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IAT Journal I • n. 2 - 2015

Narcisismo e sue declinazioni Fattori terapeutici educativi e trasformativi


IAT Journal I • n. 2 - 2015

Direttore Scientifico CESARE FREGOLA Docente di Didattica della Matematica per l’Integrazione, Università dell’Aquila; Coordinatore dei Laboratori di Pedagogia Sperimentale e di Didattica Generale, Università Roma Tre, Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria. Membro del Consiglio Direttivo dell’IAT. Didatta e Supervisore in contratto in campo Educativo, PTSTA EATA-ITAA. Roma. Italia Direttore Editoriale TOMMASO ULIVIERI Giornalista pubblicista. Esperto di comunicazione politica e istituzionale, Web content manager presso la Fondazione IFEL-ANCI. Board Editoriale Il Board ha una funzione di garante della continuità e del presidio delle relazioni fra tutti gli organi della rivista oltre che delle autonomie e delle interdipendenze dei quattro campi. Prevede la presenza di tre saggi. Fa parte del board il presidente uscente al rinnovo del CD e il direttore scientifico. • Eva Sylvie Rossi • Cesare Fregola • Maria Luisa Cattaneo • Loredana Paradiso • Maria Teresa Tosi

Comitato di Referee Coordina l’esame degli articoli in doppio cieco. • Luca Ansini • Enrico Benelli • Marilla Biasci • Umberto Zona I referee seguiranno i criteri di valutazione indicati dalla direzione scientifica e da quella editoriale e saranno resi noti nel primo numero dell’anno successivo a quello di pubblicazione.

Comitato di Redazione Garante delle norme redazionali riferite agli standard definiti e delle coerenze dei contributi rispetto alle tipologie, oltre che delle linee redazionali ed editoriali. • Silvia Caramelli (Disegno Copertina) • Daniela Bartolomei • Benedetta Fani • Simona Laino

Finito di stampare DICEMBRE 2015

Codice ISSN 2421-6119 (in press) Codice ISSN 2464-9899 (on line)

Registrazione presso il Tribunale di Lecce n. 8/2015

Editing e stampa © 2015 Pensa MultiMedia Editore srl 73100 LECCE • Via Artuto Maria Caprioli, 8 www.pensamultimedia.it • info@pensamultimedia.it


IAT Journal Cambiamenti sociali e nuovi assetti di personalità IAT Journal nasce su iniziativa dell’IAT, Istituto di Analisi Transazionale e Centro Studi e Ricerche per l’integrazione in Psicoterapia, Psichiatria, Consulenza psico-socio-psicopedagogica e organizzativa. L’IAT persegue i seguenti scopi: • diffondere l’applicazione integrata dell’Analisi Transazionale nei quattro campi che la caratterizzano: Clinico, Counselling, Organizzativo, Educativo; • garantire la conformità agli standard di formazione e di certificazione internazionale degli Analisti Transazionali riconosciuti e alla cultura associativa dall’EATA (European Association for Transactional Analysis) e dall’ITAA (International Transactional Analysis Association); • sostenere e promuovere l’aggiornamento, la formazione continua e la ricerca per l’evoluzione dei percorsi professionali degli Analisti Transazionali certificati (CTA), dei Supervisori e Didatti in formazione (PTSTA) e dei Didatti (TSTA); • creare occasioni nazionali e internazionali di confronto e scambio nell’evoluzione scientifica, professionale, socio-culturale in una prospettiva interculturale e interassociativa. Finalità della rivista La rivista si pone in continuità con una politica associativa pluriennale che ha incentivato momenti interassociativi nell’interesse della co-

munità italiana e ha avviato uno scambio e un confronto con alcune comunità europee di Analisti Transazionali. Il nostro approccio considera la rivista un luogo di scambio, di interazione, di diffusione, per renderlo uno strumento di sviluppo professionale, scientifico e di ricerca. Gli obiettivi alla base del progetto sono quelli di fornire visibilità a contributi diversi, favorire la discussione e assumere anche una possibile funzione di riferimento in Italia per uno scambio e confronto nazionale e internazionale tra professionisti del settore, studenti che si avvicinano all’Analisi Transazionale, Counsellor, altre professioni di aiuto ed educative. La rivista persegue le finalità statutarie dell’IAT fornendo una prospettiva di lettura dell’Analisi Transazionale secondo sguardi indirizzati a cogliere specificità e possibili sinergie sia tra i molteplici campi interessati che anche con altri approcci teorici e metodologici e altre comunità professionali. A chi è rivolta La rivista intende rappresentare e diffondere il modello culturale, di sviluppo professionale e scientifico che l’IAT offre ai propri soci: Analisti Transazionali - Professionisti in formazione Supervisiva e Didattica - Psicologi Clinici Psichiatri - Pedagogisti - Professionsti di aree educative - Professionisti che operano in campo Socio-Sanitario, Socio-Educativo e Psico-Sociale - Allievi in formazione nei diversi campi dell’Analisi Transazionale.


IAT Journal Il gruppo di progettazione e realizzazione della rivista è costituito dal Consiglio Direttivo dell’IAT All’interno del gruppo di lavoro individuato per la realizzazione della rivista, i membri prestano la loro opera volontariamente, secondo le modalità e i tempi concordati con la Direzione della Rivista e con la Presidenza dell’IAT.

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Comitato scientifico Garante della qualità, originalità, rigore scientifico dei contributi in relazione alle politiche, agli scopi e alla mission della rivista in coerenza con il codice etico e lo statuto dell’EATA. È nominato dal Consiglio Direttivo che esercita funzione di monitoraggio ed è costituito da:

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Giombattista Amenta, Ordinario di Didattica e Pedagogia Speciale Università degli Studi “Kore”, Enna Antonio Ferrara, Psicologo, Psicoterapeuta, Direttore dell’I.G.A.T. e della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt e Didatta – Supervisore, Membro dell'E.A.G.T., Didatta-Supervisore (TSTA) I.T.A.A., E.A.T.A. Membro del consiglio direttivo dell’IAT Antonella Fornaro, Psicologo Clinico, Membro Didatta e Supervisore in campo Clinico (TSTA) EATA ITAA, Presidente EleutheriAT, Roma Maria Assunta Giusti, Psicologo Clinico, Didatta e Supervisore in campo Clinico (TSTA) EATA - ITAA, Arezzo Orlando Granati, Medico Psichiatra, Didatta e Supervisore in contratto in campo Clinico (PTSTA) EATA-ITAA, Membro del Consiglio Direttivo dell’IAT, Firenze Sabine Klingenberg, Didatta e supervisore in campo Organizzativo TSTA EATA. Già Presidente EATA, Amburgo, Germania Cristina Innocenti, Psicologa Clinica, Psicoterapeuta e Counsellor, Membro del Consiglio Direttivo dell’IAT, Didatta e Supervisore in contratto in campo Clinico e Counselling EATA-ITAA, Pisa Susanna Ligabue, Psicologo Clinico, Didatta e Supervisore in campo Clinico TSTA EATA - ITAA, Milano. Direttore Scientifico CPAT, Milano Paola Marrone, Ordinario Abilitato di Tecnologia dell¹Architettura presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre. Delegata del Rettore per la sostenibilità ambientale dell’Ateneo, Roma Raffaele Mastromarino, Psicologo, Psicoterapeuta e (TSTA) EATA. Docente presso l’Università Pontificia Salesiana (UPS), e IFREP; responsabile del Master in Counselling psico-socio-educativo. Presidente del CNCP, Coordinamento Professionale Counsellor Professionisti Amaia Mauriz-Etxabe, Psicologo Clinico, Didatta e supervisore in campo Clinico TSTA EATA - ITAA. Direttore Istituto BIOS, Già Presidente Aphat, Bilbao, Spagna Trudi Newton, Didatta e Supervisore in campo Educativo TSTA EATA, Ipswich (UK) Eva Sylvie Rossi, Psicologo Clinico. Membro Didatta e Supervisore in campo Clinico e Organizzativo (TSTA) EATA-ITAA, Roma. Presidente IAT Marco Sambin, Ordinario di Psicologia Dinamica Università di Padova, Analista Transazionale.  Già vicepresidente per la Ricerca e l’Innovazione dell’ITAA, Padova Sylvia Schachner, Pedagogista, Didatta e Supervisore in contratto in campo Educativo (PTSTA) EATA - ITAA, Vienna, Austria Gaetano Sisalli, Medico Psichiatra, Didatta e Supervisore in contratto in campo Clinico (TSTA) EATA-ITAA. Membro del Consiglio Direttivo dell’IAT Docente di Psichiatria e Psicopatologia Forense Università “Kore”, Enna Emanuela Tangolo, Psicologo, Direttore Performat, Membro Didatta e Supervisore in campo Clinico (TSTA) EATA - ITAA, Performat, Pisa Patrizia Vinella, Psicologo. Didatta e Supervisore in campo Counselling TSTA, EATA - ITAA, Performat, Putignano. Vice Presidente IAT


Struttura della rivista La rivista si è strutturata per partecipare all’accreditamento presso le comunità e gli Albi Professionali cui si rivolge e negli ambiti accademici con l’adozione dei codici ISSN.

IAT Journal è una rivista semestrale con un volume di circa 150 pagine in formato 16x25. La formattazione del testo è giustificata, in un’unica colonna. Note e bibliografia vengono inserite a fine articolo. Si accettano esclusivamente articoli inediti o comunque che non siano già pubblicati su altre riviste italiane. La rivista pubblica tre tipi di contributi, inseriti nella sezione intitolata Dal mondo dell’AT: 1. Lavori di tipo empirico professionale: contributi relativi a buone prassi; 2. Lavori di tipo teorico: rassegne critiche di letteratura e/o studi che propongono modelli concettuali ed ipotesi interpretative originali e comunque focalizzate alle ricadute applicative nelle professioni di riferimento; 3. Resoconti: descrizione (strutturata con criteri definiti dalla redazione) di casi di intervento professionale nei vari contesti, pubblicati esclusivamente nella sessione.

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Interventi: articoli di/interviste ad autori di chiara fama e/o esponenti istituzionali, sul tema del numero. Gli interventi sono ospitati in una sezione dedicata intitolata Approfondiamo; Traduzioni di lavori della letteratura internazionale di rilevante interesse scientifico-professionale relativi alle comunità internazionali di Analisi Transazionale. Le traduzioni (massimo una e non necessariamente per ciascun numero) sono ospitate nella sezione dedicata, intitolata Testimonianze; Schede informative: lavori volti a presentare aspetti salienti della professione e del funzionamento organizzativo e istituzionale della comunità nazionale e internazionale di AT. (Massimo una e non necessariamente per ciascun numero). Le schede informative sono ospitate nella sezione Le professioni; Recensioni di libri ospitate nella sezione omonima (Recensioni); Segnalazioni di eventi di rilievo nazionale e internazionale – eventualmente a pagamento –, ospitate nella sezione L’Agenda IAT; Confronti Lettura critica di un articolo pubblicato nel numero precedente (Confronti); Lessico, dove viene ospitata la riformulazione dei significati e la definizione dei confini all’interno dei quali utilizzarli mantenendo le specificità dei campi di provenienza, le differenze da valorizzare e le possibili “contaminazioni di idee e di esperienze”. Questa sezione viene indicata con il titolo Lessico e Culture AT… attraverso le parole e oltre; Abstract o contributi di studenti, laureandi o dottorandi, ospitati nella sezione In Cantiere…Work in Progress.

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La redazione cura i seguenti ulteriori tipi di contributi:

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Meccanismi di pubblicazione La redazione verifica in via preliminare l’attinenza dei contributi con l’ambito di interesse e la linea scientifica della rivista. I contributi considerati attinenti vengono successivamente sottoposti al giudizio cieco di almeno 2 referee. I referee utilizzano per la loro valutazione un’apposita griglia di analisi già definita e di seguito indicata. In caso di richiesta di modifiche agli autori, la scheda compilata e l’articolo viene inviato all’autore, affinché questi possa apportare i cambiamenti sollecitati. Sul numero finale di ogni anno viene pubblicato l’elenco dei referee. Sono previste tre griglie di analisi, una per ciascuno dei tre tipi di articoli di cui al punto 2. Di seguito si indicano i criteri di valutazione corrispondenti a ciascun tipo di articolo.

Lavori di tipo empirico professionale: – originalità del contributo; – identificazione chiara degli scopi; – rilevanza del contributo in relazione alla letteratura; – quadro di riferimento; – aggiornamento bibliografico; – descrizione dell’impianto metodologico; – definizione operazionale delle variabili. Per lavori di tipo qualitativo: – modalità di elaborazione dei dati; – livello di rilevanza dei risultati; – implicazioni per l’intervento; – sintassi; – comprensibilità;

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Lavori di tipo teorico: – originalità del contributo; – rilevanza del contributo in relazione alla letteratura; – quadro concettuale di riferimento; – esplicitazione del metodo di analisi; – efficacia dell’argomentazione; – coerenza; – aggiornamento bibliografico; – implicazioni e ricadute a livello metodologico e operativo professional; – sintassi; – comprensibilità.

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Resoconti: – carattere dichiarativo (piuttosto che esemplificativo) del resoconto; – originalità/innovatività dell’intervento; – ipotesi interpretativa della domanda di intervento; – esplicitazione del modello di intervento; – esplicitazione degli obiettivi dell’erogatore dell’intervento; – esplicitazione delle condizioni del setting di intervento; – verifica in termini di risultato/valore per i fruitori; – coerenza tra obiettivi, setting ed azioni tecniche utilizzate; – linearità della rendicontazione; – livello di trasferibilità dell’esperienza; – sintassi; – comprensibilità.


Norme redazionali I contributi dovranno pervenire in due file in formato Word e PDF, nella scadenza che sarà di volta in volta indicata. L’indirizzo cui spedirle è quello della redazione scientifica: iat.journal@pensamultimedia.it Perché i contributi possano essere accolti è necessario che: 1. siano di lunghezza massima di 20.000 battute (spazi inclusi) 2. il titolo del contributo deve essere in doppia lingua (italiano + lingua straniera) 3. contengano un Abstract in lingua italiana e in lingua inglese (di non oltre 150 parole ciascuno) 4. l’abstract e le parole chiave vanno inseriti in prima pagina subito dopo il titolo 5. includano tre/quattro parole chiave sia in lingua italiana e tre/quattro in lingua inglese 6. rispettino le indicazioni redazionali di seguito riportate.

• Immagini, grafici e diagrammi vanno forniti in formato originale. Le immagini devono avere le seguenti caratteristiche: in bianco e nero; risoluzione da 600 a 1200 dpi; scala di grigio di 300 dpi. Immagini, grafici, diagrammi e tabelle sono richiamati nel testo e numerati nell’ordine di citazione. Ogni grafico e tabella dovrà contenere l’intestazione (per esempio Fig. 1 in caso di immagini; Tab. 1 in caso di tabelle) e la didascalia necessarie alla comprensione, indipendentemente dalla lettura del testo. L’intestazione deve contenere un riferimento progressivo. Quando le immagini o le tabelle sono tratte da fonti devono contenere in basso il riferimento bibliografico. • Eventuali post scripta (ad es. ringraziamenti, per l’indicazione delle parti di responsabilità dei singoli autori...) vanno inseriti nell’ultima pagina, dopo gli estratti, in corsivo, in corpo 10. • Per ogni articolo sottoposto ai referee viene riportata, in ultima pagina in corsivo, corpo 10, la data di ricevimento e la data di accettazione. • L’articolo deve essere accompagnato da un indirizzo postale, e-mail e recapito dell’autore (del primo autore) e dalla qualifica di ciascun autore. Queste informazioni vanno collocate alla fine dopo la bibliografia. • Le note al testo vanno inserite a conclusione dell’articolo, dopo la bibliografia; vanno numerate pro-

gressivamente e redatte con carattere 10. • I lavori devono rispettare le seguenti caratteristiche di formato: - cartella formato A4 (297x210) - margini: superiore 2,5cm; inferiore 2cm; destro e sinistro: 2,5cm - carattere: Times New Roman corpo 12, interlinea automatica, giustificazione a sinistra, rientro di 0,5 - usare Enter soltanto in cambi di paragrafo - non usare comandi di sillabazione - non usare doppi spazi per allineare o far rientrare il testo - il titolo dell’articolo va scritto in grassetto e maiuscoletto, nella prima riga della prima pagina, a destra - il nome e cognome dell’autore/degli autori va scritto per esteso nella riga successiva a quella del titolo, a destra, in corsivo, seguito dal rimando alla nota a piè di pagina. Il rimando consisterà nel segno * (primo autore*; secondo autore **, ecc.) - l’ente di appartenenza di ciascun autore va inserito in nota a piè di pagina. • La formattazione dei paragrafi seguirà il seguente criterio gerarchico: - paragrafo: titolo in grassetto numerato - sezione del paragrafo: titolo corsivo numerato

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The contributions will have to be delivered in two files, one Microsoft Word, one PDF, by the deadline that will be given. The address for the delivery is that of the scientific editorial staff: iat.journal@pensamultimedia.it In order to accept the contributions, it is necessary that: 1. the maximum length can't be over 20.000 characters (spaces included) 2. the title of the contribution has to be in two languages (Italian + other language) 3. there needs to be an Abstract both in Italian and English (each not longer than 150 characters) 4. both the abstract and the keywords need to be inserted in the first page, after the title 5. 3/4 keywords in Italian and 3/4 keywords in english need to be included 6. The following editorial directions need to be followed.

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Norme redazionali

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(con ripetizione del numero del paragrafo, seguita da punto separatore. Ad es. 1.1) - sottosezione del paragrafo: titolo normale (con ripetizione dei numeri della sezione di riferimento, seguita da punto separatore. Ad es. 1.1.1) - sotto-sottosezione: titolo normale non numerato. Citazioni: nel citare un autore all’interno del testo seguire queste modalità: Quando l’autore è associato ad un ragionamento, posizione teorica, evidenza empirica: aprire e chiudere parentesi, citare il cognome dell’autore, far seguire la virgola e l’anno di pubblicazione, seguito da punto o punto e virgola. Esempio: “Poiché la classe è un luogo in cui il rendimento scolastico viene costantemente valutato (Weiner, 1976), …”. Nel caso di più autori, citarli in ordine alfabetico e cronologico. Nelle citazioni di lavori di più autori, separare i nomi con la virgola. Esempio: (Bandura, 1977; 1982; 1986; Covington, 1984; Covington, Beery, 1976; Schunk, 1984; 1985; 1989). Quando gli autori sono più di due, va citato solo il primo nome seguito da “et al.” in corsivo Esempio: (Sloane et al., 1975). Quando sono citati passi tratti da un altro testo: usare Enter, in modo da iniziare la citazione con l’inizio riga; utilizzare carattere Times New Roman, corpo 11; rientro: 0,5; margini sinistro e destro: 3; porre all’inizio e alla fine della citazione le virgolette aperte e chiuse, seguite dal riferimento alla fonte bibliografica con incluso il numero di pagina. Esempio: “Alcuni ragazzi sono falsi perché hanno paura di fare peggio di altri e di sentirsi infelici per essere differenti e al di sotto di altri. Alcuni lo fanno per essere i migliori nella classe” (Covington, Beery, 1976, p. 55). Nel caso di omissioni all’interno di un brano, indicarle con [...]. Nel citare un autore sotto un’immagine o una tabella seguire i seguenti criteri bibliografici di seguito riportati. La bibliografia va collocata alla fine del testo e deve contenere solo le voci citate nel corpo del testo.

Per citare le fonti seguire le seguenti modalità: • Nel caso in cui vi siano più autori, i nomi vanno separati dalla virgola. • Quando si cita un articolo: cognome e iniziale puntata del nome, anno tra parentesi, titolo del lavoro in tondo, titolo della rivista in corsivo, annata in numero romano, numero del volume, pagine senza indicazione pp. Esempio: Marsh H. W. (1990). A multidimensional, hierarchical model of self-concept: Theoretical and empirical justification. Educational Psychology Review, XX, 2, 77-172. • Quando si cita un libro: cognome e iniziale puntata del nome, anno tra parentesi, titolo del testo in corsivo, città, editore. Esempio: Bar-Tal D. (1976). Prosocial behavior: Theory and Research. New York: Wiley. • Quando si cita un contributo tratto da un libro: cognome dell’autore e iniziale puntata del nome, anno di pubblicazione tra parentesi, titolo del contributo in tondo, “In”, iniziale puntata del nome del curatore e cognome del curatore, “(ed. o eds.)”, titolo del libro in corsivo, indicazione delle pagine tra parentesi tonda, città, editore. Esempio: Cacciò L., De Beni R., Pazzaglia F. (1996). Abilità metacognitive e comprensione del testo scritto. In R. Vianello, C. Cornoldi (eds.), Metacognizione, disturbi di apprendimento e handicap (pp. 134155). Bergamo: Junior. • Quando si cita una fonte bibliografica non italiana: citare la fonte originale, (come per il punto b); successivamente, tra parentesi: “trad. it.:”, titolo della traduzione italiana in corsivo, casa editrice, città, anno di pubblicazione della traduzione. Esempio: Fodor J. A. (1990). The Modularity of Mind. An Essays on Faculty Psychology. Cambridge Mass.: The MIT Press (trad. it.: La mente modulare, Il Mulino, Bologna 1999). Ogni autore riceve gratuitamente una copia del numero contenente il suo articolo. Inoltre, possono essere richiesti degli estratti, al momento della conferma della pubblicazione, specificando il numero desiderato e indicando il nominativo (ente o persona) cui dovrà essere intestata la fattura.


Struttura

EDITORIALE Un breve articolo di presentazione del numero che introdurrà il lettore al tema trattato dalla rivista. L’obiettivo, come in ogni editoriale, è quello di comunicare al lettore come verrà sviluppata la tematica alla quale è dedicato il numero di IAT Journal. L’autore potrà esporre le proprie opinioni sul tema e/o commentare uno o più lavori pubblicati a firma di altri autori.

DAL MONDO DELL’AT ( 3/4 articoli ) Questa sezione ospita lavori professionali o resoconti di casi di intervento riguardanti l’Analisi Transazionale. La rubrica è stata pensata come una sorta di aggiornamento da offrire al lettore per consentirgli di avere un’idea chiara dei risultati ottenuti dall’AT nel settore/argomento oggetto del numero della rivista.

APPROFONDIAMO ( 2/3 articoli ) Dal generale si scende nel particolare. Come si evince dal titolo della sezione, lo scopo della rubrica è di presentare articoli o interviste che possano focalizzarsi su uno o più aspetti specifici compresi nel tema generale trattato dal numero della rivista.

TESTIMONIANZE Raccogliere e comunicare ai lettori le testimonianze internazionali significa andare oltre i confini e offrire spunti di riflessione di più ampio respiro. Il confronto con realtà diverse da quella italiana può rappresentare un importante momento di riflessione critica. All’interno della sezione verranno pubblicati articoli tradotti e/o testi integrali in lingua originale.

LE PROFESSIONI La rivista si rivolge non solo ai professionisti del settore, ma anche a chi si avvicina al mondo dell’AT. Lo scopo di questa rubrica è di raccontare, attraverso schede sintetiche, le professioni e l’organizzazione istituzionale del mondo dell’AT. In questo modo si tenta di illustrare ai lettori meno esperti il funzionamento delle professioni legate all’analisi transazionale.

RECENSIONI ( 2 recensioni ) Per evidenziare la centralità del tema trattato dal numero della rivista, verranno proposte delle brevi recensioni su testi rilevanti a riguardo. Una sorta di consiglio alla lettura per chi desidera approfondire le tematiche affrontate.

AGENDA IAT Questa è l’unica sezione che esula dall’argomento trattato nel numero e assumerà la veste di un calendario aggiornato degli appuntamenti in programmazione, organizzati dall’IAT o di interesse dei Soci.

L’ANGOLO DEL DISCUSSANT Per fornire alla rivista un carattere di continuità utile all’approfondimento, la sezione ospiterà una rilettura critica di un articolo pubblicato nel numero precedente.

IN CANTIERE…WORK IN PROGRESS ( 1-2 contributi ) Una finestra aperta su nuove idee e proposte di studenti e neoprofessionisti. La rubrica ospiterà abstract o brevi contributi delle nuove “leve” dell’AT con una doppia finalità: consentire agli autori di avere un’opportunità di mettersi in luce e introdurre punti di vista innovativi e, di conseguenza, portatori di possibilità di crescita.

LESSICO E CULTURE AT… Attraverso le parole e oltre Per alcuni termini può essere opportuno precisare il significato quando, utilizzati da diverse prospettive, possono generare ambiguità oppure possono essere riportate in contesti di riferimento differenti e allora può essere utile mantenere il loro senso originario. La rubrica verrà strutturata come una sorta di abbecedario ragionato, utile a chiarire la riformulazione dei significati e la definizione dei confini all’interno dei quali utilizzarli.

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La rivista è così articolata:

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Brief notes on the Journal The goal of this project is to encourage discussion on professional issues, to become a resource on a national as well as international level among professionals from different fields, Psychology, Counselling, Education and other helping professions, to offer an opportunity for different contributions to become visible and to be shared by other professionals. IAT Journal aims at pursuing and further developing the statutory statements and goals of IAT therefore using a TA perspective open to consider both specific contributions from each of the TA fields of application as well as possible synergy among the different fields, and with other theoretical and methodological approaches The journal will have two yearly issues as well as occasional supplementary publications on a specific theme issue. The Journal is directed to:

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• Transactional Analysts; • Trainees from all TA fields of Application; • Professionals in training to become Supervising and Teaching Members; • Psychiatrists; • Clinical Psychologists; • Psychologists; • Pedagogues; • Other professions connected with the educational field; • Other helping professions.

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Professionals working in Socio Sanitary, Socio Educational and Psychosocial fields. The Journal will be publishing three different types of contributions included in the section called From the TA world. a) Empirical professional contributions related to good practices b) Theoretical contributions: Literature reviews or reviews of studies proposing conceptual models or original interpretations , focused on applications in the different fields . c) Case descriptions (presented according to specific criteria defined by the Editorial Board) related to interventions in different

professional contexts published exclusively in this section. The editorial board includes further contributions as indicated below.

Interventions: Articles and\or interviews to well known authors, or authors representing specific institutions in relation to the theme issue. These contributions will be hosted in the section called For deeper reflection; Translations from the International literature of significant scientific professional works relevant for the international community of TA practitioners. Translations, not more than one for each issue, and not necessarily in each issue, which are hosted in the section Witnessing; Brief Presentations: Works presenting and describing key issues related to professional ,organizational and institutional functioning of the National and international TA community. Brief descriptions are hosted in the section Inside the professions; Book Reviews hosted in this specific section, which will include a cover picture of the book reviewed and whenever possible of the author as well; Events National and international events concerning the TA community (in some cases requiring payment to be published), hosted in the section IAT Calendar; Critical Reviews of an article published in the previous number Response; Abstract and contributions of Graduate students or Doctoral students hosted in the section Work in Progress. Lexicon, hosting reflections and reformulations of meanings related to TA terms in its different translations defining boundaries of use TA Cultures and Lexicon… Through words and beyond words;


Indice 13

Dal Comitato Scientifico / From the Scientific Committee Eva Sylvie Rossi

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Editoriale / Letter from the Editor Cesare Fregola

DAL MONDO DELL’AT / FROM THE WORLD OF TA 31

Uno o molti Narcisismi? Riflessioni in ambito psicopatologico Narcissism one or many? Reflections in the area of psychopathology Antonella Fornaro

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Dall’illusione alla realtà: il momento di svolta di una psicoterapia From illusion to reality: the turning point of psychotherapy Cristina Innocenti

51

Narciso nel paese delle meraviglie: la ferita narcisistica nelle generazioni di ieri e di oggi Narcissus in wonderland: the narcissistic wound in past and present generations Maria Assunta Giusti

APPROFONDIAMO / FOR DEEPER REFLEXION 57

Migrazione e Vergogna Migration and Shame Luisa Cattaneo

67

Narcissism in Coaching Il narcisismo nel coaching Günther Mohr

77

Le basi narcisistiche dell’esordio schizoide in adolescenza The narcissistic basis of schizoid onset in adolescence Vincenzo Guidetti e Ignazio Ardizzone

85

Dalla mimesi alla rappresentazione dell’identità From Mimesis to identity representation Monica Urru

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Quando Narciso sale in cattedra, ovvero del paradosso dell’educare When Narcissus stands up to teach, about the paradox of educating Fabio Bocci

RECENSIONI / REVIEWS 107 Dizionari di AT Eva Sylvie Rossi 108 Michele Novellino, Dizionario didattico di Analisi Transazionale (a cura di Patrizia Vinella)

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TESTIMONIANZE / WITNESSING

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Indice AGENDA IAT / IAT CALENDAR 111

Benedetta Fani

LE PROFESSIONI / PROFESSIONS 113

Narcissus on the net. Narcisismo digitale e seduzione della merce Narcissus on the net. Digital narcissism and seduction of goods Umberto Zona

L’ANGOLO DEL DISCUSSANT / THE DISCUSSANT CORNER Orlando Granati 127 Modelli a confronto: una analisi comparata dei lavori di Gaetano Sisalli e Antonio Ferrara Comparing models: a comparative analysis of the articles written by Gaetano Sisalli and Antonio Ferrara Orlando Granati

IN CANTIERE… / WORK IN PROGRESS Luca Ansini 133 Guardare e non toccare: Simone Weil e il mito di Narciso To look but not to touch: Simone Weil and the myth of Narcissus Stefano Oliva

LESSICO E CULTURE AT… ATTRAVERSO LE PAROLE E OLTRE GLOSSARY AND TA CULTURE ... THROUGH WORDS AND BEYOND Loredana Paradiso

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143 Berne e Narciso … Berne and Narcissus Loredana Paradiso

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147 Narcisismo ancora Narcissism further on... Maurizio Nicolosi


Dal comitato scientifico

La prima riunione della commissione scientifica si è svolta in concomitanza con l’uscita del primo numero dell’ IAT JOURNAL e ha visto riuniti quasi tutti coloro che ne fanno parte tra i quali diversi partecipanti di paesi europei Progetto e scopo in questa prima occasione d’incontro era quello di ragionare insieme sulle linee di sviluppo della rivista che intende porsi come “ponte” tra le diverse culture AT relative ai quattro campi di applicazione creando, al contempo, un luogo di scambio transnazionale ”europeo” attraverso un processo di co-costruzione creativa che possa permettere l’emergere di nuove idee, riflessioni, e linee di studio e di ricerca. La sfida raccolta dai partecipanti che hanno condiviso proposte e meta riflessioni è stata incentrata sulla necessità di un” nuovo” che avventurandosi su un terreno di apertura interdisciplinare e sperimentale permetta di coltivare attraverso confronti discussioni e scambi un pensiero alternativo critico e creativo all’interno del nostro mondo professionale condiviso. L’ambizione è che questo gruppo di professionisti e studiosi, attraverso il proprio impegno attivo, di cui la rivista potrà essere un’espressione, generi aperture e spazi che favoriscano dibattiti e sperimentazioni in grado di migliorare la nostra qualità di vita professional-personale, il nostro modello di convivenza sociale e le nostre modalità di relazione con l’ambiente che ci circonda. La ricerca, attraverso strategie creative e azioni alternative, di nuovi modi per la costruzione di comunità professionali basate su valori più umani ed ecologici, che non siano fonte di illusioni di apertura ma piuttosto dirette ad una connessione verso mondi altri, si pone come obiettivo quello di perseguire e sviluppare una consapevolezza dei nostri diritti di fronte al potere o ai poteri del mondo globalizzato che ci circonda. È l’espressione della volontà di collocarsi più distintamente, come analisti transazionali, all’interno di un “macro sociale” in rapidissima evoluzione, riprendendo così lo spirito originario dell’AT che segnalava l’importanza della dimensione di cambiamento sociale. Per molti anni sull’ultima pagina di ognuno dei numeri del TAJ1 l’Analisi Transazionale veniva definita come:

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Così viene presentato il TAJ nel sito dell’ITAA (International Transactional Analysis Association): “Con il suo primo numero che appare a gennaio 1971, Il Transactional Analysis Journal è una pubblicazione trimestrale per far avanzare la teoria, i principi e la pratica dell’ Analisi Transazio© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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“una teoria completa di personalità, un approccio psicoterapeutico sistematizzato per la crescita personale e per il cambiamento sociale2.” Nella cosiddetta ” modernità liquida “ in cui viviamo confini, linee di demarcazione e definizioni consolidate di cose e dell’identità degli individui sono in rapida dissoluzione mentre culture e comunità scompaiono, o a volte si decostruiscono e ricostruiscono sotto la spinta di rivoluzioni tecnologiche o ideologiche. Mentre confini e insediamenti si annullano e ridisegnano una nuova realtà geopolitica e sociale del mondo in costante movimento, conflitto e trasformazione, la nostra visione sociale condivisa si basa su valori materiali e spirituali della vita umana in stretta correlazione con le condizioni ecologiche tenendo conto della attuale incertezza dei contesti all’interno dei quali navighiamo. Tra le idee espresse e raccolte in questa primo incontro è risultata particolarmente innovativa e interessante in termini di sviluppo di nuovi collegamenti e nuove riflessioni legate alle culture AT la proposta un numero monografico in cui ognuna delle riviste AT tratti uno stesso tema. In questa ottica sono stati proposti diversi temi da trattare trasversalmente, storia dello sviluppo delle idee in AT, neuroscienze e AT, valutazione della formazione in una logica trasversale, modelli e processi di supervisione. Tra le proposte che si potrebbero definire di “riflessione epistemologica” quella di occuparsi di conflitto tra scienza dura e sistema di credenze in AT. L’idea centrale del funzionamento della rivista è quella di svilupparsi attraverso molteplici gruppi di lavoro legati alle varie aree tematiche e rubriche, permettendo così lo sviluppo di gruppo e lo sviluppo di idee all’interno di circolarità evolutive che si influenzino reciprocamente per partecipare alla costruzione di cultura. Tema e parola chiave lo “spazio” a più livelli; lo spazio relazionale, lo spazio supervisivo, lo spazio di lavoro in gruppo, gli spazi vuoti, gli spazi pieni. Poiché lo spazio definisce le relazioni tra gli individui determinandone in una qualche misura alcuni aspetti identitari ci sembra significativo poter rivendicare la possibilità di considerare e indagare dimensioni inconsapevoli, dimensioni sociali, interrelazioni fra entrambe all’interno di spazi considerando che questi ultimi costituiscono la microfisica di potere che governa sotterraneamente le nostre vite costituendone il dispositivo di controllo più efficace.

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nale. Come rivista peer-reviewed, il TAJ offre articoli scientifici e di ricerca, nonché recensioni di libri”. Riferimento di Rossi (2008) in: Perspective on Theories of the Unconscious in Transactional Analysis Eva Sylvie Rossi, M.T. Tosi, E. Cassoni, G. Cavallero, C. Moiso, M. Novellino, L. Quagliotti, P. Scilligo - TAJ Transactional Analysis Journal – Ottobre 2008 - Vol 3, n° 4.


The first meeting of the Scientific Committee took place at the same time the first issue of the IAT JOURNAL was published, with the presence of almost all members including several participants from different european countries .The projected goal for this first reunion was to reflect together about the lines of development of the journal which intends to “build bridges” among the different TA cultures connected to the four fields of application. It is also meant to be a space for transnational european exchange within a creative co-constructive process allowing the emergence of new ideas, reflections, as well as new lines of study and research. The challenge taken upon by those who were there sharing proposals and meta reflections was related to the need of “new” in venturing on unexplored paths aiming at opening cross cultural inter field experiences, allowing us to cultivate, through discussion, debate, exchanges, a critical creative thinking within our shared professional world. Our ambition is that this group of professionals and researchers, through their active commitment, may provide new spaces favoring debates and experiments capable of generating a better quality of our professional-personal life, of our patterns of social living and of our relating with our environment. We are aiming at identifying, through creative strategies and alternative actions, new ways towards the building professional communities based on more human and ecological values, free from illusionary ideas of openness but rather directed to connecting with other worlds. Our goal is that of pursuing and developing an awareness of our rights towards the power and powers of the globalized world surrounding us. The expression of our will is to position ourselves clearly as transactional analysts within ”macrosocial dimensions” evolving so fast, and in so doing reclaiming the original spirit of TA which indicated the importance of the dimension of social change. For several years on the back page of each issue of the Transactional Analysis Journal1 TA was defined as “a complete theory of personality, a systematic psychotherapy approach for personal growth and social change”2. 1

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This is how the TAJ is presented on the ITAA ( International Transactional Analysis Association) website (With its first issue appearing in January 1971, the Transactional Analysis Journal is published three times yearly for the advancment of theory, principles and practice of Transactional Analysis .As a peer reviwed journal TAJ presents scientific and research articles, as well as book reviews. Reference to Rossi (2008) in: Perspective on Theories of the Unconscious in Transactional Analysis Eva Sylvie Rossi, M.T. Tosi, E. Cassoni, G. Cavallero, C. Moiso, M. Novellino, L. Quagliotti, P. Scilligo - TAJ Transactional Analysis Journal – October Ottobre 2008 - Vol 3, n° 4.

From the Scientific Committee -

Eva Sylvie Rossi

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In the so called “liquid modernity” where we live, established boundaries, definition of things and identities of individuals are rapidly dissolving, while at the same time cultures and communities disappear or at times are deconstructed and reconstructed driven by technological and ideological “revolutions”. While frontiers and settlements are erased creating a new geopolitical and social reality, in a constantly changing transforming and conflicting world, our common social vision is based on both material and spiritual values of human life, in close connection with ecological conditions taking into account the uncertainties of the context in which we are living. Among the ideas expressed and shared in this first encounter a particularly interesting and innovative one, in terms of development of new connections and reflections related to TA cultures, was the suggestion of a monographic issue where each of the TA journals would have dealt with and developed the same theme. There were several suggestions of themes to be developed across several fields and countries among those the history of the development of ideas in TA, Neurosciences and TA, different crosscultural dimensions of training evaluation, supervision models and processes. One of the proposals that could be defined as pertaining to “epistemological reflection” was to deal with the conflict between hard science and belief system in TA. The main idea connected with the creation of the Journal is to develop it through a number of” work groups” linked with the various theme areas and sectors, thus allowing both the development of ideas together with group development, where ideas could circulate around developmental non linear paths, influencing each other so as to be part of a process “constructing culture”. Key word, is ”space“ on several levels, relational space, supervision space, group work space, filled space, empty space. Space defines the relations among individuals determining, in some ways, some aspects of identity, it therefore seems meaningful to us reclaiming the possibility of taking into consideration and investigating dimensions which are out of awareness, social dimensions, interrelations among both, within spaces seen as essential in defining the microphysics of power secretly ruling our lives as a most effective control device.

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Editoriale Cesare Fregola1 Su una tavoletta di argilla babilonese, che probabilmente risale ad almeno 3000 anni fa, si legge: la gioventù di oggi è corrotta nell’anima, è malvagia, empia, infingarda. Non potrà mai essere ciò che era la gioventù di una volta e non potrà mai conservare la nostra cultura

Howard Gardner e Kathy Davis (2014), con le loro ricerche si stanno occupando da alcuni anni delle modalità e dei contesti di apprendimento delle nuove generazioni, che abitano una quotidianità fatta di luoghi reali e virtuali, attraversata da trasformazioni che continuano a svilupparsi e influenzare in modo significativo le rappresentazioni dell’identità della persona e della sua appartenenza sociale. I processi di immaginazione, termine con il quale gli autori intendono principalmente la capacità creativa, non possono non tenere conto della molteplicità dei luoghi, degli spazi, delle diverse culture che interagiscono, per rivisitare l’evoluzione (nelle sue svariate manifestazioni funzionali, disfunzionali o ancora poco immaginabili, appunto…) delle forme della partecipazione e della comunicazione sociale. E, a riguardo, lo stesso Howard Gardner (2006, p. 12), scrive: “Il mondo del futuro – con gli ubiqui motori di ricerca, robot e congegni informatici di vario tipo – esigerà abilità che finora sono state soltanto facoltative”2. Ciò comporta che l’apprendimento per tutta la vita, il lifelong learning (Fregola, 2015), oltre a mantenere l’attenzione sull’aggiornamento dei contenuti professionali e sui processi all’interno dei quali tali contenuti vanno fruiti, punta il proprio focus sui processi e le funzioni dell’apprendimento che richiedono capacità di utilizzare diverse forme di comprensione, conoscenza, espressione, critica (Gardner, 1999) e di collaborazione sinergica fra ruoli professionali (Schmid, 2008). Tanto il Narciso di generazione babilonese che quello della generazione app devono inevitabilmente fare i conti con le problematiche del Sé (Novellino e Miglionico, 1993), dell’identità e della regolazione emotiva, ma questo confronto

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Direttore Scientifico di IAT Journal / iat.journal@pensamultimedia.it Il corsivo è nostro. © Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R. (1974, p. 47)

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diviene ancor più complesso e impegnativo per il fatto che la sfera dell’intimità, nelle relazioni interpersonali e sociali, si muove oggi fra spazi pubblici e spazi privati che pongono nuove sfide alla conoscenza e alla comprensione e promuovono azioni orientate alla cura piuttosto che allo sviluppo organizzativo o ai processi educativi. Del resto, che il narcisismo rappresenti uno fra i temi più complessi e discussi è testimoniato anche dal dibattito sull’opportunità che esso debba far parte o meno del DSM V. Da parte nostra, abbiamo ritenuto di dedicare questo numero di IAT Journal al tema del narcisismo proprio perché si tratta di una tematica di frontiera fra mutamenti e permanenza, quindi in accordo con lo sfondo della nostra proposta editoriale3.

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Nella sezione DAL MONDO DELL’AT si propongono tre contributi.

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Il primo, di Antonella Fornaro, dal titolo: “Uno o molti narcisismi? Riflessioni in ambito psicopatologico”, introduce il concetto di spettro del copione narcisistico, che dispone sul continuum della dimensione del senso di sé e del senso di autostima le varie sindromi narcisistiche. Si tratta di una proposta interessante che, al di là delle categorie concettuali da DSM-5 (APA,2013) e classificazioni nosografiche, orienta il lettore all’interno di una serie di connessioni che consentono di riflettere su alcuni dei costrutti utili per la comprensione della sofferenza narcisistica all’interno della letteratura psicodinamica e analitico-transazionale. Il secondo, di Cristina Innocenti, dal titolo “Dall’illusione alla realtà: il momento di svolta di una psicoterapia”, presenta una riflessione frutto di un’esperienza clinica dell’autrice su un tema che sta al centro delle dinamiche narcisistiche: l’illusione in cui può mantenersi sospesa anche la relazione terapeutica, quando l’accesso all’autenticità costringe a districarsi tra processi di idealizzazione e di svalutazione. L’autrice condivide con il lettore un frammento di seduta che testimonia e descrive un delicato momento di svolta nella relazione terapeutica. Il processo intersoggettivo attraversa, appunto, il mondo sommerso dell’illusione fino alla realtà visibile e vivibile dell’incontro fra terapeuta e paziente. Un’accurata letteratura di riferimento può essere una valida guida anche per gli studenti in formazione. Il terzo, di Maria Assunta Giusti, dal titolo: “Narciso nel paese delle meraviglie: la ferita narcisistica nelle generazioni di ieri e di oggi”, sviluppa alcune riflessioni maturate dall’autrice nel corso degli anni nel proprio lavoro clinico con più generazioni di bambini e adolescenti. Grazie alla sua esperienza clinica e didattica, Giusti proposte rilevanti considerazioni su un copione culturale e transgenerazionale che ha caratterizzato e caratterizza il nostro tempo a partire da trasformazioni e innovazioni che lo continuano a interessare. Il rischio di cadere in convinzioni e credenze sui “giovani d’oggi” viene abilmente riesaminato all’interno dei processi di contaminazione, in senso berniano che, pur restando sullo sfondo, consentono di riflettere sui luoghi comuni più diffusi. Facendo ricorso alla metafora di Alice nel Paese delle Meraviglie viene proposto l’avvio di un percorso di approfondimento che può essere oggetto di sperimentazione nella prassi clinica. Si tratta di un ipotetico percorso terapeutico che propone il viaggiare di 3

Cfr. IAT Journal - I • n. 1 – 2015. Lecce: Pensa Multimedia p. 19


Alice come riferimento per un possibile cammino adolescenziale che può consentire di riflettere, riformulare e leggere i problemi e i bisogni dei giovani di inizio millennio. I genitori possono aiutare i propri figli ad affrontare la crescita e non cedere all’inganno di una cultura narcisistica che li vuole troppo grandi o troppo piccoli, lontani dalla propria finitezza e dalle proprie capacità e talenti. Nella sezione APPROFONDIMENTI si propongono due contributi. Il primo, di Luisa Cattaneo, dal titolo “Migrazione e Vergogna”, tratta il tema di quel sentimento complesso che è la vergogna e, in particolare, della vergogna di essere stranieri, che spesso emerge nel lavoro clinico che l’autrice svolge con le famiglie migranti. Un tema di attualità che coinvolge la cultura, i valori individuali e delle comunità, le prassi professionali e si pone al confine fra vincoli e possibilità4. Situazione drammatiche in cui la filosofia berniana dell’ok-ness è messa a dura prova. Scrive l’autrice: “La migrazione fragilizza, soprattutto in una prima fase, tutti i processi attraverso cui le persone mantengono la propria autostima, rendendola ancora più sensibile allo sguardo dell’Altro”5. Il contributo propone una riflessione rispetto al trattamento e alla cura dei migranti a partire dall’ipotesi che, come analisti transazionali, si è chiamati a contrastare una cultura che si va diffondendo per contribuire allo sforzo collettivo di molti per costruire una nuova etica solidale su cui fondare la nostra vita sociale e professionale. Etica e narcisismo sociale sono anche riferiti al lavoro del compianto Carlo Moiso, uno dei principali padri dell’Analisi Transazionale italiana. Il secondo, di Günther Mohr, dal titolo Narcissism in Coaching, pone l’attenzione su alcuni aspetti del coaching di manager che presentano pattern narcisistici. L’analisi proposta riguarda i contesti organizzativi, con riferimenti alla leadership e al potere, tenendo sullo sfondo il momento sociale ed economico in cui le organizzazioni sono immerse e il bisogno di prendersi cura del benessere dei manager stessi e delle persone che lavorano con loro. Le personalità narcisistiche offrono pattern relazionali con cui non è semplice sintonizzarsi e con cui lavorare. Dopo uno sguardo essenziale al fenomeno del Narcisismo, si evidenzia un processo che prende avvio con la fase di contatto del coaching focalizzata sulla relazione che viene costruita, si sviluppa nella fase intermedia, in cui viene svolto il lavoro effettivo, per pervenire poi alla fase di chiusura, in cui la relazione di coaching ha termine e si possono apprezzare i risultati. Nella sezione TESTIMONIANZE si propongono tre contributi.

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Cfr. Ceruti M. (2009). Il vincolo e la possibilità, Milano: Raffaello Cortina. Cfr. p. 57. In particolare, il testo fa riferimento al lavoro svolto presso il Dipartimento di Pediatria e Neuropsichiatria Infantile di Via dei Sabelli a Roma, Università La Sapienza.

Editoriale -

Nel primo contributo, dal titolo “Le basi narcisistiche dell’esordio schizoide in adolescenza”, Ignazio Ardizzone e Vincenzo Guidetti, tracciano una traiettoria evolutiva del disturbo, individuandone le basi in un precoce disturbo della linea di sviluppo narcisistica. Il lavoro è una testimonianza frutto del lavoro di ricerca, sperimentazione e applicazione sul campo che si colloca in un approccio di psichiatria psicodinamica dell’età evolutiva6. Il disturbo preso in esame influenza

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precocemente anche le relazioni oggettuali dell’individuo, comportando un’importante menomazione sociale e il ritiro in un mondo narcisistico/autistico idiosincratico e autarchico. Gli autori descrivono per grandi linee le difficoltà che si incontrano con questi soggetti nel costruire progetti terapeutici/riabilitativi efficaci che impediscano la cronicizzazione del disturbo. Nel secondo contributo, dal titolo “Dalla mimesi alla rappresentazione dell’identità”, Monica Urru pone l’attenzione su un tema di forte attualità, e cioè il fatto che l’evoluzione scientifica di altri campi può interessare la relazione terapeuta-paziente, in generale, e quella con il paziente narcisista, in particolare. La tematica dell’essere veri nella relazione può richiedere la scelta di guardare dentro lo specchio delle proiezioni che influenzano le percezioni del reale, con la consapevolezza che quest’ultima viene ricondotta a paradigmi interpretativi che comunque si organizzano intorno alla soggettività della persona, al suo sistema di competenze e al sistema professionale di riferimento. Il terapeuta si trova così a interagire con una molteplicità di processi e fenomeni che possono portarlo di fronte a un’opportunità unica d’incontro con il senso del coraggio e dell’autenticità, pur con la consapevolezza di alcuni limiti. L’autrice si pone, a riguardo, con un approccio multi disciplinare frutto del lavoro di esplorazione, studio e sperimentazione che svolge nella pratica professionale in Italia e all’estero. Nel terzo contributo, dal titolo “Quando Narciso sale in cattedra, ovvero del paradosso dell’educare”, Fabio Bocci affronta un altro tema di grande attualità. I sistemi educativi e di istruzione sono di fronte a una trasformazione necessaria che investe quelle si possono definire, con Bronfenbrenner (1979), le principali “transizioni ecologiche” relative all’ambiente, i contesti, i ruoli e i contenuti implicati nei processi di insegnamento e apprendimento che influenzano le prassi, i riferimenti operativi e le cornici di senso. La relazione educativa, da sempre, e con le peculiarità del nostro tempo, implica, scrive l’autore, “potenzialità e rischi che non sono – se non agli occhi di coloro che agiscono con scelleratezza – nettamente distinti”7. Bocci descrive attraverso l’analisi di due noti film – L’attimo Fuggente (Dead Poet’s Society) e Will Hunting Genio Ribelle (Good Will Hunting) – la relazione paradossale fra il bisogno di espressione “libera” e di autodeterminazione dell’allievo e la “direttività” nell’indicare la strada per raggiungere l’obiettivo attraverso, proprio, la relazione educativa. L’originalità del contributo consiste nel mettere in relazione Narciso con il rischio che l’adulto educatore possa riflettere nell’allievo la convinzione di agire per il suo bene (per lui e con lui) e renderlo a propria immagine e somiglianza. Nella filigrana del saggio di Bocci si ritrovano i riferimenti all’Analisi Transazionale in un “discorso” permeato sui temi dell’Inclusione nella Complessità, che la scuola e i sistemi educativi stanno fronteggiando e rispetto ai quali le competenze necessarie per stare in cattedra, anziché “salire in cattedra”, richiedono rinnovate forme di collaborazione e di ricerca di sinergie. La sezione RECENSIONI presenta una novità: in questo, e in alcuni dei prossimi numeri dell’IAT Journal, è prevista la presentazione di alcuni dei Dizionari di Analisi Transazionale diffusi a livello nazionale e internazionale. Nella presentazione di questa iniziativa Eva Sylvie Rossi sottolinea che il senso dei Dizionari può essere oggetto di particolare attenzione visto che ci si trova in momenti in cui le parole 7

Cfr. p. 95.


vengono a contatto con ambiti diversi rispetto alla loro appartenenza disciplinare, teorica o metodologica originaria. L’interpretazione di alcune parole chiave in ambiti professionali che operano sugli stessi destinatari, rischia di introdurre distorsioni o comunque “rumore”. Ad aprire questa sezione è la recensione di Patrizia Vinella del Dizionario di Michele Novellino, socio fondatore dell’IAT. Nella sezione AGENDA, curata da Benedetta Fani, si riportano alcuni dei più importanti appuntamenti nazionali e internazionali dell’EATA e quelli dell’IAT. La sezione LE PROFESSIONI, presenta un lavoro dal titolo “Narcissus on the net. Narcisismo digitale e seduzione della merce”. L’autore, Umberto Zona, presenta al lettore alcuni filoni di ricerca relativi al “narcisismo digitale”. Con tale definizione si indica un insieme di pratiche comunicative – egosurfing, blog, selfie – tipiche del cosiddetto universo 2.08 e fondate su un egocentrismo così accentuato da apparire patologico. Le tecnologie digitali, a detta di molti, avrebbero determinato una condizione illusoria di socialità che nasconde in realtà una moltitudine di solitudini non comunicanti. La domanda che l’autore pone è particolarmente significativa: l’esposizione mediatica del Sé e l’autopromozione “manageriale”, sollecitate dalla società dei consumi e dello spettacolo per essere socialmente desiderabili e “commercialmente” appetibili, potrebbero sottendere strategie intenzionali e consapevoli oppure rappresentare l’espressione di un proliferare di patologie come depressione, voyeurismo, ipocondria, disordine ossessivo compulsivo che farebbero da corollario all’affermarsi delle “mode digitali”?

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Sul tema del rapporto fra tecnologie digitali, mutamenti sociali, ristrutturazione del Sé e implicazioni pedagogiche un’utile lettura può essere Olmetti Peja D., Fregola C., Zona U., Conoscere il bambino reale, Didagen 2015 9 Cfr. p. 125. 10 Cfr. p. 127.

Editoriale -

L’ANGOLO DEL DISCUSSANT è la rubrica curata da Orlando Granati. In questo numero di IAT Journal, nella relativa presentazione sono indicate le finalità e le intenzioni della rubrica9. Questo primo contributo pone modelli a confronto e si riferisce a un’analisi comparata dei lavori pubblicati nel primo numero: quello di Gaetano Sisalli, dal titolo “Il futuro di ieri: evoluzione del concetto di personalità nella teoria AT” e quello di Antonio Ferrara, dal titolo “CAOS e ORDINE. Dalla coscienza vuota alla fissità della struttura”. Dall’analisi del loro lavoro si evidenzia come gli schemi cui ciascuno dei due autori fa riferimento trovano focalizzazioni differenti nell’ambito della teoria analitico transazionale. Scrive Granati: “Gaetano Sisalli privilegia un approccio prevalentemente analitico, tracciando similitudini e differenze tra i diversi modelli proposti dagli autori Analisi Transazionale, alla ricerca di un modello unitario, che possa permettere lo sviluppo di una ricerca scientifica più vasta e di verifiche sperimentali delle teorie e delle tecniche che a esse si ispirano. Antonio Ferrara, invece, dichiara la sua adesione a un modello influenzato dal pensiero filosofico e dalla spiritualità, proponendo un modello personologico esterno alla teoria Analitico Transazionale”10 . Non si tratta, dunque, di cercare varianti o invarianti, bensì di valorizzare le differenze per porsi in una prospettiva evolutiva che comunque pone la filosofia e la metodologia berniana in un processo di connessione fra etica e pratica. Nel codice Etico EATA

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(European Association for Transactional Analysis ), dopo l’indicazione dei valori di riferimento che fanno capo prevalentemente ai diritti umani, viene indicato un criterio generale che pone al professionista l’indicazione di analizzare “ciascuna situazione con particolare riguardo per l’influenza dei principi etici sulla pratica e sceglierà i comportamenti tenendo conto di una varietà di fattori, come il cliente, se stesso, l’ambiente, ecc.”11 IN CANTIERE...WORK IN PROGRESS è la rubrica curata da Luca Ansini. In questo numero viene proposto il contributo: “Guardare e non toccare: Simone Weil e il mito di Narciso”. L’autore è un giovane Dottore di Ricerca in Filosofia, Stefano Oliva, che sviluppa uno studio interessante sul pensiero di Simone Weil, nel quale è possibile rintracciare una complessa riflessione che lega insieme i temi del bello, del desiderio, dell’amore e della rinuncia a se stessi. Intrecciando etica, estetica e teologia, la filosofa propone una critica di quella dinamica del desiderio umano che nella figura di Narciso trova un suo paradigma. Nel testo di Oliva si legge che Narciso annega nello specchio d’acqua nel quale è intento a rimirarsi. È interessante osservare che le fonti, quella latina contenuta nelle Metamorfosi di Ovidio, e quella greca tramandata da Conone, concordano sulla versione del suicidio.

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LESSICO E CULTURE AT... ATTRAVERSO LE PAROLE E OLTRE è curata da Loredana Paradiso e presenta due contributi. Il primo, della stessa curatrice, è intitolato: “Berne e Narciso…”, con il quale la Paradiso conferma lo spirito e la “leggerezza” dei suoi contributi tanto che, anche in questo numero, preferiamo lasciare il commento al lettore per non venire meno a una sorta di regola implicita, quella cioè che consiglia che una sorpresa vada solo annunciata per evitare di “contaminarla” (in senso, ovviamente, non berniano!...). Il secondo contributo, di Maurizio Nicolosi, è intitolato: “Narcisismo ancora...”. In prima istanza, questo contributo potrebbe essere letto alla stregua di una voce enciclopedica ma, in realtà, è qualcosa di più perché l’autore espone l’utilizzo del termine narcisismo nel lessico psicologico e psicoanalitico nelle sue svariate connotazioni: “Indirettamente, viene riproposto il focus su uno dei lemmi più dibattuti del pensiero psicologico e psicoanalitico, e più frequentati da prospettive altre (antropologia, sociologia, filosofia, teologia morale) ”12. Dopo una disamina essenziale e rigorosa del mito, l’autore descrive in modo esaustivo un processo diacronico che consente di ritrovare il narcisismo nelle varie denotazioni e nelle concezioni dei principali psicologi e psichiatri che se ne sono occupati a partire dalla fine dell’800 fino ai nostri giorni. Infine, alla domanda “esiste ancora il narcisismo?” l’attenzione si sposta sulle trasformazioni sociali, economiche, tecnologiche e culturali e, attraverso un insieme di riferimenti pertinenti e focalizzanti, il lettore viene condotto per mano a rivisitare il mito originario e portato fin sulla soglia della consapevolezza del rischio di cecità di fronte alle trasformazioni. Il saggio si conclude con una considerazione stimolante: “Forse il narcisista contemporaneo non è più chi sa guardare solo a se stesso, ma chi non vede… nulla…”13. 11 http://www.eatanews.org/wp-content/uploads/2012/09/ethics-code-feb-13th-edit.pdf, p. 6. Consultato il 5 ottobre 2015. 12 Cfr. p. 148. 13 Cfr. p. 154.


Riferimenti bibliografici

Bronfenbrenner U. (1979). Ecologia dello sviluppo umano. Bologna: il Mulino. Ceruti M. (2009). Il vincolo e la possibilità. Milano: Raffaello Cortina. Fregola C. (2015). Research on Lifelong Learning and the Cultural Parent. IAT Journal, I, 1. Gardner H. (1999). Sapere per comprendere. Discipline di studio e disciplina della mente. Milano: Feltrinelli. Gardner H. (2006). Cinque chiavi per il futuro. Milano: Feltrinelli. Gardner H., Davis K. (2014). Generazione app. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale. Milano: Feltrinelli. Novellino M., Miglionico A. (1993). Il sé limite. Analisi transazionale psicodinamica e patologia di confine. Milano: Franco Angeli. Olmetti Peja D., Fregola C., Zona U. (2015). Conoscere il bambino reale. Roma: Didagen. Schmid B. (2008). The Role Concept of Transactional Analysis and other Approaches to Personality, Encounter, and Cocreativity for All Professional Fields. Transactional Analysis Journal», 38, 1, 17-30. Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R. (1974). Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio.

Cesare Fregola1

A Babylonian clay tablet, that probably dates back to at least 3000 years ago, says: today youth are corrupted in their soul, they are wicked, blasphemous and slothful. They will never be like the youth of bygone times and will never be able to preserve our culture

In recent years Howard Gardner and Kathy Davis (2014) have been conducting research into the learning patterns and contexts of the new generations whose everyday life is made of real and virtual places with ongoing transformations affecting significantly the representations of the identity of the individual and of his social belonging. Imagination processes, a term used by the authors mainly referring to cre-

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Scientific Editor of the IAT Journal

Letter from the Editor -

Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R. (1974)

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ative ability, cannot but take into account the multiple places, spaces, interactions of different cultures, to reconsider the evolution (in its various functional, dysfunctional or presently unimaginable manifestations) of the forms of social participation and social communication. In this regard, Howard Gardner (2006, p. 12) writes: The world of the future – with the ubiquitous research engines, robots and IT devices of all kinds – will demand capacities that, until now, have been mere options”. This entails that lifelong learning (Fregola, 2015) will not only focus on updating professional contents and processes within which such contents are used, but will also have to take into account learning processes and functions that require the ability to use different forms of understanding, knowledge, expression, and critique (Gardner, 1999) and of synergic collaboration between professional roles (Schmid B., 2008). The Narcissus of Babylon and the Narcissus of the App generation must inevitably deal with issues involving the Self (Novellino and Miglionico, 1993), identity and emotional regulation, but this struggle is now even more complex and demanding because the area of intimacy, in interpersonal and social relationships, is in an ongoing movement in now between public and private spaces presenting new challenges for knowledge and understanding, while promoting actions directed to curing rather than to organizational development or educational processes. And after all, the fact that narcissism is one of the most complex and most debated issues is demonstrated also in the debate as to whether it should or should not be included in the DSM V. As far as we are concerned, we have dedicated this issue of the IAT Journal to the theme of Narcissism precisely because it is a theme that has to do with both change and permanence , being on the edge of both ,therefore reflecting the background of our editorial project2.

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The section FROM THE TA WORLD presents three contributions.

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The first article, by Antonella Fornaro with the title: “One or Several Narcissisms? Reflections on Psychopathology”, introduces the concept of range of narcissistic scripts, that positions the various narcissistic syndromes on a continuum of sense-of-self and sense-of-self-esteem. This is an interesting proposal , guiding the reader through a series of connections that prompt reflections on some constructs that are useful for understanding narcissistic suffering in Psychodynamic and Transactional Analysis literature ,beyond the conceptual categories used in the DSM-5 (APA, 2013) and nosographic classifications.A clinical vignette allows to consider two aspects of the narcissitic script spectrum, healthy narcissism and hypervigilant narcissism. The second contribution, written by Cristina Innocenti, bearing the title “From Delusion to Reality: the Turning Point in Psychotherapy”, presents a reflection that is the outcome of the clinical experience of the author on an issue that lies at the heart of narcissistic dynamics: the delusion which may even include the therapeutic relationship, when access to authenticity forces the individual to find his way between processes of idealization and discounting. The

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Cfr. IAT Journal - I • n. 1 – 2015. Lecce: Pensa Multimedia p. 19.


author shares with the reader a fragment of a session that bears witness to and describes the delicate turning point in the therapeutic relationship. The intersubjective process makes its way through the submerged world of delusion until it reaches the visible and liveable reality of the encounter between therapist and patient. The literature offers works that may be a valuable guide on this theme also for trainees. The third article, by Maria Assunta Giusti, entitled: “Narcissus in Wonderland: the Narcisstic Wound in Past and Present Generations”, presents the reflections that the author has developed over the years through her clinical work with several generations of children and adolescents. Thanks to her clinical and teaching experience, Giusti offers interesting observations on a cultural and transgenerational script that characterizes the present-day world with fast-paced transformations and innovations. The risk of shaping beliefs about “today’s youth” is skilfully re-examined within contamination processes using Berne’s term which, even if remaining in the background, offer the possibility of reflecting about the most widespread common-places. Through the use of the metaphor of Alice in Wonderland, the author proposes a road-map for deepening our understanding which can be tested out in clinical practice. It is a hypothetical therapeutic plan where Alice’s journey is a template related to the growing up of adolescents that offers the possibility of reflecting, reformulating and reading their problems and needs at the beginning of the second millenium. Parents can help their children cope with growth without giving in to the deceit of a narcissistic culture requiring from them to be either too old or too young, and far removed both from their limits and from their skills and talents. The first one by Luisa Cattaneo, entitled “Migration and Shame”, deals with the complex feeling that goes by the name of shame and in particular the shame of being foreigners that often emerges in the clinical work that the author carries out with migrant families. It is a meaningful theme involving culture, individual and community values, as well as professional practices and it is positioned on the edge of between restraints and possibilities. Dramatic situations where Berne’s OK-ness philosophy is harshly put to test. The author states: “Especially in the earlier stages, migration weakens all the processes whereby people maintain their self-esteem, exposing them unpityingly to the Other”3. The contribution suggests a reflection on the treatment and therapy of migrants moving from the hypothesis that, as transactional analysts, we are called upon to fight against the mainstream culture and to contribute instead to the collective effort being made by many to build a new ethics of solidarity on which to base our social and professional lives. Ethics and social narcissism also recall the work of the late Carlo Moiso, one of the fathers of Italian Transactional Analysis. The second contribution, by Günther Mohr, entitled Narcissism in Coaching, puts the emphasis on some aspects of coaching with managers who have narcissistic patterns. The analysis focuses on organizational contexts, with reference 3

Cfr. p. 57.

Letter from the Editor -

In the DEEPENING section two contributions have been selected.

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to leadership and power, within the social and economic background in which organizations operate. The need to take care of the wellbeing of the managers themselves and of the people working with them is indicated . Narcissistic personalities present relational patterns that are not easy to work with and with which attunment is difficult. After an overview of Narcissism, the author describes aprocess that initiates with contact and discusses the relationship that is built up and developed through to the conclusion of the coaching experience when results can be appreciated.

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In the WITNESSING section three contributions are presented.

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In the first contribution, entitled “The Narcissistic Foundations of the Schizoid Process in Adolescents”, Ignazio Ardizzone and Vincenzo Guidetti, trace the development of the disorder, identifying its origins in an early onset interfering with the developmental line of narcissism. The article originates from the process, experimenting and practical application on the field using as frame of reference Developmental Psychodynamic Psychiatry4. The disorder influences object relations of the individual from its earliest stages entailing a major social disability and withdrawal into a narcissistic/autistic idiosyncratic and self-sufficient world. The authors offer a broad description of the difficulties encountered with these individuals in building up effective therapeutic/rehabilitation projects to prevent the disorder from becoming chronic. In the second contribution, entitled “From Mimesis to Representation of Identity”, Monica Urru discusses an issue connected with our times, namely the scientific evolution in other fields which may affect the therapist-patient relationship in general, especially the relationship with narcissistic patients. The theme of being true in the relationship may require the choice of looking inside the mirror of projections that influence the patient’s perception of reality, with the awareness that the latter is subject to interpretation paradigms are organized around the subjective perception of the individual, his skills and his professional frame of reference. The therapist thus interacts with multiple processes and phenomena that offer him the unique opportunity of coming into contact with courage and authenticity, albeit with the awareness that there are some limits. The author uses a multidisciplinary approach which is the result of her exploration, study and experimentation in her professional practice carried out both in Italy and abroad. In the third contribution, entitled “When Narcissus is the ‘Know-all’ Teacher, or the Paradox of Educating”, Fabio Bocci deals with another topical issue. Education systems are faced with an inescapable transformation that affects what Bronfenbrenner (1979) called the main “ecological transition” of environment, contexts, roles and contents implied in the teaching and learning processes that influence practice, operational references as well as the frameworks of meaning. The teacher-student relationship has always entailed, with the peculiarities of

4

In particular, the text refers to the work done at the Department of Pediatrics and Child Neuropsychiatry of Via dei Sabelli in Rome, La Sapienza University.


Is it possible that the exposure of the Self and ‘managerial’ self-promotion, prompted by the consumer and entertainment society in order to be desirable and “commercially” appealing, actually conceals intentional and conscious strategies, or is it perhaps the expression of a proliferation of pathologies like depression, voyeurism, hypochondria, obsessive-compulsive disorders that are a corollary of the diffusion of “digital fashions”?

5 6

Cfr. p. 95. In terms of the relationship between digital technologies, social changes ,Self restructuring and pedagogical implications it can be useful to read Olmetti Peja D., Fregola C., Zona U., Conoscere il bambino reale, Didagen 2015.

Letter from the Editor -

our time, the “potentials and risks that are not always clearly distinguishable, except for those who act irresponsibly”5. Through the analysis of two famous films – Dead Poets Society and Good Will Hunting, Bocci describes the paradoxical relationship between the need for “free” expression and self-determination of the student, and the “directive” nature of the teacher-student relationship in indicating the path to be followed to reach the goal. The originality of the contribution consists in relating Narcissus to the risk that the adult educator may prompt in the student the belief that he is acting for his good (for him and with him) and hence shape him according to his own image. In the structure of Bocci’s paper there are references to Transactional Analysis in his using an “approach” based on Inclusion within Complexity that schools and educational systems are currently facing, in respect to which the skills required to teach, instead of being “know-all”, require renewed ways of cooperation and search for synergy. The section REVIEWS presents a novelty: this issue and some of the future issues of the IAT Journal, will be presenting Transactional Analysis dictionaries that are widespread at national and international level. With this initiative, Eva Sylvie Rossi points out that Dictionaries may deserve special attention since we are living in an era where words come into contact with fields and areas of knowledge that are different from their original theoretical methodological frame of reference . The interpretation of some key words, addressed to the same recipients, within different professional worlds, runs the risk of introducing distortions or in the least “ background noise”. This section is opened by Patrizia Vinella’s review of Michele Novellino’s Dictionary, a founding member of IAT. The AGENDA section, edited by Benedetta Fani, presents some of the major national and international appointments of EATA and of IAT. The section THE PROFESSIONS, presents a work entitled “Narcissus on the net. Digital Narcissism and the Seduction of Goods”. The author, Umberto Zona, presents some lines of research on “digital narcissism”. This definition is used to indicate a set of communication practices – egosurfing, blogs, selfies – that are typical of the so-called 2.06 universe and based on a self centerdness that is so strong as to appear to be pathological. Digital technologies, according to many, have determined an illusory condition of social relations that in fact conceals a multitude of non-communicating solitudes. The question posed by the author is particularly significant:

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THE CORNER OF THE DISCUSSANT is a column edited by Orlando Granati. In this issue of the IAT Journal, the article that is presented indicates the purposes and intentions of the column7. This first contribution compares models in referring to a comparative analysis of the work published in the first issue, by Gaetano Sisali entitled “Yesterday’s Future: Evolution of the Concept of Personality in TA Theory” and the paper by Antonio Ferrara entitled “CHAOS and ORDER. From Empty Conscience to Structure Rigidity”. An analysis of both their work shows that the frames to which each of the two Authors refers have a different focus within the framework of Transactional Analysis theory. Granati points out that “Gaetano Sisalli uses primarily an analytic approach discussing similarities and differences between the models proposed by Transactional Analysis authors in their searching for a unifying model that may enable the development of a broader scientific research and experimental verifications of the theories and techniques stemming from them. Antonio Ferrara, instead, declares his preference for a model influenced by philosophical thought and spirituality, and proposes a personologic model external to T.A. theory ”8. The issue therefore is not that of looking for variants or invariants, but rather of enhancing the differences so as to have a developmental perspective that places Berne’s philosophy and methodology in a process where ethics and practice are connected. In the EATA Code of Ethics (European Association for Transactional Analysis), after indicating the values of reference originating mainly from human rights, a general criterion is indicated requiring from the professional to analyse each situation with special concern “to the influence of ethical principles on practice and choosing behaviour taking into account a variety of factors like the client, self as professional, the environment, etc.”9.

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WORK IN PROGRESS is the column edited by Luca Ansini. In this issue the contribution presented is: “Look but do not touch: Simone Weil and the myth of Narcissus”. The author is a young Doctoral student in Philosophy, Stefano Oliva, who has developed an interesting study on the thought of Simone Weil, in which a complex reflection is found regarding the themes of beauty, desire, love and self-renunciation. By intertwining ethics, aesthetics and theology ,he states that philosophy proposes a critique of the dynamics of human desire that has its paradigm in Narcissus. Oliva says that Narcissus drowns in the pond which reflects his image. It is interesting to observe that the sources, the Latin source contained in Ovid’s Metamorphoses and the Greek source handed down by Conone, agree on the version of suicide.

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LEXICON AND TA CULTURES ... THROUGH WORDS AND BEYOND edited by Loredana Paradiso, presents two contributions in this issue. The first is by the editor herself and is entitled “Berne and Narcissus ...”, where the author confirms the spirit and the “lightness” of her contributions so that we prefer to leave

7 8 9

Cfr. p. 125. Cfr. p. 127. http://www.eatanews.org/wp-content/uploads/2012/09/ethics-code-feb-13th-edit.pdf, p. 6. Consultato il 5 ottobre 2015.


comments to the reader so as not to break the implicit rule that surprises should only be announced in order to avoid “contamination” (obviously in a non bernian meaning !...). The second contribution, by Maurizio Nicolosi, is entitled “Narcissism…. Still!”[1]. After a concise but rigorous overview of the myth, the author offers a detailed description of a diachronic process that reviews narcissism by the various connotations and conceptions developed by the main psychologists and psychiatrists who have dealt with Narcissism starting from the end of the 19th century to the present day. First all this contribution could be read by the author as an encyclopaedia item but, in fact, it is much more because the author describes the use of the term Narcissism in psychology amd psychoanalytic lexicon in its various connotations: “Indirectly what is suggested for reconsideration is a focus on one of the most debated terms of psychological and psychoanalytic thought, and the most visited term in other fields of investigation (anthropology, sociology, philosophy, moral theology). Finally, in response to the question “Does Narcissism still exist?” attention is focused on the social, economic, technological and cultural transformations and, through a set of relevant and well focused references, the reader is accompanied on a journey that revisits the original myth and leaving to the awareness of the risk of blindness towards transformations. The article ends with a stimulating consideration. “Perhaps contemporary narcissists are no longer people who can look only at themselves, but people who see ….nothing!”10.

Bronfenbrenner U. (1979). Ecologia dello sviluppo umano. Bologna: il Mulino. Ceruti M. (2009). Il vincolo e la possibilità. Milano: Raffaello Cortina. Fregola C. (2015). Research on Lifelong Learning and the Cultural Parent. IAT Journal, I, 1. Gardner H. (1999). Sapere per comprendere. Discipline di studio e disciplina della mente. Milano: Feltrinelli. Gardner H. (2006). Cinque chiavi per il futuro. Milano: Feltrinelli. Gardner H., Davis K. (2014). Generazione app. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale. Milano: Feltrinelli. Novellino M., Miglionico A. (1993). Il sé limite. Analisi transazionale psicodinamica e patologia di confine. Milano: Franco Angeli. Olmetti Peja D., Fregola C., Zona U. (2015). Conoscere il bambino reale. Roma: Didagen. Schmid B. (2008). The Role Concept of Transactional Analysis and other Approaches to Personality, Encounter, and Cocreativity for All Professional Fields. Transactional Analysis Journal», 38, 1, 17-30. Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R. (1974). Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio.

10 Cfr. p. 154

Letter from the Editor -

References

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DAL MONDO DELL’AT

Uno o molti narcisismi? Riflessioni in ambito psicopatologico

Antonella Fornaro

Parole chiave: Narcisismo sano, Narcismo patologico, Copione narcisistico ipervigile, Spettro del copione narcisistico

abstract

L’autore esplora il senso attribuito al costrutto di narcisismo all’interno del modello psicodinamico relazionale e berniano classico. Esamina il narcisismo sano e quello ipervigile come stati mentali lungo lo spettro del copione narcisistico. Il processo di cambiamento dallo stato narcisistico patologico a quello sano viene esemplificato attraverso l’uso di una vignetta clinica.

The author explores the meaning attributed to the narcissism construct within the psychodynamic relational model and the classical Bernian one. Healthy and hypervigilant narcissism are explored as mental states along the spectrum of narcissistic script. The author describes the process of change from pathological narcissism to the healthy one using a clinical vignette example.

Antonella Fornaro, Psicologa, Psicoterapeuta, Didatta Supervisore Analista Transazionale (TSTA-P) / dott.antonellafornaro@gmail.com

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Keyword: Healthy narcissism, Pathological narcissism, Hypervigilant narcissism, Script, Narcissistic script spectrum

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Introduzione

Nella pratica Analitico Transazionale, attualmente, il clinico si trova a confronto sempre più frequentemente con la sofferenza narcisistica nelle sue molteplici espressioni comportamentali e fenomenologiche. I pazienti evidenziano manifestazioni di chiusura rispetto al gruppo di appartenenza e la tendenza al ritiro dalla relazione, un vissuto melanconico o indifferente, apatico e l’assenza di riconoscimento. Altresì riportano attacchi di panico e comportamenti di evitamento, varie dipendenze, comportamento violento, tendenza a raggiungere il godimento senza tenere conto dell’esistenza altrui e la predisposizione a vanificare la percezione di sé e la propria esperienza nella relazione. Queste forme di sofferenza narcisistica mostrano un comune denominatore: la difficoltà a mantenere la continuità del senso di sé e un senso di autostima coerente (McWilliams, 2012, p. 207). Il tema proposto in questo contributo è quello di introdurre il concetto di spettro del copione narcisistico1, che riunisce sul continuum della dimensione del senso di sé e del senso di autostima le varie sindromi narcisistiche – indipendentemente dalle ristrette categorie concettuali da DSM-5 (APA, 2013) e classificazioni nosografiche. A tale scopo, dopo avere delineato per cenni alcuni costrutti utili per la comprensione della sofferenza narcisistica all’interno della letteratura psicodinamica e analitico-transazionale, si illustrerà con una vignetta clinica due aspetti dello spettro del copione narcisistico, in particolare il narcisismo sano e quello ipervigile.

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Cornice teorica di riferimento

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Quando il clinico di orientamento psicodinamico si pone i quesiti ‘In che modo questa persona percepisce il proprio senso di sé nella relazione con l’altro?’ e ‘In che modo si riconosce valore e stima?’, si orienta a esplorare la qualità delle relazioni oggettuali. Infatti all’interno di esse si sviluppano i nuclei narcisistici sani o patologici insieme alle forme narcisistiche intermedie. Kernberg (1974) e Kohut (1976), come è noto, hanno ampiamente discusso il tema della sofferenza narcisistica, partendo da due differenti modi di comprendere la relazione oggettuale: il primo focalizzato sulla struttura dell’Io, il secondo focalizzato sulla funzione del Sé. Kernberg inquadra la sofferenza narcisistica all’interno dell’organizzazione borderline di personalità e sostiene che la struttura di personalità narcisistica è organizzata da relazioni oggettuali interiorizzate, dove prevale un ‘sé grandioso

1

L’espressione ‘spettro narcisistico’ viene usato nel Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM) (Cortina, 2008) per la descrizione dei pattern e disturbi di personalità negli adulti, secondo il continuum di organizzazioni della personalità secondo il modello teorico di Kernberg (2006). Inoltre viene usato nel PDM per la descrizione della trattotipologia della sofferenza psichica dei bambini e adolescenti secondo il continuum psicopatologico delle principali funzioni psichiche.


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3

Secondo il DSM-5 (APA, 2013) il Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) è caratterizzato da un quadro pervasivo di grandiosità, per cui la persona mostra un forte bisogno di ammirazione, fantasie illimitate di bellezza, genialità, successo e potere, si ritiene ‘speciale’, invidiata e tende a raggiungere i suoi obiettivi attraverso pesanti condotte manipolatorie. Per citare solo alcuni A.A., si ricorda Ferenczi (1932/1988), per cui il piccolo ha bisogno di ‘esserci’per come è nella relazione con l’adulto; Mitchell (1988), per cui il narcisismo sano equivale alla competenza di negoziare tra onnipotenza e senso del proprio limite; Bromberg (2006), che sottolinea l’importanza di alimentare la curiosità nella relazione con il piccolo da parte del caregiver, in modo che questi sia percepito come fonte di rassicurazione e non di pericolo.

Dal mondo dell’AT -

patologico’, con rappresentazioni scisse idealizzate di sé nella relazione con l’altro accudente. Quindi il narcisismo che egli teorizza è un blocco della struttura dell’Io. Kohut, invece, sostiene che il narcisismo segue un processo evolutivo che si sviluppa a partire da stadi più primitivi verso stadi più maturi e inquadra la sofferenza narcisistica come conseguenza della mancata relazione empatica con le figure di accudimento. La persona narcisista, di cui Kohut descrive il ‘sé grandioso arcaico’, nelle prime fasi evolutive fa esperienza di un adulto (oggetto-sé) con scarse capacità di entrare in empatia, contenere l’affettività del piccolo, rispecchiare la sua esperienza soggettiva, promuovere la percezione di sé come ‘degno di valore’, riconoscere la sua originalità e unicità. La carenza di queste funzioni psichiche non promuove lo sviluppo della stabile percezione del senso di sé e di un coerente senso di autostima. Si può inferire che il narcisismo per Kohut è il risultato di un blocco evolutivo. Le divergenti prospettive teoriche sul narcisismo di Kohut e Kernberg correlano a due fenomenologie cliniche del narcisismo: quella, rispettivamente, del sé vulnerabile kohuttiano e quella della persona aggressiva e arrogante di Kernberg. Pertanto in letteratura emerge la prospettiva che individua all’interno del costrutto del narcisismo due sottotipi, definiti overt e covert. A riguardo, tra le varie tratto tipologie si ricorda quella di Gabbard (1989), che descrive il narcisista overt o inconsapevole – evidenziando le caratteristiche diagnostiche del disturbo narcisistico di personalità (NPD) come da DSM-5 (APA, 2013)2 – e il narcisista covert o ipervigile, caratterizzato da ipersensibilità, profonda ansia e insicurezza, tratti che sottendono comunque fantasie grandiose su di sé. Tuttavia ciò che accomuna i due sottotipi è il comportamento manipolatorio a livello relazionale e il tono di pretesa con cui la persona impone, direttamente o indirettamente, il ‘sentirsi in diritto’ nella relazione. L’orientamento psicodinamico-relazionale, da Ferenczi (1932/1988) a Mitchell (1993) e Bromberg (2006), sottolinea l’importanza a livello evolutivo dello studio del narcisismo sano: processo che favorisce la formazione dell’Io e l’identità della persona e nell’adulto è espressione dell’amore consapevole, l’amore della persona per la persona3. Quando il clinico analista transazionale esamina in che modo il cliente percepisce il proprio senso di sé e in che modo si riconosce valore e stima nella relazione con l’altro, esplora la qualità della rappresentazione che il cliente ha di sé nella relazione con l’altro. Infatti all’interno di un’adeguata e costante capacità di costruire e mantenere delle rappresentazioni di sé e dell’altro si sviluppa una

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relazione che soddisfa un sano funzionamento narcisistico. Questo è alimentato dal bisogno di ‘stare con’, o bisogno di attaccamento, che equivale al principio organizzatore di un’identità narcisistica sana. A seconda di come la persona soddisfa il bisogno di attaccamento durante il proprio ciclo di vita, revisiona e trasforma in modo non conscio la “transazione obbligata Bambino-Genitore” dello Stadio dell’Io Bambino (Romanini, 1999, p. 251). La transazione B-G corrisponde a un pattern corporeo-relazionale narcisistico sano quando il piccolo “usa [la madre] come soggetto che agisce a prevenire e interessarsi dei bisogni e delle cure, ricostruendo, seppure in modo saltuario, il rapporto gratificante endouterino…” (Romanini, p. 19). Nel suo lavoro Romanini (1999) propone una lettura problematica del narcisismo secondo la prospettiva evolutiva degli Stadi dell’Io, che nel suo modello pone in una prospettiva che tiene conto dell’organizzazione evolutiva dinamica degli Stati dell’Io, in correlazione al progetto identificatorio dell’autoconsapevolezza. Nella cornice teorica analitico-transazionale, il tema del narcisismo quindi può essere affrontato da due prospettive distinte e interconnesse: la prima focalizza la nascita e l’evoluzione della vita mentale della persona e la costruzione dell’identità, dove il nucleo del narcisismo sano è parte di essa; la seconda esplora la sofferenza narcisistica come una forma di adattamento copionale. Da un punto di vista fenomenologico quest’ultima risulta trasversale a diverse categorie diagnostiche, pur con tratti diversificati, e non è ascrivibile esclusivamente al Disturbo Narcisistico di Personalità così come descritto nel DSM-5 (APA, 2013). A riguardo si concorda con l’affermazione di Novellino, secondo cui Berne cerca di sviluppare una teoria generale della psicopatologia che prendesse in esame la storia personale, evitando le trappole delle categorie diagnostiche della psichiatria classica, tenendo in considerazione i punti forti della teoria psicoanalitica (Novellino, 1991). Sembra che la sofferenza narcisistica si proponga attualmente, ancora più che nel passato, come uno stato mentale organizzato da strutture narcisistiche di tipo subsimbolico, fondanti il protocollo somatico/relazionale (Berne,1961; Cornell, 2008)4. A riguardo si ipotizza che sia utile parlare di ‘narcisismi’ piuttosto che di narcisismo e, in termini analitico-transazionali, di ‘spettro del copione narcisistico’. L’utilità di questa espressione consiste nell’evidenziare l’aspetto fenomenologico del costrutto e le diverse sfumature dei vissuti delle sindromi narcisistiche e, anche, l’aspetto strutturale, quindi, i diversi processi intrapsichici e intersoggettivi che sottendono la costruzione del copione narcisistico.

4

Per somatico-relazionale si intende la componente corporea dello schema di memoria implicita di me in relazione all’altro, con sensazioni subsimboliche e rappresentazioni somatiche (Bucci, 2002; Cornell, 2008).


1. Modello berniano in dialogo con il modello psicodinamico relazionale

A partire dai primi scritti berniani, si ritiene che il tema dell’amore di sé e dell’amore per l’altro conduca a due punti forti del modello analitico-transazionale:

1) l’affermazione dei valori etici del rispetto e attenzione per l’altro, sottesi alla filosofia dell’Okness; 2) la proposta di uno schema interpretativo dell’organizzazione della mente basata sulla relazione, secondo la teoria del contatto sociale e i costrutti di fame di riconoscimento e carezze (Berne, 1961).

Si sceglie di prendere come riferimento la prima teorizzazione berniana, quella contenuta in Mind of Action (Berne, 1947), poiché sembra che lasci spazio a continue aperture di senso rispetto alla possibilità di integrazione della teoria A.T. In Mind of Action, Berne (1947) utilizza lo schema interpretativo della teoria delle pulsioni ed evidenzia che il momento fondamentale dello sviluppo sano della mente procede dalla fase libidica narcisistica a quella libidica oggettuale. Il piccolo è il centro del suo universo. In seguito ad un’attenta osservazione non si può non notare che la sua affettività è orientata verso le persone che soddisfano direttamente i suoi bisogni. Questo sistema di esperire stati affettivi unicamente orientati al piacere immediato non può andare avanti per sempre se il piccolo vorrà svolgere nel modo più auspicabile la sua funzione adulta o procreare ed educare figli. Riflettendo su questa sua modalità di funzionamento, ci si accorge che si comporta come una persona innamorata di sé. Questo ci ricorda il mito di Narciso, che si innamora della propria immagine, vedendola riflessa nello specchio di acqua. Pertanto chiamiamo libido narcisistica quella diretta verso l’interno di sè e libido oggettuale quella diretta verso gli oggetti esterni (Berne, 1947)5.

5 6

7

Il corsivo è il mio all’interno del testo. È noto che secondo la lettura freudiana il narcisismo sano consiste in un processo psichico fisiologico ed universale, che Freud definisce ‘narcisismo primario’, orientato “all’autoconservazione” (1914, p. 443) all’interno di una relazione ipotizzata come indifferenziata con l’altro accudente: è l’amore-coesione con il proprio senso di sé corporeo. Prosegue l’individuazione di un altro step evolutivo significativo: il piccolo si apre gradualmente al mondo esterno attraverso il processo dell’identificazione narcisistica. Ciò significa che il bambino inizia a trattare l’altro come un’estensione di sé, poiché investe la figura accudente di energia emotiva che in precedenza era diretta su se stesso. Nella cornice teorica freudiana il narcisismo patologico o ‘narcisismo secondario’ consiste nel ritiro dell’investimento emotivo del piccolo dalla figura accudente sul sé corporeo, quando questa viene percepita insoddisfacente e irraggiungibile: il piccolo tende ad eliminare “l’esistenza separata dall’oggetto” (Freud, 1915, p.33) e investe il corpo in modo narcisistico, incorporando la figura genitoriale percepita in modo ambivalente, cioè amata e anche fonte di frustrazione. È

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Con la semplicità che contraddistingue profondamente il suo stile di scrittura, Berne in questo brano focalizza il tema centrale del rapporto tra narcisismo sano6 e narcisismo patologico7. Introducendo il tema dello sviluppo della mente, Berne

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propone la base per comprendere il narcisismo sano, che parte da un investimento libidico su di sé per giungere all’investimento libidico sulla figura di accudimento. I costrutti psicoanalitici di narcisismo primario e secondario servono per comprendere un adeguato dialogo intersoggettivo Bambino-Bambino. Se gli Stati dell’Io evolvono intorno alla rappresentazione di me, dell’altro e della relazione di cui faccio esperienza, è evidente che la loro funzione è quella di regolare il contatto tra il mio mondo interno e quello interpersonale: un nucleo narcisistico primario sano consente il dialogo tra i miei bisogni, desideri e fantasie e il dialogo con l’altro, riconosciuto diverso da me e suscettibile a perdersi e a ritrovarsi nella comunicazione intersoggettiva Bambino-Bambino. In sintesi il narcisismo sano è quell’organizzazione degli Stati dell’Io che consente di modulare l’individuazione, integrando il bisogno di ‘stare con’ e il bisogno di riconoscimento: riconoscere l’altro, sentirsi riconosciuto e riconoscersi. Il piccolo attraversa un processo di sano narcisismo quando nella relazione con la figura accudente fa esperienza di uno stato mentale in cui ‘si sente comodo’ tra ‘l’essere se stesso’ – lo Stato dell’Io B centralizzato nella struttura di personalità come Io Reale Bambino – e ‘l’essere aperto al nuovo’ della soggettività dell’adulto, che viene percepito diverso da sé e non minaccioso – processo di strutturazione dello Stato dell’Io Genitore (Romanini, 1999). Si ritiene che questa lettura rappresenti un avanzamento rispetto alla letteratura psicodinamica finora esaminata, piuttosto che essere una traduzione dei concetti psicoanalitici nei corrispondenti concetti analitico transazionali. Infatti il modo berniano di intendere i costrutti di libido e narcisismo consente di collocare la teoria analitico-transazionale come ponte tra la teoria delle pulsioni, la teoria delle relazioni oggettuali e dell’attaccamento: il costrutto analitico transazionale che funziona da ponte è il bisogno vitale di ‘stare con’ o physis. Infatti la physis, da cui trae origine la libido narcisistica (Berne, 1968, p. 345)8, consente di definire il tema della funzione individuatoria del narcisismo sano, all’interno del quadro teorico analitico-transazionale, poiché è strettamente connessa con:

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il “bisogno di attaccamento” come “conferma al ‘bisogno di carezze’, quale bisogno primario umano” (Romanini, 1999, p. 48) e principio organizzatore dell’intersoggettività e l’affermazione secondo cui il narcisismo sano corrisponde all’“insieme di dinamiche evolutive che permettono una organizzazione iniziale degli elementi di personalità in termini di coesione e continuità” (Novellino, 2004, p. 95).

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A differenza del narcisismo sano, quello patologico coincide con le fratture o i crolli della competenza di ‘stare con’ e di ‘mantenere la relazione tra sé e l’altro’ per il timore della perdita della relazione a causa di una delusione. La persona

8

interessante notare come nella teorizzazione freudiana compare successivamente l’ipotesi di una relazione “realistica” preesistente tra il bambino e la figura accudente, orientata alla costruzione della sua modalità di sopravvivenza. La libido trae origine dalla ‘physis’, “forza evolutiva della natura…elemento primordiale più forte ancora della libido stessa” (Berne, 1968, p. 345).


– l’affermazione, per cui “l’affettività è orientata verso le persone”, evidenzia la predisposizione innata alla relazione, in cui l’altro accudente è la meta dell’affettività del piccolo (l’istinto vitale o physis è associato a emozioni, fantasie e meccanismi difensivi); – “la libido narcisistica” come flusso di “energia dell’istinto vitale” , se orientata all’interno, può contribuire alla strutturazione di due stati psichici: uno stato di coesione del sé corporeo nella relazione di accudimento sana oppure uno stato di onnipotenza in seguito all’incorporazione della figura genitoriale percepita insoddisfacente, con cui il piccolo si identifica; – l’attenzione al valore della genitorialità e al ruolo genitoriale responsabile, assunto dall’adulto accudente, sostiene il graduale bisogno di individuazione e differenziazione. Quindi, secondo Berne, nel processo evolutivo normale il piccolo, all’interno della transazione Bambino-Genitore dello Stadio dell’Io B, passa dall’identifica9

Berne (1974) descrive le dinamiche dei copioni violenti e Cornell (2008) rivisita il concetto ‘tissutale’per descrivere la violenza emozionale dei processi di protocollo a livello somatico relazionale.

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con una sofferenza narcisistica è assorbita in sé ed è ‘innamorata di sé’ al punto da vedere la possibilità dell’interazione con l’altro come estremamente pericolosa. La ‘ferita narcisistica’ non è determinata dall’assenza dell’altro, ma dalla presenza in sé della ‘percezione dell’assenza’ dell’altro, che non riconosce il proprio bisogno vitalizzante di amore né con sé né con l’altro. Il bisogno vitalizzante o physis, direbbe Berne, consiste nel ‘sentire di appartenere alla relazione’ nella forma di essere visto, ascoltato, compreso e accolto. La persona vive l’impossibilità di differenziarsi dalle proiezioni dell’altro: il senso di sé invisibile e trasparente, vissuto nella relazione, è accompagnato da sentimenti di vergogna, invidia, disprezzo, odio. Questo processo è fondato sulla comunicazione non conscia tra i bisogni, desideri, aspettative della figura accudente e quelli del bambino. A livello sociale si tratta di una relazione dai confini rigidi, che non consente espressioni di riconoscimento e condivisione delle diversità. La rigidità interpersonale riflette quella intrapsichica, che viene agita a livello intersoggettivo. L’adulto che non investe affettivamente su niente altro che non sia un prolungamento di sé si propone nel ruolo genitoriale in modo svalutante rispetto all’affettività del piccolo, avviando una comunicazione organizzata prevalentemente da identificazioni proiettive: parole mute di intensa e profonda risonanza a livello epidermico. A livello ‘tissutale’ del protocollo (Berne, 1974; Cornell, 2008)9 il piccolo memorizza non soltanto i contenuti mentali scissi dell’adulto, ma il suo modo dissociato di ‘pensare’, ‘sentire’ e ‘stare nella relazione’. Ritornando a Berne, è interessante notare nelle sue parole tre punti-chiave, utili per comprendere il significato attribuito dall’A. al costrutto di narcisismo. Questi punti-chiave evidenziano già nei suoi primi scritti l’importanza data alla dimensione relazionale e regolatoria dell’affettività, sviluppata dalla teoria psicodinamica intersoggettiva (Beebe, 2008). Essi possono essere così sintetizzati:

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zione narcisistica alla relazione oggettuale, in cui costruisce la relazione con l’altro al di fuori del suo controllo onnipotente. Si tratta dell’avvio del “Self-Parenting fisiologico primario … cui seguirà la sequela dei Self-Reparenting fisiologici” (Romanini, 1999, p. 20): questo è il processo con cui nel tempo la persona costruisce la propria identità autonoma attraverso la strutturazione dello Stato dell’Io Genitore. Le unità relazionali preverbali Bambino-Genitore sono state considerate fondanti l’organizzazione narcisistica di personalità anche da altri A.A., che ne sottolineano la valenza funzionale: “fusione di due unità relazionali Bambino-Genitore: uno stato dell’Io B grandioso e uno stato dell’Io B indegno” (Allen & Allen, 2005, p. 245). In sintesi la differenza tra le unità relazionali Bambino-Genitore e il nucleo B/G (Romanini, 1999) consiste nel fatto che questo ultimo alimenta il processo di identificazioni proiettive nelle relazioni narcisistiche con l’attivazione del B idealizzante e/o del B sprezzante e svalutante. L’idealizzazione egosintonica è il processo con cui la persona ipervigile usa l’altro per dare coesione al proprio senso di sé e autostima, percepiti come minacciati nella relazione, insieme a senso di vuoto e dolore per ‘non sentirsi amati’.

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2. Riflessioni in tema di copione narcisistico ipervigile

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Il vissuto di vuoto e il dolore per ‘non sentirsi amati’ secondo le proprie aspettative sono turbolenze emotive che ‘esondano’ i confini intrapsichici ed interpersonali e invadono la coscienza, quando la persona percepisce la minaccia angosciante dello sguardo ‘vuoto’ dell’altro. Si tratta di quel dolore e quel vuoto che sono in associazione ai “sintomi di confine” di cui parla Berne, quando discute i sentimenti di irrealtà, estraniamento, depersonalizzazione come lesioni di confine tra Adulto e Bambino (Berne, 1961, p. 52) o gli agiti violenti di odio di cui parla James (1985), come lesioni di confine del B a livello intrapsichico e interpersonale. Si tratta di un vuoto di pensiero e di simbolizzazione che altera la possibilità di mantenere stabile l’identità. Le relazioni di dipendenza e codipendenza10 alimentano l’autoinganno nel costruire una falsa identità. È lo sguardo ‘vuoto’ di chi si incontra quotidianamente nei contesti più vari, da quello amicale, lavorativo, organizzativo e familiare, e riaccende nella memoria la ‘presenza assente’ di un altro sguardo, che appartiene ad un altro stadio della vita o stadio dell’Io B (Romanini, 1999). Questa esperienza accompagna la sensazione di non sentirsi riconosciuto nella propria unicità e di ‘non sentirsi visto’ come si desidera ma di ‘sentirsi visto come l’altro pensa che siamo’. La vergogna riempie i buchi dissociativi della relazione interpersonale e è il segnale di una rottura nella continuità del Sé, perdendo coesione e andando incontro alla sensazione di ‘catastrofe psichica’, come direbbero Ferenczi (1932/1988) e Bion (1966). 10 La codipendenza è una forma specifica della dipendenza affettivo-relazionale. La strutturazione del tempo della persona codipendente è caratterizzata da comportamenti iperprotettivi verso persone dipendenti per paura di restare sola e di perdere la relazione con problematiche di somatizzazioni, panico ed esperienze dissociative. (Noriega Gayol, 2013).


È questo il segnale che qualche stimolo esterno sta per violare il processo di consapevolezza della persona: questa tenderà ad usare l’altro, facendo pressione in modo da spingerlo ad agire il proprio copione. A questo punto instaurerà relazioni narcisistiche con se stesso, al fine di ‘non sentire’ il proprio dolore totalizzante in atto. Questo quadro fenomenologico rappresenta un aspetto significativo della sofferenza narcisistica ipervigile (Gabbard, 2014). Questa, come ‘organizzazione di confine’, non deve essere intesa come un quadro psicopatologico che si situa tra il ‘confine’ del funzionamento nevrotico e quello psicotico di personalità, come talvolta erroneamente si ritiene, ma è utile considerarla come un aspetto dello spettro copionale narcisistico. Il ‘confine’ viene inteso come linea di demarcazione rispetto alla relazione Io-Tu e risulta prevalentemente diffuso e rigido nell’area del riconoscimento del bisogno della relazione. All’interno dello spettro copionale narcisistico infatti è possibile individuare processi copionali simili che hanno un senso psicopatologico diverso. Per esempio il comportamento di evitamento nel copione ipervigile riflette un funzionamento narcisistico intrapsichico profondo, differente dall’evitamento come modalità ricattatoria della persona che ha una sofferenza copionale prevalentemente evitante o borderline. Oppure la tendenza a distorcere la percezione degli stimoli esterni e l’ipersensibilità al giudizio altrui, associata alla profonda ansia sociale, alla diffidenza e al ritiro dalle relazioni - che caratterizzano l’identità copionale ipervigile - non possono essere confusi con la sofferenza della persona con un copione prevalentemente paranoide o schizotipico, incentrato su un narcisismo primario fortemente danneggiato, con transitorie manifestazioni di ritiro psicotico. La seguente vignetta clinica evidenzia alcuni elementi del processo di cambiamento dall’identità narcisista ipervigile a quella narcisistica sana.

Durante il primo incontro con Stefano, di 31 anni di età, resto colpita dalla sua gracilità fisica e magrezza e contemporaneamente dalla energia del suo tono di voce e del ritmo incalzante delle sue parole e domande infilate una dopo l’altra. Ho l’impressione che tende a controllare il ritmo del dialogo e rivolge interrogativi precisi in modo pressante ‘quanto tempo dura la terapia?’, ‘in cosa consiste…?’, ‘quale è la ragione di vedersi settimanalmente…?’. Apparentemente sembrano interrogativi orientati ad acquisire informazioni all’interno della relazione, tuttavia la sensazione ‘scomoda’ che conservo è quella di ‘sentirmi come invasa’. Stefano decide di fare psicoterapia perché ha perso 6 kg dal giorno della sua laurea ed è tormentato da pensieri ipocondriaci; inoltre ha difficoltà a viaggiare da solo, presenta attacchi di panico durante il giorno e disturbi del sonno nella fase iniziale e centrale : “penso di non bastarmi, di non farcela, mi sento schiavo dei miei pensieri di controllo ‘quanto ho dormito? Sei ore? E mi dico ‘Non ce la farò’…”. Vive costantemente un senso diffuso di inadeguatezza, temendo lo sguardo paterno. Questi ha l’aspettativa che il figlio, conseguita la laurea, lo segua nella sua attività imprenditoriale.

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3. Vignetta clinica

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Inizialmente riferisce che il ricordo più doloroso della sua storia è quello di avere condiviso con la madre, all’età di sedici anni, il segreto della sua relazione extraconiugale e da quel momento ha sentito di non potere fare più affidamento su di lei e di sentirsi responsabile per lei. Descrive i suoi genitori in questo modo: “mia madre vive spegnendosi e affidandosi agli altri, e ora che ha avuto una figlia dal suo compagno ‘vive per pretesti’…rubo a Pasolini…si sente viva perché deve rendere conto a qualcuno… mio padre è stato tradito in profondità, nella fiducia”. Durante gi incontri successivi emerge la sua relazione di codipendenza con la sua ragazza che vive anche lei un momento difficile affettivamente: “…lei dice che vuole stare con me e sta male, dopo alcuni giorni dice che sta troppo male e quindi non vuole stare più con me”. Stefano gradualmente riconosce nella relazione con la sua compagna la sua modalità di ‘stare bene se lei sta bene’ e il ‘sentirsi usato’, sensazione a lui familiare nella relazione con la madre. Inoltre riconosce la modalità di allontanamento/rifiuto della madre nei confronti del padre. È evidente la collusione tra Stefano e le figure femminili nell’area del riconoscimento dell’esistenza dei bisogni: la sua ferita consiste nel ‘fare stare bene l’altro per stare bene lui’ (Fornaro & Rossi, 2015; Noriega Gayol, 2015). Esploro cosa sa circa i rapporti tra la madre e le sue figure genitoriali: “la nonna materna mi piace tanto, però penso che non si sia comportata bene con mia madre, perché è stata sbadata come se non fosse connessa alla realtà familiare, la vedo come sfocata, non negativa, ma una cosa che a me non piace… il nonno materno è morto tredici giorni prima che nascessi e non ho mai voluto sapere niente di lui, e non mi fido di ciò che ho saputo del suo alcolismo…era violento e beveva…e penso che c’erano delle cose positive che non mi hanno mai detto… ”. Emerge che il maschile è fallimentare ma c’è una parte di Stefano che sa che non è così. Un giorno in seduta riferisce che i rapporti tra suo padre e le sue figure genitoriali sono pressochè ‘vacui’: “non sa dire”. Stefano sa che il nonno paterno è deceduto molto giovane, quando suo padre era adolescente, e che secondo lui il padre vive rispetto alla nonna paterna “attaccamento e abbandono, forse un vuoto di vissuto”. Penso che Stefano sta descrivendo il suo pattern di attaccamento ansioso-ambivalente, per cui vive la madre imprevedibile e inaffidabile. Lo invito ad esplorare la percezione che ha della madre nel passato: “ Nel passato ero molto attaccato a mia madre; un’immagine di me e lei attaccati… come se fossi fuso o come in un dipinto con lei e i nostri corpi fusi e predomina il rosa come colore…non mi stacco da mia madre, altrimenti mi sento vuoto”. Sento le sue parole spesse di significato al punto da sentirmi appesantita da tanto senso da dovere sbrogliare. Lo invito a mettere in parole le sue sensazioni corporee: “Pesantezza delle braccia e delle gambe; è una pesantezza confusa con tutto il resto della mia vita, con gli amici e le donne…”. Colgo che è un momento prezioso nella relazione terapeutica, facendo una strizzatina d’occhio al mio G in agguato. ‘Ritorno’ sull’immagine e invito Stefano a ‘ritornare’ sull’ immagine che ha appena verbalizzato e lo guido ad entrare con me nel suo ‘dipinto’ come se ‘vivessimo un sogno’ (Bromberg, 2006) e intanto penso al giorno dopo la sua nascita, quando ha avuto una grave complicazione clinica di natura febbrile, per cui è stato allontanato dalla madre per una decina di giorni. Alla fine di questo processo Stefano verbalizza la sua trasformazione dell’immagine nel seguente modo: “C’è un albero in più…le figure sono distinte…il marrone e il verde dell’albero…e


forse qualche tratto del viso…gli arti sono confusi nel suo corpo e sento che il mio attaccamento è più corporeo”. “Il viso di chi vedi?” “…Vedo più il viso di mia madre che il mio e sento che posso staccarmi da lei.” “Che relazione c’è tra questa nuova immagine e la tua vita di oggi?” “Penso che è come un vortice vivere in questa maniera…per stare attaccato a lei ho una voglia di fare eccessiva… andare al di là delle mie forze… mi toglie concentrazione…corro senza limiti e non rispondo ai bisogni del mio corpo” “E ora di cosa hai bisogno?” ”…di stare…lento… con lei…e con me…”. La modalità di sopravvivenza narcisistica ipervigile di Stefano non gli consente di riconoscere i bisogni all’interno della relazione: il punto-chiave è che Stefano non riconosce di avere bisogno della relazione, dissociando nell’area dei suoi bisogni corporei. Pertanto si identifica con il ruolo di Salvatore e cerca di ‘far stare bene chi gli sta vicino’ in modo onnipotente, così come mi sentivo spinta a ‘dover sbrogliare il senso della sua immagine’. In sintesi Stefano non ha strutturato un adeguato processo di narcisismo primario, avendo memorizzato la percezione di sentirsi inglobato dal narcisismo della figura materna. Nel processo di analisi il cliente realizza la co-costruzione del narcisismo sano: all’interno della relazione terapeutica vive la condivisione di una storia relazionale su una dimensione intersoggettiva somatica B-B accanto alla condivisione del racconto della sua storia personale.

A partire dall’osservazione clinica, si riscontra l’attuale alta incidenza di sindromi narcisistiche e l’ampia molteplicità di fenomenologie cliniche con cui esse si manifestano. Si è ipotizzato il costrutto di spettro del copione narcisistico, la cui utilità è quella di comprendere i differenti quadri clinici narcisistici, caratterizzati dalla gradualità della continuità-discontinuità del senso di sé e senso di autostima. Si è scelto di considerare le diverse fenomenologie narcisistiche come ‘organizzazioni’ di personalità, in termini di Stati dell’Io e Stadi dell’Io, piuttosto che il risultato di una fissazione di Stato dell’Io o di un blocco evolutivo. Il vantaggio che questa focalizzazione teorica consente di dare all’interno del modello analitico transazionale è quello di dare valore ad entrambe le dimensioni: la struttura egoica e il progetto identificatorio del sé copionale. Infatti la persona narcisista ha difficoltà a mantenere la coesione dell’Io e la continuità a riconoscersi mentre tenta di modificare il suo progetto copionale . Nel modello berniano classico, il bisogno di attaccamento come bisogno primario consente di facilitare creative fertilizzazioni della teoria analitico transazionale. Infatti lungo lo spettro del copione narcisistico è importante considerare la polarità sana narcisistica, che è parte integrante del progetto identificatorio della persona. Dare ‘spazio’ nella propria mente all’altro significa contribuire a sviluppare una relazione intersoggettiva e promuovere un sano narcisismo. Non è sufficiente avere consapevolezza della presenza dell’altro, ma è fondamentale esperire una relazione in cui si riconosce all’altro la stessa dignità di esistenza che si sente e si riconosce per sé, per mantenersi lontani dalle sottili trappole narcisistiche e consolidare l’autoconsapevolezza. È ciò che inizia a fare Stefano nella stanza di analisi: incomincia a riconoscere

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Conclusioni

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e dare valore al volto della madre per potersi dare valore. E l’aspetto intercorporeo nella relazione terapeutica è decisivo, perché a partire da questo aspetto, anche al di là delle parole, la coppia cliente-terapeuta usa il proprio ‘esserci’ nel processo di cura. La ricaduta di questa prospettiva sulla teoria della tecnica analitico transazionale consiste nella possibilità di scegliere strategie di intervento che consentano al cliente di differenziare tra il mondo interno e quello esterno, aumentare la consapevolezza sui dati reali del proprio esistere e creare nella coppia terapeuta-cliente le condizioni concrete per una comunicazione intersoggettiva Bambino-Bambino.

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Bibliografia

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DAL MONDO DELL’AT

Dall’illusione alla realtà: il momento di svolta di una psicoterapia

Cristina Innocenti

Parole chiave: Attaccamento distanziante, Intersoggettività, Intimità

abstract

Questo articolo propone una riflessione clinica su un particolare momento del processo terapeutico, durante il quale la relazione terapeutica si svincola da una potente illusione narcisistica. Vengono descritti il frammento della seduta in cui tale momento di svolta è stato vissuto, e i commenti del terapeuta. I commenti procedono attraverso brevi incursioni nell’Analisi Transazionale e nelle teorie psicodinamiche che pongono l’accento sulla natura relazionale dell’intervento terapeutico.

This article proposes a clinical reflection on a particular moment of the therapeutic process, during which the therapeutic relationship is released from a powerful narcissistic illusion. The fragment of the session in which the turning point has been experienced is described, together with the comments from the therapist. The comments proceed through brief forays in the Transactional Analysis and psychodynamic theories emphasizing the relational nature of the therapeutic intervention.

Cristina Innocenti, Psicologo clinico, Psicoterapeuta, Psicodrammista. Analista Transazionale didatta e supervisore in contratto, in campo clinico (PTSTA – P) EATA-ITAA; docente e supervisore Scuole Psicoterapia e Counselling Performat Pisa; membro del Consiglio direttivo dell’IAT, Roma. Opera a Pistoia, Pisa, Firenze / cris.inn@gmail.com

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Keyword: Dismissing attachment, Intersubjectivity, Intimacy

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Introduzione

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Il lavoro propone una riflessione clinica su un tema che sta al centro delle dinamiche narcisistiche: l’illusione, in cui può mantenersi sospesa anche la relazione terapeutica quando, per poter accedere all’autenticità, deve districarsi tra processi di idealizzazione e di svalutazione. La riflessione si sviluppa a partire dalla condivisione di un frammento di seduta, un delicato momento di svolta nella relazione terapeutica che qui transita, appunto, dal mondo sommerso dell’illusione alla realtà visibile e vivibile dell’incontro interpersonale. I commenti che seguono la vignetta sono corredati da alcuni rimandi teorici all’Analisi Transazionale1 e, in modo diretto o indiretto, al suo interfacciarsi con il movimento psicodinamico relazionale contemporaneo (S.J Mitchell, 19932003); alla Mindfulness intesa non come tecnica terapeutica bensì come qualità della presenza mentale del terapeuta (Epstein, 1996; Kabat-Zinn, 2005; Amadei, 2013). Questi riferimenti, in particolare, focalizzano i temi dell’intersoggettività (Aron, 1996) e dell’attaccamento (Bowlby, 1969; 1973; 1980; 1988; Wallin, 2009) che sono in gioco nel processo terapeutico; la teoria berniana del rapporto sociale, delle carezze quali unità di riconoscimento interpersonale e dell’intimità tra esseri umani come base della salute mentale (Berne 1971; 1979; 1986; 1987; 1992); gli sviluppi recenti del modello analitico transazionale, che approfondiscono i concetti di contatto, sintonizzazione ed empatia (Erskine, 1993; 1996) e vanno nella direzione del recupero della relazione (Sills e Hargaden, 2012) e del corpo vissuto (K.C. Waldekranz-Piselli, 1999; Cornell, 2003; 2009; 2015) quali fattori terapeutici specifici, mentre riconoscono il valore della relazione terapeutica nel suo essere “matrice di studio interpersonale [...] spazio terapeutico che offre a paziente e terapeuta un ambiente dove trovano spazio la curiosità, l’incertezza e il conflitto” (Cornell, Bonds-White, 2003). Questo lavoro più che un resoconto sistematico di un intero caso clinico, intende focalizzarsi sul momento-ora di una seduta, allo scopo di dirigere l’attenzione di chi legge sui fattori che, a mio avviso, sono stati cruciali nel processo di trasformazione della relazione perchè hanno promosso l'apertura del paziente verso nuovi e autentici sentimenti. Nell’osservazione svolta, il cambiamento prende le mosse dalla disponibilità del terapeuta ad ascoltare le proprie risonanze e a mettere in gioco nella relazione nuove consapevolezze modificando il proprio ‘stato dell'attaccamento’ nel momento presente della psicoterapia (Wallin, 2009). Successivamente la relazione si sviluppa con la disponibilità di paziente e terapeuta, insieme, a lasciare che si esprima, meglio possibile, la naturale motivazione umana all'incontro interpersonale autentico, che li tiene dapprima in un gioco di forme già conosciute e poi li porta a esplorare una inedita intimità.

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L’Analisi Transazionale rappresenta il background specifico della formazione dell’autore.


1. Un delicato momento di svolta

In una seduta di psicoterapia, F. apre la conversazione dicendo di essere stato molto male durante la settimana per avere contattato un’angoscia profonda, invalidante e incomprensibile: non era accaduto nulla, a detta sua, di nuovo o di significativo. Il racconto si svolge in modo razionale, senza espressione emotiva perché, egli dice, ora non sta più sentendo quell’angoscia; mi chiede una risposta tecnica che gli permetta di alleviarla, nel momento in cui la proverà di nuovo. Mi sono sentita un po’ irritata da quella richiesta e ascoltando questa irritazione mi sono ricordata che, alla fine della seduta precedente, F. mi aveva comunicato che le cose andavano davvero bene, la terapia stava funzionando, soltanto non era contento di sé perchè non era mai riuscito a piangere durante le sedute. Come se piangere fosse una performance cui aveva mancato. L’irritazione per quella che avevo sentito come una svalutazione della possibilità di essere spontaneo in terapia, era simile a quella che stavo ora provando. Vedere questa connessione mi ha incuriosito, ma non è stato immediato per me passare da un atteggiamento indispettito e rigido a un atteggiamento più curioso dell’esperienza che stavo vivendo. Non avendo soluzioni da dare, ho cominciato passivamente a fare delle domande al paziente, ma mi sono trovata a perdere tutte le risposte. Quando una domanda finiva e iniziava una risposta – carina, intelligente e razionale – puntualmente la mia attenzione si eclissava. Mi sono accorta di essere distante e ho cercato e ritrovato contatto con un ritmo regolare di respiro, concentrando l’attenzione in modo intenzionale su di esso. Lo spazio di silenzio che si è creato tra noi è stato breve, ma il tempo per l’attenzione si è invece dilatato, ed ho notato che il suo sguardo era rivolto a terra, tutto il suo corpo era come prostrato e supplicante, in modo incongruente con il tono della voce e i contenuti del discorso. L’irritazione ha lasciato il posto alla tristezza di quel corpo e mi sono ritrovata a pensare al fatto che la richiesta di una soluzione a una così pregnante angoscia, poteva essere legittima e comprensibile per chiunque. In questo nuovo e ritrovato stato di calma, mi sono chiesta: “Chissà quando è cominciata l’esperiena dell’angoscia!” Ero davvero molto curiosa di saperlo: Quando hai cominciato a sentirti angosciato? (pausa) Mentre uscivo da qui. Ricordi il momento preciso? No. Ti va di lavorare su questo? Si tratta di ripercorrere momento per momento il tragitto che hai fatto da quando ci siamo salutati a quando sei uscito da qui l’altra volta. F. Ok.

Per facilitare la ricostruzione della scena, ci siamo alzati e abbiamo fisicamente ripercorso il corridoio insieme. Mentre camminavamo, passo dopo passo io chiedevo: “Qui come ti sentivi? Che cosa è cambiato qui? È stato qui che è cominciato?” E, assaporando lentamente le sensazioni presenti su tutto il tragitto, siamo arrivati insieme alla sala d’aspetto, dove si affaccia il portone per uscire.

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Messa la mano sulla maniglia, nel contatto fisico con il ferro freddo, F. recupera un sentimento di abbandono: “Mi sono sentito solo, come se fossi stato abbandonato. Questo corridoio ora mi sembra come un “miglio verde”, e io mi ci sono sentito come un condannato a morte”. “Miglio verde” è uno slang che definisce il percorso dei condannati nel braccio della morte, titolo di un libro di Stephen King e di un famoso film. Tornati nella stanza, F. comincia il suo racconto. Alla fine della seduta precedente, attraversando la sala d’aspetto, aveva incrociato i pazienti che erano appena arrivati per il gruppo. La possibilità che esistessero altri pazienti non lo aveva mai neppure sfiorato, e incontrarli fisicamente aveva provocato il crollo dell’illusione di essere il mio solo paziente. Ciò che aveva scatenato l’angoscia era stato l’irrompere di una nuova consapevolezza, proprio nel momento della separazione. Solo ora F. ha potuto piangere, per il dolore e l’umiliazione che sentirsi così dipendente gli stava provocando. L’accoglienza empatica del dolore, momentaneamente, è stato il mio unico ulteriore intervento terapeutico.

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2. Il distanziamento che conserva l’illusione

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F. è un uomo di 40 anni che mi contatta, un anno prima di questa seduta, per un problema di depressione. Questo paziente tende alla dipendenza nei rapporti affettivi, e la depressione è reattiva una situazione di separazione da un contesto di vita affettivo e importante. Lungo il primo anno della psicoterapia, F. è riuscito a rimanere aggrappato al sentimento di essere speciale e unico per me offrendo in cambio performance intellettuali brillanti e con la fantasia di avere, tutto per sé, un terapeuta altrettanto speciale capace di performance tecniche risolutive. La compiacenza e le razionalizzazioni gli hanno permesso di mantenere la distanza da una relazione più profonda – benché desiderata – che contiene il confronto con la realtà e con esso l’emergere di un sentimento inaccettabile: il terrore di non piacere all’altro, di non poter essere amato e amabile, di essere rifiutato e rimanere solo. Il desiderio di essere unico è rimasto nascosto finora perchè F. non lo ‘sa’, non lo può sentire in tuttta la sua qualità affettiva, nè lo può raccontare. Esso si canalizza nella negazione dell’esistenza di altri pazienti, e del fatto che io possa incontrarli prima e dopo di lui. Potremmo interpretare l’aggrapparsi del paziente a questa illusione nel senso della ‘difesa’, ma è più efficace per me vedere l’illusione narcisistica come “una forma di interazione, una modalità di partecipazione con gli altri” (Mitchell, 1993, p. 184), che prevede il distanziamento come strategia di mantenimento del legame a fronte della necessità biologica e psicologica dell’attaccamento (Bowlby, 1969; 1973; 1980; 1988). Nella teorizzazione di Bowlby e i successivi studi sperimentali sull’attaccamento, quelli sull’esperienza preverbale e sulla funzione riflessiva (Fonagy, 2002; Fonagy et al., 2005) viene verificato il dato intuitivo che le vite degli esseri umani si sviluppano e si organizzano sulla necessità degli attaccamenti intimi, all’interno dei quali nasciamo come esseri in relazione (Stern, 1987) e apprendiamo la regolazione delle emozioni (Beebe, Lachmann, 2003). Mantenere l’attaccamento è una spinta biologica fondamentale nelle relazioni umane, e il distanziamento ne è, paradossalmente, una delle possibili espressioni.


In questa prospettiva, il distanziamento è un invito a un tipo di attaccamento che non metta in discussione la fedeltà agli antichi legami, nei quali originariamente è stato validato. Rappresenta quindi anche un’importante connessione con la storia di vita che contiene quella decisione di non entrare in intimità, e con le legittime ragioni della resistenza al cambiamento. Così, “[....] i pazienti in analisi che iniziano a avvertire la possibilità di vivere e sentire se stessi e il proprio mondo in un modo diverso, in genere sono terrorizzati dall’idea di un profondo isolamento. Essere diversi, anche se questo significa aprirsi alla gioia e alla vera intimità con gli altri, significa perdere i legami con gli oggetti interni che hanno fornito un senso duraturo di appartenenza e connessione, anche se mediato dal dolore e dalla desolazione” (Mitchell, 1993, p. 27). Il desiderio più potente di tutti è, per gli esseri umani, quello di “conservare un senso di sé duraturo come individuo associato a altri individui, con un posto preciso in termini di relazione, legato a una matrice fatta di altre persone, in termini di transazioni reali e di presenze interne” (p. 32). Quando questa percezione di ‘essere insieme’ si incrina, anche il senso del Sè viene minacciato e siamo assaliti dal terrore.

Gli schemi precoci di ricerca del legame, a differenza di ciò che siamo portati a pensare, possono evolversi e trasformarsi attraverso nuove esperienze di attaccamento che possiamo fare nella vita, come avviene nella psicoterapia, che si organizza intorno a tre principi fondamentali, così sintetizzati in Wallin (2009): “Primo, che le relazioni di attaccamento cocreate sono il contesto determinante per lo sviluppo; secondo, che l’esperienza preverbale prepara il nucleo del Sé in via di sviluppo; e terzo, che l’atteggiamento del Sé nei riguardi dell’esperienza predice la sicurezza dell’attaccamento meglio degli stessi fatti che costituiscono la storia personale. [....] Gli stessi tre temi organizzano il modello della terapia come trasformazione effettuata per mezzo della relazione” (p. 29). Perchè la relazione terapeutica sia trasformativa, occorre che il terapeuta sia disponibile al cambiamento dentro di sé. Solo così la sua responsività, che è espressione del tipo di attaccamento che mette in atto nella seduta, può diventare parte attiva nella costruzione di una relazione che sia la proposta di qualcosa di nuovo per il paziente. La prima risposta non può infatti che essere collusiva, poichè i bisogni reali non sono accessibili alla coscienza. Qui, “i terapeuti che sono inclini al distanziamento possono diventare freddi o ritirarsi. Oppure, possono diventare controllanti. Oppure ancora, possono interpretare aggiungendo, per così dire, l’insight alle ferite preesistenti. I terapeuti preoccupati, con potenti paure di abbandono, possono non riuscire a dissimulare quando si sentono soverchiati dalle passioni o possono andare su tutte le furie” (Wallin, 2009, p. 337). La mia reazione alla richiesta del paziente, che proponeva distanza, è stata di irritazione e di presa di distanza a mia volta: potevo soltanto fare domande razionalmente ‘giuste’ ma affettivamente insignificanti, in un assetto distanziante nel quale anch’io a volte mi rifugio. Eravamo bloccati e sempre più annoiati, dispersi, insoddisfatti. L’osservazione del corpo del paziente e l’ascolto della comunicazione corpo-

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3. La responsività del terapeuta: dalla collusione al contatto

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rea sono stati elementi di contatto centrali in questa seduta: F. stava stimolando nuovamente nel setting una distanza attraverso la richiesta di ‘risolvere’ l’angoscia mediante una tecnica, ma il linguaggio del corpo tradiva un certo bisogno di vicinanza.

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4. Consapevolezza e accettazione

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La collusione aveva permesso a F., fino a questa seduta, di sentirsi al sicuro nel suo vecchio sistema di riferimento interno, e a mio avviso era la ragione del suo iniziale affidarsi alla psicoterapia, nonostante la paura. Nello stesso tempo, questo assetto relazionale non aveva reso possibile alcun cambiamento. Come terapeuta, io penso che il mio primo compito sia la costruzione di una base sicura che consenta l’esplorazione terapeutica (Bowlby, 2007); questa costruzione ritengo sia inaugurata dall’impegno e dalla disponibilità a lasciarmi coinvolgere in modo non difensivo nell’esperienza della relazione, a livello cognitivo, emotivo e corporeo (Erskine, 1993; 1996; Cornell, 2009; 2015). La disponibilità alla consapevolezza di cosa sta accadendo e al cambiamento, può aprire la strada all’emergere di sentimenti che sono stati negati, perciò si può dire che la costruzione della base sicura nella psicoterapia non ha a che vedere con la compensazione di carenze del passato, ma con la possibilità di esplorare, sperimentandole, nuove opzioni relazionali al di fuori della compiacenza e, per dirla con W. Cornell (2003), nell’amore per la verità. La strategia distanziante, a livello neurologico, è disattivante. Essa porta con sé la svalutazione dell’altro. Nelle sedute successive a questa, il paziente ed io abbiamo riflettuto sull’aspettativa segreta che supportava il distanziamento e abbiamo trovato la paura di non riuscire a costruire con il terapeuta una relazione di dipendenza diversa da quella introiettata, nè di saperla utilizzare in modi diversi da quelli conosciuti. Una svalutazione che coinvolgeva le competenze del paziente e le mie. Nell’idealizzazione, d’altro canto, la strategia disattivante si esplica con l’accantonamento delle emozioni in favore dell’impegno a far sentire speciale l’altro significativo. In terapia “a qualche livello i pazienti sentono che [....] per mantenere la relazione devono puntellare quello che immaginano – o percepiscono – essere un nostro traballante equilibrio narcisistico. [....] I terapeuti preoccupati possono sentirsi a disagio di fronte all’idealizzazione dei pazienti e, di conseguenza, possono sentirsi costretti a bucare il pallone che il paziente ha gonfiato per tenere entrambi in aria. I terapeuti distanzianti, al contrario, possono esagerare e prendere per buona l’idealizzazione del paziente al suo valore facciale, oppure goderne troppo per poter riconoscere il ruolo dell’idealizzazione come parte di un modello difensivo del paziente di mettersi in relazione. Accorgerci del nostro disagio o del nostro piacere di fronte all’ammirazione del paziente può essere spesso un segnale della presenza dell’idealizzazione” (Wallin, 2009, p. 342). La consapevolezza della crescente irritazione che ho provato e l’insoddisfazione del paziente stesso, hanno mosso la ricerca di una svolta in questa seduta: per me darmi il tempo del respiro, sopratutto spostare l’attenzione sul respiro, è stata l’occasione per trasformare in empatia quella irritazione. Qui la consapevolezza è intesa come quel tipo di presenza mentale caratterizzata dall’assenza


di giudizio, che facilita l’emersione da stati mentali problematici (Epstein, 1996; Kabat-Zinn, 2005; Stern, 2005; Amadei, 2013), rendendo possibili scelte terapeutiche assimilabili a nuove decisioni relazionali. Accettare in modo non giudicante le mosse ‘conservative’ del paziente e anche le mie, mi ha permesso di riconoscere lo spirito di guarigione autentico di F. e di vedere come questo lo stava portando dal distanziamento alla ricerca di vicinanza. Un bisogno che poteva esprimersi soltanto nel sottotesto della conversazione perchè in realtà la vicinanza sarebbe stata senz’altro una condizione troppo difficile per lui. E qui, se è vero che F. ha chiesto in modo indiretto di essere guidato, mostrando in questo la sua diffidenza verso il terapeuta, è toccato a me sbloccare questa diffidenza, accettando l’idealizzazione. È toccato a me ‘guidarlo’, proprio come mi aveva chiesto di fare: accettare di essere importante per F. mi ha permesso di vedere con occhi diversi me stessa e il mio paziente, ed ha innescato in me quel tranquillo desiderio di contatto con la sua angoscia.

L’importanza del contatto, dell’intimità fisica e dei riconoscimenti reciproci tra esseri umani, nello sviluppo dei bambini come nell’esistenza degli adulti, sono spinte motivazionali primarie, “gli aspetti più vitali ed efficaci di stimolazione sensoria” (Berne, 1971, p. 72). Così, ogni transazione veicola una carezza, un riconoscimento interpersonale vitale e reale (Berne, 1986; 1987; 1979; 1992), ed è l’occasione per esplorare – anche quando le cose non sono andate troppo bene per noi nelle relazioni primarie – il permesso di esistere e di avere significato e valore. La neurobiologia dell’attaccamento supporta tale speranza: in continua evoluzione, essa ha dimostrato che l’organizzarsi delle reti neurali intorno alle prime esperienze di contatto, implica il modo in cui il Sè diventa sensibile alle esperienze relazionali successive, ma anche che tale sensibilità permetterà all’individuo di utilizzare modelli di interazione diversi per trasformare queste strutture interne (Merciai, Cannella, 2009). Secondo me stare con l’esperienza di essere distanti, riflettere internamente su quell’esperienza, contattare visivamente il corpo e poi decidere di potersi muovere nello spazio e ‘congiungere’ la nostra rispettiva attenzione intenzionale e non giudicante sulle sensazioni fisiche puntuali e sulle relative emozioni, sono stati momenti preziosi di trasformazione, sia per il paziente che per me. I miei interventi in questa seduta sono stati, effettivamente, delle risposte tecniche: la prima attinge alla metodologia berniana classica, è l’ operazione terapeutica descritta da Berne (1986) come ‘interrogazione’; l’altra invece attinge al corpus delle tecniche psicodrammatiche (Moreno, 1987). Però è altrove rispetto alla tecnica, secondo me, il senso di ciò che è avvenuto: la domanda cruciale sul quando e dove dell’angoscia e poi il coinvolgimento anche fisico comune nella ricerca di questo luogo, sono stati elementi tecnici che hanno ‘materializzato’ la speranza del paziente che un contatto psicologico fosse avvenuto, hanno aperto la sua percezione di aver avuto davvero un impatto su di me, un peso nella relazione. È stata questa speranza – più che la tecnica utilizzata – a consentire al paziente e a me stessa l’accesso al sentimento di abbandono e di paura.

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5. Speranza

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DAL MONDO DELL’AT

Narciso nel paese delle meraviglie: la ferita narcisistica nelle generazioni di ieri e di oggi

Maria Assunta Giusti

abstract

L’articolo propone una riflessione sul malessere degli adolescenti attraverso un’analisi dei passaggi generazionali dal dopo-guerra ad oggi. Secondo l’autrice esiste una corrispondenza tra cultura generazionale e tipo di disagio psicologico che ha portato all’attuale “culturanarcisistica”. Viene proposto anche un ipotetico percorso terapeutico seguendo la fiaba di alice nel paese delle meraviglie. Alice indica il cammino adolescenziale, i problemi e i bisogni dei giovani. I genitori possono aiutare i propri figli ad affrontare la crescita e non cedere all’inganno di una cultura narcisistica che li vuole troppo grandi o troppo piccoli, lontani dalla propria finitezza e dalle proprie capacità.

Parole chiave: Transgenerazionale, Narcisismo. This paper presents a reflexion on the problems of adolescents through an analysis of intergenerational passages from world war two until now According to the author there is a match between generational culture and specific types of psychological disturbance that has driven to the present “narcissistic culture”. A possible therapeutic journey is suggested according to the tale of Alice in Wonderland. Alice indicates the path for adolescence , in terms of problems and needs of adolescents.Parents can support their children growing up without giving in to the narcissistic culture wanting them to be either too grown up or too young in so pushing them away from their own limits and abilities.

Maria Assunta Giusti Psicologo-Psicoterapeuta TSTA in campo clinico. Specialista per l’infanzia / giustimariaassunta@gmail.com

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Keyword: Transgenerational, Narcissism.

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Con questo lavoro si intende proporre una riflessione che si è sviluppata nel corso degli anni all’interno del lavoro clinico e dagli incontri dell’autore con più generazioni a partire dai quali sono state maturate alcune considerazioni su un copione culturale e transgenerazionale che ha caratterizzato e caratterizza in nostro tempo a partire da trasformazioni che lo continuano a interessare. Nell’incontro con gli adulti, con i bambini e con gli adolescenti è stato possibile osservare lo svilupparsi di differenti quadri sintomatologici e di patologie a seconda dell’evoluzione o involuzione culturale e sociale specifica di quell’epoca storica. È noto che la personalità di un individuo rappresenta il risultato del suo sviluppo psico-biologico, del suo contesto psico-affettivo e nell’ambiente socio-culturale in cui vive. La personalità risulta così come l’intreccio dinamico tra il temperamento tipico di quel soggetto e la sua esperienza e per questo si può supporre la possibilità che le varie epoche storiche influenzino culturalmente e socialmente la crescita delle persone influenzando il loro stile di personalità. Gli attuali adolescenti sono figli di una generazione rispetto alla quale per cultura e politica si manifestano comportamenti narcisistici con forti sfumature istrioniche e borderline. Molti di questi ragazzi hanno acquisito ed esasperato alcune caratteristiche sia della “cultura dell’immagine”, appartenente ai loro padri e madri, sia di quella “dell’immaginario” presente nella generazione precedente. Nella generazione attuale l’uso del selfie potrebbe, per esempio, essere letto come una conferma dell’esistenza di un sé, mentre in quella che l’hanno preceduta si può ipotizzare un bisogno di ostentare un’immagine forte, potente e ideale, per quelle ancora precedenti un bisogno di ribadire la propria libertà individuale, un oltre, un senza-confine. Rileggendo la storia della psicopatologia ci si po’ rendere conto che i cambiamenti epocali sono sottolineati da comportamenti e problematiche differenti che caratterizzano i disturbi e le patologie che vengono curate. Le generazioni del dopoguerra avevano bisogno di concretezza, di potersi affidare a qualcosa di solido che durasse, che potesse far sperare in una rinascita e in un futuro. Le nevrosi, le ansie e le depressioni ne erano l’espressione più evidente. Assicuratisi il benessere le generazioni immediatamente successive hanno avuto bisogno di disubbidire, di infrangere i confini, di esasperare la libertà fino alle estreme conseguente a volte degenerate in forme di caos. Le patologie più evidenti sono state quelle relative al disturbo borderline e bipolare. Quei figli hanno avuto bisogno di ridare un ordine ma rispettando quell’idealizzazione onnipotente che era nel cuore e nella mente dei padri e delle madri. Si è osservato così un fiorire di meccanismi ossessivi e controllanti ma soprattutto di narcisismo over e cover che ha sottolineato il successo o il fallimento. Alcuni “figli-oggetto” dell’attuale generazione è come se risentissero dei vari fenomeni e si perdessero/smarrissero. Fra le opinioni più diffuse, che possono avere un riscontro più o meno frequente, si sono potute osservare le seguenti:

– la concretezza dei nonni non si riscontra negli stili di comportamento della quotidianità; – la voglia di ribellarsi e divergere della generazione dei genitori si manifesta raramente; – i sogni da realizzare cambiano natura proprio in relazione all’incertezza del proprio futuro; – è complesso stabilire un legame fra l’identificazione in un ideale (così come è stato per i padri) e il desiderio.


Grandiosità, ricerca di ammirazione, mancanza di empatia, riscontrabili nel comportamento di questi giovani e dei giovanissimi, si possono rileggere alla luce del quadro sintomatologico delle personalità narcisistiche. In questi casi a difesa delle generazioni che hanno vissuto il caos “borderline” che è stato determinato da una mancata integrazione del sé, si può ipotizzare che si sia sviluppato un sé grandioso alla ricerca di idealizzazione e nel rispetto di una grandiosità e onnipotenza al suo servizio. Tutto ciò può essere letto in opposizione alla dipendenza che aveva caratterizzato le generazioni precedenti e così, quella successiva “narcisistica”, forse ha avuto bisogno di dimostrare che poteva fare tutto da sé e non aveva bisogno di nessuno. I genitori, rimasti molto spesso adolescenziali, non hanno saputo dare dei confini, delle regole protettive affidando così ai figli il compito illusorio di creare mondi perfetti dove il successo e il potere avrebbero sopperito alla mancanza di contatto, di legame e di affetto. Spesso si può riscontrare come alcuni bambini e ragazzi si ipnotizzano davanti a uno schermo e, fra di essi, ci sono quelli che soffrono la dipendenza dal computer, che si ritrovano soli nella loro camera ma circondati da contatti virtuali dai quali ambiscono ricevere un “riconoscimento”. Talvolta si confidano con un “amico virtuale”, mai incontrato, ma esistente in qualche parte del mondo. Questo ricorda la funzione degli “amici immaginari” che facevano tanta compagnia nella prima infanzia. In alcuni casi estremi i ragazzi si fotografano mentre s’infliggono ferite non perché affetti da disturbo borderline ma perché hanno bisogno di sapersi capaci di sentire dolore, procurarselo e affrontarlo, dimostrando agli altri che “lo sanno fare”, assumendo un atteggiamento di sfida tipico di ogni generazione adolescenziale, ma confondendo la “prova” con la “sfida” fine a se stessa. Le foto che testimoniano la capacità di procurarsi dolore rispondono a quel bisogno di ammirazione che mantiene l’immagine grandiosa e il senso di appartenenza. Si tratta in molti casi di ragazzi circondati da ovattate attenzioni, profuse dai genitori con l’intento di evitare loro, con qualsiasi mezzo, il dolore ed esonerarli dalle prove della vita. In realtà, lo sforzo di questi genitori di salvare i propri figli dalla sofferenza nasconde il tentativo di salvare se stessi dall’impotenza. A volte, ho potuto constatare che l’impotenza è il risultato di una rabbia sorda e di un dolore che non ha ricevuto mai consolazione. Ed è proprio questa mancata consolazione che rende feriti senza possibilità di coagulare, risarcire e riparare il dolore e soprattutto la solitudine. Questa dinamica genera un’immagine sociale caratterizzata da un narcisismo che potremmo definire over, fatto di grandiosità, ammirazione e mancanza di empatia. L’immagine interna, invece, parla il linguag-

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Se tutto ciò risulta riscontrabile non rimangono, per i “figli-oggetto” che le vestigia di un sé, quelle legate all’immagine che si può mostrare. Questa immagine non è, così, un’immagine nutrita dalla fantasia, dall’immaginario e dalla conquista; non è che un’immagine legata a stereotipi sociali che esiste solo se condivisa. È l’immagine fugace legata al super-adesso: in tempo reale i ragazzi fanno qualcosa, lo imprigionano nell’immagine fotografica o filmata, quasi come unica prova tangibile della loro fugace esistenza, la inviano al mondo di Faceboock. Quando Facebook risponde con “mi piace” ci si sente approvati fra migliaia di contatti che caratterizzano quel virtuale che contemporaneamente è vicinanza e lontananza, presenza e assenza.

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gio di un narcisismo cover, fatto di paura, di senso d’inferiorità, fragilità, vulnerabilità, timore del confronto e ipersensibilità critica. Si può ascondere in questi casi la paura di esser un bluff, di non valere niente, di continue oscillazioni e perdita di autostima, sorretta spesso dalle sostanze che eccitano, ottundono o inebriano a seconda del momento. Il dolore negato e temuto, il negativo proiettato, il mancato coinvolgimento rinforzano la fuga dalla realtà o dalla noia e, in ogni caso, dalla frustrazione, che è bandita in una rappresentazione idealizzata (Galimberti, 2007). Una domanda che ci si può porre riguarda come si possano sottrarre questi adolescenti a un destino angoscioso e, in taluni casi, di “annientamento”? Occorre tenere conto che essi vivono una condizione paradossale: apparentemente dispongono di tutto ma da tale possesso non deriva alcuna conquista materiale. Sono messi nella condizione di studiare e laurearsi ma non possono esercitare poi il lavoro per il quale si sono preparati. Questa situazione di stallo li trasforma in bambini adultizzati, costretti a prolungare l’adolescenza perché dipendenti economicamente dalla famiglia. Non tutti i genitori poi li spingono a impegnarsi per ottenere risultati e ci sono anche quelli che li mandano, quando possono permetterselo, in scuole d’eccellenza e, comunque, non si adoperano per renderli realmente autonomi e farli crescere. Non chiedono loro dove e con chi vanno, ma li controllano con il cellulare o leggendo il loro profilo su facebook. Eppure gli adolescenti hanno bisogno di essere riconosciuti, di ricevere struttura che limiti il loro sendo di onnipotenza. Per far sì che ciò accada è necessario sintonizzarsi sui loro bisogni di sicurezza, costruire opportunità di incontro autentico e di amore, senza sostituirsi a essi e senza “abdicare” i compiti educativi che seppure faticosamente possono facilitare il loro empowerment (Montuschi & Pamonari, 2006). La cosiddetta cultura del benessere, evitando loro quelle “prove di ingresso” che da sempre si sono dovute affrontare per affermarsi ed esistere, contribuisce a generare una cultura narcisistica. Il rischio è che nelle prossime generazioni, per fronteggiare le angosce di solitudine e impotenza si ricorra a comportamenti di isolamento e scissione schizoide. Le insicurezze adolescenziali non sono da curare ma da averne cura. La forza di ciascuno di noi nasce dal rispetto della propria e altrui vulnerabilità e dall’accettazione dei limiti. È nel legame con l’altro che si può acquisire significatività e si conquista quella libertà che è compresenza del sé e dell’altro. I limiti, insieme ai legami, costituiscono l’essenza della libertà come interdipendenza e in una società e in una cultura che si esprimono narcisisticamente il limite non esiste, l’altro è spettatore, giudice o idealizzazione e può non essere percepito empaticamente perché non c’è spazio che per se stessi. I genitori sono concentrati principalmente sul dare, come risposta al proprio bisogno di non sbagliare mentre i figli danno per scontato ciò che ricevono, con la pretesa di essere amati senza interrogarsi sulle proprie capacità di amare. Per proteggersi dal rischio che essi “si perdano” o che si nascondano dietro l’identità dettata da un sintomo, forse può essere utile ricordare che hanno bisogno di quelle prove iniziatiche che caratterizzano da sempre il passaggio generazionale. Se li “salviamo” li condanniamo (Aime & Pietropolli Charmet, 2014).


1. La fiaba di Alice nel Paese delle Meraviglie come metafora per un percorso terapetuco

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Si propone un tentativo di creare un potenziale percorso terapeutico, “genitoriale”, usando come metafora la fiaba di Alice nel Paese delle Meraviglie. Alice, per poter crescere, precipita nel mondo della sua infanzia con un viaggio a ritroso. Assume pozioni magiche che la fanno sentire più grande o più piccola e la sua identità viene messa in dubbio e lei stessa si interroga su chi è davvero. Deve percorrere un “sottomondo”, conoscerlo mentre lo teme. Incontra la follia del Cappellaio Matto, frutto del trauma generato dalla lotta tra la regina cattiva e quella buona. Alla corte della regina cattiva c’è finzione e a chi non si adatta o compiace, verrà tagliata la testa, verrà tolto il diritto di avere un suo pensiero. Alice, suo malgrado, è costretta a seguire il corso della storia, ne subisce il conflitto tra le due parti e conosce il Bruco che la interroga sulla sua identità. Il Coniglio che combatte con il tempo seguendo una spinta a sbrigarsi perché è sempre troppo tardi; il cane fedele ma vittima del ricatto affettivo inflitto dalla regina cattiva, e il cane (Grafobrancio) fedele guardiano della spada (Bigralace) che lei dovrà conquistare per affrontare il suo mostro: il Ciciarampa colui che conosce le paure del mondo. È con la riconoscenza che si impadronirà della spada ed è con questa che combatterà e vincerà il mostro. Solo dopo aver incontrato la sua “moltezza” e aver rinunciato alle sue illusioni bambine potrà tagliargli la testa e decidere se rimanere nella follia di Sottomondo o riemergere e prendersi le proprie responsabilità di giovane donna partendo per la sua impresa trasformativa. Un atteggiamento narcisistico non aiuta Alice anzi le fa affermare: “Io”, ma non le dà la responsabilità della sua affermazione, non la sorregge nelle frustrazioni dell’errore e nella “bisognosità” dell’altro. Un atteggiamento narcisistico non le avrebbe permesso di riconoscere le proprie parti mostruose, le proprie illusioni e la responsabilità di fronte all’altro-vulnerabile. Un atteggiamento narcisistico non le avrebbe dato la possibilità di ribellarsi all’ordine sociale che la voleva sposa per appartenere alla cerchia nobile. È affermando responsabilmente la propria identità e riconoscendo i propri sogni e rinunciando all’indiscussa invincibilità che Alice cresce, esce dall’adolescenza e progetta il proprio futuro. È solo dopo aver accettato che la ferita che gli è stata inferta dal cane Grafobrancio è guaribile nella misura in cui lei sentirà riconoscenza e gli restituirà lo sguardo, che potrà uscire dalla propria infanzia, dalla follia, dal trauma della sua adolescenza. Possiede ora lo strumento, la forza, con cui combattere i propri mostri e crescere.

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APPROFONDIAMO

Migrazione e vergogna

Maria Luisa Cattaneo

abstract

L’articolo tratta il tema della vergogna di essere stranieri, emozione che spesso emerge nel lavoro clinico con le famiglie migranti. La migrazione fragilizza, soprattutto in una prima fase, tutti i processi attraverso cui le persone mantengono la propria autostima, rendendo ancora più sensibili allo sguardo dell’Altro. Il disprezzo, l’ostilità, la paura con cui oggi vengono accolti i migranti dagli autoctoni, ferisce profondamente le persone migranti; questo sguardo svalutante viene facilmente interiorizzato come meccanismo di difesa ed è fonte di vergogna di sé e della propria cultura, rende più difficile l’elaborazione positiva del trauma migratorio; la vergogna può essere trasmessa da una generazione all’altra. L’articolo vuole proporre una riflessione rispetto al trattamento e alla cura dei migranti.

Parole chiave: Migrazione, Vergogna, Narcisismo, Resilienza This article deals with the emotion of shame of being foreigners, which is recurrent in the clinical work with migrant families. Migration – especially in its first phase – renders frail all the processes through which people maintain their self-esteem, making them even more sensitive to the look of Others. Migrants are deeply hurt by contempt, hostility and fear with which the native population welcomes them; this discounting gaze is easily internalized as a defense mechanism for migrants and becomes a source of shame for them and for their own culture. Therefore this renders harder the positive outcome of working through the migration trauma. Shame can be passed down from one generation to another. This article intends to propose a reflection about clinical treatment and care of migrants.

Maria Luisa Cattaneo, Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale clinico T.S.T.A. / marialuiscattaneo@tiscali.it

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Keyword: Migration, Shame, Narcissism, Resilience

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La migrazione è un atto dalle enormi implicazioni sia sociali che psichiche e, nella persona che vive questa esperienza, modifica radicalmente e per sempre la percezione di sé (Grinberg, Grinberg, 1990). Allo stesso tempo, i flussi migratori di una certa consistenza, modificano profondamente anche la cultura propria degli autoctoni dei paesi di accoglienza, la percezione di sé e del proprio paese, innescando processi collettivi e individuali segnati dalla paura e dall’incertezza, che sfociano a volte in atteggiamenti di aperto rifiuto, stigmatizzazione, aggressività. Attualmente nel nostro paese, ma anche in altri della “civilissima” Europa, molte forze politiche e sociali stanno cavalcando queste reazioni, amplificando ad arte il pericolo che queste ondate migratorie (in questi giorni costituite, fra l’altro, da un numero sempre più ampio di profughi di guerra) rappresentano per la sicurezza dei cittadini, e diffondono un’etica fondata sulla difesa della “purezza” della propria cultura, dei propri privilegi, piccoli o grandi che siano, che evoca orribili spettri non troppo lontani. L’ipotesi che orienta il presente lavoro è che come analisti transazionali si è chiamati a contrastare questa cultura che si va diffondendo e a contribuire allo sforzo collettivo di molti per costruire una nuova etica solidale (Rodotà, 2014) su cui fondare la nostra vita sociale e professionale, raccogliendo l’invito con cui Carlo Moiso (1989) conclude un suo articolo dal titolo significativo: “Etica e narcisismo sociale”, scritto negli anni Ottanta. Così egli scrive:

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In un momento in cui la logica del profitto, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del nord del mondo sul sud, la ricerca del sentirsi bene a scapito dello star bene, il predominio dell’apparire sull’essere causano mutamenti ecologici disastrosi, nuove pestilenze e il sorgere di antichi spettri, in un momento in cui i quattro cavalieri dell’apocalisse, avvicinandosi invece che allontanandosi, segnano il declino del mito (truffa) di una scienza autoproclamatasi onnipotente ma in realtà spesso amorale, cieca e opportunistica, sono da sottolineare con forza le parole di un allievo di K. Lorenz, Eiblu-Eibensfeldt: ‘senza una nuova etica la nostra specie rischia l’esistenza’ (op. cit. p.70).

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Nella situazione attuale non possiamo fare da spettatori di quanto sta avvenendo senza diventare collusivi con la violenza e l’intolleranza (Clarkson, 1987). Mi sono domandata in questi anni, lavorando in contesti clinici1 con donne e famiglie migranti, come mettere in pratica questi principi etici nel mio lavoro. Ho cominciato a fare attenzione all’impatto dello sguardo degli altri sulle persone migranti che mi venivano a chiedere aiuto e ho constatato che un elemento presente in tutti è la vergogna di sé, espressa in vari modi. C’è chi la vergogna la esprime apertamente nel corpo e nella parola, chi la riveste di arroganza e aggressività. Credo che noi, come operatori della sanità pubblica o privata che sia, e in quanto tali, agli occhi dei migranti “rappresentanti” della società di accoglienza, possiamo avere un ruolo significativo nel confermare o meno attraverso 1

Centro di salute e ascolto per le donne immigrate e i loro bambini, Ospedale San Paolo di Milano, Servizio di clinica transculturale per i minori migranti e le loro famiglie della Cooperativa Crinali di Milano.


le nostre pratiche questo senso di vergogna; abbiamo la possibilità di diventare “tutori di resilienza” (Cyrulnik, 2000) invece che “riproduttori di vergogna”2. Come è noto, come esseri umani siamo animali sociali e fin dalla nascita costruiamo la nostra identità e la consapevolezza di chi siamo attraverso la relazione con l’altro. Questo dato fa parte dell’esperienza di ciascuno e è confermato dalle varie teorie sullo sviluppo fondate sull’osservazione del bambino (Bowlby, 1969; Stern, 1985) e dalle più recenti relative agli sviluppi delle neuroscienze (Damasio, 1994, 1999). Anche Berne individua il bisogno di riconoscimento come bisogno fondamentale dell’essere umano, che condiziona lo sviluppo del copione e degli Stati dell’Io fin dalla nascita (Berne, 1961, 1972) e sottolinea questo stretto legame tra sviluppo dell’identità personale e la qualità della relazione con l’altro nelle diverse fasi dello sviluppo. Diacronicamente è l’altro che si prende inizialmente cura dell’essere umano ma anche, via via, è con i pari che si instaurano relazioni significative e, oggi, si diffonde insieme allo sguardo dei grandi, lo sguardo sociale con cui si interagisce attraverso i media e la a rete dei social network. In circostanze specifiche, quando lo sguardo dell’altro su di noi è carico di critica e di svalutazione si può provare il sentimento della vergogna, e questo sguardo giudicante che ci rifiuta si può interiorizzare. La vergogna è una emozione molto primitiva; Erikson (1950), analizzando gli stadi dello sviluppo del bambino e associando a ogni stadio l’acquisizione di un atteggiamento che lo contraddistingue, situato in rapporto ad un polo positivo e uno negativo, situa la nascita della vergogna attorno ai due anni, nella fase di sviluppo caratterizzata come “autonomia/vergogna o dubbio di sé”. Riprendendo Erickson, English (1993) sottolinea come ogni essere umano rimane estremamente sensibile alla vergogna per tutta la vita. English, sottolinea inoltre che la vergogna è un’emozione propria della specie umana, diversamente dalla paura che ci accomuna agli altri animali, ha uno scopo di sopravvivenza e contemporaneamente apre alla possibilità di un controllo negativo e mortificante dell’individuo da parte della famiglia e della società:

Attualmente, nella nostra società i migranti appartengono a gruppi che una buona parte della popolazione autoctona guarda con diffidenza, ostilità, a volte disprezzo, e sono bersaglio di messaggi anche espliciti da parte di organizzazioni che inviano un messaggio del tipo: “non c’è posto per te in questo mondo”, “sei indesiderabile”, “sei inferiore”. È piuttosto recente la polemica scoppiata a partire dall’atto insultante di un parlamentare italiano contro una ministra di colore di un governo, paragonata a un orango, e è sorprendente la decisione del nostro

2

Il termine è mio.

Approfondiamo -

La possibilità di provare vergogna è innata negli esseri umani e ha un effetto di ‘civilizzazione’ per il fatto di adattare un bambino alla sua famiglia e cultura. Malauguratamente questa capacità è sfruttata, consciamente o no, da entrambe. Certe persone e certi gruppi possono così essere controllati alle spalle, addirittura in modo insensato dal punto di vista stesso delle società in cui vivono (English, 1993, p. 28).

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parlamento che ha negato l’autorizzazione a procedere contro il parlamentare perché il suo insulto non sarebbe razzista. Ci si può domandare, quale specchio deformante siamo noi per i migranti? Qual è l’impatto di questo sguardo sul loro funzionamento psichico, sulla loro autostima, su quello che Kernberg (1988), chiama “narcisismo normale”? La mancanza di un’accoglienza positiva, l’ostilità diffusa, colpiscono persone che nel momento della migrazione si trovano già in una condizione di fragilizzazione identitaria (Nathan, 1996; Moro, 1994). La migrazione infatti è un evento estremamente stressante, potenzialmente traumatico; a questo proposito, Nathan, uno dei fondatori dell’etnopsicoanalisi, parla di “trauma del non senso”. Con l’etnopsicoanalisi si può infatti considerare la cultura come “pelle dello psichismo umano”, cioè una condizione indispensabile per lo sviluppo psichico di ogni essere umano. Non esiste “l’uomo nudo” secondo Nathan, e l’appartenere a una cultura è condizione universale dell’essere umano. Dévereux, considerato il fondatore di questa corrente di pensiero, inserisce la cultura così profondamente nello psichismo umano, da parlare di un inconscio culturale.

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Per mantenere costante la sua funzione di orientare l’individuo nel mondo, di dare risposte fondamentali sulla propria identità individuale e di genere, sul senso della vita e della morte, sulla salute e la malattia ecc., la cultura vissuta ha bisogno di trovare supporto continuo nella cultura esterna cioè nella cultura del gruppo con il quale l’individuo ha bisogno di mantenere scambi e interazioni continue. Questo involucro culturale ha una funzione di contenimento, ma è permeabile e viene continuamente attraversato nelle due direzioni: dall’esterno verso l’interno, quando la cultura esterna conferma i pensieri e le interpretazioni che l’individuo dà del mondo, e dall’interno verso l’esterno, quando il singolo contribuisce, attraverso il suo apporto personale, a consolidare la cultura del gruppo. La cultura esterna verrà quindi in una certa misura perpetuata e in una certa misura modificata dall’apporto dei singoli. In quest’ottica la cultura può essere pensata come un’entità dinamica […]. Insistiamo sulle costanti, reciproche interazioni tra cultura esterna e mondo psichico individuale perché nella nostra percezione di occidentali queste due dimensioni sono separate, mentre nella prospettiva dell’etnopsichiatria sono costituite della stessa “stoffa”. La cultura esterna è la forma, collettiva, strutturata storicamente, del funzionamento psichico degli individui, ne rappresenta la forma collettiva. Gli interrogativi profondi sui misteri della vita, del dolore e della morte, della gioia e della sofferenza, del bene e del male cercano una risposta dentro la vita psichica individuale; ma il gruppo, a cui l’individuo appartiene, ha coagulato nel tempo delle risposte possibili e sensate a tali quesiti, ha strutturato alcune piste di ricerca sul senso della vita che sono il frutto del pensiero dei singoli. Il gruppo riduce l’angoscia dell’individuo, offrendogli attraverso i legami sociali e il pensiero collettivo, un contenitore delle emozioni (Cattaneo, Dal Verme, 2005, pp. 37-38).

Proprio per questa funzione di “pelle” che la cultura riveste per gli umani, per la sua importanza fondamentale nel permettere prima la costruzione e poi il mantenimento di una sana consapevolezza della propria esistenza e del proprio valore, in AT potremmo dire nel permettere di abitare una posizione “io sono OK – tu sei OK” a livello sia intrapsichico che relazionale, la migrazione costituisce un evento traumatico, introduce una rottura brutale della omologia e del rap-


porto dialettico di continuo scambio e sostegno tra cultura individuale, interiorizzata dall’individuo, e cultura del gruppo. Questo trauma “del non senso” ha come effetto, soprattutto nella prima fase della migrazione, una crisi della propria autostima, un senso di incertezza rispetto alla propria identità, la perdita di capacità di decodificare il mondo che sta fuori e quindi di muoversi con efficacia in esso con conseguenti ripercussioni negative sull’autostima; tutti gli stati dell’Io sono toccati dal trauma: il Genitore si trova confrontato con valori, norme, modalità di protezione diverse, a volte contrapposte, ed è in difficoltà a svolgere la sua funzione normativa e di protezione, gli adattamenti appresi dal B per essere accettato e compreso si rivelano spesso inefficaci e controproducenti, l’A non ha i codici linguistici e culturali per comprendere gli input che provengono dall’esterno e per scegliere strategie appropriate per raggiungere i propri obiettivi. In AT potremmo dire che è leso il sistema di riferimento (Schiff, 1980), che garantisce una coerenza al funzionamento del sistema degli Stati dell’Io. In questa fase la persona è quindi particolarmente sensibile allo sguardo altrui, permeabile, come se fosse “senza pelle”. Uno dei fattori (non l’unico) che influenzano il processo di superamento positivo di questa situazione di stress o trauma migratorio è trovare nel nuovo mondo uno sguardo che riconosce, valorizza, accoglie e sostiene lo sforzo di ricostruirsi una nuova “pelle” culturale, necessariamente “meticcia” (Moro, 1994, 1998). Il trovare invece una sguardo ostile e stigmatizzante favorisce processi involutivi di elaborazione del trauma, ostacola il dispiegarsi delle risorse di resilienza che ognuno possiede (Cyrulnik, 2010; Rossi, 2015), rinforza preesistenti aspetti copionali limitanti, favorisce risposte inadattive di ritiro, isolamento, e/o aggressività e la strutturazione di nuovi aspetti copionali negativi, favorisce la trasmissione degli effetti traumatici della migrazione da una generazione all’altra (Moro, 2000), producendo in questo modo sofferenza per tutti, sia per la persona migrante che per la sua famiglia e per la società di accoglienza. Si favorisce soprattutto l’introiezione dello sguardo sprezzante dell’altro che produce vergogna e abbassamento dell’autostima, con conseguenze negative sull’immagine di sé (Erskine, 2004).

In un contesto transculturale, quando riconosciamo nella persona che ci chiede aiuto i segni della vergogna di essere migranti, come possiamo agire in quanto psicoterapeuti? Occorre sviluppare, a mio parere, delle pratiche professionali e interprofessionali che tengano conto della specificità del problema e ci permettano di raggiungere l’universalità psichica dell’altro, passando attraverso la codifica culturale con cui essa si esprime. Nomino di seguito alcune caratteristiche che, secondo me, dovrebbero avere queste pratiche. – Essere in grado di costruire relazioni terapeutiche in cui i migranti trovino risposte positive ai bisogni relazionali in cui si manifesta la fame di relazione (Erskine, 1997), con particolare attenzione al bisogno di sicurezza, di condivisione e reciprocità, di validazione e valorizzazione, di dipendenza/accettazione. È fondamentale cioè sostenere il “narcisismo normale”, attraverso relazioni empati-

Approfondiamo -

1. Per una pratica clinica transculturale

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che, e un rispecchiamento positivo, non solo dell’individuo ma della sua cultura di origine. Occorre puntare sulle risorse e sulla resilienza (Rossi, 2015) e la cultura d’origine è una di queste risorse preziose. Uno spazio particolare in questo contesto va dato alla questione della lingua. Un aspetto rilevante riguarda la lingua in cui è necessario svolgere il dialogo clinico. Infatti, introdurre la lingua del cliente/paziente migrante, rappresenta un importante veicolo di riconoscimento della sua cultura, della cultura dell’altro, fornisce il permesso implicito di esistere così come si è, in una posizione di parità tra i due soggetti del colloquio, oltre a donare la preziosa possibilità di esprimere emozioni che hanno radici profonde nella propria lingua madre. Questo introduce la questione della traduzione e della modificazione del setting a seguito della presenza di un interprete o mediatore linguistico culturale3.

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Occorre che il clinico riconosca e conferisca valore al sentimento complesso vergogna come aspetto importante della sofferenza della persona, vergogna che spesso è associata all’essere e al sentirsi “stranieri” o figli di genitori “stranieri”; a volte, anche riconoscere di aver bisogno di aiuto per sé o per i propri figli, diventa facilmente occasione per un attacco interno alla propria autostima. Riconoscere e dare senso alla vergogna (non è vergognoso aver vergogna) dà la possibilità di sviluppare interventi che aiutino il suo superamento (Finn, 2012).

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È un sollievo per Paolo, nome italiano di un ragazzo cinese di 12 anni, che riceviamo da tempo con la sua famiglia in un servizio di clinica transculturale, a causa di una sua profonda sofferenza, che lo ha portato a tentare il suicidio, poter dire “Per me l’essere cinese è stato fino ad ora solo un ostacolo; io sono diverso, i miei compagni di scuola mi dicono ‘sta zitto tu, cinese di merda’; gli insegnanti dicono di lasciar perdere, dicono che chi me lo dice è un maleducato, ma non fanno niente. Mi vergogno, mi arrabbio, ho voglia di spaccare tutto, ma poi, se esplodo, dicono che sono matto; se avessi qualcuno vicino, in quei momenti, che sta dalla mia parte, sarebbe diverso, ma non c’è nessuno. E allora sto per conto mio”. Paolo vive in un paese della Brianza, territorio della provincia milanese particolarmente arroccato nella difesa di una presunta cultura autoctona ed è l’unico allievo straniero della sua classe. I genitori, dal canto loro, non sono mai andati a parlare con gli insegnanti, da una parte si vergognano del loro sapere poco e male la lingua italiana, dall’altra perché, nel loro quadro di riferimento culturale, non è previsto questo tipo di intervento da parte di genitori nei confronti della scuola; dice il papà: – “Non posso andare a dire agli insegnanti cosa devono fare. Sarebbe una mancanza di rispetto” –. Validare la vergogna e la rabbia del suo sentirsi straniero e proprio per questo rifiutato, dare loro senso, è solo un primo passo per aiutare Paolo a superarle, ma indispensabile per procedere oltre. È evidente anche che occorre che la scuola modifichi il suo atteggiamento, che è necessario un intervento attivo degli insegnanti affinché pratiche relazionali così razziste cessino, e Paolo possa trovare un ambiente che gli rimandi una immagine positiva di sé e della sua cultura di 3

Questa tematica è molto delicata è ineliminabile nel lavoro con i migranti e sarà oggetto di un approfondimento. A riguardo si veda Moro MR, De la Noé Q, Mouchenik Y. (Eds), (2004).


L’interazione con i migranti offre al terapeuta un’occasione preziosa per ampliare la propria nozione di controtransfert; diventa molto importante infatti nel

Approfondiamo -

origine. È necessario che noi, nel nostro compito di seguire la famiglia dal punto di vista psicologico, ci impegniamo a creare rete con l’istituzione scolastica, per sollecitarla a superare la posizione di svalutazione dell’importanza del problema e quindi ad uscire dalla sua passività. Questo è un altro aspetto importante del nostro lavoro di psicoterapeuti; dobbiamo uscire dall’isolamento dei nostri studi per lavorare in sinergia con le altre figure professionali, assistenti sociali, educatori, insegnanti, tutti operatori che possono intervenire per modificare le condizioni di vita pratica delle persone, mentre noi lavoriamo sul piano psichico, per modificare il quadro di riferimento interno. In assenza di interventi di sostegno tempestivo è frequente che gli adolescenti migranti sviluppino tratti narcisistici di personalità difficili da modificare. Antonio, al nostro primo incontro, ha 20 anni, è nato in Italia, figlio primogenito di genitori emigrati da un paese latino americano più di vent’anni fa, che hanno costruito una situazione di discreto benessere socio-economico. Dopo la bocciatura in prima liceo si è iscritto più volte tutti gli anni a diverse scuole, senza mai portare a termine nessun anno scolastico, fino a non andare più a scuola e rimanere a casa. Trascorre il tempo davanti al computer facendo giochi interattivi, va a letto tardissimo, si alza tardi. Tuttavia i genitori continuano a iscriverlo a scuola ogni anno perché la riuscita scolastica del figlio è il loro investimento, ed è troppo importante per il successo del loro progetto migratorio. Al suo paese il padre ha nipoti che si sono laureati, e si vergogna moltissimo dell’insuccesso di suo figlio. La migrazione perde molto senso ai suoi propri occhi. Riceviamo Antonio con la sua famiglia, e subito manifesta un atteggiamento arrogante e supponente rispetto ai genitori, che non lo capiscono, che si preoccupano per niente. Lui non è dipendente dal gioco, afferma che non va a scuola perché là si annoia e poi ha avuto “un trauma” quando è stato bocciato, sa che questa è l’origine del suo problema e non ha bisogno di uno psicologo che glielo dica. Non ha bisogno di aiuto, è venuto perché il fratello minore sta male, è lui che è depresso, è venuto per dare una mano. Rivendica il suo essere italiano, diverso dai genitori che sono cresciuti al loro paese e hanno una mentalità “sorpassata”. Lui non è interessato alla storia dei genitori, gli sembra “preistoria” e non riguarda la sua vita. Ci vorranno parecchie sedute perché Antonio ammetta il suo senso di smarrimento e di vergogna per le sue difficoltà, ma è ancora lunga la strada affinché accetti di aver bisogno di un aiuto individuale. Forse, se fosse stato accompagnato nel momento in cui si sono manifestate le sue prime difficoltà scolastiche, Antonio non avrebbe avuto bisogno di sviluppare le sue imponenti difese. Occorre sviluppare pratiche professionali che si fondino sul riconoscimento e la valorizzazione della dimensione culturale del funzionamento psichico, attraverso un atteggiamento di decentramento culturale (Dévereux, 1978, 1984; Moro, 1994; Nathan, 1996).Il decentramento culturale,secondo gli autori citati, si fonda sulla consapevolezza del terapeuta che le sue teorie psicologiche, i suoi strumenti diagnostici, le sue tecniche di intervento sono culturalmente connotate e quindi piene di impliciti culturali, ciò comporta un lavoro di analisi e di consapevolezza per lo stesso terapeuta,affinché egli/ella possa essere aperto e curioso nel comprendere la diversità di codici culturali attraverso cui l’altro porta la sua sofferenza e il suo bisogno di aiuto.

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lavoro con questi pazienti tener conto del proprio “controtransfert culturale”(Dévereux 1980), di cui Moro parla in questi termini “Bisogna … tener conto delle reazioni del terapeuta in quanto uomo abitato da una cultura data che incontra un uomo di un’altra cultura e che entra in relazione con lui. Queste reazioni portano l’impronta della storia, della sociologia, della politica, dell’etica, dei miti, della storia familiare del terapeuta, della sua storia personale ma anche a volte degli stereotipi e delle ideologie implicite che bisogna saper distinguere e dunque, per questo, accettare prima di tutto di riconoscerle… I clinici hanno la tendenza a voler negare questi impliciti spesso negandoli in nome di un universalismo astratto! Sarebbe negare l’idea stessa di incontro con ciò che c’è di sorprendente, di diverso, anche se inquietante, quando l’altro non ha gli stessi riferimento nostri. È prima di tutto questa angoscia davanti all’alterità che rende conto dei meccanismi difensivi di diniego” (Moro, Revah-Levy, 1998, pp. 122-123). Dunque anche il “narcisismo normale” del terapeuta viene sollecitato nell’incontro con l’alterità culturale dell’altro, che può inquietare e destabilizzare le sue certezze. Anche i terapeuti quindi hanno bisogno, quando si avventurano in campo transculturale, di prendersi cura di sé attivando processi di formazione e di confronto professionale che li possano sostenere in questo viaggio impegnativo ed entusiasmante, che nessuno può fare da solo . Prassi terapeutiche con le caratteristiche accennate sopra possono a mio parere sostenere le risorse dei pazienti migranti; possono essere occasione per sperimentare una relazione di rispetto per sé e la propria cultura, per superare la vergogna e attivare un confronto costruttivo con l’alterità culturale veicolata dal terapeuta.

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Riferimenti bibliografici

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Approfondiamo -

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APPROFONDIAMO

Narcissism in Coaching

Günther Mohr

Keyword: Coaching Managers, Narcissistic patterns, Expanded self

abstract

This short paper will focus on some aspects of coaching managers with narcissistic patterns, analysed in the context of leadership and power. This is not a trivial task because narcissistic personalities offer relationship patterns that are not easy to connect to and to work with. So, after taking a view on the phenomenon of narcissism, we will have a look at the contact phase of coaching when the relationship is built, at the middle phase, when the actual work is done and at the closing phase, when the coaching relationship ends. We will particularly focus on the concept of “expanded self“ (Petermann, 1988).

Questo breve lavoro pone l’attenzione su alcuni aspetti del coaching di managers che presentano pattern narcisistici, analizzati all’interno di un contesto di leadership e potere. Non è un compito banale, dal momento che le personalità narcisistiche presentano pattern relazionali con cui non è semplice sintonizzarsi né lavorare. Dopo aver dato uno sguardo al fenomeno del Narcisismo, viene data attenzione alla fase di contatto del coaching, in cui la relazione viene costruita, poi alla fase intermedia, in cui viene svolto il lavoro effettivo, e infine alla fase di chiusura, in cui la relazione di coaching ha termine. La focalizzazione principale di questo lavoro si basa sul concetto di “Sé espanso” di Petermann (1988).

Günther Mohr, Institut für Coaching, Training und Consulting / hedmohr@aol.com

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Parole chiave: Coaching Managers, Pattern Narcisistici, Sé espanso

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The phenomenon of narcissism in the organizational world

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In management positions we often find people who show significant signs of narcissism. A leadership role is typically predestined “to overcompensate narcissistic deficits by living them as well as they function as a projective focus for dependence and idealization needs” (Steyrer, 1995, p. 99). Maybe narcissistic persons are somehow rather apt at management positions because managers are often expected to show charisma, to be tough, to create followers. These expectations place personalities fulfilling these criteria in management positions, but they exhibit personality styles linked with severe risks for co-working people and the company.

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In DSM V, narcissism is described: A. Significant impairments in personality functioning manifested by: 1. Impairments in self functioning (a or b): a. Identity: Excessive reference to others for self-definition and self-esteem regulation; exaggerated self-appraisal may be inflated or deflated, or vacillate between extremes; emotional regulation mirrors fluctuations in selfesteem. b. Self-direction: Goal-setting is based on gaining approval from others; personal standards are unreasonably high in order to see oneself as exceptional, or too low based on a sense of entitlement; often unaware of own motivations. and 2. Impairments in interpersonal functioning (a or b): a. Empathy: Impaired ability to recognize or identify with the feelings and needs of others; excessively attuned to reactions of others, but only if perceived as relevant to self; over- or underestimate of own effect on others. b. Intimacy: Relationships largely superficial and exist to serve self-esteem regulation; mutuality constrained by little genuine interest in others’ experiences and predominance of a need for personal gain. B. Pathological personality traits in the following domain: 1. Antagonism, characterized by: a. Grandiosity: Feelings of entitlement, either overt or covert; self-centeredness; firmly holding to the belief that one is better than others; condescending toward others. b. Attention seeking: Excessive attempts to attract and be the focus of the attention of others; admiration seeking. If these personality traits are shown consistently without being explainable by other reasons (drugs, brain damages ...), the clinical definition for narcissism is fulfilled. That means that aspects of identity, self-direction, empathy, intimacy should be analysed. In addition, grandiosity and attention seeking are important characteristics that clearly point to narcissistic personalities. But narcissism is not a clear-cut category with one being either “in” or “out”, it is a pattern (Mohr, 2012) within a continuum. Not everyone having narcissistic tendencies is a clinical case.


Often, personalities are within the “normal“ range but at the same time exhibit a certain tendency to focus the world on one´s own self. In common language, being a narcissist means being someone with an overinflated self or an extraordinary self-centeredness. But everyone can be wounded in one´s sense of self. That means that a “normal” amount of narcissism is consistent with an average degree of vulnerability. These clients can be met in coaching. There are several definitions for “coaching”, I prefer the following: Coaching describes „a professional relationship in which a coach works with a client to achieve certain goals of the client in terms of personal and professional competencies“ (Mohr, 2008). Some say that one cannot coach narcissistic people because they are not really able to build the necessary relationship and are basically not interested in being coached. At the same time, they and their social environment are very much in need of coaching and thus they sometimes become coaching clients. Gordon Hewitt has described the phases of coaching.

!

Usually, narcissists don´t begin a coaching process without certain preconditions. They believe they have superior capabilities in dealing with tasks and relationships; often, feedback does not reach them. Mistakes are recognized but attributed to others or the situation. Less severe cases of narcissistic patterns are sometimes seen in coaching, usually because of the client experiences a lot of pressure applied by the company and in case the narcissistic manager thinks that coaching could have practical benefits for own interests or he expects to improve his skills in manipulating others. An example was Paul. He came to me after being fired from a very wellpaid job in a bank. As a package for his restart, the bank had given him a course at a famous business school, which took a 360 degree feedback from his old colleagues and business partners. The result was a big surprise for him because no one reported having an efficient relationship with him. He himself had experienced his work and his contacts as “super”

Approfondiamo -

The initial phase in coaching – the contact phase

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and with “no problems”. This irritation brought him into coaching. His aim was to change the impression others had.

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Narcissistic phenomena have to be seen more as a relationship pattern than as an isolated narcissistic behaviour exhibited by a person. For narcissists, others solely exist to complement their life and fulfil their needs. Other persons are not seen as separate but more or less as a monitored part of the narcissists own self or as an object. Spoken in TA-language, there is a mixture of the “charming manipulator” (Stewart, Joines, 1970), “be strong”-driver (Kahler, 1977), Parent-guided-Symbiosis and certain other aspects. Narcissistic people are not always “loud and proud”, there are other, softer types of caring narcissists who tend to manipulate others by offering them symbiotic shelter.

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First, the coach has to analyse own narcissistic tendencies. Knowing about one´s own tendencies in this area means the coach will be more careful and at the same time empathic with the client. If a coach comes to the conclusion that he is totally devoid of narcissistic traits, he should not work with these clients because that means he has not reflected on his narcissistic sides or his psyche is too far removed from narcissistic clients. Also, the coach should be aware of systemic effects of narcissistic patterns in organizations. Similar to the psychopathic personality disorder, narcissistic relationship could have immense costs, caused by the narcissist who tends to select certain people for the teams and areas of influence which he controls. This does not imply obvious evilness like in psychopathic relationships with their direct exploitation of others and the companies´ resources. Narcissistic encounters are characterised most notably by temptation. Stewart and Joines (1970) describe the charming manipulator, a trait that narcissist people practice consistently and very well. Narcissistic people try to create followers and successful ones do find them. By a subtle selection process, those employees stay with a leader who favours this kind of relationship. Others leave this environment because it seems strange to them. Severe cases of narcissism are real challenges. A large part of the relationship building consists of tactics, playing, surprising the other. Here, conventional humanistic coaching techniques originating in the non-directive tradition are not the first choice. They do not fulfil the excessive hunger for stimulation (Berne, 1966) narcissistic managers have. During most of the coaching process, the relationship is far from being stable and continuous. Its high amount of stimulation makes it seem more like a rollercoaster ride. In any intervention, potency is an important aspect. Intervention can include intense confrontation (Berne, 1966) in the form of several-side-interventions and in making judgements like „I can see you think you are a very smart person, but in this situation you reacted stupidly. I wonder why. “In the context of this relationship, this intervention defines the coach as being on a higher level than the client because he reserves his right to interpret and value. Narcissists need counterparts whom they view as strong partners; otherwise they do not feel safe. Opportunities arise during the coaching process when the client “becomes soft” and shows real emotions.


Narcissistic managers very much influence all three corners of the organizational relationship. “The psychic problem of self-regulation, as the narcissism theories consider, becomes particularly vibrant in the context of leading (charisma), because the enactment of a leadership role demands phenomena like power and dominance” (Steyrer, 1995, S. 12; quoted by Schmidt-Lellek, 2004).

In Organizational Transactional Analysis, we have to focus on the system as client. A specific organizational system can accurately be described by ten dynamics in four fields:

– – – –

Attention, roles and relationships in the field of system structure, communication, problem-solving and success in the field of processes, equilibriums and recursivity (same principles) in the field of balances and inside and outside pulsation in the field of boundaries (Mohr, 2006).

Case example. In a company, the contract for a workshop was closed with its CEO. He was a very intelligent man, but used to dominate every situation. He had learned to be kind in the beginning of a conversation. After some time, he would become rigid and couldn´t suppress his impulses if something did not go the way he wanted. In a training course dealing with good communication and appreciation he himself had arranged for the company, he exhibited that pattern. After a nice beginning and two additional hours, in his opinion a participant reacted too slowly. The manager virtually exploded and told the participant, who was his employee, that he displayed an absolutely ineffective behaviour which could not be tolerated in the company. In this one moment, the whole training course and its content

Approfondiamo -

Narcissistic patterns can particularly influence attention. It is then solely focused on the temptation of the charismatic person, not balanced between tasks and people. In addition, relationships, communication and problem-solving are biased by the pattern. Success is defined on a covert level: the specific success of the narcissistic managers´ personality in contrast to a success of the whole system in terms of business and job satisfaction of all employees.

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had failed; good communication and appreciation were null and void. In addition, the trainer´s effectiveness was diminished and somehow the whole training course seemed at an end. There were two interventions: His sub-optimal behaviour was explained to him in private and he was given space at the beginning of the next training unit for an input of his own in terms of the training topic. That had to be prepared with him in a very precise way to exclude contra-productive aspects. The main pattern was not so much a content issue; it was a process issue for the narcissist. He just had to be put center stage in the beginning. The second training course went well. Participants carefully mentioned a change to a more positive climate, but the real reason was that the managers’ narcissistic pattern had now been built in in a constructive way.

Middle phase – content and consolidation

The most important diagnostic instrument is the coach. In the middle phase, the temptations and expansion of the self are very relevant. In his coaching model, Hewitt describes that in this stage working on “conflict” and “consolidation” are the topics. Other narcissists challenge our own narcissism. Narcissistic power abuse means „Either you are as I want you to be, or you stop existing“ (Steyrer, 1995, p. 313; Schmidt-Lellek, 1995). We can see it as selfprotection because in the inner world of the narcissistic there only exist the two categories of “superman” and “ass”. Coaching should teach the narcissistic manager to get used to o.k.-o.k.-relationships and respect both his own boundaries and those of others.

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A very famous German manager in the automotive industry was known for his rude reactions to his employees if they did or said they did not agree with him. His phrase “I don´t want to see him here anymore”, which he used frequently, was famous within the company. So, just one presentation by project manager could lead to termination of his employment. This kind of behaviour is not at all unusual.

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Now we come to a core aspect of the narcissistic pattern relationship, the “expanded self”. This pattern has to be and it can be changed during a longer coaching relationship. Petermann (1988) described the “expanded self”, which is a fundamental attitude towards the environment and also part of our culture. Consciously, other persons are regarded as external to ones own self, but unconsciously as really being part of the own self. This is an attempt to protect one’s own self. Space is a very important aspect of psychic relationships (Rossi, 2012). Cathy was an example for the felt-space-aspect of the expanded self. She always entered a room with the attitude „Here I come, I need the space, you others have to comply”. She was used to all attention being on her.

Now we will look at some practical questions to coach the expanded self.


First, practical question: From which reactions of my own can I conclude that I am “located” within the expanded self of the other? 1. My self-esteem is decreasing. 2. I loose spontaneity. 3. My neurotic potential is increasing. 4. I feel diffuse in my self-perception. 5. I become insensitive to the other persons overbearing attitude. 6. I only operate. 7. I feel influenced without being able to influence others. 8. I act differently than at other times, act diffusely, with effort. (Petermann, 1988, transl. GM) “The expanded self turns out to be a special, divided form of bonding: It is an expansion of the self in a way that on a conscious level the world – particularly others – is experienced outside of the own self, but unconsciously viewed as a part of the self” (Petermann, 1988, p. 32, transl. GM). An easily detectable sign of this mind-set in its softened version is a conversation started by one person and then immediately taken over by the other person who then continues by relating own experiences. A lot depends on resources someone can develop in later life.

Third question: How can I recognize in my own attitude and behaviour that I am constructing an expanded self with someone else? 1. My tendency to send is significant whereas my motivation and ability to receive and listen is less present. 2. My intention is to influence. 3. My feeling of myself is one of expansion, brilliance and ingenuity. 4. Doing that, I loose stability. 8. I avoid being surprised or emotionally touched by others. Even where I treat others badly, am guilty or wrong, I artfully avoid feeling shame or guilt. 6. After these encounters I feel empty, exhausted und lonely, particularly when I am not in accord with my ideal self. (Petermann, 1988, transl. GM). Cathy first reacted aggressively when confronted with a definite schedule for the coaching sessions. Then she sat there behaving as if she were not there and after another ten minutes she reacted as if nothing had happened.

Approfondiamo -

Second question: How can I realize the other person is constructing an expanded self with me? 1. The other person exhibits an idealised self-portrait. Breaking points are missing. 2. The other person reacts aggressively when I refuse his definition about me. 3. The other person rewards me whenever I am willing to mirror his idealized self-picture.

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The closing phase – conclusion

Narcissistic behaviour does not include thinking about how to shape good relationships or appropriate rituals at the end of a professional relationship. Relationships are somehow kept non-binding or finished with a kind of divorce. From the start, the coach has to shape an open relationship. One possible intervention by the coach is to define every step of working together successfully. In addition, open questions and areas to be improved should be discussed. A narcissist pushed into an intense relationship over long periods will fell threatened. From the start, the possibility of a sudden end to the coaching process has to be discussed as a core issue by asking, for example, how the client normally shapes relationships, how they end, what criteria are used for continuing and for finishing. Sometimes, to stabilize their psyche, clients interrupt relationships and start again after some time. The coach should not punish that but be open and invite connecting. Often, a planned end is possible. In that case, an important message at the end should be conveyed: It is possible to ask for support if it is needed. “Now you know that coaching is beneficial and a good support. Don´t be stupid, keep that in mind!” Coaching is not a deep, healing therapy. But it can help managers with narcissistic patterns, for their own benefit and for the benefit of the people working with them.

Outlook

One reason for the economic crisis that began in 2009 is the predominance of a system of managers and leaders with problematic patterns like narcissism (Mohr, 2009, 2015). So, it seems we need new elite. I can positively hear the uproar caused by my use of the term “elite”. Vilfredo Pareto scientifically researched and wrote about the development of elites. He focused on the change of elites and saw “history as graveyard of elites”. The new economic and business elite need preparation, because it has to be an elite of responsiveness, as Huber (2013) explained. This includes training and coaching to help avoiding narcissistic patterns.

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References

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Approfondiamo -

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TESTIMONIANZE

Le basi narcisistiche dell’esordio schizoide in adolescenza

Ignazio Ardizzone Vincenzo Guidetti

abstract

Gli autori descrivono sintomi e caratteristiche dell’esordio schizoide in adolescenza. A partire da un approccio di psichiatria psicodinamica dell’età evolutiva tracciano una traiettoria evolutiva del disturbo individuandone le basi in un precoce disturbo della linea di sviluppo narcisistica. Questo disturbo influenza precocemente anche le relazioni oggettuali dell’individuo comportando un importante menomazione sociale e il ritiro in un mondo narcisistico/autistico idiosincratico e autarchico. Gli autori descrivono infine le difficoltà che si incontrano con questi soggetti nel costruire progetti terapeutici/riabilitativi efficaci che impediscano la cronicizzazione del disturbo.

Parole chiave: Esordio schizoide, narcisismo, adolescenza. The authors describe symptoms and schizoid features having an onset in adolescence. Based on an approach originated from developmental psychodynamic Psychiatry, they trace an developmental path of the schizoid disorder, identifying its origins in an early disorder of the narcissistic development line. This disorder also affects the individual’s early object relations, leading to an important social impairment and withdrawal into a narcissistic/autistic idiosyncratic and autarchic world. Finally, the authors describe the difficulties encountered with these subjects in building therapeutic/rehabilitation projects that can be effective in preventing chronicity of the disorder.

Ignazio Ardizzone Md, PhD Dirigente Medico Policlinico "Umberto I”, Roma / ignazio.ardizzone@uniroma1.it Vincenzo Guidetti, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile Università "Sapienza” di Roma / vincenzo.guidetti@uniroma1.it © Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Keyword: Schizoid onset, narcissism, adolescence.

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Introduzione

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Negli ultimi anni, la psichiatria neokrepeliniana e biologica, nell’eliminare le radici psicoanalitiche e fenomenologiche di molti costrutti psicopatologici, ha reso sterili i concetti di narcisismo e schizoidia sotto il profilo teorico, clinico ed evolutivo. Contestualmente, la psicopatologia adolescenziale acuta, così come la incontriamo quotidianamente in quell’osservatorio privilegiato che è il reparto di degenza psichiatrica del nostro Dipartimento, sembra ultimamente essere caratterizzata, in modo epidemiologicamente significativo e sintomatologicamente peculiare, da due tipi di esordi che possiamo definire schizoidi e borderline. Volendo tracciare una traiettoria evolutiva di questi disturbi, appare sempre più evidente che una semplice descrizione stadiale di sintomi che caratterizzano un periodo premorboso, prodromico e di esordio non si rivela utile a supportare un trattamento che non sia unicamente farmacologico. Quest’ultimo, peraltro, non mostra alcuna efficacia in alcune forme di esordio schizoide. Nell’esordio schizoide, che tratteremo in questo lavoro, sembra infatti molto più proficuo descrivere una traiettoria che, oltre il sintomo più o meno sottosoglia, focalizzi le basi narcisistiche del disturbo e la loro evoluzione e trasformazione verso un comportamento evitante nella fase di latenza, fino all’esordio schizoide in preadolescenza. L’impressione è che i nostri pazienti, proprio per la loro fragilità narcisistica – e per la fragilità narcisistica dei loro genitori e della società pseudo postmoderna – non possano accedere a una vera adolescenza, ma solo a una falsa adolescenza o, meglio, a una “pseudo-adolescenza”. Diversamente da quanto accade negli esordi borderline, in cui le pazienti (si tratta per la maggior parte di ragazze) si presentano con modalità teatrali, drammatiche, spesso sanguinanti in seguito ad atti di autolesionismo o sotto l’effetto evidente di sostanze tossiche, i pazienti (in questo caso per la maggior parte maschi) con esordio schizoide sono molto più difficili da individuare e raggiungere, sia sul piano psicologico che concreto. A scuola ci si accorge di loro quando iniziano a non frequentarla più; le famiglie, d’altra parte, si mostrano assai protettive nei confronti di questi ragazzi, il cui comportamento è estremamente funzionale alla famiglia stessa, narcisisticamente fragile, spesso terrorizzata dall’ambiente esterno e dai processi evolutivi. Quando giungono, con grande fatica, alla nostra osservazione, i ragazzi ci guardano attoniti e infastiditi. Non comprendono, infatti, perché qualcuno stia mettendo in discussione quella che per loro è una scelta di vita consapevole, di cui non colgono nessun aspetto disfunzionale. Con una terminologia puramente operativa tempo fa abbiamo definito quello che riteniamo essere un particolare disturbo della personalità, la “ Sindrome da menomazione sociale” (Ardizzone, 2011). Abbiamo descritto una serie di sintomi e segni sintomi di questo disturbo: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7.

isolamento/restrizione drastica della vita sociale fino alla claustrofilia; ripiegamento autistico nel proprio mondo interno; difficoltà scolastiche/abbandono scolastico; dipendenza da internet; misantropia o disprezzo dell’altro; passione per culture e società fortemente ritualizzate; aggressività intrafamiliare agita o espressa attraverso modalità che compor-


Di fronte a quello che riteniamo essere un disturbo di personalità caratterizzato da un ventaglio di sintomi pervasivi e inflessibili non rientranti unicamente nella descrizione della personalità schizoide, né in quella evitante, né in quella ossessivo-compulsiva né paranoidea, nessun inquadramento diagnostico attuale sembra essere efficace per costruire un processo diagnostico e terapeutico per questi pazienti. Ultimamente il modello alternativo per i disturbi di personalità del DSM 5 sembra poter essere d’aiuto non tanto per la comprensione del disturbo nella sua traiettoria evolutiva, quanto per sostenere che il nucleo della personalità psicopatologica risieda in un disturbo del funzionamento del Sé e del funzionamento interpersonale o, detto in termini psicodinamici, rientri nei disturbi dell’integrazione tra linea di sviluppo narcisistica e linea delle relazioni d’oggetto. Ed è, quindi, da qui che dobbiamo partire, poiché riteniamo di trovarci di fronte a una precocissima evoluzione “folle” dei processi di socializzazione, scaturita dalla necessità del Sé di preservare il suo sviluppo narcisistico facendo a meno del contributo dell’altro ed evitando soprattutto la sua mente. Questa esigenza nasce da un attacco precoce, profondo e violento alle basi narcisistiche del Sé. La relazione con l’oggetto primario, per vari motivi (assenza, imprevedibilità, follia, estrema concretezza, estremo bisogno), ha lasciato il sé dei nostri pazienti ad “errare” in una “terra desolata”, inumana, che potrebbe essere alternativamente rappresentata come gelida o bollente, ma comunque non in grado di proteggerli dall’impatto lancinante dei precursori sensoriali di quelle che diverranno emozioni incontrollabili. A volte, ma con una frequenza che si dirada sempre più, in questo ghiacciaio, in questo deserto, movimenti e segnali interattivi creano il miraggio di una relazione narcisisticamente nutriente, che scatena violentemente il desiderio dell’al-

Testimonianze -

tano la disgregazione della vita familiare; 8. passivizzazione e tirannia nei confronti delle figure genitoriali; 9. estrema passività nei confronti del mondo esterno; 10. forte dipendenza dal nucleo familiare ristretto e allargato e costruzione di una mitologia familiare intoccabile; 11. inversione del ritmo sonno/veglia; 12. alimentazione selettiva; 13. scarsa igiene personale (spesso associata a un habitus particolare, caratterizzato da capelli lunghi e unghie lunghe); 14. intellettualizzazione, sovente unita a grandi doti di affabulazione; 15. ironia, sarcasmo; atteggiamento distaccato, capriccioso, insolente, testardo; comparsa episodica di apparente empatia e capacità di comprensione dell’altro; 16. noosfobia; 17. fobia della sessualità genitale; 18. cronosfobia e kairosfilia; 19. ossessioni e compulsioni; 20. comportamenti esibizionistici, teatralità e imitazione; 21. visione paranoica e persecutoria del mondo esterno; 22. somatizzazioni; 23. ego sintonia dei sintomi.

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tro, la voglia di essere rispecchiati, contenuti, amati, la voglia di quell’integrazione narcisismo/relazione oggettuale che fonda lo sviluppo sano del Sé. Quando, avvicinandosi all’altro, il miraggio sparisce lasciando spazio a una realtà frustrante, il messaggio che violentemente ritorna al Sé è che il proprio desiderio, il proprio bisogno, le proprie emozioni, il proprio amore sono distruttivi; in altre parole, che il proprio sviluppo narcisistico e le proprie esigenze narcisistiche non siano tollerate ma, anzi, fonte di rifiuto e paura per l’altro. La relazione precoce si riduce inesorabilmente a interazioni concrete, combacianti, ma bidimensionali, durante le quali il livello emotivo e fantasmatico dell’interazione viene attivamente negato e dissociato da entrambi i partecipanti della relazione. Essi, lentamente e inesorabilmente, si disimpegneranno dal legame intersoggettivo (American Psychiatric Association, 2014). Ed è da qui che l’altro inizia progressivamente a diventare, per dirla con Sartre, l’inferno e che il tema centrale dello sviluppo si trasforma nella necessità di evitare l’altro, tenerlo lontano e sostenere in modo autarchico e idiosincratico il proprio narcisismo. Le varie tappe dello sviluppo cognitivo ed emotivo proporranno di volta in volta al Sé aspetti e difficoltà peculiari nello svolgere questo compito. La comparsa della teoria della mente, ad esempio, renderà il bambino noosfobico (Carratelli, Ardizzone, 2009); egli cercherà di evitare la mente dell’altro – la sua facoltà di pensare, l’intelletto, la riflessione-, il pensiero e l’intenzione dell’altro. Quando il Sé, sulla base dello sviluppo cerebrale, acquisirà la capacità di viaggiare nel tempo attraverso la funzione autobiografica, lo stesso passato (fonte di vergogna narcisistica e pieno di relazioni annichilenti) e il futuro (luogo dello sviluppo sano e integrato del narcisismo e delle relazioni oggettuali), diverranno impensabili e inconcepibili. Con il tempo, poi, non solo l’altro ma anche funzionamenti “altri”, apparentemente incontrollabili e nuovi, come il proprio sviluppo corporeo e i prodromi dello sviluppo adolescenziale e sessuale, vengono vissuti come alieni e, a questo punto, è il corpo, il proprio corpo, a essere avvertito come alieno e pericoloso per la protezione del proprio narcisismo, finendo per essere trattato anch’esso di conseguenza. Alle soglie dell’adolescenza il rispecchiamento con i coetanei ripropone menti e corpi con cui è impossibile identificarsi e confrontarsi a causa di un narcisismo protetto, nascosto, che ormai funziona in modo autarchico, autistico e autosufficiente. È a questo punto che il disturbo del Sé si manifesta in tutta la sua virulenza e forza, attraverso l’utilizzazione contemporanea, e a 360 gradi, di quelle che William R.D. Fairbairn nei suoi fondamentali studi sulla personalità schizoide (Sartre, 1963) ha descritto come: “tecniche per gestire la relazione con l’oggetto”, e che rendono conto della varietà sintomatologica di questo specifico esordio e della difficoltà diagnostica che esso pone. Qualcuno potrà obiettare che Fairbairn è uno psicoanalista che solo raramente ha utilizzato nella sua opera il termine narcisismo e il termine Sé. Noi riteniamo che nello studio della schizoidia, e delle tecniche che l’Io schizoide utilizza per gestire le relazioni con l’altro, Fairbairn ci fornisca un procedimento euristico per la comprensione teorica e clinica dell’evoluzione normale e patologica del Sé secondo la linea di sviluppo narcisistica e oggettuale.


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Egli descrive quattro tecniche fondamentali che il paziente schizoide (a noi verrebbe da dire narcisista/schizoide) utilizza per gestire il rapporto con l’oggetto: la tecnica ossessiva, la tecnica fobica, la tecnica dissociativa/isterica e la tecnica paranoide. I nostri pazienti utilizzano tutte queste tecniche poiché la protezione dello sviluppo narcisistico dall’oggetto deve essere totale e ciò rende ragione della complessità del quadro clinico. Dal punto di vista evolutivo ci sembra che le caratteristiche dello sviluppo del rapporto con l’altro, insieme alle varie tappe di crescita (che comunque si susseguono, nonostante l’arresto dei nostri pazienti in un eterno presente), procedano da una fase narcisistico/autistica a una narcisistico/evitante alle soglie dei dieci, undici anni, fino a un esordio narcisistico/schizoide nella preadolescenza. Nel frattempo c’è da chiedersi come si sia evoluto il narcisismo dei nostri pazienti. Esso ha precocemente iniziato a evolversi in un altro luogo, in un’altra coscienza, difeso e tenuto al riparo dal lavoro dei vari motori (autistici, evitanti e schizoidi) che hanno il ruolo di mantenere attiva e continua la dissociazione tra linea di sviluppo narcisistica e oggettuale. In questo luogo viene mantenuto vivo e attivo (American Psychiatric Association, 2014) un miraggio perenne che rende il deserto oggettuale un lussureggiante paradiso narcisistico dove, attraverso un continuo “abuso rappresentazionale”, folle e privato, vengono fantasticate situazioni, relazioni, persone e avventure che producono emozioni estremamente gratificanti che nulla hanno a che vedere con l’intenzionalità, l’azione e il pensiero dell’altro. Non è più l’affetto che investe la rappresentazione, ma esattamente il contrario. Vengono prodotte emozioni attendibili, precise, che non seguono la legge della causalità e che non sono influenzate dall’imprevedibilità e dall’instabilità delle relazioni oggettuali e del rifornimento narcisistico esterno. Questo luogo, o “seconda coscienza”, ha regole idiosincratiche e incondivisibili e, da rifugio del Sé, diventa una prigione del Sé (American Psychiatric Association, 2014), nella quale il paziente ricopre contemporaneamente il ruolo di carcerato e carceriere. Per sostenere questa doppia coscienza si fa massiccio il ricorso a mondi virtuali, dove l’onnipotenza e il piacere vengono raggiunti senza l’uso del corpo, attraverso l’uso di eteronimi con identità diverse protetti da reti elettriche di difesa che sostituiscono le reti di interazione umana. Questi pazienti, quindi, alle soglie dell’adolescenza si bloccano definitivamente in una situazione di apparente benessere e totale ego sintonia dei sintomi. Il loro scopo, che come abbiamo già accennato in un altro lavoro (Ardizzone, 2015) collude purtroppo con un timore diffuso della società attuale rispetto all’adolescenza, è esattamente quello di “non vivere” la sfida evolutiva al narcisismo rappresentata dall’adolescenza stessa. Il fragile narcisismo dei nostri pazienti non tollera trasformazioni, ricapitolazioni, differenziazioni, processualità, instabilità e sviluppo. In effetti, eliminato l’altro in modo definitivo, l’inferno per questi pazienti diventa il tempo. Il tempo è desiderio, è sofferenza, è crescita, è ricordo, non può essere controllato, è tutto quello, cioè, che i nostri pazienti ormai non vogliono vivere e sentire. Sul piano dello psichismo, se il tempo lavorasse bisognerebbe accettare il lavoro del lutto, la sofferenza collegata all’abbandono, a la presenza di un narcisi-

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smo vitale che anela all’altro. Bisognerebbe accettare il lavoro del negativo, rappresentato in primo luogo dalla rimozione, e la conseguente creazione di un inconscio che non consentirebbe più il mantenimento di una doppia coscienza sempre prevedibile e controllabile. Questa azione di un inconscio incontrollabile in uno spazio altro non può neanche essere immaginata dai nostri pazienti che, nonostante la ricchezza apparente delle loro fantasie e narrazioni autarchiche, vivono in un mondo bidimensionale e piatto dove la profondità e la triangolazione sono aborrite e rifiutate. Quotidianamente, e anche nella psicoterapia, essi dimostrano la loro cronosfobia, la fobia del tempo lineare, del tempo dello sviluppo e della crescita e i loro tentativi di estrarre il tempo dall’esperienza narcisistica autarchica.

Trattamento e riabilitazione

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Come abbiamo già accennato, ci troviamo di fronte a pazienti estremamente difficili da raggiungere, sia in senso psicologico che “concretamente”, per “esporli alla cura” e alla riabilitazione. Si tratta di interventi che a loro volta pongono problemi deontologici, etici, di lunghezza del trattamento e di inserimento, a lungo termine, in strutture protette. Così come accade nei videogiochi, da cui spesso questi pazienti dipendono, il terapeuta e il riabilitatore, nel costruire progetti terapeutico-riabilitativi, si trovano a dover affrontare vari livelli di complessità e di difficoltà sempre maggiore, relativi, ad esempio, alla psicoterapia, alla compliance farmacologica, alla ripresa della scuola e così via. Occorre sempre tener presenti alcuni particolari aspetti di questi ragazzi che possono mettere in scacco le équipe più esperte, più supervisionate e più funzionanti:

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1) Innanzi tutto ci si trova di fronte a pazienti che non hanno bisogno di noi per rispecchiarsi e sostenere il loro narcisismo. Sono pazienti “pseudo” che stabiliscono pseudo legami, pseudo-relazioni, ma che contemporaneamente temono e respingono fortemente qualsiasi intrusione reale nel loro mondo dietro il vetro. Questo è uno dei temi centrali del trattamento di questi pazienti e che riguarda anche le loro famiglie: la creazione, cioè, di una pseudo alleanza terapeutica, che in una sorta di reversal, produce nel gruppo dei curanti “il miraggio” della possibilità di un trattamento efficace, di un intervento riabilitativo funzionale, l’illusione di star gestendo il paziente all’interno di un ambiente (quando ricoverato) efficacemente alternativo a quello precedente, mentre la cruda verità è che non si è mai entrati “realmente” in contatto con loro. 2) Ci si trova di fronte a dei “falsi adolescenti” e occorre non cadere nella trappola di pensare che alcune tappe evolutive, come ad esempio l’acquisizione della genitalità, siano state raggiunte né che ci si trovi di fronte a un “blocco evolutivo” che possa, ad esempio, essere scardinato dalla ripresa o dalla rivitalizzazione di processi identificatori semplicemente inattivi, ma presenti. 5) Un altro tema importante, è quello della distruzione del tempo da loro perpetrata che influenza, soprattutto, la psicoterapia. Uno strumento terapeutico come il transfert, che mette in relazione tempo lineare e tempo circolare, non può essere tollerato da questi pazienti che possono utilizzare varie armi


per non entrare mai in contatto con una relazione transferale reale e con la mente del terapeuta. L’ultimo tema da tenere presente riguarda la consapevolezza di essere di fronte a dei pazienti in cui l’evoluzione di un narcisismo privo di contatto con la realtà e con l’umano, comporta un percorso inevitabile verso il sex appeal dell’inorganico e la scomparsa del fascino della relazione. Tale è, a nostro parere, l’evoluzione maligna di questo disturbo, che coincide anche con alcune correnti culturali e artistiche promosse da quei gruppi che utilizzano meccanismi narcisistico/schizoidi di sopravvivenza all’interno di una società imprevedibile e narcisisticamente violenta come quella attuale. Il sex appeal dell’inorganico si manifesta, intimamente e socialmente, con una forte attrazione per il mondo senza l’altro e senza il tempo, in cui gli altri vengono ridotti semplicemente a “cose che sentono”, di cui non conta la forma, l’età, la bellezza, la bruttezza, la diversità, in cui non hanno rilevanza trasformazione, processo, cambiamenti di stato e così via. Questa è l’unica via che il mondo narcisistico, autistico, evitante e schizoide consente ai nostri pazienti e che li porterà verso un impoverimento emotivo e cognitivo ingravescente e intrattabile.

Di fronte a un tale epilogo, dobbiamo porci, non solo in qualità di terapeuti ma anche in quanto esseri umani, il problema di come ristabilire per i nostri pazienti il sex appeal della relazione e del mondo reale. Dobbiamo innanzitutto prenderci la responsabilità di aver creato una società in cui, per dirla con Laing, l’insicurezza ontologica e la descrizione dell’altro come spaventoso, incontrollabile, violento ed espropriatore della nostra soggettività è diventata la norma. Il postmodernismo, tanto citato anche nella letteratura psicoanalitica e psichiatrica, in cui vorremmo ricordare è nato anche l’interesse culturale e clinico per l’adolescenza, è morto ormai da parecchi anni, definitivamente sepolto l’11 settembre dalle ceneri delle Twin Towers, e non ci ha lasciato un gran lascito. Il narcisismo grandioso e l’autoconsapevolezza ironica che lo caratterizzavano hanno lasciato il posto a un narcisismo depresso e svuotato, caratterizzato da vergogna, rabbia e invidia nei confronti dell’altro, del tempo dello sviluppo e del cambiamento. Come nonni e genitori postmoderni abbiamo creato per i nostri nipoti e figli una società pseudo-moderna in cui l’ironia, la conoscenza e il gioco sono state sostituite dall’ignoranza, dal fanatismo e dall’angoscia. Nel mondo pseudo moderno lo stato emotivo che ha radicalmente sostituito l’iperconsapevolezza ironica è la trance, lo stato, cioè, in cui la tua attività ti inghiottisce. Al posto della nevrosi del modernismo e del narcisismo del post-modernismo, lo pseudo modernismo taglia fuori il mondo creando una nuova, volatile, forma di autismo silenzioso. In questo tipo di società una transizione molto lunga dal periodo infantile alla vita adulta non viene più tollerata; non assistiamo ad adolescenze molto prolungate, come spesso si usa dire, ma a infanzie molto prolungate che improvvisamente diventano vita adulta.

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Conclusioni

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La nostra impressione è che questa società, così come i nostri pazienti, sia sempre più intollerante nei confronti della sfida narcisistica che l’adolescenza le pone. Anche noi viviamo come pericolo l’altro rappresentato dall’adolescente in quanto incontrollabile e narcisisticamente potente e vitale. Come dobbiamo quindi lavorare con questi pazienti? Di certo non si deve colludere, come inizia a fare una certa psichiatria degli adulti e forse anche una parte della neuropsichiatria infantile, con l’interdetto sociale contro lo sviluppo adolescenziale. Non si può, ad esempio, ridurre l’adolescenza a un semplice periodo prodromico di patologie che esordiscono nel giovane adulto. Non si può e non si deve evitare la diagnosi evolutiva, anche perché attraverso di essa possiamo comprendere realmente a che punto è giunto il nostro paziente e quanto esso sia plastico, immodificabile o, addirittura, intrattabile. Infine ci preme sottolineare un ultimo aspetto, particolarmente importante nel momento in cui si lavora con pazienti adolescenti e pseudo adolescenti e con l’insicurezza ontologica e ambientale: questi pazienti, avendo bisogno di realtà per fantasticare senza angoscia, devono sentire che il loro terapeuta s’impegna concretamente per loro. Possiamo tentare di riportare il narcisismo verso la relazione se poi ributtiamo i nostri pazienti in una società insicura, terrorizzata, narcisisticamente inumana e folle? Questi pazienti non devono sentire che il nostro studio o il nostro ospedale sia per noi un comodo rifugio come per loro lo sono le loro stanze, il loro mondo virtuale, perché in tal caso avvertirebbero forse che anche noi abbiamo paura della realtà e tentiamo, in modo occulto, di proteggere il nostro narcisismo dall’altro.

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Riferimenti bibliografici

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TESTIMONIANZE

Dalla mimesi alla rappresentazione dell’identità

Monica Urru

abstract

L’incontro con un paziente narcisista offre alla persona e al terapeuta un’opportunità unica di incontro con il senso del coraggio e dell’autenticità. Senza essere veri nella relazione pazienti e terapeuti non possono operare alcuna trasformazione volta al miglioramento del flusso vitale. Essere veri richiede la scelta di guardare dentro allo specchio delle proiezioni che coprono la percezione del reale. Filosofia, scienza e religione mostrano da secoli come sia insito nell’essere umano un istinto di ricerca della verità, non importa quanto profondamente essa sia sepolta. I nostri pazienti, come compagni di viaggio, sono in conflitto aperto tra la ricerca della verità emotiva e una paura paralizzante, che li rende ciechi a qualunque opportunità di futuro cambiamento. Il benessere e l’autenticità è già dentro alla persona. Siamo davvero pronti ad incontrare la verità che già siamo? Come possiamo aiutare e aiutarci a rivelarla? A togliere definitivamente il velo?

The encounter with a narcissistic patient offers a unique opportunity to meeting inside ourselves the sense of courage and authenticity, as persons and therapists. Without being truthful in the therapeutic relationship, any transformative power to add flowing vital energy is denied both by patients and therapists. To be truthful requires the choice to look deeply inside the projection’s mirror covering our perception of what is real. Philosophy, science and religion shows us that is always an instinct within human beings seeking the Truth, no matter how deeply buried inside us. Our patients, as companions in this journey, are struggling in between the search of their emotional truth and a paralyzing fear, blinding them to every opportunity of future change. The health and the truth is already within the patients. Are the patient really willing to encounter the truth that they are? How to help ourselves and them to unveil it?

Keyword: Biopsychology, narcissistic asset, living systems, speciation, intensive short term dynamic psychotherapy

Monica Urru, Medico, Psicoterapeuta. Integra la psicoterapia dinamica intensiva (ISTDP, Washington School of Psychiatry di cui è uno dei fondatori) con differenti approcci corporei (EMDR, psicoterapia sensomotoria, REAC neurofeedback). Vive a Roma. Lavora in Svezia, Medio Oriente e Usa / monica.urru@gmail.com

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Parole chiave: biopsicologia, assetto narcisistico, speciazione, sistemi viventi, psicoterapia dinamica intensiva

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“Perhaps it is true that we do not really exist until there is someone there to see us existing, we cannot properly speak until there is someone who can understand what we are saying. In essence, we are not wholly alive until we are loved”, Essays in Love, Alain de Botton

L’incontro con un paziente narcisista offre alla persona e al terapeuta un’opportunità unica di sperimentarsi nell’incontro con coraggio e autenticità. Senza essere veri nella relazione pazienti e terapeuti non possono operare alcuna trasformazione volta al miglioramento del flusso vitale. Nella pratica professionale ci è come noto, al di la delle tecniche e delle metodologie ci si trovi come “persone” a far fronte alla necessità di guardare dentro allo specchio di proiezioni che coprono, a volte definiscono, la percezione del reale. Complessità e ampiezza dell’approccio proposto da questo lavoro, pongono nella condizione di rendere espliciti alcuni termini di base, consapevoli di poter correre il rischio di proporre semplificazioni e generalizzazioni enfatizzate. Tuttavia la finalità è quella dei condividere. Un approccio terapeutico, la Psicoterapia Dinamica Intensiva Integrata, che si porta avanti da 30 anni1 e che tiene in considerazione una pluralità di piani che si intersecano fra la psicobiologia (Cozolino, 2010), l’antropologia (Le Breton, 2014), e la medicina (Baldari, 2010; Solbakken, 2013). È riconosciuto come il narcisismo rappresenti un’ entità nosologica complessa, della cui definizione, descrizione e analisi si sono occupati studiosi di varie discipline2. Lo scopo di questo articolo è quella di verificare l’ipotesi del ruolo dei “narcisismi” nell’evoluzione e nella speciazione umana. L’analisi dell’epifenomeno che denominiamo narcisismo viene qui esplorata nelle linee generali a livello biologico, fisiologico e psicologico, con l’obiettivo di valutare alcune premesse all’opportunità di diagnosi e di cura. Gli strumenti di osservazione che costituiscono lo sfondo dell’esperienza clinica sono riferiti ad alcuni principi della teoria dei sistemi viventi, della dina-

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La Psicoterapia Dinamica Intensiva di Davanloo Intensive Short Term Dynamic Psychotherapy nasce a Montreal dagli studi di H, Davanloo (McGill University) e si diffonde nel mondo anglosassone negli anni 80 grazie al contributo di David Malan presso la Tavistock Clinic di Londra. Prosecutori degli studi e della accademia di riferimento sono J. Frederickson, (Washington School of Psychiatry D.C.) P. Coughlin (University of Albany, NY) A. Abbas (Dalhousie University, Halifax). L’autore ha studiato la teoria e la tecnica con la D.ssa Coughlin a Philadelphia e a Washington con il Dr Frederickson. Insieme hanno fondato l’ISTDP Institute con sede negli Stati Uniti e in tutta Europa. (ISTDPInstitute.com). Ci riferiamo qui alla definizione di narcisismo operata dal DSM V, dove con disturbo narcisistico di personalità ci si riferisce ad un pattern di sintomi pervasivo, tendenzialmente costante in situazioni e relazioni diverse, caratterizzato da senso grandioso del sé, ovvero senso esagerato della propria importanza, fantasie di successo illimitato, di potere, effetto sugli altri, bellezza o amore ideale; senso di specialità, unicità, ricerca di status di potere, desiderio di una ammirazione eccessiva rispetto al normale o al suo reale valore, forte sentimento dei propri diritti e facoltà, dove altri individui debbano soddisfare i suoi bisogni o aspettative; carenza di empatia, incapacità e difficoltà ad identificarsi con i sentimenti altrui, invidia (spesso proiettata su soggetti terzi che proverebbero invidia per lui); modalità affettiva di tipo predatorio (rapporti di forza sbilanciati, con scarso impegno personale, ove desidera ricevere più di quello che offre e che altri siano affettivamente più coinvolti di quanto lui o lei lo sia).


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mica dei sistemi complessi, della medicina dell’informazione e della psico-biologia. La natura, infatti, è la manifestazione elegante dei principi che regolano il flusso di informazioni, materia ed energia vitale. I sistemi biologici sono strutture complesse, le cui parti, con le proprie funzioni specializzate, si supportano e si sostengono vicendevolmente. Dalle molecole ai pianeti i sistemi viventi lavorano insieme in maniera cooperativa e coordinata, al fine di ottenere come risultato ultimo, il mantenimento del flusso vitale, la trasformazione delle risorse energetiche e il passaggio di informazioni con l’obbligo l’obiettivo del mantenimento e del miglioramento delle specie. In questa visione di insieme le forme di difesa e il concetto stesso di patologia prendono l’aspetto di un principio di adattamento organizzato, in cui ogni elemento del modello coopera al dischiudersi completo di ogni altro. Esiste un legame armonioso tra il delfino e la sua acqua, il parassita e il suo ospite, il leone e la gazzella, predatore e preda: ogni entità mantiene la sua giusta posizione, in un solo apparente dualismo, che lascia spazio ad un’immagine del mondo “autentico” di disarmante semplicità. Ci si può domandare se c’è una giusta posizione del “fenomeno narcisistico” in natura, dunque? Il modello bio-psicologico dei sistemi di difesa offre uno strumento concettuale utile a comprendere l’impianto alla base dell’assetto narcisistico. A una prima osservazione del tutto empirica il narcisismo sembra essere una forma socialmente integrata di mimetismo. Ad essa si associano la difesa del diniego, dell’onnipotenza e in relazione all’altro, la manipolazione, parti fondanti e tra loro interdipendenti. Difficile cogliere Narciso: è inafferrabile come un fantasma. Un’immagine sempre mossa, mai perfettamente impressa sulla pellicola che cercasse di riprenderla. Il movimento, la velocità, la predilezione per l’oscurità lo accompagnano e contribuiscono a renderlo inafferrabile (Risè, 2006). Il fenomeno del mimetismo in natura viene ritrovato non solo nei sistemi biologici, ma anche in quelli psicologici; una sua valutazione come sistema complesso aperto, secondo la teoria dei sistemi viventi e dei giochi, offre una opportunità di integrazione tra sistemi bio psicologici e di difesa psichica (Roze, 1984). In un sistema mimetico un individuo, gruppo o specie, ne imita un secondo con lo scopo di ottenere un qualche beneficio. In natura per esempio, vi sono specie non velenose di serpente corallo che imitano nella forma, e nel comportamento quelle velenose, per ottenere protezione dai predatori capaci di distinguere la natura venefica delle specie velenose. Non occorre avere dotti veleniferi, ma mascherarsi, mimetizzarsi, “fare come se”. In questo sistema abbiamo dunque un modello, una modalità mimetica e un soggetto con l’intenzione di mimetizzarsi. La conseguenza a livello psichico nei giochi di difesa/offesa una persona può utilizzare meccanismi di auto protezione per mantenere intatto il suo sé autentico o quello di altri individui significativi, con l’obiettivo di ottenere vantaggi reali o percepiti. Il concetto di protezione si affianca necessariamente alla percezione di pericolo e all’evoluzione di sistemi protettivi, nella psiche e nel soma. L’ipotesi di lavoro che stiamo vagliando nasce dall’osservazione delle relazioni verso sé e gli altri costruite da pazienti narcisisti. L’indubbio limite di essa è l’impossibilità di riprodurne il fenomeno, essendo ogni diade terapeutica in sé unica, ogni paziente unico, ogni valutazione al tempo dato influenzata dalla stessa osser-

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vazione del fenomeno; tuttavia proprio perché ognuna di queste diadi relazionali è una entità viva può essere trattata come un sistema complesso di informazioni. (Miller, 1978) Il secondo elemento che osserviamo empiricamente è che in tale relazione l’altro da se è percepito come una minaccia. Il territorio non è protetto, il piccolo non può essere nutrito. Il sistema biologico è in conflitto per la possibile mancanza di risorse, del boccone biologico necessario al mantenimento della specie. Siamo l’unica specie mammifera in cui la dipendenza e l’attaccamento durino più di tre anni. Lo sviluppo del sistema limbico è una evoluzione della necessità di accudimento. Se il nostro caregiver non offre protezione e accudimento in maniera sufficientemente buona, una parte del nostro cervello, la neocorteccia devoluta alla evoluzione della socialità, dell’empatia e dell’identificazione con l’altro viene momentaneamente disattivata e portata a modalità di interarazione minime. La parte rettile dell’encefalo, come schematizzato da Porges e Panksepp (2014), prende il sopravvento. La psiche assume la modalità “rettile”. Il comportamento diventa simil predatorio sebbene nelle fattezze la mimesi delle capacità di emozionarsi (mimicry /scimmiottamento) viene mantenuta intatta. Le capacità psichiche corrispondenti a questo asset neurobiologico sono sorprendentemente simili a quelle dell’identikit narcisistico3: l’egocentrismo, la mancanza di empatia, l’assenza di rimorso, il distacco emotivo, appartengono a questa categoria, che se presenti nella relazione con l’altro impediscono di sentire il sapore della genuinità. La nostra reattività animale è on/off qualora la corteccia pre frontale non operi regolazione su di essa. Non essendovi alcuna regolazione sugli impulsi di base di sopravvivenza i sistemi di difesa e offesa agiscono in automatico, senza la mediazione metacognitiva offerta dall’autopercezione, autoconsapevolezza. Dunque anche se il bambino si trova di fronte sua madre, la percepisce come un nemico da uccidere (Davanloo, 1996). La rabbia assume la forma di rabbia omicida, dove i feedback cortico sensoriali sono di aiuto nel fornire la difesa di repressione istantanea, volta a mantenere attiva la relazione con il genitore fino al termine dell’emancipazione biologica. Quando la minaccia sul territorio permane per più di nove mesi e non si ha risoluzione del conflitto la natura sviluppa un programma di protezione speciale del sé autentico dell’individuo, evolvendo una maschera di carattere più o meno specializzata (Abbas, Berchard, 2007). A livello fisiologico a questa situazione psichica corrisponde un preciso assetto ormonale, che trova la sua manifestazione nel rapporto estrogeni/testosterone. L’asse neuroendocrino cerca di utilizzare al meglio l’ormone del territorio, il cortisolo per la sintesi di molecole proteiche che preparino il branco alla realizzazione del suo progetto biologico: sopravvivenza, procreazione e spinta al miglioramento. Senza un territorio un individuo è sbandato e solo, facile vittima nelle avversità: in esso maschio e femmina attuano i loro compiti genici; il maschio, oltre a proteggere lo spazio dove dimorano la sua donna e la prole, allarga il suo ambito alla zona di caccia per procacciare il cibo. La donna (quella biologica), resta nella caverna a accudire la prole. Il maschio capace di possedere la donna e proteggerla insieme ai figli assurge alla posizione di capo branco. Situazioni 3

Cfr. nota 2


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In un individuo nevrotico maturo l’esperienza conscia del desiderio omicida porterebbe al sentimento della colpa e al desiderio di riparazione, anche qualora essa non giungesse a compiersi con un’ azione. Nel bambino, durante una esperienza traumatica, accade ciò che accadrebbe in un piccolo mammifero: senza alcuna mediazione corticale si manifesta un forte impulso omicida biologiche, così come i sistemi biologici non possono essere intesi riducendoli solo ai loro componentiì, ma per mantenere una relazione con il suo caregiver, il bambino internalizza e reprime l’impulso percependo solo ansia inconscia, sotto la quale sono repressi sentimenti complessi di rabbia, colpa e attaccamento.

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più allargate del nucleo familiare, come il villaggio, il paese, la regione e la nazione sono strutture sociali derivate dalla necessità di una difesa più allargata. La finalità è da un lato la regolamentazione e il mantenimento del territorio, e dall’altro la protezione dei singoli nuclei familiari e della continuità della specie. In natura, qualora non vi siano altre alternative, e non sia presente un capo branco (alfa male) con assetto ormonale adeguato, esiste la possibilità di mimesi di queste capacità. La maschera psichica è di aiuto, evolutivamente, alla biologia, con l’assetto narcisistico. Sembrerebbe ovvio che a livello biologico esista il concetto di predatore, leader, capo branco, che si sia poi evoluto socialmente in un comportamento scevro da empatia, nei momenti in cui fosse necessario un atteggiamento lucidamente volto al mero mantenimento di specie. A questa interpretazione prettamente deterministica abbiamo bisogno di aggiungere un’altra proprietà importante dello schema narcisistico, la capacità psichica di manipolazione del dato reale4. La Psicoanalisi ha ricevuto una quantità enorme di nuove informazioni dalla ricerca nella teoria dell’attaccamento e dalla neurobiologia infantile nel raggruppare le capacità intrapsichiche necessarie a creare la decezione verso di sé ed altri (Fischer, 2009). Le capacità di adattamento dell’Io di un individuo capace di manipolazione sono, in linea evolutiva, piuttosto specializzate. Tra di esse: possedere un legame di attaccamento, avere evoluto un senso di sé differenziato da altri, aver raggiunto la capacità di riconciliarsi e ricongiungersi dopo la separazione da soggetti significativi, possedere funzioni metacognitive e riflessive, un certo livello di sviluppo cognitivo, capacità di differenziare la realtà dalla fantasia, dunque abilità ludiche, aver superato la fase edipica. Per essere capace di mentire in altre parole un soggetto deve possedere requisiti di sviluppo psichico che lo rendono più di ogni altro soggetto portatore di verità: per poter mentire bisogna essere capaci di comprendere, capire, conoscere, essere soggetto integro. Chi mente conosce il vero più di ogni altro; chi mente è portatore della verità oggettiva, emotiva, come uno specchio deformato che trasmetta oscurità invece che luce (Grotstein, 2007). In linea teorica, è necessaria una seconda difesa collegata adesso per costruire il senso di grandiosità ed onnipotenza, un diniego egosintonico e selettivo per le parti svalutate del proprio sé, tale da sconfinare nella scissione. Da questo insieme elegante di difese, funzionanti come una rete gerarchica, ove la svalutazione del bisogno primario di attaccamento porta alla riduzione di sé a uno specchio grandioso e pluripotente, nasce la fascinazione che il narcisismo maligno opera sull’ambiente circostante. Il capobranco deve ridurre sé stesso all’onnipotenza, non potendo cogliere l’importanza dello sviluppo della reciprocità, della responsabilità e dell’empatia verso gli altri. Si è scoperto che queste ultime

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modalità relazionali sono gravemente carenti sin dall’infanzia del narcisista, a causa anche di una relazione con il caregiver dove è stato privato di una relazione vera ed intima, di qualcosa che gli abbia dato la sensazione di essere capito e custodito con amore nella mente e nel cuore di un’altra persona. Il genitore è percepito come un mostro minaccioso per la sopravvivenza, tanto che alcuni pazienti riportano la visione tunnel, primo elemento della dissociazione della corteccia prefrontale mediale, e attivazione del sistema rettiliano automatizzante; l’umano diventa letteralmente un automa, ma può essere in grado di prendere rapidamente decisioni utili per non essere “ucciso”. Questa interpretazione biologista, non prescinde dalle conseguenze e dal costo psichico in termini di sofferenza: il narcisista trascorre la vita ostentando un ego sfacciato e fortemente vanaglorioso, anche se inconsapevolmente desidera come tutti gli altri, il rifugio calmo e sicuro che si trova all’interno di un abbraccio umano sincero. E disperatamente ricerca una relazione più profonda e molto più intensa, senza poter realizzare, comprendere o accettare questo bisogno. Questa descrizione fenomenologica e, trasversalmente psicologica, darebbe uno spazio al narcisismo come necessaria spinta evolutiva verso lo sviluppo di una deriva genetica empatica: nel territorio dominato da “capobranco” privi di spinta ormonale per l’accudimento, si ha maggiore opportunità di sviluppare aree protette dove possano anche sopravvivere e speciarsi individui specializzati nell’accudimento, con risorse psichiche più orientate alla protezione e al conforto (Cozolino, 2010). Qual è la conseguenza in termini di approccio alla cura di questi pazienti? Noto in letteratura come il disturbo di personalità narcisistico non trovi al momento una grande pluralità di interventi possibili (Kernberg, 2011), poiché non rispondono alle operazioni terapeutiche come spiegazione, confrontazione, chiarificazione ed interpretazione dal momento che essi hanno la tendenza ad agire i propri impulsi o a evitare il trattamento (Lederer, 1996). Nella pratica clinica di riferimento (Psicoterapia Dinamica Intensiva di Davanloo) ove sono state integrate le conoscenze interdisciplinari cui si fa riferimento in questo scritto, a differenza di altri approcci è di primaria importanza permettere al paziente di sperimentare nel transfert con il terapeuta i sentimenti di rabbia omicida, secondo il protocollo descritto da Abbass (2007) e Davanloo (1996). Tali impulsi internalizzati dal paziente sono la causa della mancata integrazione di una struttura superegoica fondante dell’immagine del Sé autentico: e il paziente e il terapeuta possono esperire in contesto protetto fantasie distruttive e impulsi, è possibile diminuire la pressione conflittuale interna. La maschera narcisistica incomincia a sgretolarsi rendendo possibile una posizione depressiva, lasciando spazio a un senso più autentico del sé e del mondo. Nelle relazioni terapeutiche diventa evidente come anche il terapeuta si trovi di fronte a una necessità impellente di riconoscere e integrare pienamente i propri oggetti interni aggressivi5 (Kernberg, 2004), ampliando la propria capacità di ricevere le istanze omicide del paziente, e di tollerare e contenere i sentimenti complessi di contro transfert. 5

Secondo Kernberg (2004) l’individuo narcisista, non avendo ancora un senso integrato del suo Self, per mantenere intatta la propria immagine onnipotente e buona e diminuire la pressione conflittuale interna, deve operare una operazione di diniego selettivo, e manipolazione della realtà.


Conclusioni: luce dentro l’ombra Here you are: the most important person you’re ever likely to meet in your lifetime, and you are telling me you’re on bad terms with this person. That requires evidence. Wilfred Bion.

È noto che i sistemi biologici utilizzano energia libera e unità di materia sotto forma molecolare, per crescere, riprodursi e mantenere un’omeostasi dinamica (allostasi) nell’interazione con l’ambiente. Per fare questo i sistemi viventi immagazzinano, trasmettono e ricevono informazioni essenziali per i propri processi vitali; nel mentre visti come sistemi biologici evidenziano strutture complesse di cui le neuroscienze forniscono indicazioni, ipotesi e indirizzi di ricerca che si aprono a conferme, ponendosi nello spazio di confine tra positivismo e ricerca filosofica. Facendo ricorso al processo di evoluzione come sfondo integratore della diversità e dell’unitarietà della vita e alla teoria generale dei sistemi nella sua universalità, si possono fare ipotesi interpretative sul comportamento di strutture organizzate, processi e fenomeni in ogni livello di organizzazione dei sistemi viventi. Le unità relazionali fanno parte del processo evolutivo della speciazione, definita secondo Ernst Mayr (1988) come processo grazie al quale si formano nuove specie da quelle preesistenti. La medicina evoluzionistica, si basa sull’applicazione dei principi della teoria evoluzionistica agli aspetti legati alla salute e alle cure mediche; questo approccio ha il fine di trovare i significati adattivi delle caratteristiche che lasciano il corpo umano vulnerabile alla cosidetta malattia. La malattia potrebbe essere definita come la situazione migliore possibile, in cui fluisca l’informazione più idonea, più equilibrata e ubiquitaria, viste le modifice introdotte da eventi antichi e recenti che abbiano agito sull’organismo (Baldari, 2010). In questo senso di valutazione non dualistica, e solo fenomenologica, l’assetto narcistico anche nelle sue forme più egosintoniche, sarebbe un tentativo della natura di custodire la verità in modo complementare. Lux tenebrae non comprendeherunt: le tenebre non sono in grado di fermare i fotoni luminosi e dunque sono essi stessi complementare necessario all’emergere dell’autenticità, a livello psichico, biologico, fisiologico. Filosofia, scienza e religione mostrano da secoli come sia insito nell’essere umano un istinto di ricerca della verità, non importa quanto profondamente essa sia sepolta. Siamo tuttavia terrorizzati dal vederla e riconoscerla: conoscere il nostro vero sè trasforma dal profondo dell’anima la percezione di noi stessi e della nostra realtà, ci aiuta a intravedere la persona che siamo in divenire, e cosa per quest’ultima sia davvero importante. I nostri pazienti, come compagni di viaggio, sono in conflitto aperto tra la ricerca della verità emotiva e una paura paralizzante, che li rende ciechi a qualunque opportunità di futuro cambiamento. Il benessere e l’autenticità sono già dentro alla persona. Siamo davvero pronti a

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Una corrente di pensiero sostiene che il sapere specialistico in Psicologia e Biologia abbia impedito il riconoscimento di analogie significative e livelli di organizzazione coerenti tra entità umane, biologiche e fisiologiche e le loro entità costituenti (Roze, 2006).

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incontrare la verità che già siamo? Come possiamo aiutare e aiutarci a rivelarla? A togliere definitivamente il velo? L’incontro con un paziente narcisista offre alla persona e al terapeuta un’opportunità unica di incontro che richiede coraggio e autenticità. Senza essere veri nella relazione pazienti e terapeuti non possono operare alcuna trasformazione volta al miglioramento del flusso vitale6. Nel nostro lavoro, è condizione necessaria aver esperito e integrato per primi i propri traumi di attaccamento e la conseguente rabbia omicida. In tal senso per noi terapeuti essere veri richiede la scelta di guardare dentro allo specchio delle proiezioni che coprono la percezione del reale. E quindi grazie Narciso, nostro Lucifero, portatore di verità.

Riferimenti bibliografici

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Qui intendiamo per “flusso vitale” l’insieme di informazioni codificate, materia ed energia, U. Baldari Trattato di Medicina dell’Informazione Vol 1, introduzione). Tale flusso informativo nella relazione terapeutica è lo spazio co-creato dalla composizione degli oggetti interni di ognuno degli individui, dalla loro reciproca interrelazione. (Abbass, 2008). Quanto più tali oggetti interni sono primitivi e suscitano essi stessi l’emergere di materiale traumatico e di sentimenti e impulsi non risolti nel terapeuta, tanto più sarà necessario un lavoro terapeutico, di supervisione e di vigile consapevolezza. (Kernberg, Love relations, normality and pathology, Yale University Press, “on unresolved masochistic traits of the therapists). Il valore del contributo di Davanloo e della sua Scuola da oltre 30 anni (Frederickson J., Coughlin P. e Abbass A.) è dato dall’opportunità di esperienza fisiologica e corporea dei sentimenti inconsci, che in tal modo possono essere passati dalle aree limbiche a quelle corticali, internalizzati e integrati (Solbakken, 2013).


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TESTIMONIANZE

Quando Narciso sale in cattedra, ovvero del paradosso dell’educare

Fabio Bocci

abstract

Educare, com’è noto, è una delle azioni umane più affascinanti ma, al tempo stesso, tra le più complesse. La relazione educativa, infatti, implica potenzialità e rischi che non sono – se non agli occhi di coloro che agiscono con scelleratezza – nettamente distinti. In questo articolo, l’autore – attraverso l’analisi di due noti film: L’attimo Fuggente (Dead Poet’s Society) e Will Hunting Genio Ribelle (Good Will Hunting) – affronta e argomenta alcune questioni che hanno a che vedere con la consapevolezza che gli insegnanti hanno (o, meglio, dovrebbero avere) in merito al paradosso insito nell’atto dell’educare: rendere l’allievo, attraverso l’azione educativa, libero di autodeterminarsi ma, al tempo stesso, indicargli la strada per raggiungere tale obiettivo. Come Narciso, innamorato della propria immagine riflessa, anche l’adulto educatore corre il rischio di volersi riflettere nell’allievo, di farlo a sua immagine e somiglianza, nella convinzione di agire per il suo bene (per lui e con lui).

Educating, as well known, is one of the most fascinating human actions but, at the same time, one of the most complex ones. In fact, an educational relationship has to do both with potentials and risks which cannot be distinguished clearly – except in the eyes of those who act irresponsibly. Through the analysis of two famous movies, Dead Poet’s Society, and Good Will Hunting –the author, in this article, discusses some issues concerning the awareness that teachers have (or should have) about the paradox inherent in the act of educating: aiming at self-determination of the student through education, while, at the same time, showing him/her how to achieve that goal. Like Narcissus, in love with his own reflection, the adult educator also runs the risk of wanting to reflect himself in the student, making him/her according to in his own image, in the conviction of acting for the own good of the student (for him and with him).

Keyword: Narcissism, Teaching and Learning, Educational Relationship, Language of Cinema, Will Hunting, Dead Poets Society, Frankenstein

Fabio Bocci, Professore Associato di Pedagogia e Didattica Speciale, Dipartimento di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria, Università Roma Tre / fabio.bocci@uniroma3.it © Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Parole chiave: Narcisismo, Insegnamento e Apprendimento, Relazione Educativa, Cinelinguaggio, Will Hunting, Attimo Fuggente, Frankenstein

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Natanaele, io ti insegnerò il fervore (André Gide, I nutrimenti terrestri)

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Una non breve premessa

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Senza libertà l’uomo è una sincope (Will, Will Hunting – Genio ribelle)

Qualsiasi insegnante che si immerga nel mestiere magistrale con un minimo di cognizione – e non sotto l’impulso di agire la relazione con l’allievo in una condizione di inconsapevolezza di sé1 – sa bene che l’atto educativo è foriero di un paradosso, affascinante quanto pervasivo, che Philippe Meirieu ha ben postulato nel suo Frankenstein Educatore: «desideriamo “farli riuscire” al meglio, ma comprendiamo che questa riuscita li assoggetterebbe, senza dubbio, a limitazioni inconciliabili con la loro libertà, limitazioni che, d’altra parte, il più delle volte non siamo in grado di imporre loro. Abbiamo “fatto” un bambino e vogliamo “farne un uomo libero” … come se la cosa fosse semplice! Poiché se lo si “fa”, non sarà libero, o almeno non lo sarà veramente; e se è libero, non potrà non sottrarsi alla volontà e alla velleità di fabbricazione del suo educatore» (Meirieu, 2007, p. 23). Come Narciso, dunque, notoriamente innamorato della propria immagine riflessa, anche l’insegnante (e l’adulto educatore in genere), corre il rischio di volersi riflettere nell’allievo-educando, di farlo a sua immagine e somiglianza, nella convinzione di agire per il suo bene, di compiere delle scelte per lui. E il rischio più grande l’educatore lo corre nel momento in cui è convinto di farlo non solo per lui ma con lui, ignorando il potere asimmetrico della relazione educativa, il più delle volte celata nella pretesa (quasi mai apertamente dichiarata poiché agente nel paradosso) di essere nel giusto, di agire nel bene lampante delle sue finalità e nel solco del buonsenso. In fin dei conti, ci rammenta ancora Meirieu, l’educatore che non sa bene o, aggiungiamo noi, non ha attentamente problematizzato quello che fa «arriva a dar vita a un essere che gli assomiglia abbastanza da essere considerato riuscito» (Meirieu, 2007, p. 24). La questione, come è facilmente intuibile, ha diversi risvolti ciascuno dei quali rimanda a implicazioni di carattere pedagogico oltre che psicologico. La più evidente è quella inerente il prodotto finale, l’esito. Fare dei nostri allievi uomini e donne davvero liberi, emancipati, autonomi (termine questo più aduso nel lessico pedagogico didattico nostrano) contempla da un lato la volontà dell’educatore di sviluppare il talento di ciascuno (questo nell’ottica irenica di una scuola e di una società realmente e non solo idealmente interessate a far sì che si chieda a ciascuno secondo le sue possibilità e si dia a ciascuno secondo le sue necessità) (Fofi, 2012) e, dall’altro, – se davvero emancipati e liberi – la possibilità degli allievi di rifiutare il loro talento, di scegliersi in una direzione ostinata e contraria (citando Fabrizio De André) financo di perdersi. Rispettare l’altro, in1

Ci riferiamo all’affermazione della insegnante e scrittrice Paola Mastrocola nel libro La scuola raccontata al mio cane, Guanda, Milano, 2004. Abbiamo polemizzato a distanza con l’autrice nel nostro F. Bocci, 2005.


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Si veda la critica mossa da Goffredo Fofi all’attuale formazione degli insegnanti (Fofi, 2012).

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fatti, rispettarlo fino in fondo, significa anche accettare la sua irriducibilità a noi, a ciò che rappresentiamo come persone e come adulti educatori. Perché (ci) sia chiaro, anche se ci sforziamo di sviluppare un pensiero critico e non conforme (come dichiariamo spesso, per non dire sempre, di voler fare) di fatto rappresentiamo e incarniamo agli occhi di chi cresce una precisa immagine/idea/valore di vita e di società. Quando ciò accade, ossia quando l’allievo rifugge se stesso, a nostro dire siamo dinanzi a una delle più cogenti sconfitte: tutto il nostro impegno, tutto lo sforzo compiuto nel nome dell’allievo sembra dissolversi nella dissolutezza di una decisione (altrui) incomprensibile. La rinuncia dell’allievo a ciò che abbiamo costruito per (e sia, anche con) lui ci si staglia nel cuore e nella mente con la stessa forza radicale, micidiale e, per l’appunto, irriducibile dell’affermazione Avrei preferenza di no (I Would Prefer Not To) pronunciata come una sentenza senza appello da Bartleby lo scrivano, indimenticabile eroe di Herman Melville, quando si rifiuta dapprima di compiere gli atti quotidiani che ci si aspetta da lui (in quanto soggetto sociale inquadrato in una certa categoria, ruolo o funzione) e, progressivamente, anche quelli che gli si chiede di scegliere come preferiti, giungendo infine al rifiuto stesso di vivere. Non siamo preparati. Non siamo preparati a comprendere che l’altro rinunci a noi e a se stesso (nella misura in cui noi riteniamo che lo stia facendo, non contemplando la possibilità che davvero abbia appreso – probabilmente nonostante noi, a prescindere da noi o, forse, proprio contro di noi – ad essere libero di autodeterminarsi). E come potremmo essere preparati a questo se come educatori/ici, maestri/e, professori/esse siamo stati, a nostra volta, assoggettati a una formazione prevalentemente (quando non unicamente) centrata sulle competenze strumentali? Inizialmente, nella veste di allievi, sotto l’egida del mito del metodo (o dei metodi) di studio, successivamente, come futuri insegnanti, soggiogati al mito della professionalizzazione del mestiere magistrale (vedi alla voce: acquisire la cassetta degli attrezzi). Il tutto all’interno di percorsi standardizzati su format predefiniti da soggetti terzi, agenti con finalità e scopi del tutto estrinseci all’educazione e alla formazione2. E tale quesito ci conduce alla seconda implicazione, inerente non tanto l’esito (il prodotto) – il soggetto oggetto di libertà reale o, meglio, presunta – quanto il processo, quell’essere in situazione che è l’essenza stessa dell’azione magistrale, ossia della relazione educativa. Come far sì che il rischio in potenza di rispecchiarsi/mento nell’allievo non si trasformi in atto compiuto? Come impedire a Narciso di indossare gli abiti di Frankenstein (o quelli meno vistosi, ma non per questo meno pericolosi, di Pigmalione) e di costruire l’altro nel nome della sua libertà? Certo, si chiede e ci ricorda Andrea Canevaro, «a chi deve guardare e a chi deve rispondere chi educa e si educa? […] A chi cresce. E deve farlo guardando oltre, avanti, cioè non fermandosi a quello che ora vede, non a quello che chi cre-

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sce è; ma aprendosi al domani, a ciò che sarà. È la dimensione profestica (don Lorenzo Milani) propria dell’educazione (educare/educarsi). Chi cresce non può essere solo commentato, magari sapientemente, per quello che è; deve ricevere indicazioni per quello che forse sarà... Chi educa non è un commentatore – di diagnosi, di valutazioni istantanee, cioè di quell’istante ... – Ha il dovere di aprire varchi, o almeno spiragli, di ispirare luoghi in cui andrà chi cresce e non chi educa»3. Un riflessione, quella di Canevaro, che richiama anche le non poche, e ingiustamente e sbrigativamente obliate, esperienze di quei pensatori anarchici come Tolstoj, Robin, Faure, Ferrer e così via, che hanno dato vita a veri e propri esperimenti di pedagogia libertaria, nella convinzione che il rapporto educativo sia sempre fallibilista e contingente, promotore e non inibitore del dubbio e dell’errore intesi non come sbaglio o devianza ma come possibilità di errare (esplorare, scoprire, ecc…)4. In tal senso è compito dell’insegnante/educatore promuovere e favorire l’autoeducazione, ovvero creare spazi di apprendimento pedagogicamente depotenziati (Trasatti, 2004) o a bassa densità pedagogica (come ci piace riformulare). Situazioni di – più che luoghi deputati all’– insegnamento-apprendimento, tra l’altro così ben immaginati e descritti da Silvano Agosti nel suo splendido Lettere dalla Kirghisia (Agosti, 2005). Ma, ci chiediamo a nostra volta (e lo facciamo proprio perché siamo decisamente affascinati, e non da ora, da queste istanze ed esperienze libertarie), anche ponendoci come modelli del non conforme, sia fuori sia dentro contesti istituzionalizzati – pensiamo al cinema e alla figura del prof. Keating de L’attimo Fuggente sulla quale torneremo tra poco – non finiamo con il con-formare per l’allievo e nell’allievo una immagine di richiamo/rimando (corrispondente ai varchi e agli spiragli di ciò che sarà) che, infine, lo conforma? È qui che si palesa, con tutta la sua forza, la straordinaria pervasività del paradosso insito nell’atto educativo e, di fatto, la sua radicalità, che si concretizza nell’impossibilità di trovare/vi una soluzione. Perché se è pleonastico, dopo tali premesse, affermare che è del tutto fuorviante per l’insegnante (e per chi lo forma, sia ben chiaro) fare cieco affidamento a competenze di tipo professionale legate all’acquisizione di set di competenze di gestione della classe, sembrano altresì poco plausibili risposte di tipo valoriale che alludono alla presunta autonomia del discente, alla dichiarazione del docente di rinunciare alla volontà di soggiogare l’allievo nel nome del riconoscimento della sua alterità o di volersi astenere dal mero compito della trasmissività. Pie illusioni di cui sono lastricate le strade dell’educazione, verrebbe da dire. Ma la rinuncia alla risposta e alla soluzione, si badi, non è né un fallimento né un invito a desistere. Tutt’altro. Rifuggire da quello che oggi appare anche in educazione il modello chiavi in mano, paradigma di una società neoliberista che risponde alla complessità della sostanza delle esistenze con la linearità della forma delle norme (ossia dello standardizzato nell’ottica del franchising), significa

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Questo passo è l’estratto del testo di una mail indirizzata da Andrea Canevaro a chi scrive. Alcuni rimandi sono doverosi: da Giordano Bruno a Errico Malatesta fino al grande pedagogista italiano Lamberto Borghi, straordinario studioso e interprete dell’educazione libertaria. Sul soggetto apprendente inteso come sistema errante si veda W. Fornasa, R. Medeghini, 2003. Un riferimento ai temi della libertà e dell’erranza è anche nel nostro F. Bocci, 2005.


riposizionare l’atto educativo al centro del villaggio e non ai suoi margini, rideterminare gli insegnanti e gli educatori quali agenti attivi e non passivi del mistero della crescita dei singoli e delle collettività. La rinuncia alla pretesa di definire l’essere (come ricorda Charles Gardou quando riflette sulle differenze, anche barocche, che caratterizzano l’umano) (Gardou, 2006) e, di conseguenza, la rinuncia alla pretesa di possedere (in nome di quella ricerca di definizione dell’essere) la chiave di volta dell’educazione, rappresentano, a nostro modo di vedere, un passo in avanti verso la riumanizzazione dell’educazione e della formazione, le quali, come detto, sono oggi più che mai costrette nei dettami della produttività e della competitività, magari nel nome di quella mai ben chiarita formula meritocratica che dovrebbe valorizzare le individualità (ma in realtà non fa altro che spronare all’individualismo). Rinunciare, dunque, come atto di forza: perché significherebbe spostare l’asse portante dal possesso delle tecniche dell’insegnamento (e della gestione delle relazioni in apprendimento) alla consapevolezza del portato inedito, sempre originale e mai definibile una volta per tutte dello stare nella relazione educativa. Allora la sfida – soprattutto nei contesti in cui si formano i futuri insegnanti ed educatori – diviene quella di aiutare/ci a comprendere i modi in cui Narciso sale in cattedra e si fa costruttore dell’immagine dell’altro, del discente. È questo, di fatto, ciò che possiamo fare se vogliamo davvero liberarci/liberare. E lo dobbiamo fare a partire da noi, dall’esplicitazione del paradosso che attuiamo – in quanto formatori dei formatori – nel momento stesso in cui operiamo questo disvelamento; perché noi siamo nel paradosso, anzi siamo il paradosso, lo incarniamo. Bisogna farlo questo coming out, perché spesso Narciso (noi) crede/iamo di non essere tale/i, ed è/siamo assolutamente convinto/i di agire nel nome e nel bene altrui. E noi in questa sede lo facciamo avvalendoci di un mediatore che ci è familiare, il cinelinguaggio, capace di proiettarci in storie narrate sotto forma di fiction, che presentando vicende altrui ci aiutano a riflettere su noi stessi. È la tipica funzione dell’immagine riflessa nello specchio (ecco ancora Narciso), ma questa volta con una funzione in più, quella auspicata da Jean Cocteau quando afferma che gli specchi dovrebbero riflettere un momentino prima di riflettere le immagini.

Parleremo di due film molto noti: Will Hunting – Genio ribelle e L’attimo Fuggente. La scelta è caduta su queste due pellicole per diverse ragioni. La principale è che si tratta di film hollywoodiani, fruiti/bili da un pubblico molto vasto, composito, quindi non composto solo da esperti nel campo del cinema o dell’educazione. Questo aspetto è significativo per la riflessione che stiamo qui cercando di portare avanti. Inoltre, la loro notorietà ha fatto sì che fossero negli anni ripetutamente trasmessi anche in televisione aumentando per noi la possibilità che i lettori di questa rivista abbiano bene in mente le sequenze alle quali faremo riferimento nella nostra analisi. Un’ultima ragione, naturalmente, ha a che fare con i contenuti di questi film, i quali si prestano in modo fecondo a letture interpretative inerenti le scienze umane

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1. Quando Narciso sale in cattedra: lo sguardo del cinema

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(quindi pedagogiche, filosofiche psicologiche, sociologiche, ecc…), anche in ottica di analisi interdisciplinare che può bene essere adottata quando, ad esempio, si rivolge l’attenzione alla formazione degli insegnanti.

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2. Io ti salverò: Will Hunting – Genio ribelle

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Will Hunting – Genio ribelle (Good Will Hunting, Gus Van Sant, 1997) è un film statunitense che ha ottenuto un grande successo di pubblico e numerosi riconoscimenti e premi dalla critica (tra questi l’Academy Awards – Oscar a Robin Williams come Miglior attore non protagonista e a Matt Demon e Ben Affleck, protagonisti della vicenda, quali autori della Migliore sceneggiatura originale). Fin da subito, inoltre, la pellicola ha suscitato interesse tra le diverse scuole di psicoterapia e psicologia clinica, tanto da essere molto spesso utilizzata nei corsi di specializzazione e di formazione in genere. In questa sede, come anticipato, soffermeremo l’attenzione sulle modalità relazionali che il professore Gerald Lambeau adotta con il giovane Will una volta deciso di prenderlo sotto la sua ala protettrice. Per comprendere meglio i termini di questa relazione è opportuno fornire qualche minima indicazione (convinti come siamo che il film sia bene noto) sulla figura di Will e sulla storia. Come spettatori incontriamo Will mentre lavora quale addetto alle pulizie in un dipartimento di matematica del MIT (Massachusetts Institute of Techology). Dal suo abbigliamento e dai suoi atteggiamenti non ci aspetteremmo che il giovane abbia un interesse per la cultura in genere e per l’ambito matematico nello specifico. Soprattutto, non ci si aspetterebbe che sia un gifted, una persona dotata di facoltà prodigiose, come quella di leggere velocemente decine di libri e immagazzinarne rapidamente i contenuti (memoria fotografica) e di risolvere problemi matematici complessi. Appuriamo queste doti di Will nel momento in cui il giovane si cimenta, furtivamente, alla soluzione di un problema estremamente intricato (e intrigante) che il professor Lambeau ha posto su una lavagna del corridoio come sfida aperta ai suoi studenti. Il docente, infatti, è una figura autorevole del suo campo, vincitore di uno dei premi più prestigiosi assegnati dalla comunità scientifica dei matematici e sembra alla ricerca di qualcuno che sia in grado di emularlo. Scoperto il talento di Will, Lambeau è deciso a non lasciarselo sfuggire. Ma la cosa non è così semplice, in quanto il giovane ha un comportamento decisamente problematico, per non dire fortemente oppositivo a tutto ciò che ha a che vedere con le regole e con le relazioni interpersonali. Quello espresso da Will, diciamo con Montuschi, è una fare dimostrativo (Montuschi, 1997), governato da manifestazioni fenomenologiche centrate su modi di agire che lo allontanano da se stesso, dalla sua autenticità. Will ha imparato nel corso del tempo a ignorare i propri sentimenti e ad esibirsi come forte (con gli amici, con le autorità e con gli adulti in genere, con le persone sconosciute con le quali si trova a competere, ecc…). Tali risposte, reattive a tutta una serie di sollecitazioni derivanti da determinati contesti e da specifiche figure adulte, hanno, come sempre, una loro scaturigine nell’esperienza pregressa della persona.


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Piano piano scopriamo infatti che Will ha subito abusi e violenze a partire dalla sua prima infanzia, è stato maltrattato e abbandonato dalle figure parentali. Il suo modo di agire, quello manifestato agli altri e anche a se stesso, sembra essere l’esito di un preciso accadimento, ossia l’aver subito durante gli anni cruciali dell’infanzia e dell’adolescenza l’ingiunzione più temibile che un soggetto in crescita possa esperire: non esistere. Tra tutte le ingiunzioni, ci rammenta Montuschi, è la più devastante, quella che «mette in discussione il diritto di esistere (“non esistere”) e che porta la persona a doversi guadagnare perfino il diritto di essere al mondo attraverso il “fare” (compiacente, perfetto, eseguito in fretta, tentando disperatamente, conservando il ruolo di “forte” in ogni circostanza) al fine di mettere gli altri in condizione di riconoscerle quel diritto che essa non riconosce a se stessa» (Montuschi, 2011, p. 106). Siamo in presenza, come evidenzia ancora lo studioso, di vere e proprie mutilazioni dell’essere, le quali generano inquietudini esistenziali dagli esiti imprevedibili, talvolta drammatici. Ebbene, dinanzi a tutto questo il professore Lambeau si pone con un atteggiamento preciso: offre a Will una sorta di compensazione che dovrebbe derivare dall’espansione del talento del ragazzo. Richiede spesso riconoscenza per quello che sta facendo per lui e lo invita a considerare il fatto che ha possibilità che lui stesso non ha avuto (come a dire: io ho dovuto sudare per raggiungere la posizione che occupo e tu che potresti farlo per dotazione di natura ti rifiuti). Considera la reticenza di Will uno spreco e giunge infine ad affermare: «Spesso vorrei non averti mai conosciuto perché potrei dormire la notte. E non dovrei vivere con la consapevolezza che c’è qualcuno come te in giro… e non dovrei vederti gettare tutto al vento». Non siamo ancora all’interno del cosiddetto, e ben noto agli analisti transazionali, triangolo drammatico di Karpman, del salvatore che diviene persecutore. Ma è evidente, e ci auguriamo lo sia davvero dopo la nostra premessa, che Lambeau considera Will una sorta di prolungamento di sé, l’immagine riflessa di quello che lui avrebbe voluto essere (di fatto il professore ci appare piuttosto disilluso se non addirittura dubbioso sulle proprie capacità). Ma è lecito chiedersi: come può Will essere riconoscente se non è riconosciuto? In questo scarto si palesa tutto il narcisismo del professor Lambeau. Ha davvero a cuore il futuro di Will, la sua crescita interiore? È davvero quella di trovargli posti di lavoro in luoghi prestigiosi (che sistematicamente il giovane rifiuta) la strada per permettere al ragazzo di trovarsi? Anche la scelta di rivolgersi, dopo tanti fallimenti, all’amico terapeuta Sean McGuire sembra rispondere a questo disegno tutto centrato su di sé. L’incarico sembra essere commissionato per far sì che Will infine accetti ciò che il mondo gli propone e non per consentirgli di liberarsi da ciò che ha subito e, finalmente, di decidersi come attore della propria autorealizzazione. Fortunatamente, come sappiamo avendo visto il film, il terapeuta non seguirà questa indicazione. Una scelta che innescherà non pochi screzi tra i due vecchi compagni, scontri verbali che faranno emergere vecchi rancori e metteranno a nudo le reali motivazioni alla base dell’interesse di Lambeau per Will: rivedersi in lui per completarsi completandolo.

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Il terapeuta, infatti, comprende che i pensieri e i comportamenti di Will sono artefatti, dispositivi che il giovane utilizza per eludere la profonda sofferenza che lo pervade. E qui assistiamo all’allontanamento dell’adulto educatore dalla figura del Narciso-Frankenstein. Sean permette a Will di posizionarsi nella condizione di operare una vera e propria conversione, di chiudere con il passato, ossia di «accettarlo attivando un processo interno guidato dalla propria capacità di “prendere una decisione”» (Montuschi, 2011, p. 24). Una decisione che contempla, come sembra essere per Will (almeno sul piano della lettura fenomenologica della narrazione cinematografica del ciò che si dà, nel momento in cui si dà, nei limiti in cui si dà) la possibilità di rifiutare di essere il proprio talento (una forma di reificazione altrettanto perniciosa di quella che obbliga il disabile a essere il suo deficit, il cittadino di un altro Paese a essere lo straniero e così via) e di perseguire il desiderio e la volontà di esistere come persona.

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3. Un narciso-pigmalione inconsapevole? L’attimo Fuggente

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L’attimo fuggente (Dead Poet’s Society, Peter Weir, 1989) è probabilmente il film più noto tra quelli che narrano storie di scuola e di insegnamento. Innumerevoli sequenze di questa pellicola suscitano, anche dopo ripetute visioni, forte emotività negli spettatori e la figura del professor Keating si è ormai profondamente radicata nell’immaginario collettivo, tanto da essere apprezzata, per non dire amata, sia dagli studenti (di ieri e di oggi) sia dagli insegnanti (di ieri e di oggi, molti dei quali studenti quando il film è uscito nelle sale). Abbiamo avuto modo altrove di illustrare alcune nostre considerazioni sul professor Keating5, ma ci torniamo volentieri proprio in ragione di quella fecondità di interpretazioni e analisi cui facevamo cenno poc’anzi che i contenuti del film elicitano. La caratteristica principale del fascino di Keating – e che cela ai più la sua vocazione narcisistica – è la sobrietà della figura. Keating non si presenta al pubblico con le sembianze del professor Kantorek o del professor Vogel, rispettivamente protagonisti dei film Niente di nuovo sul fronte occidentale (All Quiet on the Western Front, D. Mann, 1979) e L’onda (Die Welle, Dennis Gansel, 2008). Non vi è nulla di esaltato in ciò che fa, e tutto ciò che fa sembra indirizzarsi verso la volontà di liberare i suoi studenti dai vincoli del conformismo in cui sono costretti, non solo perché soggetti alle regole dell’istituzione scolastica (frequentando la scuola) ma perché frequentano quella specifica scuola, quell’accademia di Welton che ha lo scopo di prepararli6 (addestrarli) a interpretare al meglio i 5 6

In modo particolare in F. Bocci, Insegnanti in primo piano, in «CADMO», 17-18, 1998, pp. 147154; F. Bocci, Questi insegnanti. Maestri e professori nel cinema, Serarcangeli, Roma, 2002; F. Bocci, Letteratura, cinema e pedagogia, cit. Ascoltando il discorso inaugurale del Preside Nolan, Welton è addirittura la migliore scuola preparatoria di tutti gli Stati Uniti, quindi in questo rappresenta una eccellenza.


Testimonianze -

ruoli sociali (ed esistenziali) che sono già stati loro assegnati (ricordiamo che il film è ambientato nel 1959). Tutta l’azione didattica di questo mentore è orientata a questa finalità ultima. Suggerisce agli allievi di cogliere l’attimo, portandoli fuori dall’aula a confrontarsi con coloro i quali li hanno preceduti; li fa marciare in cortile per far loro sperimentare i rischi del conformismo; sale sulla cattedra per ricordare a se stesso e a loro di guardare sempre le cose da un punto di vista diverso. Nulla di errato, verrebbe da dire. Ma se analizziamo meglio alcune delle sequenze più avvincenti, possiamo scoprire come in realtà Keating modelli questi ragazzi a sua immagine e somiglianza, e possiamo altresì intuire come, a tutti gli effetti, tornando ad insegnare nel college nel quale aveva a sua volta studiato, Keating sia motivato – probabilmente in modo inconsapevole – soprattutto dal desiderio di liberare se stesso dalla sua immagine di allievo. Per farlo, però, ha bisogno di rispecchiarsi proprio nei suoi allievi. La sequenza in cui invita e poi guida il timido Todd Anderson a recitare una poesia è da questo punto di vista emblematica. Non abbiamo qui lo spazio per riprodurre completamente il dialogo, ma la sua notorietà (e la facile reperibilità del film) ci consente di saltare questo passaggio. Keating guida passo passo lo studente, lo avvolge sia verbalmente sia fisicamente, costruisce intorno a lui una impalcatura di sostegno emotivo conducendolo, con suggerimenti della voce e delle mani, a recitare infine la sua poesia. Ma sua di chi? Del ragazzo o del professore? Il primo, infatti, inizialmente dichiara di non voler presentare nulla: «No io poesie … non mi sento…». Ma non gli è concessa questa possibilità: «L’amico Anderson ritiene che ciò che ha dentro sia inutile e imbarazzante... Non è così Todd, non è la sua peggiore paura? E si sbaglia! Io credo che dentro di lei ci sia qualcosa che vale moltissimo» (e qui introduce il barbarico yawp che dà il via alla interazione vera e propria). È certamente compito del docente stimolare l’allievo, così come di trarlo fuori dalle secche delle inibizioni o delle paure personali (siamo pur sempre in situazioni che hanno a che vedere con soggetti in età evolutiva). Il fatto è che Keating compie tali azioni avendo bene in mente dove vuole (deve?) andare a parare. Anche in questo caso, non vi è dubbio che dal docente ci si aspetti la padronanza della situazione in cui si trova ad agire (sapere cosa fare nella circostanza), ma riteniamo anche legittimo chiederci quanto Frankenstein alberghi in questo modo di fare educazione, quanto desiderio narcisistico ci sia in questo sforzo di portare l’altro dove desideriamo esso approdi. Quesiti che si rivelano ancor più cogenti soffermando l’attenzione su un’altra celebre sequenza. Facciamo riferimento al momento in cui Keating chiede alla classe di stracciare tutte le pagine del saggio Che cos’è la poesia, di J. Evans Prichard, il quale agli occhi del professore è colpevole di aver suggerito nel capitolo del libro di cui è autore la possibilità di analizzare le poesie avvalendosi degli assi cartesiani. A parte il fatto, assai grave, che sono solitamente i regimi totalitari (i fascismi di qualsiasi natura e forma) a distruggere i libri come atto di sradicamento di culture o etnie, identità ecc… e che, a livello personale (e probabilmente in controtendenza con molti spettatori e lettori), riteniamo decisamente insolita per non dire creativa la proposta del succitato J. Evans Prichard, questo gesto

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promosso da Keating rappresenta a tutti gli effetti un imprinting che segna e indirizza in modo evidente il cammino di molti dei suoi allievi. Non è affatto un caso che i ragazzi ripristinino la Setta dei poeti estinti (che altrettanto non a caso è il titolo originale del film), associazione segreta di cui era stato fondatore e membro lo stesso Keating. E, ancora, non è casuale ciò che accade nel finale del film. Keating è accusato dal Preside di essere la causa del suicidio del suo studente Neil Perry, il quale (questa è l’accusa mossa da scuola e famiglia) suggestionato dalle sue lezioni e parole si è messo contro la famiglia innescando un cortocircuito dai risvolti tragici. Gli allievi, anche se a malincuore, confermano tali accuse: tutti, tranne Charlie Dalton che sceglie di farsi espellere rifiutandosi di denunciare Keating. Il professore è dunque mandato via da Welton. Prima di partire, tuttavia, torna in classe per prendere alcuni oggetti personali, proprio mentre il Preside sta facendo lezione al suo posto (naturalmente sul saggio di J. Evans Prichard). Dopo alcuni momenti di grande tensione alcuni ragazzi, a partire proprio dal timido Todd Anderson, cercano di rivolgere la parola a Keating per spiegare le ragioni della loro scelta. Minacciati di espulsione da Nolan se non cessano questi tentativi, per esprimere il loro dissenso compiono l’identico gesto che gli è stato mostrato a suo tempo dal loro professore: salgono ad uno ad uno sul banco pronunciando a voce alta Capitano, mio capitano e questi, il loro capitano, uscendo di scena li contraccambia con un grazie ragazzi, grazie, rispecchiamento del compimento del suo insegnamento. Il tutto accompagnato, sul piano del cinelinguaggio, da movimenti della macchina da presa riuscitissimi, che generano spesso nello spettatore forte commozione. L’inquadratura, infatti, ad un certo punto si sposta dal basso (punto di vista di Nolan e dello stesso professore) verso l’alto (gli studenti e con loro noi spettatori, che siamo immersi nella vicenda grazie ai meccanismi di identificazione e proiezione tipici della visione cinematografica). Gli studenti (loro/noi) lo guardano/iamo dall’alto del loro/nostro stare (come lui era stato) in piedi sul banco. E lui (Keating) li/ci guarda, e li/ci ringrazia, perché vede in loro/noi (finalmente) il riflesso della sua immagine, quell’atto di libertà/zione tanto desiderato che però – ed è in/su questo che ci interroghiamo e che sollecitiamo il lettore a interrogarsi – rischia di essere tutto suo, anche se segna/rà (come ha già segnato quella di Neil e di Charlie) la loro vita (e in qualche modo anche la nostra, che abbiamo spesso partecipato alla visione di questa sequenza in preda a una forte emozione, magari pensando alle nostre storie di studenti).

Una brevissima (questa volta) nota conclusiva

Abbiamo cercato nello spazio a nostra disposizione di offrire ai lettori alcune suggestioni inerenti questo ineludibile e straordinariamente affascinante paradosso insito nell’atto dell’educare. Abbiamo cercato di farlo assumendo una prospettiva pedagogica, che ci appartiene, con qualche doverosa sbirciatina e incursione nell’Analisi Transazionale (Fregola, 2015), campo che da diversi anni, grazie alla presenza significativa di


numerosi studiosi della Scienza dell’Educazione, è divenuto contiguo (e non potrebbe essere altrimenti, ci piace pensare) alla pedagogia e al riflettere e all’argomentare dei pedagogisti. Abbiamo, infine, cercato di farlo avvalendoci di un mediatore che ci è particolarmente caro e familiare, qual è il cinelinguaggio, meravigliosamente e sorprendentemente sempre ricco di approdi e di rimandi, di chiavi di lettura e di interrogativi. In altri termini, ci auguriamo nel nostro piccolo di aver offerto un contributo nell’impegno comune di definire meglio alcune questioni che sono all’attenzione di chi si occupa di educazione, riflettendole a partire dal tema del narcisismo lanciato come fulcro di stimolazione intellettuale a più voci e a più discipline in questo numero della rivista IAT.

Riferimenti bibliografici

Testimonianze -

Agosti S. (2005). Lettere dalla Kirghisia. Roma: L’Immagine. Bocci F. (1998). Insegnanti in primo piano. CADMO, 17-18, 147-154. Bocci F. (2002). Questi insegnanti. Maestri e professori nel cinema. Roma: Serarcangeli. Bocci F. (2005). Letteratura, cinema e pedagogia. Orientamenti narrativi per insegnanti curricolari e di sostegno. Roma: Monolite. Fregola C. (2015). Mathematical calculation procedures and drivers in action in the learning environment. In Newton T., Barrow G. (Eds.). Educational Transactional Analysis: an international guide to theory and practice. Oxon, New York: Roudtledge Taylor & Francis Group. Fofi G. (2012). Salvare gli innocenti. Una pedagogia per i tempi di crisi. Molfetta: La Meridiana. Fornasa W., Medeghini R. (2003). Abilità differenti. Processi educativi, co-educazione e percorsi delle differenze. Milano: FrancoAngeli. Gardou C. (2006). Diversità, vulnerabilità, Handicap. Per una nuova cultura della disabilità. Trento: Erickson. Meirieu P. (2007). Frankenstein Educatore. Bergamo: Junior. Montuschi F. (1997). Fare ed Essere. Il prezzo della gratuità in educazione. Assisi: Cittadella. Montuschi F. (2011). Diventare piccoli per essere grandi. Il bambino libera e completa l’adulto. Assisi: Cittadella. Trasatti F. (2004). Lessico minimo di pedagogia libertaria. Milano: Elèuthera.

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RECENSIONI

Dizionari di AT

altà di un presente caratterizzato da una contemporaneità priva di certezze, confini chiari o temporalità definita. I dizionari quindi, nel nostro particolare ambito professionale, possono fornire struttura permettendoci di ripensare significati. Questa è l’ambizione che intendiamo perseguire con le recensioni di alcuni dei dizionari di Analisi Transazionale più diffusi a livello internazionale. Iniziamo questa esplorazione con il Dizionario di Michele Novellino. Eva Sylvie Rossi

Psicologo, Psicoterapeuta, Consulente Organizzativo, Membro Didatta e Supervisore in campo Clinico e Organizzativo TSTA P,O (EATA, ITAA). Roma. Presidente IAT

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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In un mondo in cui prevalgono cambiamenti pericolosamente accelerati da produzione e comunicazione di massa generando un impatto sul nostro giudizio, inevitabilmente privo di una dimensione durevole, usare “dizionari“ assume nuovi significati. La loro funzione particolare diventa quella di creare una sorta di fotografia dei concetti e delle loro definizioni contestualizzandoli all’interno di una realtà di usanze e costumi noti mentre emergono guadagnando terreno nuovi significati e nuovi miti. Comprendere la realtà dei nostri mondi professionali in rapidissima trasformazione richiede definizioni che facendo da ponte tra passato e presente ci consentano di collocarci nelle re-

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RECENSIONI Michele Novellino Dizionario didattico di Analisi Transazionale

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Psiche e Coscienza – Casa Editrice Astrolabio

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Presento volentieri l’ultimo lavoro, del 2014, di Michele Novellino “Dizionario didattico di Analisi Transazionale” edito nella collana Psiche e Coscienza – Casa Editrice Astrolabio, collana con cui l’Autore ha pubblicato, insieme a Carlo Moiso, il volume “Stati dell’Io” e curato il libro di Eric Berne “Intuizione e Stati dell’Io”. Il testo, come lo definisce lo stesso autore, è un dizionario didattico che aiuta a orientarsi nel complesso mondo della terminologia Analitico Transazionale. Michele Novellino, socio fondatore © Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 0000-0000 (print) • ISSN 0000-0000 (on line)

della nostra Associazione IAT, è uno degli Analisti Transazionali più noti in ambito nazionale e internazionale e uno dei maggiori conoscitori della teoria Berniana e dei suoi sviluppi dalle origini ai nostri giorni. Dopo diversi lavori originali e di sviluppo delle radici psicoanalitiche del pensiero di Berne, Novellino propone un lavoro complesso e articolato di ricerca storica sui termini AT e sulla loro evoluzione. L’ordine alfabetico facilita i lettori nella ricerca dei significati originali di termini che hanno subito sviluppi diversificati, quali, Stato dell’Io o Racket, aiutando sia che si avvicina all’ AT che gli analisti transazionali più esperti ad orientarsi nelle trasformazioni storiche della teoria. Il numero di voci riportate (oltre 500) e i ricchi riferimenti bibliografici, rendono ragione, anche per i neofiti dell’AT, della complessità dell’analisi transazionale a livello teorico e metodologico; il dizionario di Novellino contribuisce così a superare quella “immagine congelata”(I. Stewart, 2003) che, almeno in passato, è stata l’immagine pubblica dell’AT in cui si è tralasciato tutto ciò che vi era di profondo e complesso, dando rilievo prevalentemente agli aspetti più superficiali e divulgativi.


(2014) che sottolinea il testo è un dizionario, dunque una raccolta di centinaia di lemmi che permettono ad un ricercatore di addentrarsi più agevolmente nel corretto linguaggio concettuale dell’AT. È un dizionario didattico perché rivolto ad allievi e docenti di AT per permettere le ricerca di autori, concetti e termini in uso per la comprensione della teoria ma anche per una chiara definizione di metodologie e tecniche di intervento. L’AT è una teoria veramente complessa elaborata in un tempo lungo in cui soprattutto l’evoluzione dei concetti post-berniani chiede allo studente un grande impegno nell’orientarsi tra diversi approcci e concetti solo apparentemente semplici. Il merito di un dizionario didattico come quello scritto dal primo didatta italiano dell’AT è proprio quello di accompagnare i giovani colleghi in questa importante ricerca concettuale per rendere la propria mappa sempre più ricca di nodi e punti cospicui di riferimento.

Riferimenti bibliografici Moiso C., Novellino M. (1982). Gli Stati dell’Io. Roma: Astrolabio. Stewart I. (2003). Eric Berne. Torino: Centro Scientifico. Tangolo A.E. (2014). Recensione del Dizionario Didattico di Analisi Transazionale. Percorsi di Analisi Transazionale, II, 2, 2015, p. 87.

Patrizia Vinella

Vice Presidente IAT, Didatta e Supervisore in campo Counselling (TSTA), EATA. Putignano

Recensioni -

Le ultime pagine, dedicate alle figure, elemento cardine della teoria berniana finalizzata a esplicitare in modo schematico la complessità della comunicazione umana e il rapporto tra mondo intrapsichico e mondo relazionale, sono un valido aiuto per allievi e docenti delle scuole di AT perché costituiscono un supporto didattico di grande utilità e fruibilità. Ritroviamo inoltre schede didattiche che schematizzano argomenti teorici spinosi quali i diversi tipi di transazioni, le differenze tra Racket e Gioco Psicologico, o il concetto di Impasse sviluppato da diversi autori. Condivisibile è la visione di Marco Mazzetti che, nella presentazione al testo, considera il meticoloso e complesso lavoro di Novellino un dono, un regalo a tutti noi della sua esperienza e profonda conoscenza del pensiero di Berne, dei suoi successori, dei termini AT meno noti e dai più dimenticati. Anna Emanuela Tangolo, nella sua recensione del testo pubblicata recentemente nella rivista Percorsi di Analisi Transazionale, ci ricorda come la finalità principale del dizionario possa considerarsi in linea con il progetto avviato da Novellino insieme a Carlo Moiso nei primi anni ’80, quello di far conoscere ai professionisti italiani la complessità dell’Analisi Transazionale, la sua storia e le sue evoluzioni teoriche e metodologiche fino ai giorni nostri. Sarebbe auspicabile che in futuro Novellino possa curare una successiva edizione del dizionario in cui, con la collaborazione di analisti transazionali italiani e stranieri, si possa sviluppare un lavoro di approfondimento ragionato delle voci più significative, quali Copione, Contratto o Narcisismo, argomento di questo nostro numero dell’IAT Journal. Il lettore può consultare anche la recensione di Anna Emanuela Tangolo

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AGENDA di Benedetta Fani

Civita Castellana (VT) 27-29 Maggio 2016 Giornate IAT L’IMPEGNO CON L’ALTRO: Etica e Valori nelle relazioni di aiuto

Ginevra 4-6 Luglio 2016 Council meeting and General assembly 2016

Ginevra 7-9 Luglio 2016 EATA Conference Identity, Integration and Boundaries Per ulteriori informazioni: http://www.eata2016.org/

Firenze 22 ottobre 2016 Giornata di AT Educativa

Bari 19 novembre 2016 Giornata sul Trauma Roma 3 dicembre 2016 Assemblea IAT

12-14 Maggio 2017 Giornate IAT © Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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CALENDARIO ESAMI EATA

2016 CTA Trainer Exams CTA/TSTA TEW TSTA TEW

CTA/TSTA

CTA/TSTA TEW

July 4th-6th

Geneva, Switzerland Geneva

July 5th - 6th 2016 July 11th – 13th

Geneva

September 1st

Dhaka, Bangladesh Santiago di Compostella KolnRosrath, Germany

October 17th19th November 10th11th

November 10th11th

Montpelier, France

December 2nd– 4th

Sarajevo

Coordinator: Sabine Klingenberg, sabine.klingenberg@abakushad.de CTA - Jill Hunt. jillshunt@starfire.org.uk TSTA - Christine Chevalier, cc@atorg.com Coordinator: Sabine Klingenberg: Sabine.Klingenberg@abakushad.de Janet Chin: iboc@itaaworld.org Coordinator: Sabine Klingenberg: Sabine.Klingenberg@abakushad.de Exam Supervisors CTA: Mayke Wagner Mayke.wagner@t-e-a-m.org TSTA: Sabine Klingenberg sabine.klingenberg@abakushad.de Exam supervisors: CTA: Jean Maquet, jeanmaquet@free.fr TSTA: Christine Chevalier, cc@atorg.com Coordinator: Sabine Klingenberg : Sabine.Klingenberg@abakushad.de

2017 CTA TEW CTA/TSTA TEW CTA Trainer Exams CTA/TSTA

February 2nd3rd April 24th-26th

Florence, Italy UK

June 16th-17th July 31stAugust 2nd July 24th-26th

UK Berlin, Germany Berlin, Germany Berlin, Germany KolnRosrath, Germany

July 25th-26th Nov 9th-10th

CTA/TSTA

CTA TEW

November 23rd24th December 2nd4th

CTA Exam Supervisor Sylvie Rossi, esylros@gmail.com Coordinator: Sabine Klingenberg: Sabine.Klingenberg@abakushad.de TBA Coordinator: Sabine Klingenberg: Sabine.Klingenberg@abakushad.de Coordinator: Sabine Klingenberg: sabine.klingenberg@abakushad.de Exam Supervisors TBA

Milan, Italy Lisboa

Exam Supervisors CTA: Mayke Wagner Mayke.wagner@t-e-a-m.org TSTA: Sabine Klingenberg sabine.klingenberg@abakushad.de CTA Exam Supervisor - Emanuela Lo Re Coordinator: Sabine Klingenberg : Sabine.Klingenberg@abakushad.de

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TEW CTA TEW

March 24th-26th Amsterdam May 3rd-4th December 1th3rd

Padua, Italy

Coordinator : Sabine Klingenberg : Sabine.Klingenberg@abakushad.de Exam Supervisor: Marco Mazzetti marcom.imat@gmail.com Coordinator : Sabine Klingenberg : Sabine.Klingenberg@abakushad.de

Benedetta Fani

Psicologa. Specializzata in psicoterapia dinamica integrata presso il Centro Psicologia Dinamica di Padova. Attualmente in contratto EATA per CTA. Collabora con l’IAT. bene3@hotmail.it>


LE PROFESSIONI

Narcissus on the net. Narcisismo digitale e seduzione della merce

Umberto Zona

abstract

Con la definizione “narcisismo digitale” alcuni filoni di ricerca indicano un insieme di pratiche comunicative – egosurfing, blog, selfie – tipiche dell’universo 2.0 e fondate su un egocentrismo così accentuato da apparire patologico. Le tecnologie digitali, cioè, avrebbero determinato una condizione illusoria di socialità che nasconde in realtà una moltitudine di solitudini non comunicanti. In particolare il selfie, pensato e realizzato esplicitamente per essere condiviso da altre persone, celebrerebbe il trionfo dell’effimero e il culto edonistico dell’immagine. Il proliferare di patologie come depressione, voyeurismo, ipocondria, disordine ossessivo compulsivo farebbe da corollario all’affermarsi di queste “mode digitali”. È effettivamente così oppure si scambia per narcisismo un insieme di strategie mediatiche di autopromozione “manageriale” del Sé verso le quali la società dei consumi e dello spettacolo ci spinge per essere socialmente desiderabili e “commercialmente” appetibili?

The definition of “digital narcissism” according to a number of researches indicates a set of communication practices – egosurfing, blogs, and selfies – typical of 2.0 universe and based on a self-centeredness so pronounced as to appear pathological. That is, digital technologies lead in fact to an illusion of sociality actually concealing a multitude of solitudes not communicating with each other. In particular, the selfie, which is designed and built specifically to be shared by other people, celebrates the triumph of something ephemeral as well as an hedonistic worship of appearing. The proliferation of pathologies such as depression, voyeurism, hypochondria, and obsessive compulsive disorder go together with the emerging of these “digital fashions”. Is that really so? Or narcissism is instead confused with a set of media strategies of self-promotion to which the consumer and show-biz society pushes us, in order to be socially desirable and “commercially” appealing? Keyword: narcissism, egosurfing, blog, selfie, FOMO, social network, internet Umberto Zona, Research Fellow presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi Roma Tre. Membro del Laboratorio di Ricerca per lo Sviluppo dell'Inclusione Scolastica e Sociale e i Disability Studies, Dipartimento di Scienze della Formazione Roma Tre / umberto.zona@uniroma3.it © Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Parole chiave: narcisismo, egosurfing, blog, selfie, FOMO, social network, internet

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“Con la modernità, in cui non smettiamo di accumulare, di aggiungere, di rilanciare, abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza. E per il fatto di non essere più capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, oggi siamo immersi nell’illusione inversa, quella, disincantata, della proliferazione degli schermi e delle immagini” (J. Baudrillard, 1996)

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1. Egosurfing: la maschera e il marchio

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Il peso rilevante assunto dai social network nel contesto globale della comunicazione ha catalizzato l’attenzione di commentatori e ricercatori di varie discipline. Sociologi e antropologi, per la verità, sono da tempo impegnati a scandagliare l’universo 2.0, mentre più recente è l’attenzione riservata dagli studiosi alle dinamiche psicologiche e relazionali tipiche delle comunità virtuali. Tra tali dinamiche, un posto di rilievo è stato assegnato al cosiddetto “narcisismo digitale”, una sindrome – se così può essere definita – dai confini abbastanza incerti, utilizzata con estrema disinvoltura per spiegare una serie di “comportamenti a rischio” – se non esplicitamente patologici – messi in atto dai navigatori della rete. Per supportare la tesi del narcisismo digitale vengono in genere chiamate in causa tre pratiche di larga diffusione sul web: l’egosurfing, i blog e i selfie. Per quanto concerne le prime due, paiono abbastanza discutibili i criteri in base ai quali esse vengono così frequentemente associate al narcisismo. Con il termine egosurfing (altrimenti detto vanity searching, egosearching, egogoogling, autogoogling, self-googling), coniato da Sean Carton1 nel 1995 ed entrato a far parte dell’Oxford English Dictionary già nel 1998, si intende la pratica di immettere le proprie generalità nell’apposito form di un motore di ricerca per verificare se esistono in rete informazioni su di sé. Tale consuetudine interesserebbe oggi circa un terzo dei navigatori adulti della rete ma, in alcuni paesi, sarebbe molto più diffusa se è vero che uno studio del Pew Internet & American life project del 2007 (Stefanini, 2012) stimava già allora che il 47% degli internauti americani maggiorenni aveva almeno una volta effettuato una ricerca su di sé attraverso Google o un altro motore di ricerca. Al di là della loro veridicità, questi dati acquistano un senso solo se associati al motivo per il quale le persone sarebbero indotte a ricercare notizie che le riguardano o, come vengono definite, passive digital footprint (impronte digitali passive). Con questa definizione, infatti, vengono indicate le informazioni che concernono la nostra identità immesse in rete da altri e di cui possiamo non essere a conoscenza, mentre le active digital footprint sono quelle volutamente lasciate da noi attraverso link e condivisioni di vario tipo. Ebbene, tornando alle motivazioni per cui si farebbe egosurfing, scopriamo che, fatta salva una percentuale modesta di persone che dichiara di farlo per puro divertimento o curiosità, la grande maggioranza interroga i motori di ricerca per gestire la propria reputabilità in rete (soprattutto per motivi professionali), per controllare se sono

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Attuale direttore del Center for Digital Communication presso l’università di Baltimora.


Le professioni -

disponibili online informazioni personali riservate, per accertarsi di non essere rimasti vittime di furti di identità oppure perché preoccupati che aziende possano rintracciare in rete informazioni “compromettenti” sotto il profilo professionale. Quest’ultimo punto è cruciale. Secondo uno studio di CareerBuilder, il 39% dei datori di lavoro controlla sui social media i profili dei potenziali candidati e il 43% di loro ha rintracciato online qualcosa, per esempio foto ritenute inappropriate o commenti espressi su ex capi, che li ha indotti a scartare il candidato. Solo il 19% delle aziende ha trovato online informazioni tali da convincerle ad assumere un determinato soggetto (Ansa, 2014). Un altro studio condotto da ExecuNet per il “Wall Street Journal” sostiene che l’80% dei reclutatori aziendali ricorrerebbe a Google per fare una scrematura preliminare dei candidati (Coster, 2010); nel nostro paese la diffusione di tale pratica sarebbe addirittura maggiore, almeno a leggere i dati di uno studio della Gidp (Associazione dei direttori del personale), secondo il quale il 90% dei reclutatori condurrebbe una ricerca sul web su potenziali candidati e il 70% dei datori di lavoro che hanno usato “Linkedin” avrebbe scelto di non assumere una persona in base a informazioni attinte online (Pace, 2011). È del tutto normale, dunque, monitorare il proprio profilo per accertarsi che non possa costituire un ostacolo per eventuali attività lavorative future. A testimoniare quanto incida sulla pratica dell’egosurfing la preoccupazione che notizie che ci riguardano non siano appropriate – e a smentire, di conseguenza, l’associazione con il narcisismo digitale – sta infine un altro dato: già nel 2009 Google, su pressanti richieste degli utenti, ha introdotto una funzione che permette di creare una breve lista contenente informazioni personali – come nome, occupazione e indirizzo – che appare sulla prima pagina dei risultati di ricerca quando il nostro nome viene cercato. Nel maggio 2014, inoltre, una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea (caso “Google Spain and Inc. vs Agencia Española de Protección de datos e Mario Costeja Gonzàles”), ha sancito la legittimità del cosiddetto diritto all’oblio che “sancisce il diritto dei soggetti interessati di ottenere dai motori di ricerca la rimozione dall’elenco dei risultati di una ricerca effettuata partendo dal nome di una persona”, inclusi i link verso pagine web pubblicate da terzi contenenti informazioni concernenti tale persona. (Rizzon 2015) Ebbene, a poco più di un anno e mezzo di distanza dall’entrata in vigore della normativa europea, il “Rapporto sulla Trasparenza” di Google rende noto di aver ricevuto richieste per la rimozione di ben 1.311.380 url. (Google Transparency Report, 2016). Ulteriori conferme circa l’inesistenza di un nesso funzionale fra egosurfing e narcisismo ci provengono da numerosi altri studi. Fra questi possiamo citare quello di Alexander Halavais, dell’Università di Buffalo, secondo il quale il self-Googling ha poco a che fare con il narcisismo ma appare piuttosto una forma personale di “gestione del marchio”, simile a quella aziendale: poiché i nostri potenziali colleghi potrebbero reperire informazioni su di noi attraverso Google è importante avere un’idea di ciò che potrebbero trovare (DellaContrada, 2004). Non c’è da stupirsi, dunque, se il 20% delle persone in procinto di accettare un impiego ricerca online informazioni sul proprio futuro datore di lavoro: la sempre più precaria tutela della privacy assicurata dalla Rete fa sì che il possesso dei dati sensibili diventi una merce preziosa non solo per le aziende, che li usano per orientare strategie di marketing e reclutare forza lavoro, ma anche per i singoli individui, che se ne servono per mettersi in vendita alle migliori condizioni.

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2. I blog, o dell’individualismo interconnesso

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Ancor più contestabile appare associare il narcisismo digitale al proliferare di blog e diari on line. Andrew Keen, commentatore attento dei fatti della Rete, è stato il primo, alcuni anni fa, a proporre questo accostamento in un testo molto polemico (Keen, 2008), nel quale si può leggere: “I blogger? Sono solo narcisisti digitali. Il Web partecipativo? Milioni e milioni di scimmie esuberanti che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità. Google? La versione 2.0 del Grande Fratello. Wikipedia? Un enciclopedia fatta da ignoranti per ignoranti […] Si sta imponendo una cultura del narcisismo digitale in cui si utilizza Internet per diventare noi stessi le notizie, l’informazione” (Stefanini, 2013, p. 97). Molte delle critiche portate da Keen all’universo social – soprattutto quelle contenute nei suoi testi successivi (Keen, 2015, 2016), sono ragionevoli e condivisibili, in particolare il timore che il web 2.0, invece di instaurare una nuova era di uguaglianza fra gli esseri umani, si trasformi in una sorta di frullatore delle nostre identità personali e collettive. Altrettanto fondata è l’accusa lanciata da Keen contro i “padroni della Rete” (“Mark Zuckerberg, Larry Page e Jeff Bezos potevano comprare da soli la Grecia e il suo debito”, ha affermato recentemente, in occasione della presentazione del suo ultimo libro a Milano [Di Turi, 2016]); ed è senz’altro vero – e inquietante – che in cambio di servizi come Facebook, Whatsapp o Instagram i colossi di Silicon Valley facciano profitti giganteschi con i contenuti che gli utenti generano gratis per loro. Ma se tutto ciò avviene non è certo perché la rete è divenuta terreno di conquista di un esercito di narcisisti. Per spiegare l’origine del fenomeno dei blog andrebbe piuttosto ricordato che i concetti di “partecipazione” e “condivisione” costituiscono i presupposti sociali e culturali dai quali il Web ha tratto la sua stessa ragion d’essere (almeno nell’idea dei suoi padri fondatori). Potenzialmente la Rete è uno straordinario strumento per promuovere forme di partecipazione dal basso, perché promette un accesso di massa ai processi di produzione delle informazioni e alle principali dinamiche democratiche: la creazione di gruppi organizzati attorno a interessi comuni; la manifestazione di preferenze; la disponibilità di un’informazione politica ed economica configurabile e personalizzata; la possibilità di deliberare su argomenti di interesse generale e comune (Pitteri, 2007). Le comunità virtuali possono dar vita a forme di aggregazione sociale basate sulla condivisione di interessi, di valori e di passioni, determinano una sfera pubblica sovranazionale, priva di confini, aprendo la via a una dimensione della politica del tutto nuova. I confini di una comunità virtuale, infatti, sono i confini dello scambio comunicativo fra i soggetti. C’è da chiedersi se la democrazia elettronica (e.democracy) si sia rivelata effettivamente in grado di soddisfare gli obiettivi che la democrazia rappresentativa non è riuscita a garantire e la risposta, purtroppo, è negativa. Non solo perché, come segnalato da tutti gli studiosi più avveduti, la rete è anche uno spazio di mercato, presidiato da grandi corporation e da network operanti attorno a iniziative di tipo economico, ma anche perché le comunità tecnologiche sono comunque un prodotto della realtà sociale e storica e non possono non esserne segnate. Il popolo di internet e quello “reale” non sono due realtà autonome; al contrario, la dimensione virtuale si alimenta di un enorme travaso di intelligenza sociale – ma anche di esperienze, affetti, storie – che le persone “in carne e ossa” quotidianamente immettono in rete. In internet non navigano entità anonime, avatar e


nickname, ma gente che produce, consuma, condivide informazioni, socializza contenuti culturali, possiede dei sogni e delle aspettative circa la propria vita e il proprio futuro, stringe quotidianamente relazioni, entra in conflitto con il prossimo e con il potere. E poiché quello che si mette in gioco nelle reti virtuali non è mai scisso dalla materialità della condizione sociale di ogni singolo membro, ecco che la rete recepisce ciò che si muove, vive e si organizza nella società, e può divenire il luogo per la prefigurazione e lo sviluppo di una nuova e più avanzata concezione della democrazia o, come è accaduto, l’amplificatore delle passioni tristi e delle narrazioni tossiche di una società – come la nostra – sempre più infelice e individualista. Non c’è dubbio che le aziende assecondino il solipsismo degli utenti e che gli strumenti messi a loro disposizione – a partire dai social network – incoraggino l’autocitazione e l’autoreferenzialità ma ciò è la conseguenza di una precisa strategia disciplinare e di controllo, per dirla con Foucault (Redaelli, 2011), cui il potere ricorre proprio per inibire e disinnescare le potenzialità di cooperazione sociale della rete. Questo conflitto interno fra individuale e collettivo appare al momento irrisolto e può essere sintetizzato con un paio di definizioni estremamente efficaci: la prima – “networked individualism” (individualismo interconnesso) – è di Howard Reinghold (2013), che, insieme ad altri (Mazuko Ito, 2010; Rainie, 2010) rimane comunque un convinto sostenitore delle potenzialità ricompositive e collaborative della rete; la seconda – “alone together” (soli insieme) – è di Sherry Turkle (2013), secondo la quale le tecnologie digitali hanno determinato una condizione paradossale e illusoria di socialità che nasconde una moltitudine di solitudini non comunicanti. È ovvio che, in seno a tale contraddizione, pulsioni narcisistiche possano trovare un brodo di coltura ideale ma nulla autorizza – a nostro avviso – a ritenere che il narcisismo, inteso come patologia, sia la chiave di lettura privilegiata dei blog e della messaggistica digitale. Senza contare che la stessa scrittura manifestamente narcisistica può, in alcune circostanze, soprattutto quando assume la forma di prodotto diaristico, contribuire alla riparazione di ferite attraverso la rielaborazione creativa del proprio vissuto.

Il ragionamento sul narcisismo digitale si fa molto più complesso quando si affronta l’ultima delle tre pratiche comunicative che abbiamo deciso di prendere in esame: il selfie. Andrebbe innanzitutto sottolineato che il selfie segna probabilmente il trionfo definitivo dell’immagine sulla parola, almeno nel cyberspazio. Del resto, la scrittura stessa sembra essere ormai definitivamente contaminata da elementi visuali, se si pensa che la parola più utilizzata in rete nel 2014 non è stata…una parola ma una emoji, e cioè il classico cuore rosso, espresso anche con l’associazione di caratteri <3 (Wired, 2015). Secondo Marcel Just, direttore del Center for Cognitive Brain Imaging presso la Carnegie Mellon University, “i caratteri stampati sono un artefatto umano che ha funzionato molto bene per 5000 anni, ma sono un’invenzione degli esseri umani. Il nostro cervello, pur adattandosi molto bene a questo tipo di stimoli, è stato progettato dalla natura per acquisire e interpretare informazioni visive su oggetti e soggetti in movimento”.

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3. L’incanto dello specchio, la seduzione della merce. I selfie

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(Sorchiotti, Prunesti, 2015). L’immagine, dunque, ascende al trono della comunicazione nella fase matura dell’oralità secondaria (Ong, 2014) e mostra di avere un carattere “predatorio” nei confronti della scrittura, nel senso che si appropria progressivamente di tutti gli spazi comunicativi fin qui presidiati e governati dalla parola scritta, imprigionando quest’ultima in una dimensione accessoria, di complemento, come accade nel caso dei commenti postati insieme alle immagini nei social network. L’immagine è anche l’elemento che tiene insieme selfie e narcisismo. Nelle varie versioni del Mito di Narciso – da quella attribuita a Conone, datata tra il 36 a.C. e il 17 d.C., fino a quella, celeberrima, di Ovidio, contenuta nel terzo libro delle Metamorfosi e scritta intorno all’8 d.C., – Narciso, figlio della ninfa Liriope e del dio fluviale Cefiso, è un giovinetto di incomparabile bellezza. Un giorno, mentre vaga nel bosco, si imbatte in una fonte dalle acque purissime e chinandosi sullo specchio d’acqua per bere, vede per la prima volta la sua immagine riflessa, e se ne innamora perdutamente. Il desiderio che lo divora diviene però dolore insopportabile quando prende coscienza che il giovane di cui si è invaghito altri non è che se stesso riflesso nell’acqua. Questo amore paradossale e impossibile lo consuma a tal punto da indurlo al suicidio. Nonostante il ruolo dell’immagine svolga, con tutta evidenza, un ruolo centrale nel mito di Narciso, sul piano ermeneutico esso è stato spesso messo in ombra da considerazioni di diverso tenore. I padri della psicoanalisi, per esempio, che dalla figura di Narciso hanno tratto suggestioni talmente potenti da costruirvi attorno una specifica condizione patologica, il narcisismo appunto, hanno per lungo tempo subordinato la funzione dell’immagine alla primazia assegnata alla tematica sessuale. Havelock Ellis, il primo a coniare nel 1898 il termine “narcissus-like”, lo utilizza per riferirsi a quei soggetti che ricorrono alla masturbazione compulsiva perché divenuti oggetto sessuale di se stessi. La lettura più celebre del mito – quella freudiana – corre sostanzialmente sullo stesso binario, ed è contenuta in un saggio del 1914, Introduzione al narcisismo, nel quale Freud, riprendendo Näcke, utilizza il termine per “designare il comportamento di una persona che tratta il proprio corpo allo stesso modo in cui è solitamente trattato il corpo di un oggetto sessuale, compiacendosi cioè sessualmente di contemplarlo, accarezzarlo e blandirlo, fino a raggiungere attraverso queste pratiche il pieno soddisfacimento” (Freud, 1975, p. 443). Sulla scia di Freud, altri importanti autori, seppure con sfumature e prospettive diverse, analizzeranno il mito di Narciso nella cornice libidinale, spostando però decisamente il focus dai meccanismi pulsionali alle relazioni oggettuali: Melanie Klein, nel suo Note su alcuni meccanismi schizoidi (1946), R. D. Fairbairn in Il piacere e l’oggetto (1952), D. Winnicott in Gioco e realtà (1974), A. Lowen in Il narcisismo (1983) fino a Heinz Kohut in Narcisismo e analisi del sé (1977) e a O. Kernberg in Sindromi marginali e narcisismo patologico (1978), sono solo alcuni degli studiosi che ridimensioneranno fortemente la rilevanza dei concetti freudiani di “pulsione” e di “soddisfacimento” in favore di una maggiore attenzione verso il concetto di relazione: la libido, cioè, non ricercherebbe meramente la soddisfazione come de-tensione pulsionale ma si orienterebbe necessariamente verso una dinamica di relazione e di interazione. Il teorizzare la coesistenza della dinamica narcisistica con un oggetto esterno costituisce un passaggio fondamentale e una scelta che ri-orienta l’intero piano di ricerca e apre le porte, da una parte, a un’analisi “sociale” del fenomeno e, dal-


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l’altra, agli studi sulla dissociazione identitaria. Ma il lascito più prezioso della psicoanalisi sul ruolo giocato dall’immagine nella dinamica narcisistica è, per alcuni aspetti, il Doppelganger di Otto Rank (Il doppio, nella traduzione italiana [2009]), contributo tanto più ragguardevole se si pensa che esso risale al 1914 ed è dunque coevo del primo saggio freudiano sul narcisismo. Rank, formidabile esegeta del mito, procede avventurandosi nei territori dell’immagine, in particolare in quelli prodotti da una forma d’arte allora agli albori: il cinema. Esemplare è la lettura di un film del 1913 – Der Student von Prag (Lo studente di Praga), del regista tedesco Stellan Rye – incentrato sui personaggi di Baldovino, uno studente di umili condizioni, e del dottor Scapinelli, un vecchio misterioso al quale Baldovino cede la propria immagine riflessa in uno specchio in cambio di 100.000 monete d’oro, con le quali spera di poter conquistare la donna amata, la facoltosa contessa Margit. Il baratto, però, si rivelerà per Baldovino fatale in quanto il suo Doppio inizierà a perseguitarlo, intromettendosi nella relazione con la contessa, divenendo sempre più minaccioso e ricattatorio, fino a che lo studente, esasperato, sparerà all’ennesima apparizione della sua immagine. Il Doppio scompare ma sullo specchio si materializza l’immagine di Baldovino morente. Otto Rank, attraverso il Doppelganger, sovverte il rapporto fra immagine e identità. Se è vero che lo specchio è da sempre lo strumento che certifica la nostra identità – è forse superfluo ricordare come Lacan, con la sua “fase dello specchio” intenda il momento in cui nella mente infantile inizia a costituirsi il nucleo dell’Io, il momento dell’autoriconoscimento e dell’acquisizione della consapevolezza di sé – nel caso del Doppio, siamo di fronte a un’immagine che, abbandonata l’appartenenza allo specchio, si autonomizza dalla realtà del soggetto. Il Doppio come anticamera dello sdoppiamento. Il legame fra narcisismo, scissione identitaria e frantumazione del Sé era stato in realtà già mirabilmente tratteggiato qualche anno prima (1890) da Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray (altro testo di cui Rank si occupa ne Il Doppio). Nel romanzo, Dorian, come Narciso, è un giovane di straordinaria bellezza e le sue sembianze perfette suscitano l’attenzione di un artista di fama, Basil Hallward, che lo immortalerà in un dipinto che lo ritrae nel pieno della sua bellezza giovanile. Dorian si convince a poco a poco che sarebbe stato terribilmente penoso, negli anni a seguire, contemplare la sua immagine giovanile e compararla con il suo corpo in progressivo disfacimento e stipula così una sorta di patto diabolico che invertirà il rapporto fra corpo e immagine: il primo rimarrà per sempre perfetto mentre la seconda, contenuta nel quadro, sarebbe invecchiata al posto suo. Il patto per lungo tempo tiene: Dorian invecchia anagraficamente ma rimane con le sembianze fisiche che poteva vantare a 20 anni, pur concedendosi ogni sorta di vizio e piacere, mentre il ritratto – che Gray tiene nascosto – invecchia e imbruttisce al posto suo. Accade però un giorno che l’autore del ritratto chieda a Gray di poter vendere il quadro e lui, temendo che ciò possa porre fine all’incantesimo, lo uccide. L’assassinio, tuttavia, non può impedire che i tormenti interiori di Dorian diventino sempre più incontrollabili, fino a compromettere il suo equilibrio psichico. Così, il giorno che si deciderà a sollevare il telo che ricopre il quadro scoprirà il suo volto vecchio e deforme, visione talmente insostenibile da indurlo a squarciare la tela con un coltello. Il patto innaturale fra corpo e immagine è definitivamente infranto e il mattino successivo la servitù troverà il cadavere di un vecchio decrepito con una lama infilzata nel cuore giacere davanti al ritratto di un giovane di meravigliosa bellezza. Il tema

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dell’eterna giovinezza rientra a pieno titolo nella dinamica narcisistica; si pensi all’archetipo junghiano del Puer Aeternus, l’Eterno Fanciullo, duale e ambivalente, caratterizzato da grandi potenzialità creative – che derivano dalla ricerca perenne, dall’attrazione per il nuovo e la scoperta, tipiche dell’eternamente giovane – ma anche da fragilità manifeste, in particolare il rifiuto di trovare una collocazione nello spazio e nel tempo. Questa serie di suggestioni – l’innamoramento dell’immagine, lo specchio, il doppio, lo sdoppiamento, la giovinezza perenne – si ritrovano certamente nell’architettura e nella filosofia del selfie. Da un certo punto di vista, il selfie è un salutare atto sovversivo. Come scriveva Barthes, la fotografia segnava “l’avvento di me stesso come l’altro: un’astuta dissociazione della coscienza d’identità […] A chi appartiene la foto? Al soggetto (fotografato)? Al fotografo? […] La Fotografia trasformava il soggetto in oggetto”. Ora, il selfie, cancellando la mediazione operata dal fotografo, dirime inappellabilmente la questione di diritto posta da Barthes: il soggetto ha il controllo dell’intero processo di ideazione, riproduzione e diffusione dell’immagine, della quale riacquista il diritto di proprietà e di sfruttamento. Con il selfie, il campo di forza che delimita il fotoritratto viene frantumato, le proiezioni di una moltitudine di immaginari “esterni” viene estromessa dalla scena: “Davanti all’obiettivo – scrive ancora Barthes –, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte. […] Per questo che ogniqualvolta mi faccio (mi lascio) fotografare, io sono immancabilmente sfiorato da una sensazione d’inautenticità, talora di impostura […] Non sono né un oggetto né un soggetto, ma piuttosto un soggetto che si sente diventare oggetto […] Io divento veramente spettro” (Barthes, 1980, pp. 1314). Imprigionato nella vecchia dinamica fotografica, il soggetto è impotente, inerte, è ignaro persino dell’uso che la società farà della sua foto e dei significati che vi attribuirà. Con il selfie, invece, la possibilità di autorappresentarsi ridona – letteralmente – vita al soggetto. Tuttavia, il selfie, a differenza dell’autoritratto, non è un atto privato, ma è pensato e realizzato esplicitamente per essere condiviso da altre persone, la maggior parte delle quali sconosciute. Non ha alcun senso un selfie che non sia esposto in un social network, che non sia accessibile 24 ore su 24 allo sguardo altrui. Per dirla con la Marwick (2013), siamo di fronte a una tecnologia della soggettività, utilizzata per verificare la propria capacità di attrazione e per ottenere approvazione sociale. Alla base vi è un bisogno – in alcuni casi sofferto – di visibilità, la ricerca di una conferma esterna della propria esistenza. Questo desiderio di apprezzamento da parte dell’altro può essere letto secondo la teoria delle carezze di Berne. Una carezza è infatti “un’unità di riconoscimento sociale” che “procura stimolazioni a un individuo” (Woollams, Brown, 1978). Per “carezza”, pertanto, non va inteso un giudizio su di noi necessariamente piacevole (e infatti il termine inglese stroke contempla anche l’accezione contraria) bensì qualsiasi gesto, espressione, commento che certifichi la nostra esistenza agli occhi dell’altro. Tutto è preferibile al non esistere ed è quanto accade con i selfie: se il nostro profilo riceverà molti “like” saremo confermati nell’immagine che abbiamo deciso di comunicare, se invece riceveremo per risposta un emoticon di scherno o aggressivo, saremo indotti a modificare la nostra rappresentazione, a studiare differenti strategie comunicative. Una carezza spiacevole, infatti, non è sinonimo di carezza negativa, soprattutto quando induce


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comunque al cambiamento. L’unica condizione indesiderabile, associabile al fallimento, è l’assenza di commenti nella nostra bacheca. Il fatto che il nostro smartphone, grazie alla doppia fotocamera, sia utilizzato esattamente come uno specchio è ricco di significati. Nel mentre rimiriamo la nostra immagine nello schermo ci apprestiamo a liberare il nostro Doppio nel cyberspazio. Esattamente come nel caso di Baldovino, questo Doppio acquisisce vita autonoma ma nel caso del selfie non perdiamo il controllo su di esso perché siamo noi a dargli il via libera e, nel farlo, sperimentiamo, anche se in misura effimera, la vertigine della creazione: un selfie riuscito, capace di rappresentarci non come siamo ma come vorremmo essere, è la celebrazione di una ri-nascita, auspicabilmente più felice di quella originaria. Resta però da capire che rapporto intercorre, nel selfie, fra l’immagine e il Sé. Nel caso del mito di Narciso – ma anche nell’apologo dello studente di Praga e nel racconto di Dorian Gray – il rapporto è distruttivo in virtù dell’incompatibilità fra il soggetto e il suo Doppio ma in rete le cose sembrano andare diversamente. Zizi Papacharissi (2010) ha coniato una definizione efficace – “Networked self” – per indicare un Sé connesso costantemente a una rete di contatti sociali, che rappresentano non soltanto un pubblico di fronte al quale mostrarsi ma anche un vero e proprio capitale sociale sul quale fare leva per affermare la nostra identità. Dentro questo Sé non trova posto semplicemente il soggetto ma l’insieme delle relazioni che egli è in grado di intrattenere e gestire. Un Sé moltitudinario, che non può prescindere dall’Altro (Without You, I’m Nothing, “senza di te non sono nulla”, si intitola un altro bel lavoro di Papacharissi [2012]) e che si esprime come perfomance attoriale, come rappresentazione scenica (Goffman, 1997) ma anche come attività imprenditoriale. Come afferma Alice Marwick, infatti, i social media non educano semplicemente gli utenti alla pubblicizzazione del proprio Sé, ma li inducono anche alla manutenzione della propria reputazione digitale attraverso tecniche di auto-promozione (come abbiamo visto accade anche nel caso dell’egosurfing e dei blog). Gli utenti, in altri termini, sono spinti a pensare se stessi in termini di brand da promuovere e gestire, attraverso “la creazione sui social media di una versione elettronica del proprio sé strettamente editata e controllata” (“Edited Self”). Questo insieme di considerazioni – in primo luogo il fatto che un selfie è pensato direttamente come prodotto sociale – ci suggerisce ancora una volta che la chiave narcisistica è del tutto inadeguata a spiegare il fenomeno. Eppure non mancano le letture in questo senso. La paura di non essere presi in considerazione dall’altro ha indotto alcuni ricercatori a coniare un nuovo acronimo per definire un particolare disordine della personalità di cui sarebbero affetti i soggetti eccessivamente preoccupati della propria immagine digitale: FOMO, che sta per Fear Of Missing Out (“paura di essere tagliati fuori”), i cui sintomi sarebbero depressione, voyeurismo, ipocondria, sindrome da deficit di attenzione, disordine ossessivo compulsivo (Rosen, 2013). In altri termini, a torturare la nostra psiche sarebbe la preoccupazione costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante o divertente di quello che stiamo facendo noi. Se siete ansiosi di sapere se siete affetti da FOMO sappiate che Andrew Przybylski, ricercatore dell’università di Oxford, ha predisposto sul suo sito l’immancabile test [http://www.andrewprzybylski.me/FoMO/]. È bene precisare, in ogni caso, che, per quanto non ci convinca la chiave di lettura “medica”, non riteniamo affatto che il selfie sia esente da implicazioni ne-

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gative sul piano dei comportamenti sociali e psicologici. Tutt’altro. Se è vero, infatti, che con il selfie il soggetto riprende possesso della scena e ristabilisce la sua sovranità sull’immagine, è altrettanto vero che da questa operazione non scaturisce un Sé saldo e maturo ma uno paradossalmente molto più fragile poiché questa emancipazione è totalmente subordinata all’apprezzamento altrui. All’assassinio fotografico – “la macchina fotografica è una sublimazione della pistola, fotografare qualcuno è un omicidio sublimato, un omicidio in sordina”, ha scritto splendidamente Susan Sontag (2004) – si sostituisce il giudizio inappellabile dell’Arena, della folla anonima pronta ad annullarci con il suo pollice verso. A renderci vulnerabili non è il selfie in sé ma la motivazione che ci spinge a farlo: il nostro Doppio mandato in missione nel cyberspazio è sostanzialmente una merce, un po’ come accade con il giovane Baldovino, che vende la propria immagine e da questa alienazione nascono tutti i suoi guai. Codeluppi parla a tale proposito di “vetrinizzazione sociale” (2007), un processo che prende avvio “con la comparsa delle prime vetrine nei negozi dell’inizio del settecento e nei secoli successivi si è espanso impetuosamente perché le persone hanno compreso che potevano seguire l’esempio delle merci, le quali sono in grado di esporsi con successo all’interno delle vetrine. Queste, cioè, hanno costituito un modello comunicativo basato sulla spettacolarizzazione e sull’esibizione del proprio fascino esteriore che si è progressivamente diffuso nell’ambiente sociale”. (Codeluppi, 2015, p. 8). Anche il selfie, insomma, rientra in quelle strategie di promozione “manageriale” del Sé alle quali la società dei consumi ci invoglia. Attraverso di esso non ci limitiamo semplicemente a comunicare la nostra esistenza ma cerchiamo di mostrare il nostro aspetto più seducente. Non a caso, il selfie è sempre un prodotto confezionato a tavolino, lo scatto che alla fine condividiamo in rete è il frutto di numerosi tentativi, della ricerca dell’inquadratura e del taglio più idoneo a esaltare i nostri pregi e nascondere i nostri difetti. Su Facebook, si usa dire, “siamo tutti più belli e più giovani”: una folla di fanciulli eterni con tanti quadri che invecchiano per noi in qualche soffitta. Se ci si pensa, siamo di fronte a un fenomeno paradossale: ambiamo a essere imprenditori di noi stessi e a ottenere il giusto riconoscimento delle nostre capacità e finiamo per essere merci esposte in vetrina. Se il selfie è una narrazione di sé – come probabilmente è – questa narrazione è però totalmente conforme alle regole dello spettacolo dominante che, come Debord insegna, è appunto quello della merce:

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Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. Non solo è visibile il rapporto con la merce, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo […] Lo spettacolo è una guerra dell’oppio permanente per far accettare l’identificazione dei beni con le merci (Debord, 2002, pp. 42-44).


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Riferimenti bibliografici

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L’ANGOLO DEL DISCUSSANT

Orlando Granati

Orlando Granati, Psichiatra, psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta Supervisore in contratto in campo clinico (PTSTA-P); Dirigente medico presso l’Azienda USL Centro Toscana; membro del Consiglio Direttivo IAT; Firenze / orlando.granati@virgilio.it

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Con questo numero prende avvio “l’Angolo del Discussant”. Si tratta una rubrica dove alcuni degli articoli pubblicati nei numeri precedenti verranno commentati, analizzati, comparati. La scelta degli articoli commentati sarà orientata sulla tematica affrontata, sulle suggestioni che possono proporre quegli articoli, non su un metro di valore rispetto agli altri lavori. L’intenzione è di utilizzare gli stimoli offerti dagli Autori per approfondire il tema, ampliarne la discussione, osservarlo da differenti visuali per rilanciare nuove riflessioni e eventuali indirizzi di ricerca. Desideriamo così valorizzare le idee degli Autori in uno scambio di riflessioni in puro senso “transazionale”, considerando ogni risposta allo stimolo come un nuovo stimolo, in una circolarità di pensieri e di concetti che possano incoraggiare nel lettore ulteriori curiosità, approfondimenti e riflessioni. Pensiamo che in questo modo si possa rendere più vivace e fecondo lo scambio tra chi scrive e chi legge, rendendo la parola viva e dinamica, portatrice di nuovi stimoli e fonte di partecipazione.

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L’ANGOLO DEL DISCUSSANT

Modelli a confronto: una analisi comparata dei lavori di Gaetano Sisalli e Antonio Ferrara

Sul numero 1 della rivista IAT Journal sono pubblicati due lavori che si pongono lo stesso obiettivo: descrivere uno o più modelli di personalità, compatibili con un modello più generale di intervento psicologico dell’Analisi Transazionale e funzionali a strategie di intervento efficaci. I due lavori di cui scrivo sono l’articolo di Gaetano Sisalli, dal titolo “Il futuro di ieri: evoluzione del concetto di personalità nella teoria AT” e quello di Antonio Ferrara, dal titolo “CAOS e ORDINE. Dalla coscienza vuota alla fissità della struttura”. I due Autori fanno esplicito riferimento, nel loro lavoro così come nella loro attività abituale, a schemi di riferimento diversi nell’ambito della teoria analitico transazionale. Gaetano Sisalli privilegia un approccio prevalentemente analitico, tracciando similitudini e differenze tra i diversi modelli proposti dagli Autori AT, alla ricerca di un modello unitario, che possa permettere lo sviluppo di una ricerca scientifica più vasta e di verifiche sperimentali delle teorie e delle tecniche che ad esse si ispirano. Antonio Ferrara invece dichiara la sua adesione ad un modello influenzato dal pensiero filosofico e dalla spiritualità, proponendo un modello personologico esterno alla teoria AT, il modello degli Enneatipi, ed un suo utilizzo nella metodologia dell’approccio decisionale dei Goulding. È evidente, ed esplicitata dagli interessati stessi, la collocazione del primo Autore nella corrente psicodinamica del mondo AT, mentre il secondo manifesta la propria adesione al modello di integrazione Gestalt – AT. Sono altrettanto evidenti nei due articoli le differenze di visione, che più avanti cercherò di riassumere. A mio avviso, sono da sottolineare anche i punti di convergenza, proprio nell’ottica di dare il più possibile omogeneità a punti di vista

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Orlando Granati

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differenti, cercando di individuare quel terreno comune che possa contribuire a dare identità di appartenenza al variegato mondo AT. Sul piano delle differenze, le più significative che individuo sono le seguenti. Nell’articolo di Sisalli si ritrova una particolare attenzione all’aspetto epistemologico; nell’esposizione delle somiglianze e nelle differenze tra la descrizione della personalità viene sottolineata non solo la filosofia di pensiero che sottende le diverse posizioni, ma anche ciò che queste comportano sul piano della coerenza interna. La preoccupazione dell’Autore, nel ripercorrere le tappe dello sviluppo delle teorie personologiche nell’ambito dell’AT, sembra essere di trovare le linee comuni e di individuare le divergenze al fine di indicare un obiettivo futuro chiaro: la costruzione di una teoria della personalità in grado di armonizzare tali differenze, senza perdere la ricchezza dei contributi, e permettendo al tempo stesso la comparazione dei dati raccolti per la ricerca. È palese l’intenzione di sostenere un modello sperimentale, dove le teorie alla base dei percorsi metodologiche possano essere validate dalla conferma dei dati osservabili e comparabili tra loro. La riproducibilità dei modelli è alla base del pensiero scientifico. Senza cadere in un tecnicismo arido e in una ricerca di modelli oggettivi assoluti, Sisalli riesce a coniugare un bisogno di rigore metodologico e l’attenzione alla complessità attraverso la comparazione e la rilettura delle varie fonti alla luce delle nuove proposte. Non a caso, l’analisi compiuta da Sisalli si concentra sui concetti espressi dai diversi Autori del mondo AT e sulle differenze tra questi, esercitando una valutazione critica rispetto alle differenze. Antonio Ferrara si focalizza invece maggiormente sulla dimensione spirituale che sottende il suo schema di riferimento e il suo modo di lavorare. Si sofferma sulla unicità e irripetibilità dell’esperienza, sia individuale che interpersonale. I suoi riferimenti dichiarati appartengono solo in parte al mondo AT, e anche in quei casi sembra sottolineare la specificità di questi Autori nel pensiero AT (basti pensare ai Goulding e al loro proponimento di coniugare il pensiero di Eric Berne con quello di Fritz Perls). L’utilizzo della teoria degli Enneatipi, l’enfasi sulle tecniche proprie della Gestalt, il richiamo alle Tradizioni spirituali e all’approccio filosofico sembrano collocare la sua posizione in un quadrante ben definito, individualizzato del panorama AT. Senza porre alcun significato valoriale a questa differenza, dove Sisalli appare cercare una sintesi, Ferrara sembra cercare una identificazione. In tal senso, le citazioni del pensiero degli altri Autori mi pare utilizzata dal primo per evidenziare punti di forza e aspetti critici di ogni Autore, dal secondo per confermare l’orientamento descritto. I dati sperimentali sono utilizzati per evidenziare le incongruità nel primo caso, per confermare le tesi nel secondo. Dove Sisalli utilizza un approccio scientifico-razionale, analizzando e scomponendo per comparare, Ferrara utilizza un criterio olistico-comprensivo, privilegiando un punto di vista che considera la complessità come irriducibile e non frammentabile. La preferenza tra queste due posizioni è da tempo immemore oggetto di infinite discussioni; qui voglio limitarmi ad evidenziare come, a partire dallo stesso tema (lo studio della personalità e l’utilizzo di tale concetto nella metodologia AT), si possano seguire percorsi diversi, su alcuni aspetti antitetici ed entrambi nobilitati da una imponente letteratura al riguardo, che tuttavia possono trovare dei punti in comune, come più avanti cercherò di mostrare. Già in altre sedi (vedi gli Atti delle Giornate IAT di Siracusa) ho descritto la difficoltà di descrivere una realtà complessa –come la mente- da diversi punti di vi-


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sta apparentemente inconciliabili tra loro, utilizzando la metafora della statua osservabile all’interno di una sfera opaca, in cui siano praticabili delle feritoie attraverso cui osservare l’oggetto racchiuso: i differenti punti di osservazione offriranno una visuale diversa, simile o distante a seconda della distanza tra i punti, ma tutte al tempo stesso autentiche e incomplete. Esistono dimensioni difficilmente riconducibili alla esplorazione logico- deduttiva propria del modello scientifico: ignorarle significa costruire modelli coerenti e formalmente ineccepibili, ma inevitabilmente distanti dalla realtà. Il nostro interesse per la mente, come clinici, è pratico: ci servono teorie, modelli della mente, il più possibile aderenti alla realtà per avere strumenti di lavoro –metodologie e tecniche- efficaci. Al tempo stesso, abbiamo bisogno di validare costantemente i nostri modelli, per raffinare le nostre tecniche di intervento, senza accontentarci di una confortante “fede” nei modelli cui ci ispiriamo, col rischio di adattare involontariamente la nostra osservazione alle nostre convinzioni. Penso che questo problema sia affrontabile solo con una costante tensione dinamica tra le due posizioni, come in una attività di zoom tra il dettaglio e il globale. Con questa finalità, riporterò quelli che a mio parere sono i punti di contatto, lo spazio comune condivisibile tra i due lavori. Il primo riguarda l’obiettivo che entrambi gli Autori si pongono come fine ultimo della loro ricerca: un modello della personalità che sia funzionale allo sviluppo delle risorse e alla crescita del benessere, piuttosto che alla risoluzione del sintomo. Sisalli propone” la costruzione di una teoria della personalità non solo all’interno di una cornice psicopatologica ma guardando alla dimensione del benessere e della crescita personale”. Nello stesso modo, Ferrara si propone, in linea con la filosofia della Gestalt, di stimolare, attraverso l’Adulto integrato, “come un esempio di autorealizzazione…. “, arricchito da “maggiore flessibilità… e qualità che appartengono a sfere superiori di conoscenza”. In entrambi, quindi, l’accento sulla attivazione delle risorse dell’individuo, anziché sulla riparazione del danno psicopatologico, è chiaro e orienta verso una psicoterapia orientata allo sviluppo della persona e delle sue risorse. Il secondo punto di contatto è l’attenzione alla complessità: entrambi gli Autori si impegnano nel creare una sintesi tra i diversi contributi. Esplorano mondi in gran parte differenti : Sisalli si rivolge prevalentemente agli Autori AT di ispirazione psicodinamica, mentre Ferrara fa riferimento ad Autori di altri approcci. Tutti e due, tuttavia, sono alla ricerca di una integrazione tra concetti diversi, che componga i diversi aspetti della realtà. Il concetto di personalità viene sviscerato alla ricerca di una sempre maggiore aderenza alla realtà, in modo da validare metodi e tecniche già note, o svilupparne di nuove. Terzo elemento comune è l’attenzione alla relazione. In entrambi gli articoli viene sottolineata l’importanza della dimensione interpersonale. Sisalli richiama le prime teorie di Eric Berne nella genesi del copione, evidenziando come il copione assuma rilievo proprio nello spazio della relazione, sia nel suo momento genetico che in quello della sua riproposizione nell’attualità; è qui che la relazione terapeutica assume la sua centralità nel percorso di cura, teatro del processo di cambiamento del copione. Dal canto suo, Ferrara pure ripropone la relazione terapeutica come punto centrale del suo operare terapeutico. Nel citare Gurdjieff (il quale, a proposito della “conoscenza dell’enneagramma”, sosteneva che nessuno potesse farne alcun uso pratico senza istruzioni da parte di chi sa), sembra

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richiamare ad una conoscenza acquisibile solo attraverso la relazione con un esperto. La psicoterapia è appunto questo: un percorso di conoscenza (di sé) attraverso la relazione con un esperto (lo psicoterapeuta) che guida il percorso. La centralità della relazione è d’altra parte ciò che tiene insieme anche i vari approcci fino dalla origine della AT. I tre principali filoni di sviluppo del pensiero berniano, l’approccio psicodinamico, quello cognitivista e quello gestaltico, hanno costituito i tre vertici di un’area in cui si chiede ad un analista transazionale di sapersi muovere strategicamente, a seconda dei bisogni, della fase evolutiva e delle caratteristiche specifiche del paziente, oltre che a quelle del contesto. Ciò che tiene insieme queste tre anime originarie – nonché le successive evoluzioni nelle attuali scuole e correnti di pensiero- è proprio il punto di vista relazionale, che fa da sfondo costante ad ogni concettualizzazione nel variegato mondo AT.

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IN CANTIERE… WORK IN PROGRESS

Luca Ansini

Luca Ansini è Counsellor Professionista, Phd in pedagogia presso la Facoltà di Scienze della Formazione – Università degli Studi Roma Tre, Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Roma, analista transazionale (CTA-E), membro del Consiglio Direttivo di EleutheriAT.

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Questa rubrica vuole rappresentare una finestra aperta su nuove idee e proposte di studenti e neoprofessionisti. La rubrica ospiterà abstract o brevi contributi delle nuove “leve” in particolare dell’AT con una doppia finalità: consentire agli autori di avere un’opportunità di mettersi in luce e introdurre punti di vista innovativi e, di conseguenza, portatori di possibilità di crescita.

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IN CANTIERE… WORK IN PROGRESS

Guardare e non toccare: Simone Weil e il mito di Narciso

Stefano Oliva

abstract

Nel pensiero di Simone Weil è possibile rintracciare una complessa riflessione che lega insieme i temi del bello, del desiderio, dell’amore e della rinuncia a se stessi. Intrecciando etica, estetica e teologia, la filosofa propone una critica di quella dinamica del desiderio umano che nella figura di Narciso trova il suo paradigma. La relazione amorosa rischia infatti di non riuscire mai a tradursi in un reale contatto con l’altro, diventando spesso una riduzione fusionale delle due soggettività in gioco. Contro una simile dinamica, Weil sviluppa l’idea kantiana secondo cui il bello si distingue dal piacevole, inteso come godimento e appropriazione dell’oggetto. Il bello dunque viene riconosciuto come esistenza indipendente dal soggetto, in analogia con quanto avviene nella creazione, intesa da Weil come abbandono del creato da parte di Dio. L’amore richiede dunque una simile rinuncia affinché non si traduca in una completa assimilazione dell’amato da parte dell’amante. Parole chiave: Weil, bellezza, decreazione

Keyword: Weil, beauty, decreation

Stefano Oliva è Dottore di ricerca in Filosofia e cultore della materia di Estetica e Filosofia del linguaggio presso l'Università degli Studi di Roma Tre. Ha pubblicato La musica nell'estetica di Pareyson (Il glifo, 2013) e La chiave musicale di Wittgenstein. Tautologia, gesto, atmosfera (Mimesis, 2016). Collabora con l'Enciclopedia Italiana Treccani / oliva.fil@gmail.com © Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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In Simone Weil’s thought there is a complex relationship between different themes such as beauty, desire, love and surrender of self. Interlacing Ethics, Aesthetics and Theology, Weil criticizes the dynamics of human desire, symbolized by the figure of Narcissus. In love relationship there is always the risk of fusing together two subjectivities. Against this dynamics, Weil develops the Kantian idea of beauty as different from pleasant, intended as enjoyment and possession. Beauty means independent existence of the object, in analogy with creation, intended by Weil as abandonment from God. Therefore love needs such a surrender in order to avoid a complete assimilation of loved person from lover.

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Filosofa, mistica, insegnante, attivista, volontaria nella guerra civile spagnola, operaia in fabbrica, Simone Weil è una delle figure più enigmatiche del Novecento. Durante la sua breve esistenza, testimone delle due guerre mondiali, ebbe modo di riflettere su numerosi aspetti della vita umana, dalla politica alla letteratura, dalla religione alla tensione speculativa verso la scienza. Nei suoi Quaderni, pubblicati postumi, rimane traccia di molte delle sue riflessioni; tra queste, di particolare interesse è la sua interpretazione dell’idea del bello, sviluppata a partire da temi platonici e kantiani ma influenzata da suggestioni teologiche e da profonde meditazioni esistenziali. Incamminandosi sul sentiero costituito dalle riflessioni sul bello, ben presto si incontra la figura di Narciso, individuata da Weil come personificazione della dinamica di scissione e riduzione dell’alterità tipica del desiderio amoroso. In questo lavoro ci proponiamo di rileggere le annotazioni dedicate al personaggio del mito per illuminare alcune intersezioni tra etica, estetica e teologia caratteristiche del pensiero della filosofa francese. La figura mitologica di Narciso viene alla ribalta nella cultura europea novecentesca grazie a Sigmund Freud, che in Introduzione al narcisismo (1914) utilizza il termine coniato da Paul Näcke (1899) e inizialmente suggerito dalle analisi di Havelock Ellis (1898) per distinguere due fenomeni differenti: il narcisismo primario, stadio iniziale di sviluppo che può «rivendicare un suo posto nel normale decorso dello sviluppo sessuale degli uomini» (Freud 1914, trad. it. p. 16), e il narcisismo secondario, in cui la libido oggettuale, rivolta al mondo esterno, viene ritirata dalle realtà cui normalmente è diretta per essere reindirizzata verso l’Io, inteso dunque come principale oggetto sessuale. Pur non ignorando le teorie freudiane – di cui in diverse annotazioni ammette di comprendere le istanze e di avversare le conseguenze filosofiche1 –, Simone Weil sviluppa la propria riflessione sulla figura di Narciso in modo autonomo, percorrendo sentieri originali e insistendo su aspetti del mito non evidenziati dal padre della psicoanalisi. La vicenda del giovane innamorato di sé, divorato dalla passione fino a morire annegato mentre cerca di ricongiungersi alla propria immagine riflessa nell’acqua, diventa in Weil l’immagine paradigmatica a partire dalla quale riflettere su tematiche estetiche, etiche e teologiche, in una visione sintetica e al contempo asistematica frequentemente riscontrabile nelle pagine della filosofa francese.

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1. Narciso e il rapporto amoroso

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Nei Quaderni, appunti di carattere filosofico e esistenziale scritti negli anni 19411942 e non destinati alla pubblicazione, Narciso compare una prima volta come incarnazione del più profondo desiderio che anima la relazione amorosa: 1

Commentando la «dottrina del seme», a suo giudizio «nascosta» nel Timeo platonico, Weil scrive: «La dottrina è chiara. Il seme soprannaturale è in noi un essere vivente diverso da noi, un essere divino, un mediatore. […] Questo dio caduto in noi, una volta caduto nella parte bassa della colonna vertebrale, dove si trova l’anima vegetale è demone. Fa violenza alla volontà e costringe al male. Secondo questa concezione, ogni attaccamento, ogni passione, sarebbe desiderio sessuale. Freud è per intero in Platone. Ma non inversamente! Egli ha visto questa verità, e non ha capito nulla» (Weil 1974, p. 341). E ancora: «Ogni attaccamento ha la stessa natura della sessualità. In questo Freud ha ragione (ma solo in questo)» (Weil 1950, p. 337).


Narciso. Non è forse a questo che aspirano gli amanti? A essere uno, a far entrare in se stessi l’essere amato, affinché esso divenga se stessi. Ora Narciso aveva questo, e era ancora più sventurato – ancora più lontano da ciò che amava; qui è il paradosso. Egli amava un corpo senza anima, perché non si può amare la propria anima. O forse bisogna che l’universo intero, il cielo, le stelle, il mare, siano il corpo corrispondente? (Non si tratta allora della propria anima) (Weil 1970, trad. it. pp. 205-206).

In questa breve e fulminante annotazione, Weil indica il carattere narcisistico di ogni relazione amorosa: gli amanti desiderano comporsi in unità, come nel mito degli uomini-sfera che Platone, nel Simposio, fa narrare a Aristofane; di contro, una simile unità significa in ultima analisi far entrare l’altra dentro di sé, riassorbendone l’alterità e perdendo paradossalmente l’oggetto del proprio desiderio. È per questo che la presa di Narciso non può che fallire: ciò che egli ama risulta in definitiva un corpo senza anima, svuotato proprio di quell’alterità che aveva messo in moto il desiderio. Narciso è dunque in primo luogo l’immagine dell’amore inteso come dolorosa e irreparabile separazione tra l’amante e l’amato: Amore, dolore dell’esistenza separata. Due esseri vogliono essere uno, ma se essi fossero uno, questo essere unico amerebbe se stesso, e quale peggior incubo? È una sete ancora più implacabile. Narciso. Dio è dunque il solo oggetto d’amore possibile. Narciso chiede a se stesso di diventare un altro, per poterlo amare. L’amante chiede all’amata di diventare se stesso. (Solo Dio è sé e un altro) (Weil 1972, trad. it. p. 96).

Trinità – rapporto di Dio con se stesso. Le cose non si rapportano a niente. L’uomo si rapporta a altra cosa. Solo Dio si rapporta a sé. Narciso aspira a ciò che è possibile solamente a Dio. Solo Dio conosce e ama se stesso. Questo rapporto è la sua stessa essenza. Questo rapporto è la pienezza dell’essere (Weil 1972, trad. it. p. 201).

Nell’originale interpretazione di Weil, Narciso è l’immagine disperata dell’uomo che cerca di amare come solo Dio può, conseguendo quella «pienezza dell’essere» che il ricongiungimento con la propria immagine sembra promettere e che sempre si traduce in uno scacco e in un abbraccio mortale. Ciò che rende l’amore umano letteralmente impossibile è la dinamica del desiderio, che necessita costantemente di un’alterità e che, quando si trova alle prese con essa, non può non cercare di sopprimerla, annientando in definitiva la sua stessa spinta vitale.

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L’amore porta con sé una dolorosa e irrimediabile separazione, in una tormentosa ciclicità ben incarnata dal mito di Narciso, il quale si deve sdoppiare per costituirsi come oggetto del suo stesso desiderio e che poi, una volta avvenuta la scissione, deve tentare di ricongiungersi con quella parte di sé ormai alienata. Ciò che rende impossibile l’amore è esattamente il rapporto paradossale con l’alterità, ogni volta ricercata dall’amante e, possibilmente, soppressa dal congiungimento con l’amato. Nella riflessione di Weil irrompe l’unica alternativa percorribile, rappresentata dall’amore di Dio: non solo la divinità è «il solo oggetto d’amore possibile», in quanto irriducibile alterità, ma solamente in essa è possibile una genuina dinamica amorosa, essendo sé e altro da sé, perfetta identità nell’alterità di tre persone. Il pensiero di Weil fa qui riferimento alla teologia cristiana e alla relazione trinitaria che lega Padre, Figlio e Spirito:

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Il desiderio è impossibile; distrugge il suo oggetto. Gli amanti non possono essere uno, né Narciso essere due. Don Giovanni, Narciso. Poiché desiderare qualcosa è impossibile, è necessario desiderare nulla (Weil 1974, trad. it. p. 95).

Il desiderio oscilla così tra due poli opposti e contraddittori, incarnati rispettivamente da Don Giovanni e Narciso: l’unità ricercata dagli amanti si rivela sempre inattingibile, l’illusione che lo scacco sia un inconveniente frutto della contingenza spinge a tentativi sempre nuovi, a reiterate avventure galanti. Ma una volta stretta la relazione amorosa, i due amanti non riescono a conservare la propria autonomia e finiscono per essere letteralmente posseduti dall’altro.

2. Vedere e toccare

Nella lettura weiliana del mito di Narciso si trovano dunque intrecciati differenti temi: il rapporto con l’alterità, l’impossibilità dell’amore umano, l’apertura del desiderio verso un orizzonte trascendente, l’incompatibilità tra bellezza e possesso. Quest’ultima tematica, che costituirà un rilevante filone nell’ultima fase del pensiero di Weil, è già presente in maniera embrionale nelle lezioni tenute presso il Lycée de Jeunes Filles di Roanne nell’anno 1933-1934. Nella sezione del corso dedicata al «ruolo del corpo nel pensiero», la filosofa passa in rassegna i cinque sensi (vista, tatto, udito, gusto, olfatto) e le sensazioni legate al tempo e al movimento. Soffermandosi da principio sulla vista, vengono presentate alcune questioni come la differenza tra primo piano e sfondo, la valutazione della distanza, la concezione di uno spazio tridimensionale. Contro l’idea che nella percezione sia già data l’idea di un piano su cui disporre le diverse impressioni, viene notato incidentalmente:

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La distanza non esiste per la vista; gli occhi non possono appropriarsi del loro oggetto (la vista è il senso che ammira, il tatto è il senso che possiede). (Cfr. la poesia di Valéry su Narciso, o il bambino che rompe un giocattolo per possederlo meglio) (Weil 1959, trad. it. p. 32).

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Ammirare e possedere, guardare e toccare, sono attività distinte e incompatibili, assegnate ognuna a un senso specifico. Vista e tatto mostrano la loro reciproca esclusione proprio nel mito di Narciso, che muore nel tentativo di cogliere ciò che lusinga la vista, la bella apparenza della propria immagine riflessa. Sempre nelle Lezioni di filosofia, all’interno della sezione dedicata alla psicologica del sentimento estetico, il bello viene nettamente distinto dal piacevole. Sulla scorta della trattazione kantiana della Critica del Giudizio, Weil sottolinea come il bello sia oggetto di una soddisfazione disinteressata, che non ha come fine l’appagamento degli appetiti dell’individuo ma che nell’esistenza stessa dell’oggetto trova l’unico motivo di gratificazione. Come rileva Weil, «Kant ha espresso questi caratteri dicendo: “Il bello è una finalità senza fine e una soddisfazione universale senza concetto”» (Weil 1959, trad. it. p. 217). A distanza di alcuni anni, dopo la profonda esperienza mistica che segna il percorso della filosofa e in coincidenza con il suo volgersi a una riflessione di carattere teologico (benché non strettamente confessionale), la contrapposizione


tra bello e piacevole, correlata all’incompatibilità tra le azioni del guardare e del possedere, guadagna una nuova profondità esistenziale e religiosa. Il bello è un’attrazione carnale che tiene a distanza e implica una rinuncia. Compresa la rinuncia più intima, quella all’immaginazione. Si vuol mangiare tutti gli altri oggetti di desiderio. Il bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare. Desideriamo che esso sia (Weil 1972, trad. it. p. 294).

La bellezza, definita come «un frutto guardato senza tendere la mano» (Weil 1972, trad. it. p. 226), diviene esplicitamente il correlato di una rinuncia al possesso (identificato con l’azione di toccare e, in maniera ancora più significativa, con quella di mangiare). Quel che vi è di impossibile nell’amore umano – il mantenimento dell’alterità dell’amato a fronte di un desiderio di fusione con esso – diventa infine praticabile nell’esperienza del bello, in cui tutto ciò che si desidera è che l’oggetto sia, che esso esista indipendentemente da noi. In questa dinamica è riconoscibile il profilo dell’atto creatore di Dio, interpretato da Weil non come una creazione ex nihilo ma come un ritrarsi della divinità, un contrarsi che lascia spazio all’esistenza del mondo. Dio crea la realtà abbandonandola, ritirandosi per far sì che essa sia altro rispetto alla sua divinità. Nell’esperienza del bello l’osservatore compie un atto di rinuncia analogo a quello compiuto da Dio nel momento della creazione. L’imitazione di Dio che ha come protagonista colui che sperimenta il sentimento della bellezza consiste dunque in un’analoga decreazione2, in una “sopportazione del vuoto”3, vale a dire in un’attiva e energica rinuncia alla possibilità di cogliere l’oggetto e di goderne, riassorbendone in sé l’alterità.

Una volta riconosciuta l’impossibilità del desiderio umano, condannato a un’eterna oscillazione tra Don Giovanni e Narciso, tra l’attrazione esercitata dall’alterità e l’unità mortale cui dà luogo la relazione tra gli amanti, è lecito domandarsi se rimanga uno spazio di manovra all’interno del quale risulti praticabile l’amore, inteso come reale rapporto con l’altro. La risposta di Weil è affermativa, sebbene l’esito radicale delle sue riflessioni renda l’opzione della praticabilità dell’amore fortemente paradossale. «Fra gli esseri umani, si riconosce pienamente l’esistenza soltanto di coloro

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Nella sezione della raccolta postuma L’ombra e la grazia intitolata appunto “Discreazione” (questa la traduzione del francese décréation proposta da Franco Fortini) si può leggere: «Rinuncia. Imitazione della rinuncia di Dio nella creazione. Iddio rinuncia – in un dato senso – ad essere tutto. Noi dobbiamo rinunciare ad essere qualcosa. E è per noi il solo bene. Siamo anfore senza fondo finché non si sia compreso che abbiamo un fondo» (Weil 1947, trad. it. p. 61). E ancora: «Noi partecipiamo alla creazione del mondo discreandoci» (Ibidem). «Come un gas, l’anima tende a occupare la totalità dello spazio che le è accordato. Un gas che si restringesse e che lasciasse un vuoto sarebbe contrario alle leggi della entropia. Non succede così col Dio dei cristiani. […] Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo» (Weil 1947, trad. it. p. 23).

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3. Praticabilità dell’amore

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che amiamo» e dunque «credere all’esistenza di altri esseri umani in quanto tali è amore» (Weil 1947, trad. it. p. 113). Lungi dal rappresentare un esito pacifico e rassicurante, il riconoscimento di un altro essere umano implica una rinuncia a esercitare su di esso qualsiasi forma di possesso. La misura di una simile rinuncia va ricercata da una parte nell’analogia con l’amore divino, che crea abbandonando la creatura (concedendole cioè di essere anch’essa qualcosa e non pretendendo che la divinità esaurisca la totalità dell’essere), e dall’altra nell’esperienza del bello, caratterizzata da un primato del vedere sul toccare/mangiare. Pertanto «amore puro delle creature» è quell’amore che «è passato attraverso Dio come attraverso il fuoco» (Ivi, p. 115), purificandosi fino al perfetto di distacco da ogni tentazione di possesso. L’amore disinteressato, ben esemplificato dalla relazione d’amicizia, mostra dunque una forte affinità con il sentimento suscitato dal bello: «L’amicizia non si lascia distaccare dalla realtà più di quanto faccia la bellezza. È un miracolo, come la bellezza. E il miracolo consiste semplicemente nel fatto di esistere» (Ivi, p. 121). In che misura la praticabilità dell’amore implichi una rinuncia a se stessi, è una questione che – al di là delle soluzioni più radicali proposte da Weil – merita un’attenta riflessione, coinvolgendo aspetti della vita umana profondamente diversi come l’etica, la religione, la psicologia. L’utilizzo della figura di Narciso da parte di Weil ci consegna in ogni caso la testimonianza di un pensiero che tenta di spingersi al di là dell’Io e delle sue prerogative, verso quell’ambito propriamente impersonale che, negli ultimi scritti londinesi, viene indicato dalla filosofa come ciò che di veramente sacro vi è nella vita umana4 e che rappresenta forse il principale orizzonte d’indagine verso cui si muove la filosofia contemporanea.

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Riferimenti bibliografici

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Cfr. Weil 1957.


Weil S. (1957). La personne et le sacré. In Écrits de Londres et dernières, Paris: Gallimard (trad. it., La persona e il sacro, Adelphi, Milano 2012). Weil S. (1959). Leçons de philosophie. Paris: Plon (trad. It. Lezioni di filosofia, Adelphi, Milano 1999). Weil S. (1970). Cahiers, I. Paris: Plon (trad. It. Quaderni, volume I, Adelphi, Milano, 1982). Weil S. (1972). Cahiers, II. Paris: Plon (trad. It. Quaderni, volume II, Adelphi, Milano, 1985). Weil S. (1974). Cahiers, III. Paris: Plon (trad. It. Quaderni, volume III, Adelphi, Milano, 1988).

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L’interessante contributo di Stefano Oliva consente una rilettura e una riflessione su un piano propriamente filosofico del tema del narcisismo, sganciato dalle definizione tecniche proprie dei manuali. Oliva ci fornisce non una panoramica, ma una specifica chiave di lettura di questo “fenomeno umano” attraverso la concreta esperienza filosofica e di vita di Simone Weil. La vita e il pensiero dell’autrice vengono solo tratteggiati, al fine di lasciare ampio spazio alla riflessione sulla figura di Narciso. L’autore evidenzia, con lucida e originale analisi, i principali temi sviluppati da Simone Weil nella lettura del mito di Narciso: la relazione con l’altro (e le relative connesse problematiche), l’amore umano e i suoi fallimenti, la possibilità di dissetare il desiderio umano nel rapporto con il trascendente, l’ambivalenza tra ciò che “è bello” e ciò che si desidera possedere. L’articolo, di natura teorica e filosofica, può aprire considerazioni interessanti anche sul piano riflessivo e applicativo nei campi educativi e pedagogici. Le domande che come curatore della rubrica Work in Progress mi sono posto, leggendo questo contributo, sono dunque le seguenti: “Quali potrebbero essere le implicazioni del lasciare che l’altro sia, senza possederlo… nella relazione di aiuto? Che rapporto esiste tra il contrarsi che lascia spazio all’altro, di cui ci parla Weil, e il passaggio dall’insegnamento (dove “io dico”) all’apprendimento (dove “tu impari”)? Che rapporto potrebbe esserci tra il sopportare il vuoto, non esercitando tutto li potere …. e il concetto di paritarietà?” L’esercizio di ripensare i propri principi filosofici, analitico transazionali, alla luce del pensiero di Weil, come proposto e sintetizzato dall’autore dell’articolo, evidenzia più in generale l’importanza di porre in dialogo i propri riferimenti e le proprie idee filosofiche con altre idee. Questo potrebbe infatti generare un allargamento, una riconsiderazione e una ridefinizione dei propri principi, considerati al contempo come solidi e duraturi e anche come vivi e dinamici, capaci cioè di ospitare un pensiero “altro” senza per questo temere di “indebolirsi”; tale timore, infatti, potrebbe costituire una pericolosa premessa per quello che il nostro Berne chiama il Gioco della “Serra”.

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“Ex post: riflessioni del curatore”, Luca Ansini, è lo spazio in cui vengono sinteticamente esposte le riflessioni del curatore della rubrica a partire dai primi contatti stabiliti con i vari autori, dagli scambi e dalla lettura dei vari contributi.

In cantiere… Work in progress -

“Ex post: riflessioni del curatore”

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Il pensiero, le immagini e le metafore di Simone Weil costituiscono, dunque, un interessante “campo” di incontro con l’Analisi Transazionale. L’espressione “desidero che esso sia senza volerlo possedere”….ben si avvicina al concetto di ok-ness analitico transazionale concepito come presa d’atto dell’esistenza dell’esistente, così come si presenta, senza negare i propri giudizi, riconoscendo i propri sentimenti, decidendo la piena accettazione della realtà, con l’apertura a progetti di cambiamento condivisi.

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LESSICO E CULTURE AT... ATTRAVERSO LE PAROLE E OLTRE

Loredana Paradiso

Loredana Paradiso, Medico, specialista in Neurologia e in Psichiatria, Analista Transazionale Certificato specializzata in Psicoterapia, PTSTA, svolge attività libero professionale in ambito psichiatrico e psicoterapeutico. Docente e Supervisore presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia a orientamento Analitico Transazionale dell’Istituto Performat, sede di Catania / loredana.paradiso@tin.it

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Per alcuni termini può essere opportuno precisare il significato quando, utilizzati da diverse prospettive, possono generare ambiguità oppure possono essere riportate in contesti di riferimento differenti e allora può essere utile mantenere il loro senso originario. La rubrica verrà strutturata come una sorta di abbecedario ragionato, utile a chiarire la riformulazione dei significati e la definizione dei confini all’interno dei quali utilizzarli. Si svilupperà altresì una ricerca multidisciplinare che attinge ai quattro campi dell’Analisi Transazionale e ad altri approcci.

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LESSICO E CULTURE AT... ATTRAVERSO LE PAROLE E OLTRE

Berne e Narciso …

Loredana Paradiso

abstract

A proposito dello sviluppo del Sé, nodo cruciale per la comprensione del narcisismo, Berne, in modo del tutto difforme rispetto a Kernberg e Kohut, aveva proposto una definizione del Sé fortemente ancorata alla dinamica intrapsichica (catechizzazione della carica energetica attiva più quella libera), piuttosto che quella relazionale, propria della concettualizzazione psicoanalitica. Forse, diversamente che per gli altri adattamenti di personalità Berne considerava, il Narcisismo alla stregua di una struttura di personalità piuttosto che di un disturbo. La prospettiva viene allargata grazie alla Psicologia Analitica, che ha fatto della identificazione archetipica la chiave di lettura cardine della strutturazione personologica, per «attraversare» la parola Narcisismo. Parole chiave: Mitologia, Script, il Sé, Narcisismo.

Keyword: Mythology, Script, Self, Narcissism.

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Self development, essential for the understanding of narcissism, was considered by Berne in terms of a definition of Self strongly based on intra-psychic dynamics (catechexis of active energy and free energy ) rather than relationally based, typical of the psychoanalytic conceptualization. He therefore used an entirely different approach from the ones of Kernberg and Kohut. Perhaps, unlike other personality adaptations , Berne considered narcissism as a structure of personality rather than as a disorder. The perspective taken into consideration in this paper uses a wider scope thanks to Analytical Psychology, where the archetypal identification becomes the cornerstone to identify a definite personological structuring, which encompasses the word Narcissism.

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Perché Berne non abbia mai incluso Narciso nella rassegna di personaggi presi a prestito dalla mitologia per esemplificare il modo in cui prende sostanza, attraverso il copione, il destino dell’uomo, per me è sempre stato un mistero! Eppure il tempo della pubblicazione di “Ciao”… E poi? (Berne 1972), dove espone la sua teoria sul copione, era proprio quello in cui la ricerca psicologica dava un fondamentale contributo sia alla comprensione psicodinamica, come all’approccio psicoterapeutico della “patologia limite” (narcisismo e borderline) e certamente la “lezione freudiana”, impartita a Eric Berne dai suoi analisti sull’argomento ferita narcisistica, doveva averlo reso sensibile al problema. A proposito dello sviluppo del Sé, nodo cruciale per la comprensione del narcisismo, in modo del tutto difforme rispetto a Kernberg (1970) e Kohut (1971), Berne aveva proposto una definizione del Sé fortemente ancorata alla dinamica intrapsichica (catechizzazione della carica energetica attiva più quella libera), piuttosto che a quella relazionale, propria della concettualizzazione psicoanalitica. Forse, diversamente che per gli altri sei adattamenti di personalità (Istrionico, Ossessivo-Compulsivo, Paranoide, Schizoide, Passivo-Aggressivo, Antisociale) Berne considerava il Narcisismo, in linea con il pensiero di Joines e Stewart (2014), alla stregua di una struttura di personalità piuttosto che di un disturbo: in un’ottica dimensionale configuriamo la patologia come espressione del fallimento di quelle strategie di adattamento messe in atto per scansare l’epilogo del copione con il suo tornaconto: la realizzazione della maledizione, la manifestazione conclamata ed estrema della patologia. Ed è pur vero che Narciso, figura meno che eroica, è l’unico, a differenza degli altri scelti da Berne (Sisifo, Eracle, Aracne, Tantalo, Filemone e Bauci), a morire prematuramente in modo tragico, in obbedienza alla “maledizione” pronunziata dall’indovino Tiresia che sarebbe morto se avesse conosciuto se stesso. Come il narciso, fiore che profuma sino a produrre narcosi (narkè), cosi il “narcisista” stordito da se stesso vive in un apparente autosufficienza che nega i bisogni di dipendenza. Nella euforia dell’ America post-bellica, Narciso, inteso nel senso di persona che si nutre di grandiosità, elevata auto considerazione e scarsa empatia, doveva essere un assiduo frequentatore dei salotti intellettuali e, per quel che è dato vedere dai filmati del tempo, non faceva mancare la sua presenza neanche ai Seminari di San Francisco. Agli “effluvi del narcotico fiore” non dovette sottrarsi neanche Berne, se stiamo alle dichiarazioni autorevoli di chi lo conobbe: Fanita English, Muriel James, Claude Steiner, che testimoniano di un uomo dagli aspetti caratteriali ambivalenti e contraddittori. Come Narciso sordo ai richiami della ninfa Eco che si consumò d’amore per lui, così anche Berne non permise che gli altri lo amassero rendendosi “sgradevole”. Scriveva Steiner: Mi riempie di tristezza pensare a quanto egli fosse amato e non di meno quanto poco beneficiò di questo amore, quanto poco il suo cuore accettò per essere addolcito … (Steiner, 1974).

Essendo medico, Berne non poteva essere medico di se stesso, e per tale ragione, l’acuta consapevolezza di sé e della «ferita» di cui si era portatore, non permettendo ad altri di curarla, produsse una accelerazione verso l’epilogo del copione.


Nel commentare la morte di Berne, Claude Steiner si doleva: Questa tragica fine era il risultato da una parte della ingiunzione contro l’amare gli altri e accettare l’amore degli altri e dall’altra di una altrettanto forte attribuzione di essere persona indipendente e distaccata … Egli difendeva la sua posizione solitaria e distaccata e continuava il suo lavoro da solo…” (Steiner1974, pp. 16-19)

Col senno di poi mi rendo conto di avere deciso, per «attraversare» la parola Narcisismo, di ricorrere al pensiero della Psicologia Analitica del Profondo, non solo perché questa ha fatto della identificazione archetipica la chiave di lettura cardine della strutturazione personologica, ma forse anche per una sorta di ritegno nei confronti dei padri fondatori, la cui intatta memoria è indispensabile per salvaguardare l’identità del gruppo.

Riferimenti bibliografici

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Berne E. (1972). Ciao!… e poi? Milano: Bompiani Joines V., Stewart I. (2014) Adattamenti di Personalità. Ghezzano (PI) Felici Editore Kernberg O. F. (1970) A psycoanalytic Classification of character pathology. Journal of the American Psychoanalytic Association, 18. Kohut H. (1971) Narcisismo e Analisi del Sé. Torino: Bollati Boringhieri Steiner C.(1974). in I. Stewart (ed) Eric Berne (p. 16). Torino: Centro Scientifico Editore

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Narcisismo, ancora…

Maurizio Nicolosi

Parole chiave: Mito, Metafora, Psicoanalisi, DSM, Post-modernità.

abstract

Il mito di Narciso è ben conosciuto. Punito dalla dea Nemesi per aver respinto la ninfa Eco, vedendo la propria immagine riflessa da uno specchio d’acqua, se ne innamorò e si lasciò morire. Così si compiva la profezia di Tiresia che aveva detto alla madre di Narciso che il figlio avrebbe raggiunto la vecchiaia solo se non avesse mai conosciuto se stesso. Da Hellis (1898) a Widmann (2015), il mito ha fondato e favorito lo sviluppo, del termine “narcisismo” in molte discipline. Nel lavoro si considera l’utilizzo del termine nel lessico psicologico e psicoanalitico.

The myth of Narcissus is well known. Punished by the goddess Nemesis for rejecting the nymph Echo, seeing his own reflection in a mirror of water, he fell in love and he then let himself die. This was in accordance with the prophecy of Tiresias who had told to the mother of Narcissus that her son would reach old age only if would never know himself. From Hellis (1898) to Widmann (2015), the myth has generated and favored the development of the term “narcissism” in many disciplines. In this paper we consider the use of the term in the psychological and psychoanalytic meaning of it.

Maurizio Nicolosi, Psichiatra, Psicoterapeuta a indirizzo junghiano, Analista Senior CIPA e IAAP

© Pensa MultiMedia Editore srl ISSN 2421-6119 (print)

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Keyword: Mith, Metaphor, Psychoanalysis, DSM, Postmodernity.

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In una recente pubblicazione, Claudio Widmann, analista junghiano ed esperto di simbolica, presenta una lettura di “Pinocchio” di Collodi (Widmann, 2015) in una prospettiva psicologica e psicodinamica, considerando le vicissitudini del burat- tino come la rappresentazione di uno stile di vita “narcisistico”. Lo fa quasi sottovoce, con il buon garbo narrativo e l’umiltà di studioso che gli sono propri, avvertito di quanto già copiosamente sia stato detto e scritto del personaggio, secondo le diverse prospettive ermeneutiche. Indirettamente, viene riproposto il focus su uno dei lemmi più dibattuti del pensiero psicologico e psicoanalitico, e più frequentati da prospettive altre (antropologia, sociologia, filosofia, teologia morale). Proviamo a rivisitare, nel lessico psicologico, il percorso del concetto, consapevoli della problematicità dell’intenzione. Innanzitutto per lo stigma sedimentato che, nel linguaggio corrente, assegna al narcisismo un’accezione invariabilmente negativa, a fronte delle innumerevoli definizioni in area specializzata che costringono a delimitazioni dicampo e a ulteriori specificazioni, per cui il narcisismo può esser connotato come sano, patologico, buono, cattivo, maligno, primario, secondario, di vita, di morte, sadico, masochista, perverso, individuale, collettivo, di coppia, orale, anale, fallico, isterico, ossessivo, depressivo, psicotico, e via dicendo.

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Il mito

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Se è cosa nota la relazione del termine alle vicende del fanciullo innamorato della propria immagine riflessa dalle acque, meno noto è il fatto che il mito di Narciso è sì classico, ma non arcaico (come quello di Edipo, per intenderci, la cui strutturazione narrativa sembra essere iniziata in un tempo precedente quello della parola scritta). Non sorprende, pertanto, che non se trovi traccia in alcuno dei grandi studiosi contemporanei del mito greco antico: non in Kereny (1951-58), e neppure in Graves (1955). Il mitologema compare in età ellenistica, ma è in età romana che Ovidio, nelle Metamorfosi (3 d.C.), ne dà compiuta narrazione. Cefiso, divinità fluviale aveva sedotto la ninfa Liriope intrappolandola con i suoi corsi d’acqua e, dall’unione era nato un bambino di eccezionale bellezza, Narciso. In ansia per il suo futuro, Liriope consultò Tiresia, il quale predisse che il figlio avrebbe raggiunto la vecchiaia “se non avesse mai conosciuto se stesso.” Narciso crebbe di tale bellezza che ogni abitante della città, uomo o donna, giovane o vecchio, se ne innamorava, ma lui, orgogliosamente, tutti respingeva. Un giorno, mentre era a caccia di cervi, la ninfa Eco furtivamente lo seguì tra i boschi desiderosa di rivolgergli la parola, ma non poteva: incapace di parlare per prima, era costretta a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le veniva detto; questa la sua condanna, a titolo di punizione comminata da Era, per essere stata da lei proditoriamente distratta con dei lunghi racconti, mentre le altre ninfe, amanti di Zeus, si nascondevano. Raggiunto il giovane, la ninfa cercò di abbracciarlo ma Narciso la respinse, chiedendo di poter rimanere da solo. Eco, con il cuore infranto, trascorse il resto della sua vita vagando e gemendo per il suo amore non corrisposto, finché di lei rimase solo la voce. Nemesi, dea della Giustizia retributiva, raccogliendo il lamento, decise di punire il crudele: quando Narciso si chinò su uno specchio d’acqua per bere, vedendo la sua immagine riflessa, si innamorò perdutamente del volto che stava fissando, senza


Le metafore

In Psicologia, il termine fu introdotto alla fine dell’Ottocento da Havelock Ellis, medico e psicologo britannico, che in uno studio sull’autoerotismo parla di “narcissus-like” in riferimento alla masturbazione eccessiva e compulsiva in cui la persona fa di se stessa l’unico oggetto sessuale. Un anno dopo, Paul Näche, riprendendo il discorso sull’onanismo, avrebbe introdotto per primo il termine “narcisismo” nell’ambito degli studi sulle perversioni descrivendo la fenomenologia che fa del proprio corpo l’oggetto preferito del proprio desiderio sessuale. In ambito più strettamente psicoanalitico, il diritto di copyright tocca a Otto Rank, che nel 1911 pubblica il primo scritto psicoanalitico specificamente centrato sul narcisismo, messo in rapporto alla vanagloria e all’autocompiacimento. Dopo un fugace accenno nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905), è solo nel 1914 che Sigmund Freud con la pubblicazione di “Introduzione al narcisismo”,

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rendersi conto che fosse lui stesso. Solo dopo essersi reso conto che l’immagine apparteneva a lui, comprendendo che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore, si lasciò morire. Nel viaggio verso l’Oltretomba, attraversando lo Stige, Narciso si affacciò sulle acque torbide del fiume dei morti, sperando, invano, di poter ammirare ancora una volta il suo riflesso. Quando le Ninfe vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, al suo posto trovarono un fiore a cui fu dato il nome narciso. Di quasi un secolo e mezzo precedente il racconto di Ovidio, la versione ellenica del mito, di più decisa coloritura omoerotica, sembra una narrazione con scoperte finalità etiche e pedagogiche: il cacciatore Narciso, tanto bello quanto superbo e insensibile, viene punito dagli dèi per aver respinto tutti i suoi pretendenti di sesso maschile e, con essi, lo stesso Eros. Di recente, nel 2004, è stata resa nota una versione del mito rinvenuta nei papiri di Ossirinco, e attribuita al greco Partenio. In questa versione, scritta verosimilmente cinquant’anni prima delle Metamorfosi, il discorso omosessuale viene ripreso in maniera creativa e fabulosa. Tra i molti innamorati, che Narciso costantemente respingeva fino a farli desistere, solo il giovane Aminia non si dava per vinto, per cui il cacciatore gli donò una spada perché si uccidesse. Obbedendo alla richiesta di Narciso, Aminia si trafisse davanti la casa dell’amato, invocando dagli dei una giusta vendetta. Questa trovò compimento quando Narciso, con- templando in una fonte la sua bellezza, restò incantato dalla sua immagine riflessa: innamoratosi perdutamente di se stesso e preso dalla disperazione, Narciso prese la stessa spada che aveva donato ad Aminia e si uccise trafiggendosi il petto, mentre dalla terra bagnata dal sangue spuntò l’omonimo fiore. Cinquant’anni dopo Ovidio, il greco Pausania riprenderà il mitologema, e, trovando poco credibile il fatto che ci fosse qualcuno incapace di distinguere un riflesso da una persona reale, racconta una variante meno nota, secondo la quale Narciso aveva una sorella gemella, compagna di caccia, della quale si innamorò e dopo la sua morte, recandosi alla fonte dove abitualmente si specchiava, capiva di vedere la propria immagine, ma il viso riflesso ricordava così tanto alla sorella amata da trovarne conforto per la perdita.

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amplia e rende centrale il significato del termine introducendo i concetti di narcisismo primario e di narcisismo secondario o protratto. Il testo di Freud inaugura inoltre il percorso di ricerca nel quale si ritroverà quella parte maggioritaria degli analisti che legge il Narcisismo in contrapposizione all’investimento oggettuale. Altri, in minor parte, avrebbero guardato al narcisismo e all’investimento oggettuale in sinergia rispetto allo sviluppo normale dell’individuo, limitando alla patologia solo il narcisismo come dimensione sostitutiva dell’investimento sull’oggetto relazionale. Per Freud il narcisismo primario è lo stadio intermedio tra autoerotismo e alloerotismo in cui il bambino investe la libido su se stesso prima di orientarla su oggetti esterni. L’appagamento del bisogno è sempre di qualità autoerotica ma con riferimento a un’immagine unificata del proprio corpo, per cui risulta funzionale alla formazione dell’Io. Qualche anno dopo, con la riformulazione della visione dell’apparato psichico, necessitata dall’introduzione del concetto di Es (seconda topica), Freud (1920) rende indistinguibile il narcisismo dall’autoerotismo, collocando il narcisismo primario in uno stadio di sviluppo antecedente la formazione dell’Io e assimilato alla qualità indistinta della vita intrauterina: revisione teorica, questa, che di fatto disconferma e supera il precedente dualismo tra pulsioni sessuali finalizzate alla conservazione della specie e pulsioni dell’Io finalizzate all’autoconservazione. Il narcisismo secondario, invece, è rappresentato dal ritiro della libido oggettuale che viene reinvestita sull’Io: evento possibile sia perché l’investimento oggettuale non sopprime l’investimento sull’Io (e l’Ideale dell’Io ne è conferma) sia perché l’Io, nel pensiero freudiano, è un grande serbatoio pronto a raccogliere la libido che dagli oggetti rifluisce, con la conseguente incapacità di riconoscere la separatezza tra sé e gli oggetti. Sarà proprio a partire da questa considerazione che si farà strada nel sentire comune la considerazione del narcisista come persona raccolta in se stessa, autocompiaciuta, superba, indifferente al rapporto con gli altri. E sarà sempre a partire da ciò che, più avanti nel tempo, si sarebbe pervenuto all’utilizzo del termine in senso clinico e tassonomico (disordine narcisistico della personalità). Acquisito diritto pieno di cittadinanza nel corpus psicoanalitico, l’uso del termine comincia a svilupparsi e a declinarsi filiando innumeri espressioni. Tra queste: carica narcisistica (permessi, rassicurazioni sul proprio valore che il bambino attende dai genitori e il soggetto adulto dalla società), ferita narcisistica (attacco e offesa all’autostima e all’amore di sé), scelta narcisistica (determinata dal rapporto di somiglianza tra soggetto e oggetto della scelta); nevrosi narcisistica (ormai termine desueto del lessico psicoanalitico ma di fondamentale importanza per la comprensione dello sviluppo storico, che Freud ha utilizzato in contrapposizione alla nevrosi di transfert come indicatore di problematica analizzabilità), carattere fallico-narcisisista (introdotto dalla tipologia caratterologica di Wilhelm Reich (1933), e ripreso da Alexander Lowen (1958), a identificare personalità sicure di sé, arroganti, energiche, imponenti). Carl Gustav Jung si è occupato raramente di narcisismo, criticandone l’inopportuna ascrizione a sane attività psicologiche (come la meditazione e la contemplazione) e quando ha utilizzato il termine lo ha fatto secondo un duplice sig-


Jacques Lacan, elaborando in maniera critica la teoria pulsionale, muove dal concetto freudiano di psicoanalisi come cura attraverso la parola per giungere alla considerazione che l’inconscio è strutturato come un linguaggio e che, pertanto, occorre utilizzare nell’analisi gli strumenti che lo Strutturalismo e la Lin- guistica hanno messo a disposizione. In tal maniera fonda una teoria dell’apparato psichico e dello sviluppo identitario che àncora la dimensione narcisistica allo Stadio dello Specchio (tra i sei e i diciotto mesi), esperienza relazionale primaria che, attraverso la transizione dal biologico allo psicologico (Immaginario), conduce alla formazione dell’Io e dà fondamento alle future relazioni con l’altro. Con i primi anni 70 del secolo scorso, sulla scorta di importanti cambiamenti di ordine storico, sociale e culturale (alcuni davvero radicali) anche il pensiero psicoanalitico è attraversato da un profondo cambiamento che motiva a un rinnovato interesse per il narcisismo, complice tra l’altro la diffusione del termine in contesti sociologici e politici. Rimanendo nell’ambito della Psicologia contemporanea, da molti il Narcisismo è considerato permanente lungo il corso della vita e suscettibile di espressività in maniera sana o patologica a seconda della circostanze, in pieno contrasto con la consolidata visione che limita la normalità al superamento del narcisismo primario e considerava patologica ogni sua persistenza in termini di narcisismo secondario. Una revisione, questa, che apre la possibilità del trattamento psicoanalitico anche in quelle patologie che la psicoanalisi più ortodossa considera un ostacolo insuperabile alla strutturazione stessa della relazione terapeutica. Già allievo di Lacan, Andrè Green (1983), consumando lo strappo con il maestro e avvicinandosi alle posizioni di Winnicot e di Bion, si rifà al superamento, operato dallo stesso Freud, della contrapposizione tra libido dell’Io e libido oggettuale in favore del conflitto tra Eros e Thanatos, collocando il narcisismo all’interno della seconda topica e distinguendo le pulsioni di vita e le pulsioni di morte. Le prime sono rappresentate dalle tendenze del soggetto che operano per la riunione identitaria, includendo anche il narcisismo (positivo o di vita); mentre le seconde determinano scissione e la divisione, e includono quel narcisismo (negativo o di morte) che fonda il ritiro dall’oggetto fino a traguardare il non-desiderio dell’altro, l’inesistenza, il non-essere. I contributi più rilevanti, anche ai fini dello sviluppo del pensiero e della prassi della psicoanalisi vengono da due viennesi naturalizzati in USA: Heinz Kohut e Otto Kerneberg. Kernberg (1975) contrappone il narcisismo normale (essenziale per il consolidamento dell’identità e dell’autostima) e il narcisismo infantile (basato sulle istanze di soddisfazione e gratificazione di bisogni primari) al narcisismo patologico, considerato un arcaico meccanismo di difesa dall’angoscia, costruttore di quel Sé

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nificato. Quando ha denominato il narcisismo patologico (Jung, 1955-56) ha voluto indicare una forma della libido che investe l’Io disinvestendo il mondo degli oggetti; altrove e secondo un’altra accezione(Jung, 1922) ha assimilato il narcisismo all’introversione, ovvero a uno dei fondamentali atteggiamenti della libido attraverso i quali viene costruito il mondo degli oggetti interni. Sempre nell’ambito della Psicologia Analitica, e in tempi più recenti, Nathan Schwartz-Salant (1982) ha messo in relazione il narcisismo con il Processo di Individuazione, percorso di differenziazione dal sentire e dal pensare collettivi, che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale

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grandioso che può dar corpo all’atteggiamento svalorizzante nei confronti dell’Altro o, al contrario, amplificarne l’idealizzazione attraverso la proiezione della grandiosità. In definitiva, il narcisismo patologico si configura come un aspetto dell’organizzazione borderline di personalità, caratterizzata da un deficit nell’integrazione delle rappresentazioni positive e negative di Sé e degli altri. Per Kohut (1971), quasi simmetricamente, il narcisismo patologico nasce da un difetto di gratificazioni che potrà ottenere riparazione nella relazione di cura. Kohut, che pone al centro del suo modello un apparato psichico primitivo, il Sé, la cui coesione è essenziale allo sviluppo successivo dell’Io, e considera che questa mancata integrazione sia legata alle mutate condizioni sociali in cui si sviluppa la psiche infantile rispetto al contesto in cui fu elaborata la teoria pulsionale: la rarefatta presenza dei genitori priva il bambino di un oggetto immediato per il suo bisogno di idealizzazione e provoca, invece del tradizionale complesso edipico, una malattia del Sé, un disturbo narcisistico della personalità.

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Il narcisismo esite ancora?

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La domanda non è peregrina né retorica (Bellotti, 2002, pp. 59-63) se è vero che il Disturbo Narcisistico di Personalità stava per essere cancellato dalla V edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth edition(DSM) –2013/14), il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, se non fosse stato per la posizione assunta da clinici ed esperti. I criteri diagnostici non sono dissimili da quelli delle precedenti edizioni del manuale e si compongono in un pattern pervasivo di grandiosità, che costituisce l’elemento-chiave del profilo del narcisista patologico: 1. Ha un senso grandioso di importanza (per es., esagera risultati e talenti, si aspetta di essere considerato/a superiore senza un’adeguata motivazione). 2. È assorbito/a da fantasie di successo, potere, fascino, bellezza illimitati, o di amore ideale. 3. Crede di essere “speciale”‘e unico/a e di poter essere capito/a solo da, o di dover frequentare, altre persone (o istituzioni) speciali o di classe sociale elevata. 4. Richiede eccessiva ammirazione. 5. Ha un senso di diritto (cioè l’irragionevole aspettativa di speciali trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative). 6. Sfrutta i rapporti interpersonali (cioè approfitta delle altre persone per i propri scopi). 7. Manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri. 8. È spesso invidioso/a degli altri, crede che gli altri lo/a invidino. 9. Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntosi. Le vicissitudini del concetto di Narcisismo in riferimento alla revisione del DSM, hanno riacceso l’attenzione sul concetto e consentito di riprendere ulteriori esplorazioni, per lo più incentrate sulla identificazione delle varianti delle manifestazioni narcisistiche.


Verso un narcisismo post-moderno

Il narcisismo esiste ancora, quindi, nello sviluppo dell’individuo, nella psicopatologia e nella dimensione collettiva del tessuto sociale. Non è più il narcisismo del periodo compreso tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, cosi bene descritto da Christopher Lasch(1979), determinato dal transito da una società normativa e repressiva (che aveva fondato il conflitto tra ciò che era consentito e ciò che era proibito) a una società permissiva (che muoveva dall’esigenza legittima di dare dignità e voce ad ogni soggetto). La successiva di-

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James Masterson (1981), ad esempio, ha distinto la forma gonfiata/esibizionista (inflated/exhibitionistic) da quella svuotata/ritirata (closet), secondo la quale il narcisista esibizionista avrebbe una rappresentazione grandiosa di sé e svaluterebbe chi non manifesta ammirazione nei suoi confronti, mentre quello ritirato avrebbe una rappresentazione di sé sottostimata e vivrebbe sentimenti cronici di umiliazione e rifiuto. Glenn Gabbard (1990) ha differenziato una tipologia di narcisista inconsapevole (oblivious) e di narcisisita ipervigile (hypervigilant), ovvero un tipo non consapevole delle conseguenze del proprio comportamento sugli altri poiché non se ne cura e un tipo particolarmente sensibile alle reazioni altrui con paura di essere rifiutato. Theodor Millon (2000) ha descritto un narcisista elitario e un narcisista compensatorio, il primo convinto di essere superiore e speciale pur non raggiungendo risultati tangibili, il secondo consapevole di un profondo senso di vuoto che cerca di compensare attraverso l’illusione di un senso di superiorità, che cede il passo a sensazioni di colpa e vergogna. Per Elsa Ronningstam (2005) il narcisista arrogante e il narcisista timido affrontano in maniera diversa il difetto di autostima, il primo costruendo un senso esagerato di superiorità con scarsa empatia e molta invidia, mentre il secondo esperendo la vergogna per le proprie ambizioni ed evitando le relazioni sociali a causa di un eccesso di sensibilità al rifiuto. Il contributo più interessante alla tipologia narcisistica è, probabilmente quella Paul Wink (1991, pp. 590-7) che ha identificato come varianti il narcisismo overt e narcisismo covert. Il narcisismo overt si caratterizza per un alto livello di autostima e una bassa tolleranza alle critiche, uno schema di attaccamento sicuro o svalutante, un livello ridotto di ansia nelle relazioni, un significativo distacco emozionale, la svalorizzazione delle relazioni affettive che vengono evitate poichéconsiderate di pregiudizio alla propria grandiosità. Il narcisismo covert si distingue per l’ipersensibilità alle critiche, per la ruminazione del pensiero, per la bassa autostima, per lo stile di attaccamento caratterizzato da ansia ed evitamento delle relazioni che, in età adulta, può esitare nell’attaccamento ansioso, nella paura del rifiuto e dell’abbandono, nel disagio quando le relazioni si fanno emotivamente troppo intime. Spesso il narcisismo covert è associato ad abuso fisico e sessuale durante l’infanzia o a uno stile relazionale ed educativo dei genitori ipercontrollante e invasivo. In questa forma i sentimenti di grandezza sono presenti, ma mascherati da ritrosia, modestia e sintomi depressivi, che possono essere interpretati dall’esterno come empatia ed rispetto dell’altro, anche se rappresentano difficoltà a mantenere relazioni stabili e silenzioso atteggiamento ipercritico.

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sillusione per lo spegnimento progressivo delle speranze di un rinnovamento stabile e duraturo accese dalla rivoluzione sessantottesca avrebbe poi favorito la deriva del soggetto in fuga dal sociale, dilatando, quindi, e diffondendo in tutti gli strati della società quell’individualismo esasperato che per lungo tempo era stato appannaggio esclusivo di èlite capitaliste. Il ventennio successivo (anni ’70-’90 del secolo XX) si è caratterizzato per la svolta al livello del pensare, del sentire e dell’agire impressa dall’imponente sviluppo tecnologico. Complice la presenza, per quanto già discontinua, di genitori socialmente assai più affermati di quelli della generazione precedente, i figli hanno subito una fortissima pressione alla riuscita sociale e il conflitto si è spostato sul piano performativo tra ciò che si è o non si è in grado di fare in risposta alle attese degli altri e di se stessi. Nell’età della tecnica (Galimberti, 1999), dove si consuma la pretesa illusoria del controllo sulle emozioni umane (e in particolare del dolore, sia quello fisico che quello psichico), il narcisismo individuale e collettivo si presenta con il volto borderline dell’ambivalenza, della mancanza di empatia, dell’insoddisfazione, dell’incapacità di diffrenziarsi dai legami primari e della corrispondente incapacità di legarsi in maniera stabile.. E oggi? Nel trapasso al nuovo secolo, tempo di globalizzazione e di sradicamento, tempo di liquidità (Bauman, 2000) e di passioni tristi (Benasayag, Schmidt, 2003), l’uomo risolve la domanda di identità accettando lo statuto di consumatore conformista e omologato. Nel tempo della comunicazione globale e pervasiva, sembra ritrovarsi l’atmosfera del romanzo di Josè Saramago, “Ensaio sobre a cegueira”, dove lo Scrittore racconta l’insorgenza, la diffusione e la remissione di un’epidemia di cecità, che nella drammatizzazione surreale diventa metafora della dilagante indifferenza e della irriducibile estraneità nelle relazioni. E la cecità è in rapporto al narcisismo. Se visitiamo nuovamente il mito originario, ritroviamo la ninfa Liriope che, volendo conoscere il destino del figlio Narciso, si reca da Tiresia. Quella di Tiresia è una strana storia. Un giorno vide due serpenti che copulavano, e, infastidito uccise la femmina, venendo all’istante tramutato da uomo a donna. Dopo sette anni venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti, ma stavolta volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò uomo. Quando Zeus ed Era si trovarono divisi dalla controversia se in amore provasse più piacere l’uomo o la donna, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo sia donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l’uomo ne prova solo una e la donna nove. La dea Era volle punire Tiresia perché aveva svelato un tale segreto, facendolo diventare cieco, ma Zeus, per risarcirlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni. Forse il narcisista contemporaneo non è più chi sa guardare solo a se stesso ma chi non vede… nulla…


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Riferimenti bibliografici

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