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1 LA CINA E LA SPERANZA CRISTIANA 21/02/2014 1° IL MESSAGGIO CRISTIANO NELL’ANTICA CINA Come premessa, per introdurci in quel lontano Paese che è la Cina, ecco alcuni tratti di informazione generale. Vanta una storia antichissima ed è oggi il più popoloso Paese del mondo, con circa un miliardo e 400 milioni di abitanti. E’ il terzo Stato per vastità (dopo l’Unione Sovietica e il Canada), con più di 9 milioni e mezzo di Kmq. Le sue frontiere fra est e ovest sono distanti oltre 5 mila km. e altrettanto sono lontani i confini nord e sud. Entro i suoi confini vivono 56 etnie riconosciute, fra le quali l’etnia Han costituisce oltre il 91,50% dell’intera popolazione. Fin dall’antichità la Cina si è chiamata Zhong Guo, Paese del Mezzo. Un Paese che si riteneva il centro del mondo, e pensava di costituirne anche la maggiore realtà umana e politica. Tradizionalmente, riconosceva in alto il Cielo, che non parla ma manifesta la propria volontà nell’ordine delle cose. Con il consolidarsi della struttura dinastica imperiale, l’imperatore è stato ritenuto come un legame vitale tra la Terra e il Cielo, dal quale riceve il mandato e la responsabilità di mantenere l’ordine stabilito; per questo deve egli stesso osservare la legge del Cielo, facendo il bene del suo popolo .Naturalmente, l’imperatore ha bisogno di una vasta ed efficiente rete di funzionari, il cui profilo è stato precisato nel corso dei secoli per esprimere il meglio della società; essi venivano scelti dopo lunghi e difficili esami, tra i letterati, perfetti conoscitori delle tradizioni trasmesse dal passato. Queste tradizioni erano state raccolte e insegnate specialmente da Confucio, un filosofo esistito dal 551 al 479 a. C. (più o meno contemporaneo dei grandi filosofi della Grecia e di Buddha in India). Ne è nata una storia un po’ idealizzata della millenaria civiltà cinese che viene ripetuta da tanti studiosi anche ai nostri giorni. Ma è ovvio che la storia vera deve far i conti anche con l’amara realtà della condizione umana, bacata anche in Cina dal peccato originale… Anche l’immensa Cina ha vissuto per tanti secoli divisa in piccoli Stati che si combattevano fra loro. Solo nel 200 a. C. il potere fu unificato in tutto il Paese da un grande conquistatore, che fece nascere la prima dinastia imperiale. Quest’uomo, Qin Shi Huandi, era un violento (si narra che fece seppellire vivi i seguaci di Confucio, che contestavano i suoi metodi spicci e cruenti). La sua dinastia, detta dei Qin, durò poco, ma il sistema imperiale si consolidò e seguirono varie altre dinastie, più o meno durature e degne di lode. Una storia lunga oltre 2000 anni, che non è stata certo priva di grandi contrasti e guerre. Ma anche queste alterne vicende possono essere interpretate secondo le credenze tramandate dall’antichità, confermando la convinzione che quando un imperatore con la sua condotta o il suo cattivo modo di governare tradiva – per così dire - il Mandato del Cielo, perdeva questo diritto, per cui (attraverso una guerra o una rivolta di popolo) il potere passava ad altri. L’ultima dinastia, di origine mancese, è stata destituita circa un secolo fa (1911), quando fu creata la prima fragile Repubblica Cinese. Considerando più specificamente gli aspetti religiosi, va detto che per molti secoli nella Cina non ci furono religioni organizzate come le conosciamo oggi, ma la popolazione viveva una specie di religiosità diffusa. Lo stesso Confucio non si è mai considerato portatore o esponente di una specifica religione; interrogato sull’argomento, rispose vagamente: se riusciamo a stento a conoscere le cose della nostra vita materiale, come possiamo pretendere di conoscere quelle che vanno al di là della nostra vita? Ma nella sua vita pratica Confucio ha sempre dimostrato di rispettare la volontà del Cielo. Quello che chiamiamo Confucianesimo, e che esprime le dottrine del Maestro Kung, è piuttosto un sistema filosofico sapienziale. Vari imperatori ne hanno valorizzato gli insegnamenti come fosse una religione, ma ancora oggi il Confucianesimo non è considerato una religione in Cina (mentre lo è per es. ad Hong Kong e a Taiwan). Esso è stato ferocemente combattuto da Mao Zedong, specialmente negli anni nefasti della “Grande Rivoluzione Culturale”, ma oggi è rivalutato anche dai dirigenti comunisti, perché promuove fra l’altro il rispetto per l’autorità costituita.


2 Di origine specificamente cinese è anche il Taoismo, dottrina filosofica che si fa risalire al filosofo Lao Tze (nato nel 604 a.C.); esalta la spontaneità della natura ed è stata durante i secoli espressione dell’anticonformismo. Vari contestatori dell’autorità imperiale nel corso della storia si ispiravano a questa scuola filosofica. Anche Lao Tze non ha mai pensato di creare una religione. Si venne progressivamente organizzando come religione grazie a dei monaci che si ritiravano dal mondo per cercare la pace e la serenità. I templi del Taoismo, costruiti spesso in posizioni privilegiate, sono meta di pellegrinaggi. Il Buddhismo invece è una religione che ebbe origine in India e venne introdotta in Cina nel primo secolo dell’era cristiana, da alcuni monaci che ne avevano sentito parlare ed erano andati a farne esperienza in India. Diffuso anche in altri Paesi dell’Asia orientale, ha dato origine a varie scuole di spiritualità, tra le quali quella del Buddhismo Chan (più nota col termine Zen, usato in Giappone). Diverso dal Buddhismo classico è quello tibetano, che si sviluppò nel corso dei secoli anche con forme proprie di organizzazione sociale, dando vita ad una teocrazia sui generis. La contesa con il Dalai Lama (fuggito in India nel 1959 a seguito dell’occupazione militare da parte delle truppe di Pechino) costituisce ancora oggi un grosso problema per il governo cinese. Anche l’Islamismo, come sappiamo, ebbe origine lontano dalla Cina, in Arabia. A raccoglierne credenze, leggi e riti, è il Corano, considerato frutto delle “rivelazioni” avute dal profeta Maometto (nato nel 571 d. C. alla Mecca). Fu introdotto in Cina dai mercanti arabi, per via mare (attraverso Guangzhou, dal 7° secolo) e anche per via terra. L’Islam conta oggi in Cina oltre 30 milioni di fedeli, appartenenti a varie etnie e diffuso specialmente nelle regioni del nord ovest. Nel Xinjiang si stanno verificando da tempo forti contestazioni, fomentate probabilmente anche da estremisti stranieri. E il Cristianesimo, come arrivò in Cina? I primi ad annunciare il Vangelo di Gesù ai cinesi furono dei monaci partiti dall’Assiria che, attraversando l’Asia con le carovane commerciali lungo la cosiddetta Via della Seta, raggiunsero Xi’an, capitale dell’impero dei Tang, nel 636. Una grande stele di granito, scolpita in caratteri cinesi e siriani, conservata nel Museo storico di Xi’an, ricorda che quei monaci, guidati da Alopen, furono ben accolti dall’imperatore Taizong. Vi si dice che la “Dottrina della Luce” fu riconosciuta dall’imperatore come buona. I monaci poterono costruire dei monasteri e cominciarono anche a tradurre le scritture sacre, imitando quanto stavano facendo i monaci buddhisti. Ma dopo un paio di secoli, cambiata la dinastia, la Dottrina della Luce fu messa al bando. Nella seconda metà del 1200 una nuova ventata di Cristianesimo giunse in Cina, grazie ad una missione composta da Frati Francescani, inviata dal Papa Nicolò IV al Gran Khan della dinastia Yuan, dei mongoli. L’esercito guidato da Gengis Khan e dai suoi successori si era spinto attraverso l’Asia centrale fino alle porte dell’Europa. D’altra parte anche l’espansionismo islamico costituiva un grosso problema per l’Occidente cristiano. La delegazione romana guidata da Giovanni di Pian del Carpine fu bene accolta dal Gran Khan a Karakorum nel 1245. Era il tempo dei famosi mercanti veneziani Nicolò e Marco Polo. Ma fu anche un secolo di grande impegno missionario, con apostoli di eccezionale zelo, come Giovanni da Montecorvino, arrivato a Kambalik (l’attuale Pechino) nel 1294, dove fu poi fatto vescovo e dove rimase fino alla morte (1328). Altra figura di eccezione fu Odorico da Pordenone, anche se poté rimanervi poco. Essi lavorarono, oltre che a costruirvi delle chiese e scuole, anche a tradurre in lingua mongola i Salmi e il Nuovo Testamento. Ma ancora una volta, quando nella seconda metà del 1300 la dinastia degli Yuan (che erano dei tartari venuti dal nord) fu sconfitta, i nuovi imperatori Ming avviarono una nuova politica estera, chiudendo anche i contatti con la Roma del Papa. E passarono altri due secoli. A metà del 1500, concluso il Concilio di Trento che avviava la grande Riforma della Chiesa, era iniziata anche una nuova stagione missionaria, resa possibile da una serie di grandi santi. Non possiamo dimenticare che uno dei primi compagni di San Ignazio di Loyola, san Francesco Saverio, era stato inviato in Oriente per desiderio del Papa. Egli è ancora oggi venerato come il patrono delle missioni. Dopo aver annunciato il Vangelo nell’India meridionale (dove si erano installati i Portoghesi), egli raggiunse il Giappone di cui apprezzava la


3 raffinata cultura, mutuata in gran parte dalla Cina. Fu lì che il Saverio ebbe la chiara percezione dell’importanza che l’impero cinese rappresentava per tutta l’Asia e decise che occorreva annunciare il Vangelo anzitutto alla Cina. Morì nell’isoletta di Shangchuan, sulle coste meridionali, nel 1552; le porte dell’impero rimanevano ancora ben chiuse. In quello stesso anno 1552 nasceva a Macerata Matteo Ricci, che Il Signore destinava ad essere il grande apostolo della Cina imperiale. Partito per l’Oriente nel 1577, completò gli studi e fu ordinato sacerdote a Goa (India), giungendo nel 1582 a Macao (che era stata ceduta come colonia ai Portoghesi per il commercio). L’anno seguente, con il confratello Michele Ruggieri, riuscì ad ottenere il permesso di entrare nella provincia meridionale del Guangdong, dove si immerse nello studio della lingua cinese. Puntando con grande determinazione alla capitale dell’impero, poté raggiungere Pechino nel 1601, dove riuscì a conquistare la fiducia e l’ammirazione di molti letterati e funzionari (e dello stesso Imperatore) per la sua profonda cultura e conoscenza della lingua e civiltà cinese, oltre che per la vita esemplare. Fu apprezzato anche per i suoi vari talenti e competenze, ma la sua prima preoccupazione era annunciare il Vangelo. E la Chiesa fondata da Matteo Ricci esiste ancora oggi in Cina, nonostante tante tristi vicende e persecuzioni. A metà del 1600, pochi decenni dopo l’arrivo in Cina di Ricci e dei suoi confratelli gesuiti, anche la dinastia regnante dei Ming fu soppiantata da quella mancese dei Qing. E’ significativo che questo non abbia comportato ancora una volta l’ emarginazione e la scomparsa della piccola comunità cristiana. A salvarla contribuì probabilmente l’impegno decisivo di quei primi missionari gesuiti di integrare il messaggio cristiano con l’eredità culturale cinese. Mi limito a ricordare a questo proposito quanto già accennato nel recente volumetto “Quale futuro per la Chiesa in Cina?” (2012, p. 37). Una delle prime opere di Ricci che colpì l’attenzione dei letterati cinesi fu il mappamondo, con ampie spiegazioni in cinese, che egli aveva realizzato (con Ruggieri) già negli anni della residenza nel Guangdong e poi perfezionato. L’impero cinese vi appariva in posizione prominente, ma circondato dagli altri Paesi e continenti di cui in Cina si avevano notizie vaghe. Molto apprezzati anche i suoi libri. Nel 1595 pubblicò un Trattato sull’Amicizia, in cui raccolse un centinaio di massime tratte specialmente dai classici latini. Seguirono altri scritti morali: Venticinque sentenze (del 1600), Otto canzoni (1601); e poi Dieci paradossi (1608), in cui esprime in pieno la sua strategia dell’inculturazione. Fondamentale per il suo intento missionario Il vero significato del Signore del Cielo, pubblicato nel 1603 a Pechino. In questo trattato, Ricci esprime la sua ammirazione per l’antica sapienza cinese e presenta il Cristianesimo come complemento e perfezionamento di tale sapienza. Era sua convinzione infatti che “i testi cinesi, dalle lontane origini di questo popolo fino all’avvento di Confucio e anche al di là, sono costanti nel riconoscere all’imperatore Supremo (Shangdi) o Cielo (Tian) i principali attributi del vero Dio”. Matteo Ricci (Li Madou) moriva a Pechino nel 1610. Già due anni prima, le residenze aperte in varie città della Cina erano quattro, con una ventina di missionari, e con circa 2000 cattolici, di cui 300 nella capitale. Tra questi anche funzionari dell’imperatore, dame di corte e alcuni membri della stessa famiglia imperiale. Pure, Ricci, come superiore della giovane missione gesuita, era molto severo nell’ammettere al battesimo. Tra i primi e più famosi convertiti cinesi, troviamo Xu Guangqi, un grande scienziato e un alto ufficiale della corte imperiale. Battezzato (1603) col nome di Paolo, egli lavorò con Ricci alla composizione di importanti opere scientifiche e letterarie. Originario di Shanghai (che era allora poco più di un villaggio di pescatori), il laico Paolo Xu non esitò a portare anche nella sua terra la fede che aveva accolto, ed è giustamente considerato il fondatore della Chiesa di Shanghai. Sono tante le figure eccezionali tra quei primi missionari (qualcuno li ha descritti come una “Generazione di giganti). E tra essi ci sono vari italiani : Giulio Aleni, Martino Martini, Alfonso Vagnone, Giacomo Rho… Per padre Matteo Ricci è stata avviata la Causa di canonizzazione; il processo diocesano si è concluso a Macerata la scorsa primavera ed è ora passato alla Congregazione romana. Recentemente è stato costituito anche a Shanghai un comitato storico sulla vita di Paolo Xu, nella speranza di poter affiancare questo laico esemplare alla causa di Li Madou.


4 Ma nei quattro secoli intercorsi, la storia dell’evangelizzazione è stata funestata anche da tragiche lotte interne e contrasti con l’autorità imperiale, conosciute come “Controversia dei riti cinesi”, superata formalmente solo nel 1939. Purtroppo, non è possibile entrare nei dettagli in questo breve excursus. 2° VENIAMO ALLA SECONDA DOMANDA: Ma quale è la realtà in cui vive oggi la Chiesa in Cina? Ci riferiamo, ovviamente, alla Repubblica Popolare Cinese fondata nel 1949 da Mao Zedong, cioè la classica Cina comunista, entrata 65 anni fa a far parte del blocco sovietico. Su questo vastissimo tema, tenterò di evidenziare alcune realtà fondamentali della società cercandovi i motivi della speranza cristiana. Si sa che la vittoria di Mao fu la conclusione di una lunga e drammatica guerra civile contro il governo fino allora in carica, guidato da Chiang Kaishek, e dal partito nazionalista del Guomindang. Questi dovette ritirarsi nell’isola di Taiwan, ma per più di un ventennio continuò ad essere riconosciuto dall’ONU come unico rappresentante del popolo cinese. Solo nel 1971, l’assemblea generale delle Nazioni Unite votava a maggioranza che il seggio riservato alla Cina e fino allora occupato dal rappresentante del Guomindang con sede a Taipei, fosse assegnato a Pechino, cioè alla “Cina di Mao”. E’ importante cercare di capire gli avvenimenti che favorirono questi cambiamenti epocali degli ultimi decenni, che sono anche i nostri, dopo l’ultima Guerra Mondiale. Si sa che con la fine del sistema imperiale, cioè della dinastia mancese dei Qing (nel 1911), il cammino della prima Repubblica di Cina non era stato facile. Sul popolo cinese pesava ancora l’enorme tragedia della Rivoluzione dei Boxers (1900) che aveva portato innumerevoli rovine. I Paesi occidentali, con la loro politica aggressiva e le cosiddette “guerre dell’oppio”, avevano imposto al decadente impero concessioni e facilitazioni economiche, fomentando in molti intellettuali una forte avversione contro gli stranieri. E questo alimentava anche la propaganda anti-cristiana, per cui i cristiani erano stati particolarmente presi di mira dai Boxers; (tra le migliaia di cristiani uccisi ci furono dei veri martiri). Naturalmente non mancavano anche intellettuali che si ispiravano ai valori del cristianesimo, come Sun Yat Sen che fu il primo presidente della Repubblica di Cina. In quel clima contrastato, nel 1921 fu fondato il Partito Comunista Cinese che si ispirava, naturalmente, alla rivoluzione sovietica di Mosca. Negli anni seguenti nella Chiesa cattolica cinese, che fino allora aveva conservato il volto di una grande impresa missionaria occidentale, si sentì il bisogno di un cambiamento radicale. Grazie alla lungimiranza del delegato apostolico Celso Costantini, la gerarchia ecclesiastica aprì definitivamente al clero cinese, superando antichi pregiudizi e stereotipi. Costantini fu il promotore del primo Sinodo dei vescovi di Cina, che si tenne nella primavera del 1924 a Shanghai. E due anni dopo Papa Pio XI poteva ordinare in San Pietro i primi sei vescovi cinesi. Anche l’arte e l’architettura si aprivano a valorizzare il caratteristico stile cinese. E gli stessi programmi di studio nei seminari cinesi furono rivisti, perché non fossero una copia di quelli europei (ma gli studi di teologia si facevano ancora in latino !). Solo nel 1939, alla vigilia della Grande Guerra, e ancora per iniziativa di Celso Costantini divenuto nel frattempo Segretario di Propaganda Fide, furono abolite le pesanti conseguenze giuridiche della disgraziata Controversia dei Riti Cinesi. Nonostante tanti sforzi, la considerazione di molti cinesi verso il cristianesimo rimaneva fortemente condizionata dalle congiunture storiche sopra accennate. Nell’ultimo conflitto mondiale, come forse qualcuno ricorderà, le truppe dell’impero Giapponese (alleato con la Germania di Hitler e con Mussolini) avevano invaso la Cina. E questo diede occasione all’armata rossa, che in un primo tempo era stata sconfitta ed emarginata dai nazionalisti di Chiang Kaishek, di scendere di nuovo in campo a fianco del Guomindang per liberare la patria invasa. Così i guerriglieri comunisti ebbero modo di rafforzarsi e organizzarsi, riuscendo infine a conquistare il potere. Alla proclamazione della R.P.C. (1949), i cattolici erano oltre tre milioni (con 190 mila catecumeni); i sacerdoti cinesi erano circa 2.700, e accanto a loro erano presenti e molto attivi più di 3 mila sacerdoti missionari stranieri. Siccome nessuno prevedeva che la Cina diventasse


5 comunista, molti giovani missionari erano arrivati proprio negli anni del dopoguerra (18 quelli del PIME !); e tutti furono costretti a lasciare la Cina nel giro di pochi anni. C’erano anche 5.112 suore cinesi, e quelle straniere erano oltre 2.300: impegnate nell’insegnamento e in opere caritative. Poco tempo dopo tutti i seminari furono chiusi, e così tutti i conventi, mentre le loro opere furono requisite e le suore mandate a lavorare nelle comuni o nelle fabbriche. Sono passati da allora oltre sei decenni. Purtroppo, nel breve spazio che abbiamo non è possibile rievocare i drammi vissuti in questi lunghi anni dalle 5 religioni ufficialmente riconosciute dal regime e specialmente dalla Chiesa cattolica. Il decennio della cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale (1966-76) fu particolarmente terribile. Fu scatenata da Mao Zedong come un estremo tentativo di eliminare dalla Cina le “cose vecchie”, tra cui la cultura tradizionale e anche la religione, per imporre in modo definitivo il marxismo. Solo con la morte di Mao (nel 1976) ebbe fine questa pazzia (forse ricordate il processo alla “Banda dei Quattro”, che aveva a capo la moglie di Mao). Non so se padre Bernardo Cervellera, che venne alcuni anni fa a presentarvi il suo libro “Missione Cina” (2006), ebbe modo di parlare un poco di questi avvenimenti. Non mancano pubblicazioni anche di questi ultimi anni, come i miei due libri di cui ho affidato qualche copia a Fabrizio… Limitandoci alla grave crisi in cui si dibatte oggi la Chiesa in Cina, bisogna comprendere che essa è frutto anzitutto della politica religiosa del governo (che si serve come è noto dell’Associazione Patriottica dei Cattolici), ma anche del clima sociale che si respira nella Cina voluta da Deng Xiaoping. La popolazione della Cina marxista è lanciata in una ricerca sfrenata del benessere materiale; vi emerge così quasi un secondo volto, quello del capitalismo altrettanto materialista, perché privilegia chi è già ricco a scapito di chi vive ai margini della società, creando forti tensioni nella società. In questo contesto, la Lettera apostolica che Papa Benedetto XVI indirizzò a tutti i Cattolici della R.P.C. nella Pentecoste 2007 acquista un’importanza fondamentale. Prima di renderla pubblica la Santa Sede ne aveva fatto pervenire copia direttamente alle autorità di Pechino, in segno di omaggio e di rispetto. I cattolici la accolsero calorosamente, e anche le autorità all’inizio non si opposero. Ma già qualche mese dopo l’Agenzia Statale per gli Affari Religiosi (SARA) emanava rigorose norme, in cui si descriveva la Lettera del Papa come un tentativo di infiltrazione del Vaticano e una sfida alla sovranità della Cina e se ne proibiva la diffusione. L’intero apparato poliziesco fu attivato per assicurare l’applicazione di quelle norme, ma il tutto avvenne senza pubblicità, per non disturbare l’immagine del 17 ° Congresso del Partito comunista cinese che si riuniva proprio nel mese di ottobre di quel 2007, e la preparazione dei Giochi Olimpici programmati per l’estate 2008. Anche i due anni seguenti segnarono apparentemente una specie di tregua. Tanto che nel 2010 si ebbero ben dieci nuove ordinazioni episcopali concordate da entrambi le parti, governo e Santa Sede. Ma alla fine di quello stesso anno ci fu un’improvvisa rottura, con l’ordinazione imposta dalle autorità per il nuovo vescovo di Chengde (Hebei) e l'VIII Assemblea dei Rappresentanti Cattolici e dell’Associazione Patriottica (Pechino, 7-9 dic. 2010) sostenuta dalle forze di polizia. In gennaio 2011 l’agenzia statale SARA confermava che la Chiesa cattolica cinese deve essere gestita in modo “democratico” e quindi autonomo, indipendente da Roma; e questo sotto la guida dell’Associazione patriottica e della Conferenza episcopale (ufficiale). Nei mesi di maggio e giugno 2011 ci furono due nuove ordinazioni episcopali (per Leshan – Sichuan e Shantou –Guangdong) in aperta sfida all’autorità del Pontefice, dato che i candidati proposti dalle autorità non avevano ottenuto il riconoscimento della Santa Sede. Fu quindi inevitabile la dichiarazione che i due eletti erano incorsi nella scomunica. Era ormai scontro aperto e ci furono altre provocazioni. Il 6 luglio 2012 ci fu un’ordinazione episcopale illecita anche ad Harbin (Heilongjiang), dove la Santa Sede aveva negato l’approvazione al candidato Yue Fusheng; seguiva anche qui la dichiarazione di scomunica latae sententiae.


6 Il giorno dopo, la crisi scoppiava a Shanghai, in occasione della ordinazione episcopale di mons. Taddeo Ma Daqin. Questi era stato approvato sia dal governo che dalla Santa Sede come coadiutore (o ausiliare) del vecchio vescovo (già ultra novantenne) Aloysius Jin Luxian. In questo caso, a far scattare la collera del governo fu l’annuncio pubblico fatto dal neo-vescovo Ma Daqin alla fine della cerimonia nella cattedrale di Xujiahui, di volersi dimettere dalla Associazione Patriottica (cui non aveva mai aderito volontariamente), al fine di concentrarsi sui suoi doveri pastorali. La reazione delle autorità è stata immediata e dura: il nuovo vescovo Taddeo Ma è stato posto a domicilio coatto, e poi addirittura “destituito” della sua funzione episcopale. Anche nei confronti dei responsabili della comunità locale che avevano organizzato la cerimonia furono presi provvedimenti punitivi. Nel frattempo il vecchio vescovo, il gesuita Aloysius Jin Luxian, è morto, il 27 aprile dello scorso anno, all’età di 97 anni, con il dolore di lasciare l’importante diocesi di Shanghai senza pastore e come paralizzata. L’Osservatore Romano commemorando (il 1 maggio) la figura di mons. Jin, ha evitato di entrare in polemica con le autorità. “Il presule – si legge in quell’articolo - è stato una personalità chiave nella storia della Chiesa cattolica in Cina degli ultimi 50 anni. Fu un uomo di grande cultura. La sua preparazione, i suoi studi in Italia, la padronanza di diverse lingue europee e la sua umana simpatia gli permisero di tenere sempre contatti con varie personalità e di godere la stima e il rispetto di molti. Sotto la guida del vescovo Aloysius Jin Luxian, la diocesi di Shanghai ha avuto un grande sviluppo. L’impegno pastorale del presule è stato imponente, modernizzando sotto vari aspetti la diocesi e cercando di mantenerla sotto la guida dei pastori, avvalendosi a tal fine anche della stima in cui lo tenevano le autorità civili”. Il vescovo Jin (nato nel 1916) è stato una delle figure emblematiche della Chiesa cinese. Egli aveva accettato di essere consacrato vescovo senza l’approvazione della S. Sede, ma era poi riuscito ad ottenere il riconoscimento di Roma. Durante lo scorso anno sono morti altri 5 vescovi in Cina, tutti ultra novantenni: con loro scompare ormai la vecchia generazione di ecclesiastici. La Chiesa cinese dovrà contare su pastori giovanissimi, tutti sui quarant’anni, che non vissero le drammatiche vicende della Rivoluzione Culturale. La situazione della Chiesa cinese è anche sotto questo aspetto estremamente delicata. Ma Dio è onnipotente, e non cessa di amarci, anche nelle nostre fragilità. Merita ricordare quanto Aloysius Jin disse in una intervista rilasciata nel 2007 a Gianni Valente per la rivista “30 giorni”: “a parte alcune singole eccezioni […], i cattolici cinesi non vogliono assolutamente che la Chiesa cattolica di Cina si separi dal Papa, al contrario disprezzano profondamente le persone che tramano per la separazione della Chiesa in Cina. […] L’atteggiamento della maggioranza dei fedeli cinesi è questa: innanzitutto obbediamo all’insegnamento di Gesù, “ date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. La Costituzione cinese approvata nel 1982 (sotto Deng Xiaoping) contiene un articolo (n. 36) assai positivo sulla “libertà di credenza religiosa”. E’ la costituzione tuttora in vigore e molto migliore delle edizioni precedenti. E’ stata emendata su vari punti dal Congresso del Popolo (cioè il Parlamento cinese): ma sempre su indicazione del Partito Comunista Cinese. Questa carta costituzionale infatti conserva una premessa irrinunciabile, che assicura all’ideologia marxista e al Partito Comunista cinese la priorità assoluta e intoccabile. E’ questa la ragione di tanti abusi del potere politico sui diritti più elementari dei cittadini e delle minoranze. La politica di Deng Xiaoping, dopo gli eccessi di Mao, mirava a far crescere l’economia (“arricchirsi è glorioso”) per far diventare la Cina una nazione potente. E questo ha determinato tra l’altro la drastica legge sul figlio unico, che causa ogni anno milioni di aborti forzati a chi osa trasgredirla. E così l’urbanizzazione a ritmo serrato, che ha indotto milioni di contadini ad abbandonare i loro villaggi in cerca di lavoro e di un po’ di denaro, in balia dei nuovi capitalisti, divenuti amici degli uomini che hanno in mano il potere politico. E quindi la gravissima corruzione diffusa ed endemica… Anche l’annunciata libertà religiosa ha questo condizionamento paralizzante: l’ultimo paragrafo infatti dice: “I gruppi religiosi e le attività religiose non possono essere sotto il dominio straniero”. E questo è usato spesso per impedire ai cattolici di avere contatti e di seguire le direttive con il Papa, indicato come un “sovrano straniero”.


7 A causa di questo pesante condizionamento ideologico, nel corso degli anni, molti cattolici, preoccupati di salvaguardare l’integrità della loro fede avevano preferito rischiare la loro libertà e la loro vita, riunendosi in comunità non riconosciute dalle autorità. Queste comunità “clandestine”si sono moltiplicate in varie diocesi. E il governo le reprime senza pietà. Papa Benedetto nella sua Lettera afferma che "la condizione di clandestinità non rappresenta la normalità della vita della Chiesa". Egli aggiunge che "non ci sarebbero particolari difficoltà ad accettare il riconoscimento da parte delle autorità civili, a condizione che ciò non comporti la negazione di irrinunciabili principi della fede e comunione ecclesiastica " (n. 7, 8). Con riferimento alla concreta situazione in Cina, lo stesso Santo Padre sottolineava con rammarico che il tentativo di attuare «i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa", è "incompatibile con la dottrina cattolica, che la Chiesa professa dal tempo degli antichi Simboli di fede" (n.7, 6). Per questo aggiungeva anche un accorato appello alle Autorità di Pechino perché un dialogo sereno e rispettoso possa risolvere le presenti difficoltà, permettendo alla minoranza cattolica di contribuire efficacemente alla crescita armoniosa del Paese. Questo dialogo non si è ancora verificato. Il cardinale Fernando Filoni, Prefetto di Propaganda Fide, in una dichiarazione rilasciata due anni fa, avanzava una proposta concreta per riprendere il dialogo interrotto. Rievocando la Lettera pastorale di Papa Benedetto, il card. Filoni ricordava il solenne impegno preso dal Papa stesso: "La Cina sia certa che la Chiesa Cattolica sinceramente intende proporre, ancora una volta, un servizio umile e disinteressato nei settori di sua competenza, per il bene dei cattolici cinesi e per il bene di tutti gli abitanti del Paese" (n. 4). E suggeriva che per affrontare "questioni di interesse comune" occorrerebbe creare una qualificata Commissione bilaterale ad "alto livello" tra il governo di Pechino e la S. Sede. Questo non è ancora avvenuto. Non pochi hanno sottolineato la concomitanza dell’elezione di Papa Francesco, un anno fa, con l’istallazione del nuovo presidente della R.P.C. e segretario generale del Partito comunista, Xi Jinpin. E’ importante quanto Papa Francesco ha detto in un colloquio con i Superiori generali degli istituti religiosi maschili riuniti per l’assemblea generale: “Dobbiamo sempre chiedere perdono e guardare con vergogna agli insuccessi apostolici che sono stati causati dalla mancanza di coraggio. Pensiamo per esempio alle intuizioni pionieristiche di Matteo Ricci che ai suoi t empi sono state lasciate cadere”. Vorrei ricordare anche che il nuovo Segretario di Stato, l’arciv. Pietro Parolin, negli anni che passò in Segreteria di Stato, ebbe un ruolo molto attento e positivo ai problemi della Chiesa in Cina. Mi pare interessante quanto egli ha detto in una recente intervista ad Avvenire: “La Santa Sede guarda con molta simpatia al grande Paese che è la Cina e al suo popolo. Recentemente, pure dalla Cina provengono segnali di rinnovata attenzione nei confronti della Santa Sede, legati alla elezione di Papa Francesco, un Papa che, tra l’altro, è confratello di Matteo Ricci. Speriamo vivamente che aumentino la fiducia e la comprensione tra le parti e che ciò si possa concretizzare nella ripresa di un dialogo costruttivo con le autorità politiche, del resto sempre auspicato dalla Santa Sede e ribadito da Papa Benedetto XVI nella lettera del 2007 ai cattolici cinesi”. Non ci resta che sperare e pregare, come ha raccomandato ai fedeli di tutto il mondo proprio Benedetto XVI. Il 24 maggio 2008, un anno dopo la pubblicazione della Lettera, il nostro Papa emerito si rivolgeva alla Madre di Gesù, venerata a Sheshan, vicino a Shanghai, con queste parole: “ Madre della speranza, che nel buio del Sabato Santo con incrollabile fiducia sei andata incontro al mattino di Pasqua: dona ai tuoi figli la capacità di discernere in ogni momento, anche il più buio, i segni della presenza amorosa di Dio". E aggiungeva: “sostieni tutti coloro che in Cina, anche in mezzo a tante prove quotidiane, continuano a credere, a sperare, ad amare. Possano essi non avere mai paura di parlare di Gesù al mondo e del mondo a Gesù”. Così sia!

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Cina e speranza cristiana  

p. A. Lazzarotto

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