopo il Lazio, per numero di strutture e campi, meglio anche della Lombardia (267 campi, dei quali ben 179 indoor, con 100 strutture). Nell’Isola, infatti, si contano ben 124 strutture dedicate e 283 campi (15 dei quali indoor): numeri triplicati rispetto al 2020. La differenza significativa che riguarda i campi al coperto sta tutta nelle condizioni climatiche registrate durante l’anno: in Sicilia si gioca tranquillamente al padel all’aperto - e di sera - anche in inverno! Il dato degli 820 campi presenti nel Lazio è ancora certamente lontano, ma intanto le province di Palermo e Catania sono rispettivamente al quarto e al sesto posto in Italia come numero di campi per provincia. Un dato ragguardevole se si pensa che ai primi posti della classifica ci sono metropoli come Roma e Milano. L’analisi tutta siciliana vede ancora Catania un passo dietro Palermo, dove il padel si è sviluppato con un po’ d’anticipo: in terra etnea ci sono ancora il 40% in meno di strutture e circa il 25% in meno di campi rispetto alla provincia palermitana, ma i dati in prospettiva fanno già pensare a un avvicinamento sempre più immediato proprio di Catania, che ad oggi appare come una delle capitali del padel del sud Italia. Di contro c’è che i campi indoor stanno facendo maggior presa proprio nel catanese, dove già sono in numero maggiore (cinque) rispetto alle altre province siciliane.

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La media di campi per struttura è in linea con quella italiana, all’incirca poco più di 2 campi per circolo, anche se vi sono alcuni club con un numero di campi molto interessante, specialmente in provincia di Catania. Vi sono ben 14 circoli con almeno 4 campi di cui ben 4 sopra i 6. I primi 8 circoli per numero di campi sono situati, infatti, nelle province di Catania e Palermo. Questa “padel-mania” sta prendendo sempre più piede, particolarmente nel territorio etneo. Per capirci, sono stati superati i 2200

campi e  960 strutture in tutta Italia secondo i dati aggiornati agli ultimi mesi. Un fenomeno in ascesa verticale, ogni giorno aprono nuovi club di padel e tanti altri circoli ampliano la propria offerta di e con campi da padel. Una vera e propria mania che sta permettendo agli appassionati di ogni luogo e ai semplici curiosi di giocare costantemente, sviluppando interesse e abilità. Non resta che impugnare la racchetta e diventare un “seguace” di questa nuova disciplina sportiva!

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SPORT

MAI COSÌ TANTO DOLORE di Roberto Quartarone

M

artedì 27 aprile, tornando a casa dopo aver salutato per l’ultima volta Enrico Murabito, il 16enne morto guidando il suo motorino sulla circonvallazione di Catania, si sono allineati alcuni pensieri nella mia mente. Da un lato, mi è sorto lo splendido stupore nel notare che, quando uno sportivo se ne va prematuramente, la sua comunità è coinvolta e sconvolta: compagni, avversari, addetti ai lavori si avvicinano nel dolore e nel ricordo; al momento di rendere omaggio a chi se ne va, in tanti esternano il loro affetto. D’altro canto, penso che, accanto al vuoto che prova chi gli ha voluto bene, cresce la rabbia perché mai sarà realizzato quanto ancora avrebbe voluto portare a termine quella persona, ancora nel pieno delle forze; bisognerà anche rinunciare a tanti momenti esaltanti da condividere insieme, a sogni, progetti, prospettive. In mente, però, si fa spazio l’idea che se non si fa qualcosa di concreto per ricordare lo scomparso, presto in pochi rimarranno a parlarne. UN’ONDA DI AFFETTO È ciò che ha fatto superbamente l’ambiente calcistico alla morte di Stefania Sberna.

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“The Voice”, la speaker dello stadio Angelo Massimino che ha accompagnato i rossazzurri dalla Serie C2 alle soglie dell’Europa. È scomparsa il 23 marzo scorso, a soli 54 anni, per un male incurabile. “Per il Catania, ha segnato con il numero…” è una formula magica che ha incantato decine di migliaia di tifosi che hanno gremito gli spalti del vecchio Cibali per più di una generazione. Nell’ultimo anno, è risuonata nello stadio semivuoto, con una squadra che ha provato ad andare oltre i propri limiti; e Stefania Sberna c’è stata, con la sua personalità spiccata, il suo tifo smisurato. L’onda di affetto che ha travolto la famiglia La Spina-Sberna è stata enorme. Per giorni s’è fatto a gara per trovare un modo più giusto per non dimenticarsi di lei, per renderla immortale e continuare a far risuonare la sua voce dalla tribuna stampa. «A memoria futura della sua genuina personalità – ha scritto il sindaco di Catania, Salvo Pogliese –, condividendo l’iniziativa con il Calcio Catania, l’Ordine dei Giornalisti e l’Unione Stampa Sportiva, intitoleremo a Stefania Sberna la tribuna stampa dello Stadio Angelo Massimino, un luogo in cui Stefania ha condiviso trenta


anni di storia sportiva, nella buona e nella cattiva sorte, a testimoniare il sincero e autentico attaccamento ai valori dello sport e della passione civile». Posta la targa, non ci si è fermati lì. Prima Giulia e Federica La Spina, le figlie di Stefania, sono state designate quali nuove speaker allo stadio; poi è stato acquistato in suo onore un defibrillatore installato all’ingresso dello stadio: il miglior modo per ricordare chi non c’è più e fare in modo che la sua memoria rimanga in questi piccoli gesti.

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COMUNITÀ AFFRANTA Ad aprile, è toccato alla comunità cestistica catanese piangere due esponenti di spicco. In due giorni, ci si è dovuti separare da un allenatore 54enne diventato procuratore rampante, Peppe Foti, e da una promessa dell’arbitraggio ancora minorenne, Enrico Murabito. Su due piani diversi, la loro scomparsa ha travolto l’intero ambiente, che negli ultimi mesi ha salutato troppo presto anche Pippo Borzì, Giovanni Leonardi e prima ancora Giuseppe Lazzara, che hanno scritto la

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SPORT

«L’obbiettivo è di inoculare 700 dosi giornaliere»

storia di questo sport in provincia. Foti è stato il protagonista delle stagioni migliori del Basket Acireale: tre promozioni in C nazionale (una da giocatore, una da allenatore e una ricoprendo i due ruoli), con qualche tappa fuori ad Acireale non sempre fortunata. Profeta della “triangle offense”, uno schema d’attacco reso famoso da Tex Winter, ebbe la sua notte di gloria il 24 maggio 2014: sostituì lo squalificato head coach dell’Orlandina, Gianmarco Pozzecco, nella vittoriosa gara-4 a Verona che valse la storica qualificazione alla finale promozione per la Serie A. Nel 2017, smise i panni dell’allenatore per dedicarsi al ruolo di procuratore, ottenendo anche l’abilitazione della Federazione internazionale. Si era specializzato prima nel mercato americano, poi in quello baltico, portando in giro per l’Italia vari giocatori che facevano la differenza nelle serie minori. La sua eredità, come hanno raccontato i suoi amici nella diretta streaming organizzata da Reggio a Canestro, Sicilia Basket e Basket Catanese, è l’etica del lavoro e la puntualità, oltre all’amore per il basket trasmesso ai figli Alice ed Ettore, arbitri, e Costanza, ufficiale di campo. Murabito invece era uno degli arbitri siciliani più promettenti: a 16 aveva bruciato le tappe, arrivando già in Serie D, in cui non è riuscito a esordire, e in C femminile, in cui ha fischiato al fianco del collega e migliore amico Federico Catalano. Era pronto anche a giocare in Promozione con lo Sport Club Gravina, la società che lo aveva cresciuto nel minibasket e poi nel

settore giovanile. Con tanta passione e tanto impegno, come aveva dimostrato, avrebbe fatto tanta strada. Per loro, si sta studiando la richiesta d’intitolazione di due campetti, uno dell’area Com ad Acireale e l’altro all’Ovale di Tremestieri Etneo. Sicuramente qualche altra iniziativa verrà portata avanti, come tornei o azioni di beneficenza: finché si farà qualcosa di buono a loro nome, ciò che hanno dato alla pallacanestro non verrà dimenticato.

«N

on mi stancherò mai di fare appello, prima di tutto, alla cautela e alla prudenza». Parole dette dal presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, inaugurando l’hub vaccinale di Sant’Agata Li Battiati (Palasport) al fianco del sindaco Marco Rubino. Strutture allestite dal Dipartimento regionale di Protezione civile su richiesta del Commissario per l’emergenza Covid-19 Giuseppe Liberti. L’hub di Sant’Agata Li Battiati, che incide su di un bacino di oltre 200 mila abitanti, ospita 45 postazioni con 16 medici distribuiti su due turni, 12 operatori informatici in entrata e 8 in uscita e personale di supporto. La potenzialità è di 700 somministrazioni al giorno. «Abbiamo aperto cento punti vaccinali in Sicilia – ha detto ancora Musumeci – proprio per spingere tutti alla vaccinazione, perché se la gente non viene da noi siamo noi ad andare da loro, il più vicino possibile a casa di ciascuno. Un punto vaccinale è sempre una tappa della speranza. E il mio messaggio di speranza è che si colga l’opportunità che viene da questa pandemia, che deve servire a farci comprendere quanti errori sono stati commessi negli ultimi anni nella sanità nazionale».


PITRELLA È MEGLIO DI JOHN D

ue vite. Due, come tante. Due personaggi. Un musicista e cantante che ha rivoluzionato il modo di intendere la musica. Un giornalista e scrittore che ha rivoluzionato il modo di narrare un’esperienza comune a tanti. Dunque due vite (non) come tante. Due persone, che l’intuito non è per cavalcare l’onda del successo, quanto le proprie emozioni interiori. Marco Pitrella è lo scrittore. John Lennon è il musicista. “John Lennon e me. Aneddoti, ricordi e nonsense” pubblicato per l’etnea Algra Editore (pp. 111, € 9,00) nella collana Interim condotta, ideata e diretta dal saggista Marco Iacona. John è Marco che è John. No non è così. Marco Pitrella cammina per strada, corre, si allena, e dei flashback appaiono al suo

L’AUTORE È BIMBO, ARMEGGIA OGGETTI E INSERISCE L’ERRONEAMENTE APPELLATA CASSETTA: SI CHIAMA AUDIOCASSETTA. SCORRE IL NASTRO, CHE SUONI DONDOLANTI, CHE MELODIE EMOZIONANTI. THE BEATLES. pensare. Quell’incrocio, guardalo è simile... no non è simile, quell’incrocio è la copertina di un album di John Lennon. Il vissuto storico rientra e accelera la sua corsa. A ritroso. Audiocassetta. Automobile del padre. L’autore è bimbo, armeggia oggetti e inserisce l’erroneamente appellata cassetta: si chiama audiocassetta. Scorre il nastro, che suoni dondolanti, che melodie emozionanti. The Beatles. Li ascolta compulsivamente. Li ascolta. Cresce il piccolo Marco, matura. Aneddoti, ricordi e Lennonsense: “stare sul pezzo, e c’entra tutto questo” (p. 53). Città tappezzate di manifesti, concerti ovunque, sa tutto Pitrella. Giornali digitali e cartacei, intinte della sua firma Marco Pitrella, o ‘Iena’: non può saperlo Lennon, è morto quarantanni fa, perché un malato, lo ha ucciso, alle spalle, come sanno fare solo i codardi. Sulla politica c’è la sua firma; come il brano politicamente impegnato firmato da Lennon: ‘Working Class Hero’. Lo scandaglia, lo analizza l’autore, non fa demagogia di biografia. Per nulla. Trasversalmente rivede la vita

propria, John Lennon, con Yoko Ono, con The Beatles, solo. John segna una sindrome che ha una sola accezione positiva, come un pistone scivola su e giù, confondendo Pitrella nel riconoscere la propria età: ero bimbo, ero adulto. Libro atipico, anomalo, eccone spiegato il boom oltre i confini. John Lennon è sempre tutto. John Lennon è ancora tutto. Grazie Pitrella.


ARTE

Salvo Andò ricorda Battiato.

«F

di Andrea Giuseppe Cerra

ranco era uomo capace di grande indignazione. Di fronte alla mala amministrazione diventava duro, quasi settario» Salvo Andò, già Ministro della difesa nel primo governo Amato e Rettore della Università Kore di Enna, ricorda Franco Battiato in una chiacchierata amarcord. Un’amicizia dalle radici profonde. Professore, qual era il suo rapporto col Maestro? «Io e Franco siamo tra quelli nati a Jonia, così si chiamava il comune che univa Giarre e Riposto. Probabilmente in pochi oggi lo sanno. Saremmo stati 200-250 in tutto della classe 1945». Che ricordo ha di Battiato? «Di Franco ricordo la prorompente passione giovanile. La sua storia è figlia dell’amore per la musica. Arrivò a Milano senza un programma preciso, con la valigia di cartone. La tipica storia di riscatto del Meridione. Una vita alimentata dal sogno e dalla voglia di emergere. Vi erano altri compaesani con cui condivise questo sogno, come Gregorio Alicata, che lo invogliò a raggiungerlo a Milano e col quale compose il duo de “Gli ambulanti”». Che cosa vi univa? «Sicuramente la passione per il calcio. Io però ero scarsissimo, a differenza sua. Partivo dalla riserva e giocavo ogni tanto. Nell’ottobre 1963 giocammo assieme una partita in occasione della festa delle matricole di Giarre e Riposto. Vincemmo noi».

Da sx: Salvo Andò e la moglie Giuseppina, il notaio Filippo Patti e la moglie Rosanna, Francesco Di Pino e la moglie.

Mi ritornano in mente quelle belle scampagnate, nel periodo in cui era rientrato in Sicilia. Ci teneva a rivedersi con gli amici di gioventù. La domenica andavamo spesso a trovarlo assieme alle famiglie del notaio Filippo Patti e di Ciccio Di Pino. La Villa di Milo era divenuta un luogo di ritrovo. Discutevamo spesso dei suoi interessi, dal mondo orientale all’arte. Talvolta si interessava anche di diritto, pur non avendone dimestichezza. Un uomo curiosissimo, alla ricerca continua di approfondimenti».

Avete condiviso dei progetti assieme? «Nel 2005 gli proposi il ruolo di Direttore Artistico del Dams della Com’era nel privato, lontano dai riflettori? Università Kore. Franco aveva un sacco di impegni ma volle essere «Franco era una persona molto riservata. Una persona riservata e promotore di una giovane Università al centro del Mediterraneo. cordialissima al tempo stesso. Era molto legato alla madre Grazia. Accettò l’incarico e venne più volte nel nostro Auditorium, assieme a Juri Camisasca, per darci una mano a impostare l’acustica migliore». Che rapporto aveva il Maestro con le parrocchie e le sacrestie? «Guardi, io non ho memoria a riguardo. L’amico in comune Santo Vasta, che con noi condivideva la passione per il pallone, mi raccontò di quando con Franco servivano Messa assieme, sotto la guida di Padre Gino Denaro, docente di religione alle scuole medie di Riposto e colonna dell’Azione Cattolica jonica». Una bella generazione, la vostra. «Era una generazione sorretta da ideali forti. Ciò che rimaneva della generazione che aveva fatto la Repubblica. Animati da un profondo rispetto per i valori, da una ammirazione per la cultura. Per noi la cultura era la molla che sollevava il mondo, al di là delle idee politiche. Consideravamo le differenze come una risorsa e non come un elemento di frattura».

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il fuoco incandescente del vulcano allontanò il potere delle giubbe rosse e come sembra tutto disumano e certi capi allora e oggi e certe masse quanti fantasmi ci attraversano la strada. ritornare a sud per seguire il mio destino la prossima tappa del mio cammino in me per trovare la mia stella e i cieli e i mari prima dov’ero.

franco battiato Maggio 2021 - Anno XXVII / n. 290

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C U LT U R A

di Andrea Giuseppe Cerra

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«C

’è una bella vigna e nel mezzo una casetta. Il fuoco ha invaso la vigna; i sermenti si screpolano, scoppiettano, si contorcono, bruciano, si consumano, una colonna di fumo s’innalza leggera, e poi più nulla. Fra breve la casa diroccherà. C’è dentro un uomo ed una donna. La donna sta per terra attonita, annichilita, istupidita; l’uomo, un ercole nel fiore dell’età, strappa le porte, le imposte e trascina le masserizie fuori dalla casa, all’aperto. I suoi movimenti sono da automa; non sembra aver coscienza di quel che fa. Un cane - il cane di casa - sta ritto sull’uscio, fermo come se fosse di pietra, a guardare il fuoco e il fumo. Una finestra, mezza strappata, sbatacchia, stridendo sui cardini arruginiti contro il muro: quei miseri sussultano, il cane abbaia lugubremente. È una scena straziante...».Questa raffinata e minuziosa descrizione etnea è di un giovane diciannovenne, nelle inedite vesti di cronista,

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Federico De Roberto. Il pomeriggio del 26 maggio 1879, un doppio squarcio ai fianchi dell’Etna, nei due lati opposti, tra Biancavilla e Bronte e tra Randazzo e Linguaglossa, gettò nel terrore i paesi circostanti. La notizia, corsa sul filo del telegrafo, richiamò una moltitudine immensa di visitatori, forestieri e curiosi d’ogni genere, attratti dal gigantesco spettacolo di fuoco. Confuso tra la folla, dopo aver raggiunto Linguaglossa da Piedimonte Etneo su un carro, il nostro De Roberto, che pubblicò di lì a poco la sua testimonianza (L’eruzione dell’Etna, «Gazzetta Illustrata», n. 24 del 15 giugno 1879). Profondo e intenso il rapporto tra De Roberto e il territorio, con particolare riguardo all’Etna e all’Alcantara. Oggigiorno sono numerose le riscoperte e rivalutazioni di magnifici siti siciliani minori, per molto tempo ignorati e finalmente recuperati, perlopiù per interessi turistici. De Roberto diede un importante contributo anche a questo filone, con le sue monografie artistiche. Testi che oggi potremmo definire

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C U LT U R A

delle guide turistiche di pregio, attente alla storia, all’arte, al paesaggio. Riscopriamo una di queste pregevoli opere grazie al prof. Dario Stazzone, presidente del Comitato di Catania della Società Dante Alighieri, il quale ha curato per i tipi de Il Convivio l’opera derobertiana Randazzo e la Valle dell’Alcantara. Il curatore sottolinea come la riscoperta delle monografie artistiche di De Roberto sono dovute ad alcune conversazioni con lo storico Giuseppe Giarrizzo, riguardanti la fortuna della collana “Monografie Illustrate” diretta da Corrado Ricci per l’Istituto di Arti Grafiche di Bergamo. Questa collana, i cui testi sono stati pubblicati nei primi decenni del Novecento, annoverava scrittori e studiosi quali Ricci, De Roberto, Giuseppe Antonio Borgese, Sabatino Lopez ed Enrico Mauceri, collaboratore di Paolo Orsi. Un’opera collettiva che ebbe il merito di innovare i tradizionali paradigmi spaziali della storia dell’arte, affermando l’idea di un’Italia plurale, di un museo diffuso ricco d’arte anche nei centri minori, nelle città, nei paesi o nei borghi che non erano entrati a far parte degli itinerari del Grand Tour. Ricci, per altro, dedicava particolare attenzione al corredo fotografico dei libri, arricchiti spesso da scatti “antropologici” o dalla riproduzione dei coni numismatici classici. In questa impresa hanno trovato giusta collocazione gli studi derobertiani dedicati al patrimonio

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artistico di Catania e della provincia catanese. Pochissimi conoscevano l’attività di De Roberto scrittore d’arte. Stazzone ha recuperato la splendida monografia dedicata a Randazzo e alla valle dell’Alcantara del 1909. L’attenzione alle arti di De Roberto non si soffermò solo su Catania, nelle vesti di Soprintendente Onorario al Patrimonio Artistico di Catania, ma si allargò alla città medievale di Randazzo e all’intero comprensorio che da Linguaglossa giunge fino a Naxos, con un’idea precorritrice, sostiene Stazzone: «tanta ricchezza d’arte poteva essere un motivo concreto di sviluppo grazie all’“economia dei forestieri”, quello che oggi chiameremmo il turismo colto, vocazione naturale di Catania e del territorio etneo». De Roberto scrittore presta grande attenzione alla dimensione visuale, alla pittura e alla fotografia, in grado di contaminare i codici e porli in dialogo reciproco con una sensibilità moderna perfettamente corrispondente a quella di Ricci. La guida di Randazzo e la valle dell’Alcantara, infatti, è illustrata da ben settanta fotografie realizzate dallo stesso autore, la più importante testimonianza della passione derobertiana per l’arte dello scatto. Un libro che racchiude meravigliosi scorci letterari, non semplici descrizioni, si veda ad esempio la ricostruzione di alcuni eventi storici o l’evocazione delle leggende etnee.


Quando De Roberto rievoca il passato e rappresenta la ricchezza delle testimonianze medievali di Randazzo (ma anche rinascimentali e barocche) offre un affresco lirico e di grande suggestione. Allo stesso modo quando descrive i reperti archeologici della collezione Vagliasindi. La sua penna omaggia i classici greci e latini, gli autori rinascimentali come Pietro Bembo o il cinquecentista Antonio Filoteo degli Omodei (nato a Castiglione di Sicilia) e gli scrittori del Grand Tour d’Italie. Uno studio scrupoloso quello condotto da Stazzone. Il curatore sottolinea il valore dell’opera derobertiana: «Col suo lavoro rigoroso ha regalato a Randazzo una delle descrizioni più ricche, complesse ed affascinanti esistenti, coniando anche delle immagini fortunate, basterebbe pensare ai basalti colonnari delle gole dell’Alcantara paragonate a uno scenario infernale, similitudine ancora oggi usata ai fini della valorizzazione della zona. La modernità di De Roberto sta nell’attenzione ai diversi codici e nelle idee relative alle potenzialità turistiche di un comprensorio allora veramente eccentrico e isolato, un “cantuccio di mondo sopravvissuto al Medio Evo” che ancora oggi potrebbe immaginare la sua valorizzazione a partire dalla monografia del 1909, inventandosi, ad esempio, un affascinante percorso derobertiano».

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categoria

PROMOTION

Linguaglossa

IL FERMENTO DELLA RIPRESA IL PRIMO CITTADINO SALVATORE PUGLISI: «IL TURISMO COME VOLANO DI RIPRESA POST-COVID»

«C’è il fermento della ripresa, la voglia di rimettersi in gioco per un nuovo inizio. Sono stati mesi di attesa, mesi lunghi e in alcuni momenti complessi. La pandemia, sembra ormai scontato dirlo, ha cambiato le nostre vite ma fortunatamente non ci siamo assuefatti a questo cambiamento. Nelle comunità c’è il fermento di chi vuole pian piano ritornare alla normalità. Un fervore che arriva anche alle falde dell’Etna, a Linguaglossa, sostenuto dall’orgoglio di aver attivato presso l’ex presidio ospedaliero San Rocco un punto per la vaccinazione anti-covid, un importante servizio di prossimità ai cittadini di Etna Nord ma anche un passo avanti verso la rifunzionalizzazione di una struttura simbolo della sanità pubblica nel nostro territorio. Un territorio che ha in Piano Provenzana il suo secondo cuore. Proprio nei giorni scorsi abbiamo trovato un accordo con il Comune di Castiglione di Sicilia inviando congiuntamente una lettera al Parco dell’Etna a 3.000 mt. Superando l’impasse che si era venuta a creare, in maniera sinergica abbiamo messo in piedi una proposta che, nel rispetto del paesaggio e delle indicazioni del Garante della Concorrenza, ipotizza l’autorizzazione per 18 mezzi per un totale di 54 corse giornaliere, con un piano di monitoraggio dei mezzi sulla pista. Un accordo che ci fa ben sperare per l’avvio della stagione turistica estiva, ma anche per la de32

utilizzata ogni volta che le condizioni lo permetteranno. to al Club Alpino di Linguaglossa di una parte dell’immobile comunale di Pizzi Deneri a 2818 m s.l.m per consentire al Club di svolgere attività di avvicinamento al mondo della montagna rivolte agli studenti, ma anche l’utilizzo della struttura come rifugio o luogo di primo soccorso. La stagione della ripresa post-covid a Linguaglossa punta quindi sul turismo con una proposta che valorizzi non solo l’Etna ma anche il centro cittadino che, proprio per presentarsi al meglio agli occhi dei viaggiatori, in queste settimane è oggetto di diversi interventi: la manutenzione di via Manzoni nelle vicinanze dell’ospedale, la realizzazione di due importanti tratti di marciapiede, il rifacimento della pavimentazione di Piazza della Madonnina della Pineta e l’installazione di un distributore di acqua refrigerata in Piazza dei Vespri siciliani». #avanticosì Salvatore Puglisi Sindaco di Linguaglossa


ECONOMIA

di Rosalba Mazza foto di Salvo Giuffrida

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T

alvolta la crisi può diventare un momento di opportunità. Può essere definita così la storia dell’ultimo anno della distilleria F.lli Russo Russo Siciliano di Santa Venerina che durante la pandemia determinata dal Covid 19 ha saputo mettersi in gioco, creando un altro ramo d’azienda rivolto all’igienizzazione degli ambienti e delle persone, con prodotti creati non solo per rispondere all’emergenza da coronavirus ma destinati a durare nel tempo. Quindi nessuna riconversione, né snaturamento della storica azienda che continua a produrre distillati e liquori ma solo un ampliamento che affianca la classica produzione Russo. “L’anno scorso, con le misure di lockdown imposte per arginare la diffusione del virus - spiega Anna Maugeri Russo, responsabile commerciale dell’azienda, nonché moglie di Alessandro Russo, uno dei titolari della distilleria nata 150 anni fa - in azienda saremmo stati costretti a licenziare tre/ quattro dipendenti, mettendoli in cassa integrazione. Con i ristoranti chiusi che non utilizzano i nostri amari, le nostre grappe, i nostri rosoli, non si profilava altra alternativa”. “Allora, in un contesto di crisi – prosegue – tra il licenziare e buttare sul lastrico una quindicina di persone che rappresentano la storia della nostra impresa, ho pensato che il nostro alcool poteva diventare la base per la produzione di una linea di detergenti disinfettanti, completamente naturali. La storica distilleria Russo si è quindi messa in gioco allargando produzione al campo della detergenza. E’ nata così la linea RussoSan – una linea di prodotti completamente naturali - che ha fatto emergere la lungimiranza degli imprenditori Russo. La strategia è stata quella di non opporre resistenza agli eventi ma nel vedere in essi delle opportunità di crescita personale. Un vero e proprio esempio di resilienza”. Come le è venuta l’idea di produrre igienizzanti? “Scoppiata l’epidemia da coronavirus, si è detto che era molto importante detergere e igienizzare le mani e le superficie a stretto contatto umano. Ma ho scoperto che la detergenza era esclusivamente chimica. I comuni gel disinfettanti sono pieni di sostanze chimiche! I miei figli, invece, avendo i genitori titolari di una distilleria, potevano permettersi di disinfettarsi le mani con l’alcool puro, quello che si usa per fare i liquori, le grappe. Ma sapevo che per tanti altri bambini ciò non era possibile. Questo privilegio di cui godevano i miei bambini, Giuseppe e Camillo rispettivamente di 8 e 6 anni, era inaccettabile anche a me. L’alcool

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doveva essere accessibile a tutti. E’ stata la mia sensibilità di madre, preoccupata in primis dell’incolumità dei figli, a spingermi a creare un prodotto igienizzante protettivo e al tempo stesso privo di sostanze nocive per la salute. Da qui è nata la mia linea di igienizzanti spray, 100% naturali, composti da una soluzione idroalcolica con alcool a 75 gradi al mentolo. Il mio ‘Prontigen’, non è solo un prodotto ma un valore da condividere. Si tratta di alcol denaturato con i cristalli di mentolo. È il simbolo di una Sicilia che ha saputo mettersi in moto, con la testa e con il cuore”. Lei sta portando avanti un concetto di detergenza di servizio. Ci può spiegare di cosa si tratta? “Il mio concetto di detergenza di servizio include tre avverbi: trasversalità, inclusività

TRA IL LICENZIARE E BUTTARE SUL LASTRICO UNA QUINDICINA DI PERSONE CHE RAPPRESENTANO LA STORIA DELLA NOSTRA IMPRESA, HO PENSATO CHE IL NOSTRO ALCOOL POTEVA DIVENTARE LA BASE PER LA PRODUZIONE DI UNA LINEA DI DETERGENTI DISINFETTANTI, COMPLETAMENTE NATURALI.

ed etica. Trasversalità perché la mia linea di detergenti è adatta a molteplici usi in casa e fuori casa in un mondo in cui tutti siamo sempre di corsa; inclusività perché si rivolge a bambini, malati, donne incinte, anziani e soggetti a rischio; etica perché rispetta il consumatore, fornendo prodotti naturali ed efficaci, che rispettano la pelle per quello che essa è: un organo al pari del cuore o dei reni. Detergenza di servizio implica anche servizio alla comunità e al territorio perché con il detergente igienizzante mani mi sto misurando con un prodotto imprenditoriale innovativo che investe gratuitamente nello sport, nel sociale, nella scuola e che per me, imprenditrice visionaria, è vincente su tutti


i fronti. Penso che investire gratuitamente nel sociale di un territorio è il modo corretto, non soltanto per migliorare i luoghi in cui l’azienda vive, migliorando il legame naturale fra l’azienda e il tessuto sociale, ma, è addirittura la strada vincente per trasformare un prodotto commerciale in un valore che genera valori. Non ho dubbi: la detergenza di servizio sarà il ‘Futuro’ e sono certa che anche altri imprenditori mi imiteranno”. Com’è la vita di un imprenditore in Sicilia? “E’ molto dura, perché la Sicilia è una terra povera di imprenditori dove le aziende sono rette da amministratori di azienda. Manca chi fa impresa, chi prende su di sé un’iniziativa sociale, chi la sposa e la porta avanti costi quel che costi. Io mi definisco un’imprenditrice romantica

PENSO CHE INVESTIRE GRATUITAMENTE NEL SOCIALE DI UN TERRITORIO È IL MODO CORRETTO, NON SOLTANTO PER MIGLIORARE I LUOGHI IN CUI L’AZIENDA VIVE, MIGLIORANDO IL LEGAME NATURALE FRA L’AZIENDA E IL TESSUTO SOCIALE, MA, È ADDIRITTURA LA STRADA VINCENTE PER TRASFORMARE UN PRODOTTO COMMERCIALE IN UN VALORE CHE GENERA VALORI. perché mi appassiono in quello che faccio, perché credo in un’idea e credendoci la porto avanti. Ma non è facile: ogni giorno combatto contro l’ignoranza. I miei detergenti naturali al 100% che possono andare anche a contatto con i cibi e non fanno male dovrebbero essere presenti in tutte le scuole, negli ospedali, negli studi medici, negli uffici soprattutto del territorio. Invece, con mio grande rammarico vedo che preferiscono comprare i disinfettanti dalla composizione chimica provenienti dal Nord Italia, piuttosto che promuovere un’azienda locale che produce un prodotto di alta qualità. E’ dura, ma non mi arrenderò e so che il tempo mi darà ragione!”


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Foto e testi di Francesca Santangelo

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l settore della ristorazione, la filiera e l’indotto, connotati dal possesso di una partita iva, sono stati fortemente danneggiati dalla precedente ed attuale gestione pandemica». Antonio Rosano parla di una materia che conosce da vicino, perché il mondo della ristorazione lo ha frequentato sin da bambino. Di stagioni difficili ne ha conosciute tante, ma mai come quella targata Covid 19. «Le chiusure forzate – ci spiega – il susseguente delirio normativo e la mancata programmazione, che non ha affrontato né l’emergenza sociale né tantomeno un piano programmatico di rilancio, ha determinato il crollo della tenuta sociale ed economica». Difficile prevedere quando finirà questa crisi, intanto Antonio Rosano e altri imprenditori hanno fatto quadrato unendosi alle partite Iva Italia – Coordinamento Sicilia. Un modo per far valere le proprie ragioni e non distruggere quanto costruito faticosamente con il sudore della fronte. Una passione tramandata di padre in figlio, quella di Rosano, gestore di “Masseria Carminello” a Valverde. Il sogno di tutta una vita diventa realtà 15 anni fa, quando apre il suo ristorante insieme al socio Giovanni Samperi. Anni di sacrifici, ma anche riconoscimenti e soddisfazioni. Poi – come detto – è arrivata la pandemia. Interi settori sono costretti da mesi a chiusura forzata, ma adesso sono stanchi e stremati e hanno bisogno di risposte concrete da parte dello Stato. «Un crollo che purtroppo fatica ad essere risanato e che pare non trovi chiave di volta atta ad aiutare chi in questo momento si trova in serie difficoltà – ci dice ancora Rosano – Ristori, sostegni e fondi per la filiera stanziati dallo Stato rappresentano una percentuale nettamente inferiore rispetto le perdite subite». Cos’altro si poteva fare? «In primis indubbiamente lo Stato avrebbe dovuto regolare e legiferare sui costi aziendali – ci spiega – Un esempio concreto: i rapporti tra privati, per esempio tra locatore e locatario, non con la formula del credito di imposta, che si è rivelata totalmente fallimentare, ma per esempio con una politica di calibrazione dei prezzi e di sgravio fiscale nei confronti dei proprietari degli immobili. La tutela del luogo di lavoro dell’imprenditore era il primo argomento da trattare data la causa di forza maggiore che ha impedito di poter far fronte al pagamento dell’affitto. Anche le utenze potevano essere depauperate dagli oneri e legate solo al consumo, così come una detassazione degli immobili ad uso commerciale».

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«LE CHIUSURE FORZATE IL SUSSEGUENTE DELIRIO NORMATIVO E LA MANCATA PROGRAMMAZIONE, CHE NON HA AFFRONTATO NÉ L’EMERGENZA SOCIALE NÉ TANTOMENO UN PIANO PROGRAMMATICO DI RILANCIO, HA DETERMINATO IL CROLLO DELLA TENUTA SOCIALE ED ECONOMICA»

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Affitti, utenze, rapporto con i dipendenti: i pilastri su cui porre le basi insieme ad un programma di decontribuzione e detassazione per favorire il rilancio. Delle carenze che hanno inevitabilmente portato malcontento, un senso di abbandono per chi in un momento così delicato e anomalo avrebbe voluto essere sostenuto e difeso in quanto cittadino dal proprio Stato. Antonio Rosano, così come ogni membro della filiera della ristorazione si sente abbandonato. «Abbiamo detto e gridato più volte nelle piazze che gli aiuti sono insufficienti, difficili da percepire ma ancor più inadeguati, li definirei un contentino per tutti».

in foto Giovanni Samperi e Antonio Rosano

I protocolli di sicurezza stabiliti per la ripartenza e successivamente saltati a causa delle chiusure temporanee totali e/o parziali sono stati un aggravio di spesa che i ristoratori si sono trovati a pagare per poi non poter essere messi in atto se non in maniera parziale. «L’ho più volte definito delirio normativo poiché troppe le incongruenze. La definirei malagestio dolosa da parte del governo e contro gli imprenditori. La scusante è stata quella di evitare la diffusione del contagio che avrebbe potuto determinate l’intasamento delle terapie intensive, ma nulla si è fatto per gestire l’emergenza sanitaria tramite per esempio l’applicazione dei protocolli domiciliari. - e ancora Lo Stato ha chiuso il nostro rubinetto delle entrate e non ha mai chiuso quello delle uscite. Si chiama bilanciamento dei diritti. Il diritto alla salute pubblica non può operare in stato di supremazia rispetto ad altrettanti diritti costituzionali quali il diritto al lavoro, alla libertà di impresa, alla libera circolazione ecc. Indubbiamente una soppressione dei diritti della carta costituzionale che ha generato la perdita di uno dei più alti valori della nostra costituzione ovvero l’eguaglianza sociale a fronte della quale lo Stato avrebbe dovuto operare per rimuovere gli ostacoli di ordine sociale, politico economico che ledano lo sviluppo della persona umana ex articolo 3 della Costituzione». Adesso un’apparente spiraglio di luce: l’effetto dovuto ai vaccini e il conseguente calo dei casi stanno facendo sì che una riapertura totale possa finalmente tornare ad essere possibile. Una speranza però che si vuole toccare con mano prima di tirare un sospiro di sollievo. Molti infatti sono ancora i dubbi in merito. «Questa non è una ripartenza è solo un copia incolla, ancor più gravoso, data la permanenza dell’Italia a colori e del coprifuoco. Ripartenza? è un messaggio fuorviante che continua ad annichilire il popolo e renderlo schiavo di un nuovo sistema economico finanziario. Non vi è un piano di rilancio, non vi è una programmazione volta al recupero delle Pmi e non vi è alcuna volontà di tutela del made in Italy e delle vocazioni del territorio. Spariranno sapori, artigiani, piccole realtà. Un nuovo mondo di schiavi felici lobotomizzati da Netflix, Facebook e assimilati. Ma senza lavoro non vi è dignità e non vi è vita». Dopo un lungo periodo in cui i ristoratori hanno dovuto reinventarsi col servizio delivery, stringendo la cinghia e adattandosi ad un sistema completamente nuovo, ecco la speranza di un ritorno alla normalità. «I ristoranti sarebbero stati e sono luoghi sicuri, nei quali ogni gestore si fa rappresentante dell’ordine pubblico incitando la gente a rispettare le regole di salute pubblica».

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«UN CROLLO CHE PURTROPPO FATICA AD ESSERE RISANATO E CHE PARE NON TROVI CHIAVE DI VOLTA ATTA AD AIUTARE CHI IN QUESTO MOMENTO SI TROVA IN SERIE DIFFICOLTÀ. RISTORI, SOSTEGNI E FONDI PER LA FILIERA STANZIATI DALLO STATO RAPPRESENTANO UNA PERCENTUALE NETTAMENTE INFERIORE RISPETTO LE PERDITE SUBITE»

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LETTO, RILETTO

RECENSITO

di Salvatore Massimo Fazio È il filosofo che ha fondato la corrente del nichilismo cognitivo. Poco avvezzo alla mondanità, vive a fasi alterne tra Sant’Agata Li Battiati, dove mantiene la residenza, Roma e Torino.

Titolo: Il salto del cavallo Autore: Francesco Gianino Edizioni: Mare nostrum

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er l’edizioni Mare Nostrum quest’anno è uscito un breve romanzo, un racconto lungo piuttosto, dal titolo ‘Il Salto del Cavallo’. All’autore Francesco Gianino abbiamo posto alcune domande. Cosa racconta “Il salto del cavallo”? «Racconta il desiderio di libertà in uno spazio urbano saturato dalle leggi dell’utile e del profitto. I protagonisti sono due ragazzi giovanissimi con poche risorse economiche a disposizione, il cui unico torto è la voglia di allevare un cavallo in casa per destinarlo al primo rodeo della storia della città dei mangiacavalli. E questo, naturalmente, contravviene alle regole del quartiere in cui i cavalli o fanno le corse o finiscono in padella, o meglio sulla griglia del barbecù». Dove è ambientata la storia? «Non c’è cronaca. La città dei mangiacavalli non è Catania, ma una trasfigurazione fantastica in

cui tutto - economia e sentimenti - ruota intorno all’equino: metto in scena un immaginario in cui “l’equino” è elevato a metafora letteraria». Qual è la caratteristica dei personaggi? «Si muovono come gli eroi di un un ipotetico poema eroicomico, dove l’unica evoluzione possibile è quella che l’ambiente permette. Dentro il pensiero ossessivo del lavoro e dei soldi essi manifestano il loro carattere. Ma l’unica personaggio che si libera del proprio destino è una donna, Concetta». Qual è il destino dei personaggi? «Piegare i sogni agli interessi materiali, ammazzare la vita. Concetta fa invece un salto di qualità. All’inizio della storia potrebbe sembrare una poco di buono, poi lei anteporrà all’utile il bene. Tra i personaggi c’è anche chi rappresenta il male assoluto … Con venature comiche, perché la storia ha qualcosa dell’eroicomico cavalleresco senza cavalieri ma con un cavallo, c’è Ciccio Canaglia attorniato da parassiti opportunisti. Lui è la perfidia, l’amico infido. È lui che proverà a sottrarre il cavallo di Concetta per darlo in pasto a un gran festone cinese». Il cavallo che si chiama Geronimo … «Il vero protagonista di tutta la storia. Non è una storia che parla di vegetarianesimo o di allevamenti abusivi, come potrebbe sembrare. Piuttosto parla di empatia. Quando si dà nome ad un animale, questo non è più un nome comune, ma diventa figlio dell’uomo». Polemica contro chi mangia carne di cavallo? «Per niente, non c’è cronaca ma letteratura. Mi interessa usare il tema equino come potentissimo simbolo di vita e di morte, per rappresentare la società capitalistica e consumistica: estrema vitalità ma anche maschera di una tragedia contemporanea». Hai altri progetti in cantiere? «In estate uscirà Orientale sicula, la mia prima raccolta di poesie».


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Maggio 2021 - Paesi Etnei Oggi  

Il magazine dell'area Metropolitana di Catania

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