Page 1

APEC ASSOCIAZIONE PENSIONATI CONI Associazione Benemerita del CONI

ANNO 3° - numeri 9, 10 ed 11 Gennaio - Settembre 2019 – Registrazione Tribunale di Roma n° 132/2000

CINQUE CERCHI D’ARGENTO

SPORT REPLAY …cronache e storie di tanto tempo fa…

C’ERA UNA VOLTA IL VELODROMO OLIMPICO Il racconto dell’impianto più bello di Roma ‘60

RIVISTA TRIMESTRALE DI CULTURA E STORIA DELLO SPORT


Il Punto

Rivista trimestrale di cultura e storia dello Sport della Associazione Pensionati CONI - APEC Sfogliabile online su: www.pensionaticoni.it Direttore responsabile: Augusto Rosati Anno 3°, - numeri 9, 10 ed 11 Gennaio-Settembre 2019 Registrazione Tribunale di Roma N° 132/2000 Mail redazione: redazioneapec@gmail.com Tel. Redazione: 339.25 72 551 La sede legale di Cinque Cerchi d’Argento è c/o APEC, Foro Italico, 00135 Roma Tel: 06.32 72 32 28 Fax: 06.32 72 38 00 E-mail: pensionaticoni@alice.it Stampato presso: BDprint, portale di The Factory srl Via Tiburtina, 912 - 00156, Roma Tel 06.43 20 81 Fax 06.40 80 16 79 P.Iva 10352291008

Gli azzurri del ciclismo furono grandi protagonisti di Roma ‘60. Su strada ma soprattutto su pista ove si registrò l’en plein con 4 medaglie d’oro sulle 4 in palio. In questo numero dedichiamo un ampio reportage sul Velodromo Olimpico, meraviglioso palcoscenico di quelle gare. In copertina proponiamo il rush vincente del tandem composto da Beppe Beghetto e Sergio Bianchetto. Era la sera del 27 agosto 1960.

2

INCOGNITE E PERPLESSITÀ di Massimo Blasetti

A

tutt’oggi non è ancora ben chiaro il futuro dello Sport italiano, e questo nonostante ci sia una nuova legge sul tema e non manchino le dichiarazioni rassicuranti tipo “nulla cambierà rispetto a prima”, ripetute più volte al “Mondo CONI” dall’On. Giorgetti Giorgetti (Lega) che nel precedente Governo aveva la delega allo sport, insieme all’On. Valente Valente (M5S). In realtà il cambiamento c’è stato, e non da poco: al CONI arriveranno meno soldi (circa un decimo rispetto a prima) ma, soprattutto, l’Ente dovrà occuparsi solamente della Preparazione Olimpica delle Federazioni. Tutto il resto sarà competenza di Sport e Salute, nuova società di emanazione governativa, che sostituisce CONI Servizi S.p.A. Più che cambiamento è meglio definirla“vera rivoluzione” per lo Sport italiano (…anche se in molti altri Paesi europei l’impostazione è praticamente analoga a quella prevista dalla Riforma) e la qualcosa, e non poteva che essere così, ha subito suscitato dubbi e perplessità. Poi, giorno dopo giorno, trovandosi davanti ad una legge già approvata, un po’ tutti ne hanno preso atto, anche se a malincuore, ed oggi ogni diatriba verbale è ormai inutile. Se il “dado è tratto”, ritengo sia lecita per tutti la curiosità sul come si svilupperà l’azione di “Sport e Salute” e sul come, in termini pratici, si gestiranno le tantissime problematiche dello Sport Italiano. In questo contesto, pur se siamo entità microscopica rispetto ad altri soggetti del mondo CONI, anche noi dell’APEC ci poniamo delle domande importanti: chi sarà, nel concreto, il nostro referente? Chi determinerà l’importo del “contributo CONI”? Con quali criteri? Quesiti non da poco! E se pensiamo che la nostra quota sociale in 45 anni (considerando il passaggio dalla Lira all’Euro) non è mai minimamente aumentata, sono evidenti le difficoltà che stiamo riscontrando nel portare avanti le attività istituzionali che ci competono (culturali, di

patronato, di assistenza e del tempo libero), attività che, tra l’altro, nel corso degli anni si sono moltiplicate, ampliando di contro la loro sfera d’azione che oggi va oltre i “confini romani”. Tutto ciò, a fronte di una costante lievitazione dei costi, che già da alcuni anni “marcia” insieme ad una progressiva riduzione del contributo dell’Ente, che tra l’altro viene elargito con meccanismi sempre più complessi (vedi i famosi “progetti speciali”). Una situazione di chiara difficoltà: ma andremo avanti lo stesso, perché il nostro impegno non verrà mai meno. Come ben sapete, anche grazie al buon numero di Soci Aggregati recentemente iscritti, continua il nostro obiettivo di potenziare l’Associazione sotto tutti i punti di vista. Ma, lo ripeto e lo ripeterò all’infinito, è davvero essenziale, per non rendere vani i nostri forzi, che ci sia una maggiore partecipazione di tutti i Soci APEC in questa azione. Vi invito quindi a sentirvi attivamente coinvolti nelle attività sociali: siateci vicini, anche solamente inviando una lettera, una mail, una foto. Fateci conoscere il vostro pensiero e, se ne avete, dateci suggerimenti operativi, che oltre ad essere sostegni preziosi, potrebbero essere forieri di novità e di crescita. Rinnovo, inoltre, a tutti la richiesta a darci una mano per avvicinare all’APEC le tante persone che, ex colleghi, neo-pensionati o prossimi alla quiescenza, purtroppo, non sono neanche a conoscenza dell’esistenza della nostra Associazione, del suo ruolo importante e del suo significato istitutivo. Aiutateci a far crescere il numero dei Soci aggregati, cioè di vostri familiari o amici. Tutto ciò perché la forza del nostro gruppo sta anche nei numeri, sia perché “più siamo e meglio stiamo”, sia perché in tal modo aumenta potenzialmente la capacità concreta nel dare senso ai nostri fini statutari, tutt’altro che nominali o di scarso rilievo. Contiamo davvero su di voi!


Editoriale

IN NOME DELLO SPIRITO OLIMPICO di Augusto Rosati

C

inque Cerchi d’Argento, idea-progetto nata per rafforzare il ruolo dell’APEC, sta registrando consensi impensati: è quanto risulta dopo la pubblicazione dei primi quattro numeri doppi della nostra testata “di Cultura e Storia dello Sport”, usciti fino ad oggi in stampa. La positiva adesione al giornale ci gratifica, soprattutto perché tale esperimento editoriale (…tra l’altro abbastanza “impegnativo” anche in termini di bilancio sociale) consente all’Associazione di rispondere nel modo più appropriato ad uno degli obblighi statutari fissato dall’art. 2 della Carta istitutiva. Obbligo che sancisce testualmente l’impegno ad “…attivare ogni azione finalizzata al recupero ed alla conservazione della memoria dello Sport italiano”. Insistere su questo aspetto è oggi ancor più opportuno, visto quanto sta evolvendosi (sarà davvero giusto questo vocabolo?) nel mondo dello sport, la cui nostra unica preoccupazione è che tutto ciò non incida sostanzialmente sulla “essenza del movimento sportivo italiano”, che ha sì, nella partecipazione dell’Italia alle Olimpiadi, la sua punta d’iceberg, ma che è fondata su presupposti ben più sublimi ed elevati, che sono radicati nel cuore pulsante del nostro Paese, nella sua storia, nella sua tradizione e nella sua cultura. “…lo Spirito Olimpico è la sintesi di uno stile di vita basato sulla gioia dello sforzo, sul valore educativo del buon esempio e il rispetto universale dei principi etici fondamentali” diceva il barone Pierre De Coubertain:

ci chiediamo se la dicotomia CONI - Sport & Salute potrà garantire ancora l’esistenza di tale “comandamento”. E soprattutto se riuscirà a farlo con le stesse capacità e competenze che, nel bene e nel male, l’Ente, dalla sua fondazione nel giugno 1914 ad oggi, ha sempre garantito, raccogliendo, in particolare nell’ultimo settantennio, una esplosione esponenziale di successi e di risultati (non solo agonistici, ma sportivi nella sua accezione più ampia) che hanno fatto del Movimento sportivo italiano, uno dei primi al mondo. In questa nuova situazione, ancora tutta da scoprire (…sia ben chiaro, al di là delle perplessità, noi tifiamo perché tutto comunque possa andare per il meglio), l’APEC, pur se soggetto numericamente irrilevante e ben abituato con i suoi soci volontari ad operare lontano dai riflettori e da ogni ribalta mediatica, vuole continuare nel suo ruolo e nella sua missione “finalizzata al recupero ed alla conservazione della memoria dello Sport italiano” che, non dovrà mai essere sottovalutata (o ancor peggio “dimenticata”, soprattutto nella sua essenza culturale) perché “ignorare la memoria” equivale a distruggere la base della propria identità e della propria continuità nel tempo. L’APEC, anche tramite questa Rivista, ribadisce convinta il proprio ruolo istitutivo in nome della memoria dello sport. Ovviamente, con il sostegno collettivo ed essenziale di tutti i suoi Soci, che per le loro ricche e variegate esperienze professionali, sono certamente tra i più qualificati a svolgere tale importante mission.

Questo numero è “triplo” (gennaio-marzo, aprile-giugno, luglio-settembre) per garantire ai Soci il regolare ricevimento della Rivista al proprio domicilio, considerate le criticità della distribuzione della posta, ancora più evidenti nel periodo estivo,

Sommario

IL PUNTO EDITORIALE RINNOVATE PASSIONI RINNOVATE PASSIONI RINNOVATE PASSIONI DOCUMENTARIO DOCUMENTARIO DOCUMENTARIO DOCUMENTARIO DOCUMENTARIO TESTIMONIANZE DIRETTE TESTIMONIANZE DIRETTE SPORT REPLAY SPORT REPLAY SPORT REPLAY SPORT REPLAY SPORT REPLAY SPORT REPLAY SPORT REPLAY UN CARO RICORDO UN CARO RICORDO

INCOGNITE E PERPLESSITÀ p. 02 IN NOME DELLO SPIRITO OLIMPICO p. 03 PIACERE DI CONOSCERVI p. 04 UN VIAGGIO CHE PARTE DA LONTANO p. 05 VALORE MEDIATICO ALLETTANTE p. 10 C’ERA UNA VOLTA IL VELODROMO OLIMPICO p. 12 LA GRANDE DELUSIONE p. 13 MALTEMPO GUASTAFESTE p. 18 IL PRIMO AMORE p. 18 IL MOTOVELODROMO APPIO p. 19 CENTRO DI GRAVITÀ PERMANENTE p. 20 NON SOLO ATLETICA p. 22 DAI GIORNALI DI TANTO TEMPO FA p. 24 IL GRANDE TORINO p. 24 LA SCIAGURA DI SUPERGA RICOSTRUITA DA TERRA p. 26 MAZZOLA PASSA A GABETTO p. 28 LIVIO BERRUTI LA FRECCIA AZZURRA p. 30 PER L’ATLETA “IMPOPOLARE” UNA GIORNATA DI POPOLARITÀ p. 30 LA VALIGIA SUL LETTO p. 32 LUI SI CHE ERA UN UOMO p. 34 LA STORIA DELL’EX CAMIONISTA p. 35

All’interno l’inserto speciale APEC RACCONTA Progetto pluriennale per il recupero e la divulgazione della storia dello sport italiano del XX secolo In questo numero i testi pubblicati portano la firma di Augusto Rosati, Massimo Blasetti, Giovanni Di Nucci, Dino Buzzati, Indro Montanelli, Alberto Cavallari, Orio Vergani, Fulvio Astori. Si evidenzia che le citazioni o le riproposizioni (parziali o totali) di articoli, foto e brani pubblicati a suo tempo su altre testate giornalistiche, riviste o libri, sono effettuate senza alcun scopo di lucro, ma riproposte per esclusivi finalità storiche, antologiche, didattiche e documentali. In ogni caso sono citati tutti i parametri di riferimento.

3


Rinnovate passioni I Mondiali in terra di Francia hanno evidenziato il marcato appeal del calcio femminile

PIACERE DI CONOSCERVI

La squadra azzurra in campo in questo caso rappresentata: (in alto da sinistra verso dx) Laura Giuliani, Cristiana Girelli, Alice Parisi, Valentina Giacinti, Manuela Giugliano, Alia Guagni, Sara Gama, (in basso da sx) Ilaria Mauro, Daniela Sabatino, Martina Rosucci, Elisa Bartoli

N

on si è assolutamente attenuato l’entusiasmo che ci ha offerto l’ottava edizione ufficiale del Campionato del Mondo di Calcio femminile in terra francese: una manifestazione che probabilmente molti di noi abbiamo inizialmente approcciato più per curiosità “di costume”, piuttosto che per interesse sportivo-agonistico. Certamente a creare il giusto pathos era stato l’efficace “battage passionale” che stava montando attorno all’evento già dagli inizi di maggio, non ultimi quello operato da SKY e dalla RAI, e per di più favorito anche da una serie di congiunture emotive, sia di carattere sociale che di tifo sportivo, legate a tale partecipazione. Senza dubbio, ad esempio, un ruolo fondamentale lo ha giocato il fatto che, finalmente dopo troppi anni di assenza, la Nazionale Italiana Donne 4

tornasse a partecipare nella massima competizione mondiale, una situazione spontaneamente contrapposta tra l’altro (…aspetto non da poco per la passione calcistica del nostro Paese) alla cocente delusione, ancora saldamente incisa nel cuore sportivo degli italiani, per la poco onorevole esclusione dei calciatori azzurri ai mondiali di Russia dello scorso anno. È certamente meritevole di seria attenzione il fatto che, nel corso di quei 31 giorni, la curiosità dei tanti si è trasformata in vera passione. Sia perché si è assistiti ad una competizione e ad un gioco di alto livello, proposto da squadre atleticamente e tecnicamente ben preparate ed organizzate, sia, soprattutto, per le magnifiche prestazioni delle giocatrici italiane. Le azzurre tra l’altro, a prescindere dal mero aspetto tecnico-spor-

tivo, comunque ragguardevole e quasi alla pari con le migliori equipe presenti, hanno dimostrato una grinta agonistica ed un attaccamento alla maglia azzurra che ha inorgoglito tutti, ma proprio tutti, in ogni parte della Penisola. A cominciare dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non ha mancato di esprimere convinte parole di grande elogio alle protagoniste della spedizione italiana. Speriamo che tutto questo “rumore mediatico” si trasformi in qualcosa di concreto, e che il futuro del calcio femminile, sia in Italia che all’estero, possa avere una sua evoluzione esponenziale positiva. Ma con un auspicio ulteriore: che nel tempo anch’esso “non si ammali” di quelle stesse gravi criticità (ed eccessi assurdi ed incontrollabili) in cui purtroppo il mondo del calcio maschile sembra ormai essere irrimediabilmente sommerso.


I primi “calci sportivi” ad un pallone da parte delle donne risalgono ai primi del ‘900

UN VIAGGIO CHE PARTE DA LONTANO

Il calcio è certamente lo sport più praticato al mondo, ma solo una minima parte dei praticanti appartiene al genere femminile. Oggi le cose stanno gradatamente modificandosi e dopo una serie di tortuose ed impegnative vicissitudini, le donne sono riuscite ad imporsi con personalità e capacità anche nel mondo del pallone. Non dimenticando che dal 1996 il calcio femminile è parte integrante del programma dei Giochi Olimpici, però il cammino per una sua totale affermazione (nella fattispecie l’introduzione del professionismo) non si è ancora completato. Ma certamente, come si evince dalla stringata sintesi che vi proponiamo, “il più” è stato fatto. Ricerca bibliografica e documentale di Augusto Rosati

Le ragazze USA festeggiano la conquista del titolo di Campionesse del Mondo

R

ispetto alla ricca storia ed alle tante storie circolanti sul calcio maschile, le narrazioni sul football marcato “gentil sesso” scarseggiano in modo evidente. Però, grazie al recente exploit tecnico-sportivo e mediatico registrato durante il recente torneo iridato in terra di Francia, diversi operatori della comunicazione hanno iniziato ad approfondire le conoscenze sullo sport del pallone giocato dalle donne, dalle quali emergono racconti davvero avvincenti sulle sue origini e sul suo tortuoso percorso evolutivo. Iniziamo partendo dalla “preistoria”. Secondo il libro pubblicato da Artemio Scardicchio nel 2011, “Storia e Storie di Calcio Femminile”, si narra che la prima partita in assoluto tra donne venne disputata in Scozia

nel 1795. Molto più probabilmente, l’esordio vero e proprio del calcio “versione rosa” va fatto risalire al periodo della prima guerra mondiale (parliamo quindi dei primi del Novecento), in Inghilterra. Qui - come peraltro in tempi analoghi si registrò in quasi tutti i Paesi coinvolti nel maledetto conflitto – poiché la maggioranza degli uomini era stata spedita sui fronti di guerra, maturò per forza di cose l’inserimento sostitutivo delle donne nel mondo del lavoro, anche per attività fino ad allora esclusivamente maschili e tra queste il lavoro in fabbrica. Fu proprio all’interno di un opificio, il Dick Kerr, produttore di munizioni belliche, che molte operaie, durante la pausa pranzo, per puro

divertimento (…non certo per favorire la digestione del modesto desinare…) cominciarono a tirar calci ad un pallone nel cortile a fianco al refettorio. Sembra che di lì a poco questo “divertissement post prandiale”, da passatempo estemporaneo, divenne per molte di quelle operaie un rituale al quale si applicavano con sempre maggior passione e capacità, tant’è che ad un certo punto decisero di organizzarsi (sul modello maschile) in vero e proprio club che chiamarono (…riproponiamo la traduzione italiana) le “Signore del Kerr”. Quelle ragazze avevano fondato la prima squadra femminile inglese di calcio, e probabilmente del mondo. Insomma, questa sembra sia stata la scintilla primordiale che diede inizio al “calcio femminile”, un fenomeno che non tardò a stimolare la curiosità della gente, tant’è che furono organizzati molti incontri, tutti rigorosamente con finalità di beneficenza, tra le “Signore del Kerr” contro diverse rappresentative maschili. E qui più che la cronaca di quegli eventi, entra di scena la leggenda, che racconta come non poche volte i “maschietti” trovarono difficoltà a rispondere ai dribbling ed ai tackle delle audaci “femminucce”. Cosa inconfutabile però è rilevare come il successo e l’entusiasmo scatenato da tali performance portò alla

5


Rinnovate passioni

Una foto storica delle pioniere del calcio femminile: le Signore del Kerr

nascita di altre squadre femminili, dapprima nel Regno Unito e poi anche al di fuori dei confini inglesi, tant’è che nel Natale del 1917 avvenne il primo “incontro internazionale” tra le Signore del Kerr contro una omologa squadra francese. Fu un successo di pubblico, e “si dice” (sarà da crederci?) che sugli spalti si contarono almeno ventimila persone, che più dell’aspetto sportivo erano incuriosite dall’insolito evento. Ovviamente all’espandersi della disciplina e soprattutto al proliferare delle partite promiscue “donne vs uomini”, non furono registrate solo unanimi simpatie e consensi. Infatti, superata la prima fase della curiosità (…magari anche un po’ morbosa), iniziò a prendere il sopravvento la “bacchettoneria ed il perbenismo”, imperanti in modo particolare, soprattutto in quel tempo, nella società anglo-sassone, in specie tra la borghesia e la nobiltà. In modo crescente cominciarono a proliferarsi voci contrarie, che ritenevano “indecente” veder delle ragazze divertirsi a prender a calci un pallone. Questo anche in ambito sportivo. Il primo grande no, che ebbe conseguenze concrete, venne pronunciato nella vicina Scozia, allorquando il Consiglio dell’Associazione Gioco Calcio Scozzese proibì ai propri club maschili affiliati, di disputare incontri con squadre femminili, anche quelli ad esclusivo scopo carita-

6

tevole. Ma la caparbietà delle “Signore del Kerr” fu davvero tanta, che non ci fu ostacolo a frenare la loro passione, tant’è che il “top” del loro impegno maturò i suoi frutti attorno al 1921, allorquando il loro successo si espanse per tutta l’Inghilterra, trasbordando addirittura oltre Manica. Il loro “darsi da fare” (sembra che giocassero una media di 70 partite l’anno!) non mancò di stimolare l’emulazione di tante altre ragazze, tant’è che furono fondati oltre un centinaio di club di “giocatrici in gonnella” (…termine d’obbligo, visto che durante le partite le calciatrici indossavano gonne lunghe e pesanti corsetti). Ma il vero stop oppositorio porta la data del 5 dicembre 1921, con un provvedimento che arrestò l’espansione del calcio femminile, innanzitutto in Inghilterra, e poi in stretta relazione, anche nel resto d’Europa. Questo il testo: “A causa dei reclami fatti a proposito del calcio femminile, il Consiglio del Calcio Britannico si sente costretto ad esprimere il suo parere, ritenendo il nostro sport inadatto alle donne e per questo motivo non deve esserne incoraggiata la pratica. Il Consiglio richiede, quindi, alle squadre (ndr: maschili) appartenenti all’Associazione di non far disputare tali incontri sui loro campi di gioco”. Si sterilizzò ogni forma di proselitismo, ma è pur vero che le Signore del Kerr, in modo ridotto e decrescente, e


Manifesto dell’incontro internazionale Francia vs Inghilterra

soprattutto senza più tanti riflettori puntati, continuarono nel loro piccolo a coltivare la loro passione, coinvolgendo tra l’altro, in un naturale processo di rinnovamento, anche figlie e nipoti. Questo fin quasi alla fine degli anni Trenta, ove purtroppo il pesante clima politico, sociale ed economico che poi sfociò nella tragedia e nel dolore della Seconda Guerra Mondiale, portò a scrivere la parola “fine” ad una avventura davvero straordinaria e leggendaria, durante la quale, secondo quanto scrivono alcuni autori, questo originale Club, il cui nome rimarrà scolpito nella storia del calcio femminile, disputò 828 partite, vincendone 758, pareggiandone 46 e perdendone soltanto 24, segnando la bellezza di 3500 goal. Dopo il secondo conflitto mondiale, probabilmente sulla spinta dell’impellente desiderio delle persone di “riaffacciarsi alla vita ed alla normalità”, come per tante altre espressioni dell’attività umana messe forzatamente in quarantena in quei cinque anni tremendi e luttuosi,

anche “le ragazze del pallone” cominciarono a riaffacciarsi. All’inizio, nei paesi del nord Europa, in particolare in Norvegia, in Svezia e nei Paesi del Benelux, poi, pian piano, in altre Nazioni. Fu una maturazione lenta, ma progressiva, che si sviluppò in una decina d’anni, e che poi, preso il via, si espanse in modo inesorabile. Già dai primi anni ’60, sulla scia delle leghe nazionali, si formarono parecchie federazioni regionali ed anche gli incontri internazionali cominciarono a diventare comuni. Passando ad accennare qualche informazione su quanto sia accaduto da noi in Italia, purtroppo c’è subito da rilevare che il nostro Paese non è certo da meno circa la scarsezza di documenti che ci raccontino la nascita ed i primi passi del calcio femminile qui a casa nostra. Unica fonte con una certa attendibilità a cui abbiamo potuto fare riferimento è Wikipedia, la “libera enciclopedia” mondiale online, dalla quale apprendiamo che il primo club sportivo italiano nato “per far giocare a pallone” le ragazze (…anche da noi le giocatrici scendevano in campo con la sottana), venne fondato nel 1930 a Milano. il Gruppo Femminile Calcistico. Fu una esperienza che però durò meno di un anno, ma che, sempre da quanto riporta la sopracitata fonte telematica, non mancò al suo apparire di suscitare curiosità ed interesse tra la gente. Anche la stampa non ignorò il fenomeno, come si evince sfogliando la storica rivista Il Calcio Illustrato di quei mesi. Non solo: la loro comparsa fu subito emulata da altri gruppi di ragazze, anche oltre i confini del capoluogo lombardo, tant’è che risulta che altre “iniziative organizzate” di calcio femminile ebbero luogo in alcune città del Nord Italia. Come nell’e-

Donne in fabbrica, in tempo di guerra

7


Rinnovate passioni

Calciatrici degli anni ‘60

sperienza inglese delle Signore del Kerr, anche da noi la curiosità iniziale si trasformò presto in un atteggiamento ostile verso il nuovo movimento: infatti non passarono più di nove mesi dalla fondazione del GSC MILANO, che emerse una dura opposizione da parte delle autorità sportive (in testa lo stesso CONI) e soprattutto dalla dirigenza territoriale ma anche nazionale del regime fascista. Fu così che in pochi mesi l’ipotesi di un “calcio in gonnella” svanì del tutto, per ricomparire comunque dopo la fine della seconda guerra mondiale. Fu infatti nel 1946 che si ricominciò a parlare di calcio femminile in termini di “ricostruzione del movimento”. Primo concreto segno in tal senso si registrò a Trieste, allorquando furono fondati due specifici sodalizi, la Triestina e le Ragazze di San Giusto. Poi, a seguire nel tem-

8

po, e sulla scorta della domanda crescente da parte del mondo delle giovani donne che giustamente volevano divertirsi a giocare a calcio in modo organizzato come da sempre era stato possibile agli uomini, altri club cominciarono a costituirsi e ad attivarsi nel Paese.

il calcio non disdegna il fascino femminile

Fu una crescita esponenziale, che probabilmente era anche da configurare nel contesto delle emergenti e sacrosante rivendicazioni di parità di diritti tra i due sessi. L’entusiasmo e l’adesione furono tali, che le associazioni allora coinvolte cominciarono a maturare l’esigenza che per “fare davvero un passo in avanti” si sarebbe dovuto dare vita ad un Comitato di Coordinamento, atto a garantire, sul piano regolamentare, un “fil rouge gestionale” ai tanti piccoli tornei a cui fino ad allora davano vita in modalità spontanea e disarticolata. Fu nel 1950 che venne fondata l’Associazione Italiana Calcio Femminile (AICF), a cui aderirono alcune decine di società. Però anche questa esperienza non ebbe lo sviluppo sperato: già dopo sei anni dalla sua costituzione cominciò ad emergere, oltre a qualche immancabile dissapore interno, un rallentamento graduale d’interesse (mediatico, sportivo ed anche economico), che portò nel 1959 alla fine di questa seconda avventura. E da quel momento ci fu un periodo di “nulla assoluto”, che si protrasse per oltre 25 anni. Perché il football al femminile ricominciasse (stavolta definitivamente) a riprendere il cammino per una sua giusta collocazione nel panorama sportivo italiano, è necessa-


Entusiasmo delle azzurre dopo la vittoria sulla Cina per 2 a 0

rio attendere fino al 1968, allorquando venne fondata la FICF, Federazione Italiana Calcio Femminile, alla quale si affiliano decine e decine di società. Il primo passo per dare concretezza a quello che si stava presentando non più come un fenomeno modale, ma sport a tutti gli effetti, fu la istituzione di un vero e proprio campionato, a cui furono ammesse dieci squadre, divise, secondo la posizione geografica di appartenenza, in due gironi. Ovviamente come ogni nuovo percorso, non fu tutto “rose e fiori”, e da lì a poco si registrarono nuovi cam-

Dopo la bella prestazione azzurra sempre più ragazze si avvicinano al calcio

biamenti relativamente all’ente gestore della disciplina: dapprima ci fu l’uscita di alcune società dalla citata Federazione Italiana Calcio Femminile per creare un altro organismo, la Federazione Italiana Femminile Gioco Calcio (con acronimo FIFGC), poi nel 1972 la “riappacificazione” tra le due federazioni che si uniscono in una nuova sigla, la FFIUGC, ed ancora, nel 1974 la modifica del nome in FIGCF, che nel 1983 viene riconosciuta dal CONI come Federazione Aderente. Quindi ci sono altri passaggi, modifiche e traformazioni (che non raccontiamo per timore di annoiare il lettore), fino ad arrivare agli anni ’90, allorquando si pongono le basi per il calcio femminile moderno. Da questo momento il racconto sul calcio femminile entra nella sfera temporale contemporanea, si avvicina ai giorni nostri, per cui la storia si trasforma in cronaca, compito che non è certo della nostra Rivista. E qui, quindi, ci fermiamo, lasciando a testi e documenti probanti (primi fra tutti quelli che può offrire la Federcalcio, in particolare navigando nel sito www.figc.it/it/femminile/ la-divisione/storia/) l’informazione sul percorso evolutivo di una disciplina, che, come i recenti Mondiali in terra francese, ha dimostrato di avere tutti i presupposti per collocarsi tra i primi posti di interesse, sportivo, promozionale e mediatico.

9


Rinnovate passioni

L’exploit dei mondiali sta stimolando avidi interessi economici sull’emergente disciplina (sponsor, industria, televisioni. Ma se il “dio denaro” in questa fase rappresenterà un valido supporto alle sue ulteriori prospettive di crescita, ci auguriamo però che il calcio femminile sappia difendersi dai tanti eccessi che oggi sembrano soffocare l’analogo versante maschile.

VALORE MEDIATICO ALLETTANTE

Un flash durante la partita di campionato italiano femminile tra Fiorentina e Juventus

I

trentuno giorni dal 7 giugno al 7 luglio sono stati fondamentali perché l’ampia platea dello Sport mondiale finalmente comprendesse le qualità di una disciplina che, per tanti motivi, non ultimi i retrivi retaggi culturali sulla differenza di genere, non ha mai riscosso attenzioni “di qualità”. L’aspetto più importante, a prescindere dalle potenzialità economiche e d’immagine emerse nel corso dell’evento iridato, è quello dato dalla genuinità dello “spirito sportivo” che ha animato tutte le calciatrici partecipanti. Quindi anche le nostre azzurre, splendide nel comportamento e nel temperamento agonistico anche nella partita contro l’Olanda, ai quarti di finale, che le ha fatte uscire, comunque a testa alta, dal torneo iridato. Il calcio femminile è davvero una vetrina interessante e certi dati oggettivi che hanno fatto registrare i Mondiali in terra di Francia lo dimostrano in

10

RECORD DI ASCOLTI Anche se il match con l’Olanda ha segnato la conclusione dell’avventura mondiale delle azzurre, la partita andata in onda il 29 giugno sia su Rai 1 che su Sky ha fatto registrare ascolti da capogiro ed addirittura un nuovo record di share: sono stati 6 milioni 109 mila i telespettatori che hanno seguito la sfida con l’Olanda, con uno share del 44.35%. Su Rai 1 la partita è stata vista da 5 milioni 223 mila telespettatori (37.90% di share), con un picco nel secondo tempo di 5 milioni e 360 mila telespettatori (40.26% di share). Le olandesi che hanno eliminato l’Italia ai quarti di finale


modo tangibile. Innanzitutto gli ascolti da record, motore primo per la veicolazione delle emozioni e degli stimoli emulativi. In Italia, grazie anche alle dirette TV, si sono toccate punte del 35% di share, mentre in Francia, per il match tra la squadra di casa e la Norvegia, si sono raggiunti 11 milioni di telespettatori, che, per dare un senso concreto a questo dato, è pari al consenso registrato nella partita inaugurale dei Mondiali maschili del 2018. Un trend “ecumenico”, che si è evidenziato in tutte le parti del mondo, con un audience globale di quasi 1 miliardo di persone, un dato che ovviamente è ancora “lontano” dai 3,5 miliardi del Mondiale maschile, ma che si propone prepotentemente come un risultato ragguardevole, soprattutto perché era inaspettato alla vigilia. Sicuramente non ci si cullerà sugli allori: i progetti per il “lady football” sono infatti estremamente ambiziosi e a breve-medio termine: per la FIFA ad esempio il primo obiettivo è raggiungere, entro massimo due quadrienni, il numero di 60 milioni di calciatrici, il che equivarrebbe al raddoppio dell’attuale base. Lo stesso, ovviamente in proporzioni numericamente ridotte, lo ha messo in programma la FIGC. Ed a conti fatti si può fare! Grazie all’“effetto Mondiale” già in questi mesi si è registrato un boom clamoroso di iscrizioni nelle scuole calcio femminili italiane, un plus valutato ad oggi sul 40%, e che è destinato a crescere nelle prossime settimane. Da parte nostra esprimiamo il nostro più vivo augurio per l’evoluzione positiva di questo movimento, che, lo ripetiamo, ha potenzialità al momento inimmaginabili.

LE NOSTRE MERAVIGLIOSE BANDIERE Portieri: Laura Giuliani ( Juventus), Chiara Marchitelli (Florentia), Rosalia Pipitone (AS Roma); Difensori: Elisa Bartoli (AS Roma), Lisa Boattin ( Juventus), Laura Fusetti (Milan), Sara Gama ( Juventus), Alia Guagni (Fiorentina Women’s), Elena Linari (Atletico Madrid), Linda Cimini Tucceri (Milan); Centrocampiste: Valentina Bergamaschi (Milan), Barbara Bonansea ( Juventus), Valentina Cernoia ( Juventus), Aurora Galli ( Juventus), Manuela Giugliano (Milan), Alice Parisi (Fiorentina Women’s), Martina Rosucci ( Juventus), Annamaria Serturini (AS Roma); Attaccanti: Cristiana Girelli ( Juventus), Valentina Giacinti (Milan), Ilaria Mauro (Fiorentina Women’s), Daniela Sabatino (Milan), Stefania Tarenzi (Chievo Verona).

IL MONDIALE A FUMETTI L’affascinante Mondiale di calcio femminile ha ispirato il libro a fumetti di Enrico Natoli. Naturalmente dentro non c’è solo l’Italia, che alla fine viene eliminata dall’Olanda ad un passo dalle semifinali. C’è tutto il Mondiale, raccontato in maniera fresca e originale, un lavoro d’ingegno in molto paragonabile all’impresa dell’Italia femminile

11


Documentario

Il racconto tortuoso dell’impianto più bello di Roma ‘60

C’ERA UNA VOLTA IL VELODROMO OLIMPICO Testi e ricerche storiche di Augusto Rosati

Particolare della Tribuna Centrale del Velolimpico

12

Il

30 aprile del 1960 si inaugurò il Velodromo Olimpico, ove tre mesi dopo si sarebbero svolte le gare di ciclismo su pista dei Giochi di Roma 1960. Immaginabile quindi la febbrile attesa per questo appuntamento: i responsabili si adoperarono al massimo, ponendo totale attenzione su ogni minimo dettaglio perché tutto andasse per il meglio. Si trattava infatti, oltre che di un passaggio istituzionalmente importante, di un “test” decisivo atto a verificare la piena funzionalità dell’impianto alla vigilia dell’ormai imminente avventura dei Cinque Cerchi. Ma il maltempo non consentì appieno quei controlli tecnico-funzionali, e soprattutto negò ogni aspettativa di festa, come spiega il testo dell’articolo originale pubblicato in queste pagine, uscito sul Corriere della Sera del 1° maggio di quell’anno. Comunque la non prevista avversità meteo non smorzò certo la passione e l’impegno dei responsabili del settore ciclismo del C.O. (doveroso citare tra questi Rodolfo Magnani ed un giovanissimo Giuliano Pacciarelli, compianti validissimi dirigenti CONI), che in risposta a quel pomeriggio piovoso e ventoso, replicarono ottimisti ricordando il popolare proverbio “… sposa bagnata, sposa fortunata!”. Purtroppo furono sufficienti appena 8 anni per rendersi conto con amarezza che probabilmente quel detto si confà sì alle novelle spose allorquando nel giorno del matrimonio la pioggia da un tocco di vivacità alla loro festa, invece per il Velodromo Olimpico di Roma, alla luce di quanto accadde poi nei decenni successivi, quell’avversa situazione meteo altro non poteva interpretarsi che come triste presagio di un futuro tutt’altro che fortunato e sereno.


Sorto con prospettive totalmente innovative, in pochi anni si è trasformato in simbolo di degrado

LA GRANDE DELUSIONE

Veduta aerea dell’EUR: foto del 1939

Il

Velodromo Olimpico fu costruito all’Eur, un quartiere che sembra ancora oggi in perenne trasformazione, un destino, se non addirittura una “vera e propria vocazione” che ebbe inizio in tempi lontani, verso la metà degli anni 30, allorquando si prospettò per Roma la possibilità di ospitare ed organizzare due eventi di dimensione mondiale: l’Esposizione Universale 1942 (il cui acronimo fu successivamente utilizzato per dare il nome al quartiere) e le Olimpiadi 1944. Come si sa ambedue gli appuntamenti non ebbero poi luogo causa il contemporaneo, tragico secondo conflitto mondiale. Le ambiziose ma non realizzate prospettive furono però la scintilla perché quel territorio divenisse luogo di attenzione (…espansiva ma anche speculativa, come si potrà vedere nel corso degli anni) per una progettazione urbanistica molto marcata. È una situazione che si protrae anche

ai giorni nostri, tant’è che all’EUR si stanno realizzando, o sono state da poco completate, strutture di una certa importanza, quantomeno architettonica: una per tutte, citiamo la Nuvola di Massimiliano Fuksas, il nuovo ed avveniristico Centro Congressi della Città Eterna. È importante evidenziare ora quale fosse la grande novità urbanistica

ispiratrice di quel meraviglioso impianto sportivo, strettamente legata alla scelta dell’area ove costruirlo, cioè una zona periferica rispetto al centro monumentale e classicheggiante ove sorsero le prime costruzioni dell’EUR. Sappiamo che questo quartiere cominciò a concretizzarsi nel 1935, e qui vennero realizzati edifici in stretta osservanza dei canoni,

Veduta dall’alto della curva nord del Velolimpico in costruzione: foto del 1960

13


Documentario

Palazzo della Civiltà. Foto del 1938.

forme e dimensioni architettoniche, specificatamente volute dal regime fascista: parliamo cioè di manufatti giganteschi, in marmo bianco, freddi, impenetrabili ed intoccabili, che se sul piano estetico possano trovare ancora oggi dei cultori che l’apprezzano (ndr: sul piano geometrico hanno il loro fascino), la loro concezione si rileva comunque lontana anni luce da ogni collegamento con tutto ciò che può essere la realtà della vita quotidiana. L’obiettivo dei progettisti si basava invece su ipotesi totalmente diverse. Il Velodromo Olimpico, così collocato e strutturato, doveva farsi portatore di nuove opzioni urbanistiche, in particolare la valorizzazione del verde, con una spazialità elegante e ben organizzata, che contribuisse a dare una nuova identificazione al quartiere, attraverso proposte stilistiche ed architettoniche foriere di modernità, di valorizzazione ed esaltazione della natura, e soprattutto di umanità vissuta nella attualità di tutti i giorni. In altre parole una zona elegante (…ed originale per la città di Roma), ma soprattutto “di tutti e per tutti”. Non per niente l’impianto, nel suo disegno e nelle sue forme fu concepito con l’idea che fosse un “edificio-non-edificio”, testimone perfetto di una osmosi “natura e tecnologia”, dove terra e cemento si conciliassero in modo armonico e compatibile. E con questo stesso obiettivo, vennero utilizzati anche molti altri materiali, sostanzialmente diversi e

non affini, come il legno della pista (il prezioso “doussiè del Camerum”) e soluzioni tipicamente industriali quali il vetro ed il ferro, ed anche, purtroppo, l’amianto, in quel tempo non ancora bandito come fortemente cancerogeno. Queste anomale accoppiate, nel contesto ambientale ove il verde era l’elemento prevalente, riuscirono ad offrire una loro “nobiltà di forme” e proporsi come un “valore aggiunto” di questo innovativo progetto rispetto ad altre realizzazioni. Sul piano estetico l’azzardo riuscì in pieno, ed il Velodromo Olimpico, con il suo disegno semplice e luminoso e con la sua forma rotondeggiante, e con il “tanto verde” (alberi, cespugli, prati) non fu mai inteso, da subito, come un “corpo estraneo” ma, al contrario, un naturale “unicum” con quella zona. In modo scioccante ci si accorge proprio oggi quel che esso rappresentò secondo i canoni esposti: quel affascinante complesso, che voleva assurgere a simbolo esaltante alla qualità della vita”, non c’è più. Fu fatto saltare e fu raso al suolo con l’uso di ben 120 kg di tritolo, il 24 luglio 2008, ed ora (ancora oggi!) lo spettacolo che si offre ai passanti e ai residenti è quello di un’area con un aspetto surreale, macabro, lunare, o forse da “day after”, ove coscientemente si percepisce l’enorme dimensione di vuoto urbano che si è creata, tutto avvolto in una recinzione di ferro arrugginito e tutt’altro che protettivo. DESCRIZIONE DELL’IMPIANTO Il velodromo occupava una superficie di 55.500 mq, e quel terreno era di proprietà dell’EUR spa. Fu realizzato su progetto redatto dallo Studio Tecnico Impianti Sportivi, degli architetti Cesare Ligini, Silvano Ricci e dell’ingegnere Dagoberto Ortensi, che vinsero il concorso specificatamente bandito nel 1955 dal CONI. Ricordiamo che il Velolimpico fu l’unica opera delle Olimpiadi romane cui si

Il Velolimpico, nel suo splendore serale, durante i Giochi di Roma 1960

14


adottò questa procedura concorsuale (furono ben trenta i progetti presentati) e la qualcosa fu stabilita non tanto per “limpidezza dell’iter amministrativo”, quanto perché ci si trovava di fronte ad un manufatto particolare ove primeggiava la necessità di garantire a tutti gli spettatori una buona visibilità della pista, il cui disegno era molto inclinato. Non esistendo né una configurazione-standard, né una lunghezza di pista predefinita, le specifiche di concorso furono piuttosto libere e riguardarono soprattutto l’agibilità dell’impianto, la visibilità da ogni ordine di posti e il collegamento con la viabilità esterna, onde permettere l’arrivo di eventuali corse ciclistiche su strada. Di fatto l’unico vincolo fu per la tipologia del materiale con il quale costruire la pista: doveva essere in legno, con la particolarità di essere duro e compatto (in caso di cadute non si poteva rischiare la fuoriuscita di “stecche” e “spunzoni” che potevano essere pericolosissimi per l’atleta accidentato) ed elastico nello stesso tempo (così da favorire la scorrevolezza delle ruote), e soprattutto doveva essere resistente alle variabili situazioni meteo (caldo, freddo, pioggia e sole, venti di tramontana e venti di scirocco), considerato che l’anello era totalmente esposto all’aria aperta. Assegnato l’appalto, il progetto vide la realizzazione pratica a partire dal 1957 e fu completato nel giro di due anni: la tribuna coperta sul lato di viale dell’Oceano Pacifico fu costruita su un’intelaiatura di cemento armato, mentre le altre tribune erano appoggiate su riporti di terra stabilizzata meccanicamente. La pista aveva uno sviluppo di 400 metri, una larghezza costante di 7,5 metri, oltre la “fascia azzurra” (tecnicamente denominata “fascia di riposo”) di 0,75 metri. L’impianto era omologato per

una capienza di 17.660 spettatori, suddivisa in tre ordini di posti: in piedi in corrispondenza delle curve; seduti, nella gradinata principale di calcestruzzo armato e coperta parzialmente da una pensilina metallica; seduti, senza alcuna copertura, nella gradinata dei distinti. Particolarmente innovativa fu giudicata la soluzione individuata per garantire agibilità e visibilità da ogni posto a sedere: i progettisti, infatti, variarono costantemente l’andamento longitudinale delle gradinate in maniera da mantenerlo, di fatto, sempre in linea con la pista. Ogni gruppo di due posti, quindi, si trovava a essere longitudinalmente disassato rispetto a quelli limitrofi, ma sempre sull’asse di miglior visibilità del tracciato ciclistico. La realizzazione strutturale dell’impianto fu curata dall’ingegnere Francesco Guidi, che seguì anche la direzione dei lavori affidati

all’impresa di costruzioni Alarico Palmieri; la pista di gara fu realizzata completamente in parquet di doussié del Camerun su progetto degli architetti tedeschi Clemens ed Herbert Schurmanne, con la collaborazione dell’istituto sperimentale dell’Università di Firenze, diretto dall’ingegnere Guglielmo Giordano, specialista nelle tecnologie del legno. I lavori si conclusero nei primissimi giorni del 1960 e complessivamente il costo totale dell’opera fu di poco superiore al miliardo di lire dell’epoca. UNA PISTA DA RECORDS Al di là dell’entusiasmo che pervadeva in quei giorni ogni opera olimpica, fu unanime il giudizio positivo sulla qualità complessiva della pista, definita da subito “dei record”. E certamente fu così. A partire proprio dai Giochi Olimpici. Tra l’altro per i colori italiani i risulta-

Giuseppe Beghetto conquista il titolo iridato della velocità ai Mondiali di Roma 1968

15


Documentario

La situazione oggi, là dove sorgeva lo splendido impianto: un’area brulla, squallida e protetta da reti e cancellate

ti di quelle gare furono a dir poco straordinari, ancor meglio, a tutt’oggi esclusivi, considerato che gli azzurri conquistarono quattro medaglie d’oro su quattro specialità in programma! Nella velocità individuale e nel chilometro a cronometro trionfò Sante Gaiardoni, che tra l’altro nella gara contro il tempo stabilì anche il record del mondo della specialità, con 1’07”18. Nella velocità tandem primeggiarono con autorità Sergio Bianchetto (..divenne poi, con ruolo tecnico, dipendente CONI presso la FCI ed oggi è nostro collega pensionato) e Giuseppe Beghetto. Infine nell’inseguimento a squadre la medaglia d’oro fu appannaggio del magnifico quartetto composto da Marino Vigna, Luigi Arienti, Franco Testa e Mario Vallotto. Il Commissario Tecnico azzurro di quelle specialità era Guido Costa, già allora conosciuto nel mondo, per i successi che conquistarono i corridori da lui allenati, come “il mago della pista”. Successivamente, proprio per la qualità del legno e per il disegno stesso della pista, il Velodromo Olimpico fu sede di tentativi, spesso riusciti, di record, mondiali e nazionali: certamente il più significativo fu quello che fu stabilito il 30 ottobre 1967 dal ciclista belga Ferdinand Bracke, che su quell’anello segnò il record dell’ora ove nei sessanta minuti superò per primo al mondo la barriera dei 48 km orari (più esattamente 48km, 93 metri e 40 centimetri). Per i regolamenti dell’epoca fu classificato come record assoluto, poi successivamente si introdusse la distinzione “su pista coperta” e “su pista scoperta”, nonché quella “a livello del mare” ed “in altura”, in modo da caratterizzare le performance secondo le condizioni ambientali ove venivano realizzate. La vita sportiva ufficiale dell’impianto si esaurì però, come accennato, nell’arco di soli otto anni, e con i Campionati del Mondo 1968 calò il sipario definitivamente su ogni spettacolo aperto al pubblico. Per la cronaca, anche per la sua “ultima volta” il Velolimpico regalò una nuova magnifica vittoria all’Italia: nella velocità individuale pro-

16

fessionisti, vinse Giuseppe Beghetto, lo stesso atleta che su quell’anello trionfò nel 1960 nel tandem. Per dovere storico, ed uscendo momentaneamente dall’alea del ciclismo, ricordiamo che il rettangolo d’erba all’interno della pista fu anche campo di gioco dell’hockey prato, sia per alcuni incontri del torneo olimpico romano, ivi compresa la finale olimpica del 9 settembre 1960 vinta per 1 a 0 dal Pakistan sull’India, sia per i vari campionati cui prendevano parte “in casa” le squadre romane. Tra l’altro, in occasione di lavori importanti al Tre Fontane (altro storico impianto CONI in zona EUR) ove la A.S. Roma di calcio effettuava il lavoro di preparazione infrasettimanale, la squadra giallorossa, allora allenata da Helenio Herrera, tra il 1972 ed 1l 1973 svolse su quel prato quasi ogni giorno le sue sedute di allenamento. INIZIANO I PROBLEMI Dopo i Mondiali ‘68 il percorso del Velodromo Olimpico si rivelò un vero calvario. Tutto iniziò perché già a partire dal 1964 cominciarono ad emergere alcune particolari criticità, evidenti modifiche statiche o cedimenti strutturali di alcune porzioni di tribuna, e la qualcosa spinse il CONI ad effettuare severe verifiche tecniche, nonché di volta in volta adottare soluzioni tampone tese a garantire la sicurezza dei frequentatori l’impianto. Poi nel 1967, appena alcuni mesi prima dell’evento iridato, furono attuati più incisivi interventi di manutenzione, così che la manifestazione mondiale riuscì ad ottenere il provvedimento di agibilità provvisoria delle tribune da parte delle competenti Autorità. Però subito dopo i Mondiali i controlli proseguirono con maggiore incisività, dai quali scaturì una sentenza finale drammatica: infatti applicando più aggiornate tecniche d’esame, e soprattutto avendo chiaramente presente l’origine paludosa di quella zona e, perciò, il limitato livello di compattezza del terreno, le risultanze portarono a ritenere poco attendibili gli studi statici effettuati in sede di progettazione


originaria dell’impianto. Conseguenza logica fu che l’ibrida modalità di costruzione delle tribune, le cui strutture in cemento, come abbiamo scritto in precedenza, si poggiavano su riporti di terra, fu classificata come incompatibile e pericolosa. Insomma i nuovi rilievi portarono a decretare l’area come “instabile”, sentenza che determinò l’automatica (…e poi definitiva) inagibilità delle tribune. Ciò non comportò la cessazione di ogni attività del Velodromo Olimpico, ed infatti si autorizzò solo l’uso della pista per gli allenamenti di ciclismo o per gare delle categorie minori, e la presenza di pubblico, in numero fortemente contingentato solo in aree circoscritte del campo. Analogo provvedimento valse per le gare o gli allenamenti di hockey su prato. Ma era “l’inizio, già di per sé drammatico”, della fine. Infatti alcuni anni dopo, cominciarono ad emergere anche situazioni di degrado nella struttura portante e nel manto (entrambi in legno) della pista, fino al loro totale deterioramento. Nel corso degli anni furono tentati da parte del CONI e della FCI di interventi specifici sul complesso ligneo, ma ormai cominciò a profilarsi il totale collasso. Non mancarono anche iniziative del CONI, di concerto con l’Ente EUR e il Comune di Roma, di dar vita a studi finalizzati alla ristrutturazione e riqualificazione dell’impianto, anche con eventuali ipotesi di nuova destinazione d’uso, in particolare spettacoli e congressi, ma che non ebbero alcun esito pratico. Infine emersero anche altre problematiche, anche di carattere amministrativo, che sfociarono in vere e proprie diatribe giudiziarie, con sentenze di condanna e con il sequestro dell’area da parte dell’autorità giudiziaria: un iter che si concluse con la contestata decisione di demolire il velodromo, cosa che, come abbiamo detto, accadde il 24 lu-

glio 2008. Questa azione finale portò ad ulteriori strascichi di natura legale che in parte ancora oggi non sono stati risolti, dei quali per la complessità e la specificità di contenuti vi risparmiamo la narrazione. UNA FINE INGLORIOSA Qui si conclude la storia dell’impianto più bello e più avveniristico costruito in occasione delle Olimpiadi di Roma 1960. Eppure con esso si voleva rappresentare un’opera unica, non solo per la sua pista aperta, non solo per la sua unicità tecnologica e architettonica, ma anche per come “si relazionava” col territorio. Per quel quartiere, per i suoi abitanti, per la città stessa di Roma, ci si augura vivamente che possa presto realizzarsi una nuova progettualità urbana che riaffronti la sistemazione di quell’area, tenendo in considerazione le qualità della città e le esigenze del cittadino, tesi a favorire nuovi sistemi di relazione tra quartiere, città e territorio extracittadino. Se si riuscisse in tal senso (e non con tempi biblici!) sarebbe una sorta di “giusto risarcimento” a tutte le magagne, tristi affari, gravi errori e scarsissima lungimiranza politica di cui è stato vittima il Velodromo Olimpico, la popolazione romana, il mondo stesso del ciclismo. Purtroppo in merito non è difficile avere forti dubbi su tale prospettiva, anche perché la scelta suicida adottata tre anni fa dal Comune di Roma di ritirare la candidatura olimpica 2024 (e quindi rinunciare a tutti i concreti benefici che ne sarebbero derivati a tutta Roma) nonché le insormontabili criticità di gestione quotidiana che affliggono in modo cronico l’Amministrazione Capitolina, chiunque ne sia responsabile, sono a nostro avviso probanti indicatori per respingere ogni ottimismo. Sprint all’ultimo centimetro: un momento fotografico dei Campionati Mondiali 1968

17


Documentario La pioggia rovina la serata inaugurale del Velodromo Olimpico

MALTEMPO GUASTAFESTE R

Riportiamo l’articolo pubblicato nelle pagine sportive del Corriere della Sera del 1° maggio 1960, giorno d’inaugurazione dell’impianto

oma 30 aprile, notte. Stamane è stato inaugurato il Velodromo Olimpico, che sorge all’Eur, poco distante dal Palazzo dello Sport. Erano presenti i ministri Andreotti, Togni e Tupini, il sindaco di Roma Cioccetti e il presidente del CONI avvocato Giulio Onesti. Dopo la benedizione dell’impianto Onesti ha preso la parola descrivendo le caratteristiche della nuova costruzione. Ha replicato poi il ministro Tupini, che ha espresso il compiacimento del Governo per questa nuova struttura e si è augurato che l’opera del CONI prosegua con sempre maggiore estensione in modo che i prossimi Giochi Olim-

La foto ufficiale del Velodromo Olimpico, diffusa in sala stampa ai Giochi 1960

pici di Roma rappresentino non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza per lo Sport italiano. È stata poi compiuta una visita del bellissimo impianto, perfetto in ogni suo particolare ed esteticamente ammirevole. Nel pomeriggio si è svolto poi il collaudo della nuova pista, con una riunione di primissimo piano, contrastata però dalla pioggia a causa della quale non tutte le gare si sono potute effettuare. Quelle poche che si sono svolte sono state comunque avvincenti ed entusiasmanti. Hanno fatto spicco fra gli altri Sacchi e Maspes. Quest’ultimo ha vinto la finalissima della velocità con uno scatto ai 200 m che ha fatto letteralmente impazzire il pubblico (non molto numeroso in verità, 5000 persone, restate a casa proprio a causa del maltempo). Sacchi dal canto suo si è fatto ammirare in una delle semifinali (sempre della velocità) battendo l’ex campione del mondo Rousseau, che è apparso però alquanto svogliato. Seguite con attenzione e curiosità le corse in tandem che hanno portato gli spettatori in un vero e proprio clima olimpico. Nella finalissima Gasparella e Beghetto - due specialisti in materia - hanno battuto, non senza fatica Gaiardoni e Bianchetto Ma era passata appena un’ora e mezzo e si era circa a metà programma di riunione. Si attendevano le gare più interessanti, quando la pioggia e comincia a cadere con insistenza, rendendo impossibile il proseguimento delle gare.

Un brevissimo ricordo personale del Direttore della Rivista sul Velodromo Olimpico

IL PRIMO AMORE

Il

Velodromo Olimpico era il mio impianto preferito. Avevo letto, sempre sul Corriere dello Sport, che la pista era meravigliosa, la più scorrevole del mondo: lo aveva dichiarato alla stampa il CT della pista, Guido Costa, il “mago” come era chiamato nel mondo del ciclismo. Mi ricordo che due o tre volte ho tentato il tutto e per tutto per cercare di entrare nell’impianto: una volta mi mischiai in mezzo ad un gruppo di militari che facevano servizio per trasportare qualche merce, probabilmente delle bandiere. Regolarmente però venivo bloccato dal custode, Luigi Federici, indimenticato dipendente CONI, che poi a novembre dello stesso 1960 avrei conosciuto nella mia qualità d’Allievo del primo corso del Centro Coni di Ciclismo di Roma: fu infatti lui, il “sor Giggi”, il primo istruttore che mi insegnò a girare su quella incantevole pista! A.R.

18

Nella foto, sulla destra, il mitico “sor Giggi”


Inserto speciale riservato ai soci APEC Associazione Pensionati CONI

APEC RACCONTA Inserto con contenuto dedicato alle attività dell’APEC n° 1 del 2019

IMPARIAMO A CONOSCERE “SPORT E SALUTE” di Massimo Blasetti

Il presidente del CONI Giovanni Malagò

C

ome ormai un po’ tutti sanno, la CONI Servizi s.p.a. è stata sostituita da una nuova società per azioni di estrazione governativa, chiamata Sport e Salute. In poche righe, e con parole molto semplici, vogliamo informare i nostri soci sul significato di questo cambiamento storico. Il Governo ha ritenuto opportuno riformare l’organizzazione sportiva italiana, stravolgendo i compiti rispetto alla precedente società. CONI Servizi s.p.a. era nata a se-

guito dell’art.8 del Decreto Legge dell’8 luglio 2002 n.138 trasformato successivamente in legge, la famosa legge Melandri, ma il 30 dicembre 2018 con la legge n.145 è stata praticamente annullata e trasformata in una nuova società, denominata Sport e Salute, di estrazione governativa. A capo, il Dr. Rocco Sabelli che funge da Presidente ed Amministratore Delegato. Sono poi membri la Dr.ssa Simona Cassarà, il Dr. Francesco Landi e l’attuale Segretario Generale CONI

Carlo Mornati. Il Collegio dei Sindaci è presieduto dall’Avv. Carlo Sica, avvocato dello Stato e, per molti anni, a capo dell’Ufficio Legale della Federcalcio. I membri sono il Dr. Mario Pingerna e la Dr.ssa Raffaella Fantini. Questo Consiglio di Amministrazione resterà in carica fino al 2021. Stravolti i compiti del CONI che gestirà solamente la Preparazione Olimpica in vista dei Giochi Olimpici Estivi ed Invernali. Il contributo che arriverà all’Ente sarà circa

I


Inserto speciale riservato ai soci APEC

un decimo di quello che riceveva prima dal Governo. Sport e Salute gestirà tutto il resto, compreso il personale. Proprio per questo, abbiamo già notato che lo stipendio o il fondo integrativo ci arrivano dalla nuova società. Ma a livello economico è stato garantito che non cambierà nulla. Nel corso della riunione del 31 luglio al Salone d’Onore del CONI, il Presidente Sabelli, insieme all’On. Giorgetti (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega allo Sport del 1° Governo Conte) dopo aver rassicurato i presenti, ha illustrato dettagliatamente il progetto che si occuperà, a 360 gradi, di tutte le problematiche connesse con l’attività sportiva. E quando si parla di problematiche si deve intendere soprattutto la diffusione in Italia della pratica sportiva, l’inclusione sociale, la scuola, l’impiantistica sportiva e le risorse economiche che dovranno aumentare grazie ad una nuova strategia di marketing. Insomma, potremmo dire Sport Salute e Benessere,

visto che, nel corso della riunione, più volte è stata messa in evidenza la necessità di allargare la base, di assicurare lo sport a tutti ed a tutti i livelli, di combattere la sedentarietà e le malattie connesse, riducendo, nel contempo, le spese dello Stato per la sanità. Nel progetto presentato, il “nostro” Foro Italico dovrà diventare il Parco del Foro Italico, ovvero una grande area aperta a tutti, per praticare sport a qualsiasi livello e soprattutto in tutte le ore della giornata, sera compresa. Il Parco, con tutte le sue aree, verrà illuminato. Il prossimo autunno, terminata la crisi di governo e vedendo chi sarà nella “stanza dei bottoni”, ne sapremo un po’ di più, ma soprattutto capiremo come saranno distribuiti i contributi alle Federazioni Sportive, alle Discipline Associate, agli Enti di Promozione Sportiva ed alle 19 Associazioni Benemerite del CONI, tra le quali la nostra APEC. Aspettiamo con fiducia.

ATTIVITA’ PASSATA E FUTURA di Massimo Blasetti

Colleghi dell’APEC in visita al Palazzo del Quirinale

A

ll’inizio dell’anno, il Consiglio Direttivo APEC ha approvato una intensa attività a favore dei soci. Sono state firmate o rinnovate numerose convenzioni come, ad esempio, quella con l’lstituto di Medicina dello Sport dell’Acquacetosa che pratica sconti del 30% per le visite specialistiche, per gli esami strumentali, per tutte le analisi e la fisioterapia, presentando il nuovo tesserino APEC. Prosegue la convenzione con M.B.A. la Società di Mutuo Soccorso che garantisce dei sussidi sanitari ai

II

soci, senza alcun limite di età. Con la Compagnia Assicurativa Groupama, invece, la convenzione prevede notevoli sconti su tutti i tipi di polizza (auto e moto, casa, responsabilità civile ecc.). La Banca Fideuram del Gruppo Intesa San Paolo ci offre, invece, la possibilità di aprire conti correnti senza spese e, cosa molto importante, restano senza spese anche eventuali investimenti, sia al momento dell’acquisto dei titoli che della vendita. Abbiamo anche convenzioni per l’as-


sistenza al computer, per uno studio dentistico e per l’assistenza fiscale. Per qualsiasi ulteriore informazione potete chiamare la nostra segreteria da lunedì a giovedì dalle ore 9.30 alle ore 12.00. Per quanto riguarda l’attività svolta, il 25 gennaio è stata organizzata una piacevolissima mattinata al Quirinale, compresi i famosi giardini, accompagnati dalle loro guide specializzate, mentre il 27 marzo è stata la volta dell’Assemblea Ordinaria per l’approvazione del bilancio 2018. Il 24 maggio abbiamo organizzato una gita di un giorno a Tivoli per visitare Villa d’Este ed abbiamo scelto l’hotel Le Terrazze di Grottammare, nelle Marche, per le consuete vacanze estive dal 23 giugno al 7 luglio. Nel secondo semestre dell’anno, proseguiremo con una passeggiata a Roma il 27 settembre (mattina) per visitare le Opere di Caravaggio insieme alla nostra

guida specializzata. L’11 ottobre andremo ad Assisi per visitare la Basilica di San Francesco ed il centro storico dello storico paese umbro. Il 18 ottobre incontro, aperto a tutti i soci, con il Dr.Bruno Rosati per discutere di un tema particolarmente interessante per tutti noi “Gli infortuni visibili ed invisibili nelle mura domestiche”. La riunione, assolutamente gratuita, avrà luogo presso la sala riunioni al piano terra del nuovo Palazzo delle Federazioni. Il 3 novembre mattina visita guidata alla Galleria Borghese, mentre il 6 dicembre visiteremo Viterbo, vecchia sede papale ed in particolare il suo antico centro storico. Per gli amanti del burraco un programma intenso: il 4 ottobre pomeriggio una giornata di gara con pizza finale. Poi il torneo di Natale che si svolgerà l’11 e 25 novembre ed il 9 dicembre con premiazione finale. Ci ospiterà, ancora una volta, l’elegante Circolo Sottufficiali della Marina Militare di Tor di Quinto.

AVVISO AI SOCI Molti Soci chi contattano per problemi relativi alla pensione INPS o per il Fondo Integrativo e la relativa certificazione che viene richiesta ogni anno di questi tempi. La nostra segreteria non ha la possibilità di essere collegata all’INPS. Nel primo caso, vi consigliamo di rivorgervi ad un CAF - Patronato vicino alla vostra abitazione, mentre per il Fondo Integrativo potete contattare direttamente l’Ufficio Trattamento Economico del CONI (sig.ra Lorenzetti).

COMUNICAZIONI TRAMITE MESSAGGI WHATSAPP Abbiamo realizzato un gruppo WhatsApp per comunicare con i soci che hanno un cellulare abilitato, senza alcun costo. Vi tranquillizziamo subito assicurandovi che solamente la nostra Segreteria APEC può inviare messaggi, questo per non intasare il cellulare di ognuno di voi. Quindi nessun socio potrà rispondere tramite il gruppo. Se non siete inseriti nel gruppo oppure se vi siete cancellati, fatecelo sapere. Vi possiamo inserire nuovamente. Riceverete non più di 8-10 messaggi all’anno per comunicazioni legate alla nostra Associazione e, ripetiamo ancora una volta, i soci APEC non sono abilitati a rispondere alle nostre comunicazioni tramite il gruppo. Questo lavoro ci permetterà di essere ancora più in contatto con Voi, fornendo notizie in tempo reale e senza alcuna spesa, sia per voi che per noi. Confidiamo nella vostra collaborazione.

III


Inserto speciale riservato ai soci APEC

IV


Prima dell’Olimpico c’era una pista ciclistica di lontana a gloriosa tradizione sportiva

IL MOTOVELODROMO APPIO

L’arrivo di una gara su strada dilettanti sulla pista del Motovelodromo Appio. Lo scatto è del 1947, il corridore che taglia primo il traguardo è Spartaco Rosati

In

origine i velodromi erano la sede naturale del ciclismo, cui facevamo riferimento atleti e società che operavano nel modo delle due ruote. Questo tipo di impianti stava allo sport del pedale come gli stadi stavano e stanno ancora al gioco del calcio o alle gare di atletica. Erano il luogo in cui si concentrano gli “attori” delle prestazioni sportive, cioè i ciclisti, ma anche i tanti operatori collaterali che muovono questo mondo: dirigenti sociali, giornalisti specializzati, organizzatori, meccanici, sostenitori (…ancora era presto parlare di sponsor) e pur anche semplici appassionati. Anche la Capitale aveva una sua tradizione ciclistica, che aveva origine sin dai primi novecento: nella fattispecie il motovelodromo Appio. L’impianto era noto anche come “Cessati Spiriti”, nome della zona a sud di Roma, costruito nel 1910 nel popolare quartiere Tuscolano. L’impianto si proponeva con una pista sopraelevata di 400 metri adatta ad ospitare gare di ciclismo e motociclismo, nonché con un prato dalle dimensioni e fattezze per le gare di tutti i campionati di Calcio, compreso quello della serie A (dopo la seconda guerra mondiale ci giocava la AS ROMA). Attivo fino alla fine degli anni cinquanta, fu poi rimpiazzato dalla realizzazione del Velodromo Olimpico in occasione dei Giochi olimpici del 1960.

Sotto l’aspetto sociologico-sportivo in questa nuova costruzione, forse per la sua austerità complessiva, forse, più probabilmente, per questioni di gestione di tipo più manageriale ed organizzato (con il CONI impegnato in prima persona), ma anche perché “i tempi erano cambiati”, non si riuscì a mantenere quell’atmosfera di aggregazione sportiva che caratterizzò sempre il più “proletario” Motovelodromo Appio, ma si presentò sempre come “austera” location riservata ad un ambito più elitario e ristretto di specialisti. Eppure il Velolimpico fu anche sede per tanti anni di uno dei Centri Coni di Avviamento al Ciclismo più frequentati e rinomati d’Italia. Ma al di là della “triste” storia dell’impianto dell’EUR, la progressiva perdita di centralità del ciclismo, come sport popolare, entro l’immaginario collettivo italiano, già dagli ultimi trent’anni del XX secolo, ha relegato tutti i velodromi italiani a una condizione di marginalità. Molte piste ancora funzionanti sembrano condannate a un oblio lento e inesorabile, altre versano in stato di sostanziale abbandono, altre ancora, perché inattive e fatiscenti rischiano di essere definitivamente demolite nel quadro di progetti di trasformazione spesso ad esclusivo uso calcistico degli impianti che le ospitano, ovvero, ancor peggio, a destinazioni d’uso commerciale o fieristico.

19


Testimonianze dirette

Il racconto sull’impianto da parte di una “persona informata sui fatti”…

CENTRO DI GRAVITÀ PERMANENTE Parliamo di Formia, la struttura CONI creata nel 1955 per l’Atletica Leggera, che nel tempo sarebbe diventata famosa nel mondo per aver plasmato atleti, non solo italiani, di altissimo livello, e per aver svolto un ruolo decisivo e fondamentale nella formazione di allenatori e tecnici specialisti e nella ricerca scientifica applicata allo sport. La “voce” è quella del Maestro di Sport Giovanni Di Nucci, che - peraltro nativo in quel territorio – nel Centro ha vissuto esperienze di atleta, di tecnico e di dirigente sin da bambino. Ricerca bibliografica e documentale di Giovanni Di Nucci Veduta aerea dell’Impianto di Formia: foto scattata nel 1955

A

vevo poco più di sette anni quando misi piede per la prima volta nella Scuola Nazionale di Atletica Leggera Bruno Zauli di Formia, oggi anche Centro di Preparazione Olimpica di livello Internazionale! Mi accompagnava mio padre, persona straordinaria che amava profondamente lo sport e che ha saputo trasferire a me ed ai miei fratelli questa sua passione. Ho un ricordo ben nitido di quel giorno che, oggi posso dire, ha segnato la mia vita. Ero seduto sulle gradinate che guardavano la tribuna

20

centrale, era gremita, tante persone che indossavano uniformi scintillanti, un via vai di macchine lungo il viale di accesso alla Scuola, la banda musicale che attraversava la pista a suon di musica, bandiere al vento. Insomma, un’atmosfera elettrizzante, festosa, piena di fascino. Tanti discorsi, l’alzabandiera con l’inno d’Italia e poi tanti atleti famosi che compivano gesti, per me, pieni di mistero. Fu quel giorno che m’innamorai dell’atletica leggera e da allora l’atletica è stata per me pane quotidiano.

Quel giorno era il 23 novembre 1955, era il giorno dell’inaugurazione ufficiale di questa struttura, che nasceva su un terreno che era stato di proprietà della Regina Elena di Savoia, una splendida tenuta agricola ricca di agrumeti e che ospitava anche le scuderie reali. Il progetto, per la sua costruzione, fu affidato all’Arch. Annibale Vitellozzi. Quella giornata era importante ed è da inquadrare nel particolare e straordinario momento storico che la nostra penisola attraversava, un’Italia


Due grandi atleti azzurri, che spesso si allenavamo a Formia, Salvatore Morale e Giuseppe Frinolli

in pieno fermento, ove in un corale concorso dei suoi abitanti, si ricostruiva ogni cosa distrutta dalla seconda guerra mondiale e si stava delineando e realizzando il famoso boom economico degli anni ‘60. Anche nell’ambito dello Sport c’era grande attivismo e fervore! Grazie alla lungimiranza, alla competenza ed alla vitalità di due straordinari dirigenti sportivi, sicuramente i più grandi che lo sport italiano abbia mai avuto, come Giulio Onesti e Bruno Zauli si idearono e realizzarono progetti che stravolsero, per certi aspetti, l’ordinamento scolastico e l’organizzazione sportiva ed impiantistica di allora. Nascevano così i Gruppi Sportivi Scolastici con lo svolgimento dei primi Campionati Sportivi Studenteschi ai vari livelli territoriali. Nascevano conseguentemente i primi Campi Scuola, almeno uno per Provincia, impianti dotati di piste e pedane per l’atletica leggera, modulari spazi all’aperto per gli sport di squadra, mini palestre e corredati dei necessari servizi igienici, logistici ed uffici. Germogliavano parimenti le prime forme organizzate di volontariato sportivo e si gettavano solide basi per uno sport sempre più strutturato ed accessibile a tutti. E proprio in tale contesto storico, vero e proprio rinnovato risorgimento imprenditoriale, sociale e culturale che viene pensata e di seguito realizzata la Scuola Nazionale di Atletica Leggera “Bruno Zauli”, Centro di Preparazione Olimpica Internazionale di Formia. L’“avveniristica struttura”, come fu definita in quegli anni, di avveniristico e lungimirante aveva soprattutto le sue finalità: abbandonare la concezione empiristica dello

sport per fare posto a quella ben più moderna e affermata nel mondo che “…concepisce quest’attività umana come scienza da divulgare ed insegnare…”. Ad ideare la Scuola Nazionale di Atletica Leggera fu Bruno Zauli, straordinario interprete della storia sportiva nazionale, che scelse come sede Formia, perché da un’indagine statistica dell’epoca la meravigliosa cittadina laziale risultava essere la seconda città meno piovosa d’Italia dopo Taormina, con una temperatura mite durante l’inverno e ben riparata dai venti di nord e nord-est. Inoltre la posizione geografica, al centro della penisola, i buoni collegamenti stradali e ferroviari, la vicinanza di due aeroporti internazionali (all’epoca Ciampino e Capodichino) la rendeva raggiungibile agevolmente. Quella Scuola è diventata la mia seconda casa, lì ho cominciato ad allenarmi e a mettere in mostra le mie capacità nelle medie e lunghe distanze; lì ho svolto la mia attività lavorativa dai 30 anni in poi. Non credo, quindi, di apparire presuntuoso nell’affermare che anch’io, ho una piccola parte di merito se la Scuola di Formia, negli anni si è guadagnata il riconoscimento di Centro di Preparazione Olimpica d’interesse internazionale e di Scuola Permanente per la formazione, l’aggiornamento e la specializzazione dei quadri tecnici, nonché quello di costituire un vero e proprio laboratorio di ricerca tecnica, tecnologica e medico-biologica. Negli anni ho visto allenarsi nella Scuola di Formia atleti italiani e stranieri le cui potenzialità sono diventate attualità e il talento ha potuto estrinsecarsi appieno. Per citarne alcuni: Livio Berruti, che, sotto la guida del grande maestro Peppino Russo, ha costruito la vittoria alle Olimpiadi di Roma sui 200 m., e ancora Pietro Mennea e Sara Simeoni, i quali hanno vissuto per anni a Formia dove hanno preparato le splendide vittorie olimpiche e i primati mondiali. Poi Eddy Ottoz, Tito Morale, Roberto Frinolli, i grandi interpreti dell’ostacolismo italiano. Il saltatore Renato Dionisi, primo italiano a superare i 5 m nell’asta, il pesista Silvano Meconi. Marcello Fiasconaro, direttamente da Città del Capo a Formia per poi realizzare un incredibile record del mondo sugli 800 mt. Il “gattopardo” Peppe Gentile, primatista mondiale, anche se per poche ore, a Città del Messico durante i Giochi Olimpici nel salto triplo. Ed in tempi più recenti Fiona May, Magdeline Martinez, Antonietta Di Martino, Giuseppe Gibilisco, per arrivare al giovanissimo Filippo Tortu, astro nascente della velocità (recordman italiano con 9’99 sui 100 metri) e tanti ragazzi e ragazze, molti di loro figli di immigrati con sano spirito italiano, che periodicamente sono a Formia per affinare e consolidare le proprie capacità tecniche.

21


Testimonianze dirette

Il valore aggiunto dell’impianto di Formia è quello di essere centro polisportivo

NON SOLO ATLETICA Non solo atletica: anche l’imbarcazione Azzurra ha avuto i suoi rapporti con la prestigiosa Scuola di Formia

N

ell’immaginario collettivo il Centro di Formia è sinonimo di Atletica Leggera Ma come giustamente scrisse Gianni Petrucci nella prefazione di un libro che riguardava la Storia della Scuola: “…su un’ideale mappa dello sport, Formia sarebbe giustamente segnata con un doppio cerchietto, come si conviene a una capitale…”. Ed ha ragione l’ex Presidente del CONI, perché nella sua lunga ed affascinante storia Formia ha visto

ADDIRITTURA IL PAPA La più grande impresa del Cav. Elio Papponetti, oltre lo sport, ma sempre per dare lustro a Formia, fu quella di operare affinché Papa Wojtyla aderisse all’invito di presenziale al World Formia Meeting. Era il 25 giugno 1989: il Santo Pontefice Giovanni Paolo II assistette alle gare con accanto il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il Presidente dell’International Association of Athletics Federations IAAF Primo Nebiolo, il Presidente del CONI Arrigo Gattai, il Presidente della FIDAL Gian\ni Gola, il Sindaco di Formia Michele Forte e tantissimi rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali.

22

la presenza di tanti atleti, o meglio ancora di tanti grandi protagonisti di altre discipline sportive. Tentiamo un viaggio indietro nel tempo ed andiamo a curiosare. Incominciamo da Mario Belardinelli, giustamente definito “il padre del tennis italiano”, personaggio puro, semplice, spartano di gusti e di valori, sempre in pullover e scarpette da ginnastica. A Roma insegna tennis al Duce fra il 1939 e il 1942.

Papa Giovanni Paolo 2° e Primo Nebiolo

A Formia, negli anni ’70, è chiamato a dirigere il College Nazionale di Tennis e sotto le sue cure crescono e diventano grandi giocatori Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli e tanti ancora. Ebbene dovete sapere che proprio presso il centro di Formia fu preparata la splendida impresa che portò l’Italia alla conquista della prestigiosa Coppa Davis, nel 1976 a Santiago del Cile. Formia è poi stata la dimora del primo equipaggio di Azzurra, la mitica imbarcazione che in rappresentanza dello Yacht Club Costa Smeralda, con il patrocinio di S.A. l’Aga Khan e dell’Avvocato, per eccellenza, Gianni Agnelli, fu in assoluto il primo sfidante italiano per la conquista della Coppa America. L’equipaggio, composto da quasi tutti atleti italiani, era capeggiato dallo skipper Cino Ricci e dal timoniere Mauro Pelaschier. In quegli anni erano in pochi a conoscere cosa fosse la Coppa America e soprattutto quale fascino suscitasse nel variegato universo della vela. L’America’s Cup, il più famoso trofeo della vela nonché il più antico trofeo sportivo del mondo ancora esistente. Le performance eclatanti di Azzurra, che la portarono ad un passo dalla conquista della Coppa America (ndr: si classificò poi terza, alle spalle di Australia II e di Victory 83) ebbero il grande merito di sollecitare nell’opinione pubblica, anche quella lontana da ogni vicenda sportiva, quello spirito d’unità nazionale che ha rappresentato sempre il valore aggiunto dell’Italia dello sport. L’entusiasmo per Azzurra portò benefici per la


Gli azzurri del Tennis alzano la Coppa Davis: era il 1976

stessa Città di Formia, a livello mediatico e sul piano della notorietà e dell’immagine: per molti anni dopo infatti in tutto il mondo si parlò del “Sinus formianus” come una rada dai venti magici. Il Centro è poi stato la casa di schermidori del calibro della Vaccaroni, Trillini, Bianchedi, Vezzali, Zalaffi, di Maffei, Montano, Numa, Cerioni, Cuomo, Scalzo, Marin, Cipressa, Mazzoni, Arcidiacono e tanti ancora. Andando ancora più indietro nel tempo Franco Menichelli, il più grande ginnasta italiano del dopoguerra, scelse Formia come ulteriore residenza per i suoi allenamenti, così come fecero anche Primo Sambo, Renzo Baran e Bruno Cipolla, meravigliosi protagonisti della favola d’oro dei dilettanti del canottaggio italiano alle Olimpiadi di Città del Messico 1968. Il complesso sportivo, anzi polisportivo, è stato il domicilio preferito di Patrizio Oliva con i suoi pugili in ma-

Barche a vela nel golfo di Formia

glietta, ma anche di Roberto Baggio che si affidò alle cure sapienti dei Professori Carlo Vittori ed Elio Locatelli, del dott. Franco Fava e del fisioterapista Raffaele Viscusi, e questo per “rigenerare” il suo ginocchio sinistro dopo il terribile incidente che sembrava dovesse spezzare una carriera appena iniziata. Nella narrazione è giusto dedicare spazio anche alla “Formia dei record”, più in particolare concretizzata dall’omonimo Meeting di Atletica, il World Formia Meeting, ideato e condotto per tantissimi anni da un personaggio unico e irripetibile, forse non conosciuto come si dovrebbe per la sua capacità ed acume organizzativo, che risponde al nome del Cav. Elio Papponetti. In ogni edizione, a cui partecipavano grandissimi campioni, non mancava almeno un record del mondo, un ricchissimo albo d’oro e tante le emozioni vissute sulle corsie e sulle pedane dello Stadio degli Aranci. G.D.G.

UNA SIMPATICA CURIOSITA’ Anche Gigi Buffon, uno dei più grandi portieri di calcio del mondo, ha avuto un collegamento con la Scuola di Formia? Chiariamo subito: si tratta di un contatto indiretto, ma nel contempo molto, molto saldo. Infatti Maria Stella Masocco, che è la mamma di Gigi, per circa tre anni ha vissuto e studiato a Formia frequentando l’Istituto Magistrale. Faceva parte del College della Scuola che ospitava, in quel tempo, le migliori promesse italiane maschili e femminili dell’atletica leggera. La Masocco divenne tra le più forti lanciatrici di disco e peso in Italia, con eccellenti risultati anche a livello internazionale. Anche il papà di Gigi, Adriano Buffon, ha soggiornato per lunghi periodi a Formia allenandosi nel getto del peso di cui è stato magnifico interprete. Papà e mamma di Gigi hanno, in età giovanile, potenziato le loro capacità ed abilità motorie proprio a Formia trasferendole (evidentemente) al figliolo, a conferma di una teoria molto cara all’illustre fisiologo olandese Ernst Van Aaken che affermava: “chi aspiri a diventar campione abbia cura di scegliersi i genitori giusti”

Gigi Buffon

23


Sport replay

CRONACHE E STORIE DI TANTO TEMPO FA M

olti lettori, apprezzando e condividendo la filosofia e la ragion d’essere della Rivista, ci hanno espressamente richiesto se, oltre ai testi originali realizzati dai nostri preziosi collaboratori volontari o dalla stessa Redazione, potessimo riservare su ogni numero anche uno “spazio antologico” nel quale riproporre cronache o commenti su quegli eventi e fatti eclatanti che hanno caratterizzato in passato il mondo dello sport, possibilmente scritti dalla penna di grandi giornalisti e scrittori che all’epoca “deliziavano” coi loro articoli d’attualità i grandi quotidiani di informazione. Tale suggerimento, a loro avviso, consentirebbe alla testata di offrire un ulteriore contributo alla conservazione e diffusione della memoria dello sport italiano. E noi, valutando positivamente la validità culturale della proposta, facciamo nostra tale interessate idea e, a partire da questo numero, in occasione di importanti anniversari o di date da ricordare (ma anche quando sono sul tappeto argomenti che pur riguardanti il passato, in qualche modo possono ricollegarsi alla attualità

dei nostri giorni) riproporremo, già a partire da questo numero, alcune pagine che chiamiamo “SPORT REPLAY”, riportanti alcuni articoli, scritti da grandi protagonisti del giornalismo italiano, ma anche del mondo della cultura e dell’arte, che furono testimoni diretti di quegli eventi. Ovviamente nel testo originale dell’epoca. Ed aggiungiamo: per dare maggiore valore a questa iniziativa, proprio nello spirito della Rivista e della mission dell’APEC, chiediamo agli stessi soci se possano “darci una mano” così da arricchire questo nuovo spazio, segnalandoci e soprattutto facendoci pervenire i testi di articoli importanti di loro conoscenza.

IL GRANDE TORINO Lo scorso 4 maggio sono trascorsi settant’anni dalla tragedia di Superga. Vogliamo ricordare questo luttuoso evento che sconvolse i sentimenti di tutti gli italiani, proponendo la prima “nota d’agenzia” battuta dopo 90 minuti dall’incidente, nonché due significativi articoli di “due grandi” scrittori, Dino Buzzati che racconta il fatto attraverso testimonianze dirette, ed Indro Montanelli che dedica alle vittime un toccante fantastico racconto della prima partita del Torino, in …trasferta in Paradiso. 24


Una foto del Grande Torino

NOTA DI AGENZIA ANSA. TORINO 4 maggio 1949 ore 18:30 na orribile sciagura a colpi d’oggi lo sport itaU liano. L’aereo che trasportava la squadra del Torino, reduce dall’incontro sostenuto a Lisbona contro la formazione portoghese del Benfica, è precipitato al suolo quando era già in vista di Torino. Tutte le persone che si trovavano sull’apparecchio, quattro uomini di equipaggio e 27 passeggeri, sono perite nel disastro. Il velivolo, un trimotore G212 aveva trovato un tempo molto sfavorevole già nella prima parte del viaggio. Con l’avvicinarsi della metà le condizioni atmosferiche si fecero sempre più difficili, mentre la visibilità si riduceva pressoché a zero. Una pioggia fitta cadeva nella pianura piemontese allagata e banchi di nubi bassissime rendeva ardua la navigazione. Quando il trimotore fu sopra Superga i piloti, cercando l’atterraggio, scesero a quota più bassa. La fatalità volle che l’aereo sorvolasse in quel momento la Basilica di Superga. Un’ala del veivolo urtò nella sommità della cupola, l’apparecchio si inclinò, poi precipitò al suolo incendiandosi. Erano le 17.00 circa. Al giungere dei primi soccorsi il trimotore era ridotto ad un ammasso di rottami fumanti.

Giornalisti a Superga, sul luogo della sciagura

25


Sport replay Dal Corriere della Sera di giovedì 5 maggio

L’ultima voce dall’aereo “ore 17:02 tutto bene grazie”

LA SCIAGURA DI SUPERGA RICOSTRUITA DA TERRA il marconista di bordo aveva chiesto il bollettino meteorologico dell’aeroporto-pochi minuti dopo l’orrendo urto contro la collina. di Dino Buzzati (inviato speciale)

Altra foto del Grande Torino

“S

calogna, scalogna nera” così ci ha sintetizzato l’origine della catastrofe il tenente colonnello Passarone, comandante del servizio telecomunicazioni della prima zona aerea. Col colonnello Libbri, giunto in apparecchio da Roma ed altri ufficiali di aeronautica (a Torino è pure arrivato stamane per un omaggio alle salme il generale Drago, comandante di zona) egli ha svolto stamane recandosi sul posto della sciagura e controllando i brogliacci delle varie stazioni di terra, non una inchiesta ma un accertamento. Scalogna. La ipotesi avanzata in un primo tempo in un di un guasto all’altimetro per cui il pilota avrebbe 26

creduto di trovarsi a quota 2000, mentre già sfiorava la sommità di Superga, è risultata assurda e puerile. Prima di tutto i messaggi radio scambiati tra l’aereo e il campo risultano assolutamente regolari fino all’ultimo. In secondo luogo vi altimetri a bordo ce ne era più di uno. Infine, il fatto che un altimetro sia stato trovato con la lancetta in corrispondenza della quota 2000 non significa niente. L’altimetro non è come un orologio le cui sfere in caso di violento urto restano bloccate allora che in quel momento segnavano. Una volta sconquassato un altimetro, la sua lancetta resta libera, abbandonata a sé stessa e può quindi arrestarsi in qualsiasi angolo rispetto al quadrante.


Romeo Menti

Come si è detto, il dialogo tra l’apparecchio e la stazione radio del campo Aeritalia di Torino, così come le segnalazioni scambiate con la stazione di servizio non rilevano nulla di anormale. La famosa trasmissione con cui il pilota annunciava di trovarsi a 2000 m - circostanza questa che è stata affrettatamente ed arbitrariamente messa in relazione con la faccenda dell’altimetro - è avvenuta ben 20 primi minuti prima del disastro. Il marconista di bordo annunciava: “voliamo al di sotto delle nubi, quota 2000; fra 20 minuti saremo a Torino”. Il quel momento l’apparecchio si trovava nelle vicinanze di Savona altre trasmissioni seguirono. Evidentemente l’aereo era entrato in una zona perturbata e di scarsa visibilità perché da bordo veniva chiesto il rilevamento conio metrico. Niente di allarmante. È questa un’operazione normale che non implica situazioni preoccupanti. Il rilevamento conio metrico venne dato. E delle 16:54 un’altra chiamata del Pangrazi, il radiotelegrafista di bordo. Questa volta egli chiede, per controllare meglio ancora la rotta sui due rilevamenti, che vengano messi in funzione contemporaneamente i radio fari di Torino e di Novi Ligure. Ciò che viene subito fatto. Alle 17 02 ancora una richiesta. Dall’apparecchio si domanda il bollettino meteorologico dell’aeroporto. Si risponde: “nebulosità intensa, raffica di

pioggia, visibilità scarsa, nubi 500 m” (Superga raggiunge i 650 m). Un minuto dopo l’ultima voce dal cielo: “è tutto regolare. Ricevuto-trasmetter marconista. - Tutto bene. Grazie, mille saluti”. Evidentemente a bordo ogni preoccupazione è cessata. Poi, silenzio. Passano i minuti e l’aereo non compare, non si sente dal campo l’approssimarsi del rombo. Piton, il marconista, chiama una, 2,3 volte. Niente. Rapidamente l’orgasmo si moltiplica. Si lanciano nuovi messaggi. Altre stazioni diffondono ansiosi appelli. Finché trilla il telefono. Un sottufficiale afferra il microfono, ascolta, balbetta una risposta: confuse voci. Chiede conferma ancora incredulo. L’apparecchio è ormai un cumulo orrendo di rottami. Un vuoto d’aria? Non pare che sia il caso di parlarne, dato il maltempo di ieri. Piuttosto è stato, semmai, un violento risucchio che potrebbe aver tirato giù il pesante aereo. Certo, a quell’ora, nella zona di Torino si constatava ciò che in gergo si chiama una occlusione. Ma perché un aeroplano stabile come il G212 sia stato succhiato in base, bisogna ammettere che fosse avvenuta una variazione metereologica di eccezionale profondità. E può darsi che la vera causa della catastrofe resti sempre nel mistero. Uno solo potrebbe spiegarcelo: colui che alle 17,05 di ieri pilotava l’apparecchio: mai non potrà mai più parlare. L’ELENCO DEI PASSEGGERI

Scambio di gagliardetti nell’ultima partita della storia del Grande Torino: il capitano Valentino Mazzola con il capitano del Benfica Ferreira

I giocatori del Torino: Valerio Bacicalupo, Aldo Ballarin, Danilo Martelli, Pino Grezar, Mario Rigamonti, Eusebio Castigliano, Meo Menti, Gabetto, Franco Ossola, Emilio Bongiorni, Giulio Operto, Virgilio Maroso, Rubens Fadini, Subert, Grava, Ballarin II. I dirigenti ed altri facenti parte la comitiva: il dirigente Agnisetta, il massaggiatore Cortina, il direttore tecnico Egri Erbstein, l’allenatore Lievesley, i giornalisti Cavallero, Tosatti e Renato Casalbore.

27


Sport replay Dal Corriere della Sera di venerdì 6 maggio 1949

MAZZOLA PASSA A GABETTO di Indro Montanelli

Il capitano del Grande Torino, Valentino Mazzola

O

ggi, affacciandomi alla finestra, non ho visto giocare a calcio i ragazzini in Piazza San Marco, sulla quale guarda la mia casa, tra i resti delle bancarelle che divengono mercato il lunedì ed il giovedì. In genere, ce n’è una nuvolaglia, affaccendati a correre dietro palle, di tutte le categorie di tutte le età: scolari delle scuole medie con la cartella dei libri abbandonata in un angolo e le dita macchiate di inchiostro, garzoni di fabbro con la testa sudicia di morchia, apprendisti parrucchieri con la chioma lustra di brillantina. Riconosco tutti dei nomi di battaglia che si sono dati: “Mazzola” è un truck agnolotto biondastro dalla faccia larga e irridente; “Gabetto” un Bruno esile e nervoso che alla specialità di non scomporsi capelli nemmeno nelle fasi più focose del giuoco; “Bacigalupo” è quello che, in genere, difende la porta, sorprendentemente agile per la sua rotonda corporatura; e poi “Castigliano”, “Menti”, “Loik”, “Ballarin”, “Maroso”, e così via. Ci sono, ci sono stati tutti i giorni, in Piazza San Marco, a giocare: non so da quando, forse da sempre. Si allenano per la grande partita della domenica, quando si mettono in maglia e mutandine, e allora, ai margini, si raccoglie anche il pubblico dei passanti a guardare. In una di queste partite, uno di essi, che si chiamava “Grezar”, fu degradato sul campo: cioè i compagni gli tolsero quel nome, e gliene diedero un altro, più modesto. Oggi la degradazione è stata generale. Sparpagliati a gruppetti, e quattro angoli della brutta piazza, a semicerchio intorno ad uno che leggeva un giornale sgualcito, i ragazzini di San Marco avevano ripreso ognuno il proprio nome di tutti i giorni, quello col quale il ma28

estro, scuola, li chiama a recitare la poesia di Aleardi il padrone della bottega li scrive nel sindacato dei “praticanti”. E così “Mazzola” non era più che Dubini Mario, alunno della quarta B. Era lui che leggeva il giornale ai compagni sedutigli attorno in semicerchio, e ogni tanto approfittava della ciocca di capelli che gli scendeva sulla fronte per ritirarsela su e passarsi, intanto, la mano sugli occhi i suoi compagni più piccoli, quelli che in genere, venivano adibiti nelle partite della domenica raccogliere le palle che uscivano “in fallo laterale” (quante volte ho rabbrividito, alla finestra, vedendoli guizzare fra un tram e un’automobile!) e che aspiravano a diventare, a loro volta, Loik, Gabetto, Bacigalupo e Maroso, stendevano, ad un ad una, per terra, come un generale distende la sua truppa, le figurine dei popolari giocatori, di cui ognuno di essi è, più o meno, ricco collezionista. C’era un po’ di vento, ed il pulviscolo di rena, che esso trascinava nella sua corsa, ogni tanto ricopriva una di quelle figurine minacciando di sotterrarla; ma subito il collezionista la spazzava via, passando sul dorso della mano una lieve carezza sul cartoncino e poi soffiandoci sopra, puntualmente. Sono ancora gli unici, i ragazzini di Piazza San Marco e di tutta Italia, che si ostinano a lottare contro i tentativi dell’arena di inghiottire il loro 18 eroi. E le figurine che li rappresentano nell’atto di calciare la palla o di ghermirla al volo, continuano ad essere oggetto di un affettuoso e reverente mercato, seguitano a passare di mano in mano, come vivificanti per l’eternità dalla rispettiva ammirazione che suscitano nei loro giovani emuli.


Per la partita del 22 maggio con l’Austria, se si farà, il collega Carosi, miracolosamente scampato al disastro, dovrebbe fare, per i ragazzini di tutta Italia, una trasmissione speciale, ribattezzando col nome degli scomparsi i loro sostituti. “Mazzola passa a Menti; Menti dietro a Castigliano…” dovrebbe egli dire al microfono; ché almeno ai ragazzi non sia tolta l’illusione della immortalità. Sono appena cinque giorni che li abbiamo visti giocare l’ultima volta, qui a Milano. La squadra era incompleta. Ci mancava anche il suo capitano, Mazzola. Ma presente era l’orgoglio della bandiera, e fu questo che non le consentì di ama in Arcy. Quella sera, Milano, serpeggiava lo sconforto perché la squadra della città rivale si era cucita sul petto proprio lì a San Siro il suo quinto scudetto. E già domani l’erba comincerà a crescere sulla tomba di quel 18 giovani atleti che sembravano simboleggiare una omerica, eterna, miracolosa giovinezza. Come possono rendersene conto i ragazzi di Piazza San Marco di tutta Italia? Gli eroi sono sempre stati mortali, agli occhi di chi in essi crede. E così crederanno, i ragazzi, che il “Torino” non è morto: è soltanto “in trasferta”. Ma anche a noi, che con animo di ragazzi abbiamo sempre frequentato e si guidiamo a frequentare gli stadi, sia consentito immaginare 18 atleti del “Torino” “in trasferta”. Oh, non ci è difficile raffigurarci di grande campo che, lassù, li attende: senza limitazione di posti, lastricato di erba eternamente verde e molle, senza macchie di nuda terra. La squadra campione, con tutto il suo orgoglio di bandiera, ha voluto recarvisi a carico pieno: non solo gli 11 “titolari” ha condotto con sé; ma anche sette “riserve” e l’allenatore, e il

massaggiatore, e il direttore tecnico, e perfino tre giornalisti. Vecchie conoscenze attendevano all’aeroporto quel velivolo carico di giovinezza e di speranza. E come facilmente ravvisiamo! In prima fila Emilio Colombo, numero dello sport italiano, forse l’unico tra noi che abbia serbato, fino a sessant’anni, intatta la facoltà di credere nella immortalità degli eroi. E lui, e lui: rossiccio in viso, alto e gagliardo, con lo stesso abito chiaro di gabardine con cui partì per l’ultimo “servizio”, e, per la prima volta in vita sua, non si portò al seguito nel baule con sette vestiti, sette paia di scarpe e 70 camicie di ricambio, né una vasta collezione di saponi e profumi né una vasca da bagno di caucciù. Accanto si tiene, in un gesto di affettuosa protezione, Attilio Ferraris che di lì a poco lo procedete. Ferraris era ancora in “maglietta” perché maglietta partì per la grande trasferta, come Callegari si mi sembra essi non rientrarono infatti negli spogliatoi, dopo l’ultima partita casalinga: dallo stadio di quaggiù a quello di lassù, tutto d’un fiato. E Neri? Eccolo lì, col suo lungo naso. Quella del Torino fu proprio l’ultima sua maglia e non l’abbandonò che per ammantarsi di tricolore dopo che tedeschi ebbero fucilato su una collina di Romagna. Ma ora rientrerà in squadra con i compagni: sarà il 19º Campione d’Italia in questa ultima definitiva “trasferta”. Ascoltate, ragazzi di San Marco e di tutta Italia ascoltate la radio trasmissione di Emilio Colombo, che ha ricevuto dalle mani di Carosi, per oggi il microfono. Domani poi ne leggerete le fasi nelle corrispondenze di Casalbore, di Cavallero, di Tosatti, i fedeli bardi di tante imprese gloriose, ai quali lo sport concedeva il meraviglioso privilegio di serbarsi fanciulli sotto i capelli che ingrigivano.

“Mazzola passa a Menti, Menti dietro a Castgliano… (E qui la voce si fa concitata, e i ragazzi di San Marco e di tutta Italia si stringono, con gli occhi dilatati dall’emozione e dalla speranza, intorno all’altoparlante) … Castigliano avanti di nuovo Mazzola che dribbla uno… Due… Tre avversari… Gol… Gol” …chi grida così, chi grida? Siete voi stessi ragazzi o il vecchio Colombo, l’unico tra noi che sia riuscito a serbare, intatta sino a sessant’anni la facoltà di credere negli eroi? O tutta la folla di quell’immenso stadio senza limitazione di posti in cui il “Torino” è andato a carico pieno aperta parentesi 11 titolari e sette riserve) a giocare la sua ultima vittoriosa “trasferta”? Triste è Piazza San Marco, salva di alberi, con le sue gialle chiazze di terra senza erba, con i suoi gruppetti di ragazzi spogliati dei loro nomi di battaglia e senza palla, solo con le figurine allineate tra le pozzanghere. Le due squadre che mi giocheranno domenica hanno deciso di portare il lutto: un segno nero al braccio, sulla maglia. I passanti si fermeranno, come sempre, guardare; ma invano tenderanno l’orecchio per udire: “forza Maroso…bravo Bacigalupo…” Nelle fasi salienti della partita. Domenica i giocatori si chiameranno soltanto Dubini Mario, Rossi Francesco, Bianchi Giuseppe, e giocheranno in silenzio, senza apostrofarsi. Domenica, otto giorni soli saranno trascorsi dall’ultima partita San Siro, dove il Torino, solo a furia di orgoglio, si cucì sul petto il quinto scudetto che in inalienabilmente gli spetta (e voglio vedere chi oserà portarglielo via) ma già i primi esili fili di erba Saran cresciuti sulle 18 tombe della squadra in “trasferta”. “Forza Torino!”. “Vinci Torino!” 29


Sport replay

Il 19 maggio scorso il grande atleta ha festeggiato il traguardo delle 80 primavere

LIVIO BERRUTI LA FRECCIA AZZURRA Nato a Torino il 19 maggio 1939; alto 1.80 per 66 kg. Presenze in Nazionale: 41. Ha ottenuto due primati mondiali dei 200 metri ai Giochi Olimpici del 1960, in semifinale e finale, in quest’ultima gara vincendo la medaglia d’oro. Queste splendide performance (era il 3 settembre 1960) gli “fruttarono, in epoca di rigoroso dilettantismo, una FIAT 500, dono dell’Azienda Torinese (era tesserato per il GS LANCIA), mentre il CONI a titolo di “borsa di studio” gli riconobbe un assegno di 800.000 Lire per la medaglia d’oro ed un secondo di altre 400.000 Lire per il record mondiale. Vogliamo festeggiare il suo ottantesimo compleanno, riproponendo un articolo che scrisse su di lui il grande giornalista Alberto Cavallari, pubblicato sul Corriere d’Informazione due giorni dopo la sua meravigliosa olimpica. Dall’articolo esce in modo chiaro la fotografia di un uomo semplice, serio, schivo da ogni forma di esibizionismo. Dal Corriere della Sera di venerdì 6 maggio 1949

PER L’ATLETA “IMPOPOLARE” UNA GIORNATA DI POPOLARITÀ di Alberto Cavallari Livio Berruti sul podio olimpico di Roma 1960, con a dx l’americano Lester Carney ed a sx il francese Abdoulaye Sèye

30

L

ivio Berruti, il primo velocista italiano che ha saputo giungere alla medaglia d’oro olimpionica, ha naturalmente conosciuto ieri, a Roma, una giornata di popolarità. Come campione d’atletica non doveva esserci abituato. In Italia, finché non arrivano alle medaglie olimpioniche, gli appassionati di atletica leggera sono considerati, se non degli originali, dei pazzi. Il fatto che questi atleti siano divenuti il simbolo dello sport ingenuo e puro, e che generalmente percorrono la loro carriera in palestre e stadi semivuoti, conferma che giovanotti come Berruti la popolarità non l’hanno mai cercata. Tuttavia il titolo olimpico è un titolo olimpico. Quello di Livio Berruti e, poi, addirittura un avvenimento italiano. È logico che i ragazzi romani abbiano assediato lo studente torinese. Più logico che giornalisti e reporter l’abbiano subissato di domande. La giornata domenicale gli è stata giustamente dedicata. C’è qualcosa di molto gradevole, però, nel modo in cui Berruti, il Beccali d’oggi, questo personaggio che racconteremo ai nipotini, ha affrontato i festeggiamenti. Tanto per cominciare, ha avuto poche dichiarazioni da fare. Prima di tutto, ha detto a chi gli parlava già delle future olimpiadi di Tokio, che il successo di sabato lo ha reso molto felice, senza però fargli dimenticare l’obiettivo principale della sua vita. “Tokio-ha detto-è senza dubbio un ottimo obiettivo. Prima di Tokio però, per me, esiste l’università. I miei programmi comprendono la laurea, oltre e al di là dei records”. E non c’è niente da dire. Nessuna professione


di “ama turismo sportivo”, come l’intendeva il barone De Coubertin, poteva essere meglio espressa. Ma ci sono altre cose che Berruti ha detto che valgono la pena di essere riportate, per precisare come il campione sia entrato nel mondo del successo. Prima di tutto, ha telefonato due volte a suo padre e a sua madre e, per questo, ha rifiutato non poche interviste e non poche fotografie. Poi, ha tagliato corto coi pettegolezzi e ha chiarito d’essere stato proprio lui a voler correre i 200 m e non i 100. Siccome i professionisti del retroscena cominciavano già ventilare che Berruti era stato sacrificato, e che aveva rinunciato ai 100 m per colpa del “dirigismo” sportivo, il giovanotto ha detto: “ho deciso io. I dirigenti mi hanno lasciato la scelta. Anche loro erano convinti della saggezza della mia decisione”. E con quest’aria di studente serio, di Bonfiglio di famiglia di sportivo pulito, ha cominciato a firmare autografi. Quanti ne abbia firmati non so; ma, a giudicare dalla fila che facevano i ragazzini davanti al villaggio Olimpico di Roma, devono essere molte migliaia. E, se devo dire la verità, anche a chi, come me, le forme di divismo danno ai nervi, la cosa non è dispiaciuta. Perché la popolarità di Berruti, atleta puro, campione di uno sport che non procura nei quattrini né stadi pieni, rientra fra quei vivissimi che, se non ci fossero, dovremmo inventarvi. Perché, tutto sommato, possono fare bene al nostro costume. E perché, una volta tanto, propongono ai ragazzini un esempio insolito. Se Berruti andrà sulle figurine, come ci andò Beccali, non sarà male. Perché, col suo libretto universitario pieno di 27 di 30, con la sua aria beneducata, con la sua “tecnica” di corridore intelligente, è un atleta impopolare, nel senso che non ha gigioneria nei gesti facili. E se l’Olimpiade ne farà vivo, non c’è che da esserne soddisfatti. Berruti, io non l’avevo mai visto fino a sabato scorso, fino a un’ora prima che entrasse in pista percorrere. E sono stato con lui e con suo maestro Oberweger, gli ultimi minuti prima della gara. E non mi aspettavo davvero di trovare un atleta così poco “popolare”. Aveva appena battuto il record olimpico ed era lì, tranquillo e miope, parlare di decimi di secondo e di fisiologia. Tuttavia, ogni volta che qualcuno si congratulava, interrompeva educatamente il colloquio, per rispondere “grazie, molto cortese”. La sua corsa sarebbe stata, come si sa, più che una corsa, la prova atletica di un “intellettuale bianco”. Da quattro anni, Berruti aveva studiato il problema delle vittorie dei negri, la regione delle sconfitte dei bianchi. Berruti ha solo 21 anni, è torinese, e da buon piemontese ha preparato la vittoria di sabato in quattro anni. “Sono sempre stato convinto-mi ha detto-che ha certe velocità ci si è arrivati elettricamente, con i muscoli e con

Livio Berruti oggi

la testa. Si possono percorrere 200 m in 21 secondi, per esempio, con una buona preparazione atletica e due buone gambe. Ma, per andare oltre, occorre far funzionare il cervello”. E lui, il cervello lo ha fatto funzionare. Miope com’è, ha passato giornate sui libri come studente universitario. E alle ore di allenamento alternatore d’ore di conversazione con Oberweger che, come è che lo sport sia un problema di cultura e teorico, aveva trovato nel suo carattere di corridore intellettuale e di chimico il terreno più adatto. L’atletica è stata, così, per Berruti un “hobby” nel senso più alto. Come potrebbe essere l’astronomia; come la filatelia ad alto livello. Da uomo schivo e serio ha coltivato questa sua passione intellettuale fisica senza esibizionismo. Nemmeno fisicamente semmai trasformato nel luogo comune dell’atleta italiano. Del resto, ieri, quando con gentilezza e timidezza ha cominciato a posare per le squadre dei fotografi, bastava guardarlo in faccia per capire che razza di “idolo” s’affacciava alla ribalta. La calma era la nota di fondo. La cordialità era nota di circostanza nella sua espressione. La sua espressione, tuttavia, restava dominata dalla riservatezza. E si capiva che l’uomo non aveva lavorato ogni mattina in palestre studiato chimica ogni pomeriggio per darci una vittoria solo spettacolare. Si capiva che aveva solo vissuto una seria vocazione personale, privata. E anche certe risposte che dava a chi chiedeva autografi erano interessanti. “Mi dispiace se il nome si capisce poco-diceva dopo la firma-, ma l’emozione di ieri mi ha reso un po’ nervoso”. Due o tre volte disse: “mi vergogno un po’ a scrivere tante volte il mio nome”. Era sconcertato che la sua privata passione fosse ora un fatto pubblico. E si capisce che vivi così, che il peggio che possono fare e di stimolare i ragazzini a “correre pensando”, non dispiaceva-una volta tanto-di averne.

31


Sport replay Dal Corriere della Sera di venerdì 6 maggio 1949

Un grande scrittore e giornalista descrive quella che era la vita di un inviato al Tour de France. Era il 1949

LA VALIGIA SUL LETTO di Orio Vergani

Uno scatto storico al Tour de France 1949, ove trionfò Fausto Coppi (sulla dx)

S

osta in Italia. Prima revisione della valigia per approfittare dell’amicizia di qualcuno che da qui mi porterà a Milano le cose di cui non ho bisogno per questi ultimi quattro giorni di vita del tour. Seguo il miglior sistema: rovescio la valigia sul letto; la svuoto; contemplo il mucchio di roba che ne è venuta fuori: vestiti sporchi, berrettini macchiati di sudore, matite spuntate, una boccetta di inchiostro che rotola sullo scendi letto, una scarpa s’compagna, una idea s’compagna, una forbicina spuntata, un paragone rimasto a metà strada. Guardaroba da macerie; idee da mandare al macero. Diciamolo in termini molto poveri: l’ultimo giorno di riposo il tour comincia a puzzare. In fondo in fondo, seduti vicino al letto sfatto, pare di stare a vegliare un amico morto: o almeno destinato a vivere in uno stato di morte apparente per 11 mesi fino a quando rialzerà alle palpebre il 30 giugno 1950. Mi domando: cosa mai avrà lasciato in testamento? Frugo in delicatamente nelle sue tasche; in cerca di idee ed impressioni inutilizzate come il povero in cerca di cicche. Siamo 1200 persone che viviamo insieme da quasi un mese: 1100 che corrono in automobile; 120 il primo giorno e poi sempre meno che corrono in bicicletta. Siamo il numero perfetto perché fra noi in effetti nessuno si conosce; 1200 persone nuove, ciascuna al proprio lavo-

32

ro: i corridori curvi sui manubri delle biciclette, i giornalisti curvi sulle macchine per scrivere, i radiocronisti, con voci sommesse come quelle delle pitonesse, curvi sulle nere tazze del microfono. Dalle 6:00 del mattino al tardo pomeriggio, chiusi dietro i vetri delle nostre automobili come pesci dietro le lastre di un acquario; poi chiusi, fino alle 6:00 del mattino, a ronfare sui cuscini magri magri, sotto le lenzuola convulse con sul naso l’oscillante peretta della luce elettrica; alle sei gli alberghi sono popolati di spettri che si guardano in piccoli specchi, lividi. Ricomincia la giornata fatta di infinite parole scritte di piccolissime parole dette: la giornata di scarsi saluti convenzionali di rare frettolose cortesie. “Bon jour, mon cher ami” “Bon jou, avez-vous bien dormi?” “Oui, pas mal, et vous?” “Moi aussi pas mal” “Ca va bien pour les Italians!” “Ca va! Et pour les Belges?” “Parfaitement. Au rovoir, mon cher ami” “Au revoir, mon cher confére” Discorsi che, con pochissime varianti, si ripetono 100 volte al giorno, sempre più in fretta per 25 giorni di seguito, 2500 volte in un tour; 50.000 volte perché si avvia, come me ai 20 tour. “Ca va, ca marche… (variante: Ca ne va pas, ca ne marche pas). La vita al villaggio del tour è come la vita nell’ascensore di un grattacielo dove ci si incontra mentre si sale


al lavoro al 40º e dal 72º piano: scambio di saluti che paiono alla fine sommessi grugniti. I tifosi immagineranno non chissà quali folli intimità con i campioni, quali scambi di confidenze e quante ore di occhi negli occhi. Forse pensano a me e a Bartali che passeggiamo tenendoci per mano come reclute nello stesso paese, mentre siamo quasi della stessa classe ciclistica, lui in bicicletta, io in automobile, con una matita in mano. Abbiamo fatto tutte le campagne assieme e siamo dei veterani e, quasi quasi saremo presto dei “vieux grognards”, come quelli delle battaglie delle piramidi. Pensano che io entri ed esca dalla camera di copy come da quella di un mio fratello minore, dato che anche di lui potrei raccontare da quando era un ragazzetto sconosciuto. In quanto ad Ausenda, a Padroni, a Milano, a Pasquinni, a Rossello, i tifosi pensano certamente che ci si intenda a strizzatine d’occhio. Noi siamo, per i corridori, strane immagini sotto vetro, sotto un vetro velato dalla polvere o impillaccherato dal fango. Immagini di uomini con la testa bassa, chiusi a guardare qualcosa fra le gambe nostre (lo sportello è chiuso e non si vede che sulle ginocchia abbiamo un taccuino sul quale, con prodigiosa abilità, mentre la macchina sfiora precipizi e pareti di roccia, facciamo esercizi di calligrafia chiusa parentesi: immagini di uomini che di anno in anno invecchiano, impinguano, perdono i capelli, hanno un dente di meno. Noi, in verità, non siamo, per loro, nemmeno degli uomini: siamo soprattutto delle automobili. Il contenente esclude il contenuto. Essi non guardano noi: guardano il parafango della nostra automobile che li sfiora, che li annusa. Noi che siamo il contenuto di quelle automobili, e che in un certo senso dovremmo essere l’anima di quella ruggente materia a quattro ruote, non esitiamo per il corridore. Dante Alighieri se tornasse al mondo per fare il cronista di un tour sarebbe un’automobile gialla, Leone Tolstoj, un’automobile turchina. Questi sono gli effetti di un ossessionante lavoro. Dopo 18 anni di convivenza, con una media di convivenza di due mesi all’anno-il giornalista in automobile il campione in bicicletta, tutti e due sul filo della stessa strada, della stessa avventura, della stessa smania e dei medesimi sudori-alla macchina dove siede il giornalista che ha scritto su di lui 800 articoli, il campione che si sente minacciato perché la macchina vuol passare, rivolge il grazioso saluto: “Bastardi! Assassini!”. La mia valigia è piena, in 20 anni di carriera, di grida: “assassini!” Delle marche più pregiate. Come i collezionisti di francobolli, ne ho rarissime, possiedo

contumelie di serie uniche: contumelie e bestemmie commemorative: in italiano, in spagnolo, in francese, in tedesco, in fiammingo, in danese. Ho due rarissimi moccoli di Binda, del miglior Binda 1927: non eccedono il ricordo a nessun prezzo. Ho invettive di campione del mondo, di campioni di Francia, di assi del Lussemburgo: bestemmie di Antonino Magne, urla inviperiti e di Speicher, lontani grugniti di Girardengo. Ho la serie completa delle ingiurie delle maglie gialle dal 1930 al 1949: spero di continuarla per un pezzo e di lasciarla in eredità al Museo dello Sport. Mi manca solo una invettiva di copy, di dare quattro “maledetti!” Lanciati da Bartali e una busta di invettive assorbite di Robic, di Ockers, di Danguillaume, più alcune occhiate viperine di Bobet. Un amico ha promesso di regalarmi, se lo trova, un favoloso moccolo di Ottavio Bottecchia. Lori cambierò con due piccole, microscopiche ma rarissime ingiurie spagnole di Trueba, la “pulce dei Pirenei”. Siamo partiti 1200: arriveremo a Parigi, si e no, in 1150 o in 1140. Cercherò le immagini degli eliminati che bevvero una sera su traguardi ormai dimenticati la coppa d’una breve gloria. Cercherò di ritrovare nel confusissimo film, nella travagliatissima valigia, la faccia di Dussalt prima maglia gialla, quella del sardo Deledda vincitore di tappa anche lui, quella dei sei spagnoli che nessuno ha mai visto, rimasti in coda fin dal primo kilometro di corsa. Cercherò, ma senza troppe speranze, i ciuffi bagnati di sudore, le smorfie di fatica, le bocche trafelate, le gambe incerottato, i solenni brucianti foruncoli degli eliminati: i loro grossi numeri da cartellone della tombola cuciti sulle loro schiene ormai anonime, sui loro grupponi dolenti, sulle loro reni fiancate. Adesso sono tutta materia confusa, mescolata nella valigia con i fazzoletti sporchi, con le calzette scampagnate, con i taccuini sgualciti. Eliminati. 60 del tour del 1949: migliaia e migliaia se dovessi contare quelli che ho visto logorare buttar via dei tempi del primo Giro d’Italia-1927,200 concorrenti-ed è il primo tour de France. Migliaia di avventure interrotte, di cotte, di svenimenti, di acciacchi, di capitomboli ai quali stento in mi è anzi impossibile di far corrispondere un volto preciso. Tante volte, negli undici mesi dell’anno che vivono nel mondo normale, mi pare di incontrare gente che mi ricordo di aver visto, ma non rammento assolutamente dove. Dico tra me e me: “…sarà un eliminato di un vecchio tour”. E forse quel tale che si è visto osservare e mi ha osservato, dice di me: “quel signore, se non sbaglio, è un eliminato d’un vecchissimo tour”.

33


Un caro ricordo Lo scorso 16 agosto ci ha lasciato, per un fatale malore in mare, Felice Gimondi

LUI SI CHE ERA UN UOMO È’ da annoverare come uno dei più importanti corridori della storia, ed anche il più grande rivale del belga Eddie Merckx, cioè il più forte ciclista di tutti i tempi. Ma sia ben chiaro: nonostante la supremazia del Cannibale (l’appellativo che l’ambiente mondiale delle due ruote aveva attribuito all’asso belga per la sua insaziabile voglia di vincere), Gimondi non è mai stato il “numero due”, anche se in termini di confronti diretti tra il bergamasco e il ciclista fiammingo è quest’ultimo a contare maggiori successi. Felice infatti sommava alla sua elevata capacità atletica, grandi doti caratteriali. Suo vanto non erano solo l’aver conquistato vittorie prestigiose (non ultime il titolo mondiale su strada nel 1973, prevalendo proprio su Merckx) ma la sua umanità, la sua saggezza, la sua lealtà ed il suo rispetto per il prossimo, a cominciare dai suoi avversari. Un Uomo cioè con la U maiuscola. di Augusto Rosati

Felice Gimondi in maglia azzurra

E

ra nato a Sedrina, in provincia di Bergamo, il 26 settembre del 1942. Prima di fare il ciclista professionista lavorò sia come camionista, nella ditta di trasporti del padre, sia come «postino supplente» di sua madre, che era portalettere del paese, ovviamente utilizzando come mezzo di lavoro per i vari trasferimenti la bicicletta (…tutta in ferro, con tanto di portapacchi, senza cambio di velocità, pesante non meno di 20 kg). Logica quindi la passione per il ciclismo (tra l’altro tipica degli abitanti di quelle terre native), maturata sin da bambino. Consequenziale anche il suo affacciarsi allo sport agonistico, ove, già dalle categorie giovanili, ha occasione di mettersi in mostra sia per la sua prestanza atletica e soprattutto per i suoi primi successi. Felice andava talmente forte che entrò nel giro della Nazionale Italiana Dilettanti (allora agli ordini del CT Elio Rimedio, che fu anche docente di ciclismo alla Scuola Centrale dello Sport), dove non mancò di mostrare autorevolmente la sua stoffa di campione, tant’è che nel 1964 a 21 anni si aggiudicò da trionfatore il Tour de l’Avenir. Questa manifestazione a tap-

34

pe altro non era, in altre parole, il Tour de France riservato alla categoria dilettanti, che si correva per squadre nazionali (ndr: stimolante formula che caratterizzò il Giro di Francia Professionisti dalla sua prima edizione fino a tutto il 1961). Rappresentò poi l’Italia ai Giochi olimpici di Tokyo, classificandosi trentatreesimo nella prova su strada vinta dal connazionale Mario Zanin. L’anno successivo passò tra i Prof, partecipando con onore al suo primo Giro d’Italia arrivando terzo. La sua squadra era la Salvarani, e suo capitano era un altro “grande” delle due ruote, Vittorio Adorni. Sempre in quello stesso anno di esordio alla categoria superiore prese parte anche al Tour de France (…un vero azzardo per un neo professionista prendere parte a due grandi giri a tappe) e – con grande sorpresa ed ammirazione di tutto il mondo sportivo - ne usci grande trionfatore! Pensare che non doveva nemmeno partecipare a quella corsa, ma un infortunio di un altro corridore Salvarani portò la dirigenza ad iscrivere l’ancora non ventitreenne bergamasco. Fu davvero un grande successo. Gimondi vinse già alla 3° tappa, prendendo per l’occasione la maglia gialla, che perse dopo due giorni, ma riconquistandola nelle tappe successive. Il suo capolavoro nella corsa francese, che gli garantì la vittoria, fu la cronoscalata di Mont Revard ove “stracciò” (mai termine fu più appropriato!) il più accreditato alla vittoria finale, il francese Raimond Poulidor, lui sì, a ragione, chiamato nell’ambiente “eterno secondo”, perché, pur se ottimo ciclista, peraltro tra i più amati in Francia, spesso gli fu precluso salire sul più alto gradino del podio. Nella sua lunga carriera (smise nel 1979) Gimondi è da annoverare tra i corridori italiani più vittoriosi. Riuscì a fare il “triplete”, per utilizzare quel colorito termine calcistico coniato da Mourinho quando fu allenatore dell’Inter, vincendo tutti e tre le grandi corse a tappe: il Giro d’Italia per ben tre volte, il Tour e la Vuelta, una autentica impresa ad oggi riuscita solo a sette corridori. Per gli amanti delle sta-


tistiche, oltre a Gimondi, fanno parte della schiera di questi “magnifici” Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Chris Froome e Vincenzo Nibali. Le sue vittorie complessivamente sono state 118, molte delle quali davvero importanti come la Parigi-Roubaix (che si aggiudicò nel secondo anno tra i professionisti, poi una Milano-Sanremo e due Giri di Lombardia. Fu un “fedele e coerente” anche nel rapporto con le squadre con le quali fu tesserato, ed infatti, proprio per questa sua logica, nel corso della sua carriera ha vestito solo due maglie, quella della Salvarani dal 1965 al 1972 e poi quella della Bianchi dal 1973 al 1979. Insomma Felice è stato protagonista a pieno titolo degli anni d’oro del ciclismo. Non era certamente un “robot”, come lo fu al contrario Eddy Merckx, ma sapeva affrontare le corse mettendo in gioco una

tra le sue doti più efficaci, la propria fantasia. Felice Gimondi di fantasia nelle sue corse ne ha messa tanta e i suoi rivali in gara, diventati poi tutti amici, lo ricordano come il corridore gentiluomo che non si arrendeva mai. L’ultima, forse la più bella al Giro d’Italia del 1976, fu quando nella sua Bergamo, in volata superò il Cannibale, vincendo il giorno dopo la corsa rosa. Come abbiamo accennato, nel 1973 coronò la sua ambizione di conquistare la maglia iridata di campione del mondo, una maglia che gli era sfuggita già nel 1970 e nel 1971, quando fu costretto ad accontentarsi di un bronzo e un argento. Qui si ferma la nostra narrazione, ma, per dare davvero una impronta alla sua figura, proponiamo qui appresso un bell’articolo che scrisse su di lui un grande giornalista, proprio all’indomani del titolo mondiale, Fulvio Astori.

Come lo descrisse Fulvio Astori sul Corriere della sera, all’indomani del titolo mondiale

LA STORIA DELL’EX CAMIONISTA di Fulvio Astori

Due scatti importanti su Felice Gimondi ai Mondiali di Ciclismo 1973 a Barcellona, subito dopo l’arrivo (a sx) e la volata vincente (a dx) su Eddy Merckx

C

osa si può gridare al vento quando si diventa campione del mondo? Cosa si può gridare in faccia tutti, dopo anni ed anni di attesa, quando si scende di bicicletta per andare sul podio a prendersi la maglia bianca fasciata dai colori dell’arcobaleno, la stessa che fu di Binda e di Coppi, di Guerra e di Baldini, di Adorni ed anche di Basso, di Merckx e degli altri che sono entrati nella leggenda del ciclismo? Chi lo sa. Bisognerebbe capitarci dentro per saperlo. Felice Gimondi, strappato di bicicletta, ha gridato soltanto: “ho vinto! Ho vinto! Ho vinto!” Una, 3,10 volte. “Ho vinto” e basta. Conoscendo l’uomo, non avrebbe potuto gridare altro. Perché è un uomo vero, Felice Gimondi, uno che sa gustare sino in fondo il significato di ogni parola, d’ogni situazione, d’ogni successo, d’ogni amarezza. Poco più di un ragazzo, era già un uomo. Dalle sue parti, nella bergamasca, lui è nato a Severina, lo si diventa alla

svelta. Appena lasciata la scuola, sulle maniche ed andare a bottega: non c’è altra scelta, quando in casa il padre tira avanti una modesta azienda di trasporti e la madre pedala in bicicletta per il paese, a consegnare la posta, due giri, uno al mattino nell’altro la sera. Lui si mise al volante di un camion e cominciò a guadagnarsi la pagnotta. Guidare e caricare merce era faticoso ma gli piaceva. Vedeva posti diversi, parlava con la gente nuova, ogni giorno, ma correre in bicicletta gli piaceva di più. Per questa sua passione, ci aveva già rimesso la metà d’un incisivo. Quel dente spaccato se lo sarebbe messo a posto più avanti, quando glielo avrebbe chiesto una bella ragazza ligure di nome Tiziana che allora era bionda e aveva 16 anni, che ora è castana, è diventata la signora Gismondi, ha già una bimba stupenda di nome norma che, proprio in questi giorni, attende l’arrivo del fratellino che la mamma le ha promesso.

35


Un caro ricordo

Quel dente spezzato il fatto di non essere mai sicuro sull’uso della “esse” e della “zeta” sono i complessi che hanno accompagnato il Gismondi giovane verso la gloria sportiva. Per il resto, aveva più pudori che timidezza, più orgoglio che spropositate ambizioni. La sua ambizione massima era ed è quella di fare qualsiasi lavoro per bene. Seguitava camion, doveva farlo in un certo modo, se avesse potuto fare il corridore avrebbe dovuto farlo al meglio. Andava forte in bicicletta. Pensò di chiedere al padre un anno di “aspettativa”: lasciare il volante e, per 12 mesi, pensare solo alle corse. Voleva provare a dare tutto in quella direzione. Vinceva, ma doveva vincere per distacco perché non era veloce; per ottenere successi in questa maniera occorre dedicarsi al massimo in allenamenti faticosi, sacrificarsi in una preparazione minuziosa, avere la testa sgombra da qualsiasi altro pensiero. Disse tutto suo padre e a sua madre, una sera dopo cena, tutti seduti attorno al tavolo ancora apparecchiato, aggiunse che sarebbe stato disposto a stipendiare di tasca sua l’autista che l’azienda avrebbe dovuto assumere al suo posto, gli risposero che se le cose stavano così provasse pure, ma per un anno, uno soltanto. Lui provano, il sostituto autista non è mai stato licenziato. È tutta scritta di suo pugno su una serie di quadernetti, quella sua prima annata interamente dedicato al civismo. Il aveva insegnato il commissario tecnico dei dilettanti che allora era Elio Rimedio. “Oggi ho pedalato per 150 km, sentivo bene la gamba, però in salita mi ha fatto un po’ difetto la respirazione, malgrado ciò mi pare d’essere in condizione di vincere, domenica”. Questi quadernetti ed anche quelli scritti nei primi anni di professionismo, giorno per giorno, al termine di un allenamento od una corsa, dopo una tappa del giro o del tour, sono chiusi nel cassetto delle cose sue e solamente sue. C’è chi parla prima di riflettere e chi, dopo aver ben riflettuto, decide di non parlare. Lui apparteneva già allora la categoria meno numerosa di quelli che parlano solo dopo aver bene riflettuto, che fanno le cose dopo averci ben pensato. A un fratello di nome Alessio, rosso di pelo, che avrebbe avuto fare il corridore. Da campione già affermato, Felice Gimondi gli spalancò le porte del professionismo. Pregò perché l’assumessero nella sua stessa squadra, non per creare “un raccomandato” in più, ma perché le corse si caricassero di dire al fratello ciò che lui non trovava il coraggio di spiegarmi: che il suo mestiere doveva essere un altro, che per fare sul serio il corridore ciclista, mestiere tanto duro, non basta essere il fratello di “qualcuno”. Nel bar del suo ristorante, villa da me, c’è una parete tappezzata di maglie importanti, quelle da lui vinte sinora, sono 12, di tanti colori: gialla del tour, rosa del Giro d’Italia, arancio del giro di Spagna, verde del giro di Svizzera Romanda, tricolore di Campione d’Italia, giallo canarino del Tour dell’avvenire per

36

dilettanti, quella corsa che nel 1964 annunciò agli appassionati di ciclismo la nascita d’un campione nuovo. Poi ci sono quelle delle società civilistiche che lo allevarono. C’è un riquadro ancora vuoto, dal quale spunta il colore grigio della parete, in quella sfilata di colori. Quando Gismondi ha spiegato che in quel riquadro voleva metterci, prima che la carriera finisse, la maglia di campione del mondo, non ha fatto per esibirsi in una affermazione importante, ma perché sinceramente credeva nelle parole che stava dicendo. Voleva quella maglia perché se ne sentiva in diritto. Ora che celava, al suo ritorno in Italia la sfilerà con le sue stesse mani al posto designato. E la mattina presto, quando uscirà di casa per andare ad allenarsi, troverà necessario lanciare un’occhiata in direzione di quella maglia iridata, come prima trovava necessario guardare dalla parte del riquadro ancora tinto nel colore della parete. Uscendo di casa per andare a lavorare in bicicletta-anche il pomeriggio esce, ma in macchina, per andare a Bergamo nel suo ufficio d’assicuratore, abito serio, cravatte eleganti, una borsa nera nella mano-Felice Gimondi comincerà ora a guardare anche da un’altra parte. L’inverno scorso comprato un antico castellaccio, non più di 500 m da casa sua, sulla strada che dal paese scende verso Dalmine. Perché la comperata? Perché gli ricorda tanti castelli appena intravisto pedalando nelle strade di Francia, le strade che per prime gli hanno portato gloria, quattrini, una visione nuova del mondo. Ed anche perché, sono parole sue, “ad un certo punto della vita bello fare le cose che non hai potuto fare prima e che va alla pena di fare “. Vuole una scuderia dove mettere qualche cavallo, una stalla dove allevare vitelli, un parco dove far giocare i suoi figli. Per sé stesso e per la sua famiglia vuole le cose per delle quali è percepito il profumo ma sulle quali non è stato mai concesso di soffermarsi più di un attimo perché la vita del corridore ciclista, campione o gregario, è tremendamente severa impone regole ben precise alle quali non è possibile sfuggire, se c’è un traguardo da raggiungere. Felice Gimondi si sente finalmente sazio, placato. Il campione finalmente ottenuto quanto caparbiamente evoluto, per anni ora l’uomo che vuole quanto sin qui non ha potuto avere. Gli spetta. Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, di lunedì 3 settembre 1973

Fulvio Astori è stato una grande penna di ciclismo, sci, automobilismo e calcio, prima al Corriere di Informazione, quindi al Corriere della Sera per cui ha seguito molte edizioni di Giro e Tour oltre a tutte le classiche. È scomparso all’età di 85 anni, il 16 dicembre del 2008.

Profile for Associazione Pensionati CONI

CINQUE CERCHI D'ARGENTO N° 9,10,11_gennaio-settembre 2019  

Continua la raccolta antologica delle grandi storie di sport di Cinque Cerchi d'Argento, rivista dell'Associazione Pensionati CONI finalizz...

CINQUE CERCHI D'ARGENTO N° 9,10,11_gennaio-settembre 2019  

Continua la raccolta antologica delle grandi storie di sport di Cinque Cerchi d'Argento, rivista dell'Associazione Pensionati CONI finalizz...

Advertisement