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Maurizio Ferrarotti GUERRA NELLA MIA TESTA

Mexia

2 GUERRA NELLA MIA TESTA “Due minuti al bersaglio” è l’annuncio che rompe un breve periodo di silenzio; di seguito si ode un rumore singolare, come una scoreggia filtrata elettronicamente. E Wesley Julen LaSalle si lascia sfuggire una risata. Resta fisso che il dottor Mordecai Krebs, primario di Nanochirurgia Cerebrale dell’Istituto Neurologico Bedford di Detroit City e splendido esemplare di pallone gonfiato, lo interpreterà come un palese sintomo di scarsa professionalità: cazziatone post-intervento assicurato, insomma. “Pazienza, uomo” s’impone mentalmente Wesley. “Manco fosse la prima volta. Tu e il mago ebreo del bisturi laser proprio non vi prendete, eh? Ora lascia stare ’ste cazzate e concentrati, che ci sarà molto da fare, laggiù.” Ovvero dentro il cranio di Robert McFarland, 49 anni, bianco anglosassone e protestante, avvocato penalista di gran fama. Nonostante l’illustre paziente sia già da diversi minuti tra le braccia – e magari le gambe – della sua prosperosa e disinibita segretaria polacca in versione onirico-anestesiologica, l’attività elettrica del suo cervello è ancora talmente rilevante che, in assenza di elaborazione dell’input primario da parte dell’ARCNS, i balenii stroboscopici filanti incessantemente lungo gli assoni dei neuroni cerebrali renderebbero quasi impossibile ogni tipo d’intervento. Operare in realtà aumentata causa un enorme dispendio d’energie fisiche e psichiche. Anticonformista fino alle estreme conseguenze ma assolutamente coscienzioso per quanto concerne la sua professione, il nostro Wesley s’inonda periodicamente gli occhi di collirio nonché manda giù tanta aspirina da scongiurare il mal di capoccia e probabilmente qualsivoglia patologia vascolare vita natural durante. Ciò nonostante, il nervo dell’ischio gli si è nuovamente infiammato e, diavolo, ogni visita ortopedica è un’ulteriore mazzata sul suo già non florido conto in banca! Hai voglia a concentrarti… “Che disastro d’essere umano sei, negretto. A ogni buon conto, pensandoci bene, potresti provare a rivolgerti a Eleanor Burundarena – la conturbante capitana del reparto di Fisioterapia Avanzata dell’Istituto – e proporle una serie di sedute a domicilio per una cifra ragionevole. E già che ci sei ti toglieresti finalmente lo sfizio di chiederle se per casualità non sia parente di quella fumettista argentina di cui sei solito leggere le strisce comiche sul supplemento domenicale del Detroit Post. ‘Perché, sai, chica, pare proprio che un mio avo acadiano provenisse da San Sebastián, quindi non smascellarti ma forse sono un po’ basco anch’io alla periferia della mia doppia elica… Che ne diresti di massaggiarmi anche sul davanti?” La bruna Eleanor rimane ipnotizzata dalle dimensioni leggendarie del suo shlong… “Come va, gianduiotto?” È Jay Christensen, l’anima lunga danese. “A burro e alici” replica Wesley. “Oddio, Chris, preferirei notevolmente starmene a sgranocchiare gamberetti alla piastra nel più rinomato ristorante di New Iberia, piuttosto che triturarmi gli zaffiri in questa specie di noce di cocco. Ma che ci vuoi fare. Chi non lavora non fa l’amore, cantava qualcuno. Forse Woody Guthrie.”

3 “Sono tutte stronzate. C’è chi non ha mai rotto un piatto in vita sua e bagna il biscotto come e quanto noialtri poveri diavoli possiamo soltanto sognare.” “Parla per te, scampolo di salmone putrescente! Io fotto come un mandrillo.” “Vaya par de idiotas” sibila sprezzante Jenny Martinez, l’assistente ispanica del dottor Krebs. “Come come?” “LaSalle e Christensen, vorrei rammentarvi ancora che qui non siamo sul set del remake di Dottori in allegria!” tuona il dottor Krebs nel suo microfono. “È forse illecito pretendere un minimo di coscienziosità?” La reprimenda è arrivata in largo anticipo, ma d’altronde Wesley se l’è recisamente attirata. “Boccaccia mia…” pensa, divertito. Una primizia per gli amanti del proibito: nella seconda release dell’ARCNS le menti dell’équipe saranno collegate fra loro. Qualcheduno evidentemente impallinato con la fantascienza ha già battezzato questa sensazionale tecnologia prossima ventura ‘fusione da intervento’. Per conto di Wesley, ciò non tarderà a imporsi pure come il più spietato strumento di selezione del personale mai posseduto dalla casta dei tagliatori di teste. “Ciò nonostante, mancano ancora tre anni e rotti all’avvento di ARCNS 3.0. Sicché, caro dottore, kiss mir in tuchis dal profondo della mia mente. Sperando che tu non sia telepatico…” “Prossimi al bersaglio; dieci secondi alla commutazione sulla guida manuale” ci avvertono dalla stanza dei bottoni. “Wes e Chris, state pronti con l’immunopalm!” Nous sommes arrivés, pensa Wesley azionando nuovamente gli spruzzatori rotanti di emulsione leucorepulsiva (immunopalm, in slang chirurgico) tramite la manina artificiale del simulacro; quell’intruglio biotecnologico di streghe serve a mantenere i linfociti T a distanza di sicurezza, poiché se è ben certo che gli anticorpi non possono recar loro alcun danno fisico – l’équipe non è là in carne e ossa – è altrettanto indubitabile nonché tristemente provato che la visione di una mandria di grossi mostruosi gnocchi gelatinosi sbavanti enzimi sul parabrezza del nanosubmarine potrebbe causare uno shock finanche letale al suo pilota virtuale. Non per capriccio tecnocratico ogni singolo membro della banda deve sottoporsi periodicamente a un check-up completo seguito da una serie sfibrante di simulazioni. Il ‘bersaglio’, in tutti i suoi rielaborati dettagli, compare quasi al centro del campo visivo del nostro simpatico Wesley: trattasi di un glioblastoma a sviluppo profondo. Fa l’effetto di una gigantesca trifola sprofondata nel ventricolo laterale destro dello stimato integerrimo avvocato. Questa fase dell’operazione gli risulta perfino divertente, non fosse altro perché da adesso fino al termine dell’intervento può manovrare il nanosubmarine da sé. In verità è alquanto improprio definirlo un sottomarino, siccome non tutto il corpo umano è ‘navigabile’. In taluni interventi esso funziona ed è impiegato piuttosto come un entomottero – l’eccentrico compromesso fra un insetto meccanico e un elicottero inventato da Robert Michaelson, uno

4 scienziato della NASA, per l’esplorazione avanzata di Marte. Pure, tutti ormai in ambito chirurgico lo chiamano così. “Immunopalm” richiede nuovamente il dottor Krebs. LaSalle e Christensen eseguono con prontezza, spargendo copiose quantità dell’incolore emulsione repulsiva sul micidiale ‘tartufo’; poi, seguendo un protocollo provato fino alla nausea durante le esercitazioni, si dispongono di vedetta, un poco discosti per non intralciare la semina – così è chiamato lo spargimento di cristalli chemioterapici sulla massa tumorale – di Krebs e Doña Martinez. “Ma guardali” pensa Wesley, osservando i due colleghi all’opera. “Il gorilla Irv e il colibrì Mamiti sul loro campo di cellule marce.” Questi nomignoli sono farina del sacco di Christensen, un autentico talento naturale nel pettinare chiunque. Gorilla e colibrì. La copula più improbabile del mondo. Bueno, sogghigna Wesley; se corrisponde a verità che quei due se la intendono, allora chissà quanta cautela dovrà usare l’irsuto chirurgo yiddish per non rischiare di squarciare quel corpicino flessuoso! Sono un ghepardo che cammina per strada col cuore pieno di immunopalm… La chirurgia delle patologie cerebrali fece un decisivo balzo in avanti nel momento in cui, verso la fine del ventesimo secolo, fu inventata la neuronavigazione – una tecnica d’intervento ancora largamente utilizzata. Un impianto di neuronavigazione consiste in un cervello elettronico, un display a cristalli liquidi, una coppia di telecamere a raggi infrarossi e piccole sfere rifrangenti che permettono di effettuare in sala operatoria una sovrapposizione in tempo reale di immagini radiologiche digitalizzate – ottenute ad esempio tramite il gantry di una TAC – alle strutture anatomiche reali. In tal modo, il neuronavigatore permette al chirurgo di praticare incisioni e aperture nel cranio molto precise e di dimensioni ridotte, con una precisione del 95%-97%. Così è possibile rimuovere esclusivamente il tessuto malato riducendo il rischio di provocare danni, perché molto spesso il tessuto tumorale non è differenziabile da quello sano. Il neuronavigatore offre la possibilità di mettere in comunicazione il computer con il microscopio operatorio per proiettare l’immagine virtuale del tumore. Le due immagini, quella virtuale e quella reale, si fondono nel campo visivo del Chirurg, che riesce con facilità a visualizzarne i margini. Mentre la neuronavigazione veniva sperimentata con successo nei principali istituti oncologici del globo, alla Brainwave Corporation di Palo Alto, in California, un trust di cervelli coordinato dal dottor Joshua Silverman – ma i grandi scienziati sono tutti ebrei? – stava già concependo la rivoluzione successiva; vale a dire, il raggiungimento dei tumori cosiddetti inoperabili mediante una tecnica assolutamente non invasiva (in pratica, senza necessità di incidere il cranio del paziente) che prevedesse l’impiego congiunto di neuronavigatori e nanomacchine. In mezzo scorre il fiume di positroni… Al principio del terzo millennio, diverse nanostrutture artificiali esistevano già a livello di prototipo. Per esempio, i Bell Labs di Oxford si erano ispirati all’acido desossiribonucleico per costruire un robot

5 microscopico fabbricante di nanotransistor, creando stringhe di Dna sintetico però fatto a forma di scala a pioli tagliata per il lungo, anziché a doppia elica; al Centro Ricerche Fiat di Torino era stato realizzato un microcombustore di volume inferiore al centimetro cubo, in grado di sviluppare più di 20 watt di potenza; il britannico Paul Swain e l’israeliano Gavriel Idan avevano ideato una pillola-telecamera con cui fare le endoscopie per poi mandare il filmato ai centri diagnostici; e la ditta tedesca Microtec aveva addirittura inventato un microsommergibile a scopo chirurgico. Silverman e i suoi seguaci presero buona nota di tutti questi progressi e in poco più di dieci anni, grazie anche al contributo totalmente interessato del Ministero della Difesa Americano, realizzarono e misero a punto l’ARCNS: Augmented Reality Cerebral NanoSurgery. Wow. Orbene, a tutti coloro che fossero interessati ad approfondire la conoscenza dell’ARCNS, consigliamo caldamente di consultare il sito web della Brainwave Corporation; per mezzo di un file multimediale lo stesso Joshua Silverman, fresco fresco di biorivitalizzazione, vi spiegherà la genesi di questa straordinaria innovazione nel campo della chirurgia cerebrale. “All’alba del nuovo millennio io e il mio fedele assistente, il dottor Mortimer Taurog, ci ponemmo il seguente fatidico quesito: poiché il problema capitale nel trattamento della maggior parte delle neoplasie dell’encefalo è la loro irraggiungibilità chirurgica, perché non avvalersi della nanotecnologia per fabbricare strumenti telecomandati in grado di arrivare là dove non può il bisturi? Per allora si stava già sperimentando una nanomacchina chemioterapica composta di un supporto di silicio nanoporoso contenente il farmaco da rilasciare, e un uncino biologico fissato sul silicio stesso svolgente funzione di localizzazione e diagnosi della cellula cancerosa. Tale proteina riconosce i marcatori situati sulle cellule epiteliali dei vasi sanguigni prodotti dall’angiogenesi. Al tempo presente, quest’invenzione rappresenta un’eccellente alternativa alle consuete modalità di somministrazione dei farmaci antineoplastici, poiché riduce quasi a zero gli effetti collaterali provocati dagli stessi – la sua azione interessa solamente le cellule tumorali. Sempre nel medesimo periodo, alcune imprese europee e americane specializzate nel campo delle nanotecnologie avevano realizzato quasi in contemporanea dei prototipi ancor più ingegnosi di nanomacchine, tra i quali spiccava una sorta di ‘sommergibile’ atto a navigare nel corpo umano per mezzo di un comando a distanza supportato da un sistema computerizzato di scansione tridimensionale in tempo reale. Cosicché il buon Taurog mi propose: Josh, perché non riuniamo queste due ideazioni in una sola, oltre a ciò dotando il dispositivo di un microsimulacro cibernetico connesso mediante un complesso di sensori e trasduttori allo stesso neurochirurgo, in modo che egli possa operare come se fosse effettivamente sul posto? Non ho alcuna reticenza a dirvi che mi parve immantinente un’idea formidabile. Certamente, le problematiche da affrontare per la sua attuazione si presentavano assai complesse. In primo luogo, la funzionalità del collegamento operatore-simulacro; in secondo luogo, l’imprescindibile

6 necessità di offrire al chirurgo una visione chiara ed estremamente dettagliata del campo operatorio; in terzo luogo, la reazione del sistema immunitario del paziente alle nanomacchine. E via discorrendo. Ogni singola questione, va da sé, ne sottintendeva numerose altre. Tuttavia, con infinita pazienza e quell’entusiasmo quasi adolescenziale che caratterizza ogni attività della Brainwave Corporation, le risolvemmo una a una. Sicché oggi, 4 luglio 2010, Giorno dell’Indipendenza della Nazione Americana, mi pregio di annunciare al mondo intero che la Nanochirurgia Cerebrale in Realtà Aumentata è una splendida realtà.” Tutti in piedi a battere le mani! Clarence DeWalt è un pezzo di figliolo nero come l’ebano con le ossa stirate come longarine, amante dei completi Armani color pastello e degli orologi Patek Philippe, completamente flippato per la passera. Lui e Wesley sono cresciuti insieme fino all’adolescenza nel degradato centro di Detroit a due paia d’isolati dal Renaissance Center, l’agglomerato di grattacieli circolari che sono un po’ il simbolo della volubilità di questa metropoli del Midwest negli ultimi cinquant’anni. Chi conosce bene gli Stati Uniti sa che quando l’industria automobilistica tira, a Detroit si balla per le strade: viceversa, quando la congiuntura è sfavorevole come in questo sfigatissimo 2015, si fa la coda per il pane. I genitori di Wesley, una coppia colta e moderatamente agiata rispetto alla media disastrata del vicinato, giustamente preoccupati affinché il loro unico figlio non divenisse un’altra lurida fedina penale negli archivi informatici del Detroit Police Department, lo hanno impacchettato e spedito dritto filato ad Ann Arbor dagli zii paterni non appena ha avuto l’età per frequentare il college. Viceversa Clarence, dopo l’espulsione dalla scuola superiore per possesso di anfetamina e varie altre peripezie, ha infine intrapreso la carriera di, ehm, attore porno sotto l’eloquente pseudonimo di Dirk Tower. Ciò nonostante, lui e Wesley non si sono persi di vista; anzi, molto spesso si danno appuntamento da Gilligan’s, uno dei più decantati ritrovi per single della città, per bere qualcosa insieme. Come stasera. “Sai, Wesley, cocco bello” dice Clarence grattandosi il mento pizzuto “l’altra sera mi sono scaricato dalla rete un film davvero strafico. Roba del 1967 o giù di lì, mica da ridere! Oh, veramente un portento, amico.” “Cos’è, una featurette sconcia dei fratelli Mitchell?” maligna Wesley. “Vaffanculo a te, uomo. Non m’incasellare. Lo sai benissimo che adoro tutto il cinema, senza distinzioni. Sono un cinéphile, io.” “Je le sais, Clarence. E so anche che da piccolo sognavi di diventare come Sidney Poitier. Me l’avrai già detto centomila volte. In ogni modo, come s’intitola questo capolavoro?” Clarence manda giù un bel sorso del suo daiquiri frozen, poi spara: “Viaggio allucinante.” Wesley punta i gomiti sul bancone, sorride di sbieco. “Viaggio allucinante. Non sarà mica un filmetto sperimentale sugli effetti dell’acido lisergico?” “Guarda, mi sta venendo una sincope dalle risate. Dio, come sto male, uomo! Per caso hai una pera di epinefrina a portata di mano?” Quando è in vena Clarence sembra il miglior Eddie Murphy. Ma tutt’a un tratto si fa

7 serio. “Nessuna sperimentazione né LSD dei miei stivali di pitone, amico mio. Soltanto, la paracula premonizione del tuo lavoro.” “Spiegati meglio, DeWalt. Mi sa che a forza di vivere nella società civile ho perso dimestichezza con lo swahili.” “Pazienza, bel fusto, pazienza.” Clarence finisce d’un fiato il suo drink, si netta la bocca col dorso della mano, fa un cenno al barman per un altro beverone. E riprende: “Pronti, attenti, via! Dunque… Con lo scopo di salvare la vita di un celebre scienziato vittima di un attentato, una squadra di medici si fa miniaturizzare dentro una specie di sommergibile ed entra nel suo corpo. Per arrivare al cervello e disintegrare l’ematoma che minaccia la vita dell’uomo hanno solo un’ora di tempo, terminata la quale l’effetto del raggio riducente finirà con conseguenze facilmente immaginabili.” “Interessante” commenta Wesley, inarcando un sopracciglio. Un sorriso sfolgorante illumina il volto bruno scuro di Clarence; in sovrimpressione, la parcella esorbitante del suo dentista di fiducia. “Certo che lo è, uomo. Nessuno resiste al cuore nero cantastorie. Ma torniamo a bomba. Mentre i nostri prodi si fanno tutto il corpo umano con il fiato degli anticorpi sul collo, noi avidi spettatori veniamo a scoprire che fra loro c’è una mela marcia comunista. Costui vuole mandare a puttane tutta l’operazione, poiché il paziente non solo è l’inventore della straordinaria tecnologia di miniaturizzazione, ma ha appena scoperto il modo di prolungarne l’effetto nel tempo.” “Per questa ragione volevano eliminarlo già dal principio” arguisce Wesley. “Normale, amico. Dopotutto, immagina soltanto le implicazioni belliche di tale invenzione qualora fosse realmente realizzata.” “Giustissimo. Per esempio, potresti mandare in Medio Oriente un esercito di centomila uomini chiuso dentro una scatola da scarpe. Comunque, nonostante i continui sabotaggi del pelato, i medici – tra i quali, dimenticavo, c’è quella bonazza vintage di Raquel Tejada Welch – giungono lo stesso al grumo di sangue e lo dissolvono col laser, ma a quel punto gli anticorpi s’incazzano sul serio e uno di essi fagocita il sottomarino con il cattivo dentro e marameo al KGB.” L’inserviente sporge a Clarence il nuovo daiquiri. “E i buoni che fine fanno?” chiede Wesley, impaziente. “Riescono a uscire dal corpo dello scienziato attraverso il sacco lacrimale di un occhio, giusto in tempo per ritornare alle loro dimensioni normali.” Wesley medita per qualche istante, poi ammette: “Be’, amico, avevi proprio ragione; è pressoché la premonizione del mio lavoro.” “Pressoché? Ma per intero, negro! A ogni buon conto, il periodo in cui girarono quel film fu davvero forte, specialmente per noi discendenti dello zio Tom. Tanti avvenimenti importanti e fratelli con le palle sotto, Wes. La rivolta di Watts, la Motown Records, Martin Luther King, Malcom X, le Pantere Nere, Stokeley Carmichael…” “Stokeley Carmichael?” replica Wesley in tono schernitore. “Non fu colui che un giorno affermò che l’unica posizione per le donne nello SNNC era quella prona? All’anima del progressista!”

8 “Come sarebbe?” gnaula Clarence. “Cos’è questa ironia da quattro spiccioli su uno dei nostri eroi culturali? Mi sa che ultimamente ti sei un po’ sbiancato, uomo.” Wesley alza gli occhi al cielo. “Mio Dio, Clarence. Non dirmi che i Germogli del Riscatto hanno plagiato anche te.” “Ehi ehi ehi, negro, sia ben chiaro che quei fanatici integralisti non piacciono neanche a me! Secondo loro, ogni singola donna di questa fottuta nazione dovrebbe andare in giro col burqa.” “Per non parlare di quelli che esercitano la tua… professione, amico.” Clarence leva le mani in segno di resa. “Va bene, Wes, hai vinto. Sono un anacronismo senza causa, e inoltre Dio benedica l’America perché mi permette di sbarcare il lunario menando il codrione a destra e a manca! Contento? Nondimeno, io non mi dimentico facilmente chi sono e da dove vengo. E ora scusami, ma devo andare un attimo al cesso.” “Fai pure” sbuffa Wesley. Il pornodivo fa ritorno dopo dieci minuti abbondanti. “Te n’è rimasta un pochino sulla bazza” gli fa subito notare Wesley. “Oh, davvero? Porca troia.” Guardingo, Clarence si sfrega più volte in quel punto. Poi chiede conferma: “Tutto a posto adesso?” “Sì, Clarence. Se così si può dire.” L’attore a luci rosse tira su col naso, si gratta la nuca. “Negro, credimi sulla parola se ti dico che questa per me non è una pessima abitudine ma un piacere che mi concedo ogni tanto, come un buon bicchiere di rum cubano casereccio. Per giunta, putacaso fossi un cocainomane sparato, non otterrei alcuna parte nell’industria del porno d’autore! Capirai, con tutta ’sta immunodeficienza in giro, i produttori e i registi sono diventati totalmente nazisti circa il consumo di droghe da parte degli attori.” “Che cosa vuoi che ti dica, Clarence. Dopo tutto ciò che ho passato con Octavia, non puoi certo pretendere di contare sulla mia indulgenza.” “Difatti io non pretendo nulla, uomo. So bene che hai visto i sorci verdi e forse anche quelli a pois con quella fottuta storia. Ciò nondimeno, per quel che valgono le mie sporche parole, voglio che tu sappia che questa merda la compro soltanto dai fidati fratelli del nostro quartiere: per una questione di principio, è chiaro.” Wesley vorrebbe controbattere qualcosa di mordace al riguardo, ma proprio allora due giovani e biondissime conigliette attraccano al molo. Indossano entrambe ciò che si potrebbe catalogare come un ‘non abito’ da sera, tutto spacchi e scollature vertiginose, e scarpe con lo Space Needle di Seattle al posto del tacco. Paris Hilton ha guastato un’intera generazione di ragazze americane ed europee. “Vera, Natascha!” esclama Clarence, su di giri per la cocaina. “Che bello vedervi qui! Anche voi a zonzo per la città dei sette peccati, eh? Wesley, queste stupende creature sono due mie, uhm, colleghe ucraine. Figliole, questo dudo è il mio migliore amico: sapete, è uno sterminatore d’anticorpi.” “Io non capito molto bene quello che tu fai,” dichiara con candore la più alta e longilinea delle due “ma non importa. Io sono Vera; piacere molto di conoscerti, Wesley.” Allungandogli una mano dalle unghie laccate di bianco. Lui la stringe con delicatezza: in fin dei conti è un gentiluomo. “Mia amica Natascha non parla ancora bene vostra lingua, ma

9 conosce benissimo body language.” Sentendo quelle ultime parole, Natascha sorride a Wesley in modo invitante. Ricevendo in cambio una specie di smorfia emorroidale. Clarence pare un colibrì in overdose da caffeina. “Allora, he he he, cosa vi posso offrire da bere, dolcezze? So che a voi russe piace da pazzi la vodka, ma vi devo avvertire che qui fanno dei cocktail da urlo.” Vera si consulta rapidamente in ucraino con Natascha, poi annuncia: “Prendiamo un Seabreeze. Cioè, due.” DeWalt si volge verso il barista per ordinare, nello stesso gesto accostandosi a Clarence per bisbigliargli in un orecchio: “Queste due slandre ti succhiano fino all’ultima goccia, negro. Ho notato con piacere che hai fatto colpo sulla piccola Natascha, ma se vuoi ce la possiamo spassare come sognano i marinai. Anzi, magari prima le lasciamo giocherellare un po’ fra loro, giusto come antipasto. Che te ne pare?” “Niet, tovarisch” ribatte Wesley, più gelido di un inverno siberiano. “Io, per me, finita questa tinozza, me ne schizzo a casa a riposare le ossa.” “Porco demonio, amico, ma che ti prende?” Clarence è sgomento. Si rivolge alle ragazze: “Ehi, bellezze, avete udito? Questo qui se ne vuole andare già via: su, ditegli qualcosa anche voi!” “Resta con noi, dottore” lo implora Vera posandogli garbatamente le mani sottili sui fianchi, un gesto che fatalmente attizza faville di piacere nei lombi dello sterminatore. La minuta ma fornita Natascha si limita, per così dire, a fissarlo umettandosi spudoratamente le labbra con la lingua carnosa. Wesley pensa in rapida successione ai gerani immensi di Chernobyl, alle leggendarie sbronze dei cosacchi del Don, a punte d’ombrello imbevute di ricina e, inevitabilmente, a Octavia. Finalmente sputa fuori: “Mi dispiace moltissimo, ragazzi, ma dopodomani mi aspetta una giornata massacrante. Non posso permettermi di arrivare stropicciato in sala operatoria.” “Stropicciato?” fa Vera, ritraendosi e sgranando gli occhi pesantemente bistrati. “Che significa questa parola? Nuova per me.” “Significa che ci tengo al mio posto di lavoro.” 1999 di Prince per la gioia degli astanti… “Ah, sì.” La ragazza non pare granché convinta. “In ogni caso, piacere d’averti conosciuto, sterminatore.” “Piacere un corno di rinoceronte” s’intromette Clarence, lisciandosi nervosamente il cranio perfettamente rasato, crollandolo. “Tu non sai che nottata ti stai perdendo. A te bisogna proprio darti da mangiare a parte, negretto. Bah. Cazzi tuoi. Però concedimi almeno un ultimo brindisi, vuoi?” “C’est bien, Clarence.” “Mitico! Orsù, belle ranze, alziamo in alto i bicchieri. Brindo alla vita, il nostro personale viaggio allucinante.” “Certo, Clarence. Alla vita.” “Alla vita e… do dna!” Vera. “Za zdorovje!” esclama Natascha, scoccando nello stesso tempo un’altra occhiata di fuoco liquido a Wesley. Ma l’assassino d’anticorpi non se ne cura. La visione del volto incantevole della sua ex fidanzata gli ha nuovamente occupato il cervello.

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Wesley conobbe Octavia a una suntuosa festa di fine anno data dal suo ex compagno di stanza al college, Jack Singleton, un civettone incresciosamente ricco proprietario di una splendida magione a Dearborn Heights. Quel giorno l’aria era stranamente tiepida, ma d’altro canto colui che in futuro arriverà a capire appieno le oscure implicazioni della meteorologia del Middle West vincerà il premio Nobel; difatti, appena due giorni dopo, Detroit si risvegliò ammantata di bianco. Per l’occasione Wesley aveva riunito la sua band giovanile, specializzata in cover pop-rock e soul d’annata eseguite con passionale approssimazione. Al tempo egli era ancora un tirocinante, tuttavia era già entrato più d’una volta nell’encefalo di un paziente per fare da scorta a Jonathan Rhys-Glazer, il predecessore di Mongolfiera Krebs; viveva di uova strapazzate, ginseng e Budweiser in un piccolo monolocale sulla Grand River, possedeva la tivù a cristalli liquidi, una sterminata collezione di supporti fonografici e in generale la sua vita sessuale era piuttosto soddisfacente. Wesley cantava e suonava la chitarra con sufficiente intonazione e disinvoltura non badando troppo alle frequenti omissioni del bassista, lo smilzo e perennemente fumato Robert Malkmus, e neppure alla mancanza di forma fisica del batterista Nick Jugovic. Alla fin fine, non erano né sarebbero mai stati gli U2. A quasi mezz’ora dai fatidici dodici rintocchi il futuro soppressore d’anticorpi annunciò una pausa; seguì un applauso fin troppo benevolo. Appena sceso dal palco, egli artigliò una Beck’s e andò ad appostarsi accanto a una scultura composta di una fila di montature d’occhiali da vista incollate insieme (Singleton e la sua compagna, l’esotica Shandi di origini libanesi, nutrivano un’insana passione per il neo-dadaismo) per puntare qualche potenziale preda sessuale tra la folla ciarlante e agghindata a festa. Nondimeno, vi fu un sovvertimento delle parti… infatti, qualche attimo dopo una ragazza gli si mise vicino. “Ciao!” lo salutò, sfoderando un magnifico sorriso Durban’s. “Volevo complimentarmi con te. La tua interpretazione di quel brano di Curtis Mayfield è stata realmente ottima.” Wesley rivolse un’occhiata indagatrice alla sconosciuta, rimanendone ammaliato all’istante. Occhi verdi, liscia pelle color seppia, capelli corti ricci, gambe lunghe e affusolate, gran petto. Era vestita con sobria eleganza: minigonna grigia, pullover di cachemire e scarpe nere con tacco a spillo. “Credo che tu t’intenda assai poco di musica” replicò finalmente. “Però, che galantuomo!” “È ovvio che sto scherzando.” “Lo so. Magari hai ragione. In qualunque modo, io sono Octavia Beckman: piacere di conoscerti!” “Wesley LaSalle: piacere mio! Mi piace il tuo nome.” “Sei gentile. Sai, viene dalla passione dei miei genitori per Jimi Hendrix. E poiché pare che uno dei suoi effetti sonori preferiti fosse, appunto, l’Octavia… be’, eccomi qua.” “Conosco quell’aggeggio. Produce un suono che è un’ottava più alta della effettivamente suonata.” “Sul serio? Questo i miei non me lo hanno mai spiegato.”

11 Wesley proseguì imperterrito: “Si dà il caso che al principio io e questi strimpellatori da barbecue proponessimo diversi brani di Hendrix, cose tipo Angel o The Wind Cries Mary. Poi, una sera, suonando a una festa universitaria, conobbi un canuto beone che da ragazzo bazzicava le Pantere Bianche di John Sinclair, la guida spirituale degli MC5. Siccome alla fine delle danze era troppo sbronzo per guidare, io, da buon samaritano in erba, lo convinsi a lasciare la sua macchina nel parcheggio del campus e gli diedi uno strappo fin dove abitava. Colà il personaggio insistette in modo perfino aggressivo per ricambiarmi il favore, cosicché me ne uscii da quella specie di memorabilia hippy che era il suo appartamento con una veneranda pedaliera per chitarra. Il giorno dopo, saggiandola, scoprii che si trattava di un effetto Octavia.” “E ora hai qui davanti a te un’Octavia in carne e ossa. Buffa la vita, no?” I suoi occhi di giada scintillavano. “Be’, mio caro Wesley, vuoi che ti faccia una confidenza? Non ho ancora spilluzzicato nulla dal buffet.” “Allora bisogna darsi una mossa” suggerì Wesley. “Sennò quei damerini scrocconi si spazzoleranno anche i tovaglioli di carta e le posate di plastica. All’attacco!” Poco più tardi, con la bocca mezza piena di paté de fois gras, Octavia disse a Wesley: “Sicché maneggi costosissimi macchinari per la salute umana e nei ritagli di tempo prendi lezioni di chitarra e pianoforte; un uomo impegnato e multiforme, insomma.” “Ammazzare il tempo è un tedio” affermò lapidario Wesley. “Sono d’accordo con te. Io, per me, preferisco farmi quaranta vasche in piscina piuttosto che bighellonare per negozi.” “E si vede. Hai un’ossatura ragguardevole.” “Spero sia un complimento.” “Lo è, giuro sulla pancia del canguro!” Risero entrambi. Tu cuerpo rima con tu alma, y me seduce tu mirada... Octavia s’illuminò. “Ehi, ma sono gli Orishas! Davvero mitico questo gruppo. Mi piacciono tantissimo.” “Sì, sono molto bravi” ammise Wesley. “Certo che l’accento di Ruzzo è proprio untuoso…” “Untuoso? Come fai a definire così l’accento di una persona?” Lo stupore di Octavia era incantevole. “Lascia che ti spieghi ancora. Molti anni fa John Cale, un musicista gallese di gran talento, attraversò l’Oceano Atlantico in cerca di riconoscimento e affermazione personale; finì per ottenere ambo le cose in un gruppo newyorchese chiamato The Velvet Underground.” “Questo nome mi suona familiare. Non erano quelli che cantavano Roadrunner?” “Ehm, no. In qualunque modo, accadde che Sandy Pearlman, un produttore musicale molto competente e perspicace, ebbe a definire l’elegante di Cale untuoso, subito dopo aver ascoltato le uniche due canzoni dei Velvet cantate da lui, vale a dire The Gift e Lady Godiva’s Operation.” “E sia. Però mi sembra che Ruzzo sia cubano. Sicché non vedo il nesso, Wesley.” “Lascia stare. Soffro di logorrea musicofila incipiente.”

12 Lei ridacchiò. “Sia come sia, non sono mai stata in Galles. Ho sfilato a Parigi, Madrid, Milano e perfino Londra. Così ti ho fatto finalmente intendere come sbarco il lunario. Meglio tardi che mai, no?” “In effetti, ero incerto fra anatomopatologa e impiegata di concetto all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale” scherzò Wesley. “Dove andrai prossimamente?” “Oh, da nessuna parte” rispose la ragazza torcendo le labbra. “Devi sapere che a ventisei e passa anni e ho finalmente compreso che voglio essere qualcosa di più che una fascinosa e agiata ragazza afroamericana che dimena le gambe sulle passerelle di mezzo mondo. Insomma, mi sto prendendo un anno sabbatico per capire ciò che realmente voglio fare da grande.” “Potresti iscriverti a un corso di recitazione” le consigliò Wesley. “Dal punto di vista fisico i numeri non ti mancano. Se poi c’è anche il talento…” “…E la fortuna su cui ogni donna sta seduta senza saperlo…” “Ma che dici?” Stavano per davvero bene insieme. Chimica effervescente. Cuori in accelerazione di battito. Labbra asciutte. I miei occhi nei tuoi… Princesa hermosa de la Zona Rosa... Un repentino quanto inopportuno effetto di feedback interruppe l’incanto. “Gente, mancano pochissimi minuti a mezzanotte” annunciò poi Jack Singleton a tutti gli invitati per mezzo del microfono di Wesley. “Quindi smettetela di tubare e iniziate a riempire i vostri calici!” “Agli ordini” sorrise Octavia, prendendo Wesley sottobraccio. “Su, Cale, andiamo a rifornirci.” Wesley provava (e prova tuttora) un’autentica avversione per le bevande gasate. Pure, si lasciò condurre docilmente fino a una bottiglia gigante di spumante italiano. Parigi val bene una messa e qualche disturbo allo stomaco. La festa finì quando ormai albeggiava. Wesley e Octavia, brilli e ridanciani ed entrambi senz’automobile, presero la solenne decisione di attraversare a piedi il Rouge Park in luogo di chiamare un taxi. Per reciproca sorpresa, avevano scoperto di abitare a non più di mezzo miglio l’uno dall’altra. Se la spassarono un mondo fra barzellette orripilanti e imitazioni approssimative dei Muppets. A un tratto lui le prese la mano e lei ricambiò la stretta con tenerezza, ma non si baciarono, non ancora, anzi presero a dondolare le braccia insieme, come due bambini piccoli che si piacciono. Nel frattempo il colore del cielo divenne da grigio piombo a bianco antartico; ciò, dal punto di vista atmosferico, significava quasi certamente che una nevicata copiosa era in arrivo. “Per me splende il sole in un giorno annuvolato” canticchiava Wesley. “Cos’è che mi fa quest’effetto? La mia ragazza!” “Ma guarda quant’è allegro il nostro Kermit” disse Octavia, titillandogli scherzosamente il naso. “Ebbene sì” riconobbe lui, gracidando come il ranocchio pupazzo. “Sono taaanto alleeegro, yeah.”

13 “Gran bella cosa. Perché, sai, ridendo e scherzando siamo arrivati davanti a casa mia.” Octavia accennò con lo sguardo al palazzo che li sovrastava – un vecchio edificio coi doccioni a testa di leone. “Davvero? Oh, è stupendo. Allora dobbiamo celebrare.” “Certo. Baciami, stupido.” Fu un contatto lungo e pieno di passione. La bocca di Octavia sapeva di fegato d’oca, di menta, di donna giovane e sensuale. Fu lei la prima a staccarsi, ma le sue braccia continuarono a tenerlo ben stretto. “Non ti conviene salire, sai?” lo ammonì, con una vocina dolce dolce. “E perché mai?” replicò Wesley inarcando un sopracciglio. “Io sono una ladra di lingam.” “Ah, diamine. Gran notizia. Sei al servizio del Dottor Male?” “Può darsi, tesoro mio.” “Dunque giochiamo a carte scoperte, bambolona. Io sono il miglior agente segreto della GONAD: Wesley LaPolla.” Scoppiarono a ridere, poi si baciarono ancora. Dentro la testa di Wesley, ora con un ritmo caraibico, suonava nuovamente quella vecchia canzone: “Per me splende il sole in un giorno annuvolato. E quando fuori è freddo, per me è il mese di maggio. Cos’è che mi fa questo effetto? La mia ragazza!” La mia nuova ragazza. “Ne sei sicuro?” domanda Wesley. Jay Christensen, il danese ghiotto di salmone e di bionde platinate dalle tette gonfiate al silicone, muove il testone di granoturco su e giù. “Perdiana se lo sono. Il Detroit Post gli dedica almeno un articolo la settimana. Quei verbosi spocchiosi semianalfabeti dei media lo hanno soprannominato il ’John Gotti dei Grandi Laghi’, siccome proprio come quell’altro figlio di puttana newyorchese ama vestire sciccoso e frequentare le feste della gente che conta. Salvo intoppi dell’ultima ora, lo ricoverano qui fra venti giorni.” “Com’è che tu sai sempre tutto in anticipo in questa dannata Alphaville, Chris?” “Tutto sta nello spremere le fonti giuste, compare; nel pieno significato della parola. Comunque, stai certo che da un momento all’altro la Mongolfiera Israelita ci convocherà tutti in conclave.” E a Wesley gli si tappa lo stomaco. La verità è che sa già tutto – anche lui ha le sue fonti da spremere – tuttavia ha voluto fare lo gnorri per confrontare la propria versione con quella dello scandinavo. La discrepanza è trascurabile; Lenny Maranzano, il Big Boss di Detroit, non varcherà le porte scorrevoli dell’Istituto prima di un mese. Trenta fangose lune. Diverse ore dopo, all’imbrunire, aggrappato al corrimano della metropolitana insieme a tante altre facce spossate, Wesley ripensa per la centesima volta a Lenny Maranzano. “Il gran bastardo soffre di un aneurisma cerebrale. Okay, ma allora che cazzo c’entriamo noi dell’ARCNS? Che gli sparino nella zucca marcia un nanorobot automatico per clipping endocranico e non rompano i coglioni!

14 Perché mandare anche lo spettro virtuale di noi stessi nello spazio subaracnoideo di quell’assassino mangiaspaghetti in abiti firmati?” Insulti ed epiteti a parte, Wesley avrebbe voluto esternare tutto ciò durante la riunione, ma per ovvi motivi non ha aperto bocca. “Per i miei fottuti buoni motivi. In fin dei conti, io sono soltanto lo sterminatore d’anticorpi. Andare, spruzzare, stare all’erta, uscire dal guscio con l’emicrania. Ben pagato, non lo nego, ma con poca o meglio nessuna voce in capitolo. Sicché niente da fare, lo opereremo noi per un pugno di dollari sudici da riciclare nelle casse dell’Istituto. Chissà che ritorno d’immagine ne avrà l’elegantone. Vedo già i titoloni sulle prime pagine dei giornali. Il John Gotti dei Grandi Laghi miracolato dai Paladini della Nuova Chirurgia. Che schifo.” Ora sente l’odio montargli dentro come la lava nella caldera di un vulcano. “Porca puttana, io non posso partecipare a questa farsa! Non voglio contribuire a prolungare l’esistenza di un mercante di morte. Al diavolo l’Istituto Bedford e la sua gerenza e la deontologia professionale e il giuramento d’Ippocrate! Ma poi, chi mai sarebbe costui? Nient’altro che un cervello divenuto polvere da secoli ormai! E il suo giuramento, io seguirò bla bla bla… accidenti, ma avete guardato la data di oggi?” Le porte del vagone si schiudono davanti alla sua fermata. Wesley salta sulla banchina e, a capo chino, infila la rampa di scale che porta in superficie. “Che cosa cazzo posso fare?” ritorna ad angustiarsi il killer d’anticorpi appena ha messo piede sul marciapiede che lo condurrà a casa. “Lenny Maranzano non può farla franca. Deve pagare per quello che fa alla gente. Non può farsi gioco della legge con quel maledetto sorriso d’avorio sulle labbra. Espèce de pédéraste…” Inizia a piovere. Gli orari di visita della comunità sono il sabato e la domenica pomeriggio; Wesley ha scelto quest’ultima per arrivare il più possibile rilassato all’appuntamento. Sul loro sito è spiegato in modo dettagliato come arrivarci, con tanto di mappa interattiva. Non è affatto difficile; bisogna prendere l’Interstate 53 in direzione Toledo, uscire a Detroit Beach e costeggiare il fiume Raisin fin quasi alla foce. Wesley consuma un pranzo frugale e si mette in marcia. Il traffico è sostenuto ma scorrevole come in ogni fine settimana dal tempo clemente. Il cielo sopra il Michigan è oggi completamente sgombro di nubi. L’autoradio suona il primo disco degli Stooges, uno dei capolavori della storia del rock. In cuor suo, Wesley darebbe un metaforico braccio per tornare indietro al 1967 e assistere a uno dei primi concerti dell’Iguana e i suoi Tirapiedi: autentico pandemonio sonoro. Iggy a torso nudo spalmato di burro d’arachidi, i fuzz stridenti di Ron Asheton, la risposta animalesca delle ragazze in prima fila. La comunità Trinity è una casa antica con il tetto d’ardesia circondata da un muro di pietra. Un enorme giardino si estende dietro a essa. Wesley riesce a intravedere un riflesso brillante in mezzo all’erba che potrebbe essere una piscina. C’è un gruppo di ragazzi e ragazze giovani che prendono il sole seduti sulle scale dell’atrio. Tutti vestono jeans e

15 magliette sformate o tute da ginnastica, e l’espressione dei loro volti mostra un’allarmante omogeneità, come se fossero imbottiti di sedativi. Mentre Wesley si dirige verso il gruppo, una ragazza snella e molto tonica si alza e se ne stacca in modo risoluto. Contrariamente agli altri, il suo volto è ben desto e mobile. Il fatto che porti un telefono cellulare alla cintura gli fa intuire che non si tratta di una paziente. Lei subito abbozza un sorriso cordiale, ma il suo sguardo è vigile e indagatore. Dà l’impressione di essere un’esperta in arti marziali. Lo sterminatore tende una mano e si presenta molto formalmente: sono Wesley LaSalle, e sono venuto per vedere Octavia Beckman. La ragazza risponde che Octavia scenderà entro cinque minuti, se vuole lui può aspettarla vicino alla piscina. Wesley segue l’indicazione e va a accomodarsi su una panca di legno da dove, volendo, ci si potrebbe tuffare direttamente nell’acqua immota. Di minuti ne passano dieci. Respirando a fondo, Wesley si sforza di evocare immagini piacevoli. Sesso all’aria aperta, bambini schiamazzanti nei cortili delle scuole, beveraggi preparati con perizia, ritornelli di rock da classifica, il promo dell’ultimo film di Denzel Washington, la fragranza degli hot dog al chili di Paco’s… Tutt’a un tratto avverte una presenza alle spalle. Lentamente, con il cuore in gola, si alza in piedi volgendosi. “Ciao, Wesley.” “Ciao… Octavia.” Gli costa riconoscerla. Al suo ingresso in comunità era smagrita, il volto tirato, lo sguardo perso in chissà quale mondo privato. Dapprima Wesley aveva cominciato a notare in lei strane fisime comportamentali e insoliti salti d’umore, che lei giustificava puntualmente con lo stress che il corso di recitazione le arrecava; finché una sera, al ritorno da un lunghissimo turno di lavoro, egli si era ritrovato l’appartamento svuotato d’ogni vestito od oggetto che le appartenesse, senza neppure due righe di spiegazione. D’impulso, era corso al palazzo coi doccioni ferini, ma per suo ulteriore sbalordimento il monolocale di Octavia, che lei aveva voluto lo stesso mantenere in affitto perché, parole sue, “la vita non è un lungo fiume tranquillo”, risultava libero già da tre settimane: la ragazza aveva premeditato la propria scomparsa… o che diavolo d’altro era successo? Wesley ingaggiò all’istante un detective privato; non gli andava proprio di avere a che fare con la sbirraglia. Cinque mesi dopo l’investigatore lo chiamò da San Francisco: aveva rintracciato Octavia in un lercio stambugio del Tenderloin. Wes prese subito il primo aereo per la Costa Occidentale e andò a bussare a quella porta scrostata. La sua convivente fuggiasca gli si presentò completamente nuda e strafatta da capo a piedi di Transcendenz. Sì, era magra da far spavento e tutta occhi spiritati e labbra tremolanti. Mentre ora Wesley ha davanti una creatura appesantita dall’eccesso di tranquillanti con i capelli scarmigliati e il volto tumefatto, lo sguardo neutro. Superato l’iniziale comprensibile sconcerto, lo sterminatore d’anticorpi scavalca agilmente la panchina e va ad abbracciarla forte. Lei corrisponde con uguale trasporto, poi lo prende a braccetto – l’esistenza è un lungo déjà vu – e gli propone di andare a fare una passeggiata per il

16 giardino. Gli mostra un pollaio e un orto dove crescono dei pomodori enormi, quasi surrealistici, lo fa entrare in confidenza con un irruente pastore dei Pirenei di nome Euri. Terminato il breve giro turistico, i due ex fidanzati ritornano alla stessa panchina dove lui l’aveva aspettata e vi si siedono, fianco a fianco. Un silenzio pregno di mille cose mai dette casa su di loro. È lei a interromperlo. “Raccontami qualcosa di te, Wes.” “Oh, non c’è molto da dire.” A parte il fatto che mi sei mancata da morire. “Sbircio nei cervelli altrui, continuo a suonare la chitarra e metto il naso fuori casa soltanto quando non mi fa male la schiena. Cioè una volta ogni tre settimane, se va bene.” “Capisco. Stai con qualcuna?” Octavia gli ha porto questa domanda senza alcuna emozione, tale quale una cassiera di supermercato quando ti chiede se sei già in possesso della loro tessera speciale di sconto. “No.” “Davvero?” Sembra stupita. “Sul serio. Sto da solo.” Altro silenzio pesante. Tutt’a un tratto Octavia dice: “Molti anni fa, più o meno all’epoca del college, mi capitò tra le mani un romanzo di fantascienza che raccontava la storia di un giovane scapestrato dotato del potere di guarire la carne malata.” “Devo averlo letto anch’io” mormora Wesley, lo sguardo perso fra i fili d’erba. “Però non riesco a rammentarne il titolo.” “S’intitola Aquila Nera. L’ha scritto James Kreek, un novelliere sudafricano. Nell’ultimo capitolo, il guaritore si scontra in modo definitivo con un’entità diabolica che lo ha perseguitato fin da quando era bambino. Quell’essere ignobile lo accusa di servirsi della propria fede come comodo paravento contro la nuda verità delle cose. ‘Il Signore, mio caro e ottenebrato ragazzo, assiste intorpidito alla decadenza della sua fallita creazione…’” “‘…drogandosi con sostanze estratte dal Centro Galattico,” prosegue Wesley per lei “disteso sul suo transfinito divano, catatonico, immemore. E voi, povere larve, sprecate la vostra preziosa ed effimera vita a invocarlo.’” Una farfalla cattura fugacemente la sua attenzione. “Come mai ti è venuto in mente?” Lei emette un sospiro. “Perché mi ci riconosco, Wes. C’è un nesso tra quel concetto devastante e il mio attuale stato d’animo. Fosse vero che il signore assista impotente alla nostra decadenza sociale e morale, sarebbe inutile e perfino deleterio che io continui a rivolgergli le mie preghiere affinché il diavolo della droga non m’induca più in tentazione. Sicché devo prescindere dal suo aiuto, poiché forse Egli non è più in condizioni di fare del bene a nessuno su questa terra.” “M’inquieta profondamente ciò che dici.” “Lo avverto, tesoro. E mi dispiace. Tantissimo.” Una mano si solleva dal suo grembo per andare ad accarezzargli il volto. “Ma questa battaglia la devo combattere e vincere da sola.” Wesley non trova nulla da replicare; vorrebbe arrestare il corso del tempo su quel gesto, rimanere così per l’eternità... Ma dopo un po’Octavia

17 ritrae quella mano irrobustita e callosa. “È quasi ora che tu vada, Wes. In questo posto sono piuttosto dispotici circa la durata delle visite.” Wesley volge il capo verso di lei, scoprendole gli occhi umidi. “Vuoi che torni?” le chiede a bruciapelo. Octavia distoglie lo sguardo. Le parole le escono con difficoltà: “Non lo so. Wesley, non fare affidamento su chi ti ha abbandonato senza un motivo razionale. Forse, un giorno, quando mi sentirò bene con me stessa, verrò io a bussare alla tua porta. Però niente sarà più come prima. Questo lo capisci, vero? Devi… dovrai accettarlo e basta, Wes. Promettimi che lo accetterai.” Lui esita, fa girare quest’ultima frase nella mente come una trottola. Intanto da lontano si delinea la silhouette atletica della ragazza col telefonino: l’orario delle visite è davvero terminato. “Okay, Octavia” s’impegna finalmente lo sterminatore d’anticorpi. “Lo accetterò.” Lei sorride, poi si sporge verso di lui e gli lascia un bacio frettoloso sulle labbra. E vola via insieme alla farfalla. Ripensare alla nostra intimità, a quanto era bello quando facevamo l’amore, non solo mi deprime oltre l’orizzonte degli eventi della mia anima, ma mi provoca un prurito insopportabile alla coscia. Fotogrammi. Images. Tutto dolorosamente nitido. Octavia nuda sotto la doccia, io la raggiungo dentro il box con la nerchia pendula, le sciacquo la testolina, poi ci baciamo con passione, la sua lingua guizza come un serpente sul mio petto, le sue unghie lunghe affondano nelle mie natiche, ancora quella lingua che va giù, sempre più giù, intorno, e poi insieme a letto, la sua vulva pulsante, le sue cosce si serrano sulla mia schiena, il suo ventre si solleva per venirmi incontro, lei geme, Wesley Wesley Oh Wesley, si apre e si chiude, due vortici gemelli di plasma ci montano dentro, s’ingrossano, erompono, si fondono insieme, sempre più, finché tutto esplode e noi diventiamo un’unica irradiazione fulgida e abbagliante. Poi la pellicola finisce e io mi sento come vomito di cane. Wesley estrae dallo schedario la cartella clinica di Lenny Maranzano e si dirige risoluto verso la sua stanza. Il protocollo pre-operatorio prevede che tutti i membri dell’équipe si rechino individualmente dal paziente per il cosiddetto turno di ‘empatia prestazionale’: una delle tante boiate complementari alla nanochirurgia virtuale. Oggi pomeriggio tocca a Wesley LaSalle. Solitamente, lo sterminatore sbrigherebbe la pratica con tutta la svogliatezza di questo mondo; ora, invece, è nientemeno che smanioso. Di trovarsi faccia a faccia con l’uomo che ucciderà. La stanza, o meglio la suite del boss italiano è piantonata 24 ore su 24 da due energumeni in abito scuro. Per quanto Wes sia piuttosto ben messo fisicamente, in confronto a quei ceffi sembra Sammy Davis jr. La loro presenza fa lampeggiare nella sua mente un modo di dire spagnolo recentemente appreso da Eleanor Burundarena: blanqueo de capitales. Per fortuna, Mr Grey e Mr White gli risparmiano l’umiliazione di essere perquisito. Nonostante ciò, quest’ultimo insiste per accompagnarlo

18 fin dentro; Wesley simula il giusto grado di contrarietà e poi acconsente, per non dare in minimo adito a sospetti sul suo conto. “Ma sì, tirapiedi della malora” pensa con malevolenza mentre lo sgherro mascelluto lo precede aprendogli la porta. “Gioca pure a fare il fedele cane da guardia. Non t’immagini neppure che scherzetto ho in serbo per il tuo capo.” Don Lenny Maranzano sta disteso sul materasso a gambe incrociate con indosso una corta vestaglia rossa dai ricami dorati aperta sul petto villoso, dove spicca l’elettrodo discoidale cordless per il rilevamento delle pulsazioni cardiache e la pressione arteriosa; altri due elettrodi di dimensioni più ridotte, applicati alle tempie, controllano invece la pressione endocranica e l’attività cerebrale. Tutti questi dati vengono registrati sotto forma di tracciato sullo schermo di un monitor multiparametrico montato su un treppiede movibile a lato del letto. Il capomafia pare profondamente immerso nella lettura di una rivista patinata la cui copertina, così per caso, è dedicata a lui. Mr White si va a piazzare di fianco all’uscio e incrocia le braccia sul petto gladiatorio. “Certo che ne sparano di cassate ’sti giornalisti” sbotta a un certo punto Don Maranzano. Scorre il periodico per qualche istante ancora, poi di colpo lo chiude gettandolo con noncuranza ai piedi del letto, ripone le mani sul ventre florido e soggiunge: “Ciò nondimeno, è anche così che si crea il mito. Non è d’accordo?, signor…” “LaSalle. Wesley LaSalle.” “LaSalle.” Gravando la doppia elle di un pesante accento siciliano. “Cos’è, un cognome francese?” “I miei genitori sono originari della Louisiana. Come sta oggi, signor Maranzano?” “Annoti pure sulla sua scartoffia che sto molto bene, anzi benissimo” replica il malavitoso. Un sorriso gli attraversa il volto olivastro come una coltellata. Con quei capelli leggermente spruzzati di grigio sulle tempie e gli occhi verdi penetranti, sembra davvero il sosia di John Gotti. “Lei è… lo sterminatore d’anticorpi, vero?” “È un soprannome piuttosto improprio, ma ormai vi ho fatto il callo?” “Be’, appropriato o no, mi pare il titolo di un vecchio film dell’orrore. Sicché anche lei avrà l’onore di farsi un giretto per il mio prezioso cervello. Ciò è imbarazzante per me, sa? Di solito non permetto manco a mia moglie di provare a indovinare ciò che mi passa per la zucca. Nessuno può o deve farlo; a parte il sottoscritto, è chiaro.” Il figlio di buona donna vuole incutergli timore. Coartandosi a ostentare disinvoltura, Wesley chiosa: “Il processore dell’ARCNS non può captare i suoi pensieri, signor Maranzano.” “Le credo, signor LaSalle. In fin dei conti, è solo una stupida e costosissima macchina. Ma la mente umana, oh, quella sì che può arrivare dove vuole: fino ai limiti dell’universo, perdiana! Nondimeno io, che sono una persona semplice, mi accontento di leggere dentro di lei, sterminatore.” Wesley avverte un rimescolio dentro lo stomaco. Il suo aplomb traballa, ma riesce lo stesso a esibire un sorriso benevolo: “Veramente, signor Maranzano? Allora, prego; mi dica che cosa sto pensando ora, in quest’istante.” Dio non voglia…

19 Il boss esibisce nuovamente la sua doppia staccionata di denti rivestiti. Poi, tornato serio, socchiude gli occhi come per mettere a fuoco la propria millantata facoltà di chiaroveggenza e fa partire il colpo: “Lei mi disprezza, signor LaSalle. Mi odia con tutto se stesso, perché mi ritiene un macellaio nonché uno spacciatore senza scrupoli. Lei vorrebbe vedermi quanto prima crivellato in una pozza di sangue al tiggì delle otto.” “Ciò che lei afferma è totalmente privo di fondamento, signor Maranzano. Io non posso volere la sua morte.”Quant’è amaro il gusto della menzogna mista alla paura! “Il giuramento d’Ippocrate me lo vieta.” “Vuol dire il giuramento d’Ipocrita” ghigna tracotante il boss, storpiando a bella posta il nome del padre dell’etica professionale medica. “Ha ha ha.” La sua risata è sguaiata, poco consona alla fama di delinquente chic con pretese forbite. Wesley scocca un’occhiata tesa al monitor. Quanto gli piacerebbe leggervi dei valori alterati… Ma è pressoché impossibile, con tutto il losazid che somministrano a quel pezzo di fango brulicante di vermicelli. Improvvisamente Don Maranzano smette di ridere. Il suo volto s’impietrisce. “Non faccia cazzate qua dentro, signor LaSalle” sibila la grassa serpe italiana, indicandosi la testa con un dito indice inanellato d’oro. “Lei offende la mia professionalità, signor Maranzano” controbatte Wesley, lottando nello stesso tempo con un grumo di collera che pare volergli esplodere nel petto. “Fino a prova contraria, io sono un medico, non un qualsivoglia squartatore da mercato generale.” Gli occhi grifagni del mafioso lo inquisiscono ancora per qualche istante. Poi la sua bocca carnosa si storce nuovamente in una smorfia di scherno: “Ma certo, signor LaSalle. Lei è un dottore. E ha giurato su Ipocrita di guarirmi. Ha ha ha.” L’eco di quella risata beffarda gli rimbomba nel cranio fino a casa. Il dottore dalla pelle castana stenta a prendere sonno. Il senso di colpa striscia nelle sue viscere come un parassita invertebrato. Imbraccia la chitarra, distruttore. Suona un blues adatto al tuo brutto momento. “Oh, baby, sono nato con le carte già date, ma poi stava a me come giocarmele, e io ho messo tutto sul piatto della vita, yeah sugar, proprio tutto, e ho perso.” Ben presto Wesley si stufa di pizzicare le corde. Allora posa la chitarra sul tappeto e va a versarsi tre dita abbondanti di Laphroaig. Poi si risiede sulla poltrona con il bicchiere stretto tra le mani, la testa un turbinio di pensieri. La prima sorsata di liquore gli cauterizza la mucosa gastrica. Don Maranzano sa tutto di me. Sa che tu sai che è stato il nipote bohemien di un suo capo mandamento, poi deceduto per overdose, a iniziare Octavia al Transcendenz: molto più che un buon motivo per provare rancore verso la piovra. Ciononostante, è talmente convinto della propria intoccabilità da venire perfino a farsi operare all’Istituto Bedford dalla squadra chirurgica cui tu appartieni. Da te. Sicché, homme, cosa ti fa pensare che la passerai liscia? Non ingannerai chi conosce a menadito l’efferata logica delle vendette trasversali. Una sera verranno ad aspettarti sotto casa e ti porteranno via

20 dopo averti dato una botta in testa. Una secchiata d’acqua ti farà riprendere i sensi in un capannone dimesso; quasi subito scoprirai con raccapriccio di essere legato a una sedia con robuste corde di canapa. E da quel momento in poi ti tortureranno fino a strapparti la confessione: “Aaagh, sì, sono stato io a uccidere il vostro fottuto boss!” Ma ciò non servirà ad accorciare i tempi del tuo calvario, anzi, all’istante ti taglieranno le palle e gronderai sangue come un porco per un’eternità, mentre loro si godranno le tue grida strazianti di dolore fumando sigari Cohiba e raccontandosi storielle spinte, e quando saranno satolli, sciaf, ti getteranno in una vasca piena d’acido corrosivo. E vaffanculo all’anima tua. Riesci a immaginare una morte più atroce per un campione di virilità come te, uomo? Dico, essere privato del tuo smisurato orgoglio, l’indefettibile pene mitologico dei negri, il totem bramato da torme di donnine bianche arrapate, per poi essere ridotto in poltiglia? Forse sì, uomo. Benché tu sia uno zabaione genetico, la memoria razziale servirà pur a qualcosa. “No, ti brego, buana, tu non dare me in basto ai gani, io non bolevo meddere mio grande uggello di Mandingo dendro sagra gaverna belosa di dua bionda figlia!” Wesley butta giù un altro po’ di conforto scozzese. Poi riprende la chitarra e si rimette a suonare. Diamine, stanotte c’è tanto di quel materiale viscerale a disposizione che ci si potrebbe scrivere il Grande Romanzo Afroamericano in musica! Perciò, ecco un’altra canzone dedicata a voi anime perse nella desolazione urbana del terzo millennio. S’intitola Il Blues di Ippocrate. “Io seguirò, quel metodo e trattamento che secondo la mia abilità e giudizio considero atto al beneficio del mio paziente. Ci puoi scommettere, baby.” Yeah. Come no. Poi cucinerò la sua ipofisi con un contorno di fave e la manderò giù con un bel bicchiere di Irouleguy. E dopo il dessert – fragole con sperma montato – imitando un dio intorpidito dalle droghe di cui io sono la distorta immagine e somiglianza, mi stenderò sul divano e rimarrò lì, dimentico del Tutto, perfino dei sicari che mi verranno a prendere per scuoiarmi vivo. Ci rivedremo nel Grande Nulla, mon petite amie. I bozzoli si richiudono sui corpi nudi del dottor Krebs, Jenny Martinez, Jay Christensen e Wesley LaSalle. I due serventi agli involucri si ritirano prontamente dietro la consolle del sistema, presieduta da Michael DeMann e Roger Stankauskas, meglio conosciuti come Cip e Ciop. L’anestesista Mark Bozzio – l’unico personaggio chirurgicamente convenzionale in questa stravagante sala operatoria – si manterrà in continuo contatto con i navigatori tramite un auricolare. Don Maranzano, anestetizzato da una miscela di gas al gelsomino, giace sul tavolo operatorio, la testa inserita nel gantry dell’unità verticale di scansione-dettetazione. I nanosubmarine gli sono stati iniettati circa mezz’ora fa, e ora si trovano agli ormeggi nel corpo calloso. Entro cinque minuti DeMann e Stankauskas termineranno la fase di calibratura; successivamente, Krebs, Christensen, LaSalle e Martinez saranno collegati ciascuno con rispettivo simulacro.

21 Rinchiuso nel suo guscio come un gheriglio di noce umanizzato, coi sensori che gli punzecchiano con insistenza la pelle e i display oculari piantati nelle orbite, Wesley ripassa la lezione. La malformazione di cui soffre il boss è una dilatazione sacculare di un tratto di parete vasale arteriosa cerebrale. In essa si distinguono tre porzioni: l’impianto, il colletto – dove si applica la molletta, o clip, che esclude l’aneurisma dal circolo sanguigno – e il fondo. Quest’ultimo è costituito da una parete molto sottile che può rompersi sotto l’onda pressoria ematica, provocando grave danno alle strutture cerebrali e finanche la morte se il sanguinamento si diffonde in un’area vasta dell’encefalo del paziente, pregiudicandone fatalmente il funzionamento. Punto zero, pensa Wesley umettandosi le labbra. La squadra chirurgica raggiunge il bersaglio nel tempo di diciotto minuti e ventisei secondi. L’aneurisma gli si presenta come un succedaneo di pallone aerostatico rigonfio di sangue, innestato nella biforcazione dell’arteria cerebrale media. Il fratellino omicida di Mongolfiera Krebs… Muovendo con scioltezza l’organo direzionale del nanosubmarine, Wesley si dirige verso il colletto della malformazione. Come prestabilito, vi compie un primo lentissimo giro intorno lasciandosi dietro una scia di immunopalm, mentre Christensen si occupa dell’impianto. Un’altra circumnavigazione ancora e il soppressore d’anticorpi metterà in pratica il suo piano. E qui il nastro del tempo scorre all’indietro… “Siamo proprio sicuri che ’sta merda non lasci alcuna traccia nel sangue?” domanda Wesley, molto diffidente. “I più autorevoli esperti nel campo delle nuove droghe sostengono che da questo punto di vista è come farsi d’acqua minerale, ma io…” “Credimi sulla parola, uomo” taglia corto Clarence DeWalt. “I fratelli sono tutto meno che dei baccaglioni da quattro cents. Non ti quaglieranno mai. Ciò nonostante, torno a ripeterti che la schizonefrina, quanto ti sale – il che accade in un battibaleno – può provocarti degli spasmi pazzeschi.” “Molto bene, Clarence. Come ti ho già detto, è proprio ciò che m’interessa di più.” “E proprio per questo non posso fare a meno di darmi pensiero, Wes. Voglio dire, non ti sei mai drogato in vita tua, inoltre mi hai sempre fatto pesare quel paio di tiri che mi faccio ogni tanto, ed ecco che di punto in bianco non solo mi vieni a chiedere di procurarti la droga del momento, ma sembri interessato più ai suoi effetti secondari che allo sballo in sé! In ogni modo, non mi freghi, uomo.” Wesley si allarma. “Che vuoi dire con questo?” Clarence si stringe nelle spalle. “Che nel mio palazzo uno più uno fa sempre tre, cocco. Pure i sassi di questa lurida città sanno che Lenny Maranzano è stato ricoverato presso una clinica specializzata per farsi togliere qualcosa, magari una ciste all’uccello o chissà cos’altro, chissenefrega. Nondimeno, quel posto potrebbe essere anche il tuo beneamato Istituto Bedford. Sicché, avendo il tuo Clarence la perfetta cognizione di quanto ce la devi avere con gli italiani per via di Octavia… In sostanza, qua nessuno è scemo, negro.”

22 Come Wesley s’irrigidisce Clarence alza le mani al cielo, il suo gesto peculiare. “Okay, ho capito, non sono fatti miei! Basta che non mi fai quella faccia da Terminator, che tra l’altro ti viene proprio male. Ora ascoltami bene; qualsiasi stronzata tu stia architettando, sappi che hai tutto il mio appoggio. Dammi cinque e buona fortuna, fratello.” “Grazie, Clarence. Ne ho davvero bisogno.” “Credo proprio di sì. Ah, prima che te ne vada, volevo comunicarti che Natascha ti saluta tanto. Non fa altro che chiedermi di te tutti i giorni, cazzo! È chiaro come una bella giornata di sole che desidera la tua turgida mazza brunastra.” “Baciala per me. Adieu, Clarence.” Wesley è nuovamente in vista della smagliatura vascolare sul fondo dell’aneurisma. Ci siamo, si dice. Questo è il momento giusto. E richiama alla mente un’altra volta le parole di Octavia. Niente sarà più come prima. Questo lo capisci, vero? Devi… dovrai accettarlo e basta, Wes. Promettimi che lo accetterai. Certo, bambina mia. Però soltanto dopo aver tolto di mezzo questo grandissimo bastardo. Dopodiché inghiotte l’opercolo di schizonefrina che portava nascosto sotto la lingua. La droga gli schizza al cervello in un batter d’occhio. Subito gli si contrae la gola e lo stomaco. Per quanto riguarda le droghe, Clarence DeWalt non ha parlato a vanvera. Madre mia, che mazzata! La testa mi vibra come un gong. Stordito, confuso, lo sterminatore sterza recisamente verso il fondo della mongolfiera; poi, colto da un ulteriore violentissimo spasmo, molla la cloche del nanosubmarine. “Pressione e battito cardiaco di LaSalle in aumento” riscontra Stankauskas sulla consolle. “Dottor LaSalle, si sta avvicinando un po’ troppo al fondo. Che le succede?” si allarma DeMann. Nessuna risposta. L’apparecchio nanotecnologico continua a dirigersi dritto sparato verso l’aneurisma. “LaSalle, ma che accidenti sta combinando?” Herr Krebs. “Risponda, dannazione!” Giro giro tondo, casca il mondo… ah! Non gridare, Wes. Non fare un fiato. Duro come una Pantera. “LaSalle, si fermi! Mio Dio, ha mollato la cloche!” “Wesley!” Christensen. Jenny Martinez è paralizzata nel suo baccello. Casca la terra… “Pulsazioni ancora in aumento!” “Sparategli il toradol, scollegatelo e commutate la guida sul computer, subito!” sbraita Krebs. “Wesley, porca puttana, fermati!” “Dios mío, le está acometiendo un ataque!” “Tutti giù per terra, Mamiti” mormora Wesley tra sé, prima che tutto esploda in un arcobaleno di suoni.

23 Voci normali, numerose. C’è un’intera folla che parla. Una folla formicolante che si muove intorno a lui con un rapido movimento vorticoso, lasciandosi dietro brandelli fuggevoli di parole. “Cazzo, mi sa che quella parte non l’ho studiata.” “Hai preso gli stimolanti, vero?” “E lasciami vivere…” “Sei incinta?” “Con purezza e santità…” “Tale proteina riconosce i marcatori Egf, Vegf e alfa-V/beta-3 situati sulla superficie delle cellule epiteliali…” “Sì, ho una pagnotta nel forno, bastardo figlio di puttana…” “Entrerò in ogni casa per sanare gli infermi…” “Iggy correva in tondo, colpendosi con il microfono…” “Ah, davvero? Ma tu guarda…” “Iggy Pop. L’Idiota Pop.” “Idiota sarai tu, testa di cazzo.” “GUARDATE, C’È IPPOCRATE!” “Oh, merde” farfuglia Wesley, schizzo al carboncino di se stesso. “Il maestro! Fatemi parlare con lui!” Reprimendo un conato di vomito, il killer di linfociti si fa largo a spintoni e facendosi schermo con le braccia, fino a intravederne la barba fluente e il chitone immacolato. “Lasciate che egli venga a me” tuona Ippocrate alla moltitudine turbinante. “Avete sentito?” grida Wesley, trionfante. “Vuole parlare con me. Con me, capito?” “Vuole parlare con lui, ha detto.” “ ’Sto negro… come osa? Ai miei tempi li scuoiavano vivi!” “Brutto merdoso d’un razzista…” “Ma chi è? Da dove viene?” “È Wesley lo Sterminatore, pezzo d’ignorante!” “Cos’è, un campione di wrestling?” Finalmente Wesley giunge a Ippocrate. Lo sguardo del padre della medicina moderna è severo e penetrante. Con lentezza, lo sterminatore gli si prostra dinanzi. “O maestro” singhiozza, “io non volevo farlo. Per davvero, non desideravo uccidere quell’uomo! Perdonami, ti prego!” Ippocrate non proferisce parola. “Perdonami!” reitera affranto Wesley. “Io mi asterrò da ogni atto di cattiveria e corruzione” pronuncia finalmente Ippocrate. “Ripeti queste parole fino a che esse non si formino da sole sulla tua lingua.” “Sì, maestro. Io mi asterrò da ogni atto volontario di…” Qualcosa gli punge il braccio. E tutto diviene scuro e tranquillo. Forme grigiastre si delineano nell’oscurità. L’eco lontana di una voce familiare. “Wesley.” Per un istante, Wes riesce a focalizzare il volto rubicondo di Jay Christensen, ma una sferzata improvvisa di luce lo costringe a richiudere gli occhi. Passato qualche attimo li riapre con più cautela. Il suo collega è sempre lì.

24 “Salve, muffin. Bentornato fra noi.” “Jay… Dove sono?” “Sempre al fottuto Istituto Bedford, Detroit, Michigan, Stati Uniti d’America” risponde il danese. “Certo che ci hai fatto prendere un bello spavento, sai? Proprio uno spaghetto coi controcazzi.” “Uno spavento?” Poi in una frazione di secondo gli sovviene tutto. Don Maranzano, il fondo dell’aneurisma, la pastiglia di schizonefrina, gli spasmi incontrollabili, le esclamazioni allarmate dell’équipe chirurgica… e la visione di Ippocrate. L’ansia di sapere gli stringe il cuore in una morsa. “Come sta Don Maranzano?” Jay rimane zitto. “Oh Cristo…” geme Wesley, lasciandosi ricadere sul cuscino. “È vivo e vegeto, amico mio.” “Cosa? Ma allora…” Jay sorride di sbieco. “Allora, Don Maranzano camperà ancora per qualche anno; cupola mafiosa permettendo, va da sé.” “Quindi siete riusciti a fermarmi… cioè, a riprendere il controllo del mio nanosubmarine.” Se Wesley fosse un bianco, il suo volto sarebbe ora color ricotta salata. “Non è andata proprio così, Wes. Tu stesso lo hai fatto.” “Io?” “Sì, in carne ossa e batacchio. Vedi, anche scollegandoti e assumendo simultaneamente loro stessi il controllo del dispositivo, i prodi DeMann e Stankauskas non sarebbero comunque riusciti a modificarne la traiettoria in tempo utile. Sicché il sottomarino sarebbe andato a conficcarsi nell’assottigliamento dell’aneurisma. Ma tu, Wes, benché in preda a quegli spasmi, sei riuscito all’ultimissimo momento a muovere la cloche di quel tanto che è bastato a non provocare il patatrac. Quindi Cip e Ciop ti hanno inondato di toradol e hanno messo in stasi il pestifero piccolo aggeggio. Dopodiché, nonostante lo spavento preso e la mancanza di un soppressore di leucociti, quello zuccone vanaglorioso di Krebs ha voluto ugualmente portare a termine l’intervento. E così baciamo le mani, Don Maranzano. Vita lunga e prosperosa a voscienza. E…” Chris s’interrompe, guarda l’orologio. “Be’, devo andare. Riposati, Wes. Non avere fretta di alzarti da questo letto caldo. In tutta confidenza, i capoccioni non vedono l’ora che tu ti rimetta in sesto per passarti nel tritacarne. Sai cosa intendo.” “Grazie, Jay” sospira Wesley. “De nada, colega. Ah, dimenticavo: Eleanor Burundarena ti manda un affettuoso saluto. Ho come l’impressione che abbia sviluppato un debole per te.” Una strizzata d’occhio e Christensen lascia la stanza. È risaputo che gli scandinavi sono gente semplice, ma per niente ingenua; altrimenti, non avrebbero colonizzato e coltivato con successo le zone più impervie del continente nordamericano. Pure Jay Christensen, come in precedenza Clarence DeWalt, ha fiutato le intenzioni di Wesley. Ma non le rivelerebbe neanche sotto tortura, garantito al limone. E che i fottuti baroni della medicina vadano pure a farsi resecare i testicoli. Molto tempo dopo, all’imbrunire, Wesley LaSalle riflette nuovamente sulla conversazione avuta con Don Maranzano poco prima dell’intervento.

25 Ciò che lei afferma è totalmente privo di fondamento, signor Maranzano. Io non posso volere la sua morte. Il giuramento d’Ippocrate me lo vieta. Wes mentiva sapendo di mentire, avendo già deciso di mandare quel delinquente all’altro mondo. Ciò nonostante nel medesimo tempo, una voce risonante dal profondo del suo dominio interiore lo biasimava: “No, non puoi farlo. Sei un dottore, perdio!” Qualcuno… qualcosa aveva raccolto quell’invocazione. La medesima essenza che proprio in extremis, cavalcando l’effetto allucinatorio della schizonefrina per manifestarsi allegoricamente nella sua mente, lo aveva ricondotto sulla retta via. “Ma allora… ” si meraviglia Wesley. Sì, uomo. È stata opera di Dio. L’essere supremo dedito alle droghe stellari che, in un fuggevole ma cruciale baleno di lucidità, ha finalmente mostrato a uno dei suoi innumerevoli figli disperati la via del perdono. Dedicato a Daniela, che nuota in pace nell’alto dei cieli.

26 I RAGA CASINARI STANNO VENENDO A PRENDERTI! Guarda i miei pensieri, guarda le mie cicatrici, guarda i miei vestiti, sono vestito per uccidere Guarda il mio sangue, e guarda la mia pistola I Raga Casinari stanno venendo a prenderti (È meglio che corri, avanti corri, comincia a correre!) I Raga Casinari stanno venendo a prenderti (Sei fatto, sei fottuto, sei finito!) Considera i miei errori e considera la mia maledizione, considera la mia frustrazione Non sai proprio un cazzo Nuova Città un accidente, manda a chiamare il carro funebre I Raga Casinari stanno venendo a prenderti (È meglio che corri, avanti corri, comincia a correre!) I Raga Casinari stanno venendo a prenderti (Solo per divertimento, per sballo, per sciambola!) Taglieremo i fili, ti bruceremo, sono stanco di resistere Ti tortureremo le piante dei piedi, ci tratti come dei topi di fogna, poi il resto Hai detto loro che siamo dei monelli e la repressione contorce i nostri pugni Fatemi uscire da questa nebbia… Sentimi imprecare, senti ogni parola, io non sono soltanto un numero Voglio essere ascoltato, il presentatore televisivo parla con la gentaglia! I Raga Casinari stanno venendo a prenderti È meglio che corri I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Morditi il pollice Sono stato tenuto all’oscuro, sono involuto, sono stato annullato E tu te ne sbatti i coglioni Tu sei così puro, tu conosci i rimedi, cioè mantenermi povero Il piccolo delinquente giovanile I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Corri… I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Uno è tuo figlio… I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Nasconditi…

27 I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Fatti una corsa… I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Sei in ritardo… I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Dove sono i tuoi amici? I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Sei smascherato I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Ora sei accerchiato… I Raga Casinari stanno venendo a prenderti Ora sei morto… sei morto… SEI MORTO!!! Questa libera interpretazione di Crash Street Kidds, un classico protopunk dei Mott The Hoople, è dedicata a tutti gli editori che hanno, per così dire, pubblicato i miei libri. Sentitemi imprecare, sentite ogni parola.

28 MONGOLOID Si comincia a sospettare che il sole non sia quella lanterna affidabile e sicura che in passato si dava per scontata: immaginiamo che gli venga un piccolo singhiozzo, niente d’importante o di notevole dal punto di vista cosmico, ma sufficiente a produrre certi cambiamenti sulla Terra e a rovesciare il complesso sistema sociale dell’uomo. Isaac Asimov, Catastrofi!

La causa della sindrome di Down rimase ignota fino al 1959, quando alcuni ricercatori scoprirono che ognuna delle cellule dell’organismo degli individui affetti da questa sindrome ha un cromosoma in più, 47 invece dei normali 46. Poiché nella maggior parte dei casi il cromosoma in eccesso è il numero ventuno, questa sindrome viene chiamata anche trisomia 21. All’alba degli anni Settanta, in un’insipida cittadina industriale dell’Ohio chiamata Akron, due arguti studenti universitari, Gerald Casale e Mark Mothersbaugh, con l’aiuto dell’amico Bob Lewis, svilupparono l’interessante teoria della de-evoluzione: l’idea che, invece di evolversi, la specie umana stia regredendo, com’è evidenziato dalla disfunzionale mentalità ottusa della società americana. Quest’ultima viene vista alla maniera di un rigido e ben congegnato strumento di repressione, il quale assicura che i suoi membri si comportino come dei cloni, marciando attraverso la vita con la precisione e la meccanicità degli elementi di una linea di montaggio, senza alcuna tolleranza per il pensiero libero. L’intero concetto fu trattato come una burla particolarmente elaborata finché Casale non assistette con raccapriccio allo scempio di giovani vite operato dall’infame Guardia Nazionale all’Università di Kent – una delle pagine più fosche della recente storia americana. Improvvisamente, la stigmatizzazione dell’imbarbarimento americano cessò di essere un passatempo per studenti annoiati, concretandosi nella prima incarnazione di un gruppo musicale che, col senno di poi, viene ricordato come tra i più innovativi degli anni Settanta: i Devo. Il primo vero successo dei Devo, tuttavia, non fu un disco, bensì il loro manifesto programmatico in versione cinematografica: The Truth About De-Evolution, che vinse un premio nel 1976 all’Ann Arbor Film Festival. Quando il film fu visto da David Bowie e Iggy Pop, entrambi ne furono talmente impressionati da assicurare al gruppo un contratto discografico con la Warner Bros! Registrato sotto gli ottimi auspici del geniale demiurgo new wave Brian Eno, Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! fu considerato da molti appassionati come l’equivalente di una chiamata alle armi e divenne un hit underground; altri, invece, tacciarono i Devo addirittura di neofascismo. La cosa certa è che Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! è un album storico, straordinariamente profetico, considerando l’attuale demenzialità, la de-evoluzione ormai massificata all’intero pianeta. Non ci sono punti deboli in un’opera come questa, ogni canzone fa storia a sé. Nondimeno il vero capolavoro del disco è indiscutibilmente il quinto brano del lato A, Mongoloid… “Mongoloide, lui era un mongoloide / più felice di te e me.” Appunto.

29 In genere, il quoziente intellettivo di un bambino Down è compreso tra 30 e 80, ma Pier Francesco Fassone aveva mostrato fin da piccolo una sorprendente capacità d’apprendimento. Sorprendente per chi guardava con compassione mista a ripugnanza la sua facies mongolica. Alle scuole medie l’insegnante di sostegno aveva faticato molto meno del consueto a stargli dietro. Alle superiori, era stata più dura, altresì per le frequenti prese in giro di cui era fatto oggetto per il suo cognome: “Ehi, Fassone, sei grasso come un maiale cinese!” Peccato che il cosiddetto “fassone piemontese” sia una razza bovina molto pregiata. Pier Francesco replicava sempre a quelle spiritosaggini con un lieve sorriso. La cosa importante era non dare troppa corda a quei bellimbusti ignoranti drogati di spezie e polverine varie, reality-show e telefonino; altrimenti, si correva il rischio di finire un giorno o l’altro su Youtube, per il tripudio cocainico dei mass media, ormai attaccatisi come mignatte al fenomeno del bullismo, che non si facevano alcuno scrupolo a enfatizzare manco fosse qualcosa di nuovo nella storia dell’umanità. Ipocriti. Comunque, Pier Francesco si era diplomato senza eccessivi patemi d’animo. Dopodiché, grazie a una fondazione per le pari opportunità dei “diversamente abili” nel mondo del lavoro, aveva svolto un tirocinio presso un punto vendita di una celebre catena di negozi del settore librario occupandosi del controllo e della sistemazione dei volumi e del rapporto con la clientela. Terminato con esito positivo il periodo di apprendistato, Pier Francesco era stato assunto con contratto di lavoro part-time a tempo indeterminato presso un altro punto vendita della stessa catena, con la qualifica di magazziniere. Vi si trovava bene. Il lavoro era facile da svolgere e i colleghi erano per la maggior parte giovani sinistrorsi di mentalità aperta. Il tirocinio l’aveva già avvezzato alle svariate reazioni dei clienti al suo mongolismo: il sobbalzo, l’inarcata di sopracciglio, la pausa di simpatia imbarazzata, l’emanazione ultravioletta di sdegno: “Cristiddio, ma li prendono proprio tutti qui!” Cercava di moderarsi nel mangiare. Andava da solo a vedere le partite di calcio, nonostante l’apprensione dei suoi genitori. Davanti a una pizza prosciutto e funghi, la sua preferita, sorrideva alle battute mordaci dei colleghi sui capi e sui clienti; qualche volta riusciva a infilarne pure lui una. Pensava spesso alla chirurgia plastica, ma ogni volta ne liquidava il pensiero con una spallucciata: neanche il bisturi più raffinato di Beverly Hills avrebbe potuto dargli la faccia di Matt Damon, il suo attore preferito. O forse sì, ma ci volevano molti soldi. Magari un giorno avrebbe scritto a Chi vuol essere milionario. Se l’avessero accettato in trasmissione e fosse riuscito a passare la scrematura, avrebbe provato a divenire il primo Down milionario d’Italia. The Fassone Supremacy. Il nome della sindrome di Down deriva da John Langdon Down che descrisse la patologia nel 1862, usando il termine mongoloidismo (poi abbreviato in mongolismo) per il taglio d’occhi orientaleggiante e le pieghe epicantiche, caratteristiche somatiche che richiamano quelle delle popolazioni asiatiche orientali, quali i mongoli. “Forse noi Down siamo i discendenti delle guerre atomiche combattute

30 nell’antichità”, fantasticò Pier Francesco dopo aver letto questa voce. Nei tempi morti del magazzino e a casa, leggeva molta fantascienza. Asimov, Sterling, Dick, Turtledove. Ma il suo libro preferito era Il telepatico di John Brunner. Per ragioni fin troppo evidenti. Il protagonista del romanzo, Gerald Howson, è nato con un handicap permanente, e per lui si prospetta un futuro di emarginazione dalla società: ma quando giunge alla maggiore età scopre di possedere straordinari poteri telepatici. Sotto la guida di altre persone dotate come lui, Howson impara a servirsi del suo dono per curare la mente delle persone: e alla fine, dopo aver trovato la stabilità mentale che cercava in un gruppo di giovani artisti iconoclasti, diverrà un uomo completo. Il mondo che Brunner tratteggia intorno a Howson sta provando a risollevarsi da una gravissima crisi internazionale che lo ha portato a un passo dalla disgregazione. Il giovane storpio presta i propri paranormali servigi all’ospedale di Ulaanbaatar, capitale della Mongolia. Ulaanbaatar, sapeva Pier Francesco, era stata secoli fa un avamposto buddista con le strade ingombre di carovane provenienti dal Tibet. In tempi più recenti, la morsa staliniana l’aveva mutata in una città grigia e ostile; i buddisti perseguitati, il mito di Gengis Khan ridotto a un culto segreto cui solo riferirvisi per scherzo era un reato. Ora anch’essa, come il mondo di Howson, tentava di ridarsi un’identità. Pure, la strada percorsa era quella canonica dei paesi in via di sviluppo: occidentalizzazione a rullo compressore. Perché, nel momento in cui Rudi aveva fatto la sua scelta, lui, Gerald Howson, era diventato un uomo completo. La prima volta, Pier Francesco aveva letto e riletto questa frase fino a sfinirsi gli occhi. La sfuggì ora, richiudendo il libro con un gesto secco e poggiandolo sul comodino. Pigiò il pulsante dell’abat-jour e intrecciò le mani dietro la testa sul cuscino. Nell’oscurità calda e protettrice della sua stanza, rifletté: “Anch’io ho degli amici ribelli. Ma non ho poteri telepatici. E forse non li avrò mai.” Trasse un profondo respiro di stanchezza. Chiuse gli occhi. “Forse non diverrò mai un uomo completo.” Fu il suo ultimo, triste pensiero prima di piombare in un sonno profondo. Come ogni altra stella, il Sole è qualcosa di ben più complesso di una semplice sfera uniforme di gas straordinariamente caldo. La sua sorgente di energia, di luce e di calore è costituita dalle reazioni di fusione nucleare, e in maniera particolare da quella che determina la conversione di idrogeno in elio. L’energia irradiata dalla superficie del Sole raggiunge la Terra dopo circa otto minuti di viaggio attraverso lo spazio: pure, il suo rilascio non avviene in modo uniforme. Già nel 600 A.C., senza l’ausilio dei telescopi, gli osservatori cinesi notarono il fenomeno delle macchie solari. Le “macchie” sono in realtà regioni dove le possenti linee di forza del campo magnetico solare interno attraversano la fotosfera – lo strato visibile che emette luce – formando all’esterno degli anelli di campo magnetico locale particolarmente intenso. Esse appaiono e scompaiono seguendo un ciclo undecennale. Nel corso dei secoli gli uomini hanno attribuito alla comparsa delle macchie solari i fenomeni più disparati, dalla difficoltà nelle trasmissioni

31 radio allo scoppio delle rivoluzioni. Secondo l’opinione degli scienziati più autorevoli, le perturbazioni magnetiche dovute ai brillamenti associati alle macchie possono in qualche modo influenzare gli strati superiori della nostra atmosfera e, di conseguenza, il clima. Cioé, le macchie solari non istigherebbero direttamente la gente a scannarsi per un parcheggio o una cafonata automobilistica, né nocerebbero alla vitalità dei delfini tursiopi o al ciclo riproduttivo del paguro bernardo. Nondimeno, il condizionale è d’obbligo… soprattutto allorché si parla di fenomeni legati al magnetismo. Mentre Pier Francesco Fassone dormiva un sonno senza sogni, a quasi centocinquanta milioni di chilometri dalla sua stanza, sulla superficie del Sole, una coppia di macchie dai parametri decisamente anomali comparve a +35 gradi di latitudine: ebbe così inizio un nuovo, memorabile ciclo. Di buon mattino, Pier Francesco usciva per fare una lunga passeggiata intorno all’isolato dove abitava. Lo faceva sempre prima di andare al lavoro. Incedendo nella luce dorata del primo sole primaverile, ascoltava i rumori del traffico, i latrati dei cani trascinati al guinzaglio, le casalinghe che sfogavano le proprie frustrazioni sui tappeti coi battipanni. E pensava. Pensava ancora a Gengis Khan, il più grande dei cavalieri che, per uno scherzo beffardo del destino, pareva fosse morto cadendo da cavallo. S’immaginava cavalcare per le immense praterie dove l’occhio si perde, verdi d’estate e bianche d’inverno, percorse da branchi di gazzelle, cammelli e cavalli selvatici. Gli pareva addirittura di sentire i muscoli guizzanti del destriero sotto di sé. Egli era il Sovrano Universale. Eccomi alle porte della Città della Tigre, accolto come un trionfatore… Qualcuno gli appoggiò una mano sulla spalla. “Ciao, Pier Francesco.” Il magazziniere riconobbe subito quella voce: era Cristina, una ragazza Down di diciannove anni che viveva nel palazzo dirimpetto al suo, non molto dotata mentalmente. Voltandosi a salutarla, si aspettava di vederla mano nella mano con sua madre, una donna segaligna con perenni cerchi verdi di spossatezza intorno agli occhi. Rimase di stucco: Cristina era sola. Che diamine! “Ciao… Cristina”, mormorò Pier Francesco, gettando poi una fugace occhiata oltre le spalle grosse e spioventi della ragazza. Lei crollò il capo. “No, mamma non c’è. Dopo tutto, lei pensa che io stia con lei. In effetti, è così: almeno in senso corporeo. Bella spiegazione del cazzo, vero?” Ridacchiò, mostrando i denti giallastri. Pier Francesco non si capacitava. “Tu… porca miseria, non hai mai parlato così bene!” “E neanche ragionato così bene, e detto parolacce” disse Cristina, facendogli l’occhiolino. “Eh sì, ero piuttosto refrattaria alle stimolazioni educative ed ambientali. Una mongoloide che più mongoloide non si può, figlia della traslocazione cromosomica, condannata alla catena perpetua del compatimento. Almeno fino alla notte scorsa.” “Cos’è successo?” Cristina distolse lo sguardo. “Chissà. Potrebbe riguardare anche te.” “Me?” “Ci vediamo nella steppa, re dei mongoli” Cristina sorrise ancora. E scomparve nel nulla.

32 Pier Francesco visse le ore seguenti quello strambo incontro separato da se stesso. Si osservava mentre spacchettava confezioni di libri e consultava il computer del magazzino, come stesse vivendo un’esperienza di pre-morte. Poiché faceva tutto bene come sempre, nessuno si accorse del suo turbamento: per una volta, fu grato alla limitata duttilità espressiva della sua facies mongolica. Nonché allo scazzo da precariato dei suoi stropicciati colleghi di lavoro. Cristina era scomparsa come un effetto speciale d’antan. Oppure Pier Francesco se l’era immaginato? Non era cosa rara per lui sognare a occhi aperti, ma il tocco della sua mano, la sua voce, lei stessa, quelle frasi così insolite per lei, che appena sapeva pronunciare il proprio nome… tutto reale, cavolo! “Possono i mongoloidi perdere la ragione?” si chiese, davanti a un panino alla frittata di spinaci che non aveva alcuna voglia di mangiare. “Noi siamo affettuosi, allegri, amichevoli, a volte abbastanza intelligenti, come me, più spesso minorati mentali, come Cristina. Almeno fino alla notte scorsa. Ma pazzi?” Pier Francesco uscì dal negozio con le mani ficcate nelle tasche nel giubbotto di jeans, lo sguardo fisso dinanzi a sé, l’andatura pesante. Scese le scale normali anziché usare quelle mobili – le soffriva – e passò attraverso le porte scorrevoli del centro commerciale. Guardò in alto. La sera si stendeva sulla città, fresca e tersa. Trasse un profondo respiro e s’incamminò lungo uno dei viali del labirintico parcheggio. Il magazziniere era a metà strada tra l’ipermercato e la fermata dei tre autobus che lo servivano, quando la perturbazione magnetica generata dalle nuove macchie solari fece scattare un interruttore biochimico sepolto nel profondo del suo cervello. Pier Francesco percepì un formicolio diffuso dalla testa ai piedi. Poi perse la nozione della realtà. Odore d’aria pura, incontaminata. Una sensazione di gravezza e nello stesso tempo di protezione, come se indossasse un’armatura. Aprì gli occhi. Blu sopra di lui, verde davanti, tutt’intorno. “Steppa”, fu la parola che gli lampeggiò in testa. Abbassò lo sguardo al suo corpo, si toccò dappertutto con frenesia. Effettivamente, indossava un’armatura di ferro e cuoio. Portò la mano sull’elsa di una spada: “Ehi, sono armato! Accidenti, quando vorrei vedermi allo specchio!” E poi: “Ma dove sono? Che cosa mi sta succedendo?” Spalancò la bocca e respirò a fondo. “Non devo farmi prendere dal panico. Sei stato calmo per tutta la vita, no? E allora continua a esserlo!” Quando fu più tranquillo, decise di riprendere a muoversi nella stessa direzione ipotetica della fermata d’autobus. Magari si sarebbe riavuto da quell’incubo da sveglio sotto la pensilina, vicino a qualche ragazzino coi capelli a cresta d’iguana troppo concentrato a mandare messaggini col proprio cellulare per fare caso alle sue fattezze Down. Non fece più di due metri. Un ruggito gli raggelò il sangue nelle vene. Si volse di scatto. Vide un grosso felino dagli occhi verdi e dal pelo a strisce nere e arancioni, pronto a saltargli addosso, gli artigli sfoderati ed enormi. “Una tigre!” mormorò. “Proprio come nel libro di Brunner.”

33 Il suo sangue fu scongelato da una fiumana d’ormoni. Fuga o lotta? E come diavolo sarebbe potuto scappare da lì, chiamando l’aquila-soccorso? Lotta, dunque: sguainò la spada, larga e scintillante, e digrignò i denti. La tigre si ritrasse, ringhiò, si mosse a sinistra. Pier Francesco la seguì con lo sguardo e con la spada. Fissò i suoi occhi nei suoi. Vai via, brutta bastarda pelosa. Lasciami proseguire per la mia strada. Sciò! L’animale si bloccò. Gli mostrò un’altra volta le zanne. Vai via! Smamma! Non costringermi a ucciderti! Passò qualche secondo. E accadde l’incredibile. Come avendo captato le sue intimazioni, la tigre emise un miagolio, indietreggiò per un breve tratto senza smettere di guardarlo e infine gli volse le spalle e trotterellò via. Pier Francesco seguì con lo sguardo la bestia che si allontanava. Soltanto dopo che fu scomparsa alla vista, si permise di allentare la stretta sull’elsa della spada, poggiandone la punta a terra. E di esultare: “Perbacco, l’ho fatta andar via! L’ho fatta scappare con la forza del pensiero!” Poi sentì di nuovo quel formicolio… Questa volta però non perse i sensi. Per un lunghissimo istante gli sembrò di essere trascinato sulla steppa alla velocità della luce da una forza invisibile. Gli si mozzò il fiato in gola. Quella pazzesca accelerazione s’interruppe davanti a una costruzione. “Fatemi ancora una di questi scherzi e mi verrà un infarto” mormorò Pier Francesco, rivolto ai suoi ignoti sequestratori. “Ma sì, presto o tardi dovrà capitare…In fin dei conti, non è ciò che mi riserva il destino per essere nato Down?” Disseccò quell’inopportuno rivolo d’autocommiserazione e fissò lo sguardo su ciò che aveva di fronte: una tenda circolare di feltro grigiastro, chiusa da una porta di legno i cui pannelli erano ornati di complicate decalcomanie. Ebbe un lampo. “Questa è una gher, l’abitazione tradizionale del popolo mongolo. La porta è sempre rivolta a sud. Dunque… sono davvero in Mongolia. Forse.” Infondendosi coraggio, s’avvicinò, strinse nel pugno tozzo il pomello della porta e l’aprì; varcandone guardingo la soglia, calpestò un gradino di cui non si era accorto. “Sei un uomo fortunato, Pier Francesco”, disse una voce maschile dall’interno della tenda. “Vieni avanti, su. Non avere timore.” Pier Francesco richiuse adagio la porta dietro di sé. Batté le ciglia. Lì dentro era tutto bianco; come il programma d’addestramento di Matrix, un film che gli era piaciuto molto. Keanu Reeves era un grande: ma non come Matt Damon. Le sorprese non erano finite. Secondo la tradizione, sul pavimento della gher vengono stesi tanti tappeti di feltro e un tappeto rosso per gli ospiti; quest’ultimo era lì davanti a lui, vuoto, in straniante contrasto col biancore sottostante. Gli altri tappeti… non erano solo tanti: erano centinaia, disposti in un ventaglio che si estendeva a perdita d’occhio. Su ciascuno di essi, per ulteriore meraviglia di Pier Francesco, era seduto con le gambe intrecciate un individuo dai tratti somatici inequivocabilmente Down.

34 “Accomodati.” Chi parlava era un tipo completamente pelato, piuttosto corpulento, sorridente sul suo tappeto cenerino steso sul punto da cui si dipartivano le stecche di quel surreale ventaglio umano. Il magazziniere accettò l’invito, stentando alquanto a intrecciare le gambe massicce. Scrutò con certa ansia dapprima il volto orientaleggiante dell’uomo che sembrava il perno dell’adunata, dopo il suo stravagante abbigliamento: una tuta di plastica gialla con una cintura nera stretta in vita e anfibi militari. Tutti gli altri erano vestiti nello stesso modo. Un esercito antiradiazioni. D’un tratto Il Perno gli chiese: “Hai mai letto Anni senza fine?” Pier Francesco scosse la testa. Dunque Il Perno spiegò con voce netta e pregnante: “Clifford Simak fu un grandissimo scrittore americano. Nacque nel 1904 in una fattoria del Wisconsin e trascorse lì i primi anni della sua vita. Gli inizi della sua carriera furono tutt’altro che straordinari; aveva esordito nel 1931 sulla rivista Wonder Stories come autore di super-scienza, così la chiamavano allora, ma nel 1935 aveva già smesso di scrivere. Poi un tale John W. Campbell lo ripescò e su Astounding Simak ricominciò a pubblicare, evolvendo mirabilmente il proprio stile su concetti quali l’avversione per tecnologia esasperata e il materialismo della civiltà moderna, la semplicità della vita rurale, l’opposizione all’arrivismo a ogni costo e all’ambizione sfrenata e, soprattutto, la comprensione reciproca fra razze diverse. Dal 1944 al 1952, Clifford Simak scrisse e pubblicò ciò che è unanimemente considerato il suo capolavoro: il Ciclo di City. È la storia della fine della civiltà umana come la conosciamo, e dell’evoluzione dei cani in creature dotate di parola e raziocinio, che arriveranno a figurare l’Uomo come un personaggio mitologico.” “Affascinante” commentò Pier Francesco. “Nondimeno, anche i Cani saranno costretti a trasmigrare in un mondo parallelo” proseguì Il Perno. “Dalle formiche. Una forma di vita che era esistita fin dalla preistoria. Anch’esse avevano spiccato un salto evolutivo. Eccole lì, a formicolare su tutto il pianeta.” Sorrise. Pier Francesco lo imitò. “Una volta ho letto che i maschi e le regine compiono un volo nuziale prima di accoppiarsi. Poi i maschi muoiono e le femmine formano un nuovo nido deponendo migliaia di uova.” Rimase zitto per qualche attimo, poi si tolse il peso che gli gravava sul petto: “Che ci faccio qui? Cos’è tutto questo?” “Tutto questo, tutto questo, tutto questo.” Innumerevoli voci diverse ripeterono accavallandosi quella frase nella sua testa per alcuni secondi. Eppure nessuno, almeno tra quelli che erano più prossimi a lui, aveva mosso le labbra! Similmente, Il Perno disse nella sua mente: “Come avrai capito, non abbiamo più necessità delle corde vocali per comunicare tra noi.” Una pausa. L’equivalente mentale di un respiro profondo. “Fino a ieri notte, Pier Francesco, io ero un povero cinquantenne Down cardiopatico con non più di un anno di vita davanti. Un giorno non mi sarei svegliato, e, come dicono gli spagnoli, aquí paz y después gloria. Com’è che adesso, invece, sto benissimo, parlo trentacinque lingue e sono telepatico? Che cosa mi è successo? Cos’è successo a tutti noi? A te?”

35 “C’è stato donato qualcosa, Pier Francesco, Ancora devo appurare da chi e perché, ma non siamo più i patetici orsacchiotti di prima. Possiamo fare cose strabilianti. Mutatis mutandis; non so quanto questa espressione in latino sia appropriata al mio discorso, ma mi piace pronunciarla, ne sento il sapore sulla lingua, sinesteticamente.” “Io che poteri ho?” chiese d’impulso Pier Francesco. “Straordinari, seppure ancora da affinare. Puoi rivivere le esperienze di persone vissute nel passato, come se curvando lo spazio-tempo potessi sovrapporti a loro. Poco fa hai vissuto la tua prima traslazione: il giovane Gengis Khan e la tigre. Noi abbiamo potuto vederla.” “Poi mi hai… mi avete portato qua dentro.” “Non è esatto. Ognuno di noi è stato attratto in questa gher in seguito alla scoperta del proprio potere. In realtà, essa non esiste nel mondo reale: neppure nello spazio cibernetico. È la nostra tenda nella nostra Mongolia, semplicemente.” Pier Francesco intuì finalmente. “Dunque io sono qui soltanto col mio pensiero.” Il Perno annuì. “Sì. I nostri corpi sono ancora là dove li abbiamo lasciati. Non temere, ci serviranno ancora. Eccome se ci serviranno.” “Siamo tutti i Down di questa terra. Tutti riuniti sotto questa tenda virtuale.” Pier Francesco era al colmo dell’incanto. “E tutti mutanti.” Mutanti, mutanti, mutanti. “Io non so, non sappiamo ancora che faremo, né cosa diventeremo. Forse un giorno erediteremo il mondo, come i Cani di Simak. Però io non sono degno di prendere alcuna decisione. Tu sì.” “Io?” Il Perno sciolse l’intreccio delle gambe e si alzò in piedi, seguito da tutti i Down del mondo. “Sì, tu, Pier Francesco. Il nostro condottiero.” Poi il ventaglio urlò: “Mongoloid, we are mongoloid!” Una, due, dieci volte, sempre più forte, mostrando i pugni. Pier Francesco chiuse gli occhi. Non poteva far altro che accettare, naturalmente, ma… no, non era necessario né importante pronunciare parole di ringraziamento. Perché, nel momento in cui Il Perno aveva detto quella parola, “condottiero”, lui, Pier Francesco Fassone, era diventato un uomo completo. Mongoloid, we are mongoloid!!! C’era una ragazza in prima fila particolarmente infervorata. Pier Francesco la guardò con ammirazione: lei replicò con un sorriso smagliante. Somigliava molto a Cristina. In effetti, era proprio lei. La donna invisibile. Gengis Khan sapeva gestire il potere con abilità e fermezza. Arrivò dunque un’incredibile moltitudine di tartari e quando Gengis vide così tanta gente, subito decise di prepararsi per andare a conquistare altre terre. In poco tempo s’impadronì di altre province senza mai infierire contro la gente che sottoponeva al suo dominio e senza spogliarla dei beni, portandosela invece al seguito, alla conquista di nuove terre. E così riuscì a radunare molte genti e tutte obbedivano ai suoi ordini, perché lo amavano e lo rispettavano per la sua bontà. Marco Polo, Il Milione.

36 PUD (PICCOLE UNITÀ DISOCCUPATE) In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini. Ben presto però sentono le spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi male reciprocamente. Schopenauer

Mi sono già pentito di aver passato le selezioni per partecipare a questo corso di formazione finanziato dal Fondo Sociale europeo per “Addetti al commercio estero”. Per me è un molesto déjà vu questo subisso di dispense cartacee colme di diagrammi, epigrammi, esagrammi e fottigrammi cui si viene sottoposti da creature zoomorfe con laurea magna cum laude in psicologia e master in (cattiva) gestione delle risorse umane. Mentre la quasi totalità dei miei speranzosi compagni d’avventura è ancora alla ricerca dell’Arca, pardon della prima occupazione, io ho perduto l’illibatezza lavorativa ben dodici anni fa. E da allora ho “fornicato” come un grillo. Ciononostante al momento sono disoccupato, perché e percome non ve lo rivelerò neanche sotto scopolamina; sicché eccomi qua, ultratrentenne, a farmi di nuovo prendere per i fondelli con la propedeutica al lavoro. Giuro sulla mia testaccia di cavolo che è l’ultima volta. Il formatore, anzi la formatrice del modulo Manager e Managerialità è una scrofa rubizza coi denti sporgenti e un fare inquisitorio nazistoide. “Frau Finotti!”, e i cavalli nitriscono laggiù nelle maleodoranti stalle del Centro Uffici Direzionali (ma direzzzionali de ghe?, se è lecito saperlo). Scomodando un altro eminente pensatore germanico, Martin Heidegger, affermerei che la Dottoressa Finotti è pagata per mostrarci la strada verso la Betriebliche Lichtung, l’eliminazione delle remore mentali per una fluente comunicazione nell’ambito aziendale. Ripensando alle mie scorse esperienze lavorative, in ambienti perlopiù caratterizzati da rapporti umani pressoché autistici e circostanze del genere “la mano destra non sa cosa fa la sinistra”, mi viene da sorridere ma anche voglia di scappare a fumarmi uno spinello da qualche parte, magari sotto il monumento a Vittorio Emanuele II del quale da questo stanzone frigido s’intravede la statua. Il primo Re d’Italia. L’ASSERTIVITÀ Riguarda la sicurezza di sé che significa: •

Avere un atteggiamento positivo verso se stessi e gli altri • Essere leali con se stessi e con gli altri • Rispettare se stessi e gli altri

Quando si è sicuri di sé e il proprio comportamento è assertivo si è aperti agli altri e ai loro punti di vista anche quando possono essere diversi

37 Stupenda questa combinazione di testo centrato ed elenco puntato in carattere Times New Roman dimensione 20. Sa d’annullamento della personalità. Grufolando la moquette bigia, la scrofa si dirige verso Rossana Valleri, senza confronti la ragazza più attraente dell’aula. Ho già sondato il terreno con costei, concludendo che più ne sto lontano, meglio è: appartiene alla specie delle Universitarie Brodoso-Labirintiche. Peccato, perché ha gli stessi occhi di Nicole Kidman e un culo da schianto. “Lei è assertiva, signorina Valleri?” “Assertiva?” Rossana trascolora divenendo uno splendido ectoplasma. Quel facocero siculo della Impellitteri, che l’odia visceralmente per il suo profilo di cammeo e la schiena mirabilmente inarcata sul paiolo, se la ride sotto i baffi alla Franco Causio. Reprimo a stento l’impulso di tirarle in un occhio il mio Tratto Clip. “Sì, assertiva”, svasticheggia Frau Finotti. Iiiih! Rossana: “Ehm, io penso, o meglio credo di avere un atteggiamento molto positivo nei confronti degli altri, meno verso me stessa.” “Perché?” La é accelerata oltre il limite di Einstein, come certe note di Jimi Hendrix in Electric Ladyland. I nostri volti iperborei di piccole unità disoccupate s’illuminano fugacemente di un gelido azzurro cherenkov. “Perché mi manca totalmente l’autostima” conclude Rossana da un punto a metà strada fra il Sistema Solare e Proxima Centauri. “Ah” squittisce la Finotti. “Brutta cosa. Peeessima cosa. Come farai allora a proporti in un contesto aziendale se non ti senti sicura di te?” Si rivolge al resto della truppa. “Ricordati, anzi ricordatevi che non si ha due volte l’occasione di fare una buona impressione.” Questo lo so già, cochinilla. Al mio primo colloquio di lavoro, per un lercio posto da impiegato tecnico, io mi presentai in dolcevita granata, giubbotto di pelle nera e stivaletti di finto pitone. Per di più, nel momento topico, ebbi la brillante pensata di snocciolare a quell’algida tagliatrice di teste in minigonna e tacchi a spillo le mie preferenze musicali e letterarie, apertamente antisistema. Poco ci mancava che le dicessi che di tanto in tanto facevo uso di droghe. Mi assunsero giusto perché usufruivo di un bel calcio nel sedere; pure, volta esauritosene l’effetto fecero di tutto e di più per sbattermi fuori. Ma alla fine fui io a dare le dimissioni. Eccezionalmente sicuro di me. DIFESA DELL’EGO Risposte mirate a difendere se stessi, il proprio ego inteso come stima di se stessi (es. “Mi scusi, …). DOMINANZA DELL’OSTACOLO Risposte in cui si cerca in un evento esterno la causa di ciò che è avvenuto (“Non ho potuto contattare quel fornitore perché la stampante si è rotta”). PERMANENZA DEL BISOGNO Risposte che cercano di dare una risposta al problema.

Fuori fa un freddo becco, ho un’emicrania da cineteca e quella slide la metterei in un forno a microonde con la manopola sul grill. Il proposito di Frau Finotti (Iiiih!) di ottundere tutti gli spigoli della nostra ingombrante individualità per i nidi di vipere che ci attendono, sempre ammesso che

38 dopo lo stage qualcuno ci faccia la carità di assumerci, è oggi fin troppo scoperta. Ai tempi del mio primo contratto di formazione e lavoro ci rompevano sovente i marroni con la cosiddetta “ottica aziendale”, in cui essendo in pieno “edonismo reganiano” la direttiva primaria era l’aspetto formale. Al presente è di moda l’analisi transazionale dei comportamenti. E domani? “Avrei bisogno di un campione del suo Dna, signore. L’analizzeremo ed entro pochi giorni le faremo sapere.” E fra duecento anni? La risorsa sintetica. E… Tocca di nuovo alla troia: “Orbene, Valleri.” È ormai la sua vittima designata. “Io faccio irruzione nel tuo ufficio e ti rampogno sonoramente per non aver trasmesso in tempo utile quel dato fax al nostro fornitore principale. Tu come mi ribatti?” “Io? Ehm… le rispondo: Mi scusi…” “Ah! Ah! Non così! Niente scuse!” No excuses: a mio parere, la canzone più bella degli Alice In Chains. “Allora… senta, io…” “O.K., fa niente. Mastrogiacomo, che cosa mi rispondi tu?” Pino Mastrogiacomo da Matera, col suo bel faccione quadrato: “Sono davvero spiacente per questa mia negligenza, Dottoressa. Le assicuro che non si ripeterà più.” La scrofa rimane ritta a capo chino in mezzo all’aula, stringendosi il naso tra il pollice e l’indice. Poi annuisce: “Non male, Mastrogiacomo. Non male.” Stomacato e non solo per l’alcol ancora in raffinazione nelle vasche del mio metabolismo, faccio per chiedere il permesso di andare al cesso. Mal me ne incoglie. “Oh, ecco il tenebroso Faletti che si offre volontario per una simulazione di dialogo!” Qualcuno ridacchia, i futuri leccapiedi. “In verità, Dottoressa, io le volevo chiedere gentilmente il permesso di andare in bagno.” Lei me lo nega. “Prima la scenetta. La pipì può attendere un minuto.” Riaccomodo il mio culetto stizzito sulla poltroncina. “Va bene.” Allora mettiti in ginocchio e spalanca la bocca che ti faccio una bella doccia di succhi gastrici, ringhio nel mio gorgogliante dominio interno. E quindi… “Faletti!”, strepita quella tossica di grappa. “L’avevo avvertita che esigevo quel capitolato per richiesta d’offerta sulla mia scrivania entro le dieci di questa mattina!” Tratto un profondo respiro, lancio la mia granata. “Non me lo sono scordato, Dottoressa. Purtroppo, stamani intorno alle otto e quaranta, una fazione terroristica d’area anarco-insurrezionalista ha inondato la nostra rete locale con un impulso elettromagnetico che ha mandato a quel paese tutto l’hardware dell’azienda. Il mio laptop ha addirittura preso fuoco.” La prima a sganasciarsi è Rossana, la più vicina alla cattedra. Poi l’onda d’ilarità si propaga in modo diseguale lungo i tre lati della stanza occupati da noi monadi in cerca d’impiego. Gli aspiranti cortigiani, che prima se la ghignavano come dei deficienti di guerra, adesso sorridono appena. Giorgio Brondini di Brondini, una specie d’allampanato Rain Man della scienza giuridica, è l’unico a rimanere impassibile, con quella barba antracite il cipiglio da predicatore battista. “Brutta idea, signor Faletti, non prendere sul serio queste pratiche”,

39 miagola la Finotti, zittendo all’istante la classe. “Pessima idea.” Figlia di puttana. ANALISI TRANSAZIONALE A = Adulto, il pensato Informazione Apprendimento, acquisizione di tecniche Riflessione Elaborazione Deduzione Previsione Decisione CARATTERISTICHE FISICHE • • • • •

Espressioni facciali attente, vigili e partecipative Posizioni ed espressioni spontanee e non studiate Mobilità fisica e gestuale Espressioni di rapporto con ambiente e persone Voce espressiva naturale

CARATTERISTICHE VERBALI • • • • •

Espressioni di ricerca (perché? cosa? dove? quando? chi? come?) Espressioni di misura (abbastanza, prevalentemente, in egual misura…) Espressioni relativizzanti (credo, secondo me, probabilmente…) Convinzioni Teorizzazioni di esperienze

Stravedo per Robert Fripp. Per me, è il miglior chitarrista di sempre. Ne scoprii i talenti grazie a un nastro su cui un fricchettone che poi purtroppo morì in un incidente di motocicletta mi registrò il debutto dei King Crimson, ma fu Exposure a farmene innamorare. Gli assoli che il gentiluomo ha inciso per questo disco di David Bowie, Scary Monsters, che io e la flessuosa Rossana dalle virtù callipige stiamo ascoltando barricati nella mia auto sotto casa sua, sono semplicemente non umani. Come in Teenage Wildlife. “Senti che scala galattica si spara adesso, è incredibile!” “Sì, è proprio un portento” concorda Rossana, ripassandomi la canna. “Benché non sia la mia musica preferita.” “Che sarebbe?” “Cure, Tori Amos, P.J. Harvey. Cose così.” Ci avrei scommesso un dito. Al termine di una giornata più che mai soporifera, poiché era ancora in corso uno sciopero dei mezzi pubblici, mi sono offerto di accompagnarla a casa, rimangiandomi i precedenti propositi di non accostamento. Strada facendo ci siamo fermati in un locale a prendere un aperitivo: due per ciascuno, a dire il vero. Se tiro altre due boccate di quest’erba finirò per provarci: dopo tutto, che l’ho portata qui a fare? A prendere un calco del

40 suo strepitoso sedere per farne una scultura pop da mettermi in camera da letto? Riecco Rossana: “Secondo te, la nasona è fidanzata?” La “nasona” sarebbe la nostra tutor, Giovanna De Rossi. Rossana n’è letteralmente ossessionata: è il suo frippertronics. Faccio una smorfia possibilista. “Perché no. Può darsi che qualcuno la consideri attraente.” Piccola, esile, nasuta, gambe arcuate, amabile come uno sciame di zanzare dopo un temporale: be’, fatemi conoscere quel qualcuno!” “Sarà una bomba del sesso.” “Da venti megatoni. Attenzione alla ricaduta di estrogeni radioattivi.” Rossana ride. Ha un incisivo verdastro. “Secondo me se la intende con quel formatore italo-olandese, Vandernoot, o come diamine si chiama.” “Vanenburg. Gerald Vanenburg.” Spengo lo spinello nel portacenere. “Gerald?” Torino, Bar Filadelfia, 25 giugno 1988. Prendo un’acqua e menta e mi vado ad accomodare davanti al televisore; si sta giocando la finale degli Europei, Olanda-Urss. Al 32' Ruud Gullit porta in vantaggio i tulipani: stacco perentorio e pulsazione medusoide dei suoi dreadlocks. Al 54' Marco Van Basten inventa la silurata del decennio e dalla meraviglia quasi mi scappa dalla mano il terzo bicchiere consecutivo di additivo per acquari. Tra i due gol tante sapienti giocate di Gerald Vanenburg, esterno destro dal tocco soave con le cornee di uno squalo. Gli oranje alzano la Coppa Europa al cielo e finalmente arrivano quegli impuniti di Steve e Gianni: “Allora, si va in montagna?” E io: “Ma andate un po’ a cagare! Sono più di due ore che vi aspetto. Comunque alla faccia vostra mi sono goduto una partita da sballo.” E un’ala tornante fenomenale. “Giuliano. Si chiama Giuliano.” “Giuliano chi?” Il ricordo olandese scoppia come una bolla di sapone. “Ah, già. Quel biondino dinoccolato con le mani di fata. Li vedo bene a letto insieme.” Rossana rimane zitta. Forse in lei scorre una vena lesbica e il pensiero di quei due abbracciati le ha scatenato dentro un tifone di gelosia. La chitarra acustica di Pete Townshend introduce Because You’re Young con un riff pregno di tensione emotiva, certamente più adatto a un film noir che alla commedia romantica che potrei scrivere con questa bella ragazza. Tutt’a un tratto Faletti estrasse dalla tasca del giubbotto una pezzuola imbevuta di cloroformio… Rossana guarda l’ora. “Cazzarola, sono le otto passate. E sono bella fusa. Speriamo che Celestino non mi sgami.” Mi cadono le palle sul tappetino sotto i miei piedi. “Ti vedi con lui stasera?” Con quello zerbinotto d’ingegnere dal nome ridicolo, il tuo fidanzato di cui dici sempre peste e corna? “Sì. Sai, è un salutista, lui.” E io il solito scalcinato ghostbuster di spettri femminili. “Be’, allora… ci vediamo domani.” Lei apre la portiera con un gesto torpido. “Se mi sveglio…” Richiudi la portiera. Guardami con occhi pieni di desiderio. Mangiami la bocca.

41 “Ti stavo dicendo, se mi sveglio, ci vediamo alla macchinetta del caffè.” Smonta un po’ a fatica dalla macchina. “Ciao, e divertiti.” Slam. Rumore di tacchi in spostamento verso il rosso sull’asfalto. Per un minuto buono rimango immobile come un insetto preistorico intrappolato nell’ambra. Secondo il buon vecchio punto di vista della volpe nei riguardi dell’uva acerba, ho scampato un pericolo. Ma è davvero così? Non pensi che per lei potresti essere tu lo scampato pericolo? Ovverosia: “Federico Faletti mi piace, ma è più suonato di me, sicché mi conviene rimanere con Tonno Celestino?” Seghe mentali. Crollo il capo, giro la chiavetta dell’accensione e parto ad affrontare l’ennesima serata da uomo solo: in più, strafatto come un babà. It’s no game. STAKEHOLDER Individuo o gruppo che è portatore di interessi obiettivi riferiti all’impresa, ovvero nei confronti del quale l’impresa nutre un interesse legittimo In altri termini, individuo o gruppo

che è influenzato, o può influenzare, il comportamento dell’organizzazione. Più in dettaglio, gli stakeholder si dividono in: 1. Interni. Soggetti che agiscono all’interno del sistema impresa. 2. Esterni. Soggetti che esercitano dall’esterno un’influenza sulle vicende dell’impresa. 3. Primari. Soggetti che hanno con l’impresa una formale relazione contrattuale. 4. Secondari. Soggetti che in modo indiretto possono influenzare o essere influenzati dalle attività dell’impresa.

Frau Finotti (Iiiih!) ha ceduto la cattedra al Dottor Carlo Varapelli. Uno dei prototipi del nuovo fascino maschile che fanno la giocondità e le fortune degli esperti di marketing: non molto alto ma robusto, occhi verdi gatteschi, capelli ricci un po’ scompigliati, occhiali dalla montatura di corno, parlantina sciolta, viaggiatore. Tutte le marmocchie del corso se lo mangiano con gli occhi. Nel coffee break delle dieci e trentacinque, al distributore automatico d’ulcera duodenale, Rossana ha dichiarato a un gruppetto di ciamporgne che “quello è proprio il mio tipo”, ricevendo una raffica di gravi assensi. Per un istante è stato come se qualcuno mi avesse de-energizzato. Poi però mi sono ripreso e ho sorriso, immaginando una probabile futura relazione fra l’accattivante educatore e quel tonico sederino problematico. Auguri e terapisti maschi! In ogni modo, Varapelli è un sollievo dopo la Finotti. Chiunque fosse un minimo affabile lo sarebbe. Ma è solo una sospensione temporanea del

42 bombardamento; il piacente dottorino sarà seguito certamente da un altro insopportabile simulacro dall’oratoria anfetaminica o mesmerizzante. L’autentico dilemma è che il 90% di questo pastone di nozioni con cui c’imboccano quotidianamente nemmeno fossimo dei bambini in fase di svezzamento non serve a una beata fava. Entrerai in azienda e il primo basilare compito che ti appiopperanno sarà di fotocopiare le ricette di cucina della moglie del capufficio. Step two, imparerai a rispondere a due-tre telefonate nello stesso tempo. Step three, chi conta e chi no, per chi devi correre appena emette un sospiro e chi conta meno del due di picche. Passata qualche settimana qualcuno ti prenderà da parte e dopo un orribile caffè comincerà a spiegarti che cosa si fa lì e come, liquidando tutto questo popò di teoria come “un mucchio di stronzate che non servono a un cazzo”. Amen. In altri termini, individuo o gruppo che è influenzato, o può influenzare, il comportamento dell’organizzazione. Ma basta. Rossana mi ha chiesto se uscivo a pranzare con lei e altri due sedani, ma io le ho risposto che non avevo fame. C’è rimasta maluccio. Pazienza, due bicchieri di vino e le passerà. Ho qui con me il lettore CD portatile e Here Come The Warm Jets di Brian Eno. In Baby’s On Fire Robert Fripp suona un assolo da paura. Robert Fripp è stato uno stakeholder esterno al fenomeno new wave. Dopo aver impreziosito Heroes di David Bowie con stranianti pennellate post-umane, il chitarrista britannico volò a New York dove, parole sue: “Nessuno se la tirava da grande star del pop-rock. La gente m’incontrava per strada o al bar e mi chiedeva se fossi impegnato al momento e, se no, m’invitava a far musica con loro.” Fu così che Fripp si ritrovò a suonare coi Blondie sul palco dello storico CBGB’s per il Johnny Blitz Benefit (Johnny Blitz era il batterista dei Dead Boys: si era preso una sventagliata di coltellate al torace in una rissa per strada). Evidentemente preso bene dalla band della sexy Deborah Harry, il genio compose dei terrificanti passaggi chitarristici per Fade Away And Radiate, fascinosissima sintesi di pulsazioni interstellari e inquietudini urbane, con un’inaspettata coda reggaeggiante. Coloro che accusavano i Blondie di essersi svenduti con Heart Of Glass furono serviti. Mi è tornata voglia di suonare la chitarra. Stasera riscatterò Gli accordi a prima vista dall’immeritato oblio al salnitro e riprenderò a esercitarmi sui giri armonici. Giro di DO, Do-La m-Re m-Sol7. Giro di SOL, Sol, Mi m-La m-Re7. Lou Reed è dietro l’angolo, la sempiterna sigaretta in bocca: “I Velvet potevano essere estremamente dissonanti o graziosissimi. Ed erano sempre canzoni di due o tre accordi. Per una band alle prime armi che ha bisogno di farsi un repertorio il mio materiale è ottimo, perché è facile da suonare.” Era stampato in una slide della porcella: Il tempo è una risorsa. Limitata. Incontrollabile. Irrecuperabile. Invariabile. Indivisibile. Io ci aggiungo una citazione da un film: non c’è niente di peggio nella vita che il tempo sprecato. Appunto per questo, ora abbandonerò questo corso. E buona fortuna a tutti. Perfino all’irsuta e biliosa Impellitteri. Quanto a Rossana… mi farà piacere una sua telefonata.

43 Fuori c’è aria di neve. Nelle cuffiette, On Some Faraway Beach. Mi accendo una paglia e guardo in alto. Vittorio Emanuele II è sempre lassù, verdognolo e solenne. Chissà se amava la musica.

44 LA SPIAGGIA DI BRIGHTON I quattro militari del SAIA parcheggiarono la camionetta fra il termitaio e il gruppo di ironwood locali, smontarono da essa dopo averne attivato il campo di mimetizzazione e, finalmente, poterono consumare la loro colazione: birra in lattina e una razione di carne legnosa. La bevanda, come al solito, era calda come il piscio. Cosicché Ververk, il leader, sbottò: “Merda secca. Vaffanculo.” Si chiamava Ruud Ververk ed era nato e cresciuto in una farm dello Zimbabwe fra leoni, zebre e facoceri, nonché le poche ma granitiche convinzioni di una famiglia afrikaner. Al campo base del South African International Army era noto per i suoi modi bruschi e la quasi totale mancanza di senso dell’umorismo. “Shit” imprecò nuovamente Ververk con quel suo inglese dall’accento aspro. “Siamo quasi a metà del terzo millennio dopo lo sfigatissimo Redentore e quei fottuti musi gialli non sono ancora capaci di fabbricare un frigorifero portatile che funzioni come si deve.” “Mica li fanno solo in Giappone i frigoriferi” osservò Elijah Orbach. Ververk raggelò. “Come cazzo hai detto, Roth?” “Niente, capo. Parlavo da solo. Sa, il caldo…” Gli occhi del leader sfolgorarono dietro le spesse lenti protettive. “Tu ti credi un piccolo Einstein, vero? Un fottuto genietto col pisello sfregiato. Ho ragione o no, Roth?” Ververk lo chiamava così perché somigliava moltissimo all’attore inglese Tim Roth quand’era giovane, anche se all’inizio avevano dovuto spiegargli chi era quel tizio e quali film aveva interpretato, poiché di certo l’idea del soprannome non era venuta a lui, che al massimo in tutta la sua vita aveva visto Platoon o Delta Force e quasi certamente tutta la serie di Rambo. “Io, per me, non credo di essere proprio niente, capo” ribatté Orbach con gli occhi fissi sulle punte degli scarponi. Rick Valensi gli si mise vicino. Era una pagliuzza con la faccia da volpino che, per una sostanza o l’altra, stava sempre su di giri. “Ehi, Orbach, ascolta; è vero che prima di venire in questo cazzo di forno facevi il cantante in una sinagoga di Long Island?” “Innanzitutto si dice cantore, pezzo d’idiota. Per tua norma e regola, significa stare tutto il tempo in piedi in sinagoga. Calli dappertutto, non so se mi spiego. A volte canti ai matrimoni e ai funerali. Comunque, non so proprio dove tu abbia pescato quella diceria. Sarà un parto della tua corteccia cerebrale sbrindellata.” Orbach snocciolò tutto ciò con voce monotona, senza alzare lo sguardo. “Come parli bene, Orbach. E quante cose sai. Allora senti questa: che differenza c’è fra una madre ebrea e una italiana? Quella italiana dice ai figli: ‘Se non fate quello che vi dico, vi ammazzo’. Quella ebrea dice: ‘Se non fate quello che vi dico, mi ammazzo’.” Dopodiché Valensi scoppiò a ridere come una iena impazzita. “Piantala, mangiaspaghetti” gli intimò l’intollerante Ververk. “Mi stai già dando sui nervi.” Più che altro perché, da razzista inveterato qual era, si riteneva l’unico in potere di sfottere Orbach per le sue origini ebraiche.

45 “No, Mijnheer, lo lasci parlare” lo pregò invece quest’ultimo, ravvivandosi. “Ché tanto proviene da Brooklyn e non si capisce mai un accidente di quello che dice.” “Zitto, pollivendolo del Mar Nero, o ti scippo la paghetta” sibilò Valensi, punto sul vivo. “Ma vai a farti fottere, Tony Soprano dei miei coglioni.” “La volete finire, you bloody cunts?” urlò Ververk, scagliando loro addosso la lattina di birra. “Zeta Reticuli” pronunciò lo scuro e possente Dourdan, spalancando gli occhi verdastri. “La fottuta merce di scambio.” Le sue prime parole da quando il quartetto aveva lasciato il campo. “Ma di che diavolo va cianciando quello scimmione della Louisiana?” fece Valensi, stralunato. “Ehi, ascolta, Dourdan! Ti sei completamente fumato il cervello o cosa?” Ma il conduttore non lo degnò neppure di un’occhiata: era tornato a concentrarsi sui rimasugli nella sua scatoletta di carne. Allora Valensi si rivolse a Ververk parlandogli sottovoce: “Senta, capo, forse è meglio che d’ora in avanti la jeep la guidi io.” “Chiudi il pisciatoio e finisci di mangiare, Valensi” controbatté tagliente Ververk. “Ai vostri ordini, capo” sospirò Valensi. Ma a me non mi zittisce neanche il Padreterno, ringhiò dentro di sé. Perciò: “Ehi, Orbach, la sai quest’altra del tizio che viene dalla California in visita a New York?” “Certo che la so, Tony. Esce dalla metropolitana e chiede al primo passante se quella è la direzione giusta per l’Empire State Building o deve andarsene a fare in culo: cioè a casa di tua madre, Valensi.” Ververk, fatto piuttosto inconsueto per lui, scoppiò in una grassa risata malevola; all’opposto Valensi implose di stizza, colpito nel profondo del suo orgoglio siculo-americano. Egli sarebbe volentieri saltato alla gola di Orbach, ma c’era pur sempre tra i piedi quel campagnolo mezzo olandese e mezzo babbuino, che per giunta era molto più alto e robusto di lui e cintura nera di karatè. Sicché si dovette accontentare di rivolgere un gesto intimidatorio all’ersatz del famoso attore britannico, il quale peraltro si strinse nelle spalle. “Elemento 115. Il propellente universale” borbogliò Dourdan fra sé e sé, come in un assurdo spot televisivo. Valensi trattenne a stento una bestemmia. Bella giornata di merda gli si prospettava. Fortuna che si era rimpinzato per bene prima di uscire in missione; altrimenti, non avrebbe potuto sopportare quei rottinculo. Rivolto verso la jeep, Ververk digitò un comando sul suo multicomp palmare spiegando con bieca soddisfazione: “Sto rendendo virtualmente impenetrabile il campo di mimetizzazione. Qualunque cosa ci sgancino sopra quei musi neri della malora, gli farà un bel pompino con l’ingoio.” E all’inferno la finezza. Detto fatto, la pattuglia si mise in marcia sotto quel cielo di metallo incandescente. Senza gli occhiali fotocromatici, i berretti a visiera e il film protettivo spalmato sull’epidermide, essi non avrebbero potuto resistere all’aperto per più di dieci minuti.

46 “Ecco ciò che succede quando si manda a puttane il clima di un pianeta” rifletté tetramente Orbach grattandosi il mento appena sbarbato. “Siamo diventati tutti quanti, uomini e animali, come salsicce su una surrealistica graticola sferoidale. Gli Insaccati Molli.” In silenzio, circospetti, i soldati raggiunsero la sommità di un’altura. Lì Ververk attivò nelle sue lenti la modalità ‘binocolo ad alta risoluzione’ e si dispose a scrutare la valle sottostante e il costone opposto. Tutt’a un tratto disinnestò la visione a distanza, sputò un grumo vischioso per terra e imprecò. “Cazzo, non riesco a vederlo. Eppure la mappa elettronica sul multicomp è più chiara della fottuta acqua di fonte. Deve essere precipitato giusto al centro della valle.” “Può darsi che i nerofumo siano arrivati prima di noi” ipotizzò Valensi. “Quei brutti bastardi maratoneti con le gambe secche.” “Naah. Con gli scarsi mezzi a loro disposizione non avrebbero potuto portarlo via in così poco tempo. Diocristo, si tratta pur sempre di un sacramento di velivolo grande quanto un F-16 e pesante almeno il doppio!” “Forse l’omino verde è riuscito a tappare la falla ed è tornato alla Nebulosa di Magellano” asserì Orbach. “Oppure il velivolo si è già disintegrato, o l’ha distrutto in anticipo egli stesso e ora se ne sta acquattato da qualche parte in attesa dei soccorsi, ammesso che arrivino.” “Frequenza idrogeno” mormorò Dourdan, torcendo i labbroni. Orbach sorrise. “Ecco, ci mancava proprio il commento di mister Scirocco” sbuffò all’opposto Valensi. “Maledetto Sudafrica puzzolente!” Ververk lo guardò storto, poi riprese a trafficare con la tastiera del multicomp. Trascorso qualche minuto scosse la testa. “Shit. Pare che il satellite abbia preso un granchio. That bloody spaceship non si trova qui davanti a noi, bensì oltre quella collina laggiù.” La indicò con il mento. Valensi emise un riso isterico. “Ma sì, è chiaro. In fin dei conti la Sfinge di Marte era soltanto un monticello corroso dai venti secolari, no? Poi succede che i cinesi vi mandano un’astronave con equipaggio umano battendo tutti sul tempo e scoprono che quello è davvero un volto alieno scolpito nella roccia. E quei fenomeni della NASA si dimettono in massa. Morale della favola, vatti a fidare dei gingilli orbitanti. E dei governi. Ora ci toccherà fare da bersagli in questa conca bollente, porca puttana…” “Sia come sia dobbiamo attraversarla e basta” tagliò corto Ververk. “Seguiremo un percorso che non ci faccia rimanere troppo allo scoperto; ne ho già memorizzato i punti di riferimento. Allora, tutti dietro di me in fila indiana, e non un fiato. Andiamo.” I quattro soldati intrapresero una lunga e prudente discesa. Durante poco meno di venti minuti, furono costretti a fermarsi due volte per evitare prima degli impala e poi un gruppetto di bufali, ma riuscirono a schivare ambo gli intoppi senza allarmare troppo gli animali. La radiazione ultravioletta era implacabile. A circa metà del cammino fra un costone e l’altro sostarono in una macchia di vegetazione per dissetarsi e stare un po’ all’ombra. Ververk si sedette su un masso dopo aver accertato che non celasse un serpente o qualche altro spiacevole inquilino del veld e fece per portarsi la borraccia alla bocca, ma proprio lì Orbach richiamò la sua attenzione: “Mijnheer!” “Che diavolo vuoi, Roth?”

47 “Potrebbe venire qua un momento?” Soffocando l’ennesima imprecazione, il leader scattò in piedi e in due irose falcate si ricongiunse al succedaneo londinese. “Orbach, se mi hai scomodato per guardarti mentre ti pisci sugli scarponi, giuro che…” “Lungi da me seccarla per niente, Mijnheer. Dia un po’ un’occhiata a questo cespuglio.” Ververk si chinò aguzzando la vista. Un oggetto arancione, molto simile a una bombola di gas butano per fornelli da campeggio, spiccava tra le fronde. “Ma che roba è?” mormorò perplesso il leader. Nel frattempo erano venuti a vedere anche Dourdan e Valensi. “Mantieni l’Africa pulita” ironizzò quest’ultimo alla vista del presunto contenitore. “Non sarà una mina artigianale?” congetturò Orbach. Ma all’istante scosse la testa: “Mm, no. Voglio dire, se lo fosse per davvero a quest’ora mi avrebbe vaporizzato i gioielli di famiglia.” “Appunto” convenne Ververk, acido. “In ogni caso, è meglio che la passi allo scanner.” Così fece. In breve tempo il display del multicomp gli mostrò il risultato della scansione. Il leader aggrottò la fronte: “Esito negativo. Niente esplosivi né agenti patogeni di alcun genere. Diamine, è proprio soltanto una dannata bombola di metallo, per giunta vuota. L’avrà dimenticata qualche fesso d’antropologo sporcaccione.” Allungò il braccio e la tirò fuori del cespuglio. “Ehi, capo, cos’è quel simbolo stampato sopra?” domandò Valensi. “Sembra una specie di svastica con quattro virgole al posto degli uncini.” “Non è una svastica, bensì un lauburu basco” puntualizzò Orbach. “Presso quel popolo fiero, simboleggia diverse cose, tra cui l’evoluzione dell’energia verso la sua fonte d’origine.” “E dove diavolo sarebbe ’sta fonte?” ragliò Ververk, per nulla avvezzo ai discorsi esoterici. “Carico d’energia biochimica” gioì il massiccio Dourdan. “Bonus.” Valensi si sentiva da dio. Il suo cuore stantuffava a tutto vapore, gli impulsi nervosi guizzavano da un neurone all’altro come navette spaziali a tachioni. Oltre a ciò, c’era la sensazione travolgente di cogliere particolari senza sforzo alcuno, i colori sfavillanti: “Ehi, Roth, sto proprio bene, lo sai? Vado a gonfie vele.” Orbach, che lo precedeva di un metro, non replicò. “Kugel, grieben e ruggelech”, pensava a ripetizione, come in un sincretico mantra yiddish. Gelatina di pollo, rigaglie fritte e polpette. Ormai erano in vista della collina. Valensi tornò alla carica: “Orbach, sei un khazer, sai? Uno stupido giudeo da avanspettacolo, come Henny Youngman e Milton Berle. Mi stai ascoltando, Orbach?” “Gelatina di pollo e rigaglie, Valensi. E impiccati.” “Uh uh. Dunque anche tu ti sei messo a farneticare. Allora sai che ti dico, Shlomoberg? Che finirai peggio di Dourdan. Oy vey.” Valensi si voltò a guardare il Mandingo di New Iberia, che procedeva con il volto contratto in una smorfia rigida. “Porca puttana” imprecò mentalmente. “Perché mi sento così… nitido? Cosa diavolo c’era in quella bombola arancione? Che ci ha combinato?”

48 “Movimento!” sibilò Verkerk. “Tutti a terra!” Una sagoma si distinse nella penombra della foresta ai piedi del costone, riempiendosi in pochi attimi di un’uniforme mimetica a chiazze, un fucile laser e un faccione arcigno color nocciola. Il nerofumo prese a dirigersi recisamente dritto e imperturbato verso la squadra del SAIA. Altri tre sbucarono dalla vegetazione e lo seguirono. Subitaneamente, senza alcun segnale convenzionale da parte del leader, le menti dei quattro militi si fusero mediante gli impianti cerebrali in una policroma Gestalt da combattimento: il Soldato Multiplo. Il Soldato osservò immobile i miliziani di colore avvicinarsi. E quando essi furono a ventina di metri di distanza fece fuoco. Minchia. Merda secca. Oy. Punti! Il leader nemico si tuffò di lato con un balzo felino, lanciando nello stesso tempo una saetta rovente in direzione di Ververk/multiplo. Costui rotolò via sparando alla cieca nella generica direzione del nemico; però quasi subito, grazie a un suggerimento subliminale da parte di Orbach, riguadagnò un assetto vantaggioso dietro a un tronco d’albero caduto. Luridi bastardi fottuti. Cornuti e sucaminchia. Khazeyrim. Altri punti di abbuono in arrivo dalla macchia! I raggi laser lampeggiarono incrociandosi. Un nerofumo perfino più grosso di Dourdan si lanciò sparando e urlando contro Valensi/multiplo. L’italiano lo colpì giusto in mezzo al petto facendolo stramazzare con la bocca spalancata in un grido di morte. Altri due miliziani caddero sotto i suoi/loro tiri precisi. “Sono il fottuto Christian Barnard dei campi di battaglia, figli di puttana!” gridò Ververk/multiplo al colmo dell’esaltazione. Poi sentì un dardo di fuoco attraversargli il cranio. E tutto finì. Orbach diede una veloce occhiata al monitor da polso di Ververk e constatò: “È morto stecchito.” “Porca troia bastarda” imprecò Valensi, distogliendo lo sguardo. Poi aggiunse: “Per nostra buona sorte non si è verificato alcun feedback. Altrimenti a quest’ora saremmo tutti e tre baccalà come lui.” “Già” articolò Dourdan. Era la sua prima parola sensata dall’inizio dello stint. Forse l’azione gli aveva snebbiato il cervello. Invece Valensi pareva in down sparato. “Dio, che fiacca che ho addosso. Bella situazione di fango verminoso. Ovviamente tutto ’sto casino non sarà passato inosservato. Vedrete che fra mezz’ora o poco più ci piomberà addosso ogni sporca milizia negra dello Zimbabwe!” Orbach prese in mano il multicomp. “Fantastico” commentò sarcasticamente. “È come se ci avesse camminato sopra una mandria di elefanti. Un giorno o l’altro qualcuno mi dovrà spiegare perché ne forniscono soltanto uno per ogni squadra.” “Diocristo. In ogni modo, fosse stato ancora funzionante l’aggeggio fetuso, che diavolo volevi fare, chiedere l’intervento degli elicotteri? Abbiamo tempo di morire e rinascere cento volte prima che lorsignori si facciano vedere. E io non voglio certo stare qui a fare il piccione da tiro per colpa di quei bastardi con le mostrine che ci mandano sempre in avanscoperta a fare il lavoro sporco, perché, è chiaro, inviare subito nelle zone d’atterraggio i mezzi speciali per il recupero è un azzardo

49 economico, non sia mai che io debba muoveve il mio nobile culetto dalla poltvona per vaccogliere quattvo cenci vadioattivi. Datemi retta, torniamo alla jeep e vaffanculo al dannato disco volante!” Totalmente indifferente alle lamentazioni di Valensi, Dourdan fletté la propria notevole mole e raccolse un oggetto che giaceva per terra; poi, senza proferire parola, lo sporse a Orbach. Era un foglio di carta non troppo spiegazzato. “C’è scritto su qualcosa” notò Orbach, socchiudendo gli occhi. “Ah sì?” gemette Valensi. “Ma allora questa è davvero una caccia al tesoro per bambini dementi! Avanti, Roth, illuminaci se dobbiamo conferire col Pirata Barbanera o rubare un’ampolla di succo vaginale a quella troia della Fata Morgana per portare a casa la pellaccia.” “La guerra è il regno del pericolo, e perciò il coraggio, soprattutto, è la prima qualità del guerriero”, recitò Orbach. “Madonna santa.” “La tua amica immacolata c’entra poco o nulla, Valensi. Questo è Von Clausevitz duro e puro.” “Il cugino prussiano di Rommel, immagino.” Orbach non replicò alla battuta. Un brivido di piacere percorse le sue viscere proprio come tanti anni addietro, quando Rabbi Geiger gli aveva rivelato che il suo trisavolo Yossi Orbach era stato un famoso ladro di cavalli e contrabbandiere nel ghetto ebraico di Odessa. Un posto così inverosimilmente lontano da quella valle arroventata quanto la Terra da Plutone. Il panorama della sua psiche si accese ancora in un lampo di luce maniacale. “Olev hasholem, vecchio” pensò, con gli occhi che mandavano scintille. “Ora vedrai quanto sono degno di quel sangue audace che mi hai tramandato.” Orbach appallottolò il foglietto e lo gettò via. Poi, senza dire una parola, girò sui tacchi e ad ampie sicure falcate si diresse verso la base dell’altura, seguito all’istante da Dourdan. Pure lo stranito e lamentoso Valensi subì una nuova trasfigurazione: muscoli tesi, pupille dilatate, battito accelerato, capelli ritti in testa, autostima e pensiero positivo. Non tardò molto a riunirsi ai suoi compagni. Orbach si accucciò e attivò il binocolo. Vide un gruppo di costruzioni biancastre, senza finestre, esattamente al centro della radura sottostante. Non vi era alcun segno di vita intorno a esse. C’era da presumere che l’astronave aliena e il suo occupante – vivo o morto che fosse – stessero laggiù rinchiusi in qualche posto, ma chi diamine si era dato la pena di edificare quella base fra ciuffi d’erba disseccata e mopani contorti? Per di più, com’era possibile che il comando del SAIA ne fosse completamente all’oscuro? “Fottuti alti papaveri” disse Orbach a denti stretti. “Ma vi faremo vedere noi chi ha le palle sotto.” “Così mi piaci, Roth” approvò ghignando Valensi. “Facciamoli a brandelli.” Dourdan non trovò nulla da eccepire. Un fugace cenno d’intesa e i tre uomini rotolarono lungo il lato nord della collina per cominciare l’avvicinamento. Si tennero il più possibile fra

50 l’erba più alta, strisciando, discretamente mimetizzati dalle tute maculate. Allorquando giunsero a una trentina di metri dall’agglomerato, Orbach mormorò: “Tutto bene. E ora…” Fu interrotto da un suono che parve un rutto di un orco gigantesco. Subito dopo una fessura comparve in uno degli edifici di fronte a loro, allargandosi fino a raggiungere le dimensioni di una grande porta: ne scaturì un’orda di soldati dalla pelle nera. Il Soldato Multiplo fece fuoco all’istante. Parecchi nerofumo caddero sotto il suo/loro tiro incrociato, ma in un batter d’occhio il fabbricato eruttò un’altra fiumana epilettica di miliziani. Allora Orbach/multiplo lanciò una granata di nanopolvere di alluminio proprio al centro della moltitudine. Ci fu il lampo abbacinante dell’esplosione, seguito da una pioggia di sangue e membra straziate. Nondimeno, neppure ciò riuscì ad arrestare la fuoriuscita di quelle termiti impazzite. Era come se nel sottosuolo vi fosse una fabbrica automatica che ne sputava fuori decine di esemplari al minuto. I tre soldati della coalizione sudafricana continuavano a sparare e a gettare granate, sventagliando anche sui lati per evitare che i nerofumo li aggirassero. Ma quelli non finivano mai. E venivano sempre più vicini. Bastardi figli d’androcchia. Merder. Detriti alieni, luccicanti detriti alieni. “Cos’è quel numero che sfarfalleggia a mezz’aria ogni volta che ne eliminiamo uno?” trasmise Valensi a Orbach tra una scarica e l’altra. “Cosa?” “Dicevo, cos’è, quel… Ah! Roth, mi hanno beccato, porca troia!” “Merda! Dove?” Nessuna risposta. “Valensi, oy gut, rispondimi!” “Ecco il nuovo bonus! Bazooka a fusione di fabbricazione russa!” esclamò trionfante Dourdan. “Eh?” Orbach percepì un ronzio elettrico alla sua destra. Poi il mondo gli esplose in faccia. Orbach/Roth stava sprofondando in un oceano di tenebra appiccicosa come melassa. Giù, sempre più giù. Respirava oscurità ed espirava terrore. “Dunque è così il momento del trapasso” riuscì a pensare. “Una lunga, orribile caduta libera verso il nulla assoluto. L’inferno è un grande buco nero al centro della terra. Mai più scodelle di borscht sulla passeggiata di Little Odessa in compagnia della bellissima Rachel Hornstein. Scordati pure la kashe e le notti inebrianti. La canzone di Coney Island smetterà di suonare nella tua mente. E poi sarà la fine di tutto, shmuk.” Bazooka, bazooka, un calcio nel culo a quel fesso di Luka. Dourdan! Dove sei, maledizione?Non riesco a vederti! Spara sul punto rosso, butta un decino nel fosso. Yeah! Dourdan, dannato shvartse… Orbach. Il fratello di Barbara Goldbach, la moglie di Ringo Starr. Oh Dio. Dio c’entra poco o nulla, Orbach. La colpa è dei merdosi politici. Ma di che stai parlando?

51 I negoziati fra il nostro Governo e gli alieni di Zeta Reticuli, uomo. Oh no. Ancora con queste farneticazioni! Perfino da morti. Noi non siamo morti, Orbach. Siamo merce di scambio. Proprio non ti ricordi? Io, per me, ricordo ogni cosa. L’iniezione letale rinviata all’ultimo momento. Quel figlio di buona donna in giacca e cravatta che mi spiega burbanzoso i termini del fottuto accordo… Carburante universale in cambio di stupide marionette umane… Andare all’inferno o recitare in uno schifoso B-Movie bellico per sempre. Stai delirando. Affatto, Orbach. Oh, quelli pensavano di avermi cancellato completamente i ricordi e che i loro fottuti impianti funzionassero a meraviglia, ma io ho una memoria di ferro, sai? Sarò strambo finché vuoi, ma per niente tocco. Mio padre andava a pesca di gamberetti nel Golfo del Messico, e così suo padre e il padre di suo padre, non so se mi spiego. Noi Dourdan abbiamo fosforo fin nelle dita dei piedi, uomo. Se soltanto quel maledetto sbirro a New Iberia non mi avesse provocato… L’oscurità si stava decomponendo in lunghe cortine di luce simili ad aurore boreali. Forse Orbach si era sbagliato riguardo al colore del nulla. O forse stava semplicemente cominciando a capire. E a ricordare. Lui era certamente un fottuto genietto, come l’aveva chiamato prima il leader afrikaan: ma del crimine. La più intelligente canaglia ebrea della East Coast. Il Noodles dell’era digitale, specializzato in frodi informatiche agli istituti di credito. Un mazik. Ma alla fine l’avevano beccato. E… Lichtung. Il diradarsi del bosco fino allo spazio libero. Non capisco una parola di quel che dici, Orbach. Ma va bene lo stesso. Mi sei sempre stato simpatico, uomo. Valensi era uno spacciatore di droga. E Ververk un bastardo killer. Nessuno è perfetto, Orbach. Sul serio! Dourdan, sei mai stato a Brighton Beach? No, Orbach. Sai, all’angolo con Coney Island Avenue c’è un ristorantino dove si mangia da paura. Si chiama Mrs Stahl. Un giorno o l’altro ci andrò, Orbach. Un giorno o l’altro. Dourdan… Sì, Orbach. Adesso ho tutto chiaro. Tutto quanto. Noi non stiamo morendo. Siamo soltanto alla fine del quadro. Li abbiamo eliminati col bazooka, Orbach. Tutto si fece bianco. Il ragazzino sfiorò con una mano tesa il pulsante di salvataggio della consolle ludica. “Credevi che non sarei mai riuscito a finire il primo livello di questo nuovo gioco, Morwyn Yleisanaku” gongolò rivolgendosi idealmente al suo spocchioso capoclasse. “E invece eccoti servito. Voglio proprio vedere che faccia farai domani a scuola quando ti mostrerò la registrazione!” Tutt’a un tratto avvertì una presenza dietro di sé. “Izekia, figlio mio, devi sempre stare attaccato a quell’affare? Hai fatto i compiti, vero?”

52 “Certo che sì, madre” rispose sbuffando Izekia, senza voltarsi. “Se lo desideri, te li posso proiettare in 3d davanti agli occhi.” La donna scosse dolcemente la testa. “Non ce n’è bisogno, Izekia. So già che li hai fatti. Il fatto è che talvolta mi piace sentire la viva voce di mio figlio, ecco.” Izekia meditò un istante, poi affermò con sincerità: “Anche a me piace sentire la tua voce, madre.” “Ne sono molto lieta, Izekia” si rallegrò lei, carezzandogli teneramente la protuberanza sensoriale sulla sommità del capo. Poi rivolse uno sguardo accigliato alle due figurette in uniforme imprigionate nel visore olografico. “Mi mettono i brividi, quelli lì. Sembrano così veri…” © 2005, 2009 Maurizio Ferrarotti. Tutti i diritti riservati.


Guerra nella mia testa