Giovanni Giolitti

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PATRIZIO GRAVANO

Politico e statista in un’Italia interessata da rapide e contraddittorie trasformazioni Monterosi, Sala Consiliare, sabato 18 ottobre 2014



PATRIZIO GRAVANO

Giovanni Giolitti. Politico e statista in un’Italia interessata da rapide e contraddittorie trasformazioni

Note di inquadramento della figura dello statista piemontese elaborate in occasione dell’incontro organizzato dalla Sezione UNUCI di Monterosi – Tuscia Sud

(Monterosi, Sala Consiliare, sabato 18 ottobre 2014)

Aggiornamento del 30 luglio 2014

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“Il problema politico dell’umanità consiste nel mettere insieme tre elementi: l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale” John Maynard Keynes

“[…] dall’unità d’Italia ai primi anni Novanta del XX secolo è mancata qualsiasi possibilità di un’alternativa di governo non provocata da un crollo di regime o da una crisi organica del sistema politico” Massimo L. Salvadori

SOMMARIO: 0. Osservazione preliminare.- 1. Introduzione e inquadramento storico.- 2. L’azione di governo; 2.1. Il I Governo Giolitti; 2.2. Dalle spinte autoritarie alla nuova fase Zanardelli-Giolitti; 2.3. Il II Governo Giolitti tra riforme e il difficile rapporto con Turati; 2.4. L’avanzata cattolica e nazionalista alle elezioni del 1904; 2.5. La questione delle Ferrovie e la parentesi Fortis–Sonnino; 2.6. Il terzo governo Giolitti, ovvero il “lungo ministero”; 2.7. Una prova di senso della misura. La crisi balcanica del 1908; 2.8. La parentesi Sonnino–Luzzatti; 2.9. Giolitti per la IV volta Presidente del Consiglio (1911 – 1914). Il “grande ministero” e la spedizione in Libia.- 3. Il declino del “giolittismo” e il crepuscolo dello Stato liberale; 3.1. L’Europa e l’Italia verso il I conflitto mondiale. Dalla neutralità al ribaltamento dell’alleanza; 3.2. L’irreversibile crisi dello Stato liberale. Mussolini al potere.- 4. Giudizio sintetico su Giovanni Giolitti.- 5. Bibliografia essenziale.-

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0. Osservazione preliminare. Avendo avuto, dalla Presidenza della Sezione Unuci di Monterosi – Tuscia Sud, l’incarico di riferire brevemente, nell’ambito di una delle sempre pregevoli e stimolanti iniziative sociali che contraddistingue l’operato di quella Sezione, su Giovanni Giolitti ho ritenuto opportuno produrre questo elaborato che consta di una prima parte nella quale introduco il noto statista, contestualizzandolo nel delicato periodo storico che ne vide sviluppata l’azione politica, e riferendo, seppure a grandi linee, delle problematiche generali, ma anche del suo originale e non scontato modo di porsi innanzi alle trasformazioni che si stavano delineando, che caratterizzano quella interessante esperienza politica, tanto importante nella storia del nostro Paese. Nella successiva parte – la seconda – sono sceso più in dettaglio con riferimento alle varie esperienze governative del Giolitti, ricordando la valenza e il significato delle sue scelte. Ho proceduto riferendo anche delle invero meno importanti, quando non fattive, esperienze altrui. Ciò è comunque necessario e utile per comprendere appieno la plasticità del suo operare e l’assenza di valide politiche alternative. La successiva sezione – la terza - delinea le problematiche della successiva fase politica che, avviatasi con l’ascesa al potere del Salandra, si conclude con la crisi dello stato irreversibile liberale e con l’avvento al potere di Mussolini, che ne stravolgerà la cornice costituzionale. Ho quindi, per ragioni di sintesi, deciso di formulare un giudizio sintetico sullo statista piemontese. Spero di essere riuscito a centrare le ragioni del suo parziale fallimento, imputabile molto più a colpe altrui che a sue debolezze o a suoi limiti. Conclude questo elaborato, che sicuramente potrà contenere anche delle manchevolezze a me solo imputabili, una bibliografia davvero essenziale, dalla quale ho attinto a piene mani.

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1. Introduzione e inquadramento storico Giovanni Giolitti nacque a Mondovì il 27 ottobre 1842 da una solida famiglia ben impiantata nel tessuto sociale e produttivo locale e morì a Cavour il 17 luglio 1928, stroncato da una broncopolmonite. Fu più volte ministro e Presidente del Consiglio. Nella storia politica dell’Italia unita, la sua permanenza a capo del governo fu una delle più lunghe. Per il ruolo che egli assunse si è parlato, in relazione al periodo storico durante il quale esercitò la sua guida politica sull’Italia di “età giolittiana“, periodo per dirla con il Mola “tra le più felici e progressive della nostra storia.” Plastica, al riguardo, è la sintesi che ne fa Giovanni Spadolini per il quale “l’ascesa di Giolitti al potere, all’alba del nuovo secolo, adombrava la riconferma dei principi e dei criteri del liberalismo classico, del liberalismo aperto e dinamico del “connubio”, contro quelli che erano stati i tentativi della democrazia giacobina e autoritaria (...)”, realizzando, quindi, le condizioni per promuovere “ordinatamente l’immissione delle masse popolari nella comunità nazionale”. Una linea di discontinuità netta, quindi, rispetto alla linea crispina che aveva nel modello prussiano lo strumento della conservazione interna e dell’insensato avventurismo coloniale, pensato entro logiche di pericolosa alternazione dello

status quo. Giolitti sta a Cavour come Crispi sta non alla Sinistra mazziniana, quanto piuttosto ad una sua degenerazione. Egli è ritenuto uno dei politici liberali più efficacemente impegnati nell’estensione della base democratica del giovane Stato unitario, e nella modernizzazione economica, industriale e politico-culturale della società italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento. Non mancarono, come avremo modo di vedere, significative e fondate critiche al suo modo di esercitare il potere, specie nel Mezzogiorno d’Italia.

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Alcuni hanno al riguardo parlato di un “doppio volto di Giolitti” in riferimento alla sua condotta ministeriale e soprattutto in relazione al dualismo che caratterizzava il nostro paese dal punto di vista economico e sociale. Due Italie convivevano. Il Nord, in particolare quello occidentale, si caratterizzò infatti per un rapido progresso economico in senso industriale. Lo stesso Spadolini ci ricorda che l’età giolititana fu “un epoca di trasformazione e di passaggio” “che impose i suoi sacrifici e le sue rinunce”. Giolitti fu il portatore “di quei valori di una borghesia seria, responsabile e costruttiva” che – di fatto – costituiva “l’unica efficace alternativa al prevalere delle ideologie irrazionalistiche, fideistiche o mitologiche che travolgevano con se le fortune” risorgimentali. Fu forse più avanzato degli uomini della Destra storica. Non avrebbe mai confuso “fra

patriottismo

e

dannunzianesimo”,

fra

conservazione

democratica

e

sovversivismo reazionario”. Argomentando il saggio di Spadolini si può desumere che fosse il Salandra, avversario del Giolitti, il più vicino alla Destra storica. Ma egli, francamente, mi pare una copia mal riuscita di essa. Un’età,

quella

giolittiana,

caratterizzata

da

ampie

trasformazioni,

anche

economiche, ma a “macchia di leopardo”. Già dalla lettura del saggio del Castronovo, indicato in bibliografia, emerge nettamente la traiettoria italiana dello sviluppo economico caratterizzato da condizioni di arretratezza e di dualismo tra Nord e Sud, da una perdurante depressione legata a logiche protezionistiche, peraltro parzialmente utili, quanto meno a limitare i danni, e di vera e propria “guerra commerciale” con la Francia, essendo presente un sistema bancario in attesa di essere ampiamente riformato. Uno scenario complessivo quantomeno inadatto a favorire la crescita e lo sviluppo.

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È pur vero che una nuova congiuntura mondiale fu una condizione importante affinché il Paese si sollevasse dall’empasse nella quale era finito. Ricorda il Castronovo che “l’aggancio con il treno della ripresa fu dovuto agli effetti indotti da nuovi input come l’urbanizzazione, una maggiore produttività dell’agricoltura, la disponibilità di nuove fonti energetiche, le politiche di risanamento

finanziario

e

di

intervento

pubblico,

la

formazione

di

una

imprenditorialità che solo in parte aveva visto la luce nel passato”. L’urbanesimo, e i conseguenti piani di sviluppo urbano e di riassetto, fu un innegabile incentivo allo sviluppo (in questo senso Castronovo), nonostante i problemi di natura sociale inevitabilmente correlati. Un contesto di maggior ordine interno è anche legato al consolidarsi dei flussi migratori che – come ricorda il Castronovo – “oltre a funzionare da valvola di sfogo della crescente eccedenza di popolazione e delle tensioni sociali, contribuì in misura allo sviluppo dell’economia italiana, agendo come una sorta di “arma segreta” della nostra industrializzazione”. Infatti, circa metà della parte attiva della bilancia dei pagamenti era costituita dalle cosiddette “rimesse” con le quali si saldavano le importazioni di materia prime. Ma gli immigrati creavano dei “mercati locali” per le merci italiane nei paesi di destinazione favorendo, per questa via, l’export, specie nel settore alimentare e in quello tessile. L’industria elettrica (il cui affermarsi e consolidarsi, unitamente al perfezionamento delle linee elettriche, avvenuto con cospicui investimenti finanziari, è ritenuto elemento essenziale, parzialmente soppiantando l’impiego del carbone fossile, dello sviluppo industriale, costituendo una sorta di “moltiplicatore dello sviluppo”, rendendo pure possibile una ottimale ubicazione degli opifici), siderurgica e meccanica

si

svilupparono

rapidamente,

industriale” (Genova – Torino - Milano).

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specie

nel

cosiddetto

“triangolo


Il capitale finanziario e bancario della “banca mista” e – come ricorda il Castronovo – “una schiera di imprenditori autoctoni, provenienti spesso dalla borghesia rurale o dall’aristocrazia, che nell’industria videro la possibilità di investire proficuamente parte delle loro rendite” furono essenziali, rifuggendo da forme di “nazionalismo giacobino” ma anche di “solidarismo paternalistico”, per il decollo industriale del Nord ovest. Erano imprenditori non protetti dal protezionismo statalista! e operavano - come ricorda il Castronovo – “in sintonia con le più recenti acquisizioni tecnologiche, dell’automobile e della gomma, della chimica di base e del cemento, dell’elettricità e della meccanica di precisione”. Tale positiva dinamica evolutiva non fu “tuttavia esente da ritardi, insufficienze e sfasature”, poiché il nostro paese ridusse il gap con gli altri paesi industrializzati ma non completamente. Certo è che, comunque, pure essi trassero beneficio dalla protezione tariffaria dell’industria pesante (giustificata in termini sostanzialmente assoluti dalla teoria economica). Non meno importanti furono gli sviluppi rapidi dell’industria automobilistica (Fiat e Alfa Romeo) e del tessile (quale è il caso dei Visconti di Modrone, nella provincia lombarda), in particolare del cotone. L’Italia del Nord si avviava, quindi, a diventare, seppure non senza contraddizioni e problemi collaterali, una realtà industriale, competitiva con le realtà europee più avanzate. Il nuovo corso politico, inauguratosi con lo Zanardelli, creò le precondizioni per la crescita, che avvenne con i macroscopici limiti più sopra ricordati, ma con Giolitti si andò oltre. Certo egli fu aiutato dalla congiuntura internazionale che consentì allo Stato di chiudere – almeno fino al 1909 – il proprio bilancio in pareggio. Una sintesi, credo unanimemente condivisibile, è quella riportata dal Castronovo per il quale “Lo Stato, seppur svolse un ruolo importante con varie misure di

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intervento o di sostegno, non fu (…) il protagonista per eccellenza, (…) dello sviluppo economico italiano profilatosi all’inizio del secolo”. Non è possibile dettagliare ulteriormente ma a mo’ di conclusioni si può affermare (Castronovo) che “senza l’assistenza dello stato (…) l’Italia avrebbe mancato l’ultimo appuntamento decisivo con l’industrializzazione”, ma, in ogni caso, devono essere segnalati “gli oneri sempre più pesanti che il protezionismo e le sovvenzioni comportavano (…)”. Si è parlato di un “doppio volto di Giolitti che, in effetti, fu il fondamento del suo fallimento parziale. La causa sostanziale del parziale fallimento di Giolitti sta, come ricorda il Salvadori, infatti “il ceto politico giolittiano, e più in generale liberale, restò invece profondamente legato per un verso, e in primo luogo, all’alleanza politica ed economico-sociale con il retrivo ceto agrario meridionale e per l’altro ad una concezione notabiliare e quindi sostanzialmente premoderna dell’organizzazione politica”. L’altra “faccia della medaglia” era però costituita dal Sud dell’Italia non toccato minimamente (salvo Bagnoli e qualche altra modesta entità) dallo sviluppo in senso industriale. Infrastrutture inadeguate costituivano un ostacolo insormontabile alla svolta industriale condannando quelle lande ad una secolare arretratezza materiale. L’agricoltura del Sud era antiquata, praticamente sussistenziale. Ciò – come ricorda il Castronovo – è dovuto alla “sopravvivenza di antiquati metodi di conduzione agricola” e agli “squilibri tra i vari territori”. La situazione agricola del Nord era ben altra e si caratterizzava per un netto miglioramento della performance in termini di produttività. Ovvie ragioni di spazio non consentono di dettagliare ma è possibile ricordare che (Castronovo) “furono le imprese a conduzione capitalistica della Val Padana, o comunque le aziende fondate

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sull’associazione tra cerealicoltura e allevamento (…) a trainare lo sviluppo dell’agricoltura (…).” In ripresa pure la produzione del riso. Ricorda lo storico dell’economia che “l’agricoltura conobbe tra il 1897 e il 1913, (...) uno dei più forti ritmi di espansione di tutta la storia postunitaria” ciò innescando “una serie di effetti indotti di notevole portata sia per la bilancia commerciale sia per il processo di industrializzazione”. Per il settore zootecnico si ebbe un attivo commerciale e nel complesso la bilancia agroalimentare era in sostanziale pareggio. Per il Mezzogiorno però la soluzione non poteva che essere rappresentata, ancora una volta, dalla valvola di sfogo dell’immigrazione transcontinentale, di cui, peraltro, ho descritto più sopra i benefici effetti, almeno in termini economici. Le stesse trasformazioni in senso industriale di parte del Nord del paese portavano, come già accennato, con se grandi mutamenti e innovazioni ma ponevano delicati problemi di natura sociale. La concentrazione delle masse operaie nelle industrie in condizioni a volte inumane e con redditi da lavoro dipendente al limite della pura sussistenza rendeva tumultuosi i comportamenti del proletariato e del sottoproletariato disoccupato. Al Sud il clientelismo era dominate. E tale circostanza è ben riportata dal Castronovo che non manca di ricordare che “Gaetano Salvemini e gli altri meridionalisti andavano ripetendo in quegli anni che il nodo cruciale da sciogliere era costituito dalla sopravvivenza nel Sud di una mentalità conservatrice e misoneista, di cui si avvalevano tanto le consorterie locali per i loro giochi di potere e le collusioni fra politica e affarismo, quanto alcuni esponenti di governo per mantenere in piedi un sistema di clientele utilizzabile per operazioni trasformiste”.

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Illusoria fu – non poteva essere altrimenti – nel Sud la “convinzione che l’avventura coloniale fosse, se non l’unica, la principale via d’uscita delle difficoltà in cui si dibattevano le regioni del Sud” (Castronovo). Nord e Sud erano due realtà non coordinate né coordinabili economicamente, ognuna delle due parti del paese procedeva, per così dire, su binari paralleli. A fronte di queste due Italie Giolitti attuò due politiche distinte. Una per il Nord ed una per il Sud. Dopo gli studi ginnasiali e una laurea in giurisprudenza all’Università degli Studi di Torino ( all’età di 19 anni) fu avviato all’attività politica da uno degli zii che era stato deputato nel 1848 e che manteneva stretti rapporti d’amicizia e politici con Michelangelo Castelli, stretto collaboratore del Conte di Cavour. Il Giolitti, fu insensibile al “grido di dolore“ che pure aveva spinto molti suoi compagni di studi ad arruolarsi per combattere nella Seconda guerra d’indipendenza. Egli era quindi fondamentalmente privo di un “passato militante” nel Risorgimento ancorché, fin dalla gioventù, lo si possa comunque considerare portatore di idee liberali moderate. Nel 1862 iniziò a lavorare al Ministero di Grazia, giustizia e culti. Nel 1869 passò al Ministero delle Finanze, con la qualifica di caposezione, collaborando con diversi ministri della Destra storica, tra cui Quintino Sella e Marco Minghetti. In quella occasione contribuì, tra l’altro, al riordino tributario finalizzato al raggiungimento del “sofferto” (specie dai ceti più umili!) pareggio di bilancio. La sua carriera di commis d’État continuò nel 1877 con la nomina alla Corte dei conti. Nel 1882 entrò al Consiglio di Stato. Non fu mai massone e la sua unica “obbedienza” era lo Stato. Sempre nel 1882 si candidò a deputato, venendo eletto.

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Nel 1886 si oppose agli “eccessi di spesa” del governo Depretis sostenendo la linea de “la più stretta economia nelle pubbliche spese”. Non esitò nella moderazione sottolineando l’esigenza di non “lasciarsi trascinare nelle spese militari al di là di quel che è necessario per difendere la integrità e la dignità del Paese”. Nel 1889 fu nominato Ministro del Tesoro nel secondo governo Crispi, assumendo in seguito anche l’interim delle Finanze. Nel 1890 tuttavia si dimise, per una questione legata al bilancio ma anche a causa di un generale disaccordo sulla politica coloniale intrapresa da Crispi. Ed ecco quanto, al riguardo, ci ricorda Giovanni Spadolini. Scrive lo storico fiorentino: “le dimissioni da Ministro del tesoro nel ‘90, per non aver voluto ratificare un aumento del bilancio dei Lavori pubblici deciso contro il suo parere, dimostrano già l’energia dell’uomo, la sua assoluta intransigenza nel servire fino in fondo la causa cui si era votato e che era, nel caso specifico, la difesa della moneta, simbolo dell’unità nazionale, estrema garanzia dell’equilibrio sociale”. Ma certo, il “fossato” che lo divideva dal Crispi era nettissimo, rasentando antitesi. Scrive ancora Giovanni Spadolini: “La sua avversione alle spese militari e alle prime imprese africane anticipava quella che sarebbe stata la sua politica estera, la sua linea di “triplicismo” moderato e prudente in vista di riprendere i contatti con la Francia e di salvaguardare le ragioni fondamentali dell’equilibrio europeo”. Nel 1891 si pronunciò per una riforma delle imposte per portarle da proporzionali a progressive. Questo rimarrà, come avremo modo di vedere, uno dei cardini del pensiero fiscale dello statista piemontese. Nel 1892, caduto il primo governo di Rudinì, che pure appoggiava, ricevette dal Re, Umberto I, l’incarico di formare il nuovo governo.

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2. L’azione di governo. Come detto Giolitti fu più volte ministro e Presidente del Consiglio. È, ora, bene ricordare la sua attività di Presidente del Consiglio. A una breve ma utile prima esperienza governativa, seguì un periodo di astinenza ministeriale, e quindi, dopo la crisi di fine secolo, seguita alla definitiva crisi del “crispismo”, l’avvio di una nuova fase politica con Zanardelli e poi con il Giolitti impegnato in prima persona nel ruolo di capo del governo. Scendiamo ora nei dettagli.

2.1 Il I Governo Giolitti L’inizio dell’avventura giolittiana come primo ministro coincise sostanzialmente con la prima vera disfatta del governo di Crispi, messo in minoranza nel febbraio del 1891 su una proposta di legge di inasprimento fiscale. Dopo Crispi, e dopo una breve parentesi (6 febbraio 1891 - 15 maggio 1892) durante la quale il paese fu affidato al governo liberal-conservatore del marchese di Rudinì, il 15 maggio 1892 fu nominato Primo Ministro Giovanni Giolitti, allora ancora facente parte del gruppo crispino. In realtà Giolitti si era allontanato da Crispi soprattutto per la pratica del trasformismo e per la politica finanziaria. In quel periodo egli si era reso conto che: “Il governo rappresentativo non può procedere regolarmente senza partiti organizzati con programmi chiari e precisi. Mancando

questa

condizione,

il

governo

è

costretto

ad

appoggiarsi

successivamente a mutevoli maggioranze, le quali non si possono tenere riunite se non in nome di interessi speciali e locali”. Fu costretto alle dimissioni dopo poco più di un anno, il 15 dicembre 1893. Fu messo in evidente difficoltà dallo scandalo della Banca Romana che evidenziò in modo inequivocabile la prassi consolidata, fra politica e mondo della finanza, fatta di relazioni di mutuo interesse trasversali rispetto agli schieramenti politici.

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In relazione a tale vicenda il Giolitti, prima di essere costretto alle dimissioni dall’incalzare degli eventi, pose mano al riordino del sistema bancario, screditato agli occhi dell’opinione pubblica. È utile ricordare che con la legge n. 449 del 10 agosto 1893 sorse la Banca d’Italia, che solo nel 1926 acquisì il monopolio dell’emissione di moneta. Ricorda, all’uopo, il Castronovo, che “le premesse del riassetto sia dei conti dello Stato sia delle istituzioni bancarie erano state poste (...) allorché, dopo la caduta della Banca romana, le autorità governative provvidero ad una parziale unificazione delle banche di emissione (...) e stabilirono nuove norme per garantire un sistema efficace di controllo della circolazione monetaria”. Quanto agli aspetti squisitamente processuali penali della vicenda giova ricordare che l’ex Governatore della Banca romana, Bernardo Tanlongo, dal carcere, affermò di aver dato cospicue somme anche a diversi politici di alto livello quali il Giolitti e il Crispi. Giolitti, in risposta ad alcuni atti di sindacato ispettivo, negò di aver ricevuto denaro dalla Banca. Il processo penale che ne seguì (1894) si concluse con l’assoluzione degli imputati. Nella sentenza si può leggere che vennero sottratti documenti utili all’accertamento dei fatti e delle conseguenti responsabilità. Nessun politico fu condannato. Inviso ai grandi industriali e proprietari terrieri per il suo rifiuto di reprimere con la forza le proteste che attraversavano estesamente il paese (v. Fasci siciliani) e per le voci su una possibile introduzione di una imposta progressiva sul reddito Giolitti, attaccato pesantemente in relazione alla gravissima questione della Banca romana, dovette temporaneamente ritirarsi dalla vita politica. Già dalla sua prima esperienza ministeriale la strategia giolittiana appariva nettamente

diversa

da

quella

Crispina

antisocialista, decisamente colonialista).

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(tutta

nazionalista,

anticlericale,


Rifuggendo dal modello prussiano tanto caro al Crispi, il Giolitti era fautore delle esigenze riformiste, rifuggiva dal velleitarismo coloniale e dal militarismo esasperato ed era incline ad una certa mitezza dell’obbligazione tributaria. Rifuggì dalla grettezza di una opzione puramente repressiva come testimonia la vicenda dei “fasci siciliani”, evitando per questa via la pericolosa semplificazione crispina opposizioni = antistato. Prima dell’esperienza giolittiana l’alternativa era, come ben argomenta il Salvadori, secca: trasformismo versus autoritarismo.

2.2 Dalle spinte autoritarie alla nuova fase Zanardelli-Giolitti Giolitti non ebbe incarichi di governo per i successivi sette anni, durante i quali la figura principale della politica italiana continuò ad essere Francesco Crispi, che, come abbiamo visto in occasione della pregevole iniziativa dello scorso anno, condusse una politica estera aggressiva e colonialista. A Crispi, “caduto in disgrazia” a seguito della disastrosa sconfitta di Adua, succedettero alcuni governi assolutamente inadatti a gestire, ma prima ancora forse incapaci di comprendere, le trasformazioni sociali in atto, aventi, come “effetti collaterali” numerose proteste operaie e agitazioni sindacali. Il 4 febbraio 1901 un suo discorso alla Camera, Giolitti contribuì alla caduta del Governo Saracco allora in carica, che aveva, tra i suoi ultimi atti, ordinato lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova. La Corona si convinse che era il momento di cambiare pagina. Egli entrò quindi in posizione preminente nel Governo presieduto da Giuseppe Zanardelli (che dal 15 febbraio 1901 rimase in carica fino al 3 novembre 1903).

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Giolitti ebbe una notevole influenza all’interno del Gabinetto anche a causa dell’avanzata età del Presidente del consiglio. Giolitti era titolare di un ministero chiave, quale è quello dell’Interno. Il periodo nel quale rimase in carica il Governo Zanardelli si caratterizza per lo svilupparsi delle ampie mobilitazioni popolari che seguono allo sciopero dei Genova del dicembre 1900. Si stava, infatti, sviluppando un movimento di lotta e di protesta aperto alla partecipazione attiva di ampi strati di popolazione operaia e contadina, a volte neppure organizzata. Consapevolezza di classe ma anche frizioni e punti di vista diversi che sono ben cristallizzati dalla storia del Partito socialista italiano, sempre scosso dalle lotte tra l’anima massimalista e le correnti riformiste, più realiste e più possibiliste ad un dialogo con la classe politica e dirigente di matrice liberale. Viene riconosciuto a Giovanni Giolitti di aver saputo cogliere le potenzialità e l’importanza di questo dibattito. La corrente riformista, che organizza le leghe operaie e contadine, ritiene che sia da privilegiare il rafforzamento e la costruzione del partito e del sindacato, prima di lanciarsi in mobilitazioni al di là della portata di direzione dell’apparato. Il punto di vista dei socialisti moderati era chiaro: se il governo era controllato da liberali

che

decidevano

di

non

interferire

con

il

progredire

di

questa

organizzazione, tanto meglio. I socialisti avrebbero discusso con questo esecutivo. Sarà questa la linea propugnata da Filippo Turati a partire dal 1901, che definirà questa politica con il nome significativo di “ministerialismo“. In effetti, la classe politica liberale di fronte alla crisi di fine secolo elaborò due distinte strategie. Lo ricorda bene Massimo L. Salvadori per il quale “il confrontoscontro di strategie politiche” era “destinato a rimanere – quanto alle possibili forme di governo – circoscritto all’ambito delle diverse tendenze della classe dirigente, restando impensabile un qualsiasi sbocco diverso”.

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La linea Zanardelli-Giolitti era in contrasto con la linea reazionaria, espressa in

primis dal Gen. Pelloux, “ma costituiva una alternativa di strategia interna alla classe dirigente e non già l’apertura anche alla sola ipotesi di un’alternativa di governo ad opera delle forze fondamentali dell’opposizione parlamentare e popolare”. Il Ghisalberti delinea la cornice entro la quale il Giolitti dovrà muoversi, osservando che “al lento ma costante mutamento del modo di essere della società (...) non era corrisposto l’adeguamento delle strutture organizzative dello Stato.” causa della sua “incapacità a comprendere e a far fronte alle esigenze popolari e a raccogliere le aspirazioni della maggior parte della popolazione” come dimostrato dalle tensioni di fine secolo, culminate nel regicidio di Monza. Le classi subalterne erano de facto “escluse tuttora dalla vita delle istituzioni”. Reputo utile citare ancora il Ghisalberti per il quale “l’isolamento politico nel quale lo Stato le aveva lasciate (...) a giudizio di Giolitti, era di una pericolosità estrema in quanto contribuiva a creare intorno alle istituzioni liberali e costituzionali quel clima di assedio che prima o poi ne avrebbe determinato la caduta”. La conseguenza era inevitabile. Infatti, “egli riteneva indispensabile la rottura di quello stato di cose, per rendere partecipi alla vita dello Stato e delle sue istituzioni, con un saggio ed attivo riformismo, quelle forze e quei ceti senza i quali il regime avrebbe fatalmente cessato di esistere”. Bisognava, in estrema sintesi, far sopravvivere gli ordinamenti liberali, ma – come scrive il Ghisalberti – “sottovalutando lo sforzo per rendere le loro strutture più consone alle esigenze della collettività nazionale”. Il tutto si doveva realizzare “nell’interesse

delle

classi

subalterne,

originariamente

partecipazione alla gestione della cosa pubblica”.

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escluse

da

ogni


2.3 Il II Governo Giolitti tra riforme e il difficile rapporto con Turati. Il 3 novembre 1903 Giolitti divenne nuovamente Presidente del Consiglio. Anche in questa occasione si oppose alla ventata reazionaria di fine secolo. Avviò un’azione di convincimento nei confronti del Partito Socialista per inserirlo nel governo del Paese. Egli si rivolse a Filippo Turati. Turati, non intenzionato a sfidare, come ricorda lo Spadolini, “le tenaci preclusioni classiste del proprio partito, nel quale già fermentavano propositi nuovi di violenze”, non entrò nell’Esecutivo, come avrebbe voluto Giolitti, anche in ragione delle pressioni della corrente massimalista del PSI. In effetti nell’ottobre del 1903 Giolitti tentò di inserire nella compagine governativa, oltre al Turati, pure i radicali Sacchi e Marcora, anche in questo caso senza esito. Il Salvatori ci ricorda che “il rinnovamento della classe dirigente fu affidato alle prospettive di successo del disegno giolittiano […] diretto sia ad inglobare sia le ali moderate dell’opposizione socialista e di quella cattolica […] sia ad aprire un capitolo nuovo nei rapporti tra lo Stato e le organizzazioni politiche e sindacali delle masse lavoratrici, isolando le correnti della sinistra estrema”, tentando quindi, la realizzazione di un disegno politico che, mutatis mutandis, è simile a quello intrapreso dagli Onn. Fanfani e Moro negli Anni Sessanta del secolo scorso. In sintesi “il disegno giolittiano mirò, ottenendo però solo un successo assai parziale, a porre le basi di un’azione egemonica espansiva da parte della classe politica liberale”. Il disegno giolittiano aveva certo analogie con quello di Sonnino. Ma tali impostazioni certo non coincidevano. Entrambi miravano al rafforzamento del “partito” liberale, “unico presupposto possibile – come ricorda il Salvadori – della governabilità in un paese senza alternative di governo (il grassetto è mio)”.

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Se l’obiettivo era il medesimo, ben differenti erano le vie per ottenere quel risultato. Sonnino intendeva “rafforzare il ruolo del partito di governo dislocando il baricentro del potere dal Parlamento ad un esecutivo reso direttamente dipendente da una monarchia (secondo il modello prussiano) […] per fronteggiare in chiave autoritaria gli opposti nemici dello Stato liberale” risorgimentale. Giolitti per contro era ben favorevole all’ipotesi di rinverdire il tessuto liberale restando “ancorato al primato politico del Parlamento” cercando di sfruttare a proprio favore “le contraddizioni esistenti sia nel campo socialista sia nel campo cattolico”. Fu lo stesso statista piemontese a ricordare, nelle sue Memorie, il motivo conduttore della sua azione politica. Egli, infatti, scrive: “Il moto ascendente delle classi operaie si accelerava sempre

più ed era moto invincibile perché comune a tutti i paesi civili e perché poggiava sui principi dell’eguaglianza tra gli uomini [...]. Solo con una condotta da parte dei partiti costituzionali verso le classi popolari [dissimile da quella usuale] si sarebbe ottenuto che l’avvento di queste classi, invece di essere come un turbine distruttore, riuscisse ad introdurre nelle istituzioni una nuova forza conservatrice e ad aumentare grandezza e prosperità alla nazione”. Nei confronti delle agitazioni sociali, relativamente al Nord, il Presidente del Consiglio infatti attuò nella pratica azione di governo quanto sosteneva da anni, evitando di perpetuare quelle odiose forme di repressione delle istanze delle nuove classi lavoratrici e in generale dei ceti meno abbienti, che pure erano state la prassi della risposta della borghesia dominante alle esigenze dei ceti meno fortunati. Si è anche affermato che “i sindacati erano i benvenuti in quanto un’organizzazione garantisce sempre e comunque maggior ordine rispetto ad un movimento spontaneo e senza guida”.

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Non possiamo sottacere che ancora nei primi anni del Novecento le prodromi che organizzazioni sindacali, anche in atti ufficiali, postulavano l’esigenza di una linea dura nei confronti delle masse operaie. Tale linea si concretizzava nella ipotesi della serrata e in quella di sostanziale esclusione sociale dei lavoratori scioperanti con la loro sostanziale schedatura cui conseguiva per essi l’impossibilità di accedere ad altri impieghi. Man mano anche ampi settori industriali compresero l’esigenza di un equilibrio più avanzato non senza contraddizioni e opposizioni, più acute nei periodo di congiuntura non favorevole. La linea Giolitti era connaturata anche a esigenze di ordine sociale e utile al consolidarsi della dimensione industriale delle nostra economia. La stessa linea, come già detto (ma è utile ribadirlo!) non verrà invece posta in essere al Sud, ove, con ogni probabilità l’assenza di strutture organizzate, quali i socialisti, faceva ancora paura e l’esigenza di assicurarsi parlamentari fedeli costituiva un vincolo inossidabile ad una linnea politica alternativa e poggiata su equilibri più avanzati. Giova ricordare che critiche di tal fatta sono state acutamente formulate anche dal Salvenimi, acerrimo nemico del Giolitti, che non mancò di accusare i socialisti di un sostanziale disinteresse per le masse rurali e diseredate di un Sud statico e per sostanziale parte assente dalle nuove dinamiche, condannato ad un immobilismo senza speranza. Giolitti aveva ben chiare le ragioni che stavano alla base delle proteste del proletariato e dei braccianti agricoli. Le informative di polizia, fornite dai solerti Prefetti del Regno, dimostravano che gli scioperi avevano una motivazione sostanzialmente economica piuttosto che politica. È ben noto che le agitazioni ottocentesche delle classi meno fortunate nascevano da mere problematiche economiche, essendo aliene da tali tensioni forme di lotta di

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classe in senso marxista, essendo quelle masse ancora disorganizzate e prive di – come direbbe il filosofo di Treviri – “coscienza di classe”. In effetti, se ci si dovesse mettere nella prospettiva della riflessione marxista, le masse andavano ancora educate alla coscienza di classe, che di per se non possedevano. Ma esse avvertivano in primis bisogni ed esigenze concrete, legate alle croniche deficienze sociali dello Stato liberale. Anche riforme e innovazioni tanto declamate, quali l’istruzione elementare, rimasero limitate e parziali, scontrandosi con limiti di natura sia soggettiva che oggettive, in primis croniche carenze finanziare da parte dei Comuni, responsabili dell’istruzione elementare. Anche in questo contesto c’era molto da fare. Entro questo quadro la corretta dinamica dei rapporti tra le parti sociali avrebbe risolto la conflittualità in modo ben più soddisfacente rispetto a quello classico costituito da un intervento della pubblica sicurezza in funzione sostanzialmente repressiva degli interessi e delle aspirazioni (legittime) delle classi sociali subalterne. Una linea più moderata poteva essere utile strumento per evitare una pericolosa esacerbazione della conflittualità e una radicalizzazione delle posizioni che poteva favorire le frange più estremiste, o “massimaliste”, come si usava dire allora (oggi diremmo “antagoniste”). Con una politica meno repressiva si sarebbero potute porre le condizioni per evitare una crescente conflittualità. D’altronde, come già più sopra evidenziato, la conflittualità e le tensioni mal si addicono allo sviluppo ordinato della società e alla crescita dell’economia in generale. Entro questi nuovi schemi lo Stato, e le sue autorità, specie quelle di pubblica sicurezza, doveva avere una posizione super partes, garantendo l’ordine pubblico evitando però di prendere posizione a favore dell’uno o dell’altra parte.

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Questo nuovo modo di intendere il ruolo dello Stato nei rapporti economici e sociali e nella loro dinamica era per l’epoca particolarmente avanzato. Non mancarono certo le opposizioni a questo modo più moderno di intendere le dinamiche della conflittualità sociale. Le frange politiche più conservative, a torto, ritenevano tale linea d’azione sicuramente inusuale e sostanzialmente una forma di “cedimento al sovversivismo”. Sono gli anni in cui il Governo comprende l’esigenza che le classi più deboli possano ottenere giusti adeguamenti salariali, particolarmente utili alla crescita economica del Paese. In effetti la creazione di un mercato interno presuppone un adeguato potere d’acquisto. Quelli del II Governo Giolitti sono anche anni nei quali furono varate norme a tutela del lavoro (specie dei ragazzi minorenni e delle donne), sulla vecchiaia, sull’invalidità e sugli infortuni. Nasceva in Italia un primo corpus di norme di legislazione sociale. Ci si muoveva, quindi, entro gli schemi di una politica riformistica che si avvantaggiava di altri fondamentali interventi, quali quelli relativi ai sussidi per le case popolari, agli interventi della Cassa centrale depositi e prestiti finalizzate alla costruzione di alcuni importanti acquedotti, quali quello pugliese. Il Mola ci ricorda pure la previsione di “reti fognarie in città dotate di nuovi piani regolatori, tracciati sulla scorta di discipline più avanzate, con particolare riguardo per l’igiene sociale”. Nonostante i pur apprezzabili interventi, il Sud rimase in una condizione di spaventosa arretratezza economica. E di questa circostanza il Presidente Giolitti era ben conscio. Egli, infatti, e cito ancora una volta il Mola, aveva ben chiaro quanto

l’Italia

“fosse

“indietro”

e

quanto

risultasse

difficile

dall’arretratezza più spaventosa, ancora imperversante in talune plaghe”.

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elevarla


A Giolitti non mancavano certo i nemici, neppure nel mondo istituzionale. Certo è che il Senato del Regno era uno strumento della conservazione che, come ci ricorda plasticamente il Mola, “non perdeva occasione per intralciarne l’azione riformatrice”. Parafrasando lo stesso Giolitti possiamo affermare che la sua azione di governo era informata ai principi cardine della “politica di pace, di libertà, di lavoro, di giustizia sociale”. Ma, certo, questa dichiarazione così altisonante, poco, purtroppo (!) si addice alla reali condizioni di arretratezza che caratterizzavano praticamente tutto il Sud del paese, rispetto alle quali, in termini di rimozione, poco si fece. I Prefetti del Regno furono invitati ad usare maggiore tolleranza nei confronti degli scioperi apolitici. Il Mola, plasticamente, ci ricorda che “Turati, Treves e Bissolati non potevano dimenticare che ai tempi di Crispi, Pelloux e Saracco gli scioperi erano vietati” e che “dall’avvento del Governo Zanardelli-Giolitti e poi con quello del solo Giolitti” vi furono scioperi (economici) “senza alcun intervento repressivo della forza pubblica e senza incidenti di rilievo”. Per dirla, ancora un volta, con il Mola i Prefetti del Regno dovevano “lasciare che padronato e manodopera risolvessero da sé i loro contrasti”. Egli seppe, sia da Ministro dell’Interno che da Presidente del Consiglio, comprendere l’esigenza che l’autorità locale del Governo (il Prefetto) si facesse parte di “iniziative per mediare”. Vi era un unico vincolo: il “rigoroso rispetto dell’ordine pubblico”. Lo Stato “entrava nei conflitti salariali da protagonista, con un intento che andava al di là della soluzione dei contrasti sul costo del lavoro”. Era però necessario che gli attori coinvolti comprendessero l’interesse generale. Questo valeva sia per la classe padronale che per i “sindacalisti” più intransigenti,

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come dimostra la linea della fermezza verso lo sciopero generale di Firenze dell’agosto del 1904 che, partito dalla fonderia Pignone, si era pericolosamente esteso a diversi settori cittadini (panettieri, etc.). Non mancò l’intervento di polizia contro “malviventi e provocatori di disordini”. Non si poteva confondere, per dirla con il Mola, un “governo liberale” per un “governo debole”. A volte la minaccia infatti proveniva da ““delinquenti comuni” che si infiltravano nelle file degli scioperanti”. Giolitti in quel periodo non mancò di fornire ampie garanzie anche per il futuro, specie in campo economico-finanziario. Egli si premurò di precisare che il Governo sarebbe sempre stato attento a difendere il principio del pareggio di bilancio, “condizione assoluta, indeclinabile, per un vero e sicuro progresso economico”, dall’’assalto posto in essere da più parti in ragione di “piccoli interessi secondari”. Nelle gare d’appalto furono ammesse le cooperative cattoliche e socialiste. Questa iniziativa era congeniale al disegno di inserire queste formazioni munite di una propria ideologia, non certo liberale e borghese, entro i modelli formali della conservazione dello stato liberale risorgimentale, a farli parte di un sistema, evitando di considerarli soggetti avulsi o, peggio, assolutamente antitetici. Nel 1904 venne inoltre approvata la legge 36 che regolamentava univocamente per tutto il territorio nazionale le cure psichiatriche entro i manicomi, stabilendosi, tra l’altro, che i malati psichiatrici potessero essere internati solo su decisione giudiziaria. Erano pure previste le dimissioni dei pazienti. Stabiliva, in particolare, che i pazienti potessero essere dimessi in caso di miglioramento anche se il direttore sanitario aveva una vasta discrezionalità in materia. La legge 36 resterà in vigore fino al 1978, quando entrerà in vigore la “legge Basaglia”.

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Ben presto, come ricorda il Mola, egli “presentò il bilancio dell’azione di governo”. Fece molto e meglio di altri nel passato. Ricordo le norme “a favore della Basilicata, della città di Napoli, e in generale, del Mezzogiorno”. Un “triangolo industriale” al Nord non era incompatibile con la “creazione di zone industriali a Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni” (Castronovo). Per Napoli si postulava “la creazione nell’area partenopea di un polo di sviluppo ad alta concentrazione di impianti industriali e di servizi sussidiari” contemplando, “nella legge speciale per Napoli del 1904” particolari “agevolazioni di carattere economico e finanziario (esenzioni fiscali, crediti a basso tasso di interesse, erogazione di forza motrice a prezzi politici, etc.) per le aziende che si fossero stabilite nella città partenopea (...)”. Era poi previsto un articolato intervento infrastrutturale. Ma la storiografia più progressista e avveduta, andando al di là, come invero già detto, della disamina dei singoli interventi settoriali, non certo sistemici, non ha potuto non rimarcare criticamente il diverso modo di porsi del Giolitti rispetto agli interessi del Sud. Gaetano Salvemini fu tra coloro che ebbero, con durezza e veemenza, a sottolineare come nel Mezzogiorno d’Italia gli scioperi venissero sistematicamente repressi. Egli, nella sua accesa invettiva politica, si spinse a definire Giolitti “ministro della malavita”. L’uso, a giudizio di molti suoi contemporanei, disinvolto degli appartati polizieschi e delle prefetture consentì brogli elettorali, favorendo l’instaurarsi di un clima poco democratico che avrebbe avuto tra i principali effetti quello di una accentuata estensione del fenomeno del clientelismo e della corruttela. Tale stato di fatto fu denunziato ripetutamente e da più parti. Ma lo status quo permase.

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Certo – come ricorda Giovanni Spadolini – Gaetano Salvemini si fece portatore del più oltranzista antigiolittismo, un comportamento che sarebbe stato “sfruttato ed utilizzato dai seguaci dei nuovi miti nazionalisti e imperialisti destinati a preparare l’avvento della dittatura”. Si è anche parlato di un certo qual ravvedimento postumo di Salvemini, ma lo storico pugliese ancora nel 1950 confermava il suo “antigiolittismo”, arrivando a postulare la tesi di un Giolitti “battista” del Duce! Giovanni Spadolini ricorda come “Giolitti apparve, agli occhi di molti storici del dopoguerra”, dopo le “degenerazioni della politica di Crispi”, come “erede dei sistemi e degli orientamenti di governo” della Destra storica. Al di là dei limiti della sua azione (ma poteva, egli, realmente fare di più?) ricordo pure la “radicale modificazione della legge sulle opere pie”, oltre alle “misure per la lotta contro la malaria e la pellagra” e “le misure di sostegno alla scuola primaria”, che passava anche per gli adeguamenti stipendiali dei maestri. Non può essere sottaciuta la “radicale riforma del sistema penitenziario” che prevedeva l’introduzione della condanna condizionale, la trasformazione degli istituti per minorenni in “istituti di istruzione e di educazione”, oltre alla possibilità del “lavoro per i detenuti”. Quello tra Giolitti e Turati e in generale quello tra l’uomo di Dronero non fu mai organico e davvero collaborativo, anche se non mancarono motivi di convergenza. Il caso francese, quello del “primo passo per la collaborazione dei socialisti ad un governo borghese” ebbe una declinazione italiana, dopo il 1901, come ben ricorda lo Spadolini, “pur senza spingerla mai al “grande passo” della collaborazione con Giolitti né nel 1903 né nel 1911”. Non è sfuggito allo Spadolini che “il sindacalismo rivoluzionario francese” di impronta soreliana “influenza in modo determinante le correnti rivoluzionarie,

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spesso anarchizzanti, del socialismo italiano” decisamente antisistema e refrattarie per definizione a ogni possibile seppur parziale convergenza, con finalità riformiste. La radicalizzazione del 1904, con la proclamazione dello sciopero generale in Milano, paralizzerà l’opposta politica di apertura e di alleanza con il liberalismo giolittiano vagheggiata da Turati e da Bissolati.” I socialisti moderati avevano in due occasioni salvato il Governo Zanardelli-Giolitti dagli attacchi della parte più conservatrice del liberalismo costituzionale, ma Giolitti Presidente del Consiglio non poté giovarsi del sostegno del gruppo parlamentare socialista. Ormai il partito socialista era in mano era nelle mani del sociologo Ferri. Turati avrebbe potuto fare ben poco!

2.4 L’avanzata cattolica e nazionalista alle elezioni del 1904 Le elezioni politiche del 1904 videro l’avanzata delle tendenze nazionaliste e cattoliche. Si trattava di raggruppamenti politici sostanzialmente sfavorevoli al Giolitti. Lo statista piemontese, in relazione ai rapporti Stato e Chiesa, si mantenne sulla linea della politica ecclesiastica stabilita dal governo italiano dopo il 1870. Alla Camera entrarono tre deputati cattolici. Ma in quello stesso anno peggiorano anche i rapporti tra la Santa Sede e la Francia (il cui Presidente, Émile Loubet, era fervido massone anticlericale) a “vantaggio” (in termini relativi) di un Regno d’Italia che “accantonata ogni tentazione di anticlericalismo militante” e più che altro caratterizzato da un “quieto laicismo”. È degno di nota che la gran parte (se non tutti!) i deputati moderati avevano “chiesto e ottenuto, seppure sottobanco, voti di cattolici”.

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Credo sia sufficiente citare un brano di un suo discorso parlamentare. “Noi dinnanzi alle rinnovate proteste del Capo della Chiesa contro la integrità territoriale dello Stato - in quanto alla politica ecclesiastica, crediamo che non vi siano cambiamenti da fare […]. Il principio nostro è questo, che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono incontrare mai. Guai alla Chiesa il giorno in cui volesse invadere i poteri dello Stato. Libertà per tutti entro i limiti della legge: questo è il nostro programma. E come lo applichiamo a tutti i partiti che sono fuori della costituzione da un estremo, l’applichiamo a quelli che sono fuori dall’altra parte […] in quanto a religione il Governo è puramente e semplicemente incompetente. Non ha nulla da fare, nulla da vedere: lascia libertà assoluta ai cittadini di fare ciò che credono finché stanno entro i limiti della legge. Ma non credo che sia nelle attribuzioni del Governo né di sostenere, né di combattere alcun principio religioso.” Di fronte all’asprezza dei rapporti tra la III Repubblica francese e il Vaticano Giolitti, “fedelissimo alle regole dello Stato delle Guarentigie”, adottò “una linea di neutralità e di riserbo, che non mancò di essere adeguatamente, anche se silenziosamente, apprezzata al di là del “portone di bronzo”. Il tutto avveniva senza nocumento per il riavvicinamento italo – francese avviatosi già dopo la rovinosa e definitiva caduta del Crispi, a seguito del disastroso epilogo di Adua nel 1896. Come ci ricorda il Mola Giolitti aveva ben chiaro, in relazione alla piccola borghesia, che questa si rivolgeva ““ai socialisti e ai clericali” solo perché lo stato non si occupava delle loro condizioni”. Vorrei spendere qualche parola sul tentativo giolittiano di ammodernamento della “macchina amministrativa”.

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Egli, come ricorda il Ghisalberti, “senza modificare nella loro cornice essenziale i delicati rapporti tra Governo e amministrazione, tra classe politica e ceto burocratico,

si

sforzò,

con

notevole

successo

di

razionalizzarli

(...).”

preoccupandosi “nel 1904 (...) dell’ordinamento interno dei ministeri per renderne più funzionale l’azione” procedendo sulla linea di “creazione di una vasta serie di ordini, commissioni, giunte consultive che, operando a tutti i livelli, avrebbero potuto favorire quella mediazione della pubblica amministrazione tra lo Stato e la società civile sensibilizzando il primo alle esigenze della seconda”. Per

questa

via

si

“unificavano”

due

distinte

esigenze,

teleologicamente

connaturate, ovvero la “conservazione dell’ordine giuridico” intesa come fulcro dell’attività dei pubblici poteri” con l’esigenza di “progresso della società” ovvero, in subordine, di “miglioramento delle condizioni di vita dei sudditi” creando la cornice “alla incentivazione dell’attività economica”. Basti al riguardo ricordare il ruolo incentivante dello sviluppo dovuto all’azione dalle Casse di risparmio postali, a livello locale, e della Cassa depositi e prestiti a livello nazionale. Sarà ben evidente l’esistenza di un “interesse pubblico” allo sviluppo economico, non più fatto privato di privati capitalisti.

2.5 La questione delle Ferrovie e la parentesi Fortis – Sonnino. Già dal 1904 si era formata una consistente parte di opinione pubblica a favore della nazionalizzazione delle ferrovie. In effetti lo stesso Giolitti era a favore di tale scelta. I primi mesi del 1905 furono caratterizzati da numerose agitazioni sindacali tra i ferrovieri. Nel marzo 1905 Giolitti, anche in seguito a una malattia, rassegnò le dimissioni. Era questo uno dei suoi passi indietro per poter far risolvere le questioni più scottanti a governi presieduti da suoi fedelissimi; in questa occasione appoggiò una

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“combinazione Fortis-Tittoni”. Tale esecutivo ottenne il voto di fiducia anche da parte dei deputati dell’estrema sinistra. Una ipotesi interessante delle motivazioni di questa momentanea “uscita di scena” ci è data dal Ghisalberti che ricorda come “Giolitti, probabilmente, trovandosi di fronte a un’aspra agitazione dei ferrovieri che finiva con il proporre la grave questione

della

liceità

dello

sciopero

per

gli

addetti

ai

pubblici

servizi

costringendolo a modificare la cornice liberale della sua politica, preferì approfittare della momentanea indisposizione che lo aveva colpito per lasciare ad altri la guida del Ministero”. Giolitti ebbe il demerito di non informare il Parlamento delle sue dimissioni, ove invece si presentò Tittoni, Presidente del Consiglio ad interim. Infatti, dopo le dimissioni, Giolitti invitò l’On. Alessandro Fortis, suo amico, a costituire un nuovo Gabinetto che avrebbe avuto il suo appoggio. Fu proprio durante il Ministero Fortis che, con la legge 137 del 22 aprile 1905 fu sancita la nazionalizzazione delle ferrovie tramite l’assunzione dell’esercizio pubblico soggette al controllo della Corte dei conti e alla vigilanza dei Lavori pubblici e del Tesoro per le linee precedentemente previste in concessione dalle Convenzioni del 1885, escluse le linee di cui era proprietaria la Bastogi, che saranno tuttavia riscattate l’anno successivo. L’Esecutivo Fortis “ebbe il merito di portare a compimento quel riscatto (…) a trent’anni di distanza dal momento in cui la Destra storica l’aveva indicato come inderogabile per lo sviluppo civile del paese”. Durante il Ministero Fortis si promosse lo sviluppo economico attraverso la stabilità monetaria ed i lavori pubblici (venne, ad esempio, avviato il traforo del Sempione). Come è ben noto, il Gabinetto Fortis rimase in carica fino a inizio 1906.

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In realtà esso cadde il 17 dicembre 1905 per effetto di una crisi extraparlamentare legata alle tensioni che nella maggioranza si erano create in relazione all’accordo doganale con la Spagna “che riduceva il dazio sui vini”. Le dimissioni del Fortis vanno lette nell’ottica di non sfaldare la maggioranza giolittiana, che lo sosteneva. Questa sembra l’unica ipotesi verosimile. Le consultazioni del Sovrano non aprirono immediatamente la strada a Sonnino ma le continue tensioni nella maggioranza determinarono – dopo l’aspro dibattito parlamentare del 1° febbraio 1906 – l’uscita di scena del Fortis. Quindi, si costituì un nuovo esecutivo, che rimase in carica per soli tre mesi, presieduto da Sidney Sonnino, che si muoveva su una linea non compatibile con le coordinate del giolittismo. Egli in un primo tempo fu addirittura appoggiato dai socialisti. Questi ultimi si dimisero poiché “il proletariato non può avere fiducia politica in nessun governo della borghesia”. Le elezioni suppletive li punirono duramente ma ormai Giolitti non aveva più rivali in grado di contrastarlo. Si trattò di un governo eterogeneo dal quale Giolitti non solo si tenne fuori ma rispetto al quale operò attivamente per farlo cadere, come in effetti avverrà. Sonnino, in effetti, come ricorda il Ghisalberti, “era privo di ogni duttilità” non era “capace di compiere quell’amalgama di uomini e di gruppi politici indispensabile alla costruzione e al mantenimento di una qualsivoglia maggioranza parlamentare”. Gli viene pur tuttavia riconosciuta una preparazione particolarmente adeguata.

2.6 Il terzo governo Giolitti, ovvero il “lungo ministero” Nel maggio 1906 Giolitti ottenne nuovamente la Presidenza del Consiglio, in condizioni di sostanziale continuità con la politica economica già avviata nel suo

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secondo governo. Il suo “lungo ministero” è stato ritenuto “lungo e fattivo” e con esso superò per durata anche il Ministero Lanza-Sella che era rimasto in carica poco più di tre anni e sei mesi. In campo finanziario l’iniziativa più nota fu la conversione della rendita. I titoli del debito pubblico sovrano aventi una cedola del 5 per cento furono sostituiti con titoli aventi tassi di remunerazione nettamente inferiori, dapprima pari al 3,75 per cento e successivamente al 3,5 per cento. Tale iniziativa “venne condotta con notevole cautela e competenza tecnica: il governo, infatti, prima di intraprenderla, chiese ed ottenne la garanzia di numerosi istituti bancari.” Questa iniziativa, accolta favorevolmente dagli investitori, era utile per ridurre gli oneri per il pagamento degli interessi, il servizio del debito, ma aveva anche “il valore simbolico di un risanamento effettivo e duraturo del bilancio e di una stabile unificazione nazionale”. Essa contribuì non marginalmente al completamento della nazionalizzazione delle Ferrovie. Come lo stesso Giolitti ebbe a ricordare si trattava di una “memoranda conversione” che incideva su una “somma di titoli di valore di otto miliardi e mezzo di lire” e che “procurò alla finanza pubblica un immediato beneficio [in termini di minori oneri a servizio del debito (la parentesi quadra è mia)] di venti milioni annui”. È bene ricordare (Castronovo) che lo statista piemontese “s’impegnò a rafforzare la stabilità della moneta e a ridurre l’indebitamento pubblico, avvalendosi delle partite attive della bilancia dei pagamenti” costituite per ampia parte dalle rimesse degli emigrati “per procedere all’acquisto di molti titoli collocati all’estero”. Alla certezza della rendita si univa poi una sostanziale stabilità del livello generale dei prezzi, financo in diminuzione per alcuni beni essenziali.

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Il risparmio era sostanzialmente tutelato in termini di conservazione del potere d’acquisto. La politica economica giolittiana “assecondò – come ricorda il Castronovo – la formazione di un maggior risparmio privato e accrebbe perciò il volume di risorse disponibili

per

investimenti”

consentendo

al

governo

“di

varare

alcuni

provvedimenti per lo sviluppo dell’edilizia popolare e dei lavori pubblici (...)”. La spesa pubblica militare risultavano sempre elevati e “coerenti” con gli impegni internazionali di allora (Triplice Alleanza) e con le vicende della guerra di Libia. Esse in ogni caso favorirono l’industria di base. I conti pubblici erano in ordine e lo Stato meno bisognoso dei prestiti privati. Si iniziò a parlare anche di nazionalizzazione delle assicurazioni (portata, come vedremo, a compimento nel quarto mandato). Il Mola ci riferisce di un Giolitti sempre attento “a consolidare la finanza pubblica” [il carattere italico è mio〕 ma in un senso più moderno rispetto a Sella e a Minghetti, di cui pure “era il continuatore”. Egli comprese che la floridezza delle finanze pubbliche passava inevitabilmente per quella del Paese. Nella sua vision fiscale il Governo non doveva certo “impoverire i ricchi”. I detentori della rendita avrebbero percepito di meno ma “l’ingente risparmio ottenuto dallo stato (…) sarebbe stato investito in opere pubbliche, servizi, aumento delle retribuzioni (…) a tutto vantaggio delle imprese, che avrebbero contato su uno sbocco commerciale interno più ampio e sicuro”. La sua idea di fiscalità contemplava il passaggio dalla proporzionalità alla progressività dell’imposta al crescere del reddito imponibile.

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Giolitti e il suo Governo furono impegnati nelle operazioni di soccorso e ricostruzione (1908) in occasione del terremoto di Messina e Reggio, seguito da un disastroso maremoto. Dopo alcune, inevitabili, carenze, tutto il Paese si prodigò per aiutare la popolazione siciliana. È stato da più parti osservato che questo fu “il primo evento durante il quale l’Italia diede la dimostrazione di un vero spirito nazionale”. Nel periodo di durata in carica del III Governo Giolitti furono, come già detto, avviate importanti riforme nel campo della legislazione sociale. In particolare vennero introdotte disposizioni finalizzate alla tutela del lavoro femminile e minorile. Venne introdotta una disposizione che limitava a dodici ore la durata massima della prestazione lavorativa giornaliera. Si stabilì che non potevano essere adibiti a proficuo lavoro i minori degli anni 12. La maggioranza, poi, approvò leggi speciali per le regioni svantaggiate del Mezzogiorno. Tali provvedimenti non riuscirono in alcun modo a colmare il divario Nord-Sud. I contadini del Meridione furono esentati dall’obbligazione tributaria legata al possesso della casa di abitazione. Tra le molte disposizioni normative volute dal suo Governo vorrei in particolare ricordare la legge istitutiva del Politecnico di Torino (1906) che, come ricorda il Mola coronò una lunga tradizione di cure per i livelli superiori degli studi scientifici, dai quali sarebbe dipesa, nel lungo periodo, la sorte globale dell’economia nazionale”. In definitiva non va sottaciuto il buon andamento dell’economia con conti pubblici in ordine. La conseguente stabilità monetaria, con la nostra divisa, la lira, che faceva aggio sull’oro, è imputabile anche alle rimesse che gli emigrati inviavano alle famiglie rimaste in Italia.

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Occorre ricordare che durante la seconda esperienza giolittiana non mancarono problematiche di ordine morale legate alla gestione del pubblico denaro. Si parlò molto di spese militari (“sperperi e sprechi di ogni genere”) ma anche dei ritardi e dei costi di costruzione del palazzo di Giustizia di Roma (che sarà poi detto “il Palazzaccio”, oggi sede della Corte suprema di Cassazione). Il clima politico “era arroventato dallo scandalismo imperante”. Un suo ministro, Nunzio Nasi, ebbe una travagliata vicenda giudiziaria. Queste vicende, comunque, non interessarono direttamente il Giolitti. Egli fu sicuramente a disagio per queste vicende e, come ci ricorda il Mola, “mirò a conferire allo Stato maggiore dignità ed efficienza con la riorganizzazione dei ministeri civili, il potenziamento di province e comuni e il testo unico sullo stato degli impiegati civili dello Stato”. Egli, in particolare, avvertiva l’esigenza di una dirigenza pubblica imparziale e insensibile ai desideranda particolaristici. Si trattava di una esigenza già avvertita nel ‘67 da Giovanni Lanza, ma ad allora ancora incompiuta. Si è al riguardo parlato di una “missione” della dirigenza pubblica, ispirata da una “religione civile”. Questa, almeno erano la motivazione teorica che stava alla base delle riforma. Tale suo intervento non fu scevro di critiche. Ricorda infatti il Ghisalberti che “i pubblici uffici venivano organizzati imitando la struttura delle forze armate sui postulati della più rigida gerarchia e della più completa disciplina nei rapporti” sancendosi positivamente

“che l’abbandono del servizio avrebbe implicato

automaticamente le dimissioni dall’impiego.” In ogni caso, come ricorda il Castronovo, anche grazie al suo agire, la pubblica amministrazione poté avvalersi dell’“apporto di alcune élites più consapevoli dell’esigenza di sintonizzare la loro opera alle trasformazioni in corso nella realtà sociale del paese.” In sintesi – è ancora il Castronovo a scriverlo – “la

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nazionalizzazione delle ferrovie, la municipalizzazione di alcuni servizi pubblici, il varo di grandi opere infrastrutturali, la creazione di un primo impianto previdenziale, il riassetto del sistema creditizio, segnarono altrettante tappe nel progressivo ammodernamento e nell’estensione delle funzioni dello Stato di pari passo con l’evoluzione sociale del paese”. La stessa magistratura, nonostante la riforma Orlando, suo Ministro di grazia e giustizia, che previde anche l’istituzione del Consiglio superiore della magistratura, continuava ad essere oggetto delle interferenze dell’esecutivo. Comunque tali iniziative migliorarono la funzionalità a vantaggio della comunità. Si incise anche sulla giustizia amministrativa ma anche in questo caso le ingerenze del potere esecutivo risultano pregnanti.

2.7 Una prova di senso della misura. La crisi balcanica del 1908 È bene fare qualche passo indietro fino al luglio del 1876 quando i principali attori europei (tra cui il Regno d’Italia), in continuità con i contenuti del Trattato di Parigi del 1856, decisero di occuparsi nuovamente della Questione orientale, legata alla lenta crisi della Sublime Porta. In quella occasione Bosnia Erzegovina furono destinate all’occupazione e all’amministrazione dell’Austria-Ungheria. Alla scadere del termine trentennale, il Governo di Vienna, adducendo a pretesto la rivoluzione dei “giovani turchi”, procedette unilateralmente all’annessione dei due territori all’Austria-Ungheria. Solo la Germania approvò tale iniziativa. Gli altri paesi protestarono ma, impelagati in questioni più vitali, alla fine non presero iniziative concrete di contrasto dell’alterazione dello status quo ante.

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Il Governo italiano, con Tommaso Tittoni agli Esteri, adottò una linea di prudenza. Tale linea era anche quella del Presidente del Consiglio. Montarono le proteste dei settori nazionalisti. Anche in questa occasione l’Italia, certamente danneggiata per questa decisione austriaca, non era in grado di far subire lezioni. Meglio una politica equilibrata. Vittorio Emanuele III era “austrofobo”, Giolitti era molto più cauto. La questione dell’annessione austriaca dei due territori già ottomani aveva però posto la questione del ruolo che il Paese doveva avere nello scacchiere europeo, non potendo l’Italia sottrarsi dal “tornare protagonista sullo scenario della “grande politica”. “Sempre più attuale diviene l’esigenza della “quarta sponda”.

2.8 La parentesi Sonnino – Luzzatti Nel 1909 si tennero le elezioni (volute in anticipo sui tempi dallo stesso Giolitti per “avere le mani libere in politica estera”). Esse furono vinte dai giolittiani. In questa tornata elettorale, però, si assistette ad un balzo dei cattolici dichiarati (da 3 a 17) e una discreta crescita dei socialisti (38 contro i 26 della precedente tornata del 1904). Tale tornata elettorale fu affrontata dal Giolitti nel più classico dei modi, ovvero, come ci ricorda il Ghisalberti, “con quei metodi tradizionali” costituiti dalla “concessione di lavori e di sussidi alle cooperative e agli altri organismi vicini al Partito socialista” ma anche “provocando (…) l’accostamento (…) tra troppi liberali e cattolici con un atteggiamento di indifferenza nei confronti delle intemperanze anticlericali di certi settori della maggioranza e mostrando rispetto e comprensione per certe istanze fideiste e religiose del popolo”. L’intento di fondo era semplice: “guadagnare alla sua politica gradualistica e riformistica i deputati cattolici e socialisti”.

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Ma certo l’elemento più deteriore era, come sempre ricorda il Ghisalberti, costituito dalla “utilizzazione massiccia dell’apparato amministrativo dello Stato a sostegno dei candidati ministeriali nel Mezzogiorno (...)”. I deputati governativi erano frammentati in cinque gruppi ed ottennero una vittoria meno evidente rispetto alla elezione precedente (saranno 303 contro i 342 delle precedenti elezioni). In effetti questi dati vanno presi con una certa latitudine perché i partiti non erano ben definiti nel senso attuale e si potrebbero aggiungere altri 20 deputati definibili pure come “ministeriali”. Più che di partiti per molta parte della rappresentanza si doveva parlare di raggruppamenti personali legati a interessi locali o personalistici. Giolitti, constata “l’accresciuta difficoltà di mantenere compatta la maggioranza sulle sue scelte riformistiche” si dimise “evitando ancora una volta di essere palesemente battuto in Parlamento sui contenuti reali della sua politica”. Per queste sue dimissioni “tattiche” prese a pretesto, aprendo ancora una volta una crisi extraparlamentare, la nomina dei commissari per l’esame di un progetto di legge di riforma tributaria non graditi al Governo. A questo esito non seguì automaticamente la nomina di Giolitti alla guida del Governo. Divenne Presidente del Consiglio dei ministri il conservatore Sidney Sonnino. Giolitti si poneva in una condizione di attesa finalizzata a proporsi per la guida di un governo più progressista, su equilibri più avanzati. Sonnino non riuscì a cementare attorno al suo Esecutivo una maggioranza stabile e ben presto (dopo circa tre mesi) fu costretto (per evitare di essere battuto alla Camera sull’approvazione delle convenzioni marittime) a lasciare a Luigi Luzzatti, di sicura fede giolittiana, la guida del Governo. In effetti la nomina di Luzzatti, aiutato nell’intento governativo dallo stesso Giolitti, avvenne dopo il diniego di

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Giuseppe Marcora che nelle intenzioni reali, come ricorda il Mola “avrebbe legato saldamente i radicali al corso politico venturo”. È bene ricordare che, come osserva il Salvatori, già nel 1909, ma ancora più manifestamente nel 1913, emersero “i limiti organici della classe dirigente liberale”, sempre meno capace di “attrezzarsi per sostenere il confronto con le organizzazioni socialiste e cattoliche, aventi strutture capaci di mobilitare le masse, e con l’emergere del movimento nazionalistico dai tratti marcatamente antiliberali e antidemocratici, che, pur ancora assai minoritario, era però dotato di un notevole dinamismo”. Lo Spadolini ci ricorda che “le elezioni politiche del 1909 rappresentarono una svolta importante nella vita pubblica italiana”. In effetti, “le basi tradizionali della maggioranza parlamentare non reggevano più: liberali e giolittiani ricorrono spesso all’aiuto dei cattolici (...), la “paura del socialismo” spinge la borghesia a dimenticare le lotte e le passioni di un tempo e a sacrificare le pregiudiziali laiche e anticlericali in vista di una difesa intransigente dell’ordine e dell’autorità costituita”. Si creano le condizioni – per dirla sempre con Giovanni Spadolini – “di un nuovo orientamento della politica italiana” in un contesto travagliato nel quale “i liberali moderati e costituzionali non intuiscono gli sviluppi e i riflessi di cui neppure i socialisti si rendono conto.” e “il partito di centro” è in “via di liquidazione”. Sonnino e Giolitti sono inconciliabili. Ma più pericolosamente “una nuova forma di liberalismo conservatore, agrario e intransigente, avanza dal Sud e troverà presto il suo interprete nel Salandra”. Si delinea una nuova destra estrema potenzialmente, diremo oggi, non meno antagonista della sinistra massimalista. Una nuova destra “con inquietudini sovversive non minori di quelle della sinistra”, come scrisse lo Spadolini. In quel periodo la questione dell’allargamento del diritto di voto era centrale nel dibattito

politico.

Socialisti,

radicali

e

~ 40 ~

repubblicani,

ovvero

le

forze

più


progressiste, da tempo chiedevano l’introduzione, in Italia, del suffragio universale, ritenuto “il cardine di una moderna liberaldemocrazia”. Il Governo Luzzatti elaborò una proposta alquanto più moderata prevedendo il diritto di voto per quanti fossero alfabetizzati e pagassero una quantità minima di imposte. Ci si muoveva su una linea consolidata, quella di un progressivo allargamento della platea degli aventi diritti al voto (elettorato attivo) senza però introdurre il suffragio universale. Giolitti era più “a sinistra” del Governo Luzzatti e si dichiarò a favore del suffragio universale, superando di slancio le posizioni governative. Il suo disegno era quello di provocare la crisi del gabinetto Luzzatti e di avviare una nuova stagione politica inserendo nell’alveo del parlamentarismo borghese i socialisti, almeno quelli tra essi più moderati. Si è molto discusso sulle implicazioni della mossa politica dell’uomo di Dronero. Per alcuni fu un errore grave perché il suffragio universale, avrebbe destabilizzato il sistema politico parlamentare, favorendo i nascenti partiti di massa (partito socialista, partito popolare e, successivamente, lo stesso movimento fascista di Mussolini, seppure in un contesto, per questo movimento, di distorsione del consenso dovuta ai disordini e alle intimidazioni). Giolitti non comprese questi pericoli. Egli infatti, “era convinto che l’Italia non potesse crescere economicamente e socialmente senza allargare il numero di coloro che partecipavano alla vita pubblica.” Nelle sue intenzioni era necessario che il sistema elettorale venisse corretto e adattato alla nuova realtà sociale. Non mancò chi (per esempio Treves, Turati e Sonnino) propose anche il suffragio femminile, alle elezioni politiche, ma Giolitti preferì una politica dei due tempi, introducendolo prima nella tornata amministrativa, in modo che, nella consultazione

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politica, con la quale si eleggevano i membri della Camera dei deputati, tenuto conto anche dell’attribuzione del diritto di voto agli uomini analfabeti, non ci fosse un’eccessiva cessione di potere ad una base elettorale inesperta, evitando per questa via quella che Egli stesso definiva “un salto nel buio”. In effetti fu nominata una commissione per modificare il codice civile e ammettere le donne al voto locale, ma la guerra di Libia e poi la caduta del governo fecero rimandare e accantonare i progetti. Giolitti, che non era uomo della sinistra, aveva ben chiaro che l’introduzione del suffragio universale avrebbe rafforzato le sinistre. Anche da questa preoccupazione nacque successivamente il “patto Gentiloni”: una intesa che avrebbe garantito a Giolitti l’appoggio dei cattolici contro l’impegno ad accantonare la legge sul divorzio (già proposta da Zanardelli), difendere le scuole confessionali, garantire alle attività economico-sociali dei cattolici lo stesso trattamento che lo Stato riservava a quelle dei laici. Giova ricordare che al Gabinetto Luzzatti è ascrivibile anche un pregevole progetto di riforma dell’istruzione elementare affidata allo Stato e non agli inadempienti comuni”. I nessi con l’allargamento del suffragio sono evidenti! Ma certo, essa provvedeva per il futuro e da più parti sorsero perplessità sull’opportunità di allargamento del suffragio.

2.9 Giolitti per la IV volta Presidente del Consiglio (1911 – 1914). Il “grande ministero” e la spedizione in Libia. Dimessosi il Luzzatti dopo l’uscita dal Governo dei ministri radicali, a conclusione di una crisi ancora una volta extraparlamentare, Giolitti si accingeva a guidare nuovamente la sua maggioranza in prima persona.

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Il quarto governo Giolitti, che verrà definito il “grande ministero”, si insediò il 30 marzo 1911 e rimase in carica fino al 21 marzo 1914. Si trattava di inserire i socialisti nel gioco parlamentare e governativo. Giolitti fu molto riflessivo nel corso delle consultazioni, intendendo avere una compagine governativa efficiente e sperando, senza successo, nell’ingresso al Governo di Leonida Bissolati, socialista riformista. Il Partito socialista si impegnò a sostenere il nuovo Esecutivo. Giolitti, come ricorda il Ghisalberti, “non riuscì a realizzare questo grande disegno politico” dovendo accontentarsi “di trattare (...) con taluni degli esponenti riformisti del movimento operaio”, in primis con il Bissolati “per la realizzazione di quei punti del programma ministeriale che maggiormente interessavano la Sinistra”. I punti più significativi del programma governativo erano rappresentati dalla nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita e dall’introduzione del suffragio universale, dal quale sarebbero rimaste comunque escluse le donne. L’approvazione del provvedimento relativo alle assicurazioni sulla vita fu, secondo molti studiosi, uno degli ultimi eventi che segnarono la vittoria dello stato nel confronto con i privati (vedi ad esempio l’opinione dello storico Carocci). L’intervento pubblico nel settore assicurativo portò durante il primo anno di governo, su proposta del Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio Francesco Saverio Nitti, alla nascita dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, alla cui guida fu posto il giovane socialista Alberto Beneduce, futuro padre dell’IRI. Quanto alla questione della nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita è bene ricordare (Ghisalberti) che essa avvenne “tra incertezze e opposizioni dovute alla rottura di una struttura tipicamente e tradizionalmente capitalistica”. Tale iniziativa si inseriva nel disegno di introduzione di forme di assistenza e di previdenza sociale.

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Venne

approvato

un

provvedimento

che

prevedeva

la

corresponsione

di

un’indennità mensile ai deputati. Fino ad allora, infatti, i parlamentari non godevano di alcun emolumento L’unico “privilegio” concesso ai deputati era la tessera gratuita per le ferrovie. L’ingresso dei deputati socialisti aveva posto il problema del sostentamento di persone che non erano appartenenti alle élites borghesi. Dal sorgere del movimento socialista non era mancato il caso di esponenti politici che avevano dovuto rifiutare la candidatura perché consci della impossibilità di sostenersi in Roma. È ora opportuno fare qualche cenno alla politica coloniale italiana, arrestatasi traumaticamente dopo la disastrosa sconfitta di Adua. In effetti, dal disastro di Adua il Regno d’Italia non aveva più avviato azioni di politica coloniale. Ma eccoci al 1911. Spinto dall’ondata di sciovinismo che aveva preso a soffiare anche in Italia, Giolitti, nel settembre 1911, diede inizio alla conquista della Libia. Tale iniziativa fu intrapresa presupponendo che altri potessero intervenire, constatata la intrinseca debolezza dell’Impero ottomano, che governava la regione. Ci si era convinti che le operazioni militari sarebbero durate poco. Non era estranea a tale iniziativa neppure la necessità di sottrarre alla propaganda nazionalista

il

monopolio

della

propaganda

e

delle

iniziative

coloniali,

canalizzandole entro binari più tranquilli, dimostrando all’opinione pubblica la fattività governativa contrapposta al verbalismo sterile dei nazionalisti, che, forse, per questa via, avrebbero perso parte del loro crescente consenso. In effetti se questo era il disegno gli sviluppi non furono favorevoli al moderatismo liberale, certamente dissimile dal crispino tentativo di sovvertimento dello status quo ante. La guerra, però, si prolungò oltre le aspettative. Per costringere l’Impero Ottomano alla resa fu necessario richiamare alle armi quasi mezzo milione di uomini ed occupare militarmente, con una serie di sbarchi, le isole del Dodecaneso.

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Nelle intenzioni del Giolitti la spedizione di Libia aveva l’intento di dimostrare che la classe politica liberale era in grado di risollevare gli interessi internazionali del nostro Paese. Non era estranea al suo pensiero la circostanza che la Libia poteva essere utilizzata per convogliarvi parte della popolazione attiva non utilizzabile nelle industrie e nell’agricoltura nazionale. In realtà tale iniziativa, quanto alla possibilità di reindirizzare significativamente i flussi migratori, non sortì effetti significativi, risultando la Libia “uno scatolone di sabbia”. Ciò premesso, è bene ricordare che anche in questa “impresa tripolina” ci fu una certa indulgenza a certe lobbies. Ricorda infatti il Castronovo che vennero “alla ribalta nuovi gruppi di potere (come quello facente capo al Banco di Roma legato alla finanza vaticana, che era stato tra i fautori della guerra di Libia per tutelare i propri interessi immobiliari e commerciali nel Nord Africa”, non mancando, come è ben noto, neppure interessi di penetrazione nel Levante sia nel Mediterraneo orientale che nell’Impero ottomano. Gli stessi Balcani erano un’area di sicuro interesse per la penetrazione italiana. Questa nuova guerra coloniale creò nel Paese un clima di mobilitazione militante che, continuò a surriscaldare gli animi e a fomentare le correnti nazionaliste. I nazionalisti, e i circoli che erano dietro di loro, non si placarono anzi... Il conflitto, inoltre, destabilizzò il già fragile equilibrio politico: nel partito socialista prevalse la fazione massimalista nella quale primeggiava Benito Mussolini. Ogni possibilità di collaborazione, più o meno organica, tra riformisti e Giolitti era ormai definitivamente tramontata. È opinione quasi unanime tra gli storici che un accordo tra i giolittiani e i socialisti moderati avrebbe potuto risparmiare la tragica esperienza del fascismo al nostro Paese.

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È stato ricordato (Spadolini) che “non bastò la guerra di Libia (...) a contenere istinti e passioni che si muovevano sul piano dell’irrazionale, che si alimentavano ad una certa letteratura e a una certa filosofia”. La vittoria accrebbe il prestigio del Giolitti ma certo le sopra ricordate osservazioni dello Spadolini non vanno considerate marginali. Le elezioni del 26 ottobre – 2 novembre 1913, contrariamente alle aspettative dello statista piemontese, non gli furono favorevoli. Anche chi parla di “vittoria” (Salvadori) la definisce comunque come “avente un carattere più apparente che reale”, stante la grande importanza dell’appoggio cattolico dei deputati liberali. I cattolici erano “entrati in lizza, in funzione antisocialista e antilaicista”. Ricordo, incidentalmente, che con queste elezioni venne introdotto il suffragio universale maschile. Più precisamente, come ricorda il Ghisalberti, veniva attribuito il diritto di voto “a tutti i cittadini maschi di ventuno anni capaci di leggere e scrivere e agli analfabeti che avessero compiuto il servizio militare e che avessero superato i trent’anni”. La platea dei votanti si espandeva significativamente da poco più del 9 per cento a circa il 25 per cento della popolazione. Otto milioni e seicentomila persone potevano ora esprimere il loro voto. È bene ricordare (Ghisalberti) che quando si esaminò la proposta di legge istitutiva del suffragio maschile come più sopra definito, fu anche ipotizzata, per esempio dal Sonnino, sensibile all’instaurarsi di moderni formati partitici, il superamento del collegio uninominale con ballottaggio. Tale ipotesi fu rigettata dal Giolitti che forse ben comprendeva la difficoltà di adeguamento della classe politica liberale in senso più organizzato, similmente ai nascenti partiti di massa.

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Il prevalere dell’ipotesi Sonnino, con ogni probabilità, avrebbe accelerato la crisi di regime che pure si realizzerà per le rigidità massimaliste dei socialisti e per i veti cattolici a Giolitti. In effetti, in quell’occasione, la maggioranza governativa subì una drastica riduzione. Queste elezioni videro il trionfo dei socialisti che raddoppiarono i loro seggi parlamentari, arrivando a quota 52. Brillanti furono anche i radicali che ottennero un ottimo risultato. Ma, per ciò che più conta, essi si smarcarono dalle posizioni di Giolitti, risultando più critici nei suoi confronti. Già in sede di concessione della fiducia al Gabinetto non mancarono di far notare di essere determinanti, quanto ad apporto numerico, per le sorti dell’Esecutivo. Dal 16 al 19 dicembre 1913 si tenne il dibattito parlamentare sull’indirizzo di riposta al discorso della Corona. In quel dibattito il Giolitti manifestò la propria contrarietà all’introduzione del divorzio. Egli riteneva, infatti, che tale istituto fosse non gradito alla maggioranza degli italiani. In effetti, queste elezioni e lo scenario conseguente scontavano il già ricordato “patto Gentiloni” per il quale, come ricorda il Ghisalberti, “le organizzazioni cattoliche si impegnavano a sostenere i candidati liberali che avessero assunto l’obbligo di mantenere un atteggiamento benevolo verso le tradizionali pretese della Chiesa”, mentre i liberali si impegnavano a “non ostacolare quei candidati cattolici che avessero la maggioranza in determinati collegi”. Ora le due rette parallele (Stato e Chiesa) si incontravano. Giolitti si convinse dell’utilità di utilizzare per i cattolici più possibilisti “quei metodi trasformisti e accomodanti che costituivano la base del suo potere”.

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Alla riapertura della Camera Giolitti dovette affrontare gli sviluppi della vicenda libica. Difese l’operato del Governo e ottenne (4 marzo 1913) lo stanziamento di cospicui fondi per promuovere lo sviluppo della neo acquisita colonia. Il successivo 7 marzo, dopo che i deputati radicali (che pure, come ricorda il Ghisalberti, lo avevano “sostenuto nella sua politica sociale favorendo in molte circostanze la gestione bonariamente autoritaria e sicuramente trasformistica del suo potere”) avevano annunciato la loro uscita dalla maggioranza parlamentare che sorreggeva l’Esecutivo, il Presidente del Consiglio si dimise (era un pretesto!), lasciando il Paese nelle mani di quello che poi sarà il suo principale rivale, Antonio Salandra. Ho più sopra usato il termine “pretesto” perché anche con la defezione del raggruppamento radicale egli, come tutti riconoscono, avrebbe potuto contare su una ampia base parlamentare. È ragionevole ritenere che Egli, anche in questa occasione, pensasse ad una uscita “tattica” utile a dimostrare l’inattuabilità di una linea politica alternativa per poi riassumere la guida dell’Esecutivo con maggiore e più ampio sforzo riformatore. La crisi del giolittismo si determinò (Ghisalberti) “malgrado gli accordi preventivi tra candidati, le ingerenze ministeriali e prefettizie, e la teorica omogeneità elettorale delle forze costituzionali e liberali”. Giolitti avviò un periodo di viaggi all’estero proprio mentre il “Regno d’Italia – come ricorda il Mola – “tra i paesi d’Europa era quello a più alto rischio di scossoni rivoluzionari , proprio perché i riformisti, (...), non si erano dissociati con fermezza dall’estrema e non avevano appoggiato la modernizzazione attuata da Giolitti”. Il 1914 può essere considerato l’anno di “chiusura” dell’età giolittiana. Il bilancio politico di questa esperienza lo sintetizza bene il Salvadori.

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Va, in primis, rimarcato “l’insuccesso” da parte dello statista piemontese, “di dar vita ad un liberalismo governativo provvisto di un’adeguata forza egemonica” in uno scenario nel quale si rafforzavano opposizioni particolarmente organizzate di distinte matrici ideologiche assolutamente incapaci “di dare luogo a qualsiasi alternativa di governo”. Per dirla con il Ghisalberti “è forzato e riduttivo ritenere il giolittismo una sorta di riedizione del trasformismo di Depretis” anche se deve osservarsi “la perdurante mancanza di una omogeneità ideologica e organizzativa della maggioranza parlamentare” anche causata “dall’assenza di un partito liberale capace di strutturarsi modernamente”. Giolitti doveva – pur di rimanere al potere – adeguarsi e “ricorrere a strumenti affini a quelli che quasi trent’anni prima aveva usato il suo predecessore per mantenere coesione e coerenza politica nella condotta dei suoi sostenitori in Parlamento”. Non posso neppure sottacere le ulteriori osservazioni del Ghisalberti per il quale quello giolittiano “fu un periodo estremamente importante per lo sviluppo del Paese” anche se si può parlare “di un avanzamento in senso democratico che investì più la forma delle istituzioni che la dinamica del loro funzionamento”. In effetti, è sempre il Ghisalberti che ce lo ricorda, “le difficoltà obiettive al sottosviluppo economico e culturale di vaste zone del paese e di notevoli strati della sua popolazione e alle persistenti carenze della classe dirigente costituirono una remora non indifferente a quella effettiva e completa democratizzazione dello Stato che lo stesso Giolitti (...) sembrava auspicare”. La modernizzazione, seppure parzialmente, avvenne. Ma Giolitti è travolto dalla dinamica degli eventi e il potere passa nelle mani del Salandra. E il suo limite stette nel non comprendere appieno come i “meccanismi e il funzionamento” delle democrazie avanzate non era riconducibile a quello dello Stato liberale risorgimentale”.

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Salandra era al Governo dal marzo 1914, ovvero dalle dimissioni del Giolitti, e dovrà affrontare il primo periodo della I guerra mondiale.

3. Il declino del “giolittimo” e il crepuscolo dello Stato liberale. Siamo giunti al fatidico 1914, anno considerato come terminale della cosiddetta “età giolittiana”. Ci si stava, in quel momento storico, avviando verso la ridefinizione dei precari equilibri europei. L’Austria – Ungheria aveva già tentato in tal senso, ma senza successo. In realtà, come vedremo, si crearono le condizioni per un conflitto che ridefinisse i rapporti di forza. Il panslavismo serbo-russo non era meno insidioso. La Russia si fece paladina degli slavi, ma aveva evidenti mire egemoniche. Ci sarà un conflitto europeo, poi “mondiale”, per così dire, che in un primo tempo lascerà l’Italia in una posizione attendista, incline sicuramente, e giustamente, alla ricerca della migliore condizione per intervenire con il miglior ipotetico vantaggio possibile. Non casualmente le trattative si rivolsero a tutti e due i blocchi contendenti, già definiti dalle intese stipulate. Quel conflitto fu vinto militarmente ed eroicamente contro un avversario storico, che fu, per diversi decenni un alleato scomodo e necessario al contempo, ma, come vedremo, il paese uscì dalla guerra in condizioni durissime, stremato economicamente e pervaso da inquietudini e da ipotesi di sommovimenti irrazionali ma giustificati da rapporti sociali ormai inaccettabili. Il “pericolo rosso”, come in allora si diceva, era incombente e la dissoluzione delle istituzioni, minate da sinistra e da destra, fu fatale. Giolitti tentò di porre mano ad una situazione difficile, senza riuscire nei suoi intenti. Vedremo le ragioni del suo fallimento.

3.1 L’Europa e l’Italia verso il I conflitto mondiale. Dalla neutralità al ribaltamento dell’alleanza.

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L’assassinio in Sarajevo (28 giugno 1914) dell’Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e della consorte Sofia, fu il casus belli che dette avvio al primo conflitto mondiale. Un conflitto atteso, inevitabile. In pochi giorni scattò impietosamente (anche se non completamente, specie in relazione al nostro Paese) il meccanismo delle alleanze militari. La Germania dichiarò guerra a Russia e Francia. Con la crisi del “giolittismo” e del suo “liberalismo espansivo” si riponeva la linea dell’“arroccamento” ben delineato dal Salvadori che rimarca “lo spostamento del baricentro del potere governativo intorno alla burocrazia, alla Corona, agli ambienti militari e agli agrari meridionali” consentendo per questa via il ripristino della “repressione per controllare le agitazioni popolari” come in effetti si poté constatare durante la “settimana rossa” del giugno del ‘14 nelle Marche e in Romagna. Giolitti venne raggiunto dalla notizia quando si trovava all’estero in visita privata. Decise di inviare un telegramma al Presidente del Consiglio, Antonio Salandra. In esso Giolitti ricordava a Salandra che il governo italiano non aveva l’obbligo giuridico di intervenire a fianco degli Imperi centrali. La questione di un possibile coinvolgimento italiano si era, in effetti già posta nel 1913, quando le autorità italiane vennero a conoscenza delle intenzioni austro-ungariche nei confronti della Serbia. In quella occasione la posizione diplomatica italiana fu netta: il Regno d’Italia non avrebbe seguito gli altri membri della Triplice alleanza in guerre d’aggressione, interpretando i trattati in essere come essenzialmente difensivi. Nel contesto del momento storico considerato l’Austria-Ungheria era inadempiente in quanto il trattato prevedeva che, nel caso in cui uno degli alleati avesse dovuto

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scendere in guerra contro un altro stato, gli alleati avrebbero dovuto esserne informati preventivamente e ricevere adeguati compensi territoriali. La linea Giolitti era anche la linea del Ministro degli affari esteri, Antonino di San Giuliano, come risulta da uno scambio epistolare tra i due politici nelle date del 3 e del 5 agosto 1914. Queste considerazioni sono di per se sufficienti a giustificare la posizione di neutralità che il Governo assunse in quella occasione. Con nettezza lo Spadolini evidenzia comunque una ambiguità di fondo. Egli, infatti, ricorda che “il “no” di Giolitti dell’anno precedente (...) non aveva spostato le linee fondamentali della nostra politica estera, (...)” e la stessa “maggioranza giolittiana” risultava “ancora legata fortemente alle posizioni tripliciste”. L’opinione pubblica era certamente preoccupata e “il timore dell’espansione austriaca nei Balcani era ancora diffuso, ma la conquista delle isole egee aveva creato un contrappeso considerevole” rafforzando, nella nostra classe dirigente, l’idea che il contenimento regionale dell’Austria-Ungheria passasse per “l’alleanza più intima, più profonda, più salda con la Germania. Ma certo, Egli, come ricorda ancora lo Spadolini, restò fedele al “metodo dell’evoluzione graduale” e insensibile “agli strali della retorica nazionalista, agli epiteti dannunziani” comprendendo, unitamente al Turati, “la portata delle conseguenze

della

“terribile

guerra””

generatrice

di

“un

periodo

storico

interamente nuovo, periodo di profonde trasformazioni sociali, politiche ed economiche”. Le vicende successive sono a tutti noti. Si giunse al ribaltamento delle alleanze. Il Governo Salandra, essendo Sidney Sonnino Ministro degli affari esteri, sottoscrisse

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il Patto di Londra del 26 aprile 1915 che impegnava l’Italia ad entrare in guerra entro un mese dalla sottoscrizione. Il tutto avveniva nel segreto più assoluto. Questa non è la sede per una articolata disamina delle questioni che portarono ad un giro di valzer dissimile da quello pronosticato a Berlino. Giolitti in quei momenti aveva sufficiente lucidità per ricordare che la maggioranza era contraria all’intervento, che l’esercito non era pronto (lui stesso se ne era reso conto durante l’impresa di Libia). Come ricorda lo Spadolini, Giolitti, al pari di Turati, temeva che “lo sforzo militare, industriale ed economico della guerra impoverisse e dissanguasse l’Italia al punto da paralizzare quella politica di riforme e di progresso che sola avrebbe economizzato i rischi di una rivoluzione e di una sovversione sociale” essendo “la società italiana troppo esile, troppo gracile (…) per sopportare i sacrifici di un conflitto prolungato e logorante e per evitare” nell’immediato dopoguerra il ricorso “alle misure di forza”. Questo punto di vista è confermato anche dai pareri di altri ex ministri. L’assenza di una maggioranza interventista spinse lo stesso Salandra a dimettersi. Non erano alieni alla riflessione giolittiana neppure le conseguenza che il conflitto avrebbe potuto avere nei rapporti sociali interni. Ma, compresi i termini della questione, non si impose. Propose come possibili Presidenti del Consiglio Marcora o Carcano, che, come noto, erano convinti interventisti. La piazza era agitata. Non mancò neppure un certo grado di compiacenza da parte del Ministero dell’Interno, il cui titolare politico era lo stesso Salandra. Per una minoranza chiassosa “coscienza nazionale” era un binomio costituto da coscienza civica ma anche (e forse soprattutto) da “coscienza bellica”. Per i circoli nazionalistici il conflitto era la “sola igiene del mondo”.

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La maggioranza silenziosa fu prevaricata nettamente. Giolitti ripartì per il Piemonte, non attendendo neppure la riapertura della Camera. Le dimissioni di Salandra furono respinte. Il Re poté quindi dichiarare la guerra agli alleati di un tempo. Il Parlamento votò i pieni poteri al governo “in caso di guerra” con 407 voti favorevoli e solo 74 contrari (quasi tutti socialisti). Il 24 maggio l’Italia era in Guerra con l’Austria (ma non con la Germania). Tutti concordano nella esigenza di attribuire al Giolitti il merito di aver difeso, alla vigilia del primo conflitto mondiale, le prerogative dello stato di diritto e della democrazia parlamentare. È comunque opportuno però precisare che il 20 maggio 1915, quando si votarono “al governo tutti i poteri per salvaguardare gli interessi dell’Italia” anche i deputati giolittiani votarono a favore. Al riguardo è utile osservare che il Mola ricorda che “la crisi politica del dopoguerra iniziò con quella decisione al buio”, determinandosi le condizioni “per il gravame economico di una guerra di durata e di costi imprevedibili”. Ma per questa via “non difesero le prerogative che lo Statuto riservava alle Camere”. Si può parlare di un primo e pericolosamente grave vulnus dello Statuto. Giolitti era per la neutralità dell’Italia e la scelta interventista lo spinse ad isolarsi a Cavour, “tra la gente e lontano dagli intrighi”. Prima di ritirarsi in Piemonte, in quel non bello frangente romano Giolitti rischiò la propria incolumità personale e solo un rigoroso intervento dei Reali Carabinieri lo salvò da conseguenze forse fatali. D’altronde – come ricorda il Mola – già quando si costituì il Gabinetto Salandra, “i giolittiani furono tagliati fuori”.

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3.2 L’irreversibile crisi dello Stato liberale. Mussolini al potere. Giolitti parlerà nuovamente alla Camera solo nel novembre del 1919. Egli – consapevole di aver capito le conseguenze del conflitto – ora aveva, come ci ricorda il Mola, ben chiaro che il Paese disponeva solo di una “dirigenza rissosa, incapace di individuare i pochi capisaldi sui quali ricostruire”. Egli comprese – come si desume da una lettera alla moglie – che la “situazione internazionale è per l’Italia molto complicata e molto difficile ed è impossibile prevedere come si sistemerà”. Reputava che le elezioni politiche fossero imminenti. Sempre da una lettera alla moglie (del 12 luglio 1919) traspare un pericoloso errore di sottovalutazione. Egli al riguardo scrive: “Non è ancora possibile prevedere se sarà approvata la riforma elettorale della quale mi disinteresso perché credo sia cosa di nessuna portata (...) di fronte ai grandi guai del Paese”. Sovviene, al riguardo, l’acuta analisi del Salvadori per il quale “La vittoria militare in Italia – fatto unico nei paesi vincitori - fu motivo non già di rafforzamento delle classi dirigenti, ma del loro drammatico indebolimento”. In definitiva, alla vittoria militare nel primo conflitto mondiale corrispose la “sconfitta del ceto di governo, creando nel nostro paese una situazione più vicina a quella tedesca che non a quella inglese e francese”. Giovanni Spadolini in una rigorosa ricerca del 1969 ricorda come “il vecchio statista

liberale

e

l’antico

dirigente

riformista

[Turati]

concordavano

sostanzialmente nell’interpretazione della guerra come del punto di rottura della società italiana tradizionale, nella valutazione del conflitto e delle sue conseguenze come uno sconvolgimento e di una trasformazione della basi stesse della “élite” dirigente del paese e quindi delle sue istituzioni, del suo costume, della sua morale”. Lo storico fiorentino qualifica questo rapporto ricordando come “l’alleanza

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fra Turati e Giolitti abbia tratto un singolare rafforzamento (...) dalla opposizione dichiarata, motivata e consapevole” condotta dal Giolitti “contro l’intervento italiano nel conflitto mondiale”. Tra i due politici, come sempre lo Spadolini ci ricorda, vi era “una specie di affinità elettiva di mentalità comune, che andava oltre le differenze di formazione politica “e che si concretizzava nella comune avversione “per le astrazioni”, “per il dogmatismo tribunizio”, per il verbalismo messianico” ma anche nella comune considerazione “per leggi semplici, attuabili ed efficaci”. Intanto i Gabinetti che si succedevano alla guida del Paese stentavano a gestire i problemi reali. Nel settembre del ‘19 la Corona dovette chiamare “a raccolta gli uomini che per esperienza sapevano conciliare attese e vincoli”. Tra questi, ovviamente, vi era anche Giolitti. Giolitti, nel momento più acuto della crisi di Fiume, “salvò” Nitti per evitare che il potere fosse attribuito “ai peggiori elementi”. Era necessario per Giolitti evitare gli errori del passato. Aveva poca fiducia nella Società delle Nazioni ma comprendeva come fosse essenziale “neutralizzare ogni fermento di odio tra i popoli” all’uopo promuovendo “un accordo internazionale delle classi lavoratrici”. Ripudio dei trattati segreti e attribuzione di poteri reali in materia di politica estera al Parlamento costituivano, dal suo punto di vista, davvero autorevole, una riforma indispensabile, prevedendosi, in particolare, che “la dichiarazione di guerra dovrà sempre essere in precedenza sottoposta all’approvazione del Parlamento”. Era, a suo parere, assolutamente necessario capire, mediante “inchieste solenni”, le ragioni della condotta diplomatica della guerra e le responsabilità politiche conseguenti.

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Al Giolitti di quel periodo non erano estranee le ragioni concrete che si frapponevano al “risorgimento economico dell’Italia” e in primis la cronica deficienza, ad ogni ordine e grado, dell’istruzione pubblica, rifuggendo dunque dall’angustia della “vuota retorica”. Comprese, ben più dei circoli accademici, l’importanza del progredire nella gioventù di materie quali la fisica, la chimica, l’elettrotecnica. Le elezioni del ‘19 si tenero con il metodo proporzionale. Entrarono in Parlamento (alla Camera in quanto il Senato non era elettivo!) partiti molto poco consistenti ed esponenziali di interessi settoriali (quali quelli degli agrari). Il raggruppamento dei “ministeriali” raggiunse il 46 per cento circa dei voti e quindi

non

si

poteva,

almeno

formalmente,

contare

su

una

maggioranza

precostituita stabile. Ma gli stessi “ministeriali” erano un gruppo eterogeneo quando a ideologia e a visione pratica della realtà (liberali, democratici, radicali, socialisti riformisti, etc.). Queste elezioni videro poi l’affermazione di due partiti di massa: quello socialista, di maggioranza relativa, e quello popolare, di Luigi Sturzo, che, al suo esordio nella tornata politica, ottenne oltre il 20 per cento dei suffragi e ben 100 seggi parlamentari. ““Un colpo di fulmine” per la borghesia italiana”, per dirla con Guglielmo Ferrero, riportato da Spadolini. Ma un fulmine che non avveniva certo a ciel sereno. La fondamentale distinzione dei cattolici italiani in clericali conservatori e democratici è a tutti nota. Come sappiamo sarà la parte democratica, erede dell’esperienza del Murri e guidata dallo Sturzo a formarsi in partito politico moderno, antagonista delle istanze socialiste che sempre più presa facevano sulle masse proletarie.

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Giolitti si trova di fronte l’erede del Murri, don Sturzo “deciso – come ci ricorda lo Spadolini – ad imporre la “realtà” del partito nel quadro del nuovo sistema proporzionale, ostile a tutto il sistema delle alleanze su cui si era retto il giolittiano e su cui poteva salvarsi lo Stato liberale, anelante ad una differenziazione anche ideologica da tutte le coalizioni moderate che rinnovavano ai suoi occhi lo spettro del gentilonismo”. Ne sorse una Camera rinnovatissima (per i 2/3 circa) e poco docile nei rapporti con l’Esecutivo, che sarà presieduta da Vittorio Emmanuele Orlando. Giolitti, in una lettera alla moglie, ebbe a riconoscere che in essa erano ben organizzati sia il partito socialista che quello popolare. Nel maggio del 1920 si dimette Nitti in relazione alla vicenda di Fiume, oltre che per dissidi interni alla maggioranza governativa. L’ultima permanenza al governo di Giolitti (si trattava di una coalizione di democratici, riformisti e popolari) iniziò nel giugno del 1920, durante il cosiddetto biennio rosso (invero iniziatosi nel 1919). Egli tenne per se il Ministero dell’Interno. Carlo Sforza ottenne la guida della nostra diplomazia. Ivanoe Bonomi andò alla Guerra. Croce ottenne la Pubblica istruzione. Nei confronti delle agitazioni sociali, Giolitti, perseverò nella linea di prudenza già sperimentata nelle precedenti occasioni. Egli, in particolare, non fu acquiescente e supino alle richieste di agrari e imprenditori che sollecitavano l’autorità di Governo ad intervenire con risolutezza. Egli aveva ben presente che un atto di forza avrebbe finito con l’aggravare una situazione già di per se esasperata da ben evidenti ragioni di ristrettezza e di sofferenza economica della classi meno abbienti. Vi era però una certa differenza tra le agitazioni degli anni precedenti e lo scenario che doveva ora essere gestito dallo statista piemontese.

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Egli ormai non poteva contare neppure sulla benevolenza dei socialisti sempre più proiettati su una linea di opposizione al regime liberale, con una dirigenza socialista sempre più impostata a – come ricorda il Castronovo – “postulati di carattere nettamente rivoluzionario all’insegna della vittoria bolscevica in Russia”. Le tensioni non erano riconducibili alla matrice della mera conflittualità economica non risultando estranee ad esse accezioni di natura ideologica. Le istanze del movimento operaio, guidato dai socialisti, erano nettamente, direi radicalmente, contrapposte alle istanze della borghesia imprenditoriale, che, salvo per punte avanzate (per dirla con il Togliatti), era davvero poco incline ad accettarle. Una posizione parlamentare di Giolitti contribuì a incrinare irrimediabilmente i rapporti con la Corona d’Italia. Giolitti intendeva infatti modificare l’articolo 5 dello Statuto, in forza del quale fu possibile la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria da parte del Sovrano. La modifica passò alla Camera. Ora le cose sarebbero cambiate. “Senza la preventiva approvazione del parlamento non vi può essere dichiarazione di guerra”. Radicalmente

diverso

era

pure

il

contesto

economico

e

finanziario

che

caratterizzava l’immediato primo dopoguerra. L’Italia aveva subito danni economici incalcolabili dalla sua partecipazione al I conflitto mondiale. Il potere di acquisto delle classi a reddito fisso si era ridotto considerevolmente. Di questo mutamento radicale il Giolitti era ben consapevole. La sua breve permanenza alla guida del Governo non gli consentì di attuare iniziative effettive, nonostante la predisposizione di una manovra finanziaria importante.

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Capisaldi del suo prospettato intervento in materia economica e finanziaria furono: 1)

abolizione del prezzo politico del pane;

2)

riforma della leva fiscale con introduzione della progressività delle imposte;

3)

favor per l’inasprimento della tassa di successione e della nominatività dei

titoli al portatore; 4)

avocazione dei sovrapprofitti di guerra.

Vedremo, come una di queste misure, ovvero la nominatività dei titoli al portatore, fu rilevante per vetare lo stesso Giolitti da parte del Partito popolare nell’immediato futuro. Venne annunciata anche una iniziativa di razionalizzazione della burocrazia. Egli. È bene non dimenticarlo, fu funzionario e alto burocrate statale, quindi era un grande conoscitore dei nostri apparati. Innegabilmente la linea di politica economica con finalità di risanamento della finanza pubblica aveva una maggiore incidenza, almeno nominalmente, sulle classi più agiate del Paese. All’iniziale ottimismo dei mercati finanziari ben presto fece seguito la sfiducia, legata alla consapevolezza che il Gabinetto avrebbe avuto vita breve! come in effetti fu! Tra i primi provvedimenti governativi vi fu la approvazione del Trattato di SaintGermain che chiudeva, sul piano diplomatico, la conflittualità con l’ex impero austro-ungarico. Al riguardo si parlerà di una “vittoria mutilata” e questo sarà uno dei cavalli di battaglia di nazionalisti e fascisti contro i governi liberali del primo dopoguerra. Il Trattato di pace poneva l’urgenza di chiudere la “vicenda fiumana del d’Annunzio” ma l’occupazione delle fabbriche monopolizzò gli scampoli dell’attività del governo.

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In effetti, il clima sociale e la stessa convivenza civile declinavano sempre più verso forme di accentuata prevaricazione e violenza. Non vi è una opinione concorde degli storici circa la posizione reale del Giolitti nei confronti delle agitazioni fasciste. Per alcuni egli tollerò, mentre, a giudizio di altri, “appoggiò” le azioni delle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse essere in seguito riassorbita all’interno del sistema democratico. Questa ultima ipotesi sembra in effetti un po’ troppo “spinta”. Possiamo dire che l’obiettivo giolittiano di quei gravi momenti è così (con il Mola) riassumibile: “rinsaldare il senso dello Stato, restituire smalto alle istituzioni dopo quasi due anni di scioperi a getto continuo, anche nel pubblico impiego, e far quadrato attorno alle forze armate, a lungo vilipese dall’estrema sinistra e da residui di clericalismo antirisorgimentale”. I buoni uffici della Massoneria contribuirono ad una contemperazione degli interessi e le fabbriche furono sgombrate. Da parte sua il Giolitti ricordò (il 17 novembre 1920) che “Solamente l’accordo pieno e sincero tra lavoratori e conduttori delle industrie può assicurare al nostro paese un prospero avvenire economico”. Unico successo di questo periodo fu la definizione della cosiddetta “questione di Fiume“. Il Giolitti riuscì, dopo i necessari contatti con la Jugoslavia, a concludere per via diplomatica tale delicata questione. Formalmente la “questione fiumana” fu definita dal Trattato stipulato in Rapallo (Genova) nel novembre del 1920. In tale sede pattizia fu statuito che la Città di Fiume sarebbe diventata città libera, rinunziando il Regno d’Italia ad ogni pretesa diretta su tale località unitamente alla rinuncia di ogni fondata rivendicazione sulla Dalmazia, salva la Città di Zara, che

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sarebbe passata sotto la sovranità italiana. La conclusione del Trattato imponeva di doverlo “eseguire francamente”. Queste scelte non mancarono di destare, sia nel Paese che nel Parlamento, motivi di acuta tensione. La vicenda si concluse con l’uscita di scena del D’Annunzio, volendo il Giolitti dimostrare che “nessuno, se non il governo del re, poteva arrogarsi il ruolo di rappresentare gli interessi nazionali”. Questo stato di fatto indusse comunque Giolitti, che riteneva che l’elettorato fosse dalla parte dei liberali e dei moderati, contro il parere dei suoi più influenti consiglieri, tra i quali Alfredo Frassati, a proporre lo scioglimento della Camera dei deputati e a proporre l’indizione delle nuove consultazioni elettorali politiche fissandone la data per il 15 maggio 1921. Il quadrò politico non si mutò particolarmente. I liberali potevano formare un governo. I socialisti (seppure distinti nelle articolazioni degli “unitari” e dei “massimalisti” e nonostante che i loro seggi parlamentari fossero scesi a quota 124 contro i 156 delle precedenti elezioni) e i cattolici (che ottennero otto seggi in più rispetto alla precedente tornata elettorale) si potevano ormai, a ragione, considerare partiti fortemente radicati nell’elettorato, rappresentativi di interessi degni della dovuta considerazione. Bisogna poi osservare che per effetto di queste elezioni entrarono i primi deputati fascisti a Montecitorio, in numero di 35. Fecero il loro ingresso alla Camera deputati anche i primi (erano complessivamente 25) deputati del Partito comunista italiano (sorto a Livorno nel 1921 da una scissione del P.S.I.). Anche in questa occasione si può parlare di un “accentuato” rinnovamento della rappresentanza.

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Giolitti aveva pensato di poter “costituzionalizzare”, come aveva fatto con Turati, i fascisti che si sarebbero lasciati docilmente assimilare dal sistema liberale. Il Tasca definì questo tentativo di “assimilazione” come un “gesto di suicidio” dello Stato liberale risorgimentale. Il fallimento del disegno giolittiano del ‘21 il cui obiettivo era di “fare dei liberali il perno di un ampio e articolato centro di assimilazione trasformistica dei fascisti e di contenimento della forza elettorale dei due partiti di massa, il socialista e il popolare”

da realizzarsi tramite la formazione

dei

“blocchi

nazionali”

fu

espressione “dell’irrimediabile declino della classe dirigente liberale”. La Camera, costituita da “quattordici gruppi parlamentari litigiosi anche quando affini” era di difficile governabilità anche per le mani esperte di Giolitti. Un dato politico importante mi sembra incontrovertibile. In realtà socialisti e popolari non erano inseribili entro gli angusti schemi dello stato liberale ottocentesco. I fascisti nel giro di pochi anni fecero un giro di valzer ideologico da capogiro. I “liberali” erano divisi e incerti. Dopo la caduta del suo V Governo, Giolitti si decise ad appoggiare il Governo Bonomi, del quale facevano parte, oltre ad alcuni giolittiani, pure alcuni popolari. Si trattò di un Governo assolutamente incapace di contenere lo squadrismo fascista che pure godeva di connivenze negli apparati di polizia. Era sempre insistente l’ipotesi di un suo ritorno alla guida del Governo. Contro questo progetto si pose il veto del Partito popolare, dovuto all’avversità della Santa Sede nei confronti del provvedimento sulla nominatività dei titoli azionari, elaborato dal Giolitti. Alla fine la guida del Governo fu affidata al giolittiano Luigi Facta che negli ultimi mesi prima della marcia su Roma (28 ottobre 1922) guidò due debolissimi Gabinetti, costituiti da giolittiani, popolari e esponenti della destra costituzionale.

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Il senso dello Stato gli impose in quei giorni (si trovava in Cavour) di rientrare in Roma per assumere la guida del Gabinetto, ma un nuovo veto dei popolari, oltre alla rigidità di un Facta che si sentiva ancora utile, non consentirono di procedere in tal senso. Il governo Facta non ebbe la forza (o il coraggio) di procedere con la dichiarazione di stato d’assedio e di lì a pochi giorni l’incarico di formare il nuovo governo sarà affidato a Benito Mussolini. Giolitti, come ci ricorda il Mola, “riteneva opportuno coinvolgere i fascisti. Egli però era l’unico pronto a farne uno anche senza di essi. La vera scelta […] fu […] tra Giolitti e Mussolini, fra l’uomo delle certezze e l’uomo delle scommesse. In buona sostanza, fra le tante Italie, vinse quella del “non rispetto delle regole”. È ancora il Mola a ricordarci che “Giolitti imboccò una linea coerente con il suo passato. […] Dichiarò quindi che avrebbe sostenuto il Governo Mussolini fino a quando questo si fosse mosso nell’alveo dello Statuto”, non mancando di ricordare ai socialisti “di non essersi mai assunta la corresponsabilità di governo”, essendo essi “sempre stati senza coraggio”. Giolitti si decise quindi di votare obtorto collo la fiducia al Governo rifuggendo da quelle

ipotesi

dimissionarie

(un

Aventino

ante litteram) che pure alcuni

parlamentari di estrazione liberale, quali Francesco Cocco Ortu, pure avevano paventato. Per Giolitti “non esistevano alternative”. Per questa via sarà determinata una successiva involuzione dello Stato liberale che portò alla dittatura fascista. Giolitti votò, come già detto, la fiducia al Governo Mussolini, al pari di molti altri futuri oppositori, e successivamente votò a favore della legge Acerbo. Nel giugno del ‘23 la Camera dei deputati affidò ad una Commissione in cui sedevano i rappresentanti (molti dei quali davvero autorevoli (De Gasperi,

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Calandra, Turati)) di tutti i gruppi parlamentari l’esame del disegno di legge governativo sul nuovo sistema elettorale maggioritario, ideato da Michele Bianchi, segretario politico del PNF (Partito nazionale fascista), che, per certi aspetti spiazzò lo stesso Mussolini, più incline a soluzioni che gli consentissero di controllare le redini del partito. Giolitti fu Presidente di questa Commissione della Camera e condivise la soluzione che poi sarà tristemente nota come “legge Acerbo” – davvero decisiva per le sorti non magnifiche né progressive del futuro ventennio – per la quale i due terzi dei seggi alla Camera dei deputati sarebbero stati assegnati alla lista che avesse ottenuto il 25 per cento dei voti validamente espressi. I rimanenti seggi (179) sarebbero stati suddivisi tra le liste ulteriori in base ai voti ottenuti. Ove nessuna lista avesse ottenuto il 25 per cento dei voti questi sarebbero stati assegnati proporzionalmente ai voti validi. Venne istituito un collegio unico nazionale, ripartito in quindi circoscrizioni (regionali),

salvi

due

accorpamenti

Lazio-Umbria

e

Calabria-Basilicata.

L’elettorato passivo (essere eletti alla Camera) passò da 30 a 25 anni. La scheda libera venne sostituita dalla “scheda di stato”. La busta, assai sottile, permetteva di capire per quale lista avesse votato l’elettore. Giolitti che pure criticò alcuni aspetti del nuovo impianto normativo non era contrario al premio di maggioranza. Neppure contrari furono i deputati di ispirazione ideologica liberale, primo fra tutti Benedetto Croce. Il Re, non potendo fare altrimenti, promulgò la nuova legge elettorale in data 18 novembre 1923. È bene ricordare che in linea di principio il Giolitti non poteva criticare più di tanto i primi provvedimenti governativi.

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Mussolini stava, in effetti, realizzando, a tappe forzate, quello che Lui aveva tentato di impostare ma non riuscendo a completare il proprio disegno riformatore per le forti opposizioni che si erano create. Mi riferisco in particolare al riordino della pubblica amministrazione (vedi questione degli “esuberi”), al fisco e alle funzioni statali. Egli continuò a frequentare la Camera, sentendolo “un suo dovere” nei confronti del proprio elettorato. Il 25 gennaio 1924 la Camera “suicida” fu sciolta e le successive elezioni politiche (6 aprile 1924), svolte in un clima di violenza e di tensioni continue, determinarono la netta affermazione del listone nazionale di Mussolini nel quale, per altro, erano inseriti diversi esponenti liberali quali Salandra e Orlando e il Gen. Cittadini. Non va sottaciuta la circostanza che quando egli intese elaborare una sua lista alternativa trovò non poche difficoltà e non pochi rifiuti anche tra politici che gli dovevano molto. Egli comunque presentò una lista liberale. Il listone di Mussolini e la lista fascista alleata ottennero oltre il 65 per cento dei voti validamente espressi, andando ben oltre lo 0,5 per cento delle elezioni del ‘21. Ci furono violenze e intimidazioni ma questo “successo” traeva anche origine dall’adesione convinta di molti che ritenevano necessaria la pacificazione nazionale in un contesto nel quale “i vecchi partiti non sapevano giungervi spontaneamente”. Ma in quegli anni Egli ebbe ben chiaro quanto non gli era sovvenuto precedentemente: “La legge elettorale del 1919 […] aveva frazionato la Camera in un gran numero di partiti e gruppi, rendendo così impossibile la composizione di una maggioranza omogenea”. La conseguenza era immediata. Risultava possibile “solo la formazione di ministeri di coalizione fra partiti diversi e perciò organicamente deboli”.

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Egli aveva chiaro che “la tranquillità interna deve fondarsi non solamente sulla forza, ma sullo spontaneo consenso di tutte le classi sociali […] che si ottiene con istituzioni, leggi, azioni di governo ispirate a vera giustizia sociale.”, rivendicando il ruolo e il primato parlamentare “grande garanzia per tutte le classi sociali”. Secondo Giolitti “bisognava rimanere alla Camera come in trincea”. Giolitti non si candidò mai nelle file fasciste e quando gli venne chiesta l’adesione al fascismo si dimise pure dalla carica amministrativa provinciale a Cuneo. Fu lo stesso Duce “a decidere di fascistizzare la provincia” anche “per umiliare Giolitti”. Nel gennaio del 1925 Giolitti si oppose alla riforma elettorale prospettata dal Governo che prevedeva il ritorno al sistema maggioritario uninominale. Dopo la scomparsa di Matteotti, Giolitti criticò fortemente la “secessione dell’Aventino“, sostenendo che la Camera era il luogo dove occorreva fare opposizione. La linea giolittiana dell’impegno nell’Istituzione parlamentare e la linea aventiniana non si incontrarono mai. Giolitti non prese parte al dibattito sulla legge che nella vulgata giornalistica era detta “contro la Massoneria”. In quell’occasione si ebbe l’intervento del Gramsci che la considerava “il grimaldello per prendere sotto controllo ogni associazione, sino al divieto dei partiti politici d’opposizione”. Nel 1924 votò per la prima volta contro il Governo Mussolini in seguito alla presentazione della legge sulla limitazione della libertà di stampa. Giolitti continuò comunque a esercitare, seppure selezionando rigorosamente i suoi pochi interventi, intervenendo, quindi, solo nei momenti più decisivi, la sua attività di parlamentare. Nel 1927 non mise praticamente piede a Montecitorio, ma nelle sue riflessioni private

comprendeva

agevolmente

i

moti

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vulnus

che

caratterizzavano


l’affermazione del fascismo nella cornice formale dello Statuto, primi fra tutti la presenza della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Sarà nel suo intervento parlamentare, nel 1928, quando, nell’“acquiescenza assoluta”

ebbe

avvio

(4

marzo)

l’esame

parlamentare

del

provvedimento

governativo istitutivo di un collegio elettorale unico nazionale che avrebbe dovuto approvare o respingere in blocco una lista di 400 membri della nuova Camera. Tale lista sarebbe stata elaborata dal Gran Consiglio del Fascismo, un organo di partito assolutamente avulso dalla prassi e dalle disposizioni statutarie. Giolitti difese la legalità statuaria ricordando la lettera dell’art. 39 dello Statuto albertino. A questo punto si avvia il “dignitoso crepuscolo di uno statista che non volle eredi politici”. Negli ultimi mesi riordinò le sue carte lasciandole pronte per il Commendatore Eugenio Casanova dell’Archivio di Stato.

4. Giudizio sintetico su Giolitti Il Giolitti, erede della migliore tradizione liberale, seppe comprendere, pur rimanendo sostanzialmente ancorato alla cornice dello stato liberale risorgimentale, le esigenze di allargare a più ampie cerchie di cittadini la partecipazione alla cosa pubblica reputando che quella fosse la via per conservare, rinverdendolo, lo stato liberale, che, sorto dal Risorgimento e orfano della Destra storica, sul finire del secolo XIX era sul baratro di una pericolosa involuzione. Ebbe certo molti nemici anche tra le fila liberali in un contesto difficile caratterizzato anche dalle diverse anime del mondo cattolico (con i murriani e gli sturziani che gli rinfacceranno il “gentilonismo” e altro, e questi ultimi che lo “veteranno” per la questione della nominatività dei titoli azionari, dannosa per gli interessi della finanza vaticana) e del movimento socialista, ove, accanto ai possibilisti Turati e al Bissolati, erano presenti pure, e in parte preponderante, le

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irruenti anime sindacali e massimaliste, decisamente antisistema, la cui presenza condizionò non poco, in senso non collaborativo, la componente più moderata. Egli dovette fare i conti con una maggioranza parlamentare difficile da controllare e gestire, dovendo Egli scendere a compromessi. Ma Giolitti era pur sempre un punto di riferimento. Egli fu decisivo riuscendo (specie dopo gli insuccessi del Sonnino, personalità molto preparata e capace ma poco incline ai compromessi e agli accomodamenti tipici della politica) a far comprendere che non esistevano alternative credibili e fattibili alla sua linea di moderatismo riformista. In realtà tali “alternative” non esistevano affatto. I notabili meridionali costituivano una evidente forza di conservazione poco compatibile con rinnovate esigenze di sviluppo di quei territori. Da essi si genererà l’alternativa politica impersonata dal Salandra che portò il Paese al conflitto e alle laceranti conseguenze postbelliche. Fu, specie dal Salvemini, aspramente criticato per la sua politica nei confronti del Mezzogiorno, ove, molte volte, l’elezione di deputati “governativi” non appariva democraticamente trasparente. Gli esponenti liberali, divisi da impostazioni (e da interessi) dissimili (giolittiani, salandriani, sonniniani, etc.) non costituivano una forza omogenea e dotata di un indirizzo unitario e univoco. Essi in particolare non erano una forza idonea a proseguire il cammino intrapreso dalla Destra storica, poi deformato dal trasformismo del Depretis e dall’autoritarismo crispino. I “liberali” non riuscirono, in sintesi, a stare al passo con i tempi, costituendosi in un partito politico moderno e strutturato. Egli non fu mai un Depretis in edizione riveduta ed aggiornata, e, pur essendo stato, in alcune occasioni, indulgente ad alcuni poteri forti, la sua azione mai fu incompatibile o in contrasto con l’interesse generale che egli seppe interpretare in

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senso dinamico, non ancorato ad una astratta conservazione dello status quo interno. La sua azione di ammodernamento dello stato, salva l’impostazione centralista, a tutti è nota ma certo anche il legislatore più efficiente si trova poi a fare i conti con la burocrazia e con i tempi, molto spesso non brevi, della concreta ed effettiva applicazione delle norme e la loro effettiva incidenza nei rapporti sociali. Quante leggi, ancora oggi, vengono promulgate ma non vengono poi applicate! La più parte del movimento socialista, ma anche il movimento cattolico e i nascenti nazionalisti si caratterizzavano per l’essere forze anti-sistema, che, invano, nella sua traiettoria politica, l’uomo di Dronero cercò di inserire nella cornice costituzionale vigente. Fu, Egli, certo, aiutato dallo sviluppo economico che caratterizzava l’Europa del suo periodo ma gli va riconosciuto con forza il merito di aver compreso il divenire dello stato (non più minimo classico) ma proiettato nella linea di creare le condizioni per lo sviluppo e la crescita economica favorita dal rigore dei conti pubblici, dalla stabilità monetaria, dal favor per il risparmio, dalla solidità del sistema creditizio, basato sulla banca mista, da salari che seppur legati alla produttività non dovevano essere meramente sussistenziali, ma anche dalle iniziative a sostengo dell’industria nascente (anche, se del caso, di matrice protezionistica), attuando, al contempo, una linea fiscale mite (ma basata sula progressività) e non dannosa per la crescita. Favorito certo dalla congiuntura internazionale favorevole seppe garantire le condizioni perché il divario con gli altri paesi industriali dell’Europa si colmasse, almeno parzialmente. Comprese il nesso tra crescita economica e pace sociale, all’uopo favorendo le condizioni di una equa contemperazione degli interessi tra le parti sociali, evitando che lo stato e le sue istituzioni si facessero paladini e

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protettori di interessi forti. Non esitò in alcune fasi a contrastare certe rendite di posizione e certe logiche oligopolistiche! Dette, nella sfera internazionalistica, prova di buon senso e di moderazione, rifuggendo dal velleitarismo crispino, subito conscio, al pari del Turati, delle implicazioni che il conflitto avrebbe avuto per il paese. Evitò un ripiegamento italiano sulla posizione diplomatica e operativa anche rappresentata dalla linea di penetrazione balcanica dell’Austria-Ungheria interpretando la Triplice Alleanza con la dovuta moderazione ma con sostanziale correttezza. Fece molto e bene e le rigidità socialiste e cattoliche, dovute ai loro timori e alle loro tensioni interne, costituivano un elemento che si frapponeva irrimediabilmente ad un ammodernamento più marcato e condiviso (oggi diremmo bipartisan) delle istituzioni. Fece molto ma, per il milieu delineato, non riuscì a realizzare tutto ciò che desiderava, non riuscendo a coinvolgere i socialisti riformisti in modo organico nelle sue iniziative e, da ultimo, a riassorbire le intemperanze nazionaliste e fasciste nell’alveo della legalità statutaria. Ritenne fino all’ultimo suo dovere rappresentare il suo elettorato evitando fughe dalla responsabilità del proprio ruolo politico. Fu sempre strenuo difensore della legalità costituzionale, non mancando di evidenziare le deviazioni da essa e uscendo di scena quando la cornice librale fu modificata sostanzialmente in senso illiberale prima e decisamente autoritario poi. Le

due

citazioni

che

precedono

l’introduzione

e

l’inquadramento

storico

evidenziano la ragion d’essere dell’azione politica e i limiti entro i quali Egli fu costretto a muoversi. Egli ben comprese che la crescita del paese doveva avvenire non disdegnando i canoni della giustizia sociale, prerequisito di uno sviluppo armonioso, dovendo, al

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contempo, fare i conti con una classe dirigente liberale non coesa. Ne uscì una gestione del potere duale e incoerente, destinata ad infrangersi sugli scogli e questo non per meramente per sua colpa. Tutto sommato Giolitti, che dovette scontare le timidezze di parte dei socialisti e l’ostilità sturziana, rappresentava quanto di meglio il paese potesse in allora pretendere. È ben noto che la storia non si fa con i “se” e con i “ma”. Ritengo comunque ragionevole che Egli, anche volendolo, non avrebbe comunque mai potuto cementare in senso moderno i liberali. La rigidità dei dirigenti dei partiti di massa neoformatisi fece il resto. Gli va riconosciuto un notevole senso dello Stato.

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5. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

CASTRONOVO Valerio Storia economica d’Italia, Dall’Ottocento ai giorni nostri. Einaudi, 2013

GHISALBERTI Carlo Storia costituzionale d’Italia. 1848/1994, Laterza, 2002

MOLA Aldo A. Giolitti. Lo statista della nuova Italia. Mondadori, Le Scie, 2003

SALVADORI Massimo L. Storia d’Italia. Crisi di regime e crisi di sistema 1861 – 2013, Il Mulino, IV ediz., 2013

SPADOLINI Giovanni Il mondo di Giolitti, Le Monnier, 1969

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pubblicazione a cura di Pascal McLee

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