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Ripristinare o riformare? Fumus verbis

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l’unico ombrello a coprire la bisogna, ma che è uno strumento plasmabile e adattabile alle diverse situazioni che si possano presentare. Sappiamo tutti che non esiste un progetto pedagogico che non rischi di produrre effetti negativi non voluti e qualsiasi buon educatore sa molto bene che è una pura illusione pensare che vi sia una via assolutamente ottima e unicamente giusta. Ogni stile educativo contiene in sé del buono e del cattivo e può produrre effetti che sono il contrario di quello che l’educatore intendeva conseguire. Su un punto tuttavia, tutti gli stili educativi dall’antichità ai nostri giorni, convergono: sull’importanza dell’esempio, sul valore attribuito a quello che viene comunemente chiamato “modello di riferimento”. Tale è il maestro che dovrebbe essere, per poter assolvere al meglio il suo compito, un “adulto completo”, che conosce il proprio sé e il proprio ruolo, che è in grado di guidare con discrezione il bambino sulla via dell’apprendimento, del bello, del bene e della verità. Questo concetto del guidare con discrezione è tanto importante che san Giovanni Battista de La Salle volle che i suoi maestri fossero Fratelli. Non sta a me ricordare la rivoluzione lasalliana, perché di vera rivoluzione dei sistemi educativi si trattò (e il suo metodo dava ottimi risultati), ma non posso far a meno di ricordare che un fratello sa ascoltare, che un allievo è un partner educativo assieme al maestro nel progetto che svilupperanno assieme e che proprio per questo ingiunzioni di segno esclusivamente o prevalentemente negativo, sono deleterie. I tempi dei bambini sono soggettivi. Le loro menti non sono vasi da riempire e gli insegnanti devono rispettare i loro tempi. Quando studiavo diritto del lavoro, mi spiegavano che il famoso discorso delle otto ore di lavoro che fu una delle grandi conquiste dei lavoratori del secolo scorso, fu accettato quando gli economisti elaborarono la teoria denominata “della penosità crescente del lavoro”. In sostanza i tecnici che studiavano l’utilizzazione ottimale delle risorse, comprese quelle umane, dopo una lunga serie di rilevazioni, avevano notato che al di là di una certa soglia di stanchezza, il lavoratore commette molti errori, perde il ritmo, cosicché le ore che oltrepassano tale soglia, diventano sconvenienti per il datore di lavoro. Un bambino che va a scuola affronta il suo primo vero lavoro: le ore di studio devono essere alternate a ore di gioco, le sue pause devono essere rispettate, altrimenti si corre il rischio di un rifiuto totale. Non vorrei mai sentire un bambino di sei anni chiedere ansiosamente alla madre “se domani c’è scuola” e aggiungere alla risposta d’assenso “uffa, non ne posso più”. Come non vorrei mai vedere bambini che per giocare alla scuola con coetanei, si muniscono prima di un righello per insegnare come si deve. Ma l’aspetto che più mi ha indignato è quello legato all’atteggiamento di disprezzo e di sfiducia che la maestra adottava quotidianamente nei confronti dei bambini. Le così dette ingiunzioni negative che ho potuto cogliere sono: - Mi impedite con la vostra indisciplina e incapacità di seguirmi, di esprimere al meglio le mie doti di docente. Il messaggio che un tale atteggiamento veicola è caro bambino, non esistere che mi ostacoli. - Non ho tempo di ascoltare le vostre difficoltà e disprezzo, al punto da ridicolizzarvi davanti a tutti, i vostri sbagli. Il messaggio veicolato è: caro bambino, non pensare con la tua testa, fai solo quello che dico io e andrà tutto bene.

Rivista lasalliana 1-2009  

Rivista lasalliana. Trimestrale di cultura e formazione pedagogica

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