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Rivista di educazione, formazione e cultura 2010_XIV_1 - â‚Ź 9

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Rivista trimestrale di educazione, formazione e cultura - Registrazione Tribunale di Milano n.187 del 29/3/1997 Sped. in abb. post. 45% ART.2, COMMA 20B, LEGGE 662/96 FILIALE DI MILANO - ISSN 1593-2559 In caso di mancato recapito restituire al mittente presso CMP Alessandria che si impegna a pagare la tassa di restituzione


Rivista di educazione, formazione e cultura

anno XIV, n째1 Gennaio, Febbraio, Marzo 2010


Pedagogika.it/2010/XIV_1

Rivista di educazione, formazione e cultura esperienze - sperimentazioni - informazione - provocazioni

Anno XIV, n° 1 – Gennaio/Febbraio/Marzo 2010 Direttrice responsabile Maria Piacente maria.piacente@pedagogia.it

Progetto grafico/Art direction Raul Jannone - raul.jannone@studioatre.it

Redazione Fabio Degani, Marco Taddei, Mario Conti, Dafne Guida Conti, Nicoletta Re Cecconi, Carlo Ventrella, Mariarosaria Monaco, Liliana Leotta, Cristiana La Capria, Laura Conti, Coordinamento pedagogico Coop. Stripes.

Promozione e diffusione Fabio Degani, Federica Rivolta

Comitato scientifico Silvia Vegetti Finzi, Fulvio Scaparro, Duccio Demetrio, Don Gino Rigoldi, Eugenio Rossi, Alfio Lucchini, Pino Centomani, Ambrogio Cozzi, Salvatore Guida, Pietro Modini, Antonio Erbetta, Angela Nava Mambretti, Anna Rezzara, Lea Melandri, Angelo Villa

Registrazione Tribunale di Milano n.187 del 29/3/1997 - Sped. in abb. post. 45% ART. 2, COMMA 20B LEGGE 662/96 FILIALE DI MILANO - issn 1593-2559

Hanno collaborato Franco Cambi, Ilenia Ruggiu, Sandro Mezzadra, Claudia Biondi, Sabrina Ignazi, Daniela Rossi, Francesca Scarioni, Marta Franchi, Orietta Ripamonti, Angelo Villa, Elena Biagi, Daisaku Ikeda, Anna Maria Piussi, Corinna Albolino, Marco Taddei, Simona Faucitano, Cristiana La Capria, Jole Garuti, Barbara Mapelli, Francesco Crisafulli, Patrizi Sordi Edito da Stripes Coop. Sociale Onlus - www.stripes.it Direzione e Redazione Via Papa Giovanni XXIII n.2 - 20017 Rho (MI) Tel. 02/9316667 - Fax 02/93507057 e-mail: pedagogika@pedagogia.it Sito web: www.pedagogia.it

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Responsabile testata on-line Igor Guida - igor.guida@pedagogia.it

Pubblicità Clara Bonfante

Stampa: Impressionigrafiche S.c.s. Acquiterme (Al) - Tel. 0144-313350 Distribuzione in libreria: Joo Distribuzione - Via F. Argelati, 35 - Milano Fotografie: Dario Basile - www.coloridisabbia.it é possibile proporre propri contributi inviandoli all’indirizzo della redazione - pedagogika@pedagogia.it I testi pervenuti sono soggetti all’insindacabile giudizio della Direzione e del Comitato di redazione e in ogni caso non saranno restituiti agli autori Questo periodico è iscritto all’Unione Stampa Periodica Italiana


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Editoriale Salvatore Guida

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../temi ed esperienze 68 Prendersi cura della cura. Darsi, dare misura narrando Anna Maria Piussi

Introduzione

10 L ’intercultura e l’idea di “confine”: appunti pedagogici Franco Cambi 17 O  ltre l’idea di minoranza. La diversità come bene pubblico tra Europa e Stati costituzionali Ilenia Ruggiu 25 In fuga dai nomi. Movimenti migratori e spazio metropolitano Sandro Mezzadra 32 Muoversi nella complessità tra passato, presente, futuro Claudia Biondi, Sabrina Ignazi, Daniela Rossi 39 Ci incontreremo un giorno o l’altro Francesca Scarioni, Marta Franchi 43 Crossing: incontri ravvicinati con giovani d’immigrazione Orietta Ripamonti

76 La filosofia: l’irresistibile passione dello spirito Corinna Albolino 82 L a crisi del futuro, l’educazione e le parole della politica Marco Taddei 88 La retorica della «riforma della scuola» tra umanesimo e scientismo Simona Faucitano 95 Il metodo possibile: l’educatore scolastico tra bisogni e vincoli Patrizia Sordi ../cultura 102 A due voci Angelo Villa, Ambrogio Cozzi 106 Scelti per voi Libri Cinema Musica a cura di Ambrogio Cozzi, Cristiana La Capria, Angelo Villa 115 Arrivati in redazione

48 L’erranza che sfama il mondo Angelo Villa 54 Paure dell’Islam e luoghi dell’Altro: tra le parole Elena Biagi 61 Umanizzare la religione per creare la pace Daisaku Ikeda

../In_breve 119 Il nuovo. Forme di apertura all’ulteriore. ../In_vista 120 Io sono: il “core competence” dell’educatore professionale.

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ABBONARSI è IMPORTANTE Piano editoriale 2010 ...erranze ...migrazioni Internet e nuove tecnologie, relazioni e linguaggi Frontiere reali, immaginate, immaginarie La figura della madre

Rivista di educazione, formazione e cultura

Numero di c/c postale 36094233 intestato a Stripes Coop. Sociale ONLUS via Papa Giovanni XXIII, 2 - 20017 Rho (Mi) L’abbonamento annuale per 4 numeri è: € 30 privati € 60 Enti e Associazioni € 90 Sostenitori Pedagogika.it è disponibile presso tutte le librerie Feltrinelli d’Italia e in altre librerie il cui elenco è consultabile sul sito www.pedagogia.it Insieme alla ricevuta di avvenuto pagamento inviare il coupon presente all’interno della rivista, una volta compilatolo, al n° di fax 02-93507057 o per posta ordinaria al seguente indirizzo: Redazione Pedagogika.it, via Papa Giovanni XXIII, 2 - 20017 Rho (Mi)

4 Per informazioni: Redazione Pedagogika.it Tel. 02/93.16.667 - Fax 02/93.50.70.57 - www.pedagogia.it - pedagogika@pedagogia.it


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Storie, memorie e tracce di ordinaria inciviltà Salvatore Guida

Storie. Storie di paesi improvvisamente e tristemente usciti dall’anonimato e diventati notori ai più, anche a quelli che preferiscono girarsi dall’altra parte quando incontrano storie di dolore altrui e di inciviltà, specie se nostrane. Storie di uomini spremuti e gettati, tradotti nei C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione, per non lasciare, rispetto agli ex Centri di Permanenza Temporanea, dubbi nemmeno semantici sulla loro primaria funzione) in attesa di essere cacciati. Quante storie di persone, e da quante parti del Sud del mondo, hanno registrato capitoli da non dimenticare nelle tante Rosarno di cui è sempre più piena questa nostra Italia! Quante persone cercheranno nei prossimi anni di capire se tenere stretta la memoria di quei giorni o se, per pura pietas nei confronti di questo ingrato paese, si sforzeranno di cancellarne il ricordo... Mi riesce difficile stupirmi di quanto stia avvenendo, qui da noi, ma non solo! Ché anche la Francia in questo momento non sta mostrando il meglio di sé; anzi, con la sua legge che punisce chi aiuta i clandestini, sembra essere la realizzazione di un incubo architettato da un Gentilini d’oltralpe. Un consiglio di Luigi Cancrini, che condivido pienamente, suggerisce di obbligare, legati ai sedili, un po’ di nostri uomini di governo alla visione del film Welcome di Philippe Loiret. Cosa deve succedere ancora perché questo nostro paese, questa nostra Europa, abbia un soprassalto di dignità, perché ritrovi una sia pur flebile memoria di quanti milioni di donne e uomini, italiani, spagnoli, greci, siano andati, migranti senza legge né tetto, in altri paesi, oltremare, che in quei tempi apparivano più prosperi e sembravano poter garantire benessere, dignità e rispetto? Non mi stupisco, né voglio più stupirmi, per l’ignoranza di chi si abbevera alle fonti televisive per farsi un’opinione sulla politica, sull’etica, sull’educazione, sulla sicurezza, sulla giustizia, né voglio stupirmi per la malafede di chi non può neanche accampare l’alibi del non sapere, del non capire. Voglio uscire dalla lamentazione, voglio smettere, almeno per un po’, di indignarmi. Voglio trovare uno sguardo positivo, imparare a leggere l’anomalia, voglio imparare a cercare, a cercare di vedere, tra il loglio delle bassezze scioviniste, svettare qualche feconda spiga di grano, qualche segno di civiltà. Cercare di capire se qualcosa vada cambiando, se sia fatale percorrere le strade dell’esclusione per sopperire ai guasti di chi ci sgoverna, di chi ha bisogno di ricorrere, ogni giorno, alla “distrazione di massa” per curare il proprio particulare. Voglio proporre all’attenzione di chi legge piccoli segnali colti nella quotidianità del mio essere cittadino, prima ancora di pensarmi, insieme alla redazione, come operatore culturale e stimolatore di dibattito e riflessione pedagogica. Stamattina

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ho visto quattro bambini di prima elementare allestire un mercatino dei loro giochi e dei loro disegni per raccogliere soldi da mandare ai “nostri compagni di prima elementare di Haiti”. Questo pomeriggio un’amica, di professione architetto, già assessore negli scorsi anni, in una giunta di centrodestra di un paese brianzolo, ha deciso che “adesso basta, bisogna smetterla di stare a guardare! Devo fare qualcosa anch’io, ho accettato di andare ad insegnare italiano a degli adulti stranieri in una scuola serale... mancano insegnanti, mancano i soldi, ma, soprattutto, mancano rapporti. Serve anche a noi! Bisogna mischiarsi, fare cose concrete!”. Alla buon ora! Servono anche queste piccole cose per convincersi che ci sarà qualcuno a cui potrà interessare cercare altre strade, condividere il senso del cambiamento, potersi confrontare con chi non ha paura di diventare agente del cambiamento. Della necessità di un cambiamento della visione del mondo e della ricerca di una seria prospettiva etica e pedagogica diamo conto di seguito in questo numero perché davvero servono, ancora di più e mai come in questo momento, i contributi di chi al mondo dell’educazione e del sociale chiede, formulando percorsi e proposte, itinerari di ricerca ed interpretazioni, un impegno preciso nella formazione delle coscienze, nella creazione di nuovi e superiori gradi di civiltà, nella ricerca di nuovi modi di intendere una cittadinanza del mondo.

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L’intercultura e l’idea di ‘confine’: appunti pedagogici Cos’è un confine? È un limen, un limite: è la recinzione di un’identità, per tutelarla in ogni senso (di connotazione e di integrità e di sicurezza). È un marchio di autotutela di popoli, etnie, territori, stati. Il confine difende. Separa tutelando (e viceversa). Sta nella logica primaria della societas: essere tutela e darsi identità. Oltre il confine c’è l’oscuro, il pericolo, l’Altro. Il nemico. E sul confine ci si difende o si attacca, sviluppando l’ottica della guerra. Franco Cambi*

La condizione interculturale La Globalizzazione, da un lato, e il Postmoderno, dall’altro, hanno mutato in maniera radicale la cultura dell’Occidente. Se la Globalizzazione ha condotto a società sempre più multiculturali, il Postmoderno ha – e proprio nell’evoluzione dell’Occidente e della sua cultura – legittimato e valorizzato il pluralismo e la differenza. In tale congiuntura, che possiamo ben dire epocale, si è aperto il “passaggio” all’intercultura o meglio all’inter-cultura. Passaggio fin qui in gran parte inedito e costitutivamente problematico che ha impegnato in un ripensamento dei paradigmi di civiltà dell’Occidente – ormai fattosi, al tempo stesso, planetario – storici e filosofi, sociologi e psicologi sociali, con antropologi (figure-guide in questo ripensamento dell’identà culturale e dei processi di trasformazione che ad essa attengono, come l’acculturazione, il métissage, etc.), con pedagogisti (altrettanto figure-chiave, poiché attivi nel guidare e nel regolare tali processi e nei soggetti e nelle comunità e negli stati, con strategie operative diverse e complesse, ma – oggi – sempre più inaggirabili). Così l’inter-cultura è venuta ad occupare un campo sempre più centrale nella pedagogia, anche a livello internazionale, producendo una riflessione e una estensione delle pratiche sempre più ricca e articolata, ma anche sempre più consapevole della sua centralità epocale e sociale e politica e, quindi, pedagogica. Un campo in costante ascesa e in continuo rinnovamento rivolto a gestire l’incontro, la convivenza e il dialogo tra le diverse culture che coabitano nel medesimo spazio e, da lì, a regolare gli scambi, gli innesti etc., da un lato, e i conflitti, le esclusioni etc., dall’altro. Svolgendo in tal modo un lavoro essenziale per definire, organizzare, sviluppare la società interculturale e gli statuti di una condizione inter-culturale che viene a cambiare il mondo in cui viviamo e le prospettive stesse del suo futuro. Statuti dei soggetti, delle culture, della società stessa e delle sue prerogative: di cittadinanza, di organizzazione istituzionale, di diritto. La pedagogia su tutta questa frontiera è impegnata da tempo e ha prodotto effetti efficaci: di modellizzazione, di strutturazione, di costruzione strategico-tattica in relazione alle diverse tipologie di società, ai diversi connotati di mentalità in essi presenti/dominanti, alla diversa condizione interculturale che stanno vivendo

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(più o meno inedita rispetto al passato, più o meno da acclimatare in – e contro – mentalità etnocentriche e difensive, diffuse, etc.). Comunque alcuni elementi di convergenza sono emersi dal dibattito ormai pluridecennale: 1) l’etnocentrismo come cultura difensiva e chiusa in se stessa va rimosso; è illegittimo e pericoloso; rinnova persecuzioni, razzismi, scontri, di cui ben conosciamo gli effetti e per gli individui e per la società stessa; 2) il pluralismo culturale è confronto e scambio, occasione di sviluppo e di crescita delle culture, come è sempre accaduto (e guai quando non è accaduto: come avvenne con la conquista spagnola delle Americhe) e va, così, valorizzato e tutelato; 3) la logica dell’incontro, del dialogo, dello scambio deve regolare trasversalmente la condizione interculturale, poiché è la sola logica che ne tutela e la crescita e lo sviluppo, ma anche e soprattutto, le potenzialità intrinseche; 4) tale logica porta verso un’umanità planetaria che viene così, via via, a costituirsi, a imporsi, a crescere, come sta avvenendo coi diritti umani che spostano più avanti le regole di convivenza tra le culture e allargano il terreno che, sempre via via, viene ad accomunarle; 5) gli scontri tra civiltà, tra etnie, tra religioni tradiscono proprio quell’habitat interculturale che ci è, ormai, proprio, e riportano indietro (verso l’etnos, verso le “radici”, etc.) l’identità dei gruppi, soggetti, culture riattivando logiche di dominio e di conflitto, fino alla “logica” della guerra; 6) in questa condizione interculturale vanno ridefiniti i confini e la loro funzione e l’idea stessa di confine va correlata a quella dello scambio, ridescrivendo tutta la geografia socio-culturale e imponendo l’interiorizzazione (e etica e politica) di questa rivoluzione dei confini e della sua produttività antropologica e sociale al tempo stesso. La società-a-rete e il mutamento nei confini Cos’è un confine? È un limen, un limite: è la recinzione di un’identità, per tutelarla in ogni senso (di connotazione e di integrità e di sicurezza). È un marchio di autotutela di popoli, etnie, territori, stati. Il confine difende. Separa tutelando (e viceversa). Sta nella logica primaria della societas: essere tutela e darsi identità. Oltre il confine c’è l’oscuro, il pericolo, l’Altro. Il nemico. E sul confine ci si difende o si attacca, sviluppando l’ottica della guerra che si regola, appunto, sul nemico (reale o presunto, presente o atteso o probabile) e implica vicinanza in armi, sempre pronta all’attacco. Tutto ciò, però, postula confini giocati verso l’esterno: ben definiti, da segnare, da descrivere in modo lineare, geograficamente e politicamente. È vero anche che accanto a questa ideologia del confini c’è stata sempre la realtà dei confini, nelle varie società, che hanno avuto una funzione anche di scambio, di incontro, di innesto. I confini, infatti, sono porosi. Favoriscono scambi, sempre. e basta un’analisi delle lingue e dialetti delle terre di confine, anche solo in Europa, anche solo in Italia, per trovare lì sia il bilinguismo sia forme dialettali fatte anche di innesti ab extra. Fin qui le società del passato, con la loro storia drammatica dei confini e della lotta per i confini (creando espansioni, imperialismi, dominazioni culturali e mi-

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litari, etc.), con la loro idea del confine-difesa e del confine-nemico-alterità. Oggi, però, stiamo assistendo a una rivoluzione dei confini, nel mutamento stesso della società. Che si è fatta pluralistica e sempre più costruita a rete: secondo il modello di nuclei che sono nodi e tendono fili verso altri nodi e tutti insieme, in questa realizzazione reticolare, danno corpo a una società in continua crescita e in costante rinnovamento, ma sempre riaffermando il pluralismo reticolare di base. Ormai divenuto – di fatto e di diritto – l’identikit delle società aperte, democratiche e complesse e regolate dall’integrazione e dal mutamento. Qui, oggi, i confini sono passati dall’esterno all’interno stesso della società e si sono fatti, da linee di esclusione/tutela, condizioni di porosità, di scambio, di sviluppo nel pluralismo. Anzi i confini alimentano il pluralismo, ma il pluralismo li cambia in “luoghi” di irretimento reciproco: di conoscenza, di incontro, di dialogo. Ogni società complessa attuale (e via via tutte quante), almeno tendenzialmente, nel suo sviluppo tecnologico e civile (e si veda cosa accade nell’ex-URSS o in Cina: imperi compatti e attivi nello spengere le differenze), vive come struttura il pluralizzarsi interno dei confini e il loro mutamento di funzione: il loro farsi scambio/incontro/dialogo, costituendo una rete polimorfa dentro il sociale, che è in costante crescita e crea condizioni di mutamento attraverso integrazione innovativa e costruzione di nuovi comuni traguardi. E traguardi più avanzati, che emergono proprio dall’integrazione dei confini. Come rivelano sia la politica (democratica) attuale, sia lo stesso diritto, che si riappropria sempre di più dello ius gentium. Non è un caso che il dibattito sui confini sia, oggi, al centro della ricerca storica, ma anche della politologia e del diritto, e che venga, da lì, a postulare una forma mentis nuova, che vada oltre il modello tradizionale – dalla polis greca a Schmitt – in cui demarcava lo spazio sociale proprio sui confini e leggeva questi come esclusione e difesa. La nuova mentalità deve far proprio il principio della provvisorietà dei confini, della loro porosità, del dovere di oltrepassarli, dell’apertura all’alterità, per dar vita a una società-di-rete in cui gli annodamenti sono produttivi e necessari e in cui vigono gli scambi tra le diversità, delimitando uno spazio aperto e in contante trasformazione e integrazione e innovazione. Certo, tale società dei confini visti come potenzialità e dell’integrazione trasformatrice sempre in atto è una società nuova, inedita nella storia, soprattutto nel suo aspetto di apertura permanente e di continua ricerca; una società anche in-quieta e che crea ansie e timori; una società a gestione più difficile e il cui futuro è ignoto, almeno in gran parte. Da qui le resistenze, i rifiuti, i ritorni en arrière. Comprensibili, ma non legittimabili. Anzi da combattere. Poiché noi, oggi, qui stiamo e non possiamo, ad libitum, cambiare l’identità del nostro tempo. Stare ‘tra’ confini e vivere ‘nello’ scambio Compito primario della pedagogia è – qui e ora – dar corpo a soggetti, gruppi, istituzioni capaci di “abitare” questa nuova frontiera. E abitare significa sentirla come il proprio habitat, attivandosi a comprenderla e a stare in essa in modo integrato e produttivo, secondo la logica di quel pluralismo, incontro, etc. che la contrassegna.

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Stare – tra – confini significa costruire una propria identità mobile, che si organizza sul confronto, che si fa molteplice e aperta tendenzialmente. Il confine si fa scambio. Occasione di integrazione di alterità. E ciò vale per i soggetti (che devono de-centrarsi e aprirsi all’avventura della ricerca, della sperimentazione, dell’innovazione: ed è l’assunzione di una psicologia inquieta, curiosa, mobile e collocata dentro una forma di esistenza che non privilegi legami, radici, bensì incontri, innesti, innovazioni; psicologia e esistenza in cui l’altro viene ad assumere il ruolo intenzionante, sempre, sia come altro o come Altro, sia come individuo sia come cultura). Ma anche per i gruppi (che si devono de-etnicizzare e disporsi anch’essi nella prospettiva dell’apertura e della ricerca; e tale mutamento è difficile, e molto, poiché i gruppi tendono a istituzionalizzarsi e a regolarsi intorno a una identità di base). Perfino per le istituzioni (che sono espressione del permanere dell’identità di gruppo, da trasmettere agli individui, siano esse la famiglia, la scuola, la chiesa o gli apparati dello stato – tanto quelli ideologici quanto quelli funzionali, come la tecnocrazia –; pertanto sono resistenti a questa che potremmo dire mutazione genetica, ma non possiamo – oggi – ignorarla e, così, la devono attraversare e far propria, rivelandosi anzi come fattori-chiave e attori-decisivi di questo mutamento: e si pensi alla scuola e al suo farsi nodo dinamico della società complessa e multiculturale, con un progetto esplicito e organizzato di intercultura, le sue formae mentis, i suoi stili cognitivi – e la sua prassi formativa, con l’attivazione di un’ottica – a tutto campo – della differenza). “Tra confini” e “nello scambio” possono essere indicati come i nuovi slogan del fareintercultura, a scuola in particolare, nella formazione dell’io anche. Di tale binomio la pedagogia come sapere dell’incontro e del dialogo e del métissage gestisce il profilo inquieto e il ruolo fondante di una societas nuova. Che solo l’azione pedagogia potrà illuminare, costruire, regolare e solo la riflessione sull’educazione potrà rendere fedele a se stessa. Tale societas reclama un io diverso, istituzioni diverse (nelle loro pratiche e nei loro fini: come accade alla scuola, che non è più legata ai principi del “conformare” e “riprodurre”, bensì a quelli del pluralismo e della differenza da vivere e rendere attivi nell’incontro e nel dialogo, secondo un forte spirito di laicità). Solo l’educazione può produrli, porli in essere. Come sempre accade quando si ha incontro-con-l’altro e non si riduce tale incontro o a dominio o a pura coabitazione legale in nome di una comune umanità, che però sta oltre le differenze e le annulla, partendo da un quadro di generalità. Come fu teorizzato già nell’occasione-massima che l’Occidente ebbe a vivere come scoperta-dell’-alterità, ma che risolse secondo la volontà di conquista e riducendo l’alterità a arretratezza e barbarie, da emancipare anche e in particolare con la forza. Siamo alla scoperta/conquista dell’America e al dibattito sui suoi metodi e sui suoi effetti. Caso ancora oggi esemplare, che qui tratteremo in un veloce “intermezzo”. Intermezzo. Il richiamo alla “disputa di Valladolid” del 1550 Proprio per delineare con forza l’ottica pedagogica da attivare nella condizione planetaria (e planetaria in ogni suo “segmento”) del Mondo Attuale è bene risalire a un dibattito che si realizzò intorno alla conquista americana nel 1550 e che resta un fattore-chiave della storia dell’Occidente, e in positivo e in negativo. La scoperta dell’America fu un’avven-

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tura per la cultura europea, ma si chiuse senza rinnovarne affatto la mentalità, connessa all’esclusione e al dominio, anche i dibattiti che accompagnarono l’avventura furono di alto valore culturale, in modo tale che ancora oggi si offrono come esemplari. E esemplari anche e proprio per dirimere la quaestio dei confini tra le culture, in una stessa societas e quindi capaci di illuminare anche i problemi culturali del nostro tempo. Lo ricordava Savignano di recente, dichiarando tali posizioni ancora esemplari, nell’oggi. Già con Colombo, come ci ha sottolineato Todorov, gli indigeni amerindi, così radicalmente altri rispetto all’Homo occidentalis o europeus, vengono degradati a barbari (“nudi e non cristiani”) e quindi da sottomettere. Con Cortés fu la logica dell’oro a rendere il dominio più cinico, più costrittivo, più serrato, producendo un genocidio ineguagliato (si è parlato di centocinquanta milioni di uomini e donne indios uccisi!). Imponendo così un’idea imperialistica del dominio sui popoli altri che ha fatto scuola a tutta la colonizzazione moderna. Ma quell’evento esemplare (la scoperta e poi la conquista) attivò anche riflessioni, denunce, prese di posizioni diverse e aprì un dibattito. A Valladolid nel 1550 tre posizioni si confrontarono: quella imperialistica, quella giuridica, quella pedagogica. Se la prima – con Sepùlveda – sottolineava la condizione barbara degli indigeni, da ridurre in schiavitù e da emancipare attraverso la conversione coatta e la pratica occidentale del lavoro, la seconda – con De Vitoria – guardava a un riconoscimento di diritti umani comuni tra occidentali e indigeni, e quindi richiamava il loro rispetto e la partecipazione degli indigeni, ma tenendo ferma la guida degli europei, interpreti naturaliter dello jus gentium. La terza, invece, con Las Casas, si inoltrava sul terreno di una pedagogia del dialogo e chiamava in causa la convinzione e l’uso della nonviolenza. Postulava nell’uomo la ragione e indica nella persuasione la stessa via per la conversione e esige un’opera educativa diffusa e capillare, l’unica capace di “attrarre, incamminare, muovere la creatura razionale al bene, alla verità, alla virtù, alla giustizia”, sempre in modo “dolce, blando, delicato e soave”, in modo che si creda “ma volendolo”, per interiore adesione. Qui va sottolineato il principio di razionalità reso universale (senza gerarchizzazioni tra etnie, fedi, etc.) poi il principio pedagogico del formare (e non del conformare) e la prassi “dolce e soave” che parla ai cuori e alle menti e lì opera la metamorfosi. La via di rispetto e di aiuto di Las Casas non ebbe seguito, fu il “realismo cinico” ad aver la meglio, come sappiamo. Purtuttavia la disputa del 1550 disegna un quadro esemplare e esemplare ancora oggi e fa ben risaltare la ricchezza e attualità della via pedagogica, e anche la sua difficoltà, che vale ancora per l’oggi. Quel lavoro in interiore homine ha bisogno di formatori, di esperti di qualità, capaci di stare tra i confini e nelle culture per attivarne il dialogo, senza preordinarne le uscite, ma tenendo fermo che comunicare e dialogare è già un valore, un traguardo, poiché implica già anche un’etica e produce un ethos. Bartolomeo de Las Casas ci sta davanti ancora come un maestro, anche se noi oggi dobbiamo rileggerlo in modo laico: pensando a tutto il quadro dei valori e non solo a quello religioso. Ma su questo piano Las Casas ci indica a quale ethos dobbiamo ancora guardare. Ethos di reciprocità e di costruzione di frontiere comuni sempre più avanzate, dentro un mutamento squisitamente antropologico basato proprio sulla pratica del dialogo.

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La via educativa, oggi Nel confronto tra etnie, culture, tradizioni diverse, se si deve evitare la Scilla del Dominio o il Cariddi dell’Uguglianza formale, ma si vuol costruire un’identità mobile, fondata sulla differenza, capace di strare nel dialogo, la via aurea (come ricordava Las Casas) è quella educativa: ragionevole, irenica, cauta e “dolce”, basata sul discutere, sul convincere, sull’accordarsi, ma che – per noi, oggi – deve essere reciproco e non ha un punto di veridad già sicuro e definito da far valere. Né può averlo, poiché così si ricadrebbe nell’etnocentrismo e nella chiusura del dialogo e nel divieto del métissage. Si tratta di darsi regole e pratiche per ascoltarsi e incontrarsi e far esperienza delle diversità come alterità e come risorse, come forme che amplificano l’umano, ma che – proprio per questo – lo riguardano, sempre. Da tale incontro e dialogo emerge il possibile métissage, l’innesto, il connubio tra culture diverse, con effetti di ibridazione e di commistione che arricchiscono le singole culture, e le rinnovano. Tutto ciò, però, deve valere nella coscienza, nella mentalità collettiva, nella identità delle istituzioni. Lì, su tutti questi fronti deve avvenire il processo educativo che, senza violenza e per convinzione, porta i soggetti protagonisti (o di se stessi o del gruppo o dell’istituzione) a produrre cambiamento e un cambiamento radicale di stili (cognitivi e sociali) e di identità (personale e collettiva). Solo la varietà e complessità e dialettica integrata delle pratiche educative, rese attive a tutti i livelli della formazione nella società attuale – dalla famiglia allo stato, passando per la scuola, il lavoro, i media, etc. –, può avviare la costituzione di tale società nuova, anzi nuovissima. Ma che ci si presenta, oggi e anche domani, come un compito essenziale e inaggirabile. E che noi dobbiamo saper costruttivamente affrontare secondo le regole (educativo-formative) già indicate a suo tempo ad Las Casas e intessute del suo irenismo erasmiano, ma anche del primato della pedagogia così presente nel pensiero del Maestro di Rotterdam. *Docente di Pedagogia Generale, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Firenze Bibliografia K.O. Apel, Etica della comunicazione, Milano, Jaca Book, 1992 F. Braudel, Il mondo attuale, 2 voll., Torino, Einaudi, 1966 F. Cambi, Incontro e dialogo, Roma, Carocci, 2006 F. Cambi, I confini e gli scambi, “Nuovo Bollettino CIRSE”, 2009 A. Dupront, L’acculturazione, Torino, Einaudi, 1966 E. Dussel, L’occultamento dell’altro, Cellino, La piccola editrice, 1993 B. de Las Casas, Brevissima relazione della distruzione delle Indie, Milano, Mondadori, 1997 B. de Las Casas, De unico modo de atraer a todos los pueblos a la verdadera religiòn, [1536] Mexico, Fondo de cultura economica, 1992 único modo de atraer a todos los pueblos a la verdadera religión G. Gutierrez, Dios o el oro de Las Indias, Salamanca, Sígueme, 1990 A. Savignano, Critica del mito della modernità. Dialogo interculturale, “Rocinante”, 2005, 1 T. Todorov, La conquista dell’America, Torino, Einaudi, 1992 S. Zavala, L’Amerique Latine, philosophie de la conquête, Paris, Mouton, 1977

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E chi diavolo sarà mai l’abominevole Il libro di Giuliana Sangalli ci permette dottor Dappertutto che continua a far di riaprire, a distanza di anni, una riflespaura a una donna sola, protetta e se- sione sul processo Verdiglione. gregata dietro le spesse mura delle patrie Anzitutto il testo è scritto “dall’interno galere? Chi è quest’uomo che, per quan- del processo”, infatti l’autrice ha subito to difetti di originalità, le fa pervenire in quel processo una condanna, abbiain carcere una copia de La storia della mo quindi una testimonianza interna a colonna infame di Manzoni? Non so se quel che accadeva. ho ben capito, per quel che riesco a de- Conviene soffermarsi su questo aspetsumerne, mi pare che tale figura alluda to, poiché le cronache dell’epoca erano a quella di Armando Verdiglione, psico- tutte “esterne”, si soffermavano su alanalista “à la mode” negli anni settanta, cuni aspetti appariscenti, su particolari delle cui vicende ha finito per occuparsi secondari, che vengono in parte riporla magistratura, non senza grande cla- tati nel testo, soprattutto per quel che more mediatico. riguardavano l’autrice. Leggere oggi il Non ho mai conosciuto di persona testo suscita un effetto di spaesamenl’Armando. Di sicuro, tuttavia, non se to, costringe a riflettere su chi erano i ne può misconoscesoggetti coinvolti, re il ruolo di creativo quali legami stavaoperatore culturale no alla base di quel che rivestì in quegli gruppo di lavoro, anni specie a Milano. quanto pesante e Lacan (sic!) lo indicò, pervasiva fosse la assieme ad altri due figura del dottor psicoanalisti,  come Dappertutto, dove un elemento chiave il nome dappertutto sul quale poter connon rimanda solo a tare per diffondere il una dimensione di suo verbo in Italia. Le luogo, ma soprattristi e drammatiche tutto alla dimensioesperienze che, tuttane temporale, quasi via, vi fecero seguito che la figura inseassestarono un duro guisse l’autrice nel colpo all’immagine di tempo, nei tempi Giuliana Sangalli quel lacanismo di cui successivi alla rottuBocche di lupo Verdiglione incarnava ra del legame. Poiesis, Alberobello 2009 la versione più suggeSe il Dappertutto pp. 78, € 12,00 stiva e confusionaria, del nome rinvia ad disinvolta e militante una dimensione

Ambrogio Cozzi

Angelo Villa

A due Voci


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nel contempo. Non che altri fossero… Dal cappello magico del dottor Dappertutto, il prestigiatore infaticabile, il seduttore inautentico uscì, passò e entrò ogni ben di dio. Nel bene, nel nulla e, soprattutto, nel male. Libri, convegni, psicoterapie, gruppi, soldi (tanti, pare…), manipolazione di pazienti… Alla fine, la magistratura intervenne. Il caso Verdiglione finì sulle prime pagine dei quotidiani. Per la sua implicazione in queste vicende, Giuliana Sangalli è finita in prigione. Pesante il reato di cui è stata accusata, sul piano etico prima ancora che giudiziario: circonvenzione e abbandono d’incapaci. Per una persona che si occupa di psicoanalisi è improbabile supporre qualcosa di peggio. Di quell’esperienza devastante e dolorosissima la Sangalli narra in quel racconto, in verità una testimonianza, che si intitola Bocche di lupo. Perché leggere il testo? Quanto meno per una semplice ragione, a parte il fatto che la Sangalli sa decisamente scrivere: Bocche di lupo possiede un suo valore unico nel panorama letterario di chi si occupa di psicoanalisi, psicoterapia, educazione e affini. Il libro parla o, comunque, lascia intendere cosa sia il transfert che si può sviluppare all’interno di una relazione di cura o di un gruppo settario che si costruisce intorno a un capo tuttofare (analista, guru, imprenditore e poi, ancora …): l’uno, il solo che riassume e governa il tutto. Qualsiasi riferimento che, per altro, nel lettore possa spontaneamente spingerlo a pensare a qualche personaggio dell’attualità politica è ovviamente fuori luogo… Taluni resoconti di cura hanno più volte illustrato le derive amorose che le rela-

fantastica spaziale, la sua vera pregnanza la si ritrova lungo una linea temporale che arriva al momento della scrittura, una scrittura che comunque non riesce a liberarsi del dappertutto, non giunge ad una risoluzione del transfert, anzi, la ritrova anche nell’oggi dello scrivere. Sottolineo questo aspetto perché, ai tempi del processo, e anche successivamente, il problema del “caso Verdiglione” è stato risolto in termini scandalistici come un problema di malcostume, un caso isolato di devianza morale. Pochi si sono chiesti, soprattutto all’interno del campo psicoanalitico, come sia stato possibile, pensando che l’intervenuta condanna della magistratura avesse risolto definitivamente il problema, delegando così alla giurisprudenza la risoluzione del problema. Al fondo di questo atteggiamento stava una convinzione sull’immunità acquisita attraverso la condanna pubblica dello scandalo, il collocarlo appunto come inciampo, dall’etimo di scandalo, senza chiedersi che cosa avesse fatto inciampo, o a che cosa avesse fatto inciampo quell’evento. Ci si rammentava dei commenti di Musatti su Verdiglione “magliaro della psicoanalisi”, per potersi tranquillizzare perché qualcuno “aveva visto da subito”, dimenticando i fenomeni di massa costituiti dai suoi congressi, cui il fior fiore dell’intellighentia psicoanalitica aveva magari partecipato, il credito che Verdiglione si era costruito, come dimenticare gli appelli che arrivavano da Oltralpe anche a processo concluso? Se ricordiamo tutto questo non è per riaprire lo scandalo, per aggiungere alla condanna giuridica una nostra condanna morale, quanto piuttosto per riproporre un tema troppo a lungo “dimen-

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zioni terapeutiche o educative possono prendere. Si pensi, ad esempio, anche al film di Faenza sul rapporto tra Jung e Sabina Spielrein. Un romanticismo tragico pareva abitare simili storie. La gente si appassiona e non è detto che qualcuno intraprenda un cammino analitico nella segreta speranza di poter vivere un’esperienza analoga. Più duro, invece, supporre che il transfert sia la prima e la più profonda delle prigioni, la schiavitù volontaria inseguita e ricercata, masochisticamente. Se l’analista, il padrone, il boss, come diavolo chiamarlo?, diventa il dottor Dappertutto, vuol dire che l’immaginazione paranoica prende concretezza. E’ realtà, non più sogno. Ciao ciao romanticismo, siamo nella persecuzione. San Vittore è già lì, anche senza le sbarre. Una cura che doveva aiutare una persona sofferente si è trasformata in un inferno. Ben più facile uscire da un sintomo che da quell’inferno. Come fare? Chiudere con tutto? Si può, certo. Ma a quale prezzo? Curiosamente, il problema riguarda sia i pazienti che i loro terapeuti nella misura in cui gli stessi dipendono emotivamente e intellettualmente dal leaderino di turno, il signor Nessuno che il gruppo ha elevato a suo dio personale. Ecco, in fondo, il peccato, il peccato più grave che il transfert può indurre, quello dell’idolatria. L’adorazione dell’altro, la sua stupida beatificazione. Confesso che quel che ho visto e continuo a vedere in ambiti psicoanalitici, quelli che dovrebbero essere più vaccinati a riguardo, fa talmente segno di una religiosità acefala e morbosa, totalmente acritica che raramente mi è capitato di incontrare all’esterno, quanto meno in quelle dimensioni. Di chi è la colpa? Non è così sempli-

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ticato” o abbandonato in campo psicoanalitico. Il tema è quello della natura del legame sociale, della struttura e delle storture dello stesso. Il laboratorio al quale applicare questa lente è quello dei legami sociali all’interno delle società psicoanalitiche dove la perversione del transfert lavora e dove l’interrogazione sulla risoluzione dei legami transferali non dovrebbe assolutamente essere messa in subordine ad altri temi, anzi potrebbe divenire l’occasione per capirne qualcosa di più sui legami sociali. Silvia Vegetti Finzi nella sua Storia della psicoanalisi, verso la fine, parlando di Victor Tausk, scriveva che sarebbe necessario riscrivere una storia della psicoanalisi interrogandosi sulle vittime, su coloro che sono stati costretti al silenzio o hanno preferito togliersi di mezzo. Sarebbe un’angolatura particolare sicuramente interessante, occorrerebbe avere l’onestà scientifica e gli strumenti per evitare di leggere tutto in termini scandalistici o riducendo tutto a dimensioni puramente personali tralasciando gli aspetti interpersonali, i rapporti tra maestri e allievi, i percorsi che si intraprendono o che sono stati intrapresi per sancire l’appartenenza ad una data società (non solo psicoanalitica). Il testo certo non affronta questi temi, è però uno strumento possibile per andare in questa direzione, occorre solo avere un desiderio di capirne qualcosa, un desiderio che nasca dalla consapevolezza di assenza di immunità, che il passato non risolto, non passato, proietta coni d’ombra sul presente, rischiando di ritornare e ripetersi, cogliere che “sebbene ci crediamo assolti siamo per sempre coinvolti”. Quale tema può avere una maggiore pertinenza analitica?


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ce. Facile, troppo facile, puntare il dito contro il dottor Dappertutto del momento. Lui è così, probabilmente. Fa il suo gioco o quel che l’inconscio e l’ambizione gli suggerisce. Magari, è pure gentile e simpatico. Non ci sarebbe, però, gioco alcuno se anche da parte di chi lo segue non esistesse un movimento analogo, una ricerca che equivale a un’investitura. Per fare l’amore come la guerra, minimo occorre essere in due. E quindi? Vista da vicino, la faccenda diventa maledettamente sporca. Purtroppo, bisogna dirlo, delude profondamente il movimento psicoanalitico per la sua perdurante incapacità di analizzare simili fenomeni. Evitando di farlo, li condanna a ripeterli. Sono una forma di incesto, nemmeno troppo inconscio, che terapeuti e pazienti benedicono, seppur per ragioni differenti. Bocche di lupo è, come dicevo, una testimonianza di quel che è accaduto. Ma, soprattutto, lo è in sé, sintomaticamente, come prodotto letterario. Per quel che dice, ma più ancora per quel che non dice, non spiega, lascia intendere, allude. Come se sullo sfondo di quello che è scritto, si proiettasse l’ombra scura e immensa di quel che rimane fuori, manco raccontato. Bocche cucite? Non è questa stessa “incompiutezza” la prova tangibile e, ahimé, resistente al tempo di quel disastro? Leggete e meditate: perché la libertà fa paura?

Vogliamo chiudere con una citazione di Etienne De La Boètie “Certo, i medici dicono che è inutile tentare di guarire le piaghe incurabili e in questo senso ho forse torto a voler dare consigli al popolo che da molto tempo ha perso del tutto conoscenza riguardo al male che l’affligge e proprio perché non lo sente più dimostra ormai che la sua malattia è mortale. Cerchiamo allora di scoprire per tentativi come questa ostinata volontà di servire ha potuto radicarsi a tal punto che lo stesso amore per la libertà non sembra più essere tanto naturale”.

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Scelti per voi

libri

a cura di Ambrogio Cozzi Claudia Mancina La laicità al tempo della bioetica Il Mulino, Bologna 2009, pp. 156, € 14,00 Il termine bioetica è entrato nel linguaggio comune da quando alcuni passaggi dell’esistenza sono stati prolungati o resi manipolabili dall’intervento umano assistito dalla scienza. La premessa era necessaria per rendere conto di come mai oggi il dibattito su questi temi sia divenuto centrale e, purtroppo, a volte incomprensibile (si pensi alla formulazione del referendum sulle cellule staminali tanto per fare un esempio che tutti conoscono). Il dibattito si è spesso trasformato in scontro tra una ragione scientista e un approccio religioso, dove i primi vengono identificati come progressisti e i secondi come conservatori codini. Non è questo lo spazio per rintracciare il filo di questo scontro, per evidenziare le cogenti assunzioni di fede che dilagano in entrambi gli schieramenti, ma varrebbe la pena di cercare di evidenziare il depotenziamento della tragicità presente in entrambi gli approcci. Il testo di Claudia Mancina si sottrae a questa dicotomia laico/religioso, rivendicando però la necessità e opportunità di intervenire in questi campi che non possono essere sottratti alle decisioni

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pubbliche “La medicina, l’attività di riabilitazione, l’assistenza data ai malati e agli infortunati, ha ormai una componente tecnica di dimensioni tali da non poter più essere considerata come una protesi neutra dei processi naturali”. Il problema diviene allora, in questa prospettiva, di “come “ legiferare. Mancina scrive che bisogna “.. fare riferimento a quelli che sono i valori fondamentali della democrazia liberale, che sono la libertà, l’uguaglianza, il rispetto.” Ci pare interessante questo richiamo al rispetto, a qualcosa che presuppone il riconoscimento dell’altro, che può essere determinante come prerequisito della socialità, come elemento indispensabile che la precede ma non la esaurisce. Il richiamo a modelli di convivenza possibili, mutevoli nel tempo, per poter cogliere la portata di interrogativi nuovi, senza fissarsi in scelte ferme nel tempo, indica possibili vie di convivenza e di presa di decisione che appunto includano il rispetto dell’altro, sappiano ricercare le radici della convivenza comune. La contrapposizione laico/religioso viene cosi a perdere la valenza a priori, ci si può riconoscere nei comuni diritti di convivenza come cittadinanza. “Senza dubbio, praticare la ragione pubblica non è mai facile, neppure nella migliore delle democrazie; tanto più è difficile in circostanze storiche in cui il legame di cittadinanza si indebolisce. Ma non c’è una strada più facile o migliore.” Non si tratta di perseguire sintesi bonarie o relativistiche ma di “attingere alla ricchezza simbolica delle tradizioni religiose, ai loro contenuti, nella misura in cui questi rispettino i criteri della ragionevolezza e della reciprocità e possano poi tradursi pubblicamente”. A.Cozzi


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Gherardo Colombo, Anna Sarfatti, Sei Stato tu? La Costituzione attraverso le domande dei bambini, Salani, Milano 2009 pp. 177, € 12,00, Quante volte abbiamo pensato che bisognerebbe far conoscere la Costituzione, magari già agli studenti delle scuole medie, e ci abbiamo rinunciato per la difficoltà secondo noi insormontabile del linguaggio? Gherardo Colombo ha invece trovato il modo di parlare della Costituzione ai bambini delle elementari. Questo ex-magistrato, che ha dismesso la toga ma non il suo amore per la giustizia e la legalità, inizia l’incontro con i giovanissimi studenti chiedendo loro se sono felici, e così li mette a proprio agio, li fa parlare dei loro problemi quotidiani, delle relazioni con i compagni e con gli adulti, della sofferenza se qualcuno li prende in giro. Il titolo del libro ci porta proprio in mezzo a bambini che discutono mentre giocano. Anche vivere in società è come un gioco, il gioco dello stare insieme, e per giocarlo bene bisogna impararne le regole, che stanno nella Costituzione. Con linguaggio facile e piano Colombo spiega i temi della Carta Costituzionale, dall’uguaglianza dei diritti ai problemi della famiglia e della libertà personale, ma tratta anche dell’esercito e delle tasse, e parla del navigare in Internet o della convivenza fra italiani e stranieri. Nessun argomento è trascurato e le regole stabilite per il popolo italiano vengono confrontate con quelle degli altri popoli. Oggi che c’è la sperimentazione didattica su Cittadinanza e Costituzione, questo testo può essere uno strumento quanto mai utile

e positivo per i docenti. Ma non solo: tutti noi genitori ricordiamo il dilemma se imporre l’obbedienza o cercare di convincere i figli con argomenti razionali. In questo libro viene detto chiaramente, e dimostrato, che convincere è il solo metodo valido, essendo l’unico che non suscita voglia di rivincita o di vendetta. Gherardo Colombo ha avuto la fortuna di incontrare una maestra come Anna Sarfatti che gli ha offerto l’occasione di rispondere per iscritto alle domande dei suoi alunni di quinta elementare, senza che i bambini, in un primo tempo, conoscessero la sua identità. La maestra aveva cominciato a parlare di Costituzione già in seconda, a proposito del diritto di ciascuno di essere rispettato come persona. Erano però venute fuori subito situazioni che gli occhi degli adulti non rilevano e che si prestano a canzonature: peso, statura, occhiali, nomi e cognomi. “Tutti si sentivano vittime e nessuno aggressore”, dice Sarfatti. Esemplare è la risposta di Colombo alla domanda: Che cos’è la Costituzione? “E’ l’insieme delle regole più importanti che stabiliscono come si convive in uno Stato. E’ un po’ come in una famiglia (…) Anche nella famiglia esistono regole principali, di base: che, per esempio, i genitori sono coloro che la governano; che i bambini devono obbedire, e che però non possono essere maltrattati; che non li si può mettere in castigo se non hanno fatto qualcosa di sbagliato; che i fratelli hanno diritto a essere trattati nello stesso modo. Ma ci sono anche altre regole che riguardano situazioni particolari: per esempio quale sarà la conseguenza se non si sono fatti i compiti, quale se si è litigato con i fratelli.” I bambini colgono le discrepanze fra la Costituzione e la realtà: è scritto che tutte le confessioni religiose sono libere, ma nella realtà, dicono, “la gente non vuole le moschee e alla televisione hanno fatto vedere i musulmani che pregano per la strada. Non è giusto!” Colombo rispon-

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de che se i cittadini volessero davvero bene alla Costituzione ciò non accadrebbe. Ma “la paura di chi è diverso vince sulle parole della Costituzione e questa non viene applicata”. Il tono è sempre positivo e le osservazioni critiche sul mondo di oggi, che pure sono ben presenti, sono espresse senza acrimonia. Alla domanda “perché si dice che la Repubblica tutela il paesaggio e alla televisione vediamo rifiuti per le strade, incendi nei boschi, mari inquinati?” Colombo risponde pacatamente: “Secondo voi è sufficiente che una regola esista perché venga osservata? Basta dire di non copiare perché i bambini non copino i compiti dai compagni di scuola? Qualunque regola, anche la legge, esiste per davvero soltanto se le persone fanno quello che dice. Le persone dovrebbero fare la raccolta differenziata, non buttare carte e bottigliette per strada, evitare di costruire case dove non si può perché è pericoloso o perché si rovina il paesaggio. Invece i cittadini a volte sono distratti o pigri o fanno cose sbagliate pur di avere un vantaggio su tutte le altre persone. Esistono leggi che puniscono e la polizia e la magistratura dovrebbero individuare coloro che andrebbero puniti. Ma questi ultimi sono troppi, anche poliziotti e magistrati qualche volta sono distratti, il Parlamento ha fatto spesso delle leggi con le quali chi ha disobbedito alle leggi, in particolare quelle sulle case, viene perdonato, e così non tutti i cittadini si convincono che è necessario rispettare la legge.” Altrove, per commentare il contrasto fra il dettato costituzionale e la realtà quotidiana, la Costituzione è presentata come una persona, che in certe situazioni “ci resterebbe male”. Logico che i bambini, dopo aver dato, giustamente, la preferenza all’art. 13 (la libertà personale è inviolabile) abbiano definito la Costituzione “mamma di tutte le cose più importanti del mondo, come la libertà”. Jole Garuti

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Umberto Ambrosoli, Qualunque cosa succeda - Giorgio Ambrosoli oggi nelle parole del figlio, Sironi, Milano 2009, pp. 317, € 18.00 Questo libro nasce dall’umanissimo desiderio di un giovane uomo di far conoscere ai propri figli chi era il nonno. Ma in questo caso il racconto diventa storia, perché il nonno è l’avvocato Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona, fatto uccidere dal banchiere perché nonostante le minacce aveva continuato a svolgere il suo lavoro in difesa dei risparmiatori e dello Stato. Anche Umberto oggi ha tre figli, e quasi l’età che aveva suo padre quando gli venne affidato dalla Banca d’Italia quell’importante incarico. Per raccontare chi era il nonno si è sobbarcato la fatica e le emozioni di ricostruire tutta la vicenda, sia sul piano umano e familiare che sul piano storico e giudiziario: ne è venuto fuori un libro di facile ed emozionante lettura, che ha la struttura di un romanzo ma è intessuto di storia e di verità. Inizia con la storia della famiglia, i rapporti con i nonni, la casa delle vacanze, gli atteggiamenti di un padre ricordato come allegro e comprensivo. Umberto racconta ai figli ‘la più bella tra le storie’ che - dice - potrà sembrare triste e ingiustamente dolorosa, ma di cui “sarete certamente orgogliosi di far parte”. La memoria del nonno “è viva per ciò che lui ha fatto, non per il gesto criminale che ha posto termine alla sua vita”. Questo è l’asse portante del libro, questo dice Umberto quando parla agli studenti che lo invitano nelle scuole. Giorgio Ambrosoli è un uomo che “ha creduto talmente nella propria libertà


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e nel rispetto delle regole che sovraintendono al bene comune da arrivare a sacrificare, perché quel bene fosse salvo, la sua stessa vita”. Le parole del titolo sono prese dalla lettera che Giorgio aveva scritto per la moglie già nel febbraio 1975, poco dopo aver assunto l’incarico, una lettera che rivela la sua consapevolezza che avrebbe pagato ‘a molto caro prezzo’ l’aver potuto “fare politica in nome dello Stato e non per un partito”. La grande stima per Annalori gli fa dire “qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo”. Aveva ragione. Il libro non è soltanto per i nipoti di Giorgio, ma per tutti noi. Come un insegnante, l’avvocato Umberto ci dà gli elementi utili ad eventuali ulteriori approfondimenti. Ha ripercorso passo passo tutta la vicenda di suo padre, ha letto articoli, visto filmati, consultato nell’Archivio del Tribunale di Milano gli 84 faldoni del processo. Ma soprattutto ha ripercorso la vicenda immedesimandosi negli stati d’animo del padre con l’aiuto sia della di lui agenda sia delle testimonianze degli amici, primo fra tutti Silvio Novembre. Ci descrive con chiarezza il contesto, gli avvenimenti storico-politici ed economici in cui si muovono banchieri, politici, magistrati. Leggendo le carte e le indagini svolte da Gherardo Colombo e Giuliano Turone è riuscito a capire perché le vicende di suo padre abbiano avuto tanta importanza anche nei procedimenti giudiziari contro Giulio Andreotti e Bruno Contrada, e perché le indagini svolte dopo la morte del suo papà abbiano rivelato l’esistenza della loggia massonica P2. Il panorama storico che Umberto premette ad alcuni capitoli comincia con il 1933, anno di nascita di Giorgio, e arriva fino alla fine degli anni Settanta, insanguinati dalla strategia della tensione, dagli attentati a giornalisti e magistrati, dal sequestro e ucci-

sione di Aldo Moro. Quadri storici sintetici ed efficaci. Il libro descrive con passione la lotta fra corruttori e onesti, l’opacità e le collusioni di alcuni politici e banchieri, ci fa capire perché anche oggi l’Italia, non avendo mai sconfitto o voluto sconfiggere le mafie e la corruzione, né avendo preso provvedenti risolutivi contro i membri della P2, vive una stagione politica difficile. L’insegnamento etico di Giorgio rivive nelle parole conclusive di Umberto: “Il mondo, in una certa misura, va nella direzione in cui noi vogliamo che vada (…). Ciascuno di noi è responsabile per qualche grado di questa direzione, secondo l’inclinazione che attraversa la nostra quotidianità e che possiamo cambiare con le nostre scelte e il nostro agire”. Una riflessione che tutti dobbiamo meditare. Jole Garuti Stefano Ciccone Essere maschi. Tra potere e libertà Rosenberg e Sellier, Torino 2009, pp. 252 € 18,00 Leggo il libro di Stefano e non posso che ricordarmi la prima volta (credo) che l’ho incontrato e ascoltato. A Bolzano, durante un Convegno sulla violenza alle donne, senz’altro molto più di dieci anni fa. Ricordo le sue parole e il mio disorientamento, che rispecchiava quello di molte donne – forse tutte – nella sala. Disorientamento salutare, poiché mi aiutava a riconoscermi impigliata in una serie di stereotipi che il discorso di Stefano – e con lui vi era anche un altro caro amico, Sandro Bellassai – destrutturava e rovescia-

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va, proponendo una nuova ricerca maschile, che da lì, dalla riflessione sulla violenza, era nata anni prima, ma era ancora largamente sconosciuta. Dalle loro parole io e le altre, il pubblico era naturalmente quasi tutto femminile, ci attendevamo condanna e presa di distanza dai ‘violenti’, Stefano e Sandro indicavano invece un percorso non contro ‘quel’ maschile, ma ‘nel’ maschile, all’interno di una storia collettiva del proprio genere, e della propria storia singolare di uomo. Parole quindi che non proponevano l’atteggiamento indignato di chi segna i confini tra buoni e cattivi, ma piuttosto la necessità di ritrovare in queste due storie, quella plurale e quella singolare, le radici della violenza, le culture che l’hanno generata e generano, e che vivono, contribuiscono a formare la soggettività di ogni uomo, anche di colui che considera suo compito, impegno personale e politico, denunciarla e combatterla. Una posizione che mi aveva colpito, tanto da spingermi a superare una certa ritrosia, ad avvicinarmi per conoscerli questi due uomini, che usavano parole che in me risuonavano vicine al lessico della ricerca femminista e che pure sembravano così ‘strane’ pronunciate da labbra maschili, incarnate nelle loro storie, nei loro corpi. Strane e suscitatrici di sentimenti, in me e forse anche in altre donne, contraddittori e ambigui: il piacere, il desiderio di crederci e la diffidenza o, nel migliore dei casi, la sospensione del giudizio, in attesa di ulteriori prove di autenticità. Poi negli anni siamo diventati amici, abbiamo fatto alcuni percorsi comuni, ci ritroviamo spesso con Stefano come relatrice e relatore in occasioni pubbliche, in momenti formativi. Risento dunque la sua voce in questo libro, un libro intelligente, denso, onesto, che non si sottrae mai, neppure nelle que-

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stioni più ardue, alla complessità che vive e informa le nuove ricerche maschili, la loro pluralità e diversità anche interna, e l’intreccio con le nostre ricerche, col pensiero di molte donne e col nostro stesso differire tra noi. Non si sottrae a quella complessità, e radicalità, che riguarda ogni percorso, personale o collettivo, che si nomini come sessuato; eppure riesce con un linguaggio rigoroso ma semplice, analitico ma con continui riferimenti al proprio sé, a praticare quel rigore etico, oltre che discorsivo, che nasce dal partire da sé e saper tornare a sé. Così, all’interno di questa complessità presenta alcune possibili direzioni di cammino e, al contempo, il rinascere continuo di nuove interrogazioni. Il libro percorre la storia di quel genere che si è nominato, e si è creduto, universale e rappresentativo di tutta l’umanità, la storia di un’esperienza che ha strutturato e struttura il maschile e a un tempo “lo esprime e lo tradisce”, “lo nega e lo rappresenta”, “un sistema che ha plasmato i nostri corpi e le nostre emozioni e tradisce la possibile espressione della singolare soggettività di ogni uomo” (p.194). Occorre ora che questo percorso venga intrapreso a ritroso a partire “da un atto di rottura col maschile, di diffidenza nei confronti della storia del proprio genere e con le forme che questo ha assunto nei comportamenti concreti e nelle parole degli uomini”, ma vi è anche la necessità di esprimere “una grande capacità di ascolto della condizione maschile e della sua sofferenza, senza concessioni ma senza distanze” (p.233). Ed è “proprio nella ridefinizione critica della polarità tra natura maschile e maschilità storicamente e socialmente determinata (che) si sviluppa il nostro tentativo di decostruire e rideterminare un’identità maschile. Riconoscere un universo maschile comune non rimovibile ma del quale assumere responsabi-


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non come mera narrazione, ma come fondamento della propria riflessione. Questa scelta, dunque, (…) fa della propria biografia il luogo dove rendere leggibile la complessità dei temi e dei livelli di identità affrontati: non solo molteplici identità a confronto, quindi, ma la molteplicità dell’identità al centro di un dialogo, a tratti difficile e disseminato di incomprensioni e sospetti reciproci, che mostra la sua grande potenzialità” (p.219). Barbara Mapelli

a cura di Cristiana La Capria Alcune note sul cinema e la pedagogia Un felice benvenuto a coloro che entrano in questo luogo dedicato ai film e alla loro forza di formare. Da questo momento in poi in appendice alla rivista e ai confini con la sezione dedicata ai libri, se ne apre un’altra destinata al cinema. Qui viene proposto un film scelto tra quelli ritenuti più capaci di attirare la nostra attenzione su visioni insolite. E’ ben specificare che, anche se in questa sezione a farla da padrone è il film, in realtà esso viene considerato solo una parte del complicato dispositivo pedagogico che è il cinema. Cioè, l’oggetto dei nostri ragionamenti saranno i film ma –sempre- terremo presente la più ampia condizione percettiva ed estetica creata dal cinema che, per la sua specificità, risulta particolarmente capace di attivare processi formativi. Innanzitutto, diversamente da quello di altri media, lo spazio cinematografico si presenta molteplice e distribuito in tanti luoghi confinanti: quello dello schermo, delle poltrone, della sala di proiezione, della sala di ingresso e

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lità e storia e nel quale ricercare un percorso diverso…(imparando) la libertà di apparire ridicoli, cioè non corrispondenti a un’aspettativa, o privi di quell’autocontrollo, di quel ‘saper stare nel mondo’ ” (pp.244-5). E allora le nuove forme di esserci e percepirsi nel mondo che noi donne abbiamo ritrovato in e per noi stesse e ora sentiamo di poter proporre nel confronto con alcuni uomini – coloro che come Stefano lavorano per formare ‘nel’ maschile inedite soggettività critiche – rompono finalmente la membrana di solitudine che ha accompagnato le storie degli uomini, il dialogo solipsistico e dolente di chi non ha saputo concepire e rispettare le donne come ‘altre’ e ‘uguali’. Appare ora possibile, dunque, tra donne e uomini, “aprire uno spazio che è di conflitto e al tempo stesso di tensione creativa e desiderio di relazione” (p.219). E infatti da alcuni anni si sono avviate esperienze, in molte parti d’Italia, di gruppi di donne e uomini che hanno in comune il progetto di un confronto, di “una messa in gioco delle rispettive identità”. In uno di questi gruppi - si tratta del gruppo Sui generi, che si riunisce presso la Libera Università dell’autobiografia di Anghiari siamo insieme Stefano ed io, anzi forse noi due ne siamo stati i fondatori, ma non importa, importa piuttosto che prosegua il nostro lavoro e quello di altre e altri. Con alcuni metodi di confronto che Stefano brevemente racconta nel suo libro e nei quali continuo a ritrovarmi, in una pratica che mi appare (ci appare) come possibilità generativa delle reciproche ricerche, vicine e profondamente differenti. La parole di Stefano sono, come spesso accade in questo bel libro, chiare e chiarificatrici anche per chi, come me, conosce la storia di quanto racconta, la vive vicino a lui. “In questo confronto è emersa la scelta di fare riferimento alle vite concrete di ciascuno e di ciascuna,

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di uscita e, ovviamente, il luogo rappresentato nei film. Molti spazi, quindi, devono cooperare affinché il congegno disciplinante del cinema possa funzionare e, a questo scopo, ci sono regole piuttosto rigide da rispettare. Gli altri media pongono dei vincoli spaziali e delle condizioni di fruizione flessibili: la televisione può trovarsi sullo scaffale di un appartamento o al centro di una piazza pubblica, la radio può trovarsi in una camera da bagno o nell’abitacolo di un’automobile; davanti alla tv posso mangiare, mentre ascolto la radio posso fare ginnastica. Nessuna di queste distrazioni è consentita al cinema dove i patti sono chiari: per la durata dello spettacolo è necessario restare seduti in poltrona, al buio, in silenzio, in mezzo alla gente e al contempo in solitudine con le proprie emozioni. Ogni elemento concorre a catturare l’attenzione verso il fascio di luce proiettato sulla parete dello schermo dove le immagini scorrono secondo ritmi a cui lo spettatore si deve adattare: le pause, le accelerazioni o le ellissi narrative debbono essere assecondate, salvo decidere di sottrarsi alla visione uscendo dalla sala o chiudendo gli occhi. Le severe condizioni di percezione procurano una ipersensibilizzazione a quanto viene narrato dal film, inoltre la quasi immobilità cui si è costretti in poltrona impedisce di scaricare le tensioni emotive provate: ecco, allora, una maggiore disponibilità cognitiva a penetrare le esperienze proposte dal film, quasi come se pezzi di vita venissero selezionati, ricomposti e concentrati dentro una sala, pronti per essere vissuti. Quali esperienze e quali film? A noi interessano soprattutto quei film che non ripetono percorsi di significazione già dati, che non costruiscono piste di lettura consuete. A noi piacciono quei film che segnano tragitti al limite dell’imprevisto e capaci di creare spazi di esitazione. Preferiamo l’architettura di immagini che lasciano dei sospesi da riempire mettendo in moto il pensiero. I film per cer-

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velli pigri li lasciamo a casa. Giù al nord Regia Boon D., Francia 2008* Questioni complesse come le differenze culturali possono essere tematizzate nei loro risvolti critici senza necessariamente affondare la lama nel cuore del pessimismo e dell’allarmismo. Il film che vi propongo sorride sotto i baffi del pregiudizio e porta la visuale verso piste aperte alla differenza interculturale (e ai suoi disturbi) senza troppo affanno. Anzi, si potrebbe tranquillamente dire che il carico della questione affrontata – la discriminazione socio-culturale – è inversamente proporzionale alla leggerezza della sua forma. Il titolo ci dice già tutto: “Giù al nord” è un’indicazione geografica del tutto paradossale, indica la compenetrazione logicamente impossibile di due concetti. Così come paradossale è l’atteggiamento sprezzante che la maggioranza delle popolazioni residenti al nord del mondo esibiscono verso le popolazioni di quasi tutto il sud del mondo. Qui nel titolo, però, c’è un ulteriore paradosso perché topograficamente il nord sta sopra, sta in alto rispetto al centro della terra, non in basso. A meno che non si faccia un giro in Francia, regione che fa da scenario a questo film e che ci mostra un punto di vista ribaltato: da quelle parti il nord è sottostimato, si trova ai piani bassi nella classifica dei valori della popolazione francese, ovvero sono quelli del sud a disdegnare gli abitanti del nord. La gente al sud è chic, benestante, istruita e si gode il caldo; la gente al nord è volgare, fannullona, triste e soffre il gelo. Quindi


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psicologicamente – come ha fatto Philippe. Perché di questi tempi, come insegna Rosi Braidotti, è opportuno educare “identità nomadi”, capaci di esplorare nuovi territori senza usare mappe preordinate . Solo così è possibile lasciarsi sorprendere dal bagliore dell’imprevedibile che ogni soggetto culturale porta con sé.

a cura di Angelo Villa Ongaku Sarà la musica che gira intorno, come canta Fossati, sarà l’acqua sporca della musica, come stigmatizza Kundera, sarà quel che sarà... Ma la musica, le canzoni costituiscono qualcosa di più di una semplice colonna sonora che accompagna la nostra esistenza. In luogo di starsene tranquille in disparte, come un’ombra emotiva ma discreta, loro ci entrano dentro, ci segnano, ci possiedono. E noi ricambiano la loro seducente invadenza con una fedeltà che la memoria sigilla con un timbro indelebile. Passano gli anni, le ore, talvolta solo i minuti, e dimentichiamo tutto, quello che vogliamo dimenticare, ma soprattutto quello che non desideriamo cancellare. Con un motivo musicale, una canzone, no: è diverso! Restano in mente ritornelli stupidi, nenie infantili che sconfiggono il tempo, se la ridono di lui e di noi. Come se ci provocassero. Succede addirittura, però, che inventino miracoli come quando risveglino qualcuno sepolto in un coma. Come il pifferaio magico, come il signor Tamburino di Dylan, il profeta, le canzoni ci conducono in altri mondi, più sopportabili o magari consumati da un’intensità così vivida e allucinata da lasciarci affranti e melanconici, quando la melodia si squaglia all’improvviso, quando la musica è finita… Ah, la musica, le

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chi va al nord della Francia è come se precipitasse in basso, giù nella scala antropologica dei francesi. Ecco perché Philippe, direttore di un ufficio postale, fa di tutto per ottenere un trasferimento verso la zona meridionale della Francia, al punto da ricorrere all’imbroglio e simulare di essere disabile pur di ottenere la precedenza. Niente da fare, per punizione viene mandato a Bergues, piccolo centro situato nel profondo nord. Qui conosce una realtà assai lontana dalla sue cupe aspettative: gente che parla un dialetto che suona come la lingua di un’altra nazione lo accoglie con calorosità, così i malumori si spengono e i pregiudizi si sbriciolano. Questo accade anche a noi spettatori, invitati a seguire il punto di vista cognitivo di Philippe e, con lui, a fare esperienza del potere ingabbiante del pregiudizio. Veniamo trasportati, tramite riprese che sono in maggioranza dei campi medi, in quadretti di squisita ironia che mostrano gli effetti risibili e ridicoli dei nostri preconcetti. Vale la pena di godersi la sequenza, comica e cinica, in cui Philippe si piazza in sedia a rotelle simulando una disabilità motoria per farla franca con l’ispettore. Non da meno è la scena in cui la polizia stradale ferma il nostro protagonista per guida con eccesso di lentezza, ma la sua è una motivazione valida: vuole rallentare il momento dell’arrivo nella triste e fredda località di destinazione. Insomma tra fraintendimenti, scambi di battute e ripetuti sorsi di vino Philippe impara un nuovo linguaggio dove “le cose” sono “le cosce” e dove l’imprecazione più gettonata è “vacca puzza”. Nuove parole e nuova cultura mettono in condizione di elaborare ciò che sappiamo senza averci ragionato: il pregiudizio. Una delle strade possibili per riuscirci è il trasferirsi di luogo in luogo– materialmente e ancor più

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canzoni. Parlano a tutti, a chi conosce le note, a chi sa suonare uno strumento, ma anche a chi non sa nemmeno leggere o parlare. Sono figlie di un’arte sfuggente e nel contempo immediata, diretta. Basta lasciarle entrare dentro di noi, ed occorre poco in verità, ed il gioco è fatto. Non si può tappare le orecchie, sempre. Ciò non significa che non occorra distinguere, scegliere… Oggi, d’altronde, è sempre più difficile. L’iperspecializzazione uccide. Ci sono generi, sotto generi, etichette varie… E, su questo Kundera ha ragione, musica ovunque… Bella, brutta, stupida… C’è chi afferma, dati alla mano, che serva a aumentare le vendite. Mah, scrivere di musica, poi , e qui concludo, non è facile e io non faccio nemmeno il musicista. Prenderò un cd di quelli che mi capitano sotto mano e ne dirò qualcosa. Io ci provo, a buon intenditor… Titolo della rubrica: Ongaku. Un premio speciale a chi indovina da dove viene il nome…. Forza, uno, due, tre… Eileen Rose & The Holy Wreck Luna Turista Freeworld, € 19,90 Un buon pusher deve essere necessariamente anche un buon psicologo. Guarda negli occhi il suo cliente e subito ne intuisce lo stato d’animo, capisce di cosa ha bisogno. È per questa ragione che il mio abituale spacciatore, dopo aver colto una certa titubanza nella mia espressione, ha estratto dal suo cappello magico il coniglio d’Alice. Un vero colpo di teatro. Io indugiavo, temporeggiavo, tiravo in lungo… Farfugliavo subdole domande: ma chi è? Sarà brava come Mary Gauthier? Come Lucinda Williams ? (i miei due massimi riferimenti country rock al femminile, se vi passa per le mani uno dei loro cd , acquistatelo, garantisco io…). Insomma, fattomi coraggio, schiarendomi la voce, ho

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osato porre il quesito che mi attanagliava e mi lasciava dubbioso sulla sua offerta: ma chi diavolo (l’espressione non era proprio questa, ma pazienza) è Eileen Rose e the holy wreck (traduciamo, il santo relitto)? Lui, il pusher, non ha perso il suo tradizionale self-control. Sporgendosi leggermente oltre una piccola montagna di cd che lo separava fisicamente da me , mi ha dolcemente intimato come l’arcangelo Gabriele: “leggi!”. Nel mentre, con gesto leggiadro, mi squadernava sotto il naso la bibbia di tutti i rockettari rispettabili, e cioè Il buscadero (per l’esattezza, n. 316, pg. 76/77 ). Apprendo che la nostra, si fa per dire, Eileen pare che sia diventata una che gli idolatri definiscono come un’artista di culto. Quale, il culto intendo, non si sa… Però, indubbiamente, brava è brava. La si sente cantare, bella ruspante e carica di sana energia rock, in un cd tutt’altro che monotono o ripetitivo. Piace il suo suono diretto, immediato, che entra subito dentro. Partite già dalla canzone che apre il cd e che scorre via, rapida ed essenziale: “Simple touch of the hand”. Non mancano, poi, canzoni toccanti, intese come Silver Ladly, una ballatona che strappa il cuore. Un bel disco, rock country, nel quale si possono respirare atmosfera musicali anni sessanta. Ci sarebbe poi da fare un lungo e interessante discorso su donne e rock… Ma questa è un’altra storia, un’altra questione, per un’altra occasione… Chissà… Nel frattempo godetevi il cd di Eileeen , nel mentre io non so darmi pace dell’aver dubitato della sapienza del mio pusher, ve lo consiglio. Dimenticavo: il titolo dell’album è in italiano, non chiedetemi il perché. E’ semplice: non lo so, punto.


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ARRIVATI_IN_REDAZIONE Camilla Giusberti, Sara Cillani Mami Education. Un nido da raccontare Ed. Nuove Carte, Ferrara 2009, pp. 62, € 9,00 Un luogo è la sua stroia. È un’alchimia irripetibile dei vissuti, delle emozioni delle relazioni che lo hanno generato e che continuamente lo ridefiniscono. Per questo raccontare un’esperienza significa radicare, ricercare, connettere, comporre idee, memorie, progetti, speranze. Il testo pooggia su questi prtesupposti e traccia una mappa pedaogica di un servizio educativo per la prima infanzia. Si offre come spunto riflessivo per socializzare una proposta, con l’intento di stimolare un dialogo a più livelli di interesse, sulle scelte, sui processi espliciti ed impliciti alla sua strutturazione... AA.VV Etiche dell’impegno in Paideutika Quaderni di formazione e cultura - 10 Anno V 2009 Ibis Edizioni, Pavia 2009, pp. 157, € 16,00 La figura fenomenologica dell’engagement appartiene, com’è noto, all’atmosfera culturale europea che si afferma con pienezza all’indomani della seconda guerra mondiale. E se è vero che essa ha molto a che fare con gli ambienti parigini del tempo -Sartre su ogni altro – è altresì vero che per molto tempo, dagli anni Cinquanta in avanti, l’intellettuale engagé ha rappresentato l’idea che non vi fossero compiti specifici e/o saperi specialistici che non esigessero una presa di posizione più generale sul mondo... Caritas/Migrantes Immigrazione. Dossier Statistico 2009. XIX Rapporto sull’immigrazione Idos, Roma 2009, pp. 512, € 20,00 E’ vero che una più adeguata conoscenza non sempre garantisce un miglior atteggiamento e che questo circuito virtuoso può essere interrotto da carenze personali e da interessi di gruppo. Sempre, però, la mancanza di conoscenza produce seri danni. Il rapporto affronta il fenomeno migratorio dal punto di vista internazionale, nazionale e dei contesti regionali, fornendo informazioni sulle presenze e sulle caratteristiche del soggiorno degli immigrati...

Ezia Palma La stanza della sabbia. Un caso clinico di Sandplay Therapy. Morgana Ed., Firenze 2008, pp. 112 , € 15,00 L’autrice “narra” un caso clinico trattato con il Gioco della sabbia. È la storia di Vi., un bambino di otto anni che aveva dolorosamente imparato a mimetizzare le proprie “antenne” ritirandosi nella custodia protettiva di un vicolo cieco abitato dalla paura. La vicenda di una coscienza che lentamente, a partire dal microcosmo dei giochi, si apre sul mondo, e impara a non avere paura...

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Ignazio Sanna Dignità umana e dibattito bioetico Ed. Studium, Roma 2009, pp. 254, € 22,00 Nell’orizzonte della questione antropologica, il volume si confronta con il fenomeno della rivoluzione biotecnologica, che sta modificando i modi del pensare e dell’agire e, quindi, del vivere. Di fronte a questo fenomeno il cristiano non può non porsi la domanda su fin dove la ricerca scientifica che sfocia in una nuova cultura sia autorizzata a violare i confini della natura umana, ignorando il principio fondamentale per il quale se tutto è permesso all’uso della scienza per l’uomo, non tutto è permesso all’uso dell’uomo per la scienza... Elena Pulcini La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale. Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. 297, € 25,00 Se il mondo è un insieme plurale di esseri singolari - come scandisce una nota formula filosofica -, un’etica all’altezza del fenomeno che chiamiamo “globalizzazione” non potrà che far valere sino in fondo le buone ragioni di questa coappartenenza, intervenendo sugli sviluppi disturbati, tipici della modernità e dei suoi esiti ultimi, e caratterizzati dalla cattiva polarità tra ossessione dell’Io e ossessione del Noi: individualismo illimitato nella sua versione tarda, narcisistica, e comunitarismo immunitario, che trova difensivamente alimento nel bisogno di un legame sociale ormai eroso...

Rossana Colli, Monica Colli Il mio diario delle emozioni. Comprendere e esprimere rabbia, paura, tristezza e gioia Edizioni Erickson, Gardolo (TN) 2009, pp. 96, €, 17,00 Un diario dove scrivere le proprie riflessioni, annotare le proprie sensazioni, disegnare i propri stati d’animo. Il libro è diviso in 4 capitoli, ognuno dei quali tratta un’emozione diversa: rabbia, paura, tristezza, gioia. Ogni capitolo presenta attività diverse: letture che parlano dell’emozione presa in considerazione, ascolto delle proprie emozioni, scrivere delle proprie emozioni e racconti tratti dalla mitologia.

Anna M. Chilosi, Barbara Cerri Diprassia verbale. Attività di ricombinazione vocalico-sillabica creativa Edizioni Erickson, Gardolo (TN) 2009, pp. 320, € 21,00 I bambini con disprassia verbale hanno gravi difficoltà a produrre sequenzialmente suoni e sillabe. Questo libro propone un percorso di esercizi e attività per il trattamento della disprassia verbale, basato su un metodo elaborato dalle stesse autrici sulla base della loro esperienza clinica. Dopo una introduzione teorica sulla definizione, le caratteristiche cliniche e i possibili trattamenti della disprassia verbale, le autrici presentano il metodo della ricombinazione vocalico-sillabica creativa e propongono numerose schede da utilizzare con i bambini...

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Lorenzo Luatti (a cura di) Educare alla cittadinanza attiva. Luoghi, metodi, discipline Carocci, Roma 2009, pp. 310, € 28,50 Che cosa vuoi dire “educare alla cittadinanza” alla luce dei nuovi fenomeni connessi alla globalizzazione, quali l’annullamento della distanza dovuta a rapidi mutamenti sul piano sociale, economico, culturale, politico, tecnologico, l’aumento delle migrazioni dal Sud al Nord, la nascita di nuovi fondamentalismi? L’educazione civica del passato, mirante a costruire l’identità nazionale, si apre a nuovi obiettivi. Si tratta, infatti, di continuare a garantire la coesione sociale, ma nel quadro di una nuova complessità dovuta alle diverse culture dell’immigrazione. Formare “cittadini del mondo”, anziché una sconsiderata utopia dal sapore illuministico, diviene oggi una necessità. AA. VV. Adolescenti violenti. Contro gli altri, contro se stessi Ponte alle Grazie, Milano 2009, pp. 216, € 15,00 Il “mestiere” dei giovani consiste nel rifiutare il mondo e la cultura degli adulti. La moderna terapia familiare ci insegna che la violenza non va vista come qualcosa di assurdo e di per sé “cattivo”: rabbia e aggressività sono modi con cui gli adolescenti cercano di comunicare, di dirci qualcosa. D’altra parte, nelle cronache degli ultimi anni termini come bullismo, baby gang, “branco”, emo, autolesionismo e suicidio ricorrono sempre più spesso in riferimento ai ragazzi...

Daniela Del Boca, Alessandro Rosina Famiglie sole. Sopravvivere con un welfare inefficiente Il Mulino, Bologna 2009, pp. 137, € 11,50 Le grandi democrazie europee da tempo aiutano le famiglie a crescere i giovani, assistere gli anziani e a creare ricchezza favorendo il lavoro delle madri e di tutte le donne. Questa tradizione non esiste in Italia: le famiglie sono sempre più sole, prive di quel sostegno che migliorerebbe la qualità della vita e favorirebbe lo sviluppo. Del resto rispetto agli altri paesi europei qui sono maggiori le disuguaglianze tra uomini e donne, e rilevanti le ingiustizie nei rapporti tra le generazioni. Anche le disparità territoriali si sono recentemente acuite... Eugenio Tornaghi Il debito dell’ingegnere Todaro Editore, Lugano 2009, pp. 220, € 15,00 Estate 1994. Antonio Cavenago, appena laureato, deve assolvere il servizio di leva obbligatorio presso la Caserma Berghinz. Il giorno prima del suo arrivo Giorgio, un giovane soldato, si è suicidato. Dicembre 2005. Durante un incontro casuale con un ex commilitone, Antonio Cavenago si rende conto che probabilmente l’inchiesta condotta sul presunto suicidio è giunta a conclusioni sbagliate: Giorgio non si è tolto la vita. L’ingegnere, che già dodici anni prima si era trovato coinvolto nel caso, inizia una sua indagine a ritroso nel tempo...

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Matteo Bonazzi Scrivere la contingenza. Esperienza, linguaggio, scrittura in Jacques Lacan Edizioni ETS, Pisa 2009, pp. 309, € 24,00 Quale rapporto intercorre oggi tra la filosofia e la psicoanalisi? Chi parla quando è l’inconscio a dire al di là di ciò che intendiamo dire? Si tratta ancora di un soggetto? E in che modo tutto ciò provoca la filosofia e il suo pensiero? Sono queste le domande che portano il presente volume a ripercorrere l’insegnamento di Jacques Lacan dai suoi «esordi psichiatrici» agli «esiti teatrali»...

François Regnault Conferenze di estetica lacaniana e lezioni romane Quodlibet, Macerata 2009, pp. 200, € 20,00 Se c’è un’etica della psicoanalisi, come viene affermato in una di queste conferenze, non c’è estetica della psicoanalisi. Si rimarrà allora sorpresi che il titolo supponga che ci sia almeno un’estetica lacaniana. Ma il titolo può non implicare neppure questo, ma soltanto che possa esserci dell’estetica lacaniana. Vale a dire che a partire da Lacan possiamo orientarci in più modi: nelle questioni dell’arte, nell’arte di analizzare, nell’antifilosofia e nella catarsi infine, cioè l’arte di gestire gli affetti, i propri e quelli degli altri.

Paolo Ricca Giovanni Calvino. L’altra riforma. Editrice Morcelliana, Brescia 2009, pp. 200, € 15,00 Paolo Ricca ci invita a fare quello che ogni essere pensante dovrebbe avere interesse a fare: liberarci dai cliché e dai pregiudizi. Nel caso di Calvino il primo, e più ingombrante, è quello dello spietato e freddo riformatore, uccisore del mite e ottimo Serveto...

Danilo Dolci Banditi a Partinico Sellerio, Palermo 2009, pp. 444, € 14,00 Danilo Dolci, triestino, si trasferì in Sicilia agli inizi degli anni Cinquanta. Voleva partecipare in prima persona alla rinascita del Meridione. Partì, solo, per Trappeto e Partinico, scoprì una miseria impensabile, una desolazione, un abbrutimento, una ignoranza che facevano dubitare di stare in Italia. Stava in mezzo alla gente, la intervistava, la coinvolgeva: fu il primo in Italia a praticare il digiuno per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e inventò “lo sciopero alla rovescia”, che consisteva nel lavorare volontariamente là dove lo Stato era inerte...

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Dossier: ...Erranze ...Migrazioni

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