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Francesco Trisoglio

turbini di vento sconvolgono gli elementi, così l'accumularsi delle vivande suscita disordine; come i marosi affondano la nave, così l'ebbrezza fa col corpo (41,1 p. 232, 24-28): martella il concetto: sull'unità di scopo fa convergere una molteplicità di pressione: l'unicità dell'idea non subisce monotonia (quindi non si sfoca) grazie al rinnovarsi delle figure; risulta plausibile se sembra rincalzata da ogni parte. Gli effetti delle passioni assumono un'evidenza fisica in uno scenario che s'addensa cupo: "Le nubi non oscurano il cielo, la notte il giorno, la foschia il sole come l'invidia acceca la mente" (48,1 p. 264,9-14). Per far capire quali siano i risultati spirituali che la colpa produce, Pietro li inquadra in ampi spettacoli che non mancano di impressionare: "Quello che è il fuoco per le messi disseccate, lo sono per il corpo umano i vizi "; essi eccitano nelle membra "un incendio inestinguibile che, se non sopraggiunge l'acqua celeste ad irrigare i cuori, riduce in cenere ogni umano vigore" (116,3 p. 705,29-36). Le profezie veridiche pronunciate da individui colpevoli, come Caifa e Balaam, sono fiorellini dal profumo mirabile che sbocciano su un cespuglio spinoso (49,4 p. 271,66-71): visualizza come la misteriosa sapienza divina si compiaccia di trarre dal male il bene; richiama il problema dell'inestricabile intreccio di bene e di male che esiste nel mondo e come sia spesso avventato pronunciare giudizi globali. C'è l'intreccio, ma c'è anche il suo superamento, e Pietro lo mostra plasticamente in un altro individuo: infatti Zaccheo, salendo su un albero (Lc 19,3-4), "si mise la terra sotto i piedi, salì al disopra dell'oro, trascese l'avarizia... per slanciarsi sull'albero del perdono e diventare frutto della misericordia" (54,3 p. 299,34-40): l'elevazione fisica del personaggio evangelico diventa stimolante invito a qualsiasi persona. Pietro parla volentieri attraverso alle cose: in una riflessione originale trova che "è disposizione divina che l'occhio, così espanso nella sua forma sferica, si restringa in un'ampiezza minima nella pupilla, affinché abbia un campo di visione moderato: videat non invideat, praevideat non praecipiat, prospiciat non despiciat (139,2, p. 839, 20-22): l'osservazione, che nella sua singolarità, già attira, si slarga in un succedersi progressivo di ampi orizzonti: quei binomi imperativi, resi più misteriosamente cogenti dalla loro incalzante paronomasia, rivelano cosa fare e sospingono a farlo. Siamo al rifiuto di tanta blanda omiletica, fluente in superficie e vuota nel fondo. Pietro sa essere signore tanto nel pensiero quanto nella forma. Talora la pensosità si fa più sommessamente raccolta: il predicatore si rappresenta infatti la Passione di Cristo come un'arena con le fiere (le ingiurie) e con gli spettatori (i persecutori) (72 bis,2 p. 436,36-39); nei bambini trucidati a Betlemme da Erode vede soldati coetanei di Cristo, le sentinelle delegate alla sua culla (152,7 p. 953,6063). In 178,2 p.1081,34-36 si abbandona ad una gaudiosa contemplazione: "L'amore è un'onda di pace, una rugiada di grazia, una pioggia di carità, un seme di concordia, un cespo di affetto, un frutto ricchissimo di benevolenza". In 158,9 p. 983,9293 contrappone la nuvolosità dell'incredulità giudaica alla serenità della fede cristiana. E serene sono certe sue larghe meditazioni, come quando si apre ad una distesa visione cosmica sulla creazione del mondo, del sole, della luna e delle stelle (48,3 p. 266,53-58). Dal cosmo passa talora spontaneamente alla domestica intrinsichezza della sua comunità: "Sciogliendo la zattera della nostra mente dal lido della carne, noi

Rivista lasalliana 1-2009  

Rivista lasalliana. Trimestrale di cultura e formazione pedagogica

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