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Pegaso Inserto di cultura politica e di politica culturale

Dal mondo La persecuzione dei cristiani in Pakistan

Principia Dalla esortazione apostolica Evangelii Gaudium

Economia Il Forum economico di Davos e le disuguaglianze

Cultura Nuova Legge a sostegno della cultura

Pegaso

Pagina II

Pagina III

Pagina V

Pagina iX

no. 90 - 14 febbraio 2014

Inserto mensile di Popolo e Libertà

Primo piano

Popolare democratico per una politica alta

Gli osservatori politici da tempo lamentano la perdita di identità dei partiti politici che addirittura hanno abbandonato i vecchi e gloriosi aggettivi della loro origine, per nomi di fantasia, persino attingendo al regno vegetale . Si indica spesso quale causa la cosiddetta “fine delle ideologie”, con la sconfitta del comunismo sovietico travolto col “Muro di Berlino” nel 1989. Anche in Ticino si constata, almeno tra i partiti tradizionali, un “silenzio assordante” sui grandi principi fondativi, per un navigare a vista nella prassi, con sporadici “risvegli” sui “grandi principi” all’avvicinarsi dei confronti elettorali. Nella prospettiva del rinnovo dei poteri politici della primavera 2015, il tema merita di essere seriamente considerato, specie per i partiti che presumibilmente, per la ferrea legge dei numeri, non potranno competere nella lotta per la supremazia (sempre relativa, 2 su 5) in Consiglio di Stato. La sfida sarà particolarmente drammatica per il Partito popolare democratico ticinese, meritevole di consensi per il suo onesto contributo alla soluzione dei problemi politici, ma sempre più reticente a … sventolare le gloriose bandiere del passato! Si sa che per molti elettori, è l’etichetta che decide la scelta: molti ticinesi votano “liberale” perché sono “per la libertà”, votano “socialista” perché sono per la “solidarietà”, e magari “leghista” perché è “La lega dei Ticinesi”! Il Partito popolare democratico ticinese deve presentarsi all’elettorato prendendo spunto (e proclamando fortemente e senza limiti) i due concetti che sono espressi dal suo stesso nome:

“democratico” e “popolare”, rifiutando decisamente (a cominciare dai propri esponenti) lo “spregiativo” “pipidini”, inventato dal polemista Plinio Verda (perché sarebbero analogamente pirlini i liberali radicali e pistini i socialisti ticinesi…). Quindi “popolare “ e “democratico”. Cosa significa “popolare” nel contesto politico? Si tratta di un aggettivo, da circa 100 anni utilizzato per designare gruppi di cittadini cattolici, attivi nelle democrazie. Il “Dizionario delle idee politiche” diretto da Enrico Berti e Giorgio Campanini (AVE, Roma 1993) così annota (p.644): “Il popolarismo , dunque, non costituisce soltanto la piattaforma politica e programmatica elaborata dai “padri fondatori” del partito nel 1919 e approfondita negli anni successivi, ma rappresenta un’esperienza politica di più vasto respiro, anzi una vera e propria “dottrina politica” (cosi la definiva lo stesso Sturzo in un discorso del 1923), fondata su una precisa visione dell’uomo e della società; una dottrina caratterizzata - rispetto ad altre esperienze politiche e programmatiche dei cattolici - per tre punti qualificanti: la forte rivendicazione della laicità della politica; la teorizzazione del pluralismo sociale e politico (con la conseguente valorizzazione delle autonomie locali e dei corpi sociali); il riconoscimento del valore positivo dell’economia di mercato, pur nella critica serrata ai presupposti dottrinali, di segno utilitaristico, del liberalismo classico e nella riaffermata funzione sociale della proprietà privata”. Anche l’aggettivo “democratico” ha una lunga storia, e nella seconda metà dell’Ottocento ha indicato una corrente politica che propugnava l’estensione dei diritti popolari, come l’estensione del diritto di voto, la nomina diretta dei governanti, gli istituti dell’iniziativa e del referendum. Nel Ticino, il partito conservatore (espressione del mondo cattolico) decise di definirsi “democratico”, sostituendo l’aggettivo “liberale”, in occasione di un congresso cantonale, svoltosi a Bellinzona

il 23 novembre 1913: la nuova aggettivazione venne difesa da Giuseppe Cattori e illustrata in un articolo sul ”Popolo e Libertà”, dove si rifiutava anche l’aggettivo “cattolico”, rivendicando la laicità del partito. Tuttavia divenne usuale il riferimento, inserito anche nei programmi, di “partito di ispirazione cristiana”. Sul significato attuale (e la sua proposta ideale), è illuminante quanto scrive Michele Nicoletti, docente di Filosofia politica, Università di Trento, in APPUNTI di cultura e di politica, (Milano settembre-ottobre 2013). “Per quanto si possa ritenere chiusa la stagione delle ideologie totalizzanti e si consideri la politica contemporanea una politica fortemente secolarizzata, pragmatica, anzi dissolta nella mera dimensione estetica, spettacolare, a ben guardare i partiti e i movimenti che popolano le democrazie di oggi continuano a conservare una loro dimensione “ideale”. E questa dimensione non va banalizzata. (…)Penso invece che il termine “democratico” sia tutt’altro che residuale o debole. (….) Oggi chiamarsi “democratici” vuole dire assumere la democrazia, non come valore strumentale, ma come valore sostanziale. È sufficiente guardarsi attorno per capire come questo sia un ideale ancora assai lontano dalla sua piena realizzazione e spesso nemmeno avvertito come tale. Mi verrebbe da dire che, dopo le esperienze del socialismo reale, delle cristianità storiche,

dei regimi autoritari, apprezziamo la democrazia come valore “finale”, non solo come forma organizzativa del potere, ma come forma di vita, basata sul rispetto della persona e della sua dignità infinita, sulla sua libertà incomprimibile, sulla sua uguaglianza rispetto a ogni differenza di sesso, razza o religione, sull’uso della ragione discorsiva quale strumento di analisi dei problemi e di deliberazione comune, sulla possibilità di determinare da sé, per ogni persona e ogni comunità, le mete storiche della propria vita nonché i propri rappresentanti. Questo approdo si trova scritto nelle Carte costituzionali uscite dalla Seconda Guerra mondiale, nonché nelle Dichiarazioni e nei Trattati internazionali ed è il frutto delle diverse famiglie democratiche che hanno visto,nella libertà e nell’uguaglianza, nell’autodeterminazione dentro un orizzonte di giustizia, la sostanza dell’azione politica”. Due qualificazioni impegnative e che si prestano per proporre, agli elettori ticinesi del 2015, una “politica alta” , che affronti i temi delle scelte politiche fondamentali e indichi proposte e speranze di tutti, donne e uomini di buona volontà. Popolare ci ricorda la esemplare testimonianza di Luigi Sturzo, democratico ci apparenta al grande partito statunitense di Kennedy e di Barak Obama. Alberto Lepori


II Pegaso

Venerdì 14 febbraio 2014

Dal mondo

La persecuzione dei cristiani Continuano gli episodi di violenza e discriminazione ai danni delle minoranze religiose nello stato musulmano del Pakistan Dal Pakistan continuano a giungerci voci forti. Voci di una grande violenza che si accanisce principalmente sulle minoranze che vivono in quello che è il sesto Paese più popoloso al mondo e il secondo maggior Stato musulmano dopo l'Indonesia. Ma anche voci di una fede e di un coraggio incredibili, testimoniati da quella manciata di cristiani che lì vivono come un pizzico di sale o qualche grammo di lievito, tra 200 milioni di musulmani. Se, in questo nostro breve viaggio tra i cristiani del Pakistan, ci facciamo guidare dalle notizie di cronaca, la nostra prima tappa ci porta al 23 settembre scorso, ossia all'ultimo ferocissimo attacco da parte di due kamikaze talebani, contro un obiettivo cristiano. A Peshawer, a saltare indiscriminatamente in aria è la folla radunata dopo la messa fuori da una chiesa cattolica. Il bilancio finale parla di 85 morti e 140 feriti: Z.Y. in quella carneficina ha perso 13 membri della sua famiglia. La seconda tappa ci porta ad una prigione. Una prigione femminile in cui da oltre duemila giorni è rinchiusa Aasiya Bibi, per via della sciagurata legge contro la blasfemia che prevede il carcere e addirittura la condanna a morte per chi offende Allah, Maometto o il Corano. Una legge che può scattare in qualsiasi momento, anche solo per vendetta o volontà di fare male a qualcuno. Aasiya Bibi lo sa perché ne è caduta vittima. E la terza tappa, ma qui a guidarci non è più la cronologia, ma i miei ricordi personali, ci porta a suor Daniela Baroncelli delle Figlie di San Paolo, che nel 2005 quando per la prima volta sono stata in Pakistan, gestiva una libreria cattolica nel cuore della capitale Lahore, insieme ad altre tre o quattro suore. Una piccola, ordinata ed accogliente libreria cattolica, dove tra i suoi scaffali si trovano testi di religione, rosari, catechismi in urdu e in inglese, copie della Bibbia cattolica. "Vendere Bibbie, catechismi e soprattutto audiovisivi è pericolosissimo qui ", ci spiegò allora suor Daniela. "I talebani, intatti, ci accusano di possedere materiali proibiti dal Corano, tra cui filmati e immagini dei profeti". Alcuni mesi dopo la nostra visita, infatti, una bomba ha distrutto la libreria, per fortuna,

senza arrecare danni alle persone. Sono tre esempi attuali, di come oggi si possa in Pakistan soffrire e morire perché si è cristiani: andando a messa, leggendo e vendendo dei libri, semplicemente facendo il proprio lavoro. Ma qui oggi più che sulle provocazioni, gli atti violenti, l'integralismo, vorremmo sottolineare la risposte che a questi atti hanno saputo o voluto dare le persone che di questa violenza sono rimaste vittime. Z.Y di Peshawer , che per miracolo è riuscito a scampare alla bomba che ha distrutto parte della sua famiglia, in un'intervista ha spiegato che è disposto a perdonare gli attentatori "perché Gesù Cristo ci ha insegnato a perdonarli, in quanto non sanno quello che fanno." Anche dalla bocca di Aasiya Bibi escono parole sconcertanti nella loro semplicità. Parole che non ci attenderemmo da una donna che è stata incarcerata, stuprata, torturata, allontanata dai suoi figli per il solo fatto d'avere attinto l'acqua ad un fiume. Un fiume il cui accesso è rivendicato dai soli musulmani. Su uno degli ultimi biglietti che Aasiya è riuscita a far uscire dal carcere si legge: «Sono stata condannata perché cristiana. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se sono stata condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui." E quale è stata la reazione di Suor Daniela all'attacco che ha distrutto la libreria di Lahore? A quasi ottant'anni, suor Daniela con le sue sorelle ha aperto una nuova libreria, a Karachi, questa volta. La situazione non è cambiata di molto. E la suora ci ha raccontato: "Ora davanti alla porta della libreria il governo ha posto una guardia armata, ma ciò finisce per attirare ulteriormente l'attenzione ... " Ma da dove ha origine questo odio contro i cristiani, in Pakistan? Pietro Gheddo, giornalista-missionario, lo fa risalire al fatto che in molti Paesi di quell'area geografica, i cristiani vengono identificati come amici dell'Occidente, in particolare degli Stati Uniti, quindi dei veri e propri nemici in casa. Dopo 1'11 settembre questo fossato è andato via via scavandosi, al punto che, oggi, per colpire i blindatissimi e irraggiungibili Stati Uniti, vengono messe bombe nelle chiese locali: una

sorta di ferita al cuore inferita all'Occidente, a distanza, per procura. In Pakistan, in particolare, la grande maggioranza dei cristiani appartiene alle caste più basse della popolazione, sono gli "intoccabili" di una volta. A loro non è permesso altro lavoro che quello di pulire per strada con una ramazza corta, che li obbliga a stare piegati in due: due volte umiliati. Per loro non vi è possibilità di istruzione, di futuro, dì un inserimento sociale diverso. Convertiti dalle parole del Vangelo o figli di cristiani da generazioni, hanno trovato nella religione una libertà e una dignità che mai prima avevano pensato di meritare. Nel corso del nostro soggiorno in Pakistan, abbiamo avuto l'occasione di parlare con alcuni convertiti. Nel chiuso di una casa, a notte inoltrata, i convertiti ci hanno raccontato ciascuno la propria storia. La commozione del primo, a volte casuale e fortunoso, incontro con le parole del Vangelo, la scoperta che tutti gli uomini sono figli di uno stesso Padre, l'invito ad amare l'altro come se stessi, quello di perdonare le offese ricevute: immaginiamoci l'effetto che queste parole hanno nel cuore di uomini e donne che per tutta la vita sono stati disprezzati come ultimi, analfabeti e in balia di soprusi e prepotenze perché poveri. Per loro, ancora di più che per noi, le parole di Gesù sono state parole di una vera vita nuova. E questa rinascita alla dignità li ha por-

tati anche ad accettare la difficile condizione di minoranza cristiana in un Paese monoliticamente islamico, a subire l'ingiusto carcere, disposti anche a dare la vita, se questo viene loro richiesto. Così come consapevolmente ha fatto Shahbaz Bhatti, ministro delle minoranze, ucciso il 2 marzo del 2011 in un attentato. Corinne Zaugg, delegata in Ticino di “La Chiesa che soffre”

Da sapere! Scheda del Paese (dati del “Rapporto sulla Libertà religiosa 2012” di “Aiuto alla Chiesa Che Soffre”) Superficie: 796.095 Kmq (quasi 20 volte la Svizzera) Appartenenza religiosa: Musulmani 98,2%, Cristiani 2,2% (Cattolici 1’098.000), Altri 1,6% Popolazione: 184'753'30 abitanti; Rifugiati: 1’702’700; sfollati: 980’000


Pegaso III

Venerdì 14 febbraio 2014

Principia

La gioia del Vangelo Dalla esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco del 26 novembre del 2013 PROGRESSO E DIFFUSA PRECARIETÀ 52. L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell'ambito della salute, dell'educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. ( …. ).

UNA ECONOMIA CHE ESCLUDE ED UCCIDE 53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e dell’iniquità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è iniquità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo; con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

UNA GLOBALIZZAZIONE DELL’INDIFFERENZA 54. In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri, né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.

NO ALLA IDOLATRIA DEL DENARO 55. Una delle cause di questa situazione si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poiché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr. Es. 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro, nella dittatura di un’economia senza volto e senza scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano a uno solo dei bisogni: il consumo.

II DENARO DEVE SERVIRE NON GOVERNARE 58. Una riforma finanziaria che non ignori l’etica richiederebbe un vigoroso cambio di atteggiamento da parte dei dirigenti politici, che esorto ad affrontare questa sfida con determinazione e con lungimiranza, senza ignorare, naturalmente, la specificità di ogni contesto. Il denaro deve servire e non governare! Il papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e a un ritorno dell’economia e della finanza a un’etica in favore dell’essere umano.


IV Pegaso

Venerdì 14 febbraio 2014

Personaggi

Profeta del Novecento La lezione di Simone Weil, donna che tra le due Guerre, visse nel totale disinteresse della propria persona Settant’anni fa, nell’estate del 1943, si spegneva Simone Weil. Era nata nel 1903, a Parigi, il mondo era all’alba di tutti i grandi eventi che lo avrebbero sconvolto alla radice. Suo padre era un bravo medico, di famiglia ebraica, trapiantato nella capitale francese dalla nativa Alsazia; sua madre, di origine russa, era una donna amante dell’arte e della musica. Un ambiente borghese e agiato che poteva presagire alla bambina una vita tranquilla. Ma i tempi della sua infanzia e soprattutto della sua adolescenza, alla fine della prima guerra mondiale, avevano sconvolto l’eredità del secolo appena terminato; stavano cambiando rapidamente le esigenze sociali, le ideologie politiche, le mode e i costumi. Simone Weil si trova subito immersa nella fiumana di questi avvenimenti e vi partecipa attivamente, con l’impegno e l’entusiasmo della gioventù. Purtroppo la sua salute era malferma fin dall’infanzia: già a partire dal terzo anno soffriva per i postumi di una appendicectomia e successivamente per una lunga infiammazione bronchiale. Ciononostante girava anche d’inverno a piedi nudi nei sandaletti, con le gambe blu per il freddo, indossando solo una cappa o un giubottino: i compagni per i suoi indumenti la chiamavano marziana, ma non avrebbe mai cambiato queste abitudini anticonformiste per tutta la vita. Al liceo scopre la filosofia: ha un bravo insegnante, il professor Alain. che avrà molta importanza nella sua formazione. Da allora considera il pensiero come fosse un lavoro, e pone le basi per svilupparne gli aspetti politici e sociali. A sedici anni già si preoccupa dell’ingiustizia e della fame nel mondo, e si chiede perché lei non sia nata da genitori poveri; a diciannove, coerente al suo proposito, chiede l’iscrizione ad un servizio civile di lavoro manuale, ma non viene accettata. Cresce in lei la voglia di fare l’operaia, anche se ottiene il posto di insegnante di filosofia in tre licei.

Occuperà tutto il tempo libero nell' impegno politico e sociale, frequentando gli ambienti progressisti: pur non iscrivendosi ad alcun partito, si avvicina all’ideologia marxista e al cristianesimo, apprezzandone i valori umani e lo spirito di povertà. Ma non rinuncia a sottolineare criticamente i punti del suo dissenso: riguardo al marxismo per gli interessi personali dei politici e riguardo alla Chiesa cattolica per il fatto di ritenersi interprete della volontà divina codificandola nei suoi dogmi. Per questo non accetterà mai di essere battezzata, pur essendo credente in un Dio che si è svuotato della sua divinità per essere vicino all’Umanità. A venticinque anni decide di congedarsi dall’insegnamento e si fa assumere come operaia in un’industria elettromeccanica: il lavoro è massacrante e la paga è miserrima; le sue condizioni fisiche si aggravano, anche per l’unico panino consentito a pranzo senza interrompere il lavoro. Cambierà fabbrica, prime alle fucine Carnaud una vera galera - poi alla Renault nel1935. Ha constatato ormai personalmènte quanto sia umiliante la condizione operaia: addirittura stupisce di aver diritto a viaggiare sugli autobus pur pagando il biglietto. Dopo questa dura esperienza tornerà a insegnare al liceo: ma sarà per poco, perché è scoppiata la guerra di Spagna, e lei, nell’agosto del ‘36, decide di andarvi. Dapprima sarà giornalista, corrispondente di guerra: ma poi si arruolerà in azioni belliche pericolose con gli anarchici. Per aver posato un piede in una padella piena di olio bollente, subisce una grave ustione e viene portata in un ospedale e poi in Francia, ma per tutta la vita soffrirà delle conseguenze di questo incidente. Dall’esperienza spagnola le resterà l’orrore per la guerra e ne nascerà un nuovo impegno per il pacifismo. Per curarsi Simone Weil si recherà in Svizzera, a Montana, e poi in Italia, per una tregua di ristoro nell’arte e nella bellezza della natura. Nel 1937 e nel 1938 visiterà l’Umbria e la Tosca-

na, da Assisi a Firenze, l’incanto di San Francesco, degli affreschi di Giotto e di Michelangelo, e poi Venezia e la sua laguna e tanti contatti con le persone nella vita di strada. Il breve incanto presto va in frantumi: Hitler scatena la seconda guerra mondiale e gli ebrei finiscono nei campi di sterminio. Simone si rifugia negli Stati Uniti con la sua famiglia nel maggio del ‘42, e da lì continua la sua lotta sociale e politica contro il governo collaborazionista francese: scrive articoli, partecipa a incontri e intanto cerca di rientrare in Francia nelle file della Resistenza, e riesce a imbarcarsi per Londra, per realizzare il progetto di un corpo di infermiere da impiegare in Francia, rifiutato tuttavia da De Gaulle. Continuerà a scrivere nei suoi Cahiers la disperazione di non sentirsi utile, quasi con un senso di colpa: i responsabili della Resistenza le affidano un compito di controllo. Sempre più ascetica e macilenta, tormentata dal male degli altri, non pensava

più a sé stessa: a metà aprile del ‘43 un’amica la trova svenuta sul pavimento e la convince a ricoverarsi in ospedale, dove le viene riscontrata una tubercolosi polmonare. Rifiuta la proposta di un pneumotorace e si trasferisce in un sanatorio di campagna il 17 agosto: nella cartella di accettazione dell’ospedale di Ashford viene scritto che, viste le sue condizioni generali, “è troppo grave per essere esaminata adeguatamente”. Così resterà tra la vita e la morte ancora una settimana e si spegnerà, ormai incosciente, la sera del 24 agosto 1943. Aveva dedicato tutta la sua esistenza, nel totale disinteresse della sua persona, all’ideale di un’umanità più giusta, libera dal bisogno e dall’oppressione del potere, sia politico sia religioso. Da un testo di Silviano Fiorato, medico, pubblicato ne IL GALLO, Genova, quaderno 738 dell’ottobre 2013


Pegaso

Venerdì 14 febbraio 2014

V

Economia

Davos e le disuguaglianze Durante il Forum economico mondiale si è discusso come meglio approfittare della ripresa economica A prima vista, e con il riflesso dato dai mass-media, il Forum economico mondiale (WEF) di Davos a fine gennaio sembra essere stato dominato dalla politica internazionale. Non sono però mancati anche gli interventi di tipo economico. “Leitmotiv” di questa parte del WEF era certamente la ripresa delle economie mondiali, che non si disgiunge da un problema ormai endemico, cioè quello della cattiva distribuzione delle ricchezze a livello mondiale. Si teme infatti che, nelle varie situazioni nazionali, la ripresa provocherà l’arricchimento di pochi e quindi l’aumento del divario tra ricchi e poveri che - sempre a livello mondiale - sta aumentando anche se, obiettivamente, la povertà nel mondo sta diminuendo, sia in termini assoluti, sia in termini relativi. Del tema ha parlato anche Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo monetario internazionale (FMI) subito dopo la sua partecipazione al Forum di Davos. In un’intervista al “Financial Times” ha detto di essere preoccupata per il fatto che i frutti della crescita in molti paesi non sono condivisi. Lo stesso WEF ha quindi dovuto prendere atto del fossato che si sta allargando e che diventa un “rischio globale”. Il momento favorevole ha quindi indotto l’ONG britannica Oxfam a pubblicare un documentato rapporto nel quale costata che sette persone su dieci vivono in un paese in cui le disuguaglianze economiche sono aumentate negli ultimi trent’anni. A livello mondiale si può quindi costatare che quasi la metà delle ricchezze sono in possesso dell’1% della popolazione. L’ONG tuttavia non propone l’abolizione del sistema capitalistico per risolvere il problema. “Un certo grado di disuguaglianza economica è necessario per il progresso e la crescita” afferma in una sua presa di posizione. Le differenze di reddito permettono di incoraggiare coloro che sono dotati di talento, di competenze acquisite con fatica, dell’ambizione di innovare e di fare impresa.

Tuttavia la concentrazione attuale delle ricchezze minaccia di privare centinaia di migliaia di persone dei frutti del loro talento e del loro lavoro. E aggiunge: “Negli Stati Uniti l’1% dei più ricchi ha confiscato il 95% della crescita seguita alla crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% dei meno ricchi si sono impoveriti”. Oppure, per usare un dato ancora più crudo: 85 persone dispongono di una ricchezza uguale a quella di 3,5 miliardi di persone tra le più povere al mondo. Lo stesso rapporto annuale del WEF, presentato prima del Congresso, dice che il fossato tra ricchi e poveri è il principale rischio per il mondo quest’anno. È comunque la terza volta che il rapporto “Global risk 2014” pone questo tema al vertice delle preoccupazioni dei vertici decisori mondiali. Al di là del confronto di cifre spettacolari come quelle citate e a volte interpretate ad arte, la preoccupazione era presente a Davos, almeno allo

stadio di analisi. Come risolvere il problema è però più complicato, come ha confermato lo stesso Forum con le diatribe politiche che l’hanno caratterizzato. Comunque non è possibile migliorare la situazione senza una ripresa della crescita economica. Sotto questo aspetto i dati sono più incoraggianti di quelli degli anni scorsi. Gli Stati Uniti contano su una ripresa del 3% del PIL. L’Europa un po’ meno, un po’ di più nei paesi emergenti, ma quelli in via di sviluppo rischiano di non poterne ancora approfittare. Per tutti nascono comunque altri problemi. Buona parte di questa ripresa è dovuta all’abbondanza di denaro fornita dall’economia. Una politica che però non può continuare a lungo. Per il momento non c’è ancora parvenza di inflazione, ma anzi la direttrice del FMI è ancora preoccupata di un eventuale periodo di deflazione, con diminuzioni di prezzi e salari, che rischia-

no di costare per la maggior parte ai ceti e ai paesi meno favoriti. I pareri degli economisti sono divergenti sia in questo campo, sia in quello di intervenire per ridurre l’enorme debito pubblico che si è nel frattempo accumulato. Se la ripresa dell’economia si confermerà, il momento (ma non ancora per tutti) è opportuno per ridurre l’indebitamento dello Stato, se non altro, almeno per non trovarsi ancora peggio all’avvio di una prossima recessione. Indebitarsi significa in pratica rinviare il pareggio dei conti alle prossime generazioni, inasprendo i problemi che dovranno a loro volta affrontare. D’altro canto non bisogna dimenticare il problema di fondo, che è quello di attenuare le disuguaglianze. Ma questo richiede sicuramente tempi lunghi e una situazione di partenza alleggerita del peso dei debiti. Ignazio Bonoli


VI Pegaso

Venerdì 14 febbraio 2014

Pegaso VII

Venerdì 14 febbraio 2014

Approfondimento

Il lavoro dignitoso nella futura agenda per lo sviluppo Sono iniziate le discussioni per stabilire i programi del dopo 2015 Per contribuire al dibattito sull'agenda per lo sviluppo dopo il 2015, noi, organizzazioni di ispirazione cattolica, intendiamo riaffermare che la via più efficace per uscire dalla povertà e dalla crisi economica globale è strettamente legata alla promozione del lavoro dignitoso e all'attuazione di forme adeguate di protezione sociale. Affermiamo dunque con certezza che “il lavoro umano é una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo” (Benedetto XVI, Messaggio per la giornata mondiale della pace 2013). Riconosciamo le sfide che l’umanità deve affrontare in un mondo globalizzato quando lotta per far fronte alla limitata disponibilità di risorse, per sviluppare e promuovere opportunità di sussistenza sostenibili e per costruire la pace. Crediamo che lo sradicamento della povertà sia responsabilità dei Governi, delle organizzazioni di datori di lavoro e di lavoratori, del settore privato e della società civile, e che richieda perciò il loro impegno comune, fondato sulla dignità umana, sui diritti e le responsabilità dell’uomo e sulla solidarietà. Forti della nostra lunga e multiforme esperienza tanto nel settore privato quanto nelle attività di organizzazione pratica e di elaborazione di politiche in tutto il mondo, a livello locale e globale, condotte spesso in partenariato diretto con Stati, organizzazioni internazionali e altre organizzazioni della società civile, offriamo questo documento come con-

tributo alla riflessione e al dibattito mondiale sull’agenda per lo sviluppo dopo il 2015. Sollecitiamo e sosteniamo la comunità internazionale nei suoi sforzi per rinnovare l’impegno dell'intera famiglia umana per lo sradicamento della povertà attraverso la promozione del lavoro dignitoso e di buona qualità e la protezione sociale, per tutti i lavoratori in tutti i settori dell’economia, compresa quella informale. Ci preoccupa particolarmente la situazione dei giovani e dei migranti che, pur essendo una parte importante della soluzione alla crisi economica, incontrano difficoltà ancora più grandi. Sosteniamo lo sforzo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) per inserire il tema del lavoro dignitoso nel quadro di riferimento post 2015, riprendendo e attualizzando i principi della Dichiarazione di Filadelfia del 1944, che afferma che il lavoro non è una merce. Questo principio era già stato formulato nel 1931 nell’enciclica Quadragesimo anno, uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa cattolica. La promozione del lavoro come mezzo per sradicare la povertà non dovrebbe essere oggetto di compromessi. La quantità di posti di lavoro disponibili non può andare a scapito della loro qualità; il lavoro deve essere dignitoso, cioè “un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna” (Caritas in veritate, 2009, n.63). È dovere e responsabilità di tutti gli attori coinvolti nel mondo del lavoro cooperare per conseguire

questo obiettivo con un autentico spirito di giustizia ed equità. Quando sono coinvolte tutte le parti interessate, questo impegno diventa fonte di speranza. Tuttavia, nell'attuale mondo globalizzato sempre più spesso il lavoro è informale, precario e privo di protezioni sociali. Né gli obiettivi occupazionali né i margini di profitto (per datori di lavoro, imprese ed economie) dovrebbero andare a scapito delle condizioni di lavoro. Gli esseri umani non sono “merce”. Chiediamo a tutti i responsabili politici e a tutte le imprese, pubbliche e private, di tenere conto della dignità umana dei lavoratori, delle loro doti, del loro lavoro e delle loro famiglie, fornendo così l'opportunità di meglio realizzare la loro vocazione umana nel luogo di lavoro. Facciamo altresì appello alla comunità internazionale perché estenda a tutti i lavoratori, compresi quelli dell’economia informale, i quattro pilastri dell’”Agenda del lavoro dignitoso” (OIL, 1999): occupazione, protezione sociale, diritti sul lavoro, dialogo sociale.

Estendere la protezione sociale Tutte le persone fisiche e giuridiche devono assumere le proprie responsabilità realizzando le azioni necessarie per proteggere e promuovere il bene comune. L’estensione della protezione sociale è un mezzo fondamentale per dare corpo alla solidarietà nella società. I meccanismi di protezione sociale sono essenziali per sradicare la povertà, poiché tutelano i lavoratori

e le loro famiglie contro rischi come la malattia o la disoccupazione. I sistemi di protezione sociale deboli hanno bisogno di consolidamento. I sistemi nazionali di protezione sociale di base, come definiti nelle Raccomandazioni dell’OIL, sono strumenti di grande efficacia per estendere la protezione e includere tutti i lavoratori, le loro famiglie e comunità. Insistiamo sulla necessità di riservare un’attenzione particolare a condizioni di lavoro dignitoso e alla protezione sociale dei lavoratori giovani e migranti.

Un’attenzione particolare per l’occupazione giovanile Nel mondo attuale i giovani, specialmente quelli che vivono in aree rurali e lavorano nell'economia informale, incontrano forti difficoltà nell’ambito lavorativo. Le giovani generazioni possiedono grandi competenze professionali. Molti giovani lavorano senza contratto, o a tempo parziale e con salari precari. Molti sono disoccupati: questo è “un problema particolarmente doloroso, quando vengono col-

piti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati mediante un’appropriata formazione culturale, tecnica e professionale, non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità” (Laborem exercens, 1981, n. 18) ... Inoltre, molti di loro pagano tasse molto alte per l’iscrizione all’università o per la formazione professionale, indebitandosi senza che siano disponibili posti di lavoro. Molti giovani stanno perdendo la speranza nel futuro e rischiano così di smarrire i valori fondamentali. “Oggi non pochi giovani dubitano profondamente che la vita sia un bene e non vedono chiarezza nel loro cammino” ( Benedetto XVI, Messaggio alla giornata della gioventù 2013). Rivolgiamo il nostro appello a tutti i Governi, alle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, così come a tutte le organizzazioni

della società civile perché cooperino con i movimenti giovanili e i rappresentanti dei giovani per garantire alle giovani generazioni un futuro di sicurezza e di piena realizzazione umana. Ai giovani dovrebbe essere assicurato l’accesso al lavoro, oltre che condizioni di lavoro dignitose e protezione sociale, in particolare nel momento in cui lasciano la scuola ed entrano nel mondo del lavoro. Occorre analizzare attentamente e riformare i sistemi scolastici per garantire una transizione morbida dalla scuola al lavoro. I dirigenti delle imprese hanno una importante responsabilità nella selezione e nell’accompagnamento dei giovani in questa transizione.

Un’attenzione particolare per i lavoratori migranti e le loro famiglie Oltre a essere un diritto, l’emigrazione è una strategia umana naturale per combattere la povertà. Secondo l’Oll, oggi il 90% dei migranti internazionali, molti dei quali giovani, sono lavoratori o mem-

bri di una famiglia di migranti e si sono spostati principalmente per ragioni economiche, cioè per lavorare. Il lavoro e i guadagni dei migranti recano un contributo sostanziale allo sviluppo e alla riduzione della povertà sia nei Paesi in cui lavorano sia nei Paesi di origine. La migrazione, come forza propulsiva dello sviluppo sociale, è una sfida cruciale che non è ancora stata affrontata in modo adeguato. Tuttavia, milioni di migranti che si spostano all’interno del loro continente o verso altre regioni, in gran parte lavoratori agricoli o domestici, regolari e irregolari, sono costretti a lavorare in condizioni profondamente lesive della loro dignità. Rivolgiamo il nostro appello a tutti i Governi, alle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e alla società civile affinché collaborino per assicurare che tutti i lavoratori migranti e le loro famiglie godano nel Paese in cui vivono degli stessi diritti e assumano le stesse responsabilità di qualunque altro lavoratore. Occorre prestare un’attenzione specifica ai principi e

diritti fondamentali nel lavoro, oltre che all’accesso a una protezione sociale adeguata, equa e trasferibile da un Paese all’altro, in conformità con i diritti umani universali e con gli standard internazionali in materia di lavoro. Non fare questo comporta indebolire il mercato del lavoro, la salute pubblica, la coesione sociale e l’ordine pubblico. La protezione sociale per i migranti equivale a una migliore protezione per tutta la società, in vista di una convivenza pacifica. La Dichiarazione è stata sottoscrttta da una trentina di realtà Internazionali legate alla Chiesa cattolica (ordini religiosi, associazioni ONG, ecc). Il testo, con una introduzione di padre Pierre Martinot-Lagarde S.J., consigliere per i temi socioreligiosi all’Organizzazione internazionale del lavoro di Ginevra, e le note alle citazioni, è stata pubblicata sul numero del gennaio 2014 della rivista AGGIORNAMENTI SOCIALI di Milano.


VI Pegaso

Venerdì 14 febbraio 2014

Pegaso VII

Venerdì 14 febbraio 2014

Approfondimento

Il lavoro dignitoso nella futura agenda per lo sviluppo Sono iniziate le discussioni per stabilire i programi del dopo 2015 Per contribuire al dibattito sull'agenda per lo sviluppo dopo il 2015, noi, organizzazioni di ispirazione cattolica, intendiamo riaffermare che la via più efficace per uscire dalla povertà e dalla crisi economica globale è strettamente legata alla promozione del lavoro dignitoso e all'attuazione di forme adeguate di protezione sociale. Affermiamo dunque con certezza che “il lavoro umano é una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo” (Benedetto XVI, Messaggio per la giornata mondiale della pace 2013). Riconosciamo le sfide che l’umanità deve affrontare in un mondo globalizzato quando lotta per far fronte alla limitata disponibilità di risorse, per sviluppare e promuovere opportunità di sussistenza sostenibili e per costruire la pace. Crediamo che lo sradicamento della povertà sia responsabilità dei Governi, delle organizzazioni di datori di lavoro e di lavoratori, del settore privato e della società civile, e che richieda perciò il loro impegno comune, fondato sulla dignità umana, sui diritti e le responsabilità dell’uomo e sulla solidarietà. Forti della nostra lunga e multiforme esperienza tanto nel settore privato quanto nelle attività di organizzazione pratica e di elaborazione di politiche in tutto il mondo, a livello locale e globale, condotte spesso in partenariato diretto con Stati, organizzazioni internazionali e altre organizzazioni della società civile, offriamo questo documento come con-

tributo alla riflessione e al dibattito mondiale sull’agenda per lo sviluppo dopo il 2015. Sollecitiamo e sosteniamo la comunità internazionale nei suoi sforzi per rinnovare l’impegno dell'intera famiglia umana per lo sradicamento della povertà attraverso la promozione del lavoro dignitoso e di buona qualità e la protezione sociale, per tutti i lavoratori in tutti i settori dell’economia, compresa quella informale. Ci preoccupa particolarmente la situazione dei giovani e dei migranti che, pur essendo una parte importante della soluzione alla crisi economica, incontrano difficoltà ancora più grandi. Sosteniamo lo sforzo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) per inserire il tema del lavoro dignitoso nel quadro di riferimento post 2015, riprendendo e attualizzando i principi della Dichiarazione di Filadelfia del 1944, che afferma che il lavoro non è una merce. Questo principio era già stato formulato nel 1931 nell’enciclica Quadragesimo anno, uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa cattolica. La promozione del lavoro come mezzo per sradicare la povertà non dovrebbe essere oggetto di compromessi. La quantità di posti di lavoro disponibili non può andare a scapito della loro qualità; il lavoro deve essere dignitoso, cioè “un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna” (Caritas in veritate, 2009, n.63). È dovere e responsabilità di tutti gli attori coinvolti nel mondo del lavoro cooperare per conseguire

questo obiettivo con un autentico spirito di giustizia ed equità. Quando sono coinvolte tutte le parti interessate, questo impegno diventa fonte di speranza. Tuttavia, nell'attuale mondo globalizzato sempre più spesso il lavoro è informale, precario e privo di protezioni sociali. Né gli obiettivi occupazionali né i margini di profitto (per datori di lavoro, imprese ed economie) dovrebbero andare a scapito delle condizioni di lavoro. Gli esseri umani non sono “merce”. Chiediamo a tutti i responsabili politici e a tutte le imprese, pubbliche e private, di tenere conto della dignità umana dei lavoratori, delle loro doti, del loro lavoro e delle loro famiglie, fornendo così l'opportunità di meglio realizzare la loro vocazione umana nel luogo di lavoro. Facciamo altresì appello alla comunità internazionale perché estenda a tutti i lavoratori, compresi quelli dell’economia informale, i quattro pilastri dell’”Agenda del lavoro dignitoso” (OIL, 1999): occupazione, protezione sociale, diritti sul lavoro, dialogo sociale.

Estendere la protezione sociale Tutte le persone fisiche e giuridiche devono assumere le proprie responsabilità realizzando le azioni necessarie per proteggere e promuovere il bene comune. L’estensione della protezione sociale è un mezzo fondamentale per dare corpo alla solidarietà nella società. I meccanismi di protezione sociale sono essenziali per sradicare la povertà, poiché tutelano i lavoratori

e le loro famiglie contro rischi come la malattia o la disoccupazione. I sistemi di protezione sociale deboli hanno bisogno di consolidamento. I sistemi nazionali di protezione sociale di base, come definiti nelle Raccomandazioni dell’OIL, sono strumenti di grande efficacia per estendere la protezione e includere tutti i lavoratori, le loro famiglie e comunità. Insistiamo sulla necessità di riservare un’attenzione particolare a condizioni di lavoro dignitoso e alla protezione sociale dei lavoratori giovani e migranti.

Un’attenzione particolare per l’occupazione giovanile Nel mondo attuale i giovani, specialmente quelli che vivono in aree rurali e lavorano nell'economia informale, incontrano forti difficoltà nell’ambito lavorativo. Le giovani generazioni possiedono grandi competenze professionali. Molti giovani lavorano senza contratto, o a tempo parziale e con salari precari. Molti sono disoccupati: questo è “un problema particolarmente doloroso, quando vengono col-

piti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati mediante un’appropriata formazione culturale, tecnica e professionale, non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità” (Laborem exercens, 1981, n. 18) ... Inoltre, molti di loro pagano tasse molto alte per l’iscrizione all’università o per la formazione professionale, indebitandosi senza che siano disponibili posti di lavoro. Molti giovani stanno perdendo la speranza nel futuro e rischiano così di smarrire i valori fondamentali. “Oggi non pochi giovani dubitano profondamente che la vita sia un bene e non vedono chiarezza nel loro cammino” ( Benedetto XVI, Messaggio alla giornata della gioventù 2013). Rivolgiamo il nostro appello a tutti i Governi, alle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, così come a tutte le organizzazioni

della società civile perché cooperino con i movimenti giovanili e i rappresentanti dei giovani per garantire alle giovani generazioni un futuro di sicurezza e di piena realizzazione umana. Ai giovani dovrebbe essere assicurato l’accesso al lavoro, oltre che condizioni di lavoro dignitose e protezione sociale, in particolare nel momento in cui lasciano la scuola ed entrano nel mondo del lavoro. Occorre analizzare attentamente e riformare i sistemi scolastici per garantire una transizione morbida dalla scuola al lavoro. I dirigenti delle imprese hanno una importante responsabilità nella selezione e nell’accompagnamento dei giovani in questa transizione.

Un’attenzione particolare per i lavoratori migranti e le loro famiglie Oltre a essere un diritto, l’emigrazione è una strategia umana naturale per combattere la povertà. Secondo l’Oll, oggi il 90% dei migranti internazionali, molti dei quali giovani, sono lavoratori o mem-

bri di una famiglia di migranti e si sono spostati principalmente per ragioni economiche, cioè per lavorare. Il lavoro e i guadagni dei migranti recano un contributo sostanziale allo sviluppo e alla riduzione della povertà sia nei Paesi in cui lavorano sia nei Paesi di origine. La migrazione, come forza propulsiva dello sviluppo sociale, è una sfida cruciale che non è ancora stata affrontata in modo adeguato. Tuttavia, milioni di migranti che si spostano all’interno del loro continente o verso altre regioni, in gran parte lavoratori agricoli o domestici, regolari e irregolari, sono costretti a lavorare in condizioni profondamente lesive della loro dignità. Rivolgiamo il nostro appello a tutti i Governi, alle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e alla società civile affinché collaborino per assicurare che tutti i lavoratori migranti e le loro famiglie godano nel Paese in cui vivono degli stessi diritti e assumano le stesse responsabilità di qualunque altro lavoratore. Occorre prestare un’attenzione specifica ai principi e

diritti fondamentali nel lavoro, oltre che all’accesso a una protezione sociale adeguata, equa e trasferibile da un Paese all’altro, in conformità con i diritti umani universali e con gli standard internazionali in materia di lavoro. Non fare questo comporta indebolire il mercato del lavoro, la salute pubblica, la coesione sociale e l’ordine pubblico. La protezione sociale per i migranti equivale a una migliore protezione per tutta la società, in vista di una convivenza pacifica. La Dichiarazione è stata sottoscrttta da una trentina di realtà Internazionali legate alla Chiesa cattolica (ordini religiosi, associazioni ONG, ecc). Il testo, con una introduzione di padre Pierre Martinot-Lagarde S.J., consigliere per i temi socioreligiosi all’Organizzazione internazionale del lavoro di Ginevra, e le note alle citazioni, è stata pubblicata sul numero del gennaio 2014 della rivista AGGIORNAMENTI SOCIALI di Milano.


VIII Pegaso

Venerdì 14 febbraio 2014

Sociale

La politica degli alloggi Nell’edizione 2014 dell’almanacco di Caritas svizzera si parla delle abitazioni. Tutti possono permettersene una? Dal 1999 Caritas svizzera pubblica annualmente un “Almanacco sociale” con lo scopo di analizzare sistematicamente gli eventi sociopolitici dell’anno e mettere l’accento sulle lacune esistenti nella politica di prevenzione della povertà. Auspica, così facendo, di aprire un dibattito tra specialisti, politici e opinione pubblica, creando una base all’azione politica. La parte centrale dell’edizione 2014 dell’Almanacco, intitolata “Avere un tetto”, è consacrata alla politica svizzera dell’alloggio e della pianificazione del territorio, con contributi che chiariscono i meccanismi del mercato immobiliare svizzero e analizzano in che misura questi meccanismi sono suscettibili di minare la giustizia sociale. Nel nostro Paese lo spazio abitabile è sempre più ristretto. Sempre più persone chiedono maggiori spazi abitabili. Diventa sempre più difficile, in particolar modo per le persone meno abbienti, trovare un alloggio adatto a un prezzo abbordabile, e l’aumento degli affitti preme sempre di più sui redditi bassi. Lo studio riconosce che, contrariamente a quanto succede in Europa, l’economia svizzera é sulla buona strada; tuttavia le classi con un reddito inferiore nonché le persone di oltre cinquant’anni non ne beneficiano. Al contrario, il rincaro degli affitti oltrepassa gli aumenti di reddito. Ciò significa che la precarietà aumenta malgrado la crescita economica. Altro dato preoccupante: oggi una persona su cinque non è in grado di fronteggiare una spesa imprevista di duemila franchi. Dal 1980 gli scarti di reddito continuano ad aumentare. Da un lato la crescita dei redditi delle persone più fortunate è superiore alla media; dall’altro si accentua l’incertezza delle persone che vivono al limite della povertà. Così, mentre la fortune dei 300 svizzeri più ricchi è aumentata di 54 miliardi di franchi nel 2013, raggiungendo l’importo di 564 miliardi, uno svizzero su quattro arriva a fine mese senza un soldo. Nel 2011 (ultimi dati conosciuti), 230’000 persone dipende-

vano dall’assistenza sociale, con un aumento di 5’000 unità rispetto all’anno prima. La politica dell’alloggio svolge un ruolo importante nella prevenzione della povertà. Deve quindi essere riconosciuta e messa in atto in quanto parte integrante della politica sociale e della politica di riduzione della povertà. I dati evidenziati da Caritas sono preoccupanti: il tasso degli alloggi svizzeri vuoti è di poco inferiore all’1%; è in aumento il numero delle famiglie per le quali l’affitto incide tra l 25 e il 35% del reddito disponibile; le persone al beneficio dell’assistenza consacrano circa la metà del reddito all’affitto; per queste persone è inoltre sempre più difficile trovare un alloggio; un terzo delle persone sole di oltre 65 anni non riesce a sostenere i costi dell’affitto. I promotori immobiliari sembrano privilegiare gli investimenti in alloggi che assicurino un rendimento elevato. Questa tendenza penalizza ulteriormente le persone a reddito debole. Ma allora come si può proporre in

Svizzera una politica dell’alloggio sociale e durevole? Per approfondire questa tematica, Caritas ha organizzato lo scorso 24 gennaio a Berna un Forum al quale sono intervenute 200 persone della politica, dell’economia e del sociale. La presidente di Caritas Svizzera ha aperto i lavori dichiarando che “L’alloggio è tra i pochi fattori che separano così chiaramente i poveri dai ricchi. Chi se lo può permettere vive in un alloggio confortevole, spazioso e calmo. Chi è povero non ha scelta; deve accontentarsi di alloggi mal posizionati, rumorosi e piccoli, sovente in un luogo malsano”. Tra i vari relatori, il direttore dell’Ufficio federale dell’alloggio Ernst Hauri presenta l’accesso all’alloggio abbordabile per tutti gli strati della popolazione come un compito congiunto dell’economia privata e della politica: esistono infatti pochissime misure di promozione e d’accompagnamento nello sviluppo del mercato immobiliare: per cui occorrono delle misure coordinate tra Confederazione, cantoni e comuni. Aggiunge che il Consiglio

federale intende rendere più trasparente il mercato dell’alloggio prevedendo, ad esempio, che il nuovo locatario possa essere informato sul precedente affitto e conoscere le ragioni di un eventuale aumento. L’ultima allocuzione è toccata a Hugo Fasel, direttore di Caritas. Egli ha sottolineato l’importanza dell’alloggio, che rappresenta un luogo d’incontro, d’ispirazione, di rinnovamento, in cui ci si realizza. Un alloggio deve rispondere ai bisogni: è importante per la qualità della vita. Nelle famiglie disagiate, l’aumento dell’affitto comporta delle paure esistenziali: di essere espulso, di dover traslocare, di dover ricreare altrove una rete sociale,... Solo un’attenta concertazione tra gli attori pubblici e privati che operano sul mercato dell’alloggio può quindi, nel rispetto della dignità umana, permettere di raggiungere un miglior equilibrio nell’offerta di abitazioni ai vari ceti della popolazione. Pierfranco Venzi maggiori informazioni sul Forum: www.caritas.ch


Pegaso IX

Venerdì 14 febbraio 2014

Cultura

Sostegno alla cultura In attesa del regolamento d’applicazione della nuova legge, approvata dal Parlamento ticinese lo scorso dicembre La legge cantonale sulla promozione della cultura ha avuto un iter parlamentare facile e tutto sommato abbastanza veloce. La sua entrata in vigore è ora naturalmente subordinata alla redazione del Regolamento di applicazione ed è prevedibile che il lavoro possa essere completato ancora durante l’anno in corso. Durante la discussione in Gran Consiglio mi pare che non sia stata posta sufficiente attenzione ad una questione particolare, ma non secondaria: quella del livello delle competenze che sono riconosciute ai due organismi messi in cantiere dalla legge: la “Conferenza cantonale della cultura” e la “Commissione culturale consultiva”. Mi riferisco qui in particolare alla seconda, che si dovrà occupare delle domande di accreditamento dei singoli enti e poi della allocazione di aiuti alle singole iniziative culturali. Riconosco subito che si tratta di somme importanti ma tutto sommato non stratosferiche e quindi la questione non deve essere enfatizzata: però occorre tener conto del fatto che tra un sussidio di mille franchi ed uno di diecimila passa già una bella differenza; e inoltre, con l’occhio alla situazione editoriale del cantone, non è proprio la stessa cosa proporre per un libro l’acquisto di venti copie oppure proporne l’acquisto di cento copie. Ora, la commissione stessa viene nella legge definita “consultiva”, perché le sue decisioni passeranno, come in passato, attraverso il vaglio del Dipartimento: è però evidente che non sarà facile per nessuno scavalcare le sue “proposte” che nella pratica finiranno per essere sempre accolte: e quindi avranno, sempre nella pratica, un peso quasi definitivo. Per questo motivo, sono del parere che la legge avrebbe acquistato un maggiore livello di equità se avesse previsto anche un diritto di ricorso di fronte alle decisioni intermedie. Ora, è bensì previsto che tutte le decisioni relative alla legge siano formulate per iscritto e motivate: quelle della commissione non possono però essere

oggetto di ricorso. (Si può ancora sperare che questo diritto venga riconosciuto nel Regolamento ?). La questione era stata sollevata nel corso di un dibattito sull’argomento, lo scorso settembre a Mendrisio, e si erano registrate due diverse risposte da parte dei rappresentanti dipartimentali che sedevano al tavolo dei relatori. Il prof. Rusconi, che in quanto responsabile del settore accademico e della ricerca è il funzionario addetto a questo dossier, ha manifestato un giudizio di natura pratica: le domande respinte sono poche, sono sempre motivate e sono accompagnate dalla disponibilità a ridiscutere il caso ed a fornire maggiori informazioni. Ha quindi proposto una specie di via bonale, che renderebbe

inutile il diritto di ricorso. Da parte sua, l’on. Bertoli ha detto letteralmente: “sarebbe bello, ma non è praticamente possibile”. Per motivare questo parere, il Capo del Dipartimento ha portato l’esempio dei ricorsi che vengono sempre più frequentemente presentati in campo scolastico, da coloro (studenti, genitori, legali) che contestano valutazioni, note insufficienti o promozioni non concesse. Ebbene: questi ricorsi in materia scolastica non hanno quasi mai successo: vengono accolti solo nei rari casi in cui si può dimostrare un errore nella procedura; praticamente mai invece nel merito della valutazione. Le due risposte fornite in quella sede non appaiono convincenti. La prima infatti sembra quasi suggeri-

re una specie di trattativa privata in cui arrischiano di avere peso anche le relazioni personali, al di là della sostanza delle motivazioni di merito. La seconda non convince invece perché la valutazione scolastica comprende sempre anche un elemento legato alla conoscenza dell’allievo nel corso di un intero anno, che nessun esperto esterno, per quanto competente, può improvvisarsi. Nel campo della cultura, l’elemento della competenza è certamente a disposizione della commissione (e in particolare delle sottocommissioni) , ma non si può sostenere che lo sia in maniera esclusiva: il paragone fra i due casi non mi sembra quindi proponibile. Giorgio Zappa


X

Pegaso

Venerdì 14 febbraio 2014

Recensioni

Conoscere la Svizzera Recensione del libro dello storico François Garçon per capire la chiave del successo del nostro Paese François Garçon, storico e intellettuale di nazionalità franco-svizzera, docente alla Sorbona di Parigi, ha pubblicato la prima versione di questo saggio (un brillante pamphlet scritto con tono polemico, ma anche in modo molto ben documentato) nel settembre 2008, pochi giorni o poche settimane prima che il mondo, e l'Europa in particolare, sprofondassero nella crisi finanziaria ed economica più grave dopo quella del 1929. Cinque anni più tardi, egli, nella Introduzione alla versione italiana, pone l'interrogativo"com'è potuto succedere che paesi sviluppati, figuranti nel plotone dei 7 paesi più industrializzati del pianeta, come la Francia o l'Italia, si ritrovino oggi proiettati mezzo secolo addietro, allorché devastati, all'indomani della seconda guerra mondiale, iniziavano la ricostruzione?". E chiede nello stesso tempo perché "un piccolo paese di appena otto milioni, stretto in un territorio dal rilievo inospitale, privo di sbocchi sul mare e senza risorse naturali ... sia in grado di offrire lo spettacolo insolente della propria riuscita economica". La risposta è contenuta nelle oltre 300 pagine e nei dieci capitoli del libro che analizzano, in maniera assai particolareggiata, "lo specifico della singolarità svizzera", partendo dalla formazione dello Stato federale nel 1848, ma soprattutto dal secondo dopoguerra. Garçon sconfessa molti degli stereotipi che circolano in Europa sul nostro Paese (a partire dalle banche monopolizzatrici alle multinazionali criminali), ma non nasconde le questioni controverse che riguardano la vita della Confederazione e gli scogli contro cui essa è andata a urtare negli ultimi anni: la "cartellizzazione" imperante, le crisi dell'Ubs, del Credito Svizzero e della banca Wegelin, l'affare Gheddafi e il caso Polanski. L'intellettuale franco-svizzero sostiene che i veri artefici del successo della Svizzera (una disoccupazione che oscilla fra 3 e 4 per cento, salari medi di 6 mila franchi,bilancia commerciale in attivo, pen-

sioni a 65 anni garantite, Iva al 7,6%) sono gli svizzeri stessi: "Mentre gli italiani, i greci, gli spagnoli o i francesi hanno concesso ogni libertà ai loro eletti trasformandoli in piromani, gli svizzeri sono stati vigilanti... Mai gli svizzeri avrebbero tollerato l'indecenza prolungata di un Berlusconi e delle sue scappatelle vergognose, né la puerilità di un Sarkozy ... né la criminalità organizzata di tutta la classe politica greca". Grazie alla loro democrazia partecipativa gli svizzeri non hanno mai concesso una delega in bianco ai propri governanti. Invece gli italiani, i greci, i francesi hanno, secondo l'autore, permesso lo sperpero pubblico e l'enorme disavanzo statale al fine di ottenere un proprio tornaconto, ossia posti nell'amministrazione, esenzioni fiscali, alloggi a buon mercato. La Svizzera è diventata una potenza economica, tecnologica e scientifica a livello internazionale (è la settima piazza finanziaria mondiale) anche perché ha saputo forgiare gli strumenti politici che "ricordano agli eletti che essi sono rappresentanti del popolo e che il mandato che dispongono non è assimilabile ad un permesso di saccheggio concesso per 4 o 5 anni". Ma soprattutto, ribadisce Garçon, che "la prosperità non ha altre molle che il lavoro e l'inventiva". Perseguibili attraverso uno Stato "leggero", eletti sotto controllo, sussidiarietà che evita sprechi, diritto d'iniziativa che coinvolge e responsabilizza i cittadini. Il lettore troverà esposti in questo libro, talvolta con una certa enfasi, molti degli argomenti che consentono alla Confederazione di essere soddisfatta di se stessa. François Garçon è convinto che la Svizzera sia riuscita a superare con successo le difficoltà degli ultimi anni e che si trovi in condizioni migliori rispetto a quelle di molti membri dell'Unione europea. Ciò è in gran parte vero, e i cittadini svizzeri, guardandosi attorno, possono legittimamente compiacersi della propria indipendenza. Tuttavia -

come sottolinea a nostro avviso a ragione nella Prefazione Sergio Romano - gli stessi cittadini svizzeri dovrebbero cercare di essere anche lungimiranti e chiedersi se sia meglio assistere dall'esterno alla crisi dell'Eurozona - che in ogni caso avrà esiti e ripercussioni importanti

anche per noi - oppure "salire sul palcoscenico e recitare con gli altri attori il migliore degli epiloghi possibili".

Fabrizio Panzera


Pegaso XI

Venerdì 14 febbraio 2014

Riviste

Rivista delle riviste AECM, Bollettino dell’Amicizia ebraico cristiana di Firenze, Casella postale 282, 23 Firenze. Nel fascicolo luglio-dicembre 2013, la figura di Jules Isaac ( 1877-1963) protagonista del dialogo tra ebraismo e Chiese cristiane , con un discorso commemorativo di Giorgio La Pira , la ricostruzione della razzia nazista antisemita del 1944 a Firenze, la cerimonia della consegna in memoria a Gino Bartali della medaglia di Giusto fra le Nazioni. AGGIORNAMENTI SOCIALI, mensile di ispirazione cristiana, redatto da un gruppo di gesuiti e di laici, Piazza S. Fedele 4, 20121 Milano. Nel numero 12-2013 (dicembre), il direttore Giacomo Costa S.J. si interroga sul futuro dell’Unione Europea che deve “fare gli Europei”: una prima risposta sarà nella partecipazione e nell’esito delle elezioni al parlamento il maggio prossimo. Paolo Foglizzo della redazione propone l’invito ad “essere poveri” come via autentica cristiana alla felicità. Viene ricordato Nelson Mandela “dalla lotta al dialogo”, il Rapporto IPCC 2013 sui cambiamenti climatici e i trent’anni del CNAC ( Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza), promosso da don Ciotti a favore degli esclusi.Nel numero 1-2014 (gennaio), padre Costa presente “La gioia del Vangelo” di papa Francesco, cui segue un testo sul cibo (tema dell’Expo milanese del 2015) e uno di Habermas su “Democrazia, solidarietà e la crisi europea”. Si concluide “il percorso della dottrina sociale: l’epoca della globalizzazione”. EUROPA.CH , pubblicazione del Nuovo movimento europeo in Svizzera C.P. 789, 3000 Berna 9. Il numero 2-2013 presenta un ampio dibattito sul futuro della politica della Svizzera verso l’Unione Europea, fin qui seguendo la strada degli accordi bilaterali. Siamo al capolinea? Il 2014 sembra essere l’anno decisivo. IMPEGNO, Rassegna di religione, attualità e cultura, rivista della Fondazione don Primo Mazzolari, 46012 Bozzolo (Mantova). Il fascicolo 2-2013 presenta due contributi fondamentali e una ricca segnalazione di pubblicazioni e attività della fondazione. Paolo Marangon ripercorre l’amicizia di Primo Mazzolari con Rienzo Colla, poi fondatore della editrice La locusta a Vincenza, e ne pubblica i suoi articoli su ADESSO (interessante la panoramica della stampa cattolica italiana nell’immediato dopoguerra); Paolo Trionfini descrive le relazioni tra Mazzolari e l’Azione cattolica italiana, tra contributi e critiche; sullo stesso tema, Trionfini ha pubblicato presso l’Ave di Roma una ricerca col titolo : Primo Mazzolari. Tempo d’amare. Scritti sulla stampa dell’Azione Cattolica (2013). KOINONIA, periodico mensile Piazza S.Domenico 1, 51100 Pistoia. Nel fascicolo di gennaio 2014, un “piccolo gruppo di cristiani che si ritrovano settimanalmente nel Convento San Domenico di Pistoia” espongono alcune considerazioni preliminari (critiche) al questionario vaticano sulla famiglia; Mons. Capovilla (neocardinale!) commenta nel suo “messaggio natalizio” lo scambio di auguri tra Kruscev e Giovanni XXIII (1961) e la Evangelii gaudium; la storica Mariangela Maraviglia ricorda Luciano Martini (1942-2007), collaboratore di padre Balducci e docente universitario; Raniero La Valle presenta “la Chiesa di Francesco (che) mette in questione il sistema” e si domanda “ e noi?”; anche Daniele Garota commenta la Evangelii gaudium, di un Papa “che finalmente sentiamo vivere e parlare come noi. Che ci ascolta prima di farci la predica”. IL REGNO, quindicinale di attualità e documenti, Via Nosadella 6, Bologna. Nel primo numero del 2014 è pubblicato il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della pace, che indica la fraternità come fondamento di ogni convivenza pacifica; alle critiche al Papa per la condanna del capitalismo nella Evangelii guadium (pubblicata sul n.212013), formulate dal filosofo statunitense Novak, viene accostato un saggio di Edoardo Benvenuto sulla “sedicente teologia del capitalismo crea-

ta da Novak “, “per il quale la religione cristiana è uno scialfo sfondo di memorie sconnesse, di concetti smozzicati, di simboli indecifrabili”. RIVISTA TEOLOGICA DI LUGANO, quadrimestrale, C.P. 4663, 6900 Lugano. Nel numero di novembre 2013 un saggio del vescovo Valerio Lazzeri sulla tradizione cristiana siro-orientale e due articoli sul tema della laicità: Vincenzo Pacillo su alcuni problemi teorici e pratici relativi alla libertà religiosa dopo l’Editto di Costantino, e di Luciano Musselli , alla radice dei concetti di libertà religiosa e nuove prospettive interpretative dell’editto di Milano. SCHWEIZERISCHE ZEITSCHRIFT FUER RELIGION - UND KULTURGESCHICHTE, Academic Press, Fribourg. Il volume dell’anno 2013 della rivista svizzera di storia religiosa e culturale raccoglie contributi sulla Storia religiosa transnazionale. Da segnalare i testi di Alberto Melloni su “Fare storia del Concilio” e di Urs Altermatt sulla crisi della democrazia cristiana nell’Europa occidentale. Vengono inoltre pubblicati gli atti del colloquio in onore del prof. Francis Python sul tema della storia religiosa dal locale all’internazionale. VERS UN DEVELOPPEMENT SOLIDAIRE , mensile della Dichiarazione di Berna, rue de Genève 52, 1004 Losanna. Il numero speciale del gennaio 2014 è dedicato al telefono portatile, “ un grande spreco” di materie prime, spesso ottenute violando i fondamentali diritti umani. VOCE EVANGELICA, mensile della Conferenza delle che di lingua italiana in Svizzera, via Landriani 10, Nel numero di gennaio 2014 una intervista a Moritz consigliere federale, su etica protestante e politica, un indulgenze e uno sul “vizio capitale” della golosità.

Chiese evangeli6900 Lugano. Leuenberger, già articolo contro le

Segnalazioni BERGAMO, 15-16 febbraio, Fine settimana organizzato da Biblia, Associazione laica di cultura biblica, su: “I molti nomi dell’Unico Dio”; presso il Teatro sociale , Città alta, Via B.Colleoni 4; inizio sabato ore 16.30; domenica ore 09.30. BALERNA, 11 marzo - 1 aprile, Salone della Nunziatura, ore 20.15, Quattro serate sul “Concilio al tempo di papa Francesco”. 11 marzo, Maria Cristina Bartolomei, “Chiesa del Concilio in dialogo”; 18 marzo: Severino Dianich, “La Chiesa del Vaticano II”; 25 marzo: Daniele Gianotti, “Il Concilio contestato”; 1 aprile: Paolo Ricca, “Il Concilio visto dai protestanti”. Organizza il Vicariato del Mendrisiotto. CREMA, 5 aprile 2014, Convegno annuale della Fondazione Primo Mazzolari di Bozzolo, su “ Mazzolari e la liturgia” (informazioni e programma in www.fondazionemazzolari.it). MONTE SANT’ANGELO (FOGGIA) , 3-6 aprile, Convegno nazionale di Biblia, tema “L’impossibile fine del politeismo”. PELLA, Lago d’Orta (NOVARA), Casa Maria Ausiliatrice, Seminario estivo di Biblia su: “Il discorso della montagna e le prime comunità siro-palestinesi”. ROMA, sabato 17 maggio, all’auditorium di Piazza scautismo 1 (metro’ Bologna/ stazione Tiburtina), Convegno a cinquant’anni dalla Lumen gentium; “Dio, un nuovo annuncio? La coscienza umana e le comunità cristiane si interrogano”. Interventi di Raniero La Valle, Giovanni Ferretti, Giovanni Ceretti, Cettina Militello. Discussione e conclusione.


140214 - Febbraio