Appunti Matematici 19

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Patrizio Gravano

APPUNTI MATEMATICI

FONDAMENTI DI

MACROECONOMIA numero 19 - luglio-agosto 2016



Patrizio Gravano

APPUNTI MATEMATICI

FONDAMENTI DI MACROECONOMIA

John Maynard Keynes Cambridge, 5 giugno 1883 – Tilton, 21 aprile 1946

n. 19/20, luglio-agosto 2016


INTRODUZIONE

Dopo molti anni dal superamento di alcuni esami universitari nelle Facolta’ di scienze politiche e di Economia ho deciso di elaborare una breve scheda sintetica sui fondamenti della moderna teoria macroeconomica, in gran parte ancora oggi dovuti all’economista inglese J. M. Keynes che, e’ utile ricordarlo, elaborava la propria impostazione teorica negli anni piu’ bui della grande depressione economica del 1929 che, originatasi negli Stati Uniti, ben presto colpi’ la totalita’ delle principali nazioni industrializzate. Tale profonda depressione si caratterizzava, come e’ noto, per una marcata recessione economica e per elevati livelli di disoccupazione e, ad esempio nel caso tedesco, per un astronomico tasso di inflazione (iperinflazione). Ho

deciso

di

impostare

la

materia

in

brevi

paragrafi

sequenziali, evitando inutili appesantimenti e partendo dale definizioni, anche quelle piu’ semplici. Ho attinto dai testi indicati in bibliografia e dai miei appunti che sintetizzavano alcuni testi per la preparazione agli esami tra i quali il ben noto manuale di economia di Samuelson, cui sono molto affezzionato in quanto e’ stato il primo testo su cui ho studiato economia.


In

alcune

parti

ho

tentato

di

impostare

con

una

certa

originalita’ nella speranza di non aver commesso errori analitici. Nelle indicazioni bibliografiche non ho citato il testo di Paul Samuelson e William Nordhouse, praticamente il primo testo di economia di un certo spessore che abbia studiato con attenzione. Ho ritrovato vecchi appunti in vece di quell’ottimo testo che peraltro circola anche ai nostri giorni in una edizione riveduta ed aggiornata. Come detto, in alcuni punti della presente trattazione ho introdotto mie riflessioni e mie ipotesi di cui sono unico responsabile per ogni eventuale manchevolezza o errore.

Patrizio Gravano patrizio.gravano@libero.it


FONDAMENTI DI MACROECONOMIA

1. Definizione di macroeconomia Occorre

partire

da

una

definizione

condivisibile

di

macroeconomia, come di quella parte dell’economia politica che ha come oggetto lo studio delle grandezze macroeconomiche e il comportamento degli attori economici, non considerati uti

singuli

ma

come

aggregati,

quali

ad

esempio

i

consumatori, il settore pubblico, il settore estero, la banca centrale, il settore della produzione. La realta’ economica moderna e’ caratterizzata da sempre piu’ ampie

interdipendenze

verificano

economiche

per

hanno

sempre

all’estero

cui

eventi

piu’

che

si

ampiamente

ripercusisoni interne non trascurabili. Anche eventi privi di una precisa connotazione economica, quali ad esempio le turbolenze geopolitiche e il terrorismo internazionale, o la stessa instabilita’ politica, hanno solitamente

conseguenze

assai

negative

in

termini

di

stagnazione e di mancata crescita o comunque in termini di una piu’ limitata crescita economica. La moderna macroeconomia studia l’economia “as a whole”. E’ ben evidente che siamo in presenza di una complessita’ economica che richiede ai fini esplicativi l’elaborazione di


modelli

economici,

utili

a

dare

una

rappresentazione

semplificata ma attendibile del funzionamento del sistema economico e le sue dinamiche nel tempo. I

diversi

agenti

economici

interagiscono

nel

sistema

economico, inteso quale un circuito. Il concetto di circuito economico e’ particolarmente utile a dare

una

rappresentazione

schematica

e

semplificata

del

sistema. Una visione semplificata ma globale del sistema economico non e’ una conquista recente ma trae origine dalle riflessioni del Quesnay, studioso francese del XVIII secolo.

Questi e’ considerato il padre della prima “scuola economica” moderna, la fisiocrazia. Scrisse il suo Tableau économique nel 1754. Esso da una visione di insieme dell’economia, tenendo conto della distinzione delle classi sociali e dei flussi reali (di merci, derrate e manufatti) e di flussi monetari e del ciclo produttivo ⦋vedi, ad esempio, Casale, Giannelli⦌.

Alla base di tutto, inevitabilmente, c’e’ la produzione, di beni strumentali e di beni di consumo finali, che determina redditi sotto forma di rendite, di profitti e di salari.


Le remunerazioni dei fattori possono anche essere intese quali spese, sotto forma di investimenti produttivi e di consumo finale che alimentano il ciclo della produzione. Non andrebbe poi sottaciuto il ruolo del sismtema bancario e del credito per la funzione essenziale di consentire che il risparmio privato possa essere utilizzato per finanziare il ciclo produttivo, attraverso l’attivazione di investimenti. Sempre piu’ rilevante e’ poi divenuto il ruolo della banca centrale, quale prestatore di ultima istanza e titolare delle decisioni di politica monetaria. Anche lo stato, come vedremo, ha assunto un ruolo di sempre maggiore importanza in quanto titolare della politica di bilancio e della politica fiscale. Va pero’ detto che i recenti sviluppi, specie in relazione alla definizione di una Unione economica e monetaria europea hanno spostato il baricentro delle scelte e delle decisioni di politica monetaria e dei vincoli di bilancio dal livello nazionale a quello sovranazionale, attribuendo un ruolo ampio e

formalmente

incisivo

alle

istituzioni

comunitarie

competenti e alla Banca centrale europea. Non sono comunque mancate precise critiche alla assenza di una politica economica piu’ coordinata rispetto a quella realizzata in concreto, specie, ma non solo, in materia fiscale.


In effetti i vincoli contenuti nei trattati hanno irrigidito il raggio di manovra dei decisori nazionali delle politiche di

bilancio

e

concentrato

nella

B.C.E.

le

decisioni

di

politica monetaria e di prestatore di ultima istanza, gia’ tipiche delle varie banche centrali nazionali. Una traslazione di sovranita’ che non ha mancato di essere caratterizzata da frizioni e da critiche polemiche non solo in relazione alla crisi greca. Agenti economici e settori istituzionali concorrono con le loro scelte e con le loro decisioni ad indirizzare il corso degli eventi economici futuri, con obiettivi loro propri, quali il profitto per le imprese, la stabilita’ dei prezzi e la

corrispondenza

creditizio

e

agli

bancario

obiettivi

per

la

propri

B.C.E.,

alla

del

settore

politica

di

bilancio e di una equa ripartizione delle risorse per le istituzioni governative e comunitarie, evitando l’insorgere di rischi sistemici. L’obiettivo

ultimo

dovrebbe

essere

quello

di

garantire

adeguati livelli di crescita dell’economia compatibili con la piena occupazione dei fattori produttivi e in particolare del fattore lavoro, colpito, negli ultimi anni, forse come non

mai,

da

una

pericolosa

contrazione

dei

livelli

occupazionali con conseguenze, non solo economiche, severe specie in termini di fiducia, ma anche materiali, legate


all’assenza

di

redditi

importanti,

anche

in

termini

di

mancato potere di acquisto di consumo di beni finali. Anche la macroeconomia per studiare la realta’ economica, inevitabilmente, la deve semplificare. Questa semplificaizone si realizza con l’elaborazione di un modello economico, ovvero una semplificazione della realta’ ritenuta comunque adeguatamente rappresentativa di cio’ che si intende descrivere. Un modello economico

⦋Valli⦌ “e’ un insieme di relazioni

economiche (….) sia in forma quantitativa (…) che in forma non quantitativa…” Detto

testo

riporta

anche

una

esaustiva

tassonomia

dei

modelli, delle variabili e delle equazioni costitutive dei modelli. La distinzione prima e’ certamente quella tra i modelli di economia politica (analisi)e modelli di politica economica (di strategia). Nello sviluppo del testo si troveranno diverse equazioni, alcune delle quali sono vere e proprie definizioni, mentre altre, pensiamo alla funzione di consumo, sono equazioni comportamentali. Altre sono dette equazioni tecniche, sinonimo per indicare le funzioni di produzione.


Altre, particolarmente rilevanti, sono dette equazioni di equilibrio. Un esempio importante di esse e’ costituta dall’equazione che eguaglia domanda ed offerta aggregate, come si vedra’ piu’ oltre. Nei modelli macroeconomici viene posta particolare enfasi nel distinguere tra variabili endogene e variabili esogene. Una variabile e’ esogena rispetto ad un dato modello quando e’ assunta data ovvero quando e’ intesa alla stregua di una costante. Vorrei osservare che una medesima costante, come ampiamente si vedra’ per il caso degli investimenti produttivi, puo’ essere assunta come esogena, anche se magari variabile nel dominio del tempo, oppure come endogena, ovvero avere un valore che dipende da altre variabili, mediante una equazione costitutiva del modello. Si rimanda, per un eventuale approfondimento, specie in relazione agli obiettivi e agli strumenti al Cap. 1 del testo citato ⦋Valli⦌. Come ogni rappresentazione della realta’ i modelli economici incontrano limiti esplicativi e predittivi, come, ad esempio, il citato autore ricorda in ordine ai modelli keynesiani di breve

periodo

che

postulano

la

costanza

dello

stock

di


capitale, che definisce, peraltro, il concetto di breve periodo. Questa e’ una “verita’” vera fino ad un certo punto. Anche i processi di crescita sono ben piu’ complessi di quelli elaborati

dalla

teoria

economica

che

pure

ne

sono

una

soddisfacente “uniforme” approssimazione. Un limite ancor piu’ grave e’ quello rappresentato dal fatto che

il

processo

globalizzazione

di

internazionalizzazione

sempre

piu’

spinta

convive

e con

oggi

di

modelli

elaborati per economie relativamente piu’ chiuse.

2. Prodotti lordi, reddito nazionale e deflatore del PIL. Lo studio dell’economia presuppone la definizione di alcune grandezze economiche di fondamentale importanza quali il prodotto interno lordo (P.I.L.). Esso definisce in termini monetari la quantita’ di beni e servizi prodotti dai fattori produttivi interni, o come si dice, residenti, nel paese considerato, ad esempio in Italia. Esso e’ esprimibile in termini di valore aggiunto, ovvero come

differenza

tra

il

valore

della

produzione

cui

va

sottatto il valore dei beni (e dei servizi) di consumo intermedi, ovvero necessari, o strumentali, alla produzione dei beni finali.


PIL = Valore della produzione – Valore dei consumi intermedi. Il PIL puo’ essere inteso come una sommatoria costiuita da beni e servizi finali come segue PIL = ∑đ?‘›đ?‘–=1 đ?‘?đ?‘– đ?‘žđ?‘– ove i denota l’i-esimo bene finale prodotto. Nel

corso

delle

attivita’

produttive

si

ha

consumo

di

capitale fisso, in relazione alla usura di esso o alla obsolescenza, ovvero alla necessita’ di sostituire dosi di capitale, solitamente fisico, beni e strumenti, non piu’ adeguati

alle

esigenze

produttive,

per

effetto

delle

migliorie tecniche, legate, inevitabilmente, al progresso tecnologico, variabile essenziale in relazione alla crescita e alle dinamiche macroeconomiche. Il prodotto interno netto netto (P.I.N.) si ottiene da quello lordo sottraendo da esso il valore monetario corrispondente al consumo del capitale fisso. PIN = PIL – consumo di capitale fisso. Il prodotto interno lordo viene “calcolato ai prezzi di mercatoâ€?, ovvero tenendo conto delle imposte al netto delle sovvenzioni governative alla produzione, se presenti. In definitiva, la quantita’ đ?‘?đ?‘– non si riferisce al prezzo per unita’ di prodotto corrispondente alla remunerazione dei fattori ma attiene al prezzo di vendita che tiene conto ad


esempio delle imposte indirette, quali l’imposta sul valore aggiunto,

calcolata

per

date

aliquote

su

un

prezzo

solitamente đ?‘?′đ?‘– di remunerazione dei fattori della produzione. In buona sostanza risulta đ?‘?′đ?‘– + Ď„đ?‘?′đ?‘– = đ?‘?đ?‘– ove Ď„ e’ l’aliquota ficale applicata. E’, come detto, il caso dell’imposta sul valore aggiunto o anche

dei

diritti

doganali

per

quanto

attiene

ai

beni

importanti. Nella visione circolare il prodotto interno lordo puo’ essere inteso come una misura dei redditi distribuiti per effetto della produzione tra i partecipanti, in particolare tra i lavoratori, percettori del salario e i produttori, percettori del profitto. P.I.L. quale indicatore di valore aggiunto, indicatore di reddito interno (che poi si distribuisce tra gli attori del processo

produttivo)

e

indicatore

di

prodotto

sono

tre

aspetti della stessa realta. La produzione crea beni e servizi finali, quantificati in termini monetari, costituenti un valore aggiunto, ripartito in

termini

di

remunerazione

implicati nella produzione.

tra

gli

attori

economici


E’ stato osservato come il PIL possa essere inteso come una sommatoria di prezzi per quantita’. Ed e’ ben evidente che una variazione positiva del P.I.L. ben possa essere dovuta ad una variazione positiva dei prezzi finali dei beni e dei servizi, oppure ad una variazione positiva delle quantita’ prodotte a prezzi costanti. Cio’ premesso, e’ immediato comprendere che deve essere, nel caso delle variazioni intertemporali del P.I.L., considerati distintamente

i

due

effetti,

detti

solitamente

“effetto

quantitaâ€? ed “effetto prezziâ€?. Molto spesso ci si chiede quanto varrebbe nel tempo đ?‘Ą + 1

il

PIL se i prezzi fossero rimasti costanti nel tempo. Dato il PIL in valore per ottenere il P.I.L. in volume viene utilizzato il concetto di indice dei prezzi del PIL, detto deflatore del prodotto interno lordo. Il deflatore non coincide con l’indice dei prezzi al consumo. đ?‘ƒđ??źđ??żđ?‘Łđ?‘œđ?‘™,đ?‘Ą =

đ?‘ƒđ??źđ??żđ?‘Łđ?‘Žđ?‘™,đ?‘Ą đ?‘‘đ?‘’đ?‘“đ?‘™đ?‘Žđ?‘Ąđ?‘œđ?‘&#x;đ?‘’

100

Il deflatore e’ una media ponderata molto ampia che comprende il

complesso

dei

beni,

anche

capitali,

che

entrano

nel

calcolo del P.I.L.. Il deflatore in termini matematici puo’ essere scritto come ∑đ?‘›đ?‘–=1 đ?‘ƒđ?‘Ą,đ?‘– , đ?‘„đ?‘Ą,đ?‘– ∑đ?‘›đ?‘–=1 đ?‘ƒ0,đ?‘– đ?‘„0,đ?‘–


L’indice i e’ riferito ai beni e ai servizi finali che consideiamo, mentre 0 e t sono riferiti ai periodi che si considerano. Molto discussa e’ l’ipotesi di considerare il valore della produzione quale un indicatore di benessere. Come vedremo piu’ oltre, la risposta e’ sostanzialmente negativa.

3. Reddito nazionale e reddito disponibile Solitamente nelle statistiche economiche ci si riferisce al prodotto interno lordo, quindi alla produzione realizzata da operatori che producono nel territorio, siano essi soggetti residenti o non residenti. Il reddito nazionale fa riferimento alla ricchiezza prodotta da fattori nazionali, operanti anche all’estero. Solitamente negli studi macroeconomici ci fa riferimento al P.I.L.. Il reddito nazionale in termini formali puo’ essere inteso, in

prima

battuta,

come

la

differenza

tra

il

prodotto

nazionale lordo e gli ammortamenti. Il reddito nazionale e’ detto anche prodotto nazionale netto.


La presenza dell’operatore stato complica la definizione in quanto dal prodotto nazionale netto andrebbero sottratte le imposte indirette che gravano sulla produzione. Detta

differenza

costituisce

propriamente

il

reddito

nazionale. Quindi i dati contabili sono complicati da due ordini di fattori, ovvero dalla presenza dello stato e dal fatto che le economie sono aperte agli scambi con l’estero. Se

e’

vero

che

il

prodotto

interno

lordo

definisce

il

controvalore monetario dell’insieme dei beni e dei servizi indipendentemente

dalla

nazionalita’

dei

percettori

dei

redditi, il prodotto nazionale lordo definisce la somma del prodotto interno lordo e dei redditi netti dall’estero. Questa ultima dizione indica il controvalore monetario dei redditi percepiti da operatori nazionali che generano reddito all’estero al netto dei redditi prodotti da operatori esteri sul territorio italiano. La situazione contabile e’, come detto, ma forse e’ bene ribadirlo, poi complicata dalla presenza dello stato che preleva imposte indirette ma che favorisce le attivita’ produttive con contributi alla produzione. Se al reddito nazionale si sottragono le imposte dirette, ad esempio quella sul reddito delle persone fisiche, al netto


dei trasferinenti, per esempio di natura sociale, si ottiene il reddito disponibile. E’

questo

possibili,

ultimo

che

puo’

allocazioni,

o

essere

destinato

impieghi,

il

alle

due

consumo

e,

residualmente, il risparmio.

4. Misure di benessere Si e’ soliti affermare che il prodotto interno lordo misura la ricchezza prodotta nel paese nell’unita’ di tempo. Il periodo che solitamente si considera e’ l’anno. E’ una grandezza flusso che pero’ non e’ indicativa di tutta la ricchezza prodotta, in termini di valore aggiunto, in quanto, specie in Italia, esiste una economia informale e sotterranea,

spesso

anche

illegale,

che

non

viene

contabilizzata, ovvero non viene quantificata in termini di valore aggiunto. Vi sono poi attivita’ che purche’ lecite e meritevoli, quali il lavoro domestico, non vengono quantificate in termini di creazione di valore e quindi non rientrano nel novero del P.I.L.. Esso andrebbe contaggiato, almeno per stime. In questi termini il cosiddetto “rapporto Stiglitz”.


Vi e’ una riflesione ancor piu’ ampia da fare che riguarda gli effetti negativi delle attivita’ produttive, specie in termini

di

inquinamento

e

di

sue

conseguenze,

anche

sanitarie. Gia’

da

relazione

queste

prime

P.I.L.

osservazioni

come

misura

si

del

evidenzia benessere

che

la

appare

complessivamente, per i motivi esposti, inadeguata. Gia’ molti denni orsono la teoria piu’ avveduta (Samuelson) evidenziava che il P.I.L. fosse un indice “difettoso” nel senso che esso contiene elementi che non contribuiscono al benessere e quanto fosse necessario attuare delle correzioni che potessero permettere di avere un indice ulteriore, in allora nomato B.E.N., ovvero benessere economico netto. Tra le voci da ricomprendere in esso vi e’ certamente il tempo libero, oltre al lavoro domestico non contabilizzato svolto dai vari soggetti. In se e per se la produzione di un bene, astrattamente di ogni bene, ha un valore v, sostanzialmente corrispondente al prezzo, ma da detto valore dovrebbe potersi sottrarre un valore v’ corrispondente ai costi che la societa’ nel suo complesso deve affrontare per garantire la soddisfazione di esso da parte di un determinato soggetto. Questo giustifica che una variazione del PNL e’ sempre tale che |Δ B.E.N.|< |Δ P.N.L.|


5. Il consumo Il consumo oggetto dello studio macroeconomico e’ quello aggregato,

somma

delle

decisioni

individuali

di

consuno

microeconomiche, legate alle funzioni di utilita’ individuali e al vincolo di bilancio. A livello aggregato si parte della ipotesi di Keynes per la quale

il

consumo

finale

C

dipende

la

reddito

corrente

disponibile Y. C = f(Y) E’ bene rilevare da subito che vi e’ un consumo anche in corrispondenza del valore teorico Y = 0. Detta quantita’, đ??ś0 , e’ solitamente detta consumo autonomo (nel senso di indipendente dal reddito nazionale Y). Al tempo t la relazione che collega C a Y e’ la seguente đ??śđ?‘Ą = đ??ś0,đ?‘Ą + đ?‘?đ?‘Œđ?‘Ą Il numero c e’ una grandezza detta propensione marginale al consumo e risulta ∆đ??ś

c = ∆đ?‘Œ

< 1.

In termini matematici e infinitesimali risulta c =

đ?‘‘đ??ś đ?‘‘đ?‘Œ

Viene pure definita una propensione media al consumo come il rapoorto tra il consume e il reddito ovvero eguale a

đ??ś đ?‘Œ

.


Sara’ bene concludere ricordando che il consuno personale disponibile puo’ essere inteso ⌋Begg, Fisher, DornbuschâŚŒ come il reddito ottenuto in termini di remumerazione del fattore produttivo, cui vanno sottratte le imposte dirette e cui vanno aggiunti eventuali trasferimenti. Presumo che, per non appesantire le trattazioni, non vengono considerati

redditi

vari

e

ulteriori,

specie

di

natura

finanziaria.

6. Irreversibilita’ e inerzia del consumo I

dati

della

macroeconomia

sono

inevitabilmente

riferiti ad aggregati. Diventa

rilevante

lo

studio

della

propensione

media

al

consumo vista nel dominio del tempo o riferita a gruppi sociali. Essa giustifica le politiche di redistribuzione volte a favorire i settori nei quali la propensione marginale e’ minore rispetto ad altri settori. Tale approccio presupone la conoscenza delle varie đ?‘?đ?‘– relative alle varie classi di consumatori. L’effetto, ovviamente, dovra’ essere quello di favorire una crescita dei consumi e quindi della domanda aggregata. Dalla lettura di un testo francese ⌋đ??ľđ?‘’đ?‘&#x;đ?‘›đ?‘Žđ?‘&#x;đ?‘‘, đ??śâ„Žđ?‘Žđ?‘&#x;đ?‘Ąđ?‘œđ?‘–đ?‘&#x;đ?‘’, đ??żđ?‘’đ?‘?đ?‘™đ?‘Žđ?‘›đ?‘? âŚŒ ho avuto modo di apprendere di una nutrita serie di ricerche


sui consume finali aggregati, partendo dallo studio di S. Kuznets che dimostro’ che nel periodo 1869 – 1946 negli USA si ebbe una crescita da Y non accompagnata da una variazione positive della ratio che definisce la propensione media al consumo, rimasta praticamente costante. Sono

citati

almeno

due

lavori

importanti,

quello

di

J.

Duesemberry, del 1948, e quello di T. Brown, del 1952, nei quali, rispettivamente, vengono introdotti i concetti di irreversibilita’

del

livello

dei

consumi

e

di

inerzia

comportamentale del consumatore. Per il primo autore i consumatori sono condizionati, nelle scelte del momento, dale scelte del passato, rifiutando ipotesi di flessione dei consumi oltre livelli inaccettabili, garantendo, per questa via, una condizione di stabilita’ della propensione media al consumo nel lungo periodo. Per il secondo autore, Brown, i consumatori nella loro scelta riferita al tempo corrente (anno t) sono condizionati dale decisioni degli anni immediatamente precedenti e in misura minore dale scelte degli anni piu’ lontani. Tutti questi studi nascevano dall’esigenza di giustificare il

gap

tra

i

valori

misurati

sperimentalmente

e

quelli

ricavabili sulla base della teoria keynesiana. Gli autori citati ricordano un ulteriore contributo quello di

J.

Duesemberry,

risalente

al

1949,

per

il

quale

la


propensione al consumo di una famiglia dipende non solo dal reddito disponibile ma anche dai redditi delle categorie sociali piu’ abbienti, che, se ho ben capito, eserciterebbero un effetto di stimolo al consumo, che spingerebbero “vers le haut la consummation des catĂŠgories infĂŠrieuresâ€?. Successivamente, come vedremo, la teoria del consumo e’ stata affrontata da M. Friedman e da F. Modigliani in una logica di riflessioni intertemporali anche legate al concetto di ricchiezza

e

di

conservazione

nel

tempo

del

capitale

posseduto.

7. Risparmio e relativa propensione Contabilmente il reddito puo’ essere ripartito tra consuno C e risparmio S. Risulta che Y = C + S Derivando rispetto a Y si ottiene �

Y = đ?‘‘đ?‘Œ

đ?‘‘

đ?‘‘

C + đ?‘‘đ?‘ŒS → 1 = c + s đ?‘‘đ?‘Œ

ove s e’ la propensione marginale al risparmio. Risulta immediatamente che la relazione tra le propensioni marginali al consume e al risparmio e’ data dalla seguente relazione


s = 1 – c In termini formali la propensione marginale al risparmio s e’ la derivata prima del risparmio rispetto al reddito. Se la funzione del risparmio e’ una funzione affine allora risulta s =

∆đ?‘† ∆đ?‘Œ

<1

Per variazioni infinitesimali risulta s =

đ?‘‘đ?‘† đ?‘‘đ?‘Œ

Esiste anche per il risparmio una grandezza detta propensione media al risparmio che vale E’

possibile

definire

đ?‘† đ?‘Œ

.

anche

una

funzione

aggregata

di

risparmio nel modo seguente đ?‘†đ?‘Ą = − đ?‘†0,đ?‘Ą + (1 – c)đ?‘Œđ?‘Ą Si ammette solitamente, come piu’ sopra indiato, che essa sia rettilinea. Detta funzione definisce il risparmio nel tempo t come somma di due componenti, una non dipedente dal reddito corrente, negativa, intesa quindi in termini di indebitamento, e di una componente legata al livello della produzione coordinate con la propensione al risparmio s = 1 – c.


8. Residualita’ del risparmio Si e’ detto che il consumo e’ funzione del reddito disponibile Y. Va pero’ rimossa l’ipotesi della linearita’ della curva C(Y) in quanto il consumo cresce con il reddito ma con un tasso di crescita decrescente, risultando che la derivata prima della funzione, ovvero la funzione C’(Y) e’ positiva e la derivata seconda e’ negativa.

Questo grafico ben esprime, voglio ribadire il punto, il punto di vista di Keynes sull’argomento, ovvero che “man nano che il reddito cresce, il suo incremento viene sempre piu’ destinato al risparmio e sempre meno ad aumentare i consumi” ⦋Casale, Giannelli⦌. Nel grafico ho spinto all’estremo questa ipotesi ipotizzando che esista un reddito oltre il quale non si ha piu’ aumento del consumo, condizione espressa da un punto oltre il quale la

curva

C

=

C(Y)

risulterebbe

rettilinea

e

parallela

all’asse delle ascisse, ove viene misurato il reddito Y.


Il risparmio viene inteso dal punto di vista keynesiano in termini di residualita’, intesa come residualita’ rispetto alla decisione razionale di consumo. In altri termini si decide di risparmiare compatibilmente con un assegnato livello di consumo, deciso dai vari consumatori. E’ possibile anche dire che S = Y – đ??ś. Vorrei osservare che, indicate con c la propensione marginale al consumo, la funzione c =c(Y) e’ una funzione monotona strettamente decrescente con minimo đ?‘?đ?‘šđ?‘–đ?‘› = 0 per Y ≼ đ?‘Œđ?‘?đ?‘&#x;đ?‘–đ?‘Ą Oltre detto valore critico la funzione e’ costantemente parallela all’asse delle ascisse.

Ho sintetizzato il tutto il questo grafico, sperando che la riflessione non sia pindarica. In

esso

ho

posto

in

ascissa

il

valore

del

reddito,

introducendo un reddito minimo corrispondente al massimo valore della propensione marginale al consumo


Ma

a

ben

vedere

anche

l’introduzione

di

una

componente

autonoma di consumo non dipendente da Y non sembra inficiare questa impostazione. In questa logica una crescita del reddito porta ad una decrescenza della propensione marginale al consumo che non risulta quindi costante, bensi’ decrescente. Piu’ precisamente ho ammesso che la funzione c = c(Y) sia del tipo c(0)= 0 (puntino blu coincidente con l’origine del sistema di assi cartesiani) quindi abbia un primo tratto sostanzialmente costante nell’intervallo (0+ ,đ?‘Œđ?‘šđ?‘–đ?‘› âŚŒ ove vale đ?‘?đ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ . Ho immaginato la curva con un successivo tratto decrescente ove

nell’intervallo

(đ?‘Œđ?‘šđ?‘–đ?‘› ,

đ?‘Œđ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ )

risulta

c

decrescente

strettamente in senso monotonico fino ad avere c(đ?‘Œđ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ ) = 0. Per Y ≼ đ?‘Œđ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ c risulta identicamente eguale a 0. Questo e’ un modello elementare che ben rappresenta le idee di Keynes. Tutto sta nel valutare correttamente l’andamento della curva nel tratto corrispondente ai valori Y ∊ (đ?‘Œđ?‘šđ?‘–đ?‘› , đ?‘Œđ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ )o forse, e piu’ propriamente nel definire

đ?‘Œđ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ .

Aver rivisto un altro vecchio testo universiario ⌋Casale, GiannelliâŚŒ ha innescato una reazione che mi ha condotto a


modelizzare la situazione prospettata, rappresentativa del pensiero di Keynes, nelle modalita’ suesposte. Rebus

sic

stantibus,

“gli

imprenditori,

meno

sicuri

di

vendere ad un prezzo remunerativo, scontano minori redditi futuri, quindi investono menoâ€? con la conseguenza che “ne deriva un insufficiente incremento di occupazioneâ€? ⌋Casale, GiannelliâŚŒ, anche se aumenta il risparmio. Quello che conta nell’approccio keynesiano descritto e’ che in se’ e per se’ non sembrerebbe necessario conoscere con esattezza đ?‘Œđ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ quanto piuttosto risulta sufficiente avere la percezione di c = c(Y(t)) e quindi in ultima analisi di c = c(t) per comprendere che, qualunque ne possa essere la causa, ci si sta avvicinando ad una condizione che impone una riduzione

della

produzione

ottenibile

per

mezzo

di

una

contrazione degli investimenti (in quanto consumatori sazi non sono piu’ interessati ad incrementare il consuno al crescere del reddito). Ho poi impostato una curva avente un andamento piu’ complesso ipotizzando che il primo tratto della curva possa non essere orizzontale. Ho riassunto il tutto nel seguente grafico.


La curva in blu deve intendersi monotona. Rispetto all’ipotesi precedente ho ipotizzato che esista un reddito đ?‘Œ ∗ , in corrispondenza del quale la propensione al consumo sia massima. Oltre detto valore, la propensione al consuno comincia a diminuire abbastanza lentamente, ma oltre un certo valore đ?‘Œđ?‘šđ?‘–đ?‘› la sua variazione negativa dovrebbe essere piu’ ampia ed evidente. Questo perche’ posso ipotizzare che mediamente (c e’ pur sempre un dato di sintesi di un aggregato eterogeneo di soggetti) un aumento del reddito consenta nelle valutazioni psicologiche delle persone, dei consumatori, di pensare in uno scenario di benessere individuale, con l’introduzione di nuovi bisogni, magari indotti dal lato della produzione mediante nuovi prodotti o prodotti piu’ sofisticati. Questa e’ una mia ipotesi che ovviamente non ho rinvenuto nei

testi

consultati,

una

mia

idea,

a

partire

da

una


riflessione che ho sviluppato a partire da considerazioni attribuite a Keynes.

9. Le teorie di Modigliani e di Friedman sul consumo L’essenza del pensiero keynesiano e’ la residualita’ del risparmio a fronte delle decisioni di consumo. L’angustia

delle

riflessioni

limitate

ad

un

periodo

assegnato, il tempo t, e’ superata dalle piu’ recenti teorie del

consumo,

basate

sulle

aspettative

e

quindi

su

una

valutazione razionale riferita a periodi di tempo diversi. In questa prospettiva fu elaborata, da F. Modigliani, la teoria del consumo basata sull’ipotesi del ciclo vitale. Le grandezze economiche fluttuano nel tempo ma le decisioni dei consumatori sono centrate sull’obbiettivo di garantire per essi un livello di consuno adeguato e non troppo variabile per tutto l’arco della propria vita, in parte lavorativa in parte no. Un modello didattico della teoria di Modigliani prevede il caso

di

un

soggetto

che

lavora

per

l

anni

risultando

pensionato per (n – l) anni con reddito annuo Y, ammesso costante nel tempo, e dotato di ricchezza iniziale nulla. La quantita’ lY e’ detta reddito vitale.


Egli deve distribuire detta quantita’ su n anni, potendo, quindi, attingere a

đ?‘™ đ?‘›

Y del reddito ottenuto. đ?‘™

Residualmente risulta che avra’ risparmiato Y(1- �)l negli l anni di vita lavorativa. In pensione egli avra’ reddito nullo (situazione non esatta, in quanto pensionato‌..) ma potra’ continuare a consumare

đ?‘™ đ?‘›

Y

attingendo dal risparmio cumulate, che risulta essere đ?‘™

Y(1- �)l. Egli dovra’ attingere per (n-l) anni quindi potra’ stornare una quota

đ?‘Œ(1−

đ?‘™ )đ?‘™ đ?‘›

đ?‘›âˆ’đ?‘™

annua.

Il consumo, supposto costante, risulta, ogni anno eguale a

C =

đ?‘Œ(1−

đ?‘™ )đ?‘™ đ?‘›

đ?‘›âˆ’đ?‘™

La sostanza delle cose non muta, salve le complicazioni algebriche, quando si consideri una ricchezza R iniziale non nulla. Ma questa formula e’ un modo equivalente di scrivere da modello elementare. Infatti, algebricamente risulta

C =

đ?‘Œ(1−

đ?‘™ )đ?‘™ đ?‘›

đ?‘›âˆ’đ?‘™

= Y

đ?‘›âˆ’đ?‘™ 1 đ?‘›

đ?‘™

l= Yđ?‘› đ?‘›âˆ’đ?‘™

đ?‘™ đ?‘›

Y come


A parita’ di reddito, in questa prospettiva, il consumo e’ correlato inversamente con la speranza di vita n. I livelli di consumo per due distinti valori di n, ad esempio 1 e 2 risultano dati dalla seguente relazione đ??śđ?‘›1 =

đ?‘›2 đ?‘›1

đ??śđ?‘›2

Vorrei osservare che in generale

đ?‘™ đ?‘›

< 1 e’ una costante che

dovrebbe essere assunta tale dal consumatore. In una prosettiva simile si muoveva anche M. Friedman che evidenziava

come

il

reddito

disponibile

annuale

poteva

decomporsi in due parti, dette, rispettivamente, reddito permamente e reddito occasionale. Egli elaboro’ una teoria detta del reddito permamente. In

pratica

il

consumatore

quando

deve

impostare

le

sue

strategie di consuno definisce la quota di reddito che egli puo’ razionalmente reputare come permamente, quindi anche detenibile a fini di consumo, nel futuro. In buona sostanza, se l’analisi si riferisce a due periodi, egli considera permamente il reddito del periodo (t-1) e una aliquota (una percentuale) della differenza di reddito tra I periodi t e quello precedente. Risulta algebricamente che il reddito permamente đ?‘Œđ?‘? (t) al tempo t risulta essere


đ?‘Œđ?‘? (t)=

đ?‘Œđ?‘Ąâˆ’1 + đ?›ź(đ?‘Œđ?‘Ą - đ?‘Œđ?‘Ąâˆ’1 )

Sviluppando i calcoli algebrici si puo’ utilmente intendere detto reddito permamente come una media ponderata dei redditi nei periodi t e (t-1) con pesi Îą e (Îą -1), rispettivamente. Per Friedman vale la relazione C = cđ?‘Œđ?‘? che collega il reddito permamente al consumo. Esiste comunque una definizione piu’ elaborata di reddito permanente ⌋BlanchardâŚŒ đ?‘Śđ?‘? per la quale risulta ∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0

đ?‘Śđ?‘? (1+đ?‘&#x;)đ?‘–

đ?‘Ś

đ?‘– =∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0 (1+đ?‘&#x;)đ?‘–

đ?‘†đ?‘’ una variazione di reddito viene considerata permamente essa si traduce interamente in una corrispondente variazione del consumo. Entrano in campo le aspettative. đ?‘Śđ?‘? ∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0 (1+đ?‘&#x;)đ?‘–

đ?‘Śđ?‘– =∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0 (1+đ?‘&#x;)đ?‘–

â&#x;š

1 đ?‘Śđ?‘? ∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0 (1+đ?‘&#x;)đ?‘–

=

đ?‘Śđ?‘– ∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0 (1+đ?‘&#x;)đ?‘–

â&#x;š đ?‘Śđ?‘? =

đ?‘Śđ?‘– (1+đ?‘&#x;)đ?‘– 1 ∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0 (1+đ?‘&#x;)đ?‘–

∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0

.

Il denominatore della frazione considerata e’ una somma geometrica convergente avendosi in definitiva che đ?‘Śđ?‘? =

đ?‘&#x; 1 1+đ?‘&#x; 1−( 1 )đ?‘‡ 1+đ?‘&#x;

∑đ?‘Ąâˆ’1 đ?‘–=0

đ?‘Śđ?‘– (1+đ?‘&#x;)đ?‘–


đ?‘†đ?‘œđ?‘™đ?‘–tamente viene studiata la variazione della propensione al consumo rispetto al reddito al tempo t, ovvero la derivata parziale đ?œ•đ?‘? đ?œ•đ?‘Śđ?‘Ą

đ?œ•đ?‘? đ?œ•đ?‘Śđ?‘?

=

đ?œ•đ?‘? đ?œ•đ?‘Śđ?‘? đ?œ•đ?‘Śđ?‘? đ?œ•đ?‘Śđ?‘Ą

=

đ?œ•đ?‘Śđ?‘? đ?œ•đ?‘Śđ?‘Ą

con t ≤ �.

vale 1 in quanto si ammette che quanto un consumatore

considera permamente una variazione

đ?œ•đ?‘Śđ?‘? del proprio reddito

permamente detta variazione si riflette in una variazione corrispondente del consumo. đ?‘„đ?‘˘đ?‘’đ?‘ đ?‘Ąđ?‘œ vale sia che la variazione del reddito sia positiva che nel caso sia negativa. In

questo

ultimo

caso

il

consumo

diminuira’

corrispondentemente. L’autore riporta alcune espressioni matematiche, quali la seguente, risultando đ?œ•đ?‘? đ?œ•đ?‘Ś1

đ?œ•đ?‘Śđ?‘?

= đ?œ•đ?‘Ś < 1 1

Questa derivate parziale e’ tanto piu’ quanto T cresce, essendo legata alla speranza di vita. In questo approccio alla teoria del consumo vi e’ un’altro esito assai rilevante, ovvero che “il consumo puo’ variare anche se non muta il reddito correnteâ€? ⌋BlanchardâŚŒ.


Nella teoria del consumo e’ entrata in modo preponderante il concetto di ricchezza, che, contrariamente al reddito, e’ una grandezza stock. Senza

troppi

francese

che

giri

di

ricorda

parole che

vorrei

“il

citare

consumo

e’

l’economista una

funzione

crescente della ricchezza totale e del reddito corrente da lavoro al netto delle imposte. La ricchezza totale e’ la somma

della

ricchezza

finanziaria,

della

ricchezza

immobiliare e del valore attuale del reddito da lavoro atteso (al netto delle imposte)â€? ⌋BlanchardâŚŒ.

10.

Investimenti. Ratio

� �.�.�.

L’investimento e’ una componente fondamentale della domanda aggregata. Essa

e’

scompinibile

in

una

tripartizione

fondamentale,

ovvero l’acquisto di attrezzature, l’aumento delle scorte e la costruzione di nuove fabbriche e abitazioni. Va evidenziato che l’investimento come scelta razionale del produttore poggia sulla aspettativa di un flusso atteso di profitti, intesi quale remunerazione del capitale, per un periodo di t anni, corrispondenti alla durata tecnologica del capitale fisico K.


Vorrei al riguardo evidenziare che un investimento I e a livello aggregato il valore I degli investimenti inducono una variazione

positive

dello

stock

di

capitale

secondo

la

relazione I =ΔK Vanno preliminarmente considerate le relazioni tra valori riferite a periodi di tempo diversi. Una somma đ?‘†0 disponibile al tempo 0, remunerata al tasso i dopo n anni risultera’ essere đ?‘†đ?‘› = đ?‘†0 (1 + đ?‘–)đ?‘› . Da questa formula e’ pero’ ricavabile đ?‘†0 = đ?‘†đ?‘› (1 + đ?‘–)−đ?‘› che indica il valore attuale di una somma futura. L’imprenditore ha un costo inziale di investimento C(I) sostenuto al tempo 1. Keynes si propose di determinare il tasso di rendimento del capitale r per il quale risultasse che il costo iniziale dell’investimento fosse eguale alla somma dei profitti futuri attualizzati. La condotta razionale si ha quando C(I) = ∑đ?‘›đ?‘–=1 đ?œ‹đ?‘› (1 + đ?‘&#x;)−đ?‘›


Se i e’ il tasso di riferimento assegnato l’impresa porra’ in essere gli investimenti per i quali risulta r ≼ i. Il numero r e’ detto tasso di rendimento interno dal capitale. L’importanza degli investimenti come componente della domanda aggregata e’ anche data da una ratio virtuosa per la quale dovrebbe risultare đ??ź đ?‘ƒ.đ??ź.đ??ż.

≼ 0,2

ovvero,

tale

rapporto

risulta

ottimale

quando

gli

investimenti I costituiscono almeno il venti per cento del prodotto intron lordo. Piu’ ampiamente Paul Samuleson, Premio Nobel per l’economia, ha ricordato, nel suo testo “Economia�, che le decisioni di investimento dipendono sostanzialmente da tre fattori, ovvero dallo stato della domanda potenziale, dai tassi di interesse e dale imposte (con correlazione inversa), ed anche dalla aspettative degli imprenditori circa il futuro. In realta’ nella modellistica macroeconomica le aspettative hanno assunto un ruolo sempre piu’ rilevante. In relazione a questa ultima condizione e’ stata ampiamente evidenziata la volatilita’ degli investimenti in relazione ad eventi imprevedibili. In

sintesi,

gli

investimenti

sono

instabile della domanda aggregata.

la

componente

piu’


Le considerazioni introduttive sugli investimenti non possono non contenere qualche cenno al concetto di acceleratore. Se si considerano due periodi di tempo successivi (t+1) e t si ammette che l’investimento al tempo t+1 sia proporzionale alla variazione del reddito tra i periodi (t +1) e t, secondo questa relazione đ??źđ?‘Ą+1 = v(đ?‘Œđ?‘Ą+1 - đ?‘Œđ?‘Ą ) đ??żđ?‘Ž grandezza v e’ detta coefficiente di accelerazione. đ?‘‰đ?‘Ž

osservato

đ?‘Œđ?‘Ą+1

che

non

e’

un

valore

noto

in

senso

ordinario, quanto piuttosto un valore atteso. Rappresenta piuttosto quanto si reputa debba essere il valore del prodotto, ovvero l’offerta, al tempo successivo. La

realta’

delle

cose

e’

che

esiste

un

meccanismo

di

interazione tra moltiplicatore ed acceleratore. Uno schema potrebbe essere il seguente đ?‘Žđ?‘?đ?‘?đ?‘’đ?‘™đ?‘’đ?‘&#x;đ?‘Žđ?‘Ąđ?‘œđ?‘&#x;đ?‘’

aumento della domanda aggregata ipotizzata → đ?‘šđ?‘œđ?‘™đ?‘Ąđ?‘–đ?‘?đ?‘™đ?‘–đ?‘?đ?‘Žđ?‘Ąđ?‘œđ?‘&#x;đ?‘’

dell’investimento al tempo t+1 →

valore

ulteriore aumento

della produzione con il vincolo del prodotto potenziale. Quell’

“ipotizzata�

e’

sinonimo

di

attesa,

ovvero

fa

riferimento ad una aspettativa su un valore futuro. Non manca chi (G. Akerlof), come e’ stato riportato ⌋DanielâŚŒ, sostiene che anche la fiducia (“confianceâ€?, in francese)


andrebbe

inserita

nella

lista

dei

fattori

produttivi,

rilevando che “l’investissement est aussi un ĂŠđ?‘Ąat d’Êsprit, une

demarche

irrationelle

dans

laquelle

l’investisseur

affiche une fois en son destin�. Qualcosa

di

piu’

delle

aspettative

razionali,

ma

difficilmente quantificabile. Ma la fiducia (e la sua assenza, che con ogni evenienza potrebbe

essere

un

problema)

evoca

una

dimensione

di

irrazionalita’, una aspettativa non razionale (altrimenti rientreremmo nella logica delle aspettative razionali) che non puo’ avere una valenza sistemica. Per la fiducia c’e’ spazio quando mancano le informazioni, ma esse specie dal lato dell’offerta, sono sempre adeguate. La fiducia, quale determinante della domanda, potrebbe avere un qualche senso per i consumatori, e quindi in relazione alla propensione marginale al consumo. Essa potrebbe essere intesa in senso residuale nel senso che una variazione đ?›Ľđ?‘? non spiegabile della propensione marginale al consumo potrebbe imputarsi, logicamente la cosa sarebbe ineccepibile,

ad

consumatori, c.p..

una

variazione

della

fiducia

dei


11.

Equilibrio I = S

La funzione di risparmio evidenzia ⌋Begg, Fisher, DornbuschâŚŒ il livello del risparmio S in funzione del reddito Y, o che e’ la stessa, del valore della produzione, degli outputs. Nel

breve

periodo

l’investimento

I

si

deve

considerare

costante, quindi dato e non dipedendente da Y. Graficamente tutto puo’ essere rappresentato come segue

Y0 e’ detto prodotto di equilibrio. Tale

quantita’

di

equilibrio

dipende

dale

due

curve,

risultando Y0 = đ?‘Œ ⎸I = S. Sono, anche graficamente, ben evidenti le implicazioni che, mantenendo costante nel tempo la curva S =S(Y), e quindi pure la sua inclinazione, si hanno quando viene fatto variare il livello degli investimenti.


Le rette đ??ź1 đ?‘’ đ??ź2 sono parallele ed indicano i livelli di investimento ai tempo 1 e 2 ammettendo sia

đ??ź1 < đ??ź2 .

Si ammette sia S(Y) costante nel tempo.

La variazione intertemporale degli investimenti induce una varizione del reddito risultanto ∆đ??ź ∆đ?‘Œ

= s <1 â&#x;š

∆đ?‘Œ ∆đ??ź

1

=đ?‘ >1

Alla stregua della teoria di Kalecky, ripresa da Kaldor, e’ l’investimento che porta il risparmio al suo livello. In effetti le imprese al tempo k elaborano un piano di produzione ipotizzando che ad esse dal tempo (k+1) possano garantire venga assorbita una quantita’ di domanda data. E’ stato ampiamente osservato che questa condizione e’ un equilibrio di sottoimpiego purtroppo stabile‌‌ Va poi osservato (Samuelson) che nelle fasi di contrazione economica (recessione, che, in senso tecnico, si ha quando il

PIL

diminuisce

per

due

trimestri

successivi)

gli


investimenti diminuiscono, risulta quindi nel dominio del tempo che ΔI < 0. Essi comunque raggiungono un limite inferiore oltre il quale non scendono.

Va sottolineato che il sistema economico e’ caratterizzato dal fatto che si creano reazioni combinate per le quali ad esempio un aumento

della

spesa

pubblica

determina

per

effetto

del

moltiplicatore un aumento del prodotto nazionale lordo che, a sua volta, immesca un aumento della domanda transazionale di moneta che determina una riduzione degli investimenti, data la relazione inversa che collega I al tasso i. Insomma una parte degli investimenti si pone come antieconomica. Diviene rilevante determinare l’entita’ dello spiazzamento. In questa sede credo sia sufficiente evidenziare la problematica, senza studiare ulteriori dettagli.

12.

Ruolo del sistema bancario e creditizio. Creazione di

moneta bancaria Vorrei

concentrare

dell’economia

l’attenzione

monetaria,

ovvero

su

un

concetto

la

creazione

di

cardine moneta

bancaria. Gli istituti di credito sono sostanzialmente imprese ma esse hanno un ruolo macroeconomico fondamentale condizionato dalla


scelta pubblica (della banca centrale) della entita’ delle riserve obbligatorie, la cui eventuale variazione incide su una correlate variazione nella quantita’ di moneta bancaria creata. La moneta bancaria e’ uno strumento di politica monetaria in senso lato. Oltre alle banche come noto esistono altri intermediari finanziari ma in questo contesto ci limiteremo a considerare gli istituti di credito che ricevono depositi e fondi da determinati soggetti e li prestano ad altri. Il processo di creazione di moneta bancaria avviene in due step. Primariamente, la banca centrale, in veste di autorita’ monetaria, decide le riserve del sistema che devono essere depositate presso la banca centrale. Con k si indica la quota delle riserve. Detta quota e’ una percentuale di un dato deposito. Quindi risulta 0 < k < 1. Si ammetta che un operatore depositi C euro presso una banca. La quantita’ kC costiuisce la riserva obbligatoria mentre la quantita’ (1−đ?‘˜)đ??ś e’ da parte della banca prestabile ad altri operatori.


Se si ammette che detta quantita’ venga deposita presso un altro istituto allora la quantita’ k(1−đ?‘˜)đ??ś diviene riserva obbligatoria e solo la quantita’ (1-k)(1−đ?‘˜)đ??ś = (1 − đ?‘˜)2 C e’ prestabile. Si ammette che questo sviluppo di eventi sia esprimibile come una sommatoria di depositi, indicati con đ??ˇđ?‘› . Risulta in particolare che đ??ˇđ?‘› = C +(1−đ?‘˜)đ??ś + (1 − đ?‘˜)2 C +(1 − đ?‘˜)3 C +‌.+ (1 − đ?‘˜)đ?‘› C đ??źđ?‘› questo caso si sono considerati n+1 depositi successivi. đ??źđ?‘› đ?‘“đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘šđ?‘Ž compatta la precedente relazione puo’ essere scritta come segue đ??ˇđ?‘› = ∑đ?‘›đ?‘–=0(1 − đ?‘˜)đ?‘– đ??ś = C ∑đ?‘›đ?‘–=0(1 − đ?‘˜)đ?‘– Si osservi che 1 − đ?‘˜ = q < 1. Occorre ricordare che đ?‘ž 0 = 1 e che 1 −đ?‘ž đ?‘› = (1 - q)(1 + q + đ?‘ž 2 +‌+đ?‘ž đ?‘› ) Pertanto risulta che đ??ˇđ?‘› = C

1−đ?‘ž đ?‘› 1 −đ?‘ž

đ?‘†i ammetta che il numero dei depositi cresca indefinitamente ovvero si ponga n → +∞. Poiche’ q < 1 risulta immediatamente che

lim đ?‘ž đ?‘› = 0.

đ?‘› →+∞


Pertanto risulta đ??ˇâˆž = C

1− đ?‘™đ?‘–đ?‘š đ?‘ž đ?‘› đ?‘› →+∞

1 −đ?‘ž

Il valore

1

= C

1−0

= C

1 −đ?‘ž

1 1 −đ?‘ž

e’ detto moltiplicatore dei depositi.

1 −đ?‘ž

E’ ben evidente il ruolo che gioca nella politica monetaria la

variazione

di

k

detto

anche

coefficiente

di

riserva

obbligatoria. Quando k varia positivamente nel tempo, ovvero đ?‘˜2 > đ?‘˜1 , si realizza quella che e’ stata definita una stretta creditizia. Quando si verifica questa evenienza le banche si troveranno a corto di liquidi e saranno costrette a vendere titoli e a richiamare prestiti costringendo i debitori ad utilizzare i propri conti correnti. Da 1 − đ?‘˜ = q si ottiene 1 = q + k ovvero si ha đ??ˇâˆž = C

1 1 −đ?‘ž

=

1

C =

đ?‘ž+ đ?‘˜ −q

1 đ?‘˜

C

đ?‘„đ?‘˘đ?‘’đ?‘ đ?‘Ąđ?‘Ž ultima relazione evidenzia che il moltiplicatore dei depositi e’ in valore l’inverso del coefficiente di riserva obbligatoria. Se k aumenta

1 đ?‘˜

diminuisce.


E’ possibile rappresentare la situazione nel seguente grafico

La riduzione dei depositi ha un evidente effetto recessivo in

quanto

il

conseguente

rialzo

dei

tassi

deprime

gli

investimenti.

13.Settore pubblico. Spesa pubblica Il primo strumento a disposizione del settore pubblico e in particolare dello stato per intervenire sul livello della domanda aggregata e’ costituito dalla spesa pubblica e dai trasferimenti. Per ragioni di semplicita’ ci si concentra solitamente sulla spesa pubblica G. In questo caso la domanda aggregata e’ costituita dalla somma di tre componenti, C, I e, appunto, G. La condizione di equilibrio e’ data dalla eguaglianza tra il reddito disponibile Yd e la domanda aggregata, ovvero


Yd = Y - �0 ove

�0

e’

la

tassazione

assunta

come

un

dato

esogeno,

determinata a priori rispetto al modello. In genere, detti modelli hanno sempre delle ipotesi che semplificano la realta’. In particolare si ammette sia I = đ??ź0 e pure G = đ??ş0 . Si

pone

che

il

risparmio

sia

una

aliquota

del

reddito

disponibile, ovvero sia C = bYd Eguagliando e risolvendo rispetto a Y si ottiene Y = m’(đ??ź0 + đ??ş0 -bđ?‘‡0 ) 1

ove m’ = 1−đ?‘? > 1 Il

moltiplicatore

evidenziato,

della

anche

spesa

pubblica

algebricamente,

m

puo’

essere

considerando

la

precedente formula e considerando due distinti valori di spesa

pubblica

đ??ş2

> đ??ş1

mantenendo

inalterate

le

altre

variabili del modello. E’ immedato dimostrare che ∆đ?‘Œ = mΔG Questa

e’

comunque

una

ipotesi

semplificata

considera l’investimento dato esogenamente.

in

quanto


Oggi,

in

realta’,

la

spesa

pubblica

e’

divenuta

una

componente ritenuta scarsamente comprimibile e ampiamente di parte corrente. Alla spesa per beni e servizi finali vanno aggiunte le spese per i consumi intermedi strumentali alla erogazione dei servizi ma anche, e ne costituiscono una parte essenziale, le spese per il personale e le prestazioni sociali in denaro, quali quelle dele prestazioni assistenziali e pensionistiche. Piu’ contenuta e’ la spesa in conto capitale, relativa al finanziamento degli investimenti pubblici infrastrutturali.

14.Vincoli di bilancio Il principale problema macroeconomico dei giorni nostri e’ certamente costituito dalla diffcolta’ della finanza pubblica di

tenere

in

equilibrio

i

conti,

entro

parametri

pure

definiti da trattati internazionali. Il principio di equilibrio del bilancio e’ stato inserito nel testo della Costituzione.

Esso e’ contenuto nell’articolo 81 della Costituzione. Detto principio e’ da intendersi flessibilmente in quanto occorre tenere in considerazione le fasi del ciclo economico.


In effetti il ricorso all’indebitamento ha funzione anticiclica. Ancor piu’ puntualmente il testo costituzionale precisa che esso e’ legato al verificarsi di eventi eccezionali. Nel futuro scenario costituzionale il ricorso all’indebitamento e’ autorizzato dalla Camera dei deputati a maggioranza assoluta dei componenti. Con legge approvata a maggioranza assoluta dei suoi componenti la Camera dei deputati, nel rispetto dei principi stabiliti con legge costituzionale,

approva

la

legge

di

bilancio,

le

norme

fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilita’ del complesso del debito delle pubbliche amministrazioni.

E’ la stessa teoria economica che distingue tra il bilancio effettivo, quello struturale e quello ciclico. Il bilancio effettivo e’ quello contabile, cartolare, che registra le entrate, le spese, i relativi saldi riferiti all’anno che si considera. Il

bilancio

effettivo

strutturale

riportandole

rimodula alla

le

voci

condizione

del

bilancio

della

piena

occupazione, ovvero alla condizione del prodotto potenziale. Per differenza si perviene al bilancio ciclico.


Esso

dovrebbe

poter

quantificare

gli

effetti

del

ciclo

economico potendo evidenziare come, e in quale entita’, variano le spese, le entrate e i relativi saldi. In

prima

batuta

si

puo’

affermare

che

i

periodi

di

rallentamento dell’economia (e, a fortiori, per i periodi di recessione economica) determinano un peggioramento del saldo di bilancio imputabile al minore gettito e alla circostanza che la spesa e’ complessivamente abbastanza rigida. In

senso

economico

il

debito

pubbico

e’

espressione

dell’ammontare delle somme prese a prestito per finanziariare le attivita’ delle pubbliche amministrazioni. Si tratta di una grandezza stock che si implementa, anno dopo anno, per effetto dei disavanzi annuali del bilancio dello stato. Se B e’ il disavanzo dello stato nell’anno t il debito pubblico all’anno t e’ dato dalla seguente semplice relazione đ??ˇđ?‘Ą = đ??ˇđ?‘Ąâˆ’1 + | B | ove B e’ inteso in termini di saldo negativo del bilancio dello stato. Il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo non dovrebbe, come best practice, superare il sessanta per cento, mentre, comunque risulta dall’ultimo Documento di economia e finanza, attestarsi oltre il 132 per cento.


A

debito

costante

aumentando

il

tale

ratio

denominatore,

potrebbe

ovvero

essere

facendo

ridotta

crescere

il

prodotto interno lordo, agendo quindi sulle componenti della domanda, quali i consumi che sicuramente hanno risentito della

bassa

inflazione

(nulla,

se

non

negativa,

quindi

deflazione) e del calo del prezzo del petrolio. Il contesto internazionale ha, peraltro negativamente, creato le

condizioni

per

le

quali

le

esportazioni

sono

sostalzialmente stagnanti. Il rapporto debito/PIL al sessanta per cento e’ un processo di convergenza lento che dovra’ avvenire con i seguenti criteri. E’ prevista una ipotesi di riduzione di

1 20

in media nei tre

anni precedenti, rispetto all’anno corrente. Va

definito

l’eccesso

di

debito

attribuibile

al

ciclo

economico. Il

considerate

rapporto

va

calcolato

verificando

la

correzione per l’impatto del ciclo e il P.I.L. nominale fosse cresciuto allo stesso ritmo del prodotto potenziale. Il terzo criterio introduce una correzione nei due anni successivi a quello di riferimento. Si valuta la convergenza della ratio al piu’ favorevole tra i criteri enunciati.


Una riduzione del rapporto potrebbe avvenire con robuste politiche di dismissione. Nei termini piu’ generali possibili il saldo del bilancio dello Stato nella modellistica macroeconomica viene definite come la differenza seguente B = T – G – Tr ove Tr sono i trasferimenti che, solitamente, si trascurano. Quindi si puo’ scrivere B = T – G B indica quindi il saldo del bilancio dello Stato. Quando B > 0 si parla propriamente di avanzo di bilancio. Il caso B = 0 definisce il pareggio di bilancio. Il caso B < 0 attiene al disavanzo di bilancio. Il modello di studio e’ abbastanza semplice in quando ammette esogena e data la spesa pubblica, ovvero che sia G = đ??ş0 , mentre si ipotizza che la tassazione sia proporzionale al reddito, ovvero sia presente nel modello lo stabilizzatore automatico t. Con queste premesse si ottiene B = T – G = tY - đ??ş0


Il modello potrebbe essere complicato ulteriormente ma credo sia

sufficiente

considerare

la

variazione

del

saldo

di

bilancio, ovvero la grandezza B, anche rimuovendo la costanza di G ΔB = Δ(T – G)=ΔT

- ΔG =

ΔtY

- ΔG, quando varia l’aliquota

t e la spesa pubblica, risultando costante Y. La

teoria

economica

ha

dimostrato

che

un

aumento

dell’aliquota t ha un effetto depressivo sul valore di Y e a questo esito si arriva utilizzando il modello keynesiano che postula la proporzionalita’ della T rispetto ad Y. Le relazioni della teoria sono ben note nella manualistica. Allora l’ipotizzatata costanza di Y che garantirebbe valida la relazione ΔB = Δ(T – G)=ΔT

- ΔG =

ΔtY

- ΔG si potrebbe

realizzare mediante una corrispondente variazione positiva degli investimenti (o dei consumi). In

questo

caso

si

concretano

le

condizioni

per

il

miglioramento del saldo di bilancio ovvero la condizione ΔB = đ??ľ1 − đ??ľ0 = ΔtY - ΔG < 0. Una interessante path per B potrebbe essere quella che porta da una condizione di disavanzo a una di pareggio del bilancio. Il

tutto

sta

nel

considerare

in

relazione ΔB = B1 − B0 = ΔtY - ΔG

termini

contabili

la

ed evidenziare che la

costanza di Y e’ per cosi’ dire la risultante di un effetto


depressivo su Y dovuto a Δt positivo e ad un effetto positivo, sempre

su

Y,

investimenti

o

dato del

da

una

consumo

variazione

o,

in

positiva

economia

aperta,

degli dale

esportazioni nette. L’effetto depressivo su Y dovuto ad una variazione positiva di t e’ quantificabile a partire dal modello standard detto con prelievo proporzionale al reddito. Affinche’

sia

investimenti

Y

costante

attivando

occorre

incrementare

l’interazione

gli

acceleratore

moltiplicatore. Posta in questi termini la questione deve poter prevedere delle modifiche al modello con prelievo proporzionale al reddito ove ad esempio gli investimenti risultano đ??źđ?‘œ + đ??ź ove I e’ la quota addizionale che garantisce Y costante. La

leva

delle

esportazioni

nette

sara’

attivabile,

ad

esempio, c.p., mediante la svalutazione competitiva. La leva del consumo e’ astrattamente attivabile mediante l’introduzione di una componente autonoma e addizionale che modifica la sembianza di una equazione del modello. Infatti, in questo caso si avrebbe C = b(Y – T) + đ??śđ?‘Ľ in luogo di C = b(Y – T). Una ulteriore ipotesi di variazione positiva dei consumi potrebbe, c.p., essere ottenuta da una variazione positiva


del

parametro

b,

ovvero

della

propensione

marginale

al

consumo. Si tratta di ipotesi che vanno approfondite e se del caso rigettate,

comunque

valutate

con

la

necessaria

modellizzazione. Peraltro,

l’introduzione

di

un

I

addizionale

presuppone

risorse inutilizzate anche via aumento della pesa pubblica. Ma certo la scienza economica e’ anche una displicina nella quale contano i dati empirici e la curva di Laffer evidenzia una particolare relazione tra il gettito e l’aliquota t. La relazione tra le due grandezze e’ ben rappresentata dal grafico sottostante.

Si tratta di un grafico istruttivo che pone sull’asse delle x

l’aliquota

fiscale

t

e

sull’asse

delle

corrispondente gettito T = T(t). Quando t = 0 il gettito e’, ovviamente, T = 0.

ordinate

il


Il gettito cresce al variare di t ma Laffer evidenzio’ sperimentalmente che esiste un t = đ?‘Ą ∗ per il quale T(đ?‘Ą ∗ ) = đ?‘‡đ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ Per t > đ?‘Ą ∗

risulta T < ���� decrescente al crescere di t.

15.Settore estero. Importazioni ed esportazioni Il quadro macroeconomico e’ sempre piu’ caratterizzato dalle interdipendenze economiche e nella terminologia economica si utilizza la locuzione economia aperta, in contrapposizione all’economia chiusa ove non si considerano gli scambi con l’estero. Solitamente viene introdotto anche un indice di aperture delle

economie,

đ?‘Łđ?‘Žđ?‘™đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘’ đ?‘‘đ?‘’đ?‘™đ?‘™đ?‘’ đ?‘’đ?‘ đ?‘?đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘Ąđ?‘Žđ?‘§đ?‘–đ?‘œđ?‘›đ?‘– đ?‘?đ?‘&#x;đ?‘œđ?‘‘đ?‘œđ?‘Ąđ?‘Ąđ?‘œ đ?‘–đ?‘›đ?‘Ąđ?‘’đ?‘&#x;đ?‘›đ?‘œ đ?‘™đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘‘đ?‘œ

limite anche le

quale

potrebbe

ma anche il rapporto đ?‘Łđ?‘Žđ?‘™đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘’ đ?‘‘đ?‘’đ?‘™đ?‘™đ?‘’ đ?‘’đ?‘ đ?‘?đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘Ąđ?‘Žđ?‘§đ?‘–đ?‘œđ?‘›đ?‘– đ?‘›đ?‘’đ?‘Ąđ?‘Ąđ?‘’ đ?‘?đ?‘&#x;đ?‘œđ?‘‘đ?‘œđ?‘Ąđ?‘Ąđ?‘œ đ?‘–đ?‘›đ?‘Ąđ?‘’đ?‘&#x;đ?‘›đ?‘œ đ?‘™đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘‘đ?‘œ

essere

la

ratio

đ?‘Łđ?‘Žđ?‘™đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘’ đ?‘‘đ?‘’đ?‘™đ?‘™đ?‘’ đ?‘–đ?‘šđ?‘?đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘Ąđ?‘Žđ?‘§đ?‘–đ?‘œđ?‘›đ?‘– đ?‘?đ?‘&#x;đ?‘œđ?‘‘đ?‘œđ?‘Ąđ?‘Ąđ?‘œ đ?‘–đ?‘›đ?‘Ąđ?‘’đ?‘&#x;đ?‘›đ?‘œ đ?‘™đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘‘đ?‘œ

o al

.

Bisogna dare qualche definizione. Limitatamente ai beni e ai servizi e’ possibile ricordare che gli operatori domestici, in particolare i consumatori, ma anche i produttori, acquistano, contro valuta, merci e servizi esteri, che costituiscono le cosiddette importazioni. Simmetricamente, operatori esteri acquistano beni e servizi prodotti all’interno, per poterne fruire all’estero. Detti

acquisti,

visti

dal

costituiscono le esportazioni.

punto

di

vista

interno,


Con la dizione “esportazioni nette� si intende, in termini di ocntrovalore monetario, la differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni. Esse sono indicate con le lettere NX che stanno per Net eXport. E’ bene tenere conto di questi flussi, perche’ a flussi reali, di merci, corrispondono flussi monetari opposti.

16.Domanda aggregata Lo

schema

dalla

keynesiano

produzione

combinazione

dei

e

⌋đ??ľđ?‘’đ?‘&#x;đ?‘›đ?‘Žđ?‘&#x;đ?‘‘, đ??śâ„Žđ?‘Žđ?‘&#x;đ?‘Ąđ?‘œđ?‘–đ?‘&#x;đ?‘’, đ??żđ?‘’đ?‘?đ?‘™đ?‘Žđ?‘›đ?‘? âŚŒ dalla

fattori

imprese

produttivi,

che

prende

per

sulla

avvio

una

base

data

di

una

ipotesi di domanda, su un dato livello per essa, detta domanda anticipata đ??ˇđ?‘? . Il

conseguente

produzione,

il

modello

e’

volume

dell’investimento

immediato,

dell’impiego

funzioni

crescenti

risultando e

la

il

livello

della

domanda

anticipata đ??ˇđ?‘? . Ho constatato che il modello e’ neoclassico nel senso che e’ ammessa

la

presenza

di

un

solo

fattore

remumenerato

il

lavoro, che ha una remunarazione w. Il reddito si confonde con il monte salari. La grandezza w deve intendersi come una costante, condizione corrispondnete alla rigidita’ dei salari nel breve periodo.


Ho, nelle poche righe dedicate alla questione che viene introdotta, considerate una grandezza detta “le volume de l’emploi�, ovvero “il volume dell’impiego�, rispetto alla quale pare evidente che se N desigina il numero di ore di lavoro considerate allora w definisce il salario orario avendo che

đ?‘˘đ?‘›đ?‘–đ?‘Ąđ?‘Žâ€˛ đ?‘‘đ?‘– đ?‘?đ?‘œđ?‘›đ?‘Ąđ?‘œ đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘Ž

*ore determina al primo membro un valore

monetario, quindi un reddito. Se per contro N definisce il numero fisico di unita’ di lavoro allora w deve essere inteso come remunerazione pro capite. In

realta’

i

fattori

della

produzione

sono

almeno

due,

capitale e lavoro, ovvero K ed L. Sia data la produzione di un bene, rispetto al quale si usano K dosi di capitale e L dosi di lavoro, remunerate r e w, rispettivamente. In effetti se si parte dalla domanda anticipata đ??ˇđ?‘? allora N, anche a livello sistemico, e’ legato a

đ??ž đ??ż

ovvero a quante dosi

di capitale sono necessarie per ogni dose di fattore L applicato. In astratto e’ possibile definire un đ?œ? di sistema per il quale K = đ?œ?đ??ż. E’ ben evidente che N il volume dell’impiego dipende da Ď„. In buona sostanza a parita’ monetaria di đ??ˇđ?‘? vi possono essere distinti N, essenzialmente dipendenti da Ď„ e in ultima analisi


dalla tipologia di beni finali prodotti, destinati al consuno finale. Questo mi sembra altrettanto ragionevole quando si considera il livello ipotizzato degli investimenti, ove una domanda aticipata, diciamo pure programmata, relativa a beni capital intensive

dovra’

programmata

essere

orientata

tenuta

alla

distinta

produzione

da di

una

domanda

beni

labour

intensive. In definitiva il valore di Ď„ dovrebbe risultare determinante e disciminatorio per un dato valore della domanda, a seconda delle economie nelle quali si opera. In ogni caso va osservato che N ≤ đ?‘ đ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ , ove questo ultimo parametro designa la condizione di piena occupazione del fattore lavoro. Dal valore di Ď„

si dovrebbe potere desumere se si tratta di

una economia labour-intensive oppure capital-intensive. Va

peraltro

osservato

che

gli

investimenti

I

sono

una

componente della domanda aggregata, dovendo quindi essere per un dato tempo t che đ?‘Œđ?‘Ą = đ??śđ?‘Ą + đ??źđ?‘Ą Ma

questo

dovrebbe

anticipata avendosi đ??ˇđ?‘? = đ??śđ?‘? + đ??źđ?‘?

essere

vero

anche

per

la

domanda


Credo sia ragionevole ritenere đ?‘Œđ?‘Ą = đ??ˇđ?‘? Le ipotesi delle imprese sulla successiva domanda creano una offerta

che

eguaglia

la

domanda

di

beni

e

servizi,

realizzando un ampiamento della legge di Say per la quale l’offerta crea la propria domanda. Questa legge e’ dovuta all’economista classico francese JeanBaptiste Say che, detto in estrema sintesi, evidenziava che il valore di una merce venduta creava la condizione per l’acquisto di un’altra merce perche’ “non ci si puo’ liberare del proprio denaro se non domandando di acquistare un qualche prodotto�.

Non comunque una offerta qualunque ma una offerta eguale a una domanda attesa entro la quale sembrano potersi inserire le

ipotesi

delle

imprese

circa

il

futuro

livello

della

domanda. Risulterebbe, da quanto ho letto, un comportamento inerziale anche

in

impostare

capo lo

alle

imprese

scenario

della

che

sono

loro

sempre

offerta

tentate

alla

di

domanda

dell’anno precedente, secondo lo schema Y1 = đ??ˇđ?‘? = đ??ˇ0 ove 1 e 0 sono due tempi (anni) successivi. In economia chiusa (senza scambi con l’estero) le componenti della domanda aggregata sono sostanzialmente due, i consumi delle famiglie e le decisioni di investimento delle imprese. La domanda aggregata risulta


Y = C + I Con considerazioni alegebriche elementari si dimostra che ΔY = 1

1 đ?‘

ΔI

e’ detto moltiplicatore keynesiano degli investimenti.

đ?‘

Dovendo dare una visione di insieme abbastanza ricapitolativa possiamo dire che il prodotto nazionale lordo risulta P.N.L. = C + I + G + NX Ricapitolando, possiamo dire che la domanda aggregata e’ la quantita’ di denaro che consumatori e imprese, ma anche pubbliche

amministrazioni,

spendono

assumendo

decisioni sulla base delle seguenti determinanti: 1)

il livello generale dei prezzi P,

2)

i redditi personali đ?‘Œđ?‘‘,đ?‘– ,

3)

le aspettative rigurdo al futuro,

4)

le imposte T,

5)

gli acquisti statali,

6)

l’offerta di moneta.

17.Prodotto potenziale e offerta reale

le

loro


Nel breve periodo, intervallo temporale di ampiezza reale variabile, ma comunque tale che la capacita’ produttiva non possa

essere

ampliata,

la

capacita’

produttiva

e’

una

funzione del numero degli impianti esistenti e in ultima analisi del numero N degli occupati. La

funzione

f(N)

e’

crescente

ma

concava,

come

diretta

conseguenza della legge dei rendimenti decrescenti. Solo astrattamente si puo’ realizzare una condizione ottimale di pieno impiego dei fattori produttivi. E’

ben

evidente

che

il

numero

N

dei

lavoratori

che

carantiscono la piena occupazione e quindi la condizione che venga realizzato il prodotto potenziale e’ dipendente dal rapporto

đ??ž đ??ż

che caratterizza l’economia.

In verde e’ evidenziato il gap produttivo.


Nel breve periodo Y > đ?‘Œđ?‘? e’ una condizione non possibile. Quindi in generale possiamo dire che mentre nel breve periodo la

capacita’

produttiva

e’

assumibile

come

costante,

o

meglio, come non amplabile, nel lungo periodo la capacita’ produttiva puo’ aumentare. Vorrei rappresentare graficamente la condizione di breve periodo

Nel breve periodo il prodotto e’ dato quindi anelastico, ovvero parallelo all’asse delle ordinate. La condizione di equilibrio si ha all’intersezione con la retta bisettrice del primo quadrante, disegnata in verde. In realta’ la curva di offerta globale coincide con il prodotto potenziale solo nel lungo periodo (t ≼ 10 ����) Nel breve periodo occorre invece distinguere tra prodotto potenziale e offerta aggregata. Questa ultima definisce la quantita’ di beni offerta per i dati livelli dei prezzi.


Il grafico che definisce la situazione e’ il seguente

PP indica il prodotto potenziale, mentre OA indica l’offerta aggregata di breve periodo.

18.Tipologie di funzioni di produzione Nel

paragrafo

precedente,

nella

prima

parte,

e’

stata

evidenziata la funzione di produzione Y = f(N) che esprime la quantita’ prodotta al variare di N quando sia assegato K. Solitamente

si

ammette

che

si

operi

in

condizione

di

rendimenti decrescenti dei fattori. In realta’ in economia si utilizzano distinte funzioni di produzionale. Esse sono tutte caratterizzate dall’essere omogenee. Solitamente

si

ammette

che

la

quantita’

prodotta

funzione di due variabili, capitale K e lavoro L.

Q

sia


Q = Q(K,L) Nella teoria economica vengono considerarate funzioni di produzione aventi la proprieta’ di essere omogenee. Una prima classe di funzioni omogenee e’ costituita dalle funzioni di produzione per le quali risulta Q = f(kL, kQ)= kf(L, K) E’ questo il caso dei rendimenti costanti di scala. I rendimenti costanti di scala e i rendimenti decrescenti possono coesistere. Non

sono,

come

in

prima

ipotesi

potrebbe

apparire,

una

contraddizione in termini. Dato un impianto e quindi assegnato K = đ??ž0 e’ possibile definire

una

funzione

Q

=

g(N)

crescente

e

limitata

superiormente. Esiste quindi un N = đ?‘ đ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ (đ??ž0 ) per il quale Q = đ?‘„đ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ . La logica dei rendimenti costanti di scala si giustifica con il

fatto

che

accando

all’impianto

dato

se

ne

viene

a

considerare un secondo, un terzo, etc., identici tra loro e soggiacenti alla medesima logica dei rendimenti decrescenti con massimo output determinabile. Vorrei osservare che il presupposto per i rendimenti costanti di scala e’ che le funzioni �� siano eguali nel senso della teoria matematica delle funzioni.


Questo

presuppone

che

per

ogni

coppia

di

impianti

i

lavoratori abbiamo la medesima produttivita. Questo potrebbe non essere vero in generale, specie quando un nuovo impianto viene avviato e i lavoratori dovessero adeguatamente essere professionalizzati. Ma e’ anche vero che in relazione ad impianti esistenti potrebbero aversi le condizioni del learning by doing. Il learning by doing evidenzia una condizione nella quale la produttivita’ dei lavoratori cresce nel tempo, essendo ampiamente legata all’apprendimento.

Ho voluto sintetizzare in questo grafico questi due aspetti

Nella medesima rappresentazione grafica ho considerato il caso basico dei rendimenti decrescenti, irrinunciabili !, indicate dalla curva in blu, e li ho messi in relazione con il caso di un nuovo impianto che produce la quantita’ in rosso.


In

detto

impianto,

che

pure

soggiace

alla

logica

dei

rendimenti descrescenti, i lavoratori applicati producono una quantita’ minore. Se al tempo t si considerano gli imianti blu e rosso si osservera’ che la quantita’ da essi complessivamente prodotta sara’ strettamente minore di 2���� . In questo caso si e’ determinata una condizione di rendimenti decrescenti di scala. La curva in colore verde potrebbe essere intesa come studiata nel peirodo (t+1) ed evidenzierebbe che si e’ verificato un incremento di produttivita’ nel senso che gli addetti al medesimo impianto ora producono una quantita’ maggiore di output. E’ facile convincersi che se si considerano gli impianti blu e verde nello stesso periodo si hanno rendimenti crescenti di scala in quando raddoppiando gli inputs la quantita’ prodotta diviene piu’ che doppia. Rendimenti

costanti

di

scala

possono

aversi

per

i

tre

impianti dati e considerati al tempo t (anno t) quando e’ verificata la condizione Δφ = |Δτ| Cio’ e’ equivalente al fatto che i tre impianti abbiano la medesima funzione di produzione.


Nella teoria economica esistono particolari funzioni omogenee dette di grado zero per le quali risulta Q = f(kL, kQ)= f(L, K) In buona sostanza in questo caso la quantita’ prodotta rimane costante al variare dei fattori applicati. Come e’ noto, la teoria dei rendimenti decrescenti e’ stata introdotta nell’economia politica da Robert-Jacques Turgot. Essa, nata per l’agricoltura, “deriva dall’osservazione del senso commune secondo la quale in una quantita’ limitata di terra e’ impossible ottenere un’infinita quantita’ di prodotto aumentando il lavoro ad essa applicato” e che “ogni incremento ⦋di fattore produttivo⦌ verrebbe ad essere sempre meno fruttifero” ⦋Casale, Giannelli⦌ fino ad essere infruttifero se non dannoso.

Il primo tipo di funzione di produzione che si prende in considerazione e’ quella di Cobb e Douglass. All’uopo

riporto

quanto

scrissi

nel

numero

15

dei

miei

Appunti matematici. “Una importante classe di funzione di produzione e’ costituita dalla funzione di produzione di Cobb e Douglas. Essa e’ ben nota, e mette in relazione la quantita’ prodotta con lo stock di capitale e di lavoro impiegati. La variabile dipendente (quantita’ prodotta Q) e’ correlata, mediante una costante di coordinamento, c, con le due grandezze, capitale K e lavoro L, da intendersi come “dosi” dei dati fattori.


Q = cđ??ž Îą đ??żđ?›˝ I due esponenti sono detti, rispettivamente, coefficienti di elasticita’ del capitale e del lavoro e, ovviamente, sono adimensionati. Nel modello piu’ elementare risulta đ?›ź + đ?›˝ = 1 vero in concorrenza perfetta con rendimenti costanti di scala. La base matematica della funzione citata e’ stata utilizzata da Robert Solow per dare conto della teoria della crescita evidenziando come essa scaturisca non solo e non tanto da un incremento fisico delle dosi ma particolarmente

dal

progresso

tecnico,

quindi

dal

fatto

che

nuove

tecnologie possano, ad esempio, permettere di produrre una data quantita’ costante di bene con dosi inferiori di fattori. In

questo

caso

sarebbe,

nel

dominio

del

tempo,

c(t)

strettamente

crescente. Dalla funzione di Cobb e Douglas discende un caso particolare detta CES per la quale il coefficiente di elasticita’ di sostituzione di un fattore rispetto all’altro e’ costante e vale 1 in valore assoluto.�

La funzione CES e’ considerata un caso particolare della funzione Cobb-Douglass e si utilizza quando e’ di difficile attuabilita’ la sostituzione di un fattore con un altro. Nel novero delle funzioni di produzione si ha anche una funzione di produzione detta a fattori complementari. Essa

presuppone

che

risulti

che

una

quantita’

prodotta

assegnata richieda a dosi di un fattore x e b dosi di un fattore y. Se uno dei fattori aumenta e l’altro resta costante allora la quantita’ prodotta resta costante.


Se

variano

entrambi

i

fattori

e

si

ammette

valgano

i

rendimenti costanti di scala allora (a, b) →

q ⟹

(ka, kb) →

kq

o preferito dare la seguente rapresentazione nel piano x y e definendo una retta delle combinazioni. Si potrebbe ragionare per punti ovvero limitarsi a k intero.

19.Equilibrio keynesiano nel mercato dei beni Nella teoria keyesiana standard e’ stanto indrodotto un concetto cardine, detto principio della domanda effettiva, per il quale il livello effettivo del prodotto, quello che altrimenti

potremmo

chiamare

l’offerta

aggregata,

e’

determinate dalla domanda. La condizione di equilibrio, ove si parta da una condizione di non equilibrio, ovvero di surplus dell’offerta rispetto


alla domanda, o dal caso opposto, avviene per aggiustamneti della quantita’ prodotta. Quando introdusse le sue teorie Lord Keynes partiva da un dato

empirco

obiettivo,

quello

della

rigidita’

(o

vischiosita’) dei prezzi, tanto dei beni che dei servizi alla produzione. Ecco

perche’

la

letteratura

economica

ha

parlato

di

un

“modello a prezzi fissi”. In realta’, queste osservazioni basiche vanno precisate nel senso che se il sistema economico e’ in condizioni di piena occupazione e quindi la produzione che si ottiene e’ la massima possibile con le date (e limitate) risorse (non implementabili nel breve periodo) e dovessero realizzarsi le condizioni per un aumento della domanda aggregata allora la risposta dei produttori sarebbe, in linea con la funzione obiettivo di massimizzare i profitti, quella di determinare un

aumento

dei

prezzi,

che

a

livello

sistemico,

determinerebbe un aumento del livello dei prezzi, e quindi una inflazione da domanda. In questi termini e’ quindi piu’ corretto parlare di una vischiosita’ dei prezzi solo verso il basso. Questo e’ un capovolgimento di fronte rispetto alla linea classica che postulava la vigenza della legge di Say che conduceva alla piena occupazione mediante un movimento del


salario reale, che, per contro, nella vision di Keynes e’ vischioso, verso il basso.

20. Un

passo

indietro:

l’equilibrio

macroeconomico

nell’economia pre-keynesiana. Le

teorie

macroeconomiche

classiche

si

erano

dimostrate

incapaci di far fronte alla grave depresione economica che, partendo

dagli

Stati

Uniti,

a

partire

dal

1929,

colpi’

duramente tutti i paesi piu’ avanzati di allora, anche in Europa quindi, non risparmiando neppure l’autarchica Italia. Furono le riflessioni di Lord Keynes e le applicazioni delle sue teorie che variamente si ebbero nel mondo occidentale con

la

finalita’

di

migliorare

le

sorti

dell’economia

mondiale. Vorrei, in particolare, ricordare il New Deal avviato negli anni Trenta del Novecento dal Presidente F. D. Rooselvelt negli Stati Uniti. Il modello classico di equilibrio macroeconomico era in accordo sostanziale con la teoria di Say per la quale la offerta crea la propria domanda. Se Say aveva ammesso che sovraproduzioni settoriali sono pure ammissibili ⦋Casale, Giannelli⦌ la teoria economica del tempo non poteva concepire certo le condizioni generalizzate di


sovraproduzione, ritenute un evento impossibile, una vera e propria contraddizione in termini….. Nei modelli classici l’offerta aggregata, ovvero la quantita’ di

beni

offerti

dalle

imprese

e’

al

livello

di

piena

assunzione,

alcun

occupazione dei fattori produttivi. Non

e’

ammissibile

teoricamente,

come

output gap. Come e’ ampiamente noto, la curva di domanda aggregata e’ decrescente e il grafico sottostante che ne semplifica uno dovuto a Paul Samuelson e’ ben noto a tutti e indicativo della situazione.

In economia e’ infatti invalsa la prassi di mettere i prezzi in ordinata. P indica il livello generale dei prezzi.


Se il livello generale dei prezzi e’ đ?‘ƒ1 allora la domanda e’ X inferiore alla offerta. Vi sarebbe un eccesso di produzione che viene smaltito con una riduzione di P fino al livello đ?‘ƒ2 . La situazione opposta si avrebbe per P = đ?‘ƒ3 . Il processo di aggiustamento verso l’equilibrio, che e’ di piena occupazione, avviene per variazioni dei prezzi.

21.Regione keynesiana di depressione Keynes

rifugi’

dalla

impostazione

classica

degli

aggiustamenti per variazione dei prezzi che egli, per contro, riteneva vischiosi nel breve periodo. Il

ruolo

dei

sindacati

ampiamente

giustificava

questa

vischiosita’. Una volta raggiunto un certo livello il salario non scendeva piu’ verso pregressi livelli inferiori. Molti

prezzi

poi

erano

regolamentati

e

non

soggetti

a

variazioni di mercato, ovvero non risultavano legati al gioco della domanda e dell’offerta. Le osservazioni di Keynes non sono controvertibili. Per certi aspetti per come ho impostato quel grafico il modello classico presuppone in re ipsa la condizione di


equilibrio nella misura in cui l’offerta permane al livello potenziale e il livello generale dei prezzi e’ proprio quello che garantisce, non solo contabilmente, la condizione di equilibrio. Cio’

puo’

essere

ben

esplicitato

ove

si

consideri

una

economia nella quale si produca, a mezzo di altre merci, un solo bene, in quantita’ tale da impiegare tutti i fattori produttivi,

e

in

particolare

definire

il

numero

N

di

lavoratori da applicare al fattore K assunto costante. Probabilmente nella legge di Say vi e’ un equivoco di fondo nel

senso

che

la

piena

occupazione

dei

fattori

e’

identificata nella ottimale allocazione del fattore capitale. Deve essere N = N(K). Il fattore lavoro per certi aspetti e’ un fattore servente, che, almeno, deve possedere determinate caratteristiche di compatibilita’ con il capitale, ad esempio in termini di skills. Nel modello semplificato viene prodotto un solo bene in quantita’ q ad un prezzo p. Il

prezzo

del

bene

remunerazioni essendo p = w + r

e’

inteso

come

la

somma

di

due


ove w ed r sono rispettivamente il costo del lavoro per unita’ di prodotto e la remunerazione del fattore capitale per unita’ di prodotto. Il valore della produzione e’ dato da pq. Ammettiamo che siano solo i lavoratori a domandare detto bene. Essi hanno a disposizione un reddito W, monte salari, pari a W = wq Se essi sono sussistenziali, ovvero non risparmiano, avranno a disposizione un potere di acquisto che solo parzialmente coincide con il valore della produzione, avendosi un gap pari a rq. Solo se anche i detentori del capitale consumano allora si ha la condizione di equilibrio. E’ ovvio che imporre un prezzo p’> đ?‘? conduce ad una spesa ipotizzabile p’q’ = (w+đ?‘&#x;)đ?‘ž e a una quantita’ domandata q’ =

(đ?‘¤+đ?‘&#x;)đ?‘ž đ?‘?′

(anche i detentori di capitale consumano). In effetti (w+đ?‘&#x;)đ?‘ž sarebbe il valore della produzione. E’ ben evidente che in economia chiusa l’introduzione di una aliquota fiscale o un mark up sul prezzo di vendita e’ tale


da non consentire l’assorbimento dell’offerta da parte della domanda aggregata. Il passaggio dal caso di un bene al caso di n beni porta con se alla introduzione del livello generale dei prezzi inteso come una media ponderata dei prezzi dei beni. E’ gia’ stato rimarcato che in condizioni non classiche esiste un equilibrio di sottoccupazione dei fattori. Viene ad esistere una condizione di equilibrio tra domanda ed offerta che determina una produzione inferiore a quella potenziale di pieno impiego dei fattori. E’ una situazione ben nota e definita regione keynesiana di depressione. Il grafico seguente ben illustra una condizione di equilibrio compatibile con una ampia disoccuapazione.

Le

curve

in

verde,

traslano verso destra.

supposte

per

comodita’

rettilinee,


Esse definiscono la domanda aggregata. Fino

a

quando

rettilineo

esse

si

intersecano

hanno

la

curva

condizioni

di

OA

nel

tratto

equilibrio

di

sottoccupazione. Solo la terza curva DA definisce una condizione di equilibrio di piena occupazione. In buona sostanza l’essenza della politica economica e’, nel modello keynesiano, quello di traslare verso destra la curva di domanda aggregata fino a che non interseca la curva OA in condizione di equlibrio di piena occupazione. Questo e’ un grafico molto istruttivo che consente di fare anche ulteirori osservazioni. Fino a qundo la curva DA si sposta per traslazione da sinistra verso destra nel tratto rettilineo orizzontale (supposto per semplicita’ tale ma comunque poco inclinato) si osserva che la variazione della condizione di equilibrio, quindi un maggiore

reddito

di

ΔY

equilibrio

>

0

avviene

con

un

sostanziale ΔP = 0. Ma se la traslazione della curva DA avviene nel tratto verticale allora il tutto si concretizza in un ΔP > 0, ovvero in una condizione inflazionistica. Data

l’espressione

matematica

della

curva

di

offerta

aggregata e data l’entita’ dell’output gap riferito ad una


data curva descrescente di domanda aggregata e’ possibile determinare l’entita’ della traslazione che annulla l’output gap.

In viola e’ indicata l’entita’ dell’output gap. Quando la curva DA e’ traslata verso destra e incontra la OA nel punto d’angolo allora si e’ annullato l’output gap. Se la curva DA continua nella sua traslazione da sinistra verso destra si determina una variazione positiva del livello dei prezzi pure determinabile. La regione keynsiana di depressione e’ anche nomata polo keynesiano di depressione.

22.Moneta e sue funzioni L’economia moderna e’ sostanzialmente monetaria nel senso che anche le piu’ elementari atitvita’ avvengono con l’uso di


strumenti monetari, non essendo piu’ realistiche forme di scambio simultaneo di merce contro merce, come avveniva nel caso del baratto, possibile quando si incontravano bisogni simmetrici. Ma anche in quegli scambi era comunque implicita una idea del valore dei beni, che venivano scambiati secondo dati rapporti. Non e’ facile dare una definizione formale di moneta e nolto spesso si preferisce definirla in relazione alle funzioni che essa svolge. Potremmo definire la moneta come un bene materiale o astratto che definisce una misura del valore di scambio delle merci (e quindi di ogni altro bene) o dei servizi dotato di una fiducia universale, o comunque limitata alla platea dei sogggetti che costituiscono un determinato mercato. La moneta in questo senso e’ una unita’ di misura del valore di scambio dei beni e dei servizi. La prima funzione dello strumento monetario e’ costiutita dall’essere un mezzo di pagamento, ovvero uno strumento intemediario degli scambi. Come gia’ detto la moneta e’ anche l’unita’ di conto, ovvero l’unita’

di

vendibili.

misura

del

valore

dei

beni

e

dei

servizi


E’ sostanzialmente un problema di efficienza che prevede che tutti i prezzi siano espressi in unita’ di conto. Certamente la proprieta’ piu’ importante della moneta e’ quella di riserva di valore. La moneta e’ tanto piu’ pregiata quanto piu’ garantisce questa funzione, ovvero tanto piu’ e’ idonea a mantenere costante nel tempo la sua capacita’ di essere scambiata contro beni o servizi economici. La detenzione di moneta si giustifica in termini razionali nella modalita seguente. Essa, ancorche’ infruttifera, consente, senza oneri impropri e con immediatezza, di poter acquistare nel futuro beni e servizi, nella presunzione della conservazione del potere di acquisto. Questa e’ una presunzione solo ideale. Il

detentore

opera

nella

presunzione

che

la

quantita’

monetaria nominale X gli consenta, pur nel trascrorre del tempo, di poter acquistare sempre il medesimo paniere di beni e servizi, definito sulla base delle sue preferenze. In realta, il potere di acquisto viene riferito non alla media

ponderata

dei

prezzi

del

paniere

personale

di

riferimento bensi’ in relazione al livello generale dei prezzi.


La variazione del potere di acquisto tra i periodi 2 ed 1 e’ data immediatamente da �

đ?‘‹

1

1

2

1

2

1

đ?›Ľđ?‘ƒ = đ?‘ƒ − đ?‘ƒ = X (đ?‘ƒ − đ?‘ƒ ) = X

đ?‘ƒ1 −đ?‘ƒ2 đ?‘ƒ1 đ?‘ƒ2

Per X = 1 viene quantificata la variazione di potere di acquisto di una unita’ di conto.

23.Teoria quantitativa della moneta La prima formulazione di essa risale a Jean Bodin, il teorico dell’Assolutismo regio ben rappresentato da Luigi XIV di Francia. In effetti, gli storici del pensiero economico ricordano che le prime osservazioni sulla quantita’ di moneta in circolazione e i fenomeni inflazionistici, o presunti tali, sono precedenti al francese Bodin e risalgono a studiosi spagnoli operanti negli anni immediatamente successivi all’espansione coloniale del Regno di Spagna nelle Americhe. In ogni caso “Jean Bodin e’ spesso ancor oggi considerate il primo assertoreâ€? di una impostazione per la quale “esisterebbe una relazione inversa fra l’offerta di moneta (ossia quantita’ di moneta in circolazione) e il suo potere di acquisto (cioe’ il livello generale dei prezzi)â€? ⌋Casale, GiannelliâŚŒ.


Vorrei ricordare che la teoria quantitative della moneta e’ stata formalizzata in termini matematici a partire da Irving Fisher nel 1911. Solitamente vengono fornite due relazioni, una delle quali per l’economia chiusa, ovvero priva di scambi con l’estero. Nel

caso

di

economia

aperta,

ipotesi

sicuramente

piu’

verosimile, essa e’ la seguente MV = PT Il significato delle variabili coinvolte nella relazione e’ immediato. Infatti, M indica la massa monetaria, V la velocita’ di circolazione della moneta, P il livello generale dei prezzi e T il volume delle transazioni. T ha le dimensioni di una quantita’, quindi e’ espresso in unita’ fisiche. La velocita’ di circolazione della moneta e’ legata alle abitudini di pagamento e si considera costante nel breve periodo. La teoria quantitativa della moneta e’ stata riformulata in una nuova versione detta equazione di Marshall-Pigou. La riformulazione e’ basata sull’ipotesi che la moneta e’ richiesta per una unica finalita, quella transazionale. �

Si ha M = kPY â&#x;š k = đ?‘ƒđ?‘Œ


PY e’ la produzione in valore. E’ immediato constatare che k =

1 �

L’equilibrio del mercato

monetario e’ in altri termini ben evidenziabile nel grafico sottostante.

La traslazione della curva verso destra, espressione di una politica monetaria espansiva, secondo queste premesse, si realizza in un aumento del livello generale dei prezzi. La scuola di pensiero monetarista accorda alla moneta un ruolo essenziale per comprendere l’evoluzione nel tempo del sistema economico. L’equazione puo’ essere messa nella forma �

P =đ?‘„ đ?‘€đ?‘ Si ammette che

đ?‘Ł đ?‘„

sia costante.

Questa e’ ritenuta una ipotesi grossolana, ma cio’ non e’ sicuramente decrescente.

vero

nel

lungo

periodo

quando

sarebbe


Per i monetaristi la velocita’ di circolazione della moneta sarebbe

stabile

se

non

addirittura,

in

certi

periodi,

costante. Si avrebbe Δ(đ?‘€đ?‘ v) = Δ(PQ) anche nel senso logico della implicazione, ovvero Δ(đ?‘€đ?‘ v) â&#x;š Δ(PQ). Se v e’ costante allora si ha Δ(đ?‘€đ?‘ v) = Δ(PQ)â&#x;š v Δ(đ?‘€đ?‘ ) = Δ(PQ). Se ci si muove nella prospettiva monetarista Q e’ quello corrispondente alla piena occupazione, quindi, in sintesi, si tratta del prodotto potenziale. Ma si deve ammettere sia Q = Q(t) costante. Sotto questa ipotesi si puo’ scrivere v Δ(đ?‘€đ?‘ ) = QΔ(P) Questa

e’

la

condizione

che

consente

di

definire

la

variazione dei prezzi nello scenario delle condizioni proprie del monetarismo. In queste condizioni sarebbe definita la variazione dei prezzi Δ(P)=

đ?›Ľ(đ?‘ƒ) đ?‘ƒ

=

đ?‘Łđ?›Ľ(đ?‘€đ?‘ ) đ?‘„ đ?‘Ł(đ?‘€đ?‘ ) đ?‘Ł ) đ?‘„ đ?‘„

=

đ?‘Łđ?›Ľ(đ?‘€đ?‘ ) đ?‘„

che in termini relativi e’ ricondotta a

đ?‘Łđ?›Ľ(đ?‘€đ?‘ )

đ?‘„

đ?‘„

đ?‘Łđ?‘€đ?‘

=

đ?›Ľ(đ?‘€đ?‘ ) đ?‘€đ?‘


Quindi, piu’ formalmente risulta

đ?›Ľ(đ?‘€đ?‘ ) đ?‘€đ?‘

â&#x;š

đ?›Ľ(đ?‘ƒ) đ?‘ƒ

|

đ?›Ľ(đ?‘€đ?‘ ) đ?‘€đ?‘

=

đ?›Ľ(đ?‘ƒ) đ?‘ƒ

Il simbolo | va inteso quale “tale che�. In definitiva una variazione percentuale dell’offerta di moneta si ripercuote in una pari variazione percentuale del livello dei prezzi (inflazione o deflazione, a seconda che il livello dei prezzi salga o scenda) quando il sistema e’ in piena occupazione. Comparativamente, cio’ e’ vero per due distinte economie quando esse sono entrambe in piena occupazione anche quando le velocita’ di circolazione della moneta fossero diverse, purche’ costanti. Quando il sistema, sempre ammettendo v costante, non e’ in condizioni

di

piena

occupazione

e

pertanto

allora

solo

parzialmente una variazione proporzionale dell’offerta di moneta si traduce in una variazione proporzionale del livello generale dei prezzi. Sotto queste condizioni risulta đ?›Ľ(đ?‘ƒ) đ?‘ƒ

= φ

đ?›Ľ(đ?‘€đ?‘ ) đ?‘€đ?‘

, ove φ e’ un parametro sperimentale, nel senso

che potrebbe essere definito sperimentalmente. Esso e’ un valore adimensionato. đ?œ‘ = 1 e’ il caso della piena occupazione.


Dalla conoscenza di φ si potrebbe definire lo scostamento dalla piena occupazione. Questo modo di intendere e’ compatibile con la teoria di Keynes come mutuata dal Samuelson, specie quando si ammetta che Q coincida con il prodotto potenziale. Si determina una situazione formale che e’ compatibile con l’inflazione da domanda. ����amente potrebbe divenire interessante lo studio di φ nel tempo ovvero lo studio di φ = φ(t). Ma a ben vedere φ = 1 non necessariamente e’ coerente solo con l’ipotesi della piena occupazione. In effetti, φ = 1 e’ il caso piu’ ampio, ovvero quello riconnesso alla costanza del rapporto

Ma piu’ ampiamente φ=1 ⇔

đ?‘Ł đ?‘„

=

đ?‘Ł đ?‘„

.

�� ��

Questa non e’ la sede di approfondimenti che forse potrebbero rendere necessari “emendamentiâ€? a questo modo di impostare le riflessioni. Nei termini piu’ generali la teoria quantitativa della moneta nella forma standard e’ suscettibile di essere sottoposta ai seguenti passaggi formali MV = PQ â&#x;š d(MV) = d(PQ) â&#x;š Mdv + VdM = QdP + PdQ Se si ammette v sia costante allora risulta


0 + VdM = QdP + PdQ â&#x;š VdM = QdP + PdQ La condizione v costante e’ da studiare nel dominio del tempo, ovvero v = v(t) = cost. Quindi v = v(t) = cost. ⇔

đ?‘ƒđ?‘„ đ?‘€

=

đ?›Ľ(đ?‘ƒđ?‘„) đ?›Ľđ?‘€

24.Offerta di moneta Oggi la moneta e’ un ingredente essenziale di tutte le ricette economiche e piu’ che parlare di accettailita’ per essa si deve parlare di una imposizione coattiva alla accettazione come mezzo di pagamento. E non puo’ essere che altrimenti‌.. Con la dizione offerta di moneta si intende il complesso dei mezzi di pagamento, anche elettronici, a disposizione dei soggetti

economici

e

va

distinta

dal

concetto

di

base

monetaria, detta anche moneta ad alto potenziale, costituita dal circolante e dale riserve depositate negli istituti di credito. Le riserve, ovviamente, in quanto tali non fanno parte della offerta di moneta. Esse sono legate ai depositi bancari da una relazione di proporzionalita diretta assai semplice R = rD, ove 0 < đ?‘&#x; < 1.


L’offerta di moneta si indica solitamente con la lettera M e risulta costituita da due componenti utilizzabili a breve, il circolante C e i depositi D. Da questa definizione e da quanto detto circa il legame tra depositi e reserve risulta che M = C + D = cD + D = D(c + 1) ove C = cD, ovvero il circolante e’ una aliquota dei depositi, ovvero c < 1. La base monetaria B e’ data dalla somma del circolante e delle riserve R, quindi si ha B = C + R = cD + rD = (c+r)D Ma da questa equazione si puo’ ottenere D, avendo che D =

1 đ?‘?+đ?‘&#x;

B

Tendo conto dei precedenti passaggi si ha M = C + D = cD + D = D( c + 1)=

Il numero monetaria

đ?‘?+1 đ?‘?+đ?‘&#x;

ed

1 đ?‘?+đ?‘&#x;

B( c + 1)=

đ?‘?+1 đ?‘?+đ?‘&#x;

B

> 1 e’ un ben noto strumento di politica e’

comunemente

noto

come

moltiplicatore

monetario. La variazione della base monetaria avviene mediante tre distinti canali.


Essi sono il canale estero, il canale economia e il canale stato. Questi due ultimi sono legati al turn over dei prestiti fatta dalla banca centrale agli istituti di credito e al Tesoro e quindi legati alla prevalenza dei prestiti fatti rispetto al complesso dei prestiti in rimborso. Il canale estero determina creazione di base monetaria quando la bilancia dei pagamenti e’ in attivo, ovvero allorquando il

valore

delle

esportazioni

supera

quello

delle

importazioni, in quanto, in questo caso, si cambia piu’ valuta in euro che non euro in altre divise.

25.Gli strumenti della politica monetaria L’autorita’

monetaria

ha

la

possibilita’

di

gestire

la

quantita’ di moneta in circolazone, ovvero l’offerta M di moneta. Essa utilizza svariati strumenti di politica monetaria. Basta

partire

dalla

relazione

ottenuta

nel

precedente

paragrafo, ovvero da M =

đ?‘?+1 đ?‘?+đ?‘&#x;

B

Per evidenziare che variando r varia M, mantenendo costanti le altre grandezze.


Vorrei procedure con una quantificazione ovvero studiare la funzione M = M(r) L’unica grandezza che varia e’ r. Essa e’ munibile di due indici temporali 2 e 1, avendosi quindi che �2 =

đ?‘?+1

đ?‘€1 =

đ?‘?+1

đ?‘?+đ?‘&#x;2

đ?‘?+đ?‘&#x;1

B

B

Dividendo membro a membro queste due eguaglianze si ha đ?‘€2 đ?‘€1

=

đ?‘?+1 đ?‘?+đ?‘&#x;2 đ?‘?+1 đ?‘?+đ?‘&#x;1

=

đ?‘? + 1 đ?‘?+đ?‘&#x;1 đ?‘?+đ?‘&#x;2

đ?‘?+1

=

đ?‘?+đ?‘&#x;1 đ?‘?+đ?‘&#x;2

â&#x;š đ?‘€2 =

đ?‘?+đ?‘&#x;1 đ?‘?+đ?‘&#x;2

đ?‘€1

Se đ?‘&#x;2 > đ?‘&#x;1 allora si ha đ?‘€2 < đ?‘€1 in quanto

đ?‘?+đ?‘&#x;1 đ?‘?+đ?‘&#x;2

< 1.

Viceversa da đ?‘&#x;2 < đ?‘&#x;1 allora si ha đ?‘€2 > đ?‘€1. M ed r sono correlate inversamente. La variazione di r e’ comunemente detta manovra della riserva obbligatoria. L’autorita’

monetaria

puo’

intervenire

per

modificare

M

attuando la cosiddetta manovra del tasso di sconto, cui consegue l’adattamento dei tassi da parte degl istituti di credito sulla base di un effetto annuncio, una sorta di moral suasion

verso

le

banche,

oppure

essa

puo’

effettuare

operazioni di mercato aperto, che in termini di iniezioni di


liquidita’ nel sistema necessitano di acquisto di titoli, contro, appunto, moneta. Comprando

un

titolo

la

banca

centrale

offre

moneta

al

pubblico e a livello sistemico cio’ determina una variazione positiva dell’offerta di moneta. Specie nel passato esistevano altre tecniche di controllo di M per le quali la banca centrale poteva decidere di non acquistare titoli del debito pubblico emessi e non acquistati dai risparmiatori (questa linea di politica monetaria venne in allora definita “divorzio”). Sempre con riguardo ai decenni passati erano state introdotte clausole

limitavano,

anche

ampiamente,

le

operazioni

in

valuta, definendo qualle tecniche dette di “regolamentazione valutaria”. La gestione di M nel passato comprendeva anche l’introduzione di veri e propri vincoli di portafoglio, in ordine ai quali veniva

imposto

agli

istituti

di

credito

di

acquistare

prefissate quantita’ del debito pubblico sovrano. E’ ben evidente che M puo’ variare per i comportamenti collettivi ascrivibili ai canali dell’economia. In questo caso le autorita’ monetarie sono, per cosi’ dire, spettatrici, realizzando quella che fu definita politica monetaria permissiva.


Vengono correntemente usati i termini di politica monetaria espansiva e di politica monetaria restrittiva quando le decisioni di politica monetaria, attuate mediante strumenti di politica monetaria, sono tali che risulti ΔM > 0 e ΔM < 0, rispettivamente.

26.Domanda di moneta Per domanda di moneta si intende la quantita’ di moneta che gli operatori privati, principalmente famiglie e imprese mediamente detengono. La domanda di moneta per transazioni economiche programmate e’ ampiamente giustificata dalla organizzazione dei tempi di vita e dal fatto che la percezione del reddito avviene solitamente in una soluzione periodica, solitamente mensile, mentre le occasioni di spesa si spalmano su un periodo ampio. Si

e’

parlato,

sincronizzazione

al dei

riguardo, due

eventi,

di

una

percezione

assenza del

di

reddito

disponibile e spesa del medesimo….. Come si vedra’piu’ oltre anche formalmente, una seconda motivazione per la detenzione di moneta e’ la ragione detta solitamente precauzionale. In relazione a questo secondo movente detentivo si opta per il trattenimento di moneta per far fronte alla eventualita’ di finanziare spese ulteriori e impreviste.


Vi

e’

un

ulteriore

movente

detentivo

rappresentato

dal

cosidetto motivo speculativo. La detenzione di moneta e’ infruttifera, mentre l’impiego alternativo

alla

detenzione

e’

sicuramente

costituito

dall’acquisto di un titolo, in genere obbligazionario, a reddito fisso che determina un interesse positivo. Questa situazione determina un trade off tra la detenzione di moneta e l’acquisto di un titolo contro moneta e, a parita’ di ogni altra condizione, la domanda di titoli e’ correlata direttamente alla remunerazione di esso.

27.Inflazione e deflazione Secondo una celeberrima definizione si ha inflazione quando i prezzi salgono, nel senso che una variazione positiva del livello generale dei prezzi definisce l’inflazione, mentre un movimento contrario definisce una condizione economica detta deflazione. Ma a base di cio’ sta una ulteriore definizione quella di livello generale dei prezzi. Il livello generale dei prezzi e’ una media ponderata di un paniere

di

beni

e

servizi

ritenuti

rappresentativi

dei

consumo di un aggregato statistico, come, per il passato, le famiglie di operai e impiegati. E’ una media ponderata perche’ ogni bene entra con un peso proporzionale alla quota di spesa riservata a quel bene.


E’ ben evidente che a seconda delle finalita’ si possono costruire distinti numeri indici. Tra

detti

indici

vi

e’

sicuramente

il

gia’

ricordato

deflatore implicito del prodotto interno lordo inteso come il rapporto tra il prodotto interno lordo nominale e il prodotto interno lordo reale. L’indice dei prezzi solitamente viene indicato con la lettera P maiuscola. In termini quantitivi l’inflazione riferita ai periodi 2 e 1 e’ misurata come

đ?‘ƒ2 −đ?‘ƒ1 đ?‘ƒ1

Occorre distinguere le tipologie di inflazione, in realazione alle cause e in relazione all’intensita’ e prevedibilita’ del fenomeno,

ed

esaminare

le

conseguenze

microeconomiche

e

macroeconomiche del fenomeno. Andrebbe poi studiato il caso dell’inflazione bilanciata e di

quella

sbilanciata,

generatrice

di

distorsioni,

dell’inflazione prevista da quella imprevista. Mi

limito

a

considrare

due

casi

tipici

di

inflazione,

l’inflazione da domanda e l’inflazione da costi. Samuelson ha definito tasso di inflazione inerziale “quello previsto

e

incorporato

nei

contratti

e

negli

accordi

informali�. L’inflazione prevista e bilanciata non ha effetti reali sul sistema economico.


Tutti i prezzi e tutte le remunerazioni dei fattori variano di un eguale valore percentuale. Va quindi considerato il primo caso quella della inflazione da domanda. Essa trae origine da una traslazione verso destra della curva di domanda aggregata al di fuori della regione keynesiana di depressione. Ho rivisto con nostalgia, ma non con amarezza, i miei appunti elaborati, quali sintesi ad uso personale, a partire dal testo di Economia di Paul Samuelson. Ho rivisto ampiamente quanto sintetizzai in relazione al Cap. XIII (di una pregressa edizione non piu’ in mio posssso) relativo all’inflazione analizzata nelle sue cause e nei possibili rimedi. La curva OA al di fuori del polo keynesiano di depressione puo’ conicidere con il tratto verticale del PP di breve periodo. In

questo

caso

i

produttori

allocano

la

quantita’

Q

corrispondnete al prodotto potenziale ai soggetti disposti a pagare prezzi piu’ altri, e per questa via si ha un aumento del livello generale dei prezzi. E’ una inflazione da domanda in senso stretto. Ma dalla figura che mi disegnai emerge anche una distinta situazione ammissibile, quella legata ad una curva di offerta aggregata

che

oltre

la

regione

di

inclinata positivamente e molto ripida.

depressione

risulta


La riflessione anche in questo caso e’ immediata perche’ indicativa del fatto che un aumento della domanda conduce ad aumento

dell’offerta

ma

sotto

la

condizione

della

sopportazione di maggiori costi, rappresentati per esempio dal dover pagare remunerazioni supplementari al lavoro, da maggiori oneri di gestione di impianti dati. Cio’ e’ vero per un dato impianto e cio’ diviene ampiamente vero a livello sistemico. In questo caso un aumento della domanda determina un aumento dell’offerta

a

prezzi

piu’

elevati,

in

ragione

della

sopportazione di maggiori costi di produzione a livello sistemico. In questo scondo caso si avrebbe una situazione piu’ spuria con inflazione da domanda e da aumento dei costi. In questo caso sitetizzai efficacemente la situazione come segue đ?‘ƒđ?‘ đ??żđ?‘&#x;đ?‘’đ?‘Žđ?‘™đ?‘’ ≼ PP â&#x;š đ?›Ľđ?‘ƒ > 0 Il secondo caso di scuola e’ la cosiddetta inflazione da costi. Anche il grafico dell’inflazione da costi e’ abbastanza semplice ma istruttivo. Per semplicita’ disegno rettilinee le curve di domanda e di offerta aggregata. L’inflazione da costi si ha quando, c.p., la curva di offerta aggregata si sposta verso l’alto.


Se DA e’ costante allora si avrebbe una riduzione dei consumi. Per riportare il sistema alla condizione ante aumento dei prezzi in termini di consumi occorre aumentare la domanda quindi utilizzare uno spostamento di DA verso destra come da soluzione grafica evidenziata in grigio. Per come ho assunto le curve la variazione positiva della Q di equilibrio a ristabilire la quantita’ scambiata ante variazione dei prezzi avviene al prezzo di un ulteriore aumento dei prezzi. Ritornado a Samuelson vorrei ricordare che Egli evidenzio’ che la variazione positiva dei costi innesca una variazione positiva

dei

utilizzate.

prezzi

anche

quando

vi

sono

risorse

non


28.Disoccupazione Il contrasto della disoccupazione dovrebbe essere uno degli obiettivi della politica economica. Essa rappresenta una male sociale ed economico che andrebbe sempre

corretto,

nei

limiti

del

possibile

e

usando

gli

strumenti della politica economica. Uno dei principali concetti economici di pertienenza e’ costituito dalla forza lavoro, intesa come la pluralita’ dei soggetti

in

eta’

lavorativa

che

hanno

un

lavoro

e

ne

desiderano uno, nel senso che ne sono alla ricerca attiva. Viene

solitamente

introdotto

il

cosiddetto

disoccupazione, inteso come il rapporto

đ?‘‘đ?‘–đ?‘ đ?‘œđ?‘?đ?‘?đ?‘˘đ?‘?đ?‘Žđ?‘Ąđ?‘– đ?‘“đ?‘œđ?‘&#x;đ?‘§đ?‘Ž đ?‘™đ?‘Žđ?‘Łđ?‘œđ?‘&#x;đ?‘œ

tasso

di

.

Si tratta di un indice adimensionato. In modo molto schematico la disoccupazione e’ tipizzata dalla teoria

economica

⌋Begg,

Fisher,

DornbuschâŚŒ

risultando

costituita da una disoccupazione frizionale, una sorta di minimo fisiologico legato al turn over �in a dynamic society� tra una occupazione ed un’altra, anche in conseguenza delle trasformaizoni

di

ordine

tecnologico,

una

disoccupazione

strutturale,che riflette il disallineamento tra le abilita’ richieste dale imprese e le competenze proprie di parte dei lavoratori,

una

disoccupazione

da

domanda

inadeguata


(“demand-deficient unemployment�) ben analizzata dal punto di vista del polo keynesiamo di depressione. I

citati

autori

economica

ricordano

distingue

pero’

tra

che

la

moderna

disoccupazione

teoria

volontaria

e

disoccupazione involontaria. Il concetto di disoccupazione volontaria afferisce ad una scelta personale del prestatore che di fronte ad un dato salario reale decide se prestare la propria atitvita’ oppure no. Il concetto di disoccupazione involontaria fa riferimento a soggetti che per un assegnato salario reale, per loro dato e non modificabile dal singolo, risultano comunque disoccupati, involontariamente, appunto‌.. Non

va

dimenticato

comprendere

lo

che

stato

un

indicatore

dell’economia

essenziale

e’

per

rappresentato

dall’indice di occupazione. Tagliare le imposte incentiva sicuramente l’occupazione.

29.Effetti della tassazione E’ di sicuro interesse comprendere quali conseguenze ha un effetto

della

variazione

della

tassazione

intesa

variazione del gettito, ovvero considerare đ?›ĽT =đ?‘‡2 −đ?‘‡1.

come


Per comodita’ si considerano esogeni il livello della spesa pubblica e dell’investimento. Vorrei comunque osservare, rispetto a quanto pure si riporta nella letteratura, che anche nel caso di non esogenicita’ delle due grandezze, poiche’ ci si riferisce a variazioni interpemporali,

l’ipotesi

della

esogenicita’

delle

due

grandezze, ben puo’ essere riconsiderata alla stregua della loro costanza. Si ammette che le due grandezze nei due periodi considerati siano costanti, a prescindere dalla loro esogenicita. Le due condizioni sono assunte per equivalenti. Variando solo il gettito si ottiene immediatamente che �Y = -

đ?‘? 1−đ?‘?

�T

E’ ben evidente che una variazione positiva della tassazione si

ripercuote

negativamente

sull’economia

reale,

determinando una riduzione del prodotto interno. Il valore di b si ricava da una relazione gia’ nota, ovvero C = bđ?‘Œđ?‘‘ . Uno di questi sviluppi premise l’assegnazione del Premio Nobel all’economista Haavelmo, che giunse a questo importante risultato nel 1941.


Il

teorema

congiunto

del di

bilancio

un

aumento

in

pareggio

della

spesa

affronta

l’effetto

pubblica

e

di

un

contestuale aumento della tassazione, in termini di gettito. E’ ben evidente che la variazione complessiva del reddito e’ ben esprimibile come somma degli effetti di variazione del reddito imputabile alle due distinte cause. In termini matematici risulta ΔY = đ?›Ľđ?‘Œđ??ş + đ?›Ľđ?‘Œđ?‘‡ Sotto la condizione ΔG = ΔT risulta che đ?›Ľđ??ş = đ?›Ľđ?‘‡

ΔY = đ?›Ľđ?‘Œđ??ş + đ?›Ľđ?‘Œđ?‘‡ ⇒ 1−đ?‘? 1−đ?‘?

�Y =

1 1−đ?‘?

�G + (-

đ?‘? 1−đ?‘?

1

đ?›Ľđ??ş)= 1−đ?‘? đ?›ĽG -

đ?‘? 1−đ?‘?

đ?›Ľđ??ş =

�G = �G

Detto in termini discorsivi un aumento della spesa pubblica e un contesuale aumento della tassazione di eguale valore determinano un aumento del reddito di un valore esattamente pari alla variazione della spesa pubblica. Vorrei ricordare che nella teoria economica si preferisce introdurre modelli nei quali il prelievo e’ proporzionale al reddito. In questi modelli risulta necessario introdurre una nuova equazione del tipo Y = tY


La funzione di consumo assume una sembianza leggermente diversa rispetto a quanto detto fino ad ora, in quanto occorre tenere conto di questa nuova equazione. Con sostituzioni in formula risulta infatti che C = b(1-t)Y Sviluppando i calcoli si ottiene il moltiplicatore che tiene conto di questa variabile Y =

1 1−đ?‘?(1−đ?‘Ą)

(đ??ź0 +đ??ş0 )< đ?‘Œđ?‘?

Una ricotta di politica economica largamente caldeggiata nel passato per portare il sistema dal livello Y al livello di prodotto potenziale riducendo il gap di produzione, noto anche come output gap, era quello di far variare la spesa pubblica da un valore đ??ş0 ad un valore maggiore, detto spesa pubblica di prodotto potenziale, đ??şđ?‘ƒ ,risultando đ??şđ?‘ƒ = đ?‘Œđ?‘? ⌋1 -b(1-t)âŚŒ- đ??ź0 đ??źđ?‘™ fatto che la teoria privilegi i modelli contenenti t ha una giustificazione teorica inoppugnabile. đ?‘†đ?‘’, ad esempio, si considera una riduzione degli investimenti ΔI < 0 il corrispondente ΔY, ovviamente si ha una riduzione della

produzione

di

equilibrio,

occupazione che da un Y minore di đ?‘Œđ?‘? .

sia

che

dalla

piena


đ??źđ?‘™ punto focale e’ questo. Se accade che ΔI < 0 la variazione, sempre negativa, del prodotto sara’ minore nel caso che il modello contenga l’equazione T = tY, rispetto al caso che sia T = đ?‘‡0 ,

ovvero in relazione al caso che la tassazione sia

assunta esogenamente. đ?‘ƒđ?‘’đ?‘&#x;

questa ragione il parametro t e’ detto stabilizzatore

automatico. Vorrei, (vedi ben piu’ ampiamente Samuelson) ricordare che gli obiettivi della politica fiscale sono essenzialmente due, ovvero

smorzare

le

oscillazioni

del

ciclo

economico

e

mantenere il sistema economico in condizioni di crescita con un contesto di alta occupazione e di inflazione bassa e non imprevedibile. E’ possibile schematizzare gli effetti di una riduzione delle imposte ai tre segmenti: a) effetto Laffer, consistente in una maggiore propensione a sviluppare le attivita’ economiche e in particolare gli investimenti (all’uopo si potrebbe coordinare questo molto interessante punto di vista con la teoria standard degli investimenti, in quanto una riduzione delle imposte, che per certi aspetti potremmo considerare un costo, puo’ essere descritta in termini equivalenti come un aumento del tasso interno di rendimento‌..)


b) effetto keynesiano, immediatamente comprensibile in quanto una riduzione del carico ficale, ovvero ∆đ?‘‡ ≨ 0, determina una variazione positive del reddito disponibile per il consuno, in relazione alla parte di riduzione delle imposte di pertinenza delle famiglie, e una riduzione dei costi di produzione

in

relazione

alla

componente

di

imposte

considerate costi da parte delle imprese.

c) l’effetto

detto

“ricardiano�

che

si

esprime

in

una

variazione positiva del tasso di risparmio.

30.Curva di Philips In modo schematico possiamo dire che la curva di Phillips e’ una

relazione

empirica,

poi

incardinata

nella

teoria

economica, tra il tasso di disoccupazione e il tasso di inflazione, riferita a un determinato paese. Paesi distinti hanno distinte curve di Phillips.


La

curva

di

Phillips

di

breve

periodo

ha

la

seguente

sembianza.

Sull’asse delle ascisse si trova il tasso di disoccupazione d mentre sull’asse delle ordinate si trova il tasso di inflazione. I valori negativi denotano la deflazione. Nel breve periodo la curva e’ discendente in quanto “given the inflation exspetcations already built into nominal wages” ⦋Begg, Fischer, Dornbusch⦌, ovvero prche’ le aspettative di inflazione sono gia’ incorporate nei salari nominali. Per una data aspettativa di inflazione e’ data una relazione inversa di Phillips di breve periodo rispetto al tasso di disoccupazione. Al

variare

dell’aspettativa

di

inflazione

la

curva

di

Phillips trasla “up and down” al variare delle aspettative.


Il grafico sottostante illustra la situazione

E’ stato osservato ⦋Daniel⦌ che “le rapport de cause á effet va du taux de chômage au taux d’inflation”, ovvero deve ammettersi che aumento della disoccupazione ⟹ riduzione dell’inflazione Si osservi che la retta verticale individua il tasso naturale di

disoccupazione,

ovvero

il

tasso

di

disoccupazione

compatibile, ance nel lungo periodo, con una inflazione stabile. Andrebbero considerati i costi da disinflazione per una data curva di Phillips di breve periodo. Ho preferito una ipotesi che chiarisca anche se essa e’ una impostazione didattica ipotizzando una curva di Phillips affine decrecente. Vi sono due ipotesi estreme, quelle di una curva verticale e di una perfettamente orizzontale.


Tra questi due estremi vi sono le curve di Phillips reali che per semplicita’ ho supposto affini decrescenti.

Il k della curva di Phillips e’ un valore che ho supposto costante per non complicare troppo e si ha k ∊ ( -∞ , 0). k definisce l’inclinazione della curva ed e’ un parametro rilevante ai fini della valutazione dei costi (anche sociali) della disinflazione. Sotto queste condizioni risulta in generale

đ?‘‘đ?œ‹ đ?‘‘đ?‘˘

= k < 0.

dπ e’ il differenziale intertemporale di inflazione e du il corrispondente differenziale di disoccupazione, rispetto ad un tasso �0 , e definisce il costo della deflazione. Da

đ?‘‘đ?œ‹ đ?‘‘đ?‘˘

= k si ottiene dπ = k(du)

Pertanto il costo massimo si ha per k → 0, quando la curva di Phillips tende ad essere orizzontale.


Ovviamente sviluppando quanto lessi sul Samuelson l’obiettivo

prefissato

con

conseguente

du

dπ e’

(misurato),

pertanto k e’ determinato. La grandezza differenziale (du) vale zero quando la curva e’ verticale. Comparativamente per un medesimo dĎ€ per i paesi 1 e 2 risulta che đ?‘˜1 (đ?‘‘đ?‘˘)1 =đ?‘˜2 (đ?‘‘đ?‘˘)2 quando essi partano dallo stesso tasso di inflazione iniziale. La

politica

deflazionistica

reca

con

se’

la

recessione

economica, e quindi, ceteris paribus, con riferimento alla funzione neoclassica di produzione e al relative grafico si avrebbe

f designa il fattore lavoro. Se e’ nota la condizione di equilibrio al livello dei prezzi đ?‘ƒ0 e si vuole attuare una politica deflazionistica che porti


il livello generale dei prezzi ad un livello đ?‘ƒ1 < đ?‘ƒ0

si puo’

shiftare la D dalla posizione đ??ˇ0 alla posizione đ??ˇ1 . Il grafico mette a confronto le due distinte posizioni di equlibrio

In termini contabili e quindi ex post posso scrivere che đ??ˇ0 = C + đ??ź0 + G ed altrettanto ex post, con riferimento al periodo 1, si ha

đ??ˇ1 = C + đ??ź1 + G, pertanto ΔD = ΔI, quando si ammette

siano costanti C e G e si ammetta si operi in economia chiusa. Poiche’ si ragiona in termini di relazioni contabili il ΔI sconta

l’effetto

dell’interazione

acceleratore-

moltiplicatore. Nel piano considerato, avuto riguardo alla curva S, sia S’ la derivata prima di essa. Risulta, immediatamente, che S’ =

đ?›Ľđ?‘ƒ đ?›Ľđ?‘„

ovvero S’(ΔQ) = ΔP.

Il valore ΔP deve considrarsi una variazione data e quindi deve, dato đ?‘ƒ0 , stabilirsi il livello dei prezzi di deflazione đ?‘ƒ1 , pertanto, data la S, supposta costante, si individual,


come peraltro traspare immediatamente dal grafico, un punto sulla S cui corrisponde una quantita’ đ?‘†1. Quindi la curva đ??ˇ1 passa per il punto (đ?‘†1 , đ?‘ƒ1 ) essendo đ?‘ƒ1 il livello dei prezzi previsto per il tempo 1. Detta curva e’ indicata nel grafico con il formalismo đ??ˇ1 . Come si vede dalla figura si passa da una condizione di equilibrio E alla condizione di equilibrio definite dal punto E’. Il passaggio da una condizione di equilibrio ad una altra condizione

di

equilibrio

porta

con

se

al

vigore

della

relazione ΔS = ΔD ma si era scritto che ΔD = ΔI. Pertanto da S’(ΔQ) = ΔP si ottiene S’(ΔI) = ΔP = ΔI â&#x;š

đ?›Ľđ?‘ƒ đ?‘†â€˛

Ove si ammetta, come si e’ fatto, che S sia una retta allora S’ e’ una costante.

31.Curva IS La

curva

IS

afferisce

alle

combinazioni

che

rendono

il

mercato dei beni in equilibrio. Il grafico corrispondente colloca sull’asse delle x il valore del reddito e sull’asse delle ordinate il valore del tasso di interesse.


La curva IS e’ quindi il luogo dei punti, ovvero le varie combinazioni (Y, i) per i quali I = S. Questa e’ anche la condizione dell’equilibrio nel mercato dei beni. Il modello e’ prettamente keynesiano in quanto parte dalla ipotesi della residualita’ del risparmio. Esso parte da due ipotesi molto semplici e gia’ note, ovvero đ?‘†đ?‘Ą = (1 – c)đ?‘Œđ?‘Ą - đ??ś0 e, per gli investimenti, la relazione di proporzionalita’ tra I e i, ovvero I(i) = bi Si pone quindi đ?‘†đ?‘Ą = I(i) â&#x;š (1 – c)đ?‘Œđ?‘Ą - đ??ś0 = bi E’ possibile considerare i come una incognita ottenendo e dopo banalissimi passaggi algebrici e’ possibile esplicitare la i avendo đ?‘

i = (đ?‘?)đ?‘Œ − Per

đ??ś0 đ?‘?

semplicita’

si

ammette

che

la

curva

sia

affine

decrescente. Il numero negativo

đ?‘ đ?‘?

indica la pendenza della curva IS. La

grandezza i nel mercato dei beni e’ data, e’, quindi, esogena, rispetto al mercato dei beni.


Detta curva pertato si interpreta nel modo seguente. Se i assume un dato valore, ad esempio e’ i = đ?‘–0 , allora affinche’ sia vera la condizione I = S, deve risultare un definito đ?‘Œ0 . A distinti valori della i corrispondono distinti valori del prodotto reale Y. Sono rilevanti le traslazioni della curva IS verso destra o verso sinistra, rispetto ad una posizione nota, e sempre amettendo spostamenti paralleli. Ad esempio uno spostamento di essa verso destra si ha per un ΔG > 0 . Una tale vaziazione determina un ΔY = k ΔG con k > 1. Se il tasso esogeno si mantiene costante la nuova condizione di equilibrio si ha ad un nuovo livello di reddito đ?‘Œ2 = đ?‘Œ1 + k ΔG

La curva IS si sposta nel senso della freccia.


32.Curva LM Nel modello standard l’ offerta di moneta e’ un elemento esogeno, determinato dalla politica monetaria, e, quindi, dalle autorita’ monetarie. M =

đ?‘€0 đ?‘ƒ

P e’ il livello generale dei prezzi. In buona sostanza cio’ che conta e’ il potere reale di acquisto. Occorre ora considerare l’atro versante, ovvero la domanda di moneta. Vanno considerati i moventi, ovvero le ragioni per le quali i soggetti chiedono di detenere moneta. La prima finalita’ e’ transazionale, ovvero legata alla esigenza che si possa finanziare la spesa corrente. La seconda ragione e’ legata alla dimensione psicologica precauzionale, volta a finanzaire spese impreviste. La domanda di moneta e’ indicata dalla lettera L e risulta che L = đ??ż1 +đ??ż2 Le relazioni funzionali sono per comodita’ supposte lineari. La prima componente, quella transazionale, e’ dipendente, proporizionalmente, dal reddito.


đ??ż1 = đ??ż1 (Y)= uY con u > 0 La seconda componente della domanda di moneta e’ quella precauzionale. In

questo

caso

il

ragionamento

razionale

e’

legato

al

confronto valutativo tra la detenzione di moneta per tale titolo e le alternative possibili in particolare il tasso di rendimento delle attivita’ finanziarie. Attivita’

finanziarie

poco

rischiose

e

ben

remunerate

riducono la giacenza infruttifera della liquidita’, quindi in

questo

caso

la

relazione

tra

la

domanda

di

moneta

precauzionale e il tasso di rendimento i delle attivita’ finanziarie del mercato secondario e’ inversa. La salita dei tassi riduce la domanda di moneta per ragioni precauzionali. đ??ż2 = đ??ż2 (i)= vi con v < 0 La domanda L complessiva di moneta e’ L(Y, i) = đ??ż1 + đ??ż2 = uY + vi L’equilibrio del mercato monetario e’ dato da M = L â&#x;š

đ?‘€0 đ?‘ƒ

= uY + vi

E’ immediato risolvere detta equazione considerando i come una incognita, avendo come risultato


i = -

� �

Y +

đ?‘€0 đ?‘ƒ

đ?‘Ł

Essendo la quantita’ -

� �

positiva allora si tratta di una

curva crescente e affine. Essa e’ rappresentata in un piano avente Y sull’asse delle ascisse e il tasso esogeno i sull’asse delle ordinate. E’ evidente

che

possono

esistere

distinte

curve

LM

con

inclinazioni differenti. Una maggiore inclinazione (positiva) dipende essenzialmente da

una

ampia

reattivita’

(elasticita’)

della

domanda

transazionale al reddito e da una scarsa reattivita’ alla variazione

della

componente

precauzionale

a

variazioni

esogene dei tassi di interesse di riferimento. La preferenza per la liquidita’ nella dimensione keynesiana e’ correlate alla non neutralita’ della moneta.

33.Equilibrio IS – LM Le curve IS ed LM al momento descritte in economia chiusa, ovvero senza scambi con l’estero sono dovute agli economisti Hicks e Hansen e si muovono nella logica keynesiana. Considerando nel medesimo piano le due curve e’ immediato determinare la condizione di reddito e di interesse per le quali sono in equilibrio simultaneo i due mercati.


Si ammette che detto equilibrio sia di sottoimpiego.

L’intersezione delle due curve supposte rette evidenzia la coppia di valori del saggio dell’interesse i e del reddito reale Y che verifica il contemporaneo equilibrio dei due mercati. Il valore đ?‘Œ0 e’ un reddito inferiore al reddito massimo ottenibile

in

condizioni

di

pieno

impiego

produttivi, indicato con đ?‘Œđ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ . La differenza đ?‘Œđ?‘šđ?‘Žđ?‘Ľ - đ?‘Œ0 costituisce l’output gap.

34.Equilibrio nel mercato dei capitali

dei

fattori


La teoria standard dell’equilibrio del mercato dei capitali risale alla fine dell’Ottocento del secolo scorso ed e’ sostanzialmente dovuta all’economista svedese K. Wicksell. Come su ogni mercato si fronteggiano una domanda e una offerta di capitali. L’offerta e’ di fatto costituita dai fondi dei risparmiatori, mentre

la

domanda

di

capitali

e’

rappresentata

dagli

imprenditori che chiedono a prestito denaro per finanziare i loro investimenti. Il tasso di interesse e’ un prezzo, e’ la remunerazione che il

soggetto

che

offre

ottiene

dal

soggetto

che

domanda

capitali. I

moventi

che

caratterizzano

i

due

soggetti

sono

evidentmemente diversi. I

risparmiatori,

reddito

le

disponibile

famiglie, con

utilizzano

finalita’

di

una

parte

risparmio,

del

avendo

consumato la parte di reddito disponibile che massimizza la funzione di utilita’, sempre considerate a livello di singoli individui. Nel

rispamiare

ci

si

prefigge

di

poter

utilizzare

il

risparmio in periodi futuri con finalita’ di consume futuro. Su base annua un risparmiatore che risparmia S unita’ di conto si prefigge di poter utilizzare (S + iS) unita’ di conto nel periodo futuro in conto di consumo nel periodo t+1. E’ ragionevole ritenere che il risparmio e’ una funzione crescente del saggio i di interesse.


S = S(i) Gia’ si e’ parlato degli investimenti, come componente della domanda aggregata e della relazione inversa con il saggio di interesse. La

condizione

di

equilibrio

di

detto

mercato

e’

data

semplicemente dalla seguente equazione S(i) = I(i) Essa e’ da interpretare nel senso che deve essere determinato un valore �0 per il quale domanda ed offerta di capitali sono eguali. Questo tasso teorico e’ detto naturale. In generale il tasso effettivo di mercato e’ attestato a valori non coincidenti con esso. Detto scostamento e’, secondo l’economista svedese, alla base delle fluttuzioni cicliche dell’economia.

Questo grafico dice che il tasso e’ al livello i inferiore al tasso naturale.


Nelle logiche marshalliane vi e’ un eccesso di domanda di beni capitali rispetto alla offerta di essi, ben rapprsentato dal tratto verde chiaro. Mggiori investimenti portano con se ad un aumento della domanda aggregata e oltre il polo keynesiano di depressione pure un surriscaldamento del livello generale dei prezzi. Riflessioni simmetriche possono farsi quando il saggio di mercato eccede il valore naturale.

In termini contabili la relazione I = S non e’ vera quando si e’ in presenza dello stato in un contesto di saldo di bilancio B ≠0. Basta lavorare su due equazioni, una di definizione e una di equlibrio per capirlo. Si ha S = đ?‘Œđ?‘‘ – C = Y – T

- C

Y = C + I + G Da cui S = (C + I + G) – T

-

C = I + G – T = I – B, c.v.d..

Va ricordato che l’equilibrio del mercato dei capitali e l’equilibrio

del

mercato

monetario

sono

assicurati

simultaaneamente.

35.Modello IS LM in economia aperta Il modello considerato e’ descrittivo di una economia chiusa.


Occorre considerare il caso dell’economia aperta e quindi studiare la condizione di equilibrio, introducendo BP, ovvero la bilancia dei pagamenti. Va

primariamente

definita

una

ulteriore

grandezza,

propensione marginale all’importazione definita come m =

la ∆đ?‘€ ∆đ?‘Œ

In condizioni di economia aperta si ha Y = C + I + G + X – M Il tasso di cambio e’ considerato costante nel breve periodo e non influente. Le importazioni dipendono, in prima battuta, dal reddito interno. Le esportazioni sostanzialmente dipendono dal reddito estero, secondo una banale relazione di proporzionalita’ X = xđ?‘Œđ??¸ La condizione di equilibrio del circuito e’ I + X = S + M â&#x;š bi + xđ?‘Œđ??¸ = sY - đ??ś0 + mY Da cui si ottiene la curva i(Y) che risulta i = In

đ?‘ +đ?‘š đ?‘?

Y -

đ??ˇđ??´ đ?‘?

economia

aperta

oltre

alle

decisioni

dell’autorita’

monetaria l’offerta di moneta e’ condizionata dal saldo della bilancia dei pagamenti.

36.Politica monetaria In realta’, a monte del modello IS LM vi e’ una considerazione estremamente importante da fare, ovvero graficare le due


curve L ed M, domanda ed offerta di moneta in funzione del tasso di interesse di riferimento. Il grafico sottostante indica la quantita’ di moneta offerta e domandata in relazione al tasso di interesse. In termini matematici i determina L ed M, ma nella prassi economica la variabile indipedente, in questo caso pure esogena, ovvero il tasso di interesse delle obbligaizoni nel mercato secondario, e’ collocato come ordinata.

Esiste un i oltre il quale la politica monetaria, intesa come possibilita’ di fare traslare la curva M, diviene inefficace. Questo e’ vero in quanto per i > đ?‘–đ?‘ diviene nulla la preferenza di liquidita’ in quanto il soggetto razionale, attratto dagli alti tassi annulla la sua componente di domanda di moneta per acquisti futuri.


Parimenti inefficace diviene la politica monetaria quando il tasso scende al di sotto di un valore minimo, ovvero per i < đ?‘–0 . La

domanda

di

moneta

per

scopi

precauzionali

diviene

infinita, essendosi create le condizioni della trappola di liquidita’. Poiche’ i titoli obbligazionari non sono remunerativi diviene assolutamente efficace la condizione di preferenza per la liquidita’. Le freccette indicano le direzioni della politica monetaria, mediante traslazione parallela della retta M entro i vincoli che

esprimono

la

fascia

di

efficacia

della

politica

monetaria. M indica la offerta di moneta in termini reali. In questo schema semplificato si ammette sia il livello generale dei prezzi P costante, in modo che sia costante l’offerta di moneta in termini reali. La determinazione di M da parte della autorita’ monetaria determina

un

tasso

di

equilibrio

cui

corrisponde

una

condizione per la quale L = M. Entro la banda di efficacia della politica monetaria se si ammette sia costante L (intesa come la curva L) una variazione di P si riverbera in una corrispodente variazione di M.


La politica monetaria e’ attuata manvrando una grandezza reale in quanto le decisioni sono assunte sulla base di celte reali di consumo e di investimento. In caso di inflazione, ovvero se ΔP > 0, la pregressa scelta di M si ripercuote un una contrazione di M in termini reali. In questo caso e’ come se la curva M si fosse spostata, traslando parallelamente a se stessa, verso sinistra in una nuova condizione di equilibrio con un tasso di interesse di equilibrio

piu’

elavato,

realizzando

il

caso

di

un

Δi

positivo. Per rirpistinare lo status quo ante occorre una inizione di liquidita’ nel sistema. Il caso della deflazione e’ evidentemente simmetrico. Nei termini piu’ generali se si vuole mantenere la condizione di equilibrio che caratterizzava il sistema soggetto ad un ΔP ≠0, allora, ammesso il vincolo della costanza di M in termini reali, con L costante, allora deve risultare đ?‘€đ?‘&#x;,1 = đ?‘€đ?‘&#x;,2 đ?‘œđ?‘Łđ?‘’ i pedici 1 e 2 sono riferiti ai tempi successivi, 1 e 2, e il pedice r sta a significare che si considera la grandezza in termini reali, quindi in termini di potere di acquisto. đ?‘…isulta che


đ?‘€đ?‘&#x;,1 = đ?‘€đ?‘&#x;,2 â&#x;š

đ?‘€0 đ?‘ƒ0

=

đ?‘€đ?‘Ľ đ?‘ƒ1

â&#x;š đ?‘€đ?‘Ľ =

đ?‘ƒ1 đ?‘ƒ0

đ?‘€0

I� realta’ la politica monetaria ha sempre agito in termini di stimolo all’economia volgendosi quindi verso una riduzione del tasso di interesse per il quale vi sia l’equilibrio complessivo, ammettendo IS costante. Nei consueti grafici del modello IS LM si ha

I pedici 1 e 2 sono temporali, e quindi riferiti a due distinti periodi di tempo. La politica monetaria espansiva ha un dupplice effetto, determina una riduzione del tasso di interesse di equilibrio e per questa via una crescita degli investimenti e quindi del reddito. Una politica di bilancio volta alla piena occupazione e’ corripondente nel modello IS LM ad una traslazione verso destra della curva IS, parallelamente a se stessa.


37.Curva BP ed equilibrio in economia aperta In economia aperta diviene rilevante il concetto di bilancia commerciale

e

del

relativo

saldo.

Si

condiderino

le

esportazioni e le importazioni in valore. Se X > M allora il saldo della bilancia comemrciale e’ positivo. A questo saldo corrisponde un saldo contrario ma eguale in valore assoluto. La somma algebrica dei due saldi e’ nulla. Per esportazioni e importazioni sono date le due funzioni seguenti X

= X( đ?‘Œđ?‘’ , đ?‘’đ?‘&#x; )

M = M( đ?‘Œđ?‘– , đ?‘’đ?‘&#x; ) Se BC indica la bilancia commerciale risulta BC = BC(đ?‘Œđ?‘’ , đ?‘Œ , đ?‘’đ?‘&#x; ) = Îą Y Quando vi e’ un deficit della bilancia commerciale, ovvero quando il valore delle importazioni eccede quello delle esportazioni,

occorre

finanziare

l’acquisto

con

capitale

remunerato a un tasso diverso, un tasso estero detto đ?‘–đ?‘’ . L’equazione della bilancia dei capitali e’ BK = β(i – đ?‘–đ?‘’ ) con β> 0.


Il coefficiente β indica la sensibilita’ del saldo della bilancia dei capitali rispetto al diffferenziale dei tassi interno ed esterno. La condizione di equilibrio della bilancia dei pagamenti BP e’ ricavabile dale due equazioni di parte reale e di parte capitale. BP = Îą Y + β(i – đ?‘–đ?‘’ )= 0. Questa puo’ essere intesa come una equazione di primo grado considerando

come

incognita

il

tasso

interno

e

quindi

studiando la funzione i = i(Y, đ?‘–đ?‘’ ) Risulta immediatamente che i = -

�

Y + đ?‘–đ?‘’ con đ?›˝

� �

> 0.

Ma piu’ ampiamente e’ necessario ricordare che anche la domanda estera ha un ruolo, ne e’, come direbbe un economista, e’ una determinante della bilancia delle partite correnti, risultando BC = đ?›źY +zđ?‘Œđ?‘’ La condizione BP = 0 consente di avere la relazione seguente i = -

� �

Y -

�

đ?‘Œ đ?›˝ đ?‘’

+ đ?‘–đ?‘’

Solitamente la curva BP viene graficata nel piano (Y,i)come piu’ sotto evidenziato, ove sono riportati gli effetti di una variazione negativa della domanda estera.


Le lettere d ed s indicano combinazioni di punti del piano in cui si ha deficit o surplus della bilancia dei pagamenti. La

retta

BP

puo’

essere

intesa

come

il

luoogo

delle

combinazioni di valori di i e di Y per le quali si ha pareggio della bilancia dei pagamenti. In teoria occorre garantire la condizione di equilibrio interno

ed

esterno,

ad

esempio

mediante

la

politica

monetaria. Matematicamente

la

condizione

di

simultaneo

equilibrio

(interno ed esterno) corrisponde a determinare un punto del piano nel quale passano tutte e tre le date rette, ovvero la IS, la scheda LM e la BP.


Questo grafico ben evidenzia la situazione con la quale si ottiene l’equilibrio con spostamento

della curva LM.

38.Crescita economica Quando ci si riferisce al concetto di crescita economica, inevitabilmente, ci si riferisce al lungo periodo. Samuelson ha individuato due “fonti di crescita del prodotto potenziale� rispettivamente costituita dalla implementazione dei

fattori

della

produzione

e

dal

miglioramento

della

tecnologia disponibile e da un grado maggiore di efficienza del sistema. Nel lungo periodo si verificano due eventi correlate, ovvero un aumento del prodotto potenziale unito ad un aumento dei costi di produzione.


L’effetto combinato ha come conseguenza immediate che la curva di offerta aggregata trasla verso destra spostandosi in alto. Vanno

considerati

prettamente

due

modelli

keynesiane

che

affrontano

partendo

la

da

logiche

problematica

della

crescita dello stock di capitale. Il primo modello che affronta la questione e’ quello di Domar. Dalla teoria di Keynes risulta che ΔY =

1 đ?‘

ΔI

L’investimento netto si traduce in una variazione positiva del capitale, inteso come stock, ovvero risulta essere I = ΔK Viene poi introdotta una ulteriore grandezza economica che si ammette sia costante nel tempo. Essa

e’

il

rapporto

tra

il

capitale

K

e

la

capacita’

produttiva, in buona sostanza l’offerta aggregata. Si pone v = Da

essa

si

đ??ž đ?‘‹

ricava

immediatamente

costante risulta che v =

đ?›Ľđ??ž đ?›Ľđ?‘‹

1

â&#x;š v đ?›Ľđ?‘‹ = đ?›Ľđ??ž â&#x;š đ?›Ľđ?‘‹ = đ?‘Ł đ?›Ľđ??ž

che,

dovendo

essere

v


La condizione di equilibrio e’ data dalla eguale variazione positive della domanda e dell’offerta aggregate, ovvero deve essere ΔY = ΔX

â&#x;š

1 đ?‘

1

ΔI = đ?‘Ł đ??ź â&#x;š

đ?›Ľđ??ź đ??ź

đ?‘

=đ?‘Ł

(in quanto si e’ ammesso I = ΔK). đ?›Ľđ??ź đ??ź

=

đ?‘

= g

đ?‘Ł

(questo e’ un tasso di crescita di equlilibrio che garantisce l’eguaglianza tra domanda ed offerta aggregate). Usando un approccio keynesiano che tiene conto della funzione di risparmio, dell’eguaglianza ex ante tra investimenti e risparmio e del ben noto principio dell’acceleratore, fu dalla teoria economica proposto un distinto modello detto di Harrod. Deve risultare g(t) = cost.. Nel modello di Harrod fanno ovviamente, tramite il principio dell’acceleratore, la loro comparsa le aspettative, in quanto la domanda aggregata del tempo t +1 e’ quella attesa, prevista e non un dato gia’ noto. Ho con qualche passaggio algebrico avuto modo di constatare che una variazione della domanda e’ legata ad una variazione dall’investimento risultando ΔY =

đ?›Ľđ??ź đ?‘


La variazione dell’offerta al tempo t rispetto al periodo precedente e’ proporzionale all’investimento netto corrente, nella presunzione che gli investimenti degli anni precedent diano ancora il loro contributo alla produzione. Esiste un đ??źđ?‘Ą per il quale risulta la crescita sul sentiero naturale dato da g. Ma e’ evidente che sulla base di un investimento diverso, per

valutazioni

variazione

erronee

dell’offerta

dei

decisori

aggregata

di

produzione,

risulta,

in

la

senso

algebrico, la seguente ΔX =

1 đ?‘Ł

(đ??źđ?‘Ą Âą đ??źâ€˛) ove I’ indica il surplus o il deficit di

investimento, rispetto a quello di equilibrio di crescita. L’economista Kuznets ha evidenziato che il progresso tecnico determinata dall’investimento e’ alla base della crescita, secondo lo schema investimento → progresso tecnico → crescita. La crescita e’ pero’ ciclica, nel senso che a periodi di crescita si alternano periodi di recessione, etc. Per Alois Schumpeter lo schema e’ il seguente Investimento → progresso tecnico → innovazioni → crescita.


Sovviene un ottimo e conciso testo di storia del pensiero economico ⦋Casale, Giannelli⦌ che ricorda che per Schumpeter “la rottura dell’equilibrio

⦋statico

di

concorrenza

perfetta⦌

interviene

esclusivamente dal lato della produzione, essenzialmente a causa delle innovazioni, cioe’ per effetto dell’introduzione di nuovi modi di utilizzare le risorse produttive”. Svariati sono le modalita’ innovative che vanno dalla introduzione “sul mercato di nuovi tipi di beni” alla introduzione “di metodi di produzione nuovi per un dato comparto”, ma anche mediante “l’apertura di mercati nuovi” per una data industria, o anche l’introduzione nei cicli produttivi di nuove materie prime o di nuovi semilavorati. In

questa

visione

non

si

possono

realizzare

innovazioni

significative senza un adeguato ricorso al credito.

39.Aspettative Ho incontrato per la prima volta le aspettative in economia leggendo uno dei miei primi testi universitari di economia, quello famoso di Paul Samuelson. Dopo oltre due decenni ho rinvenuto gli appunti con i quali sintetizzavo la materia e ho attinto ampiamente per elaborare il paragrafo relativo alle aspettative. In particolare una appendice al Cap. XVI era dedicato alla teoria delle aspettative razionali.


Essa sostanzailmente poggia su due postulati. Il primo di essi e’ la razionalita’ delle decisioni degli attori economici, una razionalita’ non assoluta, comunque, ma compatibile con le informazioni, sempre limitate, di cui i vari soggetti economici sono in possesso. Il secondo postulato e’ sicuramente una sorta di ritorno al passato essendo rappresentato dalla flessibilita’ dei prezzi e dei salari, condizione che conduce all’equilibrio tra domanda ed offerta. Questo equlibrio si ottiene sostanzialmente per variazione dei prezzi. Quanto al primo postulato va’ rimarcato che le aspettative sono sicuramente importanti in economia. Esse, ad esempio, sono una determinante degli investimenti, come risulta anche dalla formula dell’acceleratore. Si parla specificatamente di aspettative razionali quando gli operatori economici formulano previsioni non distorte. Ma il punto e’ proprio questo. Quando le previsioni non sono distorte ? Per la scuola economica che le postula gli operatori sono per cosi’ dire infallibili e, per dirla con Samuelson (che critico’

questa

imbrogiare”.

impostaizone….)

“il

Governo

non

puo’


Ma

oserei

dire,

a

volte,

molti

truccano

i

dati

e

imbrogliano…., forse con conseguenze anche sistemiche. Il secondo postulato sembra piu’ che altro un atto di fede. Per esso ogni input e ogni prodotto sono caratterizzati da prezzi

che

variano

rapidamente

e

rapidamente,

comuque

in

anche

modo

tale

verso

da

il

basso,

equilibrare

le

quantita’ offerta e quella domandata…. In questo scenario cosi’ formale sarebbero gli errori di percezione degli operatori economici la causa dei cicli economici,

ovvero

dell’alternarsi

nel

tempo

di

fasi

di

crescita economica e di successive rallentamento. Per Samuelson pure l’ipotesi delle aspettative razionali (il primo dei due postulati considerati) e’ irrealistica. L’idea (solo una mia idea, ovviamente…) e’ che in generale i vari operatori sappiano e intuiscano tutto cio’ che devono sapere e intuire, ma che, comunque possano esistere eventi imprevedibili, imprescrutabili, che spiazzano decisioni che come quelle di investimento non sono facilmente adattabili a shock improvvisi. Altri

autori

aspettative

⦋Blanchard⦌ razionali,

hanno

inglobate

dato nei

ampio

credito

principali

alle

modelli

macroeocnomici. Un esempio di aspettativa razionale e’ quella introdotta nel semplice modello dell’acceleratore degli investimenti.


Credo che si dovrebbe pensare di considerare le aspettative razionali indipendentemente dal secondo postulato, quello della flessibilita’ dei prezzi dei beni e dei servizi alla produzione. Le aspettative razionali non vanno confuse con le cosiddette aspettative adattive, che esprimono un guardare al passato, finendo con il proiettarlo nel futuro. Questo modo di intendere le cose ha un che di perncioso. Non si vede perche’ quello che e’ successo nel passato si debba meccanicamente ripetere nel futuro nel momento in cui la politica di bilancio o quella monetaria possono scardinare un dato equilibrio, magari di sottoccupazione per definirne uno ulteriore. La

stessa

presenza

dei

cicli

economici

e’

un

elemento

empirico che smentisce sentieri di crescita o decrescita lineari, quello che viene detto path o trend…… In relazione ad esse si potrebbe pensare di cosiderarle in relazione a grandezze economiche poco volatili, quali il consumo che, come detto, e’ una compomente della domanda aggragata abbastanza stabile…. In ogni caso l’imprevedibile spiazza ogni modello basato su aspettative razionali, in misura piu’ o meno evidente. Mutuo

da

un

ottimo

testo

⦋Blanchard⦌

un

esempio

di

formalizzazione delle aspettative razionali relative alla


curva IS, ovvero a partire da Y = C( Y – T)+ I(Y,r)+ G = A(Y,T,r)+ G, ove A(Y, T, r) viene solitamente detta spesa privata aggregata. Blanchard riscrive la formula di A, o meglio la sua relazione funzionale, come segue: A = A(Y, T, r, đ?‘Œ đ?‘’ , đ?‘‡ đ?‘’ , đ?‘&#x; đ?‘’ ) La lettera Y indica il reddito, T la tassazione, r sta per rate, ovvero designa il tasso di interesse reale, l’apice e indica che si tratta di valori attesi, ovvero expected, come si dice in inglese.

40.Tasso di cambio Il tasso di cambio (exchange rate) indica il prezzo di una moneta in rapporto ad un’altra. La scrittura x

đ?‘‘đ?‘œđ?‘™đ?‘™đ?‘Žđ?‘&#x;đ?‘– đ?‘’đ?‘˘đ?‘&#x;đ?‘œ

indica che chi scambia moneta ottiene x

dollari per ogni euro. Vicevera la scrittura 1 đ?‘Ľ

1

đ?‘’đ?‘˘đ?‘&#x;đ?‘œ

đ?‘Ľ đ?‘‘đ?‘œđ?‘™đ?‘™đ?‘Žđ?‘&#x;đ?‘œ

indica che un operatore ottiene

euro per ogni dollaro che scambia.

đ??źđ?‘™ tasso di cambio e’ sostanzialmente un prezzo e come tale si ottiene dalla condizione di equilibrio tra la domanda e l’offerta di valuta.


đ??´đ?‘›đ?‘?â„Žđ?‘’ in questo caso si puo’ utilizzare un grafico ponendo la quantita’ sull’asse delle x e il tasso di cambio sull’asse delle ordinate. đ??źđ?‘™ grafico e’ di questo tipo

Viene scambiata una quantita’ ad un dato prezzo, come da condizione di equilibrio (intersezione delle due curve). Vanno sottolieati i diversi moventi che stanno dietro le due curve. Ad esempio, domandano valuta estera coloro che desiderano importare prodotti esteri da pagare in valuta locale, offrono valuta estera coloro che esportano, questo solo per limitarsi alle transazioni di beni e servizi. Fino ad ora si e’ considerato il tasso di cambio nominale, ma la teoria economica utilizza anche il concetto di tasso di cambio reale, dato dalla seguente relazione t.c.r. = t.c.n.

đ?‘ƒđ?‘– đ?‘ƒđ?‘’


ove la P indica il livello dei prezzi e i pedici i ed e si riferisocno all’interno e all’esterno (al paese della divisa estera). Nella

realta’

economica

internazionale

odierna

si

opera

sostanzialmente in un regime di cambi flessibili. Poiche’ le esportazioni sono una componente della domanda aggregata una variazione positiva di esse si ripercuote in una variazione positiva della domanda aggregata, secondo un dato moltiplicatore. La

variazione

positive

delle

esportazioni

puo’

essere

realizzata con il meccanismo della svalutazione competitiva. La ragione per la quale una svalutazione della moneta conduce ad un aumento delle esportazioni sta nel fatto che chi acquista

beni

esportati….) deprezzamento

e deve

servizi

nazionali

cambiare

dell’euro

(che

dollari

consente

appunto

contro

agli

euro

vengono e

un

importatori

di

acquistare una maggiore quantita’ di beni e servizi con lo stesso stock di moneta estera, con la quale nello scambio si ottengono maggiori quantita’ della moneta svalutata (o come meglio si dice deprezzata). Per neutralizzare gli effetti della svalutazione competitiva e’ necessario un corrispondente aumento del prezzo del bene di un valore percentuale pari alla svalutazione competitiva.


In buona sostanza l’effetto della svalutazione competitiva viene massimizzato in un contesto di assenza di inflazione. La

svalutazione

dell’economia

competitiva

italiana

fu

nel

passato

particolarmente

difficile

utile,

in

un

periodo di inflazione sostenuta, a garantire la conservazione delle

quote

di

mercato

italiane

all’estero,

garantendo

l’export. Bisogna prenderne positivamente atto ! Per concludere vorrei ricordare che la teoria economica ⦋Blanchard⦌ ha evidenziato che “nel medio periodo l’economia raggiunge lo stesso livello del tasso di cambio reale e lo stesso livello di produzione sia che si operi in un sistema di cambi flessibili, sia che si operi in un sistema di cambi fissi.”


INDICAZIONI BILIOGRAFICHE

Begg,

Fischer,

Dornbusch,

Foundations

of

Economics,

II

edition, McGraw Hill, 2003

Bernard, Chartoire, Leblanc, Microéconomie e Macroéconomie, Nathan, 2014, Parigi

Blanchard, Scoprire la macroecomia, II. Un passo in piu’, Il Mulino Manuali, 2013

Casale, Giannelli, Il pensiero economico da Platone a Sraffa, Emme,1989

Daniel, Manuel d’économie, Ellipses, 2014

Valli,

Politica

economica,

l’economia italiana, NIS, 1986

i

modelli,

gli

strumenti,


PROPRIETA’ LETTERARIA

Questo saggio non ha finalita’ commerciali o lucrative. Ne e’autorizzata la divulgazione, anche totale, a condizione che essa non abbia finalita’ commerciali o lucrative purche’ essa avvenga con la citazione dell’autore e del soggetto diffusore dell’opera.



pubblicazione a cura di Pascal McLee

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