Miscellanea

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-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐ “LA VALIGIA DI ACHILLE” LA VALIGIA DI ACHILLE è un racconto che avevo scritto per il compleanno di Achille Castiglioni, anni fa. Ne ho riparlato in un’occasione più recente -­‐ la presentazione alla Fondazione Castiglioni del libro di Kazuyo Komoda -­‐ l’ho cercato, ritrovato e trascritto. Ed eccolo qua! Milano, novembre 2013


“Un giorno ho raccontato ad Achille che l’ estate precedente a Londra andava di moda un gioco chiamato ‘Horses and Buns’. Appena entravi in qualsiasi pub qualcuno ti guardava e gridava forte ‘Horse!’ oppure ‘Bun!’ a seconda della forma della tua faccia. Perché la gente, a pensarci bene, può dividersi in queste due sole grandi categorie: quelli dalla faccia allungata, gli horses, e quelli dalla faccia tonda, i Buns.

“Noi siamo tutti ‘horses’ “ ha detto seria Maria guardando me e Achille. Allora Achille ha inclinato la testa e mostrando l’infilata di denti fitti e lunghi ha cominciato a ridere mimando il nitrito. E noi pure a nitrire allora, ridendo come pazze! Maria lo chiama ‘L’Architetto delle Caramelle’ e non fa storie quando le dico che dobbiamo andare da lui. Le è molto simpatico ‘L’Architetto delle Caramelle’:‘…non come quell’altro con cui ogni tanto devi lavorare, quello noioso!’….dice, alludendo a Enzo Mari…. Achille le dà dei fogli bianchi e tante matite colorate. Mentre noi lavoriamo a un angolo del grande tavolo, lei silenziosa produce disegni fantasiosi e policromi. Ogni tanto Achille s’interrompe d’improvviso, si alza di scatto, guarda i suoi disegni e apre il cassetto incernierato pieno di caramelle. Fa scegliere a lei le caramelle e uno dei piccoli giochi nascosti nel cassetto. Maria adora la dentiera bianca e rossa alla quale dai la carica e che poi cammina da sola sbattendo i denti e vuole sempre quella. Li guardo giocare e ridere insieme: hanno la stessa spontaneità e la stessa allegria. Non si direbbe che ci sono settanta e passa anni che li separano. Una sera Maria mi ha chiesto di raccontarle la storia dell’Architetto delle Caramelle. Le ho detto che Achille è molto curioso. Non c’è cosa al mondo che non lo interessi o che lo possa annoiare. In tutte le cose che fa è come un bambino che va alla scoperta del mondo. Le ho detto che Achille ha una valigia, di quelle che usavano una volta, di fibra rigida con gli angoli di cuoio e metallo. La porta sempre con sé quando parte, vuota. A ogni ritorno la valigia di fibra si è riempita. Certe


volte è così gonfia che pare scoppiare. Le cerniere arrugginite reggono per miracolo e la doppia chiusura di metallo lucente – nuova perché nel corso del tempo è stata cambiata più volte-­‐ è messa a dura prova. La valigia rovescia i suoi tesori sul grande tavolo al centro dello studio di Achille. Poi, a uno a uno, Achille ripone i piccoli tesori negli armadi delle meraviglie. Le ho detto che sì, sono quelli bianchi, alti fino al soffitto, con le ante di vetro, e che mostrano la più stupefacente raccolta di reperti di viaggio. Le ho detto che bisogna sapere che Achille non è un viaggiatore qualsiasi. Lui viaggia nel fantastico mondo delle piccole-­‐grandi cose inventate dall’uomo. E’ un viaggio speciale, ma non bisogna essere ricchi per farlo, né occorre andare tanto lontano. Chiunque nella propria vita può compierlo. E’ un viaggio speciale, che non ha mai fine, per chi sa stupirsi come Achille. Per chi è capace di scoprire, come fa lui, nelle più piccole cose le più strabilianti invenzioni della vita dell’uomo. Le ho detto che un giorno Achille ha aperto uno degli armadi delle meraviglie e mi ha fatto vedere tante cose strane: la molla che, dopo aver preso l’abbrivio, scende i gradini uno dopo l’altro estendendosi e contraendosi come un serpente; un metro a nastro di lamiera che diventa rigido e alla minima flessione si arrotola da sé; una ventosa; il compasso di legno; oggetti che si ripongono come il bicchiere da viaggio o il cestino milleusi che cambia la forma a seconda del contenuto e che genera infinite geometrie; e poi schiaccianoci apribottiglie cacciaviti calamite rastrelli elastici cancellini da lavagna. Invenzioni senza nome e senza tempo, oggetti apparentemente semplici e banali come i martelli: quello per spaccare le pietre, bocciardare il marmo, per battere la carne, quell’altro da ciabattino e quello del carpentiere con la lunga coda di rondine arrotondata che serve per estrarre i chiodi o, usata al contrario, per puntarli. Tutti diversi, con la forma perfetta, a seconda della funzione per cui sono stati inventati. Ci sono le forbici, campionario infinito di bellezza e di utilità: quelle da lattoniere con le lame corte e le leve lunghe; o da sarto con le lame lunghe e le leve corte; da giardinaggio con le molle di ritorno; da ambulatorio con le punte arrotondate; da elettricista con i manici isolati. O quelle più o meno tuttofare con la punta aguzza.


Le ho detto di quanto mi sono divertita andando in giro con lui a fare gli allestimenti a Berlino, a Colonia e a Parigi, sempre d’inverno e di noi che fumavamo entrambi come turchi, all’aperto, sfidando il freddo polare e i rigorosi divieti delle Fiere tedesche. Le ho detto che ogni tanto mi rivelava qualche suo trucco del mestiere. Le ho detto che per la mia mostra dei cappelli ha fatto anni fa un Borsalino con uno stampo da budino. Le ho detto che ho imparato da lui a guardare sempre il lato ironico delle cose. Le ho detto della lampada Gibigianna che mi aveva regalato per ringraziarmi per un testo che avevo fatto per lui, purtroppo persa (…rubata!!...) misteriosamente in uno dei tanti traslochi. Le ho detto che sono molto felice di conoscerlo e di avere il privilegio di condividere con lui qualche progetto e un po’ del suo tempo. Le ho detto che Achille compirà presto ottant’anni, che nella sua lunga vita ha disegnato oggetti bellissimi e che per questo è diventato famoso nel mondo, ma che lui ci ride su e alza le spalle come se fosse una cosa poco importante. Le ho detto che questa è la sua storia, dal mio punto di vista. Altri racconteranno di lui altre storie. Le ho detto, anche, che accanto a lui che non smette mai di creare, c’è ancora la valigia di fibra che, sebbene mostri qualche acciacco dell’età, è sempre pronta a partire verso nuove scoperte. © Patrizia Scarzella Milano, febbraio 1998

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-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐-­‐ “ANNA E GLI ANIMALI”

Scritto per la presentazione del libro “Animalove” di Anna Gili alla Triennale di Milano, 2014 “Del lavoro di Anna si dicono queste e altre cose, ma chi è ANNA GILI? Anna in questo libro ce lo svela. Alcune parole ricorrenti del suo lavoro artistico sono: Ricerca animista -­‐Sintesi visiva – Simbolismo – Allegoria -­‐ Pensiero sperimentale. I suoi animali sono anime evolute che guardano gli umani con uno sguardo enigmatico, spesso stupito, sospeso, che ci scruta senza capire o capendo fin troppo di noi.


I ritratti dei suoi animali non hanno lo sguardo ansioso o depresso degli animali in cattività: sono limpidi, hanno, come scrive Anna “ la candida purezza prima e aldilà del contatto e della malizia– e aggiungo della cattiveria-­‐ dell’uomo”. I gatti in particolare sono ‘alieni che ci studiano’ come le disse Nanda Vigo. Anna ritrae gli animali – 78 per la precisione finora-­‐ con segni basici e sintetici. Anna ama tanto gli animali, li studia, li capisce e li interpreta: il ragliare dell’asino, ad esempio, per lei è un lamento cosmico per il non rispetto degli umani nei suoi confronti. Il disegno della pelle di tigre aperta assomiglia a un mandala in cui i segni si aprono come per effetto di una dilatazione cosmica. Il cane, ultimo stadio prima di diventare umani secondo la cultura cinese, ci ama troppo, incondizionatamente, ed è l’unica sofferenza che ci procura. Anna scrive:

“La scimmia conosce il segreto del Saper Apparire. Poiché bisogna essere un po’ scimmia per saper coltivare con simpatia la giusta dose di mondanità senza aderirvi. E senza crederci troppo. Il gatto che è in me continua a ignorarla”. Anna si muove felina. Guarda il mondo come fanno loro, ci studia. “Anna E’ un gatto”. “Oggi ho bisogno di sentirmi un leone” ha scritto. Così talvolta diventa una leonessa, più raramente una tigre. Ma è lì, nel mondo dei gatti, che si nasconde la sua figura enigmatica. © Patrizia Scarzella

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“DORMIRE” Nel 1992, quando Flou mi affidò la ricerca ‘Dormire’, affrontai un generale brain-­‐storming sul tema con l’antropologo Franco La Cecla e lo storico Doriano Modenini. Ne emerse un quadro molto variegato e complesso. La scelta fu quella di cogliere e approfondire alcuni degli aspetti che sembravano a noi più interessanti: nacque il libro ‘Dormire’ edito da Electa (1993) e la collezione omonima, una serie di riedizioni o re-­‐design di letti storici.


Il sonno è una ‘meraviglia’ della nostra vita di cui ancora sappiamo poco. Si studiano ancora i meccanismi che lo regolano, il sonno degli animali e il diverso dormire nelle varie culture, ma tanti sono ancora gli aspetti inesplorati del soggetto. Il dormire, questo lungo tempo della nostra vita, è un’attività articolata che varia da paese a paese, che coinvolge ritmi, spazi e tempi diversi e che ha elaborato storie e oggetti del dormire molto diversi tra loro. Parlare di sonno e di dormire significa paragonare il nostro sonno al sonno altrui. Negli altri che dormono e come dormono possiamo guardare noi stessi e scoprire con stupore che anche il nostro dormire è una scelta culturale e che la nostra cultura, come le altre, ha dei modi particolari ed esclusivi di ‘abbandonarsi’.

Quanti sono i modi e le ragioni del dormire? Si dorme da soli, nel letto di bambini, nel letto militare, d’ospedale, del collegio. Si dorme con altri e questo è un criterio assai variabile, a seconda di usi e costumi, morale del tempo e dei luoghi, delle abitudini sessuali consentite dalla religione e dalla tradizione locale e della promiscuità più o meno diffusa nelle condizioni sociali e abitative. Si dorme sui letti, ma anche in amaca come gli indios in Amazzonia, o sul tatami secondo la tradizione giapponese, o per terra per fare sogni rivelatori, secondo l’antica pratica dell’incubazione. Si dorme all’aperto, sotto le stelle, secondo l’uso diffuso in Medio Oriente, nei paesi del bacino del Mediterraneo e in Africa tra le popolazioni nomadi. Si dorme per strada, senza timore che lo sguardo degli altri rubi il sonno e i suoi sogni, come in India. Si dorme anche sulla stufa, dove il clima è rigido, come nei paesi nordici o anche nei masi chiusi italiani. Si dormono sonni transitori in camion, in treno o in macchina. Sonno vigile in barca o sonno veglia in alta quota. Il sonno è una questione intima e privata, circoscritta per lo più tra le mura di una stanza da letto. Ma il sonno nelle città, quello della nuova povertà metropolitana, si trasforma, invece, in un tema sociale, che coinvolge la collettività.


I nuovi letti della povertà metropolitana sono le panchine, le aiuole, i sedili dei treni, l’asfalto dei marciapiedi, i cartoni e i giornali, sostituti di lini e lane. Stazioni, sotterranei delle metropolitane e sottoponti sono le camere da letto di una umanità a cui è negato il diritto del buon dormire.

Qui ‘Il caldo de li lenzuoli che confetta la vita’ di cui parlava Pietro l’Aretino non si sa cosa sia. Il diritto a un buon sonno e a un buon dormire che ci sembrano tanto scontati non è, dunque, solo una scelta culturale, ma per taluni una difficile conquista. © Patrizia Scarzella, 1994

-------------------“FLOUBOOK” A distanza di più di dieci anni, nel 2005 ho ripreso con Flou questo tema di ricerca creando il progetto editoriale FlouBook. FlouBook è il magazine che racconta il mondo del dormire: parla a tutti di Flou, di letti e di oggetti per il dormire, di sonno e di sogni, di luoghi e persone. Con il contributo di giornalisti e fotografi, di medici ed esperti, FlouBook esplora una mappa ampia di temi e soggetti di vasto interesse culturale e scientifico, dal mito del sonno ai i giochi e riti del dormire. Il magazine parla dell’azienda in modo trasversale principalmente alla sua rete di vendita, agli operatori commerciali e culturali, ai progettisti, ma diventa anche altro: un mezzo per esplorare temi di ricerca, di costume, di storia, di antropologia, di scienza ecc. strettamente legati o limitrofi a quello specifico mondo produttivo.

“La notte, come la gomma, è di un’infinita elasticità e morbidezza” così scrive Banana Yoshimoto in uno dei suoi primi libri, ‘Sonno Profondo’ ( Edizione Italiana Feltrinelli, 1994)


Nei primi due numeri di Flou Book abbiamo trattato alcuni temi ‘morbidi’intorno al sonno e alla notte, tra questi il sonno degli animali al centro degli studi scientifici più avanzati per capire la natura profonda del bisogno di dormire; il dormire in situazioni estreme come il deserto, la barca a vela o l’alta quota, attraverso i racconti di grandi viaggiatori come i registi Giancarlo Soldi e Stefania Casini ( Storie di viaggiatori), il velista Mauro Pelaschier ( Letti di mare), il fotografo e guida alpina Davide Camisasca (Dormire sul tetto del mondo); di poesia e arte, sogni e incubi l’artista olandese Johan Peter Hol; il cuscino, accessorio antichissimo legato al riposo, è diventato il soggetto di Pillow Talk, creativo art-­‐work dei designer nord americani Garth Roberts e Jason Cornelius. E poi le interviste di Anna Casati al ‘magistrale Magistretti’ e al ‘magico Rudy Dordoni’; i protagonisti Flou, persone, luoghi ed eventi, in un giro del mondo che passa per Milano, Barcellona, New York, Pechino, Shiangai, Hong Kong. Il terzo numero affronta invece i lati oscuri della notte, dall’insonnia ai riti per addormentarsi e introduce il tema del Benessere, perché dormire bene è inequivocabilmente uno dei fattori essenziali di un più generale ‘star bene’, in una visione olistica di armonia della vita. © Patrizia Scarzella, 2006

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------------------“A PROPOSITO DEL VETRO… “ Scritto per Saint Gobain Glass, 2000 Leggerezza, esattezza, consistenza, molteplicità, sono alcuni dei valori, delle qualità e delle specificità emerse come mega-­‐trends nel nuovo millennio: il materiale vetro le rappresenta tutte. “La seconda rivoluzione industriale, scrisse Italo Calvino nelle ‘Lezioni Americane’ nel 1985, non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quale presse o colate di acciaio, ma con dei bit di un flusso di informazione che corre sui circuiti sotto forma di impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono a bit senza peso”.


I cambiamenti oggi avvengono non per salti repentini, come nel XX secolo figlio della meccanica, ma attraverso spostamenti fluidi e continui. Alla pesantezza della pietra, metafora immutabile dell’eternità, e alla imponenza del cemento armato, simbolo del progresso industriale, nell’architettura è entrato in scena il vetro, dapprima come complemento del virtuosismo strutturale dell’acciaio e successivamente come sofisticato elemento quasi virtuale della rarefazione visiva del nostro tempo. Leggerezza La rappresentazione della leggerezza, che il vetro incarna per eccellenza, è entrata quasi spontaneamente, senza che ce ne accorgessimo, nell’immaginario collettivo quotidiano. La leggerezza è di fatto un requisito richiesto oggi agli oggetti del panorama contemporaneo che visualizza l’immaterialità ed è una tendenza favorita dalle tecnologie più avanzate e dalla ricerche più interessanti sui materiali, sugli effetti e sulle finiture possibili. Non è uno stile, ma una caratteristica fondante per tutti i prodotti del terzo millennio. Esattezza Il vetro è un materiale esatto. “…Esattezza-­‐ scriveva Calvino-­‐ vuol dire per me soprattutto tre cose: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione di immagini visuali nitide, incisive, memorabili;… 3) un linguaggio il più preciso possibile”... Rappresentano il concetto di “esattezza” materiali e prodotti che trasmettono un’immagine nitida, incisiva, dal disegno ben definito e ben calcolato. Forme geometriche, simmetriche, proporzionate, misurate, essenziali, perfette, dove non c’è nulla da togliere e nulla da aggiungere.


Esattezza è anche la precisione estetica ottenuta con l’impiego della tecnologia, che permette di realizzare nei manufatti i concetti di rigore decorativo e pulizia formale.

Consistenza

Il vetro è un materiale solido, consistente. Consistenza e solidità sono le qualità forti che chiediamo inconsciamente oggi ai prodotti del nostro quotidiano. Consistenza materica di oggetti domestici solidi, durevoli nel tempo, eccellenti nella forma e nel contenuto, che infondono conforto e sicurezza. La voglia di sicurezza, di valori certi, di sobrietà, di contenuto profondo è rappresentata da materie affidabili che nulla hanno più a che fare con ostentazione e superficialità. Il vetro ha la sorprendente capacità di invecchiare bene, anzi di non invecchiare, contrariamente al cemento e alla plastica che mal si adattano al trascorrere del tempo. Molteplicità

Il vetro è molteplice e poliedrico. Molteplicità significa per noi pluralità di linguaggi, delle relazioni tra le cose e delle soluzioni possibili. Significa infinite possibilità di metodi interpretativi. Significa, ricondotto al nostro tema, un infinito possibile progettuale. Dentro questa infinita molteplicità, con l’uso del vetro, ognuno può trovare la propria voce espressiva personale. Fedele a un altro paradosso, il vetro, proprio grazie alla qualità della trasparenza, è un materiale di forte identità, capace di avere nelle sue applicazioni, dall’architettura di esterni ed interni, come insegna l’architetto Jean Nouvel, una forte visibilità. © Patrizia Scarzella

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------------------“LO SPIRITO DI MAGIS”

Scritto per i 25 anni dell’azienda Magis, 2001

Sto scoprendo in questi ultimi anni che sempre più, più delle cose, a me interessa cosa c’è dietro. Più degli oggetti, di design o no, belli o brutti, utili o inutili, mi incuriosisce capire perché e da chi vengono scelti, usati, amati o gettati. Più delle aziende, della loro immagine ufficiale e della loro realtà oggettiva, mi piace conoscere chi, dalle quinte, ne muove i fili, è l'anima ed il regista della rappresentazione.


Per questa ragione amo lavorare in Italia con le piccole e medie aziende, dove c’è il “cuore pulsante”, dove si sente ancora la passione che anima il progetto e il prodotto, dove non è solo il miraggio dell’utile a fare da padrone. Dove ancora esiste, magari nascosto e neanche tanto chiaro agli stessi imprenditori , un barlume di quella spinta ideale a costruire un mondo migliore, che animava agli esordi gli animi migliori. Ho conosciuto Magis. Ho parlato con Eugenio Perazza, che di Magis muove i fili, intessendoli, incrociandoli, moltiplicandoli, abilissimo regista e primo attore. Con rigore e pragmatismo cerca di realizzare concretamente un sogno, che tanti altri prima di lui hanno inseguito, quello di dare a tutti prodotti di buona qualità estetica a buon prezzo. Ci sta riuscendo per capacità personali, perché crede nelle nuove tecnologie, e non si spaventa di fronte agli investimenti che comportano, grazie alla collaborazione delle migliori teste pensanti del mondo del design e per tante altre ragioni che un esperto di marketing potrebbe analizzare con piglio scientifico. Ci sta riuscendo per intuito, lungimiranza e altro ancora, perché segue percorsi anomali, inusuali, fuori dagli schemi tradizionali, secondo la logica del “pensiero laterale”. Oggi, come una mina vagante, l’economia è esplosa in mille schegge diverse, provocando la frammentazione delle regole conosciute, degli abituali modi di operare e produrre, delle logiche di pensiero che per molto tempo hanno guidato il fare degli uomini. Perfino il meccanismo di causa–effetto che muove la storia e i suoi accadimenti pare non essere più attendibile. Di questa mina, per quanto pericolosa da maneggiare, prima si conoscevano bene i contenuti e i confini. Dei suoi mille frammenti di oggi, invece, si sa poco o nulla. In questo panorama dai contorni sfumati, dove tutti i parametri noti sono saltati, vince, dunque, chi sa guardarsi attorno per scovare vie sofisticate, chi si inventa regole nuove per individuare traiettorie che altri non vedono e definirne i possibili tracciati.


Il catalogo Magis parla chiaro in proposito, fedele al detto che un’immagine vale mille parole. Ci sono tipologie di prodotto antiche ed eterne quanto il mondo, come la sedia e il tavolo letteralmente reinventate in versione attuale, oggetti d’uso poveri o in apparenza banali come la scopa, lo zerbino o la cassetta della frutta impilabile che sono stati completamente rigenerati, prodotti concreti basati su concetti di progetto ideali, al limite dell’astrazione, come la cassettiera infinita, oggetti poetici come la mangiatoia per gli uccellini, progetti di francescana semplicità e assoluta purezza formale e altro ancora. Se un denominatore comune va trovato, è nell’evidente ricerca, in tutti, di un’estrema essenzialità, nel loro obiettivo palese di essere degli archetipi contemporanei. Materia, tecnologia che rende possibile la riduzione estrema delle sezioni strutturali degli oggetti, colore, trattamenti di superficie sono gli elementi in gioco. L’esito globale è una visione armonica e grafica dei prodotti, che trasmette una salutare dose di energia positiva sulla realtà di oggi e del futuro. Ed è, credo, proprio qui, nascosta tra le pagine, in questo senso generale di piacere che si coglie nel guardare l’insieme degli oggetti che va cercata l’essenza di Magis, vera ragione del suo successo internazionale.

È lo “spirito di Magis”, qualcosa che sfugge alla ragione e all’analisi, una sorta di “aura” magica (Magis? Appunto!) che è inutile cercare di spiegare.

Mi sembra di aver colto questo “spirito” negli occhi ridenti di Eugenio Perazza quando parla dei suoi nuovi progetti, vulcanici, trasgressivi, sicuramente non “canonici”. Sembra che per qualche misterioso effetto lui veda già più in là, nel prossimo futuro e che, nell’infinito del possibile progettuale in cui si trovano oggetti dimenticati dal design ufficiale, tipologie bizzarre o nuovi territori ancora da esplorare, con un tocco di bacchetta magica egli sappia pescare gli elementi giusti. Credo, inoltre, che i gran discorsi sul design e gli elogi che rimbalzano come in un gioco di specchi sempre nello stesso ambito ristretto lo lascino, in fondo, indifferente.


E che sia invece ben più stimolante per lui il pensiero che i suoi prodotti, in luoghi lontani nel mondo, vengono scelti, usati, amati da gente qualsiasi che non sa nulla di design. Scelti perché vanno diritti al cuore, con immediatezza e senza filtri intellettuali. Usati perché utili, confortevoli, durevoli. Amati perché semplicemente belli, senza paura di usare questo aggettivo per troppo tempo bandito dalla critica colta. © Patrizia Scarzella

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Scritto per il compleanno dell’azienda Magis marzo 2016

Magis compie 40 anni. La vita, si dice, comincia a quarant'anni. 40 anni sono l’età della maturità, della crescita, di nuovi orizzonti, pensieri e obiettivi, ma anche di nuove responsabilità. Magis in realtà non ha età, è un caso anomalo di ‘forever young’, nata e cresciuta con l’attitudine a rimanere giovane per buoni propositi, elasticità di visione, voglia di fare e di innovare. Mito antico quello dell’eterna giovinezza, di cui Magis, così pare, ha colto il segreto!


Nel tempo non è cambiata, ha mantenuto la voglia di giocare che aveva all’inizio, quell’attitudine ludica nello sguardo che, anzi, sembra col tempo piacerle sempre più. Con l’esperienza, dai suoi primi passi a oggi che cammina sicura e corre veloce, è diventata più sofisticata, più colta, sempre più attenta a cogliere segnali per anticipare di un passo tutti gli altri, più bella, solare, festosa. Desiderata, coccolata, amata dai più. E’ una gioia conoscerla, frequentarla, avere a che fare con lei. Dona energia e vitalità con la sua mente positiva rivolta al futuro. Ha una mente poliedrica, quella di un team giovane cresciuto alla guida di Eugenio Perazza, fondatore e anima di Magis, capace di diffondere lo spirito di Magis e la sua filosofia capillarmente in tutto il mondo.

“L’esemplare storia di MAGIS – così scrisse qualche tempo fa Alessandro Mendini-­‐ è sempre stata una linea ascendente. Una sequenza mirabile di prodotti. Una precisa scelta degli autori. Delle aggiornatissime strategie. Una comunicazione raffinata. La giusta politica industriale. E poi la nuova sede di MAGIS un luogo ZEN, una scatola magica a protezione di questo raro fenomeno”. Nel panorama del design internazionale Magis è davvero quel ‘raro fenomeno’ descritto da Mendini. Il pensiero laterale con cui si accosta agli oggetti, li immagina, li interpreta e li realizza, è unico e speciale. Ed è sempre capace di sorprenderci con le sue felici intuizioni, la sua capacità di sognare, di andare al di là del presente, disegnando un futuro dove è bello stare. Felice compleanno cara Magis! © Patrizia Scarzella

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© Words and photos Patrizia Scarzella, 2016

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