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il cielo negli occhi


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Laura Blandino

Il velo dorato

romanzo


Prima Parte

Estate

1. Provaci, Tom Estate 1991 – Compiti delle vacanze Tema: La mia storia Mi chiamo Tom, ho dieci anni e ho appena finito la quarta elementare. Sono alto per la mia età, sono forte e so correre veloce. Ho la pelle scura, non tantissimo però. Ho gli occhi neri e anche i capelli neri molto ricci. La mia mamma si chiama Adaora. La sua pelle è molto scura e anche i suoi capelli sono molto neri. Viene dalla Nigeria, arrivò in Italia a 15 anni. Quando aveva 17 anni nacqui io.

Fin qui era tutto abbastanza facile; il tema però si preannunciava lungo e in certi punti piuttosto complicato. Se Tom avesse potuto scegliere, avrebbe preferito svolgere alcuni dei temi assegnati al resto della classe: più generici, meno personali. Ma la maestra aveva insistito. – Provaci, Tom. Racconta per iscritto la tua storia: così, quando arriverai nella nuova scuola, potrai farla leggere alla nuova maestra e lei imparerà subito ad apprezzarti. Tom rifletté per qualche minuto, poi riprese a scrivere.

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Quando ero piccolissimo vivevamo in un centro di accoglienza qui in Sicilia, vicino al mare. Spesso andavamo in spiaggia e giocavamo con la sabbia, i sassi e i legnetti. Al centro vivevano tante persone: c’erano mamme con i loro bambini, ma anche bambini senza mamma e mamme senza bambini. Ogni tanto c’era anche qualche papà, con bambini o senza. Io non ho mai conosciuto il mio papà. Eppure sono nato lo stesso, e mamma dice sempre che l’ho resa felice.

Tom si sentì soddisfatto: era riuscito a mettere subito le cose in chiaro. Lui non era un bambino di serie B, nato per sbaglio nel grembo di un’adolescente di colore ferita dalla vita. Lui era un bambino in gamba, che aveva reso felice la donna più bella del mondo. Mamma faceva dei lavori e andava anche a scuola. Tutti dicevano che era bravissima, dopo pochi anni sapeva parlare, leggere e scrivere come una ragazza italiana. Io andavo alla materna, ero nella classe degli azzurri. Mi piaceva molto perché le maestre erano sempre gentili con me. I miei migliori amici erano tre bambini simpaticissimi. Insieme combinavamo un sacco di guai, finivamo sempre in castigo ma ci divertivamo un mondo. Avevo anche un’amica femmina, si chiamava Fatima. Le nostre mamme erano un po’ diverse dalle altre: la mia era nera, la sua portava un velo sulla testa. Nel cortile della scuola c’erano scivoli, altalene e un castello per arrampicarsi. Ricordo anche l’aula degli azzurri, con tutti i nostri disegni appesi alle pareti.

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Erano stati anni abbastanza sereni per Tom, nonostante la precarietà della vita nel centro di accoglienza. In realtà il bambino percepiva che sua madre non si sentiva mai completamente tranquilla, mai completamente a proprio agio nella vita. Eppure nel rapporto con il figlio era sempre riuscita a domare la propria ansia: “Voglio proteggere il mio bambino – ripeteva a se stessa – Voglio proteggerlo da tutto, anche dalla mia paura”. La scuola mi piaceva. Ogni tanto però mi capitava di bisticciare, specialmente con alcuni. Allora quando tornavo al centro mi sentivo tristissimo. Mamma mi diceva: “Vieni sotto il velo Tom”. Il velo è grande e dorato. Io e mamma ci sedevamo per terra in un angolo, e poi lei stendeva il velo sopra le nostre teste, coprendoci tutti e due. Lì sotto era come stare in una capanna. Io ero piccolo e pensavo che quando eravamo lì sotto nessuno potesse vederci o sentirci. Così raccontavo tutto a mamma e lei mi consolava.

Quei momenti sotto il velo erano ogni volta un balsamo per le ferite di entrambi. Davvero madre e figlio avevano la sensazione di isolarsi da tutto e gustavano la reciproca presenza. Quello era il luogo della loro consolazione, della loro complicità. La luce passando attraverso il velo diventava dorata; anche quando la giornata era grigia, lì sotto pareva di essere dentro a un tramonto imperdibile. Rimanemmo al centro di accoglienza per un po’, poi però giunse il momento di partire, perché non si poteva rimanere al centro troppo a lungo. Ero triste di andar via...

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L’ultimo giorno di scuola le maestre organizzarono un piccolo spettacolo per salutare Tom. Fatima lo abbracciò stretto. – Allah ti protegga. – Il Signore ti benedica – rispose Tom con una frase che la mamma gli ripeteva spesso. Non la rivide mai più. E così arrivammo alla casa-famiglia di Trapani, dove mi trovo adesso. Qui cominciai la scuola elementare e la maestra m’insegnò un sacco di cose. Diceva che ero un ragazzino sveglio, perché imparavo in fretta e facevo molte domande. Mentre io ero a scuola, la mamma andava a lavorare in una cooperativa. In certi periodi lavorava al pomeriggio invece che al mattino, perché faceva i turni. In altri periodi non aveva lavoro e allora aiutava in casa.

L’affetto e la stima dell’insegnante erano stati molto importanti per il piccolo Tom: l’avevano aiutato a sentirsi accolto e ad acquisire fiducia in se stesso. Ecco perché adesso non poteva rifiutarsi di svolgere quel tema: se la maestra glielo aveva assegnato, di sicuro era la cosa giusta per lui. Vivere nella casa-famiglia è più bello che vivere al centro, perché c’è meno confusione. Ci sono otto mamme con i loro bambini, e poi c’è nonna Rosa. Nonna Rosa non è proprio una nonna, è una signora che organizza le cose e guarda i bambini quando le mamme sono a lavorare. A organizzare le cose è bravissima! Guai se non ci fosse lei! Se ne intende anche di documenti, carte, permessi di soggiorno e altre cose complicate. Anche a guardare i

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bambini è bravissima, riesce a volere bene a tutti senza fare preferenze per nessuno. Ogni tanto la facciamo arrabbiare, e allora ci insegue col cucchiaio di legno per picchiarci, ma noi scappiamo e andiamo a nasconderci sotto i letti. Nonna Rosa non riesce mai ad acchiapparci, perché siamo più veloci e più furbi di lei.

Nel momento stesso in cui scriveva queste frasi, Tom sapeva che erano una piccola bugia. In realtà nonna Rosa avrebbe potuto acchiapparli in qualsiasi momento, se avesse davvero voluto; ma si limitava a spaventarli con minacce terribili, cercando di dissimulare sotto il finto cipiglio l’affiorare di un sorriso affettuoso. Nonna Rosa è bravissima anche a preparare torte. Dice che i dolci non vanno mangiati tutti i giorni, perché se ci si abitua poi non si apprezzano più. Bisogna mangiarli solo quando c’è qualcosa da festeggiare. Però siccome nella casa-famiglia viviamo in tanti, c’è sempre qualche compleanno o onomastico o festa d’addio per cui preparare una torta. La festa d’addio si fa quando qualche mamma riesce a trovare una sistemazione, e allora se ne va via dalla casa-famiglia con il suo bambino, e inizia una nuova vita in una casa tutta sua, con un lavoro sicuro. Nonna Rosa dice sempre che le feste d’addio sono i momenti più belli, perché significano che la casa-famiglia ha portato frutto. Però c’è anche un po’ di tristezza, perché chi va via di solito non torna più, casomai telefona a Natale o a Pasqua. Presto ci sarà la festa d’addio per noi. Nonna Rosa è riuscita a trovare un lavoro per mamma in una piccola cit-

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tà che si chiama Cassanico: è molto lontana da Trapani, per arrivarci bisogna viaggiare un giorno e una notte, cambiando treno quattro o cinque volte. Però mi hanno detto che è una città molto bella, con tanto verde intorno. Mamma è rimasta là quindici giorni in prova, ed è stata assunta. Adesso è tornata a prendermi, partiremo insieme fra pochi giorni. Vivremo in un alloggetto tutto per noi due. Finalmente! Lei lavorerà nientepopodimeno che nella casa del sindaco, io farò la quinta in una nuova scuola. Potremo sistemarci a meraviglia e vivere lì noi due insieme per tutta la vita.

2. Arrivo a Cassanico Il viaggio pareva interminabile. Il treno sferragliava lungo lo Stivale, mentre Adaora spingeva lo sguardo nel buio della notte, oltre il vetro del finestrino. Indossava una maglietta azzurra e la solita vecchia salopette di jeans: non era certo vestita all’ultima moda, ma a lei piaceva così. Era come se quella specie di tuta avesse il potere di proteggerla; e il tascone della pettorina era perfetto per custodire i documenti. Ma soprattutto, conciata così Adaora evitava di attirare gli sguardi degli uomini; il suo corpo giovane ne aveva calamitati fin troppi in un passato ormai lontano. Gli altri passeggeri dello scompartimento si erano assopiti; anche Tom dormiva, con il capo appoggiato sul petto della madre. Lo scialle dorato circondava le spalle a entrambi e riparava le loro braccia nude dal fresco della notte. “Ce la faremo, bambino mio – gli disse con il pensiero – Ce l’abbiamo sempre fatta! Adesso dormi. Domani arriveremo nel nuovo mondo e ricominceremo a lottare. Ma io continuerò a proteggerti, non permetterò mai alla vita di farti male”.

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– Siamo arrivati? – chiese il ragazzino, svegliato di soprassalto da una frenata del treno in prossimità di una stazione intermedia. – Non ancora, Tom. Fra poco però scendiamo e cambiamo. – E poi con l’altro treno quanto viaggiamo? – Ancora un’oretta. – E poi arriviamo? – Sì, poi arriviamo. – E mangiamo? – Se hai fame abbiamo ancora qualche panino. Nonna Rosa ha abbondato. Tom addentò un sandwich alla mortadella, guardando distrattamente fuori dal finestrino il paesaggio che si risvegliava alle prime luci del mattino. – Chi penserà a noi quando saremo lassù? Troveremo una nonna Rosa anche a Cassanico? – Non proprio. Se serve abbiamo il numero dell’assistente sociale. E poi c’è il parroco: è lui che mi ha trovato quel lavoro e mi ha ospitata in foresteria durante la prova. – E il nostro alloggetto? – È là che ci aspetta. Dovremo metterlo un po’ a posto, ma ci troveremo benissimo. – Tu l’hai già visto? – Non ancora, ma sono sicura che ci piacerà. – E la nuova maestra? – È un maestro. Me ne hanno parlato benissimo. Vuole conoscerti al più presto. – È bello qui – commentò Tom, senza staccare lo sguardo dal paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. – Stiamo lasciando la pianura, vedrai quante colline fra poco. – Ci piacerà.

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Si preannunciava una serena giornata estiva e il sole del mattino rendeva ancora più brillante la campagna: un ondeggiare di alture verdissime, vigneti e frutteti, prati e pascoli; un paesaggio profondamente diverso da quello siciliano, con cui lo sguardo di Tom aveva confidenza da sempre. Pochi minuti dopo, all’orizzonte apparve la cittadina di Cassanico: sorgeva sulla sommità della collina più alta, e si estendeva lungo i suoi versanti, digradando dolcemente. Il controllore si affacciò allo scompartimento e avvisò: la stazione era ormai prossima. Adaora si alzò e tirò giù dalla retina portabagagli i loro quattro borsoni. Contenevano tutto ciò che Tom e sua madre possedevano. – Prendo io i più pesanti, questa volta – disse il ragazzino, afferrando con decisione la maniglia della valigia più ingombrante. – Non essere sciocco, è più grande di te! – Io sono un uomo, ormai. – Lo so, Tom. Però il tuo corpo non è ancora pronto per trasportare grossi pesi. Scesero dal treno trascinandosi dietro i bagagli e si fermarono un po’ spaesati al centro della banchina. Per qualche minuto ci fu un gran viavai di passeggeri: gente che saliva, gente che scendeva, gente che salutava. Poi il treno ripartì e a poco a poco la banchina si svuotò. – E adesso dove andiamo? – chiese Tom, guardandosi intorno con apprensione. Non era affatto abituato a viaggiare, tantomeno in luoghi così lontani e sconosciuti. E nemmeno Adaora aveva mai percorso grandi distanze, eccezion fatta per il viaggio interminabile con cui era arrivata in Italia dalla Nigeria, dodici anni prima; ma di quell’esperienza non parlava mai, e per quanto possibile cercava di non ricordare.

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– Qualcuno verrà a prenderci, il parroco l’ha promesso. – Non può venire lui stesso? – È in campeggio con i bambini dell’oratorio in questi giorni. Però manderà qualcuno, vedrai. – Sicura? – Amico di nonna Rosa è! Stavano per sedersi su una panchina in paziente attesa, quando si avvicinò a loro un giovane con gli occhiali e i capelli a spazzola: – Adaora e Tom Obi? – chiese con voce sicura, dopo aver consultato un foglietto. – Siamo noi – rispose il ragazzino. – Ben arrivati. Mi chiamo Luca. Luca Marinelli. È stato padre Cipriano a mandarmi. – Grazie – mormorò Adaora. – Posso aiutarvi? – chiese il giovane; e senza attendere risposta prese due borsoni e s’incamminò verso l’uscita. Adaora avrebbe voluto protestare, non le sembrava giusto approfittare così della disponibilità di quell’uomo; però era talmente stanca e la schiena le faceva talmente male, che non oppose obiezioni. Sul piazzale antistante alla stazione era parcheggiata l’auto di Luca. Il giovane caricò i borsoni, richiuse il bagagliaio e poi si fermò a osservare i due viaggiatori. – Avete un’aria terribile. Quante ore di treno vi siete fatti? – Un giorno e una notte – rispose Tom con un certo orgoglio. – Posso offrirvi qualcosa di buono, prima che ripartiamo? Senza attendere risposta li prese per un braccio e li condusse con sé nel bar della stazione; un invitante profumo di caffè impregnava la saletta.

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– Sediamoci qui, chiacchieriamo un po’ – propose il giovane, dopo aver ordinato un cappuccino per Adaora, una cioccolata per Tom e un vassoio di pasticceria secca per tutti. – Grazie per la sua gentilezza – mormorò Adaora. – Possiamo darci del tu, non credi? Quanti anni hai? – Ventisette. – Io ne ho compiuti ventotto a febbraio. Siamo quasi coetanei. – E io dieci – intervenne Tom. – Sei alto per la tua età. – E anche molto forte – precisò il ragazzino. – Ho capito: starò in guardia – replicò Luca; e attraverso gli occhiali, i suoi occhi grigi sorridevano. – Non devi temere, mi sei simpatico. La cameriera portò le bevande calde e i biscotti. Adaora non osò servirsi, fino a quando Luca non la invitò a farlo; poi bevve il suo cappuccino lentamente, godendosi ogni sorso. Si sentiva sfinita. – Ti fa piacere? – chiese Luca, che pareva aver indovinato tutto. – Molto, grazie. – Non sei riuscita a dormire granché, vero? Spesso le cuccette dei treni sono così scomode... – Non avevamo le cuccette – disse Tom – Eravamo seduti in scompartimento. – Capisco. Allora avrete bisogno di una buona dormita, al più presto possibile. Ho incontrato la padrona di casa, questa mattina: ha già fatto portare il secondo letto nel vostro appartamento. – Tu come fai a sapere dove andremo a vivere? – chiese il ragazzino, un po’ sospettoso.

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– Conosco molto bene quell’alloggio, ci ho vissuto io stesso fino a un anno fa. – E poi? – Poi sono dovuto andare a Roma per lavoro e ho chiuso il contratto d’affitto: pensavo di andar via per sempre. Invece le cose sono andate diversamente dal previsto e nei giorni scorsi sono tornato a Cassanico. Ho trovato un’altra sistemazione, per questo la signora Ester ha potuto affittare l’alloggio a voi. – Tu che lavoro fai? – Sto per essere assunto in una nuova azienda, inizierò il 15 luglio. Fino all’altr’anno invece facevo il giornalista, e nel frattempo studiavo all’università. – Anche mamma sta per essere assunta, inizierà già domani. – Lo so, me ne ha parlato il parroco. – È tuo amico, lui? – Beh, in realtà non frequento molto la parrocchia. Però padre Cipriano aveva bisogno di qualcuno che venisse a prendervi e un amico comune gli ha segnalato me. Ho accettato volentieri: in questi giorni ho molto tempo libero. – Grazie – ripeté Adaora, e per la prima volta sollevò lo sguardo su di lui. Aveva due occhioni molto espressivi, quella giovane donna: profondi e neri, brillavano sullo sfondo scurissimo del volto. Terminata la colazione, salirono in macchina e Luca mise in moto. – Se non siete proprio a pezzi, possiamo fare un giro un po’ più lungo: così facciamo vedere anche a Tom com’è questo posto. Costeggiarono il Favero, che scorreva alla loro destra, poco oltre la ferrovia.

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– È il vostro fiume? – chiese Tom, curioso. – In realtà è un torrente, ma molto gagliardo. Poco più a valle forma un’ansa in cui l’acqua rallenta: i ragazzini della tua età vanno sempre a farci il bagno, in questa stagione. Attraversarono un tratto di campagna; i pendii coltivati si alternavano alle frazioni, piccoli villaggi rurali che davano al paesaggio un aspetto agreste su cui Tom, da sempre abituato alle periferie urbane, fermò incuriosito la sua attenzione. Dopo pochi minuti raggiunsero il versante meridionale della collina su cui sorgeva la città; era la zona residenziale di Cassanico, in cui ville eleganti si alternavano a casette graziose, tutte con giardini curatissimi e vialetti alberati intorno. – Qui ci stanno i ricchi, vero? – chiese Tom, senza mezzi termini. – Diciamo di sì – rispose Luca – E dietro quel cancello lì c’è la casa dove lavorerà tua mamma. – Uau! È una villa come quelle dei film! L’auto risalì la collina e raggiunse sul cocuzzolo il centro antico della città: strade selciate, case in pietra, vecchi portici e negozi eleganti. La piazza principale era dominata dalla chiesa barocca di San Francesco. – Il parroco abita nel convento qui dietro – spiegò Luca. – E mamma ha abitato con lui nelle due settimane in cui è stata qui? – Beh, non esattamente: mamma è stata ospitata nella foresteria – Luca sorrise divertito immaginando Adaora aggirarsi in camicia da notte tra i fraticelli del convento. No, sarebbe stato decisamente fuori luogo! – E quei ruderi laggiù? – Sono i resti delle mura che secoli fa difendevano Cassanico: roba antica, insomma.

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– In Sicilia di più – replicò Tom, e non gli si poteva dare torto. L’auto attraversò il centro e poco dopo iniziò a percorrere in discesa il versante settentrionale della collina. 3. La nostra tenda Man mano che si procedeva verso nord il paesaggio cambiava: palazzi recenti, condomini un po’ grigi, qualche capannone. Era il quartiere popolare di Cassanico, brulicante di uomini e donne che lavoravano duro e tornavano a casa stanchi e di bambini che giocavano nelle strade. Più a valle, si estendeva la zona industriale della città. – Qui non ci stanno i ricchi – costatò Tom. – Qui ci stiamo noi – rispose Luca inviando al ragazzino un sorriso d’intesa attraverso lo specchietto retrovisore. – Tu dove abiti? – Nel vostro stesso palazzo in via Donizetti, solo a qualche piano di distanza. Parcheggiarono davanti a un portone verde, e scesero dall’auto. Adaora e Tom si guardarono intorno e si sentirono a proprio agio; su quel marciapiede arroventato dal sole estivo, si respirava un’atmosfera di periferia urbana che i due percepivano come familiare. – Adesso chiamiamo la padrona di casa – disse il giovane – Sembra una strega intrattabile, ma in realtà ha un cuore d’oro. Non lasciatevi impressionare, mi raccomando. – Noi non ci lasciamo impressionare da nessuno – assicurò Tom. Luca suonò il campanello della portineria e da una finestra al piano rialzato sbucò il volto grinzoso di una vecchia. – Buon giorno, Ester.

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– Penna Veloce, che vuoi da me? Non sono più la tua padrona di casa adesso che sei salito ai piani alti. Non hai le chiavi di casa tua? – Io sì, ma i nostri due amici no. Ti ho portato i nuovi inquilini. – Ah, sì. La negra e suo figlio... – Mi chiamo Adaora Obi e mio figlio si chiama Tom – dichiarò la giovane, piazzando negli occhi acquosi della vecchia uno sguardo fiero e carico di sfida. – Non m’importa come ti chiami, basta che paghi l’affitto. La vecchia si ritirò e dopo pochi istanti ricomparve aprendo il portone: – Venite avanti, vi accompagno. Attraversarono un atrio buio che puzzava di muffa e di minestrone e seguirono Ester giù per una scala piuttosto ripida. Tom notò che la vecchia aveva un sedere enorme, ondeggiante sotto il vestito a fiori; camminava con passo pesante, strascicando le ciabatte. – Il nostro alloggio è qui sotto? – chiese Tom mentre i suoi occhi si abituavano alla penombra. – Per quella cifra che ti aspettavi, un attico in centro? – replicò la vecchia con malagrazia. Il ragazzino non replicò. Cercò con la coda dell’occhio lo sguardo di sua madre, ma Adaora procedeva a capo chino, un gradino dopo l’altro, come concentratissima sui propri passi. Ester aprì una delle porte che si affacciavano sul corridoio del seminterrato e fece loro cenno di entrare. – Non è una reggia, ma se è sopravvissuto Penna Veloce potete sopravvivere anche voi. Queste sono le chiavi. Nell’armadio trovate qualcosa tanto per cominciare. Se avete biso-

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gno della lavatrice la trovate in portineria, potete stendere nel cortile. Niente fracasso dopo le dieci di sera. Quando Ester si fu ritirata, Adaora e Tom iniziarono a prendere confidenza con la loro nuova abitazione. In realtà non c’era molto da esplorare. Si trattava di un monolocale con pochi arredi: un tavolo, quattro sedie, un vecchio armadio, due letti sistemati a L nell’angolo più lontano dalla finestra. – Quelle potete buttarle se non vi servono – disse Luca indicando alcune cassette da frutta inchiodate fra loro fino a comporre un rozzo scaffale – Ce le avevo messe io, mi servivano come libreria. – Anche a me servono. Ho dei libri – precisò Tom. – Chissà se l’anta dell’armadio cigola ancora – disse il giovane. Cigolava eccome: aprendosi lanciava un lamento straziante da film dell’orrore. Però rivelava anche una sorpresa: accuratamente ripiegate su un ripiano c’erano lenzuola, federe, coperte di lana. C’erano anche alcuni asciugamani, canovacci da cucina e due accappatoi di spugna. Tutto profumava di ammorbidente. – La vecchia Ester non è poi così terribile – scherzò Luca. – Forse. Ma perché ti chiama Penna Veloce? – chiese Tom, recuperando il suo buonumore. – Per via del mio lavoro. Come ti dicevo, facevo il giornalista. Scrivevo tanto, ma guadagnavo poco e la vecchia Ester aveva molta pazienza con me. Sulla parete di sinistra la zona cucina consisteva semplicemente in un frigo, un fornello e un lavandino, più un mobiletto bianco la cui superficie fungeva anche da piano di lavoro. – Minchia! Mamma, hai visto? Una cucina tutta per noi!

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– Non si dice quella parola – lo rimproverò Adaora, ma subito gli scompigliò i capelli e sorrise. Anche lei si sentiva emozionata e insieme spaventata e sperduta. L’unica finestra del monolocale si apriva in alto, sulla parete opposta a quella della porta, e dava sul marciapiede. Proprio in quel momento un cane si avvicinò all’inferriata, per un attimo abbassò lo sguardo verso di loro, e subito proseguì. – Il bagno è lì – spiegò Luca, indicando la porticina che si apriva su un lato della stanza. Si trattava di un piccolissimo locale quadrato, circa un metro per un metro: aveva il water al centro, una doccetta che pendeva dall’alto e lo scarico per l’acqua in mezzo al pavimento. – Anche questo è solo per noi due – sottolineò Tom – Niente code per fare la doccia, niente puzza di cacca al mattino... – Sei un ragazzino ottimista, mi piaci! – esclamò Marinelli, regalando a Tom uno di quei sorrisi amichevoli che fanno sentire a proprio agio chiunque. Adaora annuì, divorando con gli occhi il volto caffellatte di suo figlio. Luca rimase con Adaora e Tom per tutto il resto della mattinata: li aiutò a disfare i bagagli e a preparare i letti; sistemò le valigie vuote sopra l’armadio; li accompagnò al supermercato di quartiere per fare un po’ di spesa; mostrò loro dov’erano la fermata dell’autobus, la farmacia, la cabina telefonica. – Perché stai facendo tutto questo? – domandò Adaora quando rientrarono nel monolocale carichi di sacchetti della spesa. – Te l’ho già spiegato: un amico mi ha chiesto di venirvi a prendere alla stazione, accompagnarvi a casa e darvi una

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mano a sistemarvi. Io ho semplicemente obbedito. – Uhm, e che vuoi in cambio? – Nulla. Appena tutto sarà a posto, mi toglierò dai piedi e vi lascerò tranquilli. – E chi è quell’amico che ti ha mandato da noi? – domandò Tom. – Si chiama Italo Guerra. È un tipo davvero speciale, presto lo conoscerai perché a settembre diventerà il tuo insegnante. Il parroco gli ha chiesto consiglio su chi potesse venire ad accogliervi, e Italo ha suggerito me, perché abito nel vostro stesso palazzo e, come ti dicevo, in questi giorni ho tanto tempo libero. – A me tu piaci – dichiarò Tom, dopo averlo soppesato brevemente con uno sguardo indagatore – Verrai ancora a trovarci? – Volentieri: tutte le volte che la tua mamma lo permetterà. – Tu lo permetterai, mamma? Adaora non poté far a meno di sorridere e annuì. Era davvero bello quel sorriso, luminoso e bianchissimo nel nero del volto. – Grazie. A presto, allora... – Luca la salutò stringendole la mano con gentilezza, ma anche con il giusto distacco: aveva capito che la giovane donna non amava eccessi di confidenza. Con il ragazzino invece poteva permettersi un po’ di cameratismo in più e prima di andarsene gli rifilò una virile pacca su una spalla. Adaora e Tom erano talmente stanchi che non avvertivano nemmeno lo stimolo della fame; appena rimasero soli, mangiarono solo un po’ di frutta. Al ragazzino fu concesso il privilegio di inaugurare il ba-

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gno: si spogliò, entrò nel bugigattolo, aprì il rubinetto e rimase a lungo sotto il getto rigenerante dell’acqua tiepida. Ne uscì molto più tardi, pulitissimo e profumato di bagnoschiuma; fuori dalla porticina lo attendeva Adaora, con l’accappatoio teso fra le braccia spalancate. Il ragazzino si lanciò verso la spugna morbida e la giovane donna lo strinse a sé asciugandolo e coccolandolo a un tempo. – Adesso mettiti il pigiama e infilati nel letto. Mi lavo anch’io e ti raggiungo. Tom obbedì, felice. Rimase ad ascoltare attraverso la porticina del bagno il suono della doccia e il canto delicato di sua madre. Era la speranza che testarda si schiudeva anche nell’oscuro bagnetto di un sottoscala. Per il resto c’era un discreto silenzio, a parte il rumore delle auto che transitavano in strada. A conti fatti era un’abitazione tranquilla, assai più di quanto lo fosse la casa famiglia, con il suo continuo viavai di adulti e bambini. Tom faticava a tenere gli occhi aperti. Vide sua madre che usciva dal bagno, si asciugava velocemente e indossava una casacca di cotone comoda per riposare. – È un po’ buffo mettersi in pigiama di pomeriggio, vero, mamma? – Dopo un giorno e una notte in treno, è meraviglioso. Adaora estrasse dall’armadio il velo dorato e lo tese davanti alla finestra, appendendolo a una corda elastica che correva tra due chiodini. – Ti piace, Tom? Adesso abbiamo anche la tenda. – La nostra tenda! – precisò il ragazzino, con la voce ormai impastata dal sonno. L’ultima cosa che notò fu la luce del pomeriggio, che filtrando attraverso il velo dorato tingeva di sfumature calde

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ogni angolo della stanza. “È la nostra casa – pensò – La nostra nuova casa. La nostra casa per sempre”. Poi scivolò nel sonno. 4. Villa Cordero La famiglia Cordero era appena tornata dalle ferie e la signora non vedeva l’ora che la nuova collaboratrice domestica si ripresentasse al lavoro: nel seminterrato della villa la lavanderia traboccava di biancheria sporca. Certo, se ci fosse stata ancora la domestica di sempre, non avrebbero dovuto cercarne un’altra; ma la vecchia Amalia si era rotta un femore e aveva capito di non avere più l’età adatta per quel mestiere fisicamente impegnativo. – Voglio sperare che domani sia puntuale, quella là – sospirò la signora Cordero osservando sconsolata la polvere che ricopriva la libreria del salotto. Una lama di luce dorata penetrava dalla finestra ed evidenziava impietosamente la necessità di una buona pulizia generale. – Vedrai cara, sarà puntualissima. Non ci ha mai dato motivo di dubitarne, ti pare? – D’accordo, ma era in prova, per questo rigava dritta. Le scope nuove ramazzano sempre bene, ma dopo un po’... – Vedrai cara, tu saprai farla rigare dritta anche adesso – rassicurò il marito, sfoderando uno dei suoi sorrisi migliori. – Lo spero, ma non ne sono poi così sicura... – È una persona fidata: padre Cipriano garantisce per lei. Ne abbiamo già parlato mille volte, cara; perché torni sull’argomento? – Con tutte le brave donne che ci sono in Val Favero, dovevamo proprio andarcene a prendere una in Nigeria?

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– Adaora Obi vive in Italia da dodici anni, è perfettamente integrata e ci sarà di grande aiuto. In tutti i sensi. Il dottor Cordero allungò la mano verso il tavolino accanto alla poltrona e prese la sua pipa preferita; era un modo elegante per comunicare alla moglie che la discussione terminava lì. Gli piaceva fumare la pipa, ogni tanto: aveva un buon sapore, e gli conferiva un’aura di autorevolezza non indifferente. Ernesto Cordero era, oltre che il notaio più stimato di Cassanico, anche il sindaco della città: per questo curava con molta attenzione la propria immagine pubblica. Era tutto sommato un bell’uomo: non molto alto, ma con un fisico in discreta forma. Ogni mattina faceva trenta addominali per tenere a bada la pancetta, sempre in agguato dopo i quarant’anni. Aveva capelli leggermente brizzolati e occhi scuri dallo sguardo intelligente. Inspirò una boccata di ottimo fumo e iniziò a riflettere. La nuova domestica – “Gran bel pezzo di figliola” pensava Cordero – sarebbe stata davvero di grande aiuto per tutti. Si sarebbe occupata dei lavori domestici: di attività da svolgere ce n’erano molte, con una padrona di casa così esigente e una villa così grande. Grazie a lei la signora Emma avrebbe potuto dedicarsi a tempo pieno a ciò che preferiva: l’educazione della figlia Valentina, la cura del secondogenito ancora piccolo e, soprattutto, la miriade di eventi sociali così gradevoli per lei e così utili per il marito. “E poi Adaora è negra” pensò il sindaco, facendo un passo avanti con il suo ragionamento. Gli era utile una collaboratrice domestica di colore: se fosse dipeso da lui, ne avrebbe fatto anche a meno, ma negli ultimi tempi era capitato parecchie volte che i consiglieri

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d’opposizione lo avessero accusato di provincialismo rigido e un po’ bieco. Mesi prima, in seguito a un episodio spiacevole verificatosi ai danni di due ambulanti extracomunitari, erano esplose polemiche non da poco. Il sindaco si era premurato di chiarire la propria posizione e di calmare le acque: “Condanno a nome mio e a nome di tutti i cittadini, qualsiasi gesto di natura razzista. Cassanico è una città accogliente: sa aprirsi a tutti coloro che vi giungono per integrarsi con impegno e con rispetto”. Aveva anche patrocinato una conferenza sul tema La ricchezza della diversità, invitando come relatore un noto docente universitario. Tutto ciò aveva riportato a un buon livello il suo indice di gradimento, ma qualcuno continuava a insinuare che si trattasse solo di chiacchiere. Ora l’arrivo di Adaora Obi era la dimostrazione pratica che anche gli stranieri erano ben accetti a Cassanico, purché avessero voglia di lavorare e rispettassero le leggi. Con quell’assunzione il dottor Cordero metteva a tacere i detrattori e aggiungeva un prezioso tassello al mosaico della campagna elettorale prevista per la primavera successiva. – Mamma, mi rimangono solo più due magliette di quelle carine... – Lo so Vale; ma domani tornerà Adaora e farà il bucato. Le dirò di dare la precedenza alle tue cose. – Grazie. – A proposito: Adaora arriverà con suo figlio, un ragazzino della tua età. Papà ci tiene molto che tu lo accolga con cortesia: sii beneducata con lui. – Perché non dovrei? E poi sono beneducata con tutti io. – Certo, so quanto sei carina. Quindi sii te stessa, bene-

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ducata e basta, ecco. E non dare troppa confidenza a quel ragazzino... – Perché? – Non si sa mai, tesoro. Non è uno dei nostri, capisci? Ha sempre vissuto in case-famiglia o in posti del genere... chissà con che gente ha avuto a che fare, che abitudini ha preso... – D’accordo, mamma, starò attenta. L’indomani Adaora e Tom si svegliarono di buon mattino, perché la finestra non aveva tapparelle e il velo dorato non bastava a garantire il buio. Il ragazzino si stiracchiò, si guardò intorno e sorrise: – Non abbiamo fretta, vero mamma? Si prepararono con calma, senza dover fare la coda per il bagno o attendere il proprio turno per la colazione. Adaora s’infilò una maglietta pulita e indossò la solita salopette; Tom arraffò un paio di pantaloncini corti e una t-shirt beige che pubblicizzava una fabbrica di materassi a molle. Uscire dal monolocale chiudendo a chiave la porta dietro di sé fu un’emozione nuova: era strano pensare che in loro assenza quell’appartamento rimanesse vuoto e aspettasse pazientemente il loro ritorno. Presero il bus numero uno che dal quartiere popolare conduceva fino al centro di Cassanico; in piazza San Francesco salirono sul bus della linea due che attraversava la zona residenziale. Facendo attenzione agli orari si poteva azzeccare la coincidenza giusta e ottimizzare i tempi. Villa Cordero era una casa elegante a due piani, circondata da un vasto giardino che attirò l’attenzione stupita di Tom: decine d’irrigatori automatici spruzzavano acqua sui prati,

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e sembravano piccole fontane silenziose. In alcuni punti la luce del mattino attraversava gli spruzzi e formava riflessi colorati, creando suggestive illusioni di arcobaleno fra le aiuole. Suonarono al campanello e il pesante cancello in ferro battuto si aprì. Adaora prese il figlio per mano, come se volesse rassicurarlo; in realtà però era lei quella che aveva maggior bisogno di sostegno. Percorsero il vialetto ghiaioso che conduceva fino al portone, dove la signora Cordero attendeva avvolta nella sua vestaglia verde menta. Li accolse con un sorriso composto e un gentile cenno del capo: – Bentornata, Adaora. Ti stavamo aspettando. E tu sei suo figlio, presumo. – Mi chiamo Tom Obi – rispose il ragazzino, con il tono di chi è davvero soddisfatto di sé. – Molto bene, Tom, sarò lieta di presentarti mia figlia; poi potrete andare a fare una passeggiata insieme, se vorrete. L’importante è che tua madre non sia disturbata durante il lavoro. – Certo, signora – assicurò la giovane donna – Il bambino è venuto solo per salutarla, andrà via subito. E non verrà mai più con me, glielo prometto: da domani frequenterà il centro estivo. – Molto bene Adaora, direi che allora siamo in grado di cominciare. D’accordo? – Sì, signora. – Per cortesia, Adaora, potresti cominciare dal bucato? Ce n’è una montagna giù in lavanderia. La signora Cordero aveva un modo molto caratteristico di dare ordini. – Per cortesia, Adaora, potresti stirare subito la camicia azzurra di mio marito?

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– Per cortesia, Adaora, potresti tirare giù quelle pesanti tende del salone? – Per cortesia, Adaora, potresti disinfettare i ciucci? Tutti i suoi comandi erano pronunciati con lo stesso tono, secco e cortese insieme. Adaora non poteva certo negare che Emma Cordero fosse una padrona di casa davvero educatissima; nello stesso tempo percepiva la sua freddezza esigente e aveva sempre una gran paura di sbagliare. Tom sorrise a sua madre con un’espressione affettuosa e birichina insieme, come per dirle: – Tranquilla, so badare a me stesso. Mentre Adaora scendeva nel seminterrato per iniziare la sua giornata di lavoro, Emma Cordero chiamò sua figlia ordinandole di raggiungerli nell’atrio. Dall’elegante scala in legno che conduceva al piano superiore comparve una ragazzina deliziosa: una brunetta con i capelli lunghi e il nasino un po’ all’insù. Sotto la frangia sbarazzina due occhi vivaci osservavano il nuovo venuto. – Valentina, questo è Tom – disse la signora, con un tono formale decisamente sproporzionato alla circostanza; e subito aggiunse: – Tom, questa è Valentina. – Molto piacere – rispose la ragazzina, porgendo la mano con grazia. – Il piacere è mio, signorina – replicò Tom, scimmiottando il tono cerimonioso di certi nobiluomini che si vedevano nei vecchi film alla tivù. Prese la mano che Valentina gli porgeva, s’inchinò profondamente e se la portò alle labbra per il più riguardoso dei baciamani. Quando si risollevò, il suo sguardo incontrò quello di Valentina, e nei vispi occhi castani di lei Tom lesse una gaiezza a stento trattenuta. Bastò quello scambio di sguardi per intendersi;

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quando furono finalmente fuori dalla portata di madama Cordero, scoppiarono entrambi in una liberante risata cristallina. – Ti va un giro nei dintorni? – chiese Valentina, incamminandosi lungo il vialetto. – Sì, grazie: non conosco nulla qui. So solo come fare a prendere il bus per tornare a casa. – Questo è il nostro giardino; però non possiamo andare sui prati, finché c’è il sistema d’irrigazione attivo. – Ma è proprio questo il bello! – No Tom, non si può. Ci bagneremmo tutti, e finiremmo in castigo. – Peccato... – disse il ragazzino, rassegnandosi a stento. Già aveva pregustato con la fantasia un’incontenibile scorribanda fra gli spruzzi. Fu in quel momento che sopraggiunse una personcina bizzarra, a cavallo di una vecchia bicicletta: da lontano sembrava un maschiaccio, con i capelli corti e i jeans tagliati all’altezza del ginocchio. Appena fu loro vicina fece una fragorosa sgommata sulla ghiaia del vialetto, e sorrise. Tom costatò che era una femmina. Anche carina, a ben vedere: riccioli biondi, occhi azzurri, viso regolare e sorriso sbarazzino. – Ciao, Ceci! Qual buon vento? – Ciao, Vale! Sono venuta a conoscere il negretto... – disse la nuova arrivata, appoggiando la bicicletta a un cespuglio e volgendo lo sguardo verso Tom. Lo osservò per qualche istante, soppesandolo attentamente e poi sentenziò: – In realtà non è un negretto. È solo un ragazzino un po’ marrone... 5. L’allegra brigata – Mi chiamo Tom Obi – disse il ragazzino un po’ marrone. – Cecilia Ansaldi – rispose la ragazzina bionda, con affabi-

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lità – Io essere migliore amica di Valentina. Noi frequentare stessa scuola da prima elementare. Noi avere dieci anni. Tom la guardò perplesso: non capiva se Cecilia stesse prendendolo in giro o se fosse solo un po’ scema. – Perché parli in questo modo? Non hai ancora imparato a coniugare i verbi? – Cavoli, ma sei bravissimo! – esclamò Ceci, stupita ma per nulla imbarazzata. Era una tipina che non si vergognava quasi mai – Scusami, Vale mi aveva detto che sei nigeriano e allora pensavo che non sapessi parlare bene e cercavo di fare le cose semplici... – Io sono nato in Italia, parlo italiano come tutti. Mia madre non mi ha mai insegnato la lingua igbo. – Igbo che? – Era l’etnia cui apparteneva la mamma quando viveva in Nigeria, tanti anni fa. – E tuo padre? – Non l’ho mai conosciuto. Comunque adesso non ha importanza – tagliò corto Tom, un po’ infastidito. Cecilia stava per replicare, ma fu distratta dagli spruzzi degli irrigatori automatici e s’illuminò all’improvviso: – Ideona! – esclamò. – No no no no no no no! – atterrì Valentina, che aveva già capito tutto. – Sì, invece! Fidati di me! Tom scosse il capo e sorrise a Cecilia: – Anche a me era venuta la stessa ideona, ma purtroppo non si può. Ci bagneremmo tutti e finiremmo in castigo. – Uhm... Tu hai paura dei castighi? – No. Però Vale sì. E poi, se lei dice che non si può, non si può. Qui siamo a casa sua.

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– Altra ideona! Perché non ce ne andiamo da qualche altra parte, dove si possano fare guai senza essere a casa di nessuno? Quella Cecilia era davvero un vulcano di brillanti trovate: non si fermava di fronte a nulla e sapeva cogliere nuove opportunità da ogni imprevisto. I tre ragazzini s’incamminarono lungo la via che attraversava verso sud la zona residenziale di Cassanico e dopo pochi minuti si ritrovarono in piena campagna. – Io vivo lassù in centro – spiegò Cecilia indicando alle proprie spalle il cocuzzolo della collina, su cui sorgeva la parte antica della città – Però il mio mondo preferito è qui. – Nei prati? – Nei prati e nei frutteti e nelle vigne e lungo il torrente e nella stalla di Pipetto! – Pipetto? – Sì, è un nostro amico. Ha appena finito le elementari, a settembre andrà alle medie. La cosa bella è che vive in una cascina meravigliosa, con l’orto e le bestie e il fienile. La sua è una famiglia di contadini. – Dev’essere figo vivere in campagna. – Fichissimo! Vuoi conoscere Pipetto? Fu così che i tre ragazzini raggiunsero la fattoria del loro amico. Trovarono Pipetto nell’aia. Stava giocando con un enorme cagnone pulcioso: lanciava un bastone, esortava l’animale e, quando quello obbediva riportando il legno, lo premiava con carezze talmente energiche da finire entrambi per terra a rotolarsi nella polvere. A Tom quel ragazzino piacque subito, perché era sporco

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quasi come il suo cane. E poi sapeva arrampicarsi sugli alberi con l’agilità di una scimmietta, spaccare ciocchi di legna con pochi colpi di scure, correre rapidissimo anche in salita. Tom e Pipetto fecero gare di velocità, di forza, di precisione, mentre Cecilia e Valentina registravano i punteggi; i quattro trascorsero insieme l’intera mattinata, e alla fine convennero sul fatto che entrambi i maschi erano molto, molto in gamba. Pareggio. Quando il campanile scoccò i dodici rintocchi del mezzogiorno, l’allegra brigata si sciolse. Pipetto tornò al suo addestramento cinofilo, e gli altri s’incamminarono verso la città. Quando giunsero nel giardino di villa Cordero, Cecilia recuperò la sua bicicletta e si avviò su per la strada che conduceva alla Cassanico antica. – È ormai la mezza – disse Valentina – Per me è ora di rincasare. Entri anche tu? – No, grazie. Aspetto mia madre qui fuori, dovrebbe uscire da un momento all’altro. Così prendiamo il bus insieme. – Oggi pomeriggio ci rivediamo? – No, non credo: devo aiutare mamma a sistemare casa. – Domani? – No, da domani andrò al centro estivo. Tu non ci vai? – Solo ogni tanto. La mia mamma non lavora, quindi io posso scegliere di volta in volta che cosa fare – rispose Valentina, pur sapendo che si trattava di una mezza bugia. In realtà era proprio la signora Cordero a decidere: mandava Valentina al centro estivo quando sapeva che erano in programma “attività seriamente formative”; la teneva a casa quando c’era solo “da perdere tempo a scalmanarsi in un cortile”. A maggior ragione erano vietate le gite fuori porta, i

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pomeriggi in piscina o le escursioni in montagna, dove “non c’erano sufficienti garanzie per la sicurezza dei ragazzi”. Adaora uscì dopo pochi minuti e scorgendo Tom accanto al cancello gli regalò uno di quei sorrisi che spalancavano il cuore, come bagliori di luce bianca nel buio della notte. L’indomani Tom iniziò a frequentare il centro estivo dell’oratorio adiacente alla chiesa di San Francesco, nella piazza principale della Cassanico antica. Lo accolse padre Cipriano in persona, un massiccio frate con una folta barba bianca che gli ballonzolava sul petto. – Ben arrivato, Tom. La tua mamma mi ha parlato molto di te. E anche nonna Rosa. Per il ragazzino, sentir citare nonna Rosa era come ricevere una garanzia di affidabilità. Era in gamba, nonna Rosa. Se padre Cipriano era amico suo, sia pure a duemila chilometri di distanza, voleva pur dire qualcosa. E poi quel frate gli era simpatico: sorrideva spesso, parlava con un vocione caldo e guardava Tom negli occhi con una bella espressione amichevole; ma soprattutto aveva la pancia e la barbona bianca come un Babbo Natale fuori stagione. – Adesso saluta la mamma, che deve andare al lavoro; io ti presenterò gli animatori e gli altri ragazzi del centro estivo. – Ma lei, padre, non starà con noi? – Certo, io sono dappertutto in ogni istante; ti stuferai presto di vedermi comparire a sorpresa nei momenti più impensati. Adaora abbracciò il figlio, baciandolo fra i ricci neri: – Fai il bravo, mi raccomando. – Anche tu, mi raccomando – rispose Tom, ricambiando affettuosamente la stretta. Di solito non amava lasciarsi

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abbracciare e baciare in pubblico dalla mamma, era quasi un uomo, ormai! Ma quella era un’occasione speciale, alla presenza di una persona di cui ci si poteva fidare. Padre Cipriano non l’avrebbe mai preso in giro chiamandolo “bamboccio” o “cocco di mamma”. Iniziò così la prima settimana di vacanza al centro estivo. Il gruppo di Tom era composto di ragazzini come lui: avevano tutti una decina d’anni e in autunno avrebbero frequentato la quinta elementare in diverse sezioni della medesima scuola. L’animatrice del gruppo era Lia Corbella, una ragazza vivace e affettuosa, rotondetta e sorridente. Conosceva un sacco di giochi, non alzava mai la voce, ma sapeva farsi rispettare da tutti. In realtà conosceva quei ragazzini da tempo immemorabile, si poteva dire che li avesse visti nascere, e Tom era l’unico veramente “nuovo”. Lia dimostrò la sensibilità giusta per farlo sentire accolto e per coinvolgerlo subito nelle attività del gruppo. I ragazzini soprannominavano Lia “Tata Caciotta”, perché suo papà lavorava nel più grande caseificio della Val Favero; ogni tanto il padrone regalava ai dipendenti le formaggette che risultavano esteticamente difettose al termine del ciclo produttivo: Lia il giorno successivo ne portava alcune all’oratorio e le divideva fra i bambini, per merenda. Fu una settimana tutto sommato divertente: Tom riuscì a socializzare con parecchi ragazzini, nonostante la diffidenza iniziale di alcuni. “Davvero tua madre è negra?”; “Ho sentito dire che non hai mai conosciuto il tuo papà”; “Ma sai leggere e scrivere?”;

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“Tu mangi le stesse cose che mangiamo noi?”; “È vero che a casa tua non ci sono il telefono e la tivù?” Tom non era molto bravo a rispondere con gentilezza e diplomazia alle domande stupide; però si riscattava quando c’era da correre dietro a un pallone su un campo da calcetto o anche solo in un angolo del cortile. Anni e anni di corse, calci, scartaggi sui marciapiedi polverosi o sulle spiagge infinite della sua vecchia Sicilia non erano trascorsi invano. In quella prima settimana Adaora dovette lavorare qualche ora anche durante i pomeriggi, per smaltire l’arretrato enorme di biancheria da stirare e commissioni da sbrigare. Non che questo le dispiacesse: la signora Cordero non era una perla di simpatia, ma pagava bene e qualche ora di straordinario ben retribuito poteva dare ossigeno alle finanze non certo floride degli Obi. In effetti, non avevano molti risparmi da parte: i recenti viaggi in treno erano stati molto costosi e la nuova vita in appartamento comportava molte spese cui in precedenza non avevano mai dovuto far fronte. L’unico dispiacere di Adaora era lasciare Tom da solo per gran parte della giornata, proprio durante il periodo iniziale della sua nuova vita a Cassanico; ben presto però si rese conto che il ragazzino se la cavava benissimo anche senza la sua presenza costante. Un pomeriggio, uscendo da villa Cordero al termine del lavoro, se lo ritrovò in attesa davanti al cancello: – Tom, per l’amor del Cielo, che ci fai qui? – Sono venuto a prenderti. – E come hai fatto ad arrivare? – Come hai fatto tu. Quando è finito il centro estivo, ho preso il bus e sono venuto.

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– Sono contenta di vederti. Sei un ragazzino in gamba. – Lo so. Abbiamo fatto il torneo di calcetto e la mia squadra ha vinto. Io ho segnato quattro gol. Si avviarono insieme verso casa. Mezz’ora dopo, come ogni sera da quando erano a Cassanico, chiusero alle proprie spalle la porta del monolocale e Adaora diede due sonori giri di chiave. Era già diventato un rito: lo compivano in un silenzio quasi religioso, perché quel gesto rappresentava la loro conquistata autonomia familiare. Sprangare la porta era come chiudere fuori il mondo, con il suo carico di doveri, apprensioni, fatiche, incertezze. Adesso erano a casa. Nella loro casa. 6. Il nuovo maestro Nel pomeriggio di sabato 6 luglio Adaora accompagnò Tom a conoscere il suo futuro maestro. – Dobbiamo proprio pensare alla scuola già da adesso? Abbiamo ancora due mesi di vacanza... – chiese il ragazzino, mentre il bus scendeva lungo il versante meridionale della collina, sotto la sferza di un sole gagliardo. – Padre Cipriano ci tiene. Dice che questa chiacchierata ti aiuterà a inserirti meglio. – Io mi trovo già benissimo. Domani vado a fare il bagno nel fiume con Pipetto. Però, se fa piacere a voi... Quanta pazienza ci voleva con gli adulti! Il bus superò Villa Cordero e le altre case della zona residenziale, per tuffarsi nel verde della Val Favero: il maestro viveva in Frazione San Giovanni, una borgata rurale appena fuori città. Tom conosceva già quella zona, perché vi sorgeva la fattoria di Pipetto. Scesero alla fermata della Frazione e, seguendo le indica-

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zioni segnate da padre Cipriano su un foglietto, raggiunsero in pochi passi l’abitazione del maestro. Era una casetta indipendente, semplice e ben curata, circondata da un piccolo giardino; al centro del prato sorgeva un gazebo in tela bianca che regalava un’ombra piacevole a un paio di sedie in vimini. La targhetta sul cancello recava scritti i cognomi “Guerra” e “Ansaldi”. – Il maestro è Guerra, vero? – Sì. Ansaldi dev’essere la moglie. Il maestro è Guerra. – Peggio per lui – concluse Tom, pronto alla battaglia. A dispetto del cognome, l’uomo che venne ad aprire il portoncino non aveva nulla di bellicoso. Li accolse senza smancerie, ma con una gentilezza essenziale che piacque subito al ragazzino. – Buon giorno, signora Obi. – Buon giorno, signor maestro – rispose Adaora, abbassando lo sguardo. Quell’uomo alto, giovane, energico la metteva istintivamente in soggezione. – Ciao, Tom. Entrate, vi prego. Appena varcata la soglia, furono accolti dall’ombra fresca dell’ingresso. Davanti a loro una scala in pietra conduceva al piano superiore, mentre sulla destra si apriva un’ampia cucina arredata con mobili chiari. Seduta al tavolo, una donna dai lunghi capelli biondi stava pulendo una montagna di fagiolini. – Vi presento mia moglie Marta. La donna si alzò e strinse una mano di Adaora fra le sue: – Benvenuta, benvenuta davvero – disse. Il suo sorriso era sincero, contagioso: le illuminava tutto il viso e si trasmetteva agli occhi azzurri che ammiccavano attraverso gli occhiali dalla montatura dorata.

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– Grazie, signora. – Posso offrirvi qualcosa? Una bibita, un budino fresco... – No, grazie: siamo venuti per parlare del bambino... della scuola... Il maestro squadrò Tom da capo a piedi e il ragazzino fece altrettanto. Si studiavano l’un l’altro in silenzio, con espressione impassibile, in una sorta di preludio al duello tra pistoleri. Poi fu l’uomo a spezzare il silenzio: – Andiamo di là? – Di là dove? – In sala, così possiamo parlare un po’ a tu per tu. O preferisci che tua madre sia presente? – A me non serve – rispose Tom, prontissimo. Per chi l’aveva preso? Per un bambino mammone? Il maestro annuì, e numerose rughette gli si formarono agli angoli degli occhi, come raggi di un misterioso sorriso. – Suo figlio dev’essere un ragazzino davvero in gamba – disse Marta, quando il maestro e Tom si furono ritirati. – È il mio tutto – rispose Adaora, ricambiando il sorriso. – Anch’io ho un figlio, sa? È nato l’undici giugno – e così dicendo accennò a una carrozzina parcheggiata in un angolo tranquillo. Adaora si avvicinò al piccolo e osservò la testolina chiara abbandonata sul cuscino bianchissimo, nella quiete del sonno. Il ciuccio era rotolato lungo la guancia e la boccuccia semiaperta sembrava sorridere. – È bellissimo. E buonissimo. – Diciamo di sì: quando fa la nanna è molto tranquillo. Quando si sveglia... beh... – È normale.

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– L’altro giorno gli ho fatto il primo bagnetto. Sul manuale avevo letto che di solito i piccolissimi adorano fare il bagnetto, perché il tepore dell’acqua gli ricorda il calore del liquido amniotico. Evidentemente, Matteo non ha letto quel manuale! – Ha pianto? – chiese Adaora sorridendo. Era simpatica quella neomamma, non giovanissima ma traboccante di vivacità. – Una tragedia! Pianti, strilli, gemiti disperati... Un piccolo corpicino bagnato, disperso fra i flutti in una terrificante vaschetta! – A Tom piaceva molto, invece. Sgambettava e si godeva le mie carezze. Era un momento tutto per noi. Quando stavo con lui, mi sembrava di essere felice... Sul volto di Adaora passò un’ombra e Marta v’indovinò, pur senza conoscerne i dettagli, la storia nascosta di un dolore annidato in profondità e dilatato nel tempo. – Mi aiuterebbe a pulire i fagiolini? – chiese Marta, spezzando quel silenzio che stava caricandosi di ricordi cupi. – Volentieri – rispose Adaora, andando a lavarsi le mani. Le due donne sedettero al tavolo l’una di fianco all’altra e iniziarono a lavorare nel silenzio della grande cucina luminosa. Di tanto in tanto scambiavano qualche parola; era soprattutto Marta a raccontare piccole cose sulla sua vita di neomamma. Parlava sottovoce per non svegliare Matteo, sorrideva spesso e non faceva domande inopportune. Nel frattempo, Tom esplorava il salone di casa Guerra: osservava meravigliato l’enorme libreria, lunga quanto l’intera parete e alta fino al soffitto. Il maestro, in piedi di fianco a lui, attendeva senza fretta. – Minchia! Quanti libri avete? Centinaia di centinaia!

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– Ci piace molto leggere – rispose Italo, fingendo di non aver sentito la parolaccia. – Anche sua moglie è maestra? – Più o meno: insegna storia all’università. – A me piace storia. A Trapani avevo una maestra che quando spiegava, ti sembrava di vedere un film. – Mi piacerebbe se mi raccontassi qualcosa di lei. E di te. Italo Guerra andò a sedersi dietro il tavolo, che col tempo si era gradualmente trasformato in scrivania: un computer, tanti libri, alcuni quaderni, decine di fogli sparsi qua e là. Tom si accostò e a un cenno del maestro sedette davanti a lui. Adesso che erano l’uno di fronte all’altro, con quell’enorme scrivania in mezzo, il ragazzino si sentì un po’ più piccolo e un po’ meno sicuro di sé. L’uomo lo squadrava con occhi così fermi, e lo ascoltava con espressione così seria, che Tom si sentì improvvisamente inadeguato. Per fortuna, il maestro non gli faceva domande difficili; anzi, non lo interrogava su argomenti scolastici ed evitava di chiedergli particolari imbarazzanti. Era invece molto interessato a ciò che appassionava Tom: i giochi preferiti, le squadre di calcio, i cannoli siciliani, le gare di corsa lungo il muro della ferrovia. Chiacchierarono quasi un’ora, poi il ragazzino estrasse dallo zainetto un foglio protocollo e lo porse al maestro. – È un tema. La maestra mi disse di farlo come compito delle vacanze e poi di darlo a lei. – Grazie, Tom. Di che cosa parla? – È la mia vita – rispose il ragazzino con semplicità; poi precisò: – È la mia vita prima di questa vita. La domenica pomeriggio Tom e Pipetto andarono insieme al fiume e fecero il bagno: era una giornata caldissima,

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di quelle che fanno desiderare l’acqua fredda come il più intenso dei piaceri. La spiaggetta lungo il Favero era particolarmente affollata: comitive di adolescenti prendevano il sole in costume, gruppi di ragazzini giocavano in acqua sollevando spruzzi e risate. – Che ne dici? – chiese Pipetto, arrampicandosi su un masso e stendendovisi per asciugarsi al sole – Non è proprio come le spiagge della tua Sicilia, ma... – La Sicilia non è mia. E poi anche qui è bello, c’è tanto verde intorno. Da quel giorno i due presero a frequentarsi con una certa regolarità, nel pomeriggio. Tom, all’uscita dal centro estivo, raggiungeva Frazione San Giovanni e cercava Pipetto alla fattoria. Di solito lo trovava intento a svolgere qualche lavoretto, sotto la direzione del padre o del fratello maggiore; così si univa a lui e gli dava una mano. Un pomeriggio pulirono insieme la stalla, mentre le bestie erano al pascolo nei prati: lavorarono per quasi due ore, e ne uscirono sporchi e puzzolenti come due porcelli. Però si sentivano soddisfatti, perché sapevano di aver fatto un ottimo lavoro. Il fratello maggiore di Pipetto si congratulò con loro e ringraziò Tom offrendogli come ricompensa un cesto di pomodori appena raccolti. Fu l’inizio di una piacevole consuetudine: Tom svolgeva alcuni lavoretti e in cambio riceveva frutta o ortaggi da portare a casa. Verso sera anche Adaora raggiungeva Frazione San Giovanni per recuperare suo figlio. Spesso Tom all’arrivo della madre non aveva ancora terminato la sua attività con Pipetto; allora Adaora lo atten-

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deva nella piazzetta della frazione, seduta su una panchina all’ombra di un vecchio noce. Un giorno incontrò Marta, che stava spingendo la carrozzina lungo una strada secondaria: erano le ultime ore della giornata e l’aria estiva si stava facendo più fresca. – Buona sera, professoressa. – Buona sera, Adaora. Credo che Tom sia un po’ in ritardo, oggi: pochi minuti fa l’ho visto su un albero con Pipetto. Stavano ancora raccogliendo pesche, credo. – Non ho fretta. Sono contenta che Tom abbia un amico. – E lei come si trova? – Io ho Tom. – E il lavoro come va? Ha ingranato bene? - la incalzò. – È un lavoro – rispose Adaora senza sbilanciarsi, allargando le braccia; poi scosse la testa e soggiunse: – Sono stata fortunata a trovarlo. I signori Cordero sono un’ottima famiglia. – Certo non dev’essere facile ricominciare... – Ho ricominciato tante volte nella mia vita e ce l’ho sempre fatta. Io ho Tom. – Lei è una grande donna, Adaora – disse Marta con slancio, senza nascondere un sincero moto di ammirazione per quella giovane madre che non si era mai arresa di fronte a nulla. La donna dal volto d’ebano posò lo sguardo sulla donna dal volto di perla e sorrise. 7. Chiara e Luca – Ricordi quando abbiamo mangiato qui la prima volta? Chiara guardava intorno a sé l’ambiente ormai familiare: il bancone del pizzaiolo Lino, il forno che crepitava, le pareti rivestite in legno.

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– Un paio d’anni fa, ormai... – rispose Luca, addentando uno spicchio della sua quattro-stagioni. – Un anno e mezzo, per l’esattezza. Era il 10 gennaio, caro il mio smemorato! – Ma come fai a ricordare tutto così? – È una data importante. Era la prima volta che venivi a prendermi a scuola: quando ti ho visto davanti al liceo, mi ha presa il panico! – Addirittura? Ma non ero pericoloso... – Non volevo ammetterlo, ma ero già cotta persa di te. Ero strafelice di vederti, ma ero anche timidissima: se solo avessi potuto scappare! – Invece mi sei venuta incontro – Luca mimò un gesto teatrale – e io ti guardavo scendere la scalinata... Pensavo: “Cavoli quanto è carina!”. Graziosa lo era davvero, Chiara Ansaldi: un corpicino flessuoso e ben tornito, un viso ovale regolare nei lineamenti, i capelli castani sciolti sulle spalle, gli occhi nocciola sempre abitati da uno sguardo vivo e assetato di cose belle. – Anche il giorno della tua laurea siamo venuti a mangiare la pizza qui tutti insieme... – Era il 23 maggio: questa me la ricordo anch’io! C’erano il maestro Guerra e tua zia Marta, i colleghi della redazione, quella peste di tua sorella... – Povera Cecilia! – Chiara rise, pensando con simpatia a quel diavoletto biondo che la faceva continuamente arrabbiare, ma cui non poteva far a meno di volere un bene grande così. Poi per un attimo si rabbuiò. – Che periodo terribile! Tu che vinci il concorso per il master e te ne vai a Roma. Io disperata e sola... – Ci eri rimasta molto male, vero?.

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– Certo, ma era un’opportunità che non potevi perdere. Perché avresti dovuto rinunciare? Non ero mica la tua ragazza... – Eri la mia “amica speciale”: ti chiamavo così, ricordi? Luca sorrise, tese una mano sul tavolo e intrecciò le dita con quelle di lei. Chiara gli piaceva immensamente, gli piaceva da sempre; però Luca non si era mai sentito pronto per una storia seria, avvezzo com’era a compagnie femminili molto disponibili e poco impegnative. Aveva indovinato i sentimenti di Chiara e proprio per questo non se l’era sentita di illuderla, vincolarla a sé e poi inevitabilmente allontanarla dopo l’uso. La sua amica speciale desiderava e meritava un amore vero e Luca all’epoca non era la persona giusta per garantirglielo. L’anno trascorso a Roma in una grande multinazionale era stato per lui un periodo strano: era maturato molto, aveva avuto tempo per riflettere su che cosa volesse davvero dalla vita e la nostalgia di Chiara si era insinuata in lui come un tarlo quasi impercettibile. Aveva capito di non essere tagliato per fare il manager in giro per il mondo; desiderava tornare a Cassanico e mettersi in gioco sul serio nel rapporto con la sua amica speciale. Quando, nei primi giorni di maggio, Chiara aveva trascorso a Roma una breve vacanza con le sue amiche, Luca aveva finalmente capitolato. – Mi sei mancato tanto in tutti questi mesi – ammise Chiara. – Adesso però sono tornato. E stiamo recuperando alla grande il tempo perduto! In effetti, da quando Luca era tornato da Roma, i due trascorrevano molto tempo insieme. Chiara, che aveva da poco

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superato gli esami di maturità, era ormai in vacanza e così anche lui, che non aveva ancora iniziato il nuovo lavoro. Avevano trascorso intere giornate in riva al fiume; avevano fatto un’escursione panoramica in montagna e visitato una mostra a Revinasco; Chiara era persino riuscita a trascinarlo un paio di volte fino al centro commerciale per fare shopping, visto che era tempo di saldi. Insomma, da un paio di settimane non facevano altro che godersi la reciproca presenza e Chiara aveva la sensazione che la vita stesse finalmente dicendole: “Brava piccola, hai saputo aspettare e adesso io ti premio. Non ti sei arresa, nemmeno quando qualcuno ti prendeva in giro paragonandoti a una sfigata in attesa d’un principe azzurro che non sarebbe arrivato mai. Ed ecco che adesso io ti restituisco la gioia: Luca è tuo, ha rinunciato alla sua carriera per te, sta ricominciando tutto daccapo per te, trascorre ogni ora libera con te!”. – E adesso che c’è, piccola? Ti sei rabbuiata. – Sono solo un po’ triste: non ho nessuna voglia di partire, domani... – È il viaggio della maturità con le tue migliori amiche: aspettavi da tanto tempo questa vacanza, no? – Sì, certo... ma proprio ora che ti ho tutto per me, sono costretta a lasciarti per due settimane! – Domani io inizierò a lavorare. D’ora in poi avrò comunque meno tempo libero... Parti serena e divertiti con le tue amiche. La Sardegna vi piacerà. Terminata la cena, fecero una lunga passeggiata mano nella mano fino alla parte alta di Cassanico, dove il belvedere si affacciava sulla vallata. – È bellissimo qui – mormorò Chiara appoggiandosi al parapetto e abbracciando con lo sguardo la città illuminata, le

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sagome nere delle colline, le luci dei piccoli villaggi disseminati nella vallata. – Non è esattamente il Gianicolo, ma il panorama è molto suggestivo – ammise Luca. Chiara sorrise: il belvedere del Gianicolo era l’angolo romano in cui si erano scambiati il primo bacio, due mesi prima. Lasciò che Luca la stringesse a sé e dischiuse le labbra al contatto con quelle di lui. Era quasi mezzanotte quando si resero conto di quanto tempo fosse trascorso. – Adesso è meglio andare – disse Chiara, pensando che l’indomani mattina avrebbero dovuto svegliarsi entrambi presto: Luca per andare in ufficio, lei per mettersi in viaggio. – Certo – scherzò Luca – Prima che la carrozza ritorni zucca e i cavalli topini. – Scemo! – O prima che tuo padre venga a cercarci con un bel bastone nodoso e mi riempia di legnate! – Piantala. Non è poi così burbero come sembra. – Com’è che mi definiva, nei primi tempi? Cialtrone, buono a nulla, lazzarone. E che altro? – Ma non è vero! – Sì, invece. Lo sai che tua sorella quando dà il via libera alle parole annulla ogni filtro ed è capace di fare rivelazioni imbarazzanti... – D’accordo, papà non era molto contento nel vedermi così affascinata da te. Ma era perché mi voleva bene, cercava di proteggermi... – Ero così pericoloso? – Nella sua ottica sì: giramondo, studente fuoricorso, gior-

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nalista scalcagnato... Papà temeva che m’innamorassi di un uomo incapace di darmi stabilità, sicurezza... – E tu non avevi paura di questo? – Oh, no! Io non desideravo un uomo perfetto, io desideravo te! – Spero tanto di non deluderti, piccola – sospirò Luca, prendendola per mano con tenerezza. S’incamminarono nel silenzio limpido della serata estiva; i loro passi risuonavano sul selciato del centro storico, chiuso al traffico. Attraversarono la piazza, dominata dalla chiesa di San Francesco che pareva vegliare su di loro. Luca riaccompagnò Chiara fino a casa e la guardò mentre varcava la soglia, si girava ancora un attimo con gli occhi lucidi e poi si chiudeva alle spalle il portone. Provò per lei una tenerezza struggente e una profonda nostalgia pensando a quanto gli sarebbe mancata; ma nello stesso tempo sentì dentro una specie di sollievo, che non avrebbe mai voluto ammettere nemmeno a se stesso. Non aveva mai vissuto con alcuna ragazza un rapporto così intenso, esclusivo, totalizzante; forse qualche giorno di lontananza lo avrebbe aiutato a riappropriarsi di se stesso. Tornò sui propri passi, camminando lentamente con le mani in tasca e il naso per aria. Gli piaceva il profumo della notte. Raggiunse l’auto, mise in moto, percorse con calma la strada che conduceva verso la zona popolare. Via Donizetti era una tipica strada di periferia: palazzoni anonimi e talvolta fatiscenti, troppi lampioni fuori uso, alcune facce poco raccomandabili, rare aiuole su cui i cani avevano lasciato le proprie testimonianze. La gente delle zone alte evitava accuratamente di circolare da quelle parti di

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notte; ma Luca non aveva di che temere, viveva lì ormai da anni e tutti lo conoscevano. Lui era Penna Veloce, quello che aveva fatto il giornalista senza lasciarsi asservire da nessuno, quello che aveva vissuto in uno scantinato per un sacco di tempo e non se ne era mai lamentato, quello che veniva da una prestigiosa famiglia di imprenditori ma ne era stato espulso per manifesta infingardaggine. Insomma: in un certo qual modo, Luca era uno di loro. Varcò il portoncino e attraversò l’atrio ingombro di biciclette. Prima di salire le scale per raggiungere il suo nuovo alloggio al terzo piano, lanciò uno sguardo verso il basso. Pensò a Tom, il ragazzino che adesso abitava nel suo monolocale di un tempo. E pensò a Adaora, quella donna speciale che sembrava fragilissima a spaesata, ma in realtà possedeva in sé la forza di una tigre. 8. Bilanci precoci Marta aveva steso un plaid sul prato all’ombra del gazebo e vi aveva disseminato decine di pupazzetti colorati. Matteo, coricato sulla schiena, agitava allegramente le gambette e le braccine, giocando con l’aria tiepida del tardo pomeriggio. La mamma, seduta lì accanto, lo accarezzava e cantava per lui. – Disturbo, prof? – Luca, vieni avanti! Siediti qui al fresco con noi... Una profonda intesa legava Penna Veloce alla professoressa Marta Ansaldi, zia di Chiara e Cecilia: fin da quando, due anni prima, il giornalista aveva scritto un articolo su un libro che lei aveva appena pubblicato. Ne era scaturita una bella amicizia, fatta di chiacchierate sincere e momenti importanti condivisi insieme. – Ma quanto cresce il tuo nanetto! Che gli dai da mangia-

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re? – scherzò Luca sedendosi sul plaid accanto al bebè. – Sano latte di tetta! – scherzò Marta, portandosi una mano sul seno, turgido come non mai. – Ti vedo bene. La maternità ti dona davvero. – È un periodo faticosissimo, ma non potrei immaginare nulla di più bello per la mia vita. E tu come stai? Luca si strinse nelle spalle e raccolse le idee prima di rispondere. Sapeva che per Marta “come stai?” non era una frase di circostanza, ma una domanda vera, che esigeva una risposta senza infingimenti. – Mi sento un po’ a pezzi, per la verità. Sono uscito or ora dall’ufficio, ho terminato il mio primo giorno di lavoro alla Hexagon... – E sei già così stanco? Non ci sono più gli uomini di una volta! – Molto spiritosa... No, in realtà sono solo un po’ frastornato. Diciamo che non è esattamente come mi aspettavo. – E cioè? Anziché rispondere, il giovane si alzò rispettosamente in piedi: Italo aveva appena varcato la soglia del giardinetto e li stava raggiungendo. – Rimani comodo, Luca – disse il maestro. Poi si chinò su sua moglie e la baciò fra i capelli. – Penna Veloce stava raccontandoci la sua prima giornata di lavoro alla Hexagon – spiegò Marta. – Scusate, non volevo interrompervi. Preferite che vi lasci soli? – No, anzi! – rispose Luca, con slancio – Se lei rimanesse, ne sarei felice. Da molto tempo Italo rappresentava per il giovane una figura di riferimento importante: come un amico più grande, con cui confrontarsi soprattutto di fronte alle scelte più de-

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licate. Luca sapeva di dovergli molto: senza il suo incoraggiamento discreto ma vigoroso probabilmente non sarebbe mai riuscito a compiere certi passi fondamentali come la laurea, la riconciliazione con i genitori, il master e persino la recente decisione di tornare a Cassanico per intraprendere un nuovo cammino personale e professionale. – E allora, com’è andata? – La mattinata è iniziata bene: il direttore generale, che avevo già conosciuto durante i colloqui di selezione, mi ha accolto personalmente. Era contento di vedermi finalmente operativo, mi ha incoraggiato “ad affrontare questa esperienza con l’entusiasmo che mi contraddistingue”, mi ha ricordato che sono alla Hexagon per portarvi “la mentalità nuova che ho acquisito durante il master”... – Sembra una persona d’intelligenza aperta. – Infatti lo è. Solo che subito dopo mi ha fatto accompagnare in ufficio, dove ho conosciuto il mio responsabile diretto: un tipo vecchio stile, il classico capo del personale di una volta, rigido e ingrugnito. Ha immediatamente messo le cose in chiaro, dicendomi che devo “togliermi dalla testa le idee balzane imparate in quel diavolo di master” e capire fin da subito che “sono lì per lavorare sodo”. – Beh, per lo meno è stato esplicito. – Come no! Mi ha sbattuto sulla scrivania un contratto collettivo e mi ha ordinato di mettermi a leggere: “Ne avrai almeno per un paio di giorni”. Vi rendete conto? Gli ho risposto che veramente ero lì per lavorare, non per studiare, visto che di studio ne avevo già macinato a sufficienza. – Ahi! – gemette Marta, scherzosa ma non troppo. – Perché “ahi”? Dovevo stare zitto ed eseguire? Lei che ne pensa, maestro?

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– Vuoi saperlo davvero? – chiese Italo fissando i suoi profondi occhi scuri in quelli grigi del giovane. Luca chinò il capo e rimase in silenzio, guardando sovrappensiero le mani di Marta che accarezzavano ripetutamente i piedini nudi di Matteo; poi ammise: – D’accordo, non ho iniziato benissimo. Avrei fatto meglio a tenere la bocca chiusa, almeno il primo giorno. Però anche lui è proprio un troglodita! Non credo che veda di buon occhio i giovani e ho la sensazione di essergli antipatico. – Chissà... – disse Marta, pensierosa – Forse in fondo è così aggressivo perché ha un po’ paura di te; sa che piaci al direttore, porti in azienda aria nuova... insomma, sei un pericolo per lui, così legato ai suoi vecchi schemi. – In questo caso, temo che mi attenda una vita grama. Spero solo di aver fatto la scelta giusta. – Cioè? – Spero che non sia stato un errore lasciare la multinazionale dopo il master. Se avessi continuato con loro, avrei potuto crescere professionalmente, girare il mondo, lavorare in un ambiente che valorizza la leadership, la voglia di innovare, il coraggio di cambiare... Invece alla Hexagon... – Forse è un po’ presto per fare bilanci – disse Italo, con un tono deciso che suonava quasi come un rimprovero. – Già – ammise Luca, sia pure controvoglia. Il sopraggiungere del bus interruppe la loro conversazione: videro in lontananza Adaora scendere dalla corriera e avviarsi lungo la strada che conduceva a casa Guerra. Osservarono la sagoma scura che si avvicinava con il suo tipico passo ondeggiante e morbido. Luca le sorrise da lontano agitando un braccio.

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– La prego, entri – le disse Marta, quando la donna transitò davanti al cancello del giardino. Adaora esitò per un attimo, poi si fece avanti. Salutò tutti con educazione, s’inginocchiò sull’erba del prato, senza osare salire sul plaid, e si sporse verso Matteo per regalargli una carezza. – Tutto bene? – le chiese Marta, notando un’ombra di stanchezza sul suo viso. – Sì, signora, grazie. – Non è vero: hai una faccia orribile – disse Luca, esplicito come sempre. E le pose una mano su una spalla, con un breve gesto a metà fra una carezza e una pacca. Per fortuna di Adaora, il dialogo fu interrotto dal vociare di tre ragazzini in rapido avvicinamento. – Ciao, zia! – esclamò Cecilia, sventolando le braccia. – Ciao, Ceci! Ciao, ragazzi. Avete finito con le vostre scorribande, per oggi? Venite avanti! La piccola peste bionda irruppe saltellando e con un balzo da stambecco scavalcò il muretto di cinta. Pipetto e Tom preferirono fare il giro e passarono dal cancelletto. Tom raggiunse sua madre e le passò una mano nel groviglio nero dei capelli. Questo era da sempre il suo modo per salutarla, per riprendere il contatto con lei dopo ore di lontananza. Una manciata di minuti dopo, il piccolo Matteo iniziò ad agitarsi: si esibì in una serie di smorfie buffissime, prese a muovere convulsamente la boccuccia e alla fine proruppe in strilli da cento decibel. – Devo lasciarvi, ragazzi – disse Marta prendendo il bimbo fra le braccia e avviandosi verso la porta di casa – È ora della poppata.

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– Andiamo anche noi... – Adaora si alzò e Tom la seguì immediatamente. – Vi do un passaggio in macchina – propose Luca – Andiamo nella stessa direzione. I tre si congedarono, salirono in auto e si avviarono verso la zona popolare. Il sole stava per tuffarsi dietro le montagne e tingeva di rosso l’orizzonte. – Vi va se prendiamo tre pizze da asporto e andiamo a mangiarcele a casa? – propose Luca, svoltando verso Corso Italia. – Certo che ci va! Vero, mamma? – Conosco un pizzaiolo fantastico, da queste parti. Potete aspettarmi in macchina, se preferite: compro le pizze e torno subito. Penna Veloce abitava in un appartamentino ammobiliato perfetto per le sue esigenze: tinello con angolo cottura, camera da letto matrimoniale dotata di balconcino con vista su via Donizetti, bagno con box doccia, e cameretta adibita a studio. – Ti sei sistemato bene – disse Adaora, guardandosi intorno. – Per me è più che sufficiente – Luca appoggiò sul tavolo i cartoni delle pizze. – La mia preferita è la camera piccola! – esclamò Tom. Non aveva torto, perché era la stanza più luminosa della casa, e nonostante il disordine appariva accogliente e piena di vita: la scrivania ingombra di riviste, il cavalletto da pittore con un acquerello appena iniziato, la poltrona sommersa di cuscini colorati, e alle pareti tante locandine di film famosi. Divorarono le pizze con buon appetito, raccontandosi l’un

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l’altro la giornata appena trascorsa. – Il mio capo assomiglia a... a un tricheco! – scherzò Luca. – Un tricheco vecchio e cattivo! – rincarò Tom. – E la tua capa, Adaora? – Lei non... lei non... La signora Cordero non... – Dai, sii sincera! A chi somiglia? Non le diremo nulla, vero Tom? – Sarà il nostro segreto! – promise il ragazzino. E così la moglie del sindaco fu paragonata a una tartaruga per la rigidità della sua corazza, a un rospo per quel lieve accenno di doppio mento, a una vipera per la pericolosità del suo veleno. Risero fino alle lacrime e quella sera le loro fatiche quotidiane sembrarono davvero piccola cosa, in confronto con il sapore della pizza. E della vita. 9. Vorrei essere felice Chiara, Adriana, Marcella, Alessandra. Amiche fin dai tempi delle elementari, avevano condiviso i giochi dell’infanzia, i turbamenti dell’adolescenza ed erano ancora insieme: diciannovenni traboccanti di entusiasmo, con un esame di maturità appena superato e tutta una vita davanti. – Allora siete pronte, fannullone? – chiese Marcella, avvolgendo nel pareo il corpo snello e già dorato dal sole. – Infilo una maglietta e arrivo – rispose Chiara abbottonandosi i pantaloncini. – E non scordarti la crema, hai le spalle tutte rosse; finirai con lo spellare come una biscia – le ricordò Alessandra, lanciandole un tubetto di protezione trenta. Era la più responsabile della combriccola, Ale; tutte si mettevano d’impegno per far funzionare le cose, ma alla fin

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fine era sempre lei a tirare le fila e a garantire che non accadessero disastri. Adriana, una ragazza dai lunghi capelli rossi e ribelli come il fuoco, raggiunse le amiche sfoderando un sorriso a trentadue denti: – Eccomi ragazze! Possiamo andare! S’incamminarono lungo il vialetto polveroso che conduceva alla spiaggia; erano quasi le undici e il sole estivo arroventava ogni angolo dell’isola. La sabbia scottava, sarebbe stato impossibile camminare a piedi scalzi. Le quattro amiche appoggiarono le borse sotto l’ombrellone, si spogliarono e fecero immediatamente il bagno: l’acqua cristallina della Sardegna le rigenerò immediatamente e regalò loro una buona mezz’ora di spruzzi e nuotate. Chiara iniziava a sentirsi stanca: si allontanò di un paio di bracciate e con un piccolo slancio si rivoltò sulla schiena. Nella posizione del morto si rilassò e si lasciò cullare dalle onde leggere. Non era una brava nuotatrice, ma sapeva che in quel tratto di costa l’acqua si manteneva bassa per parecchi metri; inoltre il mare era calmo e le amiche sguazzavano a poca distanza. I suoni le giungevano ovattati; lanciò un ultimo sguardo allo straordinario cielo blu della Sardegna e socchiuse gli occhi. Se solo ci fosse stato Luca lì con lei, la sua felicità sarebbe stata completa. Luca! Chissà che cosa stava facendo in quel momento? Sicuramente era in ufficio, concentrato sul suo lavoro e vessato da un capo insopportabile. E i nuovi colleghi? C’era anche qualche impiegata giovane e carina fra loro? Avrebbe voluto chiederglielo per telefono, la sera prima; però non aveva osato fare la parte della fidanzata gelosa, e aveva tenuto nascosto dentro di sé il piccolo tarlo.

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Mentre Chiara ruminava questi pensieri cullata dalle onde, la giocosa confusione a poche bracciate da lei cresceva rapidamente: alcuni tipi chiassosi avevano raggiunto le ragazze e stavano scherzando con loro. Erano gli occupanti del bungalow accanto al loro: giovani, sportivi, simpatici. Per Marcella erano il principale punto d’interesse in quella vacanza; si dava un gran daffare per stringere rapporti di buon vicinato con loro, anche perché ne aveva adocchiati un paio che le piacevano molto. Persino Adriana si stava lasciando pian piano coinvolgere da quel gioco frizzante di spensieratezza; il che per Chiara aveva dell’inspiegabile: – Adri, ma come fai a cinguettare così con quei ragazzi? – Non è mica una cosa difficile, sai... Sono troppo forti! Basta lasciarsi andare e... – Questo lo capisco; però tu a Cassanico hai Corrado che ti aspetta. Non senti la sua mancanza? – Ma certo! La prima sera ho persino pianto di nostalgia! Corrado è il mio grande amore, sono due anni che vivo per lui. Però io adesso sono qui, in riva a questo mare, sotto questo cielo, insieme con queste persone... Non tolgo nulla a Corrado se mi godo la vacanza! – Adriana rideva e con lei ridevano i suoi occhi verdi da gatta. – Anch’io sto molto bene qui – ribatteva Chiara – Però è come se Luca fosse in qualche modo presente. Gli altri ragazzi sono carini, ma io non posso fare a meno di pensare a lui, di immaginarlo qui, di chiedermi che cosa penserebbe se mi vedesse in costume o se mi ascoltasse mentre parlo di quello che provo... – Troppo romantica, Chiara! Sei nata nel secolo sbagliato! – Che c’entra? Volere bene a una persona non è questione

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di epoche. E neppure desiderare un amore vero, un amore grande, un amore... un amore per sempre! – Auguri, dolce Chiara. Spero che il tuo Luca riesca a essere all’altezza di tutte le tue aspettative... Durante quella vacanza, un altro dei temi di conversazione per le quattro ragazze era la scelta di vita per il futuro. Ne parlavano spesso: in spiaggia mentre prendevano il sole, in pineta durante certe passeggiate preserali, in bungalow prima di addormentarsi. Marcella si era già iscritta alla facoltà di lingue straniere, seguendo la sete di nuovo che le ardeva dentro: desiderava viaggiare, conoscere altri paesi, vivere esperienze diverse; la vita di provincia nella quieta Cassanico era per lei come una gabbia insopportabile. Anche Alessandra aveva già fatto la sua scelta: in autunno avrebbe iniziato a frequentare la scuola per ostetriche. Quando vedeva una donna col pancione andava in brodo di giuggiole, e adorava i bambini, soprattutto quelli più piccoli. Persino durante quella vacanza trascorreva interi quarti d’ora a coccolare il bebè dei vicini d’ombrellone; Marcella, che invece preferiva “i bambini di vent’anni”, la prendeva immancabilmente in giro. Invece Adriana amava dire che aveva “scelto di non scegliere”; tutto ciò che desiderava nella vita, era rendersi autonoma al più presto e trascorrere più tempo possibile con il suo Corrado. Per questo aveva deciso di non proseguire gli studi: appena rientrata a Cassanico avrebbe iniziato a bombardare con domande d’impiego tutta la Val Favero e dintorni. In ultima analisi, Adriana la sua scelta l’aveva fatta eccome.

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Chiara restava l’unica con le idee ancora molto confuse. – Che cosa vorresti fare? – le chiese Alessandra un mattino, camminando al suo fianco sul bagnasciuga ancora deserto. Le due amiche amavano quelle passeggiate mattutine, quando il campeggio era ancora avvolto nel sonno, e sulla spiaggia regnava il silenzio. – Vorrei essere felice. Sono un’ingenua, vero? – Non credo proprio; mi sembra un desiderio legittimo. Solo un po’ vago, ecco... – Vorrei essere felice con Luca. Godermelo al mille per mille. A volte invidio un po’ Adriana e la sua scelta coraggiosa; forse sotto sotto vorrei fare come lei. – Sarebbe un peccato, però: sei sempre stata molto brava a scuola, hai dei talenti da non sciupare... – Senza contare che se lasciassi gli studi i miei potrebbero uccidermi! – Addirittura! – Alessandra rise, immaginando i signori Ansaldi imbufaliti fino all’inverosimile. – Non voglio deluderli. In fondo, finora sono sempre stata una figlia secondo i loro desideri: studiosa, responsabile, giudiziosa; li consolo di tutti i grattacapi che gli dà mia sorella. D’accordo, quando ho conosciuto Penna Veloce, si sono preoccupati parecchio... temevano perdessi la testa per un “lazzarone”; alla fine però hanno capito che Luca in fondo è un ragazzo in gamba. – E quindi? – Quindi, l’ultima cosa che papà e mamma si aspetterebbero da me sarebbe l’abbandono degli studi! Su Cecilia non possono farsi troppe illusioni, ma su di me contano molto. Hanno sempre fatto tanti sacrifici per noi! Si spaccano la schiena in negozio dal mattino alla sera per garantirci il me-

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glio di tutto. Come posso deluderli? – Sì, ti capisco. Anche per me è importante non dare dispiaceri ai miei genitori – ammise Alessandra – Nello stesso tempo, so che certe scelte sono soprattutto mie. – Per te è più facile, perché hai già le idee chiare. – Ne hai parlato con tua zia? Lei ti conosce bene e poi è una prof... – Ci ho provato, ma sai com’è fatta Marta: non dà mai consigli precisi, tende più a farti domande che a darti risposte. Mi ha detto solo: “Parti da te stessa, da ciò che desideri veramente e vedrai che capirai”. Le ragazze rientrarono dalla loro vacanza il 26 luglio: Cassanico le accolse con un tramonto spettacolare, di quelli che preludono a serate estive zeppe di stelle. Alla stazione trovarono ad attenderle due persone speciali: Luca, appena uscito dall’ufficio dopo un’estenuante giornata di lavoro, e Corrado, il ragazzo di Adriana. Appena approdata sulla banchina del binario, Chiara si gettò fra le braccia di Penna Veloce. Il giovane la strinse a sé, intenerito da quel gesto di fiducioso abbandono. 10. Avventure al centro estivo – Un attimo di attenzione, ragazzi! Dico a voi, della futura quinta: venite tutti qui per favore! – intimò l’animatrice Lia, con un tono deciso e allegro insieme. I ragazzi stavano giocando nel cortile grande, il “campone”, quello attrezzato con i canestri da basket e le porte da calcetto; al richiamo di Lia sciamarono verso di lei. – Voglio presentarvi una persona: si chiama Paola Bonvicino, ma per gli amici il suo nome è Bonnie.

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– Allora noi come la chiamiamo? – chiese un ragazzotto grassottello. Tutti risero a quella che nella loro percezione risultava essere una spassosa battuta di spirito. Lia ignorò l’interruzione e spiegò: – Paola è una mia compagna di scuola e le voglio molto bene. È appena tornata da una vacanza studio all’estero e ha accettato di darmi una mano qui al centro estivo. La nuova animatrice era una ragazza semplice; indossava una maglietta troppo larga per il suo corpicino esile e aveva raccolto in un elastico i capelli corvini. Al saluto dei ragazzi rispose con un sorriso breve ma sincero. – Raccontaci qualcosa di te – la incoraggiò Lia. – Beh, io... ho sedici anni, frequento il liceo classico e mi piace moltissimo leggere. Vivo a Cassanico da un anno, prima ero a Roma... – Si sente! – esclamò una ragazzina. – La mia famiglia ha cambiato parecchie città, papà è stato spesso trasferito per lavoro; adesso però contiamo di rimanere stabilmente a Cassanico. Mi piace vivere qui. – Che cosa sai fare di divertente? – chiese un ragazzino dall’espressione furbetta. Bonnie, colta impreparata, esitò qualche istante prima di rispondere. – Veramente, io... so fare delle cose, ma non so se sono divertenti o no. Per esempio, mi piace molto leggere; quindi conosco tante storie e so raccontarle. E poi so fare torte e cucinare dolci... Sono cose divertenti queste? – Ha anche una splendida voce – aggiunse Lia – L’ho sentita cantare e vi garantisco che è bravissima. Tom studiava la nuova animatrice con occhio critico, squadrandola con la giusta dose di diffidenza; tuttavia, per

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quanto si sforzasse di individuarne i difetti, non riusciva a desumerne un’impressione negativa. Quella brunetta dallo sguardo timido ma fermo gli piaceva; era come se in lei non ci fossero infingimenti, né sforzi per assicurarsi l’apprezzamento degli altri. “Sembra una tipa ok” pensò. La sua prima impressione fu confermata nei giorni successivi. Paola affiancava Lia nelle varie attività, ma lo faceva con uno stile tutto suo: meno effervescente, più essenziale. – Ciao, Tom! Che ci fai qui tutto solo? – gli chiese Bonnie un pomeriggio, notandolo seduto su una panca in un angolo del cortile, mentre tutti gli altri compagni giocavano a palla avvelenata. Gli sorrise, e si sedette accanto a lui. C’era ombra in quel punto del “campone”, si stava piacevolmente al fresco. – Me l’ha ordinato Lia. Per castigo, credo. O qualcosa del genere. – E come mai? – Perché ho detto minchia. A lei non piace. – Beh, non possiamo darle torto. Non è una bella parola. – Rocco la diceva sempre. – E chi era Rocco? – Era quello che faceva i lavoretti nella casa-famiglia. Quando si rompeva qualcosa o un rubinetto perdeva o si scrostava un muro o si bloccava la lavatrice, niente paura: chiamavamo Rocco. Era il tuttofare di nonna Rosa. – E chi era nonna Rosa? Tom raccontò. Con Paola si sentiva al sicuro: non aveva la chiacchiera facile, come certi tizi (e certe tizie, soprattutto) che anelavano a conoscere i fatti altrui per parlarne con tutti. Inoltre, il ragazzino percepiva in lei un interesse sincero;

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Bonnie ascoltava in silenzio, gli teneva incollato addosso lo sguardo serio dei suoi occhi nerissimi, di tanto in tanto annuiva con un breve cenno del capo. Lia li vide da lontano, capì e sorrise. Era nata un’amicizia. Bonnie possedeva molti pregi: aveva una straordinaria capacità di ascolto, aveva una pazienza incredibile con i ragazzi, ma soprattutto aveva un fratello tostissimo. Stefano – così si chiamava – era un giovane dotato di qualità che agli occhi di Tom valevano più di qualunque altra: era alto di statura e veloce nella corsa, deciso nell’approccio e socievole nelle relazioni. I suoi modi disinvolti – così diversi da quelli della sorella – catturarono subito l’attenzione dei ragazzi, quando Stefano si presentò al centro estivo con un amico. – Sei un nuovo animatore? – No, non saprei nemmeno da che parte iniziare. Non sono un frequentatore di questi posti, in realtà. Però gioco a basket nella Virtus Cassanico, e siccome quest’anno il centro estivo ha deciso di organizzare, oltre ai soliti laboratori, anche un corso di pallacanestro, mi è stato chiesto di dare una mano come istruttore. – Io lo so chi sei, una volta ti ho visto giocare al palazzetto dello sport di Revinasco! – Probabile. – Sei il più bravo di tutti! – Questo non è vero. Enrico è ancora più bravo di me – replicò Stefano, indicando con un cenno l’amico accanto a lui: un giovanottone biondo dai capelli cortissimi e dall’espressione simpatica. I due erano compagni di squadra nella Virtus Cassanico e grandi amici nella vita. – Sciocchezze – si schermì Enrico – In ogni caso, siamo a

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disposizione di chi sceglierà il minicorso di basket. – Tutto sommato l’idea non ci dispiace, sembrate ragazzi svegli – aggiunse Stefano. – Vi siamo molto grati – disse Lia, con uno dei suoi sorrisi luminosissimi. – Ringrazia mia sorella. A dire il vero, l’ultima cosa che io avrei voluto fare in queste settimane sarebbe stata proprio bazzicare un oratorio! – ammise Stefano, tra il serio e il faceto – È stata Paola a non darmi pace finché non le ho detto di sì. Che scassapalle, ragazzi! – Tutte le sorelle sono scassapalle – precisò un biondino con gli occhiali; e tutti risero. Rise anche Bonnie, che in quel momento provava una gioia strana cui non riusciva a dare una spiegazione. Forse era l’atmosfera spensierata che si respirava in quel “campone”, fra tanti ragazzini entusiasti. Forse era la soddisfazione per aver ottenuto la disponibilità di Stefano e, grazie a essa, la gratitudine di Lia. Forse era la presenza di Enrico, il primo ragazzo che avesse mai guardato con interesse e simpatia proprio lei, la ragazza impacciata e acerba che si sentiva sempre fuori posto. Il minicorso di basket iniziò il giorno successivo e Tom vi s’iscrisse con entusiasmo, insieme con molti maschi del gruppo. Stefano ed Enrico erano ottimi istruttori e divennero ben presto idoli per i ragazzini. Entrambi non tardarono a rendersi conto del talento di Tom: era dotato di fisico scattante e flessibile, capacità atletica, personalità competitiva, intelligenza acuta e buon colpo d’occhio. Dopo una settimana gli proposero di continuare a praticare quello sport: – Perché non t’iscrivi a basket alla Virtus, dopo l’estate? –

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gli chiese Stefano, in un assolato pomeriggio di fine luglio. – Mi piacerebbe un sacco. Costa tanto? Il giovane per un istante rimase interdetto; non avrebbe mai immaginato che per un ragazzino di dieci anni l’aspetto economico di una proposta potesse essere la prima delle preoccupazioni. Stefano non aveva mai avuto problemi di soldi; suo padre era direttore di banca nella filiale di Cassanico, e garantiva a tutta la famiglia un tenore di vita decisamente elevato. – No, non costa nulla – rispose – Per gli allievi della tua età c’è una convenzione con le scuole. – Allora sì! – esclamò Tom con un entusiasmo spontaneo che strappò a Stefano un sorriso. – Riparliamone a settembre. – Sarai tu il mio istruttore? – Sicuramente darò una mano, ma il titolare sarà Enrico: sta seguendo un corso per allenatori, hai visto com’è bravo... – Anche tu lo sei. – Grazie. Però io non posso garantire continuità, perché quest’anno avrò molti impegni. Ho deciso di tentare la carriera militare, e nei prossimi mesi ci saranno le selezioni per l’accademia... – Uau! L’avevo capito subito che sei un tipo in gamba! – esclamò Tom, sinceramente ammirato – E poi mi racconterai tutto, vero? – Sì, te lo prometto. In ogni caso, puoi venirmi a trovare quando vuoi: abito nella casa vicina a quella del tuo maestro. – Anche tua sorella abita lì? – Ovvio. Se un pomeriggio verrai a trovarci, sono sicuro che ti preparerà qualcosa di buono per merenda: è una pasticciera coi fiocchi.

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– Me l’hanno detto. E comunque non è vero che è una spaccapalle. A me piace. Intanto si avvicinava l’ultimo giorno di centro estivo. Gli animatori e i ragazzi erano indaffaratissimi a organizzare una grande festa, con uno spettacolo serale cui sarebbero stati invitati tutti i genitori. – Verrai a vedermi? – chiese Tom a Luca, cogliendolo di sorpresa una sera di fine luglio, al rientro dal lavoro. Penna Veloce si chiuse alle spalle il portone verde e vide il ragazzino in fondo all’atrio, seduto sul primo gradino della scala. – Ciao, Tom. Che ci fai lì accovacciato? Sei rimasto chiuso fuori? – No, la mamma è di sotto che sta cucinando. Io aspettavo te. – Come mai? – Te l’ho già detto: volevo chiederti se verrai a vedermi. – Eh? – Luca continuava a non capire – Dove? Cosa? – Verrai a vedermi venerdì sera, alla festa del centro estivo? Tutti i gruppi faranno uno spettacolo, o un saggio, o qualcosa del genere. Io e i miei amici faremo una dimostrazione di basket. E i genitori verranno a vederci. – D’accordo, ma io... Voglio dire: io non... Tom si alzò, gli andò incontro e gli si piantò davanti con le mani sui fianchi: – Gli altri ragazzini avranno il papà. Ne voglio uno anch’io. – Capisco – annuì Luca, più confuso che persuaso – La tua mamma verrà sicuramente, ma... – Appunto: io giocherò a basket. E il basket è una cosa da papà. Penna Veloce dovette superare il disagio e accettare l’invito.

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Fu una serata scoppiettante e chiassosa e la presenza di Luca passò sufficientemente inosservata. Adaora, silenziosa e composta, divorava con gli occhi suo figlio. La dimostrazione di basket ebbe molto successo e Tom diede il meglio di sé, fiero che ci fossero nel pubblico due spettatori speciali: la mamma più bella del mondo e l’amico più simile a un papà. 11. Ancora vacanze ANSALDI CASALINGHI E ARTICOLI REGALO CHIUSO PER FERIE DAL 4 AL 18 AGOSTO I genitori di Chiara e Cecilia possedevano da decenni un bel negozio nel centro storico di Cassanico. Si trattava di un’attività commerciale fiorente e impegnativa, che assorbiva gran parte del loro tempo e delle loro energie. Da parecchi anni gli Ansaldi non si concedevano una vera vacanza; spesso le brevi chiusure estive erano servite per svolgere lavori d’inventario o di ristrutturazione locali. In quella torrida estate del 1991, invece, l’intera famiglia avrebbe finalmente potuto godersi una vera vacanza: era stato scelto un grazioso residence in riviera, proprio a ridosso della spiaggia. – A Collealto Marittima noi ci riposeremo e voi vi divertirete – ripeteva mamma Ansaldi la vigilia della partenza, mentre ripiegava i vestiti da riporre in valigia. – Sarà un vero spasso... – grugnì Chiara, che per protesta non aveva ancora nemmeno iniziato a preparare il suo bagaglio. – Avevamo davvero bisogno di una vacanza! – esclamò papà Ansaldi e i suoi baffoni ondeggiarono per accompagnare un sorriso.

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– Io non ne ho nessun bisogno – puntualizzò Chiara – Sono tornata dieci giorni fa dalla Sardegna; che ci vado a fare di nuovo al mare? – Lo iodio fa bene alle vie aeree, lo sai. La salute non è mai troppa – sentenziò mamma Ansaldi, che la sapeva lunga perché leggeva sempre le rubriche benessere sulle riviste che trovava dal parrucchiere. – Non me ne importa un bel nulla delle vie aeree! – Chiara era esasperata. – Adesso basta, signorinella – tagliò corto il padre – Per una volta che la nostra famiglia può trascorrere un po’ di tempo riunita, sarebbe bene che tu la smettessi di fare storie! Chiara si morse un labbro, e ricacciò indietro le lacrime di rabbia che premevano prepotentemente per uscire. La verità era che le interessava sempre meno trascorrere tempo con la sua famiglia. Fino a un paio d’anni prima ogni ora con papà e mamma era un regalo per lei; anzi, durante l’infanzia e l’adolescenza aveva sofferto un po’ vedendo i genitori sempre molto impegnati nel lavoro. Negli ultimi tempi le cose erano cambiate parecchio: Chiara si sentiva donna, aveva diciannove anni ormai compiuti e un ragazzo meraviglioso. Il centro della sua vita non era più l’abbraccio rassicurante di papà e mamma, ma quello dirompente di Luca. Luca! Chiara si chiedeva come avrebbe potuto trascorrere altre due settimane lontano da lui. Non aveva fatto in tempo a tornare dalla Sardegna ed ecco doveva già ripartire. “Non esagerare – diceva a se stessa la parte razionale di lei – Sai bene che Luca in questo periodo lavora sempre fino a tardi, perché i colleghi più anziani sono in ferie e lui deve

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fare da tappabuchi per tutti. Non avreste comunque molto tempo per voi”. “Non dire scemenze! – replicava irritata la Chiara numero due – Potremmo comunque trascorrere insieme le serate, che in questa stagione sono la parte migliore della giornata”. Come se ciò non bastasse, dentro di lei lavorava alacremente il tarlo invisibile della gelosia: “Luca è sempre così spigliato, così socievole! Quanto impiegheranno le nuove colleghe a farci su un pensierino?”. “Se volessero dargli la caccia – spiegava la Chiara numero uno – lo farebbero anche se tu rimanessi a Cassanico” “Ma il pericolo non sono solo le colleghe. Per esempio: che ci fa sempre tra i piedi quella negra?”. “Luca te l’ha già spiegato: è una mamma che sta affrontando un cambiamento enorme, insieme con il suo bambino. Chi può, cerca di darle una mano. Mi sembra naturale”. “A me sembra naturale che questo ennesimo distacco scateni in me una gran rabbia. E poi Ferragosto è sempre così bello in Val Favero! Non so che darei per trascorrerlo qui con Luca...”. Invece, come da programma, la mattina seguente gli Ansaldi caricarono la macchina e partirono per la riviera. Ferragosto giunse rapido, dispiegando sulla vallata ore sfolgoranti di sole limpido. Chi non era in vacanza lontano dedicava la giornata ai festeggiamenti: alcune famiglie si radunavano nelle case, altre pranzavano al ristorante; altre ancora facevano pic-nic nei prati. Fu la prima volta in cui Adaora e Tom avvertirono la nostalgia per la casa-famiglia: nonna Rosa organizzava sempre qualcosa di bello per Ferragosto e si stava tutti in-

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sieme. Quest’anno sarebbero rimasti soli, loro due: e questo metteva tanta di malinconia. Tom percepì lo stato d’animo di sua madre e prese una decisione importante: salire da Luca per confidarsi con lui. – Qual buon vento? – chiese Penna Veloce aprendo la porta. – Posso entrare? – Ma certo, vieni avanti. Ti va una bibita? – Da quando Tom aveva preso l’abitudine di bazzicare casa sua, Luca teneva sempre in frigo qualche coca e qualche aranciata, perché le solite birre non erano certo adatte a un ragazzino. – No, grazie. Hai un minuto? – Tutto il tempo che vuoi. Qual è il problema? – Domani è Ferragosto. – Credo sia un problema diffuso – scherzò Luca; ma Tom non era in vena di spiritosaggini e si rabbuiò. – Mamma è un po’ triste. – Come mai? Dovrà lavorare anche domani? – No, questo no. Però penso abbia nostalgia di nonna Rosa e di tutti gli altri. Luca osservò il viso caffelatte di Tom e colse nel suo sguardo vivo una profondità inconsueta, come l’ombra di una malinconia troppo grande per un bambino. Non diede a se stesso il tempo di riflettere e di slancio propose: – Anch’io sarò solo, domani. Se volete, possiamo trascorrere il Ferragosto insieme. Andarono sulle rive del Favero, presso una spiaggetta che Luca conosceva bene. I pendii erano punteggiati di gruppi che allestivano i pic-nic: tavolini pieghevoli, bracieri per grigliate, enormi borse termiche. Adaora, Tom e Luca e non erano così organizzati: si limi-

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tarono a stendere un plaid su uno scampolo di prato, e a mettere all’ombra il sacchetto dei panini. Le bibite le collocarono al fresco tra i sassi del torrente, in un punto in cui l’acqua scorreva meno impetuosa. Chiacchierarono, scherzarono, presero il sole. Verso mezzogiorno, nel momento più caldo della giornata, Tom si tuffò nel Favero. Proprio in quel momento sopraggiunsero alcuni altri ragazzini e Tom fece subito amicizia con loro, anche perché ne conosceva già un paio: avevano frequentato insieme il centro estivo, fino a due settimane prima. Si divertirono a schizzarsi acqua l’uno con l’altro, fino a diventare lividi per il freddo. – Grazie per tutto questo – mormorò Adaora osservando suo figlio che sguazzava spensierato. – È piacevolissimo anche per me – ammise Luca, e tornò a distendersi sul plaid, stiracchiandosi pigramente. – Aggiungo un momento felice. – Aggiungi che? Dove? – No, niente. Ho una collezione immaginaria, raccolgo i momenti felici e li conservo nella memoria. Così quando sono triste ci ripenso e mi sento un po’ meglio. – Ne hai già raccolti tanti? – Parecchi, sì. – Me ne racconti qualcuno? – Uno è adesso. Gli altri non te li posso dire. La mia collezione è segreta. – E i momenti brutti? Raccogli anche quelli? – No, quelli me li porto dentro e basta. Vorrei solo dimenticarli, ma a volte mi capita persino di sognarli di notte. – Non pensi che parlandone con qualcuno potresti liberartene?

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– No – rispose Adaora, con un tono secco che non ammetteva repliche. E per essere certa che la conversazione finisse lì, si alzò di scatto e si tolse il prendisole: – Vado a farmi un bagno. Luca si sollevò a sedere e rimase a osservare la giovane donna che raggiungeva il torrente e s’immergeva nell’acqua fino a metà gamba. Indossava un vecchio bikini giallo limone, che spiccava sul nero della pelle ed evidenziava le forme perfette. Le gocce d’acqua brillavano come diamanti sul corpo liscio e tonico. Penna Veloce non riusciva a distogliere lo sguardo da Adaora, come prigioniero di un’attrazione fisica irrefrenabile. – Luca, non vieni anche tu a fare il bagno? – gli chiese Tom, invitandolo con un ampio gesto del braccio. – Meglio di sì – convenne il giovane. E si tuffò rapidamente nell’acqua freddissima. Terminato il bagno, si asciugarono al sole. Poi tirarono fuori i panini e pranzarono insieme. Adaora aveva preparato una torta alla frutta. – È deliziosa! – Nonna Rosa m’insegnò. Tom ne portò alcune fette ai suoi nuovi amici, che facevano pic-nic poche decine di metri più in là. Poco dopo i ragazzini contraccambiarono offrendo loro tre enormi fette di anguria freschissima. – Allora Tom, sei contento? – gli chiese Penna Veloce, affondando il viso nello spicchio di cocomero. – Minchia! – esclamò il ragazzino. Come dire che per lui quello era stato il più bel Ferragosto di tutta la vita. Gli Ansaldi tornarono dalla loro vacanza a Collealto Marittima un paio di giorni dopo Ferragosto, e la prima cosa

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che Chiara fece fu telefonare a Luca. Si rividero quella sera stessa, per una pizza da Lino. Chiara aveva l’impressione di essere stata via un secolo. Raccontò a Luca nei minimi dettagli tutto ciò che aveva fatto, detto, pensato in quei dodici giorni e costrinse lui a fare altrettanto. Penna Veloce stette al gioco e descrisse con dovizia di particolari le lunghe giornate di lavoro vissute in quel periodo: con un capo sempre più burbero, tanti colleghi beatamente in vacanza e no, nessuna collega carina nei dintorni. – E a Ferragosto? Sei andato a Revinasco dai tuoi genitori? – No, ero un po’ stanco. Sono rimasto a Cassanico. – Da solo? – Ho portato... ho portato Tom a fare il bagno nel Favero. Sai, quel ragazzino che ti dicevo... – Sì, il figlio della tua vicina negra. – Si chiama Adaora. – C’era anche lei a fare il bagno? – Sì, naturale. È la mamma di Tom – rispose Luca, cercando di dare alla sua voce un tono il più indifferente possibile. Ma nello stesso momento avvertì una specie di crampo allo stomaco e le tempie gli s’imperlarono di sudore. Tom trascorse quelle giornate di fine agosto per lo più in campagna con Pipetto e Cecilia. Stefano gli aveva prestato la sua bicicletta e il ragazzino ne era entusiasta: – Davvero posso tenerla fino alla fine delle vacanze? – Anche oltre, se vuoi. Io non la uso più da molto tempo. Talvolta si univa a loro anche Paola, che pur essendo ormai sedicenne amava ancora pedalare lungo le stradine sterrate della Val Favero. Facevano lunghissime escursioni, poi si

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fermavano a far merenda all’ombra di un albero e Bonnie raccontava loro qualche storia tratta dal suo inesauribile repertorio. Spesso si fermavano alla fattoria, per osservare i lavori agricoli nei campi e nei pascoli. Da qualche giorno Enrico lavorava proprio lì, assunto dal papà di Pipetto per la stagione estiva: era contento di quel piccolo impiego che gli consentiva di guadagnare qualche soldo e di mettere in pratica tante cose imparate durante gli studi di agraria. La cascina del papà di Pipetto non era certo un’azienda agricola di quelle grandi e moderne, per le quali Enrico si era a lungo preparato; però era una fattoria ben organizzata, in cui un giovane poteva iniziare a prendere confidenza con il mondo dell’agricoltura. E poi il papà di Pipetto era un uomo tosto: esigente, burbero a volte, severo con i giovani lavoranti come con i propri figli, ma anche semplice e paziente. Quando Enrico commetteva qualche sbaglio, non gli faceva mai mancare una solenne strigliata; nello stesso tempo era sempre pronto a spiegargli le regioni del rimprovero e ad aiutarlo nell’apprendimento. Anche se era molto indaffarato, Enrico apprezzava le visite dei ragazzi e soprattutto la presenza di Paola: quella ragazza esile gli piaceva da un po’. Quella vita all’aria aperta sembrava fatta apposta per Tom, che si sentiva davvero in vacanza, come mai gli era accaduto prima d’allora. Adaora osservava da lontano le giornate di suo figlio, sentendosi sempre più fiera di lui e sempre più grata a Dio.

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Il velo dorato  

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