Page 164

164

Biblioteca

Tilman ALLERT

Heil Hitler! Storia di un saluto infausto Il Mulino, Bologna 2008, pp. 98.

“Non mi sorprenderei troppo se un giorno i canarini e le tartarughe iniziassero a sollevare le zampe per tributare il saluto hitleriano e ad alzare la voce per pronunciare lo Heil d’accompagnamento”. Questa frase del teologo Karl Barth sintetizza con sarcasmo ciò che è avvenuto in Germania con il saluto hitleriano – Heil Hitler! – formula pronunciata con il braccio destro teso e alzato fino all’altezza degli occhi e il palmo della mano aperto - che per dodici anni, a partire dal 1933, fu imposto dalla politica “come cornice ad ogni comunicazione”, sostituì le precedenti forme di saluto, rappresentò un fenomeno unico e divenne un attestato di lealtà e un sismografo per misurare il consenso al regime. Forma essenziale della socialità e primo regalo simbolico che si fa all’altro, il saluto - in generale - mette in mostra una sequenza di aspettative e obblighi, rappresenta un primo passo verso la comunicazione e costituisce una pratica sociale che media le interazioni umane, disciplina l’incontro e regola l’apertura verso l’altro. Ma, come osserva il sociologo Tilman Allert, docente all’Università di Francoforte, il saluto tedesco è qualcos’altro e va inteso come un giuramento travestito che distorce “completamente le funzioni naturali di un gesto di reciproco riconoscimento e reciproco impegno”. Hiltler è cancelliere da soli sei mesi quando il 13 luglio 1933 il Reich promulga un decreto che definisce il saluto hitleriano un dovere civico. Il regime si infiltra così in ogni aspetto della vita quotidiana e sfida le aree della società tedesca che già avevano le loro tradizioni; diventa un “sacramento politico, un sacro giuramento di sottomissione a Hitler”, un giuramento di appartenenza ad una comunità carismatica. Già da quell’anno chi si sottrae al saluto viene incarcerato o rinchiuso in campi di concentramento, come accade al curato luterano Paul Schneider, che si rifiuta di attenersi al saluto all’inizio delle lezioni preparatorie alla cresima e che nel giorno del compleanno del Führer non saluta la croce uncinata. Le istituzioni educative introducono il saluto subito dopo la presa di potere dei nazionalsocialisti, i capi militari riescono a lungo a tenere in vita le proprie tradizioni e i propri protocolli di saluto mentre per le chiese la situazione è più differenziata. I testimoni di Geova lo rifiutano e vengono per questo attivamente perseguitati, la chiesa protestante luterana e la chiesa cattolica tedesca si adattano e fanno compromessi che derivano in parte dal loro diverso status, rispettivamente di chiesa nazionale e di minoranza religiosa. Entrambe esprimono eroi, come il vescovo di Münster, Clemens August von Galen, i pastori Karl Barth e Dietrich Bonhoeffer, anche se nella maggior parte dei casi le chiese protestanti incorporano il saluto hitleriano nelle istruzioni religiose ed evitano di prendere pubblicamente posizione contro il regime. “Benché i pastori e i preti non siano mai arrivati a compiere il saluto hitleriano dal pulpito o a incorporarlo nella pratica liturgica, le due maggiori comunità religiose tedesche hanno offerto in pratica molto poca resistenza al sovvertimento dei costumi sociali compiuto dai nazisti”, scrive Allert. La storia del saluto hitleriano è anche la storia di come “i tedeschi tentarono di sfuggire alla responsabilità dei normali rapporti sociali, rigettarono il dono del contatto con gli altri, permisero che i costumi sociali decadessero e rifiutarono di ammettere la natura necessariamente aperta e ambivalente dei rapporti umani e dello scambio sociale”. Come un fantasma – conclude Allert – il saluto sparisce dopo la guerra, pur continuando ad avere una vita propria, per quanto camuffata, per esempio nella successione delle lettere HH al centro della sequenza usata per le targhe delle automobili o, per esempio sulle T-shirt, nel doppio otto del numero 88, che cifrando l’ottava lettera dell’alfabeto allude al saluto Heil Hitler!, segni di riconoscimento tra “associazioni di cospirazionisti, antiprogressisti o razzisti”. Oggi il saluto nazista non è solo guardato con disprezzo, ma è illegale ai sensi del Codice penale tedesco, con l’unica eccezione giuridica dell’uso ironico ed esplicitamente critico.

Roberto Alessandrini

Rivista lasalliana 1-2009  

Rivista lasalliana. Trimestrale di cultura e formazione pedagogica

Advertisement