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mensile - anno 3 numero 7 - 8 luglio - agosto 2009

3 euro

poste italiane s.p.a. - spedizione in abb. postale - d.l. 353/2003 (conv. in l. 27/02/2004 n°46) art. 1, comma 1, dcb milano

Cipro, l’ultimo muro d’Europa

Bolivia

Il futuro nelle mani dell’economia Libano Elezioni: una farsa? Mauritania I volti diversi della schiavitù Sudafrica Bruciato per la droga Cina Il mio amico fondamentalista Italia Abruzzo, si fa di conto

Portfolio: l’Africa di Cerignola


ph. armandorebatto.com

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L’indifferenza è la più atroce delle armi. Nel mondo ci sono ancora 26 conflitti in corso e PeaceReporter se ne occupa da anni attraverso il suo sito internet e la sua rivista mensile. Storie, reportage, audio e video che parlano di guerra. Ma anche di pace, perché le buone notizie sono il modo migliore per cominciare una giornata. Ascolta il mondo. Leggi PeaceReporter.

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Fools are we, if hate's the gate to peace. Dave Matthews

luglio - agosto 2009 mensile - anno 3, numero 7 - 8

Direttore Maso Notarianni

Caporedattore Angelo Miotto

Redattori Christian Elia Luca Galassi Alessandro Grandi Enrico Piovesana Nicola Sessa Stella Spinelli

Hanno collaborato per i testi

Progetto grafico Guido Scarabottolo Oliviero Fiori Segreteria di redazione Silvina Grippaldi Amministrazione Annalisa Braga Redazione e amministrazione via Bagutta 12/A 20121 Milano Tel: (+39) 02 801534 Fax: (+39) 02 80581999 peacereporter@peacereporter.net Stampa Graphicscalve Loc. Ponte Formello - 24020 Vilminore di Scalve (Bg) Finito di stampare 2 luglio 2009 Pubblicità SISIFO ITALIA SRL Vicolo don Soldà 8 36061 Bassano del Grappa (VI) Tel. 0424 505218 www.sisifoitalia.it info@sisifoitalia.it

Gabriele Battaglia Blue & Joy Erminia Calabrese Gabriele Del Grande Silvia Del Pozzo Arturo Di Corinto Massimo Di Ricco Matteo Fagotto Nicola Falcinella Licia Lanza Paolo Lezziero Sergio Lotti Chiara Pracchi

Hanno collaborato per le foto Gabriele Battaglia Umberto Fratini Emiliano Iatosti Simone Manzo Rachele Masci

Amministrazione Annalisa Braga

Edito da Dieci dicembre soc. coop. a r.l. Via Bagutta 12/A - 20121 Milano Reg. Trib. Milano n. 363 del 01/06/07

Foto di copertina: Cipro, 2009. Simone Manzo per PeaceReporter

L’editoriale di Maso Notarianni

Muri caduti e muri che resistono ipro. Potrebbe essere, ancor più dell’Italia, il ponte tra due mondi che un tempo non erano divisi e che oggi sono separati dalle barriere di odio che i potenti costruiscono grazie alla propaganda. I ricchi e i poveri, l’Islam e il Cristianesimo, l’Occidente e l’Oriente. Eppure a Cipro c’è ancora un muro, che ancora divide due mondi: da un lato, i turchi-ciprioti e dall’altro i grecociprioti. Ma quel muro è scavalcato dalla memoria condivisa. In ogni gesto, in ogni parola di tutti gli abitanti dell’isola quel muro cade. Perché sono uguali i gesti e le parole di qui e di là. Il prossimo numero di PeaceReporter, quello di settembre, sarà un numero speciale. Siamo andati a ripercorrere dall’estremo nord fino all’estremo sud quella che venti anni fa era la Cortina di Ferro: il confine che separava i buoni dai cattivi, l’Occidente libero dal comunismo, la “libertà” dalla “tirannide”. Sono passati vent’anni, ma sembrano cento. Eppure, lungo l’ex Cortina la memoria non è affatto condivisa e non unisce, lo leggerete. Quel muro sembra in qualche modo esserci ancora. Perché, come in Iraq, in Afghanistan e in tutti gli altri posti dove la “democrazia è stata esportata”, sono in molti a rimpiangere i tempi che furono. Sono in molti quelli che oggi scambierebbero volentieri la loro “libertà” con la possibilità di mangiare, di studiare, di curarsi, di lavorare. Quel viaggio è un’ulteriore prova, fatta anche sul lungo periodo, che la democrazia non si esporta vincendo le guerre, fredde o calde che siano, ma la si costruisce. Un numero eccezionale, il prossimo. Che vi consigliamo di prenotare per tempo. Non venga il sospetto che noi si rimpianga alcunché, ovviamente. Semplicemente, e ancora una volta, siamo andati a vedere, a consumare le suole delle nostre scarpe per raccontarvi delle storie che parlano del mondo. Del resto, nemmeno lungo quell’ex confine invalicabile qualcuno rimpiange il muro che separava l’Est dall’Ovest. Quel che rimpiangono le persone che abbiamo incontrato sono le condizioni materiali del loro vivere. I muri, chi li ha conosciuti, non li rimpiange, non li rivuole. E’ chi non li ha visti, che invece continua ad invocarli.

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Migranti a pagina 28

Cipro a pagina 4

Mauritania a pagina 20

Cina a pagina 24

Distribuzione in libreria Joo Distribuzione - via F. Argelati 35, 20143 Milano - Tel 028375671

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Italia a pagina 26

L’informativa completa è disponibile sul sito di Picomax: www.picomax.it

Libano a pagina 14

Scritti, disegni e fotografie anche se non pubblicati non verranno resi.

Bolivia a pagina 10

Sudafrica a pagina 2 3


Il reportage Cipro

Riunificare la memoria Di Christian Elia L’ultima capitale divisa d’Europa, recita un cartello nei pressi del Ledra Palace, negli anni Settanta uno degli alberghi migliori della città, dove coppie di anziani inglesi venivano ad annusare il Mediterraneo, in fuga dalla brughiera. In mezzo a spie di gran parte del globo. desso è un rudere, tenuto in vita dallo stesso motivo che lo ha ucciso: il check-point che collega la zona turca a quella greca di Nicosia. A ricordare i tempi bui restano un casco blu della missione Onu Unficyp e il memoriale dei desaparecidos greco ciprioti. Più di 1500 persone inghiottite nella notte dell’invasione di Cipro da parte dell’esercito turco. Sono foto, in bianco e nero, in una vetrina che rende ancora più sfuggenti gli sguardi di quei volti, fantasmi di un passato che sembra ormai lontano. Non per loro, però. Ti guardano. Uomini, donne e bambini. T’interrogano. Vogliono giustizia. Tutto intorno, chiacchiere e frastuono. Turisti che passano da un versante all’altro, famiglie greche e turche che s’incrociano nel corridoio tra le due frontiere sotto lo sguardo, sperso in una siesta lontana, del casco blu dell’Honduras. Il cartello, infatti, andrebbe aggiornato. Nicosia è divisa ancora politicamente, ma ormai i valichi, dal 2003, sono aperti. Resta la cicatrice di quel muro, che limita da una parte e dall’altra la terra di nessuno. Un muro che sembra fatto in fretta e furia, come se ognuno avesse preso i primi oggetti che gli capitavano a tiro. E' il 1974, una calda estate come solo quelle del Mediterraneo sanno essere. Il 20 luglio le truppe turche arrivarono sull’isola, per impedire quella che i greci chiamano enosis, il ricongiungimento tra Cipro e la Grecia. I militari di Ankara occupano la parte settentrionale dell’isola. Si spara, si muore, si scompare. E si costruisce un muro, mentre l’isola viene divisa in due. La vita attorno al muro lentamente ricominciava, ma nella terra di nessuno il tempo resta come imprigionato in una clessidra di pietra. Le macchine abbandonate per strada, le tavole ancora imbandite e la biancheria stesa ad asciugare, anche se nessuno ritirerà quei panni. Su questo nulla l’unica cosa viva sono le mine anti uomo, a cui nessuno dice che la guerra è finita. Restano anche gli sguardi dei desaparecidos, a chiedere ai turisti di fermarsi un attimo. Giusto il tempo di una risposta.

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evgul Uludag la noti subito. Arriva trafelata, alla guida di un fuoristrada, vestita come una rock star. Capelli a spazzola, smalto viola e scarpe da ginnastica. Un sorriso acceso come un faro. Una giornalista in gamba. Premiata da Reporters sans Frontiere e dalla International Woman Media Foundation per le sue inchieste e per il suo coraggio. Il lavoro, ostinato e meticoloso, che l’ha resa famosa è quello sui desaparecidos. “Ho cominciato a occuparmi delle persone scomparse nel 2002. A quel tempo il Comitato per le Persone Scomparse non si riuniva da due anni. Il comitato è misto, composto da turco-ciprioti e greco-ciprioti. E da un rappresentante della Croce Rossa Internazionale. Il tutto sotto l'egida delle Nazioni Unite. Fondato nel 1981, non è mai servito a niente”, racconta Sevgul, giusto per rendere l’idea di come affronta le questioni, senza giri di parole. Sale in macchina in fretta, c’è poco tempo. “Oggi ci sono due fune-

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rali. Uno nella zona greca e uno in quella turca. Altre due storie possono finire, altre due famiglie avranno una tomba su cui piangere”. I funerali sono sempre tristi, ma quelli di persone scomparse da anni hanno un qualcosa di surreale. Di ingiusto. “Dal 2002 al 2004 ho lavorato su casi di scomparsi di entrambi i versanti. Ho preferito concentrarmi sull'aspetto umano della vicenda, lasciando da parte le implicazioni politiche. Il dolore non è turco o greco, il dolore è di tutta l'umanità”. E’ un fiume in piena, s’interrompe solo per ricordare che nella parte turca é meglio guardare prima di scattare foto, perché molte zone sono militari ed è un reato. In qualche situazione, il passato ritorna. l problema delle persone scomparse è complesso. Non ci sono solo i 1550 greco-ciprioti, ma anche circa cinquecento turcociprioti. Prima dell’invasione turca, infatti, ci furono i pogrom degli estremisti greci a metà degli anni Sessanta – spiega Sevgul – migliaia di famiglie distrutte. Che per anni si sono sentite rispondere dalle autorità di smettere di cercare, di rassegnarsi. Loro non potevano farlo. Quando non hai una tomba su cui piangere, quando non hai una verità da raccontare, i tuoi morti diventano un tormento. Ti senti di averli traditi, di non aver potuto salvarli e di non essere riuscito neanche a dargli la pace’’. Una storia che Sevgul avrà raccontato mille volte, ma senza risultare retorica. Il fuoristrada sembra fare manovra da solo, mentre la giornalista continua a parlare. Parcheggia di fronte a una moschea, che conserva interamente la vecchia struttura di una chiesa cristiana. Città vecchia di Famagosta, le antiche mura a picco sul Mediterraneo. Dopo l’arrivo dei turchi anche i luoghi di culto hanno conosciuto la conquista. Il piazzale è gremito di gente comune, militari e autorità. Sevgul arriva come una star, acclamata da tante persone, ma ignorata dalle autorità. “Non mi amano. Per i turchi sono una traditrice, per i greci una ficcanaso che ricorda a tutto il mondo che ci sono desaparecidos anche dalla parte turca”, racconta Sevgul, mentre stringe mille mani e porta la corona di fiori che ha scaricato dalla macchina. ''Nel 2002 ho cominciato a dare voce ai parenti delle persone scomparse. Raccoglievo storie da una parte e dall’altra. Per i greci è stato uno choc sapere che c’erano anche delle famiglie turche che avevano vissuto la stessa tragedia. Per i turchi, soffocati dalla propaganda, è stata un’occasione ascoltare le storie delle famiglie greche. Decisi di pubblicare le loro storie in contemporanea: una greca e una turca – continua le giornalista – e il mio lavoro cominciò a smuovere le acque. Anche Kofi Annan, all’epoca segretario generale dell’Onu, s’interessò alla vicenda. Era il 2004 e c’era

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La terra di nessuno tra le due parti del muro che divide Cipro. Cipro 2009. Foto di Simone Manzo per PeaceReporter


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aria di riunificazione, a causa del referendum. Inoltre il clima politico nella parte turco–cipriota cambiò e cominciò a filtrare un po’ di luce. La Turchia pensava all’Europa e la questione di Cipro si faceva spinosa. Sempre nel 2004, l’anno della svolta, si aprivano i check-point e le ricerche diventavano più facili. Rimasi colpita da come la condivisione del dolore avvicinava queste famiglie, divise dal muro e dalla storia. A quel punto decisi di andare oltre, nonostante le minacce di morte e le pressioni dei politici che boicottavano il mio lavoro. Volevo vedere se la stessa empatia poteva toccare tutti coloro che sanno. E che stanno zitti dal 1974. A quel punto, d’accordo con le famiglie degli scomparsi delle due parti dell’isola, venne istituita una linea telefonica. Chiunque, garantito dall’anonimato, poteva chiamare e dare indizi utili al rinvenimento delle salme. Era come se si fosse rotto un tabù. Alcuni cominciarono a parlare”. imam guida la preghiera, mentre due soldati turco-ciprioti portano una piccola bara di acciaio, avvolta in una bandiera della Turchia. Una parata di autorità rende onore alla vittima, mentre i parenti se ne stanno in disparte, piangendo in silenzio. Come per una persona che è morta il giorno prima e non quarant’anni fa. “Questo funerale è il risultato di questo lavoro. Ce ne sono stati altri e, sono sicura, altri ne verranno. Oggi trova la pace Mustafà, un ragazzo turco–cipriota scomparso nell'aprile del 1964. Venne rapito con un'altra persona, era un commerciante. Aveva un supermercato e la sera che è scomparso percorreva la strada da Famagosta a Nicosia. Nessuno sapeva nulla della sua sorte. Uno dei miei lettori grecociprioti, l'anno scorso, mi telefonò e mi disse che voleva mostrarmi un posto dove un turco-cipriota venne sepolto nel 1964. L'ho incontrato e mi ha mostrato tre posti dove, con l’aiuto del comitato, si è cominciato a scavare. Tre cadaveri turchi in un posto, Mustafà in un altro. Oggi non vengono sepolte solo le sue ossa, oggi viene sepolto anche il dolore della sua famiglia. E diventa un funerale collettivo, perché queste sono le storie di tutti i ciprioti. Greci e turchi”. Il funerale è finito. Mustafà ha trovato posto in una zona speciale del cimitero, accanto ad altri scomparsi. Le autorità li chiamano martiri, i loro familiari solo per nome. Sevgul sale in macchina e si riparte, bisogna andare dall’altra parte dell’isola. C’è un altro funerale. Un ragazzo greco, questa volta. Aveva venti anni nella foto che i suoi parenti portano vicino alla bara. Anche qui una piccola bara d’acciaio. Se non ci fosse la bandiera greca, se non ci fossero le autorità greche e i militari greci, se al posto di un imam non ci fosse un pope ortodosso sembrerebbe di essere ancora al funerale di Mustafà. E invece è quello di Ghiorghios, ucciso assieme al fratello nel 1974, mentre scappava con la sua famiglia per sfuggire ai rastrellamenti dei turchi. Anche lui viene definito martire, anche i suoi parenti abbracciano Sevgul e la ringraziano. “Andrò avanti, con l’aiuto delle famiglie degli scomparsi che mi proteggono. In alcuni villaggi ci sono ancora gli assassini che hanno sotterrato i cadaveri delle persone che hanno ucciso. Farebbero di tutto per bloccare le ricerche. Ma mi sento al sicuro, perché le famiglie sono come me – conclude la giornalista – e sono insieme. Solo così questo Paese avrà un futuro, una storia condivisa. Adesso vanno avanti i colloqui per la riunificazione, ma non serviranno a nulla se prima non si riunifica la storia di Cipro. Per questo il dolore, identico per i turchi e per i greci, servirà a indicare un futuro assieme. Come è accaduto per Maria e Sevilay”. Sono Maria Georgiadou e Sevilay Berk. Greca la prima e turca la seconda. Ma non si capisce guardandole, mentre si abbracciano e si baciano come due ragazzine. “Non le fate sentire troppo importanti, sono ancora vanitose!”, scherza Ali, il marito di Sevilay. Con Yorgos, il marito di Maria, si tengono a braccetto, in disparte, osservando divertiti le consorti un po’ emozionate per via dell’intervista. Sono amici, si vede. Di quelle amicizie profonde, cementate da esperienze condivise. Negli anni Settanta Maria ha perso il padre, la madre, il fratello e la sorella. Sevilay i genitori, negli anni Sessanta. Scomparsi nel nulla. “I miei genitori, Shefika e Husein, tornavano in macchina da Famagosta a Bachalar. Io e i miei tre fratelli li aspettavamo a casa. Era l’11 maggio 1964. Non sono mai arrivati – racconta Sevilay- in quel momento, avevo diciotto anni, sono diventata adulta. Abbiamo perso tutto in una notte e siamo andati a vivere da uno zio. Senza sapere nulla di cosa fosse accaduto ai miei genito-

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ri. Ho tormentato il rappresentante turco del comitato per le persone scomparse, ma mi ha sempre detto che non si sapeva nulla. Il 23 aprile 2003, appena hanno aperto i check-point, sono andata a cercarli. Per caso ho incontrato un vecchio amico dei miei, Tasos, un greco-cipriota che non vedevo da anni. Mi ha detto che non solo sapevano, ma che esisteva addirittura un dossier su di loro e che c’era una mappa del luogo in cui si potevano trovare i cadaveri dei miei genitori. Secondo questi documenti i loro corpi vennero sepolti in un dirupo non lontano dal loro villaggio d'origine. Sono tornata al comitato e mi hanno minacciata. Erano sepolti in una fossa comune, con cadaveri di greci. Nessuno aveva interesse a tirar fuori i fantasmi del passato. Il governo non ha mai dato il permesso per scavare, ma nel 2005 il proprietario del terreno ha chiesto l’autorizzazione per edificare. Permessi che gli sono stati accordati, senza alcun rispetto per quella fossa comune. A quel punto sono saltate fuori delle ossa, che lui ha consegnato alla polizia. Loro non hanno mai passato quelle ossa agli specialisti. Io e i miei fratelli, mentre c’erano i lavori, abbiamo scavato con le mani e abbiamo trovato delle ossa. Ricordo una calza di nylon nera, come quelle che aveva mia madre il giorno che è scomparsa. Non sapremo mai se quella calza è sua, perché le ossa sono troppo piccole per l’esame del dna, ma ricordo che io e mia sorella ci siamo guardate e siamo scoppiate a piangere, stringendo forte una calza vecchia di quarant’anni. Solo mio marito mi da la forza di andare avanti nella battaglia legale per costringere la polizia turca a consegnarci le ossa. Intanto giro per le scuole con Maria, perché i bimbi sappiano. E perché nessuno uccida mai anche la loro giovinezza”. Maria avrà ascoltato la storia di Sevilay tante di quelle volte da averla imparata a memoria. Eppure piange. Come fosse la sua. ivevamo in un villaggio chiamato Kythrea, ma che ora si chiama Deghirmenlik. Non eravamo ricchi, ma felici. Da noi c’erano solo tre famiglie turche, pur essendo quella una zona a maggioranza turca. Queste però sono cose che ho imparato a notare dopo. Prima si cresceva tutti assieme e non ci si badava”, racconta Maria, mentre prende in giro Sevilay che attacca un grande gelato. “Mio padre allevava pecore con le quali produceva un ottimo halloumi, il nostro formaggio tipico. Io vivevo già con mio marito e i miei bimbi piccoli quando è scoppiato l’inferno. L’invasione turca ci ha colti separati. Mio padre era rimasto con la mia sorella più piccola al paese, mentre mamma era con me e mia sorella in città. Mio fratello era stato richiamato alle armi. Abbiamo fatto di tutto per convincere mia madre a restare con noi, ma lei non voleva saperne nulla, doveva tornare da papà e da mia sorella. Ricordo che mi ha guardato in cucina, mentre preparava del cibo. Mi ha sorriso e mi ha detto di stare tranquilla, perché al paese erano amici di tutti e che nessuno avrebbe fatto loro del male. Non l’ho mai più vista”, sospira, interrompendosi un attimo, per ricevere una carezza del marito Yorgos. “Era il 20 luglio, il 15 agosto ho saputo che li avevano uccisi. Un amico di famiglia ci ha raccontato che avevano lasciato il loro posto su uno degli ultimi bus in fuga dal villaggio ad alcuni militari greco-ciprioti in fuga. Mi ha detto che mia madre voleva aspettare il ritorno di mio fratello. Anche di lui non si è saputo più nulla. La ricordo bene mia madre…sentiva il dolore degli altri come se fosse suo. Avrà visto il terrore negli sguardi di quei ragazzi militari, braccati, tali e quali a suo figlio. Avrà pensato di rischiare meno di loro. In fondo, al paese, la conoscevano tutti. Invece ci hanno raccontato che li hanno uccisi in casa, uno per uno. Mio padre, mia madre, mia sorella. Quando nel 2003 sono potuta tornare al paese sono andata in quella che era la mia casa. C’era una famiglia di curdi, fatti arrivare dalla Turchia. Hanno capito il mio dolore e mi hanno accolta con gentilezza. Secondo alcune testimonianze, i cadaveri sono stati sotterrati all’ombra della vite. Mio padre l’ha curata come una figlia, quella vite. La famiglia curda, negli anni ha fatto dei lavori. Mi hanno giurato di non aver trovato nulla. Ci credo, ma continuo a cercarli. Con loro ho perso tutto, anche le foto dei miei bimbi da piccoli. Ho bisogno di ritrovare il mio passato. Per lasciarmelo alle spalle per sempre”.

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In alto: Il memoriale dei desaparecidos grecocipriani a Nicosia. In basso: Funerale di Ghiorghios, scomparso nel 1974 e ritrovato grazie a Sevgul. Cipro 2009. Simone Manzo per PeaceReporter


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I cinque sensi di Cipro

Udito Le campane delle chiese della zona greca, con i suoi riti ortodossi, e il canto del muezzin dai minareti delle moschee della parte turca. Suoni che finiscono per confondersi, fino a perdere le differenze di fondo che, a volte, sono solo nella testa delle persone. Se c’è un elemento che tradisce come Cipro sia molto più unita di quello che sembri è la musica popolare. Certo, le parole sono in turco o in greco, ma l’armonia e la struttura delle composizioni popolari sono identiche. In pratica si possono sovrapporre, a simboleggiare un retroterra culturale condiviso e contaminato dalle stesse tradizioni.

Vista Appena fuori dall’aeroporto di Larnaca ci si rende subito conto che a Cipro la politica, oltre che nelle sale del potere, si alimenta anche nell’iconografia del paesaggio. Un’enorme bandiera di Cipro Nord, in pratica identica a quella turca, campeggia sul fianco del monte che si sbatte in faccia a tutti coloro che arrivano nella zona greca. Tutto il resto del percorso, in città in particolare, è scandito dalle bandiere turche o greche. Le immagini dei desaparecidos raccontano, fino in fondo, l’ultima capitale divisa d’Europa:

Nicosia. Nei pressi del Ledra Hotel, che segnava il check point chiuso fino al 2003 tra le due zone, c’è una piccola stanza con le foto delle persone, circa duemila, scomparse dopo l’arrivo delle truppe turche nella zona settentrionale dell’isola. Immagini in bianco e nero, uomini, donne e bambini. Nella zona turca, però, non ci sono foto ma il ricordo delle circa cinquecento persone scomparse negli anni Sessanta aleggia nell’aria e si materializza nei monumenti ai caduti. Nel passato era una guerra per immagini. Oggi é il ricordo di un passato che non passa e che non lascerà spazio al futuro fino a quando gli sguardi interrogativi di quelle foto non troveranno una risposta.

to. Grigliato o come condimento per le insalate, come contorno alle carni alla brace d’inverno o all’anguria d’estate, non manca comunque mai dalle tavole di Cipro. A nord come a sud.

La buffer zone, la zona cuscinetto tra le due parti del muro, sembra una vecchia polaroid scolorita. Un’immagine scattata a metà degli anni Settanta, come se una parte della città fosse rimasta imprigionata in una clessidra di pietra. Le vecchie case, le automobili, i negozi allo sfascio. Tutto è rimasto immobile, testimone di una separazione che sembra sempre fuori tempo massimo.

Anche l’olio di oliva è, oltre che una prelibatezza dovuta al perfetto microclima di Cipro, un’essenza nota fin dai tempi dell’Impero Romano come additivo chiave per profumi e prodotti di bellezza.

Gusto Una pietanza che racconta un Paese e il suo legame con il Mediterraneo. L’halloumi è il formaggio tipico di Cipro, può essere di latte di capra o di pecora, ha sempre un inconfondibile gusto di menta che aromatizza il formaggio sala-

Olfatto Ovunque, come se venisse nebulizzato nell’aria per arricchirla di mille sapori, a Cipro si annusa il profumo della frutta. Fragole, meloni, uva, fichi d’india e tutto quello che riuscite a immaginare o a indovinare, inseguendone il profumo per le strade.

Tatto I pizzi di Lefkara sono un pezzo di storia. Hanno cinquecento anni quelli realizzati per il Duomo di Milano e sembra che lo stesso Leonardo da Vinci ne avesse acquistati durante il suo viaggio nell'isola. Non è difficile da capire il successo di questi prodotti artigianali che sono vere e proprie opere d’arte. Una fitta trama, come una tela di ragno, leggera e compatta allo stesso tempo. 9


Il reportage Bolivia

Nelle mani dell'economia Di Alessandro Grandi “Tre anni. Sono passati tre anni dall'elezione di Evo Morales e a dire la verità non in tutti i campi abbiamo visto grandissimi cambiamenti nel Paese. La corruzione è ancora dilagante e anche le ultime vicende che hanno intaccato l'entourage del presidente dimostrano quanto poco lavoro sia stato fatto per lottare contro questa abitudine diffusa. nnientare la corruzione vuole dire dare un segnale forte della presenza dello Stato. Avere gente onesta nelle istituzioni e fare in modo che tutti abbiano pari opportunità significa mettersi in gioco e aiutare la nazione a sopperire alle difficoltà” racconta dagli uffici dell'agenzia Fides, Rolando Sotomayor, cronista di punta della redazione politica. Fides è un'agenzia giornalistica molto importante in Bolivia. La sede si trova al settimo piano di un moderno edificio nel centro di La Paz. La redazione è un pullulare di persone che vanno e vengono. I telefoni squillano in continuazione. I computer sono tutti accesi e alle scrivanie posizionate una accanto all'altra i redattori lavorano velocemente. C'è fermento in Bolivia. La popolazione si rende conto che l'era Morales potrebbe aprire un nuovo corso per il paese, nonostante le difficoltà e le differenze fra una regione e l'altra della Bolivia. “Chiaramente se dovessimo fare un bilancio a oggi dell'attività politico-economica del nuovo esecutivo, però, non potremmo che essere soddisfatti come cittadini anche se come dicevo prima, ci sono cose fondamentali contro cui bisogna combattere. I nativi boliviani, dal giorno in cui Morales ha ottenuto la vittoria alle elezioni, hanno avuto nuovi stimoli e un motivo in più per continuare a sperare. Lui in parte li ha già ricambiati. Ma se guardiamo a fondo è ancora presto per fare un bilancio. Un esempio su tutti: in campagna elettorale, Morales, aveva detto di voler arrivare a raddoppiare il salario minino dei lavoratori. Non è ancora riuscito a raddoppiarlo ma l’ha aumentato del 50 percento. E’ un ottimo inizio. Il problema è che questa cosa non si può vedere per le strade del Paese. Né in città, né nelle campagne. Il sistema fiscale del paese è molle. Il lavoro nero copre almeno il 70 percento del lavoro complessivo. Quindi i lavoratori “non regolari” non ottenendo nessun significativo aumento da parte del governo ogni tanto si lamentano. E danno ovviamente la colpa a Morales dicendo che non ha mantenuto le promesse. Ma non è così”. Una soluzione comunque, ci sarebbe. “Certo” dice Sotomayor “Bisognerebbe iniziare a obbligare le grandi imprese ma anche i piccoli imprenditori a regolarizzare i lavoratori. Così anche il sistema fiscale ne trarrebbe giovamento” conclude il cronista.

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ecoli di dominazione spagnola hanno lasciato il segno in Bolivia, spettacolare Paese adagiato sulle Ande sudamericane. Le dittature militari e i governi corrotti che per tutto il Novecento hanno saccheggiato ideologicamente e materialmente il Paese, hanno contribuito al suo lento e inesorabile affossamento. Fino alla vittoria di Evo Morales, indio aymara, ex sindacalista cocalero e leader del Mas, il Movimento al Socialismo. La vittoria di Morales ha rappresentato un cambiamento per la nazione che ha preso il nome dall’eroe Simon Bolivar, El Libertador. Ha rappresentato soprattutto il

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via al riscatto sociale delle popolazioni indigene che vivono in Bolivia e che non erano mai riuscite a emanciparsi. La politica del presidente, poi, ha solo accentuato il risveglio del popolo, che ha preso coraggio e capito che dire basta a centinaia di anni di sfruttamento era la cosa più giusta e logica da fare. Dopo la vittoria, infatti, Morales si è messo al lavoro, mettendo gli interessi nazionali sopra ogni cosa. Ha fatto di tutto per restituire ai boliviani ciò che apparteneva loro da tempi ancestrali. A iniziare dalle risorse naturali. In effetti, oggi, sono abbastanza pochi i boliviani che non parteggiano per Morales. Pochi e quasi tutti concentrati nella regione di Sucre, dove l'indice di popolarità del presidente è il più basso dell'intera nazione. Ma lui, Morales, ha già in parte ricambiato i suoi fedelissimi elettori. E non solo loro. Il lavoro svolto finora dal presidente aymara è stato fatto per portare la Bolivia fuori dal baratro di un'economia disastrata. Le decisioni economiche prese, infatti, hanno come protagonisti tutti boliviani. Da qualche tempo quello che per secoli è stato uno dei paesi più sfruttati del pianeta ha cambiato direzione diventando uno dei Paesi dove maggiormente le nazionalizzazioni hanno portato benefici alla popolazione. Sì, perchè Evo Morales ha fatto in modo che le più importanti industrie del paese passassero sotto il controllo dello Stato. E così è partita la nazionalizzazione del settore petrolifero. Poi quella del settore degli idrocarburi e poi è stata la volta delle telecomunicazioni. Adesso all'orizzonte si apre una nuova voce nel capitolo nazionalizzazione: quella del Litio. Secondo studi piuttosto recenti infatti nell’area del Salar de Uyuni, sud ovest del paese, ci sarebbero riserve di Litio in grado di soddisfare per più di un secolo la richiesta del mercato mondiale. Oggi, ad esempio, c’è la certezza che il 50 percento delle attuali disponibilità di questo metallo alcalino si trovi proprio in Bolivia. embra che il mondo si sia accorto solo oggi che la Bolivia potenzialmente potrebbe ben presto diventare uno dei più potenti paesi del mondo a livello economico” continua con la sua analisi Sotomayor. “Il Litio – aggiunge - non è una scoperta di queste settimane. E' già da un lungo periodo che il governo sta portando avanti una serie di programmi per quantificare sia le riserve del paese sia il beneficio economico e sociale che queste possono portare. Poi staremo a vedere quali saranno i risultati del progetto pilota che il governo ha finanziato”. Dello stesso avviso il dottor Saul Villegas direttore della Comibol, uno dei maggiori conoscitori dei progetti che ruotano intorno al Litio boliviano. Saul

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Operai Comibol manifestano in favore di Evo Morales. La Paz, Bolivia 2009. Alessandro Grandi © PeaceReporter


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ci parla dal suo ufficio a La Paz. “L'argomento Litio è molto importante. Ci sono molti aspetti da tenere presente quando si affronta. Si deve pensare non solo all'analisi sulla quantità di questa materia prima presente, ma anche ai benefici per la Bolivia e per il resto del mondo. Certo è che se le analisi effettuate dagli esperti sul “mondo Litio” corrispondessero a verità, per la Bolivia inizierebbe una nuova età dell'oro. Intanto iniziamo a lavorare con progetti pilota. Lo scopo, però è quello di produrre almeno 30 mila tonnellate in un anno a partire dal 2013/2014. Inoltre, in un periodo di tempo che stimiamo intorno ai dieci anni, l'industria del Litio potrebbe essere in grado di esportare su grande scala”. ono in molti a sperare che questo avvenga. Sono in moti a credere che lo sviluppo del paese possa passare per quest'industria. “Per svilupparlo in tutto e per tutto e trasformare la Bolivia nell'Arabia Saudita del Litio, però, bisognerà lavorare molto. Le riserve si trovano sotto la coltre salata del Salar de Uyuni, nella zona sud occidentale del Paese. Quest'area fino a oggi è da considerarsi sottosviluppata. Mancano le strade e stiamo provvedendo a costruirle. Mancano le infrastrutture e ci stiamo prodigando per crearle. Un processo produttivo così complesso ha bisogno di alte tecnologie: stiamo studiando anche per questo”. E nel frattempo nell’area del Salar de Uyuni nascono villaggi che ospiteranno i lavoratori dell’industria del futuro. E da queste parti sembra anche che il costo della vita siano leggermente più alti che nel resto del Paese. In ogni caso l'affaire Litio rimarrà di “esclusiva competenza della Bolivia”. Come tiene a sottolineare Villegas. “Non ci faremo mettere i piedi in testa. Grazie alla presidenza di Evo Morales, oggi i proventi della vendita delle nostre risorse naturali restano all'interno del Paese. E questo serve per dare maggior impulso ai settori più bisognosi. Le pensioni, gli aiuti alla comunità più indigente, le scuole, le università. E con i ricavi dei vari settori andremo a sostenere tutte le attività necessarie per determinare lo sviluppo del paese. Per quanto riguarda il Litio, invece, il discorso è chiaro e semplice: lo studio, l'estrazione e la sua lavorazione fino alla trasformazione in carbonato di Litio, sarà sotto controllo statale. Non ci saranno accordi con altri Paesi. E nemmeno con multinazionali. Le esperienze del passato ci insegnano a non fidarci troppo. Posso quindi con assoluta certezza confermare che fino alla produzione di carbonato di Litio tutto sarà fatto dallo Stato. Dopo magari, si potranno ipotizzare collaborazioni e accordi con qualche azienda in grado di mettere a disposizione l’esperienza per la produzione di batterie al Litio”. Samuel “ma tutti mi chiamano Sam” lavorava nel Salar de Uyuni. Oggi è emigrato a La Paz e guida un taxi. Ma il suo fisico è evidentemente segnato da anni di fatica. Lui non si occupava di Litio, infatti. “So di cosa si tratta ma di queste cose non ci capisco molto” dice. Sam spaccava a braccia la crosta del lago salato, la trasportava ai forni dove si ‘cucinava' e si estraeva in questo modo il sale. “Questo tutti i santi giorni che dio ha mandato in terra. Finchè ho deciso di cambiare vita e trasferirmi in città”. Nonostante siano due anni che vive a La Paz, il volto di Sam è ancora oggi arso dal sole. “Ho 33 anni e ne ho già passati almeno venti nel Salar. Il mio sogno, anche se ormai sono vecchio, è quello di avere un mucchio di soldi e godermi la vita nelle spiagge di Miami. Altro che spaccare sale o guidare taxi. Anche se lo so bene che farò sempre e solo questo nella vita”. La voce di Sam è la tipica voce di chi voce non ha quasi mai avuto. Ma ha le idee chiare su cosa si dovrebbe fare per mettere a posto la situazione. “Le cose importanti per quanto possa valere la mia posizione, sono due. La prima è che l'area su cui il governo vuole costruire il polo di sviluppo legato al Litio mantenga sempre la sua fisionomia. Speriamo non subisca stravolgimenti. Il Salar de Uyuni è un misto fra un paesaggio lunare e un’invenzione cinematografica. E' un posto unico al mondo. E a me piace così. Speriamo che non lo deturpino troppo. La seconda è che i proventi legati a questa nostra risorsa rimangano ai boliviani e non siano spartiti dalle multinazionali straniere come avvenuto nei decenni passati per nostra qualsiasi risorsa. Vi ricordate cosa accadde a La Paz e nell'altipiano durante la prima guerra del gas? O per l'acqua? Non vorrei rivivere certi momenti”. Secondo gli esperti il futuro del settore automobilistico, oggi molto inquinante, potrebbe essere nelle mani delle batterie al Litio. Quindi, se si con-

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sidera che la Bolivia detiene più del cinquanta percento delle riserve mondiali di questo metallo alcalino, il futuro inizia ad assumere prospettive più che rosee. E non ci deve meravigliare, quindi, se cordate di industrie automobilistiche giapponesi e statunitensi fanno a gara per farsi ricevere dal governo boliviano nella speranza di portarsi a casa qualche concessione. “Non sono tutte rose e fiori, però”. Dice dice Louis Alberto Echazu, a capo del dicastero de Minerìa. “La lavorazione genererà molto inquinamento. E’ vero ci saranno più auto elettriche e diminuirà l’emissione di CO2 ma gli impianti di produzione emetteranno nell’aria enormi quantitativi si anidride solforosa. Senza tener conto che per l’intera produzione si dovranno bruciare enormi quantità di combustibili fossili”, conclude. se le previsioni per il futuro prevedono che l'area di Uyuni possa diventare d'esempio per il Paese, non si può dire la stessa cosa per l'area dell'altipiano, a tutt'oggi uno dei luoghi meglio conservati e incontaminati del pianeta. Se ci si dirige ad esempio a nord di La Paz in direzione Lago Titicaca, per poco più di 160 chilometri ci si imbatte in realtà rurali dove il tempo sembra essersi fermato. Le tradizioni delle popolazioni aymara sono ancora presenti. I colori sgargianti degli abiti delle donne nulla hanno a che vedere con la scintillante modernità delle città e del loro pret a porter. La vita da queste parti scorre tranquilla e con ritmi decisamente inferiori a quelli pur bassi delle metropoli. Un pasto per due persone, completo, abbondante e succulento, al ristorante costa 15 bolivianos. Si fa fatica a farne la conversione in euro. Gli sguardi della gente sono più interrogativi. Sembra di essere in un altro Paese. Eppure è la stessa Bolivia del Salar de Uyuni. “In effetti da queste parti c’è meno interesse privato fra la gente. Sembriamo diffidenti ma abbiamo un grande senso della comunità. Viviamo in simbiosi con gli uomini e l'ambiente e per difendere le nostre origini, le nostre tradizioni e la nostra pacha mama (madre terra) che ci fornisce la vita, possiamo fare qualsiasi cosa” dice guardando l’orizzonte da una terrazza di un edificio di Achacachi, villaggio dell’altipiano boliviano Eugenio Rojas, uno dei leader dei Ponchos Rojos, una milizia armata non ufficiale in grado di mettersi in moto se la situazione sociale dovesse degenerare e il presidente Morales dovesse trovarsi in difficoltà. La sua comunità è in lotta permanente. Capace di tutto pur di difendere la nuova Costituzione voluta da Morales che mette fine all’indiscriminato strapotere del ricco sul povero e la popolazione al centro di tutto. La nuova Costituzione, votata nel gennaio 2009 tende a far morire il latifondismo, uno degli aspetti su cui Morales ha voluto sempre puntare il dito. Con la nuova Carta alla proprietà privata di terra viene decisamente posto un limite. In questo modo sarà più facile per lo Stato ridistribuire terre da coltivare ai contadini che non ne hanno. “Noi siamo in tutto e per tutto dalla parte di Evo. Siamo in grado in meno di 24 ore di organizzare un piccolo esercito armato composto da duemila persone. Siamo stati i primi a mobilitarci e a combattere durante la guerra del gas. Non ci fermerà nessuno se dovesse accadere nuovamente una situazione del genere”. A loro non importa molto dei progetti sul Litio. Ai Ponchos Rojos, ma in generale a tutta la comunità che vive in quest'area interessa che le tradizioni non si perdano e che le risorse naturali boliviane restino ai boliviani. “Come ho già detto, siamo stati protagonisti durante le lotte sociali in difesa del gas naturale boliviano. Ci metteremo in gioco qualora si dovesse creare una situazione di disagio. Per capirci: il Litio deve restare boliviano. Non permetteremo a nessuna multinazionale di metterci le mani sopra” conclude Rojas. Ma Eugenio non ha solo in mente di difendere le risorse naturali del Paese. “La comunità indigena boliviana ha riposto le aspettative più grandi nelle mani di Evo Morales. Lui ha lavorato per modificare la Costituzione. E ha anche rischiato molto perchè i settori autonomisti, anzi diciamolo pure, secessionisti, delle regioni ricche del Paese, come Santa Cruz, Pando e Beni, hanno fatto di tutto per mettergli il bastone fra le ruote. Avevano anche in mente un piano per dividere la Bolivia: i ricchi da una parte e i poveri dall'altra. Noi eravamo pronti a intervenire se ce ne fosse stata la necessità”.

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In alto: Un bambino aymara. Cochabamba, Bolivia 2009. In basso: Manifestazione operaia pro-Morales. La Paz, Bolivia 2009. Alessandro Grandi © PeaceReporter


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Il reportage Libano

Elezioni: una farsa? Di Erminia Calabrese e Massimo Di Ricco Rania ha ventisei anni e nel marzo del 2005 è tornata a Beirut da Dubai, dove da anni lavorava, con la speranza di poter cambiare il suo paese. li avvenimenti che nel 2005 avevano scosso il Paese dei cedri, dall’assassinio di Rafiq Hariri, ex premier e leader del movimento alMustaqbal (ll futuro), alla formazione di quel movimento che poi sarà chiamato dai media internazionali come la Primavera di Beirut e localmente Intifada al-Istiqlal, la lotta per l’indipendenza, la spinsero a ritornare in Libano. “Ricordo che, molti giovani come me, durante tutto il 2005 tornarono in Libano con una nuova speranza di cambiamento, e con l’idea che realmente saremmo stati noi giovani quelli che avrebbero potuto cambiare questo sistema. Questo soprattutto dopo le dimissioni del premier Omar Karame e la successiva partenza delle truppe siriane dal paese”, racconta Rania, mostrando evidenti segni di nostalgia. Anche Ali, ventisette anni, in quell’ormai apparentemente lontanissimo 2005, era tornato a Beirut dalla Francia, dove studiava diritto all’Università di Parigi, per poter partecipare a quel movimento e vivere quel clima di cambiamento che stava scuotendo il paese. “Ci abbiamo creduto veramente. Abbiamo creduto che almeno per una volta cristiani e musulmani sarebbero riusciti a costruire un paese nuovo, insieme. Sapevamo che buona parte di quest’ondata di entusiasmo e cambiamento era stata sostenuta dagli Stati Uniti, ma ne eravamo ugualmente

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entusiasti”, racconta Ali. Da quegli eventi del 2005 ad oggi, sono passati più di quattro anni, ed i libanesi, invece di cambiamento ed entusiasmo, hanno assistito ad un periodo di continua instabilità e tensione che ha ricordato a molti i tempi della guerra civile. Una continua instabilità politica e di costante lotta per il potere politico in cui sempre affiorava lo spettro dell’apertura di nuove ostilità, tramutandosi così in una paura quotidiana. Dal momento dell’uscita delle truppe siriane dal paese il 26 Aprile del 2005, un‘ondata di esplosioni, scontri armati e omicidi mirati hanno gettato il paese nel panico. Le elezioni del 2005 e le alleanze che si formarono nei mesi seguenti il processo elettorale, delusero le aspettative di quei libanesi come Rania e Ali, ma soprattutto di quei giovani che, con l’arrivo del generale Aoun, leader cristiano che aveva nel 1989 iniziato una “guerra di liberazione” contro i siriani, dopo anni di esilio in Francia, avevano pensato davvero che il paese potesse prendere una nuova forma. “Le alleanze politiche scaturite dalle elezioni legislative del 2005, in cui abbiamo assistito alla riconciliazione di leader avversari, ci hanno aperto gli occhi e mostrato come in Libano niente potrà mai cambiare”, un rammarico che traspare chiaramente dalle parole di Ali. Palazzo bombardato nel 2006 a Beirut. Libano 2006. N.Tomasini©PeaceReporter

Paese, senza necessariamente intingere il suo pollice nell’inchiostro viola.

Elettori a pagamento In un villaggio a maggioranza maronita nel nord del paese sono in molti a raccontare la storia di un libanese residente in Venezuela cui un partito politico locale ha pagato il biglietto per tornare a votare per le elezioni legislative. Secondo questa ormai già leggenda urbana, i membri del partito lo avrebbero accolto personalmente all’aeroporto, lo avrebbero scortato direttamente ai seggi elettorali, controllato che ponesse il voto nell’urna e velocemente lo avrebbero riaccompagnato all’aeroporto, direzione Caracas. Tempo di soggiorno in Libano: quattro ore; durata del viaggio andata e ritorno: due giorni. Un’altra leggenda urbana racconta di una ragazza residente nella grande mela ed originaria di Zahle, cittadina cristiana teatro di una combattuta battaglia elettorale, che nel gioco al rialzo sulla compravendita dei voti, sarebbe riuscita a farsi pagare il biglietto aereo da entrambi i blocchi politici e che allo stesso tempo sia riuscita a mettersi in tasca quasi 1000 dollari. Si mormora che il giorno delle elezioni lo avrebbe passato visitando i migliori stabilimenti balneari del nord del 14

Sono molte le storie che si accavallano nei giorni successivi alle attese elezioni libanesi. Sono leggende che non hanno un solo colore politico, ma anzi hanno tutti i colori delle forze che si contendono il potere in Libano. La compra-vendita di voti in queste tanto conclamate elezioni libanesi è stata una battaglia all’ultimo colpo. Una frode elettorale difficile da comprovare e difficilmente visibile pubblicamente. Difficile da comprovare anche per tutti quegli osservatori internazionali presenti in Libano per monitorare le elezioni, e che hanno considerato l’intero processo elettorale come genuino e democratico. Ed esemplare in realtà è stato lo svolgimento delle elezioni, soprattutto rispetto alle precedenti elezioni del 2005, che si svolsero in quattro sessioni e nell’arco di un intero mese. Il merito principale sembra andare al rinnovato ed effettivo Ministero degli Interni, coordinato dall’attuale ministro ed ex attivista civile Ziad Baroud, che è riuscito, anche grazie al forte dispiegamento di forze armate, a far sì che l’intero processo elettorale si svolgesse in una sola giornata, con minimi problemi logistici e senza episodi di violenza rile-

vanti. La nuova legge elettorale emanata nel settembre scorso ha dato però buoni risultati solo in parte e gli osservatori locali della Lade (Lebanese Association for Democratic Elections) hanno confermato la presenza di centinaia di violazioni elettorali minori, in concomitanza con la scoperta di una notevole quantità di carte elettorali false rinvenute nei giorni precedenti le elezioni. Fra le altre cose, la nuova legge elettorale presentava quest’anno una principale novità che ha destato parecchio fermento soprattutto tra i giovani: la scheda bianca, ossia il voto di protesta. Al momento dello scrutinio dei voti, un totale di 1.5% dei votanti ha optato per lasciare la scheda in bianco, con l’intenzione di non legittimare il processo elettorale o contestare la presenza di leader politici non rappresentativi. Nell’idea dei giovani libanesi, il voto bianco al conteggio finale avrebbe dovuto rappresentare una denuncia pubblica contro il sistema e la classe politica in generale. Sfortunatamente, nel post-elezioni il dato si è trasformato rapidamente in una mera statistica, ancora debole per essere considerato una forma di protesta contro una classe politica in cui molti libanesi hanno completamente perso fiducia.


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LA SCHEDA 2

Guerra di slogan “Io voto arancione”, “Sono bella e voto”, “Il tuo sangue caro, la nostra voce alta”...Questi sono solo alcuni degli slogan pubblicitari che hanno letteralmente invaso le strade del Libano nei mesi anteriori alle elezioni legislative. “Durante la campagna elettorale per le elezioni previste per il 7 giugno i vari partiti politici hanno voluto

attraverso le loro pubblicità più attaccare l’avversario che guadagnare consensi tra la gente”, spiega Lina, ventinove anni, impiegata in una delle più grandi agenzie pubblicitarie del paese. “Spesso i responsabili dei partiti politici venivano con delle idee molto pericolose, allora era nostro compito cercare di fermarli e ideare degli spot pubblicitari che non andassero aldilà della decenza”, continua Lina. Agli slogan pubblicitari accattivanti e sarcastici nei confronti degli avversari, si devono aggiungere le

Dopo quattro anni in cui il paese si è trovato prigioniero di un feroce bipolarismo e dalla lotta per il potere tra i due blocchi politici dell’8 e 14 Marzo, le elezioni del 7 di giugno scorso rappresentavano per molti libanesi la cosiddetta resa dei conti finali. L’aspettativa delle elezioni nella sola giornata del 7 giugno era grande da parte dei libanesi. Quasi ventimila di loro sono ritornati in patria per scegliere chi guiderà il Libano nei prossimi anni, soprattutto grazie alla beneficenza di qualche leader o partito politico che si è offerto di pagare loro il biglietto aereo. “Sono tornata con mio marito dal Canada, erano dieci anni che non vedevo la mia famiglia” dice Sanna’a, una donna di Tripoli che confidenzialmente spiega come un partito locale abbia pagato il biglietto per lei e per la sua famiglia. Quello che sembrava essere in gioco in queste nuove elezioni era il volto del Libano, se fosse stato più pro occidentale e pro saudita o pro iraniano o siriano. I due blocchi giocarono molto sulle paure della popolazione e sullo spettro della vittoria dell’avversario. Domenica 7 giugno la capitale Beirut appariva pressoché deserta e blindata. Pochi caffé aperti e proporzionalmente all’avvicinarsi alla chiusura dei seggi, programmati per le sette di sera, un aumento considerevole della tensione accompagnato da una parallela desertificazione delle strade. “Spero che tra stasera e domani non ci siano problemi o episodi di violenza, abbiamo fiducia nel futuro del Libano, i libanesi sono stanchi delle guerre, hanno bisogno di serenità e tranquillità” affermava Mohammad, quarantacinque anni, mentre usciva dal seggio elettorale. Il risultato delle elezioni, annunciato dal Ministro degli Interni Ziad Baroud su tutte le principali televisioni libanesi il giorno seguente al processo di voto, ha riconfermato come maggioranza al governo il blocco del 14 Marzo, guidato dal movimento principalmente sunnita che fa capo a Saad Hariri, figlio dell’ex Primo Ministro assassinato nel febbraio del 2005. l risultato elettorale ha però anche confermato la situazione precedente alle elezioni, con una simile ripartizione dei seggi parlamentari fra maggioranza ed opposizione. Paul Tabar, professore di sociologia alla Lebanese American University (LAU), intervistato l’indomani delle elezioni, considera che “Il blocco del 14 Marzo si troverà sicuramente in una migliore posizione per governare adesso, ma nonostante ciò l’opposizione sarà capace di avere una discreta influenza sui processi di decisione del nuovo governo. Le forze del 14 marzo non potranno governare il paese da sole, e ci saranno principalmente due eventi importanti che condizioneranno il futuro delle relazioni tra maggioranza ed opposizione: l’elezione del portavoce del parlamento e la formazione del nuovo governo.” Lo storico libanese Fawwaz Trabulsi, in un editoriale sul quotidiano Assafir dell'11 giugno, afferma che “I vincitori non governano e i perdenti non fanno opposizione”, denunciando come il paese sia ancora una volta ancorato in una situazione di stallo e di probabile conflitto interno. Secondo l’opinione del giornalista Suleiman Takiadin, l’opposizione ha perso la “battaglia” elettorale per svariati motivi, tra cui rimarca l’entrata nelle elezioni delle potenze straniere, della grande quantità di denaro investita e nel tentativo di creare un clima di paura e forte tensione. Lo stesso segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, aveva parlato apertamente il giorno dei risultati delle elezioni di un clima di paura fomentato dagli esponenti del 14 marzo contro il partito di Dio, e denunciando la strategia della tensione instaurata dal blocco della maggioranza durante tutta la durata della campagna elettorale. “Loro (riferendosi al 14

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gigantografie dei candidati a grandezza d’edificio che hanno trasformato il panorama di tutti i villaggi e le città libanesi. Secondo la legge libanese ogni deputato durante una campagna elettorale ha diritto a spendere un milione e trecentomila dollari per la propria pubblicità. La nuova legge elettorale che include queste condizioni sfortunatamente non sancisce ancora concretamente ed effettivamente le sanzioni che si applicheranno a quelle forze politiche che non rispettano la legge.

marzo) hanno mentito su varie cose: hanno detto che l’opposizione avrebbe creato dei problemi e che le elezioni non si sarebbero svolte. Poi hanno detto che se la maggioranza avesse vinto le elezioni allora l’opposizione non avrebbe accettato i risultati e avrebbe creato altri problemi”, ha affermato il leader di Hezbollah. ll’indomani dei risultati elettorali Hasan Nasrallah è stato l’unico leader politico libanese ad apparire in Tv e a tenere un discorso ufficiale. “Mi rivolgo ai vincitori delle elezioni. Devono sapere che sono responsabili delle sicurezza del paese e ne devono essere capaci. Noi accettiamo i risultati e proseguiremo con la via del dialogo”, ha detto Nasrallah in un discorso trasmesso dalla tv al-Manar, la tv del partito di Dio. Paul Tabar considera che “Si è trattato di un discorso positivo che conferma la necessità del dialogo tra le due parti.” La quiete dopo le tanto attese elezioni è sembrata in realtà fin troppo surreale e denota come il round elettorale abbia tradito le aspettative di molti libanesi. Una quiete che bisogna però anche interpretare come sinonimo di forte tensione, per cui qualsiasi discorso ambiguo da parte di un leader politico o l’azione irresponsabile di semplici cittadini avrebbe potuto far cadere il paese nell’ennesimo conflitto interno. Proprio questa attesa e tensione è stata sbloccata dal discorso del segretario generale di Hezbollah, in grado di far tirare, grazie ai suoi toni pacati, un sospiro di sollievo alla popolazione libanese. Un discorso che, nonostante il suo carattere pacifico e aperto, ha anche evidenziato il potere implicito del Partito di Dio all’interno dello scacchiere libanese. Nonostante la massiccia partecipazione cittadina al processo elettorale, i libanesi sono rimasti comunque profondamente delusi da queste elezioni. Non dai risultati concreti, ma dal fatto che è stato un “non-risultato”. “Per anni abbiamo pensato a queste elezioni come ad un momento finale di svolta e decisivo per le sorti del paese, invece niente è cambiato ed il paese continuerà a vivere in una situazione di stallo”, afferma Fuad, 24 anni. “L’opposizione ha già annunciato che non governerà senza potere di veto sulle decisioni del governo, dunque quanto durerà la stabilità politica nel paese? Un mese, due mesi. Fino a quando?”, dice Maher, ventotto anni, evidentemente insoddisfatto. “Io non ho votato”, spiega Fadel, un tassista di cinquant’anni , “sino a quando il sistema sarà confessionale io non voterò. Sino a quando dovrò votare in quanto musulmano e non come cittadino di uno stato allora non lo farò”, conclude Fadel, la stessa sera delle elezioni. Per molti libanesi le elezioni cominciano ad apparire come un compromesso già pattuito, in pieno stile mediorientale. In realtà dopo i risultati di queste elezioni sembra quasi che l’opposizione non abbia interesse a governare. Un probabile compromesso tra le due forze non è da escludere e non sarebbe d’altronde per niente nuovo. Già alla fine della guerra civile, alla metà degli anni 90, l’allora premier Rafiq Hariri aveva lasciato campo libero nel sud del paese al movimento sciita di Hezbollah nella sua lotta contro Israele, mentre lui si occupava della ricostruzione post-guerra della capitale. Per il tanto atteso cambiamento ancora una volta i libanesi dovranno aspettare, sperando che nel frattempo la loro classe politica non li porti un’altra volta sull’orlo di una nefasta guerra civile.

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In alto: Negozio di Beirut. In basso: Comizio a Beirut. Libano 2006. Naoki Tomasini©PeaceReporter


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Mondo

Notizie che di solito non fanno notizia

Le buone nuove India: donna e intoccabile la nuova presidente della camera bassa Meira Kumar, la prima donna a ricoprire questa posizione nella storia indiana, appartiene al gruppo degli cosiddetti Dalit (intoccabili) ed ha lottato da sempre per la loro emancipazione. E' stata proposta per la leader del Partito nel Congresso, Sonia Gandhi, ed è stata nominata presidente della Camera bassa per unanimità. Il primo ministro indiano, Manmohan Singh, ha assicurato che "questa è una occasione storica".

Rifugiati: non solo asilo Nasce in Piemonte un Coordinamento di associazioni per porre in atto i diritti riconosciuti dei rifugiati politici e titolari di protezione umanitaria presenti a Torino e favorire un loro inserimento sociale. Il coordinamento a portato, già a metà maggio, all'inserimento dei primi trenta rifugiati sul territorio piemontese: due ad Avigliana, tre a Condove, due a San Mauro, sei a Rivoli, ad Ivrea, a Biella e tre a Torino. Un lavoro sicuramente lento e difficile ma che potrebbe rappresentare un valido modello di accoglienza, replicabile nelle tante città italiane che ospitano persone con permesso umanitario.

Usa, il governo lancia un programma per creare posti di lavoro ‘verdi' Il vice presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, insieme al segretario per la Casa e lo Sviluppo Urbano, Shaun Donovan, e al segretario del Lavoro, Hilda Solis, ha annunciato il nuovo piano che vuole investire sull'energia pulita e sull'efficienza energetica. Donovan ha assicurato che dei 787 miliardi di dollari dell'intero piano di stimolo economico presentato dal presidente Obama, 4 miliardi, saranno spesi per creare circa 5 milioni di posti che vengono definiti ‘nuovi lavori verdi', cio'è, lavori legati allo sviluppo di biocarburanti, di impianti di bassa emissione di combustibile fossile e alla promozione su scala commerciale dell'energia rinnovabile. Altre 500 milioni di dollari invece saranno distribuiti soltanto per la formazione dei lavoratori. 18

Nicaragua

Ossezia del Sud

La libertà di fare un giornale

Il tempo favorisce la verità

na nuova iniziativa editoriale sta prendendo sempre più piede in Nicaragua. Si chiama Correo ed è una rivista bimestrale di analisi socio-politico-economica che ha come obiettivo principale quello di offrire uno sguardo analitico su ciò che accade in Nicaragua e più in generale nel Centro America. “Tratteremo argomenti legati quasi esclusivamente alla politica” dice il suo fondatore, William Grisby, un signore biondo e con gli occhi azzurri di chiara discendenza irlandese. “Il nostro bimestrale vuole dare una prospettiva differente su ciò che accade nel Paese. Troppo spesso sentiamo parlare del Nicaragua come un Paese gestito da una tremenda dittatura. Non è così. Ogni persona in Nicaragua è libera di dire ciò che vuole. Nel nostro Paese c'è libertà di stampa”, racconta Grisby. “La linea editoriale è chiara: siamo schierati a sinistra. Siamo sostenitori del sandinismo. Il governo, però, non ci passa nessun finanziamento. E gli stessi giornalisti che lavorano al progetto sono volontari. Solo il grafico e l'amministratore percepiscono un piccolo compenso. Per il resto è tutto lavoro volontario fatto da gente che ci crede davvero”conclude Grisby. In ogni caso, Correo, la cui progettazione è durata un paio di anni, ha un sola dichiarata mira: analizzare la realtà del Nicaragua e costruire un contraddittorio. “L'informazione diffusa nel paese, però, non è del tutto completa. E' più che altro il risultato della volontà delle multinazionali della notizia. Ad esempio è difficile trovare notizie sulle guerre in corso in Afghanistan o Iraq. La popolazione non è molto interessata a leggere dei problemi degli altri quando ha già i suoi con cui fare i conti”. Per arrivare al pareggio la rivista deve vendere tutte le mille copie che stampa. E lo deve fare all'interno dell'area della capitale Managua: i costi di distribuzione, infatti, potrebbero sforare il budget totale. Insomma, il lavoro volontario delle undici persone, giornalisti, studenti, sociologhi, che ruotano intorno al bimestrale è appena cominciato ma ha buonissime prospettive per il futuro. Anche per questo Grisby è sbarcato in Europa.

n anno fa, mentre a Pechino tutto era pronto per la cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici, nella notte tra il 7 e l’8 agosto la Georgia di Mikhail Saakashvili lanciò l’attacco contro l’Ossezia del Sud. Mentre nei cieli di Pechino esplodevano i maestosi fuochi d’artificio cinesi, sugli edifici di Tskhinval piovevano colpi di mortaio e missili Grad. Neanche l’ospedale rimase immune dalla furia dell’artiglieria georgiana appostata sulle due colline che da sud e da ovest sovrastano la città. Gli abitanti della piccola capitale furono svegliati nel cuore della notte dal fragore delle armi e dal bagliore degli incendi. Tutti i civili che hanno perso la vita nella guerra durata cinque giorni, l’hanno persa quella notte. Alla conta dei vittime si superò abbondantemente il numero di cento. Poi arrivarono i russi. Attraverso il Roki Tunnel, scese dall’Ossezia del Nord la 58esima Armata. In pochi giorni l’esercito della Federazione, affiancato dai volontari sud osseti, respinsero i militari georgiani ben oltre il confine de facto con la Georgia, la linea su cui erano schierati i peacekeepers russi. Mosca aveva vinto la guerra sul campo, ma aveva perso quella mediatica che ha visto invece in Saakashvili un abile comunicatore alla maniera dei politici occidentali. La comunità internazionale si affrettò a condannare la “risposta sproporzionata” della Russia contro la Georgia ignorando in quali condizioni fosse stata ridotta Tskhinval. Ma il tempo ha cominciato a lavorare a favore della verità, quella verità di cui PeaceReporter è stato testimone oculare un anno fa. Non sono trascorsi molti mesi, infatti, e la reputazione di Saakashvili è colata a picco. Migliaia di persone negli ultimi mesi sono scese nelle strade di Tbilisi per chiedere le dimissioni di Saakashvili colpevole di aver provocato una guerra che ha danneggiato profondamente l’economia del Paese. La ripresa non c’è stata nonostante gli aiuti provenienti da Washington che spinge per avere la Georgia all’interno della Nato. Nessuno sa quanto il giovane presidente rimarrà ancora al suo posto. Ma quello georgiano è un popolo paziente: ricorda benissimo quando Shevardnadze, coccolato per dieci anni dagli Stati Uniti, al momento opportuno fu buttato giù dalla torre.

Alessandro Grandi

Nicola Sessa

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Portfolio

La patria che non c’è Testo di Luca Galassi. Fotografie di Umberto Fratini

gni città ha la sua fetta d'Africa. L'Africa clandestina di Cerignola, in Puglia, disseminata nelle masserie di campagna, che d'estate si popolano di braccia per la raccolta dell'ortofrutta. L'Africa di Rosarno, in Calabria, che vive tra topi e caporali, e sulle spalle si carica il peso degli agrumeti. L'Africa milanese di Linate, di Scalo Romana, espianto scomodo, tumore nella metropoli della finanza e della moda. Da qualche mese anche Torino ha una sua Africa. E' quella della clinica San Paolo. Secondo alcuni è quella più fortunata, perchè tra le molte ha trovato una sistemazione decorosa. Raccontarla è difficile, perchè come tutte le altre è un mosaico di storie. Ma, come molte altre, è un'Africa legale. Sono tanti, secondo un censimento della Questura trecentocinquanta, ma gli abitanti sanno che sono molti di più, forse addirittura seicento. Sono i profughi di Somalia, Etiopia, Sudan. Uomini, donne e bambini che si dividono i

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quattro piani di un ex ospedale privato in corso Peschiera, nel cuore di Torino. Lo hanno occupato alla fine dello scorso anno, dopo mesi di girovagare. Un destino comune a molti migranti che raggiungono il nostro Paese in fuga da guerra e povertà, ottengono un permesso e piombano in un limbo surreale. La storia infinita dei richiedenti asilo rappresenta il paradosso di una legislazione che accorda loro un diritto ma che intorno a questo diritto crea il vuoto. Legali, regolari, protetti - solo formalmente - a tutti gli effetti, dal momento in cui hanno fatto il 'fingerprint' (le impronte digitali prese dalle Questure delle località in cui arrivano, spesso Lampedusa o Crotone), comincia la loro schiavitù di uomini liberi. Liberi di muoversi, scegliere una destinazione, che molto spesso è il nord Italia. Liberi di partire, senza un soldo in tasca, senza un lavoro, senza amici. Senza familiari. Senza nemmeno più una patria.


In copertina Donna etiope percorre il corridoio della ex clinica. In queste pagine Foto grande: Un raro momento di tranquillitĂ  per dedicarsi a riposo e lettura. In senso antiorario: IdentitĂ  provvisoria. Un computer per comunicare con le famiglie rimaste in patria. Una ritoccata ai baffi. Un tozzo di pane per pranzo. Giaciglio improvvisato. Genuflessione in direzione della Mecca. Ultima pagina Un pasto al buio. Fuori, il cuore di Torino. La cucina improvvisata del S. Paolo.


Notizie che di solito non fanno notizia

Le buone nuove Iraq

Mondo intero

Il prezzo della guerra

Musicisti senza frontiere

el 2003 l'Italia, guidata dal governo Berlusconi, aderì all'invasione dell'Iraq con una coalizione guidata dagli Stati Uniti. A nulla valsero i dubbi dell'Onu, della Cina, della Russia e di tanti stati Ue, Francia e Germania su tutti. I presupposti dell'invasione si sono rivelati falsi. Persino il rispetto dei diritti umani in Iraq era prima come ora un miraggio. Un contingente italiano venne inviato subito dopo la caduta di Baghdad, ad aprile 2003, giusto per salvare la parvenza di costituzionalità della missione. L'ambiguità tra missione di pace e azione di guerra ebbe come conseguenza la grave inefficienza della protezione delle truppe, bersaglio di un attentato nel novembre del 2003, che costò al vita a venticinque italiani a Nassiriya, capoluogo della provincia irachena a maggioranza sciita di Dhi Qar. La stessa ambiguità costò l’apertura di una inchiesta, da parte della Croce Rossa Internazionale, nei confronti del Commissario straordinario della Croce Rossa Italiana Maurizio Scelli, che secondo le accuse prestò i volontari italiani per coprire la presenza dei soldati e dei Carabinieri in Iraq. Quando tutte le false motivazioni dell'invasione sono state svelate è emersa la vera ragione dell'attacco: il controllo delle risorse petrolifere. Ll'Italia voleva essere della partita, come più di un'inchiesta giornalistica ha dimostrato in questi anni. All'epoca si parlò dei giacimenti di Nassiriya e degli accordi già siglati dall'Eni per il futuro. Sono passati sei anni, un milione di persone è stato spazzato via dalla guerra, ma del pagamento della 'cambiale' all'Italia in cambio del sostegno agli Stati Uniti non c'era traccia. Adesso la situazione si é sbloccata. L'Eni vince la gara, ma si ritira, dopo aver visto che gli iracheni vogliono pagare solo 2 dollari al barile, a fronte dei 4,80 che erano stati chiesti, per le pressioni dell'opinione pubblica interna. L'azienda Italia, dove i militari vengono inviati per missioni di pace dai risvolti per lo meno discutibili, ha fallito il suo obiettivo. Si sarebbe dovuto chiedere ai parenti delle vittime di Nassirya cosa ne pensano. E qualcuno dovrebbe spiegare loro qual è, a volte, il vero prezzo del petrolio.

usicisti di musica classica appartenenti a orchestre prestigiose di paesi diversi si uniscono per difendere e promuovere i diritti umani. Sono i “Musicisti senza frontiere” che si sono uniti nella consapevolezza che “La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, approvata il 10 dicembre del 1948 alle Nazioni Unite, non solo è largamente inapplicata, ma la situazione sta progressivamente peggiorando. Musicisti che citano Pablo Casals, mitico violoncellista catalano: “Il rispetto dell’uomo e i diritti umani - diceva - sono per un artista più importanti di quanto lo siano per qualsiasi altra persona. Proprio l’artista deve farsi carico di una particolare responsabilità nei riguardi di questi temi, perché ha avuto in dono un’acuta sensibilità e percezione e, anche quando la voce delle altre persone non viene ascoltato, può esserlo la sua”. Parole che diventano una sorta di “manifesto” per un gruppo di realtà già attive nell’organizzazione musicale: Eleuthera, Al Kamandjati, Trio Amadei, Associazione Giapponese di Vita Umanistica, Humilitas, Mixis-Musica Etica. Gli strumentisti provengono da diversi paesi: Italia, Giappone, Palestina, Venezuela, Slovacchia, Francia, Svizzera. Tutti insieme costituiranno la Human Rights Orchestra (H.R.O). Una attività che si intreccerà con le associazioni che su scala mondiale operano per la difesa dei diritti umani: Amnesty International, Emergency, Greenpeace, Medici senza frontiere, Save the children, Social Rights. Al comitato d'onore hanno aderito: Claudio Abbado, Antonio Abreu, Martha Argerich, Daniel Baremboim, Giorgio Battistelli. Fra i musicisti c'è anche Ramzi Aburedwan, palestinese, violinista, nato a Betlemme e cresciuto in un campo profughi. Ha fondato l'associazione “Al Kamandjati” di Ramallah, con dieci scuole di musica nei campi profughi, quattrocento allievi e un festival con cinquantamila spettatori. La Human Rights Orchestra H.R.O debutterà al Festival di Musica sull'Acqua a Colico, a fine luglio. Nei progetti, un concerto a Hiroshima, Lampedusa e Gaza.

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Angelo Miotto

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Brasile, fuori dal silenzio Sabbia rossa con diciassettemila pietre bianche. È così che è stata ricoperta la scalinata del prestigioso palazzo dell'Assemblea legislativa di Rio de Janeiro. Uno spettacolo emozionante, una provocazione, l'ennesima, pensata dal Movimento Rio di Pace per ricordare le migliaia di vittime della violenza in Brasile: negli ultimi due anni si sono registrati 11.850 omicidi e cinquantotto poliziotti uccisi. A questi si aggiungono quasi diecimila desaparecidos. Ed è su questi che la Ong insiste: si tratta realmente di gente scomparsa, o molti di loro sono già morti e sepolti, e restano vittime occulte della violenza? Impressionante è anche il dato che riguarda i poliziotti ammazzati a Rio negli ultimi dieci anni: 1458, poco più di trecento di loro erano in servizio quando sono stati uccisi. "Siamo un gruppo di persone di ogni esrtazione sociale, senza vincoli politici o istituzionali e la nostra maggiore preoccupazione è la sicurezza pubblica”,spiegano. “La violenza nel nostro paese è una costante. Attualmente è il problema sociale più grave del Brasile. Negli ultimi dieci anni cinqiecentomila brasiliani sono rimasti vittime di omicidi. Per questo non possiamo restare a guardare".

Togo, abolita la pena di morte Il Togo ha abolito la pena di morte per tutti i reati con un voto unanime del parlamento a cui ha assistito il premier spagnolo, José Luis Rodrigez Zapatero. La decisione del paese africano è stata accolta con favore dall'Unione Europea. Il commissario allo Sviluppo, Louis Michel, ha assicurato che questa decisione è "un segno dell'attaccamento del Togo ai diritti umani fondamentali". Zapatero, impegnato personalmente per una moratoria universale della pena capitale, ha sottolineato che Madrid ha "ragioni rilevanti per lanciare e sostenere davanti alla comunità internazionale la proposta di una moratoria" perché è ancora vivo il ricordo "delle tante famiglie testimoni dell'esecuzione, per motivi politici, di amici e parenti" durante la guerra civile spagnola. Il Togo è il quindicesimo stato dell'Unione Africana a cancellare la pena capitale, secondo Amnesty International.

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L’intervista doppia Mauritania

I volti diversi Di Chiara Pracchi Boubacar Messaud, figlio di una schiava, è uno dei fondatori di "Sos Esclaves", un'organizzazione che lotta per la sua abolizione dela schiavitù che ha vinto l'Anti-Slavery International Award per il 2009.

Che cos'è la schiavitù in Mauritania? "Essere uno schiavo significa appartenere ad un'altra persona, lavorare dall'alba al tramonto senza ricevere alcuna ricompensa oltre al sostentamento. Compito di uno schiavo, è di mandare avanti la casa: lavare, cucinare, coltivare i campi, pascolare gli animali. In un certo senso, si può dire che lo schiavo sia l'intermediario fra il padrone e la natura, perchè nella cultura tradizionale le attività pratiche vengono considerate degradanti. Il “maestro”, come viene chiamato il padrone, si dedica alle attività superiori, come la cultura o il commercio, ma non macellerà mai un animale, perchè tutto ciò è considerato umiliante. Ci sono anche schiavi che vivono in città, lontano dal padrone, che svolgono funzioni diverse. In alcuni casi possono anche avere un lavoro indipendente, ma per sposarsi devono chiedere il permesso al “maestro”, che alla loro morte ha diritto all’eredità. Come è possibile che pur vivendo lontane, queste persone non si sottraggano al rapporto di sottomissione? Perchè essere schiavo fa parte della loro identità, del loro ruolo all'interno della società. Fin da piccolissimi i figli delle schiave vengono allontanati dalle madri e, non appena imparano a camminare, iniziano a svolgere piccole mansioni, che definiscono subito il rapporto gerarchico. Uno nasce e cresce schiavo, e quella diventa la sua realtà quotidiana. Sono catene mentali quelle che tengono legato lo schiavo moderno, ma non per questo sono meno robuste di quelle di ferro, usate un tempo. Ribellarsi non è facile, non solo perchè implica una presa di coscienza, ma perchè significa rompere con la famiglia e con il clan, che riconoscono nella sottomissione al padrone un precetto religioso. Si finisce con il diventare degli emarginati, perchè si incomincia a pensare diversamente. Lei come è arrivato a prendere coscienza della sua situazione? Il più grande nemico della schiavitù è la conoscenza. Io sono stato fortunato, perché sono andato a scuola. Vivevo in città con la mia famiglia, lontano dai padroni, e un giorno mi sono ritrovato a seguire gli altri bambini che andavano ad iscriversi. Così, per emularli, l’ho fatto anch’io. Questo mi ha permesso di frequentare altre persone e di entrare in contatto con realtà diverse. Allo stesso tempo ho subito dovuto imparare a difendermi da quanti cercavano di riportarmi indietro, rinfacciandomi le mie origini, che fossero i bambini, con i loro scherzi crudeli, o gli adulti. La mia affrancazione non ha avuto luogo in un momento preciso, in un’aula di un tribunale, ma credo sia stata una lunga ribellione contro quanti cercavano di sminuirmi solo per il colore della mia 20

pelle, perchè in Mauritania gli schiavi appartengono alle popolazioni dell’Africa nera, mentre il potere è nelle mani dei mori bianchi. Cosa l'ha spinta a mettersi in gioco in prima persona e a lottare anche per gli altri? Io conosco la schiavitù perché l’ho vissuta attraverso mia madre e le sue sorelle e ad un certo punto non ho trovato altro da fare che lottare per la sua abolizione. È stato un modo per onorare la mia famiglia, la mia gente e quanti hanno trovato il coraggio di ribellarsi e forse anche di vivere in maniera più onesta. Ricordo quando nel 1969, tornando nella mia città natale, ho appreso che mia zia era stata brutalizzata da uno dei suoi “maestri”. Sono corso dal governatore a sporgere denuncia, ottenendo che venisse trasferita in città con i suoi figli e dotata di un piccolo pezzo di terra. Al suo padrone però non accadde nulla e da allora nulla è cambiato. Negli anni si sono susseguite numerose leggi, ma sono servite solo per gridare al mondo che in Mauritania la schiavitù era finita. Nel 2007 siamo riusciti a far approvare una nuova legge che criminalizza lo sfruttamento, ma ancora nessuno è stato giudicato e probabilmente anche questa resterà lettera morta. Lei è stato arrestato tre volte e ad aprile, durante una manifestazione, la polizia l'ha picchiata fino a farle perdere i sensi. E’ diventato più pericoloso il vostro lavoro dal colpo di stato del generale Adbelaziz? Il problema non è quello che fanno a noi, anche se è vero che ogni volta che siamo stati arrestati è stato sotto un regime militare, il problema è che i militari, con la loro stessa formazione mentale, fatta di rapporti gerarchici e di ubbidienza, esprimono quella stessa cultura che è alla base dello schiavismo. Il 18 luglio dovrebbero tenersi le elezioni, ma in Mauritania vivono almeno seicentomila schiavi, che votano come viene ordinato loro. Abolire di fatto la schiavitù diventa quindi un passo fondamentale per costruire un Paese nuovo, moderno e democratico. Le due anime, di chi vuol cambiare e chi vuole mantenere la situazione attuale, stanno entrando in rotta di collisione sempre più spesso e presto le nuove generazioni non saranno più disposte ad accettare questo giogo feudale che non ha più ragione d’essere, con il rischio di un grave conflitto interno. Ecco perché dobbiamo risolvere adesso, pacificamente, il problema della schiavitù. In questa pagina: Schiava in Mauritania. Nella successiva: Abdel Nasser Ould Ethmane durante una conferenza. Archivio PeaceReporter


della schiavitù Abdel Nasser Ould Ethmane è il segretario per le relazioni esterne di "Sos Eslaves". Attivista fin dalla nascita dell'organizzazione, Ethmane proviene da una famiglia di proprietari di schiavi.

Lei proviene da una delle famiglie più importanti del Paese. Cos'era la schiavitù a casa sua? Sono nato in un ambiente di pastori nomadi, che per tradizione considerano lo sforzo fisico un'attività inferiore. Come tanti altri bambini della mia casta io sono stato assistito, allattato, coccolato e cullato, fin dalla più giovane età, dai servi della mia famiglia. Dall'alba al tramonto le donne si occupavano della casa: andavano a prendere l'acqua, cucinavano sotto il sole, lavavano la biancheria e quando finivano con le attività domestiche ci massaggiavano i piedi o ci intrattenevano con canti e racconti. Gli uomini si occupavano di mungere gli animali e di portarli al pascolo. Guai a loro se ne perdevano qualcuno. Ricordo ancora quando le tempeste violente del deserto riducevano il nostro accam-pamento ad un cumulo di rovine, e i servi neri lasciavano i loro figli per correre a tenere ferme le tende sopra di noi, nonostante la violenza del vento e della pioggia. Mentre aspettavamo che finisse, riscaldandoci con un piccolo fuoco alimentato dalla brace, i loro corpi tremavano, sfiniti, sopra le nostre teste, bagnati di acqua e sudore. Chiamavamo "musica dei denti" il battere involontario delle loro mandibole e giocavamo ad imitarlo. Quando ha preso coscienza dell'esistenza della schiavitù? E' stato verso i sedici anni, quando ho scoperto che non c'erano schiavi nei fumetti che leggevo al Centro Culturale Francese di Nouakchott. I miei genitori mi avevano iscritto perchè ero un adolescente malinconico e solitario. Il personaggio dello schiavo era introvabile nel mondo di Lucky Luke o in quelle di Zio Paperone, e Mamma Dalton (uno dei personaggi di Luky Luke) e Zia Paperina dovevano prepararsi da sole le loro crostate. L'unico schiavo l'ho incontrato nelle avventure di Asterix e Obelix a Roma e la sua immagine mi ha disorientato: era un bianco e stava per diventare pasto per i leoni del circo. Più tardi, la Storia Illustrata della Rivoluzione francese ha cambiato la mia vita: "Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti", recita il primo articolo della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, e mi è sembrato un principio così vero e penetrante, che ho incominciato a riconsiderare tutto il mio mondo. Ho trascorso numerose notti, insonne, a meditare sulle implicazioni profonde della mia scoperta, fino ad arrivare alla dolorosa conclusione che tutta la mia esistenza e la mia istruzione si basavano sull'ingiustizia e sulla menzogna. Quando e perchè ha deciso di ribellarsi e di agire in prima persona? Negli eccessi e nell'entusiasmo dell'adolescenza ho incominciato a rifiutare i

cibi preparati dagli schiavi, cercando di imparare a badare a me stesso, ma ho dovuto abbandonare ben presto questa sfida. Ricordo che all'epoca, con gli amici che appartenevano alla mia stessa classe sociale, privilegiata, discutevamo dei ‘Quaderni dal carcere’ di Antonio Gramsci, mentre gli schiavi ci servivano thè e carni squisite. Idealisti e fiduciosi in noi stessi come si è a quell'età, ragionavamo di politica e letteratura come se avessimo dovuto rifondare il mondo. A vent’anni avevamo letto ‘Arcipelago Gulag’ di Aleksandr Solženicyn e l'opera monumentale di Vassili Grossman, ‘Vita e Destino’. Durante le nostre veglie mettevamo a confronto la forza evocativa di Robert Antelme sui campi di concentramento, con l’opera di Jean Francois Steiner su Treblinka. Per alcuni di noi tutta la letteratura era oramai inutile dopo i ‘Minima Moralia’ di Theodor Adorno. Poi alla nostra biblioteca si aggiunsero George Orwell, Arthur Kostler e Oriana Fallaci, con il suo ammirevole libro sulla Grecia dei colonnelli. Questi autori hanno dato forma alla nostra vita e ci hanno indirizzato verso la lotta politica. Nel 1988 abbiamo fondato il primo movimento di rivendicazione democratica in Mauritania. Nelson Mandela era il nostro modello. Ecco perchè, quando nel 1995 vennero a propormi di far parte di un'organizzazione antischiavista, ho accettato subito. Ha mai dovuto subire delle violenze per il suo attivismo? Nel 1988 sono stato fermato per ventiquattro ore e subito rilasciato. I miei compagni, invece, vennero torturati. Essere il figlio di un ministro mi ha sempre salvato dalla violenza fisica. Più tardi, a partire dal 1998, quando il potere politico mise fuorilegge Sos Esclaves e imprigionò per alcuni mesi i suoi attivisti, io ero a Parigi, dove ho ottenuto asilo politico. Nel 2005 il mio Paese ha presentato due mandati di cattura internazionale contro di me. Fortunatamente, in quanto rifugiato politico, sono stato protetto dalla Convenzione di Ginevra del 1951. La lotta ha modificato il senso della mia vita e mi ha allontanato dalla mia famiglia, che ha dovuto disconoscermi pubblicamente, a causa delle pressioni politiche dell'allora governo. Crede che con il regime militare, che ha preso il potere lo scorso agosto, il vostro lavoro sia diventato più difficile? Sì, temo che i soldati non siano molto favorevoli alla nostra causa, ma spero che l'accordo di riconciliazione recentemente firmato a Dakar, che ha fissato nuove elezioni per il 18 luglio prossimo, porti al fallimento del colpo di stato. 21


Qualcosa di personale Sudafrica

Bruciato per la droga Di Matteo Fagotto Ha la voce flebile, quasi rotta dalle lacrime Jennifer (non il suo vero nome), mentre racconta l'evento che, nel 2004, le ha distrutto la vita: allora cinquantacinquenne e residente a Città del Capo, per salvare suo figlio dalle minacce di un'organizzazione criminale accettò di diventare uno dei tanti muli della droga che trasportano stupefacenti negli aeroporti di mezzo mondo. Quattro anni dopo, ha deciso di raccontare la sua storia a PeaceReporter. ra il 15 dicembre del 2004. Ero all'aeroporto di San Paolo, in Brasile, imbottita di più di tre chili di cocaina e in attesa di imbarcarmi per tornare in Sudafrica. Quando ho sentito una mano che mi toccava la spalla, ho subito capito che era finita. Ho passato tre anni nell'inferno del carcere di Santana, ho perso mio figlio e, da allora, la mia vita non è stata più la stessa. Ancora oggi pago le conseguenze di quella terribile esperienza, che non augurerei neanche al mio peggior nemico. Eppure, fino a pochi mesi prima, la mia vita scorreva tranquilla: un divorzio alle spalle, cinque figli e un lavoro da parrucchiera. Poi, nell'estate del 2004 un'organizzazione criminale propose al mio figlio più piccolo, già coinvolto nel traffico illegale di perle, di andare a fare una “commissione” in Brasile. Se fosse riuscita, avrebbe guadagnato quasi duemila euro, una cifra consistente in Sudafrica. Non so se sia stato il mio istinto di madre, o solo la volontà di proteggerlo da qualcosa che percepivo come pericoloso. Allora mio figlio era un ragazzo di diciannove anni, e non volevo che si cacciasse nei guai. Così, proposi di svolgere io il lavoro al posto suo, senza sapere a cosa sarei andata incontro: rifiutare era comunque impossibile, il prezzo sarebbe stato l'incolumità di tutta la famiglia. Partii per San Paolo ai primi di dicembre, senza neanche salutare mia madre. Ero molto agitata, perché sentivo che stavo per fare qualcosa di illegale. L'organizzazione criminale mi aveva assicurato che si sarebbe presa cura della mia famiglia, in caso di arresto. Arrivata a San Paolo, trascorsi due settimane in un'anonima camera di albergo, costantemente sorvegliata ogni volta che uscivo. Non potevo neanche parlare con la gente per strada. Dopo quindici giorni di silenzio, due uomini si presentarono da me, dicendomi finalmente cosa avrei dovuto fare: portare tre chili di droga, divisi in piccoli pacchetti legati alle gambe attraverso delle calze elastiche, fino in Sudafrica. Se per qualche ragione avessi fallito, l'avrebbero fatta pagare a mio figlio e alla mia famiglia. Arrivata all'aeroporto di San Paolo per il volo di ritorno, fui pervasa da un'improvvisa calma. Forse era la sensazione che sarei stata presa comunque, non so. Alla fila per l'imbarco, i poliziotti vennero a cercare proprio me, chiedendo se potevano perquisirmi. Finsi di non capire, ma la loro risposta non lasciò spazio a dubbi: “Non ci prendere in giro, sai bene di cosa stiamo parlando”. Non fu un caso: molti dei muli della droga vengono “venduti” dalle stesse organizzazioni criminali, che in questo modo danno un contentino alle polizie locali e riescono a far passare i carichi più grossi. Sono solo stata l'agnello sacrificale in un gioco più grande di me. Al processo confessai tutto, e ricevetti una condanna tutto sommato clemente per gli standard del Brasile: sei anni, poi ridotti della metà per buona condotta. Oltre alla perdita della libertà, la cosa più umiliante era ripensare alla mia vita precedente e a quanta vergogna avessi fatto piombare sulla mia

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famiglia. Soprattutto, temevo che il mio fallimento sarebbe potuto costare la vita a uno dei miei cari. Avevo ragione: nell'ottobre del 2005, una telefonata dal Sudafrica mi diede la notizia che non avrei mai voluto ricevere. Quando mi dissero che era successo qualcosa di brutto, pensai subito alla morte di mia madre, ma quello che mi aspettava era molto peggiore. Mio figlio era stato ucciso, il suo cadavere bruciato alla periferia di Città del Capo. Ancora oggi, non riesco a superare lo choc della sua perdita: ho le sue foto in casa, in macchina, sul cellulare. Il senso di colpa mi perseguita. Se fossi riuscita a tornare in Sudafrica con la roba, forse non gli avrebbero fatto nulla. roppe volte in carcere sono stata sopraffatta dalla disperazione. In prigione si fa presto a perdere la propria dignità, tra cibo andato a male e giorni e notti passati con solo la biancheria intima addosso. Per sopravvivere in un posto del genere mi sono aggrappata a mia sorella, l'unica persona che mi è stata veramente vicina, e a Dio. Prima di finire in carcere non sono mai stata una vera credente, ma dalla prigione le cose si vedono da un'altra prospettiva. A volte mi addormentavo pregando e riprendevo automaticamente al risveglio. In tre anni, nessuno mi è mai venuto a trovare. Il biglietto aereo per il Brasile costava troppo, e la mia famiglia non se lo poteva permettere. Non si può capire l'invidia e l'amarezza che provavo ogni domenica, quando le altre carcerate ricevevano le visite del loro cari e tornavano in cella con dolci, regali e soldi. Sono uscita nel marzo del 2008, solo per provare quanto sia difficile riprendere a vivere dopo un'esperienza del genere: la prigione ti cambia per sempre, ti isola. Ancora oggi basta una sirena della polizia, o una persona che mi guarda in maniera strana, per farmi trasalire. Non posso neanche frequentare i posti troppo affollati. Ho perso il sostegno degli amici e di parte della mia famiglia. Quando esci dal carcere la gente ti tratta come se fossi un malato di Aids, non ti accetta più. Nonostante la mia famiglia sappia che ho fatto tutto questo per mio figlio, i rapporti con gli altri figli non sono più quelli di una volta. E' come se una parete trasparente ci separasse ormai, una parete che nessuno riuscirà più a rimuovere. Ma la cosa più difficile in assoluto è riguadagnare la fiducia in se stessi. Dopo mesi difficilissimi sono riuscita a ottenere un lavoro, faccio l'infermiera e guadagno abbastanza per poter sopravvivere. Ho deciso di raccontare la mia storia nella speranza di poter salvare qualche persona dal baratro in cui sono caduta, perché altra gente non commetta gli stessi errori di cui mi sono macchiata io. Mi sento sporca, sconfitta e sento di aver buttato via la mia vita. Oltre a quella di mio figlio, la persona che più amavo al mondo.

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In alto e in basso: Nelle favelas di Rio. Archivio PeaceReporter


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La storia Cina

Il mio amico fondamentalista Di Gabriele Battaglia Chiamiamolo Eimer. Appartiene alla minoranza uyghura dello Xinjiang, la regione autonoma a maggioranza islamica dell’estremo occidente cinese, zona di tensioni etniche e religiose. Studia fisica in un'università del Dongbei, il nordest del Celeste Impero, e vorrebbe continuare la carriera accademica. i definisce un “ex estremista” che studiando ha cambiato idea: sarà la cultura e non l’indipendenza politica a determinare lo sviluppo della sua terra. Musulmano praticante, ha una fidanzata con la quale farà sesso solo dopo il matrimonio. Il suo amico Sadiq, studente di architettura, sogna invece di trasferirsi in Occidente, “perché in Cina non c'è amore per i dettagli”. Adora Renzo Piano. Vuole fare sesso con la sua ragazza “perché è naturale” e quindi si dovrà sposare in fretta, ma teme che i genitori di entrambi si oppongano. Ritiene che tutto ciò sia sbagliato e ingiusto. Contro natura. Professa la sua fede in Allah, ma esprime palesemente il suo fastidio per tutti i lacci e lacciuoli che la religione impone. Ne stiamo discutendo a tre, proprio adesso. Eimer sembra scoprire solo ora le idee del suo migliore amico. Ne è scioccato, lo accusa di non essere musulmano, di non seguire il Corano. I due, che finora non mi hanno escluso da nessuna conversazione, parlano per un buon quarto d'ora in uyghuro stretto. Non capisco un accidente, ma il tono è concitato, Eimer sembra all'attacco e Sadiq in difesa. Non può permettersi di perdere il titolo di “buon musulmano” agli occhi dell'amico. Ma qualcosa tra i due si è rotto. Il filo-occidentale Sadiq è, per il fondamentalista Eimer, “un estremista”. Qui, dall’altra parte del mondo rispetto al nostro pensare occidentale, i concetti si ribaltano. Eimer discute con un sorriso contratto, in questo è tipicamente cinese: quel sorriso di imbarazzo che è uno scudo nei momenti di difficoltà. Poi il futuro fisico se ne va visibilmente scosso e arrabbiato; il quasi architetto Sadiq mi accompagna invece al taxi, mentre insegue i suoi sogni e mi chiede ancora di Italia, fotografia, design e salario medio mensile. La sera dopo Eimer mi telefona, vuole uscire da solo con me, a entrambi piace camminare e parlare, anche se piove. “Mia nonna era praticante e anche iscritta al Partito comunista: le due cose possono stare insieme”. “Ho studiato per anche quindici ore di fila, ero stanco ma i certi momenti dovevo farlo”. Si sveglia ogni mattina alle 6, prega e poi si mette a studiare. Il suo sogno è di tornare un giorno a Urumqi, Kashgar, e contribuire a elevare la cultura dei giovani uyghuri. Scienza, fede in Allah e speranza nel futuro: sono tra bastioni che tengono in piedi un ragazzo di 23 anni, gli danno determinazione. E’ chirurgico nelle sue scelte: “La nostra università è la quinta in Cina”. Come numero di studenti? “No, come livello di efficienza: lauree, progetti di ricerca...” Mi sembra che voglia fare stare tutto in una sua personalissima visione del mondo: “Noi nasciamo musulmani e dobbiamo vivere di conseguenza. Altrimenti la società va a rotoli. Gli han – l’etnia maggioritaria in Cina - non

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credono in dio, non ne hanno bisogno, ma hanno una morale della famiglia simile alla nostra. Voi siete diversi. Sadiq vuole essere come voi, troppo libero. Ma è nato qui”. imer, ma tu ti senti cinese o uyghuro? La tua patria è la Cina o lo Xinjiang? “Io mi sento cinese. Credo che questo Paese mi abbia dato l'opportunità di studiare e conoscere altra gente come te, anche se nel resto del mondo si scrivono certe cose inesatte sulla Cina”. “Chiamerò mio figlio Iskander, in nome di Alessandro Magno. Un uomo che ha fondato un impero all'interno del quale era garantita la diversità delle culture. Anche oggi, nel mondo, ci vorrebbe qualcosa del genere”. E se è femmina? “Beh, Iskandra”. E’ chiaro che l’impero di cui parla è la Cina per come la immagina. Torniamo inevitabilmente a parlare di sesso. Gli racconto storie di relazioni non canoniche, aperte, non di coppia, instabili, ma tuttavia né più né meno felici (o infelici) di quelle tradizionali. Roba da occidentali. Non crede alle sue orecchie ma tutto sommato sembra divertito. Lo shock della sera prima è superato e poi, in fondo, si tratta di noi, quelli “di fuori”, non del suo amico musulmano e della sua patria cinese. “Credo nella biodiversità, la vostra democrazia non va bene per tutti”. Sono d'accordo. Ma allora, Eimer, perché anche Sadiq non può essere “biodiverso”? “La biodiversità va bene tra le culture, non tra gli individui. Sadiq è nato musulmano, ha la responsabilità del suo mondo, dei suoi genitori e anche della sua ragazza. Deve vivere secondo il Corano. Altrimenti non è musulmano”. Mi chiede di vedere un video in cui l'ho ripreso, poi mi fa notare che non è venuto molto bene, forse è meglio cancellarlo. Ok Eimer, messaggio ricevuto. Il giorno dopo mi scrive un messaggio: “Grazie, amico, per avermi fatto conoscere come si vive in occidente”. Eimer, lo studente di fisica, ha preso appunti sul mondo dall'altra parte. Passano alcuni giorni, ricevo una sua telefonata. E’ stato a Nanchino a trovare la sua ragazza, prima di tornare nello Xinjiang per un periodo in famiglia. “A Nanchino è successo qualcosa, sono un po’ triste. Ho pensato molto a quello che mi hai detto tu, forse sui rapporti tra uomo e donna molte delle vostre idee non sono sbagliate”. Eimer, non sono le “nostre” idee, quelle erano semplicemente le mie. “Sì, sì, lo so, me l’hai detto. Però, prima di partire dalla Cina, mi telefoni ancora così ci salutiamo e parliamo un po’?”

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Preghiera Cina 2009. Gabriele Battaglia per PeaceReporter


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Italia

Abruzzo, si fa di conto Di Anna Pacifica Colasacco Stanotte un po' di conti. Conti spiccioli. Conti semplici. Ogni terremotato costa allo stato italiano, quindi ai contribuenti, circa cinquanta euro al giorno. a spesa per le tendopoli è calcolata di un milione e mezzo al giorno per un totale di circa duemila e quattrocento sfollati. Gli albergatori sulla costa ricevono quarantotto euro al giorno per ogni ospite. Una famiglia media di quattro persone ci costa seimila euro al mese. Immaginate se alla famiglia in questione fosse dato questo denaro contante. Sarebbero più che benestanti. Potrebbero organizzare la loro vita da soli e potrebbero gestire più che egregiamente il loro stato temporaneo di sfollati. Immaginate di dire sempre a questa famiglia : noi spendiamo per voi seimila euro al mese, che ne direste di prenderne tremila, così, per risparmiare? Immagino che tutte le famigliole sarebbero più che felici. Credo che mediterebbero di erigere un monumento a Bertolaso e porte-

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rebbero in trionfo Berlusconi. Io per prima. Ora invece facciamo il mio caso e quello di altri pochi resistenti che hanno provveduto ad una sistemazione autonoma. Noi riceviamo, o meglio, dovremmo ricevere, ché non vediamo ancora un soldo, cento euro al mese procapite. Cento euro contro i millecinquecento degli altri sfollati. Non vorrei essere maliziosa, ma mi sembra che questo trattamento così iniquo voglia costituire un deterrente al voler provvedere a se stessi, all'essere liberi, al non pesare sullo stato. Questi conticini non mi tornano affatto. Pensate che io sia troppo maliziosa nel credere che qualcuno guadagna su questo movimento di danaro? Che i vostri, i nostri, denari finiscano in altre tasche che non sono quelle dei terremotati?

D a g li a q u i la n i , u n a l e t t e r a a l P r e s i d e n t e N a p o l i t a n o Gentilissimo Presidente, stiamo, in questi momenti drammatici, istituendo coordinamenti di cittadini e Sindaci che chiedano a lei un incontro ufficiale per istituire un reale tavolo Istituzionale da insediare al Quirinale e da lei guidato, che porterà a buon fine la ricostruzione in ogni minimo dettaglio soprattutto in merito al capitolo trasparenza investimenti e gare d'appalto.Si intravedono cordate di ditte nordiste che con finte gare d'appalto vengono già inserite nel decreto stesso in discussione in queste ore. Presidente le chiediamo di non firmare il Decreto, di non permettere che attraverso il bavaglio del Parlamento come ormai prassi antidemocratica di questo Governo, si giunga al ricatto verso le popolazioni, basando il decreto sul principio anticostituzionale e di palese violazione del Titolo Quinto della Costituzione. Le chiediamo inoltre di permettere l'apertura di un fascicolo penale e civile per accertare le responsabilità del Governo in merito ai mancati controlli sismici dell'area come erano stati richiesti da Ingegneri dell'Enea in data 12/02/09 (lettere originali pubblicate su La Repubblica in Aprile 2009), attraverso documenti ufficiali inoltrati al Ministro Matteoli.L'accavallarsi di strane anomalie e forti incompetenze da un punto di vista tecnico e scientifico nella protezione civile ormai 26

carrozzone di corruttele dei partiti, ne ha fatto di Bertolaso un capo carismatico indiscusso ed ecco le conseguenze reali di una reale strage di Stato preannunciata anche dalle foto del satellite del CNR scattate sempre tra Dicembre e Febbraio 2009 dove si notava la faglia già in fase di scorrimento la profonda frattura constesso epicentro dove poi si è verificata la catastrofe. Chiediamo giustizia soprattutto perché qualcuno aveva da anni pensato di sciogliere la Commissione Grandi Rischi e in Italia come mi ha precisato il Prof.G.Evangelista di Pisa, membro ed esperto licenziato probabilmente da quella Commissione affinché divenisse nel tempo appannaggio e strapotere esclusivo della finta protezione Civile carrozzone di corruttele e strane assunzioni clientelari (da tempo).Attendiamo celeri riscontri e risposte da lei come sempre all'altezza del ruolo di Rango Istituzionale che ricopre con dignità e nel rispetto delle regole sancite dalla Costituzione. Con stima, la ringraziamo per l'attenzione rivoltaci ieri nel contattarci personalmente e direttamente attraverso la sua Segreteria Generale. In alto: Mani fredde. In basso: Non si serve messa. L’Aquila, Italia 2009. Emiliano Iatosti per PeaceReporter


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Migranti

Io non respingo Di Gabriele del Grande ROMA - Secondo un sondaggio di Sky, l’ottantadue percento degli italiani è favorevole ai respingimenti in Libia di emigranti e rifugiati intercettati nel Canale di Sicilia. La notizia però è un’altra. Ed è che quel diciotto percento di chi ancora crede nel diritto d’asilo è riuscito a organizzare cent’otto eventi in dieci giorni, in sessantacinque città italiane, per dire “Io non respingo”. na campagna nata in modo spontaneo, intorno a un appello lanciato dal blog Fortress Europe, dalla scuola di italiano di Roma Asinitas, e dagli autori del documentario “Come un uomo sulla terra”, il primo film ad aver raccontato le violenze e le torture a cui sono sottoposti emigranti e rifugiati nelle carceri libiche, finanziate in parte dall’Italia. Tante le iniziative. Sit-in, manifestazioni, cortei antirazzisti, seminari, proiezioni, lettere ai prefetti. Da Roma a Milano. Da Cagliari a Trieste. Da Malta a Torino. Lontano dai riflettori, ma in mezzo alla gente. E tutto mentre l’Italia srotolava il tappeto rosso davanti al dittatore libico Mu‘ammar Gheddafi. La mobilitazione è partita proprio il primo giorno della visita del Colonnello a Roma, il 10 giugno, con una manifestazione in Piazza Farnese. In quella storica cornice, si sono alternate musiche popolari a testimonianze di rifugiati politici, letture teatrali delle storie dei viaggi in Libia e pillole informative sui lati oscuri del patto con la Libia contro l’immigrazione, mentre sui banchetti informativi per tutto il pomeriggio si è continuato a raccogliere firme, fino alla proiezione serale all’aperto del documentario. Alla fine della giornata, un migliaio di persone sono transitate in piazza. Tante le associazioni presenti, le scuole di italiano, i rifugiati, un gruppo di Amnesty International e dei Radicali. In quelle stesse ore, il dittatore libico era ricevuto con i massimi onori a Palazzo Chigi, prima tappa della sua vacanza romana. È bastata la promessa di bloccare gli sbarchi, la firma di qualche maxi commessa e l’ingresso provvidenziale nei capitali di Unicredit e Eni per sdoganare il regime libico. E il giorno dopo, Gheddafi è addirittura salito in cattedra all’Università La Sapienza. Circondato da una trentina di guardie del corpo in borghese e da tre donne della guardia personale in mimetica, il leader libico ha parlato in un’Aula Magna gremita di studenti e completamente militarizzata. Ai giornalisti, relegati in tribuna, gli uomini in borghese della Polizia hanno addirittura vietato di fare domande e di alzarsi per scattare fotografie. Gheddafi ha scelto bene l’attacco del suo discorso: il colonialismo e le responsabilità italiane per le stragi commesse in Libia sotto il fascismo dagli uomini al comando del generale Graziani. Una triste pagina del passato, che “andrebbe inserita nei libri di scuola italiani”. Una pagina che comunque Gheddafi considera chiusa con la firma del trattato di amicizia con il nostro paese, avvenuta a Bengasi lo scorso 30 agosto 2008. Un trattato che, caso unico al mondo, ha previsto un risarcimento per i danni causati dal colonialismo: si tratta dei cinque miliardi di euro che l’Italia verserà a Tripoli nei prossimi venti anni per la costruzione di infrastrutture. Un atto dovuto secondo il Colonnello. Un esempio da seguire per tutti gli Stati colonizzatori. Gheddafi, che è presidente di turno dell’Unione africana, lo chiederà al G8 dell’Aquila a luglio. L’Europa dovrà “domandare perdono”

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per aver “rapinato” le ricchezze dell’Africa e “aver trattato i suoi popoli come animali, come schiavi”. E dovrà risarcire. “Non è carità, non è un dono, ma un diritto”. Con il risarcimento si risolverebbe secondo Gheddafi anche il problema dell’immigrazione. In completo bianco con una sagoma nera dell’Africa stampata sul lato sinistro della giacca e ricoperto da uno scialle color oro sulle spalle, il leader libico ha anche accettato di rispondere ad alcune domande di studenti e professori, mentre da fuori risuonava con frequenza il rumore dell’elicottero che sorvegliava la zona. Alla domanda sul rispetto dei diritti dei rifugiati politici respinti verso la Libia, Gheddafi ha lasciato intendere che non si tratta di rifugiati politici ma di “poveri”. “Gli africani sono affamati non sono politici” ha detto Gheddafi paventando il rischio di un’invasione incondizionata di africani in Europa nel caso si dovesse riconoscere loro l’asilo. Nessuna risposta invece è stata data a chi, dalla Libia, ha ricordato le critiche venute da Amnesty International, gli stupri in carcere e la mancanza di libere elezioni dal colpo di Stato del 1969. e critiche non sono ammesse. Al contrario, Gheddafi ha giocato di sponda e ha utilizzato quelle timide contestazioni per elogiare l’ideologia alla base della democrazia popolare diretta. In Libia infatti non è in vigore un sistema di partito unico. I partiti semplicemente non esistono. Come non esistono le elezioni. Il potere – in teoria – è gestito dai comitati popolari. Ce ne sono trentamila in tutto il Paese. Ognuno raccoglie un centinaio di cittadini. Per un totale di circa tre milioni di libici (sono esclusi i minorenni, la Libia ha sei milioni e trecentomila milioni di abitanti). “Il popolo esercita il potere, nessuno li ha eletti. L’alternanza al potere – sostiene il Colonnello – significa che il popolo ha ceduto il suo potere. Ma la vera democrazia non prevede alternanza. Se il popolo ha il potere, perché dovrebbe cederlo a qualcuno?”. Per spiegarsi meglio, Gheddafi si è addirittura lanciato in una improbabile analisi etimologica della parola “democrazia”. Secondo lui deriverebbe dall’arabo demos-karas e non come noto dal greco demos-kratos Non quindi kratos il "potere" del popolo, ma la "sedia", karas del popolo, demos. E le sedie sono quelle dei comitati popolari. “Non c’è democrazia senza comitati popolari in ogni luogo” ha detto il leader citando il Libro verde, alla base dell’attuale sistema politico libico. Chissà cosa avrebbe commentato Fathi el Jahmi, uno dei principali oppositori libici, se non fosse morto lo scorso 21 maggio, dopo cinque anni di detenzione per alcune dichiarazioni poco gradite al regime rese alla tv Al-Arabiyah.

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In alto: Manifestazione in occasione della visita di Gheddafi In basso: San Papier. Roma, Italia 2009. Rachele Masci per PeaceReporter


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Storie a strisce

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Da questo numero, PeaceReporter ospita una nuova rubrica, quella delle storie a strisce. Il fumetto è un gran bel linguaggio, perché unisce l’immagine e la parola, facendo trasparire le emozioni di chi disegna e di chi scrive. Lo facciamo con la preziosa collaborazione delle Edizioni Becco Giallo, che forse è stata la prima casa editrice italiana specializzata, appunto, nel raccontare la cronaca, la storia, insomma la realtà con l’uso dei disegni. Siamo certi di avere, ancora una volta, cominciato qualcosa di importante. Speriamo che siate d’accordo anche voi. M.N.

Dimenticare Tiananmen La notte fra il 3 e il 4 giugno 1989 l’esercito cinese muove dalla periferia verso Piazza Tiananmen per reprimere la protesta pacifica di studenti, intellettuali, operai, cittadini comuni che da settimane manifestano per la libertà e la democrazia. In poche ore va in scena un tremendo massacro, rimasto scolpito nella memoria collettiva di tutto il mondo nonostante l'azione di censura e disinformazione messa in atto dal Governo di Pechino. Dimenticare Tiananmen di Davide Reviati prefazione di Riccardo Noury, Amnesty International Edizioni BeccoGiallo beccogiallo.it “Quanti fiori caddero, nessuno poté sapere.” Recita così una poesia della dinastia Tang, e basta questo verso a definire che cosa è rimasto di Tiananmen vent'anni dopo: silenzio da un lato, ostinazione dall’altro.

Rubriche

A teatro di Silvia Del Pozzo

Dove c’era il muro In tivù di Sergio Lotti

Nella terra dell’energia sostenibile Non solo l’Eni cerca di fornire agli italiani l’energia di cui hanno bisogno, ma “fa anche molta ricerca per fornirla a condizioni sostenibili”, si dice press’a poco in uno spot televisivo con la voce rassicurante dell’attore Massimo Ghini. Che cosa intenda la compagnia creata da Enrico Mattei con la parola sostenibili lo hanno mostrato i soliti guastafeste di Report in un servizio sulla Nigeria, che ha un sesto della popolazione africana e dipende totalmente dal petrolio, nella cui estrazione l’Agip è da sempre in prima fila. Sul Delta del Niger, terra una volta fertilissima e pescosa, uccelli e pesci muoiono, le barche dei pescatori sono vuote o al massimo portano a casa pesci moribondi e puzzolenti, perché il petrolio che esce dagli impianti obsoleti e dai tubi rugginosi dilaga e durante la stagione delle piogge si infiltra dovunque. Se si chiede a un abitante del luogo quale futuro cerca di immaginare per i suoi figli, risponde che il problema non è il futuro, ma cosa riesce a dar loro da mangiare oggi. In cambio di questa distruzione di risorse l’Agip, la Shell e le altre compagnie non danno indietro niente: né acqua, né luce, né scuole, né ospedali, né altri servizi utili alla popolazione locale. E neppure lavoro, perché i locali non vengono assunti, tant’è vero che continuano ad andarsene via. Eppure i profitti non mancano: l’anno scorso la Shell ha ottenuto qualcosa come 85 milioni di dollari di profitti al giorno, ma oltre alla terra e all’acqua, che da risorsa è diventata una minaccia per una popolazione che ci vive costantemente a contatto, continua a inquinare anche l’aria bruciando gas che provocano altre malattie gravi e che, se venissero invece trasformati in energia, potrebbero migliorare le condizioni di vita dell’intera Africa subsahariana. Poi ci scandalizziamo, magari, perché i tecnici e gli operai delle compagnie sono costretti a vivere barricati nei loro stabilimenti, sotto la crescente minaccia dei guerriglieri del Mend, che li vorrebbero cacciare via di lì. Molti si consolano pensando che non sono problemi che ci riguardano da vicino. A parte ogni altra considerazione umana e sociale, però, qualcuno dovrebbe ricordare loro, come osserva la conduttrice della trasmissione, Milena Gabanelli, che la più grossa fetta di prostituzione nel nostro Paese riguarda proprio le ragazze nigeriane fuggite da quell’inferno, e che nigeriani sono molti dei disperati stipati sui barconi che approdano a Lampedusa.

Vent’anni fa crollava il Muro di Berlino e con esso molte divisioni, ideologie, contrapposizioni politiche e culturali. A questo anniversario è dedicato il Mittlefest di Cividale del Friuli, rassegna di teatro, musica e danza dell’Europa centro-orientale che alla sua Diciottesima edizione si propone di analizzare il concetto stesso di muro, inteso come fabbrica di antagonismi e intolleranza tra gli esseri umani. Inaugura il festival (18 - 26 luglio), che “occupa” tutta intera l’incantevole cittadina medioevale (l’antica Forum Julii romana), una maratona di musica, prosa, danza e poesia (dal pomeriggio a tarda notte) sul tema proprio allo storico crollo del novembre ’89. Sul fronte della prosa l’interessante percorso affronta vari temi: dal rapporto genitori-figli all’emigrazione russa post-rivoluzionaria, alla devianza psichica e sociale. Da segnalare in particolare lo spettacolo “Signora madre, padre mio caro” a cura di Furio Bordon (responsabile della sezione teatro) che ha riletto scenicamente e messo a confronto un grande mittleeuropeo come Franz Kafka con uno scrittore meno frequentato, Albert Caraco, autori rispettivamente di una “Lettera al padre” e “Post mortem”, due testi in cui si dipana il complesso rapporto tra due figli –entrambi ebrei – e i loro genitori. Due generazioni a confronto in un incontro-scontro fatto di amore e odio, contrasti e passione. Ne sono interpreti due attori bravissimi che hanno spesso lavorato insieme: Sandro Lombardi (Kafka) e Massimo Verdastro (Caraco). Sempre nel segno di Kafka, in una “contaminazione” tra il tedesco delle “Metamorfosi” e l’inglese Ian McEwan, si presenta “Malinconia delle scimmie”, in cui sempre Bordon fonde “Una conferenza accademica” con ”Diario di un primate in cattività”. E ancora da segnalare due spettacoli tratti dai racconti di due straordinarie autrici russe emigrate in Francia: “Come le mosche d’autunno” di Irene Nemirovsky e “Il lacchè e la puttana” di Nina Berberova. Infine, “Muri” di Renato Sarti affronta il tema della malattia mentale, mentre “Non chiamarmi zingaro”, di e con Pino Petruzzelli, quello del nomadismo. “Mittelfest 2009”, Cividale del Friuli dal 18 al 26 luglio; tel. 0432 730793

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In libreria di Giorgio Gabbi

Un bell’avvenire di Marco Videtta Il certificato di morte della Questura non lasciava dubbi: “Fucilato dai patrioti in Milano il 29 aprile 1945, in seguito agli avvenimenti insurrezionali”. Lucio era stato un fascista fanatico deciso a combattere per il duce fino all’ultimo respiro, e questo suo fratello Fulvio lo sapeva. Anche Fulvio era stato fascista, non fanatico, però. Ufficiale della guardia nazionale repubblichina, era stato messo al muro per essere fucilato: all’ultimo momento, però, era intervenuta una partigiana che durante la guerra aveva amoreggiato con lui per carpirgli informazioni e che lo aveva salvato facendolo spedire in un campo di concentramento americano. Fulvio avrebbe potuto rassegnarsi di fronte a quel che diceva il certificato sulla fine del fratello: dopo tutto, era stata quella la sorte, da una parte e dall’altra, per chi veniva preso con le armi in mano. E invece non si rassegna: al fratello deve essere successo qualcosa che lui non sa e che deve scoprire a tutti i costi. Così l’Autore fa compiere al suo personaggio narrante, Fulvio, un’inchiesta in piena regola sull’ultimo anno di vita del fratello Lucio. Un viaggio a livello psicologico attraverso il proprio vissuto di fascista soggiogato dall’amore e dall’ammirazione per il fratello maggiore, idealista fanatico. Un viaggio a livello

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storico, attraverso le testimonianze di chi aveva operato nell’attività più oscena, i servizi di spionaggio, di una guerra oscena come solo può esserlo una guerra civile. Ma questo non è un romanzo di ricordi, è un noir di azione: perché odio e fanatismo non finiscono con l’aprile del 1945. C’è ancora gente che uccide e viene uccisa perché i conti da saldare sono troppi. Fulvio scoprirà una verità inimmaginabile su chi ha ucciso il suo adorato fratello. E alla fine riceverà un’offerta per lui impensabile: unirsi agli excamerati che si sono accortamente riciclati nei servizi informativi della Repubblica nuova di zecca e a guida democristiana. Per continuare a combattere i “rossi”: con uno stipendio decente e senza correre troppi rischi. Edizioni e/o, 2009, 190 pagine, 16,50 euro.

In libreria di Licia Lanza

BABELE 56 Otto fermate nella città che cambia di Giorgio Fontana Un viaggio sulla 56, l’autobus che percorre dall’inizio alla fine via Padova, grande laboratorio d’integrazione, con otto fermate a raccontare altrettante vite di migranti arrivati a Milano con il loro bagaglio di esperienze, sogni e spe-

ranze per un futuro tutto da realizzare. Incontriamo il signor Gabriele, etiope con un negozio in zona Porta Venezia, il rapper tunisino Karkadan, Josè e Milca, peruviano lui e boliviana lei, oggi editori della famosa Guìa Latina, Kamal, giocatore semi professionista di cricket in Sri Lanka e qui custode in un condominio, oltre che allenatore. E ancora la storia di Liquin che si definisce una


banana perché se l’esteriorità è cinese – occhi a mandorla, capelli lisci – l’anima è tutta occidentale, oppure quella di Haung, anche lui cinese, che la domenica pomeriggio va a trovare gli anziani in un ospizio vicino a casa sua, un modo per migliorare il suo italiano ed allo stesso tempo tenere compagnia a persone spesso sole. Il viaggio termina con la bella scommessa dell’Orchestra di via Padova – il nome viene dall’omonima via in cui i quindici musicisti di nove nazionalità diverse si incontrano – che in una canzone sottolinea come la verità stia nelle cose che si fanno insieme. E’ una Milano nuova, in trasformazione, una Babele con nuovi volti, storie, progetti, una città che giorno dopo giorno si e ci arricchisce aprendo tanti piccoli mondi che altro non sono che la realtà che ci circonda. Anche questa, o forse soprattutto questa è Milano. Terre di Mezzo Editore, 2009, 7 euro

tre Cine, Hong Kong, Taiwan e Cina popolare. Sono stati selezionati dodici progetti di nuovi film di altrettanti autori (tra questi Wang Xiaoshuai noto per “Le biciclette di Pechino”) che mostreranno al pubblico anche i loro lavori precedenti. Si sovrappone in parte con Locarno l’altro grande festival estivo europeo (la Mostra Venezia quest’anno si sposta a inizio settembre), il Sarajevo Film Festival in programma dal 12 al 20 agosto. La prima edizione fu coraggiosissima nel 1995, ora dopo quindici edizioni e avere ospitato da Kevin Spacey a Bono a Jeremy Irons a Nick Nolte, la manifestazione si è consolidata come la principale dedicata al cinema del sudest Europa, oltre a essere una settimana che coinvolge l’intera città. In comune i due festival, Locarno e Sarajevo, hanno l’essere aperti, il diventare occasioni d’incontro tra addetti ai lavori e spettatori comuni: se la rassegna svizzera ha “la tradizione”, quella bosniaca ha la storia della città e il cuore, non a caso il logo è un cuore composto da due uncini rovesciati. La capitale della Bosnia è il luogo dove s’incontrano i cineasti di tutta l’area con uno spazio importante dedicato ai documentari. L’Italia nella stagione estiva manca un po’ di rassegne di livello dedicate a temi sociali, ambientali, politici. La complessità del mondo dei ragazzi e degli adolescenti emerge al festival di Giffoni (www.giffoniff.it) dal 15 al 25 luglio. Al Clorofilla film festival, tra il Parco di Pietra di Roselle e il Parco della Maremma in provincia di Grosseto (716 agosto), si parla di ambiente e dall’1 al 3 luglio a Roma, alla Casa del Cinema, c’è la seconda edizione del Festival Senza Frontiere -Without Borders.

In rete di Arturo Di Corinto

Libertà digitale non è avere un profilo nel libro delle facce Al cinema di Nicola Falcinella

Abbuffate di storie dal mondo. Ma non in Italia Bisogna andare a Locarno o a Sarajevo in agosto per osservare lo stato di salute del mondo dallo schermo del cinema. Un punto d’osservazione privilegiato, quello dello spettatore da festival. Abbuffate di storie da tutto il mondo per viaggiare da fermi e vedere storie e approfondire argomenti che di rado arrivano nelle sale commerciali. Locarno (5 – 15 agosto), sul lago Maggiore svizzero, è da sessantadue edizioni una tappa irrinunciabile di questa scoperta del mondo lontano / vicino. Negli anni ’40 il festival ticinese contribuì a consacrare il neorealismo, in anni più recenti ha fatto luce su Iran, Asia e America Latina. Oltre ai concorsi (nel 2008 vinse il messicano “Parque via”), quest’anno importante l’Open Doors dedicato alle

Nel caos indistinto della comunicazione globale si sente parlare di “culture digitali”, per indicare temi, pratiche, comportamenti, ormai trasversali: lo scambio di file musicali attraverso i circuiti del peer to peer, la disseminazione dei propri dati personali, gusti, tendenze, attraverso la moltiplicazione della propria identità nei social network, o la tendenza di gruppi consistenti a videogiocare in rete o a scambiarsi applicazioni per l'iPhone. Ma se non fosse paradossale dovremmo più propriamente parlare di “cultura materiale”, quella “cultura” che caratterizza i modi di essere quotidiani in certi ambienti. Sarebbe invece più appropriato parlare di cultura digitale quando tali comportamenti sono consapevoli e si ritrovano all'interno di gruppi sociali, quando sono legittimati da pratiche collettive, coerenti, ricorrenti. Ad esempio, quando lo scambio di file viene vissuto in maniera ludica ma consapevole con un pizzico di antagonismo e di ideologia antimonopolistica, quando insomma si rifiuta

moralmente la tutela del diritto d'autore almeno per com'è intesa oggi, tutta sbilanciata a favore delle major; quando la creazione di un profilo dentro Facebook serve a irradiare un messaggio politico, ecologista, femminista, a un pubblico fatto di amici di amici che sono i legami deboli attraverso cui arrivare al mondo; quando la scelta dell'iMac, dell'iPhone, dell'iPod è una scelta consapevole, contro Microsoft Windows, e altri sistemi operativi. Insomma le culture digitali esistono se sono consapevoli di se stesse, un po' come il concetto di classe di vecchia memoria. Allora se utilizziamo questo grimaldello concettuale, possiamo dire che le culture digitali oggi esistono e vengono dallo stesso ceppo: la cultura hacker dei dormitori universitari degli anni '60, come si è contaminata nella interazioni con i movimenti sociali, per i diritti umani e civili, attraverso l'uso degli stessi strumenti che ha contribuito a costruire: Internet e i suoi protocolli di comunicazione. Culture dietro le quali esiste una comunità, fatta di vincoli di fiducia, reciprocità, appartenenza. Che spesso hanno un dizionario comune, regole non scritte che delimitano il dentro e il fuori. E allora nonostante il successo dei social network, la forma più bassa di vita digitale, le culture digitali sono quella hacker, del software libero, dei diritti e delle libertà digitali. Comunità definite da un sentire comune, di chi si preoccupa se la rete viene colonizzata dalla pubblicità o se nei paesi autoritari ne viene ristretto l'uso, ma che anche denuncia l'esistenza del digital divide e cerca di colmarlo con iniziative di cooperazione nel sud del mondo o mettendo a disposizione risorse di comunicazione nel nord ricco; o ancora, persone in carne ed ossa che lavorano al recupero di computer obsoleti per dare una chance in più a un pianeta martoriato di rifiuti elettronici dove si combatte per le materie prime degli artefatti elettronici che con tanta facilità consumiamo. Non è detto che queste comunità, queste culture abbiano sempre un nome, chi vi appartiene si riconosce dall'odore. In Italia ad esempio esiste una vasta comunità di hacktivisti, attivisti della comunicazione che usano i computer e le reti telematiche per parlare al mondo e per parlarsi: di democrazia, di politica, di impiego attento delle risorse naturali. Esiste una vasta comunità di difensori della “Cultura come bene comune”, pronti a insorgere a ogni nuova legge che ne impedisca la fruizione collettiva; ci sono gli appassionati del mash-up e del remix, del deturnamento semiotico, strumenti di consapevolezza e di autoironia, ma anche gli avvocati che vogliono mantenere la rete libera e disponibile per la libera manifestazione del pensiero come detta la Costituzione. E poi ovviamente ci sono le culture del software libero, interessate da sempre a creare opportunità di comunicazione dove non ce ne sono, mettendo a disposizone di tutti un sapere collettivo fondamentale nella società dell'informazione. Come fanno quelli di Frontiere Digitali (http://www.frontieredigitali.it ) No, le “culture digitali” non hanno niente a che fare col libro delle facce. 33


Per saperne di più CIPRO

RALPH THOMAS, Il sole scotta a Cipro, Gran Bretagna, 1964 A Cipro, nel 1957, una ragazza americana è ospite sull'isola per motivi di studio. Un giorno è testimone di un atto terroristico: interrogata da un ufficiale inglese che indaga sull'accaduto si rifiuta di collaborare. La storia della strenua lotta per l’indipendenza dell’isola di Cipro dall’Impero britannico.

LIBRI

SITI INTERNET

SINAGRA AUGUSTO, La questione cipriota – La storia e il diritto, editore Giuffrè, Italia, 1994 Uno strumento tecnico, come un libro di diritto, ma importante per capire quello che è accafutno nel 1974 e come la vita dei ciprioti ne è risultata sconvolta per sempre. APRILE ROCCO, «Storia di Cipro», Argo editore, Italia, 2007 Un muro nel cuore dell’Europa. Perché le comunità greca e turca, da sempre l’una a fianco dell’altra, si trovano adesso divise da un muro? Cosa accadde dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna? Quali sono le responsabilità dei massacri e dell’attuale divisione? Un libro che tenta di ricostruire i fatti per offrire uno strumento di lettura e comprensione del conflitto. ULUDAG SEVGUL, Oysters with the missino pearls, Cipro, 2005 La giornalista turco-cipriota, con un coraggio che gli è valso riconoscimenti internazionali e minacce, ha raccolto le storie dei parenti dei desaparecidos di entrambi gli schieramenti. Storie terribili, di un dolore che una famiglia non riece a metabolizzare in mancanza di una tomba sulla quale piangere. DURRELL LAWRENCE, Gli amari limoni di Cipro, Gran Bretagna, Giunti editore, 2000 Durrell si trasferisca a Cipro, colonia inglese che ospita una forte comunità turca. Quando i ciprioti di origine greca chiedono l'annessione alla Grecia, i turchi e gli inglesi si oppongono e scoppiano disordini e terrorismo. Durrell diventa addetto stampa del governo e cerca di mediare tra i suoi connazionali e i tanti amici greci e turchi, ma questi vengono minacciati di morte se continueranno ad incontrarlo ed egli deve abbandonare l'isola. DONI ANTON FRANCESCO, La guerra di Cipro, Italia, Tirrenia-Stampatori editore, 2001 La grande suggestione esercitata dall'episodio storico della battaglia di Lepanto favorì la nascita di una copiosa produzione letteraria che si proponeva di celebrare la vittoria cristiana contro i Turchi. Tra le altre si colloca anche l'opera, finora inedita, di Anton Francesco Doni, "La guerra di Cipro", di cui tiene conto il presente saggio che inquadra la posizione dell'opera doniana all'interno sia di tale produzione, sia del dibattito sul genere epico. Correda il lavoro la riproduzione di sei disegni, di pugno dello stesso autore

FILM DERVIS ZAIMHEAT, Fango, Italia - Cipro, 2003 Ali, Temel, Halil e Aisha. In una Cipro ancora divisa, quattro amici turchi vivono nel desiderio di rappacificarsi con il passato. Ali prende parte ai progetti ONU di Temel, che mirano ad attenuare le tensioni tra le comunità greca e turca di Cipro. Un progetto prevede di trovare degli uomini le cui famiglie siano state uccise durante il conflitto etnico, per raccogliere e conservare i campioni del loro sperma. Accompagnati dalle storie della persone uccise, i campioni saranno poi esposti in una grande mostra. Temel, il coordinatore del progetto per la zona turca, durante la guerra aveva commesso degli omicidi di massa. Vorrebbe confessare dove ha nascosto i corpi, sepolti nella pozza di fango del vecchio lago salato. Ma la paura gli impedisce anche solo di avvicinarsi a quei luoghi. 34

http://www.kisa.org.cy/EN/index.html Il sito del Kisa center di Nicosia. Un’organizzazione non governativa che si batte da sempre per i diritti umani, sia per i casi riferiti al conflitto sia per i diritti dei migranti. Nata nel 1998, ha l’obiettivo di contribuire a creare a Cipro una società multiculturale e libera di contaminarsi. http://www.cyprusweekly.com.cy/main/default.aspx Un quotidiano popolare, ma che ha un buon sito in inglese che permette di seguire gli avvenimenti più discussi nelle piazze e nei caffè ciprioti. http://www.osservatoriobalcani.org/area/cipro La sezione di Osservatorio sui Balcani, realtà giornalistica nata dopo il conflitto nella ex Jugoslavia, dedicata all’isola divisa del Mediterraneo http://www.unficyp.org/nqcontent.cfm?a_id=1 Il sito della missione Onu che vigila sul cessate il fuoco e sostiene i negoziati tra il governo della parte turca e di quella greca http://www.cmpcyprus.org/nqcontent.cfm?a_id=1"http://www.c mp-cyprus.org/nqcontent.cfm?a_id=1 Il sito del Comitato per le Persone Scomparse a Cipro durante l'invasione turca a metà degli anni Settanta e i pogrom greci della metà degli anni Sessanta

BOLIVIA LIBRI FATTORI PAOLO, La federazione del Tropico: viaggio fra i cocaleros boliviani, Edizioni Edt collana Orme, 2000 Un diario di viaggio completo. Un percorso fra i cocaleros boliviani, la loro storia, le loro aspettative. Un libro vero, fuori da qualsiasi tipi di schema predefinito, che racconta di come sia difficile la vita di questi lavoratori da sempre discriminati all'interno del paese e internazionalmente considerati alla stregua di terroristi. ARMSTRONG KATE, Bolivia, Edizioni Edt ,2007 Un libro che affronta la storia del Paese. Dalla civiltà Tiwuanako ai giorni nostri passando per la conquista spagnola e le battaglie degli indios. Questo oltre che un fantastico librro è anche un'ottima guida in grado di accompagnare il turista in giro per il Paese e farlo conoscere al meglio. GUEVARA ERNESTO, Il diario del Che in Bolivia, Feltrinelli, 2005 Le pagine scritte dal Che durnate la sua permanenza in Bolivia dove aveva deciso di esportare la rivoluzione cubana per combattere il dittatore Barrientos. Un documento storico che lascia il lettore a bocca aperta soprattutto perchè non si tratta di un romanzo ma di una storia vera. STEFANONI PABLO, Evo Morales. Il riscatto degli indigeni in Bolivia.Sperling e Kupfer, 2007 Il riscatto sociale degli indigeni boliviani raccontato a partire dalla ribellione per difendere l'acqua e

il gas da scellerati accordi presi delle amministrazioni corrotte che hanno governato il Paese e lo hanno lasciato sul lastrico.

FILM SODERBERGH STEVEN, Che guerriglia, parte II, 2008. Nella seconda parte del famoso film interpretato da Benicio del Toro la storia della rivoluzione che il Comandante Ernesto Guevara voleva esportare in Bolivia. Un film che spiega la Bolivia di quel periodo e i motivi della lotta rivoluzionaria di un argentino trapiantato a Cuba. DIRDAMAL TIN, La guerra dell'acqua, Bolivia 2009 Un film sulla guerra dell'acqua scoppita sull'altipiano boliviano sei anni fa. La popolazione ha combattuto e vinto contro lo strapotere del governo e della multinazionale che aveva con esso firmato accordi sottobanco. Un film-documentario voluto fortemente dal regista di origini messicane e che prossimamente arriverà nelle sale europee.

SITI INTERNET http://www.noticiasfides.com E' una delle più importanti e autorevoli agenzie giornalistiche del Paese. Effettua servizio on line e per i maggiori quotidiani del Paese. Le notizie cercate e trovate dai suoi redattori, un gruppo unito e omogeneo di giovani, sono spesso usate da radio e televisioni. http://www.eldiario.net Le pagine web del quotidiano El Diario sono fra le più cliccate della rete boliviana. Notizie da tutto il paese e dall'estero, vengono divorate dalle migliaia di lettori che quotidianamente visitano il sito. La redazione di El Diario in una traversa della principale via del centro di La Paz è di quelle classiche dove il frastuono di telefoni, computer e rotative, costringe i visitatori a tapparsi le orecchie. http://www.larazon.com Un altro importante e seguitissimo quotidiano boliviano. Soprattutto a La Paz e Santa Cruz questo giornale può contare su un considerevole numero di lettori. http://www.bolivia.sudamerica.it Un sito davvero completo su tutto quello che riguarda la Bolivia. Un portale dedicato al paese andino, alla sua cultura, tradizione e storia. Inoltre si possono trovare innumerevoli informazioni su come arrivare in Bolivia e su cosa fare durante una vacanza che si rivelerà fantastica. http://www.comibol.gov.bo/"www.comibol.gov.bo Sito governativo della Corporacion Minera de Bolivia, azienda statale che controlla la produzione industriale del settore degli idrocarburi e dei minerali. Oggi, le sue pagine sono occupate soprattutto dai dati sull'estrazione di Litio. http://www.evaporiticosbolivia.com Sito relativo al pianeta Litio. Al suo interno si possono trovare interessanti dati sul progetto pilota che il governo ha messo in piedi per realizzare l'impresa del futuro: un'azienda capace di produrre carbonato di Litio per il mercato mondiale.


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