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E - IL MENSILE. GIÀ PEACEREPORTER • ANNO VI - N°5- MAGGIO 2012 • EURO 4,00 • PUBBLICAZIONE MENSILE POSTE ITALIANE S.P.A.- SPEDIZIONE IN ABB. POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N°46) ART. 1, COMMA 1, LO/MI

Paesi Baschi.Mario Dondero.Coworking.Marino Magliani MAGGIO 2012

Paesi Baschi speranze di pace Mario Dondero la storia in uno scatto Il Messico in guerra di Ettore Mo E-IL MENSILE MAGGIO 2012 • EURO 4,00

Coworking l’unione fa il lavoro hanno scritto: Angelo Ferracuti.Gino&Michele.Marino Magliani Angelo Miotto.Alessandro Robecchi.Federica Sasso hanno fotografato e illustrato: Luigi Baldelli.Franco Brambilla Massimo Di Nonno.Laila Pozzo.Federica Valabrega


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Intanto si segnala un debutto in società. Emergency compie 18 anni: tanti auguri, che possa smettere di esistere perché non più necessaria. Compie gli anni in un momento difficile e continua ad avere bisogno di tutto il nostro sostegno. Noi, da qui, facciamo il possibile per tradurre in storie, reportage e inchieste la filosofia dell’associazione oggi maggiorenne. Raccontando, per esempio, di come si costruisce la pace (quella vera, non quella a suon di bombe), come stanno provando a fare nei Paesi Baschi, dove si vuole chiudere un’epoca di conflitto sapendo che per farlo è necessaria molta fatica. Einstein disse che «la pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione». Comprendere il proprio carnefice è la cosa più faticosa che si possa chiedere a un essere umano, ma anche costruire la pace non è come andare a un pranzo di gala, come ci racconta il reportage di Angelo Miotto. Si dice sempre che la memoria storica è fondamentale per capire il presente. Questo mese siamo onorati di ospitare Mario Dondero, un grande maestro della fotografia mondiale, che ci racconta da protagonista la storia degli ultimi sessant’anni. Nessuno più di lui ha potuto fotografare così tante parti di un mondo che stava provando a cambiare in meglio, dall’Africa della decolonizzazione alla Parigi dei grandi intellettuali; dall’Afghanistan alla guerra di Spagna. Indaghiamo anche il mondo della ricerca travolto da quella mancanza di investimenti che sta impoverendo drammaticamente il futuro del nostro Paese, sempre più avvitato in recessione perché si sceglie di continuare a raschiare un barile, che ormai è diventato lucido come uno specchio, invece di cercare le risorse per la crescita dove si possono trovare. Ovvero tra chi, negli ultimi decenni, ha accumulato enormi ricchezze. Raccontiamo anche di come si possa provare a superare questa crisi, con l’ingegno e anche con la condivisione dell’impegno. Qualcuno, oltre centocinquant’anni fa, scrisse: “Lavoratori di tutto il mondo unitevi”. Parlava di tutt’altro, ma è pur vero, come ci raccontano le esperienze di New York e di Milano che abbiamo scelto per la copertina, che l’unione fa la forza, anche e forse soprattutto nel lavoro. Diamo infine il benvenuto ad Alessandro Robecchi, che da questo mese si aggiunge alla nostra – bella, si può dire? – compagnia. E siamo contenti di uscire oggi, il 25 aprile. Festa della Liberazione dal fascismo, dal nazismo e dalla guerra, splendidamente celebrata da uno scritto del direttore Gianni Mura. Buona (e libera) lettura. Maso Notarianni

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l’editoriale

proviamo a capirci


in questo numero 5 le storie

Antimafia a teatro di Federica Tourn foto di Cristina Mastrandrea

Sopravvivere di Michele Primi foto di Luca Tommasini

Dal nulla, dal basso di Giulia De Luca foto di Andrea Fagioli

Messaggio in bottiglia di Giulia Bondi

Con la mia testa di Andrea Ballone

12 il reportage

La ricognizione del dolore Paesi Baschi, c’è una riconciliazione possibile? E la memoria delle vittime di fronti opposti arriverà a costruire un racconto condiviso? Intanto Madrid tace dopo la proposta unilaterale della sinistra basca e l’annuncio della fine delle azioni armate da parte di Eta di Angelo Miotto foto di Massimo Di Nonno

30 le cronache

L’unione fa il lavoro Scoprire come si fa, mettendosi insieme, a realizzare buone idee. In uno spazio di Brooklyn che conserva echi degli anni Settanta, in un loft di Milano affittato da un’architetta coreana di Federica Sasso e Valentina Redaelli foto di Federica Valabrega e Germana Lavagna

40 l’incontro

Il mestiere della memoria Con Mario Dondero, fotografo che ha visto e vissuto la seconda metà del secolo breve senza paura di prendere parte, nulla è scontato. Così accade che arrivi in redazione e con lui si scelgano e si commentino le foto che accompagnano questa intervista di Angelo Ferracuti foto di Mario Dondero

in copertina foto di Laila Pozzo

56 il fumetto

Alda Merini La vita tormentata – in mezzo l’esperienza dell’ospedale psichiatrico – e la profonda vena artistica di una grande poetessa scritto e disegnato da Silvia Rocchi

66 il portfolio

104 domani

Musica di Carlo Boccadoro Documentario di Matteo Scanni Cinema di Barbara Sorrentini Teatro di Simona Spaventa Arte di Vito Calabretta Design di Claudia Barana Libri di Alessandra Bonetti Rete di Arturo Di Corinto

Anche il vento ha paura Miguelito faceva la seconda elementare e stava giocando a calcio. L’unica sua colpa è stata di vivere a Ciudad Juárez, la città che la Guerra dei narcos ha reso una delle più “cattive” del pianeta e la capitale mondiale del femminicidio

110 sul campo

foto di Luigi Baldelli con un testo di Ettore Mo

le rubriche

82 le cronache

La perdita Le logiche delle multinazionali farmaceutiche hanno provocato l’espulsione di centoventi ricercatori. Queste sono le loro storie, con loro se ne vanno anni di studio di Iaia Deambrogi

88 il viaggio

E adesso pedala Attraverso Pechino e le sue molteplici trasformazioni: da città dell’imperatore a gloria del Partito comunista, oggi demolisce e costruisce in omaggio al potere dei soldi di Gabriele Battaglia foto di Thomad Hoepker, Stuart Franklin, Ian Teh

96 il racconto

Il cane da ferma e riporto Io sono bravo a stanare e a inseguire e poi riporto. Sono figlio di un trasperso, mio padre fu abbandonato dal padrone. E, sul molo, incontrò mia madre

Avere un figlio è un diritto Bangui sta nella Repubblica Centrafricana: nel centro pediatrico di Emergency ha partorito Lucie di Emanuele Rossini foto di GiBi Peluffo

28 Robe di Alessandro Robecchi 38 Grill di Till Neuburg 39 Spiriti liberi di Giulio Giorello 54 Buen vivir di Alfredo Somoza 55 Decoder di Violetta Bellocchio 55 .eu di Stefano Squarcina 62 Mad in Italy di Gianni Mura 80 Televasioni di Flavio Soriga 81 Polis di Enrico Bertolino 81 Parola mia

di Patrizia Valduga

di Claudio Bisio

94 Pìpol di Gino&Michele 95 La posta del cuore 108 La posta di E 112 Per inciso di Gino Strada

il nostro osservatorio 52 Casa dolce casa 64 Buone nuove 78 L’Italia è una Repubblica

fondata sul lavoro

86 Cessate il fuoco

di Marino Magliani illustrazioni di Franco Brambilla

Ci vediamo in edicola dal 25 maggio con il numero di giugno


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E - IL MENSILE MAGGIO 2012

con noi

www.eilmensile.it

Direttore responsabile Gianni Mura Condirettore Maso Notarianni Art director Federico Mininni Caporedattori Angelo Miotto ◆ Assunta Sarlo Redattori Gabriele Battaglia ◆ Christian Elia ◆ Luca Galassi

Alessandro Grandi ◆ Antonio Marafioti ◆ Enrico Piovesana Valentina Redaelli ◆ Nicola Sessa Stella Spinelli ◆ Alberto Tundo Photoeditor Marta Posani ◆ Germana Lavagna Videoeditor Claudia Pozzoli Segreteria di redazione Silvina Grippaldi Hanno collaborato Ale+Ale ◆ Lorenzo Bagnoli ◆ Luigi Baldelli ◆ Andrea Ballone ◆ Claudia Barana Violetta Bellocchio ◆ Enrico Bertolino ◆ Nana Bianca ◆ Claudio Bisio ◆ Carlo Boccadoro Giulia Bondi ◆ Alessandra Bonetti ◆ Franco Brambilla ◆ Vito Calabretta ◆ Casa delle donne per non subire violenza Bologna ◆ Anna Cola ◆ Alfredo D’Amato Iaia Deambrogi ◆ Giulia De Luca ◆ Danilo De Marco ◆ Arturo Di Corinto ◆ Massimo Di Nonno ◆ Tim Dirven ◆ Mario Dondero ◆ Elfo ◆ Andrea Fagioli ◆ Angelo Ferracuti Stuart Franklin ◆ Maurizio Galimberti ◆ Gino&Michele ◆ Giulio Giorello ◆ Massimo Grimaldi ◆ Guido Guarnieri ◆ Thomas Hoepker ◆ Vincent Kessler ◆ Paolo Lezziero Marino Magliani ◆ Maddalena Masera ◆ Cristina Mastrandrea ◆ Ettore Mo ◆ Till Neuburg ◆ Annamaria Palo ◆ GiBi Peluffo ◆ Felix Petruška ◆ Laila Pozzo ◆ Michele Primi ◆ rassegna.it ◆ Alessandro Robecchi ◆ Silvia Rocchi ◆ Sergio Ronchi ◆ Emanuele Rossini ◆ Borislav Sajtinac ◆ Federica Sasso ◆ Matteo Scanni ◆ Alfredo Somoza Flavio Soriga ◆ Barbara Sorrentini ◆ Simona Spaventa ◆ Stefano Squarcina Gino Strada ◆ Ian Teh ◆ Susanna Teodoro ◆ Luca Tommasini ◆ Federica Tourn Federica Valabrega ◆ Patrizia Valduga

Luigi Baldelli

Ettore Mo

È da più di quarant’anni inviato speciale del Corriere della Sera ed è una delle firme storiche del giornalismo italiano. Ha scritto reportage su tutti i più importanti avvenimenti internazionali e ha vinto i più prestigiosi premi di giornalismo. Gli piace raccontare le storie e il lato umano delle persone. Ha pubblicato diversi libri con Rizzoli. Dal 1995 inizia la sua collaborazione professionale con Luigi Baldelli. Insieme sono stati a Ciudad Juárez, in Messico, dentro la Guerra dei narcos.

E - IL MENSILE già PeaceReporter

Publicitas International Spa

via Besana, 9 - 20122 Milano Tel 02 55194385 - Fax 02 55199019 - Cell 335 5452015 www.publicitas.com/italy Stampa Nuovo Istituto Italiano Arti Grafiche Spa via Zanica, 92 - 24126 Bergamo Distribuzione M-dis Distribuzione Media Spa via Cazzaniga, 19 - 20132 Milano - Tel 02 25821 - Fax 02 25825306 Distribuzione in libreria: Joo Distribuzione, via F. Argelati, 35 - 20143 Milano Servizio abbonamenti e arretrati Picomax Srl viale Sondrio, 7 - 20124 Milano Tel 02 77428040 - Fax 02 76340836 Arretrati 8 euro

Angelo Miotto

Classe 1969. Quindici anni di Radio Popolare, prima di approdare come caporedattore a PeaceReporter, oggi E-il mensile online. Premio Baldoni, Bizzarri e Anello debole con documentari sulla questione basca e sull’uranio impoverito. Fondatore dell’ensemble di musica contemporanea Sentieri selvaggi. Autore del libretto d’opera Non guardare al domani su Aldo Moro. Ha scritto il reportage La ricognizione del dolore.

Alle biblioteche carcerarie che ne facciano richiesta verrà attivato un abbonamento omaggio

www.eilmensile.it

Massimo Di Nonno

Nato nel 1968 a Campobasso. Ex odontotecnico (per dodici anni), idealista stanco degli idealismi, da nove anni si guadagna da vivere scattando foto. È appena tornato dai Paesi Baschi.

www.emergency.it

È nata nel 1956 a Milano, dove per ora vive. Ha iniziato a fare la giornalista sul Corriere di Novara nel 1975 e poi al manifesto, a Radio Popolare, ad Ambiente&Lavoro, a EdizioniAmbiente. Poi un salto nel mondo degli uffici stampa e della comunicazione per poi tornare a scrivere. Qui ha incontrato i ricercatori che hanno perso i loro laboratori e ora dovranno inventarsi una nuova vita.

Valentina Redaelli

Resp. trattamento dati (D. Lgs. 30.06.2003, n.196) Gianni Mura

La nostra carta Questo giornale è stampato su carta certificata PEFC

Alessandro Robecchi

Giornalista e autore satirico e televisivo. Scrive sul manifesto, Micromega e altre testate. In tivù conduce “Doc3” (RaiTre) ed è tra gli autori di Maurizio Crozza. È stato caporedattore di Cuore, ha fatto il critico musicale (l’Unità e Il Mucchio Selvaggio) e il direttore dei programmi di Radio Popolare Network. Il suo ultimo libro è Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza). Con questo mese inaugura la rubrica Robe.

Iaia Deambrogi

Agenzie fotografiche ed editori Agence Vu ◆ BeccoGiallo ◆ Buenavista ◆ Contrasto ◆ Emblema ◆ Fotolia Fototeca storica nazionale Ando Gilardi ◆ Getty Images ◆ Luz ◆ Magnum Photos Panos ◆ Parallelozero ◆ Reuters Redazione e amministrazione via Vida, 11 - 20127 Milano - Tel 02 801534 - Fax 02 26809458 segreteria@e-ilmensile.it Edito da Dieci dicembre Scarl via Vida, 11 - 20127 Milano Reg. Trib. Milano n. 363 del 01/06/07 Presidente Maso Notarianni Amministratore delegato Rosanna Devilla Amministrazione Annalisa Braga Responsabile IT Stanislao Cuzzocrea Concessionaria pubblicità

È fotografo professionista dal 1987. Ha seguito i principali avvenimenti nazionali e internazionali, viaggiando in tutti i continenti. Le sue foto sono state pubblicate sulle più importanti riviste italiane e straniere. Ha esposto in mostre collettive e personali. Nel 1995 inizia una collaborazione professionale con Ettore Mo.

È nata nel 1979. Dopo una laurea in Lingue e letterature straniere, ha lavorato a Diario, per cui ha scritto reportage dall’Italia e da altri Paesi europei, e a Radio Popolare, dove si è occupata soprattutto di esteri. È redattrice di E dal primo numero. Su questo racconta il coworking a Milano.

Angelo Ferracuti

Ha pubblicato raccolte di racconti, romanzi e reportage, tra i quali Attenti al cane (Guanda, 1999), Nafta (Guanda, 2000), Un poco di buono (Rizzoli, 2002), Le risorse umane (Feltrinelli, 2006, Premio Sandro Onofri), Viaggi da Fermo (Laterza, 2009). Scrive per il manifesto. Ha incontrato per noi il fotografo Mario Dondero.

Germana Lavagna

Nata nel 1983 a Genova, dopo gli studi in Filosofia a Milano si è trasferita a New York. Lì ha comprato la sua prima macchina fotografica con cui ha girato per Venezuela, India, Messico, Sudafrica e Stati Uniti. Per questo giornale cura l’editing fotografico e con i suoi scatti collabora alla produzione dei multimedia. Sono sue le foto di The Hub Milano.


storia 68 - Anna Carabetta

Antimafia a teatro

storia raccolta da

Federica Tourn foto

Cristina Mastrandrea Anna Carabetta, 62 anni, è autrice, regista e attrice di teatro, ma ha lavorato anche per la televisione e il cinema. Calabrese di origine e “di ritorno”, vive a Roma. Ha cominciato a recitare quasi per caso a Torino, nel 1982, interpretando Il pellicano di Strindberg. Convinta che la passione, anche erotica, sia il motore delle scelte di uomini e donne, ama in particolare i personaggi femminili forti ed estremi come Fedra, Medea, Molly Bloom. È tra le fondatrici del comitato nazionale di Se non ora quando e in questi mesi, in coppia con Maria Marino, porta in giro per l’Italia lo spettacolo di Cristina Comencini Libere. Ha iniziato a scrivere il suo primo romanzo.

A Locri sono tornata soltanto dopo la morte di mia madre. Per trent’anni non ci avevo più messo piede: la mia famiglia era emigrata a La Spezia quando ero bambina. Ma quando mia mamma si è ammalata, le zie sono venute per accudirla e lei ha ripreso a parlare in dialetto: in casa si è ricreato all’improvviso un microcosmo calabrese, con gli odori e i sapori della mia infanzia, che mi ha costretta a fare i conti con la mia storia. Subito dopo viene ammazzato il vicepresidente regionale Francesco Fortugno: gli sparano mentre è al seggio a votare per le primarie. Un fatto clamoroso, i ragazzi di Locri si riversano per le strade con uno slogan disperato: “Ammazzateci tutti”. E così ho scritto I giovani Holden, per dare voce alla loro adolescenza fatta di paura e vergogna: quasi tutti avevano almeno un parente ucciso, latitante o in galera. Arriva l’estate del 2007 e a Duisburg la ’ndrangheta uccide a bruciapelo sei uomini in un regolamento di conti. Ho subito pensato di portare il nostro spettacolo lì, per far vedere che c’è anche una Calabria che non si arrende. Con noi sono venuti diversi politici locali. Nonostante il clima di festa, mi sembrava di avvertire un’atmosfera strana. Ricordo che il vicesindaco di Duisburg si è avvicinato e mi ha detto all’orecchio: «Ma secondo lei la mafia c’è stasera?». E dopo, a sipario

calato, uno dei nostri accompagnatori mi fa: «Ora che sei salita sul carro, stai zitta». Con tanto di dito allusivo davanti alla bocca. Per me è stato come prendere la scossa. Ho scritto di getto un altro spettacolo, Foragabbu, parola calabrese che significa “Dio ce ne scampi!”, sul raduno annuale dei boss al Santuario della Madonna di Polsi, a San Luca. Il mio biglietto da visita d’ora in avanti doveva essere chiaro, nessuno doveva più pensare di potermi intimidire. Il giorno della rappresentazione, a Locri, davanti alla scuola viene ucciso un padre che va a prendere il figlio. Sconvolti, andiamo lo stesso in scena. In platea il gelo è palpabile. Alla fine una sarta, che avevo ingaggiato per l’occasione, mi dice: «Anna, basta parlare di queste cose, per noi questo non è teatro, è la realtà». Le ho chiesto scusa: ho poi saputo che aveva un figlio latitante. In quel momento ho davvero capito la gabbia in cui vivono. Simona Napoli, figlia del capobastone di Melicucco, viene fatta sposare a 13 anni a un mafioso; a 24 si innamora di un elettrauto di Marina di Gioia Tauro, i due iniziano una relazione. Il padre viene a saperlo e glielo ammazza sotto gli occhi: lei non ci pensa un attimo e va dalla polizia. Ora vive sotto protezione. Proprio per sostenere Simona, l’8 marzo scorso siamo andate a Melicucco con un testo sulla violenza, Ragazze interrotte, ma in sala non c’era nessuno di Gioia, perché i due paesi, confinanti, sono in lotta. La colpa, mi spiegano, è di Simona, «la zoccola che ha denunciato». È proprio questa mentalità che va cambiata. I segnali ci sono: sono diventate collaboratrici di giustizia anche Giuseppina Pesce, che ha denunciato suo padre, boss di Rosarno, Lea Garofalo e Maria Antonietta Cacciola, entrambe morte per essersi ribellate alla cultura familista che le opprimeva. Queste ragazze, insieme alle sindache Elisabetta Tripodi a Rosarno e Maria Carmela Lanzetta a Monasterace, (che poi si è dimessa per le minacce subite) sono il vero risveglio della Locride. Per questo ho voluto creare qui un comitato di Se non ora quando, che lavori sulla legalità: oggi il gruppo conta già quindici donne, un risultato straordinario per un territorio così segnato dalla criminalità organizzata. Non è tutto: nel mio paese verrà costruita la Casa delle Donne, dove potranno finalmente incontrarsi fuori casa e darsi forza a vicenda.

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storia 69 - James “Rocky” Robinson

Sopravvivere storia raccolta da

Michele Primi foto

Luca Tommasini

Nel 1988 il servizio di soccorso medico qui a BedfordStuyvesant era praticamente inesistente. Era scoppiata l’emergenza crack, in un anno ci sono stati seicento omicidi e ventimila rapine, sparatorie e feriti ogni giorno, ma le ambulanze non arrivavano mai in tempo. Lo so bene, perché io ci lavoravo. Ero un paramedico della Ems di New York. Conoscevo la mentalità, a nessuno interessava se un ragazzo di Bed-Stuy rimaneva per terra in una di queste strade. Io vengo dal quartiere. La mia gente, i miei amici, potevano rimanere in attesa di un’ambulanza per più di mezz’ora. È stato allora che ho pensato di organizzare un servizio di volontariato. L’ispirazione è venuta da Hatzolah, il corpo di medici volontari della comunità ebraica di Williamsburg. Perché non potevamo avere un servizio del genere anche qui a Bed-Stuy? Le persone sono persone e vanno aiutate a prescindere dal colore della pelle. È diventata la mia missione. Sono andato a parlare con le autorità locali, ma nessuno credeva nel mio progetto. Nel 1989 sono passato all’azione, insieme a un collega portoricano, Joe Perez. Quando gli ho proposto di organizzare un servizio di pronto soccorso per la gente

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di Bed-Stuy mi ha risposto: «Comandante, la seguirò fino alle porte dell’inferno». Avevamo un kit di pronto soccorso, bombole di ossigeno e una radio sintonizzata sulle frequenze della polizia. Ed eravamo preparati per gestire ogni situazione di emergenza. Le chiamate erano quasi tutte legate a problemi di droga e guerre tra gang: sparatorie, risse, regolamenti di conti. Passavamo la notte in strada e ogni volta che qualcuno chiamava il 911 correvamo per prestare il primo soccorso in attesa dell’ambulanza. Usavamo la mia macchina, a volte andavamo a piedi, e arrivavamo sempre prima. Così è nato Bed-Stuy Volunteer Ambulance Corps, ventiquattro anni fa. Ci siamo costruiti una reputazione nel quartiere, chiamata dopo chiamata. La nostra prima sede era un edificio abbandonato all’angolo tra Green Avenue e Marcus Garvey Boulevard. Ho cominciato a reclutare gente della zona, andavo nei centri di recupero per alcolisti e tossicodipendenti e dicevo: «Volete fare qualcosa per voi stessi? Aiutate gli altri». Credo che ci sia una seconda opportunità per tutti. Insegnavamo le tecniche di pronto soccorso anche ai ragazzini delle gang. Questa è la mia squadra, gente di strada in cerca di una via di uscita. In tutti questi anni ho visto ragazzi diventare medici, pompieri o poliziotti. Quella che ora è la nostra sede era un deposito di auto abbandonate e una crackhouse. Le donne si prostituivano nelle auto per comprare il crack. Siamo entrati, abbiamo ripulito


tutto e messo questo piccolo prefabbricato con le nostre insegne. I trafficanti hanno cercato di uccidermi, hanno sparato alle finestre e ammazzato il mio cane. Ma siamo andati avanti. Oggi qui ci sono trecento ragazzi che studiano per diventare paramedici. Organizziamo corsi di tre mesi e mezzo, sette giorni alla settimana, con cinque insegnanti. Dopo il corso i ragazzi possono iscriversi all’esame di Stato per diventare paramedici. Molti di loro non sono andati a scuola, hanno difficoltà a leggere e scrivere, ma abbiamo una percentuale del 96 per cento di promossi. Scommettiamo su ognuno di loro e non abbandoniamo nessuno. I più giovani hanno dodici anni, li chiamo i miei “Trauma Troopers”. A diciassette anni diventano “Rocky’s Angels” e quando escono da qui possono trovare un buon lavoro. È un modo per non farli stare in strada. Io gli insegno a guardare oltre i confini del ghetto in cui sono cresciuti. Due anni fa siamo andati ad Haiti durante l’emergenza terremoto. Ho diffuso la notizia su internet e in pochi giorni qua fuori c’era una fila di persone pronte a partire. Il procuratore generale di New York ha cercato di fermarmi, dicendo che stavo operando senza autorizzazione. Ho anche acceso un’ipoteca di diecimila dollari sulla mia casa per finanziare il viaggio. Dopo tre giorni ho ricevuto due chiamate, una da Wyclef Jean e una da John Travolta: avevano messo a disposizione un aereo. Centosessantasette dei miei uomini sono partiti

e hanno allestito un ospedale da campo, hanno fatto nascere trenta bambini, curato centinaia di vittime e mio nipote è stato ripreso dalla Cnn mentre tirava fuori un uomo dalle macerie. Siamo tornati ad Haiti altre sei volte, e io sono stato premiato con il titolo di Doctor of Humanities. Molti si chiedono come sia riuscito a fare questo, io rispondo: «Con l’aiuto di Dio e con la convinzione che tutto è possibile». Eppure, nonostante tutto, continuiamo a non avere nessun aiuto da parte dello Stato. Ci finanziamo attraverso donazioni private che arrivano da ogni parte del mondo. Abbiamo quattro ambulanze, ma una sola funziona perché non abbiamo i soldi per pagare l’assicurazione e il mantenimento delle altre. Se avessi più soldi potrei far lavorare molte persone. Ho chiesto di prendere in gestione il pronto soccorso del nuovo palazzetto dei New Jersey Nets che stanno costruendo qui a Brooklyn, ma non ho avuto nessuna risposta. Qual è il motivo? Il razzismo. Questo è un quartiere in cui se non ci aiutiamo da soli nessuno ci aiuta. La gente qui mi considera un eroe, ma a nessuno interessa un eroe afroamericano. Ognuno dovrebbe avere le stesse opportunità. Io non sono un politico, credo solo nella verità. Volete fermare la violenza? Date un lavoro alle persone, fateli sentire fieri di far parte della società.

L

James Robinson ha 72 anni, undici figli naturali e quaranta adottivi, ed è un paramedico della Ems (Emergency Medical Service) di New York in pensione. Dal 1989 coordina il Bed-Stuy Volunteer Ambulance Corps, una struttura di soccorso che opera in una delle zone più difficili di Brooklyn, Bedford-Stuyvesant. Ricevono fino a 160 chiamate al mese. Hanno una sola ambulanza funzionante, donata dalla Pfizer grazie al deputato Ed Towns. Non hanno mai ricevuto finanziamenti pubblici da parte del governo Usa.


storia 70 - La Garganta Poderosa

storia raccolta da

Giulia De Luca foto

Andrea Fagioli

La Garganta Poderosa è un mensile argentino fondato nel gennaio del 2011. La redazione è composta da una ventina di persone molto giovani (la più anziana ha 28 anni). Tutti provengono dalle baraccopoli di Buenos Aires: volevano creare una rivista che mostrasse il lato positivo dei loro quartieri. Dalle tremila copie del primo numero, in un anno, sono arrivati a venderne più di ventimila al mese.

Qui nelle villas, nelle baraccopoli, siamo abituati a ricevere visite di persone in cerca di voti che spariscono sempre poco dopo le elezioni. Per questo quando Kiki aveva quattro anni e ha incontrato i responsabili della Poderosa, un’ong che prende il nome dalla moto di Che Guevara, la prima cosa che ha chiesto è stata: «E voi quando ve ne andrete?». Ma i ragazzi della Poderosa non se ne sono andati e otto anni dopo abbiamo creato insieme a loro La Garganta Poderosa (letteralmente “la gola potente”), una rivista villera, scritta da gente della villa, per gente della villa. Perché scriviamo nello stesso linguaggio che qui si usa quotidianamente, e quindi tutti ci possono capire. Non come alcuni giornali che per essere letti e compresi richiederebbero l’uso di un vocabolario. Quando parliamo della rivista lo facciamo sempre a nome di tutti e mai di uno solo perché non ci sono differenze tra noi. Siamo una ventina e tutti collaboriamo allo stesso modo. Rimanendo uniti siamo riusciti a vendere con alcuni numeri 22mila copie e siamo partiti da zero. La sede è qui, nella villa Zavaleta, in via Ernesto Che Guevara. Noi veniamo dalle diverse villas di Buenos Aires, eletti da un comitato di quartiere che

sceglie il proprio rappresentante che darà un contributo alla rivista. Qui nella redazione ci sono i ritratti e le foto di tutti i personaggi a cui ci ispiriamo e in particolare dell’unico che riconosciamo come redattore capo: Rodolfo Walsh, scrittore e giornalista argentino, sequestrato e ucciso dalla dittatura nel 1977. Per noi è un esempio da seguire. A lui, e a tutti gli altri compañeros, è dedicata La Garganta Poderosa. Tutto quello che ci serviva per il primo numero lo abbiamo organizzato in meno di tre mesi, i computer ci sono stati donati in forma anonima; per finanziare la stampa della rivista abbiamo fatto tornei di carte, concorsi, riffe. Riquelme, il calciatore del Boca Juniors, è stata la nostra prima copertina, a gennaio del 2011. Era piena estate e, come ogni anno, siamo andati tutti sulla costa per far conoscere il mare ai ragazzi e abbiamo deciso di portare con noi le copie della Garganta. Ci eravamo fatti le magliette e volevamo distribuire il primo numero nella piazza pedonale. Quasi subito però sono arrivati i poliziotti per cacciarci e, quando un signore ha preso le nostre difese mettendosi in mezzo, hanno cominciato a picchiarci. Ai più piccoli non è successo nulla, ma i cinque più grandi hanno passato la notte in carcere e la polizia ci ha sequestrato la rivista. Per fortuna le Madri di Plaza de Mayo hanno saputo dell’accaduto e spontaneamente hanno convocato la stampa raccontando i fatti e prendendo le nostre difese. L’ufficiale responsabile del commissariato della zona è stato rimosso. E Carlitos Tévez – uno dei più forti calciatori argentini, attualmente al Manchester City, originario di Fuerte Apache, quartiere difficile di Buenos Aires – si è fatto fotografare sulla copertina della Garganta con in testa il copricapo delle Madri. Poi, è successo il miracolo. El Diego (Maradona) si è fatto intervistare. Gli abbiamo chiesto: «Diego, perché ci hai ricevuto? Siamo solo dei villeros». Lui ci ha risposto: «Proprio per questo». Poco dopo ha accettato anche Messi. Noi cerchiamo di partire dal basso per costruire qualcosa, ecco perché a Kiki è venuta l’idea di mettere i titoli in fondo al pezzo. «Noi siamo la base», ci ha detto una volta, «quindi mettiamoli sotto». Abbiamo anche deciso di eliminare le cosiddette cinque “w” nelle prime righe del pezzo, perché a noi ne interessa solo una: why, perché.

T

Dal nulla, dal basso


storia 71 - Andrea Mazzucchi

Messaggio in bottiglia A fare la birra ci siamo finiti quasi per caso. La prima idea che era venuta a me e Michele, io agronomo, lui veterinario, era una fattoria. Ci sembrava un bel modo per fare lavorare giovani disabili. Troppo spesso i posti di lavoro protetti riservati a questi ragazzi prevedono mansioni ripetitive, prive di soddisfazione. Il lavoro in campagna, pensavamo, è diverso. Era l’estate del 2005 quando ci siamo messi a cercare finanziamenti e spazi. Stranamente, la cosa più difficile da trovare sembrava il terreno e solo nel 2007 è arrivata l’opportunità del podere Orsetta vecchia, in via degli Orsi a Crevalcore: una stalla e una casetta circondate da un po’ di terra, che però era già affittata ad altri contadini. Avevamo i muri, ma niente da coltivare, e la soluzione è arrivata in un boccale: Enrico e Roberto, due dei nostri educatori, da qualche tempo facevano la birra in casa. Così abbiamo adattato, ristrutturato e coibentato gli ambienti e messo in piedi il microbirrificio. La prima “cotta” di birra Vecchia Orsa, circa 80 litri, l’abbiamo fatta il 13 febbraio del 2008, e dopo poco tempo abbiamo adattato l’impianto per poter aumentare i volumi di produzione, fino a 150-200 litri per volta. Eppure, non tutto funzionava a dovere. Nei primi mesi di attività avevamo troppo scarto. Sono stati momenti molto frustranti. Per i giovani disabili che lavoravano con noi era come un fallimento personale, anche se in realtà i nostri errori erano tecnici, nella macinatura del luppolo, nell’uso del lievito, in alcune ricette da migliorare. Stavamo quasi per chiudere, quando è arrivato il nostro angelo custode: un tecnico dell’Heineken in pensione, Giovanni Maccagnan, che tra assaggi, verifiche e controlli ha corretto, giorno dopo giorno, i nostri errori. Fino a quando, a inizio 2010, la nostra birra Blonde è arrivata seconda al premio Birra dell’anno

nella fiera più importante del settore, Pianeta birra di Rimini. Io non c’ero, ma ho seguito tutta la giornata in collegamento telefonico, con Michele e gli altri che mi mandavano decine di sms. Le birre in gara erano più di trecento da novanta birrifici artigianali diversi, e per noi era già una soddisfazione enorme essere stati selezionati. A quel punto non potevamo più mollare. Oggi abbiamo sei tipi di birra, dalla Blanche, estiva, alla Stout, una scura da otto gradi, e Slow Food ci ha insignito, unico birrificio in Emilia Romagna, della sua chiocciolina. Anche perché noi, slow, lo siamo davvero. Dentro al birrificio facciamo quasi tutto a mano, e anche un lavoro apparentemente noioso come l’etichettatura, per un giovane con difficoltà cognitive diventa un impegno importante. Ora però, se vogliamo andare avanti, è il momento di crescere ancora. Quest’anno il pareggio di bilancio è stato faticoso. Abbiamo sfruttato gli impianti al massimo, ma se restiamo così piccoli non possiamo pensare di essere sostenibili economicamente. Ci serve una nuova sede, abbiamo già individuato un capannone che potrebbe fare al caso nostro, dove riusciremmo a installare una produzione di un migliaio di ettolitri l’anno, e creare anche uno spazio per la degustazione. Per i ragazzi, avere il pub aziendale dove servire la birra sarebbe un ulteriore motivo di orgoglio. Abbiamo un business plan con cui stiamo bussando alla porta di banche, fondazioni e società di leasing. Abbiamo il marchio e le conoscenze accumulate in questi anni, ma di strada da fare ce n’è ancora tanta. È come una maratona in cui il traguardo si sposta ogni minuto un po’ più avanti.

Z

storia raccolta e fotografata da

Giulia Bondi

Andrea Mazzucchi, 46 anni, vive a Piumazzo, in provincia di Modena. Laureato in Agraria, imprenditore agricolo e allevatore, ha ideato insieme a Michele Clementel la cooperativa sociale Fattoriabilità e il microbirrificio Vecchia Orsa di Crevalcore (Bo), che dal 2007 dà lavoro a una decina di soci, metà dei quali disabili. Tetraplegico, Andrea ha corso diverse maratone (da New York al Sahara) ed �� stato tedoforo per le Olimpiadi invernali di Torino 2006.


storia 72 - Ivana Caporale

Con la mia testa

storia raccolta da

Andrea Ballone

Ivana Caporale ha 46 anni e vive a Rivoli, a due passi da Torino. Disoccupata, dopo una vita come venditrice e impiegata commerciale, non trova lavoro a causa della sua alopecia. Ha posato per un calendario realizzato da un fotografo che ha deciso di valorizzare in senso generale la diversità.

«Non possiamo assumerla perché sembra malata». La mia malattia? Una sola: la calvizie o alopecia. Nella società dell’immagine una donna senza capelli non è gradita. È così che mi trovo disoccupata a 46 anni. Qualche datore di lavoro mi suggerisce: «Perché non si mette una parrucca? Non ci sarebbe più nessuna difficoltà». La risposta è semplice: perché otto ore con in testa una parrucca significa sudare, sentire caldo e avere mal di testa per tutto il resto del tempo. Ma soprattutto perché non voglio più nascondermi dietro a niente. Se indosso un cappello lo faccio solo ed esclusivamente perché ho freddo o perché ne ho voglia. In alcune aziende nemmeno mi fanno il colloquio, appena vedono il mio curriculum, con foto, mi chiamano e mi dicono che il mio profilo non interessa, specificando addirittura il motivo. Ho cominciato a perdere i capelli quando ero bambina. Già si intravedevano le prime chiazze. Era la paura principale di mia madre, che non ha fatto nulla per mettermi a mio agio. Per lei era motivo di imbarazzo e vergogna. Poi a trent’anni, nel giro di poco tempo, ho avuto le due figlie. È stato un periodo di forte stress. Ero sola, con un marito assente e le bambine da crescere, in poco tempo mi sono caduti tutti i capelli. L’unico mio desiderio era quello di chiudermi in casa. Ma non potevo, perché dovevo fare la spesa, portare le bimbe a scuola e occuparmi della famiglia. L’unico rimedio sono state le bandane e i cappelli. Quel che è peggio è che il mio ex marito non ha trovato di meglio da fare che chiamarmi “Auschwitz”. Per anni mi sono divisa tra vari centri di cura e le peggiori lozioni, ma niente da fare. Potevo soltanto rassegnarmi: il mio è un problema incurabile. Lo so esistono malattie più gravi, ma non avere i capelli per

una donna è una menomazione, purtroppo. Quel senso di inadeguatezza io sono riuscita a superarlo. Grazie innanzitutto a un fotografo, che è riuscito a valorizzare la mia femminilità. Mettermi in posa davanti all’obiettivo mi ha fatto sentire bella e orgogliosa di me. Così ho detto addio alle parrucche con le quali stavo sempre male. Eppure il calvario non era finito. Anzi iniziava proprio in quel momento. Avevo sempre lavorato come commerciale in varie aziende. Il mio ultimo impiego era nel settore telemarketing. Quando l’azienda mi ha licenziata mi sono trovata a quasi cinquant’anni di nuovo alla ricerca di un lavoro. Ero disposta a tutto. Anche a trasferirmi in Albania a dirigere un call center, ma nemmeno in quel caso mi hanno voluto. Dovevo ricominciare da capo, nonostante i 26 anni di esperienza alle spalle. Così mi sono messa alla ricerca di un impiego in un periodo economico tutt’altro che facile. A questo si è aggiunta la discriminazione. Dal luglio del 2009 ho sostenuto una decina di colloqui, tutti con esiti disastrosi. Mi hanno proposto contratti ridicoli: telelavoro per meno di mille euro, per esempio, con spese telefoniche a mio carico. Quando si trattava poi di mansioni a contatto con il pubblico arrivava la risposta secca: «Non possiamo affidare questo lavoro a una donna senza capelli». E dire che io ho sempre lavorato come commerciale, incontrando ogni giorno tante persone. In un centro odontoiatrico non mi hanno voluto alla reception dicendomi la cosa che più mi ha offeso: «Vedendola senza capelli i nostri clienti potrebbero pensare che lei sia malata».

Q


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La ricognizione del dolore

di

Angelo Miotto

foto Massimo [buenavista]

Di Nonno

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Paesi Baschi. Il tempo della politica è sospeso: la proposta della sinistra basca, dopo la quale Eta ha deposto le armi, è stata accolta dal grande silenzio di Madrid. Ma è tra le vittime di fronti opposti che si fa strada, con fatica, il bisogno di un racconto comune. È possibile, ci si chiede, arrivare a una memoria condivisa? L’unica certezza è che, senza, sarebbe come costruire una casa sulla sabbia


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Le quattro di mattina. Il telefono in casa di Roberto Manrique, a Barcellona, suona. Eta, organizzazione armata basca, ha annunciato la fine delle sue azioni; il 20 ottobre del 2011 entra nella storia. Dopo mezzo secolo le armi tacciono. Il telefono suona. Manrique, macellaio al supermercato Hipercor sopravvissuto all’attentato del 19 giugno del 1987, risponde. È suo figlio. Piange. «Papà, finalmente nessun altro bambino dovrà sopportare tutto quello che abbiamo sopportato noi». «Piccoli passi, ci servono pochi passi in avanti. Se io fossi il governo spagnolo farei un passo. Mia figlia ha sedici anni. Solo pensare che si possa tornare indietro, per favore, che non sia così». Carmen Galdeano, vittima dei Gal (Gruppi antiterrorismo di liberazione, mercenari pagati con fondi neri di Stato durante il governo socialista degli anni Ottanta). Suo padre fu ucciso nel 1985. «Avevo diciotto anni, più che il padre era un amico». Il principio della fine. Questa è l’occasione migliore per chiudere il conflitto basco-spagnolo, che ha vissuto decenni di violenza armata nel cuore di un’Europa che ha

sempre girato lo sguardo dall’altra parte. Eta (Euskadi Ta Askatasuna, Paese basco e libertà) ha sepolto l’ascia, simbolo di forza, e il suo serpente – l’astuzia – non morde più. Oltre mezzo secolo dopo la sua nascita, ha ceduto protagonismo alla politica, ovvero a quella sinistra basca criminalizzata, messa fuori legge e, per anni, spogliata di rappresentanza. Se oggi si parla della costruzione di una o più memorie del Paese basco, se il dibattito in Spagna e in Euskadi vede protagoniste le vittime, tutte, del conflitto armato, è perché la rivoluzione copernicana della sinistra basca ha creato le condizioni per qualche cosa di inimmaginabile solo tre anni fa. Eppure, e nonostante il forte richiamo di un’influente schiera di mediatori internazionali, dai governi di Madrid e Parigi non è arrivato nessun segnale. L’ultimo tentativo di negoziato, quello del 2004, si è chiuso fra accuse e recriminazioni. Allora governava il socialista José Luis Rodriguez Zapatero. Oggi alla Moncloa siede Mariano Rajoy, di quel Partido popular che mantiene venature postfranchiste al suo interno. Uno dei maggiori ostacoli è sempre stato la ricerca di consenso elettorale. I popolari, ora che sono


al governo, hanno iniziato a smussare le punte di lancia che agitavano quando erano all’opposizione. Questa volta, giudizio unanime, la cosa va en serio. È la volta buona; non si manca un appuntamento con la storia. E in terra basca, dove le succursali federate di socialisti e popolari usano vocabolari ben meno aguzzi delle sedi centrali di Madrid, la vera domanda è se e in quanto tempo si riuscirà a costruire un metodo, un dialogo, un confronto per arrivare a una memoria accettata, anche se non condivisa. La tentazione di scrivere la storia dal Novecento a oggi è forte in ciascun attore in campo. Le vittime saranno uno strumento in più per trovare una via di pacificazione? Oppure un’affilata arma in mano ai partiti per condizionare l’opinione pubblica? Una cosa è certa, dice monsignor Juan María Uriarte, ex mediatore con Eta nel 1998 quando era vescovo di San Sebastián: «Se dicessimo “non è successo nulla, guardiamo oltre”, sarebbe come costruire una casa sulla sabbia. Una comunità è chiamata a strutturare il suo passato, se vuole avere un presente e un futuro. La giustizia deve fare il suo corso. Altrimenti si scredita, si fa

largo l’impunità morale e la società si scompone. In un contesto di pacificazione anche i giudici dovranno modulare le loro decisioni». Un intervento sulla legislazione di emergenza sarebbe un segnale importante. Al momento non si vede, anzi: le ultime decisioni e dichiarazioni sono affidate ancora ai falchi del governo e del potere giuridico.

▲Bilbao: la città ◀Monsignor Juan María Uriarte Nelle pagine precedenti la Concha, la spiaggia più nota di San Sebastián


Lotta armata, addio

Joseba Alvarez è dimagrito rispetto all’ultimo incontro. Era anni fa e in mezzo c’è stato il carcere. Che rimane ancora una possibilità, perché deve affrontare una nuova sentenza. È sempre stato l’anima dell’ufficio internazionale di Batasuna, sinistra indipendentista basca. L’appuntamento è al Garagar, un caffè nella parte vecchia di San Sebastián. Suo padre, Txillardegi, uno dei fondatori di Eta, è morto da poco. In questo stesso bar, quattro anni fa, spiegava quanto ormai la lotta armata fosse anacronistica. Nel frattempo la sinistra basca è stata artefice di una vera e propria rivoluzione, riuscendo a disattivare la via militare. “Vento di soluzione”, si chiama il documento reso noto a febbraio in cui affronta il tema delle vittime e della sofferenza causata. Anche chi è più duro verso quella parte politica

messa fuori legge nel 2003 ne riconosce il coraggio. Gli interlocutori principali, Madrid e Parigi, però, tacciono. La taverna è umida. Un tavolaccio di legno, sigarette, posacenere e un grosso frigo che carica rumorosamente alle nostre spalle. Chi sono le vittime, che ruolo possono giocare adesso? Joseba tira forte dalla sigaretta e sbuffa, poi la spegne decisamente nel posacenere. Vuole mettere un paletto. «Non dobbiamo trascurare il contesto». Sul binario basco oggi la locomotiva corre ad alta velocità, ma senza i singoli anelli di una catena infinita, e senza la sequenza, si rischia la banalità e il luogo comune. «Il tema delle vittime non è una bolla isolata della realtà sociale, ma una questione legata alla risoluzione del conflitto». Joseba ritorna ai giorni della Conferenza internazionale di Aiete – ottobre 2011 – quando il lavoro sulle presenze internazionali portato avanti dalla sinistra basca per anni si concretizza nella presenza di Kofi Annan, Tony Blair e grandi personaggi della mediazione, riuniti dal sudafricano Brian Currin che da tempo sta consigliando gli ex di Batasuna. Era il 17 ottobre e tre giorni dopo Eta dichiarava la fine delle attività armate. «Una conferenza così non si fa un giorno per l’altro». Altra sigaretta: «La risoluzione finale di Aiete è in cinque punti. I passi: Eta deve dare per finita l’opzione armata. Il secondo: gli Stati devono negoziare con Eta per risolvere le conseguenze del conflitto. Il terzo punto parla delle vittime, di riconciliazione, riparazione economica

◀▲Joseba Alvarez, dirigente della sinistra basca ▲Murale a San Sebastián per i diritti dei prigionieri politici

e riconoscimento. Il quarto si preoccupa di trovare una soluzione politica del conflitto e il quinto prevede una commissione internazionale». Ma da Madrid e da Parigi non arrivano segnali. Joseba non si stanca di riordinare date e sigle che riguardano la sinistra basca, costretta alla clandestinità da una politica di criminalizzazione che conobbe nell’11 settembre del 2001 un momento di svolta. «José Maria


Aznar capì che con la nuova guerra globale al terrorismo si poteva permettere di imprimere una stretta più forte e ci mise fuori legge». Ma resta il punto delle vittime: quelle di Eta, quelle della guerra sporca dei Gal degli anni Ottanta, l’estrema destra spagnola. E i prigionieri politici? I torturati? «Non c’è una soluzione rapida o facile», il posacenere è già pieno. «Noi pensiamo che si debba creare una

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Commissione internazionale della verità, ma socialisti e popolari e addirittura il Partito nazionalista basco non la vogliono. Ma come! In tante altre esperienze internazionali ci sono state. Non sto dicendo che per noi o per loro tutte le vittime siano uguali. O che tutti dobbiamo vivere allegramente senza ricordare che cosa sia successo, ma ci dobbiamo riconoscere reciprocamente».


Dal franchismo a oggi

Il riconoscersi, l’accettare l’altro qui è tema di dibattito. Spinoso e attuale. Iñaki Egaña è il presidente della Fondazione Euskal Memoria, nata sull’idea che la memoria si debba costruire nell’intreccio del racconto dei testimoni sparsi per tutto il Paese basco. La fondazione ha diffuso un documento dal titolo evocativo: “474”.

È il numero delle vittime causate dalla violenza dello Stato, dal franchismo a oggi, comprese le più recenti denunce di tortura in commissariato. «Dovremo attingere alle esperienze di Irlanda del Nord, Sudafrica, o Sudamerica, Salvador, Nicaragua, Guatemala. Chi è la vittima di un conflitto politico-militare? Io non considero un militante di Eta una vittima, perché è una scelta volontaria, ma non lo sono neanche, secondo me, i funzionari armati dello Stato. Per quanto riguarda le persone colpite da Eta si sa chi ha ucciso, c’è chi sta scontando sino a trent’anni di carcere, c’è stata una riparazione economica. Non è così per le vittime dello Stato o per quelle – basche come spagnole – del franchismo. Non sarà possibile costruire un racconto unico, lo fanno solo le società totalitarie, ma si dovrà riconoscere che c’è stata una differenza di trattamento

tra le vittime. Tra quelle del franchismo questa discriminazione era evidente. C’era gente che denunciava di essere stata in carcere e lo Stato chiedeva loro la prova». La narrazione comune quasi impossibile da comporre scatena polemiche. È inevitabile. Già nei numeri. Parlare di 1.320 vittime, accomunando los dos bandos, le due parti in conflitto, scatena grandi discussioni. Per decenni ci sono state vittime, in alcuni casi ormai riconosciute come tali a livello giuridico, che hanno dovuto rimanere nell’ombra. E non sono solo le vittime del Gal. Euskal Memoria sta raccogliendo, città per città, le testimonianze dirette dei torturati, dei morti senza


Le vittime Le vittime di Eta, che ha ucciso 829 persone secondo fonti contestate del ministero degli Interni spagnolo, oggi sanno che nessuno più dovrà passare quello che loro hanno passato. Ma le vittime del conflitto non sono solo loro. Ci sono vittime del terrorismo di Stato, la guerra sporca dei Gal (Gruppi antiterroristici di liberazione, pagati con fondi neri dello Stato) che, negli anni Ottanta, uccisero diversi militanti della sinistra indipendentista basca. Ci sono le vittime delle azioni mortali dell’estrema destra, a partire dalle violenze e dagli omicidi della dittatura, prima, durante e dopo la Transizione spagnola. Il documento di Euskal Memoria stima siano 474 persone. Ci sono le vittime politiche del conflitto: ne fanno parte i prigionieri politici baschi nelle carceri, insieme ai militanti che scontano delitti di sangue. 214 di questi dovrebbero essere in libertà, se la stessa legge spagnola fosse rispettata: vengono ignorati i casi di quindici malati gravi, di quanti hanno già scontato i tre quarti della pena e resiste la Dottrina Parot, che somma le pene diventando un ergastolo a vita. I prigionieri sono dispersi in tutte le carceri di Spagna, e i familiari sono costretti a viaggi interminabili. Ci sono infine i torturati – negli ultimi anni sono tante le denunce – che hanno conosciuto la violenza dello Stato attraverso l’uso sistematico della legislazione antiterrorismo.


Nelle pagine precedenti Iñaki Egaña e Arantxa Erasun della Fondazione Euskal Memoria. I muri e le strade di Bilbao testimoniano come la questione dei detenuti politici e la memoria delle vittime siano vive

volto del franchismo, in una ricostruzione storica che si salda a una contemporaneità tutta da scrivere. «Indagando sul 1936 e sul primo franchismo», spiega Arantxa Erasun, giornalista e ricercatrice di Euskal Memoria, «si sono create delle basi importanti, ma ancora dobbiamo recuperare molte ossa sotto terra, in tutti i sensi. Molti giovani hanno bisogno di sapere che cosa sia successo».

La memoria dei vincitori

Sulla sponde del Nervión, il fiume che attraversa Bilbao subito prima di gettarsi in mare, raffiche di un martello pneumatico e stridori di una benna arrivano da un cantiere. La città ha perso il sapore ruggine alla fine degli anni Novanta, quando si è trasformata in un polo turistico, con il grande museo del Guggenheim e la passeggiata che si snoda in un recupero urbanistico realizzato a colpi di grattacieli, nuovo auditorium, sculture disseminate nel verde. Il rumore del martello industriale entra dalle finestre dell’ufficio di Paul Rios, coordinatore di Lokarri, una realtà di associazionismo partecipativo che da tempo lavora al processo di pacificazione. Lokarri significa insieme, «come le stringhe allacciate», spiega Rios e il documento che ha elaborato, «in uno spazio di sicurezza in cui le persone potessero parlare per gruppi, con un proprio relatore», si chiama “Dieci sfide per la riconciliazione sociale”. Rios non ha dubbi: «Le Nazioni unite e il Tribunale internazionale dei diritti umani hanno già una definizione di vittima. Lo è chi

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ha sofferto una violazione grave dei suoi diritti umani fondamentali. Bisogna partire da lì senza lasciarsi intimorire dalla politica. Quando abbiamo presentato il documento, un rappresentante irlandese ci ha detto che le vittime non muoiono fino al momento in cui non muore l’ultima persona che le conosce. Adesso c’è un tentativo di imporre da parte dei partiti al potere una riconciliazione sociale. Alcuni dicono: queste vittime sono da riconoscere e quelle altre no. Ma questa è la memoria dei vincitori».

Torna un capitolo rimasto irrisolto, non solo nei Paesi baschi, ma nella Spagna democratica. Vincitori e vinti. Quella Transizione che fu un incompiuto consapevole, sotto l’occhio vigile del re, designato a suo tempo dallo stesso Franco a coronamento della stabilità del regime. La Spagna democratica nasce su un patto che molti considerarono ineluttabile, ma che per Lokarri non può essere un esempio da seguire. «Come può


Lo sfogo di Axun: noi vittime della guerra sporca ▲ Axun Lasa ◀▲In un bar di San Sebastián la foto di una madre di Etxerat, associazione dei familiari dei prigionieri politici ◀ Paul Rios, coordinatore di Lokarri

www.eilmensile.it Sul nostro sito il multimedia del reportage e la versione integrale delle interviste

Joxean Lasa e Joxi Zabala erano due giovani esiliati baschi nei territori francesi, a Baiona. Erano gli anni Ottanta, quelli delle operazioni coperte decise dal governo socialista di Felipe Gonzalez. Vennero sequestrati a Baiona e di loro non si seppe più nulla fino al ritrovamento, dodici anni dopo, dei cadaveri in una fossa comune a Bussot, Alicante. I loro resti furono scovati da un cacciatore che vide il cane tornare con resti di arti umani. Erano stati sepolti nella calce viva. Per l’omicidio dei due giovani ci fu un processo che arrivò a coinvolgere il pluridecorato generale Rodriguez Galindo. Tutti i condannati sono attualmente in libertà. Axun, la sorella di Joxean, nell’ottobre scorso ha scritto una lettera al quotidiano Gara, dal titolo “Desahogo”, sfogo. Ha raccontato, per la prima volta, che anche lei fu selvaggiamente torturata dalla Guardia civil. «Non c’è stata vera giustizia per una famiglia che aspettava un corpo al cimitero. Dodici anni dopo la scomparsa di mio fratello, al momento di riabbracciarlo e seppellirlo siamo stati aggrediti». Le immagini dei filmati del 1995 raccontano di interventi violenti della polizia. Che proseguirono addirittura dentro il cimitero. «È stata una delle cose più forti che ho vissuto. Non ho parole per dire come una madre, un padre, una sorella aspettano il proprio figlio e fratello dopo dodici anni. Una voglia di riprenderlo fra le tue braccia, di stare con lui e poi seppellirlo. All’aeroporto c’erano tre cordoni di polizia e tanti conoscenti. Continuavo a pensare: torna, torna mio fratello. E partirono le cariche e i lacrimogeni. Ci ingannarono. Ci dissero di aspettare i feretri da una parte e poi li fecero uscire da un’altra. Arrivammo al cimitero di corsa. La polizia autonoma non ci faceva passare. I genitori piangevano. Riuscii a entrare ed ero così vicino alle bare. E quello che stava là ci disse: questo è Lasa e questo è Zabala. Non riuscivo quasi a respirare, soffocavo per l’emozione, avevamo portato una fotografia per i nostri morti e un ramo di fiori. Ma quando ci siamo avvicinati alla camionetta è iniziata la carica della polizia, con colpi di manganello, spari, botte, però botte forti, una persona sanguinava vicino a me e i ragazzi correvano isterici per il cimitero. Non riuscivo a credere ai miei occhi e mi domandavo: ma come è possibile tutto questo?». Lo Stato, dice Axun Lasa, dovrà riconoscere di aver causato tutto quel dolore. «Sarà difficile, ma necessario. È una responsabilità dello Stato, Felipe Gonzalez era a capo di tutto questo». Nell’ottobre scorso, dopo la dichiarazione di Eta, Axun ha preso carta e penna. In un articolo dal titolo “Desahogo” (sfogo) ha scritto qualcosa che non aveva mai raccontato prima: anche lei è stata torturata durante un fermo di polizia dalla Guardia civil. Un segreto custodito per trent’anni. Torture e minacce. Con la consapevolezza che il suo silenzio era lo stesso di decine di altre persone, traumatizzate. «Come puoi raccontare quello che ti hanno fatto? O che, addirittura, cerchi di rassicurare il primo avvocato che vedi dicendo, no, non è successo niente, mi hanno trattato molto bene, e addirittura stringi la mano ai tuoi stessi aguzzini?». Adesso che l’ha scritto, dice, è sollevata. «Cammino a testa alta, con dignità».


Le tappe Giugno 2002: la Ley de partidos politicos mette al bando Batasuna e successivamente, per il principio della “contaminazione”, tutte le liste in cui siano candidati che siano stati in contatto con la stessa. Novembre 2009: Zutik Euskal Herria è il documento in cui si propone la via non violenta come l’unica da percorrere per dare una soluzione al conflitto. Marzo 2010: dichiarazione di Bruxelles con la presenza di personalità internazionali e la creazione di un Gruppo internazionale di contatto per le verifiche di un prossimo negoziato. Settembre 2010: dichiarazione di Guernika in cui 50 soggetti politici chiedono una tregua a Eta. Gennaio 2011: Eta annuncia il cessate il fuoco, di carattere indefinito e permanente. Febbraio 2011: nasce il nuovo partito della sinistra basca, Sortu, che rifiuta la violenza, ma viene messo anch’esso fuori legge. La sinistra basca stringe alleanze e si presenta in una coalizione, Bildu, e ottiene il 25 per cento dei voti. Settembre 2011: nuova coalizione elettorale, Amaiur; vengono eletti al parlamento spagnolo sette deputati e tre senatori. 17 ottobre 2011: la Conferenza internazionale di Aiete – presenti fra gli altri Kofi Annan e Tony Blair – fissa cinque punti per arrivare alla soluzione del conflitto. Il primo è la cessazione definitiva della lotta armata di Eta. 20 ottobre 2011: storico comunicato di Eta che annuncia la cessazione delle attività armate.

▲▶Maixabel Lasa e Txema Urkijo del Dipartimento attenzione vittime del terrorismo del governo basco ▶▶Un bar di Bilbao: mostrare le facce dei prigionieri politici è vietato per legge

essere accaduto», dice Martin Garitano, giornalista di Gara, oggi Diputado general di Guipuzkoa per la sinistra basca, «che Manuel Fraga Iribarne, ministro di Franco, sia stato fino alla sua morte presidente onorario del Partido popular? Ci vuole una seconda transizione, che sia reale e democratica».

Tra parti opposte

Vitoria, capitale amministrativa e politica delle province basche, è una città ordinata, con un centro storico che svetta sopra un’altura. La sede del parlamento basco, incastonata in un parco, è controllata da pochi agenti della polizia autonoma. Poche centinaia di metri più in là c’è un ufficio che in questi anni ha lavorato alacremente e spesso nel silenzio. Maixabel Lasa è la presidente del Dipartimento attenzione vittime del terrorismo del governo basco. Suo marito, Juan María Jáuregui, fu ucciso da Eta il 29 luglio del 2000, con due colpi di pistola alla testa. Insieme a Txema Urkijo, avvocato, racconta dei due decreti che hanno caldeggiato in sede parlamentare,

ma che non sono stati ancora approvati. Riguardano le altre vittime, dal 1968 a oggi. «La memoria deve essere inclusiva», dice Lasa. «Non ci siamo solo noi, vittime di Eta, ma anche quelle del Gal e della violazione di diritti umani. Tutti abbiamo diritto alla giustizia, alla memoria e alla riparazione». Txema Urkijo racconta del primo decreto. «La richiesta fondamentale è quella di una commissione di valutazione che può accettare e riconoscere le vittime anche laddove non vi sia una sentenza: questo le conferisce un certo carattere di Commissione della verità». Lo spartiacque dei due decreti è la promulgazione della Costituzione spagnola. Da lì in poi si suppone ci sia stata una svolta. Ma i dati raccontano di violenze e torture, violazioni di diritti fondamentali per mano


delle forze di sicurezza spagnole. Anche quelle saranno indagate? «Per questo ci sarà un secondo decreto. Una violazione di diritti umani resta tale, una tortura è una tortura prima e dopo la Costituzione», tiene a spiegare Urkijo. Maixabel Lasa racconta di un’iniziativa che prevede incontri fra le vittime, di Eta e dei Gal o dell’estrema destra. «A livello privato stiamo promuovendo da anni incontri fra vittime differenti e constatiamo che si può fare, che si deve fare e che per di più deve essere pensato nel post Eta per una futura convivenza». I suoi occhi sono fermi quando risponde alla domanda cruciale: incontrerebbe l’assassino di suo marito? «Ho sempre detto che tutti hanno diritto a una seconda possibilità. E se quella persona vuole incontrarmi, percorra la strada dei prigionieri di Nanclares. Prima deve avere quel percorso: autocritica del passato, del male causato e richiesta di perdono. Così sì, sarei d’accordo».

I prigionieri di Nanclares

I prigionieri di Nanclares sono ex militanti di Eta fuoriusciti dal collettivo dei prigionieri politici baschi. Quando un cittadino basco viene arrestato per motivi politici può scegliere se aderire o meno al collettivo. Sono oltre settecento i prigionieri politici, di cui solo una parte si riconosce come militante di Eta. Gli altri sono giovani,

giornalisti, membri di associazioni o di partiti messi al bando, tutte persone condannate o in attesa di giudizio: per decine di loro la detenzione è arrivata grazie alla stretta della legislazione antiterrorista. Oggi si può finire in carcere per anni per un bancomat bruciato o addirittura per una scritta: i muri dei centri storici sono irriconoscibili nella loro pulizia. La politica penitenziaria è stata usata, fin dagli anni Ottanta, per piegare la volontà dei prigionieri, colpendoli nei loro affetti e nella lontananza da casa. Parenti e amici devono sobbarcarsi viaggi faticosi e pericolosi per visite da quaranta minuti. Rafael Caride Simón è uno dei detenuti che ha scelto la via di Nanclares. La sua firma è in calce a una lettera in cui riconosce il danno causato ma non chiede perdono, inviata a una delle sue vittime, Roberto Manrique, il macellaio che stava tagliando dieci fettine di lonza quando il bancone del primo grande supermercato di Barcellona, l’Hipercor, si trasformò letteralmente in un inferno. Era il 19 giugno del 1987. Il commando di Eta avvisò la polizia dell’autobomba, la polizia non credette all’avviso, la giustizia spagnola riconobbe, a dentri stretti, una cierta pasividad o, por mejor decir, conducta omisiva de las fuerzas de seguridad (così recita una


La scelta di Iñaki : di fronte a me un militante di Eta Juan Manuel García Cordero venne ucciso il 23 ottobre del 1980, su un monte vicino a San Sebastián. Era il delegato provinciale di Telefonica, aveva 53 anni, una moglie e sette figli. L’omicidio fu rivendicato da una formazione legata a Eta. Iñaki García Arrizabalaga, suo figlio, oggi è professore di marketing all’Università di Deusto, a San Sebastián. ▲Iñaki García ◀▲Nel centro di Vitoria, cartelli contro Eta ◀▼Il monumento che riunisce vittime di Eta e del Gal e che scontenta tutti non è mai stato inaugurato ufficialmente ◀Roberto Manrique, vittima di Eta

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«Il 23 ottobre del 1980 pioveva molto. Andavo all’università in bici. Mio padre mi chiese se volevo che mi accompagnasse, io risposi che la bici non è solo per l’estate. In classe arrivò mio fratello, il più grande. Esci, mi disse, papà non è arrivato al lavoro. La polizia ci chiamò: lo trovammo legato a un albero, con una coperta addosso. Gli avevano sparato alla tempia». Gli assassini non furono mai arrestati, di uno di loro – Eugenio Barrutiabengoa Zabarte – si sa che vive a Caracas e lavora per il governo venezuelano. Quando Iñaki García si trovò a partecipare a un convegno nella capitale del Venezuela sapeva che a poche centinaia di metri c’era l’assassino di suo padre. «Mi lasciò indifferente, freddo, dovrebbe venire lui a chiedermi scusa». Dopo l’omicidio del padre prevalse la rabbia, l’odio. «Desideravo sangue per sangue. Ma mi sono reso conto che l’odio contamina tutto. La tua personalità, le relazioni sociali. L’odio esige che tu stia con lui 24 ore al giorno e distorce tutto». Nel 2010 gli viene proposto di entrare in un programma che prevede la mediazione penale e la possibilità di incontrare un militante di Eta con delitti di sangue. L’incontro avvenne a Vitoria, un anno dopo. «Arrivò il prigioniero di Eta, io chiesi di restare solo con lui. All’inizio non parlava e mi sono accorto solo dopo che lui stava aspettando che io lo prendessi a pugni. Ricordo che la prima cosa che feci fu presentarmi, spiegare perché sono vittima del terrorismo, quello che aveva passato la mia famiglia, il dolore e la sofferenza e le sue prime parole furono: “Cazzo, che duro”». Da quella prima volta si sono visti, senza pubblicità, per continuare a parlare, salutandosi con un abbraccio. «Da questa persona ho ottenuto risposte a domande che mi erano rimaste in testa per tutta la mia vita. Quando mi domandavo cosa pensasse uno che spara per uccidere, come vive, se ha rimorsi o no. È stato un esempio vivo del punto al quale può arrivare l’odio e come l’essere umano abbia diritto a una seconda possibilità». Sulle altre vittime, quelle della violenza delle forze di sicurezza spagnole, Iñaki García pensa che «se una cosa fa grande lo stato di diritto è riconoscere i propri errori. C’è stata gente che davanti a casi di tortura girava la faccia da un’altra parte. Questo deve finire». Ci deve essere un punto comune in questa storia, Iñaki García ne è convinto: «Per me passa dal riconoscere che uccidere fu un errore e un orrore. Ma dall’inizio fu un errore fatale. E lo Stato dovrà fare la stessa cosa. E io spero per le mie figlie, come per i figli dei prigionieri, che abbiano la possibilità di giocare nello stesso cortile. È questione di tempo perché il processo vada avanti. Io ho speranza».


sentenza del Tribunale Supremo). Ciò non toglie che la bomba fosse là, nei sotterranei, proprio sotto il bancone del macellaio. «Nella lettera manca una parola: perdono. Quando dirà scusa, io accetterò anche di vederlo. Decisione familiare, per tre voti a uno: io e i miei due figli sì, mia moglie, no. Una famiglia democratica». A Barcellona, a pochi metri dall’ospedale Valle Hebron in cui Manrique è rimasto per mesi ustionato gravemente e poi con complicazioni, c’è un tennis club. La passione di Roberto per la racchetta è immutata e, nonostante le ferite, è riuscito a mantenerla. La sua storia raccoglie due vite in una. Prima e dopo lo scoppio. Suo malgrado, oggi è un giurista esperto, è passato per l’Associazione vittime del terrorismo (Avt), e da quella esperienza ha tratto alcuni insegnamenti che rivendica con schiettezza. «Noi vittime siamo molte e non possiamo pensarla tutte allo stesso modo. In quanto vittima non vado a manifestare contro un partito, come è stato fatto contro i socialisti quando c’era Zapatero al governo. Per queste idee sono stato espulso dalla Avt. Ora è in mano a gente che manda alle vittime addirittura dei questionari in cui si chiede di dare i voti a questo o a quel partito». «Pensavamo che questa storia non finisse mai e adesso Eta ha detto che non ucciderà più. Adesso la sinistra basca sta riconoscendo che ha avuto poca attenzione verso le vittime. Poco a poco, che problema c’è? Che ad alcuni stia mancando la terra sotto i piedi per le proprie rivendicazioni politiche? Che si cerchino altri nemici! Vale di più un morto di Eta o un morto del Gal? Le vedove proveranno lo stesso dolore. Diverso sarebbe se parlassimo di un etarra che muore manipolando esplosivo. Per me, quello è niente».

Edurne Brouard e Carmen Galdeano: i padri di entrambe vennero uccisi dai Gal ▶I pettini del vento: scultura di Eduardo Chillida

Colpe di Stato

Da San Sebastián a Bilbao. Il pullman scivola sull’asfalto nel traffico attraversando un panorama di colline e montagne. Dietro c’è il mare. Industrie e ciminiere sbuffano fumi, capannoni si alternano a casette, pecore al pascolo, poligoni industriali tutti acciaio e cemento. Piove. Le gocce scivolano sul grande finestrino. Partono piano, quando cadono sul vetro. Poi si ingrossano e di colpo scivolano rigando il paesaggio, distorcendo le luci artificiali che scivolano ritmiche lungo il cammino. Guardo le lacrime di pioggia e penso a Edurne Brouard e a Carmen Galdeano. Si sentono figlie di una sola grande famiglia: quella dei morti ammazzati dal terrorismo di Stato degli anni Ottanta, a firma Gal. Edurne è la figlia di Santi Brouard, un pediatra, parlamentare

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di Herri Batasuna, freddato da sicari nel suo studio medico. Il portone, quotidianamente picchettato da poliziotti perché sede di interessi francesi, quel giorno era deserto. Era il 20 novembre del 1984. «Mio padre è stato ucciso proprio perché stava lavorando a un’ipotesi di negoziato. Era stato a Madrid per parlare con l’ambasciatore francese Guidoni e chi era contro questa soluzione decise di assassinare il messaggero. Lo dico sempre alle vittime di Eta: molti omicidi di Eta non hanno un autore materiale, certo. Ma lì il problema è che non riuscivano a trovarli. Nel nostro caso è che non volevano. Se davvero si dovranno giudicare questi casi si dovrà processare lo Stato, non i mercenari». Edurne ha partecipato più volte con familiari di vittime di Eta a incontri sul tema della riconciliazione: «Dobbiamo parlare con tutti e ci vuole tempo. Abbiamo riconosciuto che il dolore e la sofferenza sono immensi nelle due parti e che si deve costruire un futuro senza dolore in cui possiamo vivere tutti. Vedremo poi se sarà con amore e riconciliazione. A me basta la normalità». «Ci stavano uccidendo come topi». Carmen Galdeano, figlia di Xabier, prima vittima dei Gal, ricorda i momenti dell’omicidio del padre, in Iparralde, territori in terra basca francese. «I mercenari venivano seguiti fino alla frontiera e poi non più. Era facile arrestare gli autori, ma li lasciavano scappare. Che cosa provo? Non certo desiderio di vendetta, ma senso di impotenza nel vedere come tutto era deciso». Carmen Galdeano sta per dare vita a una nuova associazione di vittime. «Non saremo solo noi vittime del Gal, che ci sentiamo dei privilegiati perché veniamo riconosciuti. Abbiamo aperto a tutte le persone che hanno sofferto direttamente, e anche negli scontri armati». Sulla libreria c’è la foto del padre, un uomo grande con una barba folta. Quella foto ha una storia. Il 30 marzo del 1985, Galdeano tornava a casa con le figlie dopo una manifestazione. Nel rullino della sua macchina c’erano ancora degli scatti: si divertirono a fotografarsi in pose da santino. Poi lui andò a spedire il rullino al suo giornale, Egin. Davanti a casa venne ucciso: le figlie lo trovarono che era già cadavere. «Non dobbiamo costruire una società vittimista. Ci vuole un minimo gesto perché la gente non politicizzata possa dire che il conflitto si è chiuso in maniera seria. Alla fine, qui, la vittima è tutta Euskal Herria».

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la Fiom contro robe di

Alessandro Robecchi

Comincia con maggio (come molte altre cose belle) la collaborazione con Alessandro Robecchi. Nel dargli il benvenuto, gli abbiamo lasciato due pagine. Dal prossimo numero, il nostro ha promesso di contenersi.

La storia delle grandi dinastie egizie, che dominarono il Mediterraneo per circa tremila anni, si intreccia fittamente con le numerose riforme del mercato del lavoro attuate dai diversi faraoni a partire dal periodo arcaico (circa 3150 a.C.). A quei tempi il mercato del lavoro non era diverso da certe piazze di oggi a Rosarno, dove camioncini guidati da caporali senza scrupoli caricano braccianti immigrati e schiavi di colore per raccogliere le arance. Unica consolazione: ai tempi dei faraoni i camioncini non erano Fiat, quindi capitava raramente che restassero in panne nel deserto. La prima riforma strutturale del mercato del lavoro presso gli egizi si deve al faraone Narmer (la famosa “tavoletta di Narmer”). Grazie a un’intensa campagna di stampa (soprattutto Corriere della Sera e Sole 24 Ore) il faraone e i suoi scriba convinsero tutti che il mercato del lavoro egiziano non era abbastanza flessibile. Gli schiavi impegnati nella costruzione di grandi monumenti e piramidi, infatti, avevano diritto a una tazza di brodo ogni sei giorni lavorativi e, finita la grande opera, la tazza di brodo bisognava dargliela lo stesso. Per questo, la grande riforma di Narmer introdusse forme di lavoro meno rigide, creando appositi contratti per gli schiavi nubiani e gli immigrati dal Basso Nilo. Dopo anni di lavoro, gli archeologi hanno identificato e tradotto alcuni di questi contratti. Tra i più diffusi, il “contratto staffilata” (se c’era lavoro, lo schiavo veniva svegliato bruscamente con una frustata sulla pianta dei piedi), il contratto “a risoluzione definitiva” (dopo il lavoro lo schiavo veniva semplicemente ucciso) e il lavoro in affitto (terminata la piramide lo schiavo veniva affittato a tribù selvagge che lo usavano come oggetto sessuale). Purtroppo, nei secoli successivi, la struttura del mercato del lavoro sembrò ai faraoni ancora troppo rigida. Si introdussero così altre forme come il co.co.pi (costruttore continuativo di piramidi), il co.co.sfi (costruttore continuativo di sfingi) e il contratto da “finto nipote del faraone”, con lo schiavo costretto ad aprire una partita Iva e a fingersi imparentato con la famiglia regnante. Alcuni secoli dopo (più o meno nel Primo periodo intermedio), qualcuno lamentò un dualismo eccessivamente fastidioso tra schiavi a tempo indeterminato (quelli del brodo sicuro ogni sei giorni) e schiavi precari. Tra gli scriba della VI dinastia, sotto il lunghissimo regno del faraone Pepi II, si fece strada la convinzione che gli anziani schiavi garantiti “rubavano il futuro” ai giovani schiavi precari, che oltretutto venivano anche frustati più spesso e con maggior vigore dalle guardie che, come diceva già allora Pasolini, erano figli di poveri, però con la frusta. Prese così corpo, durante il regno di Amenhotep IV, un nuovo grande disegno di riforma del mercato del lavoro. Qualcuno (soprattutto il famoso Akhenaton)


Tutankhamon suggerì di copiare il sistema danese, ma la Danimarca non era ancora stata scoperta, e così si ricorse al già collaudato sistema delle bastonate sulle gengive, apprezzate in ogni epoca da generazioni di imprenditori. Avendo le piramidi pochissimi pertugi per entrare, e di dimensioni piccolissime, si pose presto il problema della “flessibilità in entrata”: i lavoratori dovevano piegarsi molto, ruotare su se stessi, assumere posizioni molto scomode, aiutati in alcuni casi dai capireparto che spezzavano loro tibie e femori (ossa lunghe e antieconomiche). Quanto alla “flessibilità in uscita”, il problema fu risolto murando direttamente i lavoratori nelle piramidi a fine turno, come sappiamo da molti ritrovamenti e dal famoso berretto della Fiom di Luxor, oggi esposto al Louvre. Tutankhamon proseguì sulla strada delle riforme, avendo cura di eliminare altri immorali privilegi dei lavoratori. Tra questi, la cassa integrazione, cioè il piccolo sarcofago in legno che, una volta deceduto per la fatica il lavoratore, veniva donato alla vedova per portarselo via. Da allora le vedove si portarono via a braccia i mariti defunti in cantiere. Secondo gli storici, Tutankhamon temeva di rendersi impopolare con una simile riforma, ma si giustificò con un immenso geroglifico inciso a mano a ventisei metri d’altezza che recava la scritta “Ce lo chiede l’Europa”. L’ultima e definitiva riforma, varata sotto il governo di Ramesse IX, riguardò invece il leggendario articolo 18. Gli schiavi costruttori di piramidi avevano a disposizione diciotto articoli: dallo scalpello alla cazzuola, dai papiri per confrontare i progetti alle carriole per trasportare pietre. Il diciottesimo articolo era una pesantissima mazza chiodata usata per smussare le pietre, che la famosa riforma del lavoro di Ramesse IX destinò invece ad altro uso: calarla sui piedi dei lavoratori con inusitata violenza, rendendoli così inabili al lavoro e dunque licenziabili per giusta causa. Come tutti sanno, da allora l’antico Egitto subì una progressiva decadenza, venne conquistato dagli Assiri, dai Persiani e dai Romani. Perché una civiltà con pochissimi ricchi stronzi e tantissimi poveri senza diritti prima o poi finisce male. E questo lo sanno tutti.

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Fumetto tratto da Asterix e Cleopatra, testo di Goscinny, disegni di Uderzo, Arnoldo Mondadori,1968. Nella storia, tradotta in Italia dal grande Marcello Marchesi, agli schiavi egizi andava molto meglio, grazie alla magica pozione del druido gallico Panoramix.


New York

L’unione Un luogo in cui condividere idee e creatività. Che può essere a Brooklyn, New York, e avere un’aria un po’ anni Settanta, proprio come il suo fondatore Al Attara, o stare a due passi dal brulicare operoso di via Paolo Sarpi a Milano, ma con un’allure molto contemporanea. L’importante è connettersi, progettare, realizzare insieme: tu chiamalo, se vuoi, coworking

Qui MEx Al Attara ha una barba lunga e crespa come il Mosè che Michelangelo ha tirato fuori dal marmo. Forzando il paragone poi, si può aggiungere che anche Al ha attraversato il suo deserto e ha dovuto pazientare una manciata di decenni prima di riuscire a intravedere i frutti di un’intuizione. Il Metropolitan Exchange è il suo progetto, un edificio di sette piani nel cuore di Downtown Brooklyn che Attara ha acquistato nel 1978 e che oggi è considerato uno degli spazi di coworking più creativi della città. Un posto che rispecchia l’identità del suo proprietario e che non ha niente in comune con i loft puliti e organizzati di

di

Federica Sasso

foto

Federica Valabrega


di

Valentina Redaelli

foto

Germana Lavagna

Qui The Hub Il macellaio scarica dal camioncino quarti di bue e polli spennati, a due passi dal brulicare di via Paolo Sarpi. Niente lascerebbe immaginare che il cancello di fianco sia l’accesso a una delle realtà più innovative di Milano. Lo hanno chiamato The Hub, che vuol dire snodo, fulcro, perno, centro. È un posto che vuole aggregare le teste pensanti, i talenti che hanno un’idea nel campo dell’innovazione sociale e della sostenibilità, ma che da soli non avrebbero i mezzi per realizzarla. La modalità di lavoro è avanzata, l’impostazione anglosassone, a partire dalle parole.

Milano

fa il lavoro


New York Manhattan. Il MEx assomiglia di più a un deposito delle meraviglie. Dopo una lunga attesa, Al è riuscito a trasformarlo nel centro di talenti che aveva in testa, in cui menti creative lavorano fianco a fianco e – parole sue – possono «impollinarsi». Tra montagne di oggetti in disuso spostati in continuazione da un piano all’altro, negli ultimi anni si sono fatti spazio alcuni degli studi di architettura più sperimentali di New York, il primo laboratorio biologico aperto al pubblico nato negli Usa, astrofisici, scultori, scrittori, case di produzione e ingegneri.

Così è cominciato tutto

Al MEx si lavora tanto con le mani, si progetta, si costruisce e si decide tutto insieme. «Fin dall’inizio volevo condividere lo spazio con altri professionisti. Pensavo di tenere un piano per me e vendere il resto ad architetti, designer o artisti interessati a lavorare in un luogo comune in cui far nascere sinergie», racconta Attara all’ombra di un albero costruito con legni di recupero. L’idea era quella di ricreare l’atmosfera respirata durante i corsi alla Parsons School of Design. «Allora la scuola era piccola e i vari dipartimenti comunicavano molto tra loro. In altri ambienti di New York c’era già questa tendenza a focalizzarsi molto sulla propria specializzazione senza aprirsi a tutto quello che succedeva al di fuori. Quella che io chiamo ‘paura della vita’». Così quando nel ’77 questo giovane designer ambientale inizia a cercare uno spazio per la sua attività pensa subito a un’esperienza comunitaria. «In quegli anni a New York i prezzi degli immobili erano molto bassi, persino a Manhattan i prezzi si aggiravano sui sette dollari al metro quadro. Quindi mi sono detto che invece di un loft sarebbe stato meglio acquistare un intero edificio e condividere la proprietà con altri artisti». Al 33 di Flatbush Avenue trova un palazzo in buone condizioni, con un ottimo accesso alla metropolitana e completamente vuoto. Sono circa cinquemila metri quadrati e Attara se li aggiudica per meno di 250mila dollari. Poco dopo però riceve una telefonata dal comune: «Mi chiamano dicendo che sono molto dispiaciuti, ma che c’è stato un errore e che il mio palazzo rientra in un’area in via di riqualificazione per cui dovrà esser demolito entro un paio d’anni». Ne sono passati 28 prima che l’amministrazione cittadina decidesse che non avrebbe mai costruito nulla in quella zona. Il 2006 è l’anno zero del MEx. Nel giro di pochi mesi il palazzo viene escluso dall’area di riqualificazione e gli architetti di Interboro Partners decidono che è arrivato il momento di trovare uno studio.


Milano

«Vogliamo creare connessioni, fare rete, mettendo in condivisione le conoscenze, nella parità dei ruoli. Ci ispiriamo al principio di sussidiarietà della Costituzione», spiega Elena, neo magistrato e hubber della prima ora. Suo fratello Alberto, nel 2008, viveva da tempo a Londra, dove è nato il primo Hub del mondo. Dopo una decina d’anni di lavoro nel settore della cooperazione e un master alla London School of Economics, ha deciso di importare The Hub anche a Milano. Prima come comunità virtuale poi, dal marzo 2010, occupando uno spazio vero e proprio, preso in affitto da un’architetta coreana. Nel locale principale, un loft con un soppalco che ricorda l’elica del Dna, si alternano tavoli di legno chiaro per i membri che scelgono una postazione fissa e scrivanie di cartone per tutti gli altri che, a rotazione, utilizzano di volta in volta quella rimasta vuota. Fino alle sei e mezza di sera è tutto un ticchettio di tastiere poi, dopo l’orario di lavoro, le scrivanie si possono smontare e appendere per ospitare eventi. «Lo spazio doveva essere totalmente flessibile e in continua evoluzione», racconta Marta, giovane docente del Politecnico. «Siamo partiti con dei fogli bianchi e abbiamo seguito una progettazione a rovescio: in base ai materiali di recupero disponibili si decidevano gli oggetti e la loro disposizione». La cucina, separata dal loft da un’insolita parete di legno, dicono sia il posto dove nascono più idee. Quella di Martina, per esempio, che con la cucina ha molto a che fare: “Mi occupo di enogastronomia dal 1998”, scrive sul blog dell’Hub. “Mia nonna non era una cuoca sopraffina e mia madre mi ha nutrita a focacce e pesce crudo. Questo a dimostrazione che buongustai non si nasce, ma che il gusto si può educare ed è un processo irreversibile. Il mio progetto ha visto la luce il 25 marzo di quest’anno. Si chiama ‘zerobriciole’ ed è un food delivery con le idee chiare. Salubrità, ma senza punizione. Un cibo che non ingombra, non sbriciola e non sporca, pensato per le pause pranzo. Lo prepariamo nel nostro laboratorio, poi lo consegniamo in bicicletta grazie agli Urban Bike Messengers, anche loro membri dell’Hub”. Connessione riuscita. Il continuo turn over di persone è un buon segno, perché significa che qualcuno ce l’ha fatta. Come Sebastiano, non ancora trent’anni, ingegnere del Politecnico con un master in Business Administration. Nel 2010 ha fondato Tanaza Srl, una società di servizi erogati via internet per la gestione di reti wireless: «Per due anni questo è stato il nostro ufficio. Adesso ci trasferiamo perché stiamo assumendo nuove persone e si è resa necessaria una sede più grande. Ma è stato fondamentale iniziare da qui. Abbiamo trovato lo spazio fisico ed emotivo adatto per la nostra start up, con l’aiuto degli altri hubber che ci hanno fornito consulenze per l’attività di marketing e per gli aspetti finanziari». Una persona che sceglie The Hub non lo fa necessariamente per risparmiare. Le quote vanno da un minimo di venti euro per qualche ora di utilizzo fino a 790 euro al mese per quattro postazioni fisse. Ma ognuno il proprio spazio se lo ritaglia su misura. Francesca, di Modena, «frecciarosseggia» un paio di volte la settimana. Fa la pubblicitaria e mette la sua competenza comunicativa al servizio di progetti sociali. «Pubblicizzo la cultura antimafia o la riabilitazione del condannato come farei con la Coca-Cola». Due anni fa con Cecilia, studentessa del liceo Cavour di Roma, allora quindicenne, ha dato il via a un progetto scolastico di sensibilizzazione contro la cultura mafiosa. E poi si dedica al carcere: in quello milanese di Opera sta sviluppando un progetto sperimentale nel contesto dell’alta sicurezza, con laboratori formativi e di lavoro «per i carcerati considerati ‘la feccia’ persino dagli altri detenuti», spiega Francesca. «C’è un abisso tra il dettato costituzionale, che prevede la rieducazione del condannato, e l’applicazione della norma. Il mio obiettivo è lavorare sulle lacune del sistema e mettere a sistema la norma. Lavoro su progetti che non siano condizionati dall’erogazione (o dal taglio) di fondi pubblici, ma che possano camminare da soli, emancipati dall’emergenza. Qui all’Hub ho potuto contare sull’aiuto di esperti di fundraising e di bandi, consulenti legali, persone che lavorano al Consiglio d’Europa e che mi hanno messo in contatto con Bruxelles». Gli hubber ci mettono la faccia in quello che fanno. Il muro all’ingresso è pieno di foto con i loro nomi e gli obiettivi che si pongono. Dario studia Scienze politiche, «una facoltà in cui non si è mai affrontata la tematica del territorio. Così mi è venuta l’idea di organizzare un workshop che coinvolgesse docenti del Politecnico e della Bicocca e studenti. Ne ho parlato con Alberto, il fondatore dell’Hub, davanti a un bicchiere di whisky in un locale qui dietro. Lui mi ha sostenuto, mi ha passato una


New York

Quando Georgeen Theodore, Tobias Armborst e Daniel D’Oca incontrano Attara per chiedergli in affitto uno spazio, lui resta colpito dai loro progetti e chiede proprio a loro di aiutarlo a trasformare l’edificio in un luogo di lavoro. «Siamo tornati in questo posto completamente pieno di oggetti», racconta Georgeen. «Lavandini industriali, tavoli di design, insegne di caffetterie, cavalli recuperati da una giostra. Al aveva portato qui di tutto. Abbiamo iniziato a selezionare gli oggetti cercando di capire come utilizzarli per arredare lo spazio e abbiamo creato un open space per studi o piccole imprese che avrebbero potuto permettersi una sede grazie ai costi contenuti». Interboro è uno studio di giovani architetti e urbanisti che, dopo aver vinto il MoMA PS1 Young Architects Program e aver disegnato il cortile della sede distaccata del MoMA nel Queens, sono stati invitati a progettare il cortile del padiglione americano alla prossima Biennale di Venezia. Da loro è partito il passaparola per riempire lo spazio del sesto piano.

Un biolab aperto al pubblico

Poco dopo, al 33 di Flatbush Avenue sono arrivati gli architetti Mitchell Joachim e Maria Aiolova dello studio no profit Terreform ONE, che con il loro team creano progetti di architettura sostenibile per le città che potremmo abitare fra cent’anni. Joachim insegna alla New York University e gira il mondo per raccontare a studenti e ricercatori che New York potrebbe diventare una metropoli organica, con edifici fatti di carne o ricavati dagli alberi. Nel 2011 è stato nominato TED Fellow (partecipante a conferenze che danno voce alle idee più innovative del pianeta su Tecnologia, Intrattenimento e Design). Il suo compagno di casa ad Harvard, il biologo Oliver Medvedik, è un TED Fellow 2012. È grazie alla loro amicizia che Genspace, il primo bio-laboratorio comunitario d’America, si trova proprio al settimo piano del MEx, sul lato opposto a Terreform ONE. «L’utopia è un concetto molto importante perché rappresenta la soluzione migliore di un problema. Senza un’utopia non hai la minima idea di dove stai andando», racconta Joachim seduto vicino al modello immaginifico di casa-albero che ha esposto al MoMA. Quando erano ancora ad Harvard lui e Medvedik hanno cominciato a discutere di interconnessioni fra architettura e biologia, «siamo stati lettori compulsivi di Jules Verne e quello che facciamo ha molto di fantascientifico», dice (sul serio) Joachim. Oggi Genspace è il risultato della fusione tra i loro esperimenti e la ricerca di Ellen D. Jorgensen e Nurit Bar-Shai, rispettivamente biologa e artista. «Sono arrivato al MEx nel 2008. Con Mitch avevamo fondato un laboratorio in cui coltivavamo cellule per ottenere particolari geometrie o creavamo microbi luminescenti», racconta Medvedik mentre nella zona sterile Ellen Jorgensen lavora al microscopio con una studentessa. «Ellen e Nurit stavano cercando uno spazio per insegnare biotecnologie a chiunque fosse interessato, così abbiamo deciso di metterci assieme e creare un laboratorio aperto ‘alle masse’. Abbiamo inaugurato nel dicembre 2010 e fino a oggi abbiamo tenuto corsi a oltre cento persone». Per entrare a far parte di Genspace e avere accesso alle attrezzature bastano cento dollari al mese, e oggi il laboratorio conta tredici membri tra i 25 e i 35 anni. In perfetta armonia con il MEx, tutti gli strumenti sono di recupero, dai microscopi comprati su eBay alle attrezzature ricevute in dono da laboratori che stavano chiudendo. Genspace è incastrato tra due studi di architettura e, se non fosse per i vetrini e i microscopi, si farebbe fatica a identificarlo. «Anche se lo spazio è poco, probabilmente questo è l’unico posto in città veramente adatto a noi», dice Medvedik, «e Al è stato subito entusiasta all’idea di avere un laboratorio per i cittadini all’interno dell’edificio». Dopo sei anni il MEx è quasi pieno. Si sono formate tre cooperative che gestiscono rispettivamente il quinto, sesto e settimo piano per la raccolta degli affitti, la copertura delle spese e la scelta dei nuovi inquilini. Attara non si occupa di quasi nulla direttamente e ogni piano si è auto-organizzato su base collettiva. Al MEx uno spazio può costare dai 325 ai 400 dollari a seconda del piano, una cifra modesta considerando i prezzi di New York. Ma gli affitti contenuti sono solo una delle buone ragioni per trasferirsi all’interno di queste mura. «Il MEx è unico perché Al vuole ospitare questo genere di attività», spiega Andrew Personette, che insieme a Matt Tyson disegna e produce i mobili ecologici di Ecosystems. «L’affitto è su base mensile e per noi che costruiamo oggetti è la


Italia sveglia, guarda il nuovo Molti hanno parlato di The Hub Milano come di una sperimentazione. Al fondatore, Alberto Masetti Zannini, abbiamo chiesto di fare un bilancio a due anni dall’apertura. «The Hub è sicuramente un esperimento: nel modello di governance, nell’offerta dei servizi, nei temi di cui si occupa, nella maniera in cui si muove, comunica e opera – tra il locale e il globale – in un territorio come Milano. Nessuno prima di noi lo aveva fatto a Milano e in Italia. E possiamo dire che abbiamo fatto centro. Abbiamo raccolto oltre 350 membri; sono partiti e si sono rafforzati decine di progetti all’interno della nostra rete. Siamo diventati un punto di riferimento in tutta la penisola, al punto che – unico Paese al mondo – l’Italia ha ora ben sei Hub in partenza, da Trieste a Siracusa, passando per Firenze, Roma, Bari e Bologna. Restano ancora molte criticità ed è stupido far finta che non esistano. Innanzitutto il sistema Italia, che è moribondo, soffocante, incapace di sostenere quello che veramente di buono c’è nel Paese. I soldi sono il problema centrale: milioni sono spesi in opere mastodontiche senza alcun impatto per gli italiani e i loro problemi, mentre migliaia di buone idee che potrebbero dare lavoro muoiono soffocate da mancanza di liquidità. È scandaloso. Fare rete in Italia è un grosso problema. Questa criticità resta pressante anche dentro l’Hub: far collaborare i nostri membri per dar vita a imprese e progetti ad alto impatto sociale è forse ancora la sfida maggiore». Come vi siete mossi all’inizio per reperire i fondi necessari? «Quando abbiamo aperto c’erano già una decina di Hub operativi prima di noi. Quindi potevamo contare su un modello di business che aveva dimostrato di essere sostenibile e su un progetto con provata capacità d’impatto sociale. All’inizio abbiamo provato le strade più classiche. Abbiamo chiesto al Comune e alla Provincia se erano interessati a darci uno spazio a costo ridotto, ma abbiamo trovato

Milano

serie di contatti di ‘facilitatori’, interni ed esterni, e il progetto è stato realizzato. Adesso stiamo organizzando il secondo workshop per settembre». Dario non è solo membro dell’Hub, ma anche host, cioè un connettore di tutti gli hubber e un punto di riferimento per i nuovi arrivati. Come lui ce ne sono una dozzina. Anche Montserrat, che è di Barcellona, ma da nove anni vive a Milano: «Organizzavo eventi per un’importante Fondazione, ma il mio lavoro era svuotato di senso, non avevo tempo per riflettere. Il servizio di hosting qui è una delle esperienze più belle della mia vita. Mi torna sempre in mente quel discorso che Steven Johnson ha tenuto a una TED Conference (guardatevelo su YouTube, ndr), nel quale dimostra che le grandi idee sono nate quasi sempre da gruppi di persone, da menti che si sono messe in connessione, e molto più raramente da un inventore solitario cui si è accesa la famosa lampadina. E qui all’Hub c’è fiducia, non concorrenza. Le idee circolano. Per questo, controcorrente, ho scelto di restare a Milano».


New York via di mezzo ideale fra un garage e un ufficio. E poi c’è il capitale intellettuale. Siamo circondati da una comunità di persone molto brillanti, direi che un livello di scambio così alto forse si trova solo all’interno delle università».

Un sogno per domani

Al ha appena compiuto 66 anni, «il doppio dell’indirizzo», dice ridendo. Passa tutto il suo tempo «spostando cose da un punto A a un punto B» e trasuda orgoglio ogni volta che racconta delle persone che lo circondano. «Se tutto questo fosse accaduto prima avrei potuto goderne più a lungo». Poi però parla del futuro e ritorna al sogno iniziale. «Io vorrei che le persone che lavorano qui diventassero coproprietari di metà dell’edificio, il resto lo trasformerò in una fondazione che tenga in vita un centro creativo, perché voglio evitare che corrano il rischio di esser cacciati. Penso che, così come esiste Wall Street, New York abbia anche bisogno di un distretto delle arti, altrimenti a poco a poco gli artisti lasceranno la città quando non ci saranno più zone abbastanza economiche da colonizzare». Siamo al secondo piano e alle sue spalle c’è uno squarcio di costellazione dipinta su una tela grande come una parete. Su ciascun lato, i battenti di un portone. «È la porta di una banca di Wall Street che ho raccolto qualche decina di anni fa», spiega. «L’ho piazzata ai lati dell’universo perché la finanza controlla tutto, anche lo spazio, no?». Per ora non il MEx. Almeno.

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La collaborazione con Federica Valabrega è nata grazie a Burnmagazine, un giornale online per fotografi emergenti, fondato e diretto da David Alan Harvey, membro dell’agenzia Magnum Photos. Ha vinto il Lucie Award come Photographic Magazine of the Year 2009.

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Milano interlocutori sordi. Abbiamo intavolato lunghe negoziazioni con una fondazione che sostiene imprenditori sociali in Italia, ma dopo molti mesi spesi in riunioni abbiamo ricevuto un secco ‘no’, senza alcuna motivazione chiara. Abbiamo passato altro tempo dialogando con realtà corporate che si dicevano interessate a sostenere l’innovazione sociale, ma non siamo riusciti a ottenere un solo centesimo, anche perché ci erano state mosse richieste di ‘brandizzazione’ del progetto francamente inaccettabili. Siamo una rete internazionale e non possiamo cambiare il nostro nome per uno sponsor. Abbiamo avuto molte riunioni con venture capitalist tradizionali (non sociali), ma non eravamo abbastanza profittevoli per loro. E, alla fine, siamo giunti all’amara quanto salubre decisione di fare da soli. In pratica, i capitali di start up ce li ho messi io con il sostegno della mia famiglia. Come nella migliore tradizione italiana». Chi sono i fondatori del primo Hub di Londra, da quale visione è nato questo progetto? «Il primo Hub è nato quasi per caso, dalla collaborazione di quattro ragazzi che volevano cambiare il mondo. È partito dall’organizzazione di un grosso evento a Londra, alla Royal Festival Hall, che ha riunito rappresentanti del mondo dell’industria, delle ong, dell’Onu e dei media per quattro giorni di conversazioni su come rendere il mondo più sostenibile all’alba del nuovo millennio (era il 2000). E da lì si è trasformato in un percorso più esperienziale durante il summit dell’Onu a Johannesburg nel 2002 (il cosiddetto Earth Summit). Fu allora che nacque l’idea di creare uno spazio ad hoc dove i leader del mondo potessero sedersi e parlare con chi viveva quotidianamente i problemi sociali e ambientali del pianeta: gli abitanti di Soweto, una grande baraccopoli ai confini della città. Quell’esperienza si chiamò Mountain of Hope e confluì poi nel futuro Hub Johannsburg. Tornati a Londra, il concept di uno spazio di conversazione e azione venne tradotto in un progetto che si chiamò The Hub, richiamando l’idea di centralità e mobilità che ha il fulcro della ruota. Un vecchio loft in disuso nel quartiere di Islington venne ristrutturato alla meglio per ospitare i primi membri nel gennaio 2005: giovani (e meno giovani) imprenditori sociali che volevano uno spazio dove lavorare e discutere, sulle macerie del vecchio modello capitalista del Ventesimo secolo che aveva e ha dimostrato tutti i suoi limiti». A livello personale, che cosa ti sta dando questa esperienza? «Entusiasmo. Determinazione. Passione. Risate. Litigi. Rabbia. Mal di testa. Preoccupazioni. Soddisfazioni. Gioia. Notti insonni. Amici da tutta Italia e da tutto il mondo. Ispirazioni. Un senso alla mia vita».

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grill di

Till Neuburg

infidelity card Da quando nella nostra politica il perizoma è stato sostituito dal guardaroba tirolese, tutti a esaltare l’agrodolce stil novo che si sente dalla tribuna vip dei danée e degli sghei. Al posto della ola di Milanello e del celodurismo sulle curve nord, i prof del capitalismo ehm!ehm! ce la menano con l’inconfondibile slang dei vari Greenspan, Bernanke, Gordon Gekko e Paperone. Il vezzo di guidare il Paese con un tasso etico/etilico sotto il segno del bicchierozzo sempre mezzo vuoto, i nostri maîtres-à-penser neocon lo chiamano solennemente sobrietà. Che, quasi quasi, fa rima con blabla. Da quando è rientrata la sbornia mediatica di chi manovra il Tir del nostro debito pubblico, gli opinionisti del nulla non fanno altro che promettere Mario e Monti, una doppia emme che sta per mass media, ma anche per mercato, mobilità, Moody’s, miseria, Marchionne. Sotto l’insegna delle nostre banche cinquestelle, tra poco leggeremo “Ammessi i capitali di taglia piccola”, “Torno subito”, “Spread & Breakfast”. In questa sceneggiata del “sobbrobrio” poverista, non poteva mancare il rosario sulla “riservatezza” (traduzione automatica di Federal Reserve). La quale, secondo il bon ton bocconiano, si traduce piatto piatto con un più chiaro “Cazzi miei!”. Non metterci il becco, la firma o una pietra sopra i loro pacchi da “Affari tuoi”, nasce da una tradizione meneghina che nell’idioma buro-tecno-psicocratico è chiamato solennemente “privacy”. È un parolone trendy che va sempre bisbigliato con l’indice borsistico e il dito medio alzato a misura Duomo. Più o meno, come succede con “feeling”, “mission”, “I have a dream”, “lobby”, “serial killer”. Il rispetto per la sfera privata degli anglosassoni, è solo un lontano parente della nostra ritrosia da clan. La legge del più forte parla chiaro. Eppure, la privacy del Garante per la protezione dei dati personali mi strappa qualche osservazione: 1) Il presidente di quel non luogo parolaio, che dovrebbe garantire la protezione della mia privatività, ha pubblicato un saggio dal titolo mistico Rilevanza e non manifesta infondatezza nel giudizio in via incidentale. Per tradurre quel pateracchio viene la tentazione di scomodare Nostradamus o Totò. 2) I dati personali scritti non si possono “proteggere” (come si usa col preservativo). Semmai si potrebbe/ dovrebbe sanzionare chi quei dati li elabora per fini prettamente impersonali (leggi politici e commerciali). 3) Qualsiasi dato che riguarda una persona è per definizione personale. Per questo, i ragionieri di questo neo-carrozzone hanno inventato i “dati sensibili”, cioè i fattacci e fatterelli che qualsiasi portinaia, infermiere, assicuratore, poliziotto, bancario o vicino di casa già conosce. Non so se devo considerare più “sensibile” un debito di gioco, un represso odio personale, la mancata denuncia di un reddito, le emorroidi del nonno, un viaggio a Lourdes o un presunto Punto G. Fine delle osservazioni. Ciò che invece so per certo, è che i dati personali raccolti con le cosiddette Fidelity Card sono sensibilissimi, almeno per i direttori marketing delle reti commerciali. Per aumentare le vendite, loro non incrociano le dita, ma i dati raccolti ed elaborati dai software collegati alle casse. Età, residenza, composizione familiare, ammontare delle spese, preferenze di marca, orari alla fine compongono un profilo preciso, netto, utile (inteso come profitto). Capire dalle abitudini o dai cambiamenti negli acquisti se un cliente è sportivo, single, vegetariano, ebreo, appassionato di buone letture, di culturismo o di fiori, se è un imminente babbo, astemio o beone, che genere di vacanze, hobby o problemi di salute sono legati alla sua persona, a questo punto è un giochetto da ovetto Kinder. Dal parolone “trasparenza” traspare semplicemente che il direttore marketing sa tutto sul cliente mentre il cliente non sa nemmeno cosa sia il marketing. Chiunque registra, osserva, analizza, segmenta clandestinamente Le vite degli altri, cioè le nostre, è un erede della Stasi. Il marketing elettronico è un servizietto segreto – anche se di Pulcinella – che non fa più ridere nisciuno. Speriamo nemmeno la guardarobiera di Palazzo Chigi.

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spiriti liberi Giulio Giorello

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di

Caricatura di Charles Darwin pubblicata in La Petite Lune, 1879

vade retro Darwin Dinosauri vietati, almeno ai piccoli made in Usa. E questo perché i grandi lucertoloni evocano la concezione darwiniana dell’evoluzione, sgradita a quei noti campioni d’Illuminismo che sono i creazionisti. Tra le parole che andranno espunte dai testi di scuola c’è persino “schiavitù”, con il pretesto di non offendere gli afroamericani! Così l’ipocrisia linguistica laverà la coscienza di quanti continuano a discriminare i “neri”; mentre chi se la prende con Darwin probabilmente ignora che, come hanno mostrato sul piano storico studiosi come Adrian Desmond e James Moore e su quello teorico scienziati come Luigi Luca Cavalli Sforza, è stata l’applicazione delle idee darwiniane all’Homo sapiens a frantumare qualsiasi giustificazione del razzismo. Non mi stupirei se sotto i colpi di questo “nuovo bon ton” (come lo chiama Angelo Aquaro su la Repubblica del 27 marzo) prima o poi cadessero Dante, che non risparmia nella Commedia ebrei e musulmani, e Shakespeare, che ha osato trattare come strega Santa Giovanna d’Arco. Per non dire di Melville, colpevole di aver esposto nel suo Moby Dick un punto di vista “sfavorevole ai cetacei”. Una tale fiera delle castronerie è figlia di quella retorica del rispetto che è una vera e propria perversione della libertà di espressione che ha accompagnato la nostra faticosa modernità. Creazionisti, fanatici religiosi, ideologi del più vario colore, negazionisti di questo o quello sterminio, maniaci ossessivi di un qualche tipo di “purezza” predicano oggi in piena libertà dai loro pulpiti preferiti. Ma guai se qualcuno osa dire che la superstizione è matrice d’ignoranza, che il fanatismo è portatore di sventura, che le intromissioni di questo o quel leader religioso nella vita dello Stato turbano la pace civile. Guai se qualcuno osa ridere dei miracoli di questo o quel santone o di apparizioni che fanno impallidire qualsiasi trucco da prestigiatori. Siamo noi che dobbiamo tacere, perché altrimenti non “rispetteremmo” la sensibilità di questo o quel gruppo, di questa o quella tradizione, di questo o quel popolo. E si dimentica così che è proprio il gusto dell’irriverenza o magari della bestemmia nei confronti di qualsiasi idea consolidata che ha permesso, tra mille difficoltà, di riconoscerci tutti quanti come fratelli al di là delle pretese “guerre tra le culture”. Infine, mi sono imbattuto in un “pezzo” comparso nel numero 144 della rivista Il Segno del soprannaturale (aprile 2000), in cui si dà notizia di un esorcismo a cui sarebbe stata sottoposta una ragazza, abitata presumibilmente da “un’anima dannata”. Quest’ultima, messa alle strette, avrebbe dichiarato che i peccati principali che “ai giorni nostri” trascinerebbero “le persone all’Inferno” sono lussuria e ateismo. Con il dovuto rispetto, posso dire che, avendo scritto due libri dedicati all’una e all’altro, mi sono sentito destinato al regno di Lucifero. Con un’unica consolazione: d’incontrarci non quelle dei bigotti del bon ton, ma le anime dei grandi libertini, da Machiavelli a Sade, e – perché no? – anche l’anima di quel satanasso di Darwin.

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Il mestiere

di

Angelo Ferracuti

foto

Mario Dondero

Qualche giorno dopo l’intervista, arriva in redazione con una borsa piena di stampe, perché ama gli incontri e non usa la posta elettronica, né la macchina digitale. Porta a tracolla la storia del secondo Novecento, che ha visto e vissuto senza preoccuparsi dell’imparzialità. Ricorda con affettuosa precisione persone, date, luoghi, situazioni della sua vita e delle sue foto (che poi, in fondo, coincidono). Quelle che abbiamo scelto insieme possono dare solo un’idea del suo straordinario cammino

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della memoria

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Conversazione con Mario Dondero


Le fotografie di Mario Dondero sono state esposte in decine di mostre personali o collettive, tra le quali: 1989: I luoghi di Cesare Pavese, Santo Stefano Belbo (Cn) 1994-2000: Una commedia umana, Napoli; Locarno 1997: Immagini della poesia a Venezia, Venezia 2004: Un modo di vivere, Milano 2004: Una certa Roma, Roma 2005-2010: Ritratti dell’intelligenza, Brescia; Milano 2006: Pasolini, Grand formats plein air, Parigi 2006-2007: Vocazione reporter, Roma; Milano 2008: Retrospettiva 1958-2008, Macerata 2009-2011: United Artists of Italy, Bruxelles; Londra 2009: Est/Ovest, Berlino novembre 1989, Genova 2010: La fotografia in Italia 1945-1975, Milano 2011: Giorni afghani, il dolore e il coraggio, Firenze 2011: Qui Emergency Italia, Palermo; Perugia; Fermo Tra i premi e i riconoscimenti: 1985: Premio Scanno 2008: Accademia di Belle Arti di Brera, laurea honoris causa 2008: Accademia di Belle Arti di Macerata, titolo accademico honoris causa: Premio Svoboda al talento artistico e creativo per i cinquant’anni di giornalismo fotografico 2008: Premio Friuli Venezia Giulia Fotografia, Spilimbergo (Pn) 2008: Premio Chatwin speciale alla fotografia “L’occhio assoluto”, Genova 2010: Premio Città del Diario, Pieve Santo Stefano (Ar) Si parla di lui in questi libri: Luciano Bianciardi, La vita agra, Rizzoli, 1962 Mario Dondero, Trentatré Libri, 1986 Dondero 4 20, a cura di Danilo De Marco, Forum, 2008 Donderoad. Gli scrittori di Mario Dondero, a cura di Angelo Ferracuti e Massimo Raffaelli, prefazione di Enrico Deaglio, Cattedrale, 2008 Simona Guerra, Mario Dondero, Bruno Mondadori, 2011 Cristina Palumbo Crocco, Eccellenza Italiana, prefazione di Giorgio Napolitano, Rubbettino Editore, 2012

Danilo De Marco [courtesy of cineteca di bologna]

Mostre e premi

La casa di Mario Dondero sta in un vicolo del quartiere più popolare di Fermo, è semplice e spartana ma incredibilmente accogliente, con appesi alle pareti le foto e i disegni dei suoi amici, che sono Tullio Pericoli, Vauro, Danilo De Marco, Altan; i piccoli quadri con le vedute marinare, i ritratti di Robespierre e del comandante Nord del Partigiano Johnny di Fenoglio. Quando la porta si apre mi trovo ogni volta di fronte a questo eccentrico e formidabile reporter che a ottantatré anni sembra ancora un ragazzo, elegante nei modi e nel vestiario, fatto di giacche felpate e cravatte bordeaux, camicie a righe e pullover havana, faulkneriano come i vecchi signori di campagna. Subito mi accoglie commentando un fatto di politica internazionale o, indignato, se la prende con chi fabbrica le mine antiuomo. Chi lo conosce sa che è un inesauribile romanzo vivente, un narratore orale di quelli rarissimi, mentre scattando foto ha sempre cercato di far emergere le verità morali di ogni vita, di ogni esistenza: Samuel Beckett, Fidel Castro, Francis Bacon, Pier Paolo Pasolini, Maria Callas e, con lo stesso interesse umano, fornai iracheni, contadini tunisini, pescatori portoghesi, sentinelle turche e operai francesi in sciopero. Ha raccontato con le immagini mezzo secolo di storia italiana, ma naturalmente era a Praga mentre imperversava la Primavera e a Berlino mentre cadeva il Muro, per non parlare delle volte in cui è stato nell’amata Cuba e in Africa. Negli ultimi anni è ormai celebratissimo, fatto che commenta a volte con affettuosa distanza, come se quasi la cosa non lo riguardasse: Simona Guerra gli ha da poco dedicato un libro, Mario Dondero (Bruno Mondadori), l’Accademia di Brera ha voluto conferirgli la laurea honoris causa. Innumerevoli le

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sue mostre in giro per l’Italia, molte delle quali per documentare il lavoro degli ospedali di Emergency. Genova gli dedicherà un’antologica a Palazzo Ducale dal 9 giugno al 19 agosto. Se qualcuno dovesse chiederti di raccontare la tua vita, da dove cominceresti? «Potrei cominciare da quando andavo all’asilo, per esempio. Facevo l’abissino contro le camicie nere e il pellerossa contro le giacche blu. Sono ricordi confusi. Si era in pieno fascismo, una sorta di fascismo calmo, cioè già confermato. Ormai gli italiani non contestavano più, salvo una minoranza che soffriva al confino, o in prigione o emigrando. Era solo d’istinto che prendevo queste posizioni. Non so, mi sono sempre trovato istintivamente all’opposizione». Tu sei nato a Milano nel 1928, ma tuo padre era ligure. Come era l’Italia di quegli anni vista dal quartiere milanese di Porta Romana? «Vivevo una situazione abbastanza singolare perché i miei genitori si sono separati quando ero piccolissimo e quindi ho fatto il pendolare tra Milano e Genova, che per me era un luogo magico, straordinario e marino. Quando viene la guerra tutti i ragazzi sono contenti. Ma sono contenti solo fino al primo giorno perché appena scoprono che cos’è, si rendono conto che è tutt’altro che divertente. Così, mi ricordo che nel 1940, fino al 10 giugno, ci divertivamo a pensare che c’era la guerra. Era un’avventura, cambiava la monotonia dei giorni. Ma poi la prima notte bombardarono Milano e un aereo francese distrusse un balcone accanto a casa mia. Così mi sono fatto subito un’opinione molto più realistica dei conflitti: era difficile mangiare, c’era la borsa nera. Ricordo le acrobazie che si facevano per procurarsi il cibo e certi viaggi fantastici con mio padre alla ricerca di patate sulle colline genovesi verso Torriglia e Montebruno».


Eri uno studente del liceo Berchet di Milano e, a sedici anni, insieme al tuo amico Ettore Dei Fiori decidi di andare in montagna con i partigiani. «Partimmo per il lago Maggiore sperando di raggiungere i partigiani e quando li incontrammo non ci volevano perché eravamo dei ragazzini. Solo che Ettore aveva fatto un sabotaggio, quindi facemmo valere questo atto, così ci accettarono e raggiungemmo la brigata Cesare Battisti, che faceva parte della divisione Piave, comandata da Armando Calzavara, nome di battaglia Arca. Lì cominciò l’avventura della guerra partigiana in cui io non ho fatto assolutamente niente di eroico. Sono riuscito solo a perdere dodici chili di peso in quattro mesi finché sono stato in montagna, cioè fino al grande rastrellamento dell’autunno del ’44, quando migliaia di fascisti e di tedeschi vennero ad aggredire questa Repubblica dell’Ossola che per loro era un simbolo da cancellare. E così mentre la mia brigata si era trasferita in Svizzera, perché le forze erano soverchianti, io me la cavai a malapena: ero stato incaricato di nascondere le armi della brigata e quindi fu quasi rocambolesco come riuscii a salvarmi la pelle. Poi, alla Liberazione partecipai con il fazzoletto rosso della brigata Garibaldi». Dopo la Liberazione non dai seguito all’attività politica in senso stretto, invece cominci a fare il giornalista. «Cominciai grazie agli amici che frequentavo che ruotavano attorno ai giornali, un mondo che sembrava inaccessibile, dove entravano solo i raccomandati. Invece a me accadde di penetrarlo con estrema facilità. Cominciai a collaborare con l’Avanti!, scrivendo elzeviri sportivi, poi con l’Unità, che corrispondeva di più ai miei orientamenti, facendo soprattutto interviste. Poi fui assunto da Milano Sera, quotidiano del pomeriggio, fratello di Paese Sera, quindi legato al Partito comunista. Facevo il cronista di nera, lavoro che definirei straziante. Ci pagavano così poco che me ne derivò qualche problema di salute. C’è un film che descrive molto bene la condizione dei giornalisti comunisti di quell’epoca ed è Una vita difficile di Dino Risi. Più tardi allargai i miei orizzonti interessandomi anche alla stampa settimanale». Sono anche gli anni del bar Jamaica, del clima del “bar delle Antille” raccontato da Luciano Bianciardi ne La vita agra. «L’atmosfera che regnava era il contrario del bar Sport, per intenderci, (nonostante io abbia sempre amato il gioco del calcio), nel senso che si parlava soltanto di libri, di politica. Era stato Ugo Mulas che mi aveva condotto alla pensione delle sorelle Tedeschi, perché io ero deciso ad andare in Francia in quanto ai miei occhi Milano era troppo provinciale. Nel frattempo, sollecitato a lungo dal mio grande amico Filippo Gaja, avevo fatto una specie di stage nella sua agenzia, l’Attualfoto, dove avevo appreso i rudimenti della fotografia. Questo, più tardi, mi avrebbe permesso di essere assunto, grazie a Giuseppe Trevisani che è stato un grande grafico, come inviato, in condizioni di grande comfort, da un settimanale illustrato che si chiamava Le ore, fatto solo di fotografie e ispirato al motto di

▲Algeri nei primi giorni dell’indipendenza, 1962 In apertura, menino de rua, Bahia, Brasile, 1962 A pagina 42, Mario Dondero oggi e ieri A pagina 43, diffusione dell’Unità durante le riprese di Comunisti, un documentario di Giorgio Pelloni sulle cooperative rosse per la tv svedese, contado di Reggio Emilia, 1965

Walter Benjamin: ‘Una foto vale mille parole’. Quando incontrai Ugo, lui mi disse: “Senti, ma invece di partire, perché non inventiamo qualcosa insieme, prendi almeno un periodo di riflessione, nella mia pensione c’è un letto che si rende disponibile”. Quindi andai in questa pensione, che era in via Solferino 8, un luogo super simpatico dove noi tra l’altro avevamo un ingresso clandestino, in quanto la padrona non sapeva che potevamo aprire un’altra porta, oltre a quella principale, dalla quale introducevamo tutti coloro che ci chiedevano di venire a dormire. E lì un giorno venne a vivere anche Luciano Bianciardi, che avevamo conosciuto facendo un reportage a Grosseto sulla setta dei Giurisdavidici fondata dal ‘profeta dell’Amiata’, David Lazzaretti. Quando Bianciardi arrivò a Milano venne a cercarci nella nostra pensione e alloggiò da


noi, con Maria Jatosti che era il suo grande amore. E si costruì di fatto una grossa amicizia». Poi incontri Alfa Castaldi, che aveva un gran culto per i fotografi dell’agenzia Magnum, e ti fa conoscere le foto del grandissimo Robert Capa. «Alfa Castaldi, che era un erudito, persona di alta cultura e di grande fascino, aveva una grande passione per questo gruppo di fotografi. In questa materia, se vogliamo, era storicamente più colto di noi, e aveva una ricca documentazione che ci mostrava. Comunque le mie simpatie andarono subito a Robert Capa, perché incarnava giustamente quel tipo di fotografo zingaresco che mi attirava. Ha vissuto un’esistenza di grande impegno politico, di grande coraggio critico, e anche di grande umanità. A Londra, tra l’altro, ebbi

modo di conoscere una figura che è all’origine di questo grande movimento, il ‘maestro’ di Capa, Simon Guttmann, senza il quale non sarebbe mai nata la Magnum, in un certo senso». Nel 1954 te ne vai in Francia, a Parigi, attratto innanzitutto dal sogno della Francia rivoluzionaria, «il luogo della fotografia», come hai detto più volte. «Ho sempre avuto un immenso interesse per la Francia, la cultura e la Rivoluzione francese, che secondo me è un grande momento della storia dell’umanità. Se ci sono tracce progressiste nelle nostre strutture di Stato, in fondo, lo dobbiamo a questi giovanotti che erano Saint-Just e Robespierre, che non erano così sanguinari come li avevano descritti. E poi sono andato a Parigi perché lì si concentravano le forze che offrivano

www.eilmensile.it Sul nostro sito il backstage della visita di Mario Dondero in redazione


il giornalismo fotografico internazionale di maggiore interesse. Tuttavia era una Parigi abbastanza fantastica dove trovai subito una sorta di bar Jamaica, che era l’Old Navy, un caffè dove venivano per esempio Arthur Adamov, il commediografo, Lucien Goldmann, il filosofo, e tantissime altre figure e una massa di amici fotografi e altri personaggi, giovani intellettuali come Ruggero Savinio. E dove circolavano delle ragazze deliziose che ci seducevano molto». Hai fotografato molto anche gli scrittori. Infatti è proprio di questi anni la famosa foto degli scrittori del Nouveau roman. Come è nata? «C’era questa storia del teatro dell’assurdo, su cui ero andato a fare un reportage insieme a Roberto De Monticelli, ma non eravamo riusciti a fotografare Samuel Beckett. Avevamo incontrato Eugène Ionesco, ero riuscito a portargli persino a casa sua gli attori della sua compagnia che recitavano La cantatrice calva. Ricordo che Ionesco abitava al Trocadero, al pianterreno. Arrivammo in due taxi con gli attori in abito di scena e raggiungemmo la sala da pranzo, con gli attori vestiti, tutti seduti a tavola; così quando lui, sua moglie e sua figlia andarono a pranzare ebbero questa sorpresa. Comunque, mentre Ionesco era una mia vecchia conoscenza, quindi accessibile, Beckett risultava praticamente fotofobico. Stava in un rustico a Ussy-sur-Marne. Nel 1957 andammo lì per incontrarlo e, nonostante il mio scetticismo totale, Roberto suonò il campanello. Io vidi un tale che a quattro zampe cercava di abbassare le veneziane della casa. E così ripartimmo con le pive nel sacco. Due anni dopo, per un reportage realizzato con Giancarlo Marmori per L’Illustrazione Italiana, tornai a trovare Jérôme Lindon, l’editore delle Editions de Minuit, con l’intento di realizzare una fotografia dei suoi scrittori, che tra loro non si conoscevano nemmeno. Fu lui che riuscì a convincere Beckett, oltre a tutti gli altri, cioè Claude Simon, Nathalie Sarraute, Claude Mauriac, Claude Ollier, Robert Pinget, Alain Robbe-Grillet. Fu sicuramente un momento abbastanza straordinario di riunione di personaggi impossibili, e infatti poi questa foto ebbe un’enorme diffusione in seguito. Anche se anni dopo Robbe-Grillet disse che il Nouveau roman non era mai esistito, ma era stata solo un’invenzione di un fantasioso fotografo italiano. In quell’occasione capii che Beckett era umile, generoso, simpatico, altruista. E mi disse persino: “Quando vuoi fotografarmi vieni pure”. Io in realtà ne ho approfittato solo un paio di volte. Vorrei aggiungere che di quello stesso giorno esiste una seconda foto con altri due scrittori che arrivarono in ritardo: erano Michel Butor e Jean Cayrol, l’autore dello straordinario commento al documentario su Auschwitz Nuit et brouillard di Alain Resnais».

▲▲▲Il filosofo Herbert Marcuse parla all’Università di Nanterre, maggio 1968 ▲▲Alekos Panagulis nel Tribunale militare di Atene durante il processo che lo condannerà due volte a morte, novembre 1968 ▲Si smonta il palco al termine di un’assemblea in sostegno a Charles de Gaulle, non ancora presidente, Parigi, 1959. La foto è conosciuta come La deposizione di de Gaulle ▶Glenda Jackson, prima dello spettacolo Marat/Sade diretto da Peter Brook, Londra, 1964

Negli anni Sessanta però torni in Italia. Ti stabilisci a Roma, vai a fotografare le mondine, i cortei operai, ma memorabile di quel periodo è la famosa foto rubata al processo Panagulis ad Atene, che poi ha fatto il giro del mondo. «A Roma il nostro Jamaica era la trattoria Cesaretto in via della Croce, frequentata da intellettuali, tutto go-


vernato da un personaggio come Luciano Guerra, che aveva una sensibilità molto grande. Insomma, a Roma trovai una dimensione di umanità e una base ideale per partire in giro per il mondo. Invece per quanto riguarda il viaggio in Grecia, accadde che ci andai per le battaglie per la libertà, che furono dei momenti di grandissima intensità. Perché poi una cosa straordinaria della Grecia è che tutto diventa poesia: cioè la notte, per esempio, nelle taverne, la gente canta e parla in poesia e discute di politica. È un mondo che mi ha sempre affascinato contro cui si è abbattuta una repressione durissima, questo colpo di Stato dei colonnelli dell’aprile del 1967, per il quale andai a fare un reportage quando venne processato Alekos Panagulis, che aveva commesso un

▲Sciopero generale nella fabbrica della Renault, Boulogne-Billancourt, maggio 1968 Nelle pagine seguenti: il dottor Sukkur, medico afgano all’ospedale di Emergency di Kabul, cura un pastore gravemente ferito da una mina Nel mondo di Piero della Francesca, zona di San Sepolcro, Arezzo, 2000 circa

attentato contro i colonnelli e che venne condannato due volte a morte. Al processo nel Tribunale militare di Atene, scattai con estrema discrezione diverse fotografie. Un militare se ne accorse e, in mezzo alla grande folla, venne verso di me lasciandomi il tempo di sostituire il prezioso rullino, che affidai a Camilla Cederna, insospettabile signora. Poi quelle immagini fecero il giro del mondo. Ricordo la notte, insieme a un gruppo di giornalisti, vicino alla montagna dove doveva essere ucciso, mentre attendevamo se arrivava il suono della fucileria, che invece non venne, per fortuna. Poi con Panagulis mi incontrai dopo, quando tornò libero. In ogni caso trovarono il modo per farlo sparire: la sua morte è piena di lati oscuri».


fumo dei lacrimogeni. Alla fine mani pietose mi aprirono e potei salire al secondo piano dove, disteso su un balcone, tra le inferriate, potei scattare delle fotografie di quel momento in modo relativamente protetto». Un altro fatto della storia che ti ha interessato molto è la guerra di Spagna, sulla scia di Robert Capa, di George Orwell. Come mai? «Mi interessa per via della sua importanza morale, per la sua chiarezza in cui gli avversari si riconoscevano scientemente, la sincerità con la quale i combattenti facevano quello in cui credevano. E poi è l’ultima guerra a scala d’uomo, una guerra civile, che ha più senso perché è una guerra ideologica. In tante occasioni sono tornato sui luoghi della guerra di Spagna. Una volta andai sul campo di battaglia di Guadalajara insieme a Giovanni Pesce, l’eroico partigiano che proprio lì aveva combattuto. Mi sono molto interessato a Federico García Lorca. E poi feci un’indagine fotografica sui luoghi delle sanguinose gesta del fascista italiano Arconovaldo Bonaccorsi, detto il conte Rossi, che conquistò Maiorca, la trasformò in una base per le aviazioni italiana e tedesca inaugurando il terrorismo aereo sulle popolazioni civili. Così come mi interessai alla vicenda della famosa ‘fotografia del miliziano’ di Capa per dimostrare la verità a lungo negata di questa storica immagine. Il miliziano si chiamava Federico Borrell García, giovane operaio tessile, anarchico della colonna di Alcoy, una cittadina che sorge nei pressi di Alicante. L’assalto decisivo nella battaglia di Cerro Muriano, il 5 settembre del 1936, salvò probabilmente la vita a Robert Capa e agli altri inviati stranieri che assistevano alla battaglia».

Nel 1968 però sei di nuovo a Parigi, per il Maggio francese. «Mi sono ritrovato nel Maggio, nel cuore dello scontro in rue Gay-Lussac. Preciso che quando si fa il fotografo occorre conservare una sorta di distaccata obiettività. Non sono adatto a fare foto di mera propaganda, anche se ho il cuore spostato a sinistra. Ritengo che la propaganda è di certo un atto utile, concreto, della battaglia politica, ma il fotografo è lì per descrivere la vita, per raccontare la verità. Robert Capa diceva: “La miglior propaganda è la verità”. Mi ritrovai d’improvviso – dicevo – in mezzo a una carica delle Crs (Compagnies républicaines de sécurité). Cominciai a bussare freneticamente a tutte le porte per farmi aprire, avvolto nel

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Tra Roma e Milano hai fotografato molto anche gli artisti, il mondo del cinema. Sei stato amico di Pier Paolo Pasolini – ricordo alcune foto scattate sul set del film La ricotta – ma anche di Paolo Volponi. Cosa puoi dire di questi due scrittori grandissimi che hai visto così da vicino? «Be’, che sono entrambi due figure di una straordinaria umanità, di un grande talento e di una grande generosità e, soprattutto, di una immensa passione civile. Tutti e due sono il contrario dello scrittore mondano, arrivista, elegante e mediocre. E sono delle persone magnifiche. Per esempio, facevo parte di una specie di cerchia molto privilegiata attorno a Laura Betti che faceva dei meravigliosi risotti in via del Babbuino. Qui venivano Paolo Volponi e Pier Paolo Pasolini. Non ricordo di averci mai visto Moravia, per quanto fosse molto legato a questo gruppo, ma Enzo Siciliano, Romano Costa e altri amici che si ritrovavano intorno a questa sorta di sacerdotessa della gastronomia, che tra l’altro cantava delle canzoni meravigliose». È vero che una volta in Cappadocia, quando hai detto che il tuo mestiere era quello di fare le fotografie, i contadini del luogo si sono scandalizzati? «È vero, c’era un gruppo di contadini che arava un campo in una montagna molto impervia, in mezzo alle chiese rupestri. Mi diedero persino in mano un


In Afghanistan Negli ultimi anni Mario Dondero ha deciso di sostenere la causa Emergency. Nel 2004 è stato in Afghanistan con Valentino Parlato e Vauro, tre settimane di scarpinate e spostamenti audaci tra Kabul e il Panshir. Così ricorda quell’esperienza: «Avevo da poco fatto un intervento chirurgico e non volevo partire. Grazie a Vauro e alla sua insistenza alla fine mi decisi. Lui mi rassicurò: “Tanto andiamo negli ospedali, se hai qualche problema ti curano”. Il soggiorno nei Centri di Emergency è una prova impegnativa per un fotografo. Hai costantemente l’impressione che la macchina fotografica sia un’intrusa. Emergency è esemplare, intanto per l’alta qualità della medicina, per la dedizione nella cura dei popoli, per il coraggio dei suoi volontari che ho avuto modo di conoscere e frequentare anche qui in Italia: persone straordinarie, come lo era Teresa Sarti. Poi il fatto di essere un’internazionale sanitaria, cosmopolita, dove lavorano medici africani, indiani, oppure europei, aumenta la sua efficacia. E mi scandalizza che vengano a volte criticati. In Afghanistan con Valentino Parlato assistemmo alle operazioni di sminamento, anche se il Paese è ancora tutto coperto di mine, compresa quella più feroce, crudele, di origine italiana, la Valmara 69, un ordigno mostruoso. Se i politici italiani facessero un viaggio da quelle parti prima di votare in Parlamento la nostra presenza militare...».

erpice dei più arcaici per tracciare un solco e alla fine sono mezzo svenuto, dopo avergli fatto una specie di serpente ondulato e lontanissimo dalla linearità solita. Ero con Roberto Faidutti e Carlo Mascetti, vivemmo un’esperienza straordinaria di tre mesi in Anatolia e, appunto, questi contadini ci chiesero: “Voi cosa fate di mestiere?”. “Noi facciamo i fotografi”. E loro: “Perché, il fotografo è un mestiere?”. In realtà è un grande mestiere. Lo considero il mestiere che conserva la memoria». Invece come sei arrivato qui a Fermo? «Quando un gruppo di ferrovieri mi propose a Scanno di fare una mostra fotografica che poi non ho mai fatto, accettai subito e di colpo mi innamorai di Fermo. Voglio anche aggiungere che Annie Duchesne, la mia compagna, una studiosa dell’Ecole des Hautes Etudes, a sua volta rimase colpita da questo posto e dai ricchi depositi della sua biblioteca meravigliosa. A Fermo sono effettivamente molto legato. Soltanto che io, per la verità, non ho una patria sola, ma parecchie patrie. Se posso esibirmi in questa dichiarazione un po’ ambiziosa, la penso come Garibaldi, e cioè sono un patriota internazionalista». Adesso dove vorresti andare? Stai progettando qualche nuovo viaggio? «Sono incerto se andare o meno in Albania. Ho letto tutto Kadare. Devo colmare questa lacuna. Un’altra cosa che mi manca è che non sono mai andato in Polinesia, sulle tracce di Gauguin, o in Patagonia. Non come Bruce Chatwin, che era un esteta, un avventuriero con un approccio fortemente letterario. Il mio è giornalistico. Ma a parte lui, che è stato un grandissimo raccontatore, sono stupito che ci siano delle persone che scrivono in modo molto elegante per non raccontare niente. Dei fatti reali, dei documenti del mondo, dico. Per scrivere è meglio aver vissuto».

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Casa dolce casa a cura di Stella

Spinelli

illustrazione

Guido Guarnieri

5 marzo, Piacenza

18 marzo, Caselle Torinese

6 marzo, Mozzecane (Vr)

20 marzo, Mesagne (Br)

Esmeralda Hilsa Romero Encalada, badante ecuadoriana 49 anni, è stata uccisa con sette colpi di pistola in una via del centro, in pieno giorno. A spararle è stato il suo ex amante, Rosario Costa, 56 anni, sposato con due figli, che non accettava la fine della loro storia. Da settimane Costa perseguitava Esmeralda per convincerla a tornare con lui. Dopo averla ammazzata, si è suicidato sparandosi un colpo di rivoltella alla testa.

Ha strangolato la moglie con un foulard perché per scriverci: pensava lo tradisse. Lo ha fatto una domenica casadolcecasa@e-ilmensile.it pomeriggio, mentre il figlio diciottenne era fuori con gli scout. Giovanni Lucchese, 56 anni, ha ucciso così Gabriella Falzoni, 51, durante l’ennesimo litigio. Poi si è consegnato ai carabinieri.

7 marzo, Torino

Angelo Mormina, 44 anni, disoccupato, dopo una lite per motivi di vicinato, ha ucciso Anna Chiara Cappilli, 81 anni, pensionata, picchiandola e poi soffocandola con uno straccio. L’uomo ha confessato. Casa dolce casa è l’osservatorio mensile sulle donne uccise in Italia da uomini che conoscevano, che hanno amato, di cui si fidavano. Si chiamano femminicidi e rimandano alla relazione di potere tra i generi, che resta tuttora un fattore che ordina la società. I dati pubblicati, vista l’assenza di ricerche ufficiali sul fenomeno, sono raccolti dalla stampa e riguardano il periodo di tempo dal 5 marzo al 31 marzo. Questo monitoraggio viene effettuato in collaborazione con la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna (www.casadonne.it), associazione impegnata da diversi anni contro la violenza sulle donne, alle quali offre sostegno, ascolto, consulenze e case-rifugio, con una particolare attenzione ai figli minori. Da tempo inoltre la Casa svolge un lavoro di ricerca sul femminicidio dal quale ogni anno deriva un’indagine-quadro sulle donne uccise: nel 2011 sono state 97.

13 marzo, San Giuliano Milanese Antonia Bianco, 43 anni, non è morta per un infarto la sera di lunedì 13 febbraio. A ucciderla, per strada, il suo ex compagno, C.B. 37 anni, padre del più piccolo dei tre figli della donna. L’uomo le ha conficcato un oggetto appuntito nel cuore, causandole un arresto cardiaco. Dopo un mese di indagini, gli inquirenti hanno accertato che non si è trattato di morte naturale e hanno arrestato il colpevole.

16 marzo, Firenze

Non è morta per cause naturali, ma è stata uccisa per soffocamento dal marito la donna di 82 anni trovata senza vita nella sua abitazione di Firenze lo scorso 15 febbraio. È emerso dall’autopsia. Il marito, coetaneo della vittima, è stato quindi arrestato per omicidio volontario e posto agli arresti domiciliari. L’avrebbe uccisa perché era gravemente malata.

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Giuseppe Baudo, 68 anni, ha strangolato sua moglie, Rita Pullara, 64, e poi l’ha soffocata con un cuscino. È accaduto durante una lite per questioni economiche: la coppia, insieme da 40 anni, aveva appena venduto una casa. Le divergenze sono scaturite al momento di decidere cosa fare del ricavato. Rita, a differenza del marito, voleva suddividere il denaro tra i due figli. Dopo l’omicidio Giuseppe si è costituito ai carabinieri.

Antonio Fina, un pensionato di 75 anni, ex dipendente dell’Asl, era convinto che la moglie fosse posseduta dal demonio e l’ha uccisa con il suo fucile da caccia. La vittima si chiamava Concetta Milone e aveva 77 anni. È accaduto nella loro casa alle otto del mattino. Antonio è rimasto in stato confusionale accanto al cadavere della moglie fino al tardo pomeriggio, quando una cugina è entrata in casa e ha dato l’allarme.

23 marzo, Ladispoli (Rm)

«Io l’amavo tanto e invece ho distrutto tutto. Ho distrutto la sua vita. E anche la mia. Ma non riuscivo più a vederla ridotta così, soffriva troppo, era devastata, era diventata schiava della religione, vedeva il diavolo dappertutto e mi portava con lei a fare gli esorcismi, con la gente che sveniva, gridava. Un vero inferno». Ivo Pinto, 72 anni, carabiniere in pensione, ha giustificato così l’assassinio di sua moglie, Annamaria, 70, uccisa con un colpo di pistola alla testa alle cinque del mattino, mentre dormiva. Assistito dai suoi legali, si è costituito e ha confessato tutto ai carabinieri.


26 marzo, Caserta

Carmela Imundi, 52 anni, è stata uccisa a colpi di pistola nella sua casa di Prata Sannita dal marito, Franco Ferruccio, un’ex guardia giurata di 58 anni. I vicini di casa hanno spiegato agli inquirenti che la coppia si era separata per poi tornare insieme e che i litigi erano continui.

27 marzo, Noale (Ve)

Le ha sferrato cinque pugnalate all’addome e alla schiena e poi le ha sfondato la testa con una grossa pietra. Pashko Gjelaj, 54 anni di origine albanese, ha ucciso così la sua ex moglie, Hane, 47 anni, dopo una lite in strada. L’uomo ha poi preso a sassate chiunque tentasse di soccorrere la donna, che lascia tre figli.

29 marzo, Torino

Gilberto Morelli, 50 anni, ha spinto giù dal balcone di casa la compagna, Alfina Grande, 43, che è morta sul colpo. Alla polizia, chiamata dai vicini che hanno visto la donna cadere dal secondo piano, ha raccontato di non essersi accorto di niente e di non essersi mosso dal divano davanti alla tv. L’ipotesi del suicidio è stata, però, scartata subito, per gli evidenti segni di colluttazione. In passato Alfina aveva denunciato l’uomo per violenze, tanto che era stato allontanato da casa per otto mesi, con il divieto di avvicinarsi. Da un anno erano tornati insieme. La donna lascia due figli avuti da un precedente matrimonio.


buen vivir di

Alfredo Somoza

foto Tim Dirven [panos/luz]

l’isola del futuro Il mondo di domani si può intravedere in riva al mare dei Caraibi, in Repubblica Dominicana. Un piccolo Paese “famoso” per essere stato conquistato da Cristoforo Colombo in persona. La località nella quale avvenne il primo scontro tra indigeni ed europei fu chiamata Punta Flechas, a ricordo delle frecce che i fieri indios Tainos scagliarono contro le caravelle del navigatore genovese. Punta Flechas è oggi molto frequentata perché qui si trova uno dei più importanti campi da baseball – lo sport nazionale dominicano – di tutta la provincia di Samaná. Dei Tainos rimangono le ossa e qualche ceramica custodita al Museo nazionale della capitale, Santo Domingo. Riuscirono a resistere soltanto pochi decenni alle malattie e alle violenze degli spagnoli: poi scomparvero totalmente. A prendere il loro posto sull’isola furono gli africani ridotti in catene, portati fin qui per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Con lo zucchero si preparava il rum e con il prezioso distillato si compravano le armi date in pagamento ai cacciatori di schiavi africani che vendevano i loro fratelli ai negrieri portoghesi, francesi e olandesi. Cinquecento anni fa, questa tranquilla spiaggia, ora frequentata da bambini che giocano a baseball, era il centro della prima vera globalizzazione di merci e persone verificatasi nella storia dell’uomo: armi, liquori, schiavi. Poi arrivarono i pirati, a saccheggiare le ricchezze accumulate dai bianchi che sfruttavano terre e persone, ma una nuova realtà si affacciava ormai sul mare dei Caraibi, una potenza che ambiva a spodestare gli europei: gli Stati Uniti d’America. Dopo aver scacciato gli spagnoli da Cuba e Porto Rico, cominciarono pian piano a controllare l’intera area, intervenendo ogni volta che venivano messi in discussione i loro interessi. In Repubblica Dominicana i marines sbarcarono due volte. La prima nel 1916 per tutelare i latifondisti statunitensi. La seconda, nel 1965, per abbattere un governo progressista democraticamente eletto. Nei volti dei bambini dominicani si riflettono tutti i momenti di questa storia travagliata: dallo spagnolo cadenzato alla passione per lo sport dei loro ultimi invasori, dalla foggia dei vestiti indossati al colore della pelle. La piccola Repubblica Dominicana ha vissuto per secoli al centro della globalizzazione e la sua cultura, la sua stessa gente è figlia di drammi, lotte, speranze e incontri di persone arrivate da ogni dove. È in Paesi come questo che si può intravedere il futuro di tutti noi, che siamo sempre più immersi nel frullatore di un mondo diventato più piccolo: un pianeta nel quale, malgrado i tentativi di impedirlo, la gente circola, si conosce, si mescola. Meno bianchi e meno neri, più “mulatti” e più meticci.

C


decoder di

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Violetta Bellocchio

di

Stefano Squarcina

falsi molla profeti il portafoglio d’Africa foto

Il falso profeta è un personaggio chiave in tante storie tragicomiche. Di bella presenza, spesso giovane, sempre maschio, parte come leader politico/sociale/ religioso, ma viene smascherato per i suoi numerosi peccati. Si atteggia a sant’uomo, invece è un ladro, un donnaiolo. Un bluff. Lo scorso marzo Jason Russell, cofondatore dell’organizzazione no profit Invisible Children, diventa celebre per un video (Kony 2012) dedicato a Joseph Kony, signore della guerra ugandese, addestratore di bambini-soldato. Il messaggio: “Fermate il mostro! Salvate l’Africa!”. Arriva una pioggia di soldi, complimenti, nuovi amici famosi. Altrettanto in fretta arriva la critica: il video è pieno di errori, dati importanti sono taciuti (Kony ha lasciato l’Uganda sei anni fa e i suoi nemici pare usino metodi simili). Poi spuntano foto dei capi di Invisible Children in pose da liberatori bianchi della giungla, armi in mano; poi si scopre che Russell è un fervente cristiano evangelico, uno che dalla moglie vuole «altri nove figli» e ai seguaci consiglia di usare qualsiasi metodo pur di attirare giovani potenziali fedeli. E che solo un terzo delle donazioni viene destinato agli aiuti umanitari. Tempo dieci giorni dalla messa online del video, Russell si butta nudo per strada urlando «tu sei il diavolo!». (Esiste un filmato anche di questo.) Scatta il ricovero obbligatorio in ospedale. La diagnosi: psicosi reattiva. Quasi la stessa della cantante Britney Spears, che nel 2007 lasciò la casa dove credeva di essere spiata, vagò per ore tallonata dai paparazzi, e alla fine si rasò la testa in quasi diretta mondiale. Era l’unica conclusione possibile: la storia non funziona se il falso profeta non riceve una punizione esemplare. Oppure, come diceva Alfred Hitchcock, «a tutti piace un bell’omicidio, purché sia qualcun altro la vittima».

H

Alfredo D’Amato

Colpire la criminalità organizzata dove fa male, nel portafoglio; fare in modo che in tutto il territorio dell’Unione europea sia possibile procedere alla confisca dei beni appartenenti alle mafie e alle bande criminali per smantellarne le attività economiche e finanziarie illegali, a cominciare dal riciclaggio del denaro sporco; fare del congelamento e del sequestro dei proventi di reato una priorità strategica dell’Europa nell’ambito della cooperazione giudiziaria, penale e civile. Sono gli obiettivi della nuova direttiva proposta dalla Commissione europea di Bruxelles per combattere la criminalità organizzata, che molto s’ispira all’esperienza italiana nella lotta a Cosa Nostra, alla ’ndrangheta e alla camorra. Queste organizzazioni criminali hanno ramificazioni transnazionali, ed è a questo livello che l’Unione europea vuole giustamente portarne il contrasto: «Una legislazione comune a tutti gli Stati membri Ue permetterà di combattere più efficacemente le mafie, creerà uno spazio unico di contrasto alla criminalità, proteggendo maggiormente le nostre democrazie dalla corruzione e dall’illegalità», afferma la commissaria Ue agli Affari interni, la svedese Cecilia Malmström. Stando alle stime delle Nazioni unite per il 2010, il valore totale dei proventi di reato nel mondo ha superato i duemila miliardi di euro, di cui 150 miliardi solo nel nostro Paese. La direttiva propone di estendere a tutta l’Europa pratiche già esistenti in Germania, Regno Unito, Italia e Olanda, dove nel 2010 si è proceduto a confische per almeno due miliardi di euro: una goccia nell’oceano dell’illegalità, ecco perché è necessaria una legislazione comune. La proposta adesso passa all’esame del Parlamento europeo, che certamente la sosterrà anche perché ha appena creato una commissione speciale sulla criminalità organizzata per migliorare l’azione Ue contro le mafie transnazionali; e poi dovrà essere ratificata dagli Stati membri. È necessario che le istituzioni europee e i parlamenti nazionali approvino con rapidità il testo, come chiedono a gran voce le organizzazioni della società civile europea e italiana che per anni si sono mobilitate per avere questa direttiva. Un’iniziativa, quella della Commissione, che si deve all’instancabile lavoro di associazioni come Libera, che per prima si è recata a Bruxelles per incalzare le istituzioni dell’Unione europea sull’argomento, e che ha contribuito alla creazione del network Flare, presente in più di venti Paesi – per l’Italia, oltre a Libera, ne fanno parte Addiopizzo e Terra del Fuoco – la cui segreteria operativa è a Torino. Meno male che don Ciotti c’è.

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Alda Merini testo e illustrazioni

Silvia Rocchi a cura di BeccoGiallo

Silvia Rocchi È nata nel 1986. Ha studiato pittura a Firenze e illustrazione a Bologna, dove vive. Dal 2009 fa parte del gruppo collettivo di autori La Trama, piccola realtà dell’autoproduzione di fumetti bolognese.

La sensibilità, la schiettezza, la straordinaria vena artistica di Alda Merini raccontate per immagini d’autore. Il ricordo di una donna smisurata e profonda. Talento precoce della poesia italiana, ha vissuto la scrittura come questione di vita o di morte, in un continuo precario equilibrio fra salvezza e perdizione. Questo fumetto ne ridipinge l’essenza dai difficili esordi all’esperienza in clinica psichiatrica, dall’anonimato più doloroso fino agli ultimi riconoscimenti di critica e pubblico.


mad in italy di

Gianni Mura

è il 25 aprile Niente Vizionario, questo mese. I giochi di parole lasciano il tempo che trovano. Ci sono cose molto più importanti. Il numero di E esce a ridosso del 25 aprile e prima che lo aboliscano (già ci avevano provato, dà più fastidio dell’articolo 18) credo sia doveroso parlarne, far capire a chi non l’ha vissuta cos’è stata la Resistenza. Le poesie di Alfonso Gatto, scritte in quel periodo, saranno in libreria fra un mese. Il capo sulla neve è il titolo del piccolo libro edito dalla Fondazione Alfonso Gatto di Salerno a cura di Filippo Trotta, nipote del poeta, ristampa di un volumetto uscito nel 1947 a Milano con la prefazione di Massimo Bontempelli e riportato in questa con l’aggiunta (partecipata, preziosa) di colui che non t’aspetti (ma saluti sempre volentieri): Andrea Camilleri. Poche righe su Alfonso Gatto. Non voglio rubare la rubrica sui libri a Neri Marcorè (assente giustificato, ma tornerà), ma solo dire che Gatto l’ho amato molto quand’ero un ragazzo e non ho mai smesso, anzi se possibile quest’amore è cresciuto. Perché ci trovavo (ci trovo) non solo l’impegno civile, ma una facilità-felicità di verso e di colore, una grazia profonda, una fusione di canto e incanto. Gatto, nato nel 1909 e morto nel 1976 in un incidente d’auto (non guidava lui) è stato commesso di libreria, istitutore di collegio, correttore di bozze, pittore, insegnante, giornalista, attore. Ha scritto di sport, ha seguito Giri d’Italia e Tour de France, ha commentato settimanalmente il campionato di calcio. Nello studio, a Roma, aveva un poster gigante di Gianni Rivera e litigava volentieri con l’amico Vittorio Sereni, interista. Ha scritto d’arte, di architettura, di cinema. Tutto è stato tranne che isolato sulla torre d’avorio. E già nel ’36, come elemento sovversivo, aveva passato sei mesi nel carcere milanese di San Vittore. Ed ecco la sua poesia, dal titolo 25 aprile.

[fototeca storica nazionale ando gilardi]

La chiusa angoscia delle notti, il pianto delle mamme annerite sulla neve accanto ai figli uccisi, l’ululato nel vento, nelle tenebre, dei lupi assediati con la propria strage, la speranza che dentro ci svegliava oltre l’orrore le parole udite dalla bocca fermissima dei morti

“Liberate l’Italia, Curiel vuole essere avvolto nella sua bandiera”. Tutto quel giorno ruppe nella vita con la piena del sangue, nell’azzurro il rosso palpitò come una gola. E fummo vivi, insorti con il taglio ridente della bocca, pieni gli occhi, piena la mano nel suo pugno: il cuore d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.


[fototeca storica nazionale ando gilardi]

Eugenio Curiel, nato a Trieste nel 1912, laureato in Fisica a Padova con una tesi sulle disintegrazioni nucleari, fu arrestato, torturato, confinato a Ventotene. Col nome di Giorgio partecipò alla Resistenza. Fu ucciso a Milano da un gruppo di Brigate nere il 24 febbraio 1945, di primo pomeriggio, tra piazzale Baracca e piazza Conciliazione. Gli è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare. Solo questo andava precisato, in coda alla poesia di Gatto. Perché le parole, per chi ci crede, non hanno bisogno di spiegazioni. Camminano e arrivano a destinazione, o inciampano e cadono, da sole. Quanto alla necessità di ricordare, ecco altre parole. Di Julius Fucˇik (1903-1943), giornalista e scrittore ceco, arrestato il 24 aprile 1942, torturato nel carcere praghese di Pankrác, impiccato in quello berlinese di Plötzensee l’8 settembre 1943. “Vi chiedo solo una cosa: se sopravvivete a quest’epoca non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi. Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi. Un bel giorno oggi sarà il passato e si parlerà di una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia. Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi. Erano persone, con nome, volto, desideri e speranze, e il dolore dell’ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo, il cui nome resterà. Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che avete conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi”. Lo vorrei anch’io, che sono nato a guerra finita da poco e della Resistenza ho sentito raccontare mio padre. Poco, e senza enfasi. Chi l’ha fatta, oggi potrebbe dire a pieno diritto che il vento fischia ancora. Chi non l’ha fatta, come me, si limita a dire che da anni tira una brutta aria.

W


Buone nuove a cura di

Gabriele Battaglia

illustrazioni

Anna Cola Susanna Teodoro

1 marzo, Peru-Ecuador

La frontiera tra i due Paesi sudamericani sarà libera da mine antiuomo entro il 2016. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa peruviano, Alberto Otarola: «Penso che nel 2016 saremo in grado di affermare che i confini sono liberi dalle mine». Otarola ha anche rivelato che nel 2011 sono state disinnescate 1.495 mine nella zona di frontiera, dieci volte in più rispetto a quanto fatto un anno prima. Si stima che nel corso di successivi conflitti, lungo il confine tra Peru ed Ecuador siano stati interrati circa sedicimila ordigni.

3 marzo, Cina

La cittadinanza di Wukan ha eletto come nuovo capovillaggio Lu Zuluan, leader della protesta vittoriosa contro gli espropri di terre. Si tratta di un caso unico, per la Cina, di democrazia dal basso. La comunità di pescatori e contadini del Guangdong era stata protagonista di una lotta collettiva contro le requisizioni lungo tutto il 2011. A dicembre l’epilogo: dopo la morte dell’attivista Xue Jinbo – sospetta perché avvenuta mentre era in custodia nella caserma della polizia del villaggio – la cittadinanza aveva scacciato i funzionari locali e iniziato un’esperienza di autogestione. La polizia aveva assediato Wukan, ma dopo una decina di giorni, il segretario provinciale del Partito, Wang Yang, aveva tolto l’assedio, annullato il progetto di speculazione immobiliare da cui discendevano le requisizioni e indetto elezioni libere per il primo marzo.

6 marzo, mondo

Due miliardi di persone in più hanno avuto accesso all’acqua potabile tra il 1990 e il 2010. Lo ha annunciato l’Onu. È stato così raggiunto prima della scadenza prevista nel 2015, l’obiettivo del Millennio di dimezzare la popolazione mondiale che non dispone di acqua potabile. Un rapporto stilato dall’Unicef e dalla Organizzazione mondiale della sanità ha rilevato che, alla fine del 2010, l’89 per cento della popolazione mondiale, ovvero 6,1 miliardi di persone, aveva accesso all’acqua potabile, un risultato migliore dell’88 per cento che era stato stabilito dall’obiettivo del Millennio. Il rapporto stima pure che, entro il 2015, il 92 per cento della popolazione mondiale avrà accesso all’acqua potabile.

6 marzo, Bolivia

In Bolivia, dove in sei favelas su dieci mancano i diritti di proprietà sulle terre occupate dalle varie abitazioni abusive, gruppi di donne hanno trovato la maniera per assicurarsi il loro pezzetto di terra e i relativi diritti. Approfittando di una proposta di legge nazionale si stanno muovendo per cambiare radicalmente la mentalità boliviana. I nuclei familiari che occupano gli slum più poveri del Paese, infatti, sono gestiti quasi esclusivamente da donne sole, che soffrono, in maniera spropositata, di una totale mancanza di rispetto tipica della comunità machista. In ogni organo decisionale, infatti, sia statale che municipale o di quartiere, la donna è sottorappresentata. Così, nell’ultimo anno, 128 donne hanno deciso di frequentare la Scuola per donne leader e proprietarie della terra, organizzata dalla ong inglese Habitat for Humanity, e adesso hanno iniziato a lavorare con il governo municipale di Cochabamba. Il loro fine è cambiare dal basso la società in nome dell’uguaglianza fra uomini e donne nei diritti, partendo proprio dall’accesso alla terra.

7 marzo, India

Programma di riforestazione in Jammu-Kashmir. Il governo dello Stato prevede di spendere un miliardo di rupie indiane (più di 20 milioni di dollari) entro il 2015 per il rimboschimento, con l’obiettivo di rigenerare la boscaglia per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e di guadagnare crediti carbonio in base al programma Redd+ delle Nazioni unite (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation), che mira a far sì che le nazioni più ricche e industrializzate paghino per proteggere le proprie foreste. In Jammu e Kashmir, tremila ettari di bosco sono stati ripiantati da quando il programma ha avuto inizio, nel 2010. I funzionari forestali sostengono che le foreste dovrebbero rigenerarsi completamente nel giro di 40 anni. Intanto l’area è stata recintata per proteggerle.

13 marzo, Svizzera

I profitti delle lotterie e delle scommesse sportive andranno ad attività di interesse pubblico e caritatevoli. L’ha stabilito un referendum costituzionale, nel quale l’87 per cento dei cittadini svizzeri si è espresso a favore di questa soluzione. Federazione e singoli Cantoni dovranno inoltre avere un occhio di riguardo per i possibili effetti pericolosi del gioco. Con il nuovo testo, assume rango costituzionale una prassi già fortemente in uso: la Lotteria romanda e Swisslos, infatti, distribuiscono ogni anno 540 milioni di franchi a sedicimila organizzazioni no profit specializzate in cultura, welfare, sport e tutela dell’ambiente. Sebbene la Svizzera non faccia parte dell’Ue, il voto potrebbe essere usato come precedente di best practice nelle consultazioni iniziate dalla Commissione europea sul Libro verde del gioco online.


14 marzo, Repubblica Democratica del Congo

La Corte penale internazionale ha condannato il leader ribelle Thomas Lubanga Dyilo per lo sfruttamento di bambini-soldato. I giudici della Cpi hanno riconosciuto Lubanga Dyilo colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio” dei seguenti crimini di guerra: coscrizione, arruolamento e utilizzo attivo di ragazzi minori di 15 anni nei combattimenti avvenuti nel distretto di Ituri nel corso del 2002 e del 2003. Lubanga era a quei tempi leader dell’Unione dei patrioti congolesi (Upc), un gruppo ribelle implicato in molte gravi violazioni dei diritti umani, compresi massacri etnici, torture, stupri e il reclutamento massiccio di bambini, alcuni di sette anni. Le autorità congolesi hanno consegnato Lubanga alla Corte penale internazionale nel marzo del 2006. Il suo processo ha avuto inizio nel gennaio del 2009.

19 marzo, Kenya

La strategia per combattere la desertificazione? Il contributo delle donne all’agroforestazione, l’agricoltura che si basa sulle interazioni ecologiche tra alberi legnosi, coltivazioni e allevamenti. In Kenya, tutto è cominciato quando la nuova Costituzione, che consente l’accesso delle donne alla terra, è entrata in vigore nell’agosto 2010. La riforma ha creato inoltre un sistema di governo decentralizzato che consente alle comunità di farsi carico delle risorse all’interno del loro territorio. In questo quadro, l’agricoltura di sostentamento beneficia dei saperi della comunità femminile. «Il nostro gruppo sta costruendo cisterne d’acqua e serbatoi, che useremo per l’irrigazione e per l’uso domestico», dice Fidelis Ciamwari del Muiru Women Self Help Group. «Questo ci aiuterà ad affrontare le intemperie». Nell’agroforestazione un ruolo particolare è quello degli alberi, che hanno proprietà medicinali e sono utilizzati per curare la tosse, il raffreddore e per purificare l’acqua.

21 marzo, Italia

Frutta nelle scuole al posto di merendine ipercaloriche. Succede ad Ancona, grazie a un progetto che coinvolge 28 plessi scolastici per 4.300 alunni: saranno distribuite confezioni di frutta fresca biologica in sacchetti biodegradabili, tutta proveniente da ditte del territorio. In Italia, oltre il 30 per cento dei bambini tra gli otto e gli undici anni è sovrappeso, il 12,3 per cento è obeso: più di un bambino su tre ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età.

22 marzo, Botswana

Dopo dieci anni di sete, i boscimani possono festeggiare la Giornata mondiale dell’acqua attingendo a piene mani da un pozzo nella loro terra ancestrale. Il pozzo che utilizzavano nel deserto del Kalahari era stato sigillato nel 2002 dal governo del Botswana, che voleva scacciarli dalle terre per aprire le porte allo sfruttamento dei diamanti. Nel 2006, l’Alta corte riconobbe ai boscimani il diritto di tornare a vivere

nella propria terra, ma con l’aiuto di Survival hanno dovuto lottare per altri cinque anni e affrontare un nuovo procedimento giudiziario prima di ottenere legalmente il diritto di accedere all’acqua dentro i confini del proprio territorio. «Come tutti sanno, l’acqua è fondamentale per la vita», ha dichiarato a Survival Jumanda Gakelebone, portavoce dei boscimani. «E il pozzo di Mothomelo ha davvero cambiato le nostre vite. Gli anziani e i giovani che vogliono vivere nella Riserva del Kalahari non dovranno più percorrere lunghe distanze per bere un sorso d’acqua. Siamo molto felici e ringraziamo tutte le persone che ci hanno aiutato a renderlo possibile».

22 marzo, Italia

Niente Cie per chi è nato nel Paese. È questo il senso della sentenza emessa dal giudice Giandomenico Cavazzuti del Tribunale di Modena e che riguarda due fratelli di origine bosniaca, nati in Italia da genitori stranieri. Andrea e Senad, di 23 e 24 anni, sono cresciuti a Sassuolo e si sono ritrovati rinchiusi in un Centro di identificazione ed espulsione dopo un normale controllo di documenti da parte della polizia stradale. Ci sono rimasti per più di un mese. Luca Lugari, avvocato dei due ragazzi, ha commentato così: «È una sentenza storica. Il giudice ha riconosciuto loro lo ius soli, stabilendo un precedente che sicuramente aiuterà a chiarire la situazione di moltissimi giovani come Andrea e Senad, che erano finiti in quello che si potrebbe descrivere come un vuoto normativo». La decisione della corte crea un precedente, annullando l’espulsione emessa dal prefetto e riconoscendo di fatto la non applicabilità della legge Bossi-Fini per chi nasce in territorio italiano.

2 aprile, Estonia

Mezzi pubblici gratis a Tallinn. È quanto ha sancito il referendum cittadino fortemente voluto dal Comune, sebbene già adesso l’aria di Tallinn sia la migliore del mondo secondo la World Health Organization e appena il 26 per cento dei cittadini si sposti con l’auto. Dal primo gennaio 2013 si salirà su tram e autobus senza pagare il biglietto. Unico problema, non di poco conto: dove trovare i 20 milioni di euro annui per coprire i mancati ricavi di biglietti e abbonamenti.

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foto Luigi Baldelli [parallelozero] testo Ettore

Mo

Anche il vento 66


ha paura 67


Un pomeriggio, nel parco di un popoloso quartiere dove dei ragazzi stavano giocando a calcio, alcuni uomini incappucciati sono scesi da una camionetta tipo Blazer e hanno aperto il fuoco. Quattro le vittime, tra cui Miguelito, alunno della seconda elementare, e una ragazza trovata morta in mezzo alla spazzatura, il volto imbavagliato in un sacchetto di plastica. Ma è stato l’urlo della mamma di Miguelito a trapanarmi cuore e cervello. Messa a confronto con altre metropoli e capitali sconvolte dal turbine della violenza urbana, Ciudad Juárez si è riconfermata una delle città più aggressive del mondo. Le vittime del narcotraffico dal primo gennaio 2009 al 28 febbraio 2011 – secondo i dati più recenti – sono 5.316.

«Vittime di una guerra combattuta unicamente per il denaro», afferma la giornalista messicana Luz del Carmen. «E infatti il compenso per chi spara e uccide è di mille pesos (60 euro). Questa la differenza fra la vita e la morte». Alla caccia ai sicari, che si svolge nello Stato di Chihuahua, prendono parte militari dell’esercito, federali e polizia: ma è diffuso il sospetto, confermato da varie denunce, che una parte delle forze dell’ordine, soprattutto tra i Federales, sia segretamente “alleata” con i banditi del narcos. In realtà, per l’opinione pubblica, nelle file dei narcos militano i politici, gli impresari e gli stessi poliziotti e non sorprende più nessuno che alla frontiera con gli


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Stati Uniti, dove passa il traffico della droga, siano disseminati gli agenti dell’Fbi e della Cia. Come non stupisce più nessuno che il 95 per cento dei crimini connessi al narcotraffico sia rimasto impunito, visto che la polizia e altre organizzazioni statali sono state “comprate” con la bella somma di 2,75 miliardi. C’è posto anche per l’infanzia sulla scena del crimine: «Poiché i bambini – ha spiegato un docente dell’Università di Ciudad Juárez – crescono con l’idea che ammazzare sia cosa del tutto normale». Non è raro il caso di mocciosi che entrano nei bar muniti di fucili d’assalto come gli AR-15 o gli AK-47 e compiano stragi come è avvenuto a Torreón, Cancún, Acapulco e Ciudad Juárez.

Totale: 21 morti, 17 uomini e 4 donne. Poco riguardo anche per i giornalisti: sono 138 i morti ammazzati, uno di loro ucciso davanti alla figlioletta di sei anni. Lo stesso docente – Hugo Almada – suggerisce che, «trattandosi di un problema di salute pubblica, occorre che la droga venga legalizzata». Solo così si potrà tenere sotto controllo la produzione e lo smercio della cocaina destinata agli Stati Uniti (50 per cento), all’Europa (35 per cento) e il 15 per cento al resto del mondo. Senza la droga non si spiegherebbero scontri armati e massacri come quello di Villas de Salvárcar dove un mattino cinque studenti vennero abbattuti da quattro militanti di un gruppo in lotta contro i Signori del narcos: che pure


Ciudad Juárez Luglio 2011. Un mese qualsiasi nella città di frontiera, dove il Río Bravo segna il confine tra Messico e Stati Uniti e la violenza quello tra la vita e la morte. I cartelli dei narcos controllano l’intera zona e il traffico delle tonnellate di droga che, da qui, partono verso il Nord del mondo. In un mese qualsiasi, nella città di frontiera, come raccontano le foto di Luigi Baldelli e le parole di Ettore Mo, i sicari sparano in pieno giorno per un pugno di pesos; corpi con mani e piedi legati vengono abbandonati in discarica o per la strada; la polizia e l’esercito con una mano arrestano, con l’altra si coprono gli occhi, fingendo di non vedere. Molte donne vengono uccise o spariscono nel nulla. Per ricordare tutte le vittime di femminicidio qualcuno ha piantato croci rosa su un mucchio di terra comune. Ma le leggi dei narcos non fanno differenza tra gli innocenti, né di genere né di altro tipo. Il 28 marzo 2011 Juan Francisco Sicilia Ortega, 24 anni, è stato freddato insieme ad altri sei ragazzi. Da allora suo padre, il poeta Javier Sicilia (nella foto alle pagine 74-75), non ha più trovato le parole, ma ha reso pubblico il suo dolore per chiedere la fine della Guerra dei narcos, la fine della paura.

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sono in perenne conflitto per gli schieramenti interni, come avviene fra il Cartello del Golfo e la compagine narcomilitare degli Zetas. Miguel Perrea è abbastanza anziano per ricordare i bei tempi andati della sua città, quando «i nonni e bisnonni dei Narcos di oggi fecero i soldi ai tempi di Al Capone e del proibizionismo. Allora Ciudad Juárez non aveva industrie ma era ricca di cabaret, bar, bordelli e luoghi di divertimento in genere... Poi – racconta – cominciarono ad arrivare i soldati nordamericani che da qui partivano per tutte le guerre. Prima di imbarcarsi per la Corea, il Vietnam o l’Iraq venivano qui a sbronzarsi e a fumare l’erba nei nostri saloon».

Non si poteva andarsene da Ciudad Juárez senza visitare l’obitorio probabilmente uno dei più frequentati al mondo, vista l’eccezionale quantità di cadaveri che la città è in grado di fornire a ritmo continuo. Ci lavorano centoventi persone con una équipe di dodici medici forensi. Ospita provvisoriamente gente morta per ferite d’arma da fuoco e da arma bianca e c’è anche qualche cadavere decapitato. Ci sono quattro frigoriferi, ciscuno con centoventi corpi. «I cadaveri identificati lasciano l’obitorio entro 24 o 48 ore – dice la dottoressa Alma Rosa Padilla Hernández – ma ciò che più mi rattrista è vedere i bambini morti. Cosa sta succedendo all’umanità?».


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A Ciudad Juárez ho la fortuna di imbattermi in uno straordinario personaggio, Gustavo de la Rosa, indomito paladino dei diritti umani in Messico. Ma è un’attività, la sua, che non piace affatto ai Signori del narcos che lo vorrebbero in qualche modo “esiliare”. Sono anni che, per evitare inconvenienti, va in giro in macchina o a piedi con la scorta di una camionetta su cui viaggiano due poliziotti nero-vestiti che hanno sempre il fucile in mano e un dito sul grilletto. È con questo apparato funereo-militare che viene a farci visita in albergo. Sessantacinque anni, ha un bel casco di capelli bianchi e dello stesso candore i baffi e la barba.

Dice cose interessanti, talvolta sorprendenti come «polizia e delinquenti sono ambedue nemici del DDHH» (leggi Diritti umani). Aggiunge che «la polizia si prende il diritto totale di punire» e ricorda che sono stati fatti progressi per rintracciare i desaparecidos e riportarli a casa. Ma la sua ultima confidenza è amara: «Ciudad Juárez – conclude – si è trasformata in una città fantasma». Il 25 per cento delle case è stato abbandonato, mentre i grandi impresari sostengono «che non è vero che ci sono ogni anno tremila morti ammazzati, tutte balle della stampa». Qualcuno l’ho visto anch’io sdraiato sui marciapiedi. Dalle cronache del Centro America risulta che ogni anno


gli americani mandano in fumo 65 miliardi di dollari per alimentare il mercato degli stupefacenti – marijuana, coca, eroina, metanfetamine – provocando stordimenti e deliri di massa. Solo a Ciudad Juárez vivono ottantamila cocainomani. Una guerra dove sono schierate anche le donne, le amazzoni che chiamano “chicas kalashnikov”, per il fucile che portano sempre a tracolla. E nel vocabolario messicano entra una nuova parola: femminicidio. Un altro bilancio agghiacciante riguarda l’infanzia e l’adolescenza del Messico, se si prende in esame la conclusione di un rapporto da cui emerge che 1.300 minorenni sono stati ammazzati negli ultimi quattro anni, mentre assomma a 27mila la folla dei tossicodipendenti. Disastroso panorama cui bisogna aggiungere le greve pennellata di diecimila desaparecidos. “Nella valle di Juárez – dice un ritornello in voga da queste parti – anche il vento ha paura”. Nel camposanto di Guadalupe c’è una tomba dove sono sepolti quattro membri di una stessa famiglia, quella degli Amaya, tutti quanti vittime di morti violente. «Ognuno di noi sa chi li ha uccisi», dice il becchino del villaggio che sembra emergere da un dramma shakespeariano, «ma per tradizione teniamo la bocca chiusa». A suggello di questa incursione in Messico c’è l’incontro con il grande poeta Javier Sicilia, decorato con il massimo premio letterario del Paese: ma neanche la gloria è riuscita a rimarginare la ferita che ha nel cuore. Suo figlio Juan Francisco, che lui continua a chiamare teneramente Juanelo, venne ucciso poco più di un anno fa da un gruppo “scellerato” di narcotrafficanti. «Quel giorno – racconta – mi trovavo nelle Filippine per una serie di conferenze: la notizia mi giunse per telefono. Juanelo aveva 24 anni. Giurai a me stesso di non scrivere mai più poesie. Mai più. L’ultima, dedicata a mio figlio, comincia così: ‘Il mondo non è degno di parole’. La mia creatività poetica ne fu come asfissiata». Accantonati i versi, Javier Sicilia, vicino ai sessanta, si è dato all’attività che solo superficialmente potrebbe essere definita politica: in realtà ha partecipato a due lunghe marce di protesta per la pace, da Città del Messico a Cuernavaca e da Durango a Ciudad Juárez, mentre dal settimanale Proceso, cui collabora, stigmatizza di continuo il governo esortandolo ad adottare misure più drastiche per sconfiggere il narcotraffico. Non appartiene ad alcun partito, ma si sente vicino al Movimento zapatista e si autodefinisce «anarchico nel senso buono della parola». Piuttosto restio a “concedersi” ai giornalisti, il poeta ha acconsentito al nostro incontro dopo avergli ricordato che Eugenio Montale è stato uno dei più illustri e assidui elzeviristi del Corriere della Sera. Ma nel commiato si finisce per parlare ancora una volta di Juanelo: «Quando lo vidi per l’ultima volta, prima di partire per le Filippine», bisbiglia con un filo di voce, «gli dissi: “Ti voglio bene e sono orgoglioso di te e dei tuoi studi”». Poi un accenno affettuoso a tre dei ragazzi che morirono insieme a lui nel massacro di marzo perché «erano i compagni d’infanzia e di scuola, stavano sempre insieme, giocavano, studiavano e anche litigavano...».

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L’Italia è una Repubblica a cura di

6 marzo, Ravenna

14 marzo, Taibon Agordino (Bl)

6 marzo, San Giorgio di Piano (Bo)

15 marzo, Cantù (Co)

Daniele Morichini, 43 anni, stava scaricando un camion nel porto della città. È stato travolto da una cassa di metallo.

Era impegnato a riparare il tetto di un capannone, quando è scivolato precipitando al suolo. La vittima è Antonio Marruso, 71 anni.

7 marzo, Bagnolo Mella (Bs) L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro è il nostro osservatorio sulle morti bianche. Si tratta di un elenco parziale e incompleto, ricavato da fonti secondarie, degli infortuni mortali avvenuti tra il 6 e il 31 marzo. A cura di rassegna.it, sito d’informazione su lavoro, politica ed economia sociale, che dal settembre 2010 porta avanti un monitoraggio quotidiano delle vittime.

G.M., titolare di un’azienda agricola, stava pulendo un silo quando è scivolato da un’altezza di circa tre metri. Aveva 59 anni.

8 marzo, Ivrea

Stavano lavorando come tecnici sull’autostrada A5 Torino-Aosta quando un tir li ha investiti all’altezza dello svincolo di Ivrea. Le vittime sono Salvatore Parco, ingegnere di 35 anni, e Alfredo Cionfoli, operaio di 42 anni.

Un boscaiolo stava potando alberi in località Taibon Agordino quando i rami hanno urtato i cavi della rete elettrica ed è rimasto folgorato.

Paolo Visioli, operaio di 36 anni, stava lavorando sul tetto di un magazzino a Cantù, ha perso l’equilibrio ed è caduto da sei metri. Ha trascorso cinque giorni in ospedale prima di morire.

16 marzo, Pomarance (Pi)

Safeti Hisni, cittadino macedone di 41 anni, stava tagliando alberi nella centrale della Terna. È stato colpito da un ramo ed è caduto da sei metri d’altezza.

16 marzo, Carpi (Mo)

Massimo Stefanini, dipendente di una ditta di trasporti di 52 anni, stava ordinando gli ingressi e le partenze dei mezzi pesanti nel piazzale dell’azienda. È stato investito da un tir che faceva manovra.

9 marzo, Como

17 marzo, Civitella Messer Raimondo (Ch)

11 marzo, Pietrastornina (Av)

17 marzo, Ancona

12 marzo, Sant’Arcangelo (Pz)

19 marzo, Egna (Bz)

Autotrasportatore di 48 anni, Giuseppe Ghini stava guidando in località Binago. Ha perso il controllo del mezzo che è uscito di strada.

Benito De Nisi, 75 anni, stava potando alcuni alberi nel terreno di sua proprietà quando è precipitato al suolo da un’altezza di otto metri.

Un uomo di 33 anni stava lavorando in un cantiere edile quando è stato travolto da un camion.

14 marzo, Firenze

Valerio Sarti, 69 anni, stava lavorando sul trattore nel terreno di sua proprietà in zona Santa Brigida. Il mezzo si è rovesciato scaraventandolo al suolo.

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Donato Masciantonio, agricoltore di 78 anni, è rimasto schiacciato dalla quercia che stava tagliando nella sua proprietà.

Stava guidando il trattore sul suo terreno agricolo quando il mezzo si è ribaltato e lo ha schiacciato. La vittima è Aldo Perino di 78 anni.

Raimund Pöhl, camionista di 59 anni, stava guidando il suo camion all’interno della cava di San Floriano quando il mezzo si è rovesciato.

20 marzo, Cerea (Vr)

Operaio di 41 anni, Mauro Berti stava lavorando sul tetto di un fabbricato in località Cherubine di Cerea. È precipitato al suolo da un’altezza di nove metri.


fondata sul lavoro 20 marzo, Catania

Filippo Malaponte, 56 anni, lavorava sul tetto di un capannone nel quartiere San Cristoforo. Ha perso l’equilibrio ed è caduto sul terreno. È morto in sala operatoria a causa di un arresto cardiaco.

20 marzo, Viadana (Mn)

Emanuela Alberici, 50 anni, era impiegata nel deposito della Arix. È stata investita dal carrello elevatore guidato da un collega.

22 marzo, Montichiari (Bs)

Il 29 aprile 2011 un operaio indiano di 41 anni, Surjit Singh, era stato travolto da un carrello elevatore nella ditta per cui lavorava. È morto dopo undici mesi di ospedale.

23 marzo, Chivasso (To)

Alfonso Chirichiello, 51 anni, stava lavorando in un cantiere quando la sua gru ha toccato i cavi dell’alta tensione ed è rimasto folgorato.

23 marzo, Borghetto Santo Spirito (Sv) Giuseppe Oxilia, 64 anni, era titolare di un’azienda di imballaggi. È stato schiacciato da due balle di lana da 400 chili l’una, che sono cadute da un muletto.

26 marzo, Coriano (Rn)

Gianfranco Tamagnini, camionista di 62 anni, stava entrando nel parcheggio degli automezzi di igiene ambientale della Hera di Rimini. È stato colpito dalla sbarra di ingresso che ha trapassato il veicolo.

26 marzo, Mango (Cn)

Ugo Avezza, agricoltore di 54 anni, stava guidando il trattore nel suo vigneto, quando il mezzo si è ribaltato.

28 marzo, Castel San Giorgio (Sa)

Saverio Maiorino, autista di 54 anni, stava lavorando nell’orto di sua proprietà. È morto dissanguato dopo che la sua gamba è rimasta intrappolata nei denti della motozappa.

28 marzo, Pontenure (Pc)

Luciano Gregori, operaio meccanico di 62 anni, è caduto dalla scala mentre stava riparando il tetto della sua abitazione.

29 marzo, Follonica (Gr)

Ionel Vatra, muratore rumeno di 34 anni, stava lavorando in un cantiere edile, quando è rimasto schiacciato dal crollo di un muro.

23 marzo, Bibbiano (RE)

Un saldatore tunisino di 42 anni stava lavorando in una ditta di costruzioni meccaniche. Una struttura metallica di circa 200 chili si è staccata dal supporto e lo ha schiacciato.

24 marzo, Gavirate (Va)

È stato travolto dal crollo di un muro, mentre lavorava in un cantiere edile. Si chiamava Maurizio Filaferro, era un operaio di 49 anni.

26 marzo, Rivara (To)

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6 - 31 marzo morti sul lavoro

Maurizio Galimberti

Gheoghita Remus Fenghiu, operaio rumeno di 37 anni, è morto mentre lavorava in una ditta di autodemolizioni. Una gru stava spostando la carcassa di un’automobile che si è staccata e lo ha schiacciato. Sulla vicenda, però, sono state aperte delle indagini: il referto autoptico ha infatti riscontrato diverse incompatibilità tra le ferite sul corpo della vittima e le lamiere dell’auto.


televasioni di

Flavio Soriga

illustrazione

Borislav Sajtinac

buona primavera “Agorà”, su RaiTre, un mattino di inizio primavera: un sociologo cerca di spiegare ai deputati presenti in studio che lo screditamento della classe politica italiana è dovuto anche a questo: che quando i suoi rappresentanti vanno in tv, strillano, coprono le voci l’uno dell’altra, fanno discorsi fumosi e si accusano a vicenda senza nemmeno ascoltare le parole dell’altro. Non ha ancora finito di fare questa osservazione, pacata nei modi e ragionevole nella sostanza, evidente a chiunque guardi un po’ di tv, non ha ancora chiuso la frase che subito l’onorevole Pdl presente in studio (instancabile strillatrice catodica) comincia a protestare, sbuffare, alza la voce coprendo le parole del sociologo, travisa le sue parole e lo accusa di avere fatto un’apologia del terrorismo, che è esattamente l’opposto della realtà. Il povero Andrea Vianello cerca di calmarla, la invita a ragionare, ma niente: la signora non ascolta, non sente, strilla soltanto. Tutto passa, e anche questa Italia con i nervi tesi si calmerà, e spariranno gli urlatori così poco interessati alla realtà, e si tornerà a discutere con qualche sapienza di lavoro e stipendi, ricchezza e distribuzione, poveri e opportunità. Passerà la minaccia dello spread e il governo dei mercati, e torneremo a concentrarci sulle cose più concrete della nostra vita: le tasse universitarie troppo alte, le Case dello studente con troppi pochi posti, l’Università che non dà spazio al merito. Si tornerà cioè a parlare di politica, contro cui si strilla molto, in tv («La politica fa schifo! La politica è il male!»), eppure lì dovremo tornare, a discutere e dividerci sulle scelte politiche: quanto finanziare l’esercito e quanto la scuola, quanto gli ospedali e la cooperazione. Tutto passa: Emilio Fede non è più direttore del Tg4, dopo appena un ventennio. Non lo sentiremo più recitare, ammonire, esortare, ammiccare, storpiare i nomi degli avversari politici, non vedremo più la straordinaria messa in scena quotidiana di questo signore che ha accumulato su di sé la più strepitosa e fantasmagorica collezione di accuse che giornalista abbia mai ricevuto nell’universo. C’è una vita oltre il lavoro, e la speranza è che il Dottor Fede lo scopra, seppure così avanti nella vita: se ne faccia una ragione, Direttore, è primavera e i parchi sono bellissimi, si compri un iPod e faccia lunghe camminate, la vita è bellissima, mi creda, anche lontano dal Palazzo dei Cigni. Buona primavera.

[siae 2012]

(“Come milanesi al mare/che ora basta lavorare/tutti sotto questo sole/il sole del lavoratore/come milanesi al mare/che ora basta devo andare”. Zen Cyrcus, Nati per subire, 2011)

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parola mia di

Patrizia Valduga

come carabinieri Stiamo parlando come carabinieri, e “favoriamo” involontariamente, parlando, “i documenti” della nostra miseria linguistica. (Ne ho sentito uno dire al telegiornale che bisognava “individuare persone sospette, ancorché ben vestite”: “ancorché”! Lo si sa da tempo che i veri delinquenti sono “ben vestiti”). Di ogni parola si tende a preferire una variante un po’ goffa e molto pretenziosa: per esempio “posizionare” al posto di mettere, collocare, posare; oppure “interloquire” al posto di parlare, dialogare, che è anche un errore, perché significa “intervenire in una conversazione, in una discussione, in un dibattito”; non si “interloquisce” quando si è in due. Dopo la diffusione della “dinamica” (dell’incidente, dell’assassinio), per carabinieresca precisione, al “metodo” si preferisce la “metodica”, ai “problemi” le “problematiche”, ai “temi” le “tematiche”, ai “tipi” le “tipologie” e ai “tempi” le “tempistiche”. Non sono una consumista, compro soltanto le cose indispensabili; ma le poche volte che entro in un negozio e domando qualcosa, mi si risponde che «non c’è il titolare», e se compero una cosa, una cosa che è una, quando pago mi si dice immancabilmente: «In totale fa». E poi c’è quel maledetto “e quant’altro” al posto di “e così via”, “eccetera”. Ma se “quanto” significa “tutto quello che”, come si fa a lasciarlo così, come per aria, come mutilato? Si è perduto ogni senso della lingua? Si è perduta anche la minima conoscenza del senso delle parole? “E quant’altro” ormai si è diffuso come un contagio; ho letto persino un “e quant’altri”. Ma non voglio perdere la speranza. Ho sentito una pubblicità che prometteva questo, quello “e tanto altro”, e mi si è allargato il cuore.

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polis di

Enrico Bertolino

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Elfo

su che barca stai? A volte per scrivere, invece che pensare, basta guardare; nella fattispecie basta seguire uno o più tg e, cercando di non cadere in una retorica spicciola, recuperare uno spunto degno di essere discusso. Pochi giorni fa l’ho trovato, osservando un telegiornale in cui si parlava di immigrazione clandestina, ovvero dei soliti barconi avvistati al largo di Lampedusa o di Pantelleria o della Puglia – poco conta – sui quali centinaia di persone disperate cercano di raggiungere l’Italia (e se la considerano la Terra Promessa, devono essere davvero molto disperati o forse solo male informati oppure hanno semplicemente bisogno di ricostruire la loro vita altrove in condizioni dignitose). Sta di fatto che i servizi indugiavano sulle immagini di bambini, di persone che scendevano, una volta salvati, da quegli inquietanti barconi e, bevendo una bottiglia d’acqua, avvolgendosi nella coperta data dai volontari e dagli agenti, sorridevano, felici di avercela fatta, di aver superato il primo ostacolo sulla via della libertà: il mare. Poco dopo, anche in un altro tg si parlava di barche; ma stavolta non di barconi, ma di yacht lussuosi o barche da diporto, vela o motore. Il pretesto per parlarne era la situazione dei posti barca nei porti turistici dell’Adriatico, soprattutto dopo l’aumento della tassazione relativa ai natanti e al loro ormeggio in porto. Un intervistato, titolare di uno dei porti turistici più frequentati, raccontava di aver ricevuto già molte disdette: più della metà delle barche se ne vanno; a modo loro, emigrano. In Slovenia, dove pare che le tasse siano minime e i controlli anche. Di questi migranti però non si hanno filmati, non li si vede solcare i mari alla ricerca della loro libertà (che si chiami esenzione o evasione poco conta) e non ci è consentito di vedere nemmeno il loro volto sorridente mentre sorseggiano un buon bianco frizzante – non chiamiamolo champagne altrimenti scattano gli accertamenti – anche se li immaginiamo sorridenti come i migranti sui barconi, ma forse meno sofferenti. Anche loro felici, ma non di essere arrivati in un luogo per ricominciare una nuova vita, bensì di andarsene dal proprio Paese, anche se solo a portare via la barca e qualcos’altro, per poter continuare a fare la stessa vita di prima, pretendendo tanto e pagando poco. Poi a chiusura della serata, con le immagini dei migranti, sia di coloro che arrivano sia di quelli che non ce la fanno, parte la pubblicità dei tre amici che fanno appena in tempo a recuperare la chiatta del complesso musicale, rimorchiandolo a riva. Così il concerto può iniziare. E loro tre a festeggiare bevendo un goccetto e brindando all’amicizia e ai valori veri. Cin cin a tutti ma soprattutto a Rossella Urru, nella speranza che qualcuno vada presto a recuperare anche lei.

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di Iaia

Deambrogi

La perdita Da una parte le logiche aziendali di Big Pharma in corsa verso il riposizionamento in Borsa. Dall’altra centoventi ricercatori italiani licenziati e umiliati dai numeri dei manager. In mezzo anni di studi che potrebbero andare persi per sempre Paolo ha gli occhi azzurri, allegri. Il 25 novembre dell’anno passato ha scoperto che il suo lavoro, la sua azienda, non c’è più. Dal primo aprile è in cassa integrazione. Marco ha 49 anni, tre figli. Il 7 novembre ha saputo da una mail interna che il suo posto di lavoro non c’è più. Dal primo aprile è in mobilità. Un altro Marco, 56 anni e voce profonda, da otto anni difende il suo lavoro. Nel mese di gennaio ha fatto anche le pulizie. Non riceve aumenti da quattro anni e gli ultimi due stipendi sono in ritardo. Patrizia ha quasi 60 anni, la voce vivace e non nasconde la rabbia. Il 15 novembre è stata licenziata in tronco. Con i dirigenti è possibile. Succede ad alcuni ricercatori. Alla fine di novembre, in rapida successione Sigma-Tau e Sanofi-Aventis, due Big Pharma, come sono chiamate le grandi aziende farmaceutiche, hanno chiuso i centri ricerca italiani e lasciato a casa centoventi tra ricerca-

tori e tecnici. Un piccolo numero rispetto al bollettino quotidiano dei licenziamenti, che sposta di poco il bilancio dei disoccupati, cassintegrati, messi in mobilità. Ma loro fanno i ricercatori. Il loro mestiere. Il loro lavoro è creare molecole, scoprirne le potenzialità e farle diventare medicine, di qualunque tipo, per qualunque malattia. Un disinfettante o un antitumorale hanno dietro una storia di ricerca e conoscenza che non è molto diversa. Ci vuole intuito, tenacia, curiosità, tanto lavoro e studio continuo. Ci vogliono anni d’impegno, un posto dove farlo, tanti soldi e tanta fiducia nel trovare un risultato. «In laboratorio non ho mai buttato via niente. Anche gli errori peggiori mi sono tornati utili, magari dopo dieci anni. Questa volta non credo. Ci hanno buttato via». Da un giorno all’altro hanno dovuto sospendere immediatamente tutto ciò che stavano facendo. Di colpo il loro lavoro di ricerca è stato fermato. Patrizia Ferrari era dirigente della ricerca preclinica di

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[kurhan/fotolia.com]

Prassis, di proprietà della Sigma-Tau, lavorava a Settimo Milanese nella struttura aperta 22 anni fa, quando lei venne chiamata a lavorare in azienda. Lì dentro ci ha messo gran parte della sua carriera scientifica, ha costruito un gruppo di lavoro che ha fatto crescere. Compirà 60 anni a breve. Il 15 novembre è stata licenziata. «In dieci minuti è finito tutto», dice ancora incredula. Poco dopo è arrivata la riforma Fornero e lei, nata nel 1952, laurea in Biologia, master in Gestione della ricerca, oltre trent’anni di esperienza nella ricerca industriale, non sa se e come avrà una pensione. Intanto si dice contenta di poter scrivere ancora dei lavori scientifici. Per il resto la sua vita quotidiana è divisa tra i genitori e i suoceri anziani di cui si occupa. «Provo rabbia quando penso che avevamo due farmaci contro l’ipertensione pronti per lo sviluppo clinico e questi signori hanno stracciato tutto. Sono preoccupata per i miei dipendenti, i miei colleghi. Sa cosa si prova a sapere che un elettrofisiologo cellulare tira avanti facendo il cameriere?».

Paolo Barassi è uno dei tre che è rimasto nella sede di Settimo per curare la dismissione del sito. Lo racconta con un distacco irreale: «Ho visto molti che sono interessati a pezzi dei laboratori. Ci sarebbe un’azienda intenzionata ad acquistare il laboratorio isotopi. Me li manda il liquidatore». Perché i ricercatori Prassis di Settimo Milanese hanno scoperto il 25 novembre che da tre settimane la loro azienda era in liquidazione e solo perché hanno fatto una visura camerale. Nessuno gli aveva detto nulla. Sul sito istituzionale si legge ancora che “la mission scientifica di Prassis è scoprire e sviluppare farmaci innovativi mirati ad antagonizzare specifici meccanismi genetici e molecolari di alcune patologie cardiovascolari. Attraverso l’integrazione di diverse discipline (chimica, biochimica, biologia molecolare, fisiologia, clinica, epidemiologia e farmacologia) e lo studio di modelli sperimentali validati, l’obiettivo principale di Prassis è identificare, tra i possibili meccanismi ge-


netico-molecolari, quelli che possono rappresentare bersagli per farmaci innovativi”. «Cosa farò?», si chiede Barassi. «Non lo so ancora. Potrei continuare a seguire la mia molecola. Interessa a dei cinesi. Ma, davvero, non so». In Sigma-Tau le prime avvisaglie del problema sono arrivate a maggio dell’anno scorso, quando venne annunciato un nuovo piano industriale. A giugno muore improvvisamente Claudio Cavazza, presidente e fondatore della società. A settembre si insedia il nuovo consiglio di amministrazione, di cui fanno parte i tre figli di Cavazza. Cambiano il presidente e l’amministratore delegato. Viene rinviata la presentazione del nuovo piano industriale. Ancora non se ne sa nulla, ma hanno strappato un accordo sindacale ratificato ai primi di marzo. Cassa integrazione e mobilità per un anno. Al lato opposto di Milano, alle spalle di Lambrate, c’è il centro ricerche Sanofi-Aventis. È una struttura nuova inaugurata nel 2008, dopo soli quattro anni dalla decisione di realizzarla e costruita per essere un laboratorio all’avanguardia. Il 2 novembre 2011 in una comunicazione interna sulla presentazione dei risultati finanziari e le conseguenti scelte strategiche, i dipendenti scoprono che viene avviato un drastico piano di ristrutturazione. I centri ricerca da venti diventano quattro, dislocati in Giappone, Cina, Stati Uniti e Francia. L’Italia non c’è. Quindi l’Italia chiude. Il 7 novembre la notizia diventa una comunicazione ufficiale per la cinquantina di dipendenti del centro ricerche di Milano, un decimo dei licenziati da Sanofi in Italia. Marco Baroni quei laboratori li ha visti nascere. «Il laboratorio è stato concepito per ospitare almeno 140 ricercatori. Avevamo contratti di collaborazione con le maggiori strutture sanitarie, come il San Raffaele, Humanitas, il San Gerardo di Monza e anche il Mario Negri. Adesso aspettiamo di capire con quale accordo usciremo da questa situazione». Non c’è speranza nelle sue parole e lo dice chiaro. Chiudere un centro ricerca significa perdere tutto. La conoscenza e l’esperienza si dilapidano se non vengono praticate, se non sono la piattaforma di base su cui si lavora. Questo sta succedendo. «Il primo effetto è che perdiamo tutto quello che potenzialmente sarebbe diventato un nuovo farmaco, quindi il prontuario farmaceutico invecchia. I medici capiscono meglio cosa sono le malattie, ma i farmacologi non possono più cercare nuove soluzioni». Marco racconta dell’ansia preoccupata dei suoi colleghi più giovani che non riescono neanche ad andare all’e-

stero, perché il mercato è saturo. Anche lui conosce chi, messa laurea ed esperienza in tasca, fa il commesso per tirare avanti e, il sabato e la domenica, i turni a titolo gratuito in farmacia. Il suo obiettivo immediato è quello di salvare almeno la struttura. Un palazzo costruito secondo i migliori criteri di sicurezza su un terreno acquistato con leasing che scade nel 2016. E poi si chiede: «Ma chi se la prende una struttura per ricerca?». Il 18 luglio 2011 la Regione Lombardia comunica che il Nerviano Medical Science viene ufficialmente incluso nel progetto della Città della scienza e della ricerca. Potrebbe essere la data che chiude un lungo periodo incerto per una struttura che da quarant’anni lavora nella ricerca sugli antitumorali. A pochi mesi di distanza vengono licenziati gli addetti alle pulizie e i ricercatori si armano di straccio e spazzolone e tengono puliti i loro laboratori. Non solo, a fine febbraio un comunicato della rappresentanza sindacale unitaria spiega che, per la terza volta in poco tempo, è stato ritardato il pagamento degli stipendi. Sono almeno otto anni che la sorte del Nerviano – così è conosciuto universalmente – è appesa a estenuanti trattative. Era il 2004 quando la Pfizer lasciò la struttura e solo dopo sei anni, Giulio Terzi, allora ambasciatore italiano a Washington, riuscì a siglare un accordo in virtù del quale cadde la prelazione della farmaceutica statunitense sui risultati di ricerca. Ovvero solo nel 2010 il Nerviano è tornato a essere in grado di proporsi sul mercato senza la spada di Damocle della precedente proprietà. «In questi anni ho chiesto in prestito ai colleghi le password per accedere ai siti delle riviste scientifiche. Quando non potevo chiedere gli interventi tecnici sugli strumenti mi sono fatto spiegare come riparare il mio Nmr (Nuclear Magnetic Resonance). Adesso, se faccio le pulizie fa solo notizia. Il peggio è altro». Marco Tatò, chimico di 56 anni, fa il lavoro che ha sempre sognato e che dice sia l’unico che sa fare. Il ricercatore. È anche impegnato nel sindacato, ma non è un sindacalista. Racconta il suo strumento, la sua materia, con una passione adolescenziale. È vero non potrebbe fare altro. Così per lavorare si è inventato manutentore, ha pulito per terra, ha scroccato la lettura delle riviste scientifiche. Ma una cosa non è riuscito a inventarsi. I soldi per avere la licenza per il software che gestisce i suoi dati. Quello il Nerviano glielo deve fornire. Altrimenti perde tutto. A giugno saprà se ce l’ha fatta. Cosa unisce queste storie? Oltre ai licenziamenti, alla perdita di conoscenza che ne deriva? Da cosa nascono

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scelte aziendali apparentemente così inspiegabili? Da tutti è arrivata una risposta, precisa, nitida, chiara. È colpa della finanziarizzazione delle case madri. Negli ultimi vent’anni marchi storici della farmaceutica italiana e mondiale sono passati di mano in mano, grazie a complesse operazioni finanziarie che hanno portato alla nascita di pochi grandi gruppi multinazionali nei quali le decisioni vengono prese per salvaguardare il rendimento del capitale piuttosto che l’operatività dei siti aziendali e della ricerca. Il costo in termini occupazionali, di competenze e di esperienza perduta, è molto alto, ma difficile da misurare. Tanto che nessuno lo ha mai fatto. La sintesi è di uno dei nostri interlocutori, ma non importa il nome perché rappresenta il pensiero di tutti. «Hanno iniziato nei primi anni del Duemila a fare megafusioni. Sulla carta razionalizzavano, invece giocavano a Risiko con noi, il nostro lavoro e la salute di tutti. La farmaceutica e la chimica in Italia non esistono più». Un esempio. Negli anni Ottanta a Gerenzano (Va) la Lepetit avvia il centro ricerche, che negli anni Novanta passa a Dow Chemical, che in breve viene assorbita da Hoechst, che diventa Bioresearch e poi Vicuron, che diventa Pfizer, che, all’inizio degli anni Duemila, decide di chiudere. Quindi intervengono enti locali e università per salvare il centro ricerche, che nel 2007 diventa Fondazione Insubria BioPark e continua a vivere. «Sai che cosa si tira dietro questa logica delle fusioni, del dividendo e dei giochi finanziari a ogni costo?», continua il nostro interlocutore. «Che chiudono il laboratorio e licenziano me, ma fanno anche licenziare il tecnico dell’azienda di strumentazioni che chiamavo e non chiamerò più. E il venditore degli strumenti, va a casa anche lui. E per lui forse è peggio. Uno che vende macchinari scientifici è un tecnico non un venditore. Non c’è struttura commerciale che se lo pigli. Io posso sempre aprire un’erboristeria. Un chimico con esperienza commerciale in un settore che non esiste più, che cosa fa?».

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Chi resiste Vicino a Varese c’è un posto dove le muffe sono un patrimonio. È la Fondazione Istituto insubrico di Ricerca per la vita. All’inizio del Duemila una cordata tra enti locali e università ha salvato dalla chiusura il centro di ricerca medico-scientifica e biotecnologica operativo dagli anni Ottanta. Dopo due anni di trattative, la Pfizer ha venduto alla Provincia di Varese, al prezzo simbolico di un euro, la struttura e tutto ciò che contiene. Nasce così la fondazione cui Pfizer regala 600mila dollari e la proprietà intellettuale dei lavori svolti. È la fine di un lungo percorso, durato una decina di anni, fatto di infiniti passaggi di proprietà. L’obiettivo di chi l’ha salvato è sempre stato quello di non perdere le librerie dei ceppi e degli estratti. Un’enorme raccolta di microrganismi, da cui partire per dare vita a nuovi principi attivi farmacologici. Chi arriva all’Istituto insubrico dispone di 180mila estratti e 15mila ceppi microbici, oltre a laboratori, un impianto pilota, autoclavi, camere bianche e una biblioteca scientifica aggiornata. Andrea Gambini, il direttore del centro, parla dell’ultimo risultato, il brevetto europeo di una molecola antinfiammatoria. «Per fortuna c’erano i soldi di Fondazione Cariplo. Sono bastati 200mila euro, dodici mesi di lavoro di sei ricercatori e abbiamo il brevetto. Adesso comincia la fase più difficile: l’inizio della sperimentazione. Non mi lamento, io almeno sto facendo il mio lavoro. Altri non possono più farlo». Non è il caso del Gruppo Recordati, casa farmaceutica che non conosce crisi. È una Spa, ma è saldamente in mano alla stessa famiglia da tre generazioni. Nel 2011 il bilancio ha fatto segnare un utile netto del 7,2 per cento e, recentemente, l’azienda ha acquisito una farmaceutica in Turchia. Oltre a sviluppare i propri medicinali, la Recordati studia l’ipertensione, le patologie urinarie e i farmaci orfani, quelli per la cura delle malattie rare.


Cessate il fuoco 174 87

a cura di

Lorenzo Bagnoli

Messico Colombia

foto Vincent Kessler [reuters/contrasto]

Cessate il fuoco è l’osservatorio mensile delle vittime dei conflitti nel mondo. I dati, che si riferiscono al periodo dal 4 al 31 marzo, vengono raccolti da organizzazioni umanitarie o da fonti giornalistiche e quindi non potranno essere esaustivi. Le notizie sui conflitti in tempo reale su: www.eilmensile.it

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Egitto Libia Somalia Etiopia Sudan Nigeria Senegal Mali Colombia

Il 26 marzo l’esercito colombiano ha ucciso 36 guerriglieri delle Farc nel dipartimento settentrionale di Meta. Tra le vittime ci sono otto uomini di punta delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Cinque giorni prima, in un’altra operazione militare, sono morti altri 33 combattenti. I vertici delle Farc hanno annunciato che, all’inizio di aprile, verranno rilasciati alcuni ostaggi detenuti negli accampamenti al confine tra Venezuela e Colombia. Il gruppo armato ha dichiarato di voler rinunciare all’uso dei rapimenti come forma di finanziamento per la guerriglia.

India

Il 27 marzo un ordigno rudimentale ha fatto saltare in aria un pullman a Pustola, un villaggio dell’India orientale. Nell’esplosione sono morti 12 dei 40 poliziotti a bordo, mentre altri 26 sono rimasti gravemente feriti. Il mezzo era diretto a Gatta, una cittadina a quattro chilometri da Gadchiroli. Le vittime dell’attentato appartenevano tutte al 192esimo battaglione del Crpf (Central Reserve Police Force), il corpo di polizia indiano impegnato in un’offensiva contro i guerriglieri maoisti.

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Libia

Gli scontri fra tribù rivali vicino alla città di Sebha, nel sud della Libia, hanno provocato 70 vittime e più di 150 feriti. Lo ha annunciato il portavoce del governo di transizione Nasser al-Manaa il 28 marzo. Nella stessa giornata, i combattenti hanno siglato un cessate il fuoco, che però è stato immediatamente violato. La scintilla da cui è scoppiata la violenza è stata l’uccisione di un miliziano di etnia Tubu per mano di combattenti arabi. L’episodio è avvenuto il 21 marzo. Dall’ascesa al potere del Consiglio nazionale di transizione l’area meridionale della Libia è diventata teatro di frequenti scontri. I clan africani, come i Tubu, si sentono discriminati rispetto agli arabi che vivono nella fascia costiera del Paese, che a loro volta li accusano di traffici illeciti di armi, droga ed esseri umani.

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Iraq Israele Palestina Nord Caucaso Turchia Siria Yemen Barhein Arabia Saudita

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Afghanistan Pakistan Birmania India Thailandia Filippine

1 Turchia

Il 24 marzo l’esercito turco ha ammazzato 15 donne appartenenti a un battaglione del Pkk, nella provincia di Bitlis, vicino al confine con l’Iraq. Secondo il portavoce delle forze turche, ci sarebbero anche un morto, tra i militari di Ankara, e tre feriti. Il 23 marzo, in un altro scontro a fuoco vicino al monte Judi, sono morti sette poliziotti e sei guerriglieri curdi. Il ministero degli Interni ha spiegato in una nota che l’offensiva si pone l’obiettivo di sedare le ribellioni in corso da mesi nella zona. Nell’operazione militare, la più imponente dall’inizio del 2012, Ankara ha schierato migliaia di poliziotti e di soldati. Le azioni via terra saranno sostenute dall’intervento di elicotteri e aerei caccia.


di Gabriele

Battaglia

foto

Thomas Hoepker Stuart Franklin

E adesso

Thomas Hoepker [magnum photos/contrasto]

Ian Teh

Pechino uguale bicicletta. Un ritaglio di giornale degli anni Ottanta, la foto è quasi uno stereotipo: formicaio di uomini su due ruote lungo la Chang’an jie, la via della Lunga pace. Zìxíngche¯, il “veicolo che va da solo” e che da soli fa andare, unica pratica individualista consentita fino a trent’anni fa. Le hanno anche dedicato un film: Le biciclette di Pechino. Autore Wang Xiaoshuai, 2001: sono trascorsi undici anni e un’era geologica. Oggi, sotto il cielo della città imperiale sfrecciano o arrancano tutte le tipologie di trasporto, secondo una gerarchia della strada che sembra corrispondere alla stratificazione sociale della Cina turbocapitalista: Suv mangia

taxi, taxi mangia triciclo a motore, triciclo mangia carretto, carretto mangia bicicletta elettrica, bicicletta elettrica mangia bicicletta a trazione umana. Il funzionamento del sistema viario rivela i caratteri di un popolo. Se in Mongolia c’è la regola nomade del cavallo (chi mette per primo il “muso” avanti, passa), in Cina contano le


pedala

Era la città dell’imperatore e dei suoi sudditi che abitavano nei vicoli. Poi è arrivato Mao ed è nata Tian’anmen, la grande piazza simbolo del Partito comunista, ma anche della sua contestazione. Oggi a Pechino la gentrification avanza e si costruisce a misura di un nuovo potere: quello dei soldi gerarchie confuciane rinfrescate con la violenza della moneta: io sono più grosso, più ricco e più importante, quindi passo. I semafori non contano. Eppure Pechino è caos organizzato come l’Asia tutta: nessuno si ferma, tutti si sfiorano senza regole apparenti, ma raramente ci si scontra. Noi non lo capiamo e per questo ci fa paura.

Sulla vena del drago

Shishı¯ lóng, “drago scassato”, è un nome adatto per ribattezzare la bicicletta comprata di terza o quarta mano in uno di quei grandi negozi dove si trovano sia quelle nuove sia quelle usate o rubate. Centoventi yuan, cioè una quindicina di euro, eppure i vicini di


Stuart Franklin [magnum photos/contrasto] casa ridono quando ti chiedono il prezzo dopo averla vista. Ormai sono abituati alle “city” o “mountain” bike, loro: roba nuova, altro che quel ritaglio di giornale del secolo scorso. Anche piazza Tian’anmen è un luogo recente. «Fu creata solo dopo il 1949, cioè con la fondazione della Repubblica popolare cinese», racconta l’architetto Qi Xin. Prima, al suo posto, c’erano gli hutong, i tipici quartieri di stradine strette e perimetrate dai muri che occultano la bellezza delle case a corte, i siheyuan. Perché Pechino, fin dalla sua fondazione non fu pensata e costruita per la sua gente, per luoghi d’incontro, bensì per un solo cittadino: «Tutti sono servi dell’imperatore», continua Qi, «quindi non esiste spazio pubblico e l’intera città è concepita come un accampamento militare. In questo modello non ci sono attività commerciali e i quartieri possono essere chiusi molto facilmente di notte, affinché gli abitanti non siano in grado riunirsi e creare problemi». Scrive Renata Pisu nel suo Mille anni a Pechino che, fino al 1900, al tramonto, “venivano sbarrate tutte le porte della Città Interna, la polizia chiudeva quelle delle strade – oggi scomparse, ma ce n’erano più di mille che isolavano le vie cittadine in brevi settori – e la gente si

ritirava in casa. Così, in risposta al risuonare dei tamburi e della campana, non era soltanto la città murata a venire isolata dall’esterno, ma tutti gli spazi circondati da mura all’interno della città, i palazzi, i mercati, i templi”. Quando Mao vince e fonda la nuova Cina, a forza di demolizioni e allargamenti, viene creata piazza Tian’anmen: «Ma ancora una volta non si voleva celebrare la comunicazione tra la gente, bensì la gloria del nuovo potere», aggiunge Qi Xin, «fu tuttavia per certi versi un errore perché, da quando la grande piazza esiste, ogni evento contro il governo si concentra proprio in quello spazio». Pedali, pedali e ci arrivi da nord. Si costeggia la Città proibita a est o a ovest e di colpo ci si trova in uno spazio enorme. I turisti, soprattutto cinesi delle province, si fanno fotografare di fronte al ritratto del Grande timoniere che campeggia sulla vera e propria Porta della pace celeste. Il gioco ormai tipico consiste nel mettersi in posa di modo che la propria testa sostituisca quella di Mao. Questo è il luogo più conosciuto di Pechino e al tempo stesso non è Pechino. La città storica si sviluppa lungo l’asse sud-nord (o nord-sud). Il vertice meridionale è il Tempio del cielo; quello settentrionale, il nuovo parco Olimpico. Questa

Fino al 1900, al tramonto, venivano sbarrate tutte le porte della Città Interna, la polizia chiudeva quelle strade e la gente si ritirava in casa


direttrice è conosciuta anche come “la vena del drago” e raccoglie tutti i luoghi simbolo del potere cinese: dall’Impero (il Tempio del cielo, la Città proibita e le due torri della Campana e del Tamburo) al maoismo (il mausoleo del Grande timoniere, piazza Tian’anmen, l’immagine di Mao sul muro meridionale della città imperiale) fino all’esibizione della nuova Cina potente e globalizzata (il parco Olimpico). Pedalando a nord della Città proibita si entra nei primi vicoli, quelli ancora conservati. Si narra che nel 1949, quando Mao salì con il sindaco di Pechino, Peng Zhen, sulla “collina del carbone” dietro alla Città proibita, non mostrò la minima commozione alla vista della città imperiale, anzi. «Sogno una foresta di ciminiere», pare che abbia detto. Per lui, il reticolo degli hutong su cui si innalzavano di poco templi, porte, mura, era il vecchiume. Cominciò quindi la sistematica distruzione dell’antica cerchia muraria, quello che oggi è il secondo, trafficatissimo anello delle sei circonvallazioni pechinesi. Dopo Mao arrivò “l’arricchirsi è glorioso” di Deng Xiaoping e, dunque, la speculazione immobiliare. Ai Weiwei, l’artista-attivista ora agli arresti domiciliari, qualche anno fa la raccontava così: «Quello che Deng in realtà disse fu: “Ehi, qui crepiamo tutti quanti di fame; qualcuno dia un occhio là fuori e veda se ci sono soldi da qualche parte”. Così il partito negli ultimi vent’anni ha venduto tutto quello che poteva essere convertito in denaro... E perché dovremmo curarci della demolizione delle vecchie città? Perché dovremmo proteggerle quando è dimostrato che non fanno guadagnare un soldo? L’unica cosa concreta che il partito può fare è vendere tutto a un developer di Hong Kong o Taiwan o a qualche occidentale che voglia metterci del denaro». E a proposito di “sviluppatori”, cioè palazzinari, ecco cosa ne pensa John Salamini, architetto italiano che vive da anni a Pechino e che, dopo innumerevoli delusioni, si è dato all’importazione di vini: «A quelli che vengono chiamati nobilmente developer non interessa costruire qualcosa che rappresenti una cultura. Sia in epoca maoista che in quella turbocapitalista gli hanno insegnato a rimuovere il passato. Hanno un’identità deprivata, a loro interessa solo il marketing, l’involucro. Ma del discorso culturale non gli importa nulla». Gli attuali vicoli si sono salvati da sessant’anni di sistematica distruzione perché, poco prima delle Olimpiadi del 2008, le autorità cittadine di pianificazione urbana hanno deciso di risparmiare 34 hutong. Probabilmente hanno intuito il loro interesse turistico, quindi economico. Ma nello scempio precedente – e parzialmente ancora in corso – non c’è solo ideologia, avidità e vuoto culturale, bensì anche una scelta razionale. Il centro di Pechino copre circa 62 chilometri quadrati e conta due milioni di abitanti, per una densità di trentamila persone per chilometro quadrato. Se si considera

che qui si concentra la maggior parte dei monumenti non abitati, come la Città proibita, la pressione demografica sale ulteriormente. «È probabilmente il luogo più affollato del pianeta», dice ancora Qi Xin. Il vecchio schema orizzontale, i siheyuan a un solo piano e un tempo monofamiliari, era insostenibile. Moltiplicando quell’unico piano per dieci, venti, trenta, ci si sta tutti. Ed ecco i nuovi palazzacci, che non sono grattacieli solo perché in Cina è grattacielo ciò che supera il trentottesimo piano.

I mattoni di Songzhuang

«Da dove vieni?». «Dallo Shaanxi». «Ah, sei arrivato a Pechino da lavoratore migrante. Cerca di farti anche un po’ di cultura, perché Pechino è la città della cultura», dice l’uomo al ragazzo, su uno dei ponti che attraversa Houhai, il “mare di dietro”, uno dei laghi a ovest della Città proibita e centro della vita notturna pechinese. Tutto intorno, la neve ha imbiancato le strade e i tetti dei siheyuan tirati a lucido affinché diventino locali alla moda o residenze di ricchi burocrati e tycoon. Quello della cultura è un tema caldo, quasi politicamente sensibile. A ottobre 2011, il governo ha proclamato che la Cina deve esportare la propria produzione immateriale, perché ogni potenza che si rispetti sa conquistare cuori e menti, non solo mercati. Sa esercitare il soft power. Già, ma quali merci culturali si possono “vendere” al mondo? Songzhuang è un distretto artistico all’estremo sudest di Pechino, a venti chilometri circa da piazza Tian’anmen. Vi si concentrano creativi di vario genere piovuti qui da altri distretti artistici, tutti raccolti attorno a Li Xianting, critico e curatore d’arte, il grande vecchio dell’avanguardia cinese. Quello dei distretti artistici è un fenomeno tipicamente pechinese. Il primo fu la famosa 798, «qi-jiu-baa» come si pronuncia per il tassista di turno. Fino a dieci anni fa non sapevano dove portarti, oggi basta la parola: qi-jiu-baa. 798 era una fabbrica di componenti elettronici costruita dai “fratelli” della Germania Est tra il 1954 e il 1957: il più grande impianto in stile Bauhaus del mondo postbellico. Dopo l’abbandono, fu occupata dagli artisti a partire dal 1995, diventando un autentico polo d’attrazione nel giro di un decennio. L’aumento degli affitti da parte dell’immobiliare che possiede l’area (e che all’inizio voleva demolire la fabbrica) e l’eccessiva commercializzazione della produzione creativa ha poi provocato la diaspora degli artisti in altre aree periferiche della città, più o meno vicine alla 798, dove hanno continuato a misurarsi con gli appetiti degli immobiliaristi e gli sgomberi comandati da autorità spesso colluse con questi ultimi. «In Cina si persegue lo sviluppo economico attraverso il settore immobiliare», dice Zheng Kuo, giovane regista indipendente che ha raccontato il conflitto tra artisti e


Ian Teh [agence vu/emblema] developer in Nuaˇndo¯ng, “il tiepido inverno”, curiosamente ribaltato in “cold” nella versione inglese. Lo incontriamo nella grande casa rurale adibita a sede della Fondazione cinematografica Li Xianting, che organizza il festival del cinema indipendente di Pechino. «Il settore commerciale coglie ogni occasione e sa come andare in parallelo con l’arte: segue i distretti artistici», continua Zheng. «È così a Pechino, Shanghai e Xi’an. Anche a Songzhuang: molti artisti sono venuti qui e di conseguenza molti costruttori ci hanno fatto investimenti, per cui la terra diventerà più cara, questo posto si svilupperà e sarà sempre più prospero. In questo tipo di sviluppo ci sono pure lati positivi». L’arte e la cultura tirano il business immobiliare: cresce l’artista e cresce anche il palazzo, in una sorta di reciproca valorizzazione. È per questo motivo che al vecchio modello di speculazione immobiliare – demolizione dei vecchi quartieri per sostituirli con nuovi compound recintati come piace al ceto medio – se ne sta sostituendo uno nuovo: l’imborghesimento (in inglese gentrification) del quartiere bohémien, come a New York, Londra, Parigi.

Ma attenzione. C’è una cultura accettabile e un’altra che lo è meno. L’ultima edizione del Festival del cinema indipendente, nel 2011, ha dovuto svolgersi a porte chiuse. Troppo “sensibili” i temi trattati: corruzione, speculazione, violenze dei nuovi potenti, morti sul lavoro, miseria nera. «Il presidente Hu non ha detto che vuole sviluppare la cultura cinese?», chiede oggi Zheng a gran voce. «Ma il cinema indipendente è cultura, che destino ha? Come a Songzhuang, tanti festival vengono proibiti, si nega loro i permessi. Non è strano, considerando quello che dice il governo sulla cultura?».

Sanlitun, il nuovo mercato

Per strada cantano e ballano. È una scena tipica a Pechino. Un marciapiede desolato, uno slargo sotto un cavalcavia, per non dire di parchi e giardini. Arrivano al tramonto, ognuno porta lo strumento che sa suonare, qualcuno ci mette l’impianto d’amplificazione, sono generalmente anziani e hanno l’aria di divertirsi. A Dongzhimen, di fronte ai grandi magazzini Raffles – hanno il nome del colonialista britannico che fondò Singapore – saranno un centinaio tutte le sere. Cantano

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Sul nostro sito il progetto multimediale di Gabriele Battaglia e Claudia Pozzoli Inside Beijing dal quale è tratta la sequenza in basso


la nostalgia della loro gioventù maoista, ballano le otto “opere rivoluzionarie” di Jiang Qing, ultima moglie di Mao Zedong: l’unica forma d’arte ammessa ai tempi della Rivoluzione culturale. Ma altrove, c’è chi fa balli di coppia e chi coreografie collettive. Ogni nicchia di cemento offre la sua specialità. Si pedala verso est ed ecco Sanlitun, il ghetto per expat e per cinesi ebbri di consumo. A gennaio, circa tremila persone si sono accalcate per una notte intera proprio qui, davanti al negozio della Apple, per procacciarsi il nuovo modello di iPhone. Alle sette di mattina, quando è stato annunciato che lo store non avrebbe aperto, quelli che hanno cominciato a lanciare uova e a scontrarsi con la polizia sono stati circa trecentocinquanta. C’erano teenager figli di papà smaniosi per il prezioso status symbol, ma anche decine di lavoratori migranti – così raccontano le cronache – assoldati da bagarini che si proponevano di fare incetta di smartphone per poi rivenderli a cinesi ricchi e per nulla intenzionati a fare quella faticaccia. C’era tutta la nuova Cina. Ci si trova di solito di fronte ad Adidas o Starbucks, poi si deambula a scelta tra Versace, Montblanc e Lacoste. Per il Porsche Cayenne ripassate, grazie, c’è la lista d’attesa. In mezzo al “Villaggio sud”, c’è una piazzetta sovrastata da un enorme schermo luminoso che manda pubblicità a ripetizione. Alla sera, luci e rumore. La piazza, l’unica possibile oltre a Tian’anmen, è quella intasata dal mercato? «Sanlitun mi piace», dice Qi Xin, «ma è comunque un modello molto europeo, non c’è nulla della tradizione cinese. Per me comunque va bene così, perché oggi hai diverse Pechino dentro Pechino».

Requisizioni e demolizioni

cha¯i da demolire

Muri che stanno su per miracolo, i tetti non ci sono più. Eppure la gente è tornata, ci vive. Ha ricostruito alla bell’e meglio, rattoppato, ripulito per quanto fosse possibile. Un enorme quartiere di squatter a duecento metri dalla grande piazza. Pedaliamo a sud di Tian’anmen, in quelli che durante l’ultima dinastia erano gli hutong destinati ai cinesi han, perché a quei tempi vigeva una sorta di apartheid. A nord, nella città imperiale e zone limitrofe, c’erano i mancesi vicini al cuore del potere Qing, a sud gli han con i loro negozi, i bordelli, i teatri dell’opera di Pechino. Ecco il quartiere di Dazhalan, “grande recinto”, a designare proprio una di quelle barriere che durante il coprifuoco notturno isolavano i pechinesi. Ma oltre al recinto, la vita fioriva. C’era la più famosa farmacia tradizionale, quella che serviva la famiglia imperiale, i venditori di scarpe e di stoffe, gli alloggi per gli eruditi che, da tutto l’impero, arrivavano nella capitale per sostenere gli esami mandarinali. Un quartiere commerciale con cinquecento anni di storia. In tempi recenti, il governo ha allargato la Qianmen

Dajie, l’arteria che dalla Porta di fronte va a sud. Requisizioni e demolizioni, come di consueto. Li ha raccontati bene Ou Ning, poliedrico intellettuale pechinese che nel documentario Meishi Jie ha molto semplicemente messo la videocamera in mano a uno dei residenti. Il signor Zhang Jinli riprende in soggettiva tutta la storia del proprio sgombero dal ristorante di famiglia, la sua lotta nel nome della “giustizia socialista”, con tanto di vecchie arie maoiste cantate a squarciagola dal tetto della casa, da contrapporre alle nuove ragioni dello sviluppo. Lì esplode la contraddizione tra le ragioni del popolo e chi, in suo nome, caccia il popolo di casa. Fino alle lacrime delle inquadrature finali. La parte est di Dazhalan è stata rimessa a nuovo dal governo nel segno del commercio. In quella a ovest, i siheyuan sono stati ripuliti e ristrutturati in un tentativo di sviluppo residenziale per cultori della tradizione: benestanti e anche di più. In mezzo, la terra di nessuno. «Tirano su un muro, così il quartiere sembra sempre lo stesso, ma all’interno delle corti demoliscono tutto. In tal modo, mantengono il reticolo tradizionale delle vie, ma si riservano carta bianca su cosa farci dentro, aspettando di avere le idee chiare», racconta Stefano Avesani, designer italiano che con Marcella Campa ha creato Instanthutong: un laboratorio che dal 2006 studia il paesaggio urbano pechinese e cerca di interagirvi, collocando installazioni nei vicoli. Il punto è che gli hutong “gentrificati” non hanno venduto così bene, sono vuoti. Quindi, nella terra di nessuno, non si sa se ampliare il quartiere commerciale o quello residenziale. Resta lì. E antichi e nuovi abitanti hanno rioccupato i ruderi, contrassegnati a vernice dal carattere cha¯ i (“da demolire”). «Chı¯ fànle ma?», avete mangiato? La squatter di 86 anni ride sdentata e offre mandarini. Un uomo sulla cinquantina esce di casa e ci fa vedere come nutre i piccioni: mangime in mano, cappello da cowboy dalle larghe falde (non si sa mai), si piazza in mezzo al vicolo con le braccia larghe e attacca a fare il verso dei volatili. Quelli calano dalle gabbie sul tetto e, prima circospetti poi più sicuri, beccano dai suoi palmi aperti. Dicono sia uno del Partito in pensione. «Vedi?», dice mostrando una corte devastata, «hanno tirato giù tutto da cinque anni. Non so che cosa ci vogliano fare». Anche lui ha occupato e aspetta. Intanto tuba ai suoi piccioni con il cappello da cowboy in testa. Per strada, nella parte di quartiere rifatta, alcuni contadini vendono i prodotti dei loro campi. Altri espongono cianfrusaglie. Di fianco ci sono negozi ristrutturati in stile, vetrine nuove. Vuoti. Costa troppo affittarli. Meglio il vicolo. Pechino in bilico tra potere, mercato e spazi riconquistati. Due mesi in sella e non hai ancora visto nulla.

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pìpol di

Gino&Michele

illustrazione

Felix Petruška

il nostro Vietnam Georges Perec è uno degli scrittori più anomali della letteratura contemporanea. Per dire, tra i vari “esercizi di stile”, ha scritto un racconto palindromo di 1.400 parole circa, un record mondiale. Provare a inventarsi un pensiero palindromo anche di sole venti parole per capire la difficoltà assoluta (cfr. http://homepage.urbanet. ch/cruci.com/lexique/palindrome.htm). Tra le varie genialate di Perec va annoverato il suo stile elencativo, cioè una scrittura fatta di una sorta di liste della spesa in cui però l’autore condensa le emozioni di tutta una vita. Per esempio il suo Je me souviens (Mi ricordo, Bollati Boringhieri, 1988) racconta Parigi in una maniera unica, attraverso una serie di immagini mnemoniche. A noi che abbiamo vissuto la guerra in Vietnam nel nostro passaggio critico tra adolescenza ed età adulta, viene naturale comporre questo nostro “mi ricordo”. Eccolo. Lo slogan: “Guerra di popolo vince in tutto il mondo/Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnàm!”. Le corsette in manifestazione al ritmo di “Oh-Oh Ho Chi Minh/Oh-Oh Ho Chi Minh”. L’unione dei comunisti marxisti-leninisti, gruppo coreografico e non solo per il cordone delle mamme rivoluzionarie, un po’ patetiche, che in pieno femminismo “dovevano” procreare per il socialismo e ostentavano nelle loro manifestazioni – ben distanziate per sembrare di più – le carrozzine avvolte nelle bandiere rosse. Il comandante Giap che aveva un nome difficile da prendere sul serio e invece era uno incazzato duro. Il film Berretti verdi con John Wayne che, se anche la traduzione non calza, ci veniva da chiamarlo Giovanni Vino. La frase di Mao con cui si apriva il film Giù la testa di Sergio Leone: “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. La citazione completa, che in più diceva: “La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”. Il fatto che noi tutti ci credevamo. L’intuizione del regista-militante Francesco Maselli che fece un film intitolato Lettera aperta a un giornale della sera, in cui si raccontava di un gruppo di intellettuali comunisti che, per protagonismo e provocazione, si dichiaravano pubblicamente disponibili a partire e a combattere in prima persona la guerra in Vietnam. Peccato che il governo del Vietnam del Nord abbia accettato la proposta mettendo in crisi gli incauti. Il film mancava di autoironia, purtroppo, perché invece l’idea di partenza era fortissima. La dichiarazione, datata 1961 e scoperta da noi dieci anni dopo, che ci fece ricredere, allora, su John Fitzgerald Kennedy, il quale, invece, nell’adolescenza era stato un nostro idolo. Si trattava di un’intervista al New York Times in cui Kennedy diceva: «Abbiamo un problema: rendere credibile la nostra potenza. Il Vietnam è il posto giusto per dimostrarla». L’incitazione (oggi suona ancora meglio) che ci regalava una lettura di Mark Twain: “Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto, ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento delle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite”. Il mese prossimo vi regaleremo le migliori citazioni dai più bei film che hanno raccontato il conflitto vietnamita.

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la posta del cuore di

Claudio Bisio

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Nana Bianca

per scrivere: cuore@e-ilmensile.it

Caro Claudio, mi chiamo Ivan, ho 32 anni e abito in un piccolo paese della Sardegna. Forse sono un pazzo, ma oggi ho preso la decisione definitiva (che a breve comunicherò al mio “capo”) di mollare il lavoro che svolgo ormai da cinque anni, quello di commesso di un piccolo supermercato con uno stipendio di 1.200 euro al mese, un posto che in molti farebbero carte false per avere. Un posto che però mi rende infelice. La goccia che ha fatto traboccare il vaso si è presentata due settimane fa: il mio contratto era in scadenza il 28 febbraio (con la promessa di rinnovo a partire da aprile, dopo un mese di “riposo forzato”) e il 27 ho avuto una bruttissima discussione con una mia collega di lavoro che aveva rimesso in vendita una verdura preconfezionata scaduta alcuni giorni prima. Ecco, avrò tutti i difetti del mondo, ma fortunatamente ho un pregio: l’onestà e mi sono rifiutato di far pagare ai clienti una roba che doveva essere buttata nel cesto dell’immondezza. Oltre a questo episodio, il fatto che nella peggiore delle ipotesi avrò il culo coperto – almeno fino a ottobre – grazie al sussidio di disoccupazione, mi ha dato la forza di uscire da questo mondo (che è quello del consumismo e del profitto a tutti i costi) che non sento mio. Puoi immaginare le discussioni in casa (e sì, sono uno dei tanti bamboccioni che abita ancora a casa dei suoi genitori) con mia madre che dice che sto facendo una gran cazzata e che dice che me ne pentirò tra qualche mese, con mio padre che (almeno lui) mi dice di pensarci bene vista la crisi ma comunque di fare quello che mi sento, con i miei amici separati in due gruppi: quelli che appoggiano la mia scelta e quelli contrari. Ma in fondo chissenefrega (e mi scuso con quelli che faticano ad arrivare a fine mese): il solo fatto di mollare questo lavoro mi toglie un gran peso dallo stomaco, è proprio una liberazione e questo per ora mi basta. Poi ho un sogno nel cassetto che tutti mi dicono essere irrealizzabile: aprire una bottega del mondo, un negozio che venda prodotti equo solidali, un lavoro che mi permetterebbe di essere soddisfatto di quello che faccio. La sfida sulla carta è irrealizzabile, parto perdente soprattutto per il fatto che il mio paesino non offre sicuramente un gran mercato e che la gente ormai vive soprattutto guardando il prezzo del prodotto e non la qualità e l’etica con il quale è stato realizzato. Magari la mia è solo un’utopia, magari questo progetto non si realizzerà mai, magari tra qualche mese sarò di nuovo alla ricerca di un lavoro qualsiasi, di quelli che non mi piacciono, di quelli che si fanno solo per “sopravvivere”, magari mi toccherà emigrare, chi lo sa.

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Ma vi prego, almeno per un attimo, lasciatemi il gusto di essere in pace con me stesso e, sempre per un attimo, il sogno di fare qualcosa di utile. Ciao, Ivan La tua lettera, caro Ivan, è la dimostrazione che qualche volta (mi piacerebbe dire spesso) il cuore comanda sulla testa e sulla pancia. La tua scelta è di quelle che fanno stare bene. Magari non subito, magari lo stomaco (e qualche amico) ti borbotterà e ti farà temere di aver sbagliato tutto. Ma io penso proprio di no. E non solo per la tua motivazione etica (che non è poco), ma anche per la decisione, spero confermata, di provare ad aprire una “bottega del mondo”. A questo proposito, vorrei ricordare a te e a tutti i lettori, che il 12 maggio è la giornata mondiale del commercio equo (World Fair Trade Day) e sarebbe molto bello se proprio in quell’occasione tu avessi la possibilità di contattare le varie associazioni che in Italia si occupano di commercio equo e solidale e mettere le basi per la tua attività nel piccolo paesino della Sardegna in cui vivi. Qualche anno fa ho avuto la fortuna di recitare in un film dal bellissimo titolo Si può fare. È l’augurio con il quale vorrei salutarti. Claudio Ps: Mi piacerebbe sapere, fra qualche tempo, se ce l’hai fatta.

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Il cane da ferma e riporto di

Marino Magliani

illustrazioni

Franco Brambilla

Marino Magliani Nato a Molini di Prelà (Im), è traduttore e narratore. Tra i suoi libri, Quattro giorni per non morire e Il collezionista di tempo (Sironi editore, 2006 e 2007) e La spiaggia dei cani romantici (Instar libri, 2011). Con Longanesi ha pubblicato Quella notte a Dolcedo (2008) e La tana degli Alberibelli (2009). Con Vincenzo Pardini ha scritto Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa, 2010). Del 2011 è Amsterdam è una farfalla (Ediciclo). Le sue opere sono tradotte in olandese e hanno ispirato cortometraggi e graphic novel.

Franco Brambilla Nato nel 1967 a Milano, diplomato all’Istituto europeo di design. Dal 1998 al 2005 collabora con il Corriere della Sera. Nel ‘98 insieme a Pierluigi Longo e Giacomo Spazio fonda l’Airstudio, punto di riferimento delle maggiori case editrici italiane per la progettazione grafica e l’illustrazione. Collabora con le più famose collane di fantascienza. Ha ricevuto numerosi premi in Italia e in Europa.

Mio padre era un trasperso, qui li chiamano così; abbandonato dal suo padrone nelle vallate del Prino aveva fatto di tutto per tornare al mare. Mia madre l’aveva incontrato su un molo che ora non c’è più. Al suo posto hanno legato barconi esagerati, invitato puttane e politici, piantato palme, ammucchiato terra e costruito muraglie piene di buchi che sono i magazzini del nulla. Ma chi erano mio padre e mia madre non saprei, lei la vedo ancora, lui dicono l’abbia schiacciato una macchina. Del cane da caccia che sono diventato, pare che il talento provenga dall’antichità. Dico così perché non sono mai stato capace di far altro, bravo a stanare e inseguire: basta che veda una gallina per mettermi in posizione di ferma, la zampa alta, o che senta un odore per annusare la terra e cercare. E certe cose te le sparano solo i geni. Ho troppo sangue, forse è solo questo, e mischio i talenti: diciamo che un buon cane da ferma non porta, e un buon portatore non ferma. Io ho l’uno e l’altro, come i Breton Epagneul, i cani da caccia più usati in Liguria, buoni per aprirsi varchi nei rovi e trovar selvaggina sparata, ma anche per far alzare beccacce dagli acquitrini. Forse chi l’ha vinta nei miei geni è davvero qualche Breton Epagneul. Si prova a essere di razza, e il bello è mentirsi. Due cani randagi, cani da pane, bastardi, meticci, chiamateli come volete, due cani di questa città che si chiama Porto Maurizio, si incontrano all’estero, e uno dice all’altro: «Io, amico, da noi ero un Labrador, un esemplare purissimo, e tu?». L’altro risponde: «Io ero Dalmata». Anche lui purissimo, sosteneva. Di mio padre so giusto cos’hanno scritto, che era un bastardo e si chiamava Cobre e lo stesso giorno in cui lo portarono a perdere nell’entroterra era tornato alla costa alla ricerca del padrone, poi aveva visto il mare e s’era messo in testa di attraversarlo. Tutto lì, io sono nato da quel tentativo romantico. Per attraversare la collina tagliata aveva imparato a nuotare, ma non aveva fatto i conti coi crampi. Alla fine a salvarlo era stato un pescatore a bordo di un gozzo, e riportato alla costa da cui s’era allontanato aveva ripreso a progettare la sua traversata. Non s’era arreso, neanche quando il vento faceva rotolare il mare contro gli scogli e i detriti di plastica e legno che stavano a galla si spaccavano come sarebbe toccato alle sue ossa se avesse affrontato le onde. Passava i giorni e le notti col muso nella ringhiera sul lungomare, le ore notturne a studiare la prateria nera, all’alba i colori che faceva la luce scivolando sulle onde come si aprono silenziosamente le porte, al tramonto le ombre allungate delle palme, gli scogli dei fondali che si perdevano al largo nell’acqua algosa. Durante il riposo ascoltava le storie di chi abitava nel quartiere della Foce, memorie di navi scomparse al largo o depredate e ritrovate lontano. Nuotando ne aveva vista una, assomigliava alla cassa toracica di

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Il cane da ferma e riporto

una grande volpe precipitata in un burrone. Aveva saputo che la nave si chiamava Londres - Paris ed era colata a picco perché s’era avvicinata troppo alle scogliere, uno spuntone l’aveva sventrata. Fu in quel tempo, studiando soluzioni e ascoltando pittori e poeti, che mio padre cominciò a pensare al molo. Un giorno, mentre lo guardava e non ne vedeva la fine, il molo gli sembrò un ponte, a più campate forse, l’arco che si getta su altre coste, tesato in un unico sforzo, qualcosa che si immerge e riappare al largo e poggia altrove. Il ponte che traghetta sulla costa che gli umani chiamano Corsica. Era ciò che cercava. Se il molo era un ponte non cercava altro. Il giorno dopo si decise e lasciò la città. Scese alla spiaggia, si sfamò con un tozzo di pane color dell’asfalto, si dissetò a un rubinetto delle docce di Spiaggia d’oro, poi passò sotto la sbarra che impediva l’accesso alle macchine e mise piede sul molo. C’era un tempo in cui da quelle parti i cani potevano salirci liberamente; ora non più, chi fa la guardia ai barconi ti chiude il passo, allora si fa il giro dalla spiaggia e bisogna saltare sugli scogli e poi sui cubi di cemento e infilarsi tra i cancelli, tra un filo spinato tutto roso, dove qualche cane ha creato un varco. Ai tempi di mio padre si saliva sul molo come a girare per le strade di Porto. Era giunto oltre il cannone, dalle parti dello spiazzo da cui si tuffavano i ragazzi. E da lì, dorso al mare, aveva guardato la città e gli era sembrato di non essersi mai allontanato tanto. Questo era mio padre prima che la macchina lo schiacciasse. Mia madre invece vive, custodisce un orto, ogni tanto si libera, scavalca il recinto e incontra qualcuno. Quando il padrone la va a recuperare è tardi. Lei sale al Parasio, e poi se non trova compagnia scende alla spiaggia di Porto, o alla Foce. A volte, se non ha trovato compagnia neanche alla Foce, sale sul molo. Quando il padrone la trova la bastona fino a farla abortire, ma ogni tanto le permette di tenere i figli nell’orto. Con la gente il padrone non è malvagio e se qualcuno passa dal nostro orto e dice “che bel cucciolo”, lui non si fa pregare e glielo regala. Io ho vissuto dentro il recinto un paio d’anni e in tutto questo tempo mai nessuno che abbia detto di me “che bel cucciolo”. Un pomeriggio ho saltato il recinto come ho visto fare a mia madre e l’ho seguita. Lei se n’è accorta e ha fatto perdere le sue tracce. Allora sono sceso giù per la scarpata della ferrovia, ho attraversato l’Aurelia e sono arrivato da queste parti, dove una volta c’era il molo vecchio. Le guardie in uniforme aprono e chiudono il cancello. Salgono e scendono dal nuovo molo i furgoncini carichi di provviste per le cambuse dei barconi, turisti in coppia, il gelato in mano, e abitanti di Porto Maurizio in compagnia di cagnolini dai passetti corti. I cani sciolti come me neanche ci provano. Sulla sinistra del molo e del muraglione spartivento stanno i barconi bianchi e azzurri con le bandiere europee e gli elicotteri sui tetti, cagne mezze nude scendono dalle scalette, sorridono agli operai, che stanno al lavoro alle pompe della nafta e da sotto guardano le gambe delle cagne. A parte questo, niente è rimasto del mondo che aveva conosciuto mio padre. Torno indietro, passo dalla spiaggia, aggiro gli stabilimenti, le reti e il filo spinato. Il buco creato da qualcuno che entra ed esce dalla città ogni giorno, è appena sufficiente. S’era messo a saltare sugli scogli, c’è scritto, scendeva dalle scalette di pietra e saliva, controllava l’architettura nascosta dell’arco. Gli scogli, aveva capito, camuffavano la struttura tesa ad arco. Un arco a sesto ribassato, credeva, come se a un certo punto il molo si fosse immerso nel mare e poi fosse riemerso. A me tante cose non mi viene mica da chiedermele, ma giro, salgo e scendo, ci salto come se ci fossi già stato anch’io e li conoscessi a memoria questi scogli. Proseguo fin dove lui s’era fermato, sosto anch’io qualche minuto, ogni tanto mi volto a guardare la città. Hanno scritto che guardando il mare dalla città, il muso nelle sbarre della ringhiera sul boulevard, questa distesa di rombi e rialzi spumosi sfiorata da voli di gabbiani gli era parsa un muro che sale e la linea dell’orizzonte la cima del muro. Il mare in salita. Da qui, dal mare, a guardare le cose si direbbe il contrario. Il colle e le case e le palme e il convento e i ghirigori del Duomo sovrastano, alti. Persino la palazzina liberty che sta sulla spiaggia e ho dovuto aggirare per guadagnare il muraglione spartivento sembrerebbe più alta. Forse, una volta sul molo anche mio padre aveva cambiato idea sulle quote. Il sole è alto, l’ombra introvabile, giusto qualche stupida palma magra e lunga. Altra gente che passeggia col gelato. Un tempo ci salivano le biciclette e i nuotatori si tuffano da una vecchia gru, ora tirano dritto come si attraversa l’orto di qualcuno senza il permesso.


Tiro dritto anch’io, raggiungo il faro e salgo nuovamente sul muraglione spartivento. La storia dice che quassù mio padre ha conosciuto mia madre, lei cagna bionda e navigata, lui poco incline a certi sforzi. Sono rimasti saldati qualche minuto, poi si sono persi. Lei è tornata al nostro recinto, il padrone l’ha battuta, ma meno che altre volte e ciò è bastato a giustificare l’ombra che mi cammina accanto. Appena passato il faro, risalgo sul muro e ascolto il risciacquo delle onde. Anche mio padre si fermava a conoscere queste cose. A me sembra di farlo solo per capire cosa l’aveva spinto quassù. L’acqua entra tra gli scogli e quando esce ha perso le onde, ogni volta l’onda resta nelle caverne, scava e svuota, sbatte e sprizza. Un tempo in questi buchi ci vivevano dozzine di gatti, si nutrivano e procreavano, accecati dal salino, ora i padroni dei barconi hanno paura delle malattie e i gatti sono spariti. Ho aspettato la notte, il silenzio e la passeggiata deserta, per indovinare che effetto potevano aver fatto a mio padre. Chissà se c’era questa luna gonfia. Il giorno in cui era sceso dall’entroterra e giunto sul costone di Bastera gli era apparso per la prima volta il mare oltre i ponti dell’autostrada, non aveva pensato a tanta acqua tutt’assieme, ma a una immensa collina nera e tagliata. Di giorno da queste parti si vedono centinaia di scarpe e caviglie, tozze e giovani, fiacche e nervose, camminatori e bambini e gente a mollo, nelle spiagge a ponente, e gente in mostra sui barconi bianchi e blu. Ora non c’è davvero più in giro nessuno. Dev’essere a quest’ora, buio e silenzio, che mio padre e mia madre si sono incontrati. Distinguo i miei passi nel risciacquo, i rumori sotterranei del molo. Passato il faro non ci sono più barche, a ponente manca persino il muraglione spartivento. Mi sdraio sotto una panca. La fine del molo è la fine del mondo, bisogna vederla all’alba; gli scogli proseguono immersi, mi hanno spiegato. La voglia di gettarsi a cercare qualcosa per cui s’è venuti quassù, prende. Provo a farmi un sonno. Il cielo inizia a bruciare. Rivedo mio padre, le zampe su questo scoglio slavato e odorante di alga, giunto al confine dei sogni, capire che è meglio voltarsi. La Corsica laggiù, il posto dove all’alba bruciano i sogni fatti di notte. Io i miei li ho sempre fatti sdraiato all’ombra del melo, nell’orto, annusando il recinto. Ho fame, non sono abituato a cercarmi del cibo. Sul molo non c’è nulla, per mangiare bisognerebbe aspettare che risalgano gli umani con panini, pizzette, e le cose che comprano giù dal chiosco. Torno in città, la sensazione di essere stato via, e nello stesso tempo di non essere mai partito. Mi rendo conto di non essere mica salito sul molo per vedere se non finiva, ma per guardare cos’aveva visto lui. Dicono che si fosse fermato a cercare qualcosa di commestibile tra la gioventù, in uno spiazzo dove i giovani di giorno si tuffavano e la sera arrivavano coi motorini. Cercava le bucce di anguria a cui era possibile togliere un ultimo morso per dissetarsi. Non s’era accorto dello scooter che manovrava nello stretto, la marmitta gli aveva scuoiato un fianco, e per calmare il dolore s’era gettato a bagno. Gli umani avevano riso. Da quel giorno non era stato più bene, le mosche assalivano la piaga, la febbre gli sbatteva il sangue, di giorno cercava l’ombra, la notte un riparo. La delusione di non aver trovato sul molo cosa cercavi, eri appena diventato padre e non lo sapevi. Risalgo la stradina che porta all’Aurelia. All’incrocio ho davanti la galleria, a ponente le palme e la ringhiera da cui lui sorvegliava il molo, a levante il marciapiede e l’hotel Corallo. C’era passato, direzione Oneglia dunque, ma apparentemente senza meta, racconta la storia. Poi aveva attraversato la strada, stridori di gomme e grida. Era verso sera. La storia dice che all’ultimo era tornato a riprenderselo il padrone. Un giorno me lo farò dire. Tiro dritto, attraverso la strada all’incrocio, prendo il vicolo lastricato che sale su a schiena d’asino, per poi riscendere al mare dall’altra parte. Passo davanti all’altra imboccatura del tunnel e giù, fino alla Foce. Temo di incontrare il padrone, so che mi riporterebbe certamente dentro il recinto, meglio scartare l’Aurelia e attraversare dove passa la ferrovia. Seguo la scarpata, fin fuori città. Credo sia la strada che aveva fatto mio padre per scendere in città. Dal convento delle Carmelitane scalze, mi infilo nella scalinata e salgo al monte Calvario. In cima alla mulattiera c’è un grande prato verde e una chiesa. Pennacchi di pini fanno


Il cane da ferma e riporto

fresco e polvere. Da qui sì, il mare assomiglia davvero a un muro. Aveva ragione lei sul mare in salita. Mi riposo all’ombra, sdraiato. La calura mi spalanca la bocca. Sul muretto s’è venuto a sedere un uomo. Ci guardiamo. La faccia di chi cammina da molto, bruciata dal sole, la barba nera, l’uomo ha aperto lo zaino sul muretto. «Hai fame?». Mi avvicino, l’uomo cerca qualcosa nello zaino. Un sacchetto di carta di quelli che usa anche il padrone per portarsi la colazione nell’orto, un panino, ne mangia mezzo, il resto lo rompe in due e lo posa sul muretto. Alzo le zampe e mi servo. L’uomo mi passa una mano sul collo che subito, da come si avvicinava, mi sembrava mal intenzionata. Lo guardo e attendo. Lui sorride. Non credo di averlo mai visto dalle parti del recinto col suo zaino in spalla. Ma potrei sbagliarmi, transitava talmente tanta gente da quella stradina, che non ci facevo nemmeno caso. Avvicino il naso all’altro pezzo di pane. Annuso. Poi lo lecco e guardo l’uomo da sotto. Lui non se ne cura, fissa la grande chiesa davanti a noi, in cima alla città. Il colle dove siamo è appena più alto di quello punteggiato di palazzi vecchi e nuovi. Dove finiscono le case si vede la ferrovia tagliare gli orti. L’orto dove ho vissuto no, resta dietro una trincea di palazzi che sono uffici e scuole. Se si vedesse il nostro orto potrei mostrarvi mia madre, sicuramente se ne sta sdraiata all’ombra, a quest’ora, accanto al capanno di lamiera. È il suo posto, sotto un fico dalle foglie impolverate di ferro. Il mare, al fondo, nel punto in cui il colore dell’acqua finisce, ma la quota del colle allunga l’orizzonte. La Corsica non c’è più. L’uomo si è alzato, lo zaino in spalla, si dirige verso la stradina asfaltata che porta agli ulivi. Lo seguo per un tratto. «Non puoi venire. Non hai un padrone?». Mi fermo a distanza, quando l’uomo si riavvia lo raggiungo, gli cammino al fianco un tratto. «Hai visto che ho ancora del pane, canaglia?». C’è una grande casa rosa sopra la strada, odoranti siepi di rosmarino, una signora in vestaglia che legge. Bambini in piscina. Un cagnone lupo mi segue da dietro la siepe sgolandosi. La signora lo mette a tacere. L’asfalto riscende sul versante di là del colle, il mare si vede ancora quasi tutto. Ci sono ulivi e case in costruzione fin giù negli eucalipti, dove ripassano la ferrovia e l’Aurelia. La spiaggia è di sassi e scogli. Il molo non attraversa più nessun mare, e quando sparisce anche il mare l’uomo si siede sul guardrail. Le montagne sventolano una criniera di luce, bruciano scogliere e i prati, ma gli ulivi sono di cenere da un pezzo e le macchine che salgono dalla città ci puntano i fari negli occhi. L’uomo ha posato lo zaino e messo un piede sul guardrail, il braccio sul ginocchio. «La conosci questa terra?». Le macchine e i camion fanno traballare l’asfalto, il rullio resta a lungo come se sotto rotolasse il mare. Dopo qualche ora di cammino, la ragnatela di luci che si vedeva lontana è un paese di pietra di qua e di là del torrente. Ci sovrastano lampioni e logge, case bianche e palme. Durante il cammino ho riconosciuto gli odori delle serre e le rane nei canneti, come sentivo dall’orto. Tante rane così però non le avevo mai sentite, e uccelli nella notte. Rumori, televisioni nelle case e musiche che escono dai bar. L’uomo dello zaino si è seduto ai tavolini del bar, in mezzo alla gente. Ogni tanto mi guarda. Crederà che l’abbia seguito. Me ne sto sul marciapiede opposto, sdraiato a ridosso del muro perché i passanti non mi debbano scavalcare. Per ben due volte l’uomo dello zaino ha bevuto cosa gli ha portato il cameriere. Si alza infine, si rimette lo zaino a tracolla e prima ancora che si allontani, mi alzo anch’io e gli sto dietro, scarto motorini e gruppetti di giovani, allungo il passo. L’uomo ha imboccato un vicolo e si ferma sul ponte dei Cavalieri di Malta a guardare il buio finale, spalle al mare, dove al tramonto bruciavano le scogliere. Mi sente arrivare. Mi guarda e annuisce. Come ha fatto a non capirlo, si chiede. Mi dice: «Sei suo figlio. Tuo padre e tua madre si sono conosciuti sul molo. Tuo padre s’era messo in testa che il molo portasse chissà dove. Forse n’ero convinto anch’io. “Chi è il molo che non è né terra né mare”, gli recitavo. L’avevo incontrato proprio in questo paese. Allora ero un poeta». Sorrise. «Ora guardo e basta».


L’uomo che dice di essere stato poeta e di aver conosciuto mio padre apre lo zaino e cerca un quadratino di pizza che gli ho visto prendere dal piattino al bar. Si china e lo depone su una pietra del ponte. Lo mangio. Ho sete e vorrei cercare un passaggio attraverso i canneti per scendere al torrente. Ho trovato una scaletta a monte, si raggiunge una benda di terra con degli archi, tra sterpi e cocci di bottiglie e calcinacci che hanno gettato dalla strada. Un volo di anatre che dormivano nelle canne. Devono essere le cose che spaventavano anche mio padre, quando era sceso al mare attraverso questi torrenti. La luna mette a nudo qualche scoglio, tubi che colano, muschio. Quando torno al ponte, l’uomo che dice di essere stato poeta e di aver conosciuto mio padre non c’è più. Trascorro la notte in un angolo, disteso sui cartoni, aspetto che l’aria da buia si incenerisca, e i merli roca – come li chiamano qui – i passeri solitari, innamorati delle pietre di paese, si sveglino. Le notti dal recinto, il canto dei merli roca veniva strangolato dai treni, anche il respiro degli eucalipti odorava di ferrovia. Qui i treni non andrebbero da nessuna parte. La luce riprende confidenza, raccontava la storia, per dire del giorno. Lascio il paese, l’asfalto è di nuovo delle macchine e dei camion, per lunghi tratti transito ancora davanti a porte di ville e recinti, magazzini, poi è solo il guardrail a starmi sulla sinistra, e le mura di un cimitero. Un mio simile abbaia quando sale una macchina o scende una macchina. Mi fermo a osservare. Il vecchio cane attende sdraiato nella scarpata che passi una macchina, poi la segue abbaiando. Anche questa immagine appartiene agli incontri che aveva fatto mio padre. Solo che allora i cani al lavoro erano due. Il prato dove bivacca ha l’erba schiacciata e carte stagnole piene di resti di pasti, una tettoia di lamiera per quando piove, immagino. Mi dirigo verso il prato, addento un avanzo di pasta al forno. Il cane non se ne accorge nemmeno. Lo affianco sulla scarpata e cerco di imparare i trucchi, le macchine da inseguire in leggera salita senza farsi stritolare dalle ruote, e con un occhio alla linea bianca perché potrebbe scendere un’altra macchina. Non dev’essere facile accorgersi dell’arrivo di una macchina in senso contrario quando tutta l’attenzione è per cosa succede al fianco. Il vecchio cane ha labbra e sopracciglia rotte. Parte e torna parecchie volte, non sempre, qualche turno lo salta, ansante. Verso sera mi mostra dove si scende al torrente. Siamo stanchi, il manto che odora di piombo e le zampe che bruciano, raschiate dall’asfalto. L’acqua del torrente ci ristora. Ce ne stiamo sdraiati, a un paio di metri di distanza, gli occhi aperti sull’erba, gli odori del riposo devono essere questi, i rumori lontani. Da qui nessun mare, nessun molo. Perché mio padre non era rimasto? Quando si spengono anche le pietraie lassù, il mio socio si alza. Ha sentito la voce di una donna, lo seguo. È la donna della cena, ha posato la carta stagnola con qualcosa, ma poi vede che non è solo e gliene toglie un po’, lo versa per me su di un’altra carta stagnola. Torniamo alla scarpata, le macchine accecano nella notte. Ora sì, mettersi al lavoro sarebbe pericolosissimo e infatti lui se ne sta lì, non si muove. Passano i giorni, le ore odorano di copertoni e asfalti, la notte la rugiada intenerisce l’erba, quando verrà il freddo forse la donna del cibo ci passerà una coperta. Ora che sa che siamo in due porta cibo per due. Arriva quasi ogni sera, magari salta una volta perché non c’è, ma il mio socio non si dispera, mi ha insegnato a non mangiare mai tutto, a nasconderne sempre qualche boccone, a sotterrare un osso perché la notte non passi la faina o la volpe mentre dormiamo e l’osso sparisca. Il lavoro, se volete saperlo, è un lavoro come un altro, basta restare concentrati, non farsi prendere dalla paura quando si finisce tra una macchina che sale e una che scende; allora spostarsi significherebbe farsi scaraventare contro altre lamiere. Riconoscere i rumori, saper valutare se sono ancora lontani e se vanno veloci. Persino il tipo di luce dei fari è importante per capire. Lui qualche volta mi sorveglia, controlla come lavoro quando gli sto al fianco, e durante il riposo mi guarda. Forse aveva la mia età quando ha cominciato. Che io sapessi trovare le cose, che fossi da caccia insomma, diciamola tutta, me ne sono accorto il giorno che si è fermata una macchina nei pressi della nostra scarpata, e scesero un uomo e un bambino. Il bambino gettò nei rovi un oggetto. Il padre lo sgridò. Io, senza neanche rifletterci, credo, mi infilai nel folto, scartando le spine e aprendomi un


Il cane da ferma e riporto

varco raggiunsi l’oggetto di plastica, lo presi tra i denti e lo riportai al bambino. Allora il padre sorrise e chiese al bambino di rilanciarmelo. Stavolta l’oggetto finì nell’erba e trovarlo fu fin troppo facile, ma sarebbe sbagliato pensare che a portarmi sull’oggetto sia stato il fatto di aver visto dov’era caduto. C’è qualcosa per cui forse sono nato, vi ho detto, è una cosa di cui mi vergogno, io le cose le sento e riesco a trovarle. Riconosco gli odori, e se mi intestardisco recupero un morso di pane in un prato grande quanto il mare. Se avessi conosciuto mio padre gli avrei chiesto se anche lui aveva il dono. Mia madre no, lei più che guardare quell’orto dal suo posto spellato sotto il fico e saltar il recinto quando le bolle il sangue non sa fare. L’estate, verso agosto, è piena di traffico, le macchine sono straniere e scendono al mare con i surf e la musica accesa. Di lucciole la notte ne girano meno che a maggio, e scarseggiano anche le rane. Il buio dura più a lungo. Piove poco, ma quando scende allaga asfalti e cunette. Le scogliere del torrente non scottano più come tempo fa. L’erba è secca e gli alberi e le capanne di pomodori sono assaliti da vesponi gialli. Un giorno si è fermata un’altra macchina, un uomo è sceso a orinare e mi ha guardato a lungo. La sera, all’ora in cui arriva la donna del cibo, la macchina è ripassata e ha riaccostato sul ciglio della strada. L’uomo è sceso e ha parlato con la donna. Cosa si sono detti non lo so perché ho abbassato il muso sul cibo. L’uomo è ripartito dopo qualche minuto e il giorno seguente, prima di sera, si è ripresentato. Il vecchio collega che mi sta accanto sulla scarpata, mi ha guardato, ma io non ho capito nulla. L’uomo mi ha chiamato e sono andato. L’uomo si è accucciato e mi ha accarezzato il manto, con la mano mi ha aperto la bocca e alzato il labbro. Si è asciugato la mano alla manica e si è rialzato, ha aperto il bagagliaio e mi ha fatto salire. Ho obbedito. La macchina è scesa un tratto verso il mare e ha fatto manovra in una piazzetta. Poi è risalita fuori delle case e di là del vetro ho sentito il ringhio del collega che ci stava al fianco a debita distanza. Ecco, è così che ci hanno sempre visto, mi son detto. Una corsa inutile, i denti mordono il vuoto e le labbra rimbalzano nella corsa. Poi lui si è fermato ed è tornato alla scarpata, immagino. La macchina è risalita in una gola di rocce e canneti, il torrente sempre sulla sinistra, a mezza costa ulivi e vigne. Dev’essere il paesaggio che aveva accolto mio padre. Il padrone, dice la storia scritta, l’aveva portato a perdere di notte, mio padre allora era giovane, più di me adesso, era una sera di vento e d’estate. Le pitture nere per lui ebbero inizio quel giorno. Quanto a me, son qui su questo sedile, e guardo costui. È l’uomo che ha visto in me qualcosa, per decidere di portarmi via dalla scarpata. Ha la barba e la camicia a quadri, le maniche attorcigliate fin su al gomito, le braccia piene di nervi, le mani grandi sul volante. Il paesaggio si è aperto, la macchina abbriva un ponte, oltre sono le case e palme, asfalti bagnati. Casa del padrone è in cima al paese, una costruzione quadrata con piante di limoni e aranci e una stesa di vecchie lenzuola. Decido di non scappare. In una pentola ho trovato dell’acqua e mi disseto. L’uomo deve aver posseduto un altro cane. C’è una cuccia e parecchio odore, qualche collare marcito nella pioggia dell’inverno. Da un fil di ferro legato a mezz’aria, pende una catena e un altro collare. Il cane prima di me doveva essere uno che scappava. Il padrone è un cacciatore. Il giorno dopo è uscito di casa col fucile a tracolla e la cartucciera al ventre. Se la finisce di legare prima di risalire in macchina. A me ha aperto il bagagliaio e mi ha dato da masticare una fetta di prosciutto. La macchina torna al ponte e imbocca uno sterrato, si ferma un paio di volte. Il cacciatore abbassa il finestrino e parla con qualcuno del paese. Credo che parlino di me, mi sento addosso i loro sguardi. Poi il cacciatore riprende a guidare. Lo sterrato incide le fiancate, aggira i costoni, passa sotto l’ombra dei pini e degli ulivi. Il sole è uscito dalle nuvole, l’aria è tiepida quando la macchina si ferma, il cacciatore mi fa scendere. C’è odore di arbusti mai sentiti. Questo è l’estremo entroterra che ha conosciuto mio padre, la notte in cui rimase solo. Che strano viaggio al contrario ho fatto, l’entroterra è questo, senza mare, è la terra che entra dentro diceva uno scrittore. Il mare da queste parti non serve mica. Il cacciatore si è rimesso in spalla il fucile, lo seguo per una mulattiera tra gli alberi, gradini profondi, erba e voli di uccelli. Il cacciatore non ci fa nemmeno caso, le mani in tasca, solo ogni tanto si volta a guardare se gli sto dietro. Mi sono fermato, un odore mi ha immobilizzato. Il cacciatore se ne accorge, mi studia, impugna il fucile, lo apre, sceglie una


cartuccia verde e una rossa. Il clac di chiusura del fucile spaventa la bestia che ci stava davanti nell’erba a pochi passi. Il volo rasenta qualche metro l’erba e si alza, scarta i tronchi e sparisce. Il cacciatore non ha sparato. Era un giovane fagiano di quelli liberati a dozzine, appena più mobili e svegli di una gallina. In cima alla mulattiera il mare appare, finale e abbagliante, e si apre sui fianchi un ventaglio di rocce: il cacciatore si piazza dietro una barricata di fronda secca, gli occhi a sorvegliare la gabbia azzurra. Io, mi sono sdraiato ai suoi piedi, e non fiato. Girano un paio di poiane. Il cacciatore non ci sparerebbe neanche se si abbassassero: la sua caccia è ai tordi corsi, quelli che arrivano sfiancati dal vuoto finale e si gettano a sfamarsi e riposare negli ulivi. I suoi occhi aspettano, li notano quando sono ancora puntini, nelle sue labbra la cigola che sa di rame prova a chiamare. Per me le pitture nere iniziano oggi, con quest’aria che sa di salso e di mirti, gli occhi che mi lacrimano di vento. Attorno, per terra, ci sono decine di cartucce sparate. Poi il frastuono, stavo per scappar via, non credevo mica di riuscire a calmarmi, non avevo mai sentito uno sparo, qualche tonfo di ferrovia dal recinto quando vivevo con mia madre, il colpo delle onde sul molo, ma uno sparo è una galleria dentro una montagna, e niente è più lo stesso dopo uno sparo. Il cacciatore mi ha calmato, mi ha premuto la mano sul collo e tenuto fermo, poi mi ha ordinato di cercare. L’ho sentito subito il tordo, ancora vivo, le ali rotte, zoppo, era entrato nei rovi, l’ho raggiunto e mi sono nutrito. Il cacciatore mi ha atteso fuori del rovo, e mi ha sferrato un calcio nel costato, il respiro mi è mancato a lungo. Il secondo sparo mi ha spaventato meno. Ho ritrovato il tordo, stavolta era morto, qualche terrazza sotto, ed era persino freddo. Il calcio che mi ha sferrato il cacciatore perché non gli avevo riportato la preda, lo scorderò difficilmente, ma quando ho addentato il tordo e ho risentito il sangue e la carne, non sono riuscito a terminare il lavoro. Ho mangiato anche questo. Era salato, pieno di sale e pepe, il palato e la gola hanno preso ad ardermi. Il cacciatore mi ha atteso, stavolta non mi ha calciato. C’è troppo sangue nelle mie vene, sangue bastardo e di cane da ferma e da riporto. Il cacciatore non riuscirà a farne un soldo di me. Come si fa a trovare un tordo caldo o freddo e non ingoiarlo? Il terzo sparo mi rintrona nelle orecchie sull’imbrunire. Una pioggia di pallini si sente sulle frasche. Il cacciatore mi ordina di restare tra le frasche, lui si allontana, i suoi passi scendono e risalgono, calpestano le foglie. Torna qualche minuto dopo e mi manda a cercare nei rovi. Il tordo è cadavere nell’erba, devastato dallo sparo, lo afferro tra i denti e mi sforzo per riportarlo al padrone, poi addento, mastico, ci sento il sangue e mastico. Ma sputo subito, il palato trafitto in una dozzina di punti, il tordo era pieno di aghi, il cacciatore l’aveva voluto cercar lui per aprirlo, riempirlo di aghi e richiuderlo con lo spago, urlo dal dolore, sputo ogni piuma e ogni ago. Quando mi volto il cacciatore è davanti a me. Ora sa che ogni volta che sparerà cercherò la preda e gliela porterò senza masticarla. E tutto questo lo so anch’io perché presto passeranno gli anni, che sono le stagioni di caccia e i riposi, e ogni volta che quest’uomo me l’ordinerà lo seguirò al sole e sotto la pioggia. A casa mi sdraierò sugli stracci, sotto una tettoia, mi riparerò dal freddo attorcigliandomi e dal caldo sotto le lamiere sudate elemosinando una bava d’aria. Mangerò l’erba quando avrò i dolori allo stomaco, annuserò una cagna che vive da queste parti, quando lei mi cercherà, e le schiaccerò il dorso, le morderò il collo. Per vivere porterò i tordi al padrone, a volte ancora moribondi, senza stringere. E li lascerò morti o vivi, la mia bava sulle piume, ai piedi del cacciatore o sul suo palmo. Guarderò il vuoto, al fondo della gabbia azzurra, il luogo dal quale provengo, e passeranno tanti giorni che non ricorderò nemmeno più di essere stato un giorno sul molo. E passeranno tanti giorni e stagioni di caccia che incontrandola non riconoscerei più nemmeno mia madre. Ogni tanto mi capiterà di incrociare per strada un cane di quelli che chiamano traspersi, lo vedrò rovistare dove la gente abbandona le cose, nei suoi occhi la collina tagliata che sveglia anche me ogni tanto la notte e mi riabbassa gli occhi sulla polvere.

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Beethoven in piccolo di Carlo

Boccadoro

Nel ricchissimo catalogo pianistico di Ludwig van Beethoven sono disseminate manciate di gioielli nascosti: pagine apparentemente minori, di breve o brevissima durata. Come piante epifite, queste opere hanno vissuto all’ombra di lavori dalle dimensioni maggiori, che spesso ne hanno oscurato la vista alla maggior parte degli appassionati. Eppure si tratta di veri e propri laboratori in cui Beethoven dava vita a intuizioni (melodiche, armoniche, timbriche) che venivano sviluppate successivamente nelle sonate e nei concerti per pianoforte più celebri. Nel caso delle bagatelle pianistiche si tratta di composizioni che hanno accompagnato il maestro di Bonn lungo tutto l’arco della propria attività (le prime risalgono a quando Beethoven aveva dodici anni, le ultime sono state scritte dopo aver completato la Missa Solemnis e la Nona Sinfonia) e riescono a concentrare, in un ambito temporale che privilegia la sintesi più estrema, una assoluta compiutezza formale ed espressiva. Snobbate da molti esecutori superficiali perché ritenute “troppo facili”, queste composizioni richiedono un interprete che sappia controllare alla perfezione ogni sfumatura e con una totale padronanza dello strumento; proprio perché in questi pezzi tutto è rivelato alla luce del sole, non esiste la minima possibilità di esibire effetti spettacolari o virtuosismi che distraggano gli ascoltatori. C’è bisogno, dunque, di un interprete di qualità superiore. Il pianista veronese Filippo Gamba corrisponde esattamente a questa tipologia di interprete; dotato di un bellissimo suono, trasparente e luminoso, egli padroneggia queste opere con una stupefacente leggerezza e allo stesso tempo intreccia un dialogo profondo con il complesso pensiero di Beethoven riuscendo a disvelarne ogni minima piega e regalandoci una delle migliori incisioni mai realizzate di questi microcapolavori. Filippo Gamba, Beethoven: Complete Bagatelles, (Decca), 19,80 euro

DocumentarIo

Musica

Domani

Addio, compagni! di

Matteo Scanni

Farewell comrades! è l’ultimo webdoc prodotto da Arte in collaborazione con Zdf. A dispetto della grafica non propriamente raffinata e delle difficoltà di navigazione, il progetto è decisamente interessante. Il filone è quello della rievocazione storica, un viaggio a ritroso nei ricordi di trenta persone che hanno vissuto all’ombra della cortina di ferro. La narrazione interattiva nasce attorno a una serie di cartoline spedite o ricevute dai protagonisti tra il 1975 e il 1991, anno della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Cliccando sulle immagini si accede a contenuti che riguardano le condizioni di vita nel blocco orientale: sport, servizi segreti, disastri ecologici, controcultura, movimenti culturali, alcol, fuga, arti, amore e utopia. Naturalmente le storie più interessanti sono quelle che più si allontanano dalla politica e sono sopravvissute al controllo del potere. Come quella di Nikolay Vasin, fondatore del più importante Beatles Fan Club della Russia. Inquadrato dai servizi segreti come un hippy eccentrico, nella sua casa-museo di San Pietroburgo, ha raccolto migliaia di cimeli e fotografie dei Fab Four, guadagnandosi nel 1981 un biglietto per gli Stati Uniti come ambasciatore del rock’n’roll. La sezione dedicata all’archivio video e fotografico è commovente. Tra una rara interpretazione di Vladimir Vysotsky e l’intervista all’insegnante di musica siberiana Elena Bogas che sogna di poter ascoltare finalmente il jazz, ci sono digressioni che bene inquadrano il clima dell’epoca: punk interrogati dalla Stasi, rehab per alcolisti nella Mosca di Gorbaciov, concerti di dissidenti nelle case private della Russia destalinizzata, le scenografiche Spartakiadi di Praga, pensate per rivaleggiare con le Olimpiadi. Farewell comrades! nasce come serie di documentari sulla fine dei regimi comunisti e il web doc diffuso a gennaio da Arte non è una derivazione del progetto principale. Disponibile in sei lingue, la versione interattiva, firmata da Lena Thiele e prodotta da Christian Beetz, è costata 450mila dollari e ha richiesto tre anni di sviluppo per organizzare i materiali d’archivio e realizzare le interviste, girate in sei Paesi.  Farewell Comrades!, di Andrei Nekrasov, prodotto da Artline Films, Gebrüder Beetz Filmproduktion e Arte


Teatro

La sfida di Nekrosius

Cinema

di

Il mondiale dimenticato di Barbara

Sorrentini

Tutto ha inizio con il ritrovamento di uno scheletro. Ossa, presumibilmente umane, sotto un cumulo di terra tra gli scavi paleontologici di Villa El Cochon in Patagonia. Accanto alle ossa, che in seguito verranno identificate come quelle del cineoperatore sportivo Guillermo Sandrini, si trova una cinepresa, prova inconfutabile per il riconoscimento del corpo. Sandrini scomparve nel 1942, durante un mondiale calcistico che si stava disputando nel Sud dell’Argentina. Un mondiale di cui si persero le tracce, di cui pochi ricordano le partite e del quale lo scrittore Osvaldo Soriano nel suo libro del 1995 Pensare con i piedi si chiedeva come andò a finire: cioè quale nazionale si aggiudicò il titolo di campione del mondo. Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni provano a trovare una risposta girando un documentario in bilico tra finzione e realtà (mockumentary, è la definizione più corretta). Non ha più importanza che sia leggenda o fatto accaduto davvero, perché Il Mundial dimenticato è sempre credibile. C’è persino Roberto Baggio che racconta di averne sentito parlare. E giornalisti sportivi, studiosi, calciatori, membri di associazioni calcistiche; ognuno di loro aggiunge un tassello in più che va a completare il puzzle di questa storia bizzarra, ma anche un po’ inquietante. I registi raccontano di essere andati in Argentina innumerevoli volte e di aver dovuto superare difficoltà organizzative, climatiche e ambientali non indifferenti. In un baretto di Cinco Saltos si trova una foto in bianco e nero con le due squadre che si sono affrontate nella partita inaugurale del mondiale: sono l’Italia e il Real Patagonia e la data segnata è l’8 novembre 1942. E poi ci sono le leggende nella leggenda, riportate dalle persone incontrate durante il cammino, come quella sugli indigeni che ipnotizzavano gli avversari o sul talento impareggiabile dei giocatori mapuche. Verità o invenzione? La risposta non verrà svelata in questo spazio, perché il film è costruito con immagini, anche d’epoca, con testimonianze credibili e con fotogrammi di partite in bianco e nero più che convincenti. E tutto questo in un paesaggio dove la terra e il cielo si toccano, mentre altrove infuria la seconda guerra mondiale che resta sullo sfondo. Il Mundial dimenticato, di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, da giugno

Simona Spaventa

Un uomo innamorato di una donna bellissima che scompare misteriosamente. Lui, per cercarla, si addentra in una foresta buia, si perde, finché non trova un amico che lo guiderà verso la luce. Sembra una favola d’amore e d’amicizia, invece è La Divina Commedia secondo Eimuntas Nekrosius. Il grande regista lituano, dopo aver affrontato con il suo teatro fatto di immagini metaforiche e da superbi attori, tanti classici – da Shakespeare a Cechov, da Gogol a Tolstoj, fino al Dostoevskij de L’idiota – si mette alla prova in qualcosa che rasenta l’impossibile: portare a teatro il poema di Dante. E lo fa, lui innamorato dell’Italia, con il nuovo spettacolo, in prima mondiale proprio da noi, in Puglia (il 22 e 23 maggio al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi) e poi a Modena (il 26 e 27 al Teatro Comunale) per il festival Vie, quest’anno anticipato in primavera. Un’idea nata proprio in Puglia, terra vivace, di impulsi creativi che il governatore Nichi Vendola ha saputo intercettare e rilanciare, durante un laboratorio a Bari. Una prova ardua anche per un maestro e Nekrosius ne è ben consapevole: «La Divina Commedia è un lago profondo, una fonte inesauribile di sapienza e poesia. Una tentazione forte, per me: il tentativo di rendere in linguaggio umano e teatrale questa creazione, uno scopo al limite dell’impossibile». Convinto che i personaggi, anche sgradevoli, per colpire il cuore dello spettatore debbano avere una loro simpatia, Nekrosius ha lavorato con naturalezza di sentimento e humour. Così, la moglie Gemma fa a Dante scenate di gelosia, il papa porta uno sconveniente cappellone rosso, il limbo è popolato di vip a cui chiedere autografi, il diavolo fuma una sigaretta dopo l’altra. Mentre Francesca trema di passione di fronte a un Paolo muto, e Beatrice ha l’abito coperto di post-it dei desideri e zampetta coi piedi sul cuore del suo Dante. Perché sarà divina, ma è pur sempre commedia.

105 La Divina Commedia, di Eimuntas Nekrosius, Nuovo Teatro Verdi, Brindisi, 22 e 23 maggio Teatro Comunale, Modena, 26 e 27 maggio


Arte

Paesaggi a confronto di Vito

Calabretta

Ameno è un luogo che si presenta in modo gradevole già solo con il proprio nome. Situato sulle alture che congiungono il lago d’Orta con il lago Maggiore, è un paesino circondato da bellezze naturali e impreziosito da un’architettura piacevole. Da alcuni anni, nel paese e nell’area limitrofa, un gruppo di persone anima attività artistiche e culturali, ospita gruppi che vengono da ogni parte del mondo, promuove collaborazioni con scuole, università e accademie, organizza festival e cerca di coinvolgere anche le aziende attive nella regione, in particolare quelle degli antichi bacini del tessile e della stoviglieria. Una delle realtà nate da simile attivismo si chiama Asilo Bianco ed è diretta dall’artista Enrica Borghi. In un contesto non soltanto ameno, dunque, ma anche dinamico dal punto di vista dell’imprenditoria culturale, trova la sua collocazione ideale la mostra Duplice Paesaggio. Pur non essendo grande, il progetto è piuttosto ambizioso: il tentativo è quello di mettere a confronto rappresentazioni ottocentesche del paesaggio con opere d’arte contemporanea. Da una parte, dunque, raffigurazioni antiche, selezionate sulla base di alcuni concetti-chiave (il colore, il controluce, gli alberi, la neve) dall’altra rappresentazioni contemporanee, più difficilmente catalogabili alla luce di tali concetti. Gli alberi, tuttavia, li scopriamo vivi nelle installazioni ambientali di Gioberto Noro, i colori nelle opere di Arthur Kostner, la neve e la luce nelle fotografie di Paola De Pietri e, procedendo così, ritorniamo ai temi facilmente individuabili nelle prime opere. Il confronto tra l’attitudine della pittura antica e quella contemporanea avviene a distanza, perché i modi contemporanei utilizzano tecniche e stili non compatibili con quelli ottocenteschi. Nondimeno la mostra offre una varietà di sguardi sul paesaggio, che poi si possono verificare di persona nei dintorni di Ameno. Duplice Paesaggio, Asilo Bianco, Ameno (No), fino al 3 giugno

di Claudia

Barana

Una piccola produzione di copie pilota progettate da cinque designer: Giulio Iacchetti e Chiara Moreschi, Lorenzo Damiani, Martí Guixé e Paolo Ulian. Una collezione in cui si legge tutto il gioco, l’ironia e il divertissement dei designer che citano oggetti d’uso comune, fuori scala, facendo riuso e riciclo di materiali e prodotti. Un’occasione per pensare a oggetti inusuali che prendono spunto dal quotidiano oppure a materiali che possono cambiare destinazione per diventare oggetti di design. Come fa Paolo Ulian attraverso Cardboard Vase che trasforma una bottiglia di plastica in un elegante vaso. Realizzato in cartone elastico, il vaso può essere modellato in una serie infinita di forme: decorato, dipinto oppure tenuto “al naturale”, è un’ottima soluzione ecosostenibile per tutti. Nel nome del riciclo si muove anche Lorenzo Damiani che con il progetto 100% regalo riciclato sostiene la pratica del riciclare regali come atto virtuoso e sostenibile, da non denigrare perché rimette in circolo potenzialità che altrimenti andrebbero sprecate. Il designer propone un nastro cento per cento regalo riciclato: venti metri di cotone da utilizzare per doni ri-regalati perché un regalo riciclato al cento per cento significa sostenibilità al cento per cento. Giulio Iacchetti e Chiara Moreschi propongono invece una citazione con Rofast: riprendono lo sgabello Frosta di Ikea per farne l’anagramma del nome e della struttura, con uno scatto interessante che ne trasforma la funzione. La proposta più poetica arriva invece da Martí Guixé che, attraverso Biblio-Clip, immagina libri magici, come in volo, appesi alle pareti di casa grazie a una semplice molletta in metallo che ne regge le pagine interne lasciando visibili costa e copertina. Una soluzione che può essere utile a chi non ha librerie sufficientemente grandi per contenere tutti i propri libri e a volte fagocitano i volumi più sottili, facendoli scomparire tra quelli più imponenti. Una Primaproduzione che, ci assicurano i tipi della Corraini, verrà ampliata. Primaproduzione, Libreria 121+, Milano, www.corraini.it [courtesy of corraini edizioni]

Design [courtesy of galleria alberto peola - torino]

Gioberto Noro, Civilization D-Zone #3, 2007, stampa a pigmenti su carta di puro cotone, 104x152 cm

Regali riciclati


Rete

Attenti a Cupido

Libri

di Arturo

Sulla via di Bucarest di

Alessandra Bonetti

Doveva apparire eccentrica, nel dicembre 1989, la scelta di William Blacker, rampollo di una famiglia inglese, laureatosi in una prestigiosa università, di trasferirsi in Transilvania. Partito dall’Inghilterra per visitare Berlino, lungo il viaggio venne sorpreso dalle notizie sulla rivoluzione romena e decise di proseguire verso est. Entrato in Romania, si fermò a Satu Mare in un albergo senza elettricità. Il giorno dopo, la folgorazione: «Nella piazza centrale della città c’erano solo cavalli e carretti. Ho pensato che il mondo dovrebbe assomigliare a qualcosa del genere», racconta nel suo libro, Lungo la via incantata, in uscita per Adelphi. Oggi, a vent’anni di distanza, si fatica a riconoscere quel Paese selvaggio ma affascinante, per lo meno dalle pagine dei romanzi della nuova letteratura romena, protagonista al Salone del Libro di Torino. Nell’allucinato mondo di L’omino rosso di Doina Rus,ti, le strade di pietra e terra sono diventate autostrade informatiche, le relazioni umane si consumano sui social network e Bucarest, con le sue contraddizioni, il cinismo, le “lolite” e le storie di quotidiana corruzione, ci appare molto più vicina di quello che dicono gli stereotipi “sul romeno”. Un’immagine carica di pregiudizi che, legittima o meno che sia, ha influito fortemente anche sulla letteratura romena contemporanea, che con grande difficoltà e solo per opera di piccoli e coraggiosi editori si sta affacciando ora nelle librerie italiane. Un mondo tutto da scoprire, anche divertendosi. Come succede leggendo Sono una vecchia comunista di Dan Lungu, in cui l’autore attraverso un dialogo fra madre e figlia dà voce alla nostalgia per il passato regime. All’inizio, quasi ci si crede: «Per me le cose sono semplici: prima della Rivoluzione vivevo mooolto meglio di adesso». E le file per comprare la carne? «Adesso entro in macelleria, ammiro le cotolette, mi viene l’acquolina in bocca e poi esco a mani vuote perché non ho soldi per comprarle». E la libertà? «È vero, adesso possiamo dire e gridare tutto ciò che vogliamo, tanto non c’è nessuno che ascolta». Con l’incalzare del racconto e dei ricordi, si comincia però a sorridere: «Mi sono tolta ogni sfizio, bevevo anche il caffè». Alla fine, non le si crede più, ma si ride: «Banane no, mai. Era difficile trovarle, credo che fossero solo per i pezzi grossi. In compenso una volta abbiamo avuto un dentifricio al gusto di banana, quindi l’aroma lo conoscevo». William Blacker, Lungo la via incantata. Viaggi in Transilvania, Adelphi, 354 pp., 22 euro Doina Rus‚ti, L’omino rosso, Nikita, 420 pp., 15 euro Dan Lungu, Sono una vecchia comunista, Aìsara, 176 pp., 16 euro

Di Corinto

Prima ci si innamorava in discoteca, sui banchi di scuola, sul posto di lavoro, adesso ci si fidanza online. Quando va bene, perché le vie della truffa sono infinite e l’offerta di sesso online è una delle più ricorrenti. Mentre si moltiplicano i siti di dating online, si moltiplicano le fregature per i cuori solitari che investono tempo e soldi per cercare l’anima gemella su internet. Secondo Forrester Research, i siti di appuntamenti amorosi muovono solo negli Stati Uniti un miliardo di dollari l’anno. Quando ci si registra, gratis o a pagamento, in siti come Meetic o Adult Friend Finder, prima o poi arriva qualcuno che ti “aggancia”. Non è detto che sia qualcuno che hai conosciuto lì, è solo qualcuno che possiede il tuo indirizzo email. Il contatto con il truffatore comincia sempre con una email stereotipata, sgrammaticata, una lunga lista di caratteristiche personali e familiari e una foto (ammiccante) allegata: “Ciao sono Elisa, di Novgorod. Ti manda le foto. Continuiamo la nostra conoscenza. Raccontimi di te. Ti mi piace tanto. Voglio costruire un rapporto serio adesso”. Se ci si casca, dopo le prime email arrivano le richieste. La più comune è quella di inviare dei soldi via Western Union. Un’altra è di pagare con carta di credito il biglietto aereo precompilato da rispedire in allegato. Oppure mandare via posta un cellulare con tanto di Sim per restare sempre in contatto. Quando si chiedono soldi le motivazioni sono sempre le stesse: “Ribelli attaccato la nostra casa e non ho posto dove vivere”, “La mia mamma è malata e non ho soldi per aiutarla”, “I miei genitori sono morti in incidente d’auto”. Al mercato nero i tuoi dati personali hanno un valore: 0,10 centesimi di dollaro per l’indirizzo email e 75 dollari in media per carta di credito con nome, cognome, scadenza e codice di sicurezza. Per questo è bene tenerseli stretti. Per evitare altre delusioni o di finire alla berlina con nome e cognome su un sito pubblico per esserti registrato nella community di un sito vietato ai minori come YouPorn.

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la posta di E Buongiorno, sono un vostro convinto sostenitore da diversi anni e quello che fate mi sembra davvero eccezionale, condivisibile da ogni punto di vista. Ma vi scrivo per dirvi che non sono d’accordo con la vostra posizione sulle armi. O meglio, secondo me si fa confusione tra il concetto di ripudiare la guerra come mezzo per risolvere le controversie, di qualsiasi tipo, e il possesso di armi tout court. Il ragionamento mi è sgorgato spontaneo dopo la copertina del numero di marzo. Vi contesto il ragionamento secondo il quale chi possieda un’arma deve essere per forza un pistola-guerrafondaio, dal momento che comunque la maggior parte delle violenze nella nostra società sono psicologiche o possono essere portate con le mani o con un qualsiasi coltello da cucina. Ebbene sì, lo confesso, ho una Beretta nel comodino e qualche volta vado a esercitarmi al poligono, dove peraltro vi assicuro, non mi ritrovo con maniaci assassini. Per quale motivo ho una pistola? Diversi motivi, tutti frutto di ragionamenti e meditazioni lunghissime, tant’è che non ho fatto nemmeno il militare e ho preso il patentino armi alla già avanzata età di cinquant’anni. Vi confesso anche che per il primo anno, illustrazione Ale+Ale me la facevo sotto dalla paura ogni volta che impugnavo l’arma ed esplodevo un colpo in poligono. Ma sentivo di doverlo fare. Basterebbe aprire qualsiasi libro di storia, in qualsiasi epoca, per capire che per ripudiare la guerra bisogna essere in due. Che è giusto e sacrosanto fare tutti per scriverci: redazione@e-ilmensile.it i tentativi per evitare la guerra, ma che se la subisci perché la controparte ne fa invece la sua politica ideale, non puoi fare altro che difenderti con qualsiasi mezzo. Andate a visitare il sacrario partigiano a Bastia Mondovì o date un’occhiata a tutte le lapidi di caduti partigiani di cui è disseminato questo Paese per capire di che cosa sto parlando. A volte mia moglie deve portarmi via di peso per il dolore che provo tutte le volte per questi ragazzi partiti dalle loro case senza una parola, con la doppietta da caccia a tracolla, per fare quello che ritenevano giusto fare, mentre altri sceglievano di fare i pacifisti paraculi, comodamente seduti sul divano di casa loro. Oggi penso che non solo li abbiamo traditi, ma che adesso ci mettiamo pure a insultarli. Mi sono messo nei loro poveri panni e sono arrivato alla conclusione che sarei partito con loro, che non avrei perso la libertà senza combattere, che non avrei consentito a chi utilizza invece la guerra come normale mezzo per l’espansione dei propri interessi (vi viene in mente qualcuno, in Afghanistan?) di fare i propri porci comodi. Nelle more di un mondo ideale, impugnare la mia pistola è un modo per assumere responsabilità diretta, per far capire, prima a me stesso e poi a qualsiasi altro, che la mia persona e la libertà in generale non possono essere messi in discussione da nessuno e per nessun motivo e che se qualcuno ci provasse, troverebbe pane per i suoi denti. Giovanni

Ci contesta un’equazione che non abbiamo fatto. Sono lieto che al poligono lei non si trovi di fianco a maniaci assassini, ma non ne può negare l’esistenza: dalla Toscana alla Norvegia hanno mirato a bersagli umani. Poi, mi sfugge il nesso con la Resistenza, cui peraltro è dedicata la mia rubrica, e con i pacifisti paraculi, che allora si chiamavano imboscati e non stavano né con i partigiani né con i nazifascisti. “Li abbiamo traditi e adesso cominciamo pure a insultarli”, scrive lei dei partigiani, peccato che tralasci il soggetto. Se include anche questo giornale, prende lucciole per lanterne ed è pregato di depennarlo. Se vuole un elenco di pacifisti non paraculi che ci hanno lasciato la pelle negli ultimi anni, da Rachel Corrie a Enzo Baldoni a Vittorio Arrigoni, glielo spedisco. Poi c’è anche, contro la guerra, un articolo della Costituzione. Calpestato ma c’è. (gm) Caro Direttore, sono un vostro affezionato e continuerò a esserlo. Ciò premesso, non mi è piaciuta la caduta di stile nelle Buone nuove di marzo.Tra le varie notizie positive avete incluso i risultati di uno studio americano che dimostra che fumare cannabis non fa più male rispetto al tabacco. Da ricercatore ho letto la notizia in quanto tale, ovvero come un risultato scientifico; probabilmente qualche altro lettore (magari giovane) può intravedere altre possibilità. Come il fumarsi tranquillamente canne; tanto fanno male come le sigarette. Non voglio passare da bacchettone/proibizionista, ma in una rivista legata a un’associazione che cura migliaia di persone penso che certi messaggi siano fuori luogo. Antonello Spinelli Caro Spinelli, perché “caduta di stile”? Non posso escludere che qualcuno dei nostri lettori fumi cannabis e che l’esito di una ricerca scientifica gli possa far piacere. Escludo invece che, giovane o anziano, un nostro lettore sia spinto da quella notizia a fare rifornimenti di canapa. Lo escludo per quelli che conosco, e non ho dubbi sull’intelligenza, in senso etimologico, di quelli che non conosco. (gm)

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di

Emanuele Rossini

foto

GiBi Peluffo

Il Centro in numeri Città: Bangui (Rep. Centrafricana) Inizio attività: marzo 2009 Aree di intervento: pediatria (servizi sanitari per bambini fino ai 14 anni), educazione igienicosanitaria, assistenza prenatale, screening e follow-up di pazienti cardiologici per il Centro Salam di Khartoum. Posti letto: otto Struttura: due ambulatori pediatrici, un ambulatorio di cardiologia, sala eco, sala radiologica, laboratorio analisi, farmacia, corsia di degenza, magazzino, uffici, servizi per il personale, area di accoglienza e area giochi esterne. Personale nazionale: 77 Pazienti trattati in ambulatorio: 51.064 Pazienti ricoverati: 2.973 Visite cardiologiche: 709 Visite programma di assistenza prenatale: 2.580 (Dati aggiornati al 31/12/2011)

Repubblica Centrafricana Tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni: 171 decessi ogni mille bambini nati vivi. Tasso di mortalità materna: 850 decessi ogni centomila bambini nati vivi. (Fonte: Oms World Health Statistics 2011)

Avere un figlio è un diritto Un lunedì pomeriggio come tanti altri. Una fila di donne vestite con i tipici, coloratissimi, abiti che si usano da queste parti, sta aspettando il proprio turno. Intanto chiacchierano, si scambiano consigli e impressioni, coccolano i figli, proprio come succede in tutto il mondo, anche al Centro pediatrico di Emergency a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, l’area di attesa è un buon posto per socializzare. Facciamo entrare Amina, una paziente del Programma di assistenza prenatale, attività che abbiamo avviato lo scorso giugno per offrire alle donne incinte un servizio di monitoraggio della gravidanza. È la prima volta che Amina viene da noi e la nostra ostetrica le spiega in cosa consiste il Programma: si tratta di un percorso che comprende almeno quattro visite lungo tutto l’arco della gestazione, i principali esami, la vaccinazione antitetanica, il trattamento preventivo contro la malaria e, se serve, la somministrazione di acido folico e ferro. È il turno di Claudia. È alla terza visita e per ora tutto procede senza alcun problema. Le nostre infermiere le suggeriscono alcuni comportamenti utili da tenere durante la gravidanza: seguire un’alimentazione corretta e il più possibile completa, rispettare i giusti ritmi di riposo, usare la zanzariera per proteggersi dal rischio di contrarre la malaria. L’educazione igienico-sanitaria è una parte integrante e fondamentale del Programma. Offriamo anche consulenza sulla pianificazione delle gravidanze e distribuiamo anticoncezionali e preservativi a chi ce lo chiede. L’importanza dell’assistenza prenatale risulta evidente guardando i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità: la Repubblica Centrafricana ha tassi di mortalità materna e infantile tra i più alti del mondo. Tra le cause ci sono la carenza di strutture sanitarie e i costi elevati delle prestazioni, che costringono molte donne a rinunciare a farsi visitare. Per questo è frequente che piccole complicazioni degenerino, creando rischi talvolta mortali per il nascituro e per la madre. Seguire le gravidanze con regolarità ci permette invece di individuare per tempo queste complicazioni e di agire nelle prime fasi, quando spesso sono facilmente curabili.

Il Programma di assistenza prenatale si affianca alle attività regolari del Centro pediatrico: l’assistenza sanitaria ai bambini fino ai 14 anni e le visite di screening cardiologico per i pazienti da operare al Centro Salam di cardiochirurgia, in Sudan, e il loro follow-up. Il Centro di Bangui fa infatti parte della Rete regionale di pediatria e cardiochirurgia che abbiamo avviato in Africa. È aperto cinque giorni a settimana per le attività ambulatoriali, ma è sempre pronto per le urgenze. Come in tutti i nostri progetti, anche qui i servizi che offriamo sono completamente gratuiti. E come in tutti i nostri progetti diamo molta importanza all’attività formativa del personale nazionale, attraverso le lezioni teoriche e la pratica quotidiana del lavoro sotto la supervisione del nostro staff internazionale. Nell’ambulatorio di assistenza prenatale proseguono le visite. Vediamo altre tre pazienti, facciamo loro tutti i controlli e ascoltiamo i loro ringraziamenti e le parole di fiducia nel nostro lavoro. Poi arriva il turno di Lucie, una ragazza che arriva da Bimbo, un villaggio ai bordi della città a circa dieci chilometri di distanza da qui, e appena entra capiamo che c’è qualcosa di diverso dal solito. Lucie è quasi al termine della gravidanza e bastano pochi istanti di visita per capire che sta per partorire. La testa del bambino è bassa e la donna comincia già a spingere, manca davvero poco, non c’è nemmeno il tempo per accompagnarla all’ospedale cittadino. Il Centro pediatrico non è equipaggiato per i parti, ma subito la nostra ostetrica e gli infermieri preparano tutto per far nascere il piccolo qui, nell’ambulatorio, nelle migliori condizioni possibili. Non era mai capitato prima. Oggi non è poi “un lunedì pomeriggio come tanti altri”. Dieci minuti dopo il bambino è davanti a noi. È sano, pesa 4 chili e 150 grammi, tutto è andato benissimo. Teniamo madre e neonato in osservazione per due ore prima di riaccompagnarli a casa con la nostra macchina. Li rivedremo fra qualche giorno, quando torneranno a fare i primi vaccini per il bambino e la visita post partum per la mamma.

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per inciso di

Gino Strada

foto Massimo

Grimaldi

L’ultimo nato: è il Centro pediatrico di Port Sudan, aperto il 26 dicembre 2011

buon compleanno Milano, 15 maggio del 1994, ristorante Al Tempio d’Oro, vicino a viale Monza. Avevamo invitato gli amici e gli amici degli amici: «Vogliamo proporvi un’idea un po’ folle». L’idea era semplice: mettere a frutto l’esperienza di un gruppo di medici e infermieri nel campo della chirurgia di guerra per fondare una nuova organizzazione che potesse muoversi rapidamente, che potesse essere completamente indipendente dalle logiche dei governi e da interessi che non fossero quelli dei pazienti, che potesse portare aiuto – gratis e di qualità – a tutti quelli che ne avevano bisogno. «E poi – abbiamo spiegato agli amici tra un piatto di gnocchi e un bicchiere di vino – insieme al lavoro di cura c’è quello di denuncia: vogliamo raccontare a tutti la vergogna delle mine antiuomo, che ogni giorno fanno strage di bambini, vogliamo raccontare che l’Italia è tra i maggiori produttori al mondo di questi ordigni micidiali, vogliamo che il nostro Paese smetta di produrle, subito». Gli amici hanno ascoltato in silenzio. Poi si sono guardati. «Per me può funzionare, io ci sto», ha detto il primo. «Per me siete completamente pazzi», ha detto il secondo, ma intanto ha tirato fuori il libretto degli assegni. Così, il 15 maggio, abbiamo raccolto i primi soldi per cominciare. Nei diciott’anni successivi quell’idea “un po’ folle”, partendo da viale Monza, ha attraversato sedici diversi Paesi e curato più di quattro milioni e seicentomila persone. E ogni anno ci siamo dati nuovi traguardi, sempre “un po’ folli”: come portare in Africa la prima cardiochirurgia completamente gratuita in tutto il continente, o come costruire un Centro di maternità in cui lavorano solo donne in una zona dell’Afghanistan dove, prima del nostro arrivo, non era nemmeno concepibile che le donne lavorassero fuori dalle mura di casa. Oggi Emergency diventa maggiorenne. Che cosa possiamo augurarle? Come sempre, fin dal 1994, il nostro augurio è quello di “diventare inutile”. Ma quel giorno non sembra vicino, anzi. Allora le auguro di poter lavorare sempre di più, perché sempre maggiori sono i bisogni che incontriamo ogni giorno. Le auguro di poter sempre contare sul sostegno degli amici, come quel giorno del 1994, e che gli amici possano sempre aumentare, fino al giorno in cui diventeremo felicemente – e finalmente – inutili. Buon compleanno, Emergency.

C


Dal 1994 abbiamo curato oltre 4 milioni e mezzo di persone, vittime della guerra e della povertĂ .

Aiutaci a non smettere. Dona il tuo 5 per mille a EMERGENCY codice fiscale:

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SOS EMERGENCY

EMERGENCY



E il mensile maggio 2012