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Francesco Trisoglio

ra in pensosa e partecipata meditazione passa in rassegna i benefici che Dio concesse all'uomo come un capitale, di cui esige, quale interesse, soltanto l'amore: "Che tu sia stato creato è un credito di Dio; che possegga la ragione è un capitale che Dio ha investito" (94,5 p. 582,57-70): parla con una tensione controllata, evitando sia l'atonia della piattezza che la sonorità convenzionale della declamazione; inserisce la teoricità dell'obbligo di corrispondere a Dio nella praticità dei prestiti finanziari. Su quest'immagine, così concreta e così ricca di suggestioni, ritorna volentieri: "Il capitale divino può essere dato ma non può essere diviso, perché i beni celesti chi li dà non li perde e chi li riceve non se li riserba per conto proprio soltanto per sé" (162,4 p.1001,44-46); ammonisce che Dio dà i suoi doni in totalità ed in totalità debbono essere diffusi: né limitazioni per inettitudine o inerzia personale, né riserva per classi economiche o sociali di destinatari; "Dio ti chiese e ti conferì la totalità" (§ 5 p.1001,48-49). ! Gli è tipico di porgere con un intimo fervore di convinzione la dottrina che proclama: "Chi avrà dato un pane a chi ha fame, darà [non dice 'riceverà'] a se stesso il Regno; rifiuterà a se stesso la fonte della vita, chi avrà rifiutato un bicchiere d'acqua a chi ha sete. Per amore del povero Dio 'vende' il suo Regno e, affinché ciascuno lo possa comperare, stabilisce come prezzo un pezzo di pane, perché vuole che l'abbiano tutti; chiede quindi un prezzo tale, quale sa che tutti ne dispongono. Fratelli, il nostro pranzo sia la cena del povero" (41,4 p. 235,94-101): la concretezza della spesa quotidiana ci porta Dio davanti e ci rende l'elemosina quasi più un'esigenza che un dovere. Dopo aver invitato tutti a sospingere i loro congiunti a ricevere il battesimo, dà voce alla sua persuasione appassionata: "Vi supplico e vi scongiuro, fratelli carissimi, in nome del nostro Signore, che siate tutti vigilanti, affinché nessuno sia lasciato estraneo alla grazia divina, alla nascita in lui" (10,6 p. 71,98-100). I 'fratelli carissimi' talora (cfr. 56,4 p. 316,53) si addolciscono in filioli, 'miei cari ragazzi'. E questi 'ragazzi', cerca di attirarli con un linguaggio immaginoso nel quale le verità si rivestono di una lusinghiera piacevolezza, incarnandosi in aspetti gradevoli dell'ambiente. In lui le similitudini emergono pittoresche in spontaneità, più volte permeate di un sfumatura poetica; l'idea, pur rimanendo austera, si chiarisce in un clima di simpatia. ! Al linguaggio figurato egli si sente indotto dal suo gusto artistico, raffinato dalla scuola, ma soprattutto autorizzato dall'esempio di Gesù, che Pietro traspone a norma didattica; infatti sul ricordo dei gigli del campo più splendidi di Salomone (Lc 12,27) commenta: "Colui che poteva conferire vigore ai suoi precetti con la sua sola autorità, li sostiene impegnandovi tutta la cura di un maestro... conduce con solerzia i suoi ascoltatori a credere nella sua promessa con un esempio, conferma i dubbiosi col paragone del giglio ed esalta il giglio con l'esempio di Salomone" (163,9 p.1008,90-95) ed aggiunge (§ 10 p.1008,102-103) che il duplice esempio usato da Gesù è tecnica che va ripetuta ad irrobustimento della nostra fede. ! Come vescovo, Pietro si sentì soprattutto maestro; meditò sulla dottrina ma anche sulla sua responsabilità nel porgerla; del docente riassunse la figura ideale: "Il vero maestro fa vedere con il proprio esempio ciò che dichiara con la parola. L'insegnamento è fondato sulla cultura, ma l'autorevolezza dell'insegnamento dipende dalla vita. Facendo ciò che deve insegnare, rende ubbidiente l'ascoltatore. Insegnare coi fatti è la sola regola dell'insegnamento; le nozioni che si esprimono con le parole sono

Rivista lasalliana 1-2009  

Rivista lasalliana. Trimestrale di cultura e formazione pedagogica

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