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APEC ASSOCIAZIONE PENSIONATI CONI Associazione Benemerita del CONI

ANNO 2° - numeri 5 e 6 Gennaio-Giugno 2018 - Registrazione Tribunale di Roma n° 132/2000

CINQUE CERCHI D’ARGENTO

ALL’INTERNO: Inserto speciale

L’ALTRO POLO

APEC RACCONTA

La vocazione sportiva del Quartiere Flaminio: un lungo percorso iniziato agli albori del '900

RIVISTA TRIMESTRALE DI CULTURA E STORIA DELLO SPORT


Il Punto

Rivista trimestrale di cultura e storia dello Sport della Associazione Pensionati CONI - APEC Sfogliabile online su: www.pensionaticoni.it Direttore responsabile: Augusto Rosati Anno 2°, numero doppio 5-6, gennaio/giugno 2018 Registrazione Tribunale di Roma n° 132/2000 Mail redazione: redazioneapec@gmail.com Tel. redazione: 339.25 72 551 La sede legale di Cinque Cerchi d’Argento è c/o APEC, Foro Italico, 00135 Roma Tel: 06.32 72 32 28 Fax: 06.32 72 38 00 e-mail: pensionaticoni@alice.it Stampato presso: BDprint, portale di The Factory srl Via Tiburtina, 912 - 00156, Roma Tel 06.43 20 81 Fax 06.40 80 16 79 P.Iva 10352291008 APEC ASSOCIAZIONE PENSIONATI CONI Associazione Benemerita del CONI

ANNO 2° - numeri 5 e 6 Gennaio-Giugno 2018 - Registrazione Tribunale di Roma n° 132/2000

CINQUE CERCHI D’ARGENTO

ALL’INTERNO: Inserto speciale

L’ALTRO POLO

APEC RACCONTA

La vocazione sportiva del Quartiere Flaminio: un lungo percorso iniziato agli albori del '900

RIVISTA TRIMESTRALE DI CULTURA E STORIA DELLO SPORT

La foto in copertina riguarda la statua LA CORSA (1927, Amleto Cataldi), che assieme ad altri tre bronzi, raffiguranti atleti delle specialità del Calcio, Lotta e Pugilato, erano collocate all’ingresso dello Stadio Nazionale. Oggi le 4 opere sono allocate nei giardini del Villaggio Olimpico di Roma.

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INSIEME, LA STRATEGIA PER CRESCERE di Massimo Blasetti

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ome promesso, abbiamo “ingranato la marcia”, cercando di offrire ai Soci una serie di opportunità grazie al lavoro di tutto il Consiglio Direttivo. Nelle pagine interne dell’inserto allegato APEC RACCONTA sono riportate le numerose iniziative che abbiamo realizzato nel primo semestre 2018. Non sono poche, ma vorremmo farne ancora di più. Continueremo con il solito impegno, per di venire incontro alle esigenze di quanti più soci possibile. Egualmente ci stiamo impegnando per rispettare l’uscita puntuale (al momento semestrale) di questa rivista, affiancandola, in modalità temporale alternata, ad “APEC racconta”. Sempre in termini di comunicazione, stiamo utilizzando in modo adeguato e puntuale gli strumenti telematici oggi a disposizione (ndr: il sito ufficiale e newsletter) riuscendo in tal senso a garantire la copertura informativa a circa il 60% dei soci, percentuale quasi raddoppiata rispetto a due anni fa e limite che ambiremmo superare anche con iniziative di formazione che intendiamo attivare a partire dal prossimo autunno. Insomma stiamo facendo tutto per “crescere di più” (…in realtà il termine “crescere” può sembrare anacronistico per noi pensionati, ma è certamente stimolante e positivo) però, è inutile negarlo, per riuscirci abbiamo bisogno di voi, del vostro sostegno, insomma del vostro coinvolgimento alla vita associativa. Una collaborazione che, lo abbiamo ripetuto spesso, si può concretizzare in tanti modi senza gravosi sacrifici, e che comunque ci faccia avvertire il vostro senso di appartenenza all’APEC. Ed allora ci permettiamo di avanzare una proposta sul come poterci dare una mano

senza particolare sforzo: l’opportunità ce la dà una modifica al nostro Statuto entrata in vigore recentemente, l’istituzione del Socio Aggregato. Il vostro aiuto dovrebbe consistere nel propagandare all’esterno, tra i vostri parenti, amici e conoscenti, possibilmente raccogliendo adesioni, questa nuova figura che se prenderà piede, farà segnare un bel passo in avanti alla crescita, non solo numerica, della nostra Associazione. Infatti se aumenta il numero dei tesserati APEC, aumenterà il nostro “potere contrattuale” verso l’esterno, potremo stipulare ottime convenzioni, in ogni campo, a vantaggio di tutti, e potremo ampliare di gran lunga il nostro “visus operativo”. Contattate quante persone vi è più possibile, anche ex colleghi CONI non iscritti all’APEC, e raccontate loro quanto stiamo facendo. Insomma, trasmettetegli con entusiasmo la positività di entrare nella nostra famiglia! In questo contesto anche noi responsabili daremo il nostro contributo, versando la nostra attenzione per garantire un maggiore coinvolgimento dei soci non residenti nella capitale: in questo contesto il Consiglio Direttivo deciderà presto la nomina dei Fiduciari Periferici, uno per il Nord, uno per il Centro, uno per il Sud, figure che dovranno rappresentare il collegamento diretto tra centro e periferia. Da loro vorremmo ricevere proposte e suggerimenti, che saranno sintesi dei “sentimenti” dei soci fuori Roma. Un altro passo avanti per “essere sempre più insieme”, che, come riporta il titolo, è l’unica e concreta strategia per far crescere l’APEC. A questo punto, oltre ad augurarvi una buona lettura, vi porgo gli auguri per una bella e serena estate.


Editoriale

RIVISTA CULTURALE, NON NOTIZIARIO SOCIALE di Augusto Rosati

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iprende su questo numero la narrazione sull’impiantistica sportiva che caratterizzò la Capitale d’Italia dai primi del ‘900 fino alla vigilia dei Giochi Olimpici 1960. Un percorso affascinante, perché da questa ricerca emergono fatti ed antefatti che vanno oltre la mera curiosità storica, consentendo di comprendere i tanti come e perché dello sport italiano negli anni successivi. E se nel numero precedente avevamo parlato del Foro Italico, maestoso ed imponente, stavolta raccontiamo l’altro Polo sportivo della città, la zona Flaminia. Tra l’altro la vocazione sportiva di tale quartiere ha origini di lunghissima data, antecedenti a quelle della zona sotto la collina di Monte Mario, un feeling instauratosi appena pochi anni dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia e di Roma quale Capitale. Oltre al tema dell’impiantistica, (ndr: informiamo che per il numero 7-8 di dicembre è prevista la trattazione sulla zona EUR), la rivista propone altri interessanti articoli, tutti riguardanti segmenti e sfaccettature di Storia e Cultura dello Sport. Ci auguriamo che trovino il vostro consenso. Vogliamo però concludere questo editoriale con una considerazione ed un auspicio. La considerazione: avrete appreso che la speciale Commissione CONI che si occupa delle Associazioni Benemerite non ha riconosciuto la nostra Rivista Progetto Speciale, e pertanto non è stato assegnato alcun

contributo. Ci spiace, perché il motivo della esclusione è stato aprioristico: il regolamento dell’Ente infatti non prevede di classificare tra i progetti speciali (a nostro avviso giustamente) i giornali delle Associazioni, strumenti di mera informazione interna. Ma la sterile applicazione aritmetica di tale principio fa sì che (stavolta ingiustamente) a rimetterci sia proprio Cinque Cerchi d’Argento, che non è catalogabile tra i “notiziari sociali”, bensì come ultimo step di divulgazione esterna, di un impegnato processo culturale a monte, teso a recuperare e promuovere la storia dello sport italiano, vissuta, letta e proposta attraverso la particolare angolazione di chi, del glorioso movimento che ruota attorno al CONI, è stato testimone, diretto o indiretto, negli ultimi 60 anni: i dipendenti dell’Ente. Certamente la fredda logica regolamentare è stata condizionata (come un algoritmo di Facebook) dalla dizione rivista culturale (o ancor meglio, dalla prima parola, rivista), termine fondamentale per iscrivere la pubblicazione presso il Tribunale Civile di Roma, ed ottenere il riconoscimento giuridico in materia di stampa, status che ci consente maggiore facilità di accesso alle fonti ed alle catalogazioni conservate da organismi pubblici (biblioteche, musei, fondazioni di vario genere). L’auspicio: che questo errore di valutazione possa essere presto recuperato. Buona lettura a tutti.

Sommario

Massimo Blasetti

p. 02

EDITORIALE...............................................Rivista culturale, non notiziario sociale

Augusto Rosati

p. 03

DOCUMENTARIO ..................................Gli impianti del polo accanto

Augusto Rosati

p. 04

Sergio Meda

p. 14

Massimo Blasetti

p. 15

Augusto Rosati

p. 20

Massimo Blasetti

p. 21

a cura della redazione

p. 24

Giampiero Spirito

p. 26

IL PUNTO....................................................Insieme, la strategia per crescere

C'ERA UNA VOLTA..................................Quando nel basket era ammesso il pareggio I GRANDI UOMINI DELLO SPORT....Un vero mito ALMANACCO DELLO SPORT............Ricorrenze nefaste C'ERA UNA VOLTA..................................Le domeniche degli anni 60 L'INTERVISTA.............................................Legami di antica data SPORTS READER’S DIGEST..................L'inarrivabile

All’interno l’inserto speciale APEC RACCONTA Progetto pluriennale per il recupero e la divulgazione della storia dello sport italiano del XX secolo


Documentario L’area sportiva nell’altra sponda del Tevere

GLI IMPIANTI DEL POLO ACCANTO Continuiamo il nostro excursus informativo sullo sviluppo dell’impiantistica sportiva della Capitale nella prima metà del secolo passato, favorita dalla costante ambizione della Città Eterna di poter ospitare i Giochi Olimpici. Se nello scorso numero raccontammo del Foro Italico, oggi, pur rimanendo nell’area nord di Roma, concentriamo il nostro interesse al di qua del Tevere: la zona del quartiere Flaminio, anch’essa foriera di interessanti notizie e di simpatiche curiosità. di Augusto Rosati

Veduta aerea della vasta zona flaminia, anni 1910-1920

Le

tante vicissitudini vissute nella prima metà del secolo passato, con quell’alternarsi di ambizioni e delusioni di poter ospitare i Giochi Olimpici, non hanno comunque mai negato alla Città Eterna di essere obiettivo concreto di una complessa ed imponente progettualità attinente l’impiantistica sportiva. D’altronde è opportuno inquadrare questi interventi e queste iniziative anche nel contesto del faticoso cammino che Roma stava affrontando per acquisire anche sul piano sostanziale, la sua dimensione di Capitale d’Italia. In tale ambito anche il quartiere Flaminio, nel suo rapporto con lo sport e non solo, fu un elemento determinante. Fin dall’inizio del secolo quest’area vantava già significativi impianti sportivi, la cui costruzione fu favorita dagli spazi ricavati a seguito di un ingente esproprio nei confronti degli eredi dell’ing. Glori, antico proprietario del colle ove c’è appunto l’omonima e splendida Villa. Uno degli agglomerati realizzati nella zona adiacente al fiume fu il Campo Parioli per le corse al galoppo. Seguì, nel 1911, su progetto di Marcello Piacentini e Vito Pardo, lo Stadio Nazionale, che fu un polo di riferimento della Esposizione Internazionale per il cinquantenario dell’Unità d’Italia. Nel 1925, sempre su progetto di Piacentini, fu la volta dell’Ippodromo di Villa Glori, ed ancora, in successione, dei campi del Tennis Parioli e dello Stadio-Cinodromo della Rondinella. Per rispet-

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to alla verità storica, sempre agli inizi del secolo, è giusto ricordare che videro realizzazione il Campo di calcio della Romulea nonché gli impianti della Società Podistica Lazio. Nel 1927 lo stesso Stadio Nazionale fu ampliato ed assunse la denominazione di Stadio del Partito Nazionale Fascista. In quegli anni insomma la zona flaminia, forse per le sue caratteristiche ambientali, ed in particolare per la vicinanza al Tevere, fu ritenuta un polo importante per gli insediamenti sportivi. Questo interesse si può ancor meglio evincere dalle numerose ipotesi progettuali che si susseguirono negli anni: per tutte, citiamo le due brochure, entrambe titolate “Roma Olimpica”, redatte dal CONI dapprima per l’ipotesi Giochi del ’40, e poi poco dopo, allorquando le ambizioni “a cinque cerchi, sotto l’ombra del Colosseo” (anch’esse insolute) furono posticipate al quadriennio successivo. Da quelle carte infatti, tra i vari impianti, risalta l’ipotesi della costruzione, di poco vicina allo Stadio, di un Palazzo dello Sport (…doveva essere capace di ospitare 20.000 spettatori, e costituire palcoscenico privilegiato per hockey, tennis, pallacanestro, atletica pesante, pugilato e scherma), nonché di un Velodromo Olimpico, pensato – citiamo le parole testuali della brochure - come “l’esatta riproduzione della famosa pista del Vigorelli di Milano”. Ma i contenuti di quelle due brochure rimase solo nel mondo della fantasia.


SOGNI, AMBIZIONI E DELUSIONI Il lungo cammino verso Roma 1960

Le

ambizioni della Capitale ad ospitare il massimo evento dello sport mondiale hanno lunga storia alle spalle: due furono infatti i tentativi prima di quello fortunato e felice del 1955. La prima esperienza è datata 1906, allorquando Roma, assegnataria dei Giochi del 1908, dovette suo malgrado rinunciare per un terribile e luttuoso evento: la micidiale eruzione del Vesuvio, del 7 aprile 1906, che provocò danni ingenti ed oltre 300 morti. Il Governo Italiano decise quindi di impegnare tutte le risorse possibili in quella martoriata zona, dirottando anche quelle stanziate in precedenza per altre finalità, compresi i fondi per la organizzazione dei Giochi. La seconda fu quella del 1935. Nonostante cominciassero ad apparire minacciose all’orizzonte dello “scacchiere mondiale” le prime significative avvisaglie di forti tensioni tra i Potenti della terra, l’Italia avanzò al CIO la candidatura romana per la 14° edizione dei Giochi del 1940. Al regime fascista, con Mussolini in testa, interessava ospitare un evento di portata mediatica immensa come i Giochi Olimpici, ritenendola una opportunità senza eguali per presentare al mondo intero “…i successi della politica fascista e del suo sistema sociale”. Una logica aggressiva, molto in uso all’epoca, e non solo nel nostro Paese: si riteneva infatti che il miglior strumento per avere maggiore capacità di contrattazione politica fosse

il mostrare “… i propri muscoli”. Come elementi facilitatori della richiesta, sia nei riguardi dell’opinione pubblica interna che nell’ambiente sportivo internazionale, furono due fatti contingenti di mera valenza sportiva: gli splendidi risultati italiani ai Giochi di Los Angeles del 1932 (il nostro Paese si posizionò al secondo posto nel Medagliere, dietro solo

agli Stati Uniti) e l’eclatante vittoria della Nazionale di Calcio ai Campionati Mondiali 1934, la cui finale si disputò proprio a Roma, nello Stadio Nazionale. C’era poi un altro aspetto: l’assegnazione dei Giochi 1940 sarebbe stata per il regime “doppia vittoria”, visto che due anni dopo, nel 1942, Roma avrebbe dovuto ospitare la Esposizione Universale. Da subito la richiesta non trovò opposizioni, anzi si ebbe la sensazione contraria, visto che lo stesso movimento olimpico (ed in primis l’anziano Barone De Coubertain), da tempo spingeva per far svolgere una Olimpiade nella Città Eterna. Ma anche stavol-

ta, per una serie di coincidenze fattuali, l’ambiziosa ipotesi svanì a pochi passi dal traguardo: pochissimi giorni prima che il CIO adottasse la sua decisione (ndr: nella sessione di Oslo), l’ambasciatore del Giappone Yotaro Sagimura chiese a Mussolini di rinunciare all’organizzazione dei Giochi 1940 a favore di Tokio. Infatti proprio nel ‘40 si sarebbe celebrato il 2600º anniversario della dinastia regnante e l’imperatore Hirohito intendeva celebrare l’avvenimento con grande solennità. Mussolini, che aveva tutta la convenienza di rafforzare i legami dell’Italia con il colosso asiatico (…legami che ebbero poi concretizzazione nell’ormai imminente conflitto mondiale con il funesto “Asse Roma-Berlino-Tokyo”) autorizzò il CONI a ritirare la candidatura, lasciando così strada spianata a Tokio, ma pienamente convinto che nessuno avrebbe poi negata all’Urbe l’organizzazione dei Giochi del 1944, tant’è che Roma poté continuare a prepararsi “strutturalmente” a questo evento che sarebbe stato ritardato solo di quattro anni. Le cose andarono in maniera totalmente diversa: da lì a poco il mondo intero fu sconvolto da una apocalisse totale, colma di distruzione e morte, ed i due appuntamenti olimpici, del 1940 e del 1944, furono annullati.

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L’impianto più significativo dell’area Flaminia nella prima metà del Novecento

LO STADIO NAZIONALE

La sua storia si articola in tre specifiche fasi: quella iniziale dal 1911 fino a metà degli anni 20; la seconda, quando nel 1927 fu ristrutturato e ribattezzato Stadio del Partito Nazionale Fascista; l’ultima, dall’immediato dopoguerra fino al 1953, allorquando fu inaugurato ed entrò in funzione lo Stadio Olimpico.

Stadio Nazionale nel periodo 1911- 1927

Stadio Nazionale ebbe conLo vinto promotore e sostenitore Luigi Lucchini, presidente dell’I-

stituto Nazionale per l’Educazione Fisica. Il progetto e la realizzazione dell’impianto porta invece la firma di Marcello Piacentini, mentre la ditta costruttrice fu la V. Visentini & figlio di Torino. L’area ove fu costruito era di proprietà comunale, e fu scelta anche perché, pur decentrata, si trovava a poco più di un chilometro da Piazza del Popolo, cioè nel cuore della città. Per la struttura del progetto Piacentini si ispirò alla forma ad U allungata, caratterizzante lo Stadio Olimpico di Atene, mentre le decorazioni esterne che ornavano l’impianto presentavano un carattere tipicamente romano. Imponente l’ingresso, formato ai lati da due enormi corpi laterali che reggevano le colossali statue sedute rappresentanti la Forza e la Civiltà. All’interno, in posizione allineata, spiccavano quattro colonne, con-

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giunte tra loro per mezzo di corone e festoni di bronzo, sulle quali facevano bella vista le statue di bronzo simboleggianti le vittorie sportive di Terra, Acqua, Aria e Fuoco. L’area totale occupata dallo stadio era di circa 32.000 metri quadrati, sviluppati in circa 220mt in lunghezza e 120mt in larghezza. Conformemente al suo disegno ad U, furono realizzate due lunghe gradinate raccordate da un lato a semicerchio. L’altro versante invece rimaneva aperto e accoglieva due entrate per il pubblico, oltre l’ingresso degli atleti o dei protagonisti delle manifestazioni ospitate. All’interno dello Stadio (cioè l’area sportiva vera e propria) fu installata una pista di atletica di 400 metri. Sotto gli spalti, strutturati su due piani, si realizzarono locali destinati alla sede dell’Istituto Nazionale per l’Educazione Fisica, nonché altri locali quali palestre, bagni, refettori, uffici, sale di lettura, punti di ristoro

e foresterie per l’alloggio degli atleti. Dalla sua inaugurazione, avvenuta in pompa magna alla presenza dei Sovrani d’Italia, e fino a tutto il 1926, lo Stadio Nazionale fu esclusivamente destinato ad eventi di atletica leggera, e non ospitò mai gare di calcio di livello internazionale. LA RISTRUTTURAZIONE VOLUTA DAL REGIME Lo Stadio Nazionale comunque si proponeva come manufatto imponente e lo sport romano ne era orgoglioso, però, certamente per errori di progettazione ma anche per probabili limiti di costruzione, presto cominciò ad evidenziare criticità con preoccupanti lesioni interne. Ciò indusse l’ormai consolidato regime guidato da Mussolini, ben consapevole del potere simbolico “di dominio e di potenza” che una simile struttura poteva e sapeva esercitare sull’opinione


Documentario

pubblica, decise su diretta iniziativa di Augusto Turati (allora segretario del Partito Fascista) di dar vita ad una ristrutturazione globale dell’impianto. I lavori si realizzarono in pochi mesi e si conclusero nel 1927. Per dare maggiore significato politico all’opera, si decise di modificargli il nome in Stadio del Partito Nazionale Fascista. Diversamente dalla versione originale, la nuova tribuna centrale fu dotata di una tettoia a struttura in cemento armato di 75 metri per 20, ricoperta di legno ed eternit, sotto la quale furono collocati ben 7.000 posti. Nel lato di ingresso venne realizzata ex novo una piscina olimpionica all’aperto (vasca di 50mt, larga 18mt) con tanto di spalti per il pubblico, spogliatoi e servizi per gli atleti, nonché trampolini per i tuffi, compresa la spettacolare piattaforma di 10 metri. All’interno dell’impianto furono realizzati una seconda vasca coperta, numerose palestre, alloggi vari, nonché gli uffici della Direzione Generale del CONI e delle Federazioni Sportive. Furono anche razionalizzati gli spazi sotto la curva, destinandoli a vero e proprio albergo di tre piani, con ben 70 androni dormitorio, capaci complessivamente di accogliere 600 persone. Ovviamente fu dedicata molta attenzione al campo di calcio vero e proprio (…l’interesse verso questa disciplina stava crescendo in modo esponenziale, sia in Italia che all’estero), terreno di gioco che fu rimodulato secondo le regole internazionali dell’epoca (110mt x 60 mt), in modo da consentire lo svolgimento di partite internazionali. Fu adeguata alle normative del CIO anche la pista di atletica leggera, così che la sua forma originaria a ferro di cavallo si trasformò nella forma classica forma anulare, tramite la costruzione di un secondo raccordo

semicircolare. Aveva quattro corsie in curva e cinque sul rettilineo, e su di essa, nel 1932, fu posizionata provvisoriamente anche una pista ciclistica in legno, che fu sede di partenza, di passaggio e di arrivo dei Campionati del Mondo di Ciclismo su Strada. Fu ritoccato anche l’ingresso dello Stadio, sostituito da una facciata ancor più classicheggiante di quella originaria, composto da tre fronti alti e curvilinei formalmente separati da quattro colonne sulle quali sovrastavano imponenti gruppi bronzei dello scultore Amleto Cataldi, che raffiguravano il Calcio, la Corsa, la Lotta e il Pugilato (…per la cronaca, queste statue si possono ammirare ancor oggi nei giardini intersecanti le abitazioni del Villaggio Olimpico). L’uscita del pubblico dagli spalti era assicurata da una serie di canalizzazioni comunicanti direttamente con l’esterno, secondo il sempre efficiente modello adottato negli impianti dell’antica Roma. LUOGO DI EVENTI IMPORTANTI Per festeggiare la nuova ristrutturazione il 25 marzo 1928 si organizzò un evento calcistico di primissima qualità: l’incontro amichevole tra le nazionali d’ Italia e di Ungheria, con vittoria degli azzurri per 4 a 3. Tre anni dopo lo Stadio divenne il campo di gioco della Lazio e la “prima” biancoazzurra fu il derby contro la Roma, partita disputata il 24 maggio 1931 e terminata con il risultato di parità, 2 a 2. Quel pomeriggio però fu caratterizzato da una rissa finale (…certi “conflitti” tra le due squadre capitoline hanno origini lontane) che comportò la squalifica

Stadio Nazionale nel periodo 1947-1953

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di un turno sia alla Lazio che al Club Giallorosso, squadra che, lo ricordiamo, giocava invece presso il glorioso (nella tradizione romanista, ma anche popolana) Campo Testaccio. Il momento sportivo più eclatante delle Stadio si visse in occasione del Mondiale 1934, ed in tale occasione si rese necessario ampliare la capienza dell’impianto con interventi straordinari, quali una grande tribuna nello spazio occupato dalla piscina, e dei piani inclinati per posti in piedi situati dietro le porte del campo di gioco e sui rettilinei della pista podistica. Sempre per dovere di “cronaca storica”, ricordiamo che lo Stadio fu anche sede, il 22 aprile 1935, del primo incontro assoluto tra le Nazionali di rugby di Italia e Francia, che vide (…ed anche questa, ahimè, non è cosa nuova) i transalpini vincere per 44 a 6.

Raduno motociclistico con partenza dallo Stadio del PNF 1934

QUI LA ROMA VINSE IL SUO PRIMO SCUDETTO

LA DECADENZA

Dal 1940 lo Stadio divenne teatro di gioco anche della A.S. Roma e proprio su quel campo i giallorossi vinsero il loro primo scudetto nel campionato 1941-1942. Poi con la guerra, ed i suoi sviluppi nefasti, l’impianto perse in modo definitivo quello status di “potenza vincente” tanto idolatrato dal il fascismo. Poi con la liberazione di Roma nel 1944, fu requisito dalle truppe alleate, mentre le attività calcistiche di Roma e Lazio trovarono spazio rispettivamente la prima al Moto-Velodromo Appio, l’altra nel vicino Campo della Rondinella.

La terza fase dello Stadio Nazionale (ndr: dopo la Liberazione di Roma, dopo la fine della guerra e con la proclamazione della Repubblica, l’impianto finalmente riprese la sua denominazione originaria) fu quella della decadenza. Dal 1946 ricominciò ad ospitare le partite delle due squadre capitoline di serie A, ma poi col passare degli anni rilevò appieno i suoi limiti funzionali derivanti dalla sua planimetria ad U, dalla conseguente scarsa curva di visibilità per gran parte dei settori del pubblico, nonché dalle tante trasformazioni apportate durante il periodo bellico e poi da parte delle Forze Alleate. Ma la criticità più pesante era costituita dalla limitata capienza delle tribune, rispetto alla crescente domanda degli spettatori. Infatti quando riprese l’attività regolare del Campionato di calcio, i posti nelle tribune e nelle curve, durante le partite, erano sempre stracolmi di tifosi, oltre ogni limite di sicurezza e di agibilità. Questo fenomeno aveva un suo fondamento sociologico e psicologico ben preciso: infatti, a prescindere che dopo il 1945 la Capitale aveva visto forzatamente triplicato (per effetto della guerra e delle sue distruzioni ci fu un massiccio insediamento di sfollati provenienti dai paesi dell’entroterra) il numero dei suoi abitanti, era pressante nelle persone, di ogni ceto, status e cultura, la necessità di “ricominciare a vivere”. Si cercavano nuovi stimoli di divertimento e di svago, per vivere anche psicologicamente “la voglia di rinasce”, e cercando di gettarsi alle spalle i tanti traumi subiti negli anni precedenti. Lo sport, ed in particolare il calcio

La Statua de: LA LOTTA, uno dei bronzi che ornava l’ingresso dello Stadio Nazionale durante il Regime Fascista

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Documentario

col suo tifo viscerale che sapeva suscitare, offrirono un supporto essenziale in questo senso: l’andare allo Stadio la domenica era diventato appuntamento irrinunciabile per tantissime persone. UNA CURIOSITÀ Concludiamo infine il nostro racconto, ricordando una curiosità: dopo la tragedia aerea di Superga del 4 maggio del 1949, nella quale perirono i giocatori del Torino (la squadra più forte in assoluto in quei tempi), il mondo del calcio, i tifosi, i giornali, vollero chiamare l’impianto “Stadio Torino”. Eppure questa spontanea e sentita volontà popolare non fu mai avallata ed ufficializzata dal Comune di Roma, che dello Stadio era diventato proprietario. 1953: CALA IL SIPARIO Il 1953 mise la parola fine alla lunga ed avventurosa storia di questo autentico totem dell’impiantistica sportiva della Capitale, allorquando entrò in funzione il nuovo Stadio Olimpico, che tra l’altro fu eletto subito da Roma e Lazio come loro campo di gara. La demolizione arrivò nel luglio 1957, e subito dopo iniziarono i lavori di costruzione dello Stadio Flaminio, la cui attività iniziò nel 1959. Ma quella del Flaminio è un’altra storia, anch’essa sì gloriosa, perché fu teatro olimpico di Roma 60, ma molto più breve. E con un finale che, almeno ad oggi, sembra avvilente ed inglorioso. Ma dello Stadio Flaminio, erede del grande Stadio Nazionale, parleremo in un altro numero della Rivista.

NON SOLO CALCIO Il 31 agosto del 1932 lo Stadio Nazionale fu sede di partenza ed arrivo dei Campionati del Mondo di Ciclismo su Strada, con in palio due titoli: la prova in linea Uomini Dilettanti, di 137 km, e la prova in linea Uomini Professionisti, di 206,100 km. Ambedue le prove segnarono un autentico trionfo dell’Italia, con la vittoria di Alfredo Binda ed il secondo posto di Remo Bertoni tra i prof, e la vittoria di Giuseppe Martano nella categoria inferiore.

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Uno degli impianti più amati della Capitale, Villa Glori

CAVALLI E MONDANITÀ

La

costruzione dell’Ippodromo di Villa Glori iniziò nella primavera del 1925, nell’area compresa tra la via Flaminia e l’estremità del viale dei Monti Parioli, sotto la rupe dell’omonima Villa. La sua finalizzazione sportiva era specificatamente rivolta per le corse al trotto. Fu inaugurato l’8 dicembre dello stesso anno, in pompa magna, presenti i più importanti gerarchi fascisti, nonché la “crema” della nobiltà e dell’alta borghesia della Capitale. Non fu solo un centro per l’equitazione (…nel frattempo il Campo Parioli per il galoppo era stato smantellato e la sua attività trasferita in zona Capannelle), ma anche un polo di mondanità e di politica. La pista misurava 2000 metri, con varianti interne che permettevano percorsi ridotti fino ad 800mt. La tribuna per gli spettatori era collocata nella zona sottostante le rupi della vil-

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la. Presto divenne teatro di eventi ippici importanti, ospitando, già l’anno successivo, il Derby Italiano (emblema nell’ambiente degli ippodromi della competizione più importante), che per l’occasione assunse il nome di “Derby Reale”, con una dotazione di premi da capogiro, ben centomila lire! Da quel momento fu un crescendo di manifestazioni sempre più importanti, ed a testimoniarlo, anche sul piano formale, è la pomposità delle denominazioni delle stesse competizioni: il top fu raggiunto nel 1935, allorquando il Derby assunse il nome di “Gran Premio del Re e Imperatore”. Sul piano dei risultati propriamente sportivi solo dal 1935 cominciarono ad evidenziarsi performance di rilievo, e tra queste fece spicco quella del purosangue Aulo Gellio, guidato e allenato da Dino Fabbrucci, che vinse il Derby di quell’anno alla media di 1’23”4/10 sui 2400 me-

tri, un tempo certamente modesto per i giorni d’oggi, ma che resistette per ben 17 anni. Il pubblico romano si affezionò sempre di più a questo impianto, così come anche gli intellettuali dell’epoca, scrittori, commediografi, attori e registi, che ne fecero luogo d’incontro mondano e culturale. Fu ovviamente anche vetrina per l’immagine del regime fascista, che non mancò di utilizzare l’impianto anche per dar vita a diverse rassegne militari. In particolare, su volontà precisa del Duce, fu designato come sede della festa annuale della Polizia. Nel corso degli anni struttura e pista furono oggetto costante di lavori di miglioria, ed addirittura nel 1938 fu rifatto totalmente anche l’anello. Con la guerra, e nonostante le difficoltà emergenti, riuscì egualmente ad ospitare ancora per tre anni corse importanti, l’ultima delle quali, prima del forzato e


Documentario

ZONA A VOCAZIONE IPPICA La presenza di un impianto sportivo in una determinata zona (sia esso un paese, un comprensorio extraurbano, o anche uno spazio più circoscritto, come può esserlo un quartiere di una città) spesso costituisce un elemento trainante perché si sviluppi tra la popolazione residente voglia di partecipazione, anche attiva, nei riguardi di quella o quelle discipline sportive cui è stato finalizzato l’impianto medesimo. È il caso, per restare all’area del Flaminio, del mondo sportivo dei cavalli, ove è “tangibile” ancor oggi la vocazione sportiva della zona. Per riassumere: abbiamo detto che nel 1908 fu realizzato il Campo Corse Parioli, destinato al galoppo. Poi nel 1925, sotto la rupe di Villa Glori, tra la via Flaminia e l’estremità del viale dei Monti Parioli (…l’area dell’odierno Auditorium) venne costruito l’Ippodromo, che restò in funzione fino alla fine degli anni ’50. Negli ultimi anni di vita del Villa Glori il sodalizio Roma Polo Club cercò di svolgere una certa attività, ma poi dovette alzare bandiera bianca per l’inagibilità della struttura, con le tribune abbandonate diventate rifugio dei senza tetto del vicino Campo Parioli. Oggi comunque in questa zone, nonostante le vicissitudini sociali e le significative trasformazioni effettuate per le Olimpiadi del ‘60 e con la realizzazione del Parco della Musica, c’è ancora, pur se di modeste dimensioni, un importante insediamento dedicato all’equitazione: il maneggio della SS Lazio Equitazione “Villa Glori”, sito in via Maresciallo Pilsudski, sotto le pendici della omonima villa.

drammatico stop per l’aggravarsi degli eventi politici e militari, fu il Derby del 1943, che fu chiamato “Nastro Azzurro”, vinto da cavallo leggendario, Mistero, guidato dal celebre fantino Ugo Bottoni. L’ippodromo Villa Glori riprese la sua attività nel 1947 ed il 29 giugno, festività dei santi patroni di Roma, Pietro e Paolo, ospitò di nuovo il Derby. Sempre in quell’anno, il 18 ottobre, ebbe luogo la sfilata delle Forze di Polizia. L’Italia era diventata una Repubblica, e alla manifestazione, per mettersi idealmente alle spalle tutte le passate rassegne fasciste, assistette il Capo dello Stato Enrico De Nicola. L’ippodromo, nonostante che la zona fosse diventata un agglomerato di misere baracche, rifugio di sfollati e di nomadi, immersa in un disagio sociale e di povertà molto evidente, restò in funzione fino al dicembre del 1957, allorquando fu dismesso ed abbattuto per lasciare spazio alla costruzione del Villaggio Olimpico per i Giochi del 1960. Le attività di trotto furono dirottate nel nuovo impianto di Tor di Valle, che fu inaugurato il 26 dicembre del 1959.

VICINI ILLUSTRI L’argomento può sembrare “fuori luogo” (…non certo per il tema trattato, ma solo per localizzazione topografica), però è doveroso quantomeno darne una brevissima traccia, non avendone parlato nello scorso numero, quando affrontammo la narrazione sul Foro Italico. E così, per la giusta legge del “date a Cesare quel ch’è di Cesare” vogliamo ricordare che al di là del Tevere, sotto Monte Mario dal 1928 nacque la più antica scuola d’equitazione della Città Eterna, la Società Ippica Romana, meglio conosciuta come “la Farnesina”. Gli impianti furono ricavati nel 1928 da una antica fornace ai piedi dei Monti della Farnesina. Ed è lì, in quelle scuderie e su quei campi che sono nati e si sono plasmati le leggende dell’equitazione nazionale, come Piero e Raimondo d’Inzeo, che impararono a cavalcare sotto la severissima guida del padre, il maresciallo Carlo Costante D’Inzeo. Indubbiamente la “vocazione ippica” del quartiere Flaminio fu rafforzata ancor più da simile prestigiosa vicinanza.


IL QUARTIERE DEL PALLONE Quando il calcio viveva sul dilettantismo più puro

SCINTILLE GIALLO-ROSSE

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no dei club a cui i cittadini romani degli anni ’30 furono particolarmente legati è stata la S.S. Romulea (colori sociali quelli del Comune di Roma, amaranto-oro), che ha iniziato a muovere i primi passi in zona Flaminia, per poi trasferirsi, nel dopoguerra in zona San Giovanni. La S.S. Romulea venne fondata nel 1921e mosse i suoi primi passi in uno spazio del Campo Parioli, pressappoco nella stessa area dove nel 1925 sarebbe stato costruito l’ippodromo di Villa Glori. Dopo aver dovuto lasciare forzatamente il posto all’ippodromo, il sodalizio spostò la sua sede presso l’impianto dell’”Acqua Acetosa”, dove continuò la propria attività fino all’inizio della seconda guerra mondiale. La tragedia bellica sembrò segnare la fine definitiva della sua vita, ma invece nell’aprile del 1946, grazie ad un gruppo di appassionati, trovò nuova linfa ed anche una nuova sede operativa. Dalla zona nord della Capitale, si spostò a sud, nel quartiere San Giovanni, ove la nuova dirigenza si fece affidare in gestione l’impianto sportivo comunale Campo ROMA a via Farsalo (...durante il fascismo l’impianto si chiamava “Carlo Grella” e la strada aveva un altro nome, via Marruvio). Per capire meglio l’ubicazione, è collocato alle spalle della Basilica. La S.S. Romulea da sempre è stata una fucina prolifica per il calcio giovanile, dal cui vivaio uno dei club professionistici che ha potuto attingere talenti e promesse è stata la A.S. Roma. 12

I GOAL ARRIVANO PER RADIO

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data del 25 marzo 1928 la si deve ricordare non solo perché quel giorno fu inaugurato lo Stadio Nazionale, ma soprattutto perché, per la prima volta nella storia delle comunicazioni in Italia, fu mandata in onda per radio (dall’EIAR, odierna RAI) la prima radiocronaca diretta di una partita di calcio. Il telecronista fu un giovanissimo ventunenne, Giuseppe Sabelli Fioretti. Questi fu un grande giornalista sportivo, scrisse su molte testate, diresse il Corriere dello Sport e fu responsabile dell’Ufficio Stampa alle Olimpiadi di


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Roma. Suo figlio è Claudio Sabelli Fioretti, giornalista eclettico e firma delle più importanti quotidiani italiani, nonché ancor oggi personaggio radiofonico di particolare prestigio. In quel tempo Giuseppe Sabelli Fioretti lavorava alla redazione romana della Gazzetta dello Sport. Fu ingaggiato per la sua parlantina sciolta e corretta, e, dice la legenda, per l’occasione gli riconobbero un compenso di 100 lire. Alla partita quel giorno erano presenti trentaduemila spettatori, ma grazie alla sua voce i sette gol che caratterizzarono quell’incontro entrarono in tutte le case d’Italia. “Mi sistemarono sul gradino più alto della tribuna coperta dello stadio – raccontò poi lo stesso Sabelli Fioretti in una specie di cabina e con un microfono appeso a un trespolo”. Pur con la sana e meravigliosa incoscienza di poco più di ventenne, avvertì da subito, e se la portò dietro per tutta la vita, l’importanza storica di quel momento: la radio metteva al centro la parola e il calcio narrato diventava da allora in avanti un appuntamento imperdibile per migliaia di italiani. Giuseppe Sabelli

Fioretti fu anche grande esperto di filatelia sportiva: e fu bella cosa allorquando, per celebrare l’esordio della prima radiocronaca calcistica della storia, il Circolo Filatelico “Guglielmo Marconi”, curò la realizzazione di un francobollo (anno 1999, bozzetto di Pierangelo Brivio), ove era ritratto il giovane radiocronista intento a descrivere le diverse fasi di gioco. Per mera informazione cronachistica (ndr: ci ripromettiamo di affrontare su un altro numero della nostra rivista la storia sportiva della Radio e della TV) Sabelli Fioretti raccontò altre due volte via etere partite di football: l’11 novembre dello stesso anno per Italia-Austria, che fini 2-2, e poi l’anno dopo per lo spareggio scudetto tra Bologna e Torino. Dopo di lui arrivò Nicolò Carosio, che divenne il mito per eccellenza della radiocronaca calcistica. Questi iniziò la sua avventura in Radio nel 1933, con la radiocronaca della partita Italia-Germania (vinta dagli azzurri per 3-1), giocata nel Nuovo Stadio Littorio di Bologna. Ma questa di Nicolò Carosio è un’altra storia.

ENCLAVE LAZIALE

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robabilmente però la squadra per eccellenza, cui si caratterizzò (e forse si caratterizza ancora) la zona del Flaminio è la S.S. Lazio, e con essa il Campo della Rondinella, che è stato uno degli impianti a cui gli abitanti del quartiere erano più affezionati. Una affezione legata a diversi fattori, ma soprattutto perché si proponeva in una dimensione umana e popolare a dir poco affascinante. Questo campo sorgeva nell’area alberata compresa tra quella ove oggi c’è la curva Nord dello Stadio Flaminio ed il Palazzetto dello Sport. La denominazione “Rondinella” deriva dal nome ottocentesco “Vicolo della Rondinella”, così chiamato per riferimento all’insegna a forma di rondine di un’osteria ubicata da quelle parti, lungo un’antica strada d’epoca romana che collegava l’Urbe con il “bosco sacro” di Anna Perenna. L’impianto, di esclusiva tradizione laziale, fu co-

struito nel 1914 per iniziativa del presidente del sodalizio bianco-azzurro, Fortunato Ballerini, il quale dopo “lo sfratto” subito dalla sua squadra nel 1911 dal campo situato in Piazza d’Armi, riuscì ad ottenere dall’allora sindaco di Roma Ernesto Nathan, un nuovo terreno. Lo stadio aveva una linea semplice ma elegante. La tribuna centrale era in legno ed era coperta da una simpatica tettoia a falde inclinate. Anche gli spalti erano costituiti da ripiani a tavolato. Dal 1928 fu realizzato attorno al campo una pista per le corse dei cani, per cui per allenarsi la squadra doveva rispettare i turni d’attività del cinodromo. Nei decenni successivi Campo della Rondinella, fu campo di allenamento della squadra biancoceleste. Cessò la sua attività nel 1958, anche perché l’anno prima le sue tribune e molti servizi annessi furono totalmente distrutti da un incendio. 13


C’era una volta Primi passi di una disciplina affascinante

…QUANDO

NEL BASKET ERA AMMESSO IL PAREGGIO di Sergio Meda 8 giugno 1919 si disputò il L’ primo incontro ufficiale in Italia: all’Arena di Milano di fron-

te a 30mila (distratti) spettatori la partita finì 11-11. Gli sport che hanno origine in Nord America non ammettono il pareggio, un esito estraneo alla mentalità d’oltre oceano che risponde a due sole logiche: o fa riferimento ai pionieri – il baseball e il football Usa si basano sulla conquista del territorio – o nel caso di giochi con la palla o con il disco (basket e hockey ghiaccio) vale la logica della simulazione guerresca che prevede un solo esito: ci devono essere vincitori e vinti, al termine di una battaglia leale ma senza esclusione di colpi. Il pareggio, semmai, vale una tregua in attesa della conclusione, sancito dai tempi supplementari. Il basket fra i primi propone il confronto a oltranza, sino allo stremo delle forze. Gli extra time azzerano strategie e tattiche, valorizzano le energie residue e la lucidità, per chi sa conservarla. I tempi supplementari consentono gli individualismi, gli azzardi di tiri forzati, a volte scende in campo la forza della disperazione. Non a caso è passato alla storia, in Italia,

l’incontro che oppose nel 1998, in A-2, la Dinamo Sassari e la Lineltex Trieste, conclusosi sul punteggio di 121 a 116 dopo ben cinque tempi supplementari. Lontani, anzi arcaici, i tempi in cui la pallacanestro italiana cercava consensi non avendo ancora diritto di cittadinanza sportiva. In cui il pareggio poteva verificarsi perché le regole ancora erano incerte, in presenza di una disciplina importata solo di recente dagli Stati Uniti. Una disciplina che aveva trovato spazio soprattutto nel mondo dello sport femminile, grazie a Ida Nomi Venerosi Pesciolini, che nel 1907 aveva tradotto il regolamento di James Naismith, il padre fondatore, e ne aveva insegnato i principi alle “giovinette” senesi della Mens Sana in Corpore Sana che, vestite alla marinara – gonna bianca e gonna blu – si erano esibite a Venezia allo stadio militare di Sant’Elena durante il Concorso Ginnastico Nazionale di quell’anno. Uno sport che aveva trovato uno sbocco anche in Europa grazie ai soldati americani che nel 1913 a Parigi, in attesa di schierarsi in guerra, si divertivano praticando il basket che prediligevano. Uno sport che avrebbe trovato dignità

Si ringrazia Sergio Meda, prestigiosa firma per tanti anni de La Gazzetta dello Sport ed autore di molti libri, che anche stavolta ha prestato la sua preziosa collaborazione autorizzandoci la pubblicazione di un suo articolo, e confermando la sua concreta amicizia per la nostra Associazione.

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nelle Olimpiadi militari di Joiville Le Pont in programma nel 1919, l’anno del primo torneo internazionale tra gli eserciti alleati. In questo contesto storico l’8 giugno 1919 si gioca il primo incontro ufficiale della pallacanestro italiana, all’Arena Civica di Milano, oggi Arena Gianni Brera, tra la II Compagnia Automobilisti di Monza e gli Avieri della Malpensa. La gara finisce in parità, 11 a 11, di fronte a un pubblico eccezionale, oltre trentamila persone. Ma la partita vede spettatori disattenti, non pochi sono annoiati da un gioco che faticano a capire. In effetti la partita è solo uno dei momenti di contorno in attesa della conclusione del Giro d’Italia. I trentamila non sostavano sugli spalti dell’Arena per la pallacanestro, attendevano che dall’ingresso nello stadio voluto da Napoleone sbucasse il dominatore della corsa ciclistica, il primo campionissimo, Costante Girardengo.


Associazione Pensionati CONI

APEC RACCONTA Progetto pluriennale per il recupero e la divulgazione della storia dello sport italiano del XX secolo Ognuno deve sentirsi coinvolto nel lavoro d’assieme

SOCI, NON UTENTI di Massimo Blasetti

L’importanza dell’APEC per assolvere nel modo più incisivo un compito culturale di particolare importanza: recuperare e conservare la memoria dello sport nazionale. Si può fare, se i Soci tutti daranno il loro contributo di idee, di esperienze e di buona volontà.

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tutti sanno, “mettere a punto” un motore d’automobile da corsa, non significa ricostruirlo ex novo. E’ una operazione, che in realtà non ha mai fine, tesa a correggere, modificare, migliorare, ottimizzare la “resa” del motore stesso. L’esempio, senza l’assurda pretesa di paragonarci ai tecnici del prestigioso Team della Ferrari, calza a pennello riguardo il lavoro quotidiano della nostra Associazione. Spinti dall’unico obiettivo di far sì che l’APEC possa ben rispondere alle esigenze dei Soci, e sulla base di un programma approvato dall’Assemblea, cerchiamo, nel modo più dinamico possibile,

di predisporre e gestire una serie di attività e di iniziative confacenti alle aspettative. Ripercorrendo il lavoro degli ultimi sei mesi, possiamo affermare di aver rispettato questa impostazione operativa e, visti i risultati, ne siamo orgogliosamente soddisfatti. Soprattutto abbiamo potuto riscontrare, tra i soci coinvolti, il loro convinto gradimento. Ad esempio, davvero stimolanti sono stati i commenti positivi di chi ha partecipato alla Vacanza di Primavera, appuntamento ormai consolidato nel tempo, che tra quelli realizzati dall’APEC risulta essere senza dubbio il più gradito. Ci chiediamo: il motivo di questo successo, che

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si protrae già da alcuni anni, sarà forse nella sua collocazione stagionale (…la sensazione di “naturale ottimismo” che incute la parola “primavera”)? O, più probabile, nell’articolazione stessa di queste gite, limitate nei giorni di permanenza, contenute quindi nei costi, gradevoli sul piano meteorologico e climatico ed organizzate a regola d’arte? Certamente è una miscellanea di questi elementi, anche se il vero “asso nella manica” è costituito dalle mete che si vanno a visitare, luoghi che sanno suscitare l’entusiasmo tra i Soci e fanno crescere, di anno in anno, la loro domanda di partecipazione. E così è stato con la “gita di primavera” di quest’anno, quattro bellissime giornate di sole a Ferrara, Mantova, sul Delta del Po, (tra l’altro con una favolosa navigazione e pranzo a bordo sul primo fiume d’Italia) e con l’ultima tappa a Cortona. Giudizio analogo, con trend in crescita, anche per un’altra delle nostre “attività classiche”, il Torneo di Burraco, che anche quest’anno prevede il suo doppio appuntamento stagionale, primavera/autunno. Tra l’altro, l’ultimo torneo quello di aprile ha avuto una “convergenza astrale” favorevole, visto che siamo stati ospitati (ahimè, probabilmente “una tantum”) nella sede elegante e prestigiosa nel Circolo Sottufficiali della Marina Militare di Tor di Quinto. Al Torneo hanno partecipato 60 soci, numero mai raggiunto in passato. Sempre in questi sei mesi, abbiamo “fatto centro” in termini di adesione con due iniziative culturali, che hanno inaugurato l’attivazione di un segmento di attività basato sui “grandi eventi”, di cui, per fortuna, la nostra città di Roma non è mai stata deficitaria: ci riferiamo al “Giudizio Universale-Michelangelo”, lo spettacolo di Marco Balich (ndr: autore e regista di tante cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi olimpici) presentato all’Auditorium della Conciliazione il 22 marzo ed al “Viaggio nei Fori di Cesare e Augusto” realizzato da Piero Angela ai Fori Imperiali. I due eventi, anzi i due “grandi eventi” (come dimostrano le migliaia di spettatori che, ogni giorno, affollano i rispettivi botteghini, con prenotazioni che arrivano da tutto il mondo) hanno riscosso un consenso senza eguali da parte di moltissimi nostri soci, tant’è che ancor oggi ci arrivano sollecitazioni affinché i due appuntamenti possano essere “replicati”. Tra l’altro, e non è cosa di poco conto, con piacere abbiamo riscontrato l’adesione di colleghi non “habitué” delle nostre iniziative. In quest’ambito è nostra ferma intensione continuare su questa linea “editoriale”, cercando di proporre ancora “qualcosa di nuovo”, forti del fatto che i pensionati CONI sono tutt’altro che sordi alle iniziative culturali. Però, in tutto questo quadro, certamente positivo, proprio per il nostro modo di im-

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postare il lavoro emerge una esigenza per noi essenziale per poter fare sempre “meglio e di più”. C’è bisogno che la “relazione con i Soci” sia fondata sulla reciprocità. Ci spieghiamo meglio: più volte abbiamo sottolineato che la “comunicazione” rappresenta il filo conduttore su cui si muove l’Associazione: non crediamo di aver tradito questo nostro impegno. Ma la comunicazione non può essere a senso unico (cioè che parte solo da noi): abbiamo la necessità di essere anche dei “recettori” delle istanze dei Soci, delle loro indicazioni, delle loro informazioni, e, perché no, anche dei loro giudizi. In altre parole, vorremmo un maggiore coinvolgimento da parte di tutti alla vita dell’APEC, in modo che i Soci si sentano davvero inseriti nell’Associazione ed avvertano il senso d’appartenenza. E’ bene che si sappia che i giudizi dei Soci per noi sono importantissimi, per tenerne conto nella formulazione ed attivazione dei programmi e per ottemperare a “correzioni di rotta” laddove certe scelte possano sembrare meno consone ai più. Esempi concreti: fateci sapere quanti di voi vorrebbero tornare ad una vacanza in montagna (l’ultima l’abbiamo realizzata nel 2016), oppure quanto possa essere fattibile un viaggio all’estero e perché no, una crociera nel mediterraneo il prossimo anno. Ed ancora, quanti ritengono eccessiva la durata di due settimane per le vacanze al mare e magari, anche per contenerne i costi, vorrebbero tornare ai classici “nove-dieci pernottamenti” del recente passato. Proponeteci altre idee, suggeriteci altri obiettivi. Indicateci nuove soluzioni di attività. Per farlo basta una mail, scriveteci una lettera o semplicemente fateci una telefonata. L’APEC non può essere costituita solo da “soci utenti”, (come se fossimo in un Supermercato) che decidono di fruire, o meno, di questa o quella offerta. Per le finalità che persegue, per la sua stessa tradizione ultra-quarantennale, per come è strutturata, l’APEC sa bene che ogni socio, qualunque sia il suo ruolo, è parte integrante ed indispensabile dell’Associazione. Buone vacanze.


APEC Racconta

REGOLE & REGOLAMENTI PARLIAMO DEL SOCIO AGGREGATO E DEL SOCIO SOSTENITORE

NUOVI ORIZZONTI Una associazione che allarga le sue porte anche ad altri soggetti, comunque “connessi” al mondo dello Sport, dimostra di saper guardare avanti ed avere piena coscienza dei propri impegni e delle proprie responsabilità

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ochi mesi fa sono state introdotte alcune importanti modifiche regolamentari, che se avremo l’acume di gestirle bene (con l’auspicabile coinvolgimento di tutti i Soci), potranno essere portatrici di “grande energia” per la nostra Associazione, con la concreta prospettiva di raggiungere, come dice il titolo, “nuovi orizzonti”. Parliamo soprattutto della creazione di una nuova figura sociale, quella del Socio Aggregato, oggi finalmente prevista dal nostro Statuto, grazie alle modifiche approvate nei mesi scorsi dalla Giunta Nazionale del CONI, su proposta della nostra Assemblea. Chi è il Socio Aggregato? Possono esserlo i familiari e gli amici di un Socio Effettivo, la cui richiesta di tessera (elemento che comprova l’adesione del richiedente e soprattutto la dichiarazione esplicita di riconoscere e far proprie le finalità dell’APEC) sia comunque presentata

dal Socio effettivo ed approvata dal Consiglio Direttivo. Questa novità ci consente di “spalancare la porta” ad un’altra, ancor più stimolante categoria. Possono tesserarsi come Soci Aggregati anche coloro che hanno avuto un contratto di collaborazione con il CONI o con una Federazione Sportiva (parliamo di Dirigenti Sportivi, Allenatori, Tecnici, Medici, Fisioterapisti, Preparatori Atletici, altro personale operativo) oggi in pensione, che hanno dedicato gran parte della loro vita allo sport, da professionali o anche da volontari, e dando anche loro quindi quel contributo e quel sostegno che ha fatto dell’Italia sportiva una delle più avanzate nazioni del mondo. Il costo della tessera per tutti i Soci Aggregati è di 30 euro. Il Socio Aggregato ha diritto di partecipare a tutta l'attività dell’Associazione: potrà quindi usufruire delle convenzioni, degli sconti, delle iniziative culturali e del tempo

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libero (viaggi, vacanze ecc.). L’unica differenza che lo distingue dal Socio Effettivo è quella che non potrà votare nelle Assemblee Elettive, né candidarsi alle cariche sociali. Inoltre dobbiamo ricordare anche il Socio Sostenitore già previsto dallo Statuto da moltissimi anni. Chi è il Socio Sostenitore? Possono richiedere questo tipo di tessera i dipendenti CONI o delle Federazioni Sportive che sono ancora in servizio. Si è voluta concretizzare l’opportunità per coloro che svolgono ancora attività lavorativa all’interno dello sport italiano, di essere coinvolti, assieme ai Soci Effettivi APEC (pensionati), per dare un concreto seguito ad uno dei fini istitutivi primari dell’APEC, quello cioè di recuperare e mantenere vivi, integri e genuini i valori assoluti che da sempre, ieri ed oggi, hanno contraddistinto i lavoratori del CONI e delle FSN. La quota per il Socio Sostenitore è la medesima di quella del Socio Effettivo, cioè € 24 annui. La nuova figura del Socio Aggregato è una grande novità. Potendo contare su un numero maggiore di Soci, l’APEC acquisirà maggiore capacità contrattuale ed otterrà

ulteriori facilitazioni e più consistenti sconti. Però è doveroso sottolineare che il raggiungimento di tale ambizioso ed utile obiettivo, è collegato alla assoluta necessità che ogni socio si faccia carico di promuovere e diffondere tale iniziativa. Insomma ci auguriamo che sarete in tanti a diventare veri e propri “PROMOTER”, facendo tesserare vostri familiari e amici ed anche cercando di coinvolgere chi, di vostra conoscenza ed oggi in pensione, abbia avuto contratti professionali con il CONI o con Federazioni Sportive. Proprio per incentivare questa campagna promozionale, il recente Consiglio Direttivo del 20 giugno ha deliberato di non aumentare il costo della tessera, nonostante i costi per l’Associazione siamo notevolmente cresciuti. Nel momento in cui andiamo in stampa, abbiamo già tesserato 27 nuovi Soci Aggregati. Proviamoci tutti assieme, anche perché, allargando la nostra già bella “famiglia” saremo arricchiti da una maggiore circolazione di idee. Insomma, mai come in questo caso, il detto “più siamo e meglio siamo!” è più appropriato.

> ALTRE NOVITÀ REGOLAMENTARI Nel processo di revisione ed aggiornamento dei regolamenti, sono entrate in vigore altre disposizioni: la quota sociale è riferita sempre all’anno solare e scade il 31 dicembre di ogni anno; detta quota deve essere versata entro il 31 marzo (salvo per i titolari di Pensione del Fondo, che possono fruire, su specifica delega all’Ufficio CONI preposto, della rateizzazione mensile con detrazione sulla loro pensione); la nuova istituzione dei Fiduciari Periferici, uno per il nord, uno per il centro, uno per il sud; la integrazione sulla modalità di convocazione delle Assemblee Annuali e degli organi dirigenti, che prevedono la possibilità dell’utilizzo della posta elettronica, in sostituzione della modalità epistolare a mezzo posta.

> INVARIATE LE QUOTE SOCIALI 2019 Il CD nella ultima riunione del 20 giugno ha deliberato di mantenere per il 2019 l’attuale quota annuale di € 24 per i Soci Effettivi e di € 30 per i Soci Aggregati. Si evidenzia che detta quota non ha mai subito variazioni in aumento da quando è sorta l’Associazione (cioè da 44 anni), pur se in questi anni si sia registrata la lievitazione del costo della vita (anche conseguente al passaggio valutario dalla Lira all’Euro) e soprattutto si sia verificata una costante e marcata riduzione dell’entità dei contributi CONI. Detta decisione è motivata dalla decisione di dare concreta risposta alla campagna di proselitismo che si sta conducendo da due anni a questa parte a favore dell’Associazione. Su tale “lunghezza d’onda” si è deciso altresì che i nuovi soci che intendono aderire all’APEC per il 2019 possano farlo già a partire dal prossimo 3 settembre, versando un’unica quota associativa annua: il loro tesseramento sarà immediatamente attivo e valido a tutti gli effetti, ed avrà scadenza al 31dicembre 2019.

> CHIUSURA DEGLI UFFICI NEL PERIODO ESTIVO La Segreteria rimarrà chiusa da venerdì 29 giugno fino a tutto domenica 2 settembre. Riprenderà la sua attività, negli orari e nei giorni ormai consolidati (dalle ore 9.30 alle 12.00 dal lunedì al giovedì di ogni settimana), a partire da lunedì 3 settembre.

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APEC Racconta

MEMORIE DI SPORT I MIEI GIOCHI DELLA GIOVENTÙ di Mimma Turi

Mimma Turi, sempre sensibile ed attenta alla mission culturale dell’APEC, ci ha proposto questo articolo, che riguarda un tema molto caro per tanti dipendenti CONI, e non solo..

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orrei parlare dei Giochi della Gioventù, anche perché furono istituiti nel 1968, proprio l’anno in cui entravo al CONI. Mi affezionai subito a questo evento, anche perché avendo una età di poco più grande dei ragazzi partecipanti in cuor mio (…si può anche sognare qualche volta, no?) mi sarebbe piaciuto gareggiare con loro. Non potendolo ovviamente fare, mi è sempre piaciuto seguire la loro evoluzione nel corso delle diverse fasi di quella che era considerata una vera e propria “piccola Olimpiade”. Ma soprattutto mi colpì l’intuizione che ebbero i massimi dirigenti CONI inventandosi i Giochi: era un'epoca dove avevamo poco, ed il Paese, forse affannato da molte altre questioni, non curava affatto in modo coordinato gli sport di base, delegando tutto (ma nel contempo ignorandolo) l’associazionismo di base, e tralasciando così quelle opportunità di relazioni e di confronto, strumenti essenziali per avvicinare i giovani allo sport. I Giochi della Gioventù furono un passaggio importante di un lungo processo di maturazione e di fatti concreti avviato dall’Ente in quegli anni. Nel 1968 Segretario Generale del CONI era Mario Saini, ma fu il suo predecessore, Bruno Zauli, che ebbe negli anni ’50, assieme al Presidente Onesti, l'intuizione di procedere alla costruzione di impianti sportivi provinciali per la popolazione scolastica. Fu questa la scintilla che permise agli studenti di avvicinarsi allo sport, che poterono praticarlo, sotto la guida degli insegnanti di educazione fisica, negli impianti scolastici. Ed in quelle sedi si articolarono le tante fasi territoriali dei Giochi. Tranne che per la Fase Finale, ove, negli anni ’70 venivano interessate circa una cinquantina di specialità sportive. Permettetemi un rilievo amaro: oggi, ai “Campionati Studenteschi”, parvenza millesimale di quel che costituì quel grande evento, sono solo sei le discipline che prevedono una fase finale. E pensare che

nel periodo migliore (a metà degli anni 70) i Giochi della Gioventù coinvolsero i ragazzi delle Scuole Superiori di tutta Italia, arrivando alla cifra di quasi due milioni di giovani! Si cominciava con le fasi comunali, poi quelle provinciali, quindi le gare regionali e i migliori andavano alla Finale Nazionale che di solito aveva la sua conclusione nello Stadio dei Marmi del Foro Italico a Roma. Tanta allegria, tanta voglia di vincere. E gli accompagnatori, tutti impegnati e consapevoli del significato sportivo ed educativo di quell’evento. Uno spettacolo bellissimo, indimenticabile. I Giochi insomma fecero capire quale poteva essere la più efficiente formula per far crescere lo sport italiano: portare i ragazzi sui campi e far provare loro in modo concreto cosa sia veramente lo sport, anche attraverso l’agonismo, che se vissuto ed interpretato nel modo giusto, rappresenta una valida scuola di vita! Certo che tale evenienza fu possibile per una indispensabile “congiunzione astrale”: in quel periodo il CONI era “fortissimo economicamente” grazie al Totocalcio, i cui incassi settimanali erano davvero cospicui, tant'é che era tenuto ad erogare allo Stato un quota ( all’incirca il 26%) del Montepremi. Oggi si è invertito il meccanismo: più nessuna entrata diretta ed è lo Stato che deve erogare al CONI i contributi, ma non certo di pari entità, per cui le finanze dell’Ente sono talmente limitate che non sarebbe più possibile rinnovare quelle esperienze, peraltro non ripetibili anche perché non rientra più tra le sue competenze l’attività sportiva scolastica. Un vero peccato fu davvero una bella avventura con la quale il CONI (anche grazie all’insostituibile apporto di noi dipendenti) portò promozione ed anche divertimento per lo sport su tutto il territorio nazionale. C’è da augurarsi che possano attivarsi “nuove congiunzioni astrali” (o di lungimiranza politica e dirigenziale?) per poter rivivere quelle belle sensazioni di quegli anni.

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Un’attività a 360° con tanti rivoli e sfaccettature. Questa è l’APEC

DAVVERO “TANTA ROBA”

L’Associazione, per poter perseguire le finalità basilari per le quali ben 44 anni fu fondata, deve muoversi su più fronti, con l’obiettivo primo di garantire quanto recita l’art. 2.1 dello Statuto: tenere uniti tutti i Soci che hanno vissuto e vivono in comunità di intenti e di operosità la vita e le vicende dello Sport italiano. Perché sia compreso meglio il senso delle affermazioni riportate nel sommario, preferiamo, a titolo esemplificativo, proporre in maniera schematica ciò che si è realizzato nei primi sei mesi di questo 2018.

> ASSEMBLEA ORDINARIA E ASSEMBLEA STRAORDINARIA - 7 FEBBRAIO 2018 Al Palazzo delle Federazioni di viale Tiziano 74 si sono svolte le due Assemblee, nel corso delle quali è stato approvato dai Soci il Bilancio Consuntivo 2017 e le modifiche allo Statuto, con l’introduzione del Socio Aggregato. > CONVENZIONI Sono state confermate tutte le Convenzioni presenti lo scorso anno, ed ad esse è stata aggiunta anche quella con MAXPC per l’assistenza al computer ed ai telefonini (tel.06-3236106 - whatsApp 338-5440329). L’elenco dettagliato delle convenzioni è consultabile sul sito ufficiale www.pensionaticoni.it. Riepilogando, abbiamo convenzioni con Groupama per assicurazioni auto e casa ( sig.a Lipparelli tel.347-3366060), con l’ Istituto di Scienza dello Sport dell’Acquacetosa (visite mediche specialistiche, esami strumentali, fisioterapia ecc.), con la MBA per l’assistenza sanitaria senza limiti di età,, con lo studio dentistico Rosica-Saraceni nel quartiere Flaminio (tel.06-3233113), con la Banca Fideuram (sig. Simonazzi tel.338-4113422 ) che assicura ai Soci che aprono il conto corrente l’assoluta mancanza di costi di gestione, oggi molto importante vista la mancanza di interessi attivi. Inoltre la Banca Fideuram assicura investimenti senza commissione di ingresso o di uscita. Con l’arrivo dell’estate è stata rinnovata anche la convenzione con lo Stabilimento Balneare La Lucciola a Maccarese (km.28 della via Aurelia tel.066671488) ed è stata riconfermata anche la convenzione per l’Assistenza Fiscale con l’U.C.I Unione Coltivatori Italiani – Sede Zonale di Roma Flaminio - responsabile rag.Paolo Ruzzini, presente presso la nostra Segreteria ogni martedì. VI

Gli sconti per tutte le convenzioni variano dal 20 al 30% per i nostri Soci. Per ogni ulteriore informazioni la nostra Segreteria è a disposizione per dare ogni ragguaglio e delucidazione Segreteria da lunedì a giovedì ore 9.30-12.00 tel. 06-32723228 oppure 06-32723229. > TORNEO DI BURRACO DI PRIMAVERA Si è concluso, con grande successo, il Torneo di Primavera di Burraco presso l’elegante Circolo Sottufficiali della Marina Militare di viale Tor di Quinto. Si è svolto nei quattro venerdì del mese di aprile, ed ha registrato la partecipazione di ben 60 Soci. Per la prima volta il Torneo ha visto la vittoria a pari merito di due coppie, arrivate entrambe a 144 punti: Giansanti-Palladini e Mariani-Vaiani. Alla fine di ogni singola giornata di gara è stata offerta dall’Associazione una cena a base di pizza.. > CORSO DI BURRACO Presso la sede APEC si è svolto il primo corso di Burraco per principianti. La collega, nonché componente del Direttivo, Rita Ingegneri, da molti anni giudice-arbitro della disciplina, ha condotto e diretto gratuitamente tale corso, che è risultato particolarmente gradito ai (pur pochi) partecipanti. > GITA DI PRIMAVERA Ben cinquanta Soci hanno partecipato alla gita di quattro giorni (cioè il numero limite che ci eravamo prefissi, per evidenti esigenze organizzative), ove, accompagnati costantemente da valenti guide turistiche, hanno potuto visitare le magnifiche città di Ferrara e Mantova, ma anche “navigare” su una ospitale motonave lungo il Delta del Po (con tanto di pranzo a bordo). La gita ha visto poi il suo coronamento con la visita, sulla strada del ritorno, in Toscana, della bellissima Cortona.


APEC Racconta

> VACANZE ESTIVE A VIESTE NEL GARGANO La scelta di quest’anno, per le tradizionali “vacanze estive” dell’Associazione, è caduta sul Gargano: ben due settimane complete (dal 24 giugno all’8 luglio) presso una location di primissima categoria, l’Hotel I Melograni di Vieste, con spiaggia privata. Inserita nella vacanza anche una gita pomeridiana, in pullman, tra le più belle località della zona. Anche in questa edizione, si è registrato un alto numero di adesioni. > CONTINUANO LE PUBBLICAZIONI DI APEC RACCONTA Riconosciuta dal CONI come “progetto speciale 2018”, APEC RACCONTA è un opuscolo che si propone di rappresentare, assieme alla rivista Cinque Cerchi d’Argento, un importante ed utile strumento per consentire alla nostra Associazione di perseguire uno degli obiettivi fondanti previsti dal suo atto costitutivo: quello di recuperare testimonianze, informazioni, documenti fotografici ed aneddoti riguardanti la storia dello sport italiano. Chi meglio dei dipendenti CONI oggi in pensione, con i loro ricordi e con le loro testimonianze (dirette sul campo o “dietro le quinte”) può garantire il raggiungimento di tale importante obiettivo? APEC RACCONTA quindi rappresenta un valido “terminale” ove appunto annoverare e registrare i tanti “segmenti” di quella storia". Onde garantire la diffusione tra tutti i soci (stimolandoli nel contempo a sentirsi coinvolti, e dare, a loro volta, un contributo di ricordi in tal senso) l’opuscolo (chiaramente in formato cartaceo) è stato inviato a tutti i nostri Soci nel mese di aprile.

> AUDITORIUM DELLA CONCILIAZIONE Il 22 marzo è stato un pomeriggio speciale per i Soci, che hanno potuto assistere, a prezzi speciali, allo spettacolo “Il Giudizio Universale” – Michelangelo”, uno spettacolo di Marco Balich, con musiche di Sting e voce di Pierfrancesco Favino. Circa 90 minuti di spettacolo di altissima qualità, nel corso del quale è stata rivisitata, in una atmosfera speciale 3D, la Cappella Sistina, ed in questo contesto sono state date spiegazioni dettagliate di tutte le opere. La rilevante richiesta di adesioni ha fatto sì che l’evento (con biglietti a prezzo scontato) sia stato replicato poche settimane più tardi. > TEATRO DELL’OPERA È stata confermata la convenzione con il prestigioso teatro lirico romano. Periodicamente ci vengono proposte iniziative a prezzo particolarmente scontato (anche il relazione alla posizione dei posti in platea che ci mettono a disposizione) e soprattutto all’importanza culturale delle rappresentazioni e degli artisti coinvolti. > SERATA AI FORI IMPERIALI Altra iniziativa che ha visto un gran numero di Soci coinvolti, è stata la visita al Foro di Cesare ed al Foro di Augusto, due eventi consecutivi realizzati da Piero Angela e proposti all’APEC ad un prezzo notevolmente scontato, laddove il contenuto delle due visite, la imponenza e la bellezza del luogo, le luci, la musica ed una serata con un cielo particolarmente stellato, hanno reso indimenticabile un simile appuntamento di caratura mondiale.

> CINQUE CERCHI D'ARGENTO La rivista al momento ha una uscita “doppia” ogni semestre. Il numero 3-4 è stato inviato al domicilio dei soci nel periodo fine dicembre-inizi di gennaio (…purtroppo siamo stati vittime di un grave disguido postale, non imputabile assolutamente a noi, e così un certo numero di soci non ha ricevuto il giornale. Comunque il problema abbiamo cercato di recuperarlo, allorquando ci sono arrivate le segnalazioni di chi non aveva ricevuto il plico postale). Il presente numero doppio 5-6 (evitiamo di soffermarci sulla “qualità” della Rivista, i contenuti parlano da soli…) copre, con puntualità il periodo gennaio-giugno 2018. Ci fa piacere che abbia riscosso consensi unanimi non solo dai Soci ma anche dalla Dirigenza del CONI. VII


APEC Racconta E per concludere, ciò che è previsto per il secondo semestre di quest’anno

…ANCORA TANTI APPUNTAMENTI E NOVITÀ In armonia con il lavoro svolto nella prima parte dell’anno, è stato predisposto un programma “niente male” fino al prossimo dicembre. Tutto da gustare.

> NUOVE TESSERE APEC Importante novità per l’Associazione: verranno stampate le nuove tessere per tutti i Soci, tipo carta di credito e saranno spedite per posta ai Soci che non potranno ritirarle direttamente in sede. > TORNEO AUTUNNALE DI BURRACO

È previsto si svolga a cavallo tra i mesi di ottobre e novembre. La location sarà nota entro fine settembre, con formula e modalità di svolgimento eguali a quelle del precedente torneo primaverile.

> LE CONVENZIONI CON I TEATRI

Le convenzioni in essere lo scorso anno con i principali teatri della Capitale sono state confermate in linea di massima dalle rispettive Direzioni Artistiche. Come è consuetudine, i dettagli degli spettacoli a prezzo convenzionato saranno conosciuti entro la fine di settembre.

> GITA A NAPOLI DI DUE GIORNI

Il programma delle gite si arricchisce con una destinazione prestigiosa: Napoli. La visita alla città, essendo particolarmente ricca di luoghi da visitare (tutti con l’ausilio di una guida), durerà due giorni, con un pernottamento in un elegante e funzionale hotel. Si partirà in pullman l’11 ottobre mattina per rientrare il 12 ottobre verso le ore 20.

> MATTINATA AL PANTHEON

I Soci che lo desiderano potranno visitare, con una guida a disposizione, il Pantheon e la Chiesa di Santa Maria sopra Minerva la mattina di venerdì 9 novembre.

> ALTRE INIZIATIVE

Sono allo studio, e sarà data ampia informazione entro il mese di settembre, una serie di iniziative culturali, contenute nello spazio di una mattinata.

Ultimissima annotazione all’attenzione dei Soci

IL COMPUTER È UN NOSTRO ALLEATO Non considerateci maniacali, ma dobbiamo dire qualcosa, anche oggi, sulla utilità anche per la nostra Associazione, di avvalerci dell’informatica. Ben sappiamo che purtroppo è un discorso ancora ostico per diversi nostri soci, soprattutto i più anziani: ma è un tema che non possiamo tralasciare, perché fa parte di un cammino senza sosta e senza ritorno. E’ una realtà che è diventata parte integrante ed insostituibile del vivere quotidiano. Come ribadito più volte (e come queste stesse pagine confermano) stiamo facendo del tutto (anche con ripercussioni notevoli sul bilancio) per garantire a chi “non ci riesce proprio” ad avvicinarsi ad un computer, di essere comunque informato delle attività dell’Associazione. Ma con altrettanta convinzione, non possiamo esimerci dal sollecitare quanti più soci possibile, di avvalersi anche delle potenzialità (innumerevoli ed infinite) consentite da questo “nuovo percorso” di comunicazione. Possiamo contare, ad esempio, su un sito internet, il www.pensionaticoni.it, costantemente e quotidianamente aggiornato, dal quale poter leggere ogni informazione, scaricare ogni documento ed ogni fotografia, e col quale (e non è poco per

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una Associazione e per i suoi soci!) poterci relazionare in varie modalità. Tra l’altro è un sito che può rappresentare davvero lo “scrigno prezioso” ove raccogliere i nostri ricordi. Dal prossimo autunno, dopo un periodo di rodaggio sperimentale, attiveremo in modo sistematico anche una PAGINA FACEBOOK APEC, un account INSTAGRAM (dal quale inserire e scaricare foto) nonché un account Twitter, ove esprimere giudizi, opinioni, posizioni sui fatti dello sport italiano (…ed anche di quelli riguardanti l’Associazione). Ed accentueremo l’invio periodico di newsletter. Ed a questo proposito vi invitiamo a verificare se la nostra Segreteria sia in possesso del vostro corretto indirizzo di posta elettronica. Ed approfittiamo per suggerire a coloro che non hanno computer o un tablet, oppure hanno un telefonino “all’antica” (non smartphone) di chiedere a qualche congiunto o amico la possibilità di “farsi interlocutori” per le vostre relazioni con l’APEC. In altre parole chiedete se mettono a disposizione il loro indirizzo mail, sul quale poter mandare le nostre comunicazioni, che poi loro, cortesemente potranno riferirvi. Tentare non nuoce.


I Grandi Uomini dello Sport

Una testimonianza diretta su un grande dello sport italiano, Cesare Rubini.

UN VERO MITO

Spaziò, lasciando tracce indelebili, dalla pallanuoto alla pallacanestro: vestì la maglia azzurra in entrambe le discipline. Allenatore di grandi team e CT della nazionale italiana, lo chiamavano “il Principe” per il suo modo di porsi e di imporsi. Nessuno ha partecipato ai Giochi Olimpici con due sport differenti. Nessuno ha mai vinto tanto come lui. Allenatore della Simmenthal Milano vince nove scudetti e proietta il team milanese nel panorama internazionale grazie alla vittoria della Coppa dei Campioni nel 1966. di Massimo Blasetti

1952, salone del Quirinale. Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi riceve gli atleti della squadra azzurra partecipanti alle Olimpiadi di Helsinki. Nella foto si intravede il Presidente del CONI Giulio Onesti, il Vicepresidente del CONI e Presidente della Federciclismo Adriano Rodoni, ed un giovane Giulio Andreotti, all'epoca sottosegretario del 7° Governo De Gasperi

Ho

avuto la grande fortuna di conoscere bene Cesare Rubini quando, nel 1979, cominciai a lavorare con lui nel Settore Squadre Nazionali della Federazione Italiana Pallacanestro. Dieci anni di lavoro, dieci anni intensi, nel corso dei quali ci siamo sentiti mille volte al giorno, per preparare i programmi, i raduni, le trasferte per gli Europei, i Mondiali e i Giochi Olimpici. Non so quanti viaggi abbiamo fatto insieme, sopralluoghi e trasferte in tutto il mondo, quasi sempre con la nazionale italiana. Mi stimava e questo mi dava una grande carica. Si instaurò un rapporto che non si limitò solo a tematiche lavorative, nacque una grande e sincera amicizia che si rafforzò con il tempo. Rubini non conosceva ostacoli, li superava tutti con le buone o con le cattive. Inutile dire che questa esperienza mi ha permesso di crescere, di imparare molte cose, di affrontare meglio situazioni complesse che poi mi sono capitate nella vita e nel lavoro. É ricordato come un grande atleta, un mito dello sport italiano. Un atleta che ha vestito la maglia az-

zurra del Settebello con la nazionale di pallanuoto, ma la maglia azzurra l’ha vestita anche con la nazionale di pallacanestro vincendo molto in tutte e due le discipline. É stato anche un grande allenatore di pallanuoto, ma ancora di più di pallacanestro con il suo record di scudetti vinti con il Simmenthal Milano. E poi tante gare internazionali, Campionati Europei, Mondiali, Giochi Olimpici con due sport diversi. Tutto questo è semplicemente incredibile. Nella storia dello sport italiano ci sono stati ufficialmente solo altri tre atleti che hanno praticato due diverse discipline, e magari ce ne saranno ancora altri, ma nessuno ha raggiunto dei vertici così elevati. Nessuno ha partecipato ai Giochi Olimpici con due sport differenti. Nessuno ha mai vinto tanto come lui. Nato a Trieste nel 1923, Rubini inizia la sua carriera sportiva come cestista, ma ben presto la sua più grande passione diventa la pallanuoto. Lo scoppio della seconda guerra mondiale ferma per alcune stagioni tutti i campionati e le manifestazioni internazionali, ma una volta terminato il conflitto Rubini torna a ci15


Cesare Rubini (a dx) con Sandro Gamba (al centro) e Dino Meneghin (a sx)

mentarsi ad alto livello in entrambi gli sport. Nel 1946 vince la medaglia d’argento agli Europei di basket di Ginevra, mentre a settembre 1947 sale sul gradino più alto del podio con la nazionale di pallanuoto, ai Campionati Europei di Montecarlo. L’anno successivo, il 1948, è quello delle Olimpiadi di Londra e la concomitanza fra i tornei di basket e pallanuoto obbliga Rubini ad una scelta. Il suo amore per la piscina e le maggiori possibilità di vittoria della nazionale di pallanuoto, chiamata Settebello proprio in quella occasione, portano Rubini a scegliere la vasca. Arrivata come una delle favorite, l’Italia non delude le attese e conquista la prima vittoria olimpica in questo sport. Da qui in poi una serie di importanti risultati contribuisce alla nascita del mito del Settebello e, di pari passo, alla crescente popolarità di Rubini come giocatore. Tesserato per la Canottieri Olona di Milano, tra un match e l’altro di pallanuoto, Rubini colleziona vittorie e risultati nel basket con l’Olimpia Milano di Adolfo Bogoncelli. Dal 1950 al 1954 vince cinque scudetti consecutivi e nel bel mezzo di questa serie conquista la medaglia di bronzo con la Nazionale di pallanuoto alle Olimpiadi di Helsinki 1952. Il quarto posto del Settebello a Melbourne 1956 è l’ultima apparizione olimpica da giocatore di Rubini, che dall’anno successivo si dedica esclusivamen16

te al ruolo di allenatore. Come giocatore ha sempre privilegiato la pallanuoto, ma è il basket a renderlo grande come coach ed a fargli ottenere ottimi guadagni. Mi raccontò che, quando decise di dedicarsi soltanto al basket, ebbe l’idea di far arrivare in Italia i famosi calzettoni americani da noi chiamati “tubolari”. Quelli verticali senza tallone, che riuscì a comprare negli USA ad un dollaro per poi rivenderli in Italia a due. Ne arrivarono centinaia di migliaia in poco tempo. Una bella cifra. Ritornando all’attività sportiva, sulla panchina dell’Olimpia Milano (meglio conosciuta come Simmenthal Milano) vince nove scudetti e proietta il team milanese nel panorama internazionale grazie alla vittoria della Coppa dei Campioni nel 1966 e della Coppe delle Coppe nel 1971 e nel 1972. Nel 1973 arriva alla Federazione Italiana di Pallacanestro e diventa Consigliere Federale. Nel 1979 gli viene affidato il compito di dirigere il Settore Squadre Nazionali della FIP e con il suo lavoro contribuisce ai grandi risultati ottenuti dalla Nazionale maschile negli anni ‘80. Senza mezzi termini, appena arrivato a dirigere il Settore, chiama alla guida della nazionale il suo amico di sempre, Sandro Gamba, ex azzurro ed allenatore di grande fama, molto stimato all’estero, ma soprattutto negli Stati Uniti. Gamba sostituisce Giancarlo Primo,


I Grandi Uomini dello Sport

DISSERO DI LUI LUCA CHIABOTTI (La Gazzetta dello Sport dell’8/2/2011) “Se non ci fosse stato, la pallacanestro italiana sarebbe diversa. Avrebbe perso decine di anni, nei quali Rubini con invenzioni, illuminazioni e coraggio ha creato il basket moderno, anche nel modo di vestirsi, di comunicare, di rompere le piccole barriere di uno sport che si giocava all’aperto, portato fino ai pienoni del Palasport di Piazza 6 febbraio, del Vigorelli, della popolarità, dei giocatori delle Scarpette Rosse chiamati sul set di film importanti. E quando il Principe (il suo soprannome, ndr) comandava, a Milano e poi come responsabile delle squadre nazionali, comandava davvero, senza sfumature o buone maniere” OSCAR ELENI (autore con Sergio Meda del libro Indimenticabile) “Rubini preferiva la pallanuoto, senza dubbio. È in piscina che ha goduto, come atleta, di considerazione internazionale. Al punto di essere inserito nella selezione del Resto del Mondo. Non è solo una questione sportiva, è che nella pallanuoto Rubini poteva esprimere al meglio la sua personalità e la sua cattiveria agonistica: del resto all’epoca si giocava in mare, con i tifosi avversari che dalle barche tiravano sassi e non per modo di dire. Impossibile anche solo sopravvivere, senza essere duri nella testa e nel fisico. Certo, la pallacanestro gli ha dato da vivere e anche molto di più, per questo nella sua vita adulta la scelta è stata netta. Anche se il suo sogno era quello di essere ct del Settebello ai Giochi di Roma” ETTORE MESSINA “Ha dichiarato che provava piacere ad entrare per ultimo in campo, godendo ad essere insultato” OTTAVIO MISSONI “Un grande atleta. Un amico brusco e sincero”

ormai arrivato alla fine di un ciclo. Inizia con Rubini il periodo d’oro del basket italiano, nel 1980 arriva la prima medaglia conquistata da una nazionale di basket ai Giochi Olimpici. É quella di Mosca, un importante argento ottenuto battendo anche i padroni di casa, che ancora si ricordano questo smacco. Era nata la nazionale di Meneghin, Marzorati, Villalta, Brunamonti, Sacchetti (attuale c.t. della nazionale), Caglieris, Riva e di tanti altri campioni. Poi arrivò la prima medaglia d’oro conquistata ai Campionati Europei. É quella di Nantes nel 1983, seguita da una medaglia di bronzo agli Europei di Stoccarda nel 1985. Se fino ad allora le medaglie nel basket erano state una chimera, con Rubini e Gamba arrivano tre medaglie storiche in sei anni. Rubini ricopre successivamente altri incarichi nella FIP: diventa il responsabile del Comitato Nazionale Allenato-

ri e del Settore Tecnico Federale, mentre in campo internazionale entra nel Central Board della Federazione Internazionale (FIBA). La sua personalità, il suo carisma, la sua sfacciataggine lo portano a stringere amicizie importanti con alte personalità politiche e sportive, sia in Italia che all’estero. Difficile trovare un uomo di sport che non abbia mai sentito parlare di un certo Cesare Rubini. Nel 1993 è il primo italiano ad entrare a Springfield nella NaiRubini con il suo glorioso team Simmenthal

smith Memorial Basketball Hall of Fame, il più grande riconoscimento mondiale del basket. Successivamente questo premio arriverà anche a Sandro Gamba e a Dino Meneghin. Nonostante la carriera di Rubini in piscina sia terminata ben prima, l’onorificenza come pallanuotista tarda ancora sette anni, ma nel 2000 viene inserito anche nella FINA Hall of Fame, il massimo riconoscimento della Federazione Internazionale di nuoto Nel 2006 viene inserito tra i grandi del basket italiano. Entra nella Hall of Fame della Federazione Italiana Pallacanestro insieme al suo grande compagno di sempre, Sandro Gamba. Scompare nel 2011, due anni prima di essere insignito di un altro titolo, l’inserimento nella Hall of Fame della FIBA, la massima onorificenza della Federazione Internazionale di Basket, l’ultima sua grande vittoria. 17


Non solo ai Mondiali di Russia 2018 ma anche a Svezia 1958 l’Italia mancò la qualificazione

RICORRENZE NEFASTE

Assistere in televisione alle partite mondiali di Russia 2018 senza lo stimolo di quella sana passione nazionalistica che sa “scaldare i cuori” quando gioca l’Italia, deve essere stata cosa dura per tutti. In realtà una situazione del genere fu vissuta anche sessant’anni fa, e non certo per “mettere il dito nella piaga”, vogliamo brevemente raccontarne la storia su queste pagine. Con la illusa speranza che ciò non abbia più a ripetersi. Il messaggio al nuovo CT azzurro Mancini, a cui tutti noi inviamo un sincero “buon lavoro”, non è affatto casuale…

di Augusto Rosati uasi 60 anni fa, nel 1958, la Q nostra Nazionale mancò la qualificazione ai Mondiali. Era la

prima volta che l'Italia non partecipava alla fase finale del torneo, ad esclusione della prima edizione, in Uruguay nel 1930. Però quella volta fu la Federcalcio che decise di non partecipare per i costi eccessivi (per le casse federali) connessi alla impegnativa trasferta. Tornando alla delusione del 1958, è bene precisare che la mancata qualificazione all’evento svedese non fu un caso isolato o

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un incidente di percorso, quanto la prevedibile conclusione di una serie di criticità che gravavano pesantemente sul calcio di casa nostra almeno dal 1949, anno in cui, per un maledetto incidente aereo, sparì tragicamente dalla scena italiana e mondiale il “Grande Torino”, squadra che aveva dominato senza alcuna soluzione di continuità il calcio italiano dal 1942. Il club piemontese era l’ultimo baluardo di quello straordinario movimento calcistico che portò l’Italia a vincere due mondiali nel 1934 e 1938, nonché dominare il Torneo

Olimpico di Berlino nel 1936. La sciagura di Superga spazzò via non solo una squadra straordinaria ma anche atleti di particolare valore, e che tra l’altro erano titolari, per la quasi totalità dei ruoli, anche della Nazionale. Insomma autentici fuoriclasse invidiati da tutto il mondo. Ovviamente, considerato che i mondiali di Svezia si svolsero dopo nove anni di distanza dal grave disastro, non si può giustificare la debacle con quanto era accaduto a Superga, ma è pur vero che le conseguenze del luttuoso episo-


Almanacco dello sport

dio innescarono un meccanismo involutivo nel calcio italiano, perché oltretutto mise a nudo di colpo una amara verità: la supremazia del Torino (meritata e meritevole, sintesi di contingenze favorevoli e straordinarie, che ne avevano fatto una squadra tra le più forti del mondo) aveva in qualche modo offuscato, o forse meglio dire “coperto”, la realtà di un movimento calcistico che non era ancora riuscito a riprendersi dalle convulsioni e dagli sconvolgimenti determinati dal precedente conflitto mondiale. A prescindere che durante la guerra furono molti i giocatori, alcuni autentici fuoriclasse, che furono vittime dell’assurdo conflitto bellico, è pur vero che negli anni a seguire dopo la Liberazione l’apparato, nelle sue varie espressioni, dai club alla Federazione, tardò a riorganizzarsi, e soprattutto a trovare chiarezza nel proprio operato. Anche sul piano dell’evoluzione tecnica e del gioco non si riuscì ad entrare in sintonia con nuovi modelli tattici, che avevano come riferimento imprescindibile la qualità atletica e fisica dei giocatori. La maggior parte dei player italiani non aveva un fisico possente, e questa tra l’altro era la peculiarità più evidente che caratterizzava proprio coloro che avevano più tecnica (…erano soprannominati “fini dicitori”). Ma proprio a questi, per tali qualità, venivano affidate le chiavi del gioco, con le conseguenze immaginabili allorquando capitava loro di misurarsi contro i muscolosi e prestanti giocatori delle altre nazionali. La crisi era poi anche organizzativa e sembrava emergere una povertà di idee che stava innescando un circuito involutivo perverso. Non tutti si rendevano conto di questa crisi crescente, pur se non mancarono nel corso degli anni evidenti campanelli d’allarme che potevano sollecitare qualche reazione. Spesso si cercarono soluzioni temporanee, di facciata, che invece di “essere d’aiuto” aggravavano ancor più il processo di crescita. Tra l’altro, in tale contesto, emerse un’altra grave realtà, che ahimè sembra essere ritornata in auge in questi anni attuali (colpa della globalizzazione o degli effetti della Sentenza Bosman?) e che purtroppo segnano pericolosi limiti per il calcio azzurro: i troppi giocatori stranieri. Se questo fenomeno consentì a diverse squadre italiane, specie le più ricche, di raggiungere importanti successi nelle allora neonate competizioni europee (Coppa dei Campioni e Coppa delle Città di Fiere), di contro il fenomeno finì con l'inaridire i vivai, e, con conseguenze a cascata, andando (…e ancora sta andando) a discapito della Squadra Nazionale.

Due giovanissimi Pelè e Sandro Mazzola

Ma lasciamo questo argomento a successiva specifica trattazione, magari col contributo di chi sa (… lo avete capito? è una sfida che stiamo lanciando a qualche collega “buon intenditor” che sa. Attendiamo riscontri…), e torniamo invece ai meri fatti storici di quella eliminazione. Alle qualificazioni del 1958 l'Italia venne inserita nel Girone 8, con Portogallo ed Irlanda del Nord. Il 25 aprile 1957 a Roma, con non poche difficoltà, gli Azzurri ebbero la meglio sui nord irlandesi per 1-0. Un mese più tardi arrivò però la prima batosta: netta sconfitta coi portoghesi, a Lisbona con il risultato finale di 3-0 per i padroni di casa. A questo punto, avendo i lusitani precedentemente pareggiato in casa e poi perso a Belfast le due partite contro l'Irlanda del Nord, la classifica generale (…ricordiamoci che all’epoca si assegnavano due punti per ogni vittoria ed uno per il pareggio) vedeva le nostre due squadre avversarie prime a pari merito del girone, con tre punti a testa, mentre l’Italia era terza ed ultima con due punti, ma con una partita in più da giocare: il ritorno col Portogallo. Questo incontro si svolse a Milano pochi giorni prima del Natale ‘57, e fu vinto dagli azzurri per 3-0. Il successo consentì all’Italia di balzare in testa alla classifica. Era evidente a quel punto che la trasferta di Belfast, ultimo appuntamento del percorso di qualificazione, poteva sembrare meno impegnativa, perché sarebbe bastato ai nostri solo un pareggio per “staccare i biglietti” per la fase finale in terra di Svezia. Che quella ultima partita sarebbe stata per noi 19


La foto indimenticabile della squadra azzurra vincitrice dei Mondiali 2006

“stregata” lo si capì, col senno di poi, anche da un antefatto curioso: infatti l’Italia si era già recata a Belfast ai primi di dicembre (prima cioè dell’incontro vincente coi portoghesi) per quello che doveva essere il confronto di ritorno con l’Irlanda del Nord, ma in realtà pur se quella partita fu giocata, la FIFA la declassò come “amichevole”. Era accaduto infatti che l'arbitro designato, l'ungherese Zsolt, era rimasto bloccato causa fitta nebbia all'aeroporto di Londra, e non potè raggiungere l'isola irlandese. Al Commissario della FIFA fu allora proposta una soluzione certamente assurda: far dirigere l’incontro ad un arbitro nord irlandese (tale Mitchell). L’idea ovviamente fu scartata, ma per motivi d’incasso e per non deludere il numeroso pubblico presente, l’incontro si svolse egualmente, appunto “a titolo amichevole”, aggettivo che, ad onor di cronaca, si rivelò un vero e proprio eufemismo, perché il tira e molla pre-incontro (arbitro sì, arbitro no; partita ufficiale sì, partita ufficiale no) riscaldò gli animi sia dei giocatori, ma soprattutto del pubblico, creando un clima abbastanza infuocato sia in campo che sugli spalti. Il vero incontro valido per la qualificazione mondiale venne così rinviato al 15 gennaio del ‘58. Quel giorno il terreno di gara, il Windsor Park, causa un pressante maltempo che da settimane funestava l’isola britannica, si presentò ai giocatori come una enorme distesa di fango. Insomma una situazione ambientale, per tornare al discorso delle caratteristiche fisiche dei giocatori, che dava poche chance ai “fini dicitori” italiani, mentre favoriva la gente tosta e possente irlandese. Ma non fu solo questa la causa prima della debacle: l’aggravante maggiore fu l’errata strategia adottata dal CT azzurro Alfredo Foni, che decise un sistema di gioco offensivo e non di difesa, come invece la posizione in classifica e soprattutto le condizioni generali dettavano. Il tecnico fece scendere in campo una squadra sbilanciata in avanti (ndr: molti gli oriundi, tra l’altro 20

anche di dubbia discendenza italiana) che pur bravi giocolieri, su quel mare di fango nulla poterono contro la prestanza fisica degli avversari, dai quali in troppe azioni e contrasti vennero surclassati. Questa strategia si rivelò presto suicida per l’Italia, che per due volte subisce gol. Solo una fu la rete azzurra ed il risultato di 2 a 1 negò per la prima (…e purtroppo, viste le recenti vicissitudini, “non unica”) volta l'accesso alla fase finale del Mondiale. Un campionato, ricordiamolo, che vide lo strapotere del Brasile e che illuminò sul palcoscenico internazionale il più grande giocatore di tutti i tempi, Edson Arantes do Nascimento, ovvero il mitico Pelè.


C'era una volta

Quando il Campionato ed il Totocalcio scandivano i ritmi della vita delle famiglie

LE DOMENICHE DEGLI ANNI 60

Ideata nel 1946 dal giornalista sportivo Massimo Della Pergola la schedina entrò subito nel cuore di migliaia di italiani, che al bar e nelle case si ritrovano a rispettare un rito di speranzosa attesa della domenica calcistica di Massimo Blasetti volte abbiamo detto : “È già passata QOggiuante un’altra settimana !”. le nostre domeniche arrivano con una ve-

locità pazzesca. Forse perché siamo avanti con gli anni e vorremmo goderci ogni giornata che passa, molto molto lentamente. Viviamo immersi nella tecnologia, a casa, in macchina, in ufficio, ovunque. Tutto quello che facevamo una volta, è stato sostituito da mezzi e modalità nuove. Possiamo scommettere su molti eventi sportivi ogni giorno, non solo andando a giocare, ma anche restando comodamente a casa grazie a tablet, computer, cellulari. E le notizie? Le puoi ricevere attraverso internet, iphone, radio, tv, televideo, i telegiornali, che si susseguono uno dopo l’altro ogni mezz’ora, in tempo reale. I mezzi di comunicazione, ormai, non si contano più. Le partite di calcio sono spalmate su più giorni, e se vuoi, puoi ricevere i risultati direttamente sul tuo telefonino mentre bevi un caffè. O addirittura vederti la partita in auto, o quando viaggi in treno. Il campionato lo puoi seguire comodamente seduto in poltrona a casa tua oppure nella seconda casa e poi moviola, commenti, sintesi, tutto a tua disposizione. Con mysky, addirittura, puoi rivederti la partita pochi minuti dopo, se hai amici a cena e decidi di gustartela quando hai finito di mangiare. Insomma, non ti perdi più nulla. Tutto è possibile. Ma proviamo a tornare indietro di 60 anni più o meno. Che succedeva ? Era un altro secolo in tutti i sensi. Innanzitutto perchè la domenica non arrivava mai.

Si, perché a quei tempi ancora studiavamo e le giornate andavano avanti lentamente tra le maledette interrogazioni ed i compiti a casa. La domenica era una chimera, non arrivava mai. I nostri genitori giravano con la prima 500, nata nel 1957, o con la Bianchina, poi con il boom economico arrivò la Fiat 600 e più tardi, per chi se lo poteva permettere, arrivarono anche la Fiat 1100 e la Alfa Romeo Giulietta per i più sportivi. Il Sabato per noi studenti era veramente una liberazione. Il giorno più bello della settimana. Alle 13.30 scattavano le 36 ore più veloci di sempre. Un giorno e mezzo di libertà, sempre troppo poco. Usciti da scuola, iniziava il week end e si comprava il Corriere dello Sport a 30 lire per avere le ultime notizie, prima di compilare la magica schedina del Totocalcio. Grazie al Corriere dello Sport si potevano studiare le formazioni, i giocatori titolari e quelli assenti e magari si cercava di dividere la spesa con

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qualche amico per provare a fare il fatidico “sistema”. Era un regalo che facevi a te stesso, perchè ti riempiva di gioia. Si perché ti dava l’illusione di vincere, giocavi ed eri praticamente sicuro di fare il grande colpo. Mai successo, purtroppo. Nel pomeriggio si andava a comprare il latte (chissà perchè era sempre abbinato alla schedina), magari in una di quelle latterie che si trovavano una volta per strada, quei chioschi verdi piazzati sui marciapiedi, dove si potevano comprare latte, yogurt ed altri latticini. Il latte era venduto nella classica bottiglia di vetro da un litro, con il tappo di carta stagnola argentata. A casa, specialmente le donne impreparate nella materia, per compilare la schedina usavano una piccolissima trottola trasparente con le tre parti divise in 1-X-2. Sceglievano secondo quella che, a fine della corsa, si appoggiava al tavolo e si cominciava a scrivere la colonna che “se esce cambiamo vita….”. La schedina era divisa in tre parti: Figlia, Spoglio e Matrice. C’erano inserite nove partite di serie A, due partite di serie B e due di C. Si potevano giocare due colonne, quattro, oppure otto. Il colore della schedina cambiava ogni settimana per distinguere i vecchi concorsi dai nuovi. Ma il finale per questi fogli di carta pieni di pubblicità era sempre lo stesso: dal barbiere ! Si, tutte le schedine che avanzavano venivano usate dal barbiere per pulire la sua grossa lama. Chissà perché. Per giocare, si andava al bar vicino casa dove il titolare ti incollava una o più matrici in alto con il numero della giocata. Il più era fatto, eri finalmente tranquillo. Il sabato sera, solitamente, era dedicato ai programmi storici della RAI. Chi non ricorda Il Musi22

chiere di Mario Riva con i cantanti Paolo Bacilieri e Nuccia Bongiovanni. Il campione più famoso Spartaco D’Itri . La variante poteva essere qualche festicciola o una pizza con amici. Poi, finalmente arrivava la domenica, per noi “maschietti” solo sportiva o meglio calcistica. L’unico mezzo per poter avere qualche notizia in diretta era la radio. Le gare iniziavano tutte alle 14.30, con pranzi domenicali rovinati se, per caso, si andava allo stadio. Si aspettavano le 15.30 per accendere la radio e sperare. Si, sperare perché veniva trasmessa solo la “radiocronaca diretta del secondo tempo di una partita del campionato di calcio di Serie A” Purtroppo solo una partita. E tutti ad augurarsi che quel secondo tempo fosse quello della nostra squadra del cuore. Ma per romanisti e laziali era un incubo. Venivano scelte sempre le partite del Milan, dell’Inter, della Juventus e comunque le partite più importanti. Il finale della radiocronaca era uno slogan che tutti abbiamo imparato a ripetere “Se la squadra del vostro cuore ha vinto, brindate con Stock 84 ….”. Era avvincente e prevedeva tutte le possibilità. Anche in caso di pareggio o di sconfitta. Insomma, bisognava brindare sempre. Finita la partita per conoscere tutti i risultati avevi due possibilità: o aspettavi dieci-quindici minuti perché, sempre la radio, sullo stesso canale, ti forniva tutti risultati finali, ma assolutamente solo i risultati. Oppure, nel caso avessi degli impegni, uscendo cercavi di passare davanti ad un bar qualsiasi, per andare a leggere quella specie di tabellone verde appeso al muro, dove venivano inserite, in ordine, tutte le partite della schedina con i risultati finali. Quante sorprese !


C'era una volta

Ma tutto finiva qui. Il resto restava segreto fino a tarda sera. Per saperne di più, per vedere i gol e le sintesi si doveva aspettare la “Domenica Sportiva” in onda, in bianco e nero, verso le 22.30 sul primo ed unico canale. Prima nulla, solo immaginazione. Ed il lunedì mattina tutti a comprare i giornali per leggere la cronaca, i marcatori, i commenti e fissare attentamente la classifica. Nel 1960 finalmente una grande innovazione. Arrivò “Tutto il calcio minuto per minuto” per una grande idea di Guglielmo Moretti. Tutte le partite in diretta radiofonica, con i tradizionali collegamenti dai campi. Andava in onda sul primo programma oggi chiamato radio 1. L’idea, in realtà, era stata ripresa da un programma radiofonico francese “Sport et Musique”. Da

studio, conduceva Roberto Bortoluzzi che rimase al suo posto per 28 anni. Da quel momento fino ad oggi, la trasmissione diventò la più seguita dai tifosi italiani. Con l’avvento di “Tutto il calcio..” vennero vendute migliaia di radioline, piccole e magari con la custodia in pelle, fedeli compagne dei nostri pomeriggi allo stadio. Chi la portava, aveva l’obbligo di informare tutti i vicini di posto. Guai a dimenticarla a casa. Oggi abbiamo un problema inverso. Venendo incontro alle esigenze dei club, i proventi delle tv devono rendere al massimo ed essere spalmati tra tutte le società professionistiche. Ed allora perché no, un anticipo il venerdi’ sera, magari con la scusa della imminente gara di coppa, due

o tre anticipi il sabato, poi le altre la domenica pomeriggio, un posticipo la domenica sera, magari lasciando l’ultimo per il lunedì sera, il famoso “monday night”. E vi starete chiedendo “che facciamo dal martedì al giovedì? Niente paura ci sono tutte le partite di Champions, Europa League o, se proprio va male, di Coppa Italia. Altra storia.

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CONI e BNL, intensa collaborazione nata nell’immediato dopoguerra

LEGAMI DI ANTICA DATA L’Agenzia della Banca Nazionale del Lavoro è attiva all’interno del palazzo H dal 1952 e da allora hanno operato diverse “generazioni” di addetti: tra questi, due storici Giorgi (Fantozzi e Franceschin), oggi nuovi “Soci aggregati APEC”. Come …“pegno d’ingresso” (…come era preteso un tempo alle matricole, all’Università) abbiamo chiesto di raccontarci la loro testimonianza del simbiotico rapporto tra i due organismi.

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a cura della Redazione di Cinque Cerchi d’Argento

ntrambi sono stati alti funzionari dello “sportello CONI BNL”, e nei loro ruoli hanno avuto a che fare, quotidianamente, per circa quarant’anni, col mondo dello sport. Abbiamo quindi tutto il diritto di dire (perdonate il linguaggio dei tifosi, ma molto appropriato in questo caso) “sono dei nostri”, status sugellato, anzi legalizzato dallo scorso mese di maggio, allorquando, entrate in vigore le modifiche allo Statuto, hanno chiesto di tesserarsi all’APEC in qualità di soci aggregati. Ai due Giorgi dello sportello CONI abbiamo rivolto alcune domande, anche per capire meglio lo stretto rapporto che dal dopoguerra ad oggi sussiste, ininterrottamente, tra il massimo Ente sportivo italiano e la BNL, oggi Gruppo BNP Paribas, uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Pochi meglio di loro potrebbero darci risposte esaustive e consone, visto che nel corso della loro brillante carriera hanno percorso un cammino professionale particolarmente impegnativo (… hanno cominciato da dietro lo sportello fino ad arrivare ad incarichi di responsabili della tesoreria e dell’agenzia). E loro hanno aderito con simpatia alla nostra richiesta: abbiamo registrato le loro risposte come pronunciate all’unisono, vista la loro integrale sintonia di vedute nell'illustrare il ricordo delle diverse situazioni vissute nel corso di una intera vita lavorativa. La prima definizione dei vostri 40 anni di attività “La nostra risposta non può non prescindere la rilevante evoluzione, sociale, tecnologica, economica, e di politiche del lavoro che c’è stata anche nel mondo delle banche nell’ultimo mezzo secolo. Noi abbiamo iniziato a lavorare in BNL nel 1970: pensate, il nostro compito era quello di compilare, utilizzando una semplice macchina da scrivere, gli assegni circolari per i pagamenti predisposti dall’Ente. Ma al di là del nostro percorso, in tutti questi anni abbiamo assistito a notevoli cambiamenti sia nell’ambito dell’Ente che della Banca. Eravamo in pochi ad operare in questo contesto, poi quella “nicchia” si è ingrandita: sono stati attivati gli sportelli presso i Palazzi delle Fe-

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derazioni di Viale Tiziano e di Via Flaminia, e la struttura, così articolata, è stata potenziata con l’arrivo di molti collaboratori. C’è stato un periodo che eravamo almeno 50 addetti. Poi da lavorazioni prettamente manuali si è passati, con un processo laborioso da parte di entrambi gli Enti, a gestioni più tecnologiche. Molte operazioni sono state delegate a specifici centri di elaborazione dati, quindi operatori dietro le quinte, col risultato di ridurre sì i tempi di lavorazione, o di eliminare passaggi manuali impegnativi, ma questa “delega alle macchine” ha reso gradatamente più impersonale - situazione constatabile in questi anni - il rapporto tra le persone, nel nostro caso tra operatori BNL e quelli del CONI. Fateci capire meglio Ricordate? In banca fino alla fine degli anni 70 si utilizzavano schede meccanografiche e, per i servizi di tesoreria, addirittura le registrazioni a mano, come pure nell’ente, dove venivano predisposti elenchi per i pagamenti da ripetere poi manualmente. Ed era impossibile quindi non relazionarci tra addetti. Nel tempo, grazie a una fattiva collaborazione tra i vari servizi si è pervenuti a una integrazione tra le procedure della banca e dell’ente, in particolare per emissione massiva di assegni circolari e bonifici e per l’avvio della meccanizzazione dello storico Totocalcio e del nuovo Enalotto. La parola d’ordine tra BNL e CONI è stata sempre “collaborazione”… Infatti, senza entrare negli aspetti tecnici, sono stati fondamentali gli ottimi rapporti tra i due soggetti: sia tra i rispettivi dipendenti, come anche a livello di vertice. Una intesa “naturale” che spesso ha contribuito a risolvere non pochi problemi prettamente tecnico-amministrativi, ma anche a rispondere nei modi più efficienti le molteplici esigenze connesse con l’attività istituzionale del C.O.N.I. e delle Federazioni Sportive Nazionali.


L'intervista

ligaris, Panatta, Gentile, Benvenuti, Cagnotto, Morale, Beneck, Chechi e tanti altri. E tutti noi a festeggiarli, come se fossimo stati dei compagni di squadra. La cosa bella era che spesso questi autentici eroi dello sport italiano non mancavano di sottolineare l’efficacia dei nostri interventi.

I due Giorgi (Franceschin a sx, Fantozzi a dx) in “formato odierno”

Cioè? Basti pensare all’attività sportiva delle FSN e dello stesso CONI, con le tante implicanze legate alla movimentazione di denaro, anticipazioni, fondi spese, rendicontazioni, senza parlare delle valute estere e delle operazioni di cambio. Questo avveniva per le trasferte delle squadre nazionali gestite dalle Federazioni, ma anche nelle attività importantissime del CONI come i Giochi Olimpici, Giochi del Mediterraneo. Per non parlare dei grandi eventi “in casa”: ricordiamo come in diverse circostanze sono state rese operative agenzie provvisorie in loco per gli Internazionali d’Italia di tennis, per i mondiali di Calcio 1990, per i Campionati Europei di nuoto, per il Golden Gala di atletica leggera, e via discorrendo. Insomma scendevate in campo anche voi, della BNL assieme agli azzurri… Un po’ sì. Ad esempio frequentemente sono stati effettuati interventi anche attraverso altre strutture locali e periferiche per far fronte a richieste estemporanee e impreviste, soprattutto connesse con l’attività internazionale, quali ad esempio il reperimento di valuta estera oppure l’esecuzione di bonifici urgenti. E noi “BNL”, dal Direttore all’ultimo impiegato, facevamo del tutto per consentire trasferte e soggiorni senza problemi agli atleti ed agli accompagnatori, permettendo loro di concentrarsi, senza altre preoccupazioni, sugli impegni sportivi che dovevano affrontare sul campo. Per questo coinvolgimento ci sentivamo orgogliosi. Insomma, immodestamente, possiamo affermare che anche noi abbiamo dato il nostro contributo ai notevoli risultati ottenuti dall’Italia nelle diverse discipline sportive.

Altri ricordi, o episodi specifici? Ce ne è uno in particolare, che però non è un vero e proprio fatto di sport, ma più “di costume”, legato comunque al CONI, visto che concerne il Totocalcio. E’ un aneddoto sul primo vincitore miliardario del Totocalcio che, avendo timore di inviare tramite incaricati la schedina vincente, si è presentato di persona consegnando direttamente al Direttore il tagliando che teneva ben nascosto su di se, ma chiedendo di mantenere l’anonimato. Ma per concludere, sperando di aver dato quantomeno l’idea tra i rapporti CONI – BNL, vogliamo aggiungere un altro tassello del bel mosaico di collaborazione imbastito tra i due organismi: il supporto che il mondo dello sport, e per esso le istituzioni che lo governano, dato per far sì che alcune iniziative proprie della BNL riuscissero in pieno. Parliamo in particolare delle campagne di raccolta fondi per Telethon, laddove l’Ente e molte FSN hanno messo a disposizione gratuita la loro stessa attività, nonché la disponibilità d’uso di impianti sportivi: Palazzetto dello Sport, Stadio dei Marmi, Piscina coperta Acqua Acetosa, curva Nord Stadio Olimpico, ed addirittura manifestazione di motocross. L’incontro coi due Giorgi si conclude qui: ora i due alti funzionari della BNL sono in pensione, ma sono voluti rimaner vicino anche in quiescenza col mondo CONI. E tesserarsi come soci aggregati è stato quindi per loro un passaggio naturale, con la prospettiva di poter continuare a condividere con i loro compagni di viaggio dell’altro fronte, attraverso la partecipazione all’attività della nostra Associazione, quel rapporto fraterno di amicizia e di solidarietà. Da parte nostra un “grosso grazie” a Giorgio Fantozzi e Giorgio Franceschin. Una cerimonia, presente il Presidente Malagò, per un rinnovato accordo di collaborazione tra il CONI e la BNL

Qualche esperienza diretta con atleti famosi? Ovviamente, e lo ritenevamo un grande onore. Non di rado avveniva che si presentassero ai nostri sportelli atleti di nome: non possiamo dimenticare grandi personaggi come i fratelli D’Inzeo, Pietrangeli, Dibiasi, Maffei, Cal-

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Letteratura sportiva, tutta da leggere

L’INARRIVABILE

Continuiamo la selezione sui tanti libri che rendono onore alla letteratura sportiva, pubblicando stavolta da “Rinati per Vincere”, toccante raccolta di racconti proposti da Giampiero Spirito (giornalista di spicco dell’emittente TV2000), l’estratto da un capitolo che narra la storia di un autorevole personaggio dello Sport Paraolimpico tra gli anni ’60 e gli anni 90, Roberto Marson. Un grandissimo atleta e poi un ispirato dirigente. Queste righe (…ma vi consigliamo di leggere tutto il libro, perché trovate narrazioni altrettanto stimolanti e significative) rappresentano un meraviglioso inno alla vita, ed un potente integratore…per non arrendersi mai. di Giampiero Spirito

Roberto Marson con al collo una parte delle sue tante medaglie conquistate ai Giochi Parolimpici

Q

uel Quel giorno non sarebbe dovuto andare a lavorare. Avrebbe potuto tranquillamente rimanere a casa. Aveva infatti chiesto un permesso per portare il motorino al collaudo alla motorizzazione. Roberto, 16 anni, era

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il primo di sette fratelli. A Pasiano, seimila anime vicino Pordenone, la famiglia Marson coltivava la terra in regime di mezzadria. Roberto, da primogenito, non poteva certo esimersi dall’andare a lavorare. Da muratore guadagnava 15 lire l’ora,

per 8-9 ore al giorno ed il salario andava tutto alla famiglia. Pochi svaghi, in una terra fredda, qualche balera, pochi amici. In quei giorni, insieme ai suoi colleghi, stava abbattendo un capannone su un terreno per costruire un vivaio e alcune villette. (…) Era il 7 settembre del 1960: c'erano pochi manovali intorno a lui, quando quel muro venne improvvisamente giù e lo travolse. Sbagliato pensare a misure di sicurezza, a quei tempi, in quei posti: erano inesistenti. Ci si affidava alla scaltrezza, al colpo d'occhio che nell’occasione non furono sufficienti. “Attentoooo, cadeeee!!” Quelle urla d'istinto gli fecero tentare di scappare. Il muro e il mondo gli stavano per crollare addosso. Pochi passi, prima dello schianto dei mattoni sulla schiena. Sufficienti per scongiurare la paralisi totale. Pochi, troppo pochi, per impedire l'impatto sulle vertebre lombari. Le mani nei capelli dei manovali, le urla: i suoi colleghi non si persero d'animo ma inconsapevolmente peggiorarono la situazione. Roberto, svenuto, venne issato su un'automobile per essere trasportato all'ospedale, E in quel disperato e maldestro tentativo di primo soccorso, la schiena si piegò ancora. Una, due, tre volte, aggiungendo danno al danno. All'ospedale di Pordenone, uno dei sedici posti letto fu suo. (…) Dopo


Sports Reader’s Digest

Roberto Marson impegnato in una gara di tiro con l’arco

dodici giorni subì l’operazione di laminectomia alla colonna vertebraleper decomprimere lo schiacciamento (…) I genitori non nutrivano speranze e lo consideravano praticamente morto. Fino a che quei piccoli sussulti muscolari fecero capire loro che il peggio era stato evitato. Ma per quanto tempo e … “cosa potrà fare adesso il mio povero Roberto, il mio primo figlio maschio?” si disperava, tra sé, papà Alberto, sempre al suo fianco. Fu una suora suggerirgli il futuro. “Ad Ostia c’è una clinica specializzata, potreste mandarlo lì per la riabilitazione”. L’indicazione fu subito raccolta dal padre, con successivo inoltro di una richiesta formale di accettazione (…) II 25 gennaio del 1961, di mattina presto, un'ambulanza pa11iva dall'ospedale civile di Pordenone, diretta al mare di Roma. A bordo due infermieri, oltre a Roberto e il papa. II mezzo di soccorso entro nel portone di viale Vega, quando era passata l'ora di cena. (…) II primo approccio fu qualche giorno dopo con il tecnico radiologo Marcello Rizzardi, smilzo e particolarmente socievole, specialmente con i nuovi arrivati. Scoprì subito che faceva anche l’allenatore di tennis tavolo. Insieme a lui c’era Giovanni Berghella, che da ricoverato era diventato anche dipendente. Un modo per essere autonomo e continuare a giocare a basket. Loro due gli parlarono di questa attività, che riaccese subito il suo interesse e la sua curiosità. Tutta la struttura doveva portare i degenti ad evitare l’isolamento e depressione e ad impegnarsi per una riabili-

tazione vera, nei muscoli e nel cervello.(...) Sveglia alle 7.30, prima colazione e poi tutti a fare fisioterapia. Alle 10:30 adunata generale in cortile per la suddivisione tra le varie discipline. Il capannone per la scherma, il tennis tavolo, il prato per i lanci, la pista per l’atletica leggera, la palestra per il basket, il campo del tiro con l’arco ai bordi della ferrovia ed un percorso su una pista di 120 m per le gare di atletica leggera. C’era anche il nuoto, tre volte alla settimana, alla piscina del CTO a Roma. La prima disciplina praticata da Roberto fu il basket. Con la carrozzina il legame si faceva sempre più forte (…) E da lontano il dottor Antonio Maglio, il pioniere della “sport-terapia”, cominciava a lanciare un’occhiata interessata a quel ragazzo molto forte fisicamente. E dotato di volontà. Anche quando c’era poco da fare, due tiri a canestro diventavano il passatempo preferito. Per la partita con la Svizzera, in programma il 1 maggio, per un mese intero la rappresentativa nazionale, di cui Giovanni Berghella era il giocatore, si allenò al palazzetto dello sport di viale Tiziano Roberto faceva da sparring partner, giocava con i fisioterapisti e con le riserve si poteva non notare la sua destrezza e la mano calda nel tirare a canestro. Colpito dalla sua personalità Maglio improvvisamente alla vigilia tolse un giocatore dal quintetto titolare ed inserì proprio il giovanissimo friulano che avrebbe così esordito in Nazionale a Ginevra e sarebbe diventato uno dei più forti di sempre. “In quel momento lo sport era entra27


Il presidio sanitario del CPO di Ostia, oggi

to in me. Mi aveva preso completamente” racconta Marson. (…) Un solo sport non poteva bastare per riempire le tante ore a disposizione. E poi c’era la voglia di nuove scoperte. La scherma con il confronto diretto tra due persone lo stimolava e tutte e tre le armi tradizionali, fioretto, spada e sciabola, gli furono subito congeniali.(…) Ad affascinarlo la figura di un maestro eccezionale, Riccardo Saia, “capace di farti entrare nel sangue la scherma, un vero maestro, per me quasi un secondo padre” confessa Roberto. A conferma ancora una volta di come le persone giuste nel posto giusto possono indirizzarti il destino. Roberto diventerà uno dei più forti schermidori di sempre (…) Abilità ma anche forza. Come quando Maglio lo stuzzicava: “se colpisci con il disco quel vetro laggiù ti do mille lire”. La distanza era notevole, eppure al centro Inail avrebbero chiamato più volte gli operai per riparare i vetri che Roberto infrangeva regolarmente, rendendo soddisfatto il direttore e facendo presagire allori che avrebbero riempito la sua luccicante bacheca. Roberto si stava avviando a diventare il campione dei giochi. (…) 28

A Tokio nel 1964 aveva già vinto otto medaglie, tre d’oro (disco, giavellotto e spada squadre), quattro d’argento aperta (slalom e clava nell’atletica, e spada e sciabola individuale) e il bronzo nella sciabola a squadre. A Tel Aviv nel 1968 diventò l’emblema dei terzi giochi con ben 10 medaglie d’oro sulle 12 conquistate dagli azzurri. Nell’atletica trionfò nei lacci. (…) Nel nuoto non lasciò spazio agli avversari che lasciò senza fiato vincendo tre ori nella distanza di 50 m stile libero, rana e dorso. Nella scherma fece razzia di medaglie, ben 6,4 d’oro e due d’argento. Come nel nuoto, anche qui domino in tutte e tre le armi individuali, fioretto, spada e sciabola, e guidò al successo anche il team azzurro nel fioretto mentre nelle altre due prove a squadre, spada e sciabola, dovette “accontentarsi di

due argenti”. Trovò anche il tempo di vincere altri tre ori ed un argento ad Heidelbergh nel 1972, nella scherma, e il bronzo nella spada a squadre a Toronto nel 1976, ultras ultima sua Paralimpiade da atleta. Un bilancio quindi di 26 medaglie, 16 d’oro, sette d’argento e tre di bronzo in quattro edizioni. Partecipò alla quinta Paralimpiade, ad Arnhem 1980 da presidente della neonata Federazione Italiana Sport Handicappati, dopo essere stato prima segretario e poi massimo dirigente dell’ANSPI, l’associazione nazionale dello sport per paraplegici. Sembrava impossibile, ma a livello dirigenziale riuscì ad ottenere quanto e più delle medaglie vinte sudate sui campi e pedane. (…) Guidò la FISHa al primo riconoscimento ufficiale da parte del CONI come federazione aderente, nel 1981 (…). Fu così il primo atleta disabile a sedere da dirigente al consiglio nazionale del CONI, presieduto allora da Franco Carraro (…) Un riconoscimento perfezionato nel 1987, quando la FISHa divenne federazione effettiva con pieno diritto di voto, e ancor di più nel 1990 quando nacque la FISD, federazione italiana sport disabili, con l’inclusione di tutte le disabilità, fisiche, sensoriali e intellettive. (…) La sua presidenza si concluse nel 1992.

Giampiero Spirito, romano, giornalista professionista, Spirito è capo servizio di Tv 2000. Corrispondente da Roma delle pagine sportive di Avvenire per 15 anni. Attualmente è presidente della CASAGIT. È autore dei seguenti libri: “Storie di medaglie - gli ori olimpici italiani”, (ed. Bolis 1997); “100 anni di Giochi - tutto sulle Olimpiadi” (ed.San Paolo 1996); “Rinati per vincere” (ed. Riccardo Viola 2010). È stato addetto stampa della Federazione Italiana Sport Handicappati e poi Disabili dal 1980 al 1992.

Cinque Cerchi d'Argento_rivista di cultura e storia dello Sport - n° 5-6, giugno 2018  

Terza uscita della Rivista di cultura e storia dello Sport, edita dall'Associazione Pensionati CONI e diretta da Augusto Rosati. Su questo n...

Cinque Cerchi d'Argento_rivista di cultura e storia dello Sport - n° 5-6, giugno 2018  

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