Page 1

APEC ASSOCIAZIONE PENSIONATI CONI Associazione Benemerita del CONI

ANNO 1° - numeri 3 e 4 Luglio-Dicembre 2017 - Registrazione Tribunale di Roma n° 132/2000

Cinque Cerchi d’argento LA CITTÀ DELLO SPORT il FORO ITALICO, punto di riferimento della nostra vita professionale

All’interno: 8 Pagine speciali dedicate all’attività APEC

RIVISTA TRIMESTRALE DI CULTURA E STORIA DELLO SPORT


Il Punto

Rivista trimestrale di cultura e storia dello sport con inserto speciale Pagine Gialle dedicate ai Soci APEC Pubblicazione inserita nei Progetti Speciali del CONI per le Associazioni Benemerite Sfogliabile online su: www.pensionaticoni.it Direttore responsabile: Augusto Rosati Anno 1 N°3-4 luglio/dicembre 2017 Registrazione Tribunale di Roma n° 132/2000 La sede legale è c/o APEC Foro Italico, 00135 ROMA Tel: 06 3272 3228 Fax: 06 3272 3800 e-mail: pensionaticoni@alice.it facebook: pensionati coni Stampato presso: BDprint, portale di The Factory srl Vai Tiburtina, 912 00156 Roma Tel. 06432081 Fax 0640801679 P.Iva 10352291008

La foto pubblicata è contestualizzata al tema di apertura di questo numero: la storia del Foro Italico. Propone il volto ed il tronco di una delle tante statue realizzate con il pregiato marmo di Carrara, che fanno da corollario all’immenso complesso della ineguagliabile Città dello Sport.

2

PROMESSE CHE STIAMO MANTENENDO di Massimo Blasetti

E

ccoci con il secondo numero di Cinque Cerchi d’Argento. L’avevamo promesso entro quest’anno, e siamo stati puntuali. Anche stavolta, in modo anche più marcato, troverete argomenti interessanti, che – e lo dico con compiacimento - hanno visto coinvolti ben tre giornalisti di grande esperienza, come Fiammetta Scimonelli, Pier Lorenzo Puglisi e Sergio Meda, nonché alcuni colleghi che hanno ricoperto posti di alta responsabilità nelle federazioni sportive e nel CONI. Un segnale di crescita della rivista, che fa ben sperare per i numeri che verranno. Comunicare coi soci, e non solo, era il nostro impegno per questo quadriennio: questo magazine è testimonianza in tal senso. Ma non intendiamo fermarci qui: infatti oltre alle disponibilità offerteci dalla Rete (…a proposito, circa il 50% dei soci, anche grazie alle nostre continue insistenze, ci segue via WEB. Èun buon traguardo, visto che solo l’altr’anno la percentuale non era tra le più ambiziose), con il nuovo anno vogliamo avere un occhio di riguardo anche per quei soci che non utilizzano il computer e possono leggerci solo a mezzo della corrispondenza ordinaria cartacea.

Ciò grazie ad una “correzione di rotta” di una iniziativa per la quale volevamo favorire l’interscambio di relazione coi Soci. Parliamo di APEC RACCONTA, uno dei segmenti che fanno parte dei Progetti Speciali richiestici dal CONI. Non organizzeremo più incontri frontali, che, ahimè per varie ragioni, non hanno visto una partecipazione “di massa”, ma veicoleremo con cadenza presumibilmente mensile, con un opuscolo cartaceo, le varie esperienze professionali “purché abbiano validità storica”, che ogni collega potrà raccontarci o a mezzo posta, ordinaria o telematica, oppure per telefono. Non solo: cogliendo l’occasione di inviare questi report testimoniali, allegheremo all’opuscolo anche specifiche informazioni aggiornate dell’Associazione, così come facciamo con l’inserto Pagine Gialle di Cinque Cerchi d’Argento. Nell’augurare a tutti buone feste, non mi resta che darvi appuntamento all’Assemblea Nazionale del 5 febbraio, che rappresenterà un ulteriore passo importante per l’Associazione, ma di questa troverete tutti i dettagli nell’inserto odierno dedicato esclusivamente ai Soci. Buona lettura.


Editoriale

IL VALORE DELLA MEMORIA STORICA FONDAMENTALE ANCHE NELLO SPORT

MISSION POSSIBLE di Augusto Rosati

Non

diciamo certo una banalità se affermiamo che il racconto e l’analisi del passato, in altre parole la Storia con la S maiuscola, acquistano un ruolo fondamentale per poter meglio comprendere gli avvenimenti del presente. Purtroppo oggi questo sembra essere un aspetto troppo spesso trascurato e con preoccupazione dobbiamo ammettere che viviamo in tempi ove “…la maggior parte dei giovani sta crescendo in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono”. L’espressione l’abbiamo evidenziata e virgolettata, perché è dello storico britannico Eric Hobsbawn, riportata nel suo testo più famoso, “Il secolo breve”, cioè il Novecento, di cui tutti noi ne abbiamo vissuto quantomeno la seconda metà. Pur nella consapevolezza che la nostra non è una rivista di sociologia, ma si limita ad affrontare “nel suo piccolo” temi che riguardano la cultura e la storia dello sport, non possiamo non preoccuparci del crescente fenomeno di disinteresse che pesa sull’odierna Società verso tutto ciò che è “il passato”. Eppure è così evidente, in ogni ambito, addirittura anche quello tecnologico, che non è possibile pensare di costruire il “futuro” (…o anche semplicemente comprendere il tempo presente) se vengono a mancare completamente le basi radicate nel passato. Non parliamo di studi complessi, sia ben chiaro, ma sarebbe già un passo avanti avere una semplice idea di come si è arrivati fino all’oggi. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che in questi tempi è sufficiente, anche attraverso uno smartphone, cliccare su Google, per veder sciorinati centinaia di link che riportano testi, memorie, testimonianze di fatti passati, più o meno recenti. Questo è vero (…tra l’altro, e ne siamo davvero contenti, la tecnologia è preziosa ed insostituibile per la creazione, la gestione e la conservazione degli archivi) ma è altrettanto vero che per fare le ricerche in Rete c’è quantomeno la necessità di avere un pur minimo interesse ad informarsi. E purtroppo la curiosità a conoscere cosa sia accaduto ieri manca sempre più spesso, specie tra le generazioni nate dopo gli anni ’70.

Corsa di atleti nelle olimpiadi antiche

Peccato, perché proprio la curiosità è uno dei fondamenti della cultura e del progresso. Lo sport ahimè non è esente da questo fenomeno ed egualmente si avverte una crescente fragilità nel ricordare eventi, episodi e storie, spesso riguardanti anche grandi campioni, anche se la labilità dei ricordi sembra meno evidente rispetto ad altri segmenti della Società. Ciò probabilmente accade per quella caratteristica che è insita nello sport, cioè il “tifo”, sempre imperante in quasi tutte le discipline, prime fra tutti quelle di squadra. Ma la memoria dello sport non può avere come unica roccaforte il tifo, perché quegli eventuali ricordi sono più di tipo affettivo che culturale. E proprio in virtù di tutto ciò che stiamo dicendo che l’APEC, nel suo “modesto piccolo” intende agire ed offrire il proprio contributo “di memoria dello sport”, nella totale convinzione che trattasi di attività umana per eccellenza che da sempre è ricca di valori positivi, imprescindibili ed insostituibili. Altamente educativi e concretamente formativi. Vogliamo proseguire, con rinnovato vigore, anche attraverso questa Rivista, per dare concretezza a questo obiettivo, che d’altronde è uno dei principi fondativi su cui regge il nostro Statuto: ci auguriamo che il nostro impegno possa essere una “mission possible”! 3


Sommario

Sommario Promesse che stiamo mantenendo Massimo Blasetti Mission Possible Augusto Rosati La città dello sport Augusto Rosati Era il 5 febbraio del 1928… a cura della redazione Gli altri edifici del Foro a cura della redazione I GRANDI UOMINI DELLO SPORT Il mio Presidente Onesti Fiammetta Scimonelli MOMENTI DI AGGREGAZIONE Il nostro tennis Giuliano Annibali SPORT E COMUNICAZIONE C’era una volta la macchina da scrivere Piero Puglisi MEMORIE DI SPORT Una scelta di vita Giorgia Gatti L’Italia del Pallone a cura della redazione Il testimone Guglielmo Petrosino Dubbio amletico Guglielmo Petrosino SPORT ED ECONOMIA Pecunia non olet Augusto Rosati Sponsor per una notte Massimo Blasetti A lui dobbiamo gli sponsor Sergio Meda ULTIMA PAGINA Nel segno dello sport a cura della redazione IL PUNTO EDITORIALE DOCUMENTARIO

p. 02 p. 03 p. 05 p. 06 p. 10 p. 11 p. 15 p. 17 p. 20 p. 23 p. 24 p. 26 p. 28 p. 29 p. 30 p. 32

All’interno l’inserto delle PAGINE GIALLE - Pagine speciali dedicate all’attività dell’Associazione Pensionati CONI

IN QUESTO NUMERO Diamo il via, da questo numero, una serie di reportage che è nostra intenzione proporre nel tempo, titolati Documentario, e che tratteranno, su base appunto documentale, temi basilari dello sport italiano, tra cui l’impiantistica sportiva nel nostro Paese, con storie, testimonianze e notizie varie che ci raccontano le loro origini ed i loro perché. Primo articolo sul tema, e non poteva che essere così, il Foro Italico. Per la rubrica I grandi uomini dello sport la stimatissima collega Fiammetta Scimonelli ci propone la figura di Giulio Onesti, letta da una angolazione umana particolarmente toccante e profonda. Per Momenti di aggregazione, flash di vita quotidiana non prettamente professionale che hanno accompagnato, grazie al CRAL CONI, tanti dipendenti dell’Ente, si torna a parlare di tennis, stavolta con la penna 4

di Giuliano Annibali. Per la rubrica Il mondo dei Media pubblichiamo un contributo interessante di Piero Puglisi, firma importante per oltre 40 anni dell’ANSA, concernente l’evoluzione tecnologica di quello che fino a ieri era lo strumento fondamentale per un giornalista, la macchina da scrivere. Per le Memorie dello Sport c’è una bella intervista a Pier Luigi Gatti, nostro collega, nonché vicepresidente vicario dell’APEC, riguardante la sua vita sportiva, da atleta e da dirigente. Ad “interrogarlo”… sua figlia Giorgia. Quindi spazio al Calcio, con i contributi del collega Guglielmo Petrosino: sua l’intervista a Fino Fini (anche lui socio APEC) che per vent’anni è stato il medico della Nazionale Italiana di calcio, e suo il racconto di una simpaticissima esperienza professionale accaduta nella sfortunata finalissima Italia Fran-

cia del Campionato Europeo del 2000. Altra nuova rubrica, Sport ed Economia, ovviamente proposta sempre in chiave storica: ad inaugurarla il presidente Massimo Blasetti, che ci narra un interessante episodio riguardante la “preistoria” nel Basket. C’è poi un secondo articolo (che siamo davvero onorati di pubblicare) propostoci da Sergio Meda, per tanti anni grande firma della Gazzetta dello Sport, che racconta di Fiorenzo Magni, il grande campione del ciclismo che per primo, ancora atleta in attività, intuì e concretizzò l’intervento basilare della pubblicità “extrasportiva” per sostenere la crescita e lo sviluppo delle società sportive. La rivista chiude, in modo lapalissiano, con Ultima Pagina spazio stavolta destinato a raccontare il nuovo logo dell’APEC ed i suoi perché. Buona lettura a tutti.


Documentario

LA CITTÀ DELLO SPORT Il Foro Italico, la sua storia, la sua origine e i suoi perché

di Augusto Rosati

Particolare di statue dello Stadio dei Marmi

Per

decenni abbiamo trascorso la nostra vita lavorativa al Foro Italico e probabilmente, pur avendo spesso ammirato ed apprezzato i suoi luoghi, i suoi locali, i suoi ambienti, il suo verde, non ci siamo mai posti domande specifiche sulla sua storia, sulla sua origine e sui suoi perché. La stessa riflessione possiamo farla anche se oltre a parlare dell’area ove c’è il Palazzo H, ci riferiamo alla zona al di là del ponte (quindi il quartiere Flaminio) anch’essa con peculiarità che sono collegate in maniera forte col mondo dello sport, visto che ci sono i due Palazzi delle Federazioni, il Palazzetto e lo Stadio Flaminio. Non solo: durante le Olimpiadi 1960 proprio lì fu costruito il Villaggio Olimpico. Trattasi di un argomento di così ampia portata che il poco spazio che dedichiamo nel numero odierno della rivista non può essere certo esaustivo: sono stati scritti infatti molti libri, molti trattati di architettura e di sociologia urbana, e risultano esserci molte tesi di laurea che hanno abbracciato, in modo diretto o indi-

retto, questo affascinante tema. Poiché il nostro ruolo non può che essere quello di stimolare l’interesse dei lettori, per poi lasciare ad ognuno la facoltà di approfondire i vari dettagli, oggi proponiamo quindi una breve sintesi riguardo l’iter di quel processo che, con varie fasi e varie trasformazioni, ha comunque caratterizzato la prima delle due aree succitate, il Foro Italico, che come tutti sanno fino alla caduta del fascismo, si chiamava Foro Mussolini. Sarebbe nostro auspicio che il modesto lavoro odierno, di pura sintesi di alcune tra le documentazioni esistenti, possa costituire una “scintilla” per ricevere da chiunque ulteriori contributi storici, magari “originali e diretti” con testimonianze fotografiche e documentali. Potremmo dar vita ad una operazione culturale sportiva “partecipata”,, come prevedono sia la “filosofia” di Cinque Cerchi d’Argento ma anche e soprattutto una delle funzioni istitutive della nostra Associazione. Rimaniamo quindi in fiduciosa attesa. 5


ERA IL 5 FEBBRAIO DEL 1928… È la data ufficiale della posa della prima pietra del Foro Mussolini, opera dell’architetto Enrico Del Debbio: il complesso doveva essere al servizio, come si leggeva nello slogan di allora “…per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù”. Fu ancor di più: l’ombelico su cui ruota l’intero mondo sportivo, sede del Comitato Olimpico Nazionale Italiano

Lavori in corso al Foro Mussolini, anno 1930

L’

insieme del Foro Italico (che come tutti sanno, in origine si chiamava Foro Mussolini) è stato ideato e realizzato tra il 1927 e il 1933, su progetto dell’arch. Enrico Del Debbio. In realtà la paternità vera e propria del Foro si deve attribuire a Renato Ricci, allora sottosegretario all’Educazione Nazionale e fondatore dell’Opera Nazionale Balilla, il cui obiettivo (anche ricco di contenuti esplicitamente politici) era quello di realizzare una città dello sport. Nel suo pensiero (che fu poi tradotto in realtà), gli impianti sportivi dovevano essere progetta-

6

ti secondo il modello degli stadi di Olimpia e della Grecia antica. Ed infatti il Foro è ritenuto uno dei più attrezzati e funzionali centri sportivi del tempo, ispirato all’antico gymnasium greco-romano. È curioso tra l’altro sapere che inizialmente, per la scelta dell’area più adatta per quel complesso, furono prese in considerazione tre location a quel tempo disponibili: la prima opzione era la zona dove successivamente fu realizzata la Città Universitaria (Verano, Tiburtina, Stazione Termini); la seconda era l’area dell’attuale centro residenziale di Casal Palocco; infine la

terza era la “piana flaminia”, sotto Villa Glori, dove invece nel ’60 fu realizzato il Villaggio Olimpico. Al momento della scelta definitiva però queste ipotesi furono scartate e la decisione cadde su una quarta area, formalmente meno appetibile, collocata nella zona a nord di Roma, adagiata tra le colline di Monte Mario, i colli della Farnesina e il Tevere. Invero la natura di quei terreni era tutt’altro che allettante e la zona risultava particolarmente depressa con terreno paludoso. Comunque, per rigore storico, è opportuno ricordare che il Piano Regolatore di Roma del 1909 già in-


Documentario

Veduta aerea dell’area del Foro Mussolini, anno 1936

dicava, nell’ampia zona denominata Prati della Farnesina, un’area con generica destinazione a verde pubblico. Ma qualunque fossero state le motivazioni della scelta, non si può negare, dopo circa un secolo, che il Ricci seppe “vedere lontano”. Tramite la Sovraintendenza alle Belle Arti, fece vincolare tutte le circostanti colline di Monte Mario, rendendole non edificabili in modo da favorire la nascita di quello che ancora oggi è lo sfondo naturale e boschivo per il Foro, e soprattutto garantendo (ancora per i giorni d’oggi) un vero e proprio polmone verde per tutta la città di Roma, cosi come risultò fondamentale, per la trasformazione della città, la massiccia bonifica ambientale attuata nella zona bassa pianeggiante. In questo intervento, il piano di campagna originale, appunto paludoso, fu alzato di oltre 5 metri e poi fu sanificato: un intervento immenso, se consideriamo che parliamo di una superficie

di circa 80 ettari. Una nota sul piano tecnico: il tipo d’intervento effettuato in questa fase fa comprendere meglio perché la costruzione degli impianti fu realizzata con l’invaso di gioco incavato nel terreno. Il passo iniziale dell’articolato progetto sul Foro, fu la decisione di Renato Ricci di far progettare a Del Debbio l’Accademia (l’attuale Palazzo H) con uno stadio annesso per praticare l’atletica e la ginnastica, vale a dire lo Stadio dei Marmi Il Palazzo H, come tutti sappiamo, prende nome dal fatto che è costituito da due corpi di fabbrica di uguali dimensioni e struttura, uniti da un cavalcavia. Quindi a forma della lettera H. Nel cosiddetto cavalcavia si trova il Salone d’Onore, che poi altro non era che l’Aula Magna, ricco di decorazioni parietali. Su questo locale ci sarebbe molto da parlare: ci ripromettiamo di farlo in seguito, magari con contributi storici forniti da

qualche socio o amico dell’APEC. Lo Stadio dei Marmi fu progettato nel 1928 ed inaugurato nel 1932. Per la sua tipologia architettonica fu definito dall’urbanista Italo Insolera “…come l’impianto più rappresentativo dell’era fascista”. Il suo nome ovviamente è legato al marmo bianco di Carrara, che appunto fu utilizzato per costruire gli otto gradoni destinati ad accogliere 20.000 persone, gradoni che furono realizzati sopraelevando il terreno di circa cinque metri e mezzo. Lo Stadio, tuttavia, non fu pensato per pubbliche manifestazioni agonistiche, ma soprattutto come sede di allenamento ginnico e militare per gli accademisti, nonché per ospitare i saggi ginnici celebrativi del fascismo, che si svolgevano una volta all’anno. Questo particolare funzionale spiega l’assenza di pensiline, così come la scelta strutturale pensata ad U, tra l’altro tipica degli 7


Facciata interna del Palazzo delle Terme

stadi ellenici, con due lati rettilinei e paralleli raccordati con un tratto semicircolare da tutte e due le parti. I due corpi di fabbrica affiancati che delimitano l’accesso al campo furono destinati ai servizi e ai magazzini per gli attrezzi. L’altro elemento caratteristico dello Stadio è offerto dalle sessanta statue - donate dalle province italiane - distribuite alla sommità dello spalto. Le statue sono tutte della stessa altezza, 4 m., e rappresentano atleti di differenti discipline ginniche che richiamano comunque atteggiamenti bellici. La collocazione delle statue come elemento ornamentale segna un significativo ribaltamento nella concezione delle arti figurative, poiché viene invertita la tendenza che vedeva la scultura, comunemente votata a minore rilevanza rispetto alla pittura, assumere in questo contesto sportivo una importanza – quanto meno di visibilità – senz’altro prevalente: quindi in sintonia con la concezione ideologica del fascismo, ove virilità e forza assumevano significati rilevanti di dominio e di decisionismo. Tra gli scultori che lavorarono a queste statue citiamo Aroldo Bellini, Tommaso Bertolino, Aldo Buttini, Silvio Canevari e Carlo De Veroli. Dello scultore Bellini sono anche i due gruppi di bronzo collocati ai lati dell’ingresso al campo. Angelo Canevari fu invece l’autore dell’ampio mosaico di 150 mq. posto anch’esso all’ingresso del campo, con la rappresentazione di otto figure di atletica leggera. Adiacente allo Stadio dei Marmi fu realizzato lo Stadio dei Cipressi, destinato al calcio, e che poi fu ristrutturato e modificato in stadio Olimpico. I lavori iniziarono nel 1927 e venne inaugurato nel 1932, parzialmente, sino al primo anello. Ma anche di questo 8

impianto parleremo più dettagliatamente in un prossimo numero della Rivista. Un altro grande “padre” del Foro Mussolini fu l’architetto Luigi Moretti che ha firmato capolavori come la Casa delle Armi, la palestra del Duce (all’interno del Palazzo delle Terme) nonché il Piazzale dell’Impero, oggi viale del Foro Italico. Subentrato ad Enrico Del Debbio come architetto della città dello sport, fu incaricato soprattutto del progetto per la realizzazione del Piazzale inneggiante al Ventennio. Questo spazio enorme doveva essere il luogo deputato per eccellenza alle sfilate dell’intero Regime. L’opera realizzata copre un’area di 7000 metri quadrati costituiti da mosaici realizzati da Gino Severini e raffiguranti atleti, figure mitologiche e simboli sacri alla storia di Roma e alla vita fascista. I tasselli utilizzati sono gli stessi in uso nell’antica Roma, dalla dimensione mediamente di poco più di un centimetro. Alcuni mosaici raffigurano la pianta dell’intero complesso del Foro, altri ripetono ossessivamente la scritta “duce”, oppure “duce a noi”, o ancora il fanatico motto, particolarmente in auge nel ventennio, “molti nemici molto onore”. Ai lati del viale sono stati collocati dei monoliti bianchi con incisi i passaggi fondamentali dell’Italia fascista. I lavori, iniziati nel 1927, furono portati a termine in molta rapidità da 400 fra scalpellini e mosaicisti dalla scuola specializzata dell’Opera Nazionale Balilla. All’estremità occidentale del piazzale sorge la fontana della Sfera, realizzata dagli architetti Giulio Pediconi e Mario Paniconi, costituita da un’ampia vasca circolare di 3 metri di diametro e da una grande sfera, avente lo stesso diametro della vasca e un peso di circa 42 tonnellate,


Documentario

Il monolite

realizzata da un unico blocco di marmo proveniente dalle cave di Carrara. Il bacino anulare alla fontana è decorato con mosaico a tessere di marmo bianche e nere, con soggetti marini, realizzati su ideazione del pittore Giulio Rosso. In asse alla fontana, nella parte orientale del piazzale, si eleva il simbolo della potenza del Regime, l’obelisco conosciuto come Stele Mussolini, opera di Costantino Costantini. Un unico blocco di marmo di Carrara poggiato su un’enorme base dello stesso materiale per un’altezza totale di quasi 40 metri e 770 tonnellate di peso. Il Monolite è certamente il più grande blocco di marmo mai estratto dalle Alpi Apuane. Lo stesso architetto che curò il progetto ribadì a Mussolini questo primato: “L’obelisco è il più grande blocco marmoreo che mai sia venuto alla luce dalle viscere della Terra”. Venne a costare la bellezza di quasi due milioni e mezzo di lire dell’epoca (all’incirca 2 milioni di euro) oltre alla cuspide di oro puro, del peso di kg. 32 “indispensabile a proteggerlo contro le insidie del tempo”. Ovviamente anche la cuspide aveva il suo valore economico: all’incirca costò, in valuta odierna, attorno al mezzo milione di euro. Tra l’altro con la caduta del regime la cuspide d’oro andò perduta. Interessante, sia sul piano inge-

Una delle statue collocate nelle nicchie del Palazzo H

gneristico che di coinvolgimento sociale, la metodologia del trasporto del monolite dai Monti Lunensi fino a Roma. L’Istituto Luce conserva nei suoi archivi (accessibile anche online) il resoconto filmato dell’ardita operazione. Questa avvenne in parte via terra e in parte via mare e fiume, e richiese particolari mezzi tecnici e singolare abilità di maestranze. I blocchi infatti vennero estratti dalla cava, poi vennero “lizzati”. Spieghiamo meglio (o più precisamente “al meglio) il significato di lizzare, rimanendo nel contesto di questa narrazione: i blocchi di marmo furono imbragati su dei tronchi di faggio, fino a formare una slitta. Questa fu poi assicurata con cavi e caposaldi disposti lungo un percorso particolare, la cosiddetta “via di lizza”, per essere successivamente mollata gradualmente, in modo che scivolasse su altri legni unti di sapone o di grasso che le venivano posti sotto, trasversalmente. Arrivati a valle i blocchi furono trainati da 60 coppie di buoi e caricati su delle imbarcazioni realizzate appositamente che, una volta arrivati a Fiumicino, risalirono il Tevere, passando sotto ponte Quattro Capi in prossimità dell’isola Tiberina, ponte Sisto e ponte Sant’Angelo, ed infine all’attuale Foro furono posizionati attraverso l’utilizzo di macchine appositamente realizzate. 9


Documentario

GLI ALTRI EDIFICI DEL FORO L’

immane complesso del Foro Italico non ha mai avuto un progetto unitario ma è sempre stata una struttura in “eterno itinere”, che nel corso degli anni ha visto la realizzazione di altri importanti edifici destinati allo sport. Ad esempio Del Debbio, oltre alle tre opere sopracitate, realizzò anche la Foresteria sud, la Colonia Elioterapica, nonché l’attuale Ministero degli Affari Esteri, megastruttura indirettamente collegata allo sport ma che doveva essere parte integrante nel Foro medesimo, pensata come Palazzo del Littorio. In quest’opera (tutta da visitare per la ricchezza culturale conservata nei suoi locali) Del Debbio fu affiancato da altri due architetti, Foschini e Ballio Morpurgo. Ma altri importanti progettisti realizzarono altri impianti che sono parte integrante di tutta l’area CASA DELLE ARMI - PALESTRA DI SCHERMA Fu realizzata fra il 1933 e il 1936 da Luigi Moretti in un’area presso cui in origine era prevista la costruzione della “Casa del Balilla Sperimentale”, e costituisce un vero e proprio capolavoro dell’architettura razionalista italiana. Per capire meglio di cosa stiamo parlando, trattasi di quell’edificio che, a partire dagli anni ‘80 è stata utilizzata a lungo come “aula bunker” giudiziaria.

STADIO CENTRALE DEL TENNIS Fu progettato a partire dal 1933 dall’architetto Costantino Costantini e fu poi decorato da sculture di Eugenio Baroni. L’antica struttura è oggi affiancata dall’attuale nuovo Stadio centrale del tennis. Sfruttando la conformazione del terreno e in linea con le intenzioni dei diversi ingegneri che progettarono i vari elementi del Foro, Costantino Costantini riuscì a realizzare lo stadio “scavandolo” in un invaso, piuttosto che elevandolo in altezza, e quindi di fatto “immergendo” la struttura nel paesaggio naturale invece che imponendola allo sguardo e al territorio. STADIO OLIMPIONICO DEL NUOTO La realizzazione dello stadio in realtà appartiene alla seconda fase urbanistica del Foro, quella del dopoguerra (1956). Gli architetti Enrico Del Debbio e Annibale Vitellozzi firmano la progettazione di questo complesso, dotato di piscine per le gare, per i tuffi, per i corsi di nuoto. PALAZZO DELLE TERME Il complesso include l’Accademia di Musica, le Piscine coperte e la Palestra del Duce. L’architetto Costantino Costantini progettò l’edificio (1935-37), collocandolo 10

alla sinistra del monolite, in posizione simmetrica rispetto all’Accademia di Educazione fisica di Del Debbio. Entrando nell’edificio si ha un primo impatto con la luminosa Piscina Coperta, decorata dai mosaici pavimentali di Giuseppe Rosso, e da quelli parietali di Angelo Canevari. Al primo piano stanno una piscina pensile per bambini, e la famosa Palestra del Duce, queste due opere di Luigi Moretti (1936). PIAZZALE DELL’IMPERO (OGGI VIALE DEL FORO ITALICO) L’area fu sistemata nel 1936. Lungo il tracciato ben 22 parallelepipedi marmorei a sezione rettangolare, 11 per lato, recano incise le gesta del regime fascista scandendo le tappe della storia d’Italia dal 1915 (la Grande Guerra) al 1936 (la conquista d’Etiopia. Altre due coppie di pilastri posti alle estremità del viale e perpendicolari agli altri chiudono le due schiere commemorative. Al centro del viale la piattaforma marmorea lunga 88 m, sopraelevata di tre gradini, era destinata ad accogliere le autorità durante le manifestazioni, a mo’ di podio. Accanto alla celebrazione storica sta la glorificazione dei valori sportivi illustrata dal tappeto musivo che lastrica il viale. I mosaici furono ideati, tra gli altri, da artisti del ventennio. Ricordiamo che il 25 agosto 1960, pochi giorni prima dell’inaugurazione delle Olimpiadi l’allora ministro del Turismo Alberto Folchi fece cancellare diverse parti e scritte dei mosaici, fece aggiungere tre date significative (25 luglio 1943, la caduta del fascismo; 2 giugno 1946, il Referendum; 1 gennaio 1948, la Costituzione). Fece altresì cambiare la posizione del pilastro che ricordava la fondazione del “Popolo d’Italia”. Ricordiamo infine, che secondo il progetto ideologico iniziale, “a degna conclusione visiva del Piazzale” in un’ampia prospettiva celebrativa rivolta verso la collina di Monte Mario, avrebbe dovuto trovarsi un mai realizzato “Colosso” (disegnato da Aroldo Bellini), un imponente Ercole di Nemea con le sembianze del Duce, a coronamento di un immenso museo permanente del fascismo. Per fortuna, diciamo noi, questo aspetto progettuale non trovò attuazione. La Fontana della Sfera


I Grandi Uomini dello Sport

Giulio Andreotti, Giulio Onesti e Bruno Zauli davanti al plastico dello Stadio Olimpico

L’uomo che guidò il CONI dal ‘46 al ‘78

IL MIO PRESIDENTE ONESTI Un ricordo umanamente affascinate del dirigente che riuscì subito dopo la nascita della Repubblica a ricostruire lo Sport italiano, ridando linfa vitale ad un movimento che è parte integrante della storia della rinascita e della crescita dell’Italia. di Fiammetta Scimonelli mia ultraventennale attività all’UffiNella cio Stampa del CONI, terminata con le dimissioni nel 1993 dopo l’elezione di Mario Pe-

scante, ho lavorato con tre Presidenti: Giulio Onesti, Franco Carraro e Arrigo Gattai. Sotto la presidenza Onesti sono sempre stata il vice di Donato Martucci, storico capo ufficio stampa del CONI: dopo l’elezione di Franco Carraro nel 1978, quando Martucci nel 1981 per ragioni anagrafiche ha lasciato l’incarico, sono diventata automaticamente responsabile dell’Ufficio (forse per un accordo segreto fra Onesti e Carraro) e lì sono rimasta fino al 1993, quando ho presentato le mie dimissioni al neo Presidente Mario Pescante. I miei rapporti con l’avv. Onesti, che nei primi anni mi guardava con sospetto, troppo avvezzo a considerare le donne con responsabilità diverse dal lavoro, sono cambiati del tutto durante i Giochi Olimpici di Monaco 1972. Mi avevano portata per dare un aiuto a Martucci, ma ad Onesti, che era molto attento al lavoro dei suoi dipendenti e sempre disposto a riconoscerne le capa-

cità, era piaciuto il mio comportamento nell’occasione difficile che stata vivendo il movimento olimpico e aveva capito che nella scelta e nella diffusione delle informazioni non ero seconda a nessun uomo. Da allora, la sua benevolenza verso di me si è trasformata in confidenza e stima, fino a diventare vero e proprio affetto. Spesso nel pomeriggio, tornando dalla passeggiata che faceva a piedi fino al tennis, nel tentativo di evitare il pranzo di mezza giornata, si divertiva a girare per gli uffici, a scoprire chi si prodigasse di più, a trattenersi con qualche battuta. Da me veniva spesso, anche perché l’avevano informato che mi ero organizzata per fare il caffè in ufficio, dal momento che il bar chiudeva puntualmente alle 14. Beveva il caffè, poi mi offriva una Malboro, che considerava una sigaretta “seria” rispetto alle mie Nazionali (all’epoca si poteva fumare in ufficio). Parlavamo naturalmente di sport, della mia atletica, del canottaggio che aveva praticato da giovane, di possibili risultati dei campioni italiani e stranieri. Ma anche di letture, di cinema, di musica. Era severo con Alberto 11


I Grandi Uomini dello Sport

Sordi, che riteneva esagerato nel proporre i lati negativi del popolo italiano, anche se questo giudizio lo mise da parte per accoglierlo al Foro Italico e permettergli di girare alcune riprese di “Polvere di stelle” nel cortile posteriore del Palazzo H che si affaccia sullo Stadio dei Marmi. Criticava la mia valutazione positiva sul film “L’ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci definendomi “intellettuale alla moda” e che a lui era parso ridicolo e anche di cattivo gusto. Mi confidava di non apprezzare l’Opera Lirica, di annoiarsi a teatro, anche quando andava a sentire il fratello Giorgio che era un “basso” spesso impegnato nelle rappresentazioni. Un pomeriggio del 1977, pur avendo saputo da Martucci che dovevo andare alla Sala Nervi in Vaticano per sentire il concerto di Arturo Benedetti Michelangeli, tornato a suonare in Italia dopo la scelta di esiliarsi in Svizzera, mi tratteneva con una serie di argomenti interessanti, ironizzando sul fatto che mi vedeva fremente e timorosa di arrivare oltre le 18,30, orario stabilito per l’inizio dell’esibizione del grande pianista. Poi finalmente, con un sorriso un po’ dispettoso, mi lasciò andare augurandomi buon divertimento. Con lo stesso compiacimento sornione mi aveva obbligato, ai Giochi Olimpici di Montreal 1976, di restare al Villaggio per aiutarlo a scrivere una lettera in francese, mentre stava per iniziare la finale del salto in alto, dove Sara Simeoni si sarebbe battuta alla ricerca di una medaglia. “Adesso vai”- mi disse finalmente “e spero che tu abbia ragione”. In precedenza, a Roma, durante una camminata lungo i corridoi del CONI, mi aveva chiesto chi, in atletica, poteva vincere una medaglia. E io gli avevo risposto “Sara Simeoni”. “E Mennea?” mi aveva chiesto lui: “Mennea arriverà quarto” gli risposi “… non può farcela contro statunitensi e americani”. Quella volta avevo visto giusto, e naturalmente il Presidente si complimentò, perché Sara vinse l’argento e Pietro, che a Monaco 1972 aveva conquistato il bronzo nei 200 metri, terminò al quarto posto. Si sarebbe poi rifatto a Mosca ’80, meritando l’oro dopo una gara entusiasmante e Sara Simeoni l’avrebbe imitato vincendo il salto in alto. Dopo le dimissioni e il trasloco dalla stanza presidenziale a quella riservata ai membri del CIO, mi chiedeva collaborazione per la sua corrispondenza, perché non aveva più una segretaria che gli desse aiuto. Io lo facevo volentieri e questo Onesti lo avvertiva, come avvertiva il distacco che si era creato con altri collaboratori, impegnati a conquistare 12

nuove simpatie: un comportamento che viveva con dolore silenzioso. Lui, sempre apparentemente ironico sulle caratteristiche degli umani, considerava quell’irriconoscenza delle persone con le quali aveva lavorato amichevolmente negli anni del tutto incomprensibile. Perché la sua natura, ben nascosta dal sarcasmo talvolta perfino irriverente, era ricca di spirito di amicizia, di lealtà, di comprensione umana. Sembrava tanto in alto, inafferrabile, e invece era una persona dai sentimenti buoni, con un fermo concetto di famiglia, proiettato sempre non solo alla vita e alla crescita dello sport italiano, ma anche al benessere di coloro che, sia pure a livelli diversi, lo coadiuvavano in questa ricerca. Negli ultimi giorni della sua vita chiese a Carraro di lasciarmi libera nel tardo pomeriggio affinché potessi andare a trovarlo a casa. Aveva bisogno di sapere come andavano le cose al CONI, le novità giornalistiche, commentare con me i risultati ottenuti dagli azzurri nelle diverse discipline. Lui era stanco, provato. “Non mangia quasi niente” mi diceva la moglie Gabriella, preoccupata per questa inesorabile caduta. Nel sentire i miei racconti si rincuorava un po’, ma ogni giorno che passava mi sembrava più abbattuto, anche se sempre vigile e curioso. L’ultimo pomeriggio – non dimenticherò mai la telefonata di Gabriella alle 13, che mi chiedeva di anticipare la visita quotidiana forse consapevole di quanto sarebbe successo di lì a poche ore – e tantomeno il colloquio con il Presidente, mi è rimasto scolpito nella mia memoria. Tormentato da un respiro affannoso, ma tuttavia sorridente, mi disse ad un certo punto: “… povera Scimonelli, quanto lavoro ti aspetta”. Non mi aveva chiamata per nome, come sempre, ma per cognome, come si fa con gli uomini, quasi a voler dichiarare il suo intimo pensiero nei confronti delle mie capacità. Se ne andava così il Presidente che aveva guidato il CONI dal 1946 al 1978. Colui che si era ribellato alla politica quando la politica voleva sciogliere l’Ente, riuscendo a ricostruire lo sport italiano nel dopoguerra, riunendo tutta l’organizzazione sportiva per aprire le nuove basi di un movimento che rientra della storia della rinascita e della crescita dell’Italia. Colui che aveva sposato l’dea del Totocalcio, ideato da Massimo Della Pergola e gestito dalla Sisal, ottenendone nel 1948 la gestione diretta del CONI nella ferma convinzione che le possibilità economiche of-


Inaugurazione dello Stadio Flaminio, Giulio Onesti con il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi ed altre autorità

ferte dal Concorso, sarebbero state fonte indispensabile non solo di sopravvivenza, ma di sviluppo per lo sport. Colui che nel corso degli anni aveva costruito, in accordo con Comuni e Provveditorati, campi sportivi scolastici, palestre e piscine tipo, impianti prototipo in 12 città di 7 province. Colui che era riuscito a realizzare gli Impianti olimpici di Roma (Stadio Olimpico, Stadio del nuoto, Palazzo e Palazzetto dello sport, Velodromo, Stadio Flaminio, Piscina delle Rose, Campo per regate ad Albano) e quelli di Cortina d’Ampezzo (Stadio del Ghiaccio e Trampolino “Italia”) oltre alla perfetta conservazione dello Stadio dei Marmi. Colui che aveva fermamente voluto la creazione del Complesso sportivo dell’Acqua Acetosa e della zona sportiva delle Tre Fontane all’EUR. Colui che, assieme a Bruno Zauli, si era battuto ed aveva ottenuto l’organizzazione dei Giochi Invernali di Cortina 1956 e quella dei Giochi Olimpici di Roma 1960. Ed ancora, l’illuminato dirigente che aveva ideato la Scuola dello Sport e l’Istituto di Medicina Sportiva; che era diven-

tato membro del CIO nel 1964, e poi Presidente dell’Assemblea dei Comitati Olimpici da lui organizzata per stimolare sempre di più l’attività sportiva nei diversi Paesi del mondo e coordinatore del CIO per la solidarietà olimpica; che aveva combattuto l’Apartheid del Sud Africa e aperto i rapporti con la Cina; che aveva conquistato rispetto e ammirazione in tutte le organizzazioni sportive mondiali; che battendosi con convinzione per l’attività sportiva scolastica, aveva indetto nel 1976 i Giochi della Gioventù. Tutto ciò sempre difendendo l’indipendenza dello sport italiano da ogni tipo di ingerenza. Se ne andava nella sua casa romana, nel pomeriggio dell’11 dicembre 1981, a soli 69 anni, stretto nell’abbraccio della moglie Gabriella e del figlio Massimo (che come ha scritto Franco Carraro nel libro di Augusto Frasca, lo avrebbero poi raggiunto prematuramente) e sotto lo sguardo di pochi e fedeli amici, l’uomo che era stato in grado per oltre un trentennio di far crescere lo sport italiano, di sapersi avvalere di presidenti federali

appassionati come lui, di capire l’evolversi della cultura sportiva e di allargare il lavoro delle Regioni e delle Province verso lo sport per tutti, di tenere sempre vivo il dialogo con gli atleti, ma anche con le forze politiche, senza mai dimenticare che è il lavoro comune a portare i suoi frutti e non le parole inutili e di convenienza, mai tradotte in soluzioni concrete. Giulio Onesti era un uomo speciale, difficile da essere paragonato con chicchessia. E il cordoglio unanime per la sua scomparsa fu ben sottolineato dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, oltre che dall’amico Giulio Andreotti, che vennero a salutarlo nella Camera Ardente allestita nel Salone del CONI due giorni prima delle esequie, celebrate nella Basilica di Santa Maria degli Angeli il 14 dicembre del 1981. L’avvocato Giulio Onesti, a trentasei anni dalla morte, non è dimenticato. A ricordarlo è il Comitato Olimpico Italiano, che ne conserva l’immagine nel grande Salone d’onore e la bella scultura dell’artista reatino Bernardino Morsani che domina l’ingresso della stessa sala. Ma 13


I Grandi Uomini dello Sport

non solo: gli ha dedicato il Centro di preparazione olimpica dell’Acqua Acetosa, una delle tante idee portate avanti dal grande dirigente, che rimane un vero gioiello per il movimento sportivo del Paese, il cui ingresso si trova proprio nel piazzale dedicato al suo nome e che accoglie la Scuola dello Sport e il Centro di Preparazione Olimpica. Lo ricorda la Fondazione Onesti, Ente no-profit costituito a Roma nel 1983, che riunisce Aziende collegate all’attività sportiva e che ogni anno, oltre ad iniziative sociali e culturali portate avanti in collaborazione con il CONI e l’Accademia Olimpica nazionale italiana, consegna il Premio Onesti(un piccolo esemplare della scultura di Morsani) a personalità che operano nella dirigenza sportiva o ad atleti olimpionici di particolari caratteristiche umane e culturali. Nel 2012, a cento anni dalla nascita di Onesti, la Fondazione ottenne anche dal Ministero delle Poste l’emissione di un francobollo commemorativo. Su Giulio Onesti sono stati fin qui pubblicati 4 libri. Il primo nel

1986, di Mario Pennacchia, edito da Lucarini, che oltre a proporre un’Agenda della lunga e complessa attività del dirigente, raccoglie testimonianze affascinanti e illustri di politici, di dirigenti e di giornalisti, ed anche della moglie Gabriella, che metteva in luce, sia pure con particolare riservatezza, le caratteristiche umane e familiari dell’uomo che aveva sposato nel ’55. Poi fu il compianto Tonino De Juliis che, con la Società Stampa Sportiva, nel 2000, ha pubblicato il saggio di storia dello sport italiano “Dal culto dell’indipendenza all’eredità rinunciata”, dedicato agli inizi dell’attività al CONI di Giulio Onesti, e poi nel 2001, il volume “Il CONI di Giulio Onesti: da Montecitorio al Foro Italico”. Infine, nel 2012, Augusto Frasca, a cento anni dalla nascita del protagonista, ha realizzato, per il CONI e la Fondazione, il prezioso volume “Giulio Onesti, lo sport italiano”, la storia completa e dettagliata del cammino compiuto dal grande Presidente per la ricostruzione e lo sviluppo

L’ultimo tedoforo di Roma ’60, Giancarlo Peris

14

dell’attività sportiva nazionale. Il titolo stesso del volume vuole proprio sottolineare che se non ci fosse stato Onesti, lo sport italiano non solo non si sarebbe ripreso dalla tragedia della guerra, ma non avrebbe neppure raggiunto il livello sportivo e culturale sviluppato nel tempo. Il libro di Frasca, che andrebbe letto da tutti, dovrebbe trovare posto non solo in tutte le case degli sportivi italiani, ma, suggerirei, anche di coloro che guidano il Paese perché dal grande Presidente del CONI c’è tanto da imparare sia sul piano umano che su quello politico. Da parte di chi vi scrive, ho cercato di riassumere brevemente (…anche se per una rivista le battute da me prodotte sono state davvero tante) l’attività ultratrentennale di un dirigente eccezionale, che giornalisti e storici hanno dettagliatamente raccontato. So che Franco Carraro, che condivide la mia ammirazione ed il mio affetto per il suo predecessore, e come lui Arrigo Gattai, con il quale ho conservato rapporti amichevoli fino alla sua scomparsa, non me ne vorranno per quello che sto per affermare. Ed anche Mario Pescante, che pur avendo accettato le mie dimissioni dopo la sua elezione alla presidenza nel 1993, mi ha seguito e incoraggiato per tutti i quattro anni della mia direzione alla rivista ufficiale del CONI “Lo sport italiano”, penso e spero che capirà i miei sentimenti. Infine, mi auguro la stessa comprensione da parte di Gianni Petrucci e di Giovanni Malagò. Perché per me Giulio Onesti è stato e rimarrà sempre il “Mio Presidente”.


Momenti di Aggregazione

IL NOSTRO TENNIS La sezione sportiva del CRAL CONI: tante amicizie ma anche tanta rivalità!

Nello scorso numero Paolo Caldarera, nel suo simpatico articolo “la Coppa Cobram” ha raccontato le storie del tennis al Foto Italico che vedevano protagonisti i dipendenti CONI. Ma la sua narrazione parte solo dal 1982 (l’ultima fase della Sezione Tennis del CRAL) mentre sappiamo che questa attività risale addirittura al 1965. Il collega Giuliano Annibali, ex segretario generale FIT, ci propone oggi testimonianze che parlano invece dei primi quindici di quel segmento di attività sociale, che ancora dopo decenni e decenni di distanza, insuperabile sul piano dell’aggregazione e dell’amicizia tra i dipendenti dell’Ente. di Giuliano Annibali

Nel

1965, su iniziativa di Tullio Orecchia, funzionario della Federazione motociclistica, nacquero le varie sezioni sportive del CRAL CONI, prima fra tutte quella del tennis, alla quale poi seguirono, calcio, pesca sportiva, caccia, tiro, attività sub ed altre ancora. Presidente del CRAL era Paolo Garelli, allora Segretario Generale della FMI ed in seguito Presidente Onorario dell’APEC, che in quell’ambito extralavorativo aveva come collaboratori due validissimi funzionari, il dinamico Tullio Orecchia e la validissima Giuliana Accettola. Fu lo stesso Garelli a nominare i Presidenti delle sezioni, Vincenzo Romano (calcio), Giuliano Anni-

bali (tennis), Alberto Bacheca responsabile ed istruttore delle attività sub che si tenevano nella piscina dell’Acqua Acetosa. Tullio fu capace addirittura di organizzare anche una gara di regolarità automobilistica, il “Rally della Sabina”, tutto a regola d’arte, con tanto di giudici e cronometristi ufficiali della FICR. Partenza dal Foro Italico, con arrivo a Casperia, in provincia di Rieti, con successiva cena e premiazione alla presenza dei vari Dirigenti del Coni. Ogni manifestazione era ricca di premi, non solo medaglie d’oro e coppe d’argento, ma anche attrezzatura sportiva, che Tullio, grazie al suo modo simpatico di porsi, riusciva a reperire dalle varie Federazioni.

L’attività del tennis ebbe subito un enorme successo: si passò dai sette partecipanti del primo torneo tra amici, organizzato su iniziativa di Evasio Onorati, che lo vinse anche, ai circa quaranta del primo torneo ufficiale del 1966. Visto il successo dell’iniziativa Garelli ed Orecchia chiesero un appuntamento con il Presidente del Coni Giulio Onesti, vero appassionato di tennis che giocava regolarmente al Foro Italico con Pietro Feurra, bravissimo Maestro sempre disponibile con tutti coloro che si avvicinavano al tennis, per illustrare un progetto di massima dell’impianto sportivo con campi da tennis, piscina e sede del CRAL che sarebbe dovuto sorgere 15


Momenti di Aggregazione

Foto della premiazione di un Torneo di Tennis del CRAL

a poco a poco su un terreno già identificato di proprietà del Coni, poco distante dalla curva sud dello Stadio Olimpico, di fronte al maneggio dove si allenavano tra gli altri i fratelli Piero e Raimondo d’Inzeo, campioni olimpionici e mondiali di equitazione. Il Presidente Onesti da grande sportivo fu subito d’accordo, ma alcuni giorni dopo richiamò Garelli e fece pressappoco un discorso del genere: “…siete liberi se lo volete e potete, di costruire un vostro impianto, come del resto avevano già fatto numerosi Enti pubblici, Istituti di Credito e tanti Ministeri, ma per le vostre iniziative posso farvi accedere a tutti gli impianti sportivi CONI, ovvio, compatibilmente con le attività agonistiche delle varie Federazioni”. Una disponibilità enorme, impensata quella dimostrata da Onesti, accolta con entusiasmo sia da Garelli che da tutto il direttivo del CRAL. E di conseguenza si accantonò l’idea di costruire impianti propri. Non solo: in quel contesto fu autorizzato il trasferimento degli uffici del CRAL nei locali dell’allora campo n. 1 del complesso tennistico del Foro Italico. Furono anche create le tessere per i familiari dei dipendenti, con tanto di fotografia di cui i più piccoli andavano fieri, che erano rilasciate da Marcella Stopponi del Servizio del Personale, punto di riferimento per noi tutti in quel periodo. Furono anni bellissimi per il “nostro” tennis e soprattutto furono momenti di grande aggregazione: sui 18 gradoni tribuna dei 16

6 campi, fidanzate, mogli, figli ed amici dei soci si frequentarono in modo molto familiare, e nacquero delle amicizia che ancora oggi resistono al tempo. Naturalmente, come era regola negli ambienti tennis, si giocava in tenuta rigorosamente bianca, con palle Pirelli bianche e racchette di legno. Devo fare una precisazione in merito a quanto scritto da Caldarera a proposito della partecipazione di Marcello Folena. I primi tornei, non furono vinti da Marcello, ma dal sottoscritto per quattro anni consecutivi dal 1966 al ‘69 (i primi tre in finale contro Luigi Ugolini, giocatore completo proveniente dai Centri Coni e mio compagno al Circolo Giornalisti Sportivi di Viale Tiziano, il quarto in finale con un giovane ragazzo, figlio di una dipendente del Coni). Marcello Folena in quegli anni era un ottimo giocatore di II categoria e successivamente un forte III categoria di alta classifica e pertanto per “ pudore sportivo e dichiarata superiorità tennistica” non si iscrisse mai ai nostri tornei. Solo molto più tardi, terminata l’attività agonistica, fece brevi apparizioni, naturalmente da grande protagonista. D’altronde anche Antonio Monduzzi, ex II categoria, per sua scelta partecipò ai soli tornei di doppio con Mario Pescante ed Enrico Argentieri. Mario Pescante, doppista che prediligeva il gioco a rete vinse, per quel che ricordo, due tornei in coppia con il sottoscritto, uno con Monduzzi ed uno con Folena.


Pagine Gialle

CINQUE CERCHI NEWS Pagine speciali dedicate all’attività dell’Associazione Pensionati CONI

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

UNA BENEMERITA A PIENO TITOLO di Massimo Blasetti

Foro Italico negli anni ‘60

L’

APEC, nata come una semplice Associazione di Pensionati CONI è diventata, nel corso degli anni, una Associazione Benemerita riconosciuta dal CONI. Perché? Se lo saranno chiesti in molti. La risposta è semplice ed ovvia: perché attraverso i propri Soci il nostro organismo può erigersi a testimone della storia dello sport italiano quantomeno degli ultimi sessant’anni. Sono infatti soci APEC quei nostri colleghi che hanno speso una vita lavorativa nell’organizzazione dei più grandi eventi sportivi, oppure che sono stati coinvolti nelle più belle performance delle squadre nazionali delle varie discipline sportive. Ma anche tutti coloro che, pur senza la luce dei riflettori, hanno operato “a latere” (non solo sul campo) nel contesto dello Sport Italiano, dando ognuno di essi, a qualsiasi livello e ruolo, il proprio prezioso contributo nel contesto amministrativo ed organizzativo. Parliamo

quindi di un enorme bagaglio di esperienze che dobbiamo custodire con attenzione e che riteniamo sia anche nostro dovere riproporre all’esterno: innanzitutto con la rivista “Cinque Cerchi d’Argento”, oggi assurta a vera e propria testata periodica di cultura sportiva, e poi con “APEC racconta”, una “formula” ideata già dallo scorso anno, nata per favorire occasioni di testimonianze dirette dei soci relative al loro vissuto professionale. Tra l’altro di quest’ultima abbiamo deciso nel Direttivo del 22 novembre di modificarne la formula di svolgimento, considerata la limitata propensione dei soci (per varie ragioni, anche legate a difficoltà personali contingenti) a presenziare agli incontri frontali su cui l’iniziativa era progettualmente basata: le informazioni saranno raccolte in modo individuale (contatti telefonici, epistolari, telematici ma anche diretti, per chi, previo appuntamento, vorrà incontrarci in sede) e soI


prattutto saranno veicolate con cadenza mensile, sia attraverso il Sito, ma anche in modalità cartacea, facendo così felici tutti coloro che, per vari motivi, prediligono ricevere a casa la corrispondenza dell’Associazione. Ed approfitto di questo “passaggio” per chiedere scusa a quei Soci che, non avendo un proprio indirizzo di posta elettronica o poco avvezzi all’uso del computer, hanno lamentato il fatto che di essersi sentiti scarsamente coinvolti proprio perché le notizie A.PE.C. sono state veicolate prevalentemente attraverso il WEB. Ed abbiamo allora deciso che, cogliendo l’occasione di inviare i report mensili “frutto delle testimonianze” dei vari colleghi, allegheremo (sul modello di queste pagine gialle) a detti report tutte le informazioni aggiornate dell’Associazione. Ho ragione di ritenere che in questo modo, anche se ahimè comporterà maggiori spese postali, daremo ancor più contenuto allo sforzo richiestoci dal CONI (come ad ogni altra Associazione Benemerita) nel contesto dei progetti speciali. A proposito di “Progetti Speciali”, vi informo che si è svolta recentemente al Foro Italico una riunione con i Presidenti delle 19 Associazioni Benemerite riconosciute dal CONI. Sono stati trattati i principali argomenti che le “AB” hanno in comune, ma soprattutto è stato affrontato il tema più delicato: i contributi che da quest’anno sono concessi solamente a seguito di progetti preventivamente approvati dalla Giunta Esecutiva del CONI. Le Associazioni Benemerite hanno chiesto al Presidente Malagò piccole modifiche al regolamento amministrativo che, se approvate, ci semplificheranno la vita. Speriamo bene. II

Vacanze al Mare in Salento 2017 – “l’ora di ginnastica”

Venendo alla nostra attività, inizio con una novità che può sembrare formale ma che ha invece una sua importanza simbolica: il Consiglio Direttivo ha approvato il nuovo logo APEC, piaciuto perché più moderno e più adatto ai tempi d’oggi (anche in relazione ai nostri rapporti col mondo esterno). Sarà ufficiale a partire dal prossimo anno. La sua realizzazione è opera di una apprezzata professionista nell’ambito grafico, Claudia Petracchi, nostra amica e soprattutto molto vicina, avendolo praticato, al mondo dello sport (azzurra della nazionale di softball). E pur se la realizzazione del logo ha richiesto un accurato studio, e quindi del tempo, da parte della autrice, ella, dimostrandoci tangibilmente la vicinanza all’Associazione, ha fornito a titolo semigratuito la sua prestazione professionale. Concludo infine ricordando che lunedì 5 febbraio 2018 avrà luogo l’Assemblea Ordinaria per l’approvazione del bilancio consuntivo 2017 e, a seguire, quella Straordinaria per le modifiche allo Statuto.

Tra le modifiche, certamente la più importante e la più attesa, è l’introduzione del Socio Aggregato, (un familiare o un amico presentato da un Socio), che entrerà a far parte del nostro mondo, con eguali diritti anche se non potrà, ovviamente, candidarsi a cariche elettive o votare nelle Assemblee Ordinarie e Straordinarie. Inoltre apriremo ai Collaboratori, cioè a tutti coloro che lavorano o hanno lavorato nelle Federazioni o nel CONI con contratti professionali di tecnici, medici, massaggiatori, o altro, che potranno diventare anche loro Soci Aggregati. Queste nuove figure contribuiranno a far accrescere il numero dei Soci, un aspetto fondamentale per consentire all’APEC di ottenere maggiore attenzione da parte di “terzi soggetti” (imprese, istituti, organizzazioni esterne che erogano servizi di vario genere) più facilmente disposti a sottoscrivere con la nostra Associazione convenzioni ed accordi a favore dei Soci. Certo però che sarà fondamentale l’aiuto e la collaborazione di tutti voi, presentandoci nuovi Soci! Un caro saluto a tutti. Buone Feste e Buon Anno!


Pagine Gialle

ASSEMBLEA NAZIONALE 2018 APPUNTAMENTO AL 5 FEBBRAIO Le due Assemblee, una consecutiva all’altra, sono fissate per lunedì 5 febbraio 2018 alle ore 10.30 presso il Palazzo delle Federazioni – sala Auditorium - viale Tiziano 74 Roma. Sono già partite le lettere di convocazione ed a questo proposito chi non la avesse ancora ricevuta è pregato di comunicarcelo in Segreteria tramite posta elettronica (pensionaticoni@ alice.it) o telefonandoci ai numeri 06-32723228 e

06-32723229. Riguardo l’Assemblea Straordinaria riportiamo qui a fianco le “modifiche dello Statuto” precisando che per ovvi motivi di spazio proponiamo, in colore nero ed in grassetto, solo le variazioni apportate, ovviamente inserite nel contesto degli articoli di riferimento (per favorirne la comprensibilità e marcare le differenze con le variazioni, le parti non modificate sono trascritte invece in corsivo).

MODIFICHE ALLO STATUTO DA APPROVARE NELL’ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEL 5 FEBBRAIO 2018

Assemblea Nazionale 2017

ART. 1 – COSTITUZIONE 1.1 L’Associazione Pensionati C.O.N.I. (APEC), con sede in Roma, è stata costituita il 16 maggio 1974. Dell’Associazione possono far parte, in qualità di Soci, tutti i dipendenti e collaboratori del C.O.N.I., della C.O.N.I. Servizi S.p.A., delle Federazioni Sportive Nazionali, delle Discipline Sportive Associate, in quiescenza o in servizi… ART. 2 FINALITÀ 2.1.b Di promuovere, diffondere e sostenere, d’intesa con il C.O.N.I., la C.O.N.I. Servizi S.p.A., le Federazioni Sportive Nazionali e le Discipline Sportive Associate, l’affermazione dei reali valori dello Sport e l’ideale Olimpico anche con iniziative culturali, manifestazioni e convegni,

nonché attivando ogni altra azione finalizzata al recupero ed alla conservazione della memoria dello sport italiano. ART. 3 SOCI nuovo 3.3.c Soci aggregati 3.6 Sono Soci aggregati coloro che non trovandosi nelle condizioni di cui ai precedenti punti 3.4 e 3.5 sono presentati da almeno un Socio effettivo o sostenitore e dichiarano espressamente di accogliere e rispettare i principi istitutivi dell’APEC. L’accoglimento della loro richiesta di adesione è vincolata dalla deliberazione non appellabile del Consiglio Direttivo. III


I Soci aggregati, iscritti in apposito albo, sono ammessi a partecipare alle attività dell’APEC fatta eccezione per quelle esclusivamente riservate ai Soci effettivi e sostenitori, sono soggetti al pagamento della quota sociale stabilita dal C.D., non hanno diritto di voto, non possono essere portatori di deleghe e non possono accedere alle cariche sociali. 3.7.b per mancato pagamento della quota sociale al 31 marzo di ogni anno; L’art. 3.7.d (per mancata partecipazione all’attività associativa, protratta per un quadriennio) viene cassato ART. 5 ASSEMBLEA NAZIONALE 5.2 È indetta dal Consiglio Direttivo ed è convocata dal Presidente dell’APEC., salvo i casi espressamente previsti dal presente Statuto, mediante avviso di convocazione affisso nell’albo e trasmesso per posta ordinaria e/o per posta elettronica agli aventi diritto almeno 30 giorni prima della data stabilita. Detto avviso deve contenere data, ora, luogo ed ordine del giorno dell’Assemblea medesima. 5.4 L’Assemblea: 5.4.a È composta dai Soci aventi diritto al voto, ciascuno dei quali puo’ essere portatore di deleghe nel seguente numero: 1 delega fino a 100 Soci aventi diritto, 2 deleghe fino a 200 Soci, 3 deleghe fino a 400 Soci, 4 deleghe fino a 500 Soci, 5 deleghe fino a 700 Soci, 6 deleghe fino a 1.500 Soci, 7 deleghe fino a 3.000 Soci, 8 deleghe fino a 4.000 Soci, 9 deleghe fino a 5.000 Soci, 20 deleghe fino a 10.000 Soci, 40 deleghe oltre 10.000 Soci. 5.4.b Le deleghe possono essere rilasciate solo a Soci Effettivi e Sostenitori. ART. 7 CONVOCAZIONE ASSEMBLEA NAZIONALE STRAORDINARIA 7.2 L’avviso di convocazione dell’Assemblea straordinaria dovrà essere inviato almeno 30 giorni prima della data di effettuazione.

IV

ART. 9 VALIDITÀ ASSEMBLEA 9.1 L’Assemblea è validamente costituita, in prima convocazione, quando sia presente e/o rappresentata la metà dei Soci aventi diritto a voto e, in seconda convocazione, qualunque sia il numero dei presenti e/o rappresentati. Nelle sole Assemblee elettive, in seconda convocazione, è necessaria la presenza di 1/5 degli aventi diritto a voto, presenti e/o rappresentati per delega. ART. 11 CONSIGLIO DIRETTIVO 11.2 Il Consiglio Direttivo è composto dai 10 membri eletti dall’Assemblea, oltre al Presidente. Nella sua prima seduta il Consiglio Direttivo elegge, tra i suoi membri, due Vice Presidenti, uno dei quali vicario, scelto in relazione all’età anagrafica, ed il Segretario. La carica di componente del Consiglio Direttivo è volontaristica e la relativa attività è esercitata a titolo gratuito. 11.10 Il Consiglio può nominare nelle sedi periferiche del C.O.N.I.. Fiduciari Periferici dell’Associazione con il compito di collegamento tra la Sede Centrale ed i Soci non residenti a Roma. Il Fiduciario Periferico del Nord sarà il riferimento per i Soci residenti in Piemonte, Val d’Aosta, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, il Fiduciario Periferico del Centro sarà il riferimento per i Soci residenti in Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna, il Fiduciario Periferico del Sud sarà il riferimento per i Soci residenti in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia. 11.12 È di competenza del Consiglio la determinazione dell’ammontare della quota associativa annuale e delle modalità di riscossione. La quota associativa deve intendersi riferita all’anno solare. ART. 13 IL PROCURATORE SOCIALE 13.1 Il Procuratore Sociale ed il suo eventuale sostituto sono nominati dal Consiglio, su proposta del Presidente. Il mandato ha durata quadriennale ed è rinnovabile. Il Procuratore Sociale ed il suo eventuale sostituto possono essere scelti anche tra soggetti non tesserati e devono essere in possesso di specifica professionalità in materie giuridiche.


Pagine Gialle

LA NOSTRA ATTIVITÀ

GITA AI CASTELLI

Nel cortile del Palazzo Pontificio

L’

atteso evento culturale d’autunno ha riscosso un grande successo, come dimostra la partecipazione di 50 nostri colleghi (numero tra l’altro limite stabilito per gli ammessi). Una trasferta durata circa 10 ore che, tanto per rimanere nel contesto della nostra mission di “archivisti di storia dello sport”, ha territorialmente interessato due importanti zone che furono teatro delle meravigliose Olimpiadi del 1960: Castel Gandolfo e Pratoni del Vivaro. I primi ospitarono le gare di canoa e canottaggio mentre i secondi ospitarono il “completo” di equitazione. Il clou della gita si è consumato …subito, di prima mattina, con la visita al Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, vera novità turistica, visto che solo da poco meno di due anni, per decisione di Papa Francesco, il complesso extraterritoriale vaticano è stato aperto al pubblico. Un gioiello tutto da scoprire, un autentico “concentrato” di arte e di storia: nel primo piano è stato possibile ammirare i quadri raffiguranti tutti i Pontefici dipinti da pittori più o meno famosi, nonché i preziosi cimeli (compresi i paramenti sacri originali) utilizzati dai vari Papi. Nel secondo piano l’interesse non è stato da meno: la visita all’appartamento papale, con le varie sale (quelle private e quelle per gli incontri ufficiali), la cappella, nonché la camera da letto, ove, per limitarci solo alla storia dell’altro secolo, morirono Pio XII (il 9 ottobre del 1958) e Paolo VI (il 6 agosto del 1978). E poi ancora, il famoso “balconcino dell’Angelus della domenica”, e soprattutto le belle

finestre, tutte con affacci su un panorama mozzafiato da tutte le esposizioni: da quelle sul lato sinistro si vede in lontananza il mare; da quelle centrali si vede Roma; da quelle di destra il magnifico lago di Castel Gandolfo e da quelle retro, in lontananza, il maestoso e misterioso Monte Cavo. È stata una visita durata appena novanta minuti, tutti ricchi di emozioni e di cose belle, ancor più evidenziate grazie alla minuziosa ed intrigante narrazione di una guida molto preparata. Conclusa la visita, si è rimasti dapprima a Castel Gandolfo per un’altra ora, a girare a piedi “in libera uscita” per le vie del grazioso paesino, poi la comitiva si è recata a pranzare in uno dei più noti e prelibati ristoranti del Lazio, da Baffone. Verso le 15.00 di nuovo sul pullman a percorrere un panoramico itinerario lungo i vari Castelli Romani, e quindi fare l’ultima sosta ad Ariccia, per la visita allo Stabilimento Leoni Randolfo (rinomata ed antica azienda alimentare, fondata nel lontano 1940), ove oltre alla degustazione ed all’acquisto dei prodotti locali è stata data la possibilità a chi lo ha voluto, di poter osservare “live” le procedure di lavorazione della loro produzione. Un sole ed anche momenti di autentico caldo estivo hanno caratterizzato tutta la gita, tranne (…ma ormai il pullman stava toccando il suolo della Capitale) nella fase del rientro, ove la pioggia ha accompagnato il gruppo fino all’arrivo al Foro Italico, verso le 18.00. La gita ha ovviamente riscosso la totalità dei commenti positivi. V


PROGRAMMI 2018 GITE, VIAGGI E VACANZE ESTIVE

Dopo la gita primaverile sul Lago Maggiore, con una giornata trascorsa in Svizzera e la vacanza estiva nel Salento a Torre dell’Orso (entrambe particolarmente apprezzate dai Soci partecipanti per le bellezze del paesaggio, del mare ed anche per il bel tempo), il Consiglio Direttivo del 22 novembre ha valutato le numerose proposte pervenute da importanti e rinomate Agenzie di Viaggio alle quali l’Associazione, per garantire servizi più professionali e quindi efficaci ai soci, si è rivolta. In occasione del C.D. di gennaio verrà calendarizzata in programma la “gita di primavera” tra fine aprile e maggio, nonché la classica “vacanza estiva” tra l’ultima settimana di giugno e la prima di luglio. Ma anche qualche appuntamento breve concentrato in una sola giornata. Nelle prossime settimane saremo molto più precisi e daremo notizie dettagliate su ogni iniziativa.

PASSEGGIATA IN CENTRO

Uno dei presupposti dell’Associazione è quello di favorire l’aggregazione e l’incontro fra i Soci. In tal senso stiamo lavorando su un’idea molto semplice sul piano attuativo, che ci auguriamo possa piacere ai Soci. È nostra intenzione organizzare delle passeggiate guidate al Centro di Roma: periodicamente fissiamo un appuntamento in una zona centrale della Capitale e,

MINI CORSO DI INFORMATICA

Per venire incontro al “deficit di conoscenze informatiche” che troppo spesso caratterizza noi della “Terza Età” stiamo studiando la possibilità di effettuare dei minicorsi riservati esclusivamente ai Soci che non usano il computer. Lo scopo di questa iniziativa è quello di spiegare gli elementi basilari per utilizzare un pc, per leggere e scrivere una mail, per

spesso con l’assistenza di una guida esperta, potremo visitare e conoscere informazioni sulle tante chiese, palazzi, strade, ed altri bei luoghi e monumenti di cui è ricca questa nostra meravigliosa città, magari, con dettagli ed anche “segreti” forse sconosciuti ai più. Nel progetto prevediamo passeggiate di durata di circa un’ora e mezza circa, poi tutti a casa. andare su internet ecc. Insomma tutto ciò che può servire per essere capaci di ricevere le nostre comunicazioni telematiche ed essere più facilmente e più velocemente in contatto diretto con l’APEC. Si svolgerà in uno o più pomeriggi, ed essendo a numero chiuso, sarà necessario prenotarsi in segreteria. Vi forniremo presto tutte le indicazioni necessarie.

MINI CORSO DI GINNASTICA POSTURALE Un’altra iniziativa che vorremmo attuare, e che è anch’essa in fase di studio e di contatti con alcuni professionisti del settore, riguarda la realizzazione di “minicorsi” di ginnastica posturale, laddove sia possibile apprendere le prime nozioni per evitare che la nostra postura sia “viziata da errori” i quali, per motivi vari ma anche per disabitudine di muoverci correttamente nelle nostre azioni quotidia-

VI

ne, sono causa prima di tante patologie, in primis il “mal di schiena”, ma anche i noiosi “dolori” agli arti inferiori (ginocchia e piedi), alle spalle, nonché alla cervicale. Detti minicorsi vorremmo preferibilmente attivarli in collaborazione con l’Istituto di Medicina dello Sport. Semmai sarà difficile, cercheremo di sottoscrivere convenzioni con centri specializzati.


Pagine Gialle

ALTRE NOTIZIE TORNEO DI NATALE DI BURRACO

Anche quest’anno si è svolto il tradizionale TORNEO DI NATALE di Burraco. Articolato su quattro giornate di gara, le prime tre programmate alla Curva Nord dello Stadio Olimpico il 13, 20 e 27 novembre, mentre l’ultima giornata (il 30 novembre) si è svolta presso il Ristorante “I Meloncini” e terminata con la classica premiazione dei vincitori nonché una apprezzata pizza finale offerta dall’Associazione a tutti i 40 Soci partecipanti al Torneo.

RESTYLING PER LA NOSTRA SEDE

Anche se negli stessi locali dello storico Palazzo H, le due stanze, assegnate alla nostra Associazione, sono oggi completamente trasformate. Pareti riverniciate, tende, nuovi mobili, nuove scrivanie, nuove sedie, cambiato il pavimento, ed anche nuove stampe con tema le fiaccole dei vari Giochi olimpici Estivi e Invernali: l’ambiente è certamente più accogliente e non potrà non piacere ai Soci che ci verranno a trovare nello storico -1 del Foro Italico.

SERVIZI AI SOCI CONVENZIONE CON BANCA FIDEURAM

La Banca Fideuram, del Gruppo Intesa San Paolo (il primo gruppo bancario in Italia ed anche la 1^ banca per la gestione del risparmio in Europa), ha presentato all’APEC una convenzione rivolta a tutti i Soci 2017. In base a tale convenzione, i Soci che lo vorranno, potranno aprire un conto corrente a costi ridottissimi o nulli, mentre i principali servizi verranno offerti senza spese per il cliente. Con l’apertura del conto viene garantito un interesse lordo del 1%. Ci sono poi anche altri interessanti prodotti finanziari particolarmente vantaggiosi. Chi è interessato può contattare il consulente a disposizione dei Soci APEC sig.Mauro Simonazzi ai numeri 338-4113422 oppure 06-80224330.

POLIZZE ASSICURATIVE CON GROUPAMA

Prosegue, con reciproca soddisfazione, la collaborazione con l’agenzia Roma Portuense - Iannaccone Assicurazioni Srl di GROUPAMA ASSICURAZIONI che applica ai nostri Soci particolarissime condizioni di favore sulle polizze auto, polizze per la casa, infortuni, responsabilità civile della famiglia e molto altro. Gli sconti per i Soci APEC 2017 sono del 30% su tutte le polizze, mentre per le polizze auto lo sconto è del 35%. Referente per le polizze auto è la sig.ra Silvia Lipparelli 347-3366060, per le altre il dr. Antonio Coppola 329-8663020. Per entrambi i recapiti telefonici degli uffici sono 06-5592366 oppure 06-6531326.

ISTITUTO DI MEDICINA DELLO SPORT

La convenzione con l’Istituto di Medicina dello Sport dell’Acquacetosa consente agli iscritti APEC di fruire di una serie di prestazioni polispecialistiche con uno sconto del 30% sul prezzo di listino adottato dall’Istituto stesso, nonché è applicato lo sconto del 20% sulle prestazioni a domicilio (prelievi e fisioterapia. Nelle prossime settimane vi renderemo edotti sul rinnovo e sui contenuti dell’accordo per il 2018.

ASSISTENZA SANITARIA 2017-2018

La MBA ha confermato anche per il 2018 le tre proposte per l’Assistenza Sanitaria dei nostri Soci. Chi fosse interessato è pregato di contattare la Segreteria APEC telefonicamente o tramite posta elettronica. Ricordiamo che tale assistenza prevede tre differenti sussidi, per i Soci e loro familiari: due, la SALUS A e la SALUS A LIGHT per chi non ha ancora compiuto 66 anni di età ed il terzo, la SENIS A per chi ha già compiuto 66 anni. Ogni sussidio, se il Socio lo desidera, può essere rinnovato per tutta la vita, senza limiti di età. VII


Pagine Gialle

ATTIVITÀ TEATRALE 2018

Sono stati rinnovati gli accordi con vari Teatri di Roma per la corrente stagione teatrale. Poiché ognuno offre un ricco panorama di spettacoli, abbiamo creato una specifica pagina sul sito dell’Associazione che riporta i link di ciascun teatro così da poter acquisire le informazioni più esatte, dettagliate e soprattutto aggiornate. Inoltre, poiché le varie convenzioni da noi sottoscritte prevedono agevolazioni diverse tra teatro e teatro, abbia-

mo accolto la preziosa e cortese disponibilità della collega Rita Monzoni, segretaria dell’APEC ad assumersi il ruolo di “referente” per le convenzioni teatrali, così da dare informazioni precise agli interessati che potranno contattarla nelle giornate di lunedì e giovedì dalle ore 9.30 alle 12.00. È possibile anche inviarle una email all’indirizzo pensionaticoni@alice.it, specificando nell’oggetto: all’attenzione di Rita Monzoni, attività teatrale 2018.

IL NUOVO LOGO DELL’APEC

È stato accennato in apertura (così come abbiamo dedicato l’ultima pagina della Rivista per illustrarne i significati) che a partire dal nuovo anno l’Associazione sarà rappresentata graficamente da un nuovo logo. In questa sede però riteniamo opportuno proporre alcune righe su colei che questo logo ha ideato e realizzato, anche in virtù del fatto che è stata ed è una valente donna di sport.

PRESENTIAMO CHI HA IDEATO IL LOGO APEC Claudia Petracchi, nata Roma nel 1966, è stata giocatrice di Softball con 24 anni di carriera sportiva alle spalle. Con le squadre di club ha vinto 10 titoli tricolori (di cui cinque con la Lazio Softball), due Coppe di Campioni (con la Lazio ed il Macerata) e due Coppe delle Coppe (con il Ronchi dei Legionari). Ma soprattutto vanta 201 presenze con la Nazionale Italiana, partecipando a sette edizioni dei Campionati Europei (e vincendone quattro, nel 1986, nel 1992, nel 1995 e nel 1997), a quat-

AVVISO AI LETTORI

tro Campionati del Mondo, e ad una Olimpiade, a Sydney nel 2000. Tra i tanti riconoscimenti sportivi, vanta il Premio Speciale “Renzo Nostini” per il Softbal nonché la presenza nella Hall of Fame della Federazione Italiana Baseball Softball. Nella sua attività professionale di grafica è co-autrice del Dizionario dei Colori edito da Zanichelli, ed ha operato per diverse Federazioni Sportive nonché per alcune Federazioni Associate. Presta collaborazione anche per Enti pubblici ed aziende private.

Risulta che, per disguidi postali vari, ci sono diversi colleghi che non hanno mai ricevuto il precedente numero doppio (l’1-2) della Rivista. Chi si trova in questa situazione può contattare la nostra Segreteria, la quale – avendone conservate in archivio almeno un centinaio di copie – può spedire loro una copia per posta ordinaria.

VIII


Sport e Comunicazione

C’ERA UNA VOLTA LA MACCHINA DA SCRIVERE In principio c’era la macchina da scrivere, in particolare la mitica Lettera 22 che ha fatto sognare generazioni di aspiranti giornalisti, il taccuino in tasca e la penna nel taschino. In redazione c’era il titolista, il correttore di bozze e il grafico di vecchia generazione. Non è una favola, è solo un tentativo di cronaca spicciola, giocato sulla memoria, dell’innovazione tecnologica nell’informazione negli ultimi 30 anni. di Pier Lorenzo Puglisi

Olivetti M40, la “capitana” delle macchine da scrivere anni 30

D

unque, c’era una volta la macchina da scrivere…E c’erano i telefoni a gettone, le telescriventi, gli stenografi, il pullman benedetto e sempre introvabile di Radiostampa. Oggetti misteriosi? Oggi forse sì. Ma per chi ha fatto il giornalista prima che dilagasse la rivoluzione informatica con il trionfo di computer, telefoni cellulari e infine del web e del wifi, erano strumenti fondamentali sia del lavoro in redazione, sia e soprattutto di quello sul campo. Adesso sto scrivendo praticamente in silenzio (appena l’eco di un lieve battito) sul mio portatile. Comodo, servizievole, ora indispensabile. E ho fatto in tempo a frequentare sale stampa enormi e frenetiche di voci e squilli di telefono, ma ugualmente con quel qualcosa di soft nel ritmo delle tastiere elettroniche. Appena un sottofondo,

nulla a che vedere con il frastuono, il ticchettio furioso che esplodeva dalle indistruttibili Lettera 22 magari dopo una tappa del Giro d’Italia, quando bisognava correre per scrivere il pezzo su candidi fogli extra strong o grigiastre veline, riempirlo di cancellature e correzioni e poi, almeno per noi d’agenzia, urlarlo al telefono facendo attenzione a scandire lettera per lettera (A come Ancona, B come Bologna, Z di Zara…) i nomi stranieri o quelli un po’ complicati. Quando ho cominciato a percorrere i primi passi sulla strada del giornalismo, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, sui tavoli delle redazioni (almeno tutte quelle in cui ho lavorato) troneggiavano imponenti e scassatissime macchine da scrivere. Pesanti, dalle provenienze più improbabili e tutte con qualche difetto di scrit17


Sale telescriventi nelle redazioni dei giornali

tura che avrebbe fatto felice il Poirot di turno alla ricerca di indizi sull’autore della classica lettera anonima. Funzionavano e resistevano alle nostre dita martellanti (in pochissimi avevamo più che modeste nozioni di dattilografia). Era sufficiente. Ogni tanto, quando erano necessarie ovvie sostituzioni, comparivano rare macchine elettriche (perfino una nuovissima IBM con la sfera), ma venivano quasi sempre snobbate in favore delle affidabili meccaniche che non avevano bisogno di cercare una presa e non rischiavano di restare senza corrente. Poi, erano gli anni ’80, è arrivato lui, il PC. Olivetti M250, grigio, uno schermo quadrato e ingombrante (con un enorme tubo catodico) piazzato sopra una scatola che conteneva il motore, aveva una fessura per l’inserimento dei misteriosi floppy disk ed era a sua volta collegata alla tastiera. Programmi pochi ed essenziali: soprattutto il mitico Wordstar (con tutti i suoi buchi e i suoi trucchi) come word processor. All’inizio soltanto uno strumento più versatile da utilizzare quasi come una macchina da scrivere collegato a una stampante. Ma giorno dopo giorno in una travolgente sfida tra hardware sempre più affidabili e software dalle capacità talvolta stupefacenti le vecchie redazioni un po’ tetre hanno lasciato il posto a luoghi di lavoro hi tech, con postazioni ergonomiche, pulite e sempre con meno carta. Per carità nessun rimpianto. Chi ha lavorato in tutti e due i modi sa quanto si sia guadagnato in tempo, precisione, possibilità di approfondire. Però nulla toglie che sia piacevole ricordare e che, come la Rai manda in onda nel periodo estivo (ultimamente non solo) immagini recuperate dai suoi immensi archivi, si possa un po’ giocare a pescare nel bagaglio di una memoria che in fondo è freschissima qualche flash d’antiquariato, anzi di modernariato. Allora, tanto per fare un esempio, il primo cellulare (mi pare un Motorola, un attrezzo pesantissimo e scomodo inserito in una 18

scatola che poteva essere collegata all’automobile) lo abbiamo avuto in dotazione alle Olimpiadi Invernali di Albertville 1992. Su quello, impegnato a coprire un altro avvenimento, ho ricevuto dal collega che seguiva lo slalom femminile a Meribel la drammatica notizia dell’incidente a Deborah Compagnoni la grandissima campionessa azzurra che solo il giorno prima ci aveva entusiasmato conquistando l’oro in supergigante. E l’utilità, direi l’immediata sensazione di indispensabilità di quello strano telefono, è subito emersa man mano che ho potuto dettare praticamente in diretta le notizie del suo rientro in albergo accompagnata dal capo missione azzurro Lello Pagnozzi, le prime impressione dei medici sulla gravita dell’infortunio, fino ai programmi per l’intervento a Lione, la settimana successiva, nella clinica del mago francese del ginocchio Pierre Chambat. Il portatile, sia pure accompagnato dal macchinoso adattatore dove andava inserita la cornetta di un antiquato telefono a toni (guai a non trovarlo) lo avevamo invece già sperimentato quattro anni prima ai Giochi olimpici estivi di Seul, la prima vera Olimpiade tecnologica. Dove l’Ansa era arrivata attrezzatissima, perfino con un tecnico informatico al seguito, proprio perché doveva costituire il banco di prova per l’innovazione che stava introducendo nelle redazioni e che di li a pochi anni avrebbe cambiato totalmente il modo di lavorare. Era un Toshiba, mi pare 3000, pesantissimo, con programmi sia per il sistema di scrittura sia per la trasmissione che faccio fatica a ricordare nei loro meccanismi complicati, ormai assuefatto come sono alla facilità e alla rapidità con cui viaggiano pagine e pagine di testo, immagini, vagoni di informazioni d’archivio. Fu un’esperienza all’inizio drammatica, costellata di estenuanti momenti di crisi in cui sembrava che dovessimo gettare la spugna e riattaccarci al telefono buttando a mare computer e adattatori, ma che invece con-


Sport e Comunicazione

cludemmo con grandissima soddisfazione sia per le risposte eccellenti delle tecnologie scelte per quella avventura coreana sia per come alla fine tutto il gruppo riuscì a rispondere umanamente e professionalmente a questa specie di drastico esame sul campo. Erano i primi passi di un percorso non sempre facilissimo che ci ha portato in tempi allora inimmaginabili a considerare il Pc indispensabile e ad accettare, o meglio a fare profondamente nostre, tutte le trasformazioni che il suo utilizzo ha comportato. Con la macchina da scrivere mai avrei immaginato di girare con un cacciavite nella borsa per poter aprire una presa telefonica e collegare un cavetto per trasmettere un pezzo. L’ho fatto e come me tanti colleghi. Abbiamo sostituito archivi che prima richiedevano chili di carta con i dischetti (prima i floppy da 8, poi i cd) fino a quando anche questi sono diventati oggetti da museo (ancora ne ho qualche scatola in un armadio) sostituiti dalla fantastica possibilità di essere sempre connessi sia per dare sia per ricevere informazioni. Una possibilità che, parallelamente al nostro lavoro ha rivoluzionato anche il modo di porgere informazione delle nostre consuete controparti. Nel mio caso il Coni, le Federazioni Sportive, il Comitato Olimpico Internazionale, i comitati organizzatori delle grandi manifestazioni sportive. Ai Giochi di Atlanta, nel 1996, i risultati e tutta la documentazione sugli atleti, sulle gare e sulla storia delle Olimpiadi erano consultabili sui potenti computer in sala stampa ma esi-

…quando non c’erano i telefonini

stevano ancora nella versione cartacea. Due anni dopo ai Giochi invernali di Nagano, in Giappone, le informazioni potevano ancora essere stampate, ma solo se necessario. Sparito l’alveare con i comunicati quotidiani. A Torino 2006, l’ultima Olimpiade che ho seguito, non c’era neppure bisogno di entrare in sala stampa. Tutto era disponibile in tempo reale direttamente sul computer. E d’altra parte dal box dell’Ansa le notizie prodotte dagli inviati nel vasto comprensorio dei Giochi (Torino, Sestriere, Bardonecchia, Cesana) affluivano e ripartivano direttamente

verso le redazioni dei giornali abbonati. Per un modo di lavorare rapido, efficiente, documentato. Moderno. Fermo qui questa specie di carrellata, sicuramente lacunosa, perché chi legge gli sviluppi ulteriori di quest’ultimo decennio tutti in direzione di un mondo sempre più interconnesso e non solo nel campo dell’informazione li conosce quanto me. Gli basta accendere un cellulare, aprire Internet e di notizie su qualsiasi argomento ne ha quante ne vuole. Vere o false? Ecco questo può essere il problema, ma non dipende dalla tecnologia.

L’autore di questo articolo, Pier Lorenzo Puglisi, romano, classe 1943, laureato in economia e commercio alla Luiss, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo verso la fine degli anni ’60. Assunto nel 1976 all’Ansa, nella redazione sportiva della maggiore agenzia giornalistica italiana ha svolto tutta la sua carriera. In particolare ha seguito come inviato alcuni dei più importanti avvenimenti sportivi nazionali e internazionali, tra cui sette Olimpiadi, tre mondiali di sci alpino, due mondiali di ciclismo, una Universiade ed una edizione dei Giochi del Mediterraneo. 19


Pierluigi Gatti, una vocazione per lo sport

UNA SCELTA DI VITA Dai Campionati Studenteschi alle Olimpiadi Roma come atleta di alto livello, e poi dirigente per quarant’anni nell’organizzazione sportiva del CONI e delle Federazioni. Parla della sua esperienza ad una intervistatrice d’eccezione: sua figlia di Giorgia Gatti

ier Luigi Gatti classe 1938, piemontese di nasciP ta, genovese di adozione, 5 volte campione italiano di salto triplo e salto in lungo, ha partecipato

al campo sportivo. Tutti i miei pomeriggi erano sulla pista di atletica, anche se non dovevo allenarmi, perché quello ero il mio ambiente naturale.

Quando nasce la tua passione per l’atletica leggera, e come ti sei avvicinato a questo sport? La passione per lo sport è nata quando ero appena un ragazzino: nel dopoguerra non c’erano molte attività da fare dopo la scuola, e io passavo i miei pomeriggi all’oratorio a giocare a pallone e a correre. Poi grazie alla scuola ho partecipato ai campionati studenteschi e proprio in questa occasione sono uscite fuori le mie capacità atletiche e la mia passione per questo sport è cresciuta giorno dopo giorno, tanto che non potevo resistere a stare un pomeriggio senza andare

Poi le emozioni delle tue prime gare… Le prime esperienze agonistiche vere e proprie sono state i campionati studenteschi del 1955, ed il salto in alto fu la specialità del mio esordio. Non fu un esordio fortunato, poiché nel ricadere nella buca mi sono fratturato una mano, perché all’epoca non c’erano infatti sacconi per attutire la caduta dopo il salto, ma solamente un po’ di sabbia. Sono stato ingessato per una ventina di giorni, ma nonostante questo esordio in sordina e la preoccupazione dei miei genitori, non ho demorso e l’anno successivo ho nuovamente partecipato ai campionati studenteschi, questa volta però classificandomi brillantemente al primo posto. Quella prestazione accese i riflettori su di me, almeno nell’ambiente della mia provincia, tant’è che l’allenatore della Società Sportiva di Genova Cornigliano venne addirittura a cercarmi a casa per chiedermi di entrare a far parte della sua squadra. Fu quello l’incontro fondamentale che mi portò ad intraprendere un percorso importante nell’atletica: fu infatti quell’allenatore che comprese meglio le mie attitudine fisiche e strutturali, e deviò

ai campionati europei, alle Olimpiadi di Roma 1960 e vanta 31 presenze in nazionale. Ha gareggiato dal 1957 al 1969. Vice segretario della Fidal, Segretario generale della Federazione Italiana Gioco Handball, Segretario Generale della Federazione Rugby, Responsabile dell’attività amministrativa della squadra Italiana alle Olimpiadi del ’94 e del ’96, ha dedicato la sua vita all’atletica leggera e al mondo dello sport. Lo incontriamo oggi e ci racconta qualche aneddoto e ricordo della sua straordinaria carriera sportiva e professionale.

20


Memorie di Sport

1962, fotogramma di Pierluigi Gatti sull’“asse di battuta”

la mia attenzione dal salto in alto alle specialità del salto in lungo e del salto triplo. Ed in quest’ambito sono subito riuscito ad ottenere risultati considerevoli, tanto da meritarmi di essere chiamato nei Centri Estivi che la FIDAL, insieme al Ministero della Pubblica Istruzione, organizzavano ad Aosta e Merano per gli studenti più promettenti e vincitori di campionati regionali e studenteschi. Insomma l’inizio di un percorso che poi ti ha portato nel giro della Nazionale… Proprio così: nel 1957 ho ottenuto delle ottime prestazioni sportive e sono stato convocato nella Nazionale italiana giovanile che doveva disputare un incontro contro la Francia a Chambery. Un esordio azzurro che mi ha dato tanta soddisfazione e altrettanta voglia di fare: vinsi infatti questa gara, la mia prima gara con la prestigiosa maglia dell’Italia,

e questa vittoria ha dato il via ad una serie di traguardi importanti. L’esordio nella Nazionale maggiore è datato 1957 a Bruxelles in un incontro esagonale a sei nazioni. Sempre nel 1957 ho vinto i Campionati Italiani, ed in uno dei salti di quelle prove mi sono avvicinato tantissimo al primato italiano, a soli 3 cm dal record! Fu una grandissima sorpresa per tutti, ed è certamente la vittoria che ricordo con più emozione e piacere perché è stato il primo titolo tricolore della mia carriera. L’ebrezza di fare il record italiano l’ho avuta nel 1958 nel salto triplo. Per quanto riguarda invece gli altri titoli italiani, ne ho conquistati poi, negli anni seguenti, altre quattro volte, sia nel triplo che nel lungo. Vittorie che mi hanno dato sempre enorme felicità e soddisfazione, ma, lo ammetto, l’emozione del primo titolo è senza dubbio quella più impressa nella mia memoria.

Si dice che nello sport, quando si vince, non ci si placa, ma si è stimolati a fare sempre meglio. Immagino che dopo la vittoria del titolo italiano il desiderio e l’obiettivo seguente sia stato la partecipazione alle Olimpiadi. Cosa si prova ad arrivare a partecipare alla competizione più ambita e temuta del mondo? La partecipazione ai Giochi Olimpici rappresenta per ogni atleta il traguardo più ambito e prestigioso. Per la mia vita sportiva ha segnato un evento indimenticabile, che ha avuto il potere di influire anche sulle mie scelte professionali, indirizzandomi verso una carriera lavorativa proprio nel mondo sportivo. Le emozioni, le sensazioni che ho provato durante la sfilata della squadra della cerimonia d’apertura sono certamente uniche e irripetibili. L’essere insieme a tutti gli atleti del mondo ha coronato un sogno e un traguardo per la mia carriera sportiva. Inoltre i Giochi Olimpici di Roma, ritengo gli ultimi organizzati e disputati “nature”, cioè senza quelle complicazioni politiche e sociali, ed anche di ordine pubblico, che poi hanno segnato tutte le edizioni successive, sono stati per noi, all’epoca giovani usciti da un periodo postbellico, il vero e più genuino momento di fratellanza e di amicizia con tutte le gioventù del mondo. Indescrivibile. Da provare. Rispetto ad un giovane di oggi che intraprende una carriera sportiva quale sono le differenze che noti nel mondo dello sport?” Sicuramente oggi è tutto molto diverso. Per avvalorare questa tesi, racconto un aneddoto che mi capitò nel 1958 durante un incontro 21


altrimenti non avrei mai intrapreso. Se avessi atteso la chiamata dell’Italsider oggi la mia vita sarebbe sicuramente diversa. Inoltre al CONI ho avuto anche l’occasione di conoscere quella che poi è diventata mia moglie, Rita Ingegneri, anche lei membro attivo del direttivo dell’Apec, con la quale abbiamo creato una famiglia con due splendide figlie. Un campetto parrocchiale, da sempre fucina di grandi campioni

internazionale contro la Svizzera a Torino. Mentre mi stavo riscaldando per partecipare alla mia prova, l’allora Presidente della Fidal, il Marchese Luigi Ridolfi, personalità di grande spicco del mondo sportivo, Presidente anche della squadra di calcio Fiorentina e fondatore del settore tecnico della Federcalcio, nel vedermi notò le mie scarpette da gara. Non erano decisamente l’ultimo modello e soprattutto non erano adatte alla mia disciplina: allora chiamò il tecnico federale dei salti, il prof. Russo, dicendogli di provvedere a comprarmi un paio di scarpette nuove. Questo per sottolineare anche le difficoltà economiche e gli scarsissimi mezzi delle società sportive del tempo. Oggi ci sono sponsor che forniscono ogni tipo di attrezzatura e supporto per i campioni. Ai miei tempi dovevamo invece adattarci con quello che avevamo! Tutta la tua vita è stata però dedicata allo sport, infatti dopo la carriera sportiva è seguita anche quella professionale. Come sei approdato al Coni? Un giorno il mio allenatore Luigi Oneto mi dice che sul notiziario della Federazione Italiana di Atletica Leggera era uscito un bando di concorso indetto dal CONI per un posto da funzionario tecnico presso la FIDAL. Io in realtà ero già stato destinato a lavorare presso l’Italsider di Genova, tant’è che aspettavo la chiamata con la lettera di assunzione di quella grande azienda italiana. Ma l’informazione di Oneto fu il classico colpo di fulmine: il mio desiderio di lavorare nel mondo dello sport era talmente forte, che presi il treno e mi recai a Roma a partecipare a quel concorso. Fu la scelta giusta, perché quel concorso lo vinsi ed il 1 luglio del 1966 è iniziata la mia avventura professionale al CONI. Quindi lo sport e l’atletica leggera hanno condizionato e indirizzato tutta la tua vita… Assolutamente sì! L’atletica ha condizionato tutta la mia storia e mi ha fatto fare un percorso di vita che 22

E Pierluigi Gatti dirigente? Certamente un rendiconto positivo: ho avuto tante soddisfazione professionali lavorando al CONI; la FIDAL è stata sicuramente la Federazione alla quale mi sono sentito più legato, poiché era mi occupavo del mio sport di provenienza. Senza essere immodesto, del mondo dell’atletica leggera conoscevo e conosco “ dalla A alla Z”. Però anche le esperienze lavorative come segretario generale nelle altre Federazioni sono state ottime. Dopo l’uscita dalla Fidal, distacco invero che fu da me particolarmente sofferto, le occasioni di lavoro che più mi hanno gratificato a livello professionale sono state le mie partecipazioni come responsabile amministrativo alle Olimpiadi di Lillehammer nel ’94 e di Atlanta nel ’96. Il fascino delle Olimpiadi si fa sentire e ti coinvolge totalmente sia da un punto di vista emotivo che da un punto di vista professionale. …Ed oggi? …È felicemente “pensionato”: faccio parte dell’APEC, prima come semplice socio, poi come revisore dei conti, poi consigliere oggi vice presidente. È un ottimo modo per continuare a frequentare i colleghi di una vita, coinvolto in gite, tornei di burraco e qualche bella vacanza, ma anche e soprattutto a parlare di sport, cercando di mantener viva, con le nostre testimonianze, i magnifici ed esclusivi valori del nostro mondo, con la speranza che possano servire a stimolare i giovani di oggi. Perché, e credo che ciò sia emerso da queste mie parole, il motivo conduttore di chi fa lo sport, dal primo momento che si calca un campo di gara fin’anco alla partecipazione alle Olimpiadi, è la voglia di fare, l’impegno a migliorarsi, e soprattutto avere fiducia e speranza. Due elementi quest’ultimi che la Società frenetica in cui oggi viviamo sembrano riguardare poco i giovani, e non certo per loro colpa. Mentre lo sport invece, lo voglio testimoniare ad alta voce per esperienze dirette, è la cura più efficace per un mondo migliore!


Memorie di Sport

L’ITALIA DEL PALLONE

La

gara della Nazionale italiana di calcio contro l’Albania, a Scutari lo scorso 9 ottobre, è stata la partita di numero 800 che ha visto impegnati gli azzurri del pallone da quando è iniziata la sua storia. Avremmo voluto dedicare attenzione a questa ricorrenza, come omaggio verso uno dei più importanti “Totem” del Paese, narrando pur se brevemente il lungo percorso del Team tricolore, un racconto che iniziò ben 107 anni fa, il 15 maggio del 1910, allorché incontrò in amichevole all’Arena Civica di Milano la rappresentativa nazionale francese. Quella partita, per la cronaca, fu vinta dagli azzurri (età media in campo dei nostri giocatori, 23 anni, 10 mesi, 23 giorni) con il risultato tennistico di 6 a 2. Da quel giorno l’Italia ha proseguito un cammino denso di emozioni, di vittorie (ben quattro titoli mondiali, uno olimpico ed uno europeo) ma anche di amarezze, come quella recente (con la partita n° 802) che ha determinato l’esclusione dell’Italia dai prossimi Campionati del Mondo in programma, in terra di Russia, a metà del prossimo anno. Eppure, in termini statistici le vittorie sono il dato più numeroso: conteggiando i poco eclatanti risultati del recente doppio confronto “playoff” con la Svezia (partite 801 ed 802) il palmares az-

zurro conta 424 vittorie (52,86%), 219 pareggi (27,30%) e 159 sconfitte (19,84%), con 1.386 reti fatte e 802 gol subiti. Già da questi elementi si vede come non sarebbero mancati spunti per scrivere sulla nostra Nazionale per eccellenza. Però per un senso di rispetto, misto a pudore, ed anche tenuto conto del momento particolare che sta vivendo lo sport leader del nostro Paese, abbiamo deciso di soprassedere e rinviare il pur interessante excursus storico ad altra data, magari già dal prossimo numero. Ma oggi tratteremo lo stesso l’argomento calcio, proponendo ai nostri lettori due articoli, entrambi redatti da un nostro collega, Guglielmo Petrosino, ex Segretario Generale della FIGC. Quindi un testimone diretto, come è lo spirito di questa Rivista. A lui abbiamo chiesto innanzitutto di intervistare un grande dirigente della sua Federazione, il dr. Fino Fini, per vent’anni medico della Nazionale di Calcio dal 1962 fino al 1982, anno della conquista del terzo magnifico titolo mondiale per l’Italia, e poi anche di narrarci un aneddoto ove lui, nel contesto del Team Italia, fosse stato protagonista. Con simpatica disponibilità Petrosino ha inviato due testi interessanti che troverete nelle pagine seguenti. Buona lettura. 23


IL TESTIMONE

Vent’anni con la nazionale italiana, dal 1962 al 1982; in panchina a sei mondiali degli azzurri. Questo il biglietto da visita di Fino Fini, medico federale per una vita, poi direttore del Centro tecnico di Coverciano ed attualmente responsabile del Museo del Calcio da lui stesso ideato e realizzato. di Guglielmo Petrosino

Il mito: Mondiali Mexico ‘70, Semifinale Italia Germania 4 a 3

Il

dr. Fini è una persona amabile e cortese, ma ama andare subito al sodo. E da noi ha voluto che gli ponessimo domande secche, impegnandosi lui a darci risposte altrettanto chiare e precise, Ed allora cominciamo chiedendogli: Dottor Fini, la sua esperienza in qualità di Medico della Nazionale è durata 20 anni. È obbligo chiederle come è arrivato a svolgere questo ruolo così importante e delicato? F.F.: Era l’anno 1955. Il centro di Coverciano cominciava a vedere la luce, ed infatti fu inaugurato tre anni dopo nel 1958. Mi incontrai con il marchese Luigi Ridolfi, uomo importante e di spicco, imprenditore, politico e anche illuminato dirigente sportivo soprattutto per la città di Firenze, perché tra le tantissime importanti sue iniziative sportive e sociali, fu il fondatore della A.C. Fiorentina nonché fu il primo mecenate per la costruzione dello Stadio comunale di Firenze, oggi denominato Artemio Franchi. In quel colloquio, molto cordiale, gli feci osservare che la Nazionale maggiore aveva il medico di squadra, mentre la Nazionale Juniores (oggi Under 19) non aveva nessun sanitario di riferimento. Mi propose di farlo io, ma a titolo gratuito, tranne un rimborso spese per trasferte. Condizioni che, qualora la mia collaborazione non fosse stata gradita e non fosse stata adeguata, sarei potuto essere esonerato immediatamente. Al mio sì, mi rispose con un lapidario “allora inizi”. Abitando a Firenze, ero spesso a Coverciano per i raduni, ma non solo, venivo chiamato 24

anche di notte per i più svariati motivi. Nel 1962 fui chiamato a fare il medico della Nazionale A. Credo che ciò voglia significare che la mia collaborazione era stata apprezzata… Nei venti anni di Sua attività dal ’60 all’82 come si è evoluta la figura del Medico della Nazionale? La figura del medico sportivo si è evoluta notevolmente. Gli strumenti diagnostici sono migliorati nel tempo in modo esponenziale. L’alimentazione dell’atleta è diventata sempre più scientifica e pertanto di competenza esclusiva del medico sportivo. Oggi, accanto al medico dello sport, vi è il dietologo e il nutrizionista, tanto è importante la materia. E dall’82 ai giorni nostri, visto che Lei ha continuato con altri incarichi a Coverciano e ha avuto l’opportunità di seguire sempre i vari raduni della Nazionale, quali cambiamenti e innovazioni ci sono state in questo delicato e fondamentale ruolo ? La medicina dello sport ha avuto una evoluzione estremamente positiva, forse anche di più rispetto alla medicina generale. Le prestazioni mediche sono migliorate in base anche a strumenti tecnici in continua evoluzione. Tali strumenti permettono di verificare al meglio e con più precisione il problema diagnostico. Oggi il medico sportivo è diventato indispensabile ed è un punto di riferimento assai significativo per il Tecnico responsabile della Nazionale.


Memorie di Sport

Lei che importanza dà al ruolo del Medico della Nazionale oggi come nel passato? Nel passato il ruolo del medico sportivo poteva sembrare marginale. Oggi, a seguito di prestazioni molto elevate, il medico della Nazionale è fortemente più importante ed anche senza dubbio più responsabilizzato. Avendo avuto la possibilità di frequentare centinaia di calciatori, tra i più famosi oltretutto, sia nei raduni che nelle competizioni internazionali, ci può dire brevemente come i calciatori nazionali “vivono” l’atmosfera della Nazionale prima e durante un Campionato Europeo o Mondiale? Il calciatore professionista vuole migliorare la propria prestazione nel club di appartenenza ed aspira a poter far parte, in vista di un Campionato Europeo o Mondiale, del gruppo dei selezionati per rappresentare l’Italia. È certamente un’aspirazione sentita. L’atmosfera è variabile e dipende dal periodo: diventa di aspettativa, di fiducia, di consapevolezza. Spetta al Tecnico ed anche al medico verificare e rendere più sereno possibile l’ambiente. Stemperare le tensioni è uno dei compiti importanti che il medico della Nazionale deve realizzare. Per la curiosità di tanti tifosi del calcio e della Nazionale, ci può confessare qualche “rito scaramantico”, qualche fissazione, lo stato d’animo di questi calciatori famosi prima di una manifestazione internazionale? Lo spogliatoio è un luogo sacro: dove possono avvenire anche particolari ritualità.

Il modo con cui si indossano gli indumenti relativi alla partita, come si fermano i parastinchi, come allacciare gli scarpini, bere o non bere acqua e tè, l’uso del bagno, a volte ripetitivo. Inizialmente si può scherzare, ci possono essere anche delle battute, a volte pesanti, tra alcuni amici. Mentre il tempo passa si va verso il silenzio assoluto e si potrà notare sul volto la responsabilità di coloro che giocheranno la partita, mentre il volto di coloro che sono in panchina è certamente più disteso. Secondo Lei, considerato che dal ’60 ai giorni d’oggi sono passati quasi 60 anni con tutto quel che ne consegue, ritiene che l’attaccamento alla maglia Azzurra sia rimasto invariato e cioè la massima espressione della carriera di un calciatore? A mio parere l’attaccamento alla maglia Azzurra è rimasto invariato. Per un giocatore arrivare alla Nazionale è un’aspirazione, è un traguardo importante e quando lo raggiungi non vorresti mai perderlo. Nella mia esperienza

ho visto lacrime sincere dopo una partita persa. Senza citare il più “introverso” e non voglio dire “antipatico”, quale l’allenatore che secondo Lei ha inciso più profondamente sia sotto l’aspetto tecnico che psicologico sui calciatori convocati in Azzurro? In pratica chi è stato quello che i calciatori “amavano” e “seguivano”di più? A mio parere sono due gli allenatori che hanno avuto un particolare riconoscimento da parte degli atleti e che hanno inciso sicuramente sui calciatori. Sono Ferruccio Valcareggi, come un buon padre di famiglia ed Enzo Bearzot, che ha curato un gruppo formidabile. Una abilità sincera nel suo parlare con i singoli atleti, per convincerli che era meglio per la squadra fare il titolare, oppure fare la riserva in panchina o addirittura andare in tribuna. Tutti restavano convinti di quanto Enzo affermava. Non c’è mai stata una qualche lamentela. Tutti erano consapevoli, per il bene della squadra, del ruolo loro affidato.

La squadra azzurra, al mondiale trionfante del 1982

25


Scaramanzia: non è vero ma ci credo

DUBBIO AMLETICO Una storia tragicomica a margine della sfortunata finalissima dei Campionati Europei di Calcio del 2000, narrata in prima persona, testimone diretto dell’evento, Guglielmo Petrosino, dirigente del Team azzurro nella sua qualità di Segretario Generale FIGC di Guglielmo Petrosino La squadra francese alza la Coppa di Campione d’Europa 2000

Per

chi come noi ha lavorato una vita al CONI o, in particolare, nelle Federazioni Sportive, penso che le esperienze sul campo, inteso proprio come campo di gara al seguito delle rispettive Nazionali, rientrino tra i ricordi indelebili della propria vita. Quello che vi voglio raccontare non si riferisce purtroppo ad un evento conclusosi bene per i colori azzurri, e forse è proprio per questo che non riesco a dimenticarlo! E forse si concluse così…anche per colpa mia! Questi i fatti. Eravamo a Rotterdam, ed era il 2 luglio dell’anno 2000. L’occasione era prestigiosa e solenne: la finalissima Italia-Francia del Campionato Europeo di Calcio. La nostra Nazionale, allenata da Dino Zoff, arriva in finale avendo sempre vinto anche se non esprimendo il massimo del gioco. La mia presenza in quell’Europeo e ovviamente per la

26

Finale era legata al mio ruolo di Segretario Generale della FIGC. Lo Stadio di Rotterdam era ovviamente strapieno, con tifo diviso abbastanza equamente tra italiani e francesi. Assistemmo ad una partita per lo più equilibrata, ma certamente quella più ben giocata dagli Azzurri, che al 10’ del secondo tempo passano in vantaggio con Del Vecchio. Un vantaggio che tra vari capovolgimenti, da una parte all’altra, permase fino ai minuti finali. E in quei momenti, così come per tutti i tifosi italiani, ovunque fossero sia allo Stadio che davanti alla TV o in ascolto alla radio, noi dirigenti del Team Azzurro, con occhi fissi al campo e all’orologio, avvertivamo la tensione salire mille, in trepida attesa di quel fischio finale che, rimanendo quel punteggio, avrebbe consentito all’Italia di conquistare per la seconda volta il titolo di Campione d’Europa, dopo ben


Memorie di Sport

32 anni (Roma, 1968), unica volta che vincemmo il prestigioso trofeo. A pochi minuti alla fine della gara, come era prassi per noi dirigenti, lasciammo i nostri posti in Tribuna per recarci prima ai margini del campo, nella zona consentita, e poi negli spogliatoi. Stavolta avvertivamo molta più ansia e agitazione delle altre volte, perché sentivamo che il sogno di riportare a casa la corona continentale stava per avverarsi. Il sottoscritto, Gigi Riva quale Team Manager, nonché Antonello Valentini, Responsabile della Stampa, scendemmo a grandi passi quei gradini, ed arrivammo finalmente nell’interno dello stadio inserendoci nel cosiddetto “campo per destinazione” (ndr: ricordiamo che è quella parte erbosa esterna al terreno di gioco vero e proprio, che, ad esempio, i giocatori sfruttano per l’effettuazione delle rimesse laterali), quindi ai margini dell’area di gara vera e propria, con uno sguardo puntato sia sui giocatori, sia all’orologio. Al 90’ (sempre punteggio di 1 a 0 per l’Italia) l’arbitro concesse ben 4 minuti di recupero: secondo noi davvero eccessivi! In questa situazione di tensione vidi che dal tunnel dove eravamo scesi noi, entrare nella stessa zona ove eravamo alcuni addetti ai servizi organizzativi, due che trasportavano un tavolino, l’altro con in mano l’ambita Coppa. E’ opportuno ricordare che ancora nell’anno 2000 vigeva la prassi che la Cerimonia di Premiazione si svolgesse direttamente sul campo, subito dopo il termine dell’incontro, e non secondo l’odierno rituale, certamente più coreografico, della passerella dei componenti delle due squadre che

salgono in Tribuna d’Onore per ricevere medaglie, strette di mano e soprattutto, per il team vincente, il prestigioso Trofeo. Tornando alla mia storia, quello che mi colpì era che “orecchie” della Coppa portata dagli addetti, era già stato apposto il nastrino tricolore italiano. E qui accade un episodio che poi negli anni mi ha perseguitato! Appena visto il Trofeo già predisposto in quel modo, per spontanea e naturale scaramanzia mi sono rivolto a quegli operatori con modo e tono che tutto era meno che cortese e nemmeno in lingua italiana, ma con tutta la efficacia espressiva, anche se “colorita e gretta” che invece può esprimere in questi casi un dialetto genuino come quello romanesco, invitandoli (…termine eufemistico, vista la concitazione del momento) a riportare nel tunnel la Coppa e soprattutto a togliergli i nastrini tricolori perché la partita non era finita, perché questa situazione avrebbe portato jella alla squadra italiana! Forse gli inservienti non conoscevano il dialetto romanesco, ma capirono il senso della mia richiesta e subito …mi obbedirono. La partita intanto stava per finire. Eravamo al 93°, ad un minuto esatto dal trionfo, allorquando l’ala sinistra della Francia, Wiltord, scavalcato abilmente Nesta tira verso la rete italiana, e lì purtroppo Toldo, che aveva parato tutto il parabile fino ad allora, non riesce a fermare. Pareggio della Francia! Come tutti ricorderanno in quell’anno vigeva il regolamento del famigerato “Golden gol”, cioè che in caso di parità al termine dei tempi regolamentari la partita sa-

rebbe continuata con due tempi supplementari, ma sarebbe terminata nel momento in cui una delle due squadre avesse segnato. Quel pareggio e quella prosecuzione condizionata mise scoramento a tutta la squadra azzurra ed anche noi del gruppo cominciammo ad avvertire il sentore che sarebbe finita male. Il grave era che parallelamente al nostro scoramento montava l’esaltazione tra i “cugini” francesi. E purtroppo i nostri timori si tradussero in realtà, allorché dopo un pressing transalpino piuttosto intenso arrivò il Golden gol di Trezeguet. Aveva vinto la Francia! E da quel momento scattò in me un tremendo pensiero: “E se mi fossi fatto i fatti miei e non avessi preteso di togliere i nastrini col tricolore dalla Coppa con la partita ancora in corso?” Chissà se quel simbolo italiano posto in anticipo su Trofeo, anziché portare iella come temevo, avrebbe potuto sortire l’effetto opposto e magari far sì che Toldo parasse anche il tiro di Wiltord?

27


PECUNIA NON OLET

IL

titolo in latino significa, come tutti ben sanno “il denaro non ha odore”, che pur se utilizzato normalmente per giustificare atti poco leciti o al limite della dignità di coscienza, nel nostro caso vogliamo proporlo come incipit al racconto sulle sponsorizzazioni nello sport, il cui percorso è stato affrontato al rallentatore e con molte precauzioni. Infatti fu solo a partire da metà anni cinquanta che lo sport ha cominciato ad assumere in modo anche una certa valenza economica. Trascurabile all’inizio, ma che poi riesce ad esplodere, purtroppo sino agli eccessi dei giorni nostri. Tutto ciò avviene grazie al favorevole rapporto con la televisione. Infatti ci si rende conto che lo sport si presta in maniera particolarmente eccellente all’uso televisivo: garantisce infatti il massimo di telegenia (termine inteso nella maniera più ampia del suo significato), mentre la televisione garantisce il massimo quantitativo potenziale di spettacolarità. Tra l’altro, fin dalle origini

28

gli avvenimenti sportivi, per le loro peculiarità, si sono rivelati ottimali nello sviluppare ed esaltare quella caratteristica fondamentale che differenzia la televisione da tutti gli altri mezzi di comunicazione: la visione diretta. Agli inizi il rapporto tra televisione e sport è essenzialmente paritetico, ognuno con compiti specifici: la TV rappresenta uno strumento di promozione dello sport, mentre lo sport rappresenta uno dei tanti avvenimenti da teletrasmettere. Ed infatti in questa fase gli importi (oggi si chiamano “diritti TV”) pagati dalla Televisione per assicurarsi la facoltà di trasmissione di manifestazioni sportive sono pressoché nulli. È solo dagli anni Sessanta che per la televisione lo sport non è solo argomento d’informazione ma diventa un formidabile veicolo di audience. Le aziende produttrici di beni e servizi, appartenenti ai settori più disparati, si accorgono che le riprese televisive consentono una prolungata e ripetuta esposizione di denominazioni, marchi e

scritte, con effetti di risonanza e notorietà ben più efficaci delle tradizionali tecniche di promozione. Lo sport diventa dunque uno degli interlocutori privilegiati dalle imprese come veicolo pubblicitario, ottenendone in cambio un guadagno economico. Questo iter evolutivo si registra (non poteva essere che così) innanzitutto negli Stati Uniti, mentre in Europa, e soprattutto in Italia, considerato anche il monopolio della RAI, il percorso è più lento. E questa lentezza trascina anche il mondo dello sport che è restio, anche per certe interpretazioni rigide imperanti in quegli anni sul concetto di olimpismo, su quello del dilettantismo, ed anche sulle stesse sponsorizzazioni, che potevano essere concepite solo come contribuzioni spontanee di magnanimità. In quest’ambito non mancarono dei pionieri, come raccontano i due articoli che seguono, uno che riguarda il basket, propostoci dal presidente Massimo Blasetti, l’altro il ciclismo, scritto dal giornalista Sergio Meda.


Sport ed Economia

SPONSOR PER UNA NOTTE Il presidente APEC racconta un episodio di cui fu testimone diretto e coo-interprete, che al momento dei fatti scandalizzò la mentalità imperante dell’epoca sul concetto di olimpismo connesso alle questioni del finanziamento dello sport.

di Massimo Blasetti

Con

l’arrivo di Claudio Coccia, la Federbasket era diventata all’interno del CONI la federazione guida, quella sempre prodiga di novità, la più moderna in assoluto. Le altre federazioni la guardavano con grandissimo rispetto. La FIP aveva inventato le sponsorizzazioni nei club, le scritte sulle maglie, cosa ancora sconosciuta nel calcio, lo straniero in ogni club, la Serie A divisa tra A1 e A2, i playoff, eccetera eccetera. Così quando all’inizio del 1987 la Mediasport di Milano propose alla federazione un contratto di sponsorizzazione per la maglia azzurra, tutto il consiglio federale pensò, e con orgoglio, alla ennesima grande innovazione. Il presidente Vinci, dopo averla valutata bene, si convinse ad accettare l’offerta. La Lipton avrebbe versato 400 milioni di lire nelle casse federali in due anni per una sponsorizzazione che riguardava solamente la maglia della Nazionale A maschile. Contratto fino al 31 dicembre 1988. Niente male. Soldi benedetti anche perché, già da quei tempi, il CONI aveva cominciato a “tagliare” alle federazioni. Alla FIP sarebbero mancati 600 milioni dai contributi dell’anno, e questo fu il cavallo di battaglia del presidente Vinci nei confronti di stampa e d’opinione pubblica. Si lavoro in gran segreto, logo stampato clandestinamente sulle maglie azzurre che portai in un negozio vicino alla sede della Federazione, una bella scritta Lipton sotto Italia, meno di 100 cm². Appuntamento per le foto al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano, ermeticamente chiuso al pubblico, con i giocatori in posa, schierati al centro del campo. Poi alle 13, conferenza stampa all’hotel Leonardo da Vinci con una grande affluenza tra giornalisti, curiosi ed addetti ai lavori, a poche ore dalla partenza per Praga. La nazionale italiana era stata infatti invitata nella capitale ceca per una amichevole. Bisognava preparare la squadra in vista dei campionati europei di

Atene. Si fece pressione per convincere la Rai a trasmettere la partita. E così fu. Alle 17 30 Raitre trasmise la diretta di tutto l’incontro. Grande successo, con maglie Lipton in bella vista. La cronaca racconta che il 4 febbraio 1987 l’Italia superò la Cecoslovacchia 88-86. Montecchi, Gilardi, Magnifico, Tonut, Vescovi, Brunamonti, Iacopini, Pessina, Riva, Morandotti, Costa e Carera i dodici uomini guidati da Bianchini, tutti all’oscuro di quanto sarebbe successo il giorno dopo. Il rientro in Italia fu agghiacciante! Una sciagura. La stampa, mai così compatta, attaccò ferocemente la federazione, colpevole di aver infangato la maglia azzurra immacolata. “Scandalo nel basket” fu il titolo in prima pagina della Gazzetta dello Sport, addirittura tre giornalisti scrissero per l’evento, Campana, Arturi e Minazzi. Che siluri! Ma gli altri non furono da meno. “Il basket vende la maglia azzurra”oppure “gli azzurri del basket e costretti a darsi del te”, “Che scandalo, la Nazionale italiana vale 200 milioni”. Ampi servizi nei telegiornali. Il presidente Carraro tuonò: “ne parleremo in giunta CONI”. Pescante ricordò, affranto, gli ideali olimpici. E poi giù ovviamente i commenti sdegnati degli addetti ai lavori, dall’avvocato Porelli, allora in lega, a Bianchini, che nonostante il suo ruolo di c.t. non aveva alcuna intenzione di condividere, con il contrastato Peterson, la qualifica di testimonial della stessa bevanda, fino a Villalta presidente della GIBA. Tutti contro, senza pietà. “Troppo” disse Vinci, dopo aver ricevuto una telefonata caldissima del presidente Carraro. Chiamò il segretario Ceccotti e gli ordinò di far sparire subito le maglie, direttamente al rientro della squadra in Italia. Peccato, perché oggi lo definiamo con un pizzico di sarcasmo “lo sponsor per una notte”. Ma a distanza di 24 anni, possiamo affermare con orgoglio che, per l’ennesima volta, la Federbasket aveva visto giusto. Aveva preceduto, e di molti anni, tutte le altre Federazioni. 29


A LUI DOBBIAMO GLI SPONSOR Lui è Fiorenzo Magni, un grande corridore che seppe lottare senza timori al pari di campioni del calibro di Bartali e di Coppi, che oggi, tramite la avvincente penna di Sergio Meda, vogliamo ricordarlo non per le sue fantastiche vittorie (tre Giri d’Italia, tre titoli italiani su strada, tre Giri delle Fiandre per citare solo i successi più eclatanti) perché ebbe la grande e rivoluzionaria intuizione di introdurre le sponsorizzazioni extraciclistiche. di Sergio Meda

Al

basket, con l’abbinamento Borletti e poi Simmenthal, si devono le prime partnership commerciali extracestistiche. Allora, nei primi anni Cinquanta, la parola sponsorizzazione nemmeno esisteva. Al calcio si deve un esperimento subito abortito, quello del Torino Talmone finito in serie B – era la prima volta nella sua gloriosa storia – al termine del campionato 1958/59. Brava gente i calciatori ma Enzo Bearzot, allora in maglia granata, così commentò l’accaduto: “Il cioccolato menava gramo”. Gli sponsor, sopportati a dispetto dei milioni di euro che erogano, compaiono oggi sulle maglie dei calciatori, ma il nome della squadra è tabù e tale resterà, per rispetto del campanile. A Fiorenzo Magni lo sport, non il solo ciclismo, deve l’intuizione che ha rivoluzionato un mondo: le sponsorizzazioni extraciclistiche. Ce l’ha raccontata in dettaglio: “Una notte, era l’autunno del 1953, faticavo a prender sonno, angustiato dalle difficoltà che incontravo ad allestire la squadra per la stagione successiva. Pochi giorni prima, in Ganna, mi aveva presto da parte Tino, il figliolo di Luigi, vincitore del primo 30

Giro d’Italia, e mi aveva detto, dispiaciutissimo, che non c’erano più le condizioni economiche per proseguire nel professionismo, nonostante un marchio glorioso come il loro. Personalmente avrei potuto ovviare, l’Atala mi corteggiava da tempo, si trattava solo di stabilire a quali condizioni economiche mi avrebbero ingaggiato, ma di mezzo c’erano i compagni di squadra alla Ganna, che avrei lasciato a spasso”. Nel dormiveglia, quella notte, Fiorenzo s’inventò la svolta, anche se contrastava nettamente con i regolamenti dell’epoca: “Gli abbinamenti, allora si parlava di quello, erano consentiti solo con le Case di biciclette. Non a caso la Bianchi schierava Coppi, la Legnano Bartali. Ma i regolamenti si possono cambiare, io ci provai”. Le prime reazioni all’idea furono tutte negative, a partire dai dirigenti delle grandi Case: “Il commendator Zambrini della Bianchi mi fece sapere che non vedeva di buon occhio la novità, lo stesso Della Torre della Legnano non ne voleva sapere. A detta loro un campione come me avrebbe dovuto pensare solo a correre, non certo occuparsi di chi rischiava il posto


Sport ed Economia

di lavoro. A guardar bene gli atleti allora non avevano alcuna voce in capitolo, non potevano interferire, in quanto semplici stipendiati, o ingaggiati”. Uno su tutti, per fortuna, fu dalla sua: Adriano Rodoni, presidente della Federciclismo, raccolse la supplica di Magni in occasione del Congresso federale di Torino. A quel raduno Magni, che intendeva perorare la sua causa, non fu ammesso, non essendo un delegato: rimase all’esterno del salone, ma per lui si adoprarono altri, tra cui il Presidentissimo, che dispose l’apertura agli abbinamenti extraciclistici. Anche Cino Cinelli, l’ex campione in quel momento presidente dell’Associazione dei ciclisti professionisti italiani, seppe guardare lontano e appoggiò Magni nella sua battaglia. Lo stesso patron del Giro, Vincenzo Torriani, inizialmente scettico, in seguito si schierò dalla parte di Magni, ma le grane non erano finite, sul fronte internazionale: “Registrai subito l’opposizione ferma del Giro di Francia, che allora ospitava le squadre nazionali e mal digeriva anche soltanto l’idea degli sponsor. Ci misero un po’ a cambiare idea. La chiave di volta di tutta la vicenda Nivea-Fuchs venne però da Fausto (Coppi) che impose agli organizzatori della Parigi-Roubaix di invitare anche noi, altrimenti non si sarebbe schierato al via. I dirigenti delle squadre francesi, allora capeggiati da Mercier e Peugeot, i marchi ciclistici più prestigiosi d’Oltralpe, mi guardavano strano, mi trattavano come se fossi la pecora nera dell’ambiente”. C’era chi eccepiva anche su Fuchs, un marchio di biciclette che non aveva certo il peso di altri. Ma l’o-

stacolo, impercettibile, fu accomodato in breve: “Mi accordai per una cifra simbolica, il contributo risolutivo venne da Nivea. E, nonostante i miei timori, non faticai a convincere i dirigenti della società”. Aiutato da un buon amico, Renato Pagani della Laboratori Cosmochimici di Milano, Magni si accordò con gli Zimmermann, padre e figlio, gli svizzeri proprietari dell’azienda che produceva la crema Nivea. “Spiegai al signor Zimmermann le nostre necessità, era molto interessato e ragionammo subito di soldi: la squadra, conti all’osso, sarebbe costata 20 milioni, di cui 5 erano il mio stipendio. Della società ero capitano, direttore sportivo e titolare, visto che rischiavo in parte anche del mio. Cominciò allora la mia carriera di imprenditore. Gli altri 15 milioni servivano per onorare tutti gli impegni, viaggi e alberghi per le corse, oltre agli stipendi dei sette compagni di squadra e dello staff, ridotto ai minimi termini: un meccanico e un massaggiatore. Una sola auto al seguito, per risparmiare”. Ma i conti non tornarono, tanto che a fine primavera i soldi erano finiti, anche se Magni nemmeno si era dato lo stipendio: “Decisi allora di tornare dal signor Zimmermann per spiegargli la situazione e lui, senza battere ciglio, confidando nella mia onestà, firmò un assegno di 8 milioni e mezzo. Perché potessimo concludere senza problemi la stagione”. La svolta dettata da Fiorenzo Magni cambiò il mondo del ciclismo ma l’evoluzione fu lenta. Non fu facile convincere l’ambiente, fortemente tradizionalista. Unica eccezione la signora Pitto, titolare della Clément, azienda di tubolari per biciclette: “Era una donna che conosceva lo sport e la sportività, mi garantì almeno tre anni di sopravvivenza, per verificarne la portata e gli effetti”. Sergio Meda Milanese, classe 1949, giornalista professionista, Sergio Meda è stato a lungo redattore della Gazzetta dello Sport. Ha poi fondato con Beppe Viola l’agenzia di comunicazione Magazine. Dopo felici esperienze nei territori della medicina dello sport è rientrato in Gazzetta a metà degli anni Novanta, questa volta all’ufficio stampa delle manifestazioni in rosa, in particolare del Giro d’Italia, di cui ha retto le sorti sino al 2009, l’edizione del centenario. È autore di diversi interessanti libri sullo sport.de Libro del Tennis Italiano” 31


Ultima Pagina IL NUOVO LOGO DELL’APEC

NEL SEGNO DELLO SPORT Dal 2018 l’APEC modifica il suo logo, proponendone uno certamente più moderno ed intrigante. Un movimento di colori e di segni che hanno ognuno un loro specifico significato.

ASSOCIAZIONE BENEMERITA RICONOSCIUTA DAL CONI

Può

sembrare forse poco coerente che una Associazione come l’APEC, impegnata a dare il proprio contributo nel custodire e divulgare la memoria storica dello sport, quindi che “si intende di cose del passato” abbia deciso di rinnovare il proprio logo, con un segno distintivo più moderno. Ma la questione non è confliggente. Per avvalorare questa tesi è sufficiente consultare un qualsiasi Dizionario della lingua italiana, prendiamo a caso il Garzanti, per leggere la definizione della parola logo: “nel linguaggio pubblicitario, è la scritta o il simbolo grafico (o l’insieme di entrambi) che identifica un prodotto, un’azienda, un’associazione, ecc.”. Logo quindi come identificazione della nostra ragione sociale. Ovviamente nei suoi ormai 44 anni di vita, la nostra Associazione ha avuto nel tempo il suo logo, anzi più loghi, ma tutti, tranne l’ultimo che fu realizzato “in edizione speciale” per ricordare l’anniversario dei “quarant’anni”,

32

furono abbastanza anonimi. Questo perché l’unica loro funzione era quella di proporre in evidenza l’acronimo APEC, ma i loro disegni non avevano alcun contenuto concettuale. Ora però il direttivo dell’Associazione, che prevalentemente si occupa di “passato” (… in termini culturali ovviamente, mai per malinconia), ha deciso di dare un senso di attualità ed anche di futuro al simbolo grafico che la distingue, proponendo un nuovo format, che caratterizzerà, a partire dal prossimo mese di gennaio, gli atti, le pubblicazioni, i documenti nonché qualsiasi altra espressione dell’Associazione. Il disegno non nasce a caso, ma è frutto di specifiche riflessioni e confronti, con l’intenzione tra l’altro di renderlo conforme e compatibile al logo delle Associazioni Benemerite predisposto dal CONI, che, come giusto, è diventato parte integrante del nostro distintivo. Per realizzarlo non è stata comunque cosa com-

plessa, visto che chi ne è l’autore, Claudia Petracchi, è donna di sport, atleta di alto livello fino a pochi anni orsono nell’ambito agonistico primario ed oggi atleta master. La sintonia tra il disegno e la sua cultura sportiva ha fatto sì che ne uscisse un bel lavoro, con un senso compiuto. L’intenzione dell’autrice era quello di creare un marchio, innanzitutto più moderno ed agile, ispirandosi a due concetti fondamentali per l’Associazione: il colore azzurro-blu del logo, che testimonia la vicinanza alla maglia azzurra, mentre la striscia tricolore in movimento rappresenta il senso di appartenenza a quei valori morali, culturali e sportivi che hanno sempre caratterizzato il quotidiano lavoro dei Soci nell’ambito organizzativo dello sport italiano. E la dicitura APEC è strettamente legata ed incastonata tra le linee simboliche di questi due concetti fondamentali. Ci auguriamo che piaccia a tutti i soci.

Cinque cerchi d'argento n° 3 e 4 luglio dicembre 2017  
Cinque cerchi d'argento n° 3 e 4 luglio dicembre 2017  

Una rinnovata veste grafica, articoli proposti da grandi firme del giornalismo sportivo, argomenti di particolare valenza storica, testimon...

Advertisement