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Francesco Trisoglio

veglia che non emanino un senso di banalità e perciò provvede ad una giudiziosa varietà: in 13,8 conclude con un'esortazione alla pratica delle virtù segnalate in un tono di tranquilla bonarietà; in 8,6 p. 63,107-108 richiama invece la sostanza esposta, rilevandola con un forte aforisma ammonitore: "Chi fa misericordia corre al premio; chi non fa misericordia decorre alla pena": è il ricordo che lascia e lo impronta della categoricità di un'epigrafe. ! Si premura di liberare il proprio ruolo da un'impressione di preponderanza gerarchica che lo renderebbe antipatico; si mescola agli spettatori chiamandoli a condividere il piano generale dei suoi sermoni e coinvolgendoli nella loro composizione. Sfuma al massimo il dualismo di chi dà e di chi riceve, per costituire una certa unione operativa. Dinanzi ai problemi inclina a porsi in ricerca insieme agli ascoltatori: "Ma cerchiamo di vedere... " (1,1 p.16,13): sopprime le distanze; in analoga posizione osserva il ritorno del figliol prodigo: "Mentre ci rallegriamo che il figlio più giovane sia finalmente venuto a ricuperare la salvezza, proviamo dolore per l'ostilità del figlio più anziano" (4,1 p. 31,3-4). Più che raccontare la scena, vi partecipa; non invita alla riflessione, sospinge alla commozione. ! Per alimentare questa partecipazione, la sorregge volentieri con un' intonazione briosa. Dinanzi al versetto: "Rivolgete (la vostra glorificazione) al Signore, figli di Dio" (Ps. 29[28],1) interroga con vivacità: "Credi tu forse che chiami con questo nome le potenze celesti? Non trasforma invece gli uomini in figli di Dio e non solleva (piuttosto) la carne terrena alla natura celeste?" (10,2 p. 68,19-21) ed introduce, con sicura scioltezza, la sua interpretazione alla quale dà come scontata l'adesione del pubblico: "Abbiamo ascoltato, fratelli... ed allora crediamo... siamo coerenti... viviamo... rassomigliamo al padre, affinché non perdiamo per i vizi ciò che abbiamo ottenuto con la grazia" (68,24-27): incalza mentre fa comunione, la sua parola suona tanto più genuina in quanto sembra detta nel proprio interesse; "O forse che..." (§ 3 p. 69,39): il dissenso gli si colora d'assurdo. " Se dunque... giudicate voi!" (13,2 p. 83,29): non è lui a sostenere una dottrina, è essa stessa che s'impone; non ha bisogno di apporre una dimostrazione (che apparirebbe facilmente uggiosa e sembrerebbe sottolineare la difficoltà di accettazione), c'è l'evidenza, con la sua penetrante efficacia persuasiva. ! La verità, nella sua severa eccellenza, potrebbe anche emanare un senso di lontano e di freddo, ed allora Pietro la riscalda con un' esortazione che pare sorgere più dalla coscienza del pubblico che dalla sua bocca: "Il buon pastore è disposto a morire dimostrando il suo amore per 'te'" (40,3 p. 227,42-43): ne viene inevitabile la deduzione: "Cerchiamo dunque quale sia la sua potenza, quale il motivo del suo amore, quale la causa della sua morte, quale l'utilità della sua Passione" (p. 228,50-52): l'invito confluisce in una traccia di approfondimento concettuale: sentimento e pensiero si compenetrano in una coerenza che li rivela sinceri e rassicura l'ascoltatore. Per stimolare sia l'emozione che il concetto immette una formulazione di inattesa audacia; infatti, dopo la presentazione della rovina che l'invidia produce, rivolge un incitamento a respingerla: (4,1 p. 32,29-35): l'ovvietà apparirebbe fin troppo scontata, ed allora viene scossa da un'ardita novità espressiva: richiamandosi ai Giudei che per invidia uccisero il Salvatore, ammonisce "ad evitare il parricidio del proprio destino celeste".

Rivista lasalliana 1-2009  

Rivista lasalliana. Trimestrale di cultura e formazione pedagogica

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