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mensile - anno 5 numero 2 - febbraio 2011

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Mediterraneo

Saskia Sassen Il lavoro è un diritto, banda di ladri Medio Oriente Medio Oriente in fiamme Grecia La virtù forzata di chi non ha soldi da spendere Serbia Scaffali ancora vuoti Africa La fame è un affare

poste italiane s.p.a. - spedizione in abb. postale - d.l. 353/2003 (conv. in l. 27/02/2004 n°46) art. 1, comma 1, LO/MI

Intervista Tunisia

Corea del Sud Lee Kyang Hae India Sterili terre Cina Peperoncini verdi e società armoniosa

Inserto: La crisi e l’Europa


EMERGENCY è una libera associazione di persone impegnate nella cura delle vittime della guerra e della povertà e nella promozione di una cultura di pace. Questo impegno nasce da una frequentazione quotidiana della sofferenza e dalla condivisione di un’idea: che esiste un’unica e sola umanità. Il lavoro di EMERGENCY – che in 16 anni ha curato oltre 4 milioni di persone – è una pratica di rapporti umani giusti e solidali, ispirati ai principi di eguaglianza, di qualità delle cure, di gratuità per tutti i feriti e gli ammalati.

Il mondo che vogliamo Crediamo nella eguaglianza di tutti gli esseri umani a prescindere dalle opinioni, dal sesso, dalla razza, dalla appartenenza etnica, politica, religiosa, dalla loro condizione sociale ed economica. Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli stati. Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un’equa distribuzione delle risorse. Vogliamo un mondo in cui i governi garantiscano l’eguaglianza di base di tutti i membri della società, il diritto a cure mediche di elevata qualità e gratuite, il diritto a una istruzione pubblica che sviluppi la persona umana e ne arricchisca le conoscenze, il diritto a una libera informazione. Nel nostro Paese assistiamo invece, da molti anni, alla progressiva e sistematica demolizione di ogni principio di convivenza civile. Una gravissima deriva di barbarie è davanti ai nostri occhi. In nome delle “alleanze internazionali”, la classe politica italiana ha scelto la guerra e l’aggressione di altri Paesi. In nome della “libertà”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro i propri cittadini costruendo un sistema di privilegi, basato sull’esclusione e sulla discriminazione, un sistema di arrogante prevaricazione, di ordinaria corruzione. In nome della “sicurezza”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro chi è venuto in Italia per sopravvivere, incitando all’odio e al razzismo. È questa una democrazia? Solo perché include tecniche elettorali di rappresentatività? Basta che in un Paese si voti perché lo si possa definire “democratico”? Noi consideriamo democratico un sistema politico che lavori per il bene comune privilegiando nel proprio agire i bisogni dei meno abbienti e dei gruppi sociali più deboli, per migliorarne le condizioni di vita, perché si possa essere una società di cittadini. È questo il mondo che vogliamo. Per noi, per tutti noi. Un mondo di eguaglianza.

EMERGENCY


Se controlli il petrolio controlli le nazioni, se controlli gli alimenti controlli i popoli Henry Kissinger, 1973

febbraio 2011 mensile - anno 5, numero 2

Direttore Maso Notarianni

Caporedattore Angelo Miotto

Redattori Gabriele Battaglia Christian Elia Luca Galassi Alessandro Grandi Enrico Piovesana Nicola Sessa Stella Spinelli

Hanno collaborato per i testi Sihem Bensedrine Blue & Joy Marco Luigi Cimminella Margherita Dean Gilberto Mastromatteo Karim Metref Gloria Riva Francesca Rolandi Alberto Tundo

Photoeditor Germana Lavagna Progetto grafico Guido Scarabottolo Oliviero Fiori Segreteria di redazione Silvina Grippaldi

Hanno collaborato per le foto Jonathan Davis Grycja Erde Soham Gupta Jeroen Hofman Gilberto Mastromatteo Nasser Nouri

Amministrazione Annalisa Braga Redazione e amministrazione Via Vida 11 20127 Milano Tel: (+39) 02 801534 Fax: (+39) 02 26809458 peacereporter@peacereporter.net

Edito da Dieci dicembre soc. coop. a r.l. Via Vida 11- 20127 Milano Reg. Trib. Milano n. 363 del 01/06/07 Foto di copertina: Germana Lavagna per PeaceReporter

Stampa Graphicscalve Loc. Ponte Formello - 24020 Vilminore di Scalve (Bg) Finito di stampare 10 febbraio 2011

L’editoriale di Maso Notarianni

Forza e coraggio l Mediterraneo, ma non solo quello, è sconvolto da una tensione che per anni ha covato e che oggi, finalmente, ha trovato delle strade per concretizzarsi nella trasformazione della società. Certamente l’impennata dei prezzi delle materie prime alimentari e dei carburanti ha avuto un peso determinante nel far scoppiare le rivolte popolari che hanno attraversato molti e importanti Paese nelle scorse settimane e che contagerà altri Paesi nelle settimane a venire. Qui da noi tutto tace, essendo quasi del tutto scomparsa la figura dell’intellettuale libero ed essendo scomparsa la rappresentanza politica. Il problema italiano è proprio questo. Siamo un Paese in crisi, sempre più verso il baratro. Un Paese in cui le risorse a disposizione della società e dei cittadini vengono prosciugate mentre vengono incrementate le indicibili ricchezze dei pochi potenti. Un Paese in cui il bene pubblico viene massacrato mentre viene sostenuta l’impresa privata persino in campi nei quali la parola profitto dovrebbe essere considerata alla pari di una bestemmia come la scuola, la sanità, le comunicazioni, i trasporti. Tutte cose che, se funzionano, più sono accessibili più contribuiscono in modo determinante alla crescita – anche economica – dei cittadini e persino delle imprese. Ma di questo apparentemente nessuno ragiona. Come nessuno racconta la vita di chi è stato espulso dalla crisi o dalla politica criminale e razzista dei governi che, negli anni, hanno scaricato il malcontento su innocenti capri espiatori. In tanti dicono che c’è urgenza e necessità di un sussulto di dignità. Noi siamo sussultati. E stiamo lavorando con tutta la nostra forza, tutta la nostra intelligenza e tutto il nostro entusiasmo su un nuovo grande progetto editoriale. Nel quale metteremo la nostra professionalità – oltre al nostro “privato” - al servizio di una idea “banale”, che è quella scritta sul Manifesto di Firenze. Vorremmo che foste con noi, in questo nuovo progetto. Ma vorremmo ancor più contagiarvi, affinché faceste altrettanto.

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Pubblicità Via Vida 11 20127 Milano Tel: (+39) 02 801534 Fax: (+39) 02 26809458 peacereporter@peacereporter.net

Serbia a pagina 28

Cina a pagina 24

Corea del Sud a pagina 17

Distribuzione in libreria Joo Distribuzione - via F. Argelati 35, 20143 Milano - Tel 028375671

Servizio abbonamenti e arretrati Picomax S.r.l. Via Borghetto 1 - 20122 Milano. Tel 0277428040 - fax 0276340836 Informativa abbonamenti: Ai sensi dell’Art. 13 del D. Lgs. 196/03 informiamo che i dati forniti saranno trattati da Picomax Srl in qualità di responsabile del trattamento, nonché da Dieci dicembre soc. coop. a r. l. titolare del trattamento, per le seguenti fiinalità: invio abbonamento della rivista PeaceReporter e invio di materiale promozionale inerente i prodotti di Dieci dicembre soc. coop. a r. l. Gli abbonati hanno diritto di esercitare i diritti di cui all’Art. 7 del D. Lgs. 196/03 inviando una email a privacy@picomax.it L’informativa completa è disponibile sul sito di Picomax: www.picomax.it

India a pagina 22 Grecia a pagina 26

Scritti, disegni e fotografie anche se non pubblicati non verranno resi.

Tunisia a pagina 8, 12 e 16 3


Intervista

Una feroce selezione di Nicola Sessa

L'aumento dei prezzi dei generi alimentari ha scatenato sanguinose rivolte in Tunisia e grandi manifestazioni in molte parte del Medio Oriente, dall’Algeria, all’Egitto, alla Giordania. Questa continua corsa al rialzo dipende da cause naturali (siccità, mancanza di risorse, squilibrio tra l'offerta e la domanda) o, forse, è la conseguenza di un speculazione finanziaria? Lo abbiamo chiesto a Saskia Sassen, professore di Sociologia della Columbia University, uno dei massimi esperti del settore.

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on è per cause naturali. Si stanno utilizzando le risorse naturali a tutto vantaggio dei Paesi ricchi: si produce cibo, si estraggono metalli e acqua per destinarli al mondo occidentale con la conseguenza che agricoltori e interi villaggi vengono spazzati via. Negli ultimi quattro anni, dal 2006, circa trenta milioni di ettari sono stati acquistati da governi stranieri e da imprese, comprese banche d’affari e società finanziarie. Soprattutto in Africa ma anche in America Latina, Ucraina, Russia, Cambogia, Vietnam. Queste operazioni finanziarie riqualificano il “territorio” trasformandolo in un sito di sfruttamento per le risorse piuttosto che come “spazio” di una nazione. Sto studiando questo processo come parte di un più ampio progetto: “Le logiche di espulsione”. Ritengo che una delle caratteristiche del sistema attuale sia l’espulsione delle persone dal sistema economico - che avviene attraverso il sempre crescente numero di persone che non hanno mai avuto un primo 4

impiego, e il progressivo impoverimento della classe media nelle società ricche. Ci troviamo in una fase di grandi trasformazioni. Dal mio punto di vista stiamo assistendo a una massiccia ristrutturazione dell’economia globale che provoca - questo il cardine del processo - un “riposizionamento” di gran parte dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia Centrale: i governi indeboliti dalla corruzione e la distruzione delle economie locali - in alcuni di questi Paesi - hanno facilitato questa nuova polarizzazione.  Su queste basi poi, sta nascendo una nuova fase di economie di sopravvivenza (vedi di Saskia Sassen “Territorio, autorità e diritti”, Bruno Mondadori Editore, 2009 in cui l’autrice affronta queste problematiche, ndr). In alto: Archivio Ifpri. In basso: Saskia Sassen. Archivio PeaceReporter


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Quanto incidono il fenomeno della conversione dei terreni agricoli in monocolture ai fini industriali e il cosiddetto “land grabbing”? Se si volesse fare una stima prudente del valore delle terre “riqualificate”, l’Ifpri (International Food Policy Research Insitute) calcola che possa essere quantificabile in un range che oscilla tra i venti e i trenta miliardi di dollari: un valore dieci volte superiore al pacchetto di misure urgenti per l'agricoltura recentemente annunciato dalla Banca Mondiale e di quindici volte in più del fondo varato dagli Stati Uniti per la sicurezza alimentare.  La conversione fa parte dello sbilanciamento verso usi industriali, compresa la produzione alimentare su larga scala. Ma in questo discorso ricade anche la trasformazione di foreste - habitat di una grande varietà di flora e fauna - in piantagioni, determinando così la distruzione di interi ambienti biologici e “l’espulsione” di interi villaggi e piccaori. Non c’è dubbio che queste operazioni costituiscano un puro investimento:  quando una società finanziaria decide di acquistare - per esempio - quarantamila ettari in Ucraina, non lo fa perché nell’oggetto sociale sia compresa l’attività agricola, lo fa per investire capitali.  Alcuni esempi possono aiutare a capire meglio: l'Africa rimane il principale teatro strategico per questi tipi di acquisizioni; la Corea del Sud e gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato accordi rispettivamente per l’acquisto di seicentonovantamila ettari e quattrocentomila ettari in Sudan.  Gli investitori sauditi stanno spendendo cento milioni di dollari per aumentare la produzione di grano, orzo e riso su terreni ceduti in locazione dal governo etiope, ottenendo inoltre l’abolizione di dazi e tasse per riportare i raccolti in Arabia Saudita. La Cina si è aggiudicata i diritti per coltivare palma da olio per biocarburanti su 2,8 milioni di ettari in Congo - la piantagione di olio di palma più grande del mondo.  E sono in corso negoziazioni per coltivare biocarburanti su due milioni di ettari in Zambia.  E in altre parti del globo? Sicuramente parliamo di proporzioni ridotte rispetto a quanto accade in Africa, ma il fenomeno si sta diffondendo rapidamente anche in altre aree come nei territori della ex Unione Sovietica - in particolare in Russia e Ucraina - che stanno diventando anch’essi oggetto di massicce acquisizioni da parte di società straniere.  Solo nel 2008, la società svedese, Alpcot Agro, ha acquistato centoventottomila ettari in Russia, la sudcoreana Hyundai Heavy Industries ha pagato 6,5 milioni di dollari per una quota di maggioranza della Khorol Zerno, società che possiede diecimila ettari nella parte orientale della Siberia; Morgan Stanley ha acquistato quarantamila ettari in Ucraina; gli investitori del Golfo stanno programmando l’acquisto di Pava, la prima industria russa di lavorazione del grano a essere posizionata sui mercati finanziari, che attraverso la vendita del quaranta percento del comparto terriero darebbe ai sauditi l’accesso a cinquecentomila ettari. E infine ci sarebbe il Pakistan che ha offerto mezzo milione di ettari agli investitori del Golfo con la promessa di fornire un esercito di centomila uomini a protezione dei terreni.  Stiamo assistendo all'ultimo atto di una guerra contro i poveri? Sì, stiamo assistendo è una feroce selezione tra vincitori e vinti.  Si fa ricorso allo sfruttamento delle persone e delle risorse per generare superprofitti a vantaggio di una piccola elite globale. Si tratta di un ritorno selvaggio all’accumulazione primitivo (ndr, si legga a questo proposito l’articolo di S. Sassen “A savage sorting of winners and loosers”, che si può scaricare dal sito saskiasassen.com).   Quando ha avuto inizio e quali sono i contorni di questa lotta? Tutto ha avuto inizio alla fine della Guerra Fredda.  Dopo un periodo di redistribuzione di ispirazione keynesiana nelle economie di mercato, gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo primario nel riordino radicale del capitalismo. L’esperienza keynesiana ha portato all’ampliamento di alcune logiche secondo cui le persone vengono classificate come lavoratori e consumatori. Nella fase di capitalismo avanzato in cui ci troviamo, manca questo tipo di valutazione. Negli ultimi due decenni si è registrato una forte crescita del numero di Paesi come l'India e la Cina. Cosa intende con “espulsi”? Io uso il termine “espulso” per descrivere una varietà di condizioni: il numero crescente dei poveri, degli sfollati ammassati in campi profughi, delle minoranze e perseguitati nei Paesi ricchi rinchiusi nelle prigioni, dei 6

lavoratori i cui corpi vengono distrutti sul posto di lavoro e resi esausti già in giovane età, braccia forti che sarebbero utili al mondo del lavoro stipate in ghetti e baraccopoli. La mia tesi è che questa massiccia “espulsione” è il segnale di una ben più profonda trasformazione del sistema che ci sta portando in una nuova fase del capitalismo globale.  Siamo al punto in cui la crisi finanziaria ha colpito anche i bisogni primari dell'umanità intera? Sì, sicuramente  Quali sono i fattori che potrebbero determinare il corso di questa lotta nell’immediato futuro? In primo luogo, bisogna tener conto che la crescente domanda globale di cibo - che ha subito un’impennata in seguito al boom della classe media in Asia - ha fatto sì che gli investitori vedano la terra e il cibo come fonti di profitto. In questo momento ci troviamo di fronte a un mercato globale agro-alimentare controllato da grandi imprese e da alcuni governi; un settore - quello alimentare - che ha registrato una forte crescita durante tutto l’arco della crisi finanziaria.  In queste circostanze, i prezzi possono essere controllati a piacimento.  In secondo luogo, bisogna considerare la domanda di metalli e minerali di ogni specie e una richiesta (del tutto nuova rispetto al passato) di metalli e minerali finora poco sfruttati che proviene dal settore dell'elettronica. L’Africa, che è il continente meno densamente popolato e cementificato, è diventata una destinazione chiave per gli investimenti nel settore minerario.  In terzo luogo, vi è la crescente domanda di acqua e l'esaurimento delle falde acquifere in diverse aree del mondo.  Quarto, e non ultimo, è il forte decremento degli investimenti diretti esteri nel settore manifatturiero africano.  Siamo già al “punto di non ritorno”? Esiste una possibilità perché tutti possano avere accesso alle risorse per la sopravvivenza? Oggi siamo chiamati a confrontarci con un panorama umano ed economico che viaggia su una struttura a doppia elica. Da un lato abbiamo il riutilizzo del terreno caratterizzato da una crescente complessità organizzativa e tecnologica, incarnato nelle esperienze evolute delle città globali nel Nord e Sud del pianeta. Dall’altro, un mix di condizioni che si traduce in un surplus crescente di persone e in una distesa di territorio devastata dalla povertà e dalle malattie, dai vari tipi di conflitti armati a cui si sommano governi resi immobili dalla corruzione e un sistema del debito internazionale paralizzante, che impediscono - a coloro che dovrebbero agire - di rispondere alle esigenze di tutti. 

Saskia Sassen è professore all’Istituto Robert S. Lynd di Sociologia e co-presidente della Committee on Global Thought alla Columbia University. I suoi libri usciti recentemente in italiano sono “Territorio, autorità, diritti: Assemblaggi dal Medioevo all’età globale” (Princeton University Press, 2008), pubblicato in Italia da Bruno Mondadori Editore; “Una sociologia della globalizzazione” (WWNorton, 2007), pubblicato da Einaudi. Da Il Mulino è stata pubblicata la terza edizione di “La città nell’economia globale” (Sage, 2006). Ha organizzato e curato per l'Unesco un progetto di cinque anni sulla produzione sostenibile di insediamenti umani, con una rete di ricercatori e attivisti in oltre trenta Paesi. Il risultato della sua attività di ricerca è stato raccolto in uno dei volumi dell’Enciclopedya of Life Support Systems (Oxford, Uk: Eolss Publishers). I suoi libri sono tradotti in ventuno lingue. È consulente di diverse direzioni editoriali e di vari organismi internazionali. È membro del Council on Foreign Relations, membro della National Academy of Sciences Panel on Cities, e presiede la Information Technology and International Cooperation Committee of the Social Science Research Council. I suoi commenti sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian, The New York Times, Le Monde Diplomatique, l'International Herald Tribune, Newsweek International, OpenDemocracy.net, Vanguardia, Clarin, Financial Times. Il suo sito è www.saskiasassen.com


Dal 1994 portiamo assistenza medico-chirurgica gratuita a tutte le persone che vedono negato il loro diritto a essere curate. Dal 1994 abbiamo assistito più di 4 milioni di persone nei principali teatri di guerra del mondo.

Costituzione della Repubblica Italiana/ Principi Fondamentali/ Art.11 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Dal 1994 cerchiamo di far sentire una voce di umanità e di solidarietà che sia più forte della voce delle bombe e della violenza. Chiediamo il rispetto dell’Articolo 11 della nostra Costituzione perché l’Italia ripudi davvero la guerra. Dateci una mano anche voi. RICHIEDI LA NUOVA TESSERA 2011 AI VOLONTARI DI EMERGENCY O ATTRAVERSO IL SITO http://tessera.emergency.it/

EMERGENCY

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Reportage Tunisia

La “rivoluzione dei gelsomini” di Gilberto Mastromatteo Il traghetto per Tunisi lascia il porto di Trapani attorno alle 11, con qualche ora di ritardo. È il 13 gennaio e le notizie che arrivano dall’altra parte del Mediterraneo non sono affatto tranquillizzanti. La sommossa popolare, in Tunisia, dura già da circa un mese. dare il via alle proteste, il 17 dicembre, è stato un giovane venditore ambulante di Sidi Bouzid, città agricola nella depressa Tunisia centrale. Si chiama Mohamed Bouazizi. La polizia gli ha sequestrato il banco di ortaggi, perché non possiede la licenza necessaria. Mohamed non ne può più, è uno dei tanti giovani disoccupati, spesso in possesso di un titolo di studio, che compongono la Tunisia di oggi. Decide di darsi fuoco davanti al palazzo municipale. Morirà dopo un’agonia durata venti giorni. La notizia fa scalpore e genera una veloce escalation alimentata dal malcontento popolare per la disoccupazione, la censura sui mass media e la dilagante corruzione del regime di Zine El-Abidine Ben Ali. Ad andare in fiamme è dapprima Sidi Bouzid, quindi le altre città limitrofe, come Gafsa, Thala e Kasserine. La polizia spara, a terra restano oltre settanta morti in pochissimi giorni. È proprio tra il 12 e il 13 gennaio che la protesta raggiunge i quartieri periferici della Capitale, come Ettadhamen, convincendo il Raìs a decretare il coprifuoco, tra le venti e le sei del mattino. A bordo della nave la preoccupazione si taglia con il coltello. Ci sono molti tunisini che ritornano a casa, ci sono imprenditori italiani, ci sono persino turisti. Uno dei televisori è sintonizzato su Rai Uno, il telegiornale delle tredici espone il volto del sottosegretario agli esteri, Stefania Craxi, che parla di cooperazione, sostenendo il buon governo di Ben Ali. Qualcuno sghignazza. “Non avete capito quello che è in atto - afferma Khaled, giovane studente universitario di ritorno a casa - il regime di Ben Ali ha ormai i giorni contati”. Fuori dagli oblò si intravede già la sagoma della Capitale, dalla quale si alzano varie colonne di fumo. Il paesaggio è spettrale, sulla route de La Goulette alle sei del pomeriggio non c’è neanche un’auto. Il coprifuoco inizia alle venti, ma già nel pomeriggio è difficile trovare qualcuno per strada. L’albergo si trova di fronte alla sede della televisione nazionale, piantonata da una decina di poliziotti armati di mitra.

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Poi, attorno alle venti, il capo dello Stato compare in televisione. Annuncia la fine del coprifuoco, promette maggiore libertà di espressione, promette trecentomila nuovi posti di lavoro. Per la prima volta in ventitre anni, parla in dialetto tunisino, cercando di recuperare una vicinanza con il proprio popolo, che tuttavia appare già irrimediabilmente compromessa. L’illusione dura una sola notte, quella tra il 13 e il 14 gennaio. Le vie di Tunisi sembrano tornare alla tranquillità, gruppi di ragazzi procedono insieme, con l’effige del presidente in bella vista. Per tutta la sera la televisione nazionale manda in onda immagini di auto in carosello con i clacson spiegati, quasi a sottolineare la riappacificazione tra regime e popolo. Ma non è così. Che si tratti di una minoranza molto rumorosa lo capiamo il giorno seguente, il 14 gennaio 2011. Anche se nessuno può immaginare che proprio quello sarà il giorno della caduta del regime. ono le prime luci dell’alba quando in avenue Bourguiba, il boulevard centrale della città, si sono già radunate circa ventimila persone. E questa volta cori e striscioni sono tutti contro il leader. “Ben Ali dégage” grida la folla, “Ben Ali vattene”. Gli slogan sono espliciti: “Freedom”, “Yes we can”, “Ben Ali, game over”. La manifestazione, cui prendono parte avvocati, medici e professionisti, dura per tutta la giornata, mentre giunge la notizia che l’odiata first lady Leila Trabelsi, è già scappata verso Dubai. “Vogliamo che se ne vada anche lui - urla Nidhal, giovanissima studentessa di Giurisprudenza - non ci muoveremo da qui finché non avrà abbandonato il Paese”. Come lei sono tante le donne che prendono parte alla protesta. La grande e importante presenza femminile sarà uno dei tratti distintivi di quella che passerà alla storia come “la rivoluzio-

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Manifestanti in Tunisia. Tunisia 2011. Foto di Gilberto Mastromatteo per PeaceReporter


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ne dei gelsomini”. La situazione precipita nel pomeriggio. La polizia inizia a sparare in aria per disperdere la folla. Ma i manifestanti mantengono la posizione. È il segno che la rivolta si sta trasformando in rivoluzione. Dopo poche ore, attorno alle diciannove, giunge la notizia che il presidente è volato via da Tunisi. Rifiutato sia da Malta che dalla Francia, è riparato in Arabia Saudita. Il regime è decapitato. Il rapido passaparola coinvolge l’intera nazione, che senza neppure rendersene conto si avvia verso uno dei momenti più difficili della sua storia. Il governo passa dapprima nelle mani del primo ministro Mohammed Ghannouchi, quindi in quelle del presidente del Parlamento, Fouad Mebazaa. L’esercito prende in consegna l’ordine pubblico della Capitale, facendosi sin da subito garante della sicurezza per le strade. Viene ripristinato il coprifuoco, questa volta tra le diciasette e le sette del mattino. Carri armati e filo spinato fanno la loro comparsa per le vie del centro storico, come non era mai successo prima a Tunisi. Di fronte ai maggiori alberghi e alle banche si posizionano i mezzi blindati dell’esercito con tanto di artiglieria spianata. Gli altri si premuniscono schermando le vetrine con tavole di legno. La notte peggiore è proprio quella tra il 14 e il 15 gennaio. A partire dalla sera violenti scontri e saccheggi interessano quasi ogni zona del centro di Tunisi, da avenue Bourguiba, ai quartieri residenziali di Ariana e Al Ouina, fino a lambire le zone turistiche di Sidi Bou Said e il porto della Goulette. Auto bruciate compaiono quasi ovunque per le strade di Le Kram. Altre, fresche di concessionaria, restano parcheggiate lungo la route de La Goulette, che taglia in due il lago di Tunisi, fino al porto commerciale. Provengono dall’autosalone di uno dei membri della famiglia presidenziale. “Lo aveva costruito su un terreno di proprietà dell’azienda statale per l’energia elettrica - racconta Yosra, la cui abitazione sorge poco distante - a Sidi Bou Said i Trabelsi hanno costruito regge, in barba a qualsiasi permesso. É questa l’ingerenza che alla fine la gente non ha più accettato”. er le strade di Tunisi il giorno dopo la cacciata del Rais si sente l’odore acre del fumo degli incendi che si sono sviluppati quasi in ogni quartiere. Ma è l’odore dell’entusiasmo. “Ora siamo finalmente liberi. Ora non abbiamo più paura”, urla in strada Maher, uno dei ragazzi di avenue Bourguiba, quello che è diventato in breve tempo il luogo simbolo della rivolta di Tunisi. Ventitré anni e una laurea in Medicina, l’espressione di quella generazione che ha fatto tremare il regime di Ben Ali, fino a farlo crollare. “Sono nato che lui era già al potere. Oggi per noi inizia una Tunisia nuova”. Ma sarà davvero tutto diverso? Maher continua a sorridere: “Lo sarà, deve esserlo - esclama - vogliamo nuove elezioni in tempi brevi. Altrimenti questa faticosa conquista, che ci è costata così tanto sangue, potrebbe venire vanificata”. L’umore della Capitale è un misto di euforia e preoccupazione, difficile da descrivere. L’effige dell’ormai ex presidente viene strappata dalle pareti dei palazzi e data alle fiamme. Nei bar ci accolgono volti sorridenti: “Adesso possiamo parlare liberamente di politica - dice Mohamed, seduto ad un caffè, accanto al Theatre Municipal - prima dovevamo sussurrare”. A pochi metri da lui un negoziante di televisori contempla disperato il proprio locale svuotato e dato alle fiamme: “è questa la rivoluzione che volevamo?” grida senza risposte. La domanda successiva se la pone Habib, l’unico coiffeur che ha avuto il coraggio di alzare la saracinesca: “Chi c’è dietro tutto questo? Sono contento per il mio popolo, ma allo stesso tempo ho paura che questa grande vittoria possa venire strumentalizzata”. Altrove non si fa mistero di temere un colpo di mano militare, per quanto l’esercito sia ormai chiaramente solidale con la popolazione civile. Nei quartieri di Barcelone, Farhat Hached e Habir Thameur sono decine le vetrine frantumate e i roghi sull’asfalto, mentre lunghe code iniziano ad allungarsi fuori dai pochi forni e negozi di generi alimentari rimasti aperti. “Il pane e il latte sono quasi introvabili - dice Meriem, giovane mamma con un bimbo in braccio e uno per mano - siamo preoccupati, perché non abbiamo idea di quanto potrà durare questa situazione”. Gli elicotteri sorvolano continuamente le strade più commerciali, nei pressi della Medina. Nel frattempo inizia la caccia all’uomo nei confronti degli appartenenti alla guardia di sicurezza privata dell’ormai ex presidente.

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Circa settemila uomini, i cosiddetti fedelissimi, tacciati di voler mantenere il disordine nella Capitale. Nella giornata del 16 gennaio due violentissimi conflitti a fuoco tra militari e pretoriani del Raìs si sviluppano vicino alla sede del Ministero dell’Interno e soprattutto nel palazzo presidenziale di Cartagine. Alla fine prevale l’esercito. Stessa sorte tocca ai componenti dell’odiato clan della moglie di Ben Ali, Leila Trabelsi. Specie dopo la rivelazione pubblicata dalla stampa, secondo cui l’ex first lady sarebbe fuggita da Tunisi con una tonnellata e mezza di lingotti d’oro. Murad Trabelsi, cognato dell’ex presidente finisce in manette. Peggio va a Imed, nipote di Leila, ucciso con una pugnalata, in circostanze ancora oscure. I regolamenti di conti si moltiplicano, mentre per strada, anche nelle ore di coprifuoco, prendono forma spontaneamente dei comitati di sicurezza. Sono per lo più ragazzi, gli stessi “gelsomini” che hanno animato la rivolta. Indossano una maglia bianca e sono armati di manganello. Vigilano sugli sciacalli e sui brandelli dell’ex regime in fuga, con il beneplacito dell’esercito. “Noi siamo la vera Tunisia - dice Tarek, uno di loro - non quelli che stanno distruggendo la città”. ncontriamo una giornalista locale, si chiama Frida Dahmani, del Groupe Jeune Afrique e parla di quello che si auspica potrà essere il nuovo corso mediatico: “Finora dovevamo aver paura a parlare per telefono, per via delle intercettazioni - spiega - anche solo firmare un articolo equivaleva ad assumersi dei rischi. Da oggi in poi sono convinta che tutto andrà diversamente”. E in effetti, la rivoluzione, accompagnata dal web, inizia subito ad essere visibile sia sulla stampa sia sul piccolo schermo. La televisione di Stato cambia logo. Via il vecchio numero 7, che indicava il 7 novembre 1987, data dell’insediamento di Ben Ali alla guida dello Stato arabo. Al suo posto la dicitura “televisione nazionale tunisina”. Il network al-Arabiya, nei giorni immediatamente successivi il 14 gennaio, ospita un dibattito cui prendono parte quattro blogger tunisini, quelli che il Raìs aveva messo fuori legge. Sul tavolo il ruolo giocato da social network e siti come facebook, twitter e youtube, nel portare alla ribalta internazionale una protesta che il vecchio regime aveva cercato di nascondere il più possibile, attraverso la censura sistematica. “Quello che è successo in Tunisia - dice uno dei giovani blogger - ha dimostrato che il blackout dell’informazione non è più possibile. Ognuno dei manifestanti, con un semplice telefono cellulare dotato di video-camera, era un potenziale giornalista. Ben Ali è stato deposto da un popolo armato di tecnologia”. Un popolo che anche nei giorni successivi dimostrerà di non accontentarsi di una vittoria a metà. La Tunisia torna in piazza già a partire da lunedì 17, rifiutando il governo di unità nazionale proposto dal premier Ghannouchi. Cinque ministri, tra cui tre membri dell’Ugtt, il maggiore sindacato tunisino, si dimettono dall’esecutivo di transizione. Nessuno vuol più vedere in posizioni di comando alcun membro della Rcd, il Raggruppamento Costituzionale Democratico guidato dal presidente in fuga. Si annunciano nuove elezioni, prima nel giro di due mesi, poi di sei. L’Onu garantisce la presenza dei propri osservatori internazionali. L’incertezza è massima. Il dibattito che sta riguardando il dopo-Ben Ali torna a chiamare in causa anche i partiti di sinistra che fino ad ora erano stati estromessi dalle competizioni elettorali come il partito comunista, il movimento Ettajdid (Rinnovamento ex comunista), il Pdp, il Fronte democratico per il lavoro e le libertà (Fdtl), oltre a varie figure indipendenti. Dal lungo esilio in Francia, torna Moncef Marzouki, storico leader del Congresso per la Repubblica (Cpr), appartenente alla sinistra laica. E torna a sedersi su quello stesso tavolo anche il partito islamico, messo anch’esso fuori legge da Ben Ali. Il futuro appare quanto mai difficile da decrittare, gli interessi internazionali in gioco sono molteplici e la continuità nella rivoluzione resta ora tutta nelle mani del popolo tunisino, chiamato a scegliere liberamente, per la prima volta nella sua storia, i propri governanti. Un popolo che nel momento in cui scriviamo, si appresta a ricordare, con tre giorni di lutto nazionale, i morti (oltre cento) che sono rimasti sul campo.

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In alto e in basso: Manifestanti in Tunisia. Tunisia 2011. Foto di Gilberto Mastromatteo per PeaceReporter


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Commento

Il lavoro è un diritto, banda di ladri di Sihem Bensedrine ''Durante i suoi ventitre anni di regno, Ben Ali ha dimenticato le regioni interne del Paese; ora i dimenticati della Repubblica si sono ricordati della sua buona memoria!''. È così che l'economista Abdeljelil Bedoui commenta gli scontri che sono scoppiati a Sizi Bouzid e aggiunge: ''Questi movimenti di protesta popolare si sono innescati in una regione che registra il record di 32,3 percento di disoccupazione, il più alto del Paese. Questi giovani sono trattati con disprezzo, umiliati dalle autorità e non trovano ascolto né un ambito in cui esprimersi''. uesta parte della Tunisia nascosta dietro gli indicatori economici presentati come competitivi, ha riversato la sua collera sul Paese, macchiando di sangue l'immagine di una Tunisia "piccola isola di un miracolo economico e modello di riuscita per i Paesi in via di sviluppo" realizzato sotto gli auspici di un "Presidente benevolo". "Il lavoro è un diritto, banda di ladri!" è lo slogan di questa rivolta che si è sollevato come un polverone in tutto il Paese, spingendo al primo posto tra le preoccupazioni popolari la questione della corruzione che imperversava intorno al presidente Ben Ali e che si è diffusa in tutta l'amministrazione. Tutto è cominciato con un gesto di disperazione di un giovane diplomato disoccupato, Mohammed Bouazizi, che ha tentato di suicidarsi dandosi fuoco davanti alla sede del Governato di Sidi Bouzid. Il suo banco di venditore di ortaggi al mercato era appena stato distrutto, per l'ennesima volta, dalla polizia, un lavoro precario che esercitava per evitare di ammazzare il tempo ciondolando tra i bar della cittadina e per non spillare soldi alla propria madre. Questi poliziotti cercavano di ricattarlo, come fanno con tutti i venditori ambulanti del mercato, e la punizione per il rifiuto di sottomettersi al loro racket è la distruzione della mercanzia. Loro stessi sottopagati e sbarcano il lunario estorcendo denaro ai cittadini. I loro superiori li incitano a queste pratiche per poterli gestire meglio. Così non c'è più spazio per i sentimenti, per coloro che sarebbero inclini a rifiutare lavori sporchi. Il cinismo si spinge fino al punto di farli imprigionare e obbligarli a pagare sanzioni amministrative per poi reinserirli nel circuito, senza dubbi sulla loro sottomissione. È così che tra il 2009 e il 2010, milletrecento funzionari di polizia sono stati oggetto di inchieste amministrative per corruzione e abuso di potere. Il sistema è quindi percepito dalla maggior parte della popolazione come altamente corrotto. Uno studio compiuto per il Global Financial Integrity (Gfi), ha mostrato che le fughe di capitali illeciti sono cresciute in Tunisia sino a circa diciotto miliardi di dollari. Una somma che coprirebbe la totalità del debito estero del Paese! Dopo Sidi Bouzid sono seguiti Menzel Bouzayan, Mazzouna, Meknessi, scandendo i medesimi slogan contro la corruzione e la tirannia del potere.

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La reazione ufficiale è stato un giro di vite autoritario, con l'ordine di sparare sulle folle inferocite, uccidendo tre giovani (alla fine saranno almeno cento le vittime) e ferendo centinaia di manifestanti, buona parte dei quali non può essere trasportata negli ospedali a causa dei posti di blocco della polizia che impediscono il traffico su tutte le strade. Gli arresti dei giovani si contano a centinaia e viene decretato il coprifuoco. Nel giro di due settimane, si organizzano movimenti di solidarietà in tutte le città del Paese (Jendouba, Le Kef, Feriana, Kairouan, Kasserine, Gafsa, Djerba, Sfax, Monastir, Sousse, Tunisi) e degenerano in confronti con le forze dell'ordine, che hanno represso con mano pesante le manifestazioni pacifiche. Ai giornalisti è stato impedito di seguire gli avvenimenti, coloro che hanno tentato di fare il proprio lavoro sono stati aggrediti con violenza o arrestati. attacco più grave però è stato contro gli avvocati. Il 31 dicembre, gli avvocati dovevano portare un bracciale rosso su indicazione del Consiglio Nazionale dell'Ordine, in segno di solidarietà, ma sin dall'alba, tutti i tribunali del Paese sono stati assediati dalla polizia, che ne ha impedito l'accesso agli avvocati. Numerosi avvocati sono anche stati aggrediti e feriti, in particolare le loro vesti sono state strappate nei tribunali di Gafsa, Jendouba, Mahdia, Djerba, Monastir, Sousse, Sfax e soprattutto a Tunisi, dove gli avvocati feriti sono stati numerosi. Il Consiglio dell'Ordine ha indetto una giornata di sciopero per il 6 gennaio in seguito alle aggressioni della polizia avvenute nei tribunali. L'Unione regionale del sindacato di Sidi Bouzid, a sua volta, ha annunciato uno sciopero generale per il 12 gennaio. Alla fine hanno vinto.

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Sihem Bensedrine, giornalista e scrittrice, a lungo perseguitata dal governo tunisino per la sua lotta in difesa della libertà di stampa e dei diritti umani. Scrittrice di romanzi, redattrice di varie testate giornalistiche indipendenti, vive ora in esilio in Germania. Dirige un giornale in internet, “Kalim”a, tuttora proibito in Tunisia. In alto e in basso: Manifestanti in Tunisia. Tunisia 2011. Foto di Nasser Nouri


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Medio Oriente

Medio Oriente in fiamme di Christian Elia ''Paesi disintegrati, popoli in rivolta. I cittadini arabi si chiedono se gli attuali regimi sono in grado di affrontare questi cambiamenti, se sono in grado di porre fine alle sofferenze dei popoli arabi.'' Non sono le parole di un rivoluzionario, ma quelle di Mohammed al-Sabah, ministro degli Esteri del Kuwait. e ha pronunciate aprendo i lavori, a Sharm el-Sheikh, in Egitto, del primo vertice dei leader arabi dopo il moto popolare che ha posto fine ai ventiquattro anni di dominio assoluto di Ben Alì, in Tunisia. Uno choc per molti vicini e per regni e governi arabi lontani. Una sorpresa che, per molti, rischia di avere un effetto contagioso, dal Marocco al Golfo Persico. Le misure straordinarie, nei giorni della rivolta tunisina, non si sono fatte attendere. Nella speranza, per tanti governi decennali, che basti calmierare i prezzi dei beni di prima necessità per tenere buone popolazioni sempre più povere e affrante. Dalla guerra, dalla fame, ma anche (come ha dimostrato proprio la Tunisia) dalla mancanza di libertà di espressione. La prima risposta che i Paesi arabi hanno dato alla più grande crisi politica interna dai tempi della rivoluzione di Nasser in Egitto è, per il momento, tutta legata ai prezzi. In Egitto sono tre le persone che si sono date fuoco, in Algeria almeno dieci. Uno in Mauritania. Emuli, a prima vista, di Mohammed Bouazizi, il ventiseienne tunisino che si è tolto la vita diventando il simbolo della 'rivoluzione dei gelsomini'. I Paesi più esposti al 'rischio contagio' sembrano di sicuro quelli confinanti con la Tunisia. In Egitto, prima che accadesse quello che tutti sanno, la popolazione protesta contro i tagli ai sussidi statali per la benzina e il cibo, voluti dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dall'Agenzia Usa per lo Sviluppo Internazionale (Usaid). Tagli che hanno intaccato un aiuto essenziale per tante famiglie egiziane. Nel 2008 erano scoppiati violenti scontri tra polizia e dimostranti, passati alla storia come 'la guerra del pane', che costarono la vita ad almeno dieci persone. In Algeria sono stati tanti, come detto, i giovani che si sono dati fuoco, chiedendo lavoro e dignità. Il ministro per gli Affari Religiosi algerino, Abdelkaber Lechab, ha dovuto emettere una fatwa ad hoc, nella quale ribadisce il divieto di suicidarsi, come fosse questione di teologia e non di fame. L'agenzia statale algerina per il grano, più pragmatica, ha acquistato circa un milione di tonnellate di frumento da distribuire a tutta la popolazione. Secondo le associazioni di categoria, in Algeria, i prezzi di zucchero e benzina sono aumentati del trenta percento in una settimana. Il Ministero del Commercio ha subito ritirato la tassa introdotta di recente sui beni alimentari. La gente era scesa in piazza, in contemporanea con quello che accadeva in Tunisia, ad Algeri, Orano, Tipaza, Djelfa, Ouargla, Blida, Annaba, Costantina e in Cabilia. La Libia ha deciso subito di abolire tutte le tasse sulle importazioni dei prodotti alimentari, in particolare per quelli essenziali e per il latte in polvere

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per i bambini. Per non correre rischi, per altro, il colonnello Gheddafi ha rifiutato di ospitare direttamente Ben Alì in fuga dalla Tunisia. Già la prima notte di incidenti in Tunisia, il re della Giordania, Abdullah II, ha tirato giù dal letto i suoi parlamentari per far votare in tutta fretta una manovra straordinaria del valore di duecentoventicinque milioni di dollari per creare posti di lavoro e per ridurre i prezzi dei generi di prima necessità. L'opposizione islamista, però, non si accontenta e chiede le dimissioni del governo. A Damasco il presidente siriano Bashir al-Assad ha fatto stanziare un contributo mensile del valore di undici dollari per più di quattrocentomila famiglie che vivono in condizioni disperate. rema anche lo Yemen. Il regime di Alì Abdullah Saleh è sottoposto a un'enorme tensione. I profughi somali, i ribelli sciiti, i secessionisti del Sud, la penetrazione di al-Qaeda. Mai, però, in questo quadro complesso, era stata messa in discussione la sua leadership che dura dal 1990. Ecco che invece si annunciano manifestazioni nella capitale Saan'a per chiedere le dimissioni di Saleh, l'uomo che ha riunificato il Paese e l'ha governato con pugno di ferro. Anche un Paese come l'Oman, da sempre tranquillo, ha visto scendere in strada almeno due mila persone. Hanno chiesto stipendi più alti e un maggior controllo dei prezzi. Una rabbia che non è estranea neanche alle ricche monarchie del Golfo. Il Kuwait, dando seguito alle parole del suo Ministro degli Esteri, ha promesso di investire non meno di ottocento milioni di dollari in razioni alimentari a favore di tutti i cittadini del reame. Una rabbia, però, che come ha dimostrato la Tunisia non è solo economica. Masse di disoccupati, migliaia di giovani, magari laureati, prigionieri di società dove tutta la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi. Senza speranza e senza libertà. Presto per dire se un vento nuovo soffia sul Nord Africa e il Medio Oriente, ma dai fatti della Tunisia la paura ha fatto ingresso nei palazzi dei potenti. Una tensione nuova rispetto agli ultimi decenni, dove dittature sclerotizzate hanno goduto dell'appoggio europeo e americano, sfruttando la presunta lotta all'integralismo islamico (Ben Alì e Mubarak, ne erano ritenuti campioni) per reprimere ogni forma di dissenso. Un grande capovolgimento è iniziato. Sarà interessante vedere dove va a finire.

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In alto: Manifestanti in Tunisia. Tunisia 2011. Foto di Nasser Nouri


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Commento

Esplosioni controllate di Karim Metref Sidi Bouzid, centro della Tunisia. Mohamed Bouazizi, ventisei anni, povero, disoccupato, con studi superiori alle spalle, si ritrova a vendere verdure abusivamente sul marciapiede. Le forze dell'ordine gli sequestrano la sua merce. otrebbe sembrare una scena banale di quotidiana povertà. Ma è una di troppo. Mohamed Bouazizi, come molti giovani magrebini, considera che ormai non ha più niente da perdere e per protesta si immola con il fuoco, in pubblico. Lui muore tra atroci sofferenze, ma da ai giovani tunisini il coraggio di sollevarsi e scontrarsi con il regime che li soffoca da ormai vari decenni. Stesso scenario in Algeria o quasi. Quello di Mohamed è il destino di tantissima gioventù magrebina. Le famiglie investono nello studio dei figli, si sacrificano sperando di dare loro un futuro migliore, alla fine si va a finire “chòmeur diplomé” (disoccupato con titoli). A questo aggiungi la corruzione profonda dei regimi e dei loro apparati, a tutti i livelli, il divario crescente tra ricchi e poveri, l'arroganza della classe arricchita a spese del popolo, la violenza della polizia e dell'esercito, i livelli di disoccupazione che superano il cinquanta percento tra i giovani, la crisi degli alloggi, l'incapacità di fondare una famiglia e farla vivere in dignità, le scuole che si deteriorano sempre di più... Ci sarebbe di che suicidarsi tutti i giorni... e in massa. In effetti il gesto di Mohamed ha scatenato in Tunisia (di solito così tranquilla) un'onda mai vista di proteste. I giovani non hanno più niente da perdere e lo fanno capire benissimo. I casi di automutilazioni e suicidi spettacolari si moltiplicano. La gente per le strade affronta le forze armate a mani nude. I morti cadono ma la protesta non accenna a calmarsi. In Algeria è il rialzo improvviso di alcuni generi alimentari a scatenare il finimondo. Il rialzo è solo una causa scatenante, la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno da tempo. È riduttivo chiamare le proteste della Tunisia e dell'Algeria “proteste del pane” o addirittura “dell'olio e zucchero”. Sono proteste di profondo malessere. Sono proteste non per chiedere pane ma dignità, per contestare un intero sistema. Ma di proteste così in Nord Africa se ne vedono spesso. In Algeria addirittura sono decine all'anno le sommosse. In Tunisia, gli anni scorsi c'è stato una vera e propria insurrezione popolare nel bacino minerario di Gafsa. In Marocco, poche settimane fa, c'era il “Protest Camp” dei Sahraoui di Laayoun, che sono usciti dalla città per andare ad isolarsi in mezzo al deserto. Movimento pacifico represso selvaggiamente dalle forze dell'ordine. Quello che succede nel Magreb è quindi nella normalità, in qualche modo. Sono anni che i popoli della regione cercano vie per uscire dall'oppressione. Invece quello che non è normale è l'improvviso interesse dei media internazionali a queste faccende. Si potrebbe pensare che i “network” fanno solo il loro lavoro e quando succede qualcosa di interessante lo raccontano. Ma non è così. In realtà non raccontano tutto e non sempre con la stessa intensità. Basta pensare a come le lapidazioni, queste pratiche barbare, sono denunciate ampiamente quando è l'Iran a compierle. Invece quando è l'Arabia Saudita ad

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organizzarle (e lo fa spesso) non se ne parla, assolutamente. Basta chiedersi ma allora perché quasi nessuno ha sentito parlare delle proteste di Gafsa e Radayef, l'anno scorso in Tunisia? Perché l'insurrezione della Cabilia, in Algeria, durata due anni (2001, 2003) e costata centocinquanta morti non è stata raccontata da alcuno. Perché il “Protest Camp” Sahrawi è stato ignorato da tutti, comprese le Tv francesi che oggi vanno in centro di Sidi Bouzid per trasmettere in diretta? Non si capisce esattamente cosa, ma qualcosa si è evidentemente rotto negli equilibri al potere nei due Paesi. I due dittatori sono vecchi e malati. I due regimi ormai sono impresentabili e rischiano un collasso per cause naturali. Un collasso che porterebbe a risultati che nessuno può prevedere. Allora per evitare l'incertezza forse qualcuno, da dentro e da fuori ha deciso di organizzare una sorta di esplosione controllata. Il potenziale esplosivo c'è. È la rabbia e la frustrazione. Bastava aspettare la prima scintilla e accompagnare l'onda d'urto per dirigerla dove si vuole farla arrivare. li equilibri in Africa stanno cambiando velocemente. Quella che era una volta riserva di caccia occidentale è oggi invasa da nuovi cacciatori: cinesi in testa, ma anche coreani, turchi, iraniani.... Per due decenni gli interessi francesi e statunitensi si sono scontrati sul Continente generando guerre civili, genocidi, colpi di stato... E lasciando nello stesso tempo spazio aperto per nuove potenze neocoloniali. Oggi (anche questo ce lo rivela Wikileaks) sembra abbiano deciso di rimettersi insieme, come al buon vecchio tempo della Guerra Fredda. Rimettersi insieme vuol dire rimettere ordine nelle classi dirigenti locali. Forse ci vuole una nuova classe dirigente, più presentabile, più efficace, ma sempre fedele al campo occidentale. Ma rimescolare le carte, creare nuovi equilibri, non sempre corrisponde al gusto di chi ha il potere. La riorganizzazione di questi sistemi genera scontri, sangue, dolori, tensioni, insicurezza... Ciò che bisogna sperare, e ciò su cui bisogna lavorare, se si vuole premere per una soluzione giusta, che sia a favore di quei giovani, di quei lavoratori che stanno facendo crollare questi sistemi corrotti e corruttori, è, secondo me, dimostrare solidarietà con i giovani in lotta. Dimostrare che l'interesse continua anche quando i media internazionali avranno deciso di spegnere i loro riflettori. Bisogna creare spazi d'incontro, di dibattito, di scambio. Cercare di far uscire questi giovani dall'isolamento in cui sono volutamente tenuti, tra i sistemi polizieschi e le forze oscurantiste integraliste.

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Karim Metref, algerino della Cabilia, insegnante, educatore, giornalista e scrittore. Da sempre impegnato nell'attivismo per i diritti culturali dei Berberi e per l’accesso ai diritti democratici in Algeria. Il suo blog è: karim-metref.over-blog.org


La crisi e l’Europa La scure sullo stato sociale

a cura di Gloria Riva

l vecchio continente e lo stato sociale. La crisi finanziaria, poi economica, è franata sulla classe media e sugli strati più poveri dei singoli Paesi. Le rivolte che si stanno svolgendo, o covano, alle diverse latitudini del pianeta hanno tutte storie diverse. È il contesto politico e dei diritti fondamentali la variabile più significativa. Ma il detonatore spesso risiede nelle condizioni base del vivere quotidiano. Laddove volano i prezzi per i beni di prima necessità, quando la speculazione aiuta a gonfiare i listini, creando enormi profitti per pochi e grandi sofferenze per tanti. Con una particolarità da tenere in debito conto: spesso le condizioni sociali di sofferenza che sfociano nelle grandi notizie di rivolta o di protesta sembrano sparire una volta terminata l'emergenza di ordine pubblico. Le notizie lasciano il circolo mainstream dell'informazione. Il problema pare cadere nell'oblio.

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ome sta allora, l'Europa? La scelta è stata quella di analizzare i dati statistici per capitoli precisi della copertura pubblica per il sistema di welfare in Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Grecia, Spagna e Portogallo. Il 'nocciolo duro' di un'istituzione che nel corso degli anni si è allargata a Est. Alla fine i numeri dicono una cosa netta: si salvano i pensionati e i malati, per il resto c'è solo da sperare di non aver bisogno del sostegno pubblico. I capitoli di Welfare analizzati sono politiche attive relativamente a flexicurity (orribile neologismo che unisce sicurezza e occupazione), ammortizzatori sociali e politiche per il lavoro, giovani, sanità, pensioni, istruzione, università, famiglia.

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La crisi e l’Europa


La crisi e l’Europa


Storia Corea del Sud

Lee Kyang Hae

di Angelo Miotto “Ho 56 anni - esordisce Lee - sono un fattore della Corea del Sud: abbiamo tentato di risolvere i nostri problemi da soli, con una grande speranza nelle organizzazioni contadine. Ciò nonostante, in generale, ho fallito, come ha fallito la maggior parte dei dirigenti contadini negli altri Paesi'”. oco dopo la firma dell'Uruguay Round (il negoziato del General Agreement on Tariffs and Trade che diede origine alla World Trade Organization, nata nel 1995, ndr) -continua il sindacalista- noi, i contadini coreani e io, ci rendemmo conto che il nostro destino non era più nelle nostre mani”. “In più -si legge ancora- impotenti, non abbiamo potuto fare nulla più che vedere arrivare le onde che distruggevano le nostre comunita' rurali, radicate nel territorio da centinaia di anni. Ho tentato di individuare le vere ragioni che spieghino la sorgente della forza di queste onde. Sono arrivato alla soluzione, qui a Ginevra, alla porta della Wto, e sto gridando a voi (ai responsabili dell'Omc, contro i quali stava conducendo uno sciopero della fame, ndr) le parole che mi ribolliscono nell'animo da molto tempo”. “Per chi state negoziando ora? - chiede Lee - Per il popolo o per voi stessi?”. Lee punta il dito sulla riforma agricola coreana, ispirata ai dettami neoliberisti, che ha aperto le frontiere e aumentato la produttività di alcune aziende agricole. “Ma l'incremento - continua - semplicemente ha aggiunto più volume in un mercato a offerta sovrabbondante, nel quale i beni importati hanno occupato la fascia dei prezzi più bassi”. Il problema è che, in osservanza ai dettami neoliberisti, ai contadini coreani non venivano e non vengono dati sussidi sufficienti per reggere la concorrenza dei prodotti occidentali, sussidiati a più non posso: “A volte -

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ricorda Lee - si sono registrate cadute nei prezzi quattro volte superiori al normale. Quale sarebbe la tua reazione se il tuo stipendio all'improvviso si riducesse del cinquanta percento senza che tu ne comprenda il motivo?”. ee descrive poi il disastro causato da queste politiche nelle sue amate campagne (era un allevatore, e aveva lasciato le sue vacche per dedicarsi all'attività sindacale): fattorie abbandonate, emigrazione verso le città, debiti e bancarotta per chi resta attaccato alla terra degli avi. “Una volta - ricorda il sindacalista - sono accorso verso una casa in cui un contadino si era tolto la vita bevendo del veleno per i debiti che non poteva pagare. Non ho potuto fare altro che ascoltare le urla di dolore della moglie. Come ti sentiresti al mio posto?”. “Quando vedo questo disastro - continua Lee - penso alle persone grasse che vivono nelle città dell'Occidente. Carità? No, lasciateci tornare a lavorare! Gli esseri umani sono in pericolo, a causa della mancanza di controllo sulle multinazionali e su un manipolo di funzionari della Wto che ci portano a una globalizzazione inumana, esiziale per l'ambiente, assassina e antidemocratica. Devono fermarsi subito, perché altrimenti la logica falsa del neoliberismo ucciderà la diversità nell'agricoltura, il che sarebbe un disastro per tutti gli esseri umani”.

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Analisi

Fame di profitto di Enrico Piovesana Il mondo sta entrando in una crisi alimentare peggiore di quella del 2008. Allora l'impennata globale dei prezzi dei generi alimentari scatenò 'rivolte del pane' in decine di Paesi poveri e fece aumentare di duecentocinquanta milioni, in un solo anno, il numero di chi soffriva la fame nel mondo: un incremento mai registrato nella storia dell'umanità. Anche nei Paesi ricchi la crisi causò un forte aumento dell'insicurezza alimentare: negli Stati Uniti il numero delle persone con difficoltà ad acquistare cibo sufficiente aumentò di tredici milioni in un anno. al dicembre 2010 l'indice dei prezzi agricoli della Fao ha superato il picco del giugno 2008, e sta continuando a crescere senza sosta. Proteste e rivolte popolari sono già scoppiate in Mozambico, Giordania, Egitto, Tunisia, Algeria, Yemen e Sudan. Oggi, come allora, i mass-media spiegano il fenomeno con cause naturali: dalla siccità che ha colpito un anno fa l'Argentina, agli incendi della scorsa estate in Russia, fino alle recenti inondazioni in Australia: raccolti distrutti, crollo dell'offerta, boom dei prezzi. Ma le numerose inchieste seguite alla crisi alimentare di tre anni fa (come il Rapporto Levin-Coburn, redatto nell'estate 2009, dopo un anno di studi, dalla sottocommissione permanente d'indagine del Senato americano) hanno dimostrato che il boom dei prezzi alimentari non aveva nulla a che vedere con la scarsità delle scorte alimentari provocate da fattori naturali né con problemi nella catena dei rifornimenti: la produzione mondiale di grano del 2008, infatti, era stata da record storico, con decine di milioni di tonnellate di frumento rimaste invendute (diciotto milioni di tonnellate nei soli Stati Uniti) per i prezzi troppo alti. La causa andava invece ricercata, ieri come oggi, nelle spregiudicate manovre finanziarie speculative operate dai mercati internazionali sulle cosiddette food commidities. '”Abbiamo cibo sufficiente per sfamare tutti gli abitanti di questo pianeta, ma l'accesso al cibo è distorto dai mercati”, dichiarava nel 2008 in piena crisi alimentare Achim Steiner, direttore del World Food Programme delle Nazioni Unite. “La situazione è degenerata a causa dalle compagnie che fanno investimenti speculativi nel mercato alimentare approfittando del prevedibile andamento dei prezzi”, denunciava nello stesso periodo Jean Ziegler, Relatore speciale sul diritto all'alimentazione per la Commissione sui diritti dell'uomo delle Nazioni Unite. Data la sovrabbondanza di scorte alimentari, i fattori climatici e i disastri ambientali incidono in misura minima sull'andamento dei prezzi del comparto alimentare. Siccità e inondazioni possono provocare dei modesti trend inflazionistici, non picchi come quello del 2008 o quello a cui stiamo assistendo in queste settimane. Tali impennate sono artificialmente causate da chi specula scommettendo sulle prosecuzione di quei trend inflattivi ‘naturali’, finendo con l'accentuarli in maniera esponenziale. I principali strumenti finanziari di questa speculazione sono titoli legati a panieri di prodotti alimentari, le food commidities: chi ci investe guadagna quando i

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prezzi di quei prodotti aumentano, e più gente investe più i prezzi aumentano, in una veloce spirale al rialzo che non ha nulla a che fare con il reale commercio di quei prodotti. ‘Bolle alimentari’ gonfiate quindi da shock di domanda (virtuale), non di offerta. a prestigiosa rivista americana Harper's ha pubblicato l'anno scorso un'approfondita inchiesta intitolata ‘La bolla alimentare: come Wall Street ha affamato milioni di persone e l'ha fatta franca’ che spiega la genesi di questo fenomeno. Furono i banchieri di Goldman Sachs, nel 1991, a osare ciò che nessuno aveva mai osato prima, ovvero trasformare anche il cibo (il grano, il riso, il mais, la soia, lo zucchero, il latte) in un astratto strumento finanziario utile a produrre profitti dal nulla. Nacque in quell'anno il Goldman Sachs Commodity Index (Gsci), presto affiancato da analoghi indici messi appunto dai tecnici di trading di JP Morgan, Chase, Aig, Bear Sterns, Barclays, Pimco, e Oppenheimer. Negli anni successivi, la lobby finanziaria americana convinse la commissione governativa Usa di vigilanza sul commercio dei commodity future a innalzare, praticamente a cancellare, i limiti di legge sui volumi di contrattazione di titoli speculativi alimentari. A quel punto, tutto era pronto per l'assalto alla diligenza: c'erano le armi e la garanzia di impunità. Bastava solo aspettare l'occasione giusta. La prima arrivò nel 2007 con una serie di siccità, con il caro-petrolio che fece aumentare i prezzi dei fertilizzanti e con la crisi finanziaria che servì ad attirare gli investitori verso un ‘bene rifugio’ sicuro come il cibo. La seconda è arrivata nel 2010 con una straordinaria serie di catastrofi ambientali, ideale per sollevare una nuova ondata speculativa. Il nuovo boom dei prezzi alimentari provocherà la morte per fame di altri milioni di persone e metterà in ginocchio le già deboli economie dei Paesi poveri: per le ciniche leggi di mercato questo non è solo un effetto collaterale di poco conto, ma un'ulteriore opportunità di profitti. Subito dopo la crisi alimentare del 2008, infatti, le multinazionali del settore agrochimico e biotecnologico (Monsanto, Cargill, DuPont, Syngenta, Dow, Basf, Bayer) hanno realizzato enormi profitti nei Paesi poveri vendendo le loro sementi geneticamente modificate come soluzione al problema della sicurezza alimentare. La fame si è rivelata un ottimo business. Per chi ha fame di profitto.

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In alto: Archivio PeaceReporter. In basso: Foto di Nasser Nouri


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Africa

Africa, la fame è un affare Di Alberto Tundo Oggi in Algeria e Tunisia, lo scorso settembre in Mozambico, ancora prima in Egitto e domani chissà dove ancora. Il fantasma delle food riots spaventa molti Paesi in un Continente, l'Africa, in cui l'aumento vertiginoso dei prezzi dei prodotti alimentari si sta dimostrando una stortura strutturale, più che un problema congiunturale. dire il vero, le stesse scene di violenza e disperazione si sono già viste: basti pensare ai fatti del Mozambico, dove a settembre la decisione del governo di aumentare del trenta percento il prezzo del pane aveva incendiato le piazze. Anche lì si contarono dei morti, tredici. Non i primi e nemmeno gli ultimi, purtroppo. Il problema sta progressivamente diventando emergenza, soprattutto adesso che il numero delle persone malnutrite o denutrite nel mondo ha superato la spaventosa soglia del miliardo. Soltanto mercoledì 5 gennaio, l'agenzia delle Nazioni Unite competente sulla politica agricola e alimentare, la Fao, ha diffuso una nota in cui mette in guardia da un imminente food price shock, un'impennata inflazionistica che colpirà i segmenti più esposti delle popolazioni dei Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo: ci si sta pericolosamente avvicinando al quadro in cui maturò la crisi alimentare del 2008, sostengono gli esperti dell'Onu, mentre alcuni dati dicono chiaramente che il sistema si sta dirigendo verso un altro crash. Nel giugno del 2008, il prezzo del paniere di riferimento utilizzato dall'agenzia aveva raggiunto i 213,5 punti: adesso ha toccato i 214,7 punti. Colpa della crescita dei prezzi di grano, zucchero, olio vegetale e carne.

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La situazione si sta facendo esplosiva ovunque nel continente. I prezzi stanno aumentando in Sudan, dove la imminente secessione del Sud cristiano ha resuscitato lo spettro di una nuova guerra civile: qui il numero di cittadini che si trovano ad essere tagliati fuori dal mercato è in forte crescita. Lo stesso accade in Costa d'Avorio, alle prese con una grave crisi politica. In Niger, mentre l'estate scorsa la fame falcidiava centinaia di persone e di capi di bestiame, si poteva trovare merce invenduta nelle bancarelle dei villaggi. Anche in Guinea Bissau solo pochi mesi fa la locale associazione dei consumatori di beni e servizi (Acobes) diffondeva dati inquietanti: i prezzi di carne e pesce tra agosto e settembre sono aumentati del settantacinque percento; l'aglio è passato da duemila a quattromilacinquecento franchi Cfa al chilo. Cinquanta chili di zucchero a metà agosto costavano quindicimila Fcfa, ma il mese successivo bisognava sborsare ventisettemila franchi, quasi il doppio. Se l'emergenza non è diventata catastrofe è solo perché in Africa i raccolti sono stati più che soddisfacenti, come certificato dall'International Food Policy Research Institute (Ifpri) e perché si è mantenuto stabile il prezzo del riso, parte imprescindibile della dieta di circa tre miliardi di persone in Asia e Africa. Eppure il quadro è preoccupante quasi ovunque: in Namibia, gli economisti già l'estate scorsa avevano previsto per l'inverno "un aumento molto significativo dei prezzi di 20

carne, frutta, ortaggi e prodotti a base di mais". In Sudafrica, non è solo la congiuntura internazionale ad avere messo in moto una spirale inflazionistica, ma anche gli aumenti salariali concessi dal governo dopo un'estate di scioperi a oltranza, e i rincari di benzina ed elettricità. Qui, la Heskom Holdings Ltd, che produce il novantacinque percento dell'energia consumata nel Paese, ha previsto un aumento del venticinque percento delle tariffe ogni anno per tre anni. Ma l'osservato speciale resta l'Egitto, che le rivolte per il pane le ha conosciute già nel 2008. Gli economisti, che stanno esaminando i dati di dicembre, lasciano trapelare che l'inflazione media registrata alla fine dello scorso anno potrebbe attestarsi tra un 14 e un 15,5 percento, mentre quella di pane e cereali avrebbe toccato il venti percento. a buona produzione agricola del Continente ha solo mitigato gli effetti di una ripresa del consumo mondiale, ora che molte delle principali potenze economiche si stanno lasciando la recessione alle spalle. Ma l'Africa è penalizzata anche dalla corsa ai biocarburanti, che ha fatto impennare i consumi di grano, zucchero, oli vegetali e grano. E la situazione peggiorerà, dal momento che secondo le proiezioni dei demografi dell'Onu nei prossimi quaranta anni un numero sempre maggiore di persone abbandonerà le campagne per trasferirsi in città: aumenteranno le bocche da sfamare, diminuiranno le braccia impiegate in agricoltura, come anche la terra disponibile, a causa del land grabbing. Dulcis in fundo, si fa per dire, la speculazione: negli Stati Uniti, nel 2010, i futures su grano e mais sono saliti rispettivamente del quarantasette e del cinquanta percento; la Cargill, una delle società leadership nel mercato delle commodities agroalimentari, tra settembre e novembre dello stesso anno ha visto triplicare i profitti. Banca Mondiale e Wto spingono per una maggiore produttività e una parallela liberalizzazione: le due ricette che hanno trasformato l'Africa in un Continente incapace di sfamarsi. La sua produzione va all'estero. Lo dice senza mezzi termini l'economista Anuradha Mittal, dell'Oakland Institute, una ong americana: il sistema alimentare mondiale è pensato per produrre profitti, non per nutrire le persone. Nel mondo ci sono un miliardo di persone che soffrono la fame, ma ce n'é un altro miliardo in sovrappeso, trecento milioni dei quali decisamente obesi. “Gli africani svendono la terra, esportano caffè, cotone, fiori e ora anche cibo, contemporaneamente soffrono la fame”, conclude la studiosa.

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Foto di Energy for All 2030.


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India

Sterili terre di Marco Luigi Cimminella Con malcelata nostalgia Ramesh Naik ricorda il tempo della sua giovinezza, quando il cielo generosamente forniva l'acqua necessaria a coltivare la terra e quando tutti condividevano le proprie risorse, per il benessere dell'intera comunità. Ma questi, ormai, sono ricordi di un passato vago e lontano. amesh ha dovuto vendere le sue ultime capre per venire incontro alle esigenze della propria famiglia. Solo della sua famiglia. Nessun contadino è più in grado di fornire aiuto al proprio vicino, in quanto la sua stessa vita è a rischio. Una speranza, quella di sopravvivere, che aveva ormai abbandonato Naryamaswamy Naik. Piccolo proprietario dell’Andhra Pradesh, non riuscendo a pagare i debiti contratti, aveva visto, nel suicidio, l’unica via d’uscita. Ha così ingerito una dose di pesticidi, morendo di fronte allo sguardo supplicante e impotente della moglie e dei figli. Sono tante le persone che, come Naryamaswamy, operano questa tragica scelta. Non potendo servire gli interessi maturati sui propri debiti, molti agricoltori, abbandonati alla propria esasperazione, decidono di togliersi la vita. Il metodo più utilizzato è trangugiare pesticidi. Solo a Vidharbha, nella regione del Maharashtra, ogni anno si suicidano quattromila contadini: in media, dieci ogni giorno. Le storie di Ramesh e Naryamaswamy sono emblematiche della crisi agricola che il reporter, Alex Renton, specializzato nelle politiche alimentari dei Paesi emergenti, ha documentato durante un viaggio in India. Con il suo aiuto, abbiamo cercato di sviscerare questo triste fenomeno economico-sociale. Le ragioni dell'enorme indebitamento sono radicate in due fattori, connessi al processo di globalizzazione: l'aumento dei costi di produzione e la caduta dei prezzi dei prodotti agricoli. Particolarmente esaustiva è la questione del cotone. Approfittando dei magri raccolti dovuti ai periodi prolungati di siccità e strumentalizzando il desiderio delle masse contadine di migliorare i propri standard di vita, alcune imprese multinazionali hanno promosso la vendita di “sementi miracolose”, lavorate in laboratorio, in grado di garantire raccolti più generosi ed economicamente più redditizi. Ma le aspettative degli agricoltori indiani sono state subito brutalmente ridimensionate. Difatti, le sementi vendute dalle corporation erano state geneticamente modificate affinché le piante non producessero nuovi semi. Dato le normative stringenti in materia di proprietà intellettuale, imposte dal Wto ai Paesi membri, i contadini erano costretti ogni anno ad acquistare nuovamente la materia prima dalle aziende che, detenendone il brevetto, esercitavano il proprio potere monopolistico. Una volta piantati, i semi artificiali necessitavano di pesticidi e fertilizzanti molto costosi. E in mancanza di sussidi statali, i contadini erano costretti a rivolgersi agli usurai per ottenere dei prestiti, sui quali venivano applicati tassi d’interesse da estorsione, spesso anche al cinquanta per cento. In più, questa politica agricola ha abbattu-

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to la sua fredda scure sulla biodiversità. La monocoltura del “Bt cotton”, introdotta dal colosso Monsanto, ha rimpiazzato le coltivazioni di legumi, miglio e olio di semi. L'uniformità e la produzione industriale è stata così preferita alla varietà delle risorse naturali alimentari. Piogge “premature” e periodi di siccità potevano in questo modo rivelarsi letali, e non solo per i raccolti. Si stima infatti che, fino ad oggi, si siano suicidati duecentomila contadini: in pratica, ne muore uno ogni trenta minuti. L'eliminazione delle barriere tariffarie alle importazioni, imposta dal Wto, e i generosi sussidi, che i Paesi occidentali erogavano per foraggiare l'attività dei propri agricoltori, hanno comportato un aumento dei prezzi al dettaglio nei Paesi meno sviluppati. La conseguenza è stata il suicidio di massa e l'abbandono dei campi. l villaggio di Surah na Kheda, nel Rajasthan, descritto da Renton, era abitato solo da donne e ragazze, anziani e neonati. Uomini e bambini si erano recati nella capitale, Jaipur, in cerca di lavoro. “La terra ormai è sterile” ha spiegato Prabhati Devi, cinquantenne, sottolineando che quattro dei suoi sette figli erano andati in città. Giunto a Jaipur, Renton ha incontrato molte persone nei cantieri, pronti, all'occorrenza, a svolgere qualsiasi mansione richiesta da dirigenti e imprenditori. In molti, affamati, dormivano sotto un cavalcavia. I più fortunati venivano assunti a 2,15 dollari al giorno, per imbiancare una casa in un quartiere della capitale. In un' altra zona, invece, due donne trasportavano cemento e mattoni sulla testa, a meno di un dollaro al giorno, mentre un bambino, denutrito, sonnecchiava nella polvere, vicino ad una betoniera. Per dipingere un quadro completo della situazione, le cause ecologiche da sole non bastano. Siccità e piogge intempestive ostacolano la coltivazione della terra. Ma le politiche neo-liberiste e i monopoli hanno reso queste crisi ambientali micidiali. In tale ambito, secondo Renton, si inserisce la questione dell'aumento del prezzo delle cipolle. Certo, parte delle responsabilità deve essere imputata alle piogge impreviste di novembre. Ma le condizioni atmosferiche devono essere integrate con le speculazioni operate dalle multinazionali, che influenzano a loro piacimento i prezzi per trarne profitti maggiorati. Nel vano tentativo di saziare un appetito insaziabile, imperi finanziari hanno distrutto, in un solo colpo, l’identità, la cultura, la terra e la linfa vitale di un intero Paese.

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Foto di Soham Gupta


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Cina

Peperoncini verdi e società armoniosa di Gabriele Battaglia Pechino, mercato di strada. "Sono un pensionato e dico che i prezzi sono fuori controllo. Il governo afferma una cosa ma i commercianti non ci sentono. Se le autorità decidono qualche misura, questi qui si inventano subito un trucco per aggirarla". engo dall'Henan. Quando ho comprato questi peperoncini verdi, li ho pagati nove mao (cioè 0,90 yuan, circa 0,10 euro, ndr) al jin (circa seicento grammi, ndr). Se li porto qui al mercato, il mio costo sale già a uno yuan e quindici, ma posso venderli solo a un prezzo compreso tra nove mao e uno yuan. Alla fine ci perdo tra i quattro e i cinquemila yuan”. Due voci contrapposte, due facce della stessa medaglia. Nella Cina del boom l'inflazione galoppa. Non solo i peperoncini verdi, ma anche carote, cetrioli e melanzane sono aumentati del dieci percento e più nelle ultime settimane. Di meno, ma è cresciuto pure il maiale, alimento base e sinonimo di benessere psicofisico per ogni cinese: basti dire che il carattere di "famiglia" o "casa" rappresenta un maiale sotto un tetto. Clienti contro commercianti, si rischia la guerra di tutti contro tutti. Ed è proprio quello che il governo vuole evitare. Le ragioni dell'inflazione alimentare cinese sono tre, dicono gli esperti: la siccità dell'inverno di un anno fa, poi le inondazioni estive e infine la speculazione su scala globale. Le prime due cause hanno fatto sì che la produzione di grano nel 2010 sia calata per la prima volta in sette anni, determinando un rialzo di tutti i prezzi alimentari. Così il governo è corso ai ripari: per calmierare i prezzi e nutrire tutti i cinesi ha stoccato riserve di alimenti base, importandoli dall'estero. Alla fine, il grano importato nell'anno appena trascorso ha raggiunto un milione e cinquecentomila tonnellate. In tal modo, stoccando quote sempre maggiori di beni primari, Pechino ha contribuito all'inflazione su scala planetaria. Poi c'è la speculazione internazionale, al di là della Cina. Stiamo parlando dei prodotti derivati, cioè gli strumenti finanziari che "scommettono" sul fatto che un titolo o - come nel caso del grano - un bene, aumenti o cali di prezzo in un determinato periodo. Sul mercato dei derivati non si scambia solo il grano che esiste effettivamente, bensì anche il grano ipotetico - cartaceo come i titoli che lo rappresentano - e queste scommesse moltiplicano l'effetto rialzo al di là della domanda e dell'offerta reali. Alle tre ragioni di cui sopra, si aggiunge una spinta all'inflazione tutta cinese. All’origine dell’eccesso di denaro in circolazione c’è infatti anche il surplus commerciale della Cina, che anche nel 2010 ha portato nei forzieri cinesi centottantatre miliardi di dollari. Le riserve che si sono accumulate nel corso degli anni, tra il 2008 e il 2009 sono state in parte iniettate nell'economia in funzione anticrisi, soprattutto nel settore delle costruzioni. C'è stata così una corsa al rialzo dei prezzi immobiliari e l'ennesimo balzo verso l’alto inflattivo in tutta l'economia. In tal modo, la Cina subisce inflazione e la produce, per poi subirla di nuovo. È l'effetto della sua entrata dirompente nel club dei consumisti,

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moltiplicata per le sue dimensioni demografiche e per l'eccesso di moneta sonante che tiene in cassaforte e periodicamente riversa nella società. Prendiamo il caso del latte. In un mega centro commerciale di Shanghai, un palco largo quindici metri occupa il salone principale del piano terra, impossibile non sbatterci addosso appena si entra. Ballerine si esibiscono al ritmo della musica techno, mentre graziose signorine in minigonna offrono a un pubblico entusiasta bicchieri di latte. È una vendita promozionale della preziosa bevanda, semisconosciuta fino a pochi anni fa: nutre e fa bene alla pelle, bevetela se volete diventare come queste ragazze. Nel 2007, la catena multinazionale di caffetterie Starbucks scelse proprio Shanghai per lanciare il “Frappuccino”, inquietante avanguardia dei caffelatte edulcorati, che ha conquistato un'intera generazione di adolescenti. Educandone gusto ed enzimi al consumo di latte. Moltiplicate la moda per i numeri cinesi e risulterà che il Dragone importa attualmente un terzo del latte commercializzato sul mercato internazionale. E il prezzo sale. l nuovo ceto medio delle grandi città, stimabile in centocinquanta milioni di cinesi, può permettersi questi consumi esotici. Ma le ricadute economiche, i rincari, affliggono la parte ancora maggioritaria del Paese. Così, alle orecchie delle autorità cinesi, le proteste di chi fatica a comprare riso, uova e maiale, suonano terribilmente sinistre. Le emergenze alimentari sono infatti all'origine di tutti i crolli delle dinastie che si sono succedute nella storia del Celeste Impero, secondo una concatenazione causale che si è sempre ripetuta: decadenza dinastica, disastro naturale, rivolta contadina, fine della dinastia. Il potere politico - prima l'imperatore, oggi il Partito - deve quindi farsi garante del benessere materiale del popolo. Dal punto di vista culturale, si tratta del “mandato del cielo”, cioè il supremo ruolo regolatore dell’imperatore, che presiede all’equilibrio tra cielo e terra, cioè tra le cose della natura e quelle degli uomini. Con il Partito comunista al posto dell'imperatore poco cambia. Se le cose non vanno bene, se cetrioli, tofu, maiale, riso e carote diventano un peso sul bilancio familiare, vuol dire che l'ordine cosmico si è interrotto e chi ha il potere non fa bene il suo mestiere. Il governo di Pechino ha ormai sostituito da anni il consenso (basato sullo sviluppo economico) all'ideologia (maoista) come collante della società. Un consenso che si gioca sulla crescita e sulle aspettative di crescita ulteriore: la “società socialista armoniosa”. Possibilmente senza inflazione.

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Foto di Gabriele Battaglia


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Grecia

La virtù forzata di chi non ha soldi da spendere di Margherita Dean La mattina, appena mi sveglio, mi sento sempre oppressa da un’ansia indefinibile, come se fossi minacciata dal giorno che sta per nascere. Silenziosa, scivolo fino alla cucina, mi faccio un caffè e mi preparo. Fra poco devo svegliare i bambini, devo essere sorridente e bella per loro, come fino a otto mesi fa, quando mi licenziarono dalla Wind dove ho lavorato per dieci anni. ieci anni di esuberanza economica per un Paese intero che, nel giro di pochissimo, credette nella ‘’Grecia forte’’ di cui tanto si compiaceva il Primo Ministro degli anni 1996 - 2004, Kòstas Simìtis. La Grecia della crescita economica, dell’Euro, delle Olimpiadi e, per la prima volta, la Grecia che consumava senza risparmiare. Abbandonata, in men che non si dica, la cultura tradizionale dell’economia, protagoniste divennero le automobili ingombranti, i viaggi all’estero, le palestre, il life style, i vestiti firmati, i prestiti, le carte di credito, regalate come caramelle da banche che si presentavano con il volto amichevole di un cucciolo. Nella Grecia che, storicamente, l’aveva scelta come uno dei temi maggiormente amati dalla musica, dalla letteratura e dall’arte, la povertà divenne una colpa, un segnale di incapacità e debolezza. Dieci anni, nel corso dei quali mi sentivo forte; mi sono innamorata di Loukàs, siamo andati a vivere insieme, ci siamo sposati, abbiamo fatto due figli e, insomma, ero felice. Affrontavo i problemi serenamente, Loukàs mi prendeva fra le braccia e mi diceva che sarebbe andato tutto bene: io gli credevo, niente e nessuno mi pareva in grado di scalfire la forza che mi dava la famiglia che avevamo creato. Non eravamo ricchi e i soldi non ci sono mai avanzati, però le vetrine le guardavo pensando che, alla fine del mese, quella camicia me la sarei regalata. Cercare lavoro e non trovarlo per mesi, a volte anni. La disoccupazione nel mese di ottobre 2010, infatti, è salita al 13,5 per cento (contro il 9,8 per cento di ottobre 2009), quella delle donne al 17,6 per cento, dei giovani tra i venticinque e i trentaquattro anni al 18,3 per cento, degli adulti tra i trentacinque ed i quarantaquattro anni all’11,5 per cento. Quando sono stata licenziata, Loukàs ed io abbiamo pensato che un paio di mesi di riposo mi avrebbero giovato, poi però la situazione è precipitata: con l’arrivo del FMI e della BCE, si è fermato tutto, anzi, è tutto peggiorato. Ormai i datori di lavoro possono fare quello che gli pare ed io non sono abbastanza giovane ed inesperta da essere un’impiegata economicamente vantaggiosa. Intanto i soldi della mia liquidazione sono finiti e da due mesi viviamo alle spalle di Loukàs, che fa il rappresentante farmaceutico, guadagnando poco più di ottocento euro. Oggi, accompagnati i bambini a scuola, ho dovuto fare la benzina: il litro costa un euro e sessanta mentre, dal primo gennaio, l’Iva sui generi alimentari è salita al tredici per cento. Sì, oggi devo anche fare la spesa. Loukàs, uscendo, mi ha lasciato centocinquanta euro. Ne ho usati trenta

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per la benzina, dal macellaio un chilo di carne trita mi costerà un po’ più di dieci euro. Poi devo comprare i pannolini per la piccina, il detersivo per la lavatrice (prendo quello da sei euro, ormai ho dovuto abbandonare la logica per cui la qualità andava pagata: non è vero, almeno non sempre, questo sto scoprendo, e poi mi è venuta anche un’inconfessata voglia di preferire i prodotti greci a quelli importati così, magari, aiuto un pochino anch’io il Paese). Devo andare avanti: ovviamente faccio la lista e, naturalmente, non acquisto mai qualcosa di superfluo, come quel delizioso sgombro affumicato con il rosmarino che tanto ci piaceva. rocedo nei corridoi del supermercato. Quasi provo fastidio ai saluti delle commesse, mi chiedono come sto ed io mi vergogno, non so bene di cosa, forse per il fatto di tenere a mente il costo di tutto ma proprio tutto quello che metto nel carrello, di sommare in continuazione, terrorizzata all’idea di arrivare alla cassa priva del denaro necessario a pagare il conto. Prendendo la frutta e la verdura, mi accorgo di come sono cambiata, prima non guardavo mai veramente i prezzi o meglio, li leggevo ma poi me li dimenticavo subito: non erano i costi a guidare la mia spesa. La colazione e le merende dei bimbi, quasi otto euro. Basta, per oggi basta, mi sento stanca. Quello che rimane nel portafoglio lo userò per pagare qualche bolletta. Per fortuna che la casa è nostra (me l’hanno regalata i miei genitori) eppure, alla fine del mese, Loukàs non mi dice più che tutto andrà bene. Ci sono i telefoni da pagare, centodieci euro in tutto, la bolletta della luce, circa centoventicinque euro, l’acqua, venticinque euro, le spese condominiali che, d’inverno, sono di circa centoventi euro al mese, le carte di credito che non so quando potremo azzerare ma i cui soli interessi ci costano duecento euro mensilmente. Quello che rimane lo spendiamo fino all’ultimo centesimo per mangiare e fare la benzina. E poi ci aiutano i miei genitori e quelli di Loukàs. Le condizioni di vita di centinaia di migliaia di famiglie greche stanno peggiorando a ritmi rapidissimi: i consumi sono calati in tutti i settori, anche in quello delle spese anelastiche (generi alimentari e carburanti), per cui il volume d’affari dei super market è calato del 3,9 per cento dove, però, i prezzi aumentano di continuo grazie all’incremento dell’IVA, del costo del petrolio e dei trasporti. Lei conta e riconta, impara a muoversi negli spazi stretti rimasti a lei e alla sua famiglia. Si chiama “Aretì”, virtù in greco.

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Illustrazione di Grycja Erde


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Serbia

Scaffali ancora vuoti di Francesca Rolandi Belgrado, autunno 2010. A dieci anni dalla caduta di Milosevic e dall'inizio di un nuovo cammino per la Serbia, alcuni scaffali dei supermercati serbi sono di nuovo vuoti. A mancare è il latte, che scompare nelle prime ore del mattino nelle mani degli acquirenti più mattinieri. La memoria torna ai grigi anni '90, agli scaffali dei supermercati vuoti e alla necessità di compiere acquisti in momenti della giornata strategici. E ancora una volta si compra non tanto quello di cui si ha bisogno al momento, ma quello che domani potrebbe non trovarsi più. causare la penuria di latte sono una serie di nodi scorsoi che strozzano la filiera produttiva. Ma vediamo quali sono gli attori principali. Il governo ha ridotto drasticamente le sovvenzioni per l'agricoltura, ma dichiara che gli unici responsabili della situazione di penuria siano i monopoli a capo dell'industria del latte. Il fondo di investimento Salford, che in Serbia ha fatto man bassa delle maggiori latterie serbe, accusato di monopolio dalla Commissione anti-trust e condannato in sede giuridica (e si tratta della prima condanna per monopolio in Serbia) per aver utilizzato la propria posizione per mettere i produttori in una situazione di dipendenza e pagare loro bassi introiti. Salford, rigettando ogni accusa, ha additato il governo come unico responsabile con il taglio alle sovvenzioni. La grande massa dei produttori, che spesso vive di un'agricoltura poco più che di sussistenza, si sta assottigliando: negli ultimi anni cinquantamila piccoli produttori hanno constatato che la produzione di latte non è un'attività remunerativa e si sono sbarazzati dei loro animali. Si calcola che dall'inizio della crisi nel 2008 ad oggi siano stati macellati tra gli ottocentomila e i centomila capi. Più in generale il numero delle vacche da latte si è ridotto dal 2000 a oggi da ottocentosedicimila a quattrocentosessantottomila capi. Nell'ultimo anno il mix fatale tra il taglio dei contributi all'agricoltura e l'aumento dei prezzi di carburante e mangimi animali ha portato al collasso i piccoli produttori. Mentre il numero del bestiame è in continua diminuzione, gli animali esistenti, male alimentati dai contadini indebitati, producono meno latte e di minor qualità (una vacca da latte serba produce in media la metà di una vacca europea). E soprattutto i produttori, insoddisfatti dai guadagni miseri, preferiscono far confluire il proprio latte nei mille rigagnoli del mercato nero per la produzione di formaggio e kajmak che viene venduto senza alcun controllo nei mercati. Ma i problemi non sono finiti. I colossi del latte Imlek e Suboticna Mlekara, proprietà Stanford, si rifiutano di acquistare dai piccoli produttori con meno di dieci vacche, che non hanno possibilità di raggiungere gli standard qualitativi richiesti e si trovano spesso in luoghi lontani da raggiungere, lasciandoli nelle mani delle piccole latterie che aspettano mesi

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a pagare ai produttori gli introiti del latte raccolto. E che a volte falliscono, come la Džersi di Pirot, lasciandosi alle spalle una marea di piccoli creditori. Così nei supermercati di un Paese prevalentemente agricolo si importa latte dall'estero. In novembre un accordo raggiunto tra i produttori e il colosso del latte Imlek porta il prezzo del latte al produttore da ventotto a trentatre e dieci dinari (circa 0,32 euro), mentre il governo si impegna ad aumentare le sovvenzioni statali alla produzione di latte. Sembra si sia trovata una via d'uscita provvisoria dalla crisi e i prodotti tornano sulle merci dei supermercati, ma nessuno degli attori è pronto a scommettere sulla fine della crisi del latte, mentre si sottolinea lo stato di decadenza in cui versa il ramo produttivo in questione in Serbia. In particolare bisognerebbe acquistare nuovi capi per incrementare il patrimonio zootecnico, ma servirebbero capitali che attualmente non sono a disposizione della maggior parte dei produttori. Nonostante le dichiarazioni di intento il governo non ha ancora fornito nessuna misura concreta. al 10 gennaio il latte e alcuni prodotti caseari, già aumentati in novembre, sono stati soggetti a un nuovo aumento del due-tre percento. I latticini si trovano in buona compagnia dal momento che si aspettano rincari per molti prodotti tra cui la farina, per la quale si prospetta un aumento del dieci-dodici percento da riflettersi sul costo di pane, pasta e derivati vari. E la protesta non si placa con i produttori di latte della Vojvodina ancora sul piede di battaglia per chiedere un ulteriore aumento, adducendo il fatto che i loro prodotti hanno subito un rincaro al consumo. Non si annunciano giorni tranquilli per i consumatori di latte serbi, poppanti o adulti che siano. Nel secondo caso è probabile che essi siano anche disoccupati, dal momento che la disoccupazione ufficiale si aggira intorno alle settecentotrentamila persone, ma le stime la collocano oltre il milione. Nonostante questo una parte non indifferente del discorso politico verte anche ancora sulla questione del Kosovo.

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In alto: Foto di Jeroen Hofman. In basso: Foto di Jonathan Davis


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Commento

Isole di benessere e oceani di miseria di Alberto Tundo Un rapporto delle Nazioni Unite lancia l'allarme sul futuro del pianeta. I dati sono quelli che seguono. Sono stime elaborate con grande perizia e attenzione. Hanno un unico vizio: la 'minaccia' dettata dall'aumento della popolazione in determinati paesi, o i flussi che sposterebbero gran parte delle persone dalla terra verso infernali baraccopoli delle metropoli non tengono conto di un dato: non è la bomba demografica a causare di per sé il tracollo del pianeta. La Terra è già al collasso, e tocca ritornare all'intervista che apre il mensile per capire che il problema, semmai, è il modello di sfruttamento. a prima minaccia arriva dall'India che attualmente, con il suo miliardo e duecento milioni di abitanti è il secondo Paese più popoloso del mondo, dopo la Cina. Un primato, quello di Pechino, che potrebbe passare di mano già a partire dal 2025, quando gli indiani arriveranno al miliardo e settecento milioni. Sempre che il trend rimanga costante, ipotesi più che probabile se si guarda alle statistiche degli ultimi anni. Il piano noto come National Population Policy, varato nel 2000, prevedeva la riduzione del tasso di fertilità per arrivare ad una stabilizzazione entro il 2045 e una serie di obiettivi intermedi, come quello di portarlo a 2,1 entro il 2010. Target mancato clamorosamente, visto che i dati di quest'anno lo fissano a 2,8, la media figli di ogni donna indiana. Se in alcuni stati del subcontinente come il Tamir Nadu o il Kerala negli ultimi anni si sono registrati forti progressi, nel nord e nel centro dello sterminato Paese la media è di circa quattro figli per coppia. Il simbolo del disastro incombente è l'Uttar Pradesh, uno stato che da solo conta 190 milioni di abitanti e dove è fallito qualsiasi tentativo di pianificazione e razionalizzazione. Manca la volontà politica del governo centrale ma anche la consapevolezza che se negli anni Novanta l'India si è avvantaggiata della sua forza demografica e di una popolazione molto giovane da sfruttare come manodopera, adesso questi stessi elementi si stanno trasformando in un cappio. Se lo scenario indiano preoccupa, quello africano fa venire i brividi. Secondo i dati forniti dall'agenzia dell'Onu che monitora il processo di urbanizzazione, UN-Habitat, entro il 2050 si assisterà ad un massiccio spostamento di popolazioni dalle campagne alle città. Il numero di abitanti delle aree metropolitane triplicherà: entro questa data arriverà a 1,3 miliardi. Erano poco più di cinquecentomila nel 1950. Colpa anche del boom demografico, che si tradurrà in un miliardo di abitanti in più nei prossimi quarant’anni, solo in Africa. La crescita più impressionante, pari all'80 per cento, stando alle proiezioni, sarà quella di Ougadougou, in Burkina Faso, che in dieci anni potrebbe passare dagli attuali 1,9 milioni di abitanti a 3,4. Più contenuto a livello percentuale ma ugualmente preoccupante, lo svilup-

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po di Lagos, Nigeria - che nel 2025, con i suoi sedicimilioni, toglierà a Il Cairo la palma di metropoli più popolosa (il sorpasso è previsto per il 2015) - Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo (quindici milioni) e Luanda, Angola (otto milioni), tutte con tassi di crescita che oscillano tra il quaranta e il cinquanta percento, mentre quelli di Niamey (Niger), Kampala (Uganda), Dar es Salaam (Tanzania) e Mbuji-Mayi (Rdc) sfioreranno il sessanta percento. iò che spaventa di più, è la consapevolezza che aumenteranno le bocche da sfamare mentre con lo spopolamento delle campagne diminuirà la forza lavoro impegnata nell'agricoltura, con un conseguente calo della produzione alimentare. Come vivranno i futuri cittadini africani allora? Il rapporto Onu chiude la porta alla speranza: "Sarà un oceano di miseria con isole di benessere", si legge nel testo. La paura è che l'urbanizzazione si tramuti in una crescita senza precedenti degli slum, le baraccopoli che circondano molte capitali africane. Timori che sono quasi certezze, soprattutto perché negli ultimi anni, molte società europee e mediorientali hanno comprato appezzamenti vastissimi nel continente, per la produzione di cibo destinato a tavole e mercati degli altri continenti o per coltivazioni water-intensive, che necessitano di una enorme quantità di acqua. Senza cibo, senza acqua e strangolata dagli slums. Questa è la cartolina che il rapporto dell'agenzia con sede a Nairobi sta disegnando per il futuro prossimo. E già il presente è piuttosto inquietante: anche quest'anno, abbiamo esaurito già ad agosto le risorse naturali che la terra può fornire e reintegrare nell'arco di dodici mesi. L'Africa per molti era il continente della speranza, quello che avrebbe rimesso la natura al centro dello sviluppo. Le proiezioni Onu dicono il contrario, se questi trend non saranno invertiti. Uno spazio di manovra resta ma si va facendo sempre più stretto. Quello che le Nazioni Unite non dicono è che un'alternativa sarebbe possibile, nel momento in cui si potessero cambiare le regole del gioco. Non è solo questione di ideologie, ma di sopravvivenza.

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Corea del Sud Lee Kyang Hae India Sterili terre Cina Peperoncini verdi e società armoniosa mensile - anno 5 numero 2 - febbraio 2011 3 euro...

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