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Inserto di cultura politica e di politica culturale

Pegaso Italia I cattolici nel Belpaese, fra democrazia e populismo

Principia Dalle Costituzioni dogmatiche alla “Octogesima adveniens”

Personaggi Arturo Paoli, frate e testimone centenario

Etica Ci sono valori non negoziabili in politica?

Pegaso

Pagina II

Pagina III

Pagina IV

Pagina VI-VIII

no. 79 - 8 febbraio

Inserto mensile di Popolo e Libertà

Primo piano

Reddito familiare e lavoro della moglie

Nell’articolo del mese scorso (Pegaso 11.01.13) a proposito del ceto medio scrivevamo che il tentativo di migliorare il reddito delle famiglie mediante un secondo lavoro (generalmente della moglie e a tempo parziale) provoca due conseguenze principali sulla coppia: da un lato aumenta la pressione fiscale, dall’altro riduce il livello dei sussidi. Lo studio di “Avenir Suisse” concludeva che nella migliore delle ipotesi questo duplice effetto poteva tradursi in un “gioco a somma zero”. L’esempio concreto è quello di un uomo che guadagna fra i 70’000 e i 100’000 franchi, la cui moglie lavora al 40%. Quaranta centesimi su ogni franco guadagnato in più va perso. Aumentando il lavoro a tempo parziale della moglie, questo secondo guadagno viene ridotto in misura fra il 70 e il 90%. A questi livelli si tratta di un formidabile disincentivo al lavoro della donna sposata e quindi anche alle sue possibilità di carriera. Va così persa una buona parte del potenziale lavorativo femminile, benché le donne stiano perfino per superare gli uomini nel livello di formazione. Questo aspetto del lavoro femminile è stato oggetto di due rapporti: uno dell’OCSE che esamina le ragioni per cui in Svizzera vi è una forte percentuale di donne che lavorano solo a tempo parziale. Un altro rapporto è stato invece pubblicato dall’Ufficio federale di statistica (UFS) per evidenziare i fattori che contribuiscono a rallentare il ritmo di avvicinamento alla parità salariale uomo-donna. Le cause di questo fenomeno sono molto diverse da paese a paese. Molto spesso infatti la scelta del la-

voro dipendente, e del tempo di lavoro, è una scelta individuale o di famiglia. Una delle cause di queste differenze salariali consiste nel fatto che spesso le donne sono costrette a lavorare a tempo parziale e, generalmente, in professioni meno remunerate. Il rapporto dell’OCSE cita due motivi principali: da un lato i costi della custodia dei figli in Svizzera sono molto elevati rispetto alla media internazionale. Questi costi fanno in modo che in Svizzera siano molto rare le coppie in cui la moglie (o il marito, o entrambi i genitori) chiedono un tempo di lavoro parziale per occuparsi dei figli. D’altro canto in Svizzera gli incentivi fiscali previsti dalla politica della famiglia in questi casi sono molto modesti e non invitano un membro della famiglia (in generale la moglie) ad impegnarsi in un lavoro a tempo parziale. Studi recenti però permettono all’OCSE di concludere che anche altri fattori sono oggi molto più importanti per la crescita dei figli. Dal canto suo, anche lo studio dell’UFS costata che le disparità salariali fra uomini e donne, a parità di condizioni e di prestazioni, si vanno solo lentamente riducendo. Nell’economia privata le donne guadagnano in media il 23,6% in meno degli uomini (nei paesi dell’OCSE il 21% in media). Due anni prima la differenza toccava il 25%, mentre nei Paesi dell’OCSE era scesa al 16% in media. Questo divario è spiegabile in parte con fattori strutturali e in parte con situazioni particolari presso i singoli datori di lavoro. Fra i fattori strutturali si considera il fatto che generalmente le donne occupate hanno un livello di formazione inferiore o minore esperienza dei loro colleghi maschi. Questi fattori non bastano tuttavia per spiegare tutte le differenze salariali, per cui si può supporre una certa discriminazione nella scala salariale, quando, per esempio, le donne dispongono di formazione ed esperienza pari a quella degli uomini, ma percepiscono un salario inferiore. In que-

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sti casi l’UFS dice che si può parlare di “discriminazione”. Da qui la necessità di approfondire il problema a livello delle aziende. Nell’economia privata - costata l’UFS - il salario delle donne (sulla base dei fattori discriminanti) era nel 2008 di 745 franchi mensili inferiore a quello degli uomini e nel 2010 la differenza era scesa a 677 franchi mensili. Questi dati confermano comunque la tendenza alla riduzione delle disparità. Un esempio meno edificante è invece quello dell’ente pubblico, nel caso esaminato dall’UFS, la Confederazione. Tra il 2008 e il 2010 il divario fra salari maschili e salari femminili è invece aumentato. Se questa discriminazione era pari a 254 franchi mensili nel 2008, nel 2010 era aumentata a 259 franchi. Questa indagine conferma che nei settori in cui l’impiego femminile è preminente, anche i salari sono generalmente inferiori alla media. Nei settori con preminenza di impiego maschile vale invece l’opposto. Nel 2010, nei settori con salari inferiori ai

4’000 franchi mensili, era occupato il 64,5% di donne. I posti di lavoro con salario mensile lordo superiore a 8’000 franchi erano occupati in misura del 78,1% da uomini e del 21,9% da donne. Con rimunerazioni salariali più elevate, questo effetto si intensifica. A un livello salariale superiore ai 16’000 franchi mensili, la quota femminile scende al 13,4%. Il ruolo sempre importante della donna nella famiglia e anche la tendenza ad occupare posti di lavoro a tempo soltanto parziale e spesso nelle attività meno rimunerate contribuiscono a mantenere elevate le disparità salariali. Recenti studi permettono però all’OCSE di concludere che anche altri fattori sono molto importanti per la crescita dei figli, in particolare la qualità degli istituti di cura. Potremmo aggiungere, oltre a un alto livello di formazione, la mentalità, le tradizioni, l’educazione, l’ambiente, ma anche il livello del reddito delle famiglie Ignazio Bonoli


II Pegaso

Venerdì 8 febbraio 2013

Italia

I cattolici nel Belpaese Fra democrazia e populismo, scegliere un partito diventa meno importante che assicurarsi di sceglierne uno realistico È sempre più vero, in Italia e non solo, che la nuova frontiera della politica è quella fra democrazia e populismo, che rimpiazza la vecchia opposizione tra destra e sinistra da cui, purtroppo, un certo conservatorismo fatica a staccarsi, riducendo la politica a tifo da stadio. In vario modo, in attesa di un suo schieramento che nel momento in cui scriviamo è eventuale, quelle che tradizionalmente sono destra e sinistra sembrano fare a gara per intestarsi l’azione e la stessa persona di Monti, evidentemente a caccia del consenso che la sua persona attira. In questo nessuna delle due risulta convincente: è difficile dire se Monti sia più di destra o più di sinistra, non perché è ambiguo, ma perché quelle categorie sono ormai inadeguate. Qualcosa del genere si può affermare anche per alcune controversie intorno alla figura di Matteo Renzi in occasione delle primarie del centro sinistra. La politica che sta tornando alla ribalta a questo proposito è probabilmente un po’ più chiara, nel senso che appare più netto il confine tra posizioni populiste (pur di orientamenti e con modalità molto vari: dalla Lega a Berlusconi, al Movimento 5 Stelle, per finire all’Italia dei valori e al nascente “quarto polo arancione”) e posizioni democratiche. Le sovrapposizioni paiono in via di diminuzione.

In questo scenario anche la Chiesa e i cattolici sono chiamati a rinnovare la propria opzione a favore della democrazia. Questo significa tra l’altro resistere alla tentazione celatamente populista di identificare qualcuno sotto la cui ala protettiva schierarsi in modo acritico, chiunque egli sia - un errore costato caro in passato -, e soprattutto abbandonare qualunque idea di lobby cattolica: la strada è quella di favorire la partecipazione e l’impegno, nel legittimo pluralismo tra le opzioni autenticamente democratiche. Ciò che le accomuna, in un momento certamente ancora difficile, ci sembra la disponibilità a prendere sul serio la maturità dei cittadini e la capacità di dire la verità, rinunciando alle promesse mirabolanti o ai proclami ideologici. Anche nella politica italiana oggi, dire la verità risulterà liberatorio: permetterà di riconoscere che il debito pubblico è un problema reale e non virtuale, e che il rigore nei conti pubblici è una virtù e non un vizio, ma al tempo stesso che lo strapotere della finanza e della speculazione va arginato e le rendite di posizione aggredite. Le modalità con cui farlo potranno divergere nei programmi politici, anche se verosimilmente non molto, ma per certi versi e almeno in questa fase, quale scegliere è meno importante che assicurarsi di sceglierne uno realistico.

Una prospettiva democratica e costituzionale, poi, non potrà limitarsi alla buona gestione del bilancio pubblico né, soprattutto, valutare solo su questo parametro le profonde riforme di cui il Paese ancora bisogno. Il welfare italiano deve cambiare, perché così com’è risulta insostenibile, ma la sostenibilità non è l’unico standard del welfare che vogliamo: una sua riforma, non tecnica ma autenticamente politica, democratica e costituzionale, deve rimettere al centro la questione della tutela dei diritti fondamentali. Su questo punto occorre riarticolare le categorie con cui sono pensati problemi e soluzioni. Un discorso analogo vale per i molti interventi sull’assetto istituzionale europeo che sono già nell’agenda

dei prossimi anni, per i quali serve inanzitutto un rinnovamento dell’orizzonte in cui conciliare efficacia tecnica e centralità delle persone. Le prossime elezioni politiche sono dunque un appuntamento decisivo. Il gusto del vento nuovo, che pur tra le difficoltà sperimentate, deve farci vincere delusione e scoraggiamento e condurci nuovamente sulle strade della partecipazione. La responsabilità degli elettori è sconfiggere i difetti della legge elettorale e far vincere, prima che l’uno o l’altro schieramento, il circuito virtuoso della democrazia. Da un testo di padre Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti Sociali, Milano, gennaio 2013

Il sistema maggioritario Il 23 e 24 febbraio avranno luogo in Italia le elezioni per il Parlamento ed il Senato. Il sistema elettorale approvato nel 2005 prevede un sistema proporzionale, con premio di maggioranza e soglie di sbarramento. Per l’elezione della Camera, l’Italia è stata divisa in 27 circoscrizioni elettorali. Per il Senato sono 20. Sia alla Camera sia al Senato va aggiunta la circoscrizione “estero”. Per la Camera, le Regioni Piemonte, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia hanno due circoscrizioni elettorali, la Lombardia ne ha tre, le restanti 14 Regioni hanno una circoscrizione elettorale ciascuna, per un totale di 27. Per quanto riguarda il Senato, in-

vece, ogni Regione rappresenta una circoscrizione. Per assicurare la governabilità e una maggioranza sicura in Parlamento, la legge elettorale assegna un premio di maggioranza: al partito o alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, vengono assegnati 340 seggi alla Camera dei deputati. Se invece già dalle urne la coalizione ottiene un numero di seggi superiore a 340 (per esempio 352), alla coalizione vincente vengono assegnati quelli effettivamente ottenuti. Se alla coalizione vincente vengono assegnati 340 seggi, a quelle perdenti sono assegnati in tutto 277 seggi. La legge elettorale prevede tre sbarramenti:

per l’assegnazione dei seggni, ogni coalizione deve ottenere il 10% dei voti validi su scala nazionale e deve includere almeno un partito che ha ottenuto il 2% su scala nazionale, oppure una lista di minoranze linguistiche che ha ottenuto almeno il 20% nelle Regioni a statuto speciale in cui tali minoranze sono tutelate. Se un partito si presenta da solo, senza far parte di una coalizione, per partecipare all’assegnazione dei seggi deve ottenere almeno il 4% su scala nazionale, o se si tratta di una minoranza linguistica, deve ottenere almeno il 20% nella Regione a statuto speciale in cui la minoranza è tutelata. Per quanto riguarda il

Senato, la legge elettorale prevede che il premio di maggioranza avvenga su base regionale, con alcune eccezioni in Valle d'Aosta, Trentina-Alto Adige e Molise. In ognuna delle restanti 17 Regioni, alla coalizione che ha ottenuto più voti viene assegnato il 55% dei senatori spettanti a quella Regione. Alle coalizioni perdenti viene assegnato in totale il 45% dei senatori. Anche al Senato gli sbarramenti prevedono che per partecipare all’assegnazione dei seggi in ogni singola Regione, le coalizioni devono ottenere almeno il 20% dei voti validi in quella Regione, e devono contenere un partito che abbia ottenuto il 3% dei voti.


Pegaso III

Venerdì 8 febbraio 2013

Principia

I laici nel cattolicesimo Dalle Costituzioni dogmatiche sulla Chiesa alla lettera apostolica “Octogesima adveniens ”

LAICI TESTIMONI E STRUMENTI

RESPONSABILITÀ LAICALE

L’apostolato dei laici è la partecipazione alla stessa salvifica missione della Chiesa, e a questo apostolato sono tutti deputati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione (…). Ma i laici sono particolarmente chiamati a rendere presente ed operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze , in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo loro. Così ogni laico, per ragione degli stessi doni ricevuti, è il testimonio e insieme lo strumento vivo della missione della Chiesa stessa “secondo la misura dei doni di Cristo” (Ef.4,7). Dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa, “Lumen gentium” n.33, 21 novembre 1964.

Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali (…).Spetta alla loro coscienza (di laici) già convenientemente formati di iscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale . Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ad ogni nuo vo problema (…) essi possano avere pronta una soluzione concreta e che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la loro responsabilità, alla luce della sapienza umana, e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero”. Dalla Costituzione La Chiesa nel mondo contemporaneo, “Gaudium et spes” n.43, 7 dicembre 1965.

SPETTA ALLE COMUNITÀ CRISTIANE Di fronte a situazioni tanto diverse, Ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obbiettivamente la situazione del loro Paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell'insegnamento sociale della Chiesa, qual è stato elaborato nel corso della storia, e particolarmente in questa era industriale, a partire dalla data storica del messaggio di Leone XIII « sulla condizione degli operai" (…) Spetta alle comunità cristiane individuare, con l’assistenza dello Spirito Santo, in comunione coi Vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà, le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi. In questa ricerca dei cambiamenti da promuovere, i cristiani dovranno innanzi tutto rinnovare la loro fiducia nella forza e nell'originalità delle esigenze evangeliche. Il Vangelo non è sorpassato per il fatto che è stato annunciato, scritto e vissuto in un contesto socioculturale differente. La sua aspirazione, arricchita dall'esperienza vivente della tradizione cristiana lungo i secoli, resta sempre nuova per la conversione degli uomini e per il progresso della vita associata, senza che per questo si giunga a utilizzarla a vantaggio di scelte temporali particolari, dimenticando il suo messaggio universale ed eterno. Dalla Lettera apostolica “Octogesima adveniens” di Paolo VI, 14 maggio 1971).


IV Pegaso

Venerdì 8 febbraio 2013

Personaggi

Arturo Paoli, un frate diventato grande in un pomeriggio d’inverno Ripercorrendo la sua vita, rendiamo omaggio al testimone centenario È molto difficile se non impossibile ridurre l’esistenza di una persona, soprattutto se intensa e varia come quella di fratello Arturo Paoli, a un’unica sigla. Eppure quando l’esistenza giunge a pienezza è possibile coglierne una trama unitaria. La persona fra i tanti percorsi praticabili di fatto ne realizza uno solo, fra le molte possibilità iniziali ne attua una sola, fra le numerose identità personali offerte dalla vita ne assume una sola. Non è una scelta sempre libera, perché le molte componenti casuali, come le svolte imposte da eventi esterni, impongono esperienze contrastanti, ma le dinamiche che intrecciano i fili profondi della struttura spirituale possono essere sempre decise liberamente. Sono queste alla fine a costituire l’identità eterna, a delineare la fisionomia del Figlio di Dio, il cui “nome è scritto nei cieli” (cf Lc 10,20). Credo che per fratel Arturo questo nome possa essere descritto con la cifra: “sollecito dei poveri alla sequela di Gesù, l’Amico”.

In Italia, con gli ebrei Era stato educato dalla madre ad amare cominciando dagli ultimi. Arturo ricorda con chiarezza alcuni episodi della sua fanciullezza che hanno avviato il suo cammino. Come quando nel giorno della prima comunione la madre lo condusse con sé nell’ospizio di Lucca, la loro città, dove si recava a prestare servizio volontario per lavare i corpi e riassettare le stanze degli anziani abbandonati. La ragione della scelta era esplicita: “restituire la visita all’Amico” che al mattino aveva bussato alla porta ed era entrato come amico. O come quando, durante il comizio di un socialista, le camicie nere di Mussolini provocarono un tumulto e vide con i propri occhi due persone rimaste sul terreno colpite da armi da fuoco. Il giorno dopo la madre, prendendolo in disparte, gli disse: “Quello che è accaduto ieri è molto grave. Delle persone hanno ucciso altre persone e sai perché questo accade? Perché gli uomini non si vogliono bene. Noi dobbiamo impegnarci perché nel mondo ci sia più amore, perché le persone imparino a volersi bene”. Parole, ora può dire Arturo, “che mi hanno accompagnato per tutta la vita”. Egli sostiene di

essere diventato grande all’improvviso, “nelle brevi ore di quel pomeriggio d’inverno”. Era il 14 dicembre 1920 e aveva compiuto 8 anni da due settimane. Quel sangue rimase l’immagine attorno alla quale lungo gli anni sviluppò quella che egli definisce la “responsabilità di scegliere come abitare mondo”. Senza che allora se ne avvedesse, la sua vita stava acquistando il suo stile. A ventidue anni sopravvenne, improvvisa, la morte della madre, e poco dopo un’infezione incurabile portò alla tomba anche la ragazza che, nei progetti, sarebbe potuta diventare la sua compagna di vita. Egli scorse in questi eventi lo stimolo di una decisione per cui a 25 anni, già insegnante di lettere nel liceo classico della città, chiese di entrare nel seminario diocesano. Dopo 3 anni, il 24 giugno 1940, nella temperie della Seconda guerra mondiale, fu ordinato sacerdote e inviato dall’arcivescovo Antonio Torrini a far parte di una piccola comunità di sacerdoti con il compito di “assistere i perseguitati della terra”. Fra questi i più bisognosi allora erano gli ebrei, colpiti dalle leggi razziali. Don Arturo si dedicò senza riserve alla loro difesa. Era un’azione rischiosa. Un giorno fu arrestato e per alcune ore trattenuto dai tedeschi in caserma, poi in modo inopinato liberato. Ancora oggi, come ogni 6 agosto, anniversario di quella esperienza, frate Arturo prega per l’ufficiale dell’esercito tedesco che decise di lasciarlo tornare a casa. Per queste attività, nel 1999 l’ambasciatore di Israele in Brasile ha conferito ad Arturo il riconoscimento di “Giusto fra le Nazioni”. L'iniziativa per il riconoscimento è stata presa da un altro ebreo assistito, Yacov Gersel, allora diciannovenne, diventato poi rabbino e noto studioso del Talmud. Anche l’Italia ha ricordato la preziosa attività dei quattro sacerdoti lucchesi quando il 25 dicembre 2006 il presidente Carlo Azeglio Ciampi, ha conferito loro la medaglia d’oro al merito civile: solo fratel Arturo ha potuto riceverla.

Con i poveri, in Sud America Situazioni rischiose per la vita non sono mancate anche negli anni successivi, in America Latina, sempre per “assistere i perseguitati della terra”. Si

trattava di dissidenti politici, di condannati a morte, dei senza terra, di emarginati senza difesa. Ma prima della lunga attività in America Latina, Arturo fu chiamato da Lucca a Roma come vice-assistente nazionale dei giovani dell’Azione Cattolica italiana. Un periodo di frenetica attività, di successi apostolici e di amicizie durature, iniziato nel 1949 e terminato bruscamente nel gennaio 1954. Il suo influsso sui giovani fu considerato deleterio soprattutto per l’orientamento politico, contrario alle derive autoritarie di quegli anni. Egli era convinto che occorreva portare a maturità il laicato cattolico e che i giovani non volevano essere di destra, come scrisse “dopo molta preghiera e molta insonnia”, a mons. Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato. Più tardi, divenuto Paolo VI, in riparazione di quelle decisioni che non poté contrastare, lo scelse come uno dei destinatari delle quattro parti del mondo a cui, concludendo il Concilio (dicembre 1965) destinò una somma per le loro opere in favore degli ultimi. Nel gennaio 1954 il card. Adeodato Piazza gli comunicò che era stato scelto come cappellano delle navi. Veniva così estromesso dall’Azione cattolica “con quei metodi soavemente crudeli che talvolta gli uomini di Chiesa utilizzano per sospendere dalle loro funzioni le persone sgradite, senza dare spiegazioni”. Fu un periodo oscuro e difficile. Conosciuti per caso alcuni Piccoli fratelli del Vangelo, capì che quella spiritualità, ispirata a quella di Charles de Foucauld (1858 -1916) corrispondeva bene alla sua trama interiore. Si rivolse al fondatore p. Rene Voillaume (1905

- 2003) che lo accolse. Dopo il noviziato nel deserto algerino, le prime esperienze tra gli ultimi della terra nel porto di Algeri e tra i minatori di Bindua in Sardegna (ancora allontanato per il timore di deleterie influenze sui giovani frequentatori), si aprirono per lui gli orizzonti ampi dell’America Latina (Argentina, Venezuela, Brasile e conferenze ovunque lo chiamassero). In quei Paesi, annunciando il Vangelo di Cristo liberatore, ha potuto scorgere le forze di amore che attraversano la storia umana, ha percepito gli aneliti di libertà delle persone oppresse ed emarginate e soprattutto ha potuto operare intensamente per la loro liberazione. Significativo il fatto che le sue opere più impegnate di quel periodo siano sorte come dialogo con persone giovani ed emarginate. Dialoghi della liberazione (Morcelliana, Brescia 1969; Aragno, Torino 2012) è scritto in colloqui con il giovane argentino Miguel Angel Sivilla “Miquicho”, in cerca di un orientamento di vita. Camminando s’apre il cammino (Gribaudi, Torino 1977; Cittadella, Assisi 2006) è una raccolta di riflessioni proposte a una giovane madre, intenta a preparare tortillas da vendere per sopravvivere con i propri figli. Frate Arturo, tornato nella diocesi di origine, nel Centro Charles de Foucauld, aperto nella canonica di San Martino in Vignale, centenario (nato a Lucca il 30 novembre 1912), continua ancora a programmare incontri con i giovani, per annunciare loro che Cristo è un amico di cui ci si può fidare senza riserve. Carlo Molari (da “Il Regno”, 15.12.2012)


Pegaso

Venerdì 8 febbraio 2013

V

Società

È arrivato il momento di tirare le somme Finirà a giugno la sperimentazione per l’insegnamento della religione È largamente riconosciuta la necessità che la scuola pubblica, nella odierna società secolarizzata e religiosamente plurale, abbia ad impartire a tutti gli allievi informazioni sul fenomeno religioso, quale base indispensabile per la conoscenza del paese e quale contributo alla comprensione e alla tolleranza tra appartenenti a fedi diverse. E ciò nel rispetto della laicità della scuola pubblica che non deve privilegiare nessun credo particolare, essendo compito delle famiglie e delle Chiese la trasmissione delle credenze religiose alle nuove generazioni (vedi Pegaso del 10 novembre 2013). Il prossimo mese di giugno, con la conclusione dell’anno scolastico 2012-2013, termina anche la fase sperimentale triennale relativa all’insegnamento della religione (o storia della/delle religioni ecc. ecc.) che ha coinvolto sei sedi di scuola media del Cantone; in tre sedi tutti gli allievi hanno partecipato ad un corso impartito da un insegnante designato dall’autorità scolastica, in tre sedi gli allievi (o le famiglie) avevano possibilità di scelta tra il corso statale e il corso gestito dalle Chiese cattolica e evangelica, secondo l’art. 23 della Legge scolastica del 1990. Sarà possibile al lora una valutazione complessiva della sperimentazione , in vista di una riforma sollecitata, oltre che dalla realtà sociale e scolastica, anche da atti parlamentari presentati da tempo in Gran Consiglio. E sarà quindi possibile (e opportuna) una ampia discussione, necessaria per informare l’opinione pubblica (allievi, genitori, insegnanti e ogni interessato, trattandosi di un tema particolarmente sensibile), ma specialmente per gran parte di politici che non hanno seguito il dibattito ormai da decenni in atto in tutta la Svizzera e all’estero e persino nelle istanze europee. Sulla base delle scarse informazioni apparse sulla stampa e rilasciate dalle autorità scolastiche (quasi fosse un segreto di Stato… ), si può rilevare come la sperimentazione non ha suscitato particolari opposizioni o difficoltà; poche le opinioni contrarie apparse sulla stampa, ed an-

che i risultati “culturali” (perché di ciò deve preoccuparsi la scuola pubblica) sono stati fin qui giudicati soddisfacenti, pur nella imprecisione innata in ogni sperimentazione e nella stessa difficoltà della definizione dell’oggetto dell’insegnamento. Ma tale problematica è ben nota, già nella varietà delle denominazioni utilizzate (storia della religione /delle religioni; storia o insegnamento del fenomeno religioso; sociologia delle religioni; religione, etica e valori; ecc. ecc.) e delle soluzioni proposte e attuate altrove. Una constatazione è già possibile sui risultati parziali, e riguarda le scelte degli allievi e loro famiglie: una quota importante (tra il 40 e il 50% secondo le sedi) hanno preferito il corso impartito dall’autorità religiosa in alternativa a quello laico. Un dato che i politici dovranno tenere in considerazione, per non prestare il fianco alla critica di volere estromettere le Chiese (cattolica ed evangelica) dalla scuola pubblica, presenza garantita dalla vigente Legge scolastica. Per cui ogni innovazione nel programma scolastico non potrà non tenere conto della disposizione dell’art. 23 della Legge scolastica, e l’in-

segnamento impartito dall’istituzione cantonale può entrare nel piano degli studi come obbligo per tutti gli allievi, mantenendo come scelta supplementare per chi desidera avvalersi anche del corso “clericale”. Altra valutazione possibile, dopo i tre anni di sperimentazione del corso statale, è sui risultati raggiunti con il corso di “storia delle religioni”: se basta per una informazione sufficiente un’ora settimanale per due anni (come è stato nel periodo sperimentale) oppure occorre aumentare l’offerta; le Chiese attualmente insegnano per un’ora durante tutti i quattro anni della durata delle scuola media. Il progredire della “secolarizzazione” (famiglie cristiane sempre meno praticanti) e l’aumento della pluralità religiosa fanno prevedere una diminuzione delle richieste al corso “clericale” . Creando ulteriori problemi di orario, di finanziamento (ora a carico dello Stato) e suscitando richieste di altri gruppi religiosi ad essere presenti nelle scuole pubbliche (i musulmani sono già presenti in alcune scuole svizzere ed estere; gli ortodossi nel Ticino intendono farne richiesta).

A mio parere, considerando il risultato fin qui ricavabile, l’insegnamento “laico” va ora esteso gradualmente a tutti gli allievi delle medie, compatibilmente con la disponibilità di insegnanti qualificati. Da affrontare fin d’ora c’è quindi il problema del “riciclaggio” per gli insegnanti di storia o di religione , con corsi proposti anche agli attuali insegnanti di religione, senza escludere coloro che hanno titoli di istituti religiosi. Infine, discutendo del programma, occorrerà considerare se estenderlo oltre le “scienze religiose” anche ai temi della “cittadinanza”, valutando l’esperienza ginevrina (presentazione dei “grandi testi”), o quella grigionese (due ore settimanali, una di etica), e considerando quanto già si è discusso in Italia e recentemente in Francia. Infine andrà anche esaminata la situazione di tale insegnamento nella scuola primaria, con l’aumento degli allievi non appartenenti alle confessioni cristiane storiche; e … l’assenza quasi totale e deplorevole della frequenza ai corsi solo “clericali” nelle scuole superiori. Alberto Lepori


VIII Pegaso

Venerdì 8 febbraio 2013

Etica

I valori nell’insegnamento sociale della Chiesa Vi è un punto di osservazione particolarmente qualificato, per valutare quali siano i “valori non negoziabili”: il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (CDSC), predisposto e pubblicato nel 2004 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace su mandato e con l’approvazione di Giovanni Paolo II. Il CDSC utilizza una molteplicità di espressioni per indicare gli essenziali valori della dottrina sociale della Chiesa: ad esempio, “valori umani e morali essenziali” che come tali devono essere nella sfera pubblica “riconosciuti, rispettati e promossi” (CDSC, n. 397); la lettera con cui l’allora Segretario di Stato, card. Angelo Sodano, accompagna e approva la pubblicazione del CDSC a nome del Pontefice fa riferimento ad alcuni “principi della dottrina sociale della Chiesa”, fra i quali vengono indicati, a titolo di esempio, la dimensione trascendente della vita, la famiglia fondata sul matrimonio, la dignità del lavoro e l’impegno per la giustizia (CDSC XII); altrove si parla di “principi della giustizia e della solidarietà sociale” (CDSC, n. 25) e di “valori fondamentali”, in rapporto di reciprocità con i principi, si indicano come tali “la verità, la libertà, la giustizia, l’amore” (CDSC, n. 197). Inoltre si afferma che “la distinzione fra religione e politica e il principio della libertà della Chiesa costituiscono un’acquisizione specifica del cristianesimo” (CDSC, n. 51). Il linguaggio è in effetti assai variegato; si parla ora di “principi”, ora di “valori” fondamentali, senza darne una omogenea indicazione: alcuni ritornano insistentemente, altri sono evocati una sola volta. In nessun punto viene indicata una precisa e compiuta lista di valori fondamentali, né si adottano per essi le espressioni “non negoziabili”, “irrinunciabili” o simili. Vi è, al contrario, un importante passo che sembra indicare un ampio spazio di discre-

Giovanni XXIII e Paolo VI. In materie come queste non valgono certo gli argomenti ad excludendum, ma può apparire non casuale né frutto di una semplice dimenticanza che il più autorevole documento sociale di Benedetto XVI non adotti mai la categoria dei “valori non negoziabili”. Anche per questo tale espressione, che pur ricorre in altri testi magisteriali di minore rilievo dottrinale, può essere ritenuta una “dottrina” non ancora formalmente definita e dunque rimessa alla libera discussione. Appare legittimo, dunque, esprimere qualche riserva su tale espressione: limitatamente, come è ovvio, alla sua applicazione alla politica in una società democratica e per la quale ha già luogo la protezione costituzionale di una serie di valori.

zionalità dei fedeli laici, non nella posizione dei valori, ma rispetto alle modalità della loro concreta attuazione: quello in cui si afferma che “le responsabilità relative alla costruzione, all’organizzazione e al funzionamento della società [ ... ] appartengono ai fedeli laici, non ai sacerdoti e ai religiosi” (CDSC, n. 83), con un esplicito richiamo alla dottrina conciliare circa la peculiarità dell’impegno dei fedeli laici in ambito politico e sociale. Come ampiamente attesta la storia del Magiste- Valori e politica ro sociale della Chiesa, non si può Proprio qui sta il punto centrale del diescludere che il suo insegnamento, so- battito, al quale si vorrebbe recare un prattutto in ambiti come questo, pos- contributo, anche come invito a una sa conoscere sviluppi e approfondi- seria discussione. La grande questiomenti; né che in fune, infatti, non è turo tale Magistero, quella di stabilire se nella sua forma più Non negoziabili esistano “valori non solenne, possa adotnegoziabili”, ma Diritti umani fondamentali, tare l’espressione quale spazio essi libertà religiosa, la famiglia “principi (o valori) possano o debbano fondata sul matrimonio, non negoziabili”. Al avere in ambito poliil rifiuto della guerra momento, salvo ertico in una società rori nella nostra ridemocratica. Infatti, di aggressione, e così via cerca, essa non comche cosa sono i “vapare né nel CDSC, lori o principi non né nelle principali encicliche sociali, negoziabili” per l’Italia, se non quelli compresa quella più recente e partico- che la Costituzione, elaborata e votalarmente autorevole di Benedetto XVI, ta con l’apporto determinante dei catla Caritas in veritate. Questa è costrui- tolici, chiama “Principi fondamentali” ta su una costante dialettica fra i valo- (artt. 1-12)? In numerose sentenze la ri da proporre (la verità) e la loro con- Corte costituzionale li ha dichiarati escreta traduzione operativa in strutture senziali e dunque non modificabili, di giustizia e di solidarietà (la carità); nemmeno con legge costituzionale, dal complesso della trattazione non pena lo stravolgimento dell’impianto sarebbe difficile estrarre una sorta di costituzionale. Così è dei diritti umani ideale “tavola dei valori”, dalla gratui- fondamentali, della libertà religiosa, tà all’impegno per la pace, al rispetto della famiglia fondata sul matrimonio, per l’ambiente, ecc. Ma pur prenden- del rifiuto della guerra di aggressione, do atto dell’estrema complessità dei e così via: sono appunto questi i “vaproblemi da risolvere e della diversità lori non negoziabili” della Costituziodelle soluzioni proposte, la Caritas in ne italiana. Il vero problema è tuttavia veritate non intende fissare, né di fat- quello della traduzione operativa, sul to fissa, precisi “paletti”: enunzia i va- piano amministrativo e, soprattutto. lori e rimette la loro traduzione opera- Legislativo, di questi principi. tiva - e concretamente la loro “nego- Non solo per evitare l’erezione di nuoziazione” - alle dinamiche della storia vi staccati, ma soprattutto in virtù del e all’azione dei fedeli laici, in collabo- principio della “legittima autonomia razione con tutti gli uomini “di buona delle realtà terrene” enunciato dalla volontà”, nella stessa linea indicata da Gaudium et spes, sembra opportuno

evitare l’uso della terminologia della “non negoziabilità”, che in politica può apparire nello stesso tempo incongrua e lesiva di una sana laicità. Sullo sfondo si pone il complesso problema - che qui non è possibile esplorare - dei margini di autonomia del politico, in particolare di ispirazione cristiana, in ordine alle decisioni da assumere sul piano legislativo: autonomia non assoluta, ma nemmeno svuotata di fatto di significato dalle indicazioni del Magistero, al punto da far apparire l’agire politico del credente come etero diretto. Anche questa ragione, nella linea tracciata dal CDSC, conduce a sconsigliare il ricorso a una categoria che inevitabilmente restringe gli spazi della legittima autonomia dei credenti operanti in politica. È auspicabile che su questo terreno possa attuarsi, al di là delle logiche di schieramento e al di fuori di ogni oltranzismo, un fecondo dialogo tra la gerarchia e i laici impegnati in politica. In caso contrario, e se il rapporto fra Chiesa e politica fosse soltanto unidirezionale, si rischierebbe di avallate l’immagine del politico cattolico come longa manus del Magistero ecclesiastico o, all’opposto, come di una sorta di scheggia impazzita di laicato infedele e immemore delle indicazioni magisteriali. La via maestra da seguire appare quella indicata da Benedetto XVI nel citato discorso di Verona: “La Chiesa non è, né intende essere, agente politico [ ... ] Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine della società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità”. Ai pastori, dunque, il dovere dell’annuncio e della fondazione dei valori; ai laici impegnati in politica la responsabilità di attuarli nella misura più alta possibile nella legislazione e nella pratica amministrativa, assumendosi la fatica della mediazione. Passa di qui l’unica strada percorribile per coniugare la weberiana “etica della convinzione” e l’“etica della responsabilità”. Giorgio Campanini, Professore alle Università di Parma e di Lugano (da Aggiornamenti sociali, Milano, gennaio 2013) Per motivi di spazio sono stati tralasciati due esempi italiani e le note bibliografiche. www.sxc.hu


Pegaso IX

Venerdì 8 febbraio 2013

Storia del Partito

Dalla fondazione nel 1912 all’abbandono del nucleare Urs Altermatt racconta un secolo di storia del PPD Svizzero È fresco di stampa l’ultimo libro dello storico Urs Altermatt, docente emerito dell’Università di Friburgo, intitolato in lingua tedesca “Das historische Dilemma der CVP” (edizioni Hier+ Jetzt), ovvero “Il dilemma storico del PPD Svizzero”, che nel 2012 ha ricordato il secolo di vita. Il Partito ritiene infatti il 1912 come anno fondatore, anche se all’epoca si chiamava ancora Partito conservatore popolare, mentre dal 1957 Partito conservatore cristiano sociale, ed infine dal 1971 Partito democratico cristiano, appellativo che ha conservato sino ai nostri giorni nella Svizzera tedesca e francese. Mentre nel nostro Cantone va ricordato che la scelta del nominativo di Partito popolare democratico è riconducibile all’ispirazione al Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo e risale al 1971. La data del 1912 rimane fondamentale, secondo Altermatt, poiché è a quel momento che i cattolici conservatori, usciti sconfitti alla guerra del Sonderbund (1848!), riescono a dare vita ad un’esperienza politica condivisa. Il cenacolo dei cattolici conservatori, rifiutati dai creatori liberali e radicali dello

Stato federale del 1848, è quindi stato sostituito, nel corso dei decenni, da un vero e proprio partito che affronta, nel corso del suo secolo di vita, diversi stati d’animo e molteplici svolte. Sono le tappe della sua storia, riassunte nei cinque capitoli del volume di Urs Altermatt, ovvero uno sguardo sull’evoluzione da milieu cattolico a partito cristiano democratico; un’analisi delle personalità, delle tematiche e delle tappe dal 1850 al 1970; le riforme degli anni successivi tra secolarizzazione, svolta conservativa e pluralismo religioso; una radiografia dei consiglieri federali del Partito; senza dimenticare una prospettiva per il futuro, per il quale Altermatt invita a considerare una possibile fusione con il Partito borghese democratico per raggiungere lo statuto di raggruppamento di centro al Governo. Una fusione alla quale, lo ricordiamo, si oppongono invece altri storici tra cui Olivier Meuwly, che ritiene invece che i fondamenti filosofici non sono affatto i medesimi e che per il PDC la “C” resta ancora oggi vitale. Il libro di Urs Altermatt ci dimostra una volta ancora che la storia ci aiuta a

comprendere il tempo presente ed a riflettere sul domani che ci attende. Alcune pagine sono un vero invito alla riflessione, come quelle dedicate alla convivenza tra le diverse anime del partito - una convivenza che si è spesso rivelata un successo -, cioè tra i democratici cristiani dei bastioni tradizionali, come Friburgo e il Vallese, le diaspore urbane, le forze conservatrici, una componente socio-liberale più

progressista e, più recentemente, la battaglia per l’abbandono del nucleare. Un capitoletto più attuale che mai è infine quello dedicato al Ticino ed al suo bonus linguistico nel Consiglio federale, che nella storia è stato assicurato, da Motta a Celio e da Lepori a Cotti, soprattutto grazie ai cristianodemocratici.

l’autore dedicate al confronto con le coeve riviste cattoliche che condividevano la stessa ansia di rinnovamento della Chiesa e del cattolicesimo. Particolare ampiezza è dedicata al rapporto tra Fabro (e “Il gallo” in generale) e la quasi coeva “Adesso”, avviata da Mazzolari, come noto, nel 1949, che si ispirava agli stessi maestri, e in primis ad Mounier, e condivideva la stessa passione per il rinnovamento della Chiesa. I rapporti fra Mazzolari e Fabro - che Zanini ricostruisce puntualmente attingendo anche all’importante corrispondenza, tuttora inedita, intercorsa fra i due - furono frequenti e intensi in più occasioni, e in particolare in relazione alla vicenda dei “Partigiani della pace” (pp. 83 ss.) sulla quale le due riviste assunsero un atteggiamento sostanzialmente simile, approvando lo spirito del movimento ma nello stesso tempo guardando con diffidenza ai le-

gami troppo stretti che si andavano instaurando fra i “Partigiani della pace” e il Partito Comunista sovietico. Corredato di una puntuale documentazione, questo volume rappresenta un importante tassello per la ricostruzione nel suo insieme della storia delle riviste cattoliche degli anni centrali del Novecento. È augurabile che questa conoscenza possa essere in futuro ulteriormente approfondita grazie alla pubblicazione dell’interessante carteggio intercorso fra Fabro e Mazzolari e alla compilazione dell'Indice degli autori de “Il gallo”, così da completare il quadro di insieme di una delle riviste più interessanti del secondo dopo guerra italiano.

Lorenzo Planzi

Il Gallo nella storia Nel panorama delle “riviste di avanguardia” cattoliche del secondo Novecento “Il gallo” rappresenta una voce apparentemente marginale e una presenza quasi “di nicchia”, ma in realtà importante e duratura (a oltre sessanta anni dall’inizio delle pubblicazioni continua, assai al di là della sua Genova, una significativa presenza nella cultura cattolica italiana). La puntuale monografia di Zanini non abbraccia l’intero arco di vita della rivista. ma si limita al trentennio 1946-1965 assumendo come punto terminale l’anno che Zanini, del resto non senza ottime ragioni, considera come punto conclusivo di una prima fase del cammino de “Il gallo”, e cioè quel 1965, in cui ha avuto conclusione il Concilio Vaticano II, che la rivista genovese ha contribuito per la sua parte a preparare. Fondata da Nando Fabro, al quale si sono progressivamente affiancati im-

portanti collaboratori - da Katy Canevaro a Carlo Carozzo - la rivista ebbe sempre una diffusione limitata ma raggiunse un pubblico assai qualificato ed ebbe larga udienza assai al di là della cerchia genovese. Come per tutte le riviste “di punta” incontrò non piccole difficoltà nei rapporti con la Curia genovese e con il Cardinal Siri (cfr. in particolare le pp. 84 ss.) e più volte sembrò sul punto di incorrere in censure ecclesiastiche; ma, anche grazie all'equilibrio del suo direttore, riuscì a continuare il suo cammino: del quale Zanini segue puntualmente le tracce, sottolineando in particolare il passaggio da un’intenzionalità prevalentemente letteraria a un’attenzione incentrata sul problema della “riforma religiosa” (cfr. le pp. 67 ss.). Parti consistenti del volume (assai documentato e puntuale e arricchito da una vasta bibliografia) vengono dal-

Giorgio Campanini Paolo Zanini, La rivista «Il Gallo”, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2012


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Pegaso

Venerdì 8 febbraio 2013

Ambiente

Il clima non aspetta la politica A giudicare dalla lentezza con cui procedono i negoziati internazionali sul cambiamento climatico, sembrerebbe che l’umanità disponga di tutto il tempo del mondo per far fronte al riscaldamento globale. Peccato che tutto, ma proprio tutto, indichi invece che “non c'è tempo da perdere”, come sono tornati ad evidenziare, in occasione della 18.ma Conferenza delle parti della Convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Cop 18), il Consiglio Ecumenico delle Chiese e l’ACT-Alliance (Action by Churches Iogether, una coalizione di oltre 130 Chiese in tutto il mondo). Stando agli ultimi dati scientifici, infatti, anche l’obiettivo minimo di un aumento della temperatura mondiale entro i due gradi centigradi potrebbe non essere più alla nostra portata, lasciando il posto, per la fine del secolo, ad un incremento davvero catastrofico, di 4-6 gradi (che si tradurrebbe in un +9 nel Mediterraneo, durante i mesi estivi, secondo uno studio promosso dalla Banca Mondiale). E se già, con l’attuale riscaldamento di 0,8 gradi centigradi. si moltiplicano eventi climatici estremi come siccità, inondazioni e uragani, un aumento superiore ai 3,5 gradi si unificherebbe, secondo il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, di cui fanno parte oltre 1,800 scienziati di tutto il mondo, l'estinzione totale di un 4070% delle specie viventi. Eppure, a Doha , dove dal 26 novembre al 7 dicembre ha avuto luogo la Cop18 , un’altra pagina è stata aggiunta, al libro sui “mille e uno modi di rinviare le decisioni urgenti facendo finta di assumere decisioni importanti”. E questa nuova pagina è stata scritta, peraltro, in una sede oltremodo simbolica, essendo il Qatar il Paese con le più alte emissioni pro capite del mondo. e, in virtù delle sue riserve di gas e petrolio. uno dei meno interessati a una transizione verso un economia a basso consumo di carbonio. Dopo i rinvii decisi lo scorso anno alla Cop17 di Durban - in cui il massimo che si è ottenuto è concordare l’adozione, nel 2015, di un nuovo piano globale riguardo a cosa fare dopo il 2020 -, in Quatar, nel quadro del pacchetto di misure denominato Doha

Climate Gateway, si è raggiunto l’accordo su una seconda fase di impegni del Protocollo di Kyoto (ad oggi l’unico accordo internazionale con disposizioni vincolanti per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra), ma destituito di ogni efficacia: se il primo periodo di applicazione, che scadrà alla fine del 2012, comprendeva tutti, e solo, i Paesi industrializzati (esclusi gli USA che non hanno mai ratificato il Protocollo), la seconda fase, che si prolungherà fino al 2020, cioè fino all’entrata in vigore del nuovo accordo globale, potrà contare sulla sola adesione dell’Unione Europea, della Norvegia. della Svizzera e dell’Australia, che rappresentano assie me appena il 15% delle emissioni mondiali, mentre si sono sfilati Giappone, Canada, Nuova Zelanda e Russia. Resta escluso da Kyoto, dunque, 1’85% delle emissioni mondiali, provenienti in primo luogo dalla Cina, divenuta leader mondiale nella produzione di CO2, e dagli Stati Uniti, principale contaminatore storico, insieme responsabili di quasi la metà delle emissioni climalteranti (gli Stati Uniti con oltre 17 tonnellate procapite all’anno di CO2, e la Cina con poco più di 7 tonnellate procapite). Entrambi impegnati a guidare il triste “scarica barile” tra Paesi industrializzati, a cui viene giustamente rinfacciata la responsabilità di aver condotto il pianeta al punto in cui si trova, e le potenze emergenti, la cui impetuosa crescita del livello di emissioni rischia oggi di produrre un incontrollato aumento della temperatura mondiale. Secondo una ricerca condotta in Gran Bretagna, nel 2011 le emissioni di Cina, India e Brasile sono aumentate, rispettivamente, del 9,9%, del 7,5% e dell’l,4% rispetto al 2010. E il risultato è che secondo i dati presentati a Doha, nel 2012, malgrado il Protocollo di Kyoto e malgrado la crisi globale, le emissioni di C02 hanno registrato un incremento del 2,6% rispetto al 2011, e addirittura del 58% rispetto ai livelli del 1990.

Scivolando su un piano inclinato Di certo, se il punto centrale dovrebbe essere quello di un cambiamento dei

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A Doha sono state rinviate molte decisioni urgenti, facendo finta di assumerne di importanti

modelli di produzione e consumo nel segno della giustizia sociale e ambientale e di un’equa divisione dello spazio atmosferico (in maniera che quanti hanno maggiormente contaminato, riducano effettivamente le proprie emissioni a vantaggio di chi deve già sostenere i costi della lotta alla povertà, il tutto nel quadro di un aumento limitato a 1,5 gradi), tale punto è mancato a Doha, esattamente come nelle conferenze precedenti. E chi pensava che le parole pronunciate dal presidente Barack Obama all’indomani della sua rielezione e ad una settimana dal passaggio devastante dell’uragano Sandy (“Vogliamo che i nostri figli vivano in un Paese che non sia minacciato dal potere distruttivo del riscaldamento globale”) potessero sortire qualche effetto in sede negoziate, ha dovuto rapidamente ricredersi: gli Stati Uniti restano fuori dal Protocollo e non mostrano alcun segno di accresciuta consapevolezza. Una condotta tanto più scandalosa se paragonata a quella della piccola e povera Repubblica Dominicana che si è impegnata a ridurre del 25% le emissioni di gas serra entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, unilateralmente e attraverso fondi nazionali. I Paesi poveri, quelli che pagheranno di più pur avendo meno contaminato (dagli Stati africani che verranno coperti dal deserto, alle piccole isole che

saranno sommerse dall’oceano) invano hanno chiesto interventi più decisi per contenere l’aumento della temperatura entro i due gradi e aiuti più cospicui a sostegno dei propri sforzi di mitigazione e di adattamento: se sul primo punto, stando agli impegni attuali, si giungerebbe entro il 2020 a tagliare, rispetto al 1990 non più dell’11-16% delle emissioni, a fronte del 25-40% ritenuto necessario, per quanto riguarda i finanziamenti nulla è ancora dato sapere su chi e su come finanzierà il Fondo verde per il clima stabilito nella Conferenza di Cancun, che prevede fino a 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 a favore delle Nazioni più povere. Mentre tutto viene rimandato al nuovo piano globale che dovrà essere negoziato, cresce l’allarme degli scienziati riguardo al disgelo nella regione artica, molto più rapido di quanto era stato previsto, con l'aggravante che lo scioglimento dei ghiacci sta già rendendo più accessibili le abbondanti riserve di petrolio, di gas e di minerali preziosi, su cui si stanno affrettando a mettere le mani Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca, ma anche Cina (per quanto non possieda alcun territorio nell'Artico) e diversi altri Paesi. (da un servizio di Claudia Fanti, pubblicato da ADISTA, 22 dicembre 2012)


Pegaso XI

Venerdì 8 febbraio 2013

Riviste

Rivista delle riviste AGGIORNAMENTI SOCIALI, mensile di ispirazione cristiana, redatto da un gruppo di gesuiti e di laici, Piazza S. Fedele 4, 20121 Milano. Giorgio Campanini esamina l’espressione largamente utilizzata di “valori o principi non negoziabili”, per giungere alla conclusione che “ sembra opportuno evitare l’uso”, “ che può apparire in politica nello stesso tempo incongrua e lesiva di una sana laicità” (pag. 34). Padre Mellon espone lo sviluppo dell’insegnamento sulla politica dopo il Vaticano II, per indicare a conclusione alcune questioni aperte ad ulteriore sviluppo, cioè l’uso della coercizione (violenza statale), i limiti del pluralismo e del compromesso politico.

RIVISTA DELLA DIOCESI DI LUGANO, Curia vescovile , 6901 Lugano. Nel fascicolo 11-2012 (novembre) la relazione di Raniero Cantalamessa sulla “comunicazione religiosa”, e riflessioni “La mia messa quaggiù” letta da mons. Grampa ai funerali di don Francesco Palmisano e l’Appello dei Vescovi svizzeri per i 50 anni dall’apertura del Vaticano II. Nel fascicolo 12 (dicembre) una riflessione sulla preparazione del Vaticano II da parte di Giovanni XXIII , il Motu proprio che inquadra il Servizio della Carità e le Caritas, e il comunicato della 298.ma Assemblea dei Vescovi svizzeri, con la risposta negativa alle “evidenze” presentate dall’Iniziativa delle parrocchie.

AMNESTY, trimestrale sui diritti umani della Sezione svizzera di Amnesty International, c.p. 3001 Berna. Il fascicolo di dicembre denuncia l’accaparramento delle terre da parte di multinazionali, governi e investitori privati nei paesi del sud, con effetti devastanti sulle popolazioni e sull’ambiente

RIVISTA LASALLIANA, trimestrale di cultura e formazione pedagogica, via Aurelia 476, 00165 Roma. Nel numero 79 (ottobre-dicembre 2012) due articoli dedicati al Concilio vaticano II: il direttore Donato Petti espone la “novità cristiana” del laicato dopo 50 anni, mentre il professore Emilio Butturini ricorda quanto la personalità dei papi Giovanni XXIII e Paolo VI abbia influenzato lo svolgimento del Vaticano II.

APPUNTI DI CULTURA E DI POLITICA, mensile, Largo Corsia dei Servi 4, 20122 Milano. Nel numero di dicembre 2012, il vescovo Franco Giutio Brambilla ricorda il significato profetico dell’intenzione pastorale del Concilio vaticano II; Luigi Pizzolato discute della categoria di legge naturale, don Giuseppe Grampa espone l’insegnamento sociale del card. Martini sull’Europa CHOISIR, rivista culturale dei gesuiti, rue Jacques-Dalphin 18, 1227 Carouge - Ginevra. Il numero 636 (dicembre 2012) presenta le “piccole comunità” come “una strada per la Chiesa”, con articoli del prof. Amherdt, professore di teologia a Friburgo e di mons. Rouet, vescovo emerito di Poitiers, e tre testimonianze di una esperienza ginevrina iniziata subito dopo il Vaticano II. DIALOGHI di riflessione cristiana, Tipografia Offset Stazione S.A., Locarno. Il numero 224 (dicembre 2012) propone un dossier contro il dilagante consumismo e per una “prosperità senza crescita”. Giorgio Cheda documenta la religiosità popolare di Vallemaggia, ricordando lo storico don Martino Signorelli; DIALOGHI invita ad “aiutare il Nunzio a trovare il Vescovo”, proponendo i nomi dei preti ticinesi “episcopabili”. Ricca come sempre la parte dedicata all’informazione religiosa, svizzera e mondiale. IL GALLO, quaderni mensili, casella postale 1242, 16100 Genova. Nel numero di dicembre 2012, Gianfranco Bottoni continua a presentarci il cardinale Martini, Giannino Piana descrive l’incontro (scontro) tra illuminismo e Chiesa cattolica, Vito Capano descrive “la grande sete: rischi e prospettive” del problema acqua; il direttore Ugo Basso fa un bilancio non economico ma “contenutistico” dell’annata, con l’invito alla fedeltà degli abbonati (estero 36 euro per dodici quaderni di 20 pagine). KOINONIA, periodico mensile Piazza S.Domenico 1, 51100 Pistoia. Il numero di gennaio si apre con la presentazione e la discussione dell’età costantiniana (finita o ancora sognata?), mentre i cattolici sono confrontati alle elezioni e il Vaticano privilegia l’Agenda Monti (che ignora democrazia e laicità e “valori non negoziabili”). Un testo del cardinal Martini presenta la Chiesa, “popolo dei pellegrini in costante riforma”. NONVIOLENZA, trimestrale d’informazione su pace, non violenza, diritti umani e servizio civile, casella postale 1303, 6501 Bellinzona. Il n.9 (dicembre 2012) informa sulla costituzione in Svizzera di una rete tra associazioni aventi lo scopo di educare alla pace, per permettere scambi di esperienze, migliore coordinamento delle diverse attività e prese di posizione, con un comitato provvisorio. Un incontro è già in programma per il 9-10 novembre 2013 al Villaggio della pace di Broc (Friburgo); (recapito: www.educazioneallapace.ch).

UN SOLO MONDO, rivista della Direzione dello sviluppo e della cooperazione del Dipartimento federale degli affari esteri, 3003 Berna. Il fascicolo 4-dicembre 2012 dedica tre articoli al diritto alla salute: oltre un miliardo di persone non ha accesso a un’assistenza sanitaria adeguata. Nel Ciad il petrolio non migliora la miseria degli 11,5 milioni di abitanti (e il Vescovo di Doba che protesta è stato espulso). La DSC sostiene in Tanzania il consiglio della stampa e l’attività giornalistica e di formazione. VERS UN DEVELOPPEMENT SOLIDAIRE, mensile della Dichiarazione di Berna, rue de Genève 52, 1004 Losanna. Nel numero 225 (gennaio 2013) vengono descritte alcune multinazionali degne del Premio della irresponsabilità sociale e ambientale; continua la denuncia dell’evasione fiscale a danno del Terzo Mondo e le responsabilità della Svizzera nel riciclaggio dei soldi dei dittatori. VITA e PENSIERO,bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica, Largo Gemelli 1, Milano. Il numero 5 (settembre-ottobre 2012) si apre con un editoriale del card. Ettore Scola sul tema “Crescita e sviluppo, ripartendo dall’uomo”. La rubrica “Dialoghi” mette a confronto gli interventi di Mario Botta, definito “uno dei massimi architetti italiani”, di Gianluca Gresleri e di Maria Antonietta Crippa sull’argomento “Quali ‘spazi del sacro’? SU Chiesa e architettura”. Il testo di Mario Botta parte dall’esperienza personale della progettazione della chiesetta di Mogno e si conclude con l’affermazione che “Il silenzio, la meditazione, la preghiera restano condizioni di vita attraverso le quali l’uomo continua ad interrogarsi: lo spazio architettonico può permettere che questo avvenga nella semplicità e nella bellezza del fatto poetico. VOCE EVANGELICA, mensile della Conferenza delle Chiese evangeliche di lingua italiana in Svizzera, via Landriani 10, 6900 Lugano. Nel numero 12 di dicembre 2012, viene segnalato il testo dell’abate di Einsiedeln Martin Werlen che propone di discutere nella Chiesa cattolica alcuni temi da tempo evitati (il calo del clero e della frequenza al culto, la nomina dei vescovi) e l’”iniziativa delle parrocchie” che, con oltre 400 firme, chiede l’ordinazione delle donne e degli uomini sposati e la comunione pei divorziati e per i cristiani non appartenenti alla Chiesa cattolica. Il presidente della Federazione delle Chiese protestanti svizzere Gottfried Locher ha denunciato la crisi dell’ecumenismo ufficiale, e il cardinale Kurt Koch , presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, che rifiuta di celebrare coi protestanti il cinquecentenario della Riforma luterana, perché è stata un fallimento ed ha diviso i cristiani (però con sbagli da ambedue le parti!). Nel numero di gennaio, un testo “Contro la crescita senza limiti”, e l’intervento di Margot Kässmann , ambasciatrice della Chiesa evangelica tedesca , che presenta le motivazioni per celebrare la ricorrenza del quinto centenario della Riforma promossa da Lutero (1517).


130208 - Febbraio