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aConfronto Molinella

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Molinella a confronto - N°1/2011 - Marzo 2011 - Autor izzazione del tr ibunale di Bologna n. 7901 del 12 novembre 2008 - Direttore responsabile: Raffaele Donini Propr ietà: Par tito democratico, Coordinamento di Bologna - Redazione: Via Calzolar i 12, Molinella (BO) - Stampa: Grafiche BIME s.r.l., Molinella (BO)

I comuni sono senza soldi

I servizi sociali sono in pericolo a causa dei tagli del governo Berlusconi di Vincenzo Caradonna

Un Paese più povero, un debito pubblico più alto, un terzo dei giovani senza lavoro e senza prospettive, le famiglie appesantite dalla crisi e dagli aumenti tariffari che i sindaci di tutti i comuni hanno applicato, per sanare i bilanci. Anche Molinella lo ha fatto, al pari degli altri, aumentando i costi di tutti i servizi, dalla casa di riposo ai trasporti scolastici, alle rette delle scuole per l’infanzia, alle mense dei bambini. Anche le famiglie molinellesi pagheranno di più. Proprio quelle famiglie che ora la crisi coinvolge duramente. E che devono continuare a sostenere i figli che dopo gli studi non trovano sbocchi lavorativi o debbono accontentarsi di lavori precari o addirittura in nero, come nel resto d’Italia.

Questa amministrazione ha deciso di portare avanti alcuni grandi progetti che, se pur utili, tolgono risorse importanti avendo costi molto alti. Forse il cinema-teatro darà un tocco di signorilità alla nostra città, ma con quei 5 milioni di euro si potevano mettere al primo posto altri tipi di servizi, molto più necessari, che interessano una fascia più ampia di cittadini e di piccole attività artigianali e commerciali in difficoltà. Abbiamo ripreso un articolo pubblicato da ”la Repubblica” per evidenziare i tagli fatti dal governo Berlusconi negli ultimi

tre anni, in modo particolare nei servizi comunali, riducendo in alcuni casi anche il 100% i fondi per i servizi ai cittadini delle fasce più deboli (come potrete vedere dai grafici a pag. 4). Da quei grafici si capisce bene come il governo di Berlusconi e di Tremonti, che continua a dire che non mette le mani in tasca agli italiani, con il forte sostegno interessato della Lega Nord, di fatto ha già tolto quasi tutti i fondi ai servizi fondamentali per l’infanzia, la non-autosufficienza, le politiche per la famiglia, l’inclusione degli immigrati, le politiche giovanili, il servizio civile, il sostegno per l’affitto e, con la legge mille proroghe anche i fondi a sostegno dei malati oncologici. Chiede sacrifici a chi non fa rumore e andrebbe sostenuto di più. L’esatto contrario dello spirito della nostra Costituzione e della nostra democrazia che dovrebbe garantire a tutti pari dignità e maggiori risorse ai più deboli. Che altro ancora dovrà tagliare questo governo? Cosa siamo disposti a lasciarci togliere ancora? E con quali progetti per quale futuro, soprattutto per i nostri figli? Invece di occuparsi di sostegno allo sviluppo economico e sociale, di creare nuove prospettive come stanno facendo gli altri Paesi per ripartire, per ridare slancio all’occupazione, per rivitalizzare la ricerca e la formazione, invece di affrontare le tensioni internazionali, il governo di Berlusconi pone sul piatto i soliti temi: il processo breve, l’immunità parlamentare, la giustizia e i processi del premier, accusando la magistratura e, dulcis in fundo, auspicando la fine della scuola pubblica, denigrando gli inse-

gnanti, offrendo regalie e concessioni per restare in sella e accattivarsi simpatie. è questo che ci salverà dalla crisi economica, etica e sociale? è questo il sogno degli italiani e di noi molinellesi? La visione di società del Partito Democratico e di tutte le persone che lavorano e si occupano delle loro famiglie, svolgono con onestà le loro mansioni e onorano i loro impegni è molto diversa.

Pensiamo che una comunità civile debba basarsi sullo sviluppo sociale, non solo economico, e che valori come la salute, la crescita educativa, il sostegno ai deboli e ai piccoli debbano essere prioritari in un Paese moderno. Ne sono buoni esempi quegli Stati del nord-Europa che hanno saputo dare benessere economico e sicurezza ai loro cittadini, tenendo sempre al primo posto la dignità delle persone e i loro bisogni primari, la flessibilità nel lavoro (quella vera) e la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici con sostegni alla maternità e al welfare, l’integrazione, l’istruzione e lo spazio lavorativo e abitativo degli stranieri che imparano ad amare e rispettare il paese che li accoglie, la giusta distribuzione delle ricchezze e la garanzia dei servizi di base a ogni cittadino, una buona fiscalità, un corretto uso del denaro pubblico. In Italia diverse Regioni, fra le quali la nostra, cercano di portare avanti questo modello di società, garantendo fin’ora buo-

na qualità dei servizi. Ma fino a quando? Già i comuni non ce la fanno più e hanno dovuto rincarare i servizi e porre tagli. Vogliamo perdere tutto ciò? Vogliamo cedere alla tentazione del privato come soluzione alle inefficienze e agli sprechi? Oppure vogliamo ridurre i costi dove si spende troppo, adeguare i servizi ai cambiamenti della società attuale, responsabilizzare dirigenti, funzionari e politici affinchè ricordino sempre che sono a servizio del cittadino e che debbono difendere l’onorabilità del loro ruolo? Noi proponiamo quest’ultima via come la più valida per procedere verso una crescita che sia autentica e coinvolga tutti. La chiamerei crescita umana, etico-sociale ed economica. Tre fondamenti che, se usati insieme, danno un sapore autentico allo stare insieme e un modello vincente per le vecchie e le nuove generazioni.

All’interno Adesso! . . . . . . . . . pag. 2 I molinellesi e il tentativo di rivolta di Zamboni e De Rolandis. . . . . . pag. 3 Addio welfare comunale. . . . . . . . . pag. 4 L’indignazione, non basta. . . . . . . . pag. 5 Fisco, le proposte del PD. . . . pag. 6 Bilancio. . . . . . . . . . pag. 7 Tesseramento 2011. . . pag. 8


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Adesso! di Valentina Volta

Il 13 Febbraio appena trascorso, le donne hanno chiamato le persone a scendere per le strade e a dire BASTA a questo modello di carriera “meritocratica” che non ci rappresenta. Mi sembrava doveroso partecipare. Quando sono arrivata a Bologna, percorrendo via dell’Indipendenza, la prima sorpresa è stata la gente, tanta, veramente tanta. Dalla gradinata della Montagnola, la visione che appariva era un mare di corpi; il chiosco dell’edicola, l’albero al centro della Piazza XX Settembre, l’ambulanza, sembravano lì lì per essere inghiottiti dalle persone. Madri con bambini, genitori con passeggini, coppie, studenti, stranieri, lavoratori, lavoratrici, ragazze, ragazzi, gente stanca. Ognuno con i propri motivi, più o meno condivisibili, in una manifestazione di quelle dimensioni è impensabile che avessimo tutti la stessa motivazione, ma avevamo ben chiaro lo scopo: l’Italia si merita di meglio. Chi ha partecipato da madre, preoccupata per il futuro dei propri figli, chi da femminista, chi da donna che si da anima e corpo indipendentemente dal potere e dai soldi, chi da lesbica e così via; quello che conta è che così non va. Una grande varietà di colori, nessuna bandiera politica, molte bandiere nazionali; una volta giunto in Piazza dei Martiri, il corteo si è fermato e ha iniziato ad inneggiare: “Piazza Maggiore, Piazza Maggiore..” in realtà il tragitto previsto era un altro. Ma si improvvisa e ora da via Ugo Bassi cominciano a vedersi le due torri. In piazza Maggiore, di fronte ad un San Petronio, circondato dalle strutture per il restauro e che pare invece essersi ricoperto dalla

vergogna per l’occasione, hanno parlato Lella Costa e altre rappresentanti delle diverse associazioni di donne che hanno permesso la buona riuscita dell’evento. Quello che mi piace ricordare è che questo è stato un movimento all’unisono con molte città d’Italia, che ci ha unito come donne, trasversalmente sotto l’imperativo: “se non ora, quando?”. E questa capacità di reazione mi piace, se ne respirava il bisogno da tempo. Io non sono una femminista, non credo nella superiorità delle don-

sone coinvolte più o meno direttamente con il lento e inesorabile depauperamento della scuola pubblica. Per capire che i grandi concetti non sono comprensibili se non in rapporto al momento storico e allo spazio geografico in cui nascono, basta pensare che negli anni ‘60 le persone scendevano per le strade a manifestare il diritto delle donne ad indossare la minigonna, oggi invece manifestiamo perché alle donne non venga chiesto di toglierla; mi sembra differente.

ne rispetto agli uomini, ma credo nelle persone e nelle loro qualità; una qualità delle donne è la pragmaticità, il concretizzare, facciamo i figli, non è da tutti! Al di là dell’ironia, restano i tanti commenti, postumi e precedenti la manifestazione del 13, per cui siamo andati a scomodare concetti come il moralismo, la libertà, la rivoluzione sessuale degli anni ‘60, il femminismo, la strumentalizzazione delle donne, la vita pubblica, la vita privata, Kant. Spiace constatare che proprio tra i paladini del concettualismo, i quali si servono di grandi parole e si appellano ai grandi personaggi della storia, ci siano alcune per-

Non credo ci sia bisogno di scomodare Kant, per capire che un posto di lavoro o di potere non può essere vincolato a delle prestazioni sessuali, ma valutato in base ad altri fattori; e se oggi il problema riguarda, nella maggioranza dei casi le donne, non credo sarà sempre così.

ITALIANO da DONNE per DONNE di Salva Vitali

Prosegue con ampia soddisfazione sia da parte delle docenti che delle allieve il corso di italiano per straniere presso la sede del Pd molinellese. Il corso è iniziato nel mese di novembre 2010 con ucraine, moldave e albanesi. Purtroppo la partecipazione è condizionata da diversi fattori: il freddo, lo stato di salute degli assistiti, i frequenti cambi di domicilio. Lodevole è però il loro impegno nella ricerca delle lezioni perdute e nella cura che mettono nello studio. In dicembre si sono iscritte le prime pakistane e marocchine, altre le hanno seguite in gennaio e febbraio. Con queste ultime la reciproca comprensione è stata più difficoltosa a causa delle loro lingue madri: l’urdu e l’arabo. Grazie all’iniziale ausilio di foto e disegni, qualche parola di inglese e francese che alcune già conoscevano e l’aiuto prezioso di figlie nel ruolo di interpreti, buona parte di loro ha raggiunto il traguardo della lettura e della scrittura italiana.

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I molinellesi e il tentativo di rivolta di Zamboni e De Rolandis di Tullio Calori

Ricorre il 150° anno di vita dello Stato italiano, per cui in questi giorni si risveglia l’interesse per ricordare gli ideali di coloro che sognavano una nazione unita pur con qualche diversità di lingua e di razze; già altri popoli, a fine secolo XVIII, avevano raggiunto quel traguardo. A Bologna erano già avvenuti vari tentativi di sedizione dal 1780 al 1792 contro il governo pontificio che proteggeva rabbiosamente il suo “status quo ante”. Un’occasione nuova per una rivolta avvenne nel 1794 quando l’esercito francese cominciò a prepararsi per marciare verso la pianura padana. Un giovane studente bolognese, Luigi Zamboni (che aveva studiato anche in Francia e seguito con interesse la rivoluzione francese) aveva stretti contatti con molti amici che condividevano le sue idee per agire contro lo Stato pontificio. Convocò ancora una volta i “correligionari” per la sera del 12 novembre 1794 nella sua dimora per prendere una decisione poiché l’esercito di Napoleone stava avvicinandosi. Le discussioni furono aspre: Zamboni, pur am-

mirando i francesi, voleva evitare che Napoleone arrivasse da vincitore a Bologna, ma non tutti condividevano la sua fretta; si manifestò qualche divergenza fra Zamboni e il molinellese Antonio Succi, dottore in legge, per chi avrebbe dovuto essere il capo. Si decise che al momento opportuno De Rolandis (nato ad Asti e studente in legge nell’ateneo bolognese) sarebbe uscito di nascosto dal Collegio della Viola, in via Irnerio, con l’aiuto di una scala a corda e Zamboni sarebbe stato pronto; ognuno con un gruppo di uomini avrebbe assalito da due punti diversi il palazzo del Legato mentre Succi non solo doveva riunire fra Molinella, San Martino in Argine e dintorni circa 200 uomini già preparati per recarsi a Bologna, dopo chiamata, per affrontare eventuali resistenze: avrebbe dovuto anche arringare la folla in piazza grande secondo un piano previsto. Un certo Giovanni Calori anch’egli molinellese e uomo risoluto doveva collaborare con lui. Altri congiurati stavano già esponendo molti manifesti in luoghi prestabiliti. Intanto era avvenu-

Il manifesto con cui venne annunciata l’esecuzione dei congiurati

ta una prima “fuga” di notizie: Cofano, collegiale e compagno del De Rolandis, a conoscenza del grave fatto e spaventato, avvertì il rettore del collegio che informò subito l’Arcivescovo. De Rolandis rese edotti gli amici sul grave fatto ma Zamboni, presa in mano la situazione, affrettò l’azione perché era stato informato che molti soldati del presidio erano fuori Bologna. Nel frattempo la madre di Zamboni con altre donne cucivano da giorni a San Martino in Argine delle coccarde con i colori bianco, rosso e verde da distribuire agli uomini per puntarle al petto. Ma i pontifici, richiamati con urgenza in città, arrestarono alcuni congiurati che, torturati, ammisero le loro intenzioni. Zamboni e De Rolandis, capito che tutto era perduto, furono costretti alla fuga verso l’Appennino. Il Succi, resosi conto del disastro, si presentò spontaneamente al Tribunale per salvarsi la vita ma, sotto tortura mediante la famigerata “corda a campanella”, svelò fatti e nomi di persone partecipi alla sollevazione. Zamboni e De Rolandis si rifugiarono all’osteria del Covigliaio nei pressi della Raticosa mentre in città venivano fermati altri cospiratori; i due, scoperti e incatenati, il 29 novembre furono portati al “Torrone” (così era chiamato dal popolo il carcere sito nel palazzo del Legato). Il 18 agosto 1795 Zamboni moriva, forse per impiccagione da

lui stesso provocata, anche se il volgo parlò di omicidio: lasciò incise sul legno del carcere parole di fuoco contro Succi disertore, vile… ecc. L’estenuante processo iniziato il 25 agosto 1795 e durato otto mesi terminò con la condanna a morte del De Rolandis per “laccio al collo” , sentenza eseguita il 23 aprile 1796 alla Montagnola fra una folla esagitata. Gli altri congiurati subirono: il Succi isolamento in fortezza per 10 anni e poi esilio perpetuo, gli altri furono costretti all’esilio con tempi più o meno lunghi a seconda della gravità della partecipazione, in particolare Calori, Forni e Galli. Non si può qui non accennare alla famosa polemica sull’origine del tricolore che durò a lungo ed alla quale parteciparono storici, studiosi, politici, molti giornali. I pareri furono i più disparati ma la grande maggioranza ribadì l’importanza dei congressi di Modena e di Reggio Emilia dove nacque il tricolore italiano il 7 gennaio 1797. Coccarde con i due colori bianco e rosso distribuite in gran numero erano state adottate da tempo nello stemma bolognese per un ribelle spirito municipale; non furono molte invece le coccarde bianche rosse e verdi per come andarono le cose. Comunque l’ideale di un’Italia unita aveva progredito anche se sentito ancora troppo confusamente.


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Addio welfare comunale, tagli dell’80%, neppure un euro a nidi e non autosufficienti

Continua da pag. 1

Così le Finanziarie hanno svuotato dal 2008 ad oggi i dieci fondi destinati ai servizi sociali Disabili, anziani, immigrati, bambini: ecco i sacrifici che non fanno rumore Meno servizi per i disabili, meno aiuti agli anziani, un taglio ai programmi d’integrazione per gli immigrati, le politiche per l’infanzia e per la famiglia costrette ad aspettare. Mettere a posto i bilanci dello Stato ha un costo: molto spesso lo paga il welfare. E i primi a dover fare i conti con la drastica riduzione imposta dall’ultima Finanziaria ai Fondi statali di carattere sociali sono i sindaci. La manovra per il 2011 è destinata a lasciare un pesante segno sulle politiche di assistenza messe in atto dai comuni. Dal 2008 ad oggi i dieci principali canali d’investimento (dal fondo per l’affitto a quello per i servizi d’infanzia) hanno subito una riduzione del 78,7 per cento: dai 2 miliardi e 527 milioni stanziati quattro anni fa si è passati ai 538 milioni di oggi. Alcuni capitoli di spesa sono stati semplicemente azzerati: il fondo per i non autosufficienti, per esempio, l’anno scorso aveva ottenuto 400 milioni di euro, quest’anno non è stato rifinanziato. Stessa cosa per i servizi d’infanzia: dai cento milioni dell’anno scorso (investimenti che il governo aveva finalizzato soprattutto all’apertura di nuovi asili nido) si è passati all’azzeramento per il 2011. Il fondo per le politiche sociali -che è un po’ il padre di tutti i fondi- ora può contare su meno di 274 milioni, solo tre anni fa erano il triplo. Quello per le pari opportunità è stato riportato in vita in extremis dal decreto Milleproroghe: la Finanziaria vi aveva depositato solo 2,2 milioni, ora sono 17,2. Poca cosa rispetto agli oltre 64 del 2008.


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L’indignazione, non basta Tra primarie, crisi economica e crisi di sistema, la questione identitaria e il progetto sul lungo periodo contano di più della piazza di Dario Mantovani

C’è qualcosa che continua a non convincermi nel coro polifonico di voci che in questi giorni invitano all’indignazione. Un coro persistente e polivalente, che passa dall’appello del giornalista schierato, al disco sempre uguale della compagnia di giro che frequenta i salotti televisivi (sempre quelli, sia i salotti che i salottieri), al comico che fa per la millesima volta la stessa battuta, nello spettacolo in teatro come nella piazza. Per carità, c’è di che indignarsi: la crisi di sistema, la crisi economica, la crisi poltica degli stati nord-africani, la crisi di credibilità del Presidente del Consiglio. C’è sempre una crisi, e c’è sempre qualcosa di cui indignarsi. Arrivando al punto, come faceva notare nei giorni scorsi il bravissimo (e provocatorio) Francesco Piccolo sull’Unità (ma lo aveva fatto anche Giovanni Robertini su ilpost.it) siamo una popolazione di indignati, noi di centrosinistra. C’è chi si indigna dal ‘94, prima del popolo viola, prima dei girotondi, prima di tutto. E c’è anche uno strano fenomeno: non siamo consapevoli della nostra stessa indignazione. Tanto che appena qualcuno va in piazza e urla che bisogna indignarsi di più, tutti dietro in fila a dire “ecco cosa ci vuole, più indignazione, più indignazione!”. Se potessimo impacchettarla questa indignazioni, pesarla a chili e spedirla a Palazzo Chigi, non avremmo neanche bisogno di firmare appelli (è una vita che l’elettore di centrosinistra firma appelli: su Repubblica, su Micromega, sull’Unità, ai banchetti, etc, etc). A cosa è servita tutta questa indignazione, questa adamantina convinzione di essere migliori di quel popolo che, no, non ci vota, destino cinico e baro, questa convinzione di rappresentare noi il famoso Paese Reale (quando invece è tutto paese reale, non solo la parte che ci piace di più)? Non è servita a nulla. Lo testimonia la storia di questi anni. Anzi, ha contribuito ad allontanar-

ci da un mondo, che sì, va detto, non ci piace, ma non è dalla cima della torre di Orthanc che si lavora per cambiarlo. Bisogna starci dentro, alla realtà, per cambiarla. Quindi, chiosava Piccolo, forse è il momento in cui bisognerebbe dire: “basta, non indignaomoci più!”, e lavoriamo per cambiarle,le cose. Il PD è l’unico partito d’opposizione che ha i mezzi per essere catalizzatore di questo processo. Dovrebbe solo rendersene conto. Non a caso i suoi candidati vincono le primarie laddove c’è un’identità un po’ meno ingessata, meno dogmatica, più coraggiosa. A Torino Fassino, che non è certo un giovanotto, ha vinto le primarie mettendosi sulla scia di Chiamparino, che su vertenza FIAT e Tav ha preso posizioni chiare. E a Bologna, Virginio Merola, già assessore di Cofferati, ha vinto le primarie respingendo l’inerzia del massimalismo di questi mesi ed eleggendo, tra le altre cose, lo stesso Chiamparino come punto di riferimento nella sua eventuale azione di sindaco. E bisogna ricordare che, a livello comunale nella classifica che ogni anno pubblica il sole 24ore, i tre sindaci più apprezzati in Italia sono tutti del Pd: Chiamparino, Renzi, e Di Luca (per Torino, Firenze e Salerno): sono personalità molto diverse con un filo conduttore che le unisce: governano la loro città senza paura di prendere anche posizioni che, in alcune sedi, sono considerate irrituali. Con il risultato di avere però allargato la loro sfera di consensi a rilevanti settori dell’opinione pubblica, anche di centrodestra. Ecco, quando una forza politica rappresenta una minoranza, è questo ciò che dovrebbe fare: allargare i propri consensi ai settori che fino ad allora non l’hanno considerata un’opzione credibile. L’indignazione verso quella parte del paese che non ci vota, verso queste persone, che magari non hanno fatto loro le nostre battaglie, ci fa sbagliare due

volte: non ci aiuta a capire perché non le abbiamo convinte, non ci aiuterà a convincerle in futuro. Al Pd è richiesto uno scatto, quello di fornire un’identità che possa essere presa in considerazione da una parte importante dell’elettorato che tradizionalmente non ci vota: è un compito difficile, ma se speriamo di svolgerlo copiandolo un giorno da Vendola e un giorno da Casini, o in alternativa prendendo per buone le ricette di trent’anni fa, che sono invecchiate (male, al pari di alcuni dirigenti) mentre il mondo cambiava, noi allora questo compito lo falliremo. I temi ci

sono, quasi tutti d’attualità: il federalismo, la tassazione della piccola-media impresa troppo alta (su cui si gioca l’equivoco dell’evasione fiscale, quando la produttività è consistentemente al Nord del Paese e l’evasione concentrata nel Meridione), la riforma del mercato del lavoro. Il Pd esca con qualche proposta chiara, semplice, comprensibile. Insomma, occupiamoci meno delle sottane che girano attorno a Berlusconi, smettiamola di passare il nostro tempo a indignarci come nella peggiore tradizione del Bar Sport, e torniamo a fare politica.

Nella scuola si costruisce il futuro dell’Italia di Nadia Passarini

L’attacco alla scuola pubblica lanciato dal Presidente Berlusconi è intollerabile e se non fosse pronunciato da chi dovrebbe rappresentare e sostenere le istituzioni fondamentali della nostra collettività, fra le quali vi è la scuola, motore della libertà di espressione, della formazione e della possibilità di dare a tutti i giovani condizioni di partenza simili, potremmo ridere di tali affermazioni. Chi lavora nella scuola con dedizione nonostante le innumerevoli difficoltà e chi come genitore sa quanto sia debitore dei maestri e dei professori che lo hanno affiancato nel processo educativo dei propri figli, non può non sentirsi offeso profondamente dalle ingiurie lanciate da chi dovrebbe essere il primo sostenitore della scuola pubblica, scuola di tutti e per tutti. La scuola pubblica è plurale, è accogliente, promuove la capacità dei nostri giovani a prescindere dalle diversità legate alle condizioni sociali di partenza e sempre difende e difenderà i valori su cui si basa la nostra Costituzione. I docenti operano avendo come guida i valori costituzionali fondanti della nostra comunità, non opera in contrapposizione con le famiglie, ma in un dialogo continuo diretto a un obiettivo comune: contribuire alla formazione di giovani liberi e consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. Non abbiamo frainteso le parole dette, sono parole inqualificabili, che purtroppo ci confermano quanto ormai questo governo sia lontano dalla vita vera e dal cuore della gente. Tante persone in questi gior-

ni hanno manifestato il proprio sdegno, la propria indignazione per questo attacco da parte del governo alla scuola pubblica, abbiamo scelto di pubblicare un breve commento di Neri Marcorè “E’ vero che la scuola ha delle difficoltà e dei miglioramenti da compiere, la funzione di chi governa è quella di risolverne i problemi e sostenerne la solidità e lo sviluppo, non di attaccare, adulterare l’istituzione più preziosa di cui ogni Stato dispone e su cui poggia il proprio avvenire. La scuola pubblica non va tirata a destra o a sinistra, è un’istituzione, e come tale va protetta dagli attacchi strumentali di qualsivoglia parte politica. La scuola pubblica non può essere merce di scambio usata per compiacere chi controlla e trae vantaggi diretti e indiretti da quella privata; sminuirla è un delitto, è mancanza di rispetto verso coloro che ci lavorano e ogni giorno affrontano un compito importante con mezzi sempre meno adeguati. D’altronde la storia è storia, non si può riscrivere, e non si può restare in silenzio di fronte a chi pretende di farlo attraverso il controllo della scuola, lo stesso che sta cercando di plasmare il Paese a sua immagine e somiglianza, rinunciando dal principio ad essere il presidente di tutti. Così l’Italia si sta trasformando in un posto sempre meno felice e sempre più debilitato, avvilito, smarrito. E sono convinto di non essere in minoranza.”


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La mozione dei Deputati del PD, approvata il 22 dicembre 2010, impegna il Governo a realizzare una riforma fiscale equa, per far pagare meno le famiglie, sostenere le imprese e far crescere l'economia. Tre princìpi su tutti: 1. UN EURO DI REDDITO DA LAVORO NON DEVE ESSERE TASSATO PIÙ DI UN EURO TRATTO DALLA RENDITA 2. OGNI EURO RECUPERATO DALLA LOTTA ALL’EVASIONE DEVE SERVIRE A RIDURRE LE TASSE 3. UNA RIFORMA A COSTO ZERO CHE NON TOCCA I CONTI PUBBLICI

NUOVE ALIQUOTE IRPEF

- ridurre dal 23% al 20% l’aliquota sul 1° scaglione Irpef - diminuire il numero delle aliquote intermedie - rivedere gli scaglioni per favorire i redditi medi e bassi

ADDIO ALLA GIUNGLA DI DETRAZIONI E DEDUZIONI

- eliminare il groviglio di detrazioni e deduzioni che devono essere poche, chiare e facilmente calcolabili - differenziare le detrazioni a vantaggio di giovani con meno di 35 anni, degli anziani con più di 75 e di chi ha figli a carico e familiari da assistere - aiutare economicamente i redditi più bassi, quando non possono godere di detrazioni

FIGLI: ARRIVA IL VERO BONUS

- dare a lavoratori dipendenti, parasubordinati e indipendenti un Bonus unico di 3.000 euro l’anno per ogni figlio minorenne

DALLA PARTE DELLE DONNE

- introdurre agevolazioni fiscali sul reddito delle donne che lavorano, soprattutto se hanno figli

OCCHIO ALLE RENDITE

- alzare dal 12,5 al 20% la tassazione dei redditi da capitale, escludendo i titoli di Stato e tutelando i risparmi familiari - promuovere a livello europeo una nuova imposta sulle transazioni finanziarie

LIBERIAMO LA GREEN ECONOMY

- ridurre l’IVA per i beni ad alta efficienza energetica - rendere definitiva la detrazione del 55% per le ristrutturazioni edilizie eco-sostenibili - eliminare il tetto all’utilizzo del credito d’imposta per gli investimenti in tecnologie sostenibili - applicare la carbon tax, per tassare di più chi emette anidride carbonica nell'atmosfera

RIVOLUZIONE NEGLI STUDI DI SETTORE

- riformare e semplificare gli studi di settore, riducendone il numero e rivedendone le modalità di calcolo

LOTTA ALL'EVASIONE

- aumentare i controlli potenziando la capacità dell’Agenzia delle entrate di utilizzare tutte le banche dati delle Pubbliche Amministrazioni - estendere la fatturazione elettronica ed incentivare l’uso del bancomat e delle carte di credito

IMPRESE, AUTONOMI, PROFESSIONISTI: MENO COSTI E BUROCRAZIA -

applicare un'aliquota unica del 20% al reddito d'impresa eliminare gradualmente IRAP sul costo del lavoro esentare totalmente il reddito reinvestito nell’impresa migliorare il “forfettone” per piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e giovani professionisti

Archetipon Dott.Giuseppe GiuseppeDell'Elce Dell’Elce

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Psicologo Psicoterapeuta

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Giuseppe Dell'Elce

Molinella, v. Mazzini 357 Budrio, v. Bianchi 16 Tel. 0516908670 3483026198 Psicologo– Cell. Psicoterapeuta Autorizzazione n°1331 del 7/06/2007

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Un bilancio ingessato da tagli e debiti di Nadia Passarini

Il Bilancio di previsione 2011 del nostro Comune, nella sua impostazione, risente dei provvedimenti assunti dal governo Berlusconi (ne parla il Segretario Caradonna nel suo articolo di fondo), ma risente molto anche delle scelte fatte in questi anni dalla Giunta guidata dal Sindaco Selva. L’azione amministrativa della Giunta è ingessata dagli eccessivi impegni finanziari presi negli ultimi 2/3 anni; non ha spazi per programmare nuovi investimenti, pensiamo alle piste ciclabili, all’ampliamento e alla riqualificazione della Casa di Riposo necessari per ottenere l’accreditamento dell’intera struttura, al potenziamento del Centro diurno e dell’asilo nido, al rifacimento delle tante strade dissestate, alla realizzazione di parcheggi e alla riqualificazione dell’area della stazione ferroviaria. Gli aumenti che la Giunta che amministra Molinella ha deciso sono la cartina di tornasole della difficoltà che ha avuto nel far quadrare il bilancio e chi deve sopportare questi aumenti non ha come tornaconto un aumento quantitativo o qualitativo dei servizi che possa giustificarli.I cittadini di Molinella nel 2011 vedranno aumentare: La tassa rifiuti del 9%. La tassa occupazioni spazi del 9%. Le rette della casa di Riposo dal 10% al 20% - gli ospiti non autosufficienti pagheranno in più € 241,00 al mese! -. Le rette del centro diurno del 19%. Aumenta inoltre la tariffa oraria per l’assistenza domiciliare. Le tariffe sui servizi scolastici subiscono aumenti differenziati importanti - un alunno del tempo pieno che utilizza lo scuolabus costerà alla propria famiglia € 260 in più rispetto allo scorso anno. un bimbo della materna, € 180 in più senza il servizio di trasporto -. Inoltre è stata introdotta la quota minima fissa mensile e la retta minima giornaliera. La retta mensile minima del nido aumenterà dell’8%. Tutti questi aumenti colpiranno le famiglie, le tante famiglie che già si trovano in affanno; e siccome è la somma che fa il totale, per molte di esse questo totale sarà alto perché nel frattempo sono aumentati anche i prezzi degli alimentari, dei treni, dei pedaggi autostradali, della benzina, dell’elettricità. I cittadini di Molinella pagano il peso dell’indebitamento del Comune che le Giunte del Sindaco Selva hanno fatto lievitare in questi ultimi anni accendendo nuovi mutui (recupero del cinema-teatro per 3,5 milioni di euro che diventeranno più di 5 con gli interessi; 2,7 milioni di euro per il contratto con la Società Beghelli srl - il cui vantaggio per la comunità è ancora tutto da dimo-

strare -) e portando a 30 anni di durata tutti i mutui già esistenti. Il bilancio comunale presenta una spesa per interessi passivi per i mutui già accesi pari al 6% delle entrate, la percentuale massima di indebitamento imposta dalla legge finanziaria che passa all’8%, riduce ad un paio di punti la capacità di indebitamento del nostro Comune. Ecco perché questo bilancio è ingessato, non ha respiro, non presenta prospettive per il futuro. Se oggi il Comune deve pagare all’anno € 943.000 di interessi passivi su mutui, gli resta un margine di € 316.000 al di là del quale sfora e non rispetta ciò che impone la legge. Ci chiediamo: con quali mezzi si potrà realizzare la parte di competenza comunale della nuova tangenziale? Come si potrebbe far fronte ad altre spese impreviste ma inderogabili, qualora se ne presentasse la necessità? Nella riunione dei capigruppo, un assessore ha definito questo bilancio bellissimo! NOI NON SIAMO D’ ACCORDO. Se dal punto di vista tecnico-contabile prendiamo atto del lavoro impegnativo svolto dagli uffici comunali e della fatica per far quadrare i conti, dal punto di vista politico il nostro giudizio è NEGATIVO. Perché la quadratura di questo bilancio si raggiunge AUMENTANDO CONSIDEREVOLMENTE I COSTI A CARICO DELLE FAMIGLIE senza una riqualificazione o un aumento dei servizi erogati, perché il risparmio sulla riduzione delle spese imposto dalla legge di stabilità si è ottenuto principalmente trasferendo dal bilancio del Comune al bilancio di Molinella Futura srl parte dei costi relativi agli incarichi professionali. Siccome il peso delle maggiori entrate del Comune grava principalmente sulle famiglie, già alle prese con una difficile situazione economica, sarebbe stato opportuno prendere in considerazione anche una decisa riduzione del costo della politica (circa € 110.000), riducendo in via straordinaria il compenso degli amministratori, almeno di coloro che hanno altre entrate reddituali, come molti Comuni hanno fatto. E visto che si deve risparmiare perché non farlo mettendo mano ad altri costi non indispensabili, come quello del periodico di informazione comunale che costa alle casse comunali circa € 30.000, magari riducendo il numero delle uscite e coinvolgendo, se possibile, il personale dipendente nella sua realizzazione. Auspichiamo inoltre che l’amministrazione comunale, in convenzione con la Guardia di Finanza, effettui con rigore i controlli su eventuali prestazioni agevolate, autocertificate ISEE, presentate dai cittadini per evitare l’ingiustizia di erogare contributi pubblici a chi non ne ha diritto.

SPAZIO GRUPPI CONSILIARI Lettera al Prefetto di Bologna Sul numero di dicembre 2010 di questo periodico, e sul nostro sito (www.pdmolinella.it), è stata pubblicata l’interpellanza che il Gruppo consiliare Partito Democratico ha presentato al Sindaco, il 10/11/2010, relativa agli spazi riservati, sul periodico di informazione comunale “Molinella Informa”, ai Gruppi consiliari. La risposta del Sindaco è stata la seguente: 1) sul notiziario comunale è possibile utilizzare, come da prassi consolidata, uno spazio di comunicazione istituzionale da parte di ciascun gruppo consiliare costituito a seguito della proclamazione degli eletti dalle elezioni amministrative comunali; 2) i relativi articoli vengono redatti sotto la responsabilità del firmatario o dei firmatari su proposte e valutazioni di fatti inerenti l’attività amministrativa comunale. Da ciò consegue che, nel caso un gruppo consiliare, costituito a seguito di elezioni amministrative, si divida successivamente in più gruppi, saranno gli stessi esponenti appartenenti al gruppo originario ad accordarsi autonomamente per utilizzare a turno il relativo spazio. IL SINDACO Bruno Selva Come Consiglieri comunali del PD ci siamo dichiarati “non soddisfatti” della risposta poiché la riteniamo ingiusta, arbitraria e soprattutto illegittima in quanto limita i diritti e le prerogative – sanciti dalla Legge 267 sugli Enti Locali e dallo Statuto del Comune di Molinella – assegnati ai Gruppi consiliari. E’ noto che, in data 17 febbraio 2010, si è costituito il Gruppo consiliare Partito Democratico formato da quattro Consiglieri (Caradonna, Passarini, Mantovani e Casoni) provenienti dal Gruppo “Molinella che cambia per il rinnovamento” (in cui è rimasto il Consigliere Venturoli). La costituzione del Gruppo PD è stata formalizzata rispettando le disposizioni del vigente Statuto del Comune di Molinella. Ma, a far tempo dalla costituzione del nuovo Gruppo consiliare PD e in assenza di un regolamento che disciplini la materia, lo spazio riservato ai Gruppi consiliari – nel periodico di informazione comunale – non si è adeguato alla nuova composizione del Consiglio comunale, passata da tre a quattro Gruppi. Infatti, lo spazio originariamente riservato al Gruppo “Molinella che cambia per il rinnovamento” è stato utilizzato “a turno” da quest’ultimo e dal nuovo Gruppo PD. Dunque: se da una parte a Molinella è possibile formare un Gruppo consiliare diverso da quello rappresentato con le liste elettorali, dall’altra non è – nei fatti – consentito a questo Gruppo di nuova e legittima istituzio-

ne esprimere il proprio punto di vista, connotarsi nelle azioni e nelle iniziative, dialogare in definitiva con i cittadini attraverso l’organo di stampa, ufficiale, di comunicazione del Comune, pagato con il bilancio comunale, distribuito in tutte le famiglie. In ciò, secondo noi, sta una gravissima violazione dei diritti dei singoli Consiglieri e dei Gruppi consiliari: una comunicazione ufficiale monca di una Voce, sia pure di Minoranza, non costituisce un buon esempio di pluralismo e democrazia. A titolo informativo si ha notizia che in altre realtà del territorio provinciale i Sindaci hanno disposto adeguati spazi di comunicazione sul periodico comunale per tutti i Gruppi consiliari, anche quelli istituiti durante il mandato amministrativo. Un nostro ulteriore tentativo, di dirimere la questione in modo dialogante coinvolgendo anche il gruppo di maggioranza di centro-destra e la Giunta, è fallito. Pertanto, esperite tutte le possibilità e considerandoci Gruppo consiliare di Minoranza ma non “minore”, ci siamo rivolti al Prefetto di Bologna per informarlo della vicenda rivendicando pari dignità e pari diritti nell’esprimere la nostra opinione ad ogni uscita del periodico di informazione comunale. Senza l’alternanza, come avviene ora, con il Gruppo consiliare di originaria appartenenza. Gruppo consiliare Partito Democratico


aConfronto

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Molinella

Piazzale ex Zuccherificio Eridania Molinella-Via Zenzalino

Domenica 20 Marzo 2011, ore 12

“Festa di Primavera”

Menù: Antipasto di pesce Primi: Risotto di Pesce Spaghetti allo Scoglio Sorbetto di metà pasto Secondi: Spiedino di gamberi Spiedino di seppia Filetto di branzino Fritto misto Contorni: Patate fritte Dolce, Vino, Acqua

Prezzo fisso: € 30

Tesseramento 2011

“Costruiamo insieme il nostro futuro” E’ partita la campagna di tesseramento 2011 La sede del Circolo PD di Molinella, in Via del Lavoro n. 25, è aperta tutte le mattine dalle 9 alle 11 per consentire a tutti gli iscritti al Circolo PD di Molinella di rinnovare la loro iscrizione e a tutti i cittadini che fossero interessati ad aderire al PD di iscriversi. “Il Partito Democratico è il partito del nuovo secolo. Il nostro compito è parlare dell’Italia, delle idee che abbiamo per il nostro Paese e di come farle vivere in un rapporto reale con i territori e con i cittadini. Vogliamo dare un radicamento popolare al nostro partito, per convincere l’Italia a guardarsi con gli occhi delle nuove generazioni e realizzare un’idea di futuro per un’Italia migliore. Vogliamo essere il partito della Costituzione e della nuova unità nazionale. E mettiamo al centro della nostra proposta politica il lavoro, l’istruzione, la salute, l’ambiente i diritti delle persone e il rispetto delle Istituzioni.” Pier Luigi Bersani Segretario Partito Democratico C

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Molinella a Confronto Marzo 2011  

Rivista del Partito Democratico di Molinella, Bologna.

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