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mensile - anno 4 numero 11 - novembre 2010

3 euro

Haiti, una vita lunga dieci mesi

poste italiane s.p.a. - spedizione in abb. postale - d.l. 353/2003 (conv. in l. 27/02/2004 n째46) art. 1, comma 1, dcb milano

Colombia Algeria Iraq Libano Italia Mongolia

Nombre de guerra, Pastor I figli della montagna Il sogno ricorrente I martiri di Dahyye Siamo tutti americani Human discount


Quante volte devono volare le palle di cannone Prima di venir proibite per sempre? E quante volte un uomo deve guardare verso l'alto Prima di vedere il cielo? E quante orecchie deve avere un uomo Prima di riuscire a sentir piangere gli altri? E quante morti ci vorranno Prima che capisca che troppa gente è morta? Bob Dylan

novembre 2010 mensile - anno 4, numero 11

Direttore Maso Notarianni

Caporedattore Angelo Miotto

Redattori Gabriele Battaglia Christian Elia Luca Galassi Alessandro Grandi Enrico Piovesana Nicola Sessa Stella Spinelli

Hanno collaborato per i testi Claudio Agostoni Erminia Calabrese Matteo Dell’Aira Silvia Del Pozzo Arturo Di Corinto Nicola Falcinella Pietro Gaglianò Marco Garatti Licia Lanza Paolo Lezziero Laith Mustaq Carolina Pasargiklian Cecilia Strada Alberto Tundo

Photoeditor Germana Lavagna Progetto grafico Guido Scarabottolo Oliviero Fiori Segreteria di redazione Silvina Grippaldi Amministrazione Annalisa Braga

Hanno collaborato per le foto Stefano Barazzetta Carolina Pasargiklian Matt Shonfeld Mattia Velati

Redazione e amministrazione Via Bagutta 12 20121 Milano Tel: (+39) 02 801534 Fax: (+39) 02 80581999 Edito da peacereporter@peacereporter.net Dieci dicembre soc. coop. a r.l. Via Bagutta 12 - 20121 Milano Reg. Trib. Milano n. 363 del 01/06/07 Stampa Graphicscalve Loc. Ponte Formello - 24020 Foto di copertina: Vilminore di Scalve (Bg) Tra le macerie di Haiti, Finito di stampare 2010, Mattia Velati 10 novembre 2010

Distribuzione in libreria Joo Distribuzione via F. Argelati 35, 20143 Milano - Tel 028375671 Pubblicità Via Vida 11 20127 Milano Tel: (+39) 02 801534 Fax: (+39) 02 80581999 peacereporter@peacereporter.net

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L’editoriale di Maso Notarianni

Il lavoro e la guerra bama esce con le ossa rotte dalle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Da adesso in poi i repubblicani hanno il potere di condizionare in modo pesante le scelte del presidente repubblicano. Non è una grande novità: nelle dinamiche della vita politica Usa succede assai spesso che a metà mandato chi governa prende una scoppola. Che spesso non è quella definitiva. Ma cosa ha condizionato il voto degli americani? Non certo la guerra, che pure sia per principio che nella pratica dovrebbe essere la prima questione da porre a chi governa il Paese più potente del mondo. Primo problema da affrontare. Sulla scelta dell’elettorato statunitese ha pesato la tremenda crisi economica che ha colpito la classe media dopo il crollo finanziario dell’anno scorso. Sono circa 15 milioni le famiglie statunitensi che non hanno potuto pagare il mutuo della casa e che quindi sono sotto sfratto. Ovvio che questa sia la prima preoccupazione di tutti. Anche perché il mercato del lavoro negli Usa è ridotto proprio male, se è vero che una azienda indiana sta cercando di aprire il proprio call center proprio negli Usa. Gli statunitensi hanno deciso, e non a torto, che il governo di Obama non ha fatto abbastanza per difendere i cittadini dagli speculatori che hanno spianato le borse del mondo intascandosi liquidazioni e utili con i quali si sarebbe invece potuto sostenere lo stato sociale, l’occupazione, i risparmi dei normali cittadini. Questa questione è rimossa dal governo Usa come lo è anche da molti governi del mondo occidentale, nostro compreso. Il lavoro, la questione del lavoro, il rapporto - banalmente - tra quanto “prende” un padrone o un manager e quanto guadagna un lavoratore non è cosa da affrontare né in Usa né nel resto dell’occidente, ancora avvolto nelle spire delle politiche economiche degli anni ‘90. Ma Obama non ha nemmeno affrontato la questione della guerra. Sempre meno comprensibile per la maggioranza degli statunitensi e delle popolazioni dell’occidente in generale, e sempre più costosa. Solo gli Usa, dal 2001 ad oggi, hanno speso per la “guerra al terrore” oltre un milione di miliardi di dollari. Quanto basta, certamente, per coprire tutti i mutui che la gente non riesce più a pagare, la sanità pubblica, la scuola... Ecco: a chi si pone il problema della redistribuzione della ricchezza, forse potrebbe tornare utile una riflessione su quanta ricchezza venga utilizzata per massacrare esseri umani. Non dimentichiamolo: quasi tutti civili innocenti.

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Algeria a pagina 14

Libano a pagina 20

Mongolia a pagina 24

Haiti a pagina 4

Ai sensi dell’Art. 13 del D. Lgs. 196/03 informiamo che i dati forniti saranno trattati da Picomax Srl in qualità di responsabile del trattamento, nonché da Dieci dicembre soc. coop. a r. l. titolare del trattamento, per le seguenti fiinalità: invio abbonamento della rivista PeaceReporter e invio di materiale promozionale inerente i prodotti di Dieci dicembre soc. coop. a r. l. Gli abbonati hanno diritto di esercitare i diritti di cui all’Art. 7 del D. Lgs. 196/03 inviando una email a privacy@picomax.it L’informativa completa è disponibile sul sito di Picomax: www.picomax.it

Iraq a pagina 18

Scritti, disegni e fotografie anche se non pubblicati non verranno resi.

Colombia a pagina 10

Italia a pagina 22 3


Il reportage Haiti

Una vita lunga dieci mesi di Carolina Pasargiklian Tanto è passato dal terribile momento in cui la terra di Haiti ha tremato così tanto forte da distruggere in pochi secondi una nazione. Città, villaggi, strade, ponti: tutto distrutto. Così come distrutta sembra essere da mesi la macchina che deve occuparsi della ricostruzione. ualche giorno fa un organismo internazionale ha paragonato la ricostruzione di Haiti a quella che avvenne in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale; un progetto titanico dai tempi lunghissimi. Ma che nessuno, oggi, ha la certezza che funzioni. “C'è da pensare: bene! Finalmente il processo di rinascita dell'isola è iniziato e grazie alla tecnologia e al miliardo di dollari in aiuti che è arrivato da ogni angolo del pianeta, tutto procederà per il meglio. Ma non è così”. A dirlo con assoluta franchezza è Massimiliano Salierno, presidente di Anpil, un'associazione che da molti anni ormai si occupa di Haiti, dei suoi bambini e della loro istruzione e che nel dopo terremoto ha preso “il toro per le corna”, rimboccandosi le maniche e lavorando senza sosta per aiutare la popolazione. “La zona rossa, ossia quella parte di città centrale dove sono crollati più edifici è ancora chiusa. Si scava a mano, le macerie sono trasportate ancora con mezzi poco idonei a questo tipo di lavoro. Non è possibile ricostruire in questo modo. E i soldi che sono arrivati non si sa bene che fine abbiano fatto.. Ho molti dubbi sulle cifre che sono state fatte nei mesi passati e altrettanti sui metodi di lavoro previsti per la cosiddetta 'ricostruzione'” aggiunge Salierno. Ed è proprio questa l'amara verità: le macerie, i palazzi pericolanti, le strade distrutte sono ancora lì, come a poche ore dalla tragedia. E la popolazione, già provata da una realtà difficile da gestire non ce la fa più. E se la prende con tutti: istituzioni, organizzazioni umanitarie e soldati della Minustah, la missione di stabilizzazione delle nazioni Unite, presente dal 2004 nell'isola. E che a Haiti ci resterà almeno ancora per un altro anno, come stabilito da una recente risoluzione Onu. Fosse solo questo. Non è difficile infatti, sentirti gridare parole poco confortanti dalla popolazione. E' difficile estrarre un taccuino e scrivere appunti su ciò che si vede. Impossibile quasi scattare foto o girare filmati. Non appena la popolazione si accorge che qualcuno sta facendo un video lo insulta, spesso lo circonda, quasi sempre finisce a male parole. Forse oggi gli haitiani hanno perso anche la voglia di raccontare la loro sofferenza. Di sicuro sono stufi di essere trattati come fenomeno da baraccone, come gli ultimi, come quelli che bisogna aiutare perché non sono autosufficienti. “ Ve ne dovete andare tutti. Chi siete voi? Giornalisti? E che ci fate da queste parti? Cosa credete di fare con le vostre penne, sistemare i palazzi? Farci avere acqua, cibo e case nuove? No, voi siete qui come tutti gli altri a speculare sulle nostre spalle, sulla nostra tragedia, sul nostro dolore. Andatevene tutti e lasciateci lavorare da soli. Andate a quel Paese!” esclama un ragazzo in camicia e

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cravatta. Come lui ce ne sono tanti. Pochi hanno l'educazione di non insultare ma è anche comprensibile che in una situazione così in bilico fra la vita e la morte il nervosismo la rabbia e la paura di non farcela prendano il sopravvento su tutto. C'è troppo silenzio intorno alla situazione haitiana. Tutto sembra essere tornato indietro nel tempo, a quattro o cinque anni fa, come prima del sisma. Alcune zone della capitale Port au Prince sono intatte rispetto al quel 12 gennaio 2010. Lì non c'è più nessuno. L'area è spettrale. Strano: la zona rossa, quella più colpita, è anche la più silenziosa, cosa rara per questa metropoli. E i quattrini che in pochi giorni sono piovuti sulla nazione, dove sono finiti quei soldi? In parte non sono mai arrivati. Altri ancora sono stati sperperati e la maggior parte faranno una fine già scritta: verranno rubati da chi li gestisce. E intanto la popolazione soffre. Sono ancora più di cinquecento mila le persone che vivono all'interno di una tenda. E per loro non si vede un miglioramento nelle condizioni di vita. Inoltre, sono esposti sempre più al rischio malattie perché l'acqua potabile fatica ad arrivare e le condizioni igieniche non sono certo garantite. Poi, ovviamente ci si scontra anche con la diffidenza di una popolazione stanca di abusi nei loro confronti. Mai gli haitiani hanno avuto modo di dire la loro, mai a loro è stato chiesto come dare una mano. Sono sempre stati in balia di dittatori, politicanti di bassa lega e potenze straniere. Questo da sempre, fin dai giorni delle colonizzazioni. Da queste parti son passati tutti: inglesi, francesi e spagnoli. E nessuno di loro ha lasciato un segno positivo. n tutto questo, poi, bisogna infilare l'assoluta mancanza di un governo forte e serio. Sono decenni che Haiti è gravemente carente sotto l'aspetto politico. I governi che si sono succeduti, infatti, non sono stati in grado di gestire né i rapporti con la popolazione né quelli con i paesi vicini. Tanto che oggi vediamo come meno sono stati incapaci di gestire il debito pubblico e le donazioni delle organizzazioni internazionali. Per questi motivi (anche) Haiti è agli ultimi posti della classifica dei paesi più ricchi. Il prossimo 28 novembre ci saranno le elezioni politiche. Come si svolgeranno, dove e con quali mezzi ancora non è dato saperlo. I candidati? Una ventina. Difficile però per i cittadini sapere bene chi sono e gli eventuali programmi da valutare. Il paese non è in grado di organizzare una giornata di elezioni. “Per poi eleggere chi?” si chiede Salierno, tornato da pochi

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Quel che resta di Haiti . 2010. Foto di Mattia Velati per PeaceReporter


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giorni dall'isola. “Il solito fantoccio che fa gola agli Usa? Sarà così anche perché i cittadini non hanno più nulla. Hanno poco cibo e poca acqua. Dormono ancora nelle tendopoli, ricordiamo che sono più di cinquecento mila gli sfollati, figuriamoci se si preoccupano di andare a richiedere o a cercare la loro tessera elettorale. Saranno votazioni falsate” dice con un po' di tristezza il presidente Anpil. na speranza per il popolo c'era: Wiclyf Jean. L'ex leader dei Fugees, cantante importante a livello internazionale voleva fortemente candidarsi alla presidenza del suo paese. La commissione elettorale, però, glielo ha negato per alcuni cavilli burocratici. Jean, infatti, non risiede più in Haiti e questa discriminante è fondamentale per la candidatura. Non si può sapere se avrebbe vinto le elezioni oppure no. L'unica cosa certa è che la popolazione lo adora e probabilmente avrebbe fatto sentire il suo affetto anche dentro il seggio elettorale. “Speriamo che arrivi lui” dice Mirabelle, 33 anni, un neonato in braccio e una busta di latte in polvere nella borsa. “Magari non se ne intende tanto di politica ma sa quello che ci serve. Lui sa quali sono i mali che devastano le nostre città Se lo ricorda bene che razza di posto è questo. Poi, una persona famosa come lui, che conosce tanta gente e che potrebbe contattarne altra non può che fare bene. Infatti, sarà difficile che lo possano recuperare in qualche modo. Io spero che chi vincerà queste elezioni, se si faranno, tenga presente che Wiclyf è uno di noi e farebbe bene a chiamarlo per aiutarlo nell'organizzazione della nuova Haiti”conclude Mirabelle prima di salire su un Tap tap, i tipici bus locali. In tutto questo marasma che sembra essere scomparso dalla pagine dei giornali, però, c'è ancora qualcuno che crede nella possibilità di dare una mano. Come gli allenatori della scuola calcio Centese, giunti fino a Port au Prince per vedere con i propri occhi il disastro e dare una mano ai più piccoli. Ma in generale la macchina delle organizzazioni non governative è l'unica che funziona abbastanza bene e che grazie ai progetti privati rende un po' più sostenibile la vita della popolazione. Per una decina di giorni poco meno di quattrocento bambini hanno avuto la possibilità di confrontarsi fra loro, giocare a calcio con personale professionistico e dimenticare un po' la loro situazione precaria. Tutto questo è avvenuto nella zona di Tabare, una frazione non distante dal centro della capitale, dove il sindaco si è messo a disposizione di tutti per fare in modo che il progetto non subisse intoppi. Fatti arrivare al campo dai quartieri più disastrati, i bambini, fra una scarpetta chiodata e un pallone moderno, hanno accantonato i pensieri legati a quel terribile 12 gennaio e si sono dati da fare. Nei loro occhi, però, il dramma vissuto era sempre ben visibile. Così come la paura. La scuola calcio Centese aveva un obiettivo: radunare più giovani possibile e aiutarli per quanto possibile a fare i bambini. Sono stati serviti pasti e bevande, divise sportive e cerotti. Ma quando al cospetto dei cooperanti si è presentato Jean Philippe le cose sono un po' cambiate. Il giovane aveva una brutta ferita al braccio. Era infetta e non curata. Gli occhi di Jean Philippe esprimevano sofferenza per quella ferita procurata chissà come e chissà quando. Forse aveva anche la febbre quando ha chiesto di essere visitato, aiutato a soffrire meno per il dolore che la ferita procurava. E si è commosso quando ha visto che tutti, ma proprio tutti, si sono dati da fare per risolvere il problema. Dopo un consulto e dopo aver disinfettato per bene la ferita sembrava felice. Jean Philippe, però, il giorno dopo non si è presentato al campo insieme agli altri bambini. E nessuno sa dove sia finito. Forse voleva solo essere curato e non gli importava del calcio. O forse voleva vedere chi fossero tutte quelle persone che giocavano a pallone con i bambini haitiani. O forse voleva solo un po' di compagnia, un po' di spensieratezza che in un Paese come Haiti è merce rara. “Io non ce l'ho più una casa. Mia mamma e il mio papà sono molto tristi. Io e mio fratello dormiamo nello stesso letto. La notte ho sempre paura e mi sveglio. Penso che la terra possa ancora muoversi e magari questa volta io e la mia famiglia sprofondiamo sotto terra. Io non voglio che succeda. Io voglio tornare nella mia vecchia casa dove ci sono i miei giochi e i miei quaderni. E voglio anche andare a scuola insieme ai miei amici. Adesso la scuola è chiusa. Non sappiamo se riapre e non sappiamo se potremmo ancora andarci. Meno male che adesso ci sono questi signori italiani. Così possiamo gioca-

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re tutti insieme e non stare dentro le tende. Ma poi tanto se ne andranno, come fanno tutti. Io spero solo che mi lascino le scarpe che mi hanno dato. Sono davvero comode e non ne avevo mai avute un paio così”, racconta il piccolo Claude, un metro e dieci centimetri di bambino con occhi da adulto. “Non mi faccia dire nulla” racconta una suora italiana presente da decenni a Haiti. “Non mi va di mettermi nei guai” dice chiedendo la conferma che in nessun caso faremo trasparire la sua identità. “Se possibile la situazione è peggiore di quella che trovai quando arrivai sull'isola negli anni Ottanta. Caspita prima almeno il cibo c'era. Adesso invece la situazione di completo abbandono e menefreghismo nei confronti di questa povera gente rischia di far riesplodere il conflitto sociale. Non mi stupirei se le bande delle bidonville riprendessero le violenze per legittimare la loro forza. Sfruttando la situazione complicata ottengono consenso fra la gente. Si fa presto a regalare forza lavoro alla criminalità in un Paese che non rispetta i suoi figli, in un mondo che si occupa di difendere il più forte e accantona il debole, il bisognoso. Anche la chiesa cattolica, dopo un primo momento di grande fermento sembra essersi ammorbidita negli atteggiamenti verso i suoi figli. Forse mi sbaglio. Anzi spero di sbagliarmi. Ma le cose sono veramente drammatiche. Se non ricostruiranno in fretta la nazione, se non daranno lavoro e speranza alla popolazione, il Paese vivrà anni bui. Più bui di quelli trascorsi sotto l'onta della dittatura” conclude la suora mentre prega passandosi fra le dita delle mani un rosario fatto giungere dalla Terra Santa. “Spero che le mie continue preghiere abbiano l'effetto desiderato” dice la suora salutando con un sorriso e prendendo in braccia una bambina rimasta orfana. apita spesso durante o dopo un violento temporale, normali in questo periodo dell'anno, che l'auto in cui ci si sta muovendo per le strade di Port au Prince sia costretta a fermarsi per via delle innumerevoli buche che infestano la strada. Buche enormi, che piene d'acqua sembrano laghi. In questi frangenti si ha la possibilità di incontrare gente vera, magari in attesa di un pasto caldo distribuito dalla solidarietà internazionale. Oppure ci si può trovare davanti a una persona come George, sindacalista in erba che non appena ci nota inizia il suo comizio, alzando la voce come un prete che predica, per farsi sentire bene da tutti. “Questo terremoto non ha solo distrutto gli edifici e ucciso centinaia di migliaia di persone. Questo terremoto sarà un'occasione d'oro per tutti. Ci saranno, anzi già ci sono, speculatori senza scrupoli che tenteranno di trarre profitto dalla situazione. E contribuiranno all'affossamento del Paese. Stiamo sprofondando tanto in fondo che prima o poi busseremo alle porte del diavolo. Ma lui non ci aprirà perché la nostra nazione gli farebbe schifo. Haiti oggi è in mano a gente che della nazione conosce poco o nulla. Non ci sono imprese nazionali. Sono tutte straniere. Ve lo dico io cosa si deve fare: lasciateci in pace. Ve ne dovete andare tutti da questo Paese. Fateci lavorare da soli. Siamo in grado di farlo. Non vogliamo essere sempre schiavi della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale. Siamo stufi di essere schiavi. Cosa credete che siano i canadesi, gli americani e i francesi? Sono schiavisti. Sono qui per poterci sfruttare come hanno sempre fatto nel corso degli ultimi secoli. Verranno qui con le loro multinazionali a imporci i loro prodotti per renderci schiavi più di quanto già lo siamo”. Anche Paul Loulou Chery, segretario generale della Confederazione dei lavoratori di Haiti Cth, è d'accordo. “Senza il lavoro, senza la manodopera degli operai haitiani questo paese è destinato a morire. Ci sono troppe ingerenze esterne che determinano anche il blocco del lavoro. Le multinazionali se ne approfitteranno senza dubbio e il Paese diventerà sempre più povero. Ma non è un effetto causato dal terremoto. Il sisma ha solo accentuato i problemi e probabilmente velocizzato il processo di invasione dell'isola da parte degli americani, dei canadesi e dei francesi. Gli stessi che si sono tanto adoperati per compiere un colpo di stato nel 2004 contro l'allora presidente Jean Bertrande Aristide, che era stato eletto in modo assolutamente democratico. Ecco posso dire con certezza che il paese non se lo scorda ciò che è successo. Haiti non dimentica”.

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In alto e in basso: Sopravvivere al terremoto. Haiti 2010. Foto di Mattia Velati PeaceReporter


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I cinque sensi di Haiti

Udito Le urla della gente per le strade di Port-auPrince: una caratteristica degli haitiani che alzano la voce anche per vendere una semplice carota. Se non siete abituati ai “volumi alti” potreste per i primi tempi risentirne. Dopo qualche giorno ci si abitua e si apprezzano anche le urla più forti, quelle dei venditori ambulanti che invitano la gente a fare acquisti. Una volta lasciata l'isola avrete la nostalgia del fracasso infernale che la anima.

Vista Oggi gli occhi riservano immagini desolanti. Dove c'erano case, scuole ed edifici statali, non c'è quasi più nulla. La sensazione è quella di essere su un set cinematografico dove la distruzione che ci appare davanti sembra quasi finta. Invece è tutto vero. Macerie, edifici crollati e ancora oggi, dopo

dieci mesi, pericolanti. Questa è Port-au-Prince, la capitale di Haiti, un tempo bellissima città, oggi un mucchio di macerie dimenticate da dio.

Gusto Le papille gustative possono essere sollecitate favolosamente a Haiti. I dolcetti locali, ma anche la frutta e la verdura, hanno un sapore unico, che conduce in una sorta di estasi culinario. Ma, non è così se si assapora il caffé da loro preparato: un miscuglio dove l'acqua è la protagonista insieme allo zucchero. Per gli italiani il caffé preparato a Haiti non è certo il migliore al mondo.

Olfatto Non ci sono dubbi. L'odore che maggiormente ci aggredisce oggi nelle città

dell'isola è quello della polvere. Insieme a quello della spazzatura che marcisce. E dei canali fognari a cielo aperto. Certo: le rose, il pane appena sfornato e il mango hanno un profumo unico, inconfondibile. Ma che non si può far diventare caratteristica principale dell'isola.

Tatto Sono passati molti mesi e tante piogge sulla capitale Port-au-Prince. Nonostante tutto, la polvere che si è accumulata in questi mesi è ancora ben visibile e presente. Le mani sono sporche ventiquattro ore su ventiquattro e sugli abiti si forma una patina bianca. Difficile liberarsene. Difficile anche immaginare come queste persone possano vivere una vita intera respirando un'aria così intrisa di polvere. 9


Il reportage Colombia

Nombre de guerra, Pastor di Stella Spinelli Felix Antonio Muñoz Lascarro, alias Pastor Alape, è il capo guerrigliero che ha preso il posto di Mono Jojoy (ucciso dall'esercito mercoledì 22 settembre) nel Segretariato dello Stato Maggiore delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia. i tratta di uno dei leader più giovani mai entrati nella cupola della più vecchia organizzazione guerrigliera del mondo. Cinquantuno anni, è da tempo il capo del Bloque Magdalena Medio, una delle sette divisioni delle Farc. Sulla sua testa pende una taglia di due milioni e mezzo di dollari messa dagli Stati Uniti d'America che considerano le Farc un'organizzazione terroristica connessa al narcotraffico. È proprio nella regione centro settentrionale colombiana, bagnata dal fiume Magdalena, che lo incontriamo in un'afosa giornata di gennaio. Il suo nascondiglio, nel cuore della cordigliera andina, dista quattro ore di mulo dal primo agglomerato di case. Alle otto di mattina partiamo in groppa a forti asini da soma tenuti a bada da quattro guerriglieri, due donne e due uomini, venuti appositamente per noi. Il più vecchio avrà avuto venti anni. Il tragitto è rocambolesco. In bilico fra precipizi e muraglioni di rocce, a guado nei ruscelli, alla cieca per ignoti sentieri nascosti tra fitte fronde. Poi l'accampamento, improvviso, quasi inaspettato. Mimetizzato alla perfezione nella natura. Una capanna di legno adibita a cambusa e cucina in uno spiazzo ricavato tagliando alberi e cespugli. Dieci metri più in là, fra la vegetazione lasciata folta, un tavolo sotto un gazebo in stoffa verde marcio. Sopra, computer di ultima generazione, palmari, satellitari. A pochi passi, più in basso, un ruscello, dove tre guerriglieri stanno facendo bagno e bucato. Ci viene incontro un uomo sulla cinquantina, basco nero sulle ventitrè. Sorridente. Occhi piccoli e allungati. Barbetta incolta. Vestito in mimetica, ha intorno al braccio sinistro la tipica fascia fariana. L'etichetta “Farc-Ep” spicca invece cucita sul cuore. “Nombre de guerra Pastor Alape. Bienvenidos”. È il comandante. Ci aspetta assieme a un fedelissimo, trentenne, berretto militare, sguardo timido. Ci sediamo a quel tavolo appartato e la conversazione decolla immediata. Alape si mostra subito un ottimo oratore. Pacato e ironico, è abituato ad arringare i plotoni. Dopotutto, milita nelle Forze armate rivoluzionarie colombiane da trent'anni e l'adolescenza l'ha trascorsa nella Gioventù comunista. Cresciuto a pane e Marx, è intriso di odio per il potere costituito, per ‘il sistema borghese che sfrutta e discrimina il povero’. “Ma lo sapete che in Colombia tutta la ricchezza è in mano al dieci percento della popolazione? Per gran parte della restante popolazione è miseria. Ecco la nostra ragione di vita, combattere per una giustizia sociale. Perché con le armi? Perché un processo di dialogo politico è impossibile con questi governi. Ci abbiamo provato più volte. Inutile. Faremmo volentieri a meno delle armi. Non abbiamo scelta”. Ci hanno riprovato molto spesso anche in questi anni, ma niente è cambiato di una virgola. E quel commen-

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to che Alape interseca con lunghe pause, gesticolando nel tentativo di camuffare il continuo tremolio delle sue mani, resta amaramente attuale. uel comandante espone con soddisfazione le sue tesi a noi, giornalisti internazionali venuti da lontano. “E quando mi ricapita - ripete - siamo sempre costretti a nasconderci, braccati come animali”. E anche in quel momento, il ‘nemico’ non è poi così lontano. A poche ore da quell'ameno angolo di selva c'è pieno di militari. Come riuscire a passare indenni i posti di blocco con le foto delle Farc e l'audio delle interviste comincia già a martellarci in testa. Ma non è quello il momento per pensarci. Davanti a noi c'è un pezzo da novanta della guerriglia, colui che ci può aiutare a capire di più di quella lunga e assurda guerra fratricida. Non c'è posto per la paura. Incalzato con domande sulle mine antiuomo, il reclutamento dei minori, i sequestri Alape

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Per il governo colombiano, gli Stati Uniti e l'Unione Europea, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia - Esercito del popolo sono un'organizzazione terrorista, inserita dal 2002 nella lista nera. Per i Paesi sudamericani, ad eccezione del Perù, invece, sono un gruppo guerrigliero che dal 1964 lotta contro il potere costituito in una guerra interna che sta mietendo migliaia di vittime. E che tiene in scacco l'equilibrio politico e sociale del Paese con attacchi, scontri, sabotaggi e rapimenti. La longevità delle Farc-Ep è dovuta sia alla struttura morfologica del territorio colombiano - irte montagne andine e sconfinate foreste - sia all'appoggio che continuano ad avere nelle zone rurali e più remote del Paese. Da non sottovalutare, però, il livello di infiltrazione urbana. Il loro grado di organizzazione è eccezionale e notevole anche il numero dei componenti. Secondo i dati governativi, i militanti oscillano fra i seimila e gli ottomila, la metà dei sedicimila dichiarati dalle fonti ufficiali nel 2001. Ma analisti, esperti e anche ex guerriglieri stimano circa undicimila farianos. Nel 2008, assieme all'altro gruppo guerrigliero, l'Esercito di liberazione nazionale (Eln), sembrava controllare circa il quaranta percento del territorio. Difficile avere una stima più aggiornata, visti i recenti rovesciamenti politici e le gravi perdite subite dalla cupola della guerriglia più longeva del mondo. La loro prima fonte di sostentamento resta la tassazione della vendita delle foglie di coca e della pasta, il prodotto che, una volta raffinato, diventa cocaina pura. Si stima che ne ricavino approssimativamente dai quaranta ai settanta milioni di euro l'anno. Ma buoni introiti arrivano anche dai sequestri a scopo di riscatto, dalle rapine in banca, e dalla ‘tassa rivoluzionaria’ che estorcono ai grandi proprietari terrieri, ai signori dell'agrobusiness e alle multinazionali. In tutto, il giro d'affari sfiora i duecento milioni di euro l'anno. Pastor Alape nella selva, Magdalena Medio, Colombia. Foto di Stella Spinelli ©PeaceReporter


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Erika e Andrea: presenti! Vivono nella selva delle cordigliere andine della Colombia. Camminano una media di sei ore al giorno, armati. Sempre in gruppo, controllano, perlustrano, combattono. Sono i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, uomini e donne che seguono ideali marxisti-leninisti, si ispirano a Simon Bolívar e combattono una guerra vecchia di 45 anni per rovesciare il potere costituito e costruire una ‘otra’ Colombia. “Qui respiriamo parità e solidarietà. Siamo trattate bene e rispettate”, a parlare è Andrea, una bella donna di trentacinque anni, alta, capelli corvini, movenze dolci e femminili nonostante la divisa mimetica e il kalashnikov in spalla. Fa parte dei fedelissimi di Pastor Alape, verso il quale ha cieca fiducia. “Ci alziamo alle quattro esattamente come gli uomini - spiega, sorseggiando un tinto fumante - facciamo un’ora di esercizio fisico, poi un bagno nel fiume e la colazione. Ascoltiamo il giornale radio e discutiamo di ciò che accade nel mondo. Resterà stupito chi pensa che non abbiamo i piedi per terra e che siamo poveri sognatori fuori dalla realtà”. Usa un tono sempre calmo e gentile. Sorride. Intorno la vita scorre lenta, senza fretta. Due ragazzi sui ventanni cucinano, il comandante e il suo vice discutono le nuove strategie e una donna taglia la legna. “Certo, Marina sta tagliando la legna. È normale. - Aggiunge con

tono soddisfatto - Qui l’unica differenza fra uomo e donna è dettata dai problemi fisiologici, che vengono assolutamente rispettati. Per il resto: spariamo, corriamo, studiamo e quando serve combattiamo. È una scelta di vita assoluta. Per diventare rivoluzionarie e combattere ingiustizie e corruzione abbiamo persino dovuto rinunciare al sogno di una famiglia. Non possiamo avere figli: la legge delle Farc parla chiaro. Questa non è vita per un bambino. E quando diventi mamma sei distolta dalla causa. Il tuo amore per la rivoluzione rischia di passare in secondo piano. Non possiamo permettercelo”. Si distrae, accanto a lei si è appena seduta una compañera che le fa cenno di alzarsi. Ordini superiori. “Il mio nome? Uno qualsiasi. Sceglietelo voi”. Non sembra molto disponibile ad aprirsi. È come costretta a starsene lì, senza nessuna voglia. Ci scruta di sottecchi. Non si fida. Guarda nervosa il comandante, che la tranquillizza: “Il nome di guerra lo puoi dire, tranquilla”. Si rilassa: “Erika. Il mio nome di guerra è Erika. Ho trentanni anni. Da otto sono nella guerriglia”. Gioca con le dita, intrecciandole di continuo. “Mi sono arruolata per necessità, per la miseria del mio Paese. Per mezzo di questo lotta cerco di ottenere un cambiamento. Tutti dovremmo essere uguali. Senza poveri, né ricchi. Tutti con le stesse possibilità. È questo desiderio che mi ha spinto ad abbracciare le armi”. Il suo spa-

non tradisce mai alcun dubbio, né incertezza. “Le mine? Robaccia, perché coinvolgono gente innocente. Ma noi siamo proletari e non abbiamo molte altre armi per difenderci. Le bombe artigianali ci servono. Questa è la guerra. Siamo costretti a farlo. Ma come le mettiamo le togliamo. Tracciamo ogni volta una mappa del campo minato e quelle inesplose ce le riprendiamo. Non si butta via niente. Non si naviga nell'oro”. E dicendolo usa un tono scherzoso che fa a pugni con la drammaticità dell'argomento. I nostri volti non nascondono lo sconcerto: abbiamo appena conosciuto un padre contadino saltato su una mina fariana e non c'è proprio niente di divertente. “Noi lottiamo per il popolo e in guerra c'è chi muore” riprende. “Chiaramente cerchiamo sempre di proteggere i più deboli, ma a volte non ci riusciamo”. ul reclutamento dei minori - altra accusa rivolta alle Farc dalle più autorevoli organizzazioni umanitarie internazionali in difesa dei diritti umani - el comandante non è da meno: “Abbiamo una regola ben definita: accettiamo persone dai sedici ai trent’anni. Gli under e gli over li valutiamo di volta in volta. Certo, quando ci troviamo davanti a bambini rimasti orfani per la violenza di Stato, non esitiamo a prenderli con noi. È così che li aiutiamo, dando loro un'alternativa di vita, una maniera di riscattarsi”. È brutale sui sequestri: “La guerra è disumana. Non fa sconti. E anche i rapimenti non sono che una delle più brutali regole di questo gioco. Privare della libertà un essere umano è straziante. Ma non abbiamo scelta. Sequestriamo per due motivi: per costringere la gente a rispettare l'imposta rivoluzionaria (che condiziona anche le merci, coca compresa, e che sembra assicurare loro un giro di denaro che si aggira fra i duecento e i trecentocinquanta milioni di dollari all'anno ndr) e per motivi politici. I primi terminano con il pagamento del riscatto, mentre i secondi sono più complessi. Secondo la nostra legge, chiunque si candidi a ricoprire cariche di potere in questo sistema di governo da abbattere è un nemico. E i rapiti politici sono merce di scambio preziosa per riavere indietro i nostri compagni rinchiusi nelle prigioni di Stato”. E via ancora con lunghe analisi storico-politiche in cui mai perde occasione per sciorinare la sua buona preparazione culturale. Citazioni di Marx ed Engels, Gramsci e Bolivar, Martì e Castro. “Nelle Farc tutti studiamo, e ogni santo giorno in ogni accampamento si commentano le notizie nazionali ed estere che riusciamo ad ascoltare via radio. Poi leggiamo: Marquez, Saramago, Cervantes, Galeano, Tolstoij, Esquivel, Neruda. Sono in molti a cimentarsi nel compor-

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gnolo è molto povero e la pronuncia singhiozza. Continua: “Quando qualcuno sente qualcosa dentro, prende e va, senza star troppo a pensarci, a recriminare. È quello che è successo a me. Ed entrando nelle Farc ho cominciato a rendermi conto di tante cose. Della realtà. Da civili non si ha la chiarezza della realtà”. Ed elenca miseria, corruzione, disoccupazione, umiliazione dei poveri. “I sentimenti che questa situazione scatena dentro sono il primo passo verso la lotta. Si entra qui perché c’è bisogno di un cambiamento”. Ha preso fiducia e non si ferma: “Per me è stato sicuramente un po’ più facile rispetto alle altre donne delle Farc, perché mai ho avuto il desiderio di farmi una famiglia, di avere figli. Mai. Da quando ho iniziato a ragionare, ho capito che non potevo starmene con le mani in mano. La decisione di entrare nelle Farc l’ho presa prestissimo. Sono figlia di contadini”. Qui si ferma. Ha paura a spingersi oltre. Il nome del suo paese natale resta tabù. “Ho undici fratelli, questo lo posso dire. E anche che la mia era una famiglia abbastanza povera, ma non misera. I miei sono coltivatori e avevamo sempre di che mangiare”. Si ferma, respira, riprende: “Anche mia sorella entrò nelle Farc. Prima di me. Ma adesso ha deposto le armi. Non sta bene e ha dovuto desistere”. Un altro sospiro: “Adesso devo andare. Il dovere mi chiama. I compagni hanno bisogno di me”.

re versi e decantare poemi. Facciamo anche teatro. E cantiamo. Non siamo degli artisti, ma ci dilettiamo. La cultura è importante”. Parlerebbe ancora per ore. Ma una cellula è appena rientrata da una spedizione e c'è bisogno di lui. Quindi sul narcotraffico taglia corto: “Noi prendiamo un'imposta sulle foglie di coca che i contadini vendono ai narcotrafficanti. Non vendiamo cocaina”. Si alza e anche noi ci sparpagliamo, incuriositi da quella decina di giovani intenti a cucinare, raccogliere legna e perlustrare l'area, kalashnikov in spalla. Alle cinque e mezza del pomeriggio la cena. Carne e verdura. “Roba da ricchi”, sorride Alape. Mangiare carne per i campesinos è un miraggio. “Quando ci accampiamo per settimane in un punto cerchiamo di allevare qualche pollo, galline e se è possibile un maiale. Siamo in tanti. E fare la guerra mette fame”. L'aguardiente innaffia il pasto. Calato il buio viene accesa qualche fiaccola flebile, per non attirare l'attenzione dell'esercito in perenne pattugliamento. E, nell'intimità della notte, viene improvvisato un gioco di squadra per passare la serata. Il giaciglio è una tavola di legno, coperta da una tenda di nylon nero. Una guerrigliera ha pensato al mio, abbellendolo con lenzuola blu tempestate di stelline gialle: cozzano con tutto. La notte è lenta e insonne: la foresta fa un baccano inenarrabile per far posto alla luna. Alle quattro, la sveglia interrompe gli incubi. Esercizi fisici, bagno nel fiume e colazione. Questa l'alba delle Farc. Poi Pastor Alape raggiunge i suoi e insieme commentano i fatti del giorno. Al centro del dibattito, l'elezione di Michelle Bachelet quale prima donna presidente in Cile. C'è anche posto per le lamentele e qualche battibecco. Per i più stanchi una bella arringa retorica e altisonante e via con le consegne. A noi non resta che scacciare l'ansia e attendere il passaggio per tornare alla realtà. Gli accordi dicono che ripartiremo alle otto, ma non abbiamo nessun potere per farli rispettare. Dieci minuti dopo, il comandante si avvicina e nel chiederci se abbiamo mangiato a sufficienza, con un sorriso ironico ci dice : “I vostri muli? Perché? Pensavate di andarvene? Non ve l'ho detto che restate con noi?”. Il sangue si gela, ma è un baleno: la bella condottiera del giorno prima compare con gli animali. Uno sguardo e ripartiamo. Fiato sospeso. Senza mai voltarci. In alto: Cacciatore per fame. Magdalena Medio, Colombia. Foto di Matt Shonfeld per PeaceReporter. In basso: Pista dell’esercito nella selva. Archivio PeaceReporter


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L’intervista Algeria

I figli della montagna di Christian Elia Sono passati dieci anni da quando, gennaio 2000, in Algeria è entrata in vigore la legge sulla ‘Concordia Civile’. Un momento storico per i tanti che la ritengono la vera svolta per porre fine alla drammatica guerra civile che, dal 1990 al 1998, ha causato la morte di almeno centocinquantamila persone. n oblio istituzionale, invece, la ritengono coloro che vedono nella legge il velo pietoso calato per sempre a coprire i responsabili dei massacri degli anni Novanta, sia tra gli integralisti islamici che tra i politici e i militari. Comunque in tanti hanno accettato, come propone la norma voluta da Abdelaziz Bouteflika, nel 2000 e ancora oggi presidente algerino, di deporre le armi in cambio dell’amnistia. Boutef, come viene chiamato in Algeria, ha sempre difeso la sua idea, sottoposta a un referendum popolare nel 1999 e nel 2005, quando la Concordia Civile venne trasformata nella Carta di Riconciliazione Nazionale. Un gruppo di irriducibili resta in montagna, ma la maggior parte dei guerriglieri che prese le armi contro il colpo di stato laico dell’esercito nel 1990, contro la vittoria elettorale degli islamisti, è tornato a una vita civile. Uno di loro è Rachid. PeaceReporter lo ha intervistato ad Algeri, nello studio dell’avvocato che lo ha seguito nella sua scelta.

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In che modo matura una scelta come quella di iniziare la lotta armata? È così doloroso, per me, pensare a quei giorni. La sensazione che nessuno, neanche quelli che ti amano, possano capirti è così forte che speri sempre di non parlarne più. Ma mi rendo conto che è troppo presto per il silenzio. Ogni volta che leggo di poliziotti o militari uccisi, piuttosto che quando leggo che l’esercito ha ucciso ‘presunti’ terroristi mi vengono i brividi. Questo Paese deve fare i conti con quello che è successo, prima che sia troppo tardi. Io avevo solo venti anni, sono sempre stato credente. Un vero credente (di questo almeno ero convinto allora), deve combattere se la fede è attaccata. Il golpe dei militari che annullò la vittoria legittima degli islamisti nelle prime elezioni libere dell’Algeria, dopo la guerra d’Indipendenza, mi sembrarono subito, un attacco alla fede. Era solo politica, ma questo l’ho capito dopo. Per quella idea ho ucciso e hanno tentato di uccidermi, per quella idea ho visto massacrare persone innocenti, sia dai miei compagni che dai militari, anche se poi davano la colpa a noi. Era troppo, dopo anni non ne potevo più. Ma come fare? La legge del 2000 ha messo in libertà tanti di noi, è stata l’occasione per chiudere con quella vita. Ho avuto paura, tanta. Almeno duecento persone che hanno fatto la mia stessa scelta sono state assassinate dai vecchi compagni perché ritenuti traditori. Temevo anche il ritorno: nel mio villaggio tutti sapevano chi ero e cosa avevo fatto, ma non ho subito ritorsioni. Non mi sono mai pentito della mia scelta. Cosa ti ha convinto a farla finita? Non potevo immaginare la mia vita e quella dei miei figli. Questa mancanza di 14

futuro, dopo un po’, mi è sembrata un incubo. Vorrei tanto essere così convincente, in primo luogo con me stesso, da dire che tutta quella violenza mi era diventata insopportabile. Ma non è per quello che ho mollato, perché non ho mai creduto nella lotta armata. Io mi sentivo costretto a farlo, dall’idea che sarebbero stati i militari a venirci a prendere. Sostenevo il Fronte Islamico di Salvezza, loro lo sapevano. Dopo le elezioni del 1990 e il colpo di Stato sarei stato arrestato o ucciso, com’è accaduto a tanti altri. Combattere era l’unica possibilità di salvezza. Ma alla fine non ne potevo più. Dopo anni nei quali ho visto guerriglieri prendere moglie e mettere al mondo dei figli, ho ceduto al desiderio di una vita normale. Non potevo immaginarmi senza figli, senza famiglia. O peggio, non volevo che i miei figli fossero ‘figli della montagna’. Chi sono i ‘figli della montagna’? Sono centinaia, per alcuni cinquecento. Ma io credo che siano molti di più. Sono i figli dei guerriglieri, nati da donne che i miliziani hanno sposato in clandestinità. I gruppi armati hanno al seguito famiglie intere, che non si muovono con loro in ogni momento, per ovvi motivi, ma che ci sono. Tanti bambini nati da queste unioni non sono mai stati registrati presso le autorità perché, come potete immaginare, ci sarebbero troppe domande alle quali rispondere. Ecco che questi piccoli, magari allevati dai nonni, in villaggi dove nessuno li denuncerebbe, crescono fuori dalla storia. Per me era un’idea più terribile dei massacri stessi. Lo so, è una visione egoista, ma non mi aspetto che voi capiate. Veniamo da vite troppo diverse. L’ultimo gruppo a combattere è quello noto come Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Quanto pensi che durerà? Può durare anche per sempre. L’Algeria ha mille posti dove un piccolo gruppo di uomini pronti a tutto può sopravvivere per anni, nel deserto come in montagna. Sono differenti da noi, però. Non hanno il sostegno della popolazione che, almeno nei primi anni, a noi non mancava. Il governo, l’esercito e la politica internazionale fanno la voce grossa, ma l’idea che ho io è diversa. Servono l’uno all’altro. Finché esistono i guerriglieri, il governo può limitare le libertà di questo popolo, rubandone le ricchezze. Senza rispondere della disoccupazione, della povertà, dell’analfabetismo. Alla politica servono gli irriducibili. Al punto che ti chiedi: ma questi per chi combattono davvero? In alto: La moschea grande. In basso: Interno di un condominio. Algeri, 2007. Foto di Stefano Barazzetta


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Mondo

Notizie che di solito non fanno notizia

Nigeria, sempre più diffusa la pratica di far sparire i rifiuti informatici velenosi

Le buone nuove

Computer tossici Alleanza col buco

Tanzania, un albino in parlamento

e ultime due navi mercantili si chiamano Grand America e MV Veradin. Sono state fermate nel porto di Lagos, in Nigeria, a metà ottobre. La prima proveniva da Anversa, la seconda dagli Stati Uniti con una tappa intermedia in Spagna. Per le autorità nigeriane erano cariche di componenti elettronici inutilizzabili, buoni per essere buttati, anzi seppelliti. La Grand America, inspiegabilmente, è stata fatta ripartire e mentre a Lagos è scoppiata la polemica su come sia stato possibile permettere alla nave e al suo equipaggio di salpare, i riflettori si riaccendono sul traffico, illegale e molto redditizio, del cosiddetto "electronic waste", la spazzatura elettronica. Un problema annoso, quello nigeriano. Il Paese africano infatti, secondo i rapporti delle organizzazioni ambientaliste, Greenpeace in testa, negli ultimi anni è diventato una sorta di discarica internazionale per rifiuti provenienti da Stati Uniti ed Unione Europea. Secondo l'ultimo rapporto di Basel Action Network, ogni mese nella sola Nigeria entrano qualcosa come cinquecento container carichi di materiale elettronico non riparabile né riutilizzabile, per un totale di circa quattrocentomila computer. Riciclarli comporterebbe spese ingenti. Così spesso risulta più facile ed economico affidarsi a organizzazioni che quei rifiuti li fanno sparire, per pochissimi dollari a pezzo, in Nigeria o in Ghana, interrandoli o gettandoli in mare. Non prima che un esercito di ragazzini abbia estratto dalle carcasse degli apparecchi elementi grezzi come argento, nichel, oro, palladio, rame e silicio. Gli scarti però sono tossici e costituiscono una minaccia sia per chi vi lavora a stretto contatto, sia per gli abitanti delle aree in cui vengono interrati, perché le tossine inquinano la terra e gradualmente arrivano alle falde acquifere. L'Unione Europea nel 2003 ha adottato una legge stringente in materia di riciclaggio dell'ewaste che, tra i suoi punti, vieta le esportazioni di apparecchi elettronici completamente rotti fuori dai confini Ue. Leggi che non hanno scalfito un traffico da milioni di euro.

La Tanzania elegge il suo primo parlamentare albino. Si chiama Salum Khalfani Bar'wani. Prima di lui un altro albino aveva ricoperto pari carica, una donna: Al-Shymaa Kway-Geer. Ma era stata scelta dal presidente, che ha il potere di indicare fino a dieci persone fra i non eletti. La sua nomina aveva pertanto un carattere simbolico. Bar'wani si dice contento perché la sua elezione è frutto della scelta della gente, mostrando così quanti passi avanti si siano fatti circa i pregiudizi nei confronti degli albini. Da sempre vittime di emarginazione, vengono ritenuti portatori di particolari poteri magici, tanto da essere venduti agli stregoni ed usati nei riti.

Cipro, rimosse 25mila mine A Cipro, negli ultimi sei anni, gli sminatori delle Nazioni Unite hanno individuato, rimosso e distrutto 25mila ordigni tra mine antiuomo e anticarro collocate nel 1974, ai tempi dell'intervento militare turco sull'isola dopo un fallito golpe di nazionalisti greco-ciprioti. Lo ha annunciato Lisa Buttenheim, speciale rappresentante del segretario generale dell'Onu a Cipro, affermando che "aver raggiunto questa pietra miliare rappresenta un altro importante passo avanti nella nostra attività al servizio delle due comunità dell'isola". Gli esperti del Centro Onu antimine di Cipro (Unmacc) - un progetto realizzato dall'organizzazione Partnership per il Futuro che fa parte del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) - operano dal 2004 all'interno della zona cuscinetto lunga 180 chilometri che taglia l'isola in due. All'interno di questa striscia di terra, gli sminatori hanno trovato e rimosso 17.000 mine antiuomo e 8.000 mine anticarro. Si ritiene comunque che, su una superficie di circa due milioni di metri quadrati dell'isola ancora non bonificati, possano trovarsi almeno altri 15.000 ordigni inesplosi che l'Unmacc conta di rimuovere del tutto entro l'anno prossimo. 16

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Alberto Tundo

Serbia, la Nato chiama ma Belgrado non risponde

a Nato si riunisce il 19 e il 20 novembre a Lisbona. L'Afghanistan è, per ovvi motivi, il tema principale sul quale saranno chiamati a discutere i membri dell'Alleanza Atlantica. L'allargamento, però, non è meno importante e la Serbia in questo senso gioca un ruolo chiave. Per anni, infatti, nei Balcani in generale e nell'area della exJugoslavia in particolare, si è parlato di integrazione euro-atlantica. L'adesione al club di Bruxelles è stata trattata di pari passo con quella alla Nato. È stato così per Macedonia (che ha ancora un contenzioso con la Grecia per il nome), Montenegro, Slovenia, Croazia. È così per la Bosnia-Erzegovina, come per l'Albania. La Serbia merita un discorso a parte. Il 25 ottobre scorso, nell'ambito della riunione dei Ministri degli Interni della Ue a Lussemburgo, è caduto il veto all'adesione di Belgrado. L'Olanda, che poneva la cattura del boia di Srebrenica, Ratko Mladic, come precondizione, ha accettato di porre solo una riserva e non un veto, indicando nel 2016 la data per una potenziale adesione a pieno titolo. Certo, la cattura del generale serbo resta una priorità, ma un passo importante è stato fatto. Per la Nato, invece, il discorso è differente. Troppo vivo nell'opinione pubblica serba il ricordo dei bombardamenti della Nato sul Paese nel 1999, durante l'intervento per il Kosovo. La Serbia fa gola, in virtù di un accordo speciale con la Russia, che toglie i vincoli doganali alle merci prodotte a Belgrado. Una testa di ponte per le aziende Ue, verso un mercato da quattrocento milioni di consumatori. Ecco che l'adesione alla Nato passa in secondo piano, anche perché la Russia considera la Serbia una specie di provincia lontana e non gradirebbe affatto l'adesione all'Alleanza Atlantica. Il vertice di Lisbona non darà risposte, ma è probabile che si tenterà di individuare una strategia per evitare di trovarsi, magari nel 2016, con un buco nel mezzo del fronte della Nato.

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Christian Elia


Khodaa hafeez, Haji Jalil Ci ha lasciato Haji Jalil, punto di riferimento di Emergency e PeaceReporter in Afghanistan. Lo raccontano Cecilia Strada, Presidente dell’associazione; Marco Garatti e Gino Strada, chirurghi e Matteo Dall’Aira, infermiere.

“Allora, hai visto Roma? Bella, vero?”. Era la prima volta che Haji Jalil veniva in Italia, volevo capire le sue impressioni . “Mah, bella, insomma… Milano sì che è bella: con tutti quei palazzoni. Ma Roma, Roma è piena di rovine: quelle ce le abbiamo anche a Kabul!”. Punti di vista. Un nostro collega l’ha accompagnato a fare un giro per Milano ed è rientrato in ufficio sconvolto: i passanti additavano i vestiti afgani, sussurravano “sarà mica un talebano?”, e nell’arco di cinquecento metri sono stati fermati da tre pattuglie della polizia: chi è lui, che cosa fa qui, documenti. Che razza di paese, è stato il nostro commento. “Che paese civile – è stato quello di Haji – pensa che i poliziotti mi hanno fermato tre volte e non mi hanno neanche picchiato”. Altri punti di vista. Cecilia Strada


ifficile e doloroso tradurre un uomo come Coco Jalil in poche parole. La nostra amicizia, vera e profonda, è nata nel Febbraio 2001, quando stavamo aprendo il centro chirurgico di Emergency a Kabul. Lui era già diventato ‘l’ombra di Gino’: ovunque Gino fosse potevi girarti e avresti scorto Coco Jalil, sempre attento ma mai invadente. E una delle sue caratteristiche è sempre stata il senso di protezione, quasi per lui naturale, verso tutti gli internazionali in missione con Emergency. Durante l’inverno 2001 Marco ed io siamo rimasti i soli internazionali in missione, io in Panjsher e Marco a Kabul. Il venerdì di solito scendevo dalle montagne e venivo a pranzo a Kabul, dormendo una notte lì per poi ripartire all’alba del giorno dopo. Uno dei miei ricordi più belli è legato proprio a quelle serate, in quella enorme casa, molto fredda, davanti al camino acceso dove Coco Jalil ci raccontava la sua vita. Una vita per noi ‘allucinante’: sette anni di carcere nella peggior prigione dell’Afghanistan, dove aveva visto esecuzioni sommarie e torture di ogni genere, senza aver commesso nulla. La stessa sua scarcerazione degna di un film. Ma dove proprio in un luogo così disumano, aveva tirato fuori tutta la sua semplice e per questo profondissima umanità: aveva accudito i più anziani, i più poveri, quelli malati e si era guadagnato per questo una immensa riconoscenza da parte di tantissime persone. Aveva poi vissuto tutta l’invasione sovietica e la terribile guerra civile del ‘92. Ci raccontava fiero di quando allora portava i dispacci per il ‘Comandante’, quell’ Ahmah Shah Massoud del quale si commuoveva come un bambino al solo ricordo. Così come si commuoveva al ricordo del figlio ventunenne, Jamil, ucciso dai talebani durante il loro periodo di regime in Afghanistan. Era molto felice di essere riuscito a venire varie volte in Italia a conoscere il popolo di Emergency, che lui ha sempre chiamato ‘i miei fratelli e le mie sorelle’. Tutta la mia famiglia ha avuto il grande privilegio di conoscere questo unico essere umano, che aveva una capacità di adattamento davvero strabiliante. Una delle volte che era ospite a casa mia, l’ho raggiunto in salotto e lui stava ‘amabilmente’ conversando con mia nonna, allora novantenne, e per giunta friulana. Aveva questa capacità unica di riuscire a comunicare prima di tutto con la sua mimica, non solo con il suo linguaggio del tutto personale. In pizzeria in Italia ordinava da solo quello che voleva. Ed aveva la capacità di ‘sentire’ le persone vicine a lui, alle quali si legava senza condizioni. Amava Emergency, aveva capito in profondità il suo messaggio di pace e di cura delle persone malate e cercava di farlo capire a tutti non appena ne aveva l’occasione. Sono tantissimi i ricordi che ho di lui, tutti i suoi abbracci quando mi veniva a prendere all’aeroporto e quando ripartivo, quando mi ‘scortava’ in macchina per andare in Panjsher, quando accadeva qualche problema e lui era sempre presente e con una risata riusciva a rassicurare tutti. Quando mi ha accompagnato lungo la linea del fronte, nel 2001, superando i vari check points talebani con il semplice accorgimento di cambiarsi il suo immancabile pakul con il turbante. All’arrivo a casa a Kabul dopo la mia liberazione ad aprile, ha cosparso di

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petali di rosa la mia testa e quella di Marco, perché non ci capitasse mai più una cosa del genere. E lui, dopo dieci anni in cui ha dimostrato un attaccamento profondo ad Emergency, si è scusato per quello che altri suoi fratelli afgani ci avevano fatto… Basterebbe questo gesto per raccontare chi era il grande Coco Jalil. Ora l’Afghanistan senza di lui non è più la stessa cosa. Ciao amico mio. Matteo

i sedeva la mattina alle sette sul tappeto della living room con la solita sigaretta in una mano e il the verde dall’altra. In testa il suo solito pakul scuro, messo un po’ di traverso come faceva Massud. Mi diceva in quella lingua tutta sua - un insieme di farsi, di inglese, di movimenti del corpo, di segni per aria cosa c’era che non andava in città a Kabul e nel Paese tutto. Lui lo sapeva, aveva amici dappertutto. Amici che venivano dagli anni passati nella prigione di Paul-e-Charki (sette anni, diceva quasi con orgoglio, senza che mai mi dicessero cosa avevo fatto di male), amici che aveva incontrato nella sua lunga carriera di camionista in giro per il Paese, amici che lo conoscevano per tutti gli anni passati nella valle del Panjsher. Io lo avevo conosciuto appena arrivato a Kabul, nel febbraio del 2001, quando ancora buona parte del Paese, capitale compresa, erano sotto il controllo dei talebani. Lui da “Panjshero” rischiava molto a stare a Kabul eppure lo faceva perché c’eravamo noi, quelli di Emergency, che aveva conosciuto qualche tempo prima nella sua valle, dimenticata da giornalisti e da agenzie non governative, dove Emergency con grande difficoltà aveva costruito un ospedale per le vittime di guerra. E questo lui non lo ha mai dimenticato. Ha sempre avuto fortissimo il senso di responsabilità a proteggerci, come ha fatto con Gino quando in pieno attacco americano sul Paese lo ha accompagnato attraverso la linea del fronte per riaprire quell’ospedale che da maggio non funzionava più: unica precauzione, cambiarsi il pakul, segno distintivo del suo essere tagiko, e mettersi il turbante, per mischiarsi un po’ con i talebani che ancora controllavano la città: delle bombe che gli “Ameriki” tiravano sulla strada per la città, non si curava. Come non si curava di farsi ammazzare con un sasso in mano dietro la porta della nostra casa una notte a Kabul, subito dopo la presa da parte dell’Alleanza del Nord della capitale, quando a un certo punto si sono sentiti spari all’esterno: con un sasso in mano voleva lasciare a me un po’ di tempo per darmela eventualmente a gambe. Lo ricordo ancora fiero e solare, appena tornato dal pellegrinaggio alla Mecca, quando da Coco è diventato per tutti Haji: testa rasata, vestito con un lenzuolo come tutti i pellegrini, ma con quella luce di gioia incontenibile per aver fatto quello che per un musulmano rappresenta il momento più importante della sua vita. L’ultimo viaggio in macchina che abbiamo fatto insieme a Lashkargah, lo abbiamo fatto con un furgoncino carico di medicinali che là non si trovavano: ci abbiamo impiegato sedici ore e ancora ricordo lui che mi prendeva per le spalle per farmi risalire in macchina quando, vinto dalla pressione della mia vescica, ho chiesto di fermarmi un attimo: “troppo pericoloso, Marco katernok, buro, buro”. Ci siamo visti l’ultima volta la sera della mia liberazione dalle carceri dei

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servizi segreti afghani. Cospargeva la testa di Matteo e la mia con petali di rosa, lui il tagiko mujaheddin della valle del Panjsher e aveva le lacrime agli occhi quando ci ha abbracciato. Nelle fotografie fatte con la gioia del momento sono abbracciato a Susanna da una parte e ho l’altra mia ‘manona’ sulla sua spalla; lui davanti a me è piccolo, piccolo, pronto a scomparire come poi, inaspettatamente, qualche mese dopo, ha fatto. Ciao Haji, Marco

bdul Jalil, per l'anagrafe orale, tra i quarantacinque e i cinquant'anni, ma ora ci si è ufficialmente accordati per quarantotto. Stava .quasi sicuramente facendosi i fatti propri nell'estate del 1999, gironzolando per il giardino, quando ci siamo presentati alla porta di casa sua a Saman Khor. Ci aveva fatto entrare, abbiamo preso il tè seduti sul muretto di terra a lato del pozzo, e mangiato l'uva della grande vite che ci riparava dal sole, chicchi piccoli dolcissimi e senza semi. Gli avevamo chiesto di affittarci la sua casa, e se possibile anche quella accanto, di proprietà del fratello. Nessun problema. Jalil aveva finito con il trovare lavoro nel badare alle proprie case, ora diventate anche le nostre case. "House manager" recitava pomposamente la tessera di identificazione che Emergency gli aveva fornito. In realtà Jali!, aiutato dal fratello Noor e dal genero Dastagir, faceva tutto quel che c'era da fare, comprese le pulizie. E viveva con noi, osservando il tutto con grande intelligenza. Un giorno, alla mia richiesta di non scordarsi la carne per il ragù, era sbottato: "Koko Jalil computer ast" , Koko Jalil è un computer. Era passato solo un mese da quando aveva visto, per la prima volta in vita sua, quella strana scatola dentro la quale molti di noi scrivevano, e già aveva concluso che serviva per memorizzare qualcosa che si doveva o voleva ricordare. E lui, il computer, non si sarebbe certo scordato del ragù. La serie delle autoproclamazioni era poi proseguita con il "Koko Jalil engineer", quando eseguiva in modo fantasioso piccole riparazioni domestiche, e il "Koko Jalil manager" che organizzava i viaggi dell'asino su e giù da casa al fiume per rifornirci di acqua la mattina. Fino ad arrivare al "Koko Jalil helicopter" che riservava ai momenti speciali, quando doveva recapitare un messaggio urgente: allora partiva di corsa a braccia larghe, ancheggiando e muovendo il tronco e le braccia a mimare le pale rotanti dell'elicottero. Era nato un mito, Jalil lo aveva capito. E ha giocato il suo ruolo. Da allora gli è chiarissimo chi sia Jalil, contadino del Panchir, e chi invece Kpko Jalil, il Signor Jalil, un mito, una specie di Batman afgano. Persone diverse. Jalil fuma, beve ogni volta che può, racconta balle, ogni tanto cerca anche di fare il furbo, come la volta in cui aveva tentato di inserire sua madre tra le vedove che Emergency si proponeva di assistere fornendo bestiame, senza considerare le condizioni economiche della signora, né i limiti di età. Koko Jalil, invece, non sa neanche che cosa siano hashish e vodka, e parla sempre con lingua diritta. Irreprensibile, infaticabile, unico. Il processo di sdoppiamento è andato così avanti che da molto tempo il mio amico, che ha chiaramente una propensione a essere sempre più Koko Jalil, parla di sé in terza persona: non dice "vado", dice "Koko Jalil va". Spero sia un fatto temporaneo, o un adattamento linguistico per comunicare con noi. Anche perché è Jalil, non Koko Jalil, il vero mito. La sua storia percorre questa

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terra, perché è la storia di molti dei suoi abitanti. Alla fine degli anni settanta, la sua famiglia si era spostata dal Panchir fin su nel Nord, per sottrarsi alla guerriglia tra i governativi e i mujaheddin. Jalil lavorava al forno del pane a Kunduz. Dodici ore al giorno, per racimolare mezzo dollaro. Poi erano arrivati i russi, arroganti, intimidatori: "Sei un mujaheddin?". "No, faccio il pane." "Non è vero," e uno schiaffo. "Man nan bui," io faccio il pane. Quando Jalil aveva raccontato la storia al padre Abdulakim, che ne aveva sentite di simili da altri figli suoi e non, la decisione era stata immediata: "Fardo Panchir raftan, jihad mekunam", domani torniamo in Panchir e facciamo la guerra santa. Jalil non era finito al fronte, dove invece era andato un fratello e ci era rimasto, ucciso nella guerra contro i russi. Jalil aveva continuato a fare il pane, a Kabul. Ma la gente del Panchir era vista con sospetto, e alla fine a qualcuno era venuto lo stesso dubbio del soldato russo di Kunduz, che Jalil con i suoi nan croccanti e dalla forma ovale stesse in realtà lavorando per destabilizzare il governo afgano. E Jalil era finito in galera, a Pul-i-Charki. Senza un'accusa né un processo. "Ho preso tante botte, mangiato pochissimo e dormito a lungo," ricorda Jalil di quegli anni. Una volta l'avevano tenuto per venticinque giorni in una cella buia di un metro per un metro. Quando racconta questa esperienza, gli occhi di Jalil cambiano espressione. Aveva incubi ricorrenti, appena si addormentava, cominciava a temere di non controllare più il cervello. Allora, quella volta, aveva chiesto il favore che non lo lasciassero più addormentare. È uscito di prigione sette anni dopo. Sette anni, finiti grazie a un giornalista che visitando il carcere si era imbattuto in lui e gli aveva chiesto: "Perché sei qui?". "Non lo so," era stata la risposta. Il giornalista aveva chiesto informazioni al direttore del carcere, che dopo un'accurata ricerca era andato su tutte le furie con Jalil, che risultava un clandestino. Il suo nome non figurava da nessuna parte, non aveva alcun diritto di essere lì. Fuori. Era stato scarcerato e si era ritrovato, ancora una volta, con la guerra, continuata anche dopo che i russi se ne erano andati dall'Afganistan, sette mesi dopo, e lui era ritornato in Panchir. Era la guerra contro il governo del dottor Najibullah, cui ne era seguita un'altra tra le fazioni di mujaheddin vittoriosi. Poi erano arrivati i talebani. Un'altra guerra che gli aveva portato via anche il figlio Jamil, il primogenito, ucciso in un bombardamento. Un dolore così grande da spingere Jalil a combattere, per la prima volta. "Sono venticinque anni, Gino, venticinque anni che ogni sera spero che la guerra finisca, domani." Fardo: Inch'Allah, domani se dio lo vorrà. Jalil, e anche Koko Jalil, vorrebbero una vita diversa, un po' di tranquillità, e magari qualche novità che non sia l'annuncio di un'altra tragedia. "Guarda," mi aveva detto una volta mentre seguivamo insieme in televisione un servizio sugli astronauti, "fuori di qui gli uomini girano intorno alla terra, e noi l'unica cosa che continuiamo a girare è questo stupido turbante." Jalil vuole conoscere il mondo, ed è stanco di guerra. Gino (Testo tratto da Buskashì, viaggio dentro la guerra. Di Gino Strada, Serie bianca Feltrinelli. Italia, Settembre 2002)


Notizie che di solito non fanno notizia

Le buone nuove Cuba, aprono i negozi per gli agricoltori Messico, zapatisti ancora nel mirino dei paramilitari latifondisti

Afghanistan: sempre più poveri nonostante gli aiuti

L’esercito di dio

Fame di pace

on si fermano le aggressioni paramilitari contro i membri delle comunità indigene zapatiste in Chiapas, stato meridionale del Messico al confine con il Guatemala. Scopo principale dei paramilitari è quello di intimorire le comunità indigene e se possibile cacciarle dalle loro terre per poi consegnarle alle grandi industrie multinazionali del settore alimentare. Di fatto le azioni paramilitari nel sud del Messico sono sempre più numerose e violente e capita, a volte, che gli stessi paramilitari nella foga di compiere azioni contro gli indios si sbaglino. È avvenuto qualche settimana fa nella zona di Ocosingo dove i militanti dell'Ejercito de Dios (uno dei tanti gruppi paramilitari presenti in Chiapas) hanno per errore sequestrato due soldati dell'esercito federale messicano in abiti civili. Stando ai racconti i paramilitari avrebbero minacciato di morte e torturato i soldati fino all'arrivo di un battaglione dell'esercito che se li sarebbero fatti riconsegnare. Non solo. I militanti dell'Ejercito de Dios da tempo stanno contribuendo al disboscamento (illegale) di parte della foresta. Per questo motivo, però, sono incolpati gli indios zapatisti che spesso sono arrestati. E chi si mette di mezzo, come alcuni audaci e alquanto seri pubblici ministeri, fa una brutta fine. Il paramilitarismo nel Chiapas, ma anche in altre aree del Paese, ormai è divenuto parte della società con cui la popolazione è stata costretta a dover convivere. I paramilitari, appoggiati dalla politica federale, chiedono al governo di intervenire contro gli zapatisti e le organizzazioni “straniere” che li appoggiano e che potrebbero “provocare destabilizzazione”. Dal Centro Fray Bartolomè de las Casas, ritrovo della società civile nazionale e internazionale che monitora la situazione degli zapatisti dell'area, le continue provocazioni da parte dei militanti dell'Ejército de Dios, sono la conferma della loro volontà di destabilizzare la zona, aggredire gli indios zapatisti e saccheggiare le risorse naturali, commettendo reati molto gravi, alimentando una guerra che pur essendo considerata di bassa intensità continua a causare vittime.

a povertà in Afghanistan sta aumentando in maniera esponenziale. Secondo i dati diffusi dal ministero afgano dell'Agricoltura, il numero dei 'poveri estremi' è quasi raddoppiato negli ultimi due anni: nel 2008 erano circa cinque milioni, oggi sono almeno nove milioni, vale a dire un terzo dell'intera popolazione. La 'povertà estrema' è comunemente intesa come la condizione di chi non dispone di beni essenziali per garantire un livello minimo di sostentamento umano, quali cibo, acqua, indumenti e abitazione. Secondo gli standard della Fao, nelle società agricole come l'Afghanistan, sono 'poveri estremi' i contadini senza terra o quelli che ne possiedono meno di cinque ettari. Per contrastare quest’allarmante tendenza all'impoverimento, il governo afgano ha promesso l'adozione di misure per aumentare la produttività delle terre come la distribuzione gratuita di sementi di qualità e fertilizzanti chimici, o più strutturali come la costruzione di chiuse e canali d'irrigazione. Inoltre il governo afgano ha deciso la creazione di un'autorità statale che avrà il compito di distribuire ai contadini senza terra venticinquemila ettari di terreni oggi posseduti da proprietari senza alcun titolo di legalità. Questo rapido peggioramento dei livelli di vita del popolo afgano è tanto più grave se si considera la crescente mole di aiuti finanziari internazionali che affluiscono nel Paese, a un ritmo ormai di oltre dieci miliardi di euro all'anno. Montagne di denaro che, invece di essere spese a vantaggio della popolazione afgana più bisognosa, sono intascate dai rapaci politici afgani oppure ritornano nei Paesi donatori sotto forma di appalti ad aziende occidentali. Se poi si prova a pensare ai soldi investiti in armi e in guerra, ovviamente il rapporto diventa inaccettabile al buon senso: solo gli Stati Uniti hanno speso quasi quattrocento mililardi di dollari per l’occupazione. Con una cifra simile si potrebbero sfamare gli afgani con pregiato caviale del vicino Iran.

Alessandro Grandi

Enrico Piovesana

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Fare il contadino a Cuba sarà più semplice. L'amministrazione dell'Havana, infatti, ha deciso l'apertura di circa mille negozi che venderanno i materiali necessari al lavoro agricolo. Una manna dal cielo, considerando che da poco il governo ha conferito nuove terre agli agricoltori. All'interno degli negozi in questione saranno disponibili guanti per l'agricoltura, machete, lime per affilarli, manichette per la distribuzione dell'acqua e tutto ciò che è necessario per recintare. Insomma, negozio completi e riforniti di materiali professionali per l'agricoltura. Unica nota negativa potrà essere rappresentata dai prezzi dei materiali, pagabili solo ed esclusivamente in moneta locale, che, non godendo di nessun incentivo o finanziamento statale, potranno essere per un primo periodo piuttosto alti. Un problema quello dei prezzi che potrebbe non essere così importante considerando che gli agricoltori dell'isola godono di guadagni piuttosto soddisfacenti rispetto ai loro compaesani. E anche se finora i negozi non hanno una gran riserva di magazzino, le autorità cubane hanno già promesso che faranno il possibile per aumentare l'offerta all'interno dei negozi.

Sudan-Ciad: gesto di pace firmato Emergency Il Sudan finanzierà la costruzione di un ospedale d'eccellenza in Ciad, Emergency si occuperà della sua costruzione, dell'equipaggiamento e della sua gestione. L'annuncio del Consigliere del presidente del Sudan Ahmed Bilal Osman è avvenuto durante la giornata conclusiva del seminario internazionale "Costruire medicina in Africa. Strategia di realizzazione della Rete sanitaria d'eccellenza" organizzato da Emergency in collaborazione con il Comune di Venezia. Sudan e Ciad, paesi che sono stati in conflitto tra loro, hanno trovato una ragione di collaborazione in un progetto sanitario che vuole garantire accesso a cure gratuite e di alta qualità anche agli abitanti dell'Africa. Il gesto di pace ha riavvicinato due Paesi in guerra tra loro fino a pochi anni fa. Un altro ospedale verrà donato al Sudan del Sud, nonostante i timori circa lo scoppio di un nuovo conflitto tra le due parti siano piuttosto fondati. Una strada percorribile che ha suscitato l'interesse dell'Organizzazione mondiale della Sanità, che ieri ha inviato due rappresentanti per seguire i lavori. 17


Qualcosa di personale Iraq

Il sogno ricorrente Di Laith Mushtaq Sento spesso gli studenti di giornalismo parlare in toni eccitati del loro desiderio di documentare le battaglie e le immagini della guerra; e la mia memoria mi riporta a scene che non mi hanno mai realmente abbandonato. prile 2004, il primo giorno dopo il mio ingresso a Fallujah (la terra della fertilità): la scena di un pick-up, bruciato, il suo proprietario ucciso, il fratello ferito nel cassone, di fronte all'ospedale del Dr. Taleb Al-Ahli... la vista di un uomo carbonizzato. Nessuno che osa avvicinarsi, neppure il giornalista giunto sulla scena. Soltanto una sorta di forza interiore mi spinge in quella direzione e inizio a fotografare mentre inalo l'odore acre emanato dal cadavere del giovane... A questo punto la mia mente ritorna di schianto agli studenti per i quali la guerra è come un gioco da Play Station, senza rendersi conto che da quelle parti le anime se ne volano via dai corpi in tutte le direzioni. Un bambino qui, un vecchio là... Fallujah non è stato l'unico sacrificio di quella guerra, di quella invasione; e non è stata l'unica città in cui ho lavorato in tutta la mia carriera come fotografo e produttore per Al-Jazeera, ma è una di quelle che più si è incisa nella mia memoria... anche oggi. Queste immagini mi hanno perseguitato fino a che ho rinunciato a cercare di scacciarle dalla mia memoria, lasciandole vivere con me, come una parte di me. Ho imparato molto in quella battaglia... in quella città; o, piuttosto, in quella scuola. Ho imparato il significato della pazienza e sono rimasto impressionato di fronte alla resistenza di donne e bambini... quelli impossibilitati a lasciare la città. Ho riconosciuto l'importanza di avere una telecamera durante una battaglia; tu diventi l'occhio del mondo intero, la tua videocamera, l'archivio della storia. Nessuno mi ha obbligato ad andare a Fallujah. Ci sono andato di mia spontanea volontà. Ma mi sono sentito senza speranza quel giorno, il 28 aprile 2004, quando le forze americane raggiunsero un punto in cui resero incredibilmente difficile per me e i miei colleghi lasciare la casa per andare verso l'ospedale da campo nel centro città. Solo allora imparai una lezione sulla resistenza, che mi fu insegnata dall'incontro con un bambino disabile. Stavo camminando nel mercato vecchio seguendo Hamid - il reporter di AlJazeera - ed ero sgattaiolato fuori dalla casa. Iniziai a scattare foto delle rovine, con un senso di noia ed esitazione. Mi trovai a guardare la mezzeria della strada che terminava al ponte ferroviario occupato dai soldati americani, lo stesso ponte dove erano stati appesi i corpi dei loro compagni. Vidi un bambino disabile sulla sua sedia a rotelle muoversi in mezzo alle macerie. Attraverso la lente dell'obiettivo potei vederlo avvicinarsi sempre di più finché ci raggiunse. “Salamu Alaikum” disse; io risposi al saluto con impazienza e poca attenzione, chiedendo sbrigativamente “Perché sei qui?

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Come mai non sei andato con l'ambulanza o i gruppi di emergenza?” Al che lui rispose “Per me sarebbe una disgrazia andarmene e lasciare la mia città agli invasori”. A questo punto mi fermai, e abbassai la mia telecamera per ascoltarlo... per ascoltare Ahmad. Gli chiesi, “Che potresti fare? Sei solo un bambino” (naturalmente non dissi che era disabile e che la guerra non è uno zuccherino). Lui rispose “Soltanto essere qui, parlare a chi resiste all'invasione, alzare loro il morale e pregare per loro è un dovere per me”. Tacqui, mi voltai e me ne andai per la mia strada. Dopo quindici giorni, al termine della battaglia, la gente della città celebrò il cessate il fuoco, appena iniziato con condizioni da loro imposte: nessun americano avrebbe potuto entrare in città senza una scorta armata di Fallujah. Ne avevano avuto abbastanza di soldati che attaccavano le loro case, sparando a caso e causando vittime civili, senza parlare dei furti d'oro e di altri valori durante le perquisizioni. uesto e, soprattutto, il sentimento di rifiuto verso gli invasori, la convinzione di avere il diritto di resistere grazie alla libertà autorizzata dalle leggi del luogo e supportata dalle convenzioni delle Nazioni Unite, crearono un profondo disprezzo nella gente e una resistenza efficace, avvertita come un insulto dall'esercito i cui marines si erano vantati di essere stati i primi a circondare la città. Lo stesso esercito che rifiutava di credere che ci potesse essere un'area a lui proibita in tutto l'Iraq... Così ritornarono... ritornarono il novembre dello stesso anno, portando con loro un mezzo per radere al suolo la città. Un attacco per riconquistare Fallujah usando il fosforo bianco e l'uranio impoverito - come riportato al consiglio delle Nazioni Unite - con effetti che la popolazione locale soffre ancora oggi... Nella città interdetta, ancora oggi nessuno può entrare e uscire senza documenti. Solo che, durante la seconda battaglia, io non ero al mio posto, e non c'era una telecamera neutrale per documentare quello che avveniva, a causa della chiusura degli uffici di Al-Jazeera a Baghdad avvenuta nel 2004. Pochi mesi dopo il nostro documento sulla prima battaglia di Fallujah. A questo punto io avevo lasciato il mio Iraq... ma Fallujah non ha mai lasciato me.

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La battaglia di Fallujah. Fallujah, 2004. Archivio PeaceReporter


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La storia Libano

I martiri di Dahyye di Erminia Calabrese È grande e di colore verde il salone dove Zeinab accoglie le vicine che arrivano portando con sé dolci fatti in casa e datteri dopo una lunga giornata di digiuno nel mese di Ramadan. l muezzin invita alla preghiera mentre il vocio dei bambini che ricorrono un pallone, nei vicoli semi deserti di Ghobeiri, quartiere a sud di Beirut, si mescola con la lettura del Corano in quel mese che è considerato sacro nell’Islam. La gente è in casa pronta per l’Iftar, il pasto che rompe il digiuno. Tra poco arriveranno parenti e amici per quello che è un momento di ritrovo dopo una lunga e faticosa giornata. Nel salone di Zeinab la foto di Ahmad, un ragazzo di vent’anni, è lì su una parete gialla accanto ai versetti del Corano e alla foto del Sayyed Hasan Nasrallah, leader del movimento sciita di Hezbollah. Ahmad ha grandi occhi neri e in quella foto, in divisa militare, sorride. “È mio figlio” sussurra Zeinab. “Un bel ragazzo vero?” chiede sorridendo mentre versa la minestra che apre l’iftar. Si siede Zeinab e comincia a raccontare la storia di suo figlio che a soli venti anni ha deciso di andare a combattere al sud del Libano, arruolandosi tra i combattenti di Hezbollah, per una causa: la difesa della sua terra. “Ero in questo salone quando il 25 luglio del 2006, nel corso della guerra con Israele, i combattenti dal sud mi hanno telefonato per avvisarmi che c’era stata una grande operazione contro gli israeliani a Bint Jbeil. Mio figlio Ahmad vi aveva partecipato ed era diventato un martire, così mi hanno detto”, ricorda Zeinab piangendo. “In quel momento non sapevo se piangere, gridare o essere felice. Sapevo soltanto che non avrei mai più riabbracciato mio figlio. Le vicine hanno cominciato ad affollare questo salone nonostante i bombardamenti che imperversavano su Dahyye (quartiere sud di Beirut, ndr). Venivano qui per farmi gli auguri, avevo l’onore di essere la madre di un martire”, ricorda Zeinab mentre le vicine la ascoltano in silenzio senza interromperla. “Non è stato così facile anche quando la convinzione è cosi forte, alla fine ciò che tu perdi è tuo figlio, la parte più importante di te”. Cerca di soffocare le lacrime Zeinab, mentre mostra un album pieno di ricordi del suo Ahmad. Umm Ali, una donna sui cinquant’anni, mentre serve il caffé e un piatto di dolci, cerca di rompere il silenzio: “Si, qui per noi è un onore avere un figlio martire”, ripete, “anche io ho perso mio figlio Ali, a soli venticinque anni in quella guerra. Anche mio figlio era un combattente e anche i miei altri due figli lo sono”. “Mio figlio Ibrahim aveva diciotto anni quando decise di arruolarsi nella resistenza. Non ha chiesto né il nostro consiglio né il nostro permesso. Aveva fatto la sua scelta da solo senza comunicarlo a nessuno, io però l’ho sempre saputo perché una mamma sente certe cose”, ricorda Hajje Wafa’a, mentre sorseggia il caffé. I suoi occhi si riempiono di lacrime quando pensa a quel 12 luglio 2006 quando appena scop-

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piato il conflitto con lo stato ebraico Ibrahim non aveva esitato a raggiungere la resistenza, mentre Israele aveva cominciato a bombardare il confine. “Quel giorno ricordo che Ibrahim è scappato in fretta senza nemmeno fare colazione, l’ho rincorso per strada per dargli almeno un panino con il formaggio”. “Devo andare, mamma”, mi ha detto, “devo raggiungere gli altri”. È stato l’ultimo giorno in cui l’ho visto fino a quando il 30 luglio del 2006 alcuni suoi amici hanno bussato durante la notte dicendomi “mabruk ya hajje, auguri”. Era morto. Ho pianto, ma sapevo che dovevo essere forte e che per me quello sarebbe stato un onore a vita. io figlio Hussein, avrebbe dovuto sposarsi nell’agosto del 2006, aveva già preparato tutto”, interrompe Sihem, una giovane donna accomunata, come le altre donne, dallo stesso dolore e dalla stessa perdita. “È morto il 2 agosto, il giorno del suo compleanno, mentre combatteva contro gli israeliani. È così che ho perso il mio unico figlio a soli venticinque anni, ma è la nostra terra e qualcuno deve pur difenderla”, e scoppia in lacrime Sihem, mentre mostra la foto di suo figlio il giorno del suo fidanzamento ufficiale, vestito elegante accanto alla sua ragazza Rima. “Tutti i combattenti che muoiono diventano martiri nella misura in cui il loro combattimento è orientato verso una causa giusta, l’Islam, la lotta contro l’occupazione del territorio rientra in questa definizione di morire sul cammino di Dio”, spiega Zeinab, cercando di trovare una giustificazione al suo dolore di madre. Il martire per eccellenza nella tradizione sciita è nella persona di Hussein, morto a Kerbala, primogenito di Ali e Fatima, figlia di Muhammad che aveva tentato di prendere il potere a Mouawiyya e fu sconfitto. La figura del martire nel sud e a Dahyye è onnipresente nel paesaggio, nell’immaginario e nella vita quotidiana. Questa presenza è prima di tutto visuale. Poster dei martiri, in maggioranza ragazzi tra i venti e i venticinque anni, accolgono qualunque passante che si trovi lungo le strade di Dahyye o nel sud del Libano. Alla fine dell’Iftar, prima del congedo, i volti e le parole di Zeinab, Hajje Wafa’a, Umm Ali e le altre donne mostrano un diverso modo in cui la morte di un figlio può essere vissuta.

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In alto: Manifestante Hezbollah. In basso: Murales a Beirut. Foto archivio PeaceReporter


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Italia

Siamo tutti americani di Alberto Tundo Le ultime elezioni americane di mid term hanno svelato al presidente Barack Obama il volto di un Paese che sente la crisi e ha paura. E in Italia, qual è la situazione? Ne abbiamo parlato con Luciano Gallino, docente di sociologia dei processi economici e del lavoro, una delle voci più autorevoli e competenti in materia. Negli Stati Uniti, alle urne gli elettori hanno fatto pesare le proprie paure: qual è la situazione nel nostro Paese? Purtroppo è drammatica, siamo senza governo da un anno o due. Non c'è un intervento di peso all'orizzonte. Basta guardare alle cronache di questi giorni: sono sufficienti delle precipitazioni leggermente sopra la media che ci scappano i morti. Secondo le stime della Banca d'Italia, ormai l'undici percento della popolazione in età lavorativa non ha lavoro, né ha speranze di rientrare nel ciclo produttivo, perché la cassa integrazione finisce, finiscono i sussidi di disoccupazione. Il nostro trasporto pendolare è uno dei più scadenti d'Europa. Il Paese mi sembra malmesso anche dal punto di vista industriale: prendiamo la vicenda Fiat, qualcuno ha capito com'è andata a finire? Si parla sempre più insistentemente di elezioni anticipate: se si votasse, l'economia che posto troverebbe nell'agenda elettorale? Davanti a più tre milioni di disoccupati, quattro o cinque milioni di precari, migliaia di aziende in crisi, dovrebbe avere un posto molto importante. Ma non è scontato che la consapevolezza circa l'importanza del tema porti un elettore verso sinistra, perché sono cose scollegate e poi contano i vincoli locali. Il peso è sicuramente rilevante ma questo non credo sposti molti voti. La classe dirigente italiana, secondo lei, ha idee per quanto riguarda l'economia e il mercato del lavoro che non abbiano a che fare con il solito ritornello sulla flessibilità? Idee nuove per affrontare la crisi? Se ci sono, sono ben nascoste ma secondo me non esistono. I nostri amministratori non sono così previdenti. La stessa politica industriale non esiste. E' inaudito che una vicenda come quella della Fiat, che è una questione nazionale, sia stata seguita in maniera così discontinua e molle, praticamente inesistente, dal governo. Ma molti altri settori richiederebbero interventi e una politica industriale che non c'è: non sono sicuro che ce l'abbia nemmeno la sinistra, che in ogni caso continua ad avere una voce piuttosto debole su questi temi.   Quali priorità indicherebbe? Uno dei problemi italiani è proprio quello che viene presentato come un punto di forza e cioè l'eccessivo numero di piccole aziende. Nel complesso, abbiamo circa un 26 percento di lavoratori autonomi e milioni di questi sono aziende individuali. È una percentuale doppia rispetto a quella di Francia e Germania. Non ho nulla contro le piccole imprese ma ci sono delle cose che queste non possono fare: ad esempio la ricerca, perché costa e richiede molte risorse. Né possono fare formazione: una piccola azienda che ha due, tre dipendenti (la 22

media è meno di cinque) come può fare una vera formazione, innovativa, adeguata alle nuove tecnologie? Le imprese piccole vanno bene, purché s'impegnino a crescere. A tal fine, potrebbe servire una politica dei distretti che di fatto non è mai esistita se non sulle carte geografiche. Quest'ultima dovrebbe incentivare alleanze, cooperazione e integrazione, per trasformare le piccole aziende nell'equivalente di grandi industrie distribuite sul territorio; non costerebbe nemmeno tanto. Solo che servirebbero persone competenti per realizzarla e prima ancora una forte volontà politica. Questa sarebbe la vera rivoluzione industriale. Spesso lei insiste sul concetto di consapevolezza socio-economica. In Italia è più carente che in altri Paesi. Stiamo assistendo ad una forte erosione dello stato sociale: pensioni che vanno ormai verso la metà del reddito precedente, milioni di lavoratori precari che non avranno nessuna pensione, lo smantellamento della scuola. Il prossimo bersaglio sarà la sanità e di questo si parla pochissimo. Se ne parla invece molto in Francia; lì sono molto consapevoli di cosa è in gioco. Lì una volta ci si batteva per introdurre la cultura, i viaggi, il riposo e perché la giornata lavorativa non fosse composta solo di questi tre elementi: un'ora o due nel metrò, otto nel bureau e il resto a dormire. Oggi si vedono cartelli che dicono metro, bureau e tomba: è un segno drammatico di disperazione ma anche una prova che in Francia c'è una consapevolezza socio-economica maggiore. Lì c'è un governo che ha tagliato le pensioni, pensioni alle quali molti non arriveranno mai. In Francia questo l'hanno capito, da noi non ancora. Secondo lei come mai? Sono problemi vecchi di decenni, a partire dall'assenza di una politica industriale, dalla scomparsa della grande industria. Abbiamo un numero patetico di grandi imprese tra le prime 500 del mondo, Fiat, Eni, Finmeccanica e forse Enel, cioè quattro, di cui solo due manifatturiere, mentre francesi, tedeschi ma perfino inglesi o svizzeri ne hanno 18, 20, 25. Abbiamo una struttura nana. Si dovrebbe fare qualcosa, occorrerebbe parlarne ma ci mobilitiamo solo su alcune questioni, come Pomigliano; i grandi temi nessuno li affronta. Prendiamo i salari, quelli italiani, al netto dell'inflazione, sono fermi dal 1995: in 15 anni sono aumentati di meno del due percento. In Germania, Francia, perfino nel Regno Unito sono aumentati come minimo del venticinque percento. Si chiacchiera, si dice che la nostra situazione è migliore di quella

In alto e in basso: Usa: la fine del lavoro. Foto archivio PeaceReporter


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La storia Mongolia

Mongolia, human discount di Gabriele Battaglia Nel 2007, Dolgor aveva ventidue anni. Era in un caffè di Ulan Bator con la sua amica Ariven quando conobbe un uomo, così come succede spesso, per caso. Lui raccontò di essere un mediatore, procurava lavoro all'estero, per la precisione a Macao e in Malaysia. isse anche che c'erano posti disponibili in una ditta d'imballaggio e che avrebbe dßato loro un visto di tre mesi. Il datore di lavoro avrebbe fornito vitto e alloggio e organizzato il viaggio, che poi gli avrebbero rimborsato con l'ottimo salario che l'uomo prometteva loro. Le due ragazze accettarono. Presero il treno Ulan Bator - Pechino con l'uomo che le aveva reclutate. Nella capitale cinese si fermarono due giorni, poi Dolgor fu spedita a Macao e Ariven in Malaysia. Ma dalla regione amministrativa speciale della Cina, la prima fu immediatamente trasferita a Hong Kong. Qui, per dieci giorni, fu costretta a prostituirsi. Poi la mandarono in Malaysia. All'aeroporto l’aspettava un cinese, che la prese in consegna e la portò all'Hotel “X”. Qui, Dolgor incontrò altre ragazze mongole, tra cui la sua amica Ariven. Con due compagne di sventura, Dondogmaa e Puujee, cominciarono a escogitare un piano per fuggire. Una delle ragazze aveva con sé un opuscolo del Mongolian Gender Equality Center (Mgec), una ong di Ulan Bator che si occupa di traffico di esseri umani e di eguaglianza di genere. Era stata fortunata: aveva avuto l'opuscolo proprio insieme al biglietto di ‘quel’ treno, grazie a una campagna informativa della Ong. Si era già nel 2008. Il primo contatto con la hotline dell'organizzazione fu timido. Le ragazze chiesero semplicemente informazioni per rinnovare il visto di lavoro. Poi, mano a mano che i contatti si fecero più frequenti, anche via mail, ebbero il coraggio di raccontare la loro storia. Una task force composta dall'ambasciata della Mongolia in Thailandia, dall'intelligence di Ulan Bator, dall'International Organization for Migration, dall'ufficio immigrazione malese e dal Mgec riuscì a liberarle e rimpatriarle. Nel quadro dei servizi di reintegro, la Ong fornì a Dolgor un tetto, cure mediche, istruzione professionale e collocamento: “Sono molto felice di come vivo ora - dice - ho un lavoro stabile e un reddito sufficiente. Da noi si dice 'se uno non ha debiti, è ricco'. È una grande verità. Non devo soldi a nessuno e sono in salute, sono la persona più felice del mondo”. Le quattro ragazze mongole sono state fortunate. Ma un caso che si risolve ce ne sono molti altri tragici. L'Organizzazione Mondiale del Lavoro calcola che in tutto il mondo ci siano oltre dodici milioni di persone sottoposte a lavoro forzato e circa un milione e mezzo sfruttate sessualmente. Di queste, due milioni e mezzo arriverebbero dalla tratta degli umani, un business che genera profitti annui che si stimano superiori ai trenta miliardi di dollari. Secondo il dipartimento di Stato Usa, sono circa ottocentomila le vittime del traffico che attraversano ogni anno i confini di tutto il mondo. A queste

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vanno aggiunte quelle, molto più numerose, vendute all'interno di uno stesso Paese. La Mongolia, nello specifico, assiste a un'escalation dell'emergenza. La globalizzazione sta trasformando un antico popolo nomade in moltitudine alla ricerca di un reddito nella capitale o all'estero. Un'inchiesta del Mgec ha rivelato che l'ottantacinque percento dei teenager mongoli e l'ottantadue percento dei giovani compresi tra i diciannove e i trentacinque anni vorrebbe studiare o lavorare all'estero. Ma anche il cinquantadue percento delle donne adulte sarebbe disposto ad espatriare in cambio di un visto e dei documenti di viaggio. È una riserva di materiale umano molto appetibile per i trafficanti. Basta un abboccamento ben riuscito, come quello che ha incastrato Dolgor e Ariven, e il gioco è fatto. e vittime trasferite all'estero hanno molte destinazioni: Cina, Corea, Giappone, Malaysia, Hong Kong, Singapore, Macao, Turchia, Israele, Europa dell'Est. Le donne sono avviate non solo allo sfruttamento sessuale, ma anche al lavoro coatto in forma di semischiavitù, talvolta mascherato da matrimonio per procura. La diffusione delle ‘puttane mongole’ in Asia non è un mistero per nessuno. A Pechino, sul lato sud del parco Ritan, addossato al muro di cinta, c'è un locale noto per offrire quel genere di merce. Ogni tanto viene chiuso, ma più spesso è aperto. Certo, i nuovi ricchi cinesi preferiscono le ragazze russe, bionde, stupende, e con quelle fattezze occidentali che sono un promessa di rivalsa nazionale rispetto ai “laowai” (stranieri). Il mercato delle donne mongole tira comunque, perché sono a buon mercato. Anche molti maschi adulti sono stati attirati con false promesse d'impiego, fatti espatriare e quindi rinchiusi in ‘fabbriche del sudore’ sparse per mezzo mondo. I bambini sono invece utilizzati soprattutto per il mercato degli organi. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il dieci percento dei settantamila reni trapiantati ogni anno arrivano dal mercato nero. C'è poi un fenomeno recente: quello degli spacciatori minorenni, manodopera gratuita per il crimine organizzato. Il 18 ottobre, Mongolia e Macao hanno sottoscritto un accordo per prevenire il traffico di esseri umani. Il ministro degli Esteri di Ulan Bator, Tsogtbaatar, ha detto che non si conoscono dati che diano un'immagine chiara del problema. Per ora, il grosso del lavoro lo fanno ong come il Mgec.

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Rubriche

A teatro di Silvia Del Pozzo

Più ruoli, stessa scena

Anna Politkovskaja Anna Politkovskaja, giornalista tenace e scrittrice appassionata, nasce a New York da genitori sovietici il 30 agosto 1958. Nei suoi articoli e nei suoi libri non ha esitato a condannare il Governo e l'Esercito russo per lo scarso rispetto dimostrato nei confronti dei diritti umani e dello stato di diritto. Conosciuta in particolare per i suoi reportage sulla Cecenia e per la sua vigorosa opposizione a Vladimir Putin, Anna Politkovskaja - più volte minacciata di morte viene assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006.

Anna Politkovskaja di Francesco Matteuzzi e Elisabetta Benfatto con la prefazione di Ottavia Piccolo Edizioni BeccoGiallo beccogiallo.it

Tra i tanti Shakespeare, Goldoni, Pirandello, Molière - per citare solo i più coronati tra gli immancabili sempre-verdi di ogni stagione teatrale - da qualche anno più frequenti e insistenti si fanno le incursioni sulla nostra scena di nuovi autori, italiani e stranieri, che non di rado rivestono, in tempi di fusion anche sul fronte delle arti, più ruoli, dal regista allo scenografo, al performer. Il festival d’autunno dello Stabile di Torino Prospettiva 2, le dinamiche del doppio ne ha ospitati parecchi e molto interessanti. E in questa direzione va anche lo Stabile di Genova che per due mesi, a partire dal 9 novembre, apre le porte del suo teatro principale Duse a cinque novità straniere, firmate da drammaturghi contemporanei noti nei loro Paesi ma nuovi per noi. Cinque pièce che abbracciano tematiche socioculturali e politiche della realtà contemporanea. Controtempo del francese Christian Simeon è il racconto di un’ansia privata su cui aleggia l’ombra nera dell’attentato alle Twin Towers di New York: la mattina dell’11 settembre Jeanne, una musicista francese che deve presentarsi a un’audizione importante, resta chiusa in casa perché il fidanzato, che lavora al World Trade Center, è uscito portandosi dietro le sue chiavi. Nella frenetica ricerca di come fare a uscire, telefona alla madre, al fabbro, al fratello a chiunque e, naturalmente, anche a Gregg, il suo compagno, cercando disperatamente di convincerlo a tornare indietro... L’americano Tony Kushner (che abbiamo scoperto due anni fa con Angels in America portato al successo dal teatro dell’Elfo e ancora in tournée) in Un posto luminoso chiamato giorno racconta di un altro drammatico momento storico: la fine della Repubblica di Weimar e la presa di potere di Hitler, attraverso le voci di un gruppo di giovani intellettuali e artisti, divisi tra socialdemocrazia e trotzkismo, costretti a lasciare, chi prima e chi dopo, la Germania. Una tragedia personale e sociale che Kushner ricrea con una forte dose di visionarietà allegorica e che fa commentare a posteriori da un coro di voci dell’America reganiana. La Spagna piccolo borghese del recente (e già superato, ahimé) boom economico, è lo sfondo di Il ragazzo dell’ultimo banco, del madrileno Juan Mayorga, in patria considerato il più interessante drammaturgo della sua generazione (è nato nel 1963). Una commedia che racconta l’intreccio di relazioni e sentimenti tra uno studente-autore, il suo personaggio (un compagno di scuola della cui vita e intimità lo scrittore in erba nutre la sua immaginazione) e il loro professore.

In dicembre, al Duse, sono di scena invece gli immigrati, protagonisti di due pièce di autori diametralmente opposti, anche geograficamente: Ingannati del palestinese Ghassan Kanafani (giornalista, pittore e narratore molto noto, ucciso in un attentato a Beirut nel ‘72) racconta il viaggio ‘della speranza’ di tre clandestini chiusi nella pancia di una cisterna; mentre il giallista scandinavo Henning Mankell indaga il teso rapporto tra un padre e una figlia immigrati, nascosti in un buco di periferia europea, nell’attesa piena di paure di documenti falsi che diano loro una qualche identità: Il buio di giorno è un thriller esistenziale sullo sradicamento culturale di cui soffre soprattutto il padre e che sbilancia violentemente i già difficili equilibri familiari. E, sempre a Genova, al teatro della Corte, dall’11 al 14 dicembre, Moni Ovadia propone un nuovo capitolo del suo appassionato impegno contro ogni forma di razzismo e discriminazione: un recital che s’intitola, non a caso, Senza confini. Miscelando musiche e canti, storie rom, sinti ed ebraiche, racconta di zingari ed ebrei, due popoli che hanno condiviso un comune destino di emarginazione e persecuzione, come le cronache di espulsioni e sgomberi di campi rom ci ricorda ogni giorno. Genova, Teatro Duse (tel. 010 5342400): Controtempo, dal 9 al 16 novembre; Il ragazzo dell’ultimo banco, dal 18 al 25 novembre; Un posto luminoso chiamato giorno, dal 27 novembre al 4 dicembre; Ingannati, dal 7 al 14 dicembre; Il buio di giorno dal 16 al 23 dicembre. 27


Al cinema

In libreria

Arti visive

di Nicola Falcinella

di Licia Lanza

di Pietro Gaglianò

Precious

Le donne reggono il mondo (a.c.) Elena Sisti, Beatrice Costa

Scordatevi la famiglia Obama. “Precious”, vincitore del premio del pubblico ai festival Sundance e di Toronto 2009 e di due Oscar (miglior sceneggiatura non originale e miglior attrice non protagonista per Mo’nique) presenta una famiglia afroamericana politicamente scorretta. La famiglia violenta anche (o fin troppo) da vecchio stereotipo. Il film di Lee Daniels, che dopo il successo americano (circa 50 milioni di dollari d’incasso) arriva anche in Italia, è tratto dal romanzo “Push - La storia di Precious Jones” di Sapphire ed è ambientato nella Harlem del 1987. Obesa oltre ogni limite, per niente carina, la ragazza (interpretata dall’esordiente Gabourey Sidibe) viene umiliata quotidianamente dalla madre, non ha mai avuto un ragazzo e non va bene a scuola. In più ha un figlio con la sindrome di Down ed è incinta del secondo. Entrambi sono frutto degli stupri di suo padre. Una storia di povertà, ignoranza, rancore ed emarginazione. È però uno dei rari film black ad arrivare sui nostri schermi e per questo meritevole di attenzione. La storia si fa seguire ma è un po’ sovraccarica e furbetta, l’atmosfera che regna è coinvolgente, ma forse il modo di raccontare la vicenda è esageratamente ricattatorio verso lo spettatore. Soprattutto i primi piani su madre e figlia quando raccontano gli orrori (e gli errori) alle assistenti sociali sono troppo insistiti. Il punto di forza della pellicola sono le prove attoriali di tutti che reggono l’impianto: tra gli interpreti ci sono pure Mariah Carey nel ruolo di una professoressa lesbica e il musicista Lenny Kravitz come infermiere. Al di là di qualche spinta alla lacrima e al sentimentalismo di troppo, il messaggio per il rispetto delle persone e contro ogni violenza è chiarissimo.

Per la Fao più del sessanta percento delle persone affamate e malnutrite sono donne e bambine. Eppure il sessanta-ottanta percento del cibo nelle famiglie povere è prodotto dalle donne. Le donne lavorano più degli uomini, si fanno carico del ‘welfare domestico’, sono più lungimiranti nella gestione dell’economia e del denaro. Eppure in tutto il mondo guadagnano meno degli uomini e sono meno rappresentate nelle istituzioni. “Le donne sono in una posizione privilegiata per vedere i limiti dell’economia così come oggi è architettata - scrivono le autrici - perché sono coloro che svolgono la maggior parte del lavoro complessivo e il loro lavoro formale si concentra nei settori meno retribuiti. Guardare al mondo attraverso gli occhi di una donna significa provare a introdurre radicali trasformazioni tra le certezze del mondo moderno […]”. Attraverso dodici conversazioni che affrontano temi quali lavoro, welfare, leggi e tutela dei diritti, accesso al cibo, cambiamenti climatici, esperte e studiose ci raccontano un’economia differente, fatta non solo di profitti ma anche di relazioni e di attenzioni alle prossime generazioni. Le donne reggono il mondo è una provocazione, ma è anche e soprattutto la speranza della trasformazione di un mondo che le donne hanno sempre portato sulle loro spalle. Altreconomia, 2010, pagg. 128, €12,00

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Arte come terapia Accanto a una diffusione sempre più consapevole e articolata dell’arte-terapia (negli ospedali europei e statunitensi, così come in zone di conflitto) è emersa negli ultimi anni una interpretazione dell’arte, e dei suoi linguaggi, come terapia. Gli autori di questa nuova declinazione, profondamente diversa dall’arte-terapia, sono gli artisti stessi, protagonisti di una ulteriore rivoluzione procedurale che li vede svincolati dal sistema del mercato e della committenza, e impegnati in pratiche di attivismo socio-politico, progetti di sperimentazione ecologista, formazione e connessioni tra arte e sfera pubblica. L’educazione ai linguaggi dell’arte, e la legittimazione dell’espressione creativa, è al centro del lavoro dello spagnolo Chené Gómez, che mette in opera laboratori per bambini condizionati da situazioni di guerra, catastrofi naturali, problemi dello sviluppo e presenze di stampo neocoloniale. Il principio operativo, semplicissimo, si fonda sul riconoscimento del diritto di esprimersi, di raccontare il dolore, il disagio, l’impotenza, e sulla restituzione ai bambini degli strumenti formali e intellettuali per farlo attraverso l’arte. Le ragioni del disagio contingente (la guerra, i cataclismi) non vengono mai eluse alla ricerca di mondi alternativi, ma sono l’oggetto principale delle attività e dell’incontro con i giovani. Oltre a interventi di carattere puntuale (come l’apertura in Thailandia di un laboratorio per i bambini colpiti dallo tsunami del dicembre 2004), Gómez, con la Ong Creart, realizza i suoi progetti in modo continuativo principalmente in Senegal e in Palestina. Qui, nei Territori occupati, in collaborazione con diversi enti internazionali, dal 2007 dà vita a laboratori di creazione e espressione artistica, diretti in larga parte a bambini affetti da diverse forme di disabilità. Da ottobre Gómez è di nuovo a Gaza per lavorare nei campi rifugiati di Jabalia, Beit Hanoun, Nusseirat e Rafah. I bambini e le madri costruiranno un’installazione notturna luminosa, utilizzando quattrocento leds per tracciare nel buio disegni effimeri, catturati in tempo reale dal video e dalla fotografia. La luce si fa simbolo dell’identità alla quale non si vuole rinunciare, della ragione che deve guidare le scelte degli uomini e, più direttamente, dei beni di prima necessità spesso assenti a causa della guerra o dell’embargo.


Musica di Claudio Agostoni

Saba, “Biyo. Water is love”, Sud Music/Egea

e nel Corno d’Africa ha fatto un po’ di tutto: dall’insegnante di educazione fisica in un liceo al direttore degli stabilimenti della Simmenthal. Saba, con Zeuditu e Carlo, hanno dovuto lasciare la Somalia quando il Paese si stava ‘imparentando’ con l’Urss: gli italiani erano etichettati come filoamericani e i somali con sangue etiope, come Zeuditu, erano visti con il volto del nemico. Dovevano scappare. Per qualcuno abituato a passare la sera davanti alla tv, Saba assomiglia a Katia Ricci, una delle protagoniste della fiction di Rai Tre “La Squadra”. Panni che in effetti Saba ha indossato per due anni e un paio di serie televisive. Oggi fa la cantautrice ed ha dato alla stampa il suo secondo cd, lavoro per il quale si è avvalsa della collaborazione di musicisti di Addis Abeba e dei loro antichi strumenti: il basso di Martino Roberts, la kora e il djembè di Cheick Fall, la chitarra di Tatè Nsongan e la batteria di Silvio Vassallo. A curare il caleidospico cantiere produttivo è Fabio Barovero, anima dei Mau Mau e compositore di colonne sonore. Biyo significa acqua nella lingua natale di Saba. Acqua vista come risorsa preziosa, carente e quindi a tratti sacra, un elemento che unisce e divide gli uomini. L’album è cantato in diverse lingue che come fiumi s’incontrano in continui travasi a dispetto delle barriere: l’amarico dei nonni materni di Saba, l’italiano di suo padre e della sua formazione, il somalo del Paese in cui è nata, l’inglese dell’internazionalità che mette tutto in relazione. “Just let it flow, let it flow…” canta in “Welcome”: lascia semplicemente che tutto scorra.

In rete di Arturo Di Corinto

Contro la censura, l'importanza di essere anonimi

Saba Anglana, figlia primogenita di una somala con sangue etiope, Zeuditu, di professione segretaria. Nata in casa, a Mogadiscio (Somalia), al Quarto chilometro, un luogo dove si sono consumati alcuni tra gli scontri più cruenti della guerra civile. Il padre, Carlo, ex colonnello dell’esercito arrivato in Somalia a metà degli anni Cinquanta, era di Reggio Emilia

Agli inizi di Internet andava di moda una battuta: “Su Internet nessuno sa che sei un cane”. Veniva usata per dire che in rete siamo tutti uguali e abbiamo lo stesso diritto di esprimerci. Ed era esattamente così che i suoi progettisti avevano immaginato la rete, un luogo di scambio paritario, grazie all'uso di tecnologie aperte e flessibili. La tecnologia adottata, il packet switching e il principio della net neutrality - secondo cui ogni bit è creato uguale e non può essere discriminato - ne garantivano la democrazia. Con il tempo abbiamo appreso che questo approccio rivoluzionario non poteva andare bene per tutti e abbiamo scoperto l'insofferenza di tanti Paesi nell'accettare un elementare principio di democrazia. Molti stati non tollerano la libertà che Internet promuove e rappresenta e questa intolleranza diventa molto spesso censura. L'insieme delle tecniche di controllo di Internet usate dai regimi autoritari, sono note col nome di Peking consensus per indicarne l'origine di una

forma di censura che si esprime a livello tecnologico con filtri informatici - ip filtering, deep packet inspection, firewall e blocked proxy - e azioni come l'incoraggiamento alla delazione, le perquisizioni e i sequestri di computer non autorizzati ai cattivi "netizens" che, se non portano all'arresto, hanno comunque l'effetto di indurre conformismo e autocensura nella popolazione di Internet. La OpenNet Initiative - un progetto di ricerca sulla censura e il controllo della rete che coinvolge Harvard e le università di Toronto, Oxford e Cambridge ha scoperto che più di 36 Paesi filtrano a vario livello contenuti politici, siti religiosi, pornografia, gioco d'azzardo. E Ronald Deibert, dell'università di Toronto e cofondatore di OpenNet ha affermato: "è una pratica in continua crescita per scopi, ampiezza e sofisticazione tecnologica”. Per questo hacker etici e attivisti per i diritti umani hanno creato nel tempo strumenti per aggirare la censura dei governi e potenziare privacy e anonimato - software come il Pgp, reti di server come Tor, o le Freenet - che possono essere usati per comunicare liberamente e accedere, senza essere scoperti, a contenuti bloccati o inaccessibili, nascondendo l'identità di chi vuole leggere e scrivere in rete senza temere ritorsioni. Purtroppo uno studio del Berkman Center for Internet and Society della Harvard University, dimostra che solo il 3 percento degli utenti di Internet usano gli strumenti anticensura progettati appositamente per chi vive una democrazia limitata dove Internet viene filtrata pesantemente. I motivi sono diversi. Anzitutto molti internauti non sono consapevoli dell'esistenza di tali filtri e non tutti sanno delle intimidazioni subite dal vicino, ma potrebbe essere che non sperimentino alcun tipo di censura perchè non si dedicano a discussioni politiche o religiose. Più probabile è però che quando consapevoli non siano in grado di usare strumenti adeguati per aggirare la censura perchè questi ultimi non sono sempre “user friendly” e tradotti nelle lingue locali dei Paesi dove più servirebbero. Questo è il motivo per cui certi “caschi blu dell'informazione online”, quelli del progetto Tor, ad esempio, stanno investendo sempre maggiori energie e risorse per migliorare e diffondere i loro software, ottenere fondi e aumentare il numero di server necessari a superare le muraglie tecnologiche degli stati canaglia. Tor è gestito da volontari di tutto il mondo e anonimizza la navigazione internet nascondendo la localizzazione fisica di chi lo usa, sia durante una semplice navigazione web che con client di instant messaging, e altre applicazioni basate sul protocollo base di Internet, il Tcp/Ip. In questo modo i cittadini che vogliono denunciare la corruzione o il malgoverno, i giornalisti che vogliono proteggere se stessi e le loro fonti, coloro che comunicano da zone di guerra e le famiglie che vogliono proteggere i propri figli possono farlo garantendosi un adeguato livello di anonimato: nessuno in Internet saprà se sei un cane e dove sta la tua cuccia. http://www.torproject.org/ http://it.peacereporter.net/libera/ 29


Per saperne di più

tiere per curare le vittime. I responsabili del film, tutti appartenenti al Cinè Institue di Haiti, per seguire da vicino la storia del dottore hanno trascorso alcune settimane con Dubique nell'ospedale da lui gestito.

HAITI

CLAUDIO DEL PUNTA, “Haiti Cherie”, Italia, 2007 Una storia vera, cruda come solo le storie che vedono protagonisti gli haitiani sanno esserlo. Il film ha avuto molto successo all'estero, soprattutto in Francia, e racconta la dura vita dei lavoratori haitiani nei campi di canna da zucchero della Repubblica Dominicana. A loro sono negati i diritti fondamentali di ogni lavoratore. Gli haitiani che lavorano nei campi non esistono e sono come oggetti nelle mani dei padroni e dei guardiani. Sempre sottoposti ad angherie e duro lavoro gli haitiani che giungono nella Repubblica Dominicana perdono anche la nazionalità e tornare nella loro patria potrebbe trasformarsi nell'ennesima tremenda esperienza di vita.

LIBRI ALESSANDRO CORALLO, «Ad Haiti si nasce ultimi», 2006, Emi Un libro molto interessante, ben scritto che racconta le vicende di un paese martoriato. Il racconto inizia nelle periferie di Haiti, tra gli stati più poveri del pianeta, sicuramente il più povero dell'America Latina. Corallo racconta i sentimenti che si respirano nelle città e in tutto lo svolgersi della dura vita quotidiana dell'isola. Ad Haiti tutto sembra abbandonato e per le strade delle città si vedono discariche a cielo aperto, miseria, fame, malnutrizione e malattie. La mancanza di igiene e di una società seria continua a impoverire il Paese e seminare morte tra la gente. Forte, ma da leggere. ALESSANDRO CORALLO , «Haiti non muore», 2010, Emi Scorrendo le recensioni e i commenti di chi ha letto il libro non sorgono dubbi: la storia è così bella che sembra di essere fisicamente a Haiti. Sono molti, infatti, i lettori che dopo aver sfogliato il libro e averlo apprezzato vorrebbero correre a visitare questo fantastico Paese per assaporarne i luoghi e guardare i volti di quella gente. ROBERTO STEPHENSON, «Piccolo taccuino haitiano», 2003, Exorma libri Per chi ama la fotografia d'autore e i luoghi esotici questo è il libro adatto. L'autore, Roberto Stephenson, un fotografo italo-haitiano, ha da sempre messo in evidenza gli aspetti positivi di uno dei Paesi più martoriati del pianeta. Le sue foto raccontano la meraviglia di un Paese, Haiti, attraverso gli sguardi del suo popolo e attraverso l'architettura di una nazione che a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta era conosciuta come “la perla dei Caraibi”. Un libro imperdibile per tutti gli amanti delle cose belle.

FILM E DOCUMENTARI TIMOTHY WOLFER, «Adopting Haiti», Usa, 2011 È il 12 gennaio 2010 quando un tremendo terremoto devasta Haiti. Città, villaggi, strade e ponti si sgretolano. Inizia per il Paese una nuova fase di miseria. E chi più dei bambini può essere colpito da una disgrazia tale? Lo racconta molto bene un documentario in arrivo nei prossimi mesi: “Adopting Haiti”. Il film prende spunto dalla storia vera di 135 bambini, tutti ospiti della Maison des Enfants de Dieu Orphanage. I bambini, tutti orfani e di conseguenza già provati dalla vita, nei giorni immediatamente successivi furono letteralmente abbandonati a se stessi, senza acqua e cibo, senza una tetto sopra la testa. Una condizione disumana che si andava a sommare alla già scalcinata situazione della loro vita. CINE' INSTITUTE, “Haiti heroes”, Haiti 2010 Il film narra la storia vera di Kobel Dubique cresciuto in uno dei quartieri più poveri di Port-auPrince. Il suo sogno da bambino era diventare un medico per contribuire a aiutare la comunità in cui viveva. Oggi ha 30 anni e sta facendo proprio questo. “Haiti Herpes” è un ritratto intimo del dottor Kobel e del suo team che gestisce un ospedale nel più grande campo profughi del post terremoto Haiti. La storia del dottor Kobel è iniziata il giorno del terremoto, quando lui, sua moglie e gli amici d'infanzia hanno montato una tenda nel loro quar30

SITI INTERNET http://www.cineinstitute.com Sito dell'Istituto cinematografico di Jacmel (Haiti) offre ai giovani e meno giovani la possibilità di affacciarsi a un nuovo mondo, quello cinematografico. Il sito cerca dove possibile di promuovere il cinema haitiano in diverse sedi, come Svizzera e Francia, con proiezioni settimanali di film e documentari su Haiti, provenienti da tutto il mondo. http://www.lenouvelliste.com Uno dei primissimi giornali di Haiti. Nato nel 1898 con il nome di “Le Matin”, ben presto il giornale cambia nome e diventa “Le Nouveliste”. Da 110 anni caratterizza le sue pagine con articoli sulla cultura locale e sulle forme di espressione artigianale. Dalla redazione sono passati personaggi molto importanti per la cultura haitiana come Henri Chauvet che lo ha diretto per molti anni e Ernest Georges Chauvet, che fu anche ambasciatore haitiano in Gran Bretagna alla fine degli anni Trenta del secolo scorso. http://www.lematin.com Uno dei quotidiani on line dell'isola. Di facile lettura copre l'informazione haitiana a tutto tondo con servizi e articoli che spaziano da storie di vita quotidiana allo sport. Molto seguito soprattutto dai giovani haitiani che hanno più confidenza con la rete internet. Aggiornato spesso durante l'arco delle 24 ore, è possibile leggere “Le Matin” anche in formato Pdf. Curiosa la versione in creolo.

COLOMBIA LIBRI E REPORTAGE MICHAEL TAUSSIG, «Cocaina. Per un'antropologia della polvere bianca», Bruno Mondadori Editore, 2007 Un grande antropologo analizza e racconta con uno stile quasi cinematografico, le vite dei minatori gettati nel pericoloso mondo della produzione di cocaina all'interno delle foreste pluviali della costa pacifica colombiana. Sebbene prenda spunto dal famoso museo dell'oro al Banco de la Repùblica colombiano, questo lavoro è soprattutto una parodia che mira a smascherare il fallimento del museo nel valorizzare gli schiavi africani che hanno estratto ricchezza per quasi quattrocento anni. Affascinante ed estremo, il libro ripercorre la storia della cocaina dai contadini colombiani fino ai cucchiaini d'argento dei finanzieri di Wall Street, passando per i poliziotti, i rappresentanti del governo, i soldati, i guerriglieri: l'intera catena dei trafficanti al servizio di quella merce-feticcio. AGOSTINA LATINO, «Garanzie di non ripetizione e soddisfazione. Il diritto alla memoria per le vittime,

con particolare considerazione del caso Ituango...», Arecne Editore, 2008 L'accertamento della responsabilità dello Stato colombiano in atti di omissione, acquiescenza e collaborazione con i gruppi paramilitari. Al centro il ruolo di membri della forza pubblica. Due passi nel terrorismo di stato.

FILM E DOCUMENTARI JOSHUA MARSTON, «Maria Full of grace», 2004 Maria è una giovane ragazza colombiana che lavora in una fabbrica che confeziona rose. Decisa a non sottostare più ai soprusi sul posto di lavoro, dopo aver scoperto di essere incinta cerca un modo per guadagnare tanto e subito e cambiare vita. Finisce così per fare la mula, ingoiando ovuli di cocaina da esportare negli Stati Uniti. L´impresa ha un esito complesso perché a una delle due ragazze che viaggiano con lei esplode un contenitore nello stomaco e viene uccisa e sventrata per asportare la droga rimasta. Un film drammatico, che punta tutto nel voler ricordare quanto sia difficile conservare la grazia interiore in un mondo che sta facendo di tutto una merce. SIMONE BRUNO, DADO CARILLO, «Falsos Positivos», documentario, 2009 Lo scandalo dei "Falsos Positivos" è esploso in Colombia nell'ottobre 2008 e rivela come e perché interi plotoni dell'esercito colombiano abbiano iniziato a uccidere gente innocente. Dietro il miraggio di licenze eccezionali e premi in denaro promessi dalla politica del presidente Alvaro Uribe, chiamata "Seguridad Democratica", i soldati non hanno esitato a uccidere giovani innocenti spacciandoli per guerriglieri con l'intento di mostrare al governo i passi da gigante nella lotta contro le Farc-Ep. Il documentario segue il viaggio di due famiglie alla ricerca dei resti dei loro cari, scomparsi nel nulla e ci presenta scioccanti interviste ad attivisti in difesa dei diritti umani, generali in pensione, ad analisti politici e a testimoni di questo sconvolgente scandalo.

SITI INTERNET http://www.anncol.eu/ Il sito dell'Associazione nuova Colombia sostiene in toto le posizioni delle Farc. È il mezzo prescelto dalla guerriglia per diffondere comunicati e dichiarazioni. Fondato nel 1996 da giornalisti latinoamericani ed europei, è un'agenzia di notizie alternativa, non commerciale che ha sede in Svezia. Dal maggio 1998 ha un portale internet. Il suo fine ufficiale è “Informare sulla Colombia, essere una voce dei senza voce colombiani e formare una piattaforma per azioni di movimento popolari, sindacali e delle comunità dei paesi latinoameriani che combattono il neoliberalismo e lo sfruttamento delle persone”. http://www.telesurtv.net/ Si definisce la nuova televisione del Sud. È un canale informativo cento per cento latinoamericano, consolidatosi dal 2005 come punto di riferimento informativo dell'America Latina verso il resto del mondo. Con una copertura 24 ore su 24, è un'impresa multi-statale creata con l'appoggio di sei paesi, Argentina, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Venezuela. La politica editoriale ha come obiettivo di contribuire al processo di integrazione dei popoli latinoamericani, basandosi sulla presentazione dell'informazione contestualizzata e bilanciata.


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11_2010  

Colombia Nombre de guerra, Pastor Algeria I figli della montagna Iraq Il sogno ricorrente Libano I martiri di Dahyye Italia Siamo tutti amer...

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