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mensile - anno 3 numero 11 - novembre 2009

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poste italiane s.p.a. - spedizione in abb. postale - d.l. 353/2003 (conv. in l. 27/02/2004 n°46) art. 1, comma 1, dcb milano

Romania nel cuore della terra

Latinoamerica Irlanda Pakistan Sudafrica Italia Migranti Mondo

Tre volte al confine del mondo Un muro dipinto di pace Tra gli sfollati di Swat Il container rosso di Rusina L’invenzione criminale L’Europa vista da Niagho è un pomodoro Israele, Bolivia, Balcani, Stati Uniti Portfolio: Una storia di guerra


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Non è abbastanza parlare di pace, ci si deve credere E non basta nemmeno crederci. Bisogna lavorare per costruirla. Eleanor Roosvelt

novembre 2009 mensile - anno 3, numero 11

Direttore Maso Notarianni

Caporedattore Angelo Miotto

Redattori Christian Elia Luca Galassi Alessandro Grandi Enrico Piovesana Nicola Sessa Stella Spinelli

Hanno collaborato per i testi Claudio Agostoni Blue & Joy Silvia Del Pozzo Gabriele Del Grande Arturo Di Corinto Nicola Falcinella Paolo Lezziero Sergio Lotti Franco Pittau Chiara Pracchi Vauro

Progetto grafico Guido Scarabottolo Oliviero Fiori Segreteria di redazione Silvina Grippaldi

Amministrazione Annalisa Braga

Hanno collaborato per le foto Marco Pavan Stefano Snaidero/OnOff Picture Naoki Tomasini/Watwaat Alessandro Toscano/OnOffPicture

Redazione e amministrazione Via Bagutta 12 Amministrazione 20123 Milano Annalisa Braga Tel: (+39) 02 801534 Fax: (+39) 02 80581999 peacereporter@peacereporter.net Edito da Dieci dicembre soc. coop. a r.l. Stampa Graphicscalve Via Meravigli 12 - 20123 Milano Loc. Ponte Formello - 24020 Reg. Trib. Milano n. 363 del 01/06/07 Vilminore di Scalve (Bg) Finito di stampare 7 novembre 2009 Foto di copertina: Pubblicità Romania, 2009. Luca Via Bagutta 12 Galassi©PeaceReporter 20123 Milano Tel: (+39) 02 801534 Fax: (+39) 02 80581999 peacereporter@peacereporter.net

L’editoriale di Maso Notarianni

Un fortino sempre più stretto omania, Burkina Faso, Sudafrica, Italia. E la sensazione che il fortino in cui ci siamo chiusi, quello d’Europa, è sempre più piccolo e pieno di crepe. Di qui del muro che è virtuale solo per noi, ma è concretissimo per chi vuole entrarci, avanza lo spettro di una crisi che è finita solo per i grandi finanzieri e che picchierà durissima sulle persone normali, sui pensionati, sui lavoratori. Una crisi che sta colpendo per primo l’Est europeo, aumentando la povertà e la distanza tra i nuovi ricchi e il resto degli abitanti; trasformando una diffusa nostalgia per i tempi in cui il lavoro, la scuola, la sanità, la casa erano una certezza per tutti nel rimpianto per avere abbandonato un sistema economico e politico malfunzionante per un nuovo sistema, solo economico e ingovernabile, che ha creato più dolore che altro. Una crisi che travolge prima il sud del mondo ma che si sta facendo sentire anche al nord. E per quanto i grandi mezzi di informazione non ce lo mostrino, è sempre più evidente non solo che è insostenibile per la specie umana uno squilibrio tanto mostruoso tra pochissimi ricchi e miliardi di poveri, ma che per i pochissimi ricchi è sempre più difficile respingere la disperazione di chi è costretto a sopravvivere a stento e senza alcun diritto garantito. Lo strumento che il mondo ricco adopera, quello della guerra, è certamente destinato a portarlo alla sconfitta. C’è chi pare accorgersene, e chi invece continua a costruire le sue fortune con la propaganda e con la disinformazione, propinando all’opinione pubblica una realtà che non esiste a forza di grandi fratelli e di voler essere milionari e di lotterie. Ma anche - come tutti i regimi autoritari - di costruzione della paura, di creazione del nemico, e dell’assenza di regole, leggi e diritti, per diffondere quella che noi definiamo “la cultura della guerra”, in modo da aver garantiti vantaggi e grande potere. In guerra tutto è lecito, “come in amore”. E diventa normale quindi, quando la cultura della guerra viene resa egemone, che agli angoli delle nostre strade ci siano i militari mentre nei palazzi del potere entrino con tutti gli onori pregiudicati, mafiosi e camorristi, uomini della ‘ndrangheta e drogati. Ma - si diceva un tempo - le crisi sono il principale motore della storia. Nel senso che il genere umano dalle crisi in qualche modo prova ad uscire. C’è solo da sperare che le vie che i nove decimi dell’umanità sceglieranno siano del tutto altre da quelle che lo sparuto numero di super-ricchi sta usando per mantenersi al potere. Migranti a pagina 24 Romania a pagina 4 Irlanda a pagina 14

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Italia a pagina 22

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Pakistan a pagina 18

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Paraguay a pagina 10

Sudafrica a pagina 20 3


Il reportage Romania

Nel cuore della terra Di Luca Galassi

Noroc bun, buona fortuna. Era l'augurio che i minatori di Anina si rivolgevano l'un l'altro prima di entrare nel cuore della terra, a mille metri dalla luce. Oggi la fortuna non è più dalla loro parte. nina è tra le città rumene che ha subito le conseguenze sociali più pesanti del post-comunismo. La sua morte economica è stata determinata da tre fattori: il collasso dell'economia sovietica, le ristrutturazioni statali del settore minerario e gli aggiustamenti strutturali imposti alla Romania dalla Banca Mondiale. Il risultato è una città semideserta, con infrastrutture risalenti all'epoca sovietica, tassi di disoccupazione alle stelle e alcolismo diffuso. Anina comincia dove la strada finisce. Le architetture imperiali e le piazze rivoluzionarie di Timisoara diventano ricordo appena fuori dalla periferia. Il tempo si ferma nella pianura che si sussegue identica, fino a lasciare il posto ai primi rilievi, che piegano la strada fino a quel momento rettilinea. Si entra nelle foreste dei Carpazi. Un manto di querce, olmi, frassini. Neve, silenzio. A pochi chilometri dalla Serbia e dal Danubio, c'è una terra poverissima. Lo dicono le strade, asfaltate una volta sola, e mai rattoppate dai tempi di Ceausescu. Lo dice l'odore di carbone e ferro che si è posato sulle case, come polvere che nessuno ha più spazzato dai tempi della miniera e della ferrovia. Lo dicono le stufe delle case riempite a legno e torba, spesso unica fonte di riscaldamento, e le finestre di legno scrostato. I segni di una società operaia e rurale un tempo organizzata, dignitosa e compatta, si indovinano ancora nelle file di casette ottocentesche saldate al pendio che dà sul centro, le uniche ancora ben curate. O nella piazza del Paese, con la chiesa ortodossa tinteggiata a nuovo e abbracciata dallo sguardo di ferro del monumento al minatore. Ma la memoria di un passato di orgoglio e coraggio - i minatori, e i loro potenti sindacati, furono tra i protagonisti della rivoluzione dell'89 e della vita politica rumena fino alla fine degli anni '90 - è spenta nei pochi sguardi smarriti o ubriachi che si incrociano nelle strade vuote. E' sera, per Anina. Un tramonto iniziato esattamente dieci anni fa. I distretti minerari e l'estrazione del carbone erano la spina dorsale dell'industria pesante rumena. L'oro nero del sottosuolo offriva lavoro ad almeno mezzo milione di persone, sopra e sotto terra. Categoria economica e poli-

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tica potente, tenuta insieme da un sindacato analogo a quello polacco di Solidarnosc, i minatori erano fedelissimi sia di Ceausescu che del suo successore, Ion Iliescu. Quest'ultimo divenne presidente nelle elezioni del 1990, e nel '91 fu lui a mobilitare le trade unions dei minatori, quando i fermenti democratici portarono migliaia di persone nelle piazze. Armati di picozze, martelli e catene, per difendere il socialismo i minatori non risparmiarono la violenza, attaccando le università e le sedi delle opposizioni politiche. Iliescu li definì per questo 'patrioti'. a storia di Anina comincia nel 1773, sotto la corona asburgica. All'epoca, la vicina città di Oravita, già fiorente dal punto di vista economico, necessitava di carbone, legna e foza lavoro per i suoi stabilimenti siderurgici. Fu così che Vienna decise di trasferire dalla Stiria superiore e dalle province austriache manodopera, soprattutto minatori e boscaioli, nell'omonima valle di Anina. Le trentaquattro famiglie di coloni provenienti da Schladming, Ausee, Goisern, furono a tutti gli effetti dei pionieri, che fondarono una nuova città dal nome di Steier-Dorf (in tedesco, lo Stato di coloro che vengono dalla Stiria). Altri austriaci, tedeschi, ungheresi, slavi e slovacchi furono portati a Steierdorf per lo sfruttamento intensivo delle foreste. Fu nel 1790 che il boscaiolo Mathias Hammer scopri nella valle di Andrei il litantrace, carbone della migliore qualità. Con l'apertura di tre miniere da parte della Reale società imperiale austriaca, comincia la fortuna di Steierdorf. E' in questi anni che cospicui investimenti affluiscono nella regione. Steierdorf diventa Anina, 'ontano' in rumeno. L'insediamento abitativo è uno dei migliori dei Carpazi, un grande ospedale torreggia dalla collina soprastante la città, gli operai godono di buoni stipendi e vantaggiosi benefici economici. Viene costruita la prima ferrovia di montagna della Romania, e alla fine dell'800 diventa il distretto minerario più impor-

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In alto: La miniera di carbone di Amina. Romania 2009. Luca Galassi ©PeaceReporter


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tante e produttivo del Paese. Anina riforniva di carbone le navi impiegate nella guerra di Crimea, e sotto l'occupazione sovietica i minatori erano una classe operaia sostanzialmente agiata, immune dalla crisi anche durante il regime di Ceausescu, che pompava denaro nelle società minerarie statali proteggendole così dal fallimento. Dopo Ceausescu, il governo profittò degli enormi prestiti della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, sostenendo artificialmente le miniere senza però apportare le riforme economiche necessarie per adeguarsi al mercato. Fu l'inizio della crisi, che si fece man mano più visibile e profonda quando i prezzi dei prodotti rumeni crollarono, il debito esplose e vennero a mancare fondi per le trasformazioni industriali e la manutenzione dei complessi esistenti. Come molti altri Paesi in transizione, per entrare in Europa e nella Nato la Romania doveva obbedire al diktat degli economisti internazionali. La stabilizzazione economica e una radicale riforma strutturale obbligarono molte miniere a cessare la produzione. L'ordinanza ventidue chiuse cento miniere. Duecentomila minatori rimasero senza lavoro. L'output di carbone crollò del venti percento in un anno. I sindacati organizzarono la rivolta, e a Bucarest si temette il peggio. Ma fortunamente lo scontro tra i minatori e l'esercito fu scongiurato. In quindici anni, dal 1990 al 2005, gli abitanti di Anina sono diminuiti di un terzo. Oggi qui vivono solo nove mila persone. Parte della popolazione femminile ha lasciato il paese, e l'ingresso nell'Unione Europea ha ulteriormente aggravato l'emorragia. Molte case sono vuote, abbandonate. In altre sono rimasti solo gli uomini coi bambini, perchè le mogli, alcune delle quali avevano un'occupazione nelle segherie di legname, oggi vivono all'estero, come badanti o colf. La compagnia mineraria statale ha chiuso la principale miniera di carbone nel 2006, dopo che in uno degli ultimi incidenti rimasero uccisi sette minatori, forse per l'esplosione di gas metano, di cui il sottosuolo di Anina è ricco. esplosione è avvenuta alle 5 e mezza del mattino, mezz'ora prima che il quarto turno terminasse. Al momento si trovavano in miniera 68 lavoratori. Erano a 1.250 metri di profondità. Tutti avevano almeno un figlio, alcuni di loro persino otto. La sorte ha voluto che anche un 'miliardario', tale Daniel Puscasu, che l'anno prima aveva vinto al lotto due miliardi di Lei (55 mila euro) si trovasse sottoterra. Aveva scelto di continuare a fare l'artificiere in miniera aspettando il giorno della pensione, nonostante i colleghi lo prendessero in giro consigliandogli di smetterla di lavorare nelle viscere della terra, e di godersi anzi la vita al sole. Le cause dell'incidente sono ignote. L'inchiesta non ha ancora stabilito se l'incidente fu un errore umano. Un errore dell'artificiere Puscasu, che aveva sbagliato a misurare il gas nei tunnel bui e umidi della miniera. Ma i minatori dicono che i capi sapevano che il livello del gas era più alto del cinque percento rispetto al due percento ammesso per lavorare in tali condizioni, e che ciò nonostante avevano ordinato loro di scendere sottoterra. Oggi la miniera è una torre di ferro piramidale, due grossi edifici in mattoni e una ciminiera di cinquanta metri alla base di una collina spogliata della vegetazione. All'interno, un gigantesco argano cui è avvolto il cavo d'acciaio collegato all'ascensore che portava i minatori in profondità. Il custode, un ex dipendente della società mineraria, apre il cancello e ci conduce nel ventre di questo enorme dinosauro, insieme minaccioso e inerme. "Lavoravo nell'amministrazione, in quell'edificio coi vetri rotti - racconta -. Eravamo a centinaia, qui, era tutto un brulicare di persone". Nelle stanze dove i minatori si cambiavano ci sono ancora decine di elmetti di cuoio, i respiratori d'emergenza, le lampade, i guanti, i registri con le presenze. Qualcuno ha lasciato in terra una pellicola srotolata, forse materiale per un documentario. Anche il custode è sorpreso nel vederla. Attraverso i fotogrammi, quegli ambienti deserti e fatiscenti si accendono d'improvviso. La vita dei minatori scorre su quel nastro, immagine dopo immagine: gli occhi di due uomini biancheggiano innaturali sul volto coperto di carbone, fissando con curiosità chi li sta riprendendo; una scena di lavoro nel tunnel raffigura altri due minatori a torso nudo che picconano una parete; altre persone si sono tolte l'elmetto e si asciugano il sudore. Chiedo al custode chi ha girato quelle immagini. Se sa se quegli uomini oggi sono vivi o hanno pagato con la vita il prezzo di un lavoro usurante e pericoloso. Nel 1920 la

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dinamite esplosa per errore si portò via duecento minatori. Altre centinaia le ha inghiottite la terra negli anni successivi. Il custode non sa. Ma dice che qui, un tempo, alle condizioni di lavoro si aggiungeva spesso la mancanza di sicurezza: "Ad Anina si lavorava ancora con metodi primitivi. I gasometri erano quelli sovietici, e i metodi di estrazione erano quelli di secoli fa. Si scendeva a centinaia di metri di profondità, si usava la dinamite e poi, a palate, venivano caricati i vagoncini col carbone, che risaliva in superficie su nastri trasportatori. In miniera la temperatura spesso toccava i quarantacinque gradi, per cui i minatori lavoravano quasi nudi e a piedi scalzi. Il loro stipendio era di cento euro al mese". Chi è stato licenziato ha preso come liquidazione circa duemila e quattrocento euro, con cui ha messo su un'attività (spesso un negozio o una piccola impresa), mentre i pensionati ricevono duecento euro al mese, a seconda dell'esperienza maturata in miniera. Altri vivono con sussidi di disoccupazione. Ma questi soldi bastano solo per le necessità quotidiane. Dei settecento minatori di Anina, trecento hanno trovato lavoro nel settore edile. Non la pensano tutti allo stesso modo, riguardo al lavoro perduto. C'è chi lo rivorrebbe, ma allo stesso tempo non ha alcuna nostalgia delle condizioni in cui era costretto a lavorare. "E' difficile pensare a un giovane che scelga di lavorare in un ambiente disumano come la miniera - spiega uno di loro -. Solo i disperati fanno una scelta del genere. Eppure, spesso non esiste nemmeno la possibilità di farla, questa scelta. Qui, per molti non è mai esistita un'alternativa". nche il presidente Basescu venne qui, tre anni fa, per rendere omaggio ai morti. “Troveremo una soluzione per Anina”, aveva detto il presidente. Ci si domanda quanto tempo passerà prima che le parole delle autorità diventino fatti. Gli investimenti nel settore energetico non prevedono una riapertura delle miniere, ma eventuali partnership tra compagnie straniere e il governo rumeno per l'eventuale sfruttamento dei giacimenti di metano. La centrale termoelettrica, un tempo alimentata a carbone, è stata acquisita dall'Enel, terzo gestore privato dell'energia rumena. Altri potenziali investimenti sono previsti nel settore del legname e del turismo. E il sindaco di Anina, Georghe Nicu, del Partito Democratico, ha un'idea 'alternativa'. “Riaprire le miniere? Non credo sia una buona idea, la gente ne ha avuto abbastanza. Anche se si trovassero le risorse, chi vorrebbe più lavorarci? Lo Stato non ha avuto un'idea intelligente nel dare sussidi ai minatori, perchè la gente si è abituata a non far niente. Coi soldi hanno comprato mobili, riparato la casa. Alcuni hanno aperto delle piccole attività, ma con scarso successo”. Qualcosa è arrivato, da parte del governo o dell'Unione europea? “Sì, una parte dei fondi europei verrà usata per valorizzare il patrimonio storico e culturale di Anina, creare o modernizzare le infrastruttre connesse, introdurre un circuito turistico delle miniere. Un altro progetto prevede la costruzione di 48 unità abitative, poi c'è da ristrutturare la centrale termoelettrica, costruire un nuovo palazzetto dello sport e modernizzare la casa della cultura. Però io credo che chi ci darà una grossa mano a rivitalizzare il turismo sarà Schwarzenegger”. Arnold Schwarzenegger? Il governatore della California? “Proprio lui”. Ciò che può sembrare una battuta è invece l'idea venuta a un abitante di Anina, trasferitosi anni fa in Austria. Mihai Crainicenu ha infatti comprato per cinquantamila euro gli attrezzi da palestra di Schwarzenegger che Graz, città natale dell'ex-body builder, conservava, in uno stato di semiabbandono, nell'angolo di un fitness club nello stadio cittadino. Insieme agli attrezzi, Crainiceanu ha comprato anche alcune foto e vecchie tabelle di allenamento scritte a mano da Schwarzenegger. Vuole aprire un museo e costruire un monumento all'ex atleta austriaco. “Sarà il museo a dare lustro alla nostra terra. E inviteremo anche Schwarzenegger all'apertura, sperando che accetterà l'invito”. Salutando il sindaco e pensando all'idea del museo, tornano in mente le parole dei minatori: noroc bun, Anina. Buona fortuna

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In alto: Il rigido inverno dei Carpazi nella cittadina di Amina. In basso: Il villaggio di Bradet, sorto sulle rovine di una ex caserma militare. Romania 2009. Luca Galassi ©PeaceReporter


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I cinque sensi della Romania

Udito La musica del violino accompagna ogni momento della vita sociale rumena. La gipsy music, o musica gitana, è rinomata in tutta Europa, e le sue melodie sono familiari anche da noi: nelle stazioni ferroviarie, nelle metropolitane, per le strade delle grandi città. Oltre alla cultura popolare che viene tramandata attraverso la più tradizionale musica gitana, negli ultimi anni si aggiunge al folkore balcanico rumeno, arricchendolo di appassionata intensità e ritmi moderni. E' il manele, una variazione pop con contaminazioni turche e macedoni, dai puristi considerata commerciale e spesso - a ragione scadente. Ma è il genere che va per la maggiore, ed è impossibile entrare in locali pubblici, taxi, auto private o negozi senza venire colpiti dai ritmi da discoteca, che gli altoparlanti rimandano a ripetizione, a volumi talvolta eccessivi. Gli interpreti di questi ritmi, che per molti versi ricordano le canzonette latinoamericane, per il loro carattere non impegnato e di estrema leggerezza, si chiamano Kamarad, Nicolae Guta, Oiane Pustoiaca, e addirittura... Fata Morgana.

Vista I colori della Romania, nelle giornate di sole, sono abbaglianti e violenti. A Timisoara gli edifici conservano ancora traccia della nobile origine asburgica, con i verdi pastello, gli ocra, i granata, i gialli accesi del centro storico. I boschi dei Carpazi sono ricoperti da manti di sempreverdi, o latifoglie che con l'autunno s'ingialliscono e rosseggiano. Nei piccoli paesi, spesso stride il contrasto tra le vecchie case, conservate con cura e dignità, e gli enormi, grigi, palazzoni del comunismo, mostri ancora abitati da decine e decine di famiglie umili, i cui bambini si riversano nei cortili scorrazzando allegramente con i loro abiti multicolori. Infine, le vaste pianure occiden-

tali coltivate a grano, sulle quali fuma la nebbia azzurrina dell'alba. La silhouette delle cicogne, innumerevoli sui loro nidi in cima ai pali, si staglia contro tramonti di indicibile bellezza.

Gusto Come ogni Paese balcanico, la cucina rumena è un misto di piatti diverse tradizioni. Storicamente, è una fusione della cucina ottomana e di quella asburgica. La ciorba è la classica zuppa, ma il nome include una serie di varianti: zuppa di verdure, di trippa e cavoli, di pesce. Tutte insaporite con limone, succo di crauti, aceto, crusca fermentata. Uno dei piatti più comuni è il mamaliga, la nostra polenta, accompagnato da carne di maiale. Prima di Natale, nelle famiglie contadine si usa banchettare con il maiale ucciso per l'occasione. Come è noto, del maiale non si butta via niente. Neanche in Romania. Carnati sono le salsicce piccanti, caltabosi quelle di fegato o altre interiora, toba e piftie i piatti a base di piedi, testa e orecchie in gelatina, tocatura la carne fritta servita col vino ("così il maiale può nuotare"). La Romania è il nono produttore di vini al mondo, ma solo recentemente lo si sta iniziando ad apprezzare all'estero. Vi sono varietà domestice (Feteasca, Grasa, Tamaioasa) e i più tipici bianchi come il Riesling, Chardonnay, Sauvignon Blanc. Funghi e selvaggina abbondano nelle foreste dei Carpazi, e la carne di daino è un piatto tanto accessibile quanto prelibato. Così come quella di capriolo, arrostita e servita con mirtilli rossi.

Olfatto I boschi della regione sono il luogo dove una natura selvaggia e intatta sprigiona i suoi odori più ricchi. Il sottobosco di muschi, funghi,

erbe aromatiche, diffonde i suoi effluvi tra metà estate e l'autunno. Ma la Romania è anche terra di miniere, e di produzione di manufatti in ferro. L'odore più comune nei distretti industriali è quindi quello del carbone, che si è posato su ogni cosa, dopo duecento anni di attività estrattiva. All'interno dei locali pubblici, invece, essendo ancora consentito fumare, è il fumo di sigaretta a coprire tutti gli altri odori. Una 'condanna' inevitabile per le narici, nelle gelide serate invernali dove il bar è l'unico rifugio sociale, specialmente nei villaggi di montagna. Nelle grandi città come Bucarest o Timisoara l'odore predominante è quello delle marmitte delle auto o dei vecchi camion, i cui motori utilizzano combustibili probabilmente fuori commercio da tempo in altri Paesi dell'Unione Europea. Nelle vecchie botteghe, forte è l'odore di prodotti gastronomici tipici, principalmente di insaccati e formaggi. Nelle chiese ortodosse, dove la liturgia è componente fondamentale del credo, è pregnante l'odore della cera diffuso dalle innumerevoli candele.

Tatto Trascorrendo del tempo all'aperto, le rigide temperature invernali rischiano di privare mani e piedi di sensibilità. D'altro canto, una volta rientrati nelle case, ancora riscaldate da stufe a legna o a torba, la sensazione più piacevole è quella di poter riscaldare le estremità congelate davanti a questi 'reperti' perfettamente funzionanti. Le stufe delle case di campagna rumene sono spesso meravigliose: enormi e ricoperte di piastrelle di ceramica. Toccare gli oggetti contenuti nelle miniere, monumentali esempi di archeologia industriale, può evocare forti emozioni: un berretto, un guanto, un piccone appartenuti a chi vi ha lavorato, fa riemergere da questi oggetti la vita di chi li ha utilizzati. 9


Il reportage Paraguay

Tre volte al confine del mondo Di Alessandro Grandi

Continente americano, coordinate geografiche 25° 30' 31,12'' S – 54° 40' 29,05''. Siamo a Ciudad del Este, città paraguayana affacciata sulla famosa Tripla Frontera. La città e il suo skyline si riflettono sulle acque del rio Paranà che ha una sponda in Paraguay e l'altra in Brasile. Il fiume, dopo essere passato sotto il ponte dell'Amistad (amicizia) che separa le due nazioni, arrivera a lambire Puerto Iguacu (Argentina), terza parte di questa particolarissima zona di confine. uest'area si trova lungo la frontiera fra tre nazioni: Paraguay, Argentina e Brasile. Puerto Iguazù (Argentina), Foz do Iguazù (Brasile) e Ciudad del Este (Paraguay). Tre cittadine da molti anni sono nell'occhio del ciclone per via degli innumerevoli traffici illeciti che da queste parti sono l'economia che trascina, senza molta discrezione, tutto e tutti. Non è difficile immaginare, seduti ai tavolini dei bar di queste tre località a sorseggiare caffè, faccendieri di ogni tipo, commercianti in preda a crisi d'acquisto, famiglie in cerca d'affari, spie. Sembra di essere in un film di spionaggio, dove tutti quelli che incontri possono esserne interpreti. Da queste parti sembra siano passati e abbiano soggiornato alcuni dei terroristi che hanno preso parte agli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. La loro presenza sarebbe cosa certa secondo alcuni. Per altri, invece, le voci che riguardano la presenza di cellule terroristiche sarebbero frutto di fantasie legate alla presenza di un gran numero di cittadini di origine libanese che a Ciudad del Este sono arrivati per scappare dalle difficoltà di un paese sempre in guerra e per crearsi un futuro. “Troppe voci sbagliate sul nostro conto” dice Saleh al-Saleh, commerciante di origine libanese da oltre 20 anni in Paraguay. “E troppa pubblicità negativa per Ciudad del Este che non è una comunità composta solo da delinquenti o peggio da terroristi, ci mancherebbe altro. Poi, non sono certo io a dover dire cosa si fa da queste parti. Basta girare per le strade della zona commerciale per rendersi conto dei movimentiche ci sono”, conclude Saleh. “E' sotto gli occhi di tutti quello che succede a Ciudad del Este”, dice con amarezza Augusto Barreto, produttore televisivo molto famoso nel Paese che per via del suo giornalismo d'inchiesta ha avuto molti problemi con la mafia locale. “Insomma, quello che voglio dire è che questa è la città della corruzione e per questo è anche la città dai mille traffici. Leciti o meno. E' inutile nasconderlo. Qui tutti sanno e fanno finta di nulla. Mi chiedo come sia possibile che tanto materiale di contrabbando possa avere vita tranquilla e starsene in bella mostra nelle vetrine dei negozi. Mi chiedo come sia possibile venire da ogni angolo del continente e poter acquistare armi di qualsiasi tipo senza che nessuno batta ciglio, basta avere un po' di

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buona sorte dalla vostra parte. Per non parlare della delinquenza spiccia che esiste in città. La storia pubblicata qualche tempo fa da diversi quotidiani internazionali sulla presenza di terroristi non ha fatto altro che infangare l'immagine di questa città” “Il fatto che a Ciudad del Este ci siano terroristi o che ci siano stati è una pura invenzione giornalistica. Oddio, non si può mai dire. Ma la certezza di una cellula legata a Hezbollah o addirittura di al-Qaeda presente in Paraguay mi sembra qualcosa di assolutamente impossibile. Tutto l'inchiostro usato sulle pagine anche di prestigiose pubblicazioni su questa vicenda è abbastanza sprecato” racconta Hector Guerin, direttore del giornale della città, Vanguardia e numero uno dei giornalisti impegnati del Paraguay. Per le sue inchieste Guerin è da tempo minacciato di morte. Le potenti lobby economiche, spesso legate alla politica, che gestiscono tutte le attività in città, da quelle commerciali a quelle finanziarie, lo considerano un personaggio scomodo. E mentre loro godono di appoggi di ogni genere lui è lasciato solo. “Prima o poi mi ammazzano, ma non ho paura. Ci sarà qualche altro collega che si occuperà di portare avanti il lavoro sporco del giornalista d'inchiesta” racconta Hector seduto al tavolino del bar di un noto albergo della città mentre sorseggia un'aranciata fredda e sogna di tuffarsi nella piscina in stile Hollywood che si mostra davanti a lui. erò, se la zona si è costruita negli anni questa nomea un motivo ci sarà. “Certo. Circa tre anni fa le forze di polizia del nostro Paese (Paraguay) hanno arrestato un uomo libanese, un terrorista. Lui era solo di passaggio a Ciudad del Este ma la grande eco che ha avuto la notizia ha fatto in modo che la città si trasformasse 'nel covo dei terroristi' di tutto il mondo” racconta Guerin. Addirittura in un primo momento si era diffusa la notizia che un grande campo d'addestramento per terroristi era dislocato in Paraguay, nella zona di confine chiamata, appunto, Tripla Frontera. Per trovarlo sono state anche indicate le coordinate. Chiunque sarebbe stato in

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In alto: Tutti in fila alla frontiera. Dal Paraguay si va in Brasile, 2009. In basso: Il confine tra Brasile e Argentina, 2009. Alessandro Grandi ©PeaceReporter


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grado di seguirle e individuare il campo. “Ovviamente. Tutti in città conoscono il campo. Chiunque ti può raccontare qualcosa ma senza le coordinate giuste non lo troveresti mai. Il campo è quanto di più misterioso possa esistere in questa città. Per prima cosa ci deve essere la luna piena. Poi, 25 secondi prima delle 23,15 si deve guardare bene in direzione del ponte dell'Amistad (quello che separa Paraguay e Brasile). Quando l'acqua passerà sotto il ponte potrai trovare le indicazioni esatte delle coordinate per raggiungere il campo d'addestramento dei terroristi” dice divertito Guerin. Luna piena? Acqua che passa sotto il ponte? Sembrano tutte invenzioni. “E' così infatti. Il campo d'addestramento non esiste. Non è mai esistito anche se un po' tutti qui a Ciudad del Este, anche per scherzare, ti diranno il contrario. Per quanto mi riguarda se avessi saputo dell'esistenza di un terrorista o ne avessi trovato uno avrei raggiunto l'apoteosi del mio lavoro giornalistico”. Certo, potrebbero non essere tutte invenzioni.Qualche malvivente internazionale, magari legato a organizzazioni islamiche, potrebbe anche essere passato in città. “Per troppi anni si è guardato con molta diffidenza alla comunità di origine mediorientale che si è stabilita a Ciudad del Este e tutti hanno puntato il dito contro di loro A mio avviso, però, sono grandi lavoratori, soprattutto nel settore del commercio. Sono stati tanti quelli che una volta arrivati hanno deciso di aprire un'attività in città. Sono stati anche bravi nel crearsi un micro-mondo tutto loro, dove è difficile entrare” ricorda Daniel Correas gestore di un negozio di strumenti elettronici di ogni genere e forse uno dei pochi commercianti dell'area evidentemente paraguayano. “In città è vero che ci sono cittadini musulmani di confessione sciita e sunnita. E convivono fra loro senza problemi di nessun tipo” dice Guerin, che da anni studia questo fenomeno più volte associato al terrorismo internazionale. “Ognuno con la sua confessione, le sue tradizioni, i suoi motivi spirituali. Hanno però una cosa in comune che tutti a Ciudad del Este possono confermare: quando sono arrivati in Paraguay erano poveri. Si sono rimboccati le maniche e si sono messi a lavorare. Tutti lavorano. E' davvero molto difficile vedere cittadini di origine mediorientale che non fanno nulla e che stanno con le mani in mano” “Hanno iniziato tutti più o meno nello stesso modo gestendo piccole attività commerciali che nella maggioranza dei casi rivendevano prodotti di pirateria, contraffatti oppure addirittura di contrabbando, altra vera piaga sociale di quest'angolo di Paraguay” aggiunge il direttore di Vanguardia.. uindi, sembra che nella famigerata tripla frontera oggi non ci sia traccia alcuna di terroristi internazionali legati ai movimenti come alQaeda. “Ma quali terroristi. Sono invenzioni come già detto. E anche per quanto riguarda i finanziamenti spero che qualche istituzione nazionali spieghi bene quali sono i finanziamenti che vanno ai terroristi, se esistono, e dove. La verità è che Ciudad del Este è stata per anni la terza città al mondo per movimentazione di denaro, dietro solo a Hong Kong e Miami. Da qui partivano miliardi di dollari (almeno 2 ogni anno) destinati soprattutto alle grandi piazze commerciali, ai luoghi di compravendita di prodotti, come quelle cinesi o statunitensi. E' da poco che i movimenti di denaro sono diminuiti. Forse in concomitanza con le inchieste sul terrorismo. Sta di fatto che contrabbando e falsificazione hanno reso ricca Ciudad del Este”. In effetti secondo Guerin i cittadini mediorientali inviano molte rimesse ai parenti che non si sono potuti spostare dai paesi d'origine per raggiungerli in Paraguay. “Ma non per questo sono terroristi. Ci sono molte persone originarie del Paraguay che vivono e lavorano in Europa, soprattutto in Spagna nei Paesi Baschi. Anche loro mandano rimesse di una certa importanza ma nessuno mai si è permesso di additarli come terroristi”, dice quasi imbarazzato Guerin che ci tiene a sottolineare che i pregiudizi sugli “stranieri” purtroppo fanno parte della “cultura malata della società moderna”. C'è dell'altro. “E' vero -dice Guerin che mentre parla si guarda intorno circospetto – un altro aspetto che ha contribuito a creare la pessima fama che veleggia intorno a Ciudad del Este. Risulta che in città viva un libanese che si chiama Alì. Lui è il re del 'marchio'. Lui ha inventato il calcolatore, il videogioco. Lui registra al ministero dell'Industria e del Commercio tutte queste invenzioni. In questo modo nessuno può importare nulla (tutto è registrato a suo nome). Quindi tutto ciò che si vuole importare è soggetto a un'imposta da versare al signor Alì. In effetti questo signore non aveva

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titoli per chiedere un'imposta sulle importazioni e per questo motivo si è rivolto alle autorità che in modo molto sbrigativo accusavano di terrorismo tutti quelli che non si volevano piegare alle imposizioni di Alì. E allora la forza pubblica, grazie al suo potere, si è potuta inventare false prove contro inesistenti terroristi. A Ciudad del Este, città dove esiste una corruzione dilagante, tutti vogliono partecipare alla festa e mangiare dal piatto che le circostanze mettono a disposizione. Per farlo è stato anche interpellato il servizio antiterrorismo statunitense. Insomma ciò che voglio dire è che il terrorismo in questa zona è nato grazie a questi intrighi. E anche se sembra duro dirlo, in questa città tutti i gironi si combatte una guerra commerciale fra mafiosi, senza esclusione di colpi”, conclude Guerin che aggiunge una nota goliardica alla storia: “Io stesso per dimostrare quanto sia grande la collusione fra quello che è lecito e quello che non lo è, ho registrato la ruota, avendo depositato l'invenzione al ministero”. vviamente la Tripla Frontera non è solo Ciudad del Este (Paraguay). Ci sono anche Foz di Igucu (b) e Puerto Iguacu (A). La zona brasiliana della Tripla Frontera è un luogo molto pulito, esteticamente e architettonicamente bello. Per le strade della città, ordinate e abbastanza trafficate, si respira un'aria completamente diversa da quella paraguayana. La sensazione che ci si trovi in una città abbastanza sicura è alta, anche se in effetti di omicidi violenti se ne sente parlare spesso. Attrattive di ogni genere, ristoranti e centri commerciali, hotel e parchi gioco, la rendono il luogo ideale per viverci. Tanto che anche molti commercianti che hanno negozio in Ciudad del Este comprano casa in Brasile. La popolazione è totalmente diversa da quella del Paraguay, nonostante a separarle ci siano solo poche centinaia di metri. Ma non chiedete di terrorismo e pirateria, perchè la risposta potrebbe lasciarvi di stucco. Come quella che ci fornisce Juanito. “Con i paraguayani non vogliamo avere nulla a che fare. Loro sono trafficanti di tutto: droga, armi, roba rubata, strumenti elettronici e tutto quello che un ricettatore può avere fra le mani. Stessa cosa per gli argentini. Con loro condividiamo solo la parte di frontiera. Se vi capita di visitare tutte e tre le città che si affacciano sulla frontiera vi renderete conto che la parte brasiliana è la più moderna, emancipata, corretta e cosmopolita”. In effetti tutto cambia, anche il cielo sembra più azzurro, una volta varcato il confine fra Paraguay e Brasile in direzione Foz di Iguacu, costituito da un grande edificio pieno di uffici e sovrastato dalle bandiere delle tre nazioni. Qui i poliziotti locali si preoccupano di controllare minuziosamente documenti e merci in ingresso, chiedendo mille documenti, soprattutto ai cittadini brasiliani che si sono recati in Paraguay a fare compere. I controlli e gli sguardi dei brasiliani sono rigidi e improvvisamente dopo aver varcato un'ipotetica linea (quella del confine) ci si ritrova catapultati in una realtà completamente nuova rispetto all'area in cui si trova, molto più simile a un paese occidentale, fatto di luci e specchi, che di una nazione che con i suoi pro e i suoi contro, e nonostante abbia un'economia fortemente in via di sviluppo, tutto resta in bilico fra primo e terzo mondo. Puerto Iguacu, parte argentina della Frontera, è totalmente diversa da Foz di Iguacu e Ciudad del Este. In coda con l'automobile in attesa di oltrepassare la barriera, giungendo dal Paraguay, ci si imbatte in un corpo di polizia di frontiera fra i più intransigenti del continente. E allora potrebbe essere possibile che il doganiere di turno vi chieda di scendere dall'auto se non gli piace la vostra faccia. Oppure vi obblighi a consegnare il rullino della macchina fotografica se vi ha scoperto a scattare immagini dell'edificio che ospita la dogana. O come è successo a una famiglia che si trovava a 1 metro dal confine, vi neghi il permesso di mettere piede in Argentina perchè avete esibito solo il vostro passaporto, quello di vostra moglie e quello di vostra figlia ma manca un documento che attesti che voi siate davvero i genitori della piccola che viaggia nel sedile posteriore dell'auto. Raccomandazione base: lavate bene la macchina che state usando. Potrebbe non piacere all'autorità che decide se potete passare oppure no. E non importa se dentro l'auto ci sono armi, droga o esplosivi. I controlli visti da noi sono solo sulle persone. Però funzionano.

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In alto: Pochi minuti d’attesa e siamo tutti in Paraguay. In basso: Il ponte dell’amicizia. Linea di confine tra Paraguay e Brasile, 2009. Alessandro Grandi ©PeaceReporter


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L’intervista Irlanda

Un muro dipinto di pace Di Christian Elia L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 ha posto fine, dopo trenta anni, al conflitto in Irlanda del Nord, dove l’Irish Republican Army (Ira) ha lottato per anni per ricongiungersi all’Irlanda, contro l’esercito britannico e le milizie lealiste protestanti, legate alla Gran Bretagna. lmeno 35mila persone hanno perso la vita, tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, nei cosiddetti Troubles, i ‘disordini’, che si combattevano per strada, ma anche sui muri che dividono cattolici e protestanti a Belfast e nelle altre città nord irlandesi. A colpi di murales. Denny Devenny, acattolico, Mark Irvine, protestante, hanno deciso di lavorare assieme per trasformare i murales da simboli di divisione a speranze per il futuro.

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Quando i murales sono entrati nella vostra vita? D.D. Militavo nell’Ira e, a metà degli anni Settanta, ero in carcere. Volevamo rendere note a tutti le condizioni dei detenuti politici irlandesi. Mi sono ispirato alle modalità di lotta palestinese e all’insegnamento di Bobby Sands (militante dell’Ira morto in carcere nel 1981 ndr) che invitava ciascuno a lottare per la libertà secondo il ruolo che riteneva più opportuno. Io ho fatto murales. I primi in carcere, poi ovunque ho potuto. Ne ho fatti più di mille nella mia vita. Credo che un murales, per il quale serve solo un muro e un pennello, è un’arma importante: arrivi a milioni di persone in modo non violento, dando una forma al tuo messaggio politico. M.I. Sono nato nel 1972, in piena battaglia. Ricordo il dolore dei familiari delle vittime, le barricate, le bombe e le violenze. Ho vissuto tutta la mia infanzia così. Ho sempre sognato un mondo differente. Fin da piccolo, per me e per i miei coetanei, i murales hanno avuto un fascino enorme. Ma raccontavano solo storie di odio, di morte, di divisione. Ho voluto mantenere la grande forza espressiva dei murales, ma ho voluto usarla in modo costruttivo. Quando vi siete incontrati? M.I. Lavoravano tutti e due a un progetto per gli adolescenti della città. Il processo di pace è in corso, ma Belfast e le altre città dell’Irlanda del Nord sono piene di problemi: droga, disoccupazione, razzismo. Abbiamo condiviso l’idea di utilizzare il nostro lavoro per dare un messaggio positivo. Durante i festeggiamenti per il centenario di Belfast ci hanno chiesto di fare una foto assieme. Abbiamo dato un bel segnale, di una condivisione che va oltre le divisioni. Abbiamo collaborato spesso, fino a fare un murales a quattro mani a Liverpool, in onore dei Beatles. Tutto questo, dieci anni fa, sarebbe stato impensabile. Lentamente, però, le cose cambiano. 14

I murales sono solo una forma di lotta o anche una forma d’arte? D.D. C’è un grande dibattito sulla natura artistica o meno dei murales. Io non so se lo siano o meno, ma mi sento prima di tutto un attivista politico, non un artista. Le circostanze politiche di quel periodo della mia vita mi hanno spinto a esprimere la mia lotta attraverso questo linguaggio, tutto qua. Non mi piacciono gli artisti. Quando c’è stato bisogno di loro, non si sono visti. Ha ancora senso realizzare murales a sfondo politico? Oppure possono avere un’altra valenza? D.D. Oggi, per fortuna, la politica la mia gente può farla in Parlamento. Si può lavorare sul futuro, su messaggi positivi. La mia comunità, per esempio, ha sempre espresso grandi campioni di boxe. Ecco, ho dedicato una serie di murales ai grandi boxeur nord irlandesi, per dire ai giovani afflitti dai grandi problemi sociali di questa comunità che alcuni ce l’hanno fatta e che anche loro possono avere una vita migliore. M.I. Non ha più senso usare i murales per la politica. La gente, dopo tanta violenza, vuole pensare al futuro e a risolvere i problemi sociali. Che sono gli stessi dei cattolici. Ho convinto le persone della bontà della mia idea e in tanti mi hanno autorizzato anche a coprire vecchi murales militanti con nuovi murales, che parlano di speranza, che denunciano le carenza dell’istruzione, della sanità, del lavoro. Ne ho realizzato uno ispirato ai vecchi cantieri navali, con un sole che sorge. Il simbolo di un nuovo inizio. Cosa vi aspettate adesso? D.D. Le mie tre figlie e i miei sette nipoti cresceranno in un mondo di pace. Ma ci sono altre questioni da risolvere, per migliorare la qualità della loro vita. Oggi lavoro su modelli positivi, per togliere i ragazzi dalla strada e aiutarli a capire che devono star lontani dalla violenza, dalla criminalità e dalla droga. M.I. Se il processo di pace continua ad andare avanti, pur tra mille difficoltà, i miei figli godranno un futuro senza guerre. Lavorare a murales che si allontanano da un’iconografia celebrativa dei gruppi paramilitari serve proprio a questo. A creare modelli positivi ai quali ispirarsi, che non prevedano la violenza e l’uso delle armi. Qualcuno lo fa ancora, disegna ancora murales legati ai temi della guerra civile. Per loro, però, non c’è più spazio. Murales. Irlanda 2007. Marco Pavan per PeaceReporter


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Mondo

Notizie che di solito non fanno notizia

Le buone nuove Brasile, ritmo contro la violenza La musica per combattere la violenza. L'arte per trasformare la realtà. Usare la cultura come strumento di cambiamento sociale con l'obiettivo di tirar via i giovani dal cammino del narcotraffico e del lavoro nero. Questa l'aspirazione del gruppo culturale Afroreggae, l'organizzazione non governativa nata nel 1993, che oggi ha progetti in cinque comunità della città più violenta del Brasile, Rio de Janeiro. Una Ong che acquista sembre più le sembianze di un bel fiore nato dal letame, ma che nel letame cresce e prospera dovendo quindi farci i conti, ogni giorno. "Tutto è nato nel 1993, dal desiderio di reagire alla violenza dell'industria della droga e della pressione della polizia - spiegano dalla Ong - Inizialmente si trattava di un giornale, un notiziario, AfroReggae News, per diffondere la cultura nera, per attirare i giovani e riunirli nel nome del reggae, del soul, dell'hip hop. Il medesimo anno arrivò la sede del primo Nucleo comunitario di cultura, nella favela Vigário Geral". Nacquero i seminari di danza, percussioni, riciclaggio, calcio e capoeira. Tutti dedicati agli adolescenti degli slums. Per loro è nata la Ong, a loro è dedicata l'ominima band, seguita, ben oltre Rio.

Nigeria, il diritto ad essere curati Il governo della Nigeria ha revocato una legge che proibiva ai medici di curare ferite da armi da fuoco prima che la polizia avesse redatto il proprio verbale. "Come medici professionisti noi dovremmo curare come prima cosa, non dovremmo metter i soldi davanti alla vita dei pazienti. Non chiedete soldi o il rapporto della polizia. Date le cure di cui hanno bisogno" ha sentenziato il ministro della Salute Babatunde Osotimehin durante la conferenza stampa. Il vice ispettore generale della polizia, Uba Ringim, ha confermato che circolari con le nuove disposizioni sono state inviate a tutti i dipartimenti di polizia e a tutti gli ospedali ripetendo che la priorità dovrà essere quella di salvare vite umane. "Ciò che è importante è proteggere le persone, curarle, dare a loro tutte le attenzioni di cui hanno bisogno e solo dopo contattare la polizia”.

Israele sgridata dall’Onu. Per la prima volta

Il rapporto Goldstone, Elezioni, misura del una pietra miliare consenso per Evo ei mesi di tempo. Israele e Hamas hanno sei mesi per avviare e concludere le indagini interne sui crimini di guerra e contro l’umanità compiuti tra dicembre e gennaio scorsi durante l’operazione Cast Lead, Piombo Fuso. Nonostante le intense attività diplomatiche di Benjamin Netanyahu, il rapporto Goldstone è stato approvato il 16 ottobre dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu (Unhrc): 25 voti a favore, 6 contrari, 11 astenuti e 5 assenti. Il voto di per sé invita semplicemente il Consiglio di Sicurezza Onu a trasferire la competenza sui crimini compiuti da Israele e Hamas alla Corte Criminale Internazionale dell’Aja (Icc), qualora le due parti in conflitto non presentino delle conclusioni. Di fatto, però la risoluzione adottata esplica delle pesanti conseguenze sui rapporti tra Israele e Autorità Palestinese e sul processo di pace. Addirittura, secondo alcuni analisti israeliani, “potrebbe seppellirlo”. Israele, infatti, non rinuncerà mai al suo diritto di autodifesa e ha bollato la risoluzione e lo stesso rapporto Goldstone come un provvedimento “a senso unico, anti israeliano e favorevole ai terroristi”. Navy Pillay, il presidente dell’Unhrc, ha preso una posizione molto decisa sostenendo che “fosse giunta l’ora di porre fine alla cultura di impunità, da sempre dominante in Israele e nei Territori palestinesi”. È presumibile che Israele non darà avvio alle indagini così come richiesto dalla risoluzione. A riguardo dovrebbe essere premonitrice una dichiarazione ufficiale del ministro della Scienza, Daniel Herschkowitz, secondo cui “è un vero peccato che l’Onu abbia reso irrilevante il suo ruolo”. Ciò vorrebbe dire che Olmert, Livni e i comandi dell’esercito (così come pure i vertici di Hamas) potrebbero essere processati per crimini di guerra, “per aver fatto ricorso a una forza sproporzionata, per aver colpito deliberatamente i civili, per aver usato i palestinesi come scudi umani e per aver distrutto infrastrutture civili”. Anche questo è uno scenario improbabile: difficilmente gli Usa, in Consiglio di Sicurezza, lasceranno che Israele venga sottoposta al giudizio della Corte.

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Bolivia, Morales alla prova del voto

l 6 dicembre prossimo si terranno in Bolivia le elezioni generali. Un banco di prova molto importante per il presidente Evo Morales che negli ultimi due mesi ha visto la sua popolarità aumentare fino a raggiungere il 64 percento. Una fiducia mai vista prima d'ora. Ma Evo se la dovrà vedere anche con la possibile ostruzione dei cittadini di El Alto, sobborgo adagiato sull'altipiano non molto distante dalla città di La Paz. A El Alto, importante snodo stradale, le autorità hanno deciso uno sciopero della fame per mettere il governo con le spalle al muro. Motivo della diatriba? Il budget per il prossimo anno. Secondo il sindaco della piccola città, infatti, nel 2010 nelle casse comunali si verificherà un ammanco di almeno 55 milioni di bolivianos (più o meno 8 milioni di dollari). Una cifra importante se si considera che l'area è fra le povere del pianeta (ma anche fra le più importanti per la presenza di risorse naturali sfruttabili). Non solo. El Alto è stata, è e sarà una delle roccaforti del Mas (Movimento al Socialismo) la formazione politica di governo. Evo Morales con le sue battaglie è riuscito a portare il Mas ad essere il primo partito del Paese e oggi tutto questo è a rischio e messo in gioco solo per un budget fuori misura. E nella piccola città non sono mancati i momenti di tensione quando un gruppo di fedelissimi del presidente si è avvicinato minaccioso all'edifico che ospita la sede del comune per difendere le decisioni del governo. C'è stata una fitta sassaiola che ha costretto la giunta comunale, in sciopero della fame come segno di protesta, ad abbandonare il comune e rifugiarsi in luoghi più sicuri. I portavoce del sindaco hanno fatto sapere che la decisione di non affrontare i manifestanti sarebbe stata presa per evitare qualsiasi tipo di scontro fra le parti. C'è chi giura di aver visto nelle fila dei manifestanti alcuni deputati nazionali e alcuni candidati alle prossime elezioni. Il clima pre elettorale inizia a farsi incandescente e per Morales si apre un nuovo fronte su cui dialogare.

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Christian Elia


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Una storia di guerra Testo di Christian Elia. Fotografie di Matteo Berra

a base AMARC, in Texas, è istruttiva. Grande come una città, ospita tutti gli apparecchi aerei che gli Stati Uniti d'America hanno utilizzato per 'esportare la democrazia' in giro per il mondo. Un cimitero degli elefanti, dove vanno a riposare come stanchi uccelli migratori aerei piccoli e grandi, da trasporto truppe o trasporto merci e mezzi, oppure i veri e propri cacciabombardieri. Alcuni vengono rivestiti di vinile, per resistere a temperature che trasformano il deserto texano in una fornace, in modo poi da essere riutilizzati come bersaglio per gli addestramenti dei nuovi piloti e dei nuovi apparecchi. Secondo i dati ufficiali dell'amministrazione Usa, nel 2005, nella base erano stati rielaborati 142 apparecchi e recuperati 19194 pezzi di ricambio per un risparmio netto di 1,07 miliardi di dollari per le casse degli Usa. Alle 17, in uno scenario irreale, gli altoparlanti diffondono le note del-

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l'inno nazionale Usa. Patria e armi, un binomio che ha caratterizzato la storia della democrazia per eccellenza, del Paese libero come pochi ma troppo spesso non rispettoso della libertà degli altri, sacrificata sull'altare di uno stile di vita. Il cimitero dei velivoli, raccontato dagli scatti di Marco Berra, vede l'una accanto all'altra la storia militare e quella degli uomini che hanno girato il mondo con la bandiera a stelle e strisce. Gli F-4Es, dalla guerra in Vietnam, dividono la pensione con gli aerei spia che per 50 anni hanno fotografato il mondo, compreso con ogni probabilità il velivolo che immortalò le testate russe dirette a Cuba, ottobre 1962, che portarono il mondo a un passo da un terzo conflitto mondiale. E tanti altri, sui quali vigilano 900 impiegati tra personale tecnico e militare. E sul quale vegliano 6 miliardi di persone, sperando che diventi solo un museo.


Portfolio Pagina precedente: I caccia ancora in buone condizioni vengono protetti con una guaina vinilica dal sole del deserto. Foto centrale: La base ospita un numero di aerei che si aggira tra i 4000 e i 6000 a seconda del periodo. Da destra a sinistra in senso orario: 1) la pace del deserto viene rotta dal psso di tanti velivoli bellilci a riposo. 2) Gli aerei cargo possono portare anche una decina di pullman. 3) Nella piena solitudine, alle cinque di ogni mattina, suona l’inno satunitense. 4) I caccia ancora in buone condizioni vengono venduti ad altri paesi se considerati obsoleti dall’aviazione Usa. 5) Ogni tipo di velivolo ha una zona di rimessa. Pagina successiva: Qualche negligenza viene tradita da pezzi dimenticati nell’immensità del parcheggio


Notizie che di solito non fanno notizia

Le buone nuove Italia, il salvataggio non è un reato Europa: chi entra e chi sta alla finestra

Oklahoma, l’aborto corre sul web

Bosnia bocciata, Serbia promossa

La nuova gogna per chi abortisce

l 14 ottobre scorso il commissario all'Allargamento dell'Unione Europea, Olli Rehn, ha relazionato di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo rispetto alla situazione dei paesi che ambiscono ad entrare nel club di Bruxelles. Il commissario Rehn ha elogiato in particolare la Macedonia, che potrà avviare i negoziati di adesione. Bruxelles chiede solo di continuare il dialogo con la Grecia per trovare una soluzione al contenzioso sul nome. Lodi anche al Montenegro, per la trasparenza delle elezioni del 29 marzo scorso, che dovrà impegnarsi di più contro la corruzione ma che può guardare con ottimismo alla domanda di adesione presentata nel 2008. Fanalino di coda la Bosnia-Erzegovina. Sarajevo deve mettere d'accordo le comunità del Paese (serbi, croati e musulmani) per avviare la riforma di un sistema istituzionale paralizzato dalle divisioni interne e ancora sotto la tutela politica internazionale. Anche sul Kosovo giudizio negativo, rispetto alla criminalità organizzata e alla fragilità delle istituzioni, ma Rehn ha ribadito la “prospettiva europea” di Pristina, includendola nel processo di abolizione dei visti a partire dal 1 gennaio prossimo. Complimenti anche all'Albania e alla trasparenza delle elezioni del 28 giugno scorso, ma resta molto da fare per la corruzione. Buone nuove anche per la Croazia che, risolta la disputa territoriale con la Slovenia, ha la strada spalancata per l'ingresso nell'Ue nel 2012. Anche la Serbia, finalmente, riceve segnali positivi. Solo l'Olanda continua a legare la posizione di Belgrado alla cattura degli ultimi criminali di guerra, ma il governo Tadic gode della stima della Commissione, ribadita con la concessione dei visti agevolati dal 1 gennaio prossimo. Un discorso a parte per la Turchia. La distensione con l'Armenia, le aperture alla cultura curda, l'apertura sulla questione di Cipro piacciono a Bruxelles, ma non sembra bastare mai. La Commissione ritiene necessarie altre riforme per la tutela dei diritti umani e civili. Tutto vero, ma la Turchia ha fatto passi enormi, anche mettendo a rischio il suo equilibrio interno. Solo che la Francia e tanti partiti xenofobi europei lottano contro l'ingresso di Ankara del club, per motivi poco nobili.

l web come mezzo per denunciare e mettere alla berlina le donne che ricorrono all'aborto. La proposta è del senatore repubblicano Todd Lamb. Secondo la legge tutte le donne dello Stato che vorranno interrompere la gravidanza saranno costrette a rispondere a una serie di domande personali, 34 per l'esattezza, sulla loro età, razza, titolo di studio, ragioni che le hanno indotte all'aborto, il luogo dove si sono sottoposte all'intervento, il rapporto che le lega al padre del bambino, se hanno avuto gravidanze e/o aborti precedenti. Tutto, insomma, eccetto il nome, e questo permetterà alle autorità statali di pubblicare tutte le informazioni così ottenute su un sito internet. Peccato che, denunciano le organizzazioni per la libera scelta, in uno stato di soli tre milioni di persone, tutte quelle informazioni siano più che sufficienti per identificare una donna, contravvenendo così a tutte le regole di tutela della privacy del paziente. E se un medico dovesse rifiutarsi di consegnare al dipartimento della sanità le informazioni ottenute, rischierebbe di venire incriminato ed espulso dall'ordine. Costo dell'intera operazione: 280 mila dollari per avviare il progetto e poi circa 260 mila ogni anno per mantenerlo. “L'intento di questa legge - ha protestato Jennifer Modino, avvocato del Centre for Reproductive Rights è quello di restringere ulteriormente l'accesso all'aborto. Già due anni fa il governo aveva approvato una legge che proibiva l'utilizzo di fondi pubblici per pagare le interruzioni di gravidanza, con le sole eccezioni dei casi di stupro e incesto. Il risultato era stato quello di provocare una migrazione delle donne che intendevano abortire, in un paese in cui il 96 percento delle province non ha strutture attrezzate per le interruzioni di gravidanza. Molti ospedali hanno smesso di praticare questo genere di intervento sotto pressione politica e intimidazioni da parte degli attivisti antiabortisti. Le associazioni pro aborto sono riuscite a ottenere una sospensione temporanea della legge, che avrebbe dovuto entrare in vigore il 1 novembre, in attesa di presentare ricorso.

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Christian Elia

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Chiara Pracchi

Dopo cinque anni assolti Elias Bierdel e Stefan Schmidt, della Cap Anamur, la nave che il 5 luglio 2004 salvò la vita a 37 naufraghi nel canale di Sicilia: il fatto non costituisce reato. Una sentenza per niente scontata, che smonta l'impianto accusatorio dei pubblici ministeri Santo Fornasier e Gemma Milani, che avevano sostenuto che non si fosse trattato di un salvataggio, quanto piuttosto di “una grande speculazione mediatica per pubblicizzare un film documentario e trarne vantaggi di notorietà”. Per questo l'accusa aveva chiesto la condanna degli imputati a 4 anni di carcere e 400.000 euro di multa. Gli avvocati della difesa attendono adeso la pubblicazione delle motivazioni della sentenza per valutare eventuali azioni di richiesta di risarcimento danni per l’ingiusta detenzione di 4 giorni dei loro assistiti successivamente allo sbarco nel 2004 e per il danno di immagine subito.

Colombia, che lo Stato paghi I paramilitari massacrarono 27 persone in un piccolo villaggio del Caribe. Era il 2001. E fu una delle tante strage perpetrate grazie a connivenze e impunità. Adesso invece una sentenza è arrivata: lo Stato colombiano dovrà pagare circa un milione di euro (2500 milioni di pesos) a 195 persone di Chengue, un piccolo villaggio del Caribe dove, all'alba del 17 gennaio 2001, un gruppo di paramilitari seminarono terrore e morte. La sentenza, è stata pronunciata da un giudice di Sincelejo, capitale del dipartimento dove avvenne la tragedia, una delle tante perpetrate da queste bande senza scrupoli. La colpa dello Stato? L'omissione della forza pubblica, in particolare della polizia e della fanteria di marina, che fecero finta di non vedere e prestarono le loro lance acquatiche ai criminali.

Costa Rica, il primo ministero della Pace Il piccolo Paese centro americano sarà il primo Stato al mondo ad avere un ministero quasi esclusivamente dedicato alla Pace. Il testo della proposta di legge approvata dalla commissione parlamentare ora dovrà arrivare all'aula che senza ombra di dubbio lo approverà. Dunque, il ministero di Grazia e Giustizia cambierà nome e entro breve si trasformerà nel ministero della Giustizia e della Pace. Il nuovo dicastero si occuperà della "promozione della Pace e della prevenzione e risoluzione dei conflitti". "Sono molto felice e orgogliosa che questa mia proposta sia stata accettata. Così facendo diverremo uno dei paesi pionieri in materia”, ha commentato Ana Helena Chacon, la deputata che ha avviato le procedure per la proposta di legge appoggiata dalla quasi totalità della società civile costaricense. 17


Qualcosa di personale Pakistan

Tra gli sfollati di Swat Di Enrico Piovesana L’offensiva militare scatenata lo scorso maggio dall’esercito pachistano – su pressione di Washington – contro i talebani nella Valle di Swat ha causato l’esodo di sfollati più massiccio degli ultimi decenni: oltre due milioni e mezzo di profughi interni, ammassati in immense tendopoli allestite nei pressi di Peshawar, e oggi solo parzialmente svuotate in seguito al reinsediamento di circa un milione di persone. Peacereporter ha raccolto le loro testimonianze. bdullah, un vecchio pashtun con una lunga barba bianca, ci accoglie davanti alla sua tenda, in mezzo a galline e bambini seminudi che scorrazzano nella polvere. Accanto a lui un altro anziano, magro e con lo sguardo perso nel vuoto. “Lui ha perso il senno durante i bombardamenti dell’artiglieria governativa sulla nostra città, Mingora. Io invece – dice Abdallah – sotto le bombe ho perduto mia moglie, mio figlio e mia nipote. Il governo ci ha bombardato e poi ci ha spedito in questi campi, dove veniamo lasciati morire di caldo e di fame. Se ne fregano di noi”, dice indicando la sede del partito di governo, il Ppp del vedovo di Benazir Bhutto. Tutti i partiti politici pachistani, anche quelli di opposizione, si sono affrettati ad aprire delle sedi nei campi profughi per mostrarsi solidali con gli sfollati. “Ma non è solo colpa del governo”, continua Abdallah. “E’ anche colpa nostra e dei mullah, dei talebani, perché ci siamo fatti fregare dai loro bei discorsi. Ci avevano promesso che con la sharìa ci sarebbe stata più giustizia. Invece erano tutte menzogne: loro volevano solo il potere e hanno portato solo terrore e guerra”. “Ha ragione”, dice sua sorella Salima, velo celeste e orecchino al naso, seduta all’ombra di un telo di plastica blu dell’Unhcr. “I talebani volevano solo comandare e arricchirsi con gli smeraldi della famosa miniera di Mingora, dove hanno costretto molti giovani a lavorare per loro. Anche mio figlio ci lavorava e ci è morto quando il governo ha bombardato la miniera. Quaranta persone, tutti civili innocenti, sono state uccise quel giorno. Talebani e governo, sono entrambi responsabili delle nostre sofferenze”. Arriva Laila, una sua amica, con un bambino in braccio e una fitta chioma di capelli neri che strabordano dal suo velo liso. “Le bombe del governo hanno ucciso mio marito, e questo non glielo perdonerò mai! Ma quelle bombe non sarebbero cadute se i talebani non avessero attaccato i militari provocando la loro reazione, provocando le indiscriminate rappresagli dell’esercito. I talebani lo sapevano che alla fine ci saremmo andati di mezzo noi!”. Seduto davanti a un altra tenda, il vecchio Latif stringe tra le sue mani ossute e rugose il suo bastone. “I miei quattro figli mi hanno costretto a rifugiarmi in questo maledetto campo. Loro invece sono rimasti al villaggio per fare la guardia alle nostre bestie. Sono tutti morti quando un colpo di mortaio sparato dall’esercito ha centrato casa nostra. Ma i talebani nel nostro villaggio non c’erano più da settimane: perché bombardare allora?”. A quel punto si avvicina un uomo di mezza età, di nome Rahim, brandendo

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una ciabatta di plastica con la suola bucata. “Guardate come siamo ridotti!”, grida ad alta voce. “Si è sciolta per il caldo, e noi stiamo facendo la stessa fine! Il governo prima ci bombarda, ci uccide, poi ci lascia qui a bollire sotto il sole! Mia moglie è morta mentre lavava i piatti nel cortile di casa: un colpo di mortaio! Non c’erano talebani nel mio cortile!”. Spunta dal nulla un funzionario del campo accompagnato da un poliziotto. Nessuno lo ha interpellato, ma lui si sente in dovere di intervenire. “Purtroppo i talebani si nascondono tra la popolazione quindi l’esercito non ha scelta, deve colpire anche nelle zone abitate”, dice sorridendo. Rahim gli lancia un’occhiataccia, si rimette la sua ciabatta bucata e se ne va brontolando. oche tende più in là, davanti a un gruppo di bambini che giocano a softball, lo sport più amato dai pachistani, un giovane e un anziano, suo padre, stanno tirando su un muro di mattoni d’argilla. “Noi siamo tra quelli che avevano creduto al governo, quando ha detto che potevamo ritornare a Swat perché le operazioni erano finite”, dice il giovane, Karim. Abbiamo deciso di tornare per ricostruire la nostra casa, danneggiata dai bombardamenti, anche perché il governo aveva promesso 25mila rupie a quelli che tornavano, come aiuto per ricominciare. Invece, appena siamo arrivati a casa i combattimenti sono ripresi e siamo stati costretti a tornare qui. Ora il governo torna a dire che si può tornare, ma noi non ci fidiamo. Per questo abbiamo deciso di costruire una casa di mattoni, perché siamo consapevoli che qui dovremo rimanerci per molto tempo”. Mentre parliamo, donne e bambini si precipitano fuori dalle tende armati di pentolini di latta e corrono verso un furgoncino bianco dal cui cassone alcuni uomini distribuiscono mestolate di minestre e riso. La ressa aumenta e gli sfollati vengono dispersi a sassate, come i cani. Alle nostre spalle sentiamo delle urla. Fatima, una rubiconda anziana con i capelli grigi tinti di henné rosso fuoco che le spuntano dal velo bianco, piange e lancia improperi contro la nuora, accusandola di non passarle le razioni di cibo che le spettano. “Lo vedete anche voi: quando passano a distribuire i pasti succede di tutto: io sono anziana e malata, non ce la faccio ad andare a prendermi da mangiare da sola. Ma quella vipera mi dà solo gli avanzi! Se l’altro mio figlio fosse ancora vivo, non si permetterebbe di trattarmi così! Ma lui è morto durante i bombardamenti”.

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In alto: Una sfollata nel campo profughi di Nowshera. In basso: La tendopoli del campo. Pakistan 2009. Naoki Tomasini ©Watwaat


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La storia Sudafrica

Il container rosso di Musina Di Chiara Pracchi Burombo, Tsitsi e Nyasha sono per tutti le “ragazze” del container rosso, le volontarie che ogni giorno distribuiscono cibo e assistenza ai molti ragazzini che vivono per strada. lla mattina il turno inizia poco prima dell’alba, in modo che tutto sia pronto per quando i ragazzi arriveranno dai loro giacigli di fortuna. All’interno del container Nyasha cucina il sadza, una specie di polenta densa di mais bianco che nell’Africa australe costituisce l’alimento base, mentre fuori Burombo e Tsitsi preparano le porzioni da consegnare di pane, biscotti e latte. “Io ho sei figli e mi si stringe il cuore a vedere questi ragazzini che vivono per strada, senza sapere dove andare. Per questo vengo qui ogni mattina. Non sopporterei di starmene a casa a guardare la televisione” racconta Burombo. Nessuno sa esattamente quanti siano, ma si calcola che lungo la ferrovia, nei depositi dei taxi, nelle fattorie intorno alla città o semplicemente nel bush, nella savana, vivano più di mille bambini. Per la maggior parte si tratta di ragazzi che hanno lasciato lo Zimbabwe, in cerca di un sostentamento per la famiglia, rimasta al di là del confine, o di una nuova vita per se stessi. Altri erano semplicemente in viaggio per raggiungere i parenti già emigrati in Sudafrica, ma il trafficante, spesso un camionista mandato a prelevare i bambini proprio dai genitori, li ha abbandonati lungo la strada. Un fenomeno questo sempre più frequente da quando più di tre milioni di persone hanno abbandonato il Paese economicamente disastrato di Robert Mugabe. Iniziano ad arrivare verso le sei e mezza del mattino, a gruppetti e con il freddo della notte ancora addosso, nei loro vestiti laceri e senza scarpe. Qualcuno all’inizio si mostra titubante nel vedere una persona nuova dietro al tavolo di distribuzione, ma poi il più intrepido si fa avanti e incomincia a inveire per la scarsità delle porzioni. Burombo non lo lascia neanche finire e bruscamente lo invita ad andare altrove se non è soddisfatto. Poi, come a scusarsi, spiega che a volte è necessario: “Sai, alcuni diventano aggressivi, altri si chiudono nel silenzio o reagiscono in altri modi ancora e non sempre riusciamo a stabilire un rapporto”. Quando il ragazzo si calma, racconta di essere in Sudafrica da quasi un anno. All’inizio non viveva per strada. Aveva trovato lavoro in una delle fattorie vicine. Ma quando ha preteso di avere i suoi soldi, i padroni hanno minacciato di denunciarlo come immigrato irregolare. Da allora vive chiedendo l’elemosina o trasportando le valige di quanti passano il confine con lo Zimbabwe attraverso il ponte di Beit Bridge. A volte li vedi in giro per la città, spingere la carrozzella di un invalido o accompagnare per tutto il giorno un non vedente. Con lui c’è Thambo, un bambino di non più di 12 anni e dall’espressione sempre ingrugnata: “Mio padre ha preso una nuova moglie - racconta - e

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mi maltrattava sempre per favorire i suoi figli. Per questo ho deciso di andarmene. Ma quando sono arrivato qui mi hanno beccato e mi hanno rinchiuso in un rifugio per ragazzi: una stanza sola, in cui dormivamo in cinquanta, e un piccolo cortile dove trascorrere la giornata senza far nulla. Non ce l’ho fatta e sono scappato. Almeno qui sono libero”. Quando la polizia di confine trova dei minorenni che viaggiano da soli, li affida ai servizi sociali o a qualche rifugio gestito dalle chiese locali, spesso senza i fondi e le strutture necessarie per accoglierli. l tempo passa e i gruppetti di ragazzi iniziano a diradarsi mentre Burombo lava i piatti e i bicchieri usati dentro ad un catino posato sul tavolo: “Sai - dice - non ci ho ancora fatto l’abitudine. Vedi l’orto qui affianco? Ci coltiviamo qualche pomodoro che poi usiamo per condire il sadza, ma principalmente lo usiamo per coinvolgere i ragazzi in qualche attività e insegnare loro a sopravvivere. Noi non facciamo animazione, non ci occupiamo della loro educazione, ma con il tempo abbiamo capito che l’orto poteva diventare un punto di contatto, anche perché molti di loro arrivano dalla campagna. L’anno scorso un ragazzo mi colpì particolarmente. Capita. Aveva occhi molto svegli ma era sempre rigido e sulla difensiva. Allora ho cercato di coinvolgerlo nella cura delle piante, poco a poco , chiedendogli dei consigli, di come li coltivava a casa, fino a che un giorno è scoppiato a piangere e ci ha raccontato dell’esecuzione dei suoi genitori. Era il periodo delle violenze postelettorali nello Zimbabwe e i suoi genitori si erano impegnati nella campagna di Tsvangirai. Lui stava tornando a casa da scuola, quando ha sentito un grande vociare sulla strada, poi sempre più forte e poi urla, pianti, fino a quando non ha sentito distintamente i suoi vicini di casa che lo incitavano a scappare. Allora ha realizzato che avevano dato fuoco alla sua casa con i suoi genitori dentro. Ha cominciato a correre lontano, ha detto, e non si più fermato. Sono parecchi mesi ora che non lo vedo. Mi chiedo dove sia andato”. Le dieci. Tempo di smontare. Per oggi non verrà più nessuno. Burombo, Tsitsi e Nyasha finiscono di rassettare e chiudono il container. Thambo, davanti al supermercato, si offre di portare le borse della spesa ai clienti.

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In alto e in basso: nelle township sudafricane Archivio PeaceReporter


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Italia

L’invenzione criminale Di Franco Pittau*

Le domande sul rapporto tra immigrazione e criminalità sono solitamente tre: se l’aumento della criminalità sia dovuto in maniera proporzionale all’aumento della popolazione residente; se gli stranieri regolarmente residenti abbiano un tasso di criminalità superiore a quello degli italiani; se gli stranieri irregolari abbiano un tasso di criminalità abnorme. Qualche numero a prima vista sembra mettere in cattiva luce gli immigrati, qualche altro invece noi. A esempio, la risposta alla prima domanda può essere serenamente negativa perché, secondo i dati Istat, nel periodo 2001-2005 la popolazione straniera è aumentata del 100% e la criminalità solo del 46%. Ci vorrebbe maggiore cautela prima di accreditare in Italia una “emergenza criminalità” perché da alcuni anni il numero delle denunce è in calo e quello del 2006 equivale a quello riscontrato all’inizio degli anni ’90, quando iniziavano in Italia i flussi dell’immigrazione in Italia. Utilizzando i dati di recente pubblicati da Istat e calcolando il numero delle denunce pro capite, il nostro Paese non esce male da un confronto europeo, con ombre indubbiamente ma anche con luci. In Italia, il cambiamento dello scenario della criminalità iniziò negli anni ’50 e continuò negli anni ’60 del secolo scorso, quando il paese andava trasformandosi, da paese agricolo, in uno di quelli più industrializzati del mondo e conosceva anche imponenti flussi di migrazioni interne in provenienza dal Mezzogiorno. Quindi, fu forte l’aumento della criminalità (in particolare, furti, spaccio e traffico di stupefacenti, rapine ed omicidi) a partire dagli anni ’70 (e, anzi, nel caso degli omicidi dal decennio precedente), continuato negli anni ’80 e consolidatosi al’inizio degli anni ’90, periodo di inizio dell’immigrazione di massa (710.056 denunce penali nel 1950, 820.222 nel 1960, 1.015.330 nel 19701.1919.651 nel 1980, circa 2.300.000 nel 1990).

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Per la seconda domanda sembrerebbe scontata la risposta positiva: sì, gli immigrati regolari hanno un tasso di criminalità più alto degli italiani. Avendo la pazienza di interpretare i numeri si arriva a constatare che questa risposta è sbagliata e che il tasso di criminalità delle due popolazioni è uguale. a.Le denunce riguardanti gli stranieri riguardano solo nel 28,9% dei casi i cittadini regolarmente presenti. b.Il numero delle presenze regolari è sottostimato, sia quando esse vengono calcolate con il numero dei permessi di soggiorno sia quando ciò avviene con il numero degli iscritti in anagrafe: sfuggono così 300-400 persone che, incluse nel calcolo, abbassano notevolmente il tasso di criminalità. c.Bisogna procedere a un confronto omogeneo per classi di età, tenendo in particolare conto che più del 90% degli stranieri denunciati sono ventenni o trentenni. Se anche gli italiani avessero una così consistente concentrazio-

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ne nella classe di età 18-44 anni, il numero delle denunce loro addebitate salirebbe notevolmente e diminuirebbe le distanze, senza annullarle del tutto. Alla fine di questo percorso, basato esclusivamente sui dati statistici, si copre che gli italiani hanno un tasso di criminalità dell’1,02% e gli stranieri regolarmente presenti dell’1,03%: sostanzialmente il tasso è identico. La terza questione riguarda gli immigrati irregolari, che effettivamente hanno rilevanza più consistente nelle statistiche criminali, sia perché per poter stare in Italia trasgrediscono ripetutamente la legge sugli stranieri, sia perché nella loro posizione di precarietà sono maggiormente soggetti alle pressioni delle organizzazioni criminali sia italiane che straniere. La risposta è, quindi, affermativa ma con diversi distinguo. Molte collettività non sono per niente implicate, se non nell’infrazione alla legge sull’ingresso. Inoltre, se si tiene conto che metà della popolazione straniera, che attualmente vive regolarmente in Italia (parliamo di più di 2 milioni di persone), si trovava una volta in situazione di irregolarità, arriviamo facilmente a capire che l’equiparazione tra immigrati e criminali, anche quando si parla di irregolari, è infondata. In conclusione, il livello di criminalità degli stranieri non è una realtà a sé stante rispetto alle caratteristiche della normativa vigente e che le statistiche disponibili, accortamente correlate, portano a superare l’idea di un più elevato tasso di criminalità rispetto agli italiani, smontando così il pregiudizio che li accredita come delinquenti. Senza trascurare il contrasto delle azioni criminose, sembra necessario un impegno rinnovato per promuovere la cultura della legalità, che non si esaurisce nella normativa penale, nei tribunali, negli interventi delle forze dell’ordine e eppure nelle carceri, che sono oltretutto molto costose (57.000 euro la permanenza di un anno secondo una stima dell’Associazione Antigone). È anche necessaria (anzi, lo è principalmente) l’attuazione di politiche sociali più inclusive, sollecitando l’apporto delle stesse collettività immigrate.

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*resp. centro studi immigrazione Caritas/Migrantes In alto e in basso: I nuovi pastori sardi. Sardegna, Italia 2009. Alessandro Toscano/OnOff Picture per PeaceReporter


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Migranti

L’Europa? È un pomodoro Di Gabriele del Grande Vista da Niagho, l’Europa ha la forma di un pomodoro. E la città di Foggia è la terra delle opportunità. Dove basta avere buone braccia per guadagnarsi un futuro. Partono da questo piccolo villaggio del Burkina Faso molti dei burkinabé emigrati in Italia. egli ultimi dieci anni ne sono partiti almeno settecento, su una popolazione di poche migliaia di abitanti. C’è chi è partito in aereo e chi è arrivato via mare. Ma sono tutti passati dalle campagne del sud Italia, impiegati in nero come braccianti stagionali. Indietro però hanno portato un’immagine completamente diversa da quella a cui siamo abituati a pensare. Quelli che la stampa italiana ha ribattezzato come i nuovi schiavi, in patria sono diventati piccoli eroi. Simboli di riscatto e benessere. Li chiamano “gli italiani”. In un Paese dove una giornata di lavoro è pagata poco più di un euro, sono loro la dimostrazione pratica, per quanto paradossale, che il sogno europeo funziona. Arrivo a Niagho in motorino, lungo la polverosa strada rossa di terra battuta, evitando mucche al pascolo, grossi camion e tanti ciclisti. All’ombra dell’albero, sul retro del chiosco di legno al centro del villaggio, incontro una ventina di ragazzi. Sediamo sulle panchine di legno sorseggiando uno dopo l’altro sacchettini di acqua ghiacciata e granite rosse di bissap a base di fiori di ibisco. Sono una generazione frustrata. L’economia tradizionale, fatta di agricoltura e allevamenti, è più che sufficiente per il sostentamento. Ma non produce moneta. E loro invece hanno voglia di godersi la vita, di costruire, di consumare, di fare. Esattamente come ogni italiano. Sono giovani, si sentono sprecati. Brahim Compaoré è uno di loro. Vuole partire a tutti i costi. Anche in mare. Gli dico che rischia la vita. Risponde che la rischia anche qua, ad esempio se si ammala e lo portano in ospedale, visto che non ha i soldi per curarsi. Parliamo delle condizioni di lavoro a Foggia, mostro loro le foto di Rosarno e delle baracche dove vivono i braccianti africani in Calabria durante la raccolta delle arance. Non si scandalizzano minimamente. Al contrario. Piuttosto che stare qui con le mani in mano, sono pronti a affrontare qualsiasi sacrificio. Pochi giorni prima sono partiti tre ragazzi per il deserto, diretti in Libia e poi a Lampedusa. Non c’è niente da fare. Hanno le prove che l’Italia funziona. Nascono come funghi. Una accanto all’altra. Da tre anni a questa parte. Sono le case degli emigrati. Costruite in bozze di cemento, con infissi in ferro e tetti in lamiera. Alcune sono addirittura intonacate. Sorgono a fianco delle case costruite in modo tradizionale, con mattoni di argilla e tetti di paglia. La struttura è la stessa della casa tradizionale per la famiglia allargata: muro di cinta, e terra-tetto costruiti lungo i quattro lati del quadrilatero perimetrale, con un grande cortile interno, al centro del quale sorge la cucina a legna. Nell’immaginario, il cemento è diventato il nuovo simbolo della ricchezza, e quindi del potere. Una casa tradizionale si costruisce con cento euro. Un appartamento vale anche tremila euro. Cifre inimmaginabili per i contadini della zona. Qui un bracciante guadagna in media un euro per una giornata di

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lavoro. Ma queste sono terre avvezze alla fatica e facili agli addii. In queste campagne ingiallite, i contadini parlano bissa. Una lingua coniata da secoli di emigrazioni e transumanze. Per tutto il Novecento, i bissa del Burkina Faso meridionale sono emigrati a migliaia in Costa d’Avorio per lavorare nelle piantagioni di ananas, cacao e caffé, e in Ghana nelle miniere d’oro, e in Nigeria per pascolare e vendere le proprie mandrie. L’Italia è arrivata dopo. Ma adesso è il desiderio di un’intera generazione. Lo sanno in tutto il Burkina Faso. Al punto che nella capitale, Ouagadougou, chiamano per scherno “italiani” gli abitanti del triangolo tra Niagho, Beguedo e Garango, nella provincia di Tenkodogo. “Sono contadini – dicono – per quello che lavorano forte con i pomodori”. a in questo piccolo villaggio, gli emigrati non hanno costruito soltanto case per ostentare la nuova ricchezza e dimenticare i tanti sacrifici fatti in Italia. Hanno fatto di più. Si sono auto-tassati per dare una nuova sede al commissariato di polizia, ristrutturare le due scuole e regalare delle divise di calcio ai bambini. Nella vicina cittadina di Beguedo hanno addirittura costruito un ospedale e portato due ambulanze donate dalla Associazione Volontaria Sesto San Giovanni, di Milano. Segno che non si sono dimenticati della propria gente. Ne é convinto il re del villaggio. Un ex funzionario dello Stato in pensione, formatosi alla scuola coranica e al liceo dei missionari cattolici per poi laurearsi in filosofia a Ouagadougou. È membro della famiglia presidenziale dei Compaoré, che a Niagho regna da più di trenta generazioni, fin dalla fondazione dell’impero dei Mossi, che la tradizione vuole essere stato fondato nel dodicesimo secolo dalla principessa Yennenga, figlia del re di Gambaga, e dal cacciatore di elefanti Rialé. Il re ci riceve con molta accoglienza. Indossa un boubou blu. Per stringergli la mano mi devo inginocchiare in rispetto delle usanze. “Dobbiamo ringraziare l’Italia” dice con autorevolezza, mentre sorseggiamo insieme a dei bambini una bevanda tradizionale a base di latte di capra, “per aver accolto così bene i nostri figli e per aver dato loro l’opportunità di lavorare e far crescere il villaggio”. L’unica cosa che non si spiega è perché molti di quelli che sono partiti non abbiamo più fatto ritorno, anche a distanza di anni. A ritornare infatti sono solo quelli che negli anni passati hanno usufruito delle sanatorie. Per chi è ancora senza documenti, non resta che continuare a spremere sudore nelle nostre campagne per pochi euro, cambiando discorso quando da casa gli chiedono notizie dalla terra dei pomodori.

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In alto e in basso: Lampedusa. Sicilia, Italia 2008. Stefano Snaidero/OnOff Picture per PeaceReporter


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Rubriche

A teatro di Silvia Del Pozzo

Do In tivù di Sergio Lotti

Non toccare la schiena d’altri

Peppino Impastato, un giullare contro la Mafia Giuseppe “Peppino” Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948. A soli trent’anni, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, viene assassinato con una carica di tritolo lungo la ferrovia Palermo-Trapani per aver denunciato speculazioni e affari di mafia, in primo luogo quelli legati al boss siciliano Gaetano Badalamenti. La sua storia - dalla militanza politica giovanile all’esperienza di controinformazione condotta dai microfoni di Radio Aut - è stata raccontata nel film I cento passi di Marco Tullio Giordana.

Peppino Impastato, un giullare contro la Mafia di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso prefazione di Lirio Abbate Edizioni BeccoGiallo beccogiallo.it

Peppino è un personaggio ancora scomodo: si prova disperatamente a istituzionalizzarlo, ma ci si accorge che la sua figura e la sua carica eversiva rischiano di spalancare orizzonti pericolosi per l’ipocrisia del perbenismo borghese e il conformismo generalizzato. Salvo Vitale, braccio destro di Peppino

Alla Mafia, Peppino si è ribellato con le armi che i boss odiano di più: l'ironia e lo sfottò. Lirio Abbate, giornalista e scrittore, minacciato a morte dalla Mafia

L’immagine più eloquente dell’abisso in cui stiamo scivolando è il volto sgomento dell’ex presidente della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, che davanti alle telecamere dell’Infedele, condotto da Gad Lerner su La Sette, chiede all’improvviso con il garbo che lo contraddistingue: scusate, ma se i giornalisti pubblicano tutte queste notizie sgradite, non sarà che sono vere? Domanda elementare, che nessuno però ha più voglia di farsi, e si continua ad abbaiare d’altro. Ora alle risse dei politici si sono aggiunte anche quelle fra direttori di giornale. Alla trasmissione di Gad Lerner, infatti, è intervenuto per telefono Eugenio Scalfari, come un qualsiasi presidente del Consiglio, per rimproverare il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, di non aver mostrato la schiena abbastanza dritta di fronte agli attacchi di Berlusconi e di aver accettato un invito di Minzolini su Rai uno insieme ad Antonio Polito, direttore del Riformista, e Maurizio Belpietro, direttore di Libero, per parlare di una questione sollevata da Repubblica, che però non era stata invitata. Ma che si aspettava Scalfari da un direttore del Tg uno che manda in onda i commenti di Berlusconi prima delle notizie che lo riguardano? E poi, non si sarà mica messo in testa di essere il Cavaliere, che telefona in diretta Tv o manda in studio un avvocato o un volontario di corte ogni volta che si parla di lui? Forse però anche il fondatore di Repubblica questa volta ha perso l’occasione di non fare una telefonata, perché per De Bortoli è stato facile replicargli con fierezza di avere il diritto di tenere la schiena dritta a modo suo, senza per questo dover indossare la casacca di qualcun altro, ricordandogli anche che Repubblica non ha neppure scritto una riga sull’ultimo attacco di Berlusconi al Corriere della sera, e che in passato lo stesso Scalfari non si era certo distinto nel difendere la schiena di De Bortoli, quando fu costretto a dimettersi dal Corriere per non piegarla oltre il possibile. Nel frattempo l’Infedele ci rivela che alcuni geniali imprenditori hanno inventato il conflitto di interessi alla rovescia, creando un movimento contro Carlo De Benedetti, editore di Repubblica e dell’Espresso, accusato di fare politica in modo subdolo, senza cioè scendere direttamente in campo. Vuoi mettere il Cavaliere, che fa tutto alla luce del sole?

A un anno dalla morte il teatro italiano ricorda Harold Pinter, (1930 – 2008) e lo celebra con alcune pièce che ben riassumono la sua ricca produzione artistica (29 commedie in 50 anni) premiata nel 2005 con il Nobel per la letteratura. Il teatro Franco Parenti di Milano gli dedica, tra ottobre e dicembre, un festival -come il CSS di Udine- , e il Carignano di Torino apre con “Tradimenti” la stagione 2009-10 . L’opera di Pinter si specchia in una frase che il commediografo inglese - per molti il più grande del Novecento- amava ripetere : “Non c’è una netta differenza tra ciò che è reale e ciò che non lo è, tra ciò che è vero e ciò che è falso….”. La sua cifra dominante dunque è l’ambiguità, delle situazioni e dei personaggi che attraverso la suggestione della parola e il virtuosismo della menzogna, giocano con sofisticata leggerezza a scomporre e ricomporre la realtà. I personaggi pinteriani sono anzitutto attori di se stessi, che vestono e svestono la propria identità in un ironico caleidoscopio di infedeltà al ruolo, come la moglie e il marito di “L’amante” che inventano di tradirsi per rinfocolare le braci del loro matrimonio. In “Tradimenti” (regia di Andrea Renzi, con Nicoletta Braschi, Tony Laudadio, Enrico Iannello) è di scena il classico triangolo borghese : mogliemarito-amante di lei, che è anche il miglior amico di lui. Tutti e tre sanno, accettano e fingono, complici nelle loro bugie, vissute con un fair play elegante intriso di egoismo. La pièce parte dalla fine della love story: i due ex amanti si incontrano per caso e percorrono a ritroso la loro relazione clandestina. E’ un riavvolgersi della memoria che è al tempo stesso ricerca dell’identità di ciascuno. Il tema della memoria si riaffaccia anche in “Una specie di Alaska”, il dramma di una donna che a 16 anni entra in coma e ne esce a 29. Il ribollire di ricordi, sogni, incubi della sua mente uscita dalla realtà verrà domato solo dal mix di bugie e verità con cui la sorella cerca di guidarla nel risveglio. In toni tragicomici si snoda invece “Il calapranzi”: tra silenzi, pause e dialoghi serrati fotografa due nervosi precari del crimine, chiusi in una cantina sotto a un ristorante, in attesa di istruzioni per uccidere la vittima di turno. Ma dal calapranzi scendono solo ordinazioni improbabili …

Torino, Teatro Carignano (biglietti 800 235 333): “Tradimenti” , dal 10 al 22/11. Milano, Teatro Franco Parenti ( tel. 02 59995206): “Festival Pinter” chiude con ”Tradimenti”( 2329/11) e “Una specie di Alaska” ( 9-20/12). Udine,Teatro San Giorgio ( tel.0432 506925): “Living Thing Harold Pinter” (14/11 – 8/12) con , tra altro, “Il calapranzi”, “Il custode”, “Ceneri alle ceneri” e “Tradimenti”. 27


In libreria di Licia Lanza

Il paese dei diari di Mario Perrotta, con prefazione di Ascanio Celestini In Toscana c’è un luogo magico che conserva le storie degli italiani: è l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano (Arezzo), che contiene più di seimila manoscritti tra diari, memorie ed epistolari di gente comune, raccolti in più di vent’anni in tutte le regioni d’Italia. Il grande custode della memoria della gente del nostro paese, che quest’anno compie 25 anni e che è valso a Pieve Santo Stefano la denominazione di “città del diario” è il luogo in cui si svolge il romanzo. Mario, il protagonista, una notte rimane inavvertitamente chiuso nell’archivio e inizia un viaggio straordinario che, scalino dopo scalino, stanza dopo stanza, lo porta ad incontrare i tanti abitanti che ogni notte prendono vita per raccontare la propria storia. E’ così che conosce Clelia Marchi, la contadina che scrisse tutta la sua vita su un lenzuolo a due piazze, il cantoniere siciliano Vincenzo Rabito, semianalfabeta, che si chiuse in una stanza per imparare ad usare la macchina da scrivere raccontando la sua vita in oltre mille pagine poi diventate un romanzo, Orlando Orlandi Posti, le cui memorie vennero affidate a messaggi clandestini scritti dal carcere di via Tasso a Roma prima che venisse fucilato alle

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Fosse Ardeatine. Il romanzo ci presenta esperienze ed aneddoti quotidiani in cui ognuno di noi può riconoscere qualcosa di sé, perché come sottolinea Ascanio Celestini nella sua prefazione “I diari […] sono parole scritte che passano attraverso soldati e generali, casalinghe e operai, emigranti e disoccupati, analfabeti e matti. Storie effimere nelle quali Mario Perrotta s’è fatto un giro raccontandoci che senza i ricordi personali l’effimero della memoria non transita da nessuna parte”. Terre di mezzo Editore, 2009, pagg. 195,

15,00

Al cinema di Nicola Falcinella

Capitalism: A love story Sono i vescovi (di Chicago e Detroit) gli insospettabili alleati di Michael Moore nella sua nuova avventura. Il regista di Flint, Michigan, la città della General Motors cui dedicò il suo primo film “Roger and Me”, prende stavolta di mira niente poco di meno che il capitalismo. “Capitalism: A Love Story” non affronta l’avversario dal punto di vista delle teorie economiche, ma da quello delle sue applicazioni pratiche. Cittadini truffati dalle finanziarie o proprietari di case che le hanno ipotecate per acquistare altri beni e si sono trovati nei guai, indebitati fino al collo e costretti a lasciare le loro abitazioni. Racconta la crisi della democrazia americana e della finanza, due cose che per il regista vanno in parallelo e gli eventi dell’ultimo anno gli danno ragione. Il film è stato presentato all’ultima Mostra di Venezia, raccogliendo molti consensi e il Leoncino d’oro della giuria dei giovani. Un premio che leggiamo come un segno di speranza, accanto a quella che Moore ripone in Barack Obama. Rispetto ai precedenti lavori del regista di “Farenheit 9/11” e “Sicko” è diverso: meno sovraeccitato e ritmato (ottima la scelta delle musiche, gospel inclusi), un po’ meno comico, ma più ragionato e ficcante, arriva al cervello anziché allo stomaco. Moore va a cercare lavoratori, persone comuni, finanzieri pentiti, economisti senza cercare scorciatoie o provocazioni fini a se stesse. Invita a esercitare la democrazia tutti i giorni e non solo in


quelli delle votazioni e afferma che non può esserci vera democrazia se il potere è tutto nelle mani dell’economia. I due rappresentanti della Chiesa cattolica si mostrano molto anticapitalisti nel perseguire la giustizia sociale e nello stare accanto a chi lavora. Non aspettatevi però due ore di noia e discorsi. Lo stile Moore non lascia mai appisolare e ci sono diverse trovate impagabili, come quella finale indimenticabile in Wall Street che non si può raccontare per non bruciare la sorpresa.

suo amore per le popolazioni anatoliche, come nel brano ‘Memet’, dedicato a un simbolico soldato dell’esercito turco. Una canzone è per Hrant Dink, il giornalista turco di origine armena impegnato nel dialogo e ucciso da un giovane armato dai nazionalisti. ‘Izmir Kizlari’ (Le ragazze di Smirne) è un coinvolgente omaggio alla città della sua infanzia, mentre ‘Roman’ è un trascinante tributo alla cultura rom. Anche le immagini della copertina del cd, raffiguranti il borgo di Hasankeyf , sono una dichiarazione d’impegno sociale. Hasankeyf è una splendida cittadina abitata dai curdi, a picco sulle anse del fiume Tigri, una testimonianza di secoli di civiltà che si sovrappongono: Assiri, Parti, Romani, Bizantini, Sassanidi, Arabi, Ottomani... Il cuore della Mesopotamia, la culla della nostra civiltà. Se dovessero attuarsi i progetti di costruzione di una diga sul Tigri migliaia di cittadini perderebbero le loro case e 289 siti archeologici della Mesopotamia sarebbero sommersi dalle acque. Hasankeyf, il simbolo di questi territorio a rischio di scomparsa, è un prezioso museo all’aperto dove è possibile ammirare grotte abitate e magnifiche moschee, minareti e palazzi sospesi sul Tigri, antichi cimiteri e uno splendido ponte costruito dagli Assiri. Tutto finirà sott’acqua a causa dalla follia del mercato e dei governi che hanno già iniziato il conflitto che sostituirà quello per il petrolio: la guerra per l’acqua. Sezen Aksu ha voluto dire la sua, anche se sbilanciarsi a favore dei kurdi, in Turchia, continua ad essere tutt’altro che facile. Ha preso pubblicamente posizione contro la costruzione della diga scrivendolo sul suo sito (www.sezenaksu.com.tr). E non contenta è andata a cantare proprio ad Hasankeyf. Quando si dice : ‘sporcarsi le mani’…

Musica di Claudio Agostoni

Sezen Aksu Deniz Yidizi DMC Si potrebbe cercare di cavarsela definendola ‘la Mina del Bosforo’. Ma analizzando biografia e percorso artistico ci si accorge che più che alla ‘Tigre di Cremona’ può essere assimilata all’omonimo ordigno bellico. Nata a Smirne, scappa giovanissima da casa e si stabilisce a Istanbul. Musicalmente è influenzata da Ajda Pekkan, la prima diva rock della Turchia, e da Muzzeyyen Senar, cui dedicò un commovente omaggio. Fece il botto nel ’78 con l’album Serçe (passero) e da allora per tutti i turchi è ‘il passerotto’. Da sempre ai vertici della scena artistica del suo paese, alterna il ruolo di musicista con quello di scopritrice di talenti (Tarkan e Sertab Erener devono a lei il successo). La sua è una musica senza confini: postura da rock star, fraseggi da grande cantante jazz, cultura e competenze musicali che spaziano dall’arabesk alla musica colta orientale, dalla techno al folk dei tanti popoli che vivono in Turchia. Deniz Yidizi arriva dopo qualche anno di silenzio discografico: era il 2005 quando uscirono ben due lavori: Bahane e Kardelen, quest’ultimo destinato a sostenere una fondazione per l’educazione dei bambini nelle zone più povere della Turchia. Il nuovo album è fortemente autobiografico, pregno del

In rete di Arturo Di Corinto

Informazione non fa rima con verità Grazie a Internet e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione viviamo in un’epoca in cui tutto si può raccontare, tutto può essere reso pubblico, tutto può essere discusso, compreso e verificato. Grazie al web 2.0, ai social media e ai social network, possiamo creare circuiti d’informazione dal basso, autoorganizzati. Nonostante l’autoge-

stione della propria informazione, però, un ruolo di primo piano nella formazione dell’opinione pubblica viene ancora giocato dai media mainstream e dai loro officianti, i giornalisti, i promoters, gli spin doctors, le agenzie globali di comunicazione. Il motivo è uno solo: l’informazione professionale viene considerata credibile, l’informazione amatoriale invece no. A dispetto delle prove contrarie – ad esempio secondo la rivista scientifica Nature, l’enciclopedia libera Wikipedia è più credibile della Enciclopedia Britannica - siamo così convinti che il giornalismo professionista stia a guardia della frontiera fra ciò che è di interesse pubblico e ciò che non lo è - il watchdog della democrazia - che dimentichiamo che esso è una “tecnica del racconto”. Dimentichiamo che il giornalismo è un modo professionale per selezionare e plasmare aspetti particolari della realtà, al fine di renderli comprensibili a chi non ne ha avuto esperienza, e dimentichiamo che esso oggi soccombe a logiche commerciali, alla competizione sfrenata per catturare il tempo d’attenzione delle teste da vendere alla pubblicità con tecniche narrative che trasformano in verità anche la patente menzogna. Sfruttando le auree regole del giornalismo, è infatti possibile confezionare eventi mediali e pseudoeventi, rispettando i “valori notizia” raccontatici da Mauro Wolf, decano della Sociologia della Comunicazione. Ma anche sfruttando l’uso sapiente di certi marcatori linguistici, garantendo la credibilità delle fonti, si modellano e spacciano contenuti verosimili ma non veridici.Procedimenti “disinformativi” noti, oggi hanno un alleato in più: il linguaggio digitale, con le sue inedite possibilità di continua ricostruzione del reale, tramite la confezione di prove oggettive, soprattutto visive, ad alto impatto emotivo che, unite al carattere virale di sms ed e-mail, irrobustite dai rimandi ipertestuali fra siti che si certificano a vicenda, rappresentate nel top ranking dei motori di ricerca, trasformano ciò che è appena plausibile in qualcosa di concreto e reale. Ugualmente, siamo così convinti che la comunicazione istituzionale debba rispondere a criteri oggettivi e che i suoi contenuti non siano né manipolati né orientati perché al servizio del cittadino, che non ci accorgiamo di come essa sia mirabilmente confusa e sostituita dalla comunicazione politica, quella che invece è frutto dell’interpretazione che i governanti danno della loro missione, che viene piegata ai suoi interessi dagli spin doctors, gli stregoni della notizia, i quali hanno il compito di “to sex up”, di rendere seduttiva e attraente, un’informazione spiacevole o sgradita al potente di turno. Analogo è il destino per la comunicazione scientifica o statistica, orfana di fonti condivise e ostaggio di criteri mobili ma “autorevoli”. No, Informazione non fà sempre rima con verità. E l’unico modo per capirlo è essere protagonisti della propria storia producendo la propria informazione, diventando testimoni del proprio tempo e non rinunciando ad analizzare e criticare l’informazione altrui, soprattutto quella paludata dei media mainstream. Come hanno rivendicato il 3 ottobre 2009 centinaia di migliaia di italiani che, scesi in piazza a Roma, hanno chiesto un’informazione libera, plurale e polifonica, indipendente dal potere politico ed economico. http://www.articolo21.info 29


Per saperne di più ROMANIA LIBRI ANTONELLO BIAGINI, «Storia della Romania contemporanea», editore Bompiani, Italia, 2004 Le terre romene per lunghi secoli hanno rappresentato il luogo di incontro di culture, etnie e popoli diversi, a metà strada tra un’eredità romana spesso rivendicata contro il nemico d’Oriente e una forte influenza di derivazione slava. Tra i Paesi ex socialisti, la Romania attualmente costituisce uno dei maggiori poli di attrazione per le aziende italiane, con oltre 13.000 imprese accreditate. Il volume intende presentare momenti e aspetti della storia nazionale a partire dal XIX secolo, quando si determinano le prime forme di autonomia dei due Principati di Moldavia e Valacchia, fino alla loro unione e all’indipendenza. DAN LUNGU, «Sono una vecchia comunista», Zonza editori, 2009 "Dì un po', mamma, chi hai intenzione di votare domenica prossima?". Nasce da questa domanda la storia di Emilia Apostoae, inguaribile nostalgica della Repubblica socialista di Romania da parte di Emilia Apostoae, protagonista di un Un sentimento contrastante, frutto di ricordi di una giovinezza serena e sicura. Delusa dai risultati della Rivoluzione dell'89, spaventata dalle difficoltà di tutti i giorni e sorda alle disquisizioni della figlia sulla libertà, Emilia ripercorre le tappe delle propria vita, dalla fanciullezza in campagna, fino alla fuga nel paradiso della città e il lavoro in una fabbrica meccanica, intorno alla quale gira una vita di sicurezze, di reciproca solidarietà e di felicità. EUGÈNE IONESCO, «La cantatrice calva», Einaudi, 1971 La pièce teatrale definita dall’autore "l’anticommedia", è stata scrita nel 1949, ed è il primo esempio di teatro dell’assurdo. Protagonisti sono due anonime coppie inglesi: gli Smith e i Martin. La trama fu ispirata all’autore dalla necessità di imparare l’inglese, utilizzando un manuale di conversazione per principianti. Il dialogo tra i coniugi Smith e i coniugi Martin è del tutto superficiale, le battute si accumulano una dietro l’altra per associazioni completamente esterne o casuali. I personaggi, in conclusione, non hanno nulla da dire. Alla fine, dal non-senso dei dialoghi, emergono l’inconsistenza del linguaggio e il nulla, quindi, l’illogicità della condizione umana.

FILM RADU MIHAILEANU, «Il concerto», RomaniaFrancia, 2009 Ambientato nella Russia comunista di Breznev, il film racconta la storia di Andrei Filipov, uno dei più famosi direttori d'orchestra del Bolshoi di Mosca, che si rifiuta di licenziare i musicisti ebrei. Una scelta coraggiosa che non risparmia l'uomo dalla ferocia del sistema sovietico. Filipov viene infatti mandato in congedo come direttore ma assunto come addetto alle pulizie sempre al Bolshoi. Trascorsi venticinque anni, l'ex direttore viene invitato a Parigi dal teatro Chatelet dove torna a dirigere l'orchestra. Da qui parte il riscatto umano e professionale di Filipov. Presentato al Roma Film Festival 2009, il film di Mihaileanu, l'estroso regista di Train de vie, ha ottenuto il plauso della critica. 30

CORNELIU PORUMBOIU, «A est di Bucarest», Romania, 2006 Trascorsi sedici anni dalla rivoluzione che portò al crollo della dittatura di Ceausescu, in una grigia cittadina a est di Bucarest un talk-show televisivo cerca di far luce su che cosa sia realmente accaduto il fatidico 22 dicembre del 1989. Nello studio televisivo oltre al giornalista sono presenti un professore perennemente ubriaco e un anziano che ai tempi faceva il Babbo Natale per i bimbi. Nonostante la complessità della tematica, il film risulta fresco e leggero grazie ai toni surreali e all'ironia del regista.

SITI INTERNET http://www.paradaromania.ro Il sito della fondazione per i bambini di strada. Nel 1992, Miloud Oukili, clown francese della compagnia dei Fratellini, viaggia per orfanotrofi, ospedali e centri per disabili, fino a incontrare i bambini di strada rumeni. A loro dedicherà tutta la sua vita. http://www.romanianculturalcentre.org.uk/ Il sito del Romanian Cultural Centre a Londra non è solo uno strumento per far conoscere agli inglesi i rumeni, ma uno tra i più validi e vivaci mezzi di diffusione della cultura, della storia e della politica rumena. Sul sito recensioni di libri, film, eventi speciali, avvenimenti politici.

PARAGUAY LIBRI AUGUSTO BARRETO, «Canciones de amor y desamor», 2009 L'opera di Augusto Barreto contiene 15 storie che raccontano in modo quasi autobiografico le origini di ognuna di loro e in parte la storia di un paese. Molti gli aneddoti descritti dall'autore che così racconta esperienze di vita e professionali vissute durante lo sviluppo dei suoi lavori, sia come produttore televisivo che musicale. Il libro è corredato da un cd con le registrazioni originali degli anni '70 e '80. INES CAINER, «Appunti sul Paraguay», Kimerik 2008 Storia di un paese che grazie alla soia, di cui è divenuto negli ultimi 5 anni il quarto esportatore del mondo, ha ripreso a camminare. Ma questa pianta è diventata croce e delizia per il Paese. Da un lato i grandi numeri delle esportazioni, dall'altro la realtà dei campesinos che lavorano i campi e in molti casi sono costretti a emigrare pur di sopravvivere. Ma ai latifondisti questo discorso non interessa minimamente. ROBERTO FONTOLAN, «Cronache dal nuovo mondo. Paraguay, la missione di padre Aldo Trento», San Paolo Edizioni 2008 Le gesta e il carisma di un sacerdote italiano che ha fatto diventare la sua parrocchia uno dei centri più vivi e importanti della nella città di Asuncion. Grazie a questa volontà e al duro lavoro i fedeli si sentono protagonisti della vita e della condivisione dei beni con i loro fratelli. Sullo sfondo la figura di don Luigi Giussani, molto conosciuto in questo paese del Sudamerica

ANA RACALDE MIRANDA, «Tierra sin mal», Paraguay, 2008. La regista ripercorre le date più significative del percorso politico di Fernando Lugo. Un film di storia contemporanea vicino alle esigenze della gente che vuole conoscere una nuova realtà socio politica come quella del Paraguay. Al centro del documentario la storia politica del Paraguay che oggi purtroppo non tutti conoscono.

SITI INTERNET http://www.somosparaguay.com Somos paraguay è un progetto innovativo, un'associazione di persone che promuove la comunicazione come bene pubblico. L'esperienza vuole dare ampio spazio alla libertà e alla democrazia delle idee, al rispetto delle “altre” culture e un sostegno per la diffusione dei diritti umani. Inoltre, il sito vuole aiutare tutti i progetti legati ad un'economia dal volto umano e contribuire allo sviluppo sociale partendo dalle tradizioni del passato, passando per le culture originare http://www.telediez.com Una vera web tv d'inchiesta gestita da quello che viene considerato come un maestro del giornalismo d'inchiesta in Sudamerica, Augusto Barreto. Chiamata e conosciuta come “la buena tele”, Telediez da la possibilità di scaricare video senza essere connessi alla rete. Inoltre, all'interno delle pagine web si possono trovare molte inchieste sulla corruzione e sulla società paraguayana. http//www.vanguardia.com.py Uno dei più importanti quotidiani del Paese, Vanguardia è il quotidiano di Ciudad del Este. Le molte inchieste pubblicate, relative ai casi di corruzione e malaffare che caratterizzano la città, sono costate anche una serie di minacce al suo direttore, Hector Guerin. Puntuale e preciso, Vanguardia da sempre mette in primo piano le esigenze della popolazione punta il dito contro tutto quello che nel paese non funziona. http://www.martinalmada.org Un importante sito internet sia per i cittadini paraguayani che per gli stranieri. Sono le pagine web di Martin Almada, premio Nobel alternativo per la Pace 2002, Almada ha scoperto l'Archivio del terrore dove erano catalogate le peggiori malefatte della polizia paraguayana sotto il controllo di Alfreedo Stroessner, spietato dittatore filonazista che ha governato il Paese per molti anni. Almada è universalmente riconosciuto come uno dei maggiori conoscitori dell'Operacion Condor (Peacereporter n° 4 aprile 2009)

FILM DANIEL BUSTAMANTE, «Andres non quiere dormir la siesta», Paraguay 2008. La storia di un ragazzino che insieme alla sua familia vive in un'abitazione nei pressi di uno dei tanti centri di detenzione della dittatura militare di Stroessner. La vita di un nucleo familiare ruota intorno a una realtà segreta che poi così segreta non è.

http://www.ictj.org E' il sito internet del Centro Internacional para la Justicia Transicional. Il centro si occupa di assistere tutti i paesi che hanno avuto a che fare con un passato di atroci abusi contro i diritti umani. Ictj ha da sempre lavorato in Paraguay dove è emerso un regime autoritario e dove sono stati compiuti numerosi crimini contro l'umanità.


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