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AMBIENTE

MENSILE - TECNOLOGIE AMBIENTALI PER L’INDUSTRIA E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE -

ANNO XXIX FEBBRAIO 2018

N2


SOMMARIO BIOMASSE & BIOGAS

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PANORAMA

L’impianto bi-stadio per biogas

APPROFONDIMENTI

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La gestione di terre da scavo

Volumi del digestore minori, costi di realizzazione ridotti, maggiori rese e migliore qualità

Introdotta una disciplina organica e coordinata, che riguarda tutte le tipologie di cantiere e che semplifica le procedure e riduce gli oneri

Tanto organico... tanto biogas

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E’ in costruzione il primo impianto in Toscana di valorizzazione della forsu, già pensato per rendere possibile un suo futuro raddoppio

DEPURAZIONE La depurazione con nanoparticelle

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Particolarmente adatto per trattare le falde acquifere contaminate da idrocarburi clorurati e metalli pesanti

La piattaforma per rifiuti liquidi

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ENERGIA MACCHINE & STRUMENTAZIONE

Il monitoraggio in continuo dei tensioattivi

L’impianto Seap Depurazione Acque, per il trattamento di reflui civili e industriali, pericolosi e non pericolosi, ha una capacità di 550 tonnellate/giorno

Fanghi: nuovi trattamenti

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Un sistema di analisi automatico multiparametrico che si avvale della tecnica colorimetrica ingegnerizzata in campo

16 Speciale “Usato Garantito”

Per il loro utilizzo agricolo due metodi per eliminare odori e microinquinanti sia organici che inorganici e anche patogeni

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SICUREZZA GREEN FASHION

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Il green marketing

RETI IDRICHE

Il Water Safety Plan

Le aziende di moda hanno sempre più un approccio ambientalmente sostenibile che comunicano efficacemente ai consumatori

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Un sistema di valutazione e gestione del rischio di contaminazione dell’idrico, dalla captazione al punto di consegna

RIFIUTI Terre rare dai magneti

TECNOLOGIE

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Le nuove biotecnologie

Il progetto Remanence mira a ridurre l’impatto ambientale ed energetico legato all’impiego di questi materiali

La logistica del riciclo

26 La combustione ciclica con recupero di CO2

Soluzioni innovative per ottimizzare la gestione dei rifiuti con focus su produttività, sicurezza, assistenza e consulenza

La separazione al laser Una selezionatrice d’efficienza superiore per ridurre ulteriormente i rifiuti conferiti in discarica

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Sviluppati otto diversi processi per produrre intermedi chimici da sostanze lignocellulosiche, oli e grassi

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MARKET DIRECTORY

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ENTERPRISE EUROPE NETWORK

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ECOTECH

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GLI INDIRIZZI DELLE AZIENDE CITATE SONO A PAG. 66 Hi-Tech Ambiente

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panorama LIVELLO COnTRIbUTIVO

PRIMA In EUROPA

Plastica: nuovi criteri Riciclo: Italia in testa

La finalità è di incentivare l’uso di imballaggi  maggiormente  riciclabili, collegando il livello contributivo  all’impatto  ambientale  delle fasi  di  fine  vita/nuova  vita  a  cominciare  dagli  imballaggi  in  plastica,  il  materiale  più  complesso per la varietà delle tipologie e per le tecnologie di selezione e di riciclo. Allo scopo presso Conai sono stati  individuati  tre  criteri  guida per  la  diversificazione  contributiva:  selezionabilità,  riciclabilità, circuito  di  destinazione,  che  può essere  “domestico”  o  “commercio & industria”. Attraverso l’applicazione dei criteri  guida  sono  state  definite  tre  categorie  di  imballaggi  in  plastica  e

tre  diversi  livelli  contributivi:  Fascia  A  (imballaggi  selezionabili  e riciclabili da circuito commercio e industria)  179  euro/t;  Fascia  b (imballaggi  selezionabili  e  riciclabili da circuito domestico) 208 euro/t;  Fascia  C  (imballaggi  non  selezionabili/riciclabili  allo  stato delle  tecnologie  attuali)  228 euro/t. Questi valori delle tre fasce contributive per gli imballaggi in plastica entreranno in vigore dal 1° gennaio  2018;  tuttavia,  come  sollecitato  dalle  imprese,  in  questa  fase di  prima  applicazione  viene  adottato  un  criterio  di  gradualità  che prevede  la  piena  applicazione  a partire dal 2019.

nell’ambito  del  riciclaggio  dei  rifiuti l’Italia è prima in Europa, con il  76,9%,  contro  una  media  europea di appena il 37%. E’ quanto rivela  Eurostat,  l’ufficio  statistico dell’UE, secondo cui il nostro Paese è avanti a Francia, con il 54%, a Gran  bretagna,  con  il  44%,  e  a Germania, con il 43%.  Secondo i dati Eurostat, dal punto di vista della quantità, è la Germania che ricicla più spazzatura (72,4 milioni  di  tonnellate,  contro  le 56,4  dell’Italia),  seguita  dal  bel Paese, i cui flussi più rilevanti sono  i  riciclabili  tradizionali  (carta, plastica,  vetro,  metalli,  legno,  tessili),  pari  a  26  mln  di  tonnellate, seguono i rifiuti misti (14 mln), la forsu  (6  mln)  e  i  rifiuti  chimici (1,7  mln).  L’Italia  è  seconda  in

IMPRESE VIRTUOSE

L’atlante dell’economia circolare Cento  storie  di  imprese  virtuose rappresentano il nucleo di partenza  del  primo  Atlante  Italiano dell’Economia Circolare, che raccoglie esperienze basate sul riutilizzo,  sulla  riduzione  degli  sprechi,  sulla  diminuzione  dei  rifiuti, sulla  reimmissione  nel  ciclo  produttivo  di  materie  prime  recuperate.  Il  progetto  è  promosso  da  Ecodom e CDCA, il primo Centro di Documentazione  sui  Conflitti Ambientali in Italia.  Si  tratta  di  una  piattaforma  web geo-referenziata  e  interattiva,  un Hi-Tech Ambiente

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Europa  (dopo  la  Germania)  anche per  fatturato  e  addetti  nel  settore del riciclo.  I motivi per tutto ciòo? Secondo il Ministero  dell’Ambiente  innanzitutto  perché  i  Paesi  dell’Europa centro-settentrionale,  pur  avendo una  differenziata  molto  avanzata, inviano  a  termovalorizzazione  la gran  parte  dei  rifiuti  e  questo  ovviamente abbassa molto la percentuale di riciclo. Altro fattore è l’operato  dei  Paesi  dell’Est  Europa, dove  finisce  in  discarica  fino all’80%  dei  rifiuti,  e  che  quindi concorrono  ad  abbassare  notevolmente la media europea di riciclo. non ultimo, la presenza in Italia di un  sistema  di  consorzi  di  filiera che  incentiva  i  Comuni  al  ritiro differenziato dei rifiuti.

archivio  che  censisce  e  racconta realtà  economiche  e  associative capaci  di  applicare  i  principi dell’economia circolare.  Tra  le  esperienze  mappate  la Lombardia  è  al  primo  posto  con il  23%  del  totale,  seguita  da  Lazio (15,9%), Toscana (12,7%), Emilia  Romagna  (7%)  e  Veneto (7%). Via via troviamo nell’ordine  Liguria,  Trentino  Alto-Adige, Piemonte  (4%),  Puglia  e  Marche con  il  3%.  La  provincia  di  Roma è in testa alla classifica con 15 esempi  virtuosi,  seconda  Milano con 12.  Le  esperienze  appartengono  ai settori  più  diversi,  indice  della capacità  italiana  di  attingere  risorse da ciò che viene dismesso e di riuscire a cambiare le abitudini di consumo.


RACCOLTA DIFFEREnzIATA

L’alluminio cresce in purezza La  raccolta  differenziata  degli  imballaggi  in  alluminio  continua  a crescere, su tutto il territorio nazionale,  sia  in  termini  quantitativi  sia qualitativi.  Il  trend,  particolarmente soddisfacente per quanto riguarda la qualità del materiale conferito che, attualmente, si attesta ad oltre il 96% di “purezza”, ha spinto il Consorzio  Imballaggi  Alluminio ad operare una revisione dei valori economici  del  “premio  resa”,  incrementandolo  del  20%,  già  per  il 2017. Il Consorzio, inoltre, riconoscendo l’impegno e gli sforzi di quei bacini  territoriali  che,  in  una  fase  di transizione  verso  sistemi  più  efficienti,  conseguono  già  alti  livelli qualitativi  seppur  con  rese  quantitative  ancora  contenute,  ha  deciso

di  introdurre  una  nuova  fascia (250-400  grammi/abitante)  di  resa pro-capite. Il  “premio  resa”  di  CiAl  è  un  incentivo  e  uno  strumento  economico utile per incoraggiare, su tutto il territorio nazionale, modelli di raccolta  differenziata  intensivi  e  in grado  di  valorizzare  le  piene  potenzialità dei singoli bacini.  Il riconoscimento di un valore economico  aggiuntivo  rispetto  al  corrispettivo  previsto  dall’Accordo Quadro  Anci-Conai,  quale  è  appunto il “premio resa”, rappresenta infatti  uno  stimolo  al  conseguimento di crescenti obiettivi di raccolta e di resa pro capite garantendo, inoltre, eccellenti tassi qualitativi del materiale da avviare a riciclo. Il “premio resa” viene ricono-

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sciuto  sui  conferimenti  annuali  da raccolta differenziata di fascia qualitativa  A+  e  A  previste dall’All.Tec.  Alluminio  (presenza di  frazioni  estranee  non  superiore al  5%).  In  particolare,  i  conferimenti  totali  eseguiti  dall’operatore convenzionato  nel  corso  dell’anno sono rapportati agli abitanti serviti, determinando  quindi  la  resa  procapite di raccolta. L’elevato livello qualitativo che attualmente  caratterizza  l’alluminio da  raccolta  differenziata  e  che,  ricordiamo,  ha  una  presenza  di  frazioni estranee particolarmente con-

VAS e VIA aggiornate E’  online  la  nuova  versione  del portale  delle  valutazioni  ambientali VAS e VIA.  Il  sito  è  stato  radicalmente  rinnovato  nella  veste  grafica  per favorire  la  comunicazione  istituzionale,  la  condivisione  e  la partecipazione  del  pubblico  ai processi decisionali, la fruibilità delle  informazioni  e  degli  strumenti  a  disposizione  di  pubblico, pubbliche amministrazioni e imprese sulle procedure di VAS e di VIA di competenza statale. Il  nuovo  sito,  pur  mantenendo la struttura delle sezioni tematiche già esistenti, è stato studiato per  dare  maggiore  evidenza  e facilità  di  accesso  alle  informazioni sui temi e le attività risultate di maggiore interesse in base  all’analisi  degli  accessi  al portale  effettuati  negli  ultimi quattro anni. I contenuti relativi alle procedure sono stati aggiornati in modo conforme alle nuove disposizioni:  è  stata  quindi  realizzata  la

nuova  pagina  dedicata  agli  avvisi  al  pubblico  delle  procedure di VIA avviate dopo il 16/5/17. Per  la  procedura  di  verifica  di assoggettabilità  a  VIA  è  stata invece  mantenuta  la  pagina  dedicata agli avvisi al pubblico relativi alle procedure avviate prima del 16/5/17.  La pagina sarà pertanto destinata  alla  pubblicazione,  in  via  residuale, degli avvisi al pubblico relativi ad eventuali nuove pubblicazioni che continueranno ad essere  effettuate  ai  sensi  delle disposizioni previgenti.

I FANGHI DI DEPURAZIONE IN ITALIA I  fanghi  di  depurazione  rappresentano  l’inevitabile  prodotto  del processo  depurativo  delle  acque reflue  urbane:  se  si  depura,  si producono  fanghi.  Un’appropriata  produzione  di  fanghi  rappresenta dunque la testimonianza del corretto funzionamento di un impianto.  La  produzione  totale  di fanghi  in  Italia  riportata  da  Ispra nel  Rapporto  Rifiuti  Speciali 2017  ammonta  a  circa  3  milioni di tonnellate (di fango tal quale). nel  2016  Utilitalia  ha  prodotto una  raccolta  dati,  presso  le  proprie associate, relativa alla produ-

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tenuta,  entro  il  4%,  è  un  risultato importante. E’ in questo contesto che si inserisce, inoltre, un nuovo modello premiale,  di  prossima  pubblicazione, che  il  CiAl  ha  già  previsto  per l’anno  2018,  attraverso  una  rimodulazione  delle  rese  pro-capite  (6 fasce)  parametrate  alle  quantità conferite (5 fasce) da ciascun convenzionato.  La  valutazione  congiunta  di  questi  criteri  consentirà di  tener  conto  delle  specificità  dei bacini  territoriali  e  delle  potenzialità di resa conseguibili, premiando le realtà più virtuose. zione di fanghi (riferita al 2015), alla loro destinazione finale e alla loro caratterizzazione qualitativa.  Lo  studio  ha  censito  una  produzione di fanghi pari a 395.132 ton di  sostanza  secca,  corrispondenti ad una popolazione complessivamente  trattata  di  35  milioni  abitanti residenti.  Considerando  una  popolazione totale trattata di 75,2 milioni di abitanti equivalenti (dato Istat) l’analisi ha riguardato il 46,5% della potenzialità  complessiva  di  tutti gli impianti di depurazione in Italia.  Si  può  quindi  stimare  una produzione di fanghi complessiva di  850.000  ton  (di  sostanza  secca).


QUAnTO COnTA?

L’ambiente per le aziende italiane In Italia per quasi 9 aziende su 10 la gestione  ambientale  è  un  aspetto chiave della strategia di business. È quanto emerge dall’indagine svolta dall'ente di certificazione DnV GL -  business  Assurance,  con  il  supporto  dell'istituto  di  ricerca  GFK Eurisko,  che  ha  coinvolto  più  di 1.700  professionisti  di  aziende  in Europa,  nord  America,  Centro  e Sud America e Asia, attive in diversi comparti dei settori primario, secondario e terziario.  Coerentemente,  più  dell’85%  dei partecipanti italiani al sondaggio dichiara  di  monitorare  i  propri  processi  per  valutarne  la  conformità con normative ambientali e requisiti di legge e di effettuare una regolare  manutenzione  degli  impianti per  ridurne  gli  impatti,  registrando dei valori più alti di circa il 15% rispetto al resto del mondo.  L’82%,  inoltre,  svolge  attività  di assessment per la valutazione degli impatti,  mentre  la  formazione  del personale  in  materia  di  gestione ambientale è una realtà per 7 aziende  su  10.    La  gestione  dei  rifiuti  è tra i principali rischi ambientali che preoccupano  le  aziende  di  tutto  il mondo;  l’Italia  non  fa  eccezione. Lo smaltimento dei rifiuti, in parti-

colare, è ancora più sentito  che  altrove (65%;  +11%).  Seguono,  a  parità  di gravità,  la  gestione delle  acque  reflue, l’utilizzo  di  risorse energetiche  non rinnovabili e la presenza  di  minacce fisiche  (rumori,  vibrazioni,  minacce elettromagnetiche) che  preoccupano circa  3  aziende  su 10.  Le aziende italiane non hanno intenzione  di  abbassare  il  livello  di guardia. Interrogate sul proprio grado  di  maturità  di  gestione  ambientale, 1 società su 3 ritiene di essere già  a  un  livello  avanzato  mentre  il 56%  si  aspetta  di  migliorare  ulte-

AEEGSI DIVENTA ARERA Con  la  pubblicazione  sulla Gazzetta  Ufficiale  del 29/12/2017  della  Legge  di  bilancio  di  previsione  2018  (legge  205/2017),  l’Autorità  per

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riormente le proprie capacità di qui a tre anni. Infine, praticamente nessuna azienda ha in previsione un ridimensionamento  dei  propri  investimenti e il 33% è intenzionato ad aumentarli.  l’energia elettrica, il gas e il sistema  idrico  (AEEGSI)  diventa ARERA,  Autorità  di  Regolazione  per  Energia  Reti  e  Ambiente,  con  compiti  di  regolazione  anche  nel  settore  dei  rifiuti


approfondimenti

La gestione di terre da scavo D.P.R. 120/2017

Introdotta una disciplina organica e coordinata, che riguarda tutte le tipologie di cantiere e che semplifica le procedure e riduce gli oneri In  G.U.  n.183/2017  è  stato  pubblicato  il  D.P.R.  120/2017,  che riguarda  il  riordino  e  la  semplificazione  della  disciplina  sulla  gestione delle terre e rocce da scavo (TRS).  Il  nuovo  provvedimento intende mettere ordine in una materia  in  cui  da  tempo  coesistono numerose  disposizioni,  contenute in  provvedimenti  diversi  e  non sempre  coordinati  tra  loro,  la  cui applicazione genera spesso incertezze di interpretazione sia per gli operatori  del  settore  che  per  gli organi  di  controllo,  con  trafile burocratiche  che  possono  durare fino a due anni. Per questi motivi, il  DPR  interviene  introducendo una  disciplina  organica  e  coordinata,  che  riguarda  tutte  le  tipologie  di  cantiere  e  che  finalmente semplifica  (anche  in  linea  con  la normativa  europea)  le  procedure e riduce gli oneri documentali per le  imprese;  soprattutto,  il  DPR  si propone di agevolare e incrementare  il  ricorso  alla  gestione  delle terre  e  rocce  da  scavo  come  sottoprodotti (e non come rifiuti), al fine  di  migliorare  la  tutela  delle risorse  naturali  grazie  al  minor smaltimento  in  discarica  e  al  minor  utilizzo  di  materiale  da  cava. Il  DPR  fissa  inoltre  tempi  certi  e definiti  per  l’avvio  delle  attività di  gestione  dei  materiali,  garantendo  le  necessarie  condizioni  di sicurezza ambientale e sanitaria e prevedendo  anche  un  rafforzamento  dei  sistemi  di  controllo  e vigilanza  da  parte  delle  autorità competenti.  Il DPR, composto da 31 articoli e

fondali  di  specchi  e  corsi  d’acqua). CRITERI PER TERRE E ROCCE DA SCAVO

10 Allegati, si apre con una serie di definizioni, introducendo alcune integrazioni e novità. Tra queste (Tit.1, art.2):  -  la  nozione  di  “Suolo”,  in  cui vengono ricomprese anche le matrici  di  riporto  ai  sensi  dell’art.3, co.1, D.L. 25/1/2012, in quanto si precisa  che  “le  terre  e  rocce  da scavo  possono  contenere  anche calcestruzzo, bentonite, PVC, vetroresina,  miscele  cementizie  e additivi per scavo meccanizzato”, purchè non si superino le concentrazioni di inquinanti per la specifica  destinazione  d’uso  (Tab.  1 all. 5 al Tit. V della Parte IV del D.Lgs 152/06) -  la  definizione  di  “Terre  e  rocce da scavo”, che sostituisce la voce “materiali  da  scavo”  di  cui  al co.b  del  D.M.  161/2012  chiarendo  le  caratteristiche  necessarie che  un  determinato  materiale  deve  possedere  per  rientrare  nella

categoria  TRS  (che  comprende  il “suolo escavato derivante da attività quali scavi in genere, sbancamento, fondazioni, trincee, perforazione, trivellazione, palificazione,  consolidamento,  o  da  opere infrastrutturali,  quali  gallerie  e strade,  la  rimozione  e  il  livellamento di opere in terra”) -  la  distinzione  tra  “Cantieri  di piccole  dimensioni”  (produzione di  TRS  <6.000  mc,  compresi quelli  che  svolgono  attività  soggette  a  VIA  o  AIA),  “Cantieri  di grandi  dimensioni”  (produzione di  TRS  >6.000  mc  nel  corso  di attività  soggette  a  VIA  o  AIA)  e “Cantieri  di  grandi  dimensioni non  sottoposti  a  VIA  o  AIA”. Questa  distinzione,  consente,  in alcuni  casi,  di  intraprendere  la gestione semplificata delle TRS.   L’art.3 stabilisce le esclusioni dal campo  di  applicazione  del  DPR 120/2017  (materiali  dragati  da

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Il  Tit.  2,  Capo  1,  si  apre  con l’art.4,  che  disciplina  i  criteri  di qualifica come sottoprodotti delle TRS,  validi  per  tutte  le  tipologie di cantiere e la cui sussistenza deve  essere  comprovata  dal  “piano di utilizzo” o “dichiarazione di utilizzo”  per  i  cantieri  di  piccole dimensioni,  e  dal  “documento  di avvenuto  utilizzo”  per  gli  altri cantieri.  Le  novità  principali  sono: - la non previsione tra le opere di utilizzo delle TRS di ripascimenti e  interventi  a  mare;  sono  introdotti  i  “materiali  di  riporto”,  nei quali  la  componente  di  origine antropica  non  può  superare  il 20%  in  peso.  Inoltre,  le  matrici dei  materiali  di  riporto  sono  sottoposte  a  test  di  cessione,  secondo le metodologie di cui al D.M 5 febbraio  1998  (riportate  in  All. 10 al DPR), al fine di accertare il rispetto  delle  concentrazioni  soglia  di  contaminazione  (CSC) delle acque sotterranee di cui alla Tab.2, All.5. Tit.5, Parte 4, D.Lgs 152/2006 -  per  le  TRS  contenenti  amianto non  è  previsto  il  test  di  cessione, ma  si  richiede  la  conformità  alle CSC  del  suolo  di  cui  alla  Tab.1, All.5,  Tit.5,  Parte  4,  D.Lgs 152/2006. L’art.  5  introduce  il  concetto  di “deposito  intermedio”,  che  sosti-


tuisce il “deposito in attesa di utilizzo” di cui al D.M. 161/2012, e stabilisce  alcuni  requisiti  riguardanti  la  durata  del  deposito,  la conformità al piano di utilizzo/dichiarazione  e  alla  destinazione d’uso del sito.      Il Capo 1 si conclude con gli art. 6  (Trasporto)  e  7  (Dichiarazione di avvenuto utilizzo) riprendendo quanto già specificato nella disciplina precedente.  LA DISCIPLINA DEI CANTIERI

Per  quanto  riguarda  i  cantieri  di grandi  dimensioni  per  opere  soggette a VIA/AIA, è previsto che il Piano  di  Utilizzo  (PUT)  debba essere  redatto  in  conformità all’All.5  e  trasmesso  all’Autorità competente e ad Arpa, e contenere  autocertificazione  che  attesta  i requisiti  del  sottoprodotto.  Entro 30 gg l’AC verifica la completezza  documentale  e  può  chiedere integrazioni;  entro  90  gg  dalla presentazione  del  PUT  il  proponente  può  avviare  comunque  la gestione delle TRS. Il DPR introduce inoltre la possibilità da parte di  Arpa  di  effettuare  controlli  e verifiche  non  solo  secondo  una

programmazione annuale, ma anche utilizzando metodi a campione  o  in  base  a  programmi  settoriali per categorie di attività o situazioni di pericolo (anche il proponente può chiedere ad Arpa verifiche  tecniche  tese  alla  validazione  preliminare  del  PUT,  con oneri a proprio carico).  

Un’ulteriore  novità  è  l’introduzione  del  “Controllo  equipollente”  (art.13),  ovvero  la  possibilità per il proponente di avvalersi, per i controlli e validazioni di cui sopra, di un organo e Ente pubblico con qualifiche o capacità tecniche equipollenti  da  Arpa  (indicati  in un D.M. che verrà emanato entro

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60  gg  dall’entrata  in  vigore  del DPR 279/2017). Per i cantieri di piccole dimensioni è stato invece introdotto un regime  di  “gestione  semplificata”, riguardante  in  particolare  la  documentazione dimostrante la sussistenza  delle  condizioni  di  cui all’art.4.  A  tal  proposito  si  introduce  la  “Dichiarazione  di  utilizzo”  che  assolve  a  tutti  gli  effetti la  funzione  del  PUT,  e  che  deve essere inviata (anche solo per via telematica) al Comune territorialmente  competente  e  ad  Arpa  almeno  15  gg  prima  dell’inizio  dei lavori.  Arpa  effettua  ispezioni  e controlli  (anche  a  campione  o  su segnalazione), e in caso di rilevata  difformità  rispetto  alla  dichiarazione  viene  imposto  il  divieto di  prosecuzione  della  gestione delle TRS come sottoprodotto.  Anche per i cantieri di grandi dimensioni  non  sottoposti  a VIA/AIA  è  prevista  una  gestione semplificata. nel Tit. 3 (art.23) vengono riportate  le  disposizioni  sulle  terre  e rocce  da  scavo  disciplinate  come rifiuti; in particolare, assoluta noContinua a pag. 8


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condizioni  di  utilizzo  di  questi materiali, che è consentito in situ se  risulta  la  conformità  ai  CSC; altrimenti, l’uso è consentito solo se  risulta  la  conformità  alle  concentrazioni  soglia  di  rischio (CSR)  valide  anche  per  l’area  di utilizzo (con particolare attenzione  al  percorso  di  lisciviazione  in falda).  Sono  inoltre  riportate  le specifiche per il piano di campionamento  e  analisi  condotto  in contraddittorio  con  Arpa,  che  si pronuncia  entro  30  gg  dalla  presentazione. 

La gestione di terre da scavo vità rispetto alle disposizioni passate,  viene  disciplinato  il  deposito temporaneo dei materiali, chiarendone modalità e tempistiche.   TRS CON AMIANTO DA SITI BONIFICATI

Il Tit.4 del DPR (art.24) disciplina  l’uso  delle  TRS  escluse  dalla disciplina  dei  rifiuti.  Le  TRS  naturalmente  contenenti  amianto  in misura superiore al valore stabilito  come  limite  all’art.4  del  DPR, possono  essere  riutilizzate  esclusivamente nel sito di produzione, sotto  diretto  controllo  delle  autorità  competenti.  A  tal  fine  deve essere presentato un apposito Piano  di  riutilizzo,  e  comunicazione immediata  ad  Arpa  e  Asl,  cui competono  attività  di  controllo  e verifica.     Il  Tit.5  riguarda  le  terre  e  rocce da  scavo  provenienti  da  siti  oggetto di bonifica: l’art. 25 individua le attività di scavo e la caratterizzazione dei materiali prodotti,  mentre  l’art.26  stabilisce  le

DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI

Per i piani e i progetti già approvati  prima  dell’entrata  in  vigore del  DPR,  resta  valida  la  disciplina  previgente  di  cui  al  D.M. 161/2012 e i relativi materiali sono  considerati  a  tutti  gli  effetti sottoprodotti. I progetti per i quali  alla  data  di  entrata  in  vigore  è in  corso  una  procedura  ai  sensi della  normativa  previgente  restano  assoggettati  a  tale  normativa, salva  la  facoltà  di  presentare  entro  180  gg  il  PUT  o  la  dichiarazione. 

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DEPURAZIONE A C Q U A

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A R I A

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S U O L O

La depurazione con nanoparticelle Il processo RCPTM

Particolarmente adatto per trattare le falde acquifere contaminate da idrocarburi clorurati e metalli pesanti Le nanotecnologie sono ormai una realtà  consolidata  e  stanno  diventando  il  settore  principale  dell’economia “high tech”: attualmente, sono commercializzati più di 1600 prodotti  di  ogni  genere  realizzati impiegando nanomateriali, e il loro numero è in costante crescita.  In particolare, le nanoparticelle sono  particelle  di  diametro  inferiore a 100 nm che si dimostrano particolarmente  utili  nella  decontaminazione dei siti contaminati da inquinanti  pericolosi  come  idrocarburi  clorurati  e  metalli  pesanti;  il Centro  regionale  di  tecnologie  e materiali  avanzati  (RCPTM),  situato  presso  l’Università  di  Palacky  (Rep.  Ceca),  è  riuscito  a combinare  diverse  nanotecnologie per  creare  un  innovativo  processo di  depurazione,  che  è  poi  stato brevettato e commercializzato.     Il  processo  RCPTM  sfrutta  gli  effetti  simultanei  di  specie  riduttive biotiche  e  abiotiche  (ad  es.  particelle  di  ferro  zero-valente  e  lattato)  per  trattare  le  falde  acquifere contaminate  da  idrocarburi  clorurati e metalli pesanti. Il metodo si basa  sulla  combinazione  di  tre processi  complementari  ben  noti: un  processo  di  riduzione  che  impiega  particelle  di  ferro  stabili all’aria (nanoparticelle o una combinazione di micro-particelle), una biotecnologia  che  impiega  lattato per sostenere chimicamente la biodealogenazione,  un  campo  elettrico per accelerare il processo di ri-

duzione  e  la  migrazione  delle  nanoparticelle di ferro. Il  processo  RCPTM  è  particolarmente adatto per la rimozione mediante  degradazione  chimica  di solventi organici e idrocarburi clorurati  (tipicamente  dicloroetilene, tricloroetilene  e  percloroetilene)  e anche  di  contaminanti  inorganici come arsenico, cromo esavalente e metalli  disciolti  (ad  es.  rame).  Le nanoparticelle di ferro possono essere usate per eliminare i fenomeni  di  eutrofizzazione  delle  acque di  superficie  mediante  rimozione del fosforo e distruzione dei cianobatteri  (compresa  l’eliminazione delle  tossine).  In  genere,  questa tecnologia  è  particolarmente  adatta per i composti riducibili e per le

acque di falda (o altre acque dove si trovano condizioni anossiche).  Dopo alcuni progetti su scala pilota,  nel  2012  è  stato  scelto  un  sito industriale  nella  Repubblica  Ceca in cui dal 1903 erano stati prodotti materiali metallici di vario tipo. In questo sito, fino dal 1923 si erano instaurati  fenomeni  di  penetrazione nel sottosuolo di solventi clorurati  (dicloroetilene,  tricloroetilene e percloroetilene), e la contaminazione  è  rimasta  persistente  nelle falde  acquifere  sotterranee  fino all’inizio  del  processo  di  decontaminazione.  La  fabbrica  era  stata costruita  sopra  un  sedimento  clastico  quaternario,  e  il  flusso  delle acque  sotterranee  ha  causato  una migrazione  delle  sostanze  contaminanti  fino  a  un  fiume  sito  nelle vicinanze;  in  quell’area,  il  livello di  contaminazione  ha  raggiunto 362  mg/litro  di  cloroetilene.  Precedenti  tentativi  di  decontaminazione impiegando tecniche di ventilazione,  insufflazione  d’aria  e strippaggio non hanno avuto grande successo. Ma con la tecnologia di  depurazione  RCTPM  le  cose sono andate diversamente. La decontaminazione del sito ha avuto  inizio  con  un  trattamento  di biodealogenazione in situ chimicamente  assistita,  avvenuta  iniettando  sodio  lattato  a  concentrazione di 80 g/l nelle acque di falda sopra le  zone  contaminate,  fino  a  raggiungere  il  punto  di  origine  della contaminazione  (sotto  l’edificio

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della fabbrica) Per  prevenire  ulteriori  migrazioni di contaminanti e proteggere il fiume,  è  stata  installata  in  tre  punti una  barriera  reattiva  a  permeabilità  diffusa  (DPR).  A  tale  scopo sono state impiegate nanoparticelle  stabili  all’aria  di  un  prodotto commercialmente  disponibile (“nanofer  Star”,  prodotto  dalla nano  Iron)  e  particelle  composte dallo stesso tipo di nanoparticelle, unite a microparticelle di ferro. La Continua a pag. 13


TRATTAMEnTO ELETTROChIMICO

I reflui ospedalieri più puliti

Gli attuali approcci al trattamento delle  acque  reflue  degli  ospedali includono  il  trattamento  biologico, ma questo non può degradare i contaminanti più persistenti. Alternative  come  le  membrane  a  osmosi inversa sono processi a elevata  intensità  di  energia  e  l’ossidazione  chimica  richiede  dosi  elevate di sostanze chimiche.  Lo scopo del progetto europeo ELECTRO  hOSPITAL  (next-generation  electrochemical  technology for the treatment of hospital wastewater:  electrogenerated sulphate radicals for complete destruction  of  persistent  pollutants) è stato quello di analizzare le prestazioni  dell’ossidazione  elettrochimica  per  il  trattamento  delle

acque reflue degli ospedali.  negli  ultimi  anni,  una  tecnologia di  ossidazione  innovativa  basata sulla  generazione  del  radicale solfato  (SO4-),  un  forte  ossidante, e dei radicali ossidrili, ha attirato  l’interesse  per  il  trattamento delle  acque  reflue.  I  radicali  solfato  sono  noti  per  la  loro  elevata selettività in quanto all’ossidazione  di  sostanze  contaminanti.  Di conseguenza,  il  progetto  Electro hospital  ha  prodotto  un  solfato altamente ossidante e radicali ossidrile  applicando  corrente  a  un anodo con temperatura e pressione atmosferica.  I  risultati  hanno  dimostrato  che, oltre ai radicali solfato, anche gli ioni  solfato  sono  stati  ossidati  fino a diventare persolfato, il quale è  stato  ulteriormente  attivato  alla superficie dell’anodo, contribuendo  così  all’ossidazione  e  mineralizzazione  delle  sostanze  organiche.  La formazione di ossidanti a base di  solfato  è  stata  confermata  at-

traverso  il  chiarimento  di  meccanismi  alla  base  dell’ossidazione di iopromide e diatrizoato, agenti per  raggi  X  solitamente  presenti nei reflui ospedalieri.  È emerso, inoltre, che la presenza di  ioni  solfato  riduce  l’effetto dannoso  del  cloruro  e  la  formazione  di  sottoprodotti  organici clorurati  tossici.  I  risultati  del progetto Electro hospital sono altamente  rilevanti  per  l’applicazione  nella  vita  reale  del  trattamento  elettrochimico,  in  quanto la  formazione  di  sottoprodotti clorurati costituisce uno dei principali limiti.  I  risultati  del  progetto  indicano che  tale  problema  può  essere  significativamente  ridotto  aumentando  la  quantità  di  solfato,  il quale  può  quindi  essere  separato successivamente  a  ossidazione  anodica  mediante  elettrodialisi,  al fine  di  evitare  problemi  con  un aumento  delle  concentrazioni  di solfato nelle acque reflue.  Da  evidenziare  che,  sebbene  il

progetto  Electro  hospital  sia  stato  sviluppato  per  combattere  la contaminazione nei reflui ospedalieri,  vanta  implicazioni  per  il trattamento delle acque contenenti solfati, per esempio quelle prodotte  dalle  industrie  di  fermentazione.  La  tecnologia  sviluppata può  essere  applicata  anche  come alternativa  al  trattamento  di  ossidazione  chimica  in  situ  (in  situ chemical  oxidation,  ISCO)  per quanto riguarda le acque sotterranee contaminate.  Il  progetto  comporta  svariati  e importanti  vantaggi  per  le  tecnologie  di  ossidazione  esistenti,  in quanto  non  genera  inquinamento secondario, non è soggetto a limitazioni  di  ph  e  non  richiede  attivatori  esterni,  come  per  esempio il  ferro.  Dunque,  la  tecnologia fornirà  un’innovativa  opzione  ecologica  per  il  risanamento  delle acque  reflue  degli  ospedali,  utilizzabile  anche  per  il  trattamento di  altre  forme  di  acqua  contaminata. 

VEOLIA WATER TEChnOLOGIES ITALIA

Gli evaporatori Evaled crescono Veolia  Water  Technologies  Italia presenta  un  nuovo  modello  di  evaporatore,  l’Evaled  RVF25,  con una  capacità  evaporativa  di  25 mc/giorno. La  linea  di  prodotti  Evaled  RVF rientra  tra  gli  evaporatori  a  ricompressione meccanica, caratterizzati da un’elevata efficienza energetica.  L’ultimo  nato  della  serie  RVF  è stato  progettato  per  aumentare  la già  elevata  affidabilità  che  contraddistingue  questa  linea  di  prodotti,  rendendolo  adatto  al  trattamento  di  soluzioni  saline  altamente concentrate e al suo impiego nei processi zLD. Il nuovo RVF25 va a coprire quel range  di  portate  compreso  fra  i modelli  già  esistenti  RVF15  e RVF40  di  cui  eredita  i  punti  di forza  legati  ad  una  progettazione eseguita  limitando  le  dimensioni al  minimo  compatibile  con  gli  aspetti  funzionali,  un’accessibilità

agevolata  ad  alcuni  componenti ed  uno  scambio  termico  ottimizzato,  riconfermando  la  marcata propensione di questi evaporatori all’innovazione. Il  modello  RVF25,  inoltre,  come tutta  la  gamma  Evaled,  risponde

ai requisiti richiesti dal Piano Industria  4.0  del  Ministero  dello Sviluppo  Economico,  che  permette  l’iperammortamento  al 250%  dell’investimento  in  beni strumentali  nuovi  volti  alla  trasformazione tecnologica e digita-

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le  dell’impresa.  I  principali  vantaggi della linea RVF sono: massimo  recupero  d’acqua,  minima quantità di refluo da smaltire, alta qualità  dell’acqua  condensata  di recupero per un possibile riutilizzo,  ridotti  consumi  energetici,  adatto  al  trattamento  di  liquidi sporcanti ed incrostanti, semplice utilizzo  (hMI  intuitivo),  unico modulo  su  skid  (minimo  ingombro),  pronta  per  l’uso  (plug  & play), unità automatizzata e minima  manodopera,  possibilità  di monitoraggio  costante  via  controllo  remoto,  manutenzione  ridotta, modularità e flessibilità, unità  standard  con  tempi  brevi  di consegna. numerose le possibili applicazioni  della  linea  RVF  in  tanti  e  diversi settori industriali produttivi.


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La depurazione con nanoparticelle sospensione  di  particelle  è  stata preparata  in  situ  e  pompata  nella falda al di sotto della fabbrica Un campo elettrico con una intensità  di  circa  1  V/cm  è  stato  applicato lungo la barriera DPR per incrementare  gli  effetti  delle  particelle di ferro. Il sodio lattato causa un significativo  decremento  delle  concentrazioni  di  cloroetilene  all’interno delle zone contaminate e le diverse  particelle  a  base  di  ferro,  in combinazione con il campo elettrico  applicato,  hanno  fermato  con successo  la  migrazione  della  contaminazione.  In  seguito  a  questi  interventi,  la concentrazione  di  cloroetilene  è scesa velocemente fino a un livello del 10% rispetto alla concentrazione  iniziale;  la  barriera  DPR  ha dimostrato  di  essere  efficace  sul lungo  termine  (dal  2012  fino  al 2016), e non è stata rilevata la formazione di metaboliti tossici.  I principali limiti dell’impiego delle  particelle  ferrose  zero-valenti

per  il  trattamento  delle  acque  sono: -  il  prezzo  e  la  disponibilità  delle nanoparticelle,  la  cui  produzione finora  è  infatti  nell’ordine  di  poche  tonnellate/anno  ed  il  prezzo  è relativamente  alto  per  interventi consistenti  (trattamento  di  milioni

di litri acqua al giorno) -  aspetti  sociali,  poichè  l’uso  di nanomateriali  per  la  purificazione nell’ambiente  può  creare  diffidenza nella popolazione - limitazioni tecniche, come il fatto che la diffusione delle nanoparticelle  è  condizionata  dalle  condi-

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zioni delle acque sotterranee. Per  quanto  riguarda  le  diffidenze verso  i  nanomateriali,  va  rilevato che gli effetti negativi finora riportati  per  le  nanoparticelle  di  ferro nell’ambiente sono minimi: queste nanoparticelle  sono  chimicamente identiche agli ossidi di ferro naturalmente  presenti  nei  suoli  e  nei sedimenti. In  conclusione,  la  tecnologia RCTPM non è adatta per il trattamento di milioni di litri di acqua al giorno,  ma  può  essere  utilmente impiegata  in  siti  caratterizzati  da specifiche  contaminazioni,  in  cui le  tecniche  convenzionali  non  sono adatte.  Esiste,  comunque,  un  enorme  potenziale applicativo per le nanotecnologie  nel  trattamento  delle  acque, dato che l’inquinamento delle risorse idriche è un fenomeno crescente  in  varie  parti  del  mondo. L’uso  di  nanoparticelle  a  buon mercato  potrebbe  essere  la  soluzione  ideale  per  il  trattamento  dei reflui  e  delle  acque  destinate  al consumo  umano  in  Paesi  poveri, dove la diffusa presenza di arsenico e altri inquinanti nelle falde acquifere può causare gravi problemi di salute pubblica.


cover story

La piattaforma per rifiuti liquidi Nuovo - Creazioni Ambientali

L’impianto Seap Depurazione Acque, per il trattamento di reflui civili e industriali, pericolosi e non pericolosi, ha una capacità di 550 tonnellate/giorno La  società  nuovo,  coordinata  dal direttore  tecnico  Claudio  Di  Giacomo, da oltre trent’anni si occupa  di  consulenza,  progettazione, realizzazione,  formazione  e  gestione  di  impianti  per  il  trattamento  di  rifiuti  liquidi,  fangosi, solidi, di natura civile e industriale, pericolosi e non.  Le attività sono svolte da un team di  tecnici  che  hanno  maturato molteplici  esperienze  nelle  seguenti tipologie di impianto: -  Piattaforme  di  Trattamento  rifiuti  liquidi,  sia  civili  che  industriali; -  Stabilizzazione/Solidificazione per  rifiuti  fangosi,  solidi,  polveri e ceneri sia civili che industriali;  - Soil Washing per terre inquinate

Aree di scarico

e rifiuti da spazzamento stradale;  -  Piattaforme  Polivalenti  per  rifiuti civili e industriali, sia liquidi che  solidi.  Il  punto  di  forza dell’azienda  consiste  nel  fornire una consulenza mirata per la scelta di soluzioni ottimali che tengano  conto  delle  esigenze  tecniche del  cliente  e  del  settore  in  cui  opera. Gli impianti sono progettati in 3D e  vengono  realizzati  secondo  le più  moderne  tecniche,  con  macchine appositamente costruite per ogni singolo caso. Al termine della costruzione, vengono  eseguite  le  prove  di  collaudo, viene formato il personale addetto,  per  poi  procede  all’avviamento dell’impianto. Il periodo di

La piattaforma di trattamento rifiuti liquidi della Seap Depurazione Acque situata nella zona industriale di Aragona-Favara (AG). Hi-Tech Ambiente

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affiancamento  alla  gestione  finisce  con  la  messa  a  regime  dell’impianto stesso. LA PIATTAFORMA DI SEAP DEPURAZIONE ACQUE

Tra le tante realizzazioni della società  nuovo  (www.nuovosrl.it), particolarmente  interessante  per la  sua  completezza  è  la  piattaforma  di  trattamento  rifiuti  liquidi della  Seap  Depurazione  Acque, che è in grado di trattare 550 tonnellate/giorno  di  reflui  sia  di  tipo industriale che civile e sia pericolosi che non pericolosi.  Il rifiuto viene  conferito  all’impianto  mediante autocisterne e/o contenitori di  varia  cubatura,  scaricato  in  aree attrezzate nelle quali viene effettuato  il  pretrattamento  del  rifiuto liquido in ingresso.  Le aree attrezzate di scarico rifiuto sono in totale quattro: una per i rifiuti  liquidi  neutro  alcalini  a basso  contenuto  di  solidi  sospesi, una  per  i  rifiuti  liquidi  neutro-alcalini fangosi, una per le emulsioni oleose e una per i rifiuti liquidi acidi.  I rifiuti liquidi pretrattati possono essere  trasferiti  temporaneamente nelle  sezioni  di  stoccaggio  o  direttamente trattati nelle sezioni di trattamento  chimico-fisico  e  biologico.  Le  sezioni  di  stoccaggio sono composte da 24 serbatoi per una  capacità  di  stoccaggio  totale di  circa  2.500  mc.  Lo  stoccaggio si  divide  in  tre  sezioni,  uno  per neutro-alcalini  a  basso  contenuto di  solidi  sospesi,  uno  per  i  rifiuti oleosi e uno per i rifiuti acidi.  I  serbatoi  sono  alloggiati  all’interno  di  bacini  di  contenimento per  evitare  qualsiasi  possibile sversamento  in  ambiente  esterno, anche  in  caso  di  rottura  accidentale.  La  sezione  di  trattamento  chimico-fisico  a  batch  è  composta  da sei  reattori  dotati  di  agitatore  da 50  mc  di  capacità,  nei  quali  possono  essere  dosati  gli  opportuni reagenti  per  effettuare  il  ciclo  di trattamento  preventivamente  simulato  nel  laboratorio  chimico.  I reattori  sono  utilizzati  anche  per il  condizionamento  del  fango  da inviare alla disidratazione meccanica. La sezione di trattamento biologico è composta da una vasca di equalizzazione/omogeneizzazione da  500  mc  e  una  vasca  di  nitrificazione/denitrificazione  da  3.000 mc.  Il  processo  di  trattamento

Impianto chimico-fisico

Sopra: impianto biologico Sotto: sezione di disidratazione meccanica con filtro-pressa

biologico è di tipo MbR ad aerazione  intermittente,  con  membrane  alloggiate  in  vasca  dedicata all’esterno  del  reattore  biologico. Le membrane adottate, di geometria piana, sono in polietersulfone e hanno luce di filtrazione di 0,04 µm.  Questa  sezione  è  costituita da  due  linee  in  parallelo  da  400 mc/giorno. L’impianto  è  dotato  anche  di  un sistema di osmosi inversa (due linee  parallele  da  300  mc  ciascuna), in grado di intervenire qualora  il  refluo  scaricato  dal  sistema MbR non fosse conforme ai parametri di legge. Gli inquinanti separati nei processi di trattamento vengono raccolti nei  reattori  del  chimico-fisico, condizionati  e  quindi  disidratati mediante filtro-pressatura.   Inoltre, la piattaforma è munita di un sistema di convogliamento degli sfiati raccolti da tutte le fasi di stoccaggio  e  movimentazione  dei rifiuti. Le emissioni vengono trattate nell’apposita sezione costituita  da  uno  scrubber  bi-stadio,  con lavaggio  acido  basico  e  aggiunta di ossidante. Infine, il progetto autorizzato prevede  la  successiva  realizzazione di  due  linee  di  evaporazione  sottovuoto  di  capacità  pari  a  75 mc/giorno  cadauna  e  di  un  sistema di strippaggio ammoniaca con relativo concentratore per produrre solfato di ammonio sale.

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Il  recente  “Rapporto  Rifiuti  Speciali Ispra” indica in oltre 3,7 milioni di ton/anno il quantitativo di rifiuti  provenienti  dalla  gestione delle  reti  fognarie.  La  maggior parte  di  questo  quantitativo  è  da attribuire  ai  fanghi  di  depurazione,  che  sono  in  gran  parte  costituiti dalla stessa biomassa che effettua la depurazione. I fanghi “freschi” (cioè appena usciti dalle vasche di decantazione finale)  sono  costituiti  per  oltre  il 90%  da  acqua;  sono  facilmente putrescibili  e  possono  contenere agenti  patogeni.  È  necessario quindi  provvedere  a  trattamenti di  stabilizzazioni  e  disidratazione, che vengono compiuti con diversi processi: digestione anaerobica  (negli  impianti  di  maggiori dimensioni),  condizionamento con agenti chimici e disidratazione  sotto  pressione  negli  impianti più  piccoli.  Dopo  questi  trattamenti, i fanghi risultano “stabilizzati”,  cioè  possono  essere  trasportati  e  stoccati  anche  per  periodi  relativamente  lunghi,  e  viene  considerevolmente  ridotta  la presenza di germi patogeni.  A questo punto si pone il problema  dello  smaltimento  o  (preferibilmente)  del  riutilizzo.  La  destinazione  prevalente  dei  fanghi  di depurazione  era  in  passato  lo spandimento  sui  terreni  agricoli; tuttavia,  le  restrizioni  introdotte dalla  normativa  (in  particolare dal D.Lgs 99/1992, che recepisce le  Direttive  86/278/CE  e 91/692/CE)  hanno  reso  questa forma  di  riutilizzo  sempre  più difficile,  per  cui  buona  parte  dei fanghi  di  depurazione  finiscono oggi  in  discarica.  Ma  anche  questa  forma  di  smaltimento  trova notevoli  ostacoli,  sia  perché  la normativa  vieta  l’invio  a  discarica  di  rifiuti  allo  stato  liquido  o putrescibile,  sia  perché  l’orientamento  dell’Unione  Europea  è quello di riservare le discariche ai soli  residui  non  riutilizzabili. Questo  orientamento  deriva  dalla volontà di limitare le emissioni di CO 2 derivanti  dall’aggiunta  dei fanghi al terreno; ma queste considerazioni possono avere una lo-

Fanghi: nuovi trattamenti Uso di calce e Mild Wet Oxidation

Per il loro utilizzo agricolo due metodi per eliminare odori e microinquinanti sia organici che inorganici e anche patogeni

ro validità in Paesi (come Francia e  Germania)  con  suoli  umidi  e ricchi di materia organica, mentre in  Italia  abbiamo  una  situazione pedoclimatica  opposta,  con  terreni poveri di humus e cronicamente soggetti a dissesto idrogeologico ed erosione. L’aumento del tenore  di  materia  organica  del  terreno,  ottenibile  con  lo  spandimento  controllato  dei  fanghi  di depurazione,  consentirebbe  una maggior  capacità  di  ritenzione  idrica,  con  conseguenti  risparmi sui  costi  di  irrigazione  e  riduzione  dell’erosione  dei  suoli  dovuta al ruscellamento.    Inoltre, le sostanze nutrienti (azoto  e  fosforo)  presenti  nei  fanghi

di  depurazione  sostituiscono  i concimi  chimici,  consentendo  agli  agricoltori  notevoli  risparmi: 145  euro/ettaro  rispetto  alla  concimazione con fertilizzanti azotati  e  185  euro/ettaro  rispetto  alla concimazione con fosfati. ODORI E MICROINQUINANTI

La  normativa  sull’applicazione dei fanghi di depurazione in agricoltura  è  molto  severa  e  dettagliata,  e  dovrebbe  garantire  adeguatamente  sia  la  protezione dell’ambiente (evitando un carico eccessivo di sostanze eutrofizzanti) che quella della salute umana, mediante una serie di divieti rela-

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tivi sia alla natura dei fanghi (che devono  essere  stabilizzati  e  privi di sostanze tossiche) che alle modalità  di  applicazione  (è  vietata l’applicazione  a  pioggia,  lo  spargimento deve avvenire prima della semina, è vietato lo spargimento  durante  l’irrigazione  e  sulle colture in vegetazione). L’aspetto più critico dell’applicazione dei fanghi sul terreno rimane  il  problema  dei  cattivi  odori; recentemente si è aggiunto il problema  della  possibile  presenza nelle  acque  di  scarico  (e  quindi nei  fanghi  di  depurazione)  di  residui  di  antibiotici  e  microinquinanti chimici (i cosiddetti “disturbatori  endocrini”)  che  attualmen-


te  i  normali  processi  di  depurazione  delle  acque  fognarie  eliminano solo parzialmente.  Questi  problemi  possono  essere superati con una combinazione di due  metodi:  la  Mild  Wet  Oxidation e il trattamento con calce.  MILD WET OXIDATION

La  Mild  Wet  Oxidation  (abbreviata  in  MWO)  è  un  trattamento chimico-fisico  che  consente  di  eliminare  (o  ridurre  grandemente) dai  fanghi  di  depurazione  la  presenza  di  microinquinanti  (sia  organici  che  inorganici),  completando  l’igienizzazione  mediante l’eliminazione  dei  microorganismi patogeni e aumentando, inoltre, il contenuto in sostanza secca nella fase di disidratazione. Il  processo  MWO,  sviluppato  e brevettato  dalla  Syngen,  prevede le seguenti fasi:  - aggiunta di acido solforico, solfato ferroso e acqua ossigenata, e agitazione per 60’. Questa combinazione  di  sostanze  chimiche, detta  “reattivo  di  Fenton”,  costituisce  una  fonte  di  radicali  ossidrilici  (Oh.)  ad  alto  potere  ossidante,  in  grado  di  distruggere completamente  i  microinquinanti organici  (compresi  i  residui  di antibiotici) e liberare i metalli pesanti in forma di ioni in ambiente acido - ulteriore acidificazione con acido  solforico,  fino  a  ph  oltre  2,  e in  queste  condizioni  gli  ioni  dei metalli pesanti passano nella fase liquida  -  filtrazione  su  filtropressa,  in modo da ottenere un materiale disidratato  (50-60%  di  sostanza secca), completamente sanificato, contenente  solo  tracce  di  di  inquinanti  organici  e  di  metalli  pesanti,  ed  una  fase  liquida  fortemente acida -  trattamento  elettrolitico  o  chimico della fase liquida dopo elettrolisi  per  effettuare  l'estrazione diretta dei metalli o la loro precipitazione come idrossidi) -  neutralizzazione  e  trattamento di coagulazione con cloruro ferrico e polielettrolita sul liquido demetallizzato. -  filtrazione  e  scarico  finale  del liquido in pubblica fognatura.

Impianto di Mild Wet Oxidation

solforico e vengono miscelati con calce  viva  (ossido  di  calcio)  che neutralizza  l'acidità  residua  del materiale combinandosi con l'acido  solforico  per  formare  solfato di calcio. Il  prodotto  ottenuto  non  è  più  rifiuto ed è definito dalla legge italiana dei fertilizzanti come "gesso di  defecazione",  un  valido  prodotto  correttivo  dei  suoli  alcalini e salini, con forte potere ammenContinua a pag. 18

TRATTAMENTO CON CALCE

I fanghi trattati con la MWO, post  disidratazione,  risultano  idrolizzati dal trattamento con l'acido Hi-Tech Ambiente

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Nuovi trattamenti dei fanghi dante,  di  libera  commercializzazione.  Un  trattamento  semplificato,  che porta  tuttavia  a  generare  prodotti per l'impiego agricolo, può essere effettuato  su  fanghi  che  non  presentano  concentrazioni  significative di metalli pesanti o di inquinanti organici. Questo  tipo  di  trattamento  può essere effettuato direttamente sulla  linea  fanghi  di  un  impianto  di depurazione  e  si  fonda  sulla  denaturazione  delle  proteine  della biomassa  mediante  l'impiego  di calce viva.  L'ossido  di  calcio,  a  contatto  con l’acqua contenuta nei fanghi stessi,  si  trasforma  in  “calce  spenta” (idrossido  di  calcio),  provocando un  forte  aumento  nella  temperatura  e  idrolizzando  la  materia  organica.  In  queste  condizioni  il biomateriale ha un ph nettamente alcalino, per cui deve essere neutralizzato.  La  neutralizzazione può  avvenire  con  acido  solforico oppure  con  CO2,  portando  a  due prodotti  diversi  che  vengono  generati  mediante  la  disidratazione operata dagli apparati già esistenti sul depuratore stesso. 

Schema metodo Mild Wet Oxidation

Impianto di Mild Wet Oxidation

In SPERIMEnTAzIOnE IL PROCESSO OSA

Stop ai fanghi di supero Alla  domanda  se  è  possibile  ridurre la produzione dei fanghi di supero  mantenendo  alte  le  prestazioni depurative di un impianto  di  trattamento  hanno  dato  risposta  affermativa  le  sperimentazioni condotte nell’ambito della  convenzione  fra  CAFC  (che gestisce  il  servizio  idrico  integrato nella maggior parte dell'Ato centrale Friuli) e Università di Trieste.  Il  progetto  che  ne  è  scaturito  ha portato  alla  riduzione  dei  fanghi di circa il 20-30%, con il conseguente  notevole  contenimento dei  costi  oltre  che  risparmio  energetico. Allo  scopo  è  stato  realizzato  a Terenzano  un  impianto  pilota OSA  (Oxic-Settling-Anaerobic) che  tratta  circa  1.400  litri  al giorno di reflui in un reattore ae-

robico  con  un  volume  modificabile compreso fra 500 e 1.100 litri. L’investimento è stato conte-

nuto (circa 50.000 euro) e gli ottimi  risultati  registrati  vengono monitorati  quotidianamente  gra-

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Il trattamento con acido solforico porta  ad  un  prodotto  denominato “biosolfato”,  contenente  solfato di  calcio  e  definito  tecnicamente “gesso  di  defecazione”,  del  tipo 21  secondo  l’All.3  al  D.Lgs 75/2010.  Il  trattamento  con  CO2 porta invece ad un prodotto denominato  “biocarbonato”  (tipo  22 secondo All.3 al D.Lgs 75/2010). Entrambi  i  prodotti  sono  riconosciuti  validi  come  fertilizzanti  e non  sono  soggetti  alla  disciplina sui  rifiuti;  sono  ideali  per  terreni poveri  di  sostanza  organica,  con la  differenza  che  il  biosolfato  è più adatto ai suoli subalcalini, alcalini e salini, mentre il biocarbonato  è  adatto  a  terreni  subacidi  e acidi. Inoltre  l'applicazione  di  questa tecnologia,  se  applicata  sulla  linea  fanghi  di  un  depuratore,  non si  configura  come  trattamento  di rifiuti, e non necessita quindi della relativa autorizzazione.  Un  terzo  tipo  di  fertilizzante,  denominato  “Granfondo”  e  commercializzato  dalla  Agrosistemi, è costituto da una miscela di biosolfato  con  compost  ottenuto  da trattamento aerobico di biomasse. Questo  prodotto  è  particolarmente  adatto  a  contrastare  fenomeni di desertificazione in Paesi mediterranei. zie ai costanti prelievi ed analisi in  loco  da  parte  dei  tecnici  addetti ed al sistema di telecontrollo. L’impianto  OSA  si  sta  dimostrando molto robusto ed in grado di sostenere dei carichi, intesi come concentrazione di sostanza organica,  molto  diversi  e  rilevanti. La  nuova  tecnologia,  quindi, consentirà di puntare sull’upgrade degli impianti di depurazione, senza la necessità di creare nuove  strutture,  replicando  questo modello  sugli  impianti  di  media grandezza.  Inoltre,  questo  tipo  di  impianto pilota,  che  farà  da  caso  scuola per  altri  impianti,  comporterà  il miglioramento  tecnologico  e della capacità di trattamento delle strutture esistenti, la riduzione dei  costi  gestionali,  il  rinnovamento  delle  infrastrutture,  l’abbattimento dei volumi dei fanghi e,  magari,  l’uso  agricolo  come fertilizzanti di questi fanghi trattati, più ricchi di minerali.


GREEN FASHION L A

P R O D U Z I O N E

" M O D A "

T U T E L A

L’ A M B I E N T E

Il green marketing Ieri, oggi e gli scenari futuri

Le aziende di moda hanno sempre più un approccio ambientalmente sostenibile che comunicano efficacemente ai consumatori 2^ parte

Per  le  imprese  di  moda,  ormai, l’adozione  di  un  approccio  ambientalmente  sostenibile  non  significa  più  solo  lavorare  alla  riduzione  degli  impatti  ambientali e alla sicurezza per i consumatori e i lavoratori, bensì implica investire sempre più nella creazione e nel  mantenimento  di  una  reputazione  e  di  una  immagine  di  prestigio per quanto riguarda l’impegno a tutela dell’ambiente; ciò in quanto  i  consumatori  orientano sempre più le loro scelte sulla base  di  aspetti  etici  e  sulla  sostenibilità  ambientale  dei  prodotti. Questo  tipo  di  comunicazione non  è  stato  in  passato  molto  frequente,  perché  l’industria  della moda ha puntato prevalentemente su  messaggi  evocativi  e  non  razionali. GREEN WASHING E GREEN MARKETING

A partire dagli anni ’70, le imprese  di  moda  hanno  iniziato  a  percepire  la  mutata  sensibilità  dei consumatori  e  le  crescenti  preoccupazioni sui potenziali rischi per l’ambiente e la salute, e di conseguenza hanno iniziato a introdurre la “comunicazione ambientale” nelle  loro  strategie  di  marketing. Si  trattava  però  molto  spesso  di mere  operazioni  “di  facciata”,

E SE IL VESTITO DURASSE 30 ANNI? Le  più  raffinate  strategie  di  comunicazione non possono coprire  i  semplici  dati  di  fatto,  evidenziati  da  un  recente  rapporto di Greenpeace Germania: la produzione  di  abiti  è  raddoppiata dal  2000  ad  oggi;  contemporaneamente, la durata dei vestiti si è  dimezzata  e  gli  abiti  vengono spesso rinnovati ad ogni cambio di stagione; le coltivazioni di cotone,  necessarie  per  produrre  le fibre tessili per i vestiti, assorbo-

no  il  24%  degli  insetticidi  e  il 10%  dei  fitofarmaci;  l’industria tessile  si  classifica  ormai  al  secondo posto (dopo quella del petrolio)  nella  classifica  dei  maggiori  inquinatori.  Qualcuno  prova  a  reagire:  lo  stilista  inglese Tom  Cridland  ha  presentato  la “30  Years  Collection”,  fatta  di abiti progettati per durare 30 anni. La sua impresa ha un fatturato  di  250.000  sterline  l’anno,  e conta tra i clienti celebrità come Leonardo  di  Caprio,  Daniel Craig,  ben  Stiller  e  Rod Stewart.

prive  di  contenuti  concreti  e  talvolta ai limiti dell’inganno vero e proprio:  ciò  che  oggi  viene  chiamato  “green  washing”,  ossia  una politica  di  marketing  che  tende  a ingigantire i benefici di miglioramenti  minimi  dei  metodi  di  produzione  convenzionali,  facendo passare  come  “impegno  etico  e civile” iniziative che in realtà poco  incidevano  sull’impatto  ambientale  o  sociale  dei  prodotti  o dei  processi  produttivi.  Le  cose sono cambiate a partire dagli anni ’90,  in  seguito  alla  maturazione dell’opinione  pubblica  e  del  senso etico dei consumatori: anche a causa  del  crescente  dibattito  sui cambiamenti  climatici  (i  cui  effetti sono sotto gli occhi di tutti), e  ad  una  maggiore  possibilità  di accedere  e  condividere  le  informazioni  grazie  alle  nuove  tecnologie,  è nata una nuova coscienza  ambientale  e  un  senso  di  responsabilità  etico  e  sociale,  che sempre  più  orienta  le  scelte  dei consumatori  verso  prodotti  e comportamenti  ecosostenibili. Ecco quindi che la “comunicazione  ambientale”  ha  assunto  una valenza  diversa,  maggiormente ancorata  alle  effettive  capacità delle  imprese  di  innovare  la  loro produzione:  si  è  quindi  passati dal  “green  washing”  al  “green marketing”,  una  strategia  che Continua a pag. 20

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Il green marketing punta  non  solo  ad  ottenere  risultati  commerciali  sfruttando  e  aumentando le aspirazioni consumistiche,  ma  che  si  basa  invece  su una  interazione  culturale  con  la clientela,  basata  su  trasparenza, coinvolgimento e informazione.  La  legge  fondamentale  del  green marketing è semplice: occorre far leva sugli aspetti positivi per convincere i consumatori a cambiare scelte e comportamenti quotidiani in  modo  il  più  semplice  e  il  più gradevole  possibile.  Per  far  questo,  il  piano  di  marketing  deve essere  facilmente  comprensibile, deve saper combinare tecnologia, commercio e aspetti sociali, e deve  tendere  alla  innovazione  stimolando l’adozione di nuovi prodotti e stili di vita.     TRACCIABILITA’ ED ETICHETTATURA: L’ESEMPIO DI RAPANUI

Rapanui  è  una  delle  più  interessanti  case  inglesi  specializzate nella  moda  sostenibile:  fondata come  micro-azienda  nel  2008  da due  giovanissimi  fratelli,  ha  ad oggi  ricevuto  diversi  premi  e  ri-

conoscimenti  per  il  suo  impegno nella  sostenibilità  dell’industria dell’abbigliamento,  grazie  al  suo impegno  verso  la  creazione  di una filiera della moda sostenibile attraverso  il  design  e  la  realizzazione di capi di abbigliamento da materie  prime  sostenibili  (tra  cui il cotone biologico). La  sostenibilità  tocca  tutti  gli  aspetti  organizzativi  e  produttivi

dell’azienda: gli stabilimenti vengono  alimentati  con  energie  rinnovabili,  i  materiali  vengono  accuratamente selezionati e lavorati nel rispetto dell’ambiente, ma soprattutto  i  prodotti  vengono  tracciati  lungo  il  loro  intero  ciclo  di vita  attraverso  un  apposito  strumento,  il  “Trace  Mapping  Tool”: si tratta di un’applicazione disponibile  on  line,  grazie  alla  quale  è

SCARTI RICICLATI

La borsa di pelle di pesce Trasformare  la  pelle  di  scarto  dei pesci  in  pellame  di  lusso  con  cui realizzare borse, scarpe o cover per smartphone  è  la  sfida  vinta  dall'azienda  marocchina  SeaSkin,  fondata da nawal Allaoui, studentessa della  Scuola  superiore  dell'industria  tessile  e  dell'abbigliamento (Esith).  Considerata  un  rifiuto,  la pelle del pesce solitamente finisce nella spazzatura, invece che essere recuperata  e  valorizzata  come  fa nawal, che le da una seconda vita. Dopo  diversi  test  nella  sua  stanza del college, la giovane studentessa è riuscita a mettere a punto un metodo  di  concia  basato  su  prodotti biologici  marocchini,  come l'henné. nawal recupera la pelle di scarto di pesce (sogliola, merlano e salmone  ...)  dai  ristoranti  di  pesce e  dall’industria  di  lavorazione  del pesce,  quindi  rimuove  i  rimanenti

residui di carne e provvede ad abbondante  risciacquo.  Lo  step  successivo  è  la  dedicato  alla  concia vegetale: bagno delle pelli insieme a  una  preparazione  a  base  di  pro-

dotti naturali. Dopo di che la pelle è  pronta  per  la  tintura,  che  varia secondo  il  prodotto.  L’ultima  fase della catena prevede l’appiattimento  e  l’asciugatura  della  pelle,  ora

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possibile effettuare un monitoraggio completo di tutta la catena del processo produttivo, dalla piantagione  al  trasporto  alla  fabbrica, dalla  lavorazione  alla  vendita, specificando i consumi energetici di  produzione  e  trasporto,  e  fornendo  informazioni  dettagliate sulle  condizioni  di  lavoro  nei campi e le immagini delle lavorazioni in fabbrica.  Il  sistema  è  stato  definito  “from seed  to  shop”,  cioè  “dal  seme  al negozio”, e ha lo scopo di fornire ai  consumatori  un  accesso  libero e  trasparente  a  tutte  le  informazioni  riguardanti  l’intera  catena produttiva,  in  modo  da  permettere una scelta consapevole e sostenibile. Sempre  in  questa  ottica,  Rapanui ha creato un nuovo sistema di etichettatura  ecologica  per  sintetizzare  le  informazioni  relative  agli imballaggi  dei  capi  di  abbigliamento, che ricalca il marchio “Ecolabel”  e  che  si  basa  su  una classificazione  in  lettere:  da  A (biologico,  etico  e  sostenibile)  a G  (non  biologico,  non  etico,  non sostenibile).  Per  quanto  non  sia ancora  certificato  a  livello  istituzionale, l’immediatezza di questo sistema  di  etichettatura  ne  sta  favorendo  la  diffusione  tra  molte case di moda inglesi. pronta  per  creare  un  prodotto  di pelletteria di lusso, sicuramente originale e dalle trame esotiche, decisamente  ecologico  e  anche  resistente.  E  per  chi  si  domanda  se persiste lo sgradevole odore di pesce,  la  risposta  è  naturalmente  no, grazie alla fase di concia biologica. Il  prodotto  finito  odora  semplicemente di pelle. nell’ambito  di  questo  mercato  di nicchia,  finora  inesplorato,  SeaSkin  sta  riscuotendo  un  notevole successo. Ad oggi, per la commercializzazione  dei  suoi  prodotti, nawal vende solo online. 


QUATTRO POSSIBILI SCENARI

Il Centro per la Moda Sostenibile del  London  College  of  Fashion ha pubblicato un interessante studio  che  traccia  quattro  possibili scenari per la moda sostenibile da qui al 2025.  Slow is beautiful Questo  scenario  è  caratterizzato dalla  predominanza  della  moda “slow”:  le  persone  possiedono meno  abiti  ma  di  qualità  migliore,  i  capi  vintage  di  seconda  mano sono molto popolari, e vengono  comprati  e  venduti  on  line. Allo  stesso  tempo,  le  nuove  tecnologie  hanno  portato  alla  creazione  e  alla  diffusione  di  “abiti intelligenti”,  in  grado  di  monitorare lo stato di salute di chi li indossa. Il mercato è completamente globalizzato e la consapevolezza  dei  consumatori  sulle  tematiche  ambientali  rende  imperativo

h&M  dal  2013  porta  avanti  un’iniziativa  decisamente  sostenibile, oltre che la prima a livello mondiale  di  questo  genere,  ossia  raccogliere  indumenti  usati,  di  qualunque  marca  ed  in  qualsiasi  condizione, presso i propri punti vendita in tutto il mondo. Ad oggi il colosso tedesco ha superato l’incredibile quota di 40.000 tonnellate raccolte, e l’obiettivo è aumentare ogni anno le quantità, in modo da raggiungere  le  25.000  ton/anno  fino  al 2020.  Ed  in  qualsiasi  negozio h&M, in qualsiasi giorno dell’anno,  possono  essere  consegnati  indumenti vecchi o anche solo inutilizzati, bucati, scoloriti, macchiati, dalle calze alle t-shirt, dagli slip alle  giacche,  ecc.,  e  come  recita  la campagna  pubblicitaria:  “bring  it –  Portali  da  noi”.  E  lo  scopo  di questo  recupero  globale  è  proprio il  riciclo,  per  realizzare  nuovi  tessuti,  nuovi  capi  di  abbigliamento, nuove imbottiture, ecc.  Risale al 2014 la prima collezione di h&M “Close the Loop”, realizzata  con  fibre  tessili  riciclate;  nel

Patchwork Planet Si  tratta  di  uno  scenario  molto “politico”, in cui il mondo è diviso  in  blocchi  contrapposti  e  le mode ricalcano gli ideali culturali e  religiosi  di  ciascuno  di  essi.  Inoltre, la scarsità di risorse ha innovato  i  processi  produttivi:  gli abiti  vengono  fabbricati  impiegando cellulosa ottenuta da colture batteriche e sono progettati per essere  facilmente  modificati  per adattarli alle ultime tendenze, anche grazie alla creazione di appositi servizi post-consumo.  per  le  case  di  moda  mantenere una  reputazione  di  sostenibilità  e rispetto per l’ambiente.   Community couture In questo scenario, i cambiamenti climatici  e  la  scarsità  di  risorse hanno  drasticamente  ridotto  la produzione di abiti nuovi, che sono diventati beni di lusso che solo  i  ricchi  possono  permettersi; fabbriche  e  magazzini  di  abbigliamento  sono  protetti  da  sorveglianti armati. La  maggior  parte  della  popolazione vive in comunità autosufficienti  e  gli  abiti  usati  vengono barattati,  affittati  presso  apposite “biblioteche  di  vestiti”,  oppure conferiti  presso  appositi  centri comunitari  in  cui  vengono  rici-

clati.  Gli  abiti  di  seconda  mano sono  considerati  una  preziosa  risorsa e niente viene buttato via.     Techno-Chic In  questo  scenario,  l’economia mondiale  è  diventata  ormai  ipertecnologica  ed  a  basse  emissioni di  CO2.  I  “body  scanners”  in  3D consentono di provare gli abiti in appositi  “specchi  virtuali”;  la maggior  parte  degli  abiti  sono prodotti  in  forma  modulare  da macchine cinesi e adattati ai gusti personali direttamente nei negozi. Sono  di  moda  i  vestiti  “camaleonte”, cioè abiti bianchi in grado di mutare colore e stile in base alle  mode  del  momento.  I  vestiti sono  biodegradabili  o  sono  progettati per essere riutilizzati.   

TUTTO SI RICICLA

L’upcycling di H&M

2016,  invece,  l’azienda  ha  creato una  mini  collezione,  venduta  solo on-line, composta da due capi prodotti interamente con denim usato. A  sostegno  di  queste  collezione

“upcycling” è stato montato un video  che  racconta  il  viaggio  che fanno i capi dopo essere stati consegnati  in  negozio  e,  attraverso delle storie, illustra come la durata

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di un indumento possa essere prolungata  per  rendere  il  suo  ciclo  di vita il più lungo possibile.  Ebbene,  i  capi  raccolti  vengono suddivisi in oltre 350 diverse categorie e dato che proprio nulla viene  sprecato,  proprio  nulla  viene gettato via, nemmeno il metallo di bottoni e cerniere.  Quanto  agli  abiti,  prenderanno strade diverse in base allo stato di conservazione:  se  ancora  indossabili verranno venduti come abiti di seconda  mano,  diversamente:  saranno  riconvertiti  secondo  la  filosofia  dell’upcycling  o  come  panni per  pulire;  verranno  macinati  e  usati  per  imbottiture  e  pannelli  isolanti per la casa o per le automobili;  verranno  trasformati  in  nuove fibre tessili e filati in nuove matasse.  Addirittura,  anche  la  polvere raccolta sarà pressata in cubi e inviata  all’industria  della  carta  per realizzare  cartoni,  ed  alla  fine dell’intero ciclo, il residuo non più utilizzabile  sarà  inviato  ai  termovalorizzatori e trasformato in energia.


Le infradito a base di alghe Sostenibili e biodegradabili

Prodotte in California le prime ciabatte da mare  a partire da olio estratto dalle alghe <<Un oggetto apparentemente insignificante  come  un  infradito  è in effetti la calzatura più utilizzata  al  mondo  -    afferma  Stephen Mayfield della UC San Diego – e in ragione di ciò è anche uno dei più  grandi  inquinanti  dei  mari  a causa del poliuretano con cui viene  realizzata,  oltre  che  delle  nostre  discariche.  Ebbene,  produrre eco-infradito vuol dire dare veramente  un  grosso  aiuto  all’ambiente>>. Con  questo  obiettivo  ha  lavorato un  team  di  ricercatori  dell’Università  della  California  a  San Diego,  riuscendo  a  realizzare  tavole da surf prima e infradito poi partendo  dalle  alghe,  o  meglio dall’olio  estratto  dalle  alghe.  Per sperimentare,  industrializzare  e poi  commercializzare  questi  ecoprodotti  è  stata  costituita  una startup,  la  Algenesis  Materials, che  impiega  alcuni  studenti  che lavorano su svariati altri progetti, perché  a  seconda  di  come  viene manipolato  l’olio  di  alghe  è  possibile  produrre  schiume  dure  o schiume  morbide,  in  sostituzione al poliuretano utilizzato in nume-

rosissimi  oggetti  di  uso  comune: scarpe sportive, seggiolini per auto  o  addirittura  pneumatici  per veicoli.  Peraltro, gli scienziati stanno cercando  di  rendere  questi  ecoprodotti  oltre  che  sostenibili  anche biodegradabili. Le tavole da surf a base alga sono state  sviluppate  in  partnership con  una  nota  azienda  produttrice di tavole e già oggi queste ecotavole da surf sono utilizzate da numerosi  surfisti  professionisti,  che a San Diego sono numerosi. Quanto alle infradito, attualmente sono stati prodotti i primi prototipi, che consistono in una ciabatta flessibile  e  spugnosa,  decorata con un logo (Triton) e un semplice cinturino.  Ma con il supporto di una fabbrica  di  scarpe  a  Leon,  in  Messico, l’obiettivo  è  quello  di  duplicare l’esperienza  precedente.  Il  primo passo, tuttavia, sarà la produzione di  alcune  migliaia  di  paia  di  infradito Triton come test, che verranno fornite agli alunni della UC San Diego e distribuite per eventi speciali. Hi-Tech Ambiente

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Aquafil  è  un’azienda  che  produce una fibra di nylon riciclato, chiamata  Econyl,  riutilizzando  vecchie moquette, vestiti usati e reti da pesca da buttare o abbandonate in mare. Il nylon, che è una fibra sintetica fatta di polimeri e riciclarlo è complicato e costoso, quindi, in genere, i produttori usano filo di nylon prodotto con materie prime fossili. Ma Aquafil  ha  sviluppato  un  processo innovativo, chiamato Econyl Regeneration  System.  I  rifiuti  di  nylon vengono trattati, sciolti e passati su una  filiera  che  li  trasforma  in  una sorta  di  “spaghetti”,  per  poi  essere trasformati  in  un  filato  di  fibra  di nylon,  di  alta  qualità  e  alta  prestazione,  che  può  essere  riciclato all’infinito. Grazie a questo processo si riducono le emissioni di CO2 e si  risparmiano  70  barili  di  petrolio per ogni 10.000 tonnellate di caprolattame (il componente base del nylon) prodotto.

L’eco-nylon si fa strada Fibra riciclata

Un filato di alta qualità e alte prestazioni, ma che incontra alcuni ostacoli: costo e burocrazia La prima versione di Econyl creata con scarti industriali è stata lanciata nel  2007,  ma  solo  nel  2011  è  stata creata una vera e propria una linea di  produzione  di  Econyl  (grazie  a milioni di euro investiti in 4 anni in ricerca  finanziata  in  parte  da  UE, provincia  di  Trento  e  azionariato privato). Oggi, Econyl ha 70 licenze in tutto il mondo e il 30% dei filati di Aquafil è prodotto con fibre riciclate, ma l’azienda punta ad usare il 100% di nylon riciclato per le 130.000 tonnellate di fibra che produce ogni anno. Attualmente, Econyl viene in parte utilizzato da Adidas, Speedo e Desso  per  creare  rispettivamente  abiti sportivi,  costumi  da  bagno  e  mo-

quette.  Più  recente,  l’accordo  sia con  Levi  Strauss  &  Co,  che  ha creato  una  linea  di  abbigliamento maschile contenente questa fibra riciclata,  sia  con  il  campione  di  surf Kelly Slater, che ha lanciato la sua linea Outerknown di abbigliamento da surf con l’Econyl. Ancora oggi, però, tre sono i principali  ostacoli  all’impiego  di  questa fibra: la prima è la mancanza di tecnologia sul mercato, che obbliga Aquafil  ad  inventarsi  i  macchinari che  utilizza;  i  costi,  decisamente più  alti;  la  burocrazia,  poiché  le norme europee e internazionali sullo smaltimento e il trasporto dei rifiuti sono molto complesse e quindi possono essere un serio ostacolo. Hi-Tech Ambiente

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RIFIUTI T R A T T A M E N T O

E

S M A L T I M E N T O

Terre rare dai magneti Recupero dai raee

Il progetto Remanence mira a ridurre l’impatto ambientale ed energetico legato all’impiego di questi materiali La sopravvivenza di molte industrie europee di alta tecnologia dipende dalla disponibilità di terre rare, che vengono impiegate per la produzione dei magneti. Al momento, non esistono processi per il recupero di questi materiali (in particolare boruro di ferroneodimio, NdFeB) dai magneti presenti nei raee, che spesso vengono smaltiti in discarica o vengono dispersi nelle operazioni di recupero e lavorazione di altri metalli presenti nei rifiuti elettrici ed elettronici. Anche se la disponibilità delle terre rare è aumentata negli ultimi anni, è necessario assicurare la continuità a lungo termine: ciò significa che è importante non solo incrementare il consumo sostenibile ed efficiente delle risorse naturali, ma anche sviluppare

OBIETTIVI DEL PROGETTO

Magneti al samario ferro-cobalto

processi di recupero e riciclaggio, sempre tenendo presente l’aspetto economico, al fine di limitare l’estrazione di materie prime vergini. E proprio con lo scopo di svilup-

pare processi innovativi per il recupero e il riciclo delle terre rare (in particolare NdFeB) dai magneti presenti nei raee è stato messo in piedi il progetto Remanence.

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Gli obiettivi strategici del progetto Remanence possono essere così riassunti: contribuire allo sviluppo sostenibile del mercato, creando un processo economicamente affidabile per il recupero delle terre rare; identificare il tipo di raee più importanti ai fini del recupero e quantificare il contenuto di terre rare presenti nei magneti; sviluppare un processo affidabile per il recupero delle terre rare presenti nel flusso indifferenziato dei raee; fornire alle industrie materie prime riducendo il dispendio energetico rispetto all’estrazione di materie prime vergini; sviluppare nuovi metodi per la raccolta e la lavorazione delle singole tipologie di raee. A questi obiettivi si aggiungono


altri aspetti tecnici: lo sviluppo di una tecnica efficiente di separazione meccanica che possa concentrare la frazione di NdFeB presente nei raee contenti magneti a base di terre rare; sfruttare i processi di disgregazione con idrogeno per i magneti sinterizzati, ottenendo la separazione efficiente delle polveri dai restanti materiali; sviluppare un processo di riciclaggio integrato in grado di produrre materiali magnetici a bassa contaminazione, adatti per il riuso nei processi produttivi; dimostrare su scala industriale il pieno riciclo dai flussi di rifiuti, mediante separazione, recupero e rilavorazione, al fine di elaborare nuovi prodotti finali; produrre magneti impiegando terre rare riciclate, che abbiano le stesse proprietà dei magneti prodotti con risorse primarie. Il processo principale per il recupero dei magneti presenti nei raee prevede il recupero di NdFeB di alta qualità, che può quindi essere impiegato direttamente per la produzione di nuovi magneti. Allo stesso tempo, si riconosce che alcuni materiali magnetici non possono essere recuperati e, quindi, deve essere attuato un processo di recupero alternativo, tra cui la lavorazione idrometallurgica e il recupero di sali fusi dello stesso NdFeB.

male per il recupero delle terre rare. SEPARAZIONE E CONCENTRAZIONE

Per l’individuazione e l’estrazione dei materiali magnetici è stato creato un sistema composito di sensori magnetici e ottici, completamente automatizzato; l’unità comprende un nastro trasportatore provvisto di un sistema ottico dotato di telecamere, lenti, illuminazione, oltre a un software

per l’acquisizione e analisi delle immagini. E’ stato sviluppato un prototipo di trasportatore dotato di un sistema a sensori magnetici, che sincronizza le misurazioni magnetiche con la rilevazione di immagini ottiche; dopo un’estesa sperimentazione, è stata sviluppata la versione finale, costituita da un sistema integrato che include rilevamento, trasporto, separazione e rimozione dei magneti a base di NdFeB dagli HDD. L’unità comprende: nastro di trasporto, tele-

SCELTA DEI TIPI DI RAEE

E’ stato studiato il contenuto di NdFeB presente nei magneti dei diversi tipi di raee, al fine di valutare quali flussi sono maggiormente adatti per il recupero delle terre rare. Sono stati considerati i drivers degli hard disk (HDD), lettori di CD/DVD, telefoni cellulari, altoparlanti e altri raee contenenti piccoli motori elettrici. Sono stati raccolti 350 campioni di magneti e le analisi condotte hanno dimostrato che il 90% di essi sono a base di NdFeB; e questi sono quelli più interessanti per il recupero delle terre rare, in quanto presentano concentrazioni di neodimio del 20-25%. In teoria, anche i magneti al samario ferro-cobalto (SmFeCo) potrebbero essere utilizzati, in quanto contengono circa il 25% di samario; tuttavia, i raee contenti questi magneti sono più difficili da trattare, per cui i magneti a base di SmFeCo non rappresentano, al momento, una scelta ottiHi-Tech Ambiente

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camera, magnetometro, eiettore non magnetico, manipolatore, sincronizzatore nastro di trasporto/manipolatore, pinza, sistema di taglio, espulsione di parti tagliate, scivoli e nastri di evacuazione, recinto di sicurezza, integrazione elettrica/elettronica. Questo sistema è in grado di identificare, smistare e separare unità HDD da 2,5” o 3,5”, a una velocità di 10 pezzi al minuto, pari a 105.600 HDD al mese Continua a pag. 27


La pressa verticale HSM V-Press 818 dalle dimensioni compatte

La logistica del riciclo CLS

Soluzioni innovative per ottimizzare la gestione dei rifiuti con focus su produttività, sicurezza, assistenza e consulenza Per l’industria della gestione dei rifiuti, CLS arricchisce le soluzioni green di compattamento e trasporto degli stessi con servizi volti ad ottimizzare l’operatività di questo settore, tenendo come punto cardine la sicurezza sul lavoro. Si tratta, infatti, di nuovi servizi legati a sicurezza, assistenza e consulenza. A tal proposito, i consulenti CLS affiancano i clienti sin dalle fasi iniziali, per analizzare le esigenze e capire quali sono i migliori processi da adottare al fine di realizzare sistemi di gestione dei rifiuti personalizzati e ad alto rendimento. I tecnici CLS progettano insieme ai clienti impianti modulari ed efficienti, che si contraddistinguono per un’elevata automazione. Al centro dei progetti viene posta la

produttività, nella movimentazione e nella produzione: CLS fornisce soluzioni che producono balle ideali per una saturazione in volume e peso dei mezzi di trasporto (oltre 27T di PET su un bilico). Il loro consumo energetico per tonnellata prodotta così come i tempi di carico sono i minimi di categoria. Per

quanto riguarda l’aspetto della sicurezza, efficienza e tranquillità sono condizioni imprescindibili per lavorare con macchine di grossa portata. Ecco quindi i sistemi “anticrushing” a trasponder per i nastri di carico di impianti di selezione e di presse, ed i sistema di anticollisione per carrelli elevatori Blaxtair, specializzato nel riconoscimento di persone ed ostacoli tramite l’ausilio di una videocamera intelligente. Le novità CLS prevedono anche la massima attenzione all’assistenza: di recente è stato collaudato i-TEC, un sistema di gestione dell'assistenza tecnica 4.0 che consente una riduzione dei fermi produttivi, implementa piani manutentivi dedicati, garantisce ricambi in 24h oltre che una tracciabilità «paperless».

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Nell’ambito dell’innovazione di prodotto, tra le proposte in movimento per il riciclo, sicuramente interessanti due presse del partner HSM, che consentono di compattare e distruggere ogni tipo di materiale di scarto: la HSM VK 5512, una pressa imballatrice a canale che comprime i materiali e li lega in balle in modo completamente automatico. Adatta per compattare materiali quali cartone, carta, pellicole di plastica, PET, HDPE e LDPE, è studiata per lavorare a carico continuo. E’ una soluzione altamente versatile per compattare con elevate prestazioni in termini di produttività e di rendimento energetico; la pressa verticale HSM V-Press 818 di dimensioni compatte, che consente di ridurre direttamente sul posto il volume del materiale da imballaggio fino al 95%. Caratterizzata da elevata flessibilità di applicazione e facilità di impiego è una pressa silenziosa ed innovativa, a basso consumo energetico e con elevata velocità di pressata. Altro partner di CLS è la Hyster, produttrice di carrelli elevatori. Studiato per ridurre l’impatto ambientale è il carrello termico Hyster Fortens H3.0FT con pinza per balle Cascade che, tra le varie caratteristiche, ha installata la modalità di risparmio carburante Eco-eLo, che lo rende molto efficienei in termini di consumo e rendimento del carburante. Inoltre l'impianto idraulico con tecnologia a rilevazione del carico "Load Sensing Hydraulic" (LSH), disponibile su richiesta, aumenta la produttività e limita il consumo di carburante, riducendo ulteriormente i costi complessivi di esercizio del carrello.


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Terre rare dai magneti (considerando 22 giorni lavorativi al mese per 8 ore/giorno). IL TRATTAMENTO CON IDROGENO

Poiché i trattamenti superficiali di nichelatura o rivestimento con alluminio ostacolerebbero i successivi stadi di riciclo, viene eseguito un trattamento con idrogeno (previa frantumazione dei magneti). Il risultato è che il NdFeB sinterizzato si frattura dando luogo a una polvere altamente friabile e la maggior parte del rivestimento di nichel si separa dai magneti sotto forma di scaglie sottili. PRODUZIONE DI NUOVI MAGNETI

Dopo la separazione della polvere e la separazione dai contaminanti, il materiale può essere impiegato per la produzione di nuovi magneti o di polimeri per il rivestimento dei magneti. Dopo la purificazione, la polvere viene caricata in forno sotto vuoto, dal quale si ottiene materiale degassato; da questo si producono magneti con proprietà paragonabili a quelle dei magneti prodotti con materie prime vergini. In alternativa ai magneti sinterizzati, possono essere prodotti magneti con leganti, per la cui produzione la polvere deve essere ulteriormente lavorata impiegando una fase ulteriore di idrogenazione, disproporzionazione, desorbimento e ricombinazione. RECUPERO DI NEODIMIO

Oltre che sui magneti sinterizzati, nel corso del progetto sono stati compiuti esperimenti di recupero su magneti formati con leganti, anche se il neodimio recuperato è risultato di qualità inferiore. Per questi magneti è necessario un trattamento iniziale di frantumazione; successivamente, viene eseguito un trattamento chimico di lisciviazione con acido cloridrico. Da questo si ottiene una soluzione compatibile con la seguente fase di trattamento idrometallurgico, che comprende estrazione acida, seguita da estrazione organica e una fase finale di strippag-

gio. La fase di strippaggio produce una soluzione di tre fasi, composta da solventi organici, un precipitato solido di neodimio e un flusso acquoso acido che può essere ulteriormente lavorato. Dopo il recupero del neodimio in forma solida mediante l’estrazione con solvente, esso può essere introdotto in una cella elettrochimica a sali fusi per il recupero del neodimio metallico. La scelta dei sali da usare viene effettuata in base ai dati di letteratura e modificata in base ai risultati della sperimentazione. Dopo aver determinato un intervallo di voltaggio in base a un’ampia gamma di diverse condizioni, viene applicato un voltaggio costante e la corrente viene monitorata per un certo periodo di tempo. La produzione di neodimio metallico viene calcolata in base alla densità della corrente e all’area del catodo; ciò può essere impiegato per determinare la capacità produttiva del processo su larga scala.

essere competitivi sul mercato rispetto ai magneti realizzati con boruro di ferro-neodimio “vergine”. Il progetto si è inoltre concentrato sul recupero di magneti a base di terre rare dai drivers degli hard disks, in quanto questi magneti sono facilmente estraibili dai drivers; dimostrare la convenienza economica del recupero di questi magneti potrebbe incoraggiare lo

ANALISI ECONOMICA

C’è una relazione generale tra la potenza massima dei magneti e il loro prezzo di vendita. Il progetto Remanence tende innanzitutto a competere sul mercato con i magneti al neodimio sinterizzato e i magneti formati con leganti, cioè fino al 200 $/kg per i primi e tra 100 e 150 $/kg per i secondi. L’analisi economica condotta ha mostrato che, anche con le inefficienze che attualmente persistono, il costo di produzione dei magneti riciclati consente ad essi di Hi-Tech Ambiente

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sviluppo di processi di recupero da altri tipi di raee. Infine, un altro punto chiave del progetto è lo sviluppo di un processo di separazione basato su un sistema automatizzato di sofisticati sensori: il sistema è già operativo, ed è in grado di trattare oltre 500.000 unità all’anno, e si prevede che possa essere ottimizzato fino a circa 1 milione di unità/anno con poche semplici migliorie.


La separazione al laser Tomra Sorting Recycling

Una selezionatrice d’efficienza superiore per ridurre ulteriormente i rifiuti conferiti in discarica Tomra Sorting Recycling ha di recente annunciato il lancio di una selezionatrice a sensori basata sulla tecnologia laser. Autosort Laser consente la separazione di vetro, pietre, metalli e plastica dai rifiuti urbani e industriali. Le sue funzionalità permettono di recuperare il materiale per frazionarlo ulteriormente, riducendo il peso totale dei rifiuti conferiti in discarica e i relativi costi. Non è tutto: la macchina contribuisce anche a creare nuovi flussi di ricavi recuperando altri prodotti rivendibili. La tecnologia di selezione laser è basata sulla serie più venduta di Tomra, la versatile Autosort a vicino infrarosso (NIR), un prodotto di grande successo, con oltre 4.000 unità installate nel mondo. Autosort Laser offre una potente combinazione di sensori capaci di individuare simultaneamente diverse ca-

ratteristiche dei materiali in un solo punto, per selezionare frazioni in modo più efficiente. Eccelle nella separazione di vetro sottile, spesso o opaco dagli rsu. Remondis, nel centro di Erftstadt in Germania, è il primo impianto ad avere installato questa unità. <<Con l’installazione di Autosort Laser - commenta Harry Amann, responsabile di stabilimento - il lavoro ne è risultato molto semplificato, i risparmi sono considerevoli e il prodotto in uscita è di qualità molto elevata. Naturalmente, ci aspettiamo di recuperare l’investimento effettuato in tempi molto rapidi>>. La macchina ha un sistema di fondo indipendente che assicura stabilità di selezione e rende possibile separare il vetro sottile, spesso o opaco dai polimeri trasparenti che vengono utilizzati sempre di più in

oggetti come siringhe, accendini, biberon e contenitori cosmetici. Autosort dispone, di serie, delle tecnologie brevettate Flying Beam e Fourline per una velocità elevata e una grande precisione. Grazie a una semplice interfaccia utente, gli operatori possono facilmente selezionare da una varietà di programmi di classificazione sullo schermo touch, mentre la funzionalità di calibrazione continua consente di monitorare e ottimizzare i risultati dei processi in tempo reale. Inoltre, Autosort Laser può essere facilmente integrata negli impianti grazie al suo design compatto e ingombro ridotto. Questa nuova selezionatrice ha una progettazione meccanica esclusiva, che rispetta i più elevati standard di sicurezza e semplifica la manutenzione. Il gruppo Tomra utilizza la tecnolo-

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gia laser nella sua gamma di sistemi per la selezione alimentare dal 1997. Questa tecnologia di classificazione, metodo di identificazione universalmente riconosciuto, è stata ora adattata e ulteriormente sviluppata in base alle necessità specifiche del settore del riciclo. <<Sono lieto di vedere il successo delle prime installazioni – afferma Peter Mentenich, senior product manager di Tomra Sorting Recycling - e il nuovo Autosort Laser nel nostro portafoglio prodotti. Assicura maggiore redditività ai nostri clienti e contribuisce a ridurre notevolmente il materiale che finisce nelle discariche. Un altro buon esempio del fatto che sostenibilità e attività commerciali non si escludono reciprocamente. Entrambe possono coesistere grazie alle innovazioni nella gestione dei rifiuti e nella tecnologia di riciclaggio>>.


PET pulito al riciclo Amut e CarbonLite

Una linea di lavaggio di bottiglie in plastica da balle di post consumo da quasi 6 ton/ora e un sistema di macinazione per ottenere scaglie e granuli Dallo scorso settembre è attivo a Dallas, in Texas, un nuovo impianto di riciclaggio di rifiuti di plastica della CarbonLite, dotato di una linea di lavaggio siglata Amut, che rappresenta una tecnologia d’avanguardia nel suo genere ed è la seconda di queste dimensioni ad essere installata negli Usa, in grado cioè di processare più di 5.500 kg/ora di PET di altissima qualità proveniente da balle di post consumo. Questo impianto conta un’area di più di 23.000 mq, processa circa 46.000 ton/anno di bottiglie di plastica (il sito di Dallas farà così raddoppiare all’azienda la produzione annuale di PET ad uso alimentare) e permette la trasformazione di bottiglie di plastica post consumo di PET in resina, scaglie e granuli che possono essere riutilizzati per produrre nuove bottiglie e altri prodotti sostenibili. <<La CarbonLite ha una pluriennale esperienza in questo campo dice Anthony Georges, presidente di Amut North America - e ha scelto Amut come principale fornitore per l’impianto di Dallas

proprio per fronteggiare le nuove sfide che il mercato sempre propone. Abbiamo incluso oltre all’unità di prelavaggio delle bottiglie anche il nostro brevettato De-Labeller che si è aggiudicato nel 2017 il prestigioso Plastic Recycling Innovation Award promosso dalla APR-Association of Plastic Recyclers>>. <<Quando si trattano balle di bottiglie miste si devono rilevare e rimuovere i contenitori di non-PET – prosegue Georges – e i colorati prima del loro ingresso nel processo di lavaggio finale. Utilizzando

un’unità doppio stadio, effettuiamo con il primo De-Labeller un’azione di pulizia a secco per rimuovere la maggior parte delle etichette retraibili, mentre con il secondo svolgiamo un’azione di prelavaggio ad acqua sulle bottiglie intere per ridurre gli effetti antiusura delle lame dei mulini. La nostra tecnologia reimpiega nel ciclo, dopo averla filtrata, l’acqua usata durante il processo di lavaggio delle scaglie, riducendo così i consumi di acqua pulita ma garantendo allo stesso tempo una massima eliminazione dello sporco e dei residui

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di etichette rimasti>>. Punto cruciale della tecnologia Amut è che le bottiglie rimangono intatte attraverso il processo di lavaggio e non vengono minimamente danneggiate, facilitando così l’azione di smistamento del non-PET e del colorato dal PET trasparente. Le bottiglie di PET trasparente proseguiranno quindi il percorso per la successiva fase di lavaggio. La fornitura Amut include anche il sistema di macinazione per trasformare le bottiglie in scaglie, insieme alla coppia di friction washer (brevettati) e alle due macchine di ultima generazione che effettuano una separazione per flottazione e che permettono di catturare i tappi. Anche quest’ultimi, una volta isolati, potranno essere successivamente valorizzati. L’intero processo è studiato per incrementare la qualità delle scaglie PET trasparente per soddisfare gli esigenti requisiti delle applicazioni bottle-to-bottle, ottimizzando il valore di ogni balla e riducendo i costi di funzionamento, il consumo di acqua, di energia e di detergenti.


BIOMASSE & BIOgAS B I O M A S S A

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B I O g A S

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B I O M E TA N O

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C O g E N E R A z I O N E

L’impianto bi-stadio per biogas Brevetto Enea e Crea

Volumi del digestore minori, costi di realizzazione ridotti, maggiori rese e migliore qualità Più performanti di circa il 20% e di dimensioni ridotte rispetto agli impianti tradizionali e più facili da gestire, ma anche in grado di schiudere nuove frontiere per la produzione di bioenergie, con la possibilità di utilizzare biomasse come siero di latte e scotta, poco congeniali ai digestori conven-

zionali. Queste le principali caratteristiche degli impianti a biogas bistadio per la produzione di idrogeno e biometano. La prima struttura di questo tipo costruita in Europa è stata inaugurata a Soliera, in provincia di Modena, nel 2017.

Realizzato dalla start up Biogas Italia, licenziataria e sviluppatrice del brevetto del procedimento di digestione bi-stadio, depositato da Enea e dal Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), l’impianto emiliano è frutto di una vincente sinergia tra pubblico e pri-

Pastazzo di agrumi Hi-Tech Ambiente

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vato. Il programma prevede ora di realizzare tra i cinque e i dieci nuovi impianti l’anno e contemporaneamente riconvertire quelli esistenti. LA TECNOLOGIA BI-STADIO

Il processo che si verifica nell’impianto bi-stadio separa le fasi biologiche della digestione anaerobica e permette una più veloce degradazione della biomassa. All’interno dei digestori si osserva un aumento della produzione di idrogeno nel primo stadio del processo e della produzione di biometano alla fine del ciclo. Grazie ai tempi ridotti di digestione della biomassa, l’impianto bi-stadio necessita di cubature inferiori e costi di realizzazione più contenuti rispetto agli impianti tradizionali. Infine, biomasse come siero di latte, scotta, sansa di olive e pastazzo di agrumi, possono essere usate senza i problemi di stabilità biologica di solito riscontrati nei sistemi tradizionali, facendole rientrare in un ciclo virtuoso di riutilizzo. <<Più nel dettaglio – spiega Claudio Giurin, responsabile commerciale e R&S di Biogas Italia – si ha un primo stadio durante il quale il substrato organico viene idrolizzato e in cui con-


temporaneamente avviene la fase acida che rilascia idrogeno, e un secondo stadio dove si produce il metano>>. La principale innovazione sta proprio qui: l’idrogeno biatomico prodotto (H2) viene fatto ricircolare nel secondo fermentatore e si miscela con il biogas. Questo permette di attivare una reazione che fa legare l’idrogeno all’anidride carbonica (CO2) del biogas producendo metano (CH4) più ossigeno (O2). In sostanza si va ad arricchire il Siero di latte

biogas di metano, facilitando il successivo processo di upgrading, perché avendo più metano si deve estrarre meno anidride carbonica. Il miglioramento delle prestazioni si può stimare tra il 15 e il 20%, anche se in laboratorio si è arrivati al 25-30%. Oppure, l’idrogeno può essere utilizzato nelle celle a combustibile o venduto come gas tecnico. <<Altra caratteristica peculiare di questo impianto – sottolinea Giurin – è la possibilità di valorizzare tutte le biomasse con pH acido, che invece negli impianti tradi-

zionali sono impiegate solo in minima parte perché creano problemi nella digestione aerobica. Nell’impianto bi-stadio si possono invece utilizzare senza problemi>>. Questo è importante perché il nuovo decreto sul biometano dovrebbe prevedere un utilizzo di almeno il 70% di sottoprodotti per la produzione di bioenergia. UN POTENZIALE DA SVILUPPARE

Oltre ad avere fermentatori più

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piccoli, costare meno e produrre di più, i nuovi impianti permettono monitoraggio e controllo dei parametri di processo sul primo reattore e un intervento tempestivo in caso di problemi, oltre alla produzione continua di metano nel secondo reattore. Il controllo e il mantenimento delle condizioni termiche e operative è facilitato rispetto alle strutture realizzate finora. Questo permette di incrementare la stabilità del processo e un risparmio sui costi energetici. Il sistema è flessibile, capace di adattarsi al tipo di biomasse introdotte. I tempi di ripresa produttiva in caso di shock biologico sono ridotti. Unico inconveniente del nuovo sistema è la fase di avviamento, che necessita di 80-90 giorni, contro i 20-60 degli impianti convenzionali. Come noto, i circa 1.400 impianti a biogas oggi attivi in Italia hanno il problema dell’approvvigionamento di materia prima e la nuova tecnologia bi-stadio può aiutare a minimizzare questo aContinua a pag. 32


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L’impianto bi-stadio per biogas spetto. <<Lo stadio successivo sarà l’utilizzo del trinciato di mais – afferma Giurin – utilizzando una minor quantità di materia nell’ordine del 10-15% rispetto agli impianti tradizionali per produrre la stessa quantità di energia. Entro due anni vogliamo completare la sperimentazione che prevede la riconversione degli impianti esistenti>>. L’impianto di Soliera ha una potenza di 100 kW, in quanto serve da test, ma per essere economicamente conveniente la dimensione

che ha beneficiato di un finanziamento di Invitalia, e l’azienda agricola Lugli, che ha ceduto in comodato d’uso il terreno e che fornisce la materia prima per l’alimentazione dell’impianto e partecipa alla gestione. Un concetto sottolineato anche da Vito Pignatelli, responsabile del laboratorio Biomasse e Biotecnologie per l’Energia di Enea, secondo cui: <<La realizzazione dell’impianto è un ottimo esempio dei risultati che si possono ottenere dalla collaborazione tra mondo della ricerca e mondo dell’impresa>>. <<Biogas e biometano – aggiunge Piero Gattoni, presidente del CIB – si confermano risorse fondamentali nel bilanciamento delle

Sansa di olive

minima è di 300 kW o 200 mc di metano equivalente. PUBBLICO E PRIVATO, BINOMIO VINCENTE

Oltre che per l’elevato contenuto tecnologico la realizzazione della struttura modenese si distingue anche per il circuito virtuoso innescato tra i soggetti coinvolti in ambito pubblico (Enea e Crea) e privato: la start-up Biogas Italia,

rinnovabili all’interno di una strategia di progressiva decarbonizzazione del sistema energetico nazionale. Il nostro biogas/biometano è italiano al 100% perché nasce dai sottoprodotti dell’agricoltura e della zootecnia italiana: è programmabile, flessibile e capace di valorizzare il settore primario. Col giusto supporto del legislatore il comparto potrà offrire un contributo importante allo sviluppo del Paese>>.


BIOVALENE

I superbatteri per la lignina Nella digestione della biomassa il principale problema è rappresentato dalla disgregazione della lignina. Riuscire a massimizzare questo passaggio significherebbe ottimizzare la produzione di biogas da parte delle centrali, permettendo un drastico abbassamento dei costi di produzione e un contemporaneo innalzamento dei livelli qualitativi per questo comparto energetico. Allo scopo sta lavorando Biovalene, una start-up attiva nella ricerca biotecnologica, che sta mappando i ceppi batterici presenti in 50 centrali a biomasse, al fine di selezionare i più performanti nella decomposizione della lignina. Ma non solo, l’azienda sta anche sta studiando una fase di pre-digestione per rendere la lignina più adatta all’azione dei batteri. La lignina, infatti, caratterizza la maggior parte degli scarti che alimentano le centrali, sebbene sia difficilmente digerita. <<La mappatura ci serve innanzitutto per capire “chi-fa-cosa” – spiega Fabio Messinese, amministratore delegato di Biovalene – e grazie alle ricerche sul campo abbiamo già selezionato ceppi specifici e addestrati a una maggiore produzione di metano. Adesso stiamo lavorando sulla loro caratterizzazione genetica per rendere permanenti le loro capacità e renderli riconoscibili attraverso una loro identificazione specifica >>. Ad oggi l’azienda ha già selezionato un inoculo altamente produttivo, ma l’obiettivo è quello di standardizzare i processi per renderli adottabili da tutte le centrali. <<Stiamo lavorando su due fronti paralleli - aggiunge Messinese da una parte la mappatura per individuare, nominare e potenziare i ceppi batterici presenti, contribuendo a definire scientificamente e tecnologicamente i processi attivabili nei digestori. Dall’altra, l’individuazione dei processi che invece contribuiscono alla disgregazione della lignina in elementi assimilabili dai batteri. Tutto questo darà un apporto inaspettato a

tutto il comparto, proiettando la ricerca e la tecnologia italiana all’avanguardia internazionale del settore>>.

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In primavera è partita la costruzione del nuovo impianto di trattamento dell’organico di Geofor, l’azienda di gestione rifiuti della provincia di Pisa. La costruzione dell’impianto, primo di questo genere in Toscana, si è resa indispensabile visto l’aumentare della raccolta differenziata locale, che necessita di strutture in grado di ricevere e lavorare il rifiuto differenziato di 24 Comuni. Costruito dalla Biotec Sistemi, sorgerà su una superficie di 13.000 mq nell’attuale piattaforma tecnologica di trattamento rifiuti, e andrà a sostituire l’attuale impianto aerobico di compostaggio da 21.000 ton/anno. Quando sarà a regime, nella primavera 2019, il nuovo impianto potrà trattare circa 44.000 ton/anno di forsu e 7.000 ton/anno di rifiuti verdi (sfalci e potature). Sarà articolato, infatti, in una sezione di pretrattamento della forsu con tecnologia BTA, una sezione di digestione anaerobica per la produzione di biogas ed una sezione di compostaggio aerobico che produrrà compost di qualità utilizzabile in agricoltura come fertilizzante.

Tanto organico... tanto biogas Energia e compost

E’ in costruzione il primo impianto in Toscana di valorizzazione della forsu, già pensato per rendere possibile un suo futuro raddoppio

L’IMPIANTO

Un’area di stoccaggio ospiterà la forsu in ingresso, che in tempi brevi passerà alla sezione di pretrattamento idromeccanico costituita da due idropolpatori (o BTA Waste Pulper) e tre ciclonatori (o BTA Grid Removal System), tutti a funzionamento ciclico. Dagli idropolpatori (da 30 mc cad.), grazie a forze di taglio e separazione per densità dei materiali, si otterranno tre flussi: frazione organica del rifiuto che si trasforma in una polpa omogenea; frazione leggera, costituita prevalentemente da plastiche, legno e tessuti; frazione pesante dove si ha la concentrazione di inerti, vetro, metallo ed altri materiali con elevato peso specifico. Il passaggio successivo nei separatori idrodinamici consentirà di allontanare dall'organico anche le frazioni più fini. Tutte le frazioni di scarto, comunque, prima della loro rimozione subiranno numerosi cicli di lavaggio che assicureranno il recupero del materiale organico adeso ai materiali, rendendo massima l'efficienza del trattamento. La frazione leggera verrà a questo punto disidratata in una coclea, mentre

la frazione leggera passerà in una pressa per essere compattata e disidratata. La sospensione organica di risulta, invece, con un contenuto di organico prossimo al 99%, verrà accumulata giornalmente in un serbatoio polmone da 1.000 mc (alto 13 m e largo 10,2 m) e andrà ad alimentare in modo continuo (ciò anche quando la sezione di Hi-Tech Ambiente

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selezione a umido non è operativa) due digestori anaerobici da 4.000 mc cad. (alti 18,5 m e larghi 17 m), dove si produrrà biogas (4,6 mln Nmc/anno e portata oraria di 530 Nmc). Con contenuto in metano del 62%. Per evitare fenomeni di sedimentazione e per ottimizzare l’attività batteria, i digestori saranno provvisti di un sistema di miscelazione con insufflazione tramite un sistema di lance dello stesso biogas compresso. Il biogas così prodotto, una volta desolforato, andrà ad alimentare un cogeneratore in container inso-

norizzato da 1.487 kWel, con produzione di circa 11.000 MWh/anno di energia elettrica e circa 7.200 MWh/anno di energia termica. L’energia elettrica generata, al netto degli autoconsumi dell’impianto, verrà ceduta alla rete elettrica nazionale, soddisfacendo il fabbisogno di circa 10.000 abitanti. Il digestato di risulta, invece, verrà disidratato grazie a due centrifughe e addizionato al verde urbano per la produzione di ammendante compostato misto (7.285 ton/anno).

L’impianto di compostaggio (o di biossidazione accelerata) sarà costituito da 6 celle con insufflaggio d’aria dal basso in cui il compost grezzo soggiornerà 25 giorni ed una sezione di maturazione per ulteriori 25 giorni a cui seguirà una fase di vagliatura per arrivare a compost di qualità, stabile e maturo.

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L’intera struttura impiantistica lavorerà in depressurizzazione e quindi in assenza di cattivi odori. Peraltro, l’aria esausta sarà trattata in uno scabber+biofiltro. Per quanto riguarda, invece, le acque, la maggior parte sarà rimessa in circolo e quella in eccesso sarà inviata al vicino depuratore della Valdera Acque.


energia Latteria Montello, famosa per i suoi formaggi freschi a marchio “Nonno Nanni”, rappresenta un’azienda capace di coniugare l’arte dei caseifici tradizionali tipica della Marca Trevigiana, alle più avanzate tecnologie, sia per quanto riguarda la filiera produttiva, sia per l’efficienza energetica. Una significativa dimostrazione viene dalla scelta di dotarsi di un cogeneratore alimentato a gas naturale con il quale ottenere contemporaneamente energia elettrica ed energia termica, il tutto con un consistente risparmio nei consumi e una sensibile riduzione di CO 2 immessa nell’ambiente, rispetto ad un classico sistema di produzione di energia elettrica (quale, per esempio, un gruppo elettrogeno privo di apparecchiature per il recupero dell’energia termica dei fumi). Presso la Latteria Montello è stato installato un impianto di cogenerazione in package modulare alloggiato in container, che ha una potenza nominale a pieno carico pari a 1.063 kWe e una potenza termica cogenerata pari a 1.154kWt. Nello specifico 661 kWt provengono dal recupero termico in acqua calda, mediante scambiatore di disaccoppiamento sul circuito di raffreddamento del blocco motore, mentre 493 kWt provengono dal recupero termico dai gas di scarico mediante caldaia a tubi di fumo per la produzione di vapore a 10 bar. L’energia elettrica è interamente autoconsumata dallo stabilimento, con controllo del generatore in modalità “scambio zero” per evitare cessione di energia in rete. Analogamente, tutta l’energia ter-

La cogenerazione in latteria In package, modulare e in container

La tradizione casearia incontra le nuove tecnologie per raggiungere un’elevata efficienza energetica mica prodotta è valorizzata all’interno del sito produttivo: il vapore è utilizzato nel processo di produzione caseario, mentre l’acqua calda è ceduta a tre differenti utenze termiche per: preriscaldo circuito condense, prima dell’immissione nelle caldaie vapore; riscaldamento dello stabilimento e degli ambienti produttivi; produzione di acqua calda sanitaria. L’impianto è stato installato e reso operativo in pochi mesi dal momento dell’approvazione del piano di fattibilità. L’installazione si è svolta cercando di mantenere il più possibile attivo e senza rallentamenti il flusso produttivo dello stabilimento. Le scelte tecnologiche adottate

hanno consentito di ottenere elevati rendimenti in tutti i parametri operativi, riducendo notevolmente l'immissione di CO2 in ambiente rispetto ad un classico sistema di produzione di energia elettrica (quale, per esempio, un gruppo elettrogeno privo di apparecchiature per il recupero dell’energia termica dei fumi). Per il contenimento delle emissioni inquinanti il cogeneratore si avvale di differenti tecnologie considerate le migliori disponibili. La prima riguarda la prevenzione della formazione di sostanze inquinanti mediante un’accurata regolazione della carburazione del motore, una seconda consente l’abbattimento del monossi-

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do di carbonio, generato durante la combustione, mediante catalizzatore ossidante. E’ stato necessario anche progettare ad hoc le interconnessioni con le linee di distribuzione esistenti nello stabilimento, al fine di garantire una perfetta sinergia con le tecnologie già in essere. L’utilizzo dell'impianto è pari a 4.500 h/anno, con recupero termico del 100% sul circuito acqua calda alimentato col calore derivante dal raffreddamento camicie, olio ed intercooler ed un utilizzo pari al 100% del calore generato dalla caldaia alimentata dai gas di scarico. Il rendimento complessivo dell’impianto supera l’82%.


L’eco-cogenerazione compatta 2g Energy

Due novità: catalizzatore SCR per contenere le emissioni di NOx e capsula acustica outdoor minimale 2G Energy, produttore di sistemi di cogenerazione, presenta due importanti novità: il catalizzatore SCR per la serie Agenitor per essere conformi alla norma TA Luft (istruzioni tecniche per il controllo della qualità dell’aria) e la capsula acustica outdoor per ottimizzare il trasporto, anche all’interno di container standard. Il Ministero Federale per l’Ambiente tedesco con questa norma vuole fissare dei valori limite più bassi per gli ossidi di azoto. Per essere rispondenti, 2G ha realizzato il catalizzatore SCR che, grazie a processi di riduzione catalitica selettivi con l’iniezione di una soluzione di urea, conosciuta come AdBlue, permette di abbassarli notevolmente. Questa novità è disponibile per la serie Agenitor che, con una potenza installata di oltre 10.000 kW è uno dei prodotti di punta dell’azienda. Il concept del motore si basa su una “combustione magra”, ovvero il motore utilizza 1,8 volte l‘aria che sarebbe necessaria per la combustione della miscela di gas. I moduli di cogenerazione della serie Agenitor, con un valore del 42,5%, hanno un‘efficienza elettrica elevata e sono adatti in particolare sia per applicazioni in cui si punta all‘autoalimentazione e sia in quelle occasioni in cui la partecipazione al mercato dell‘energia beneficerebbe di una abbondante produzione energetica. <<L’inasprimento dei valori limite di NOx previsti dalla normativa TA Luft non ci ha colti impreparati - dichiara Christian Manca, CEO di 2G Italia - ma, grazie alla nostra

esperienza e alle risorse che destiniamo costantemente a R&D, abbiamo realizzato questa soluzione per essere conformi a questi limiti che sono notevolmente più stringenti>>. La nuova capsula acustica outdoor compatta è stata realizzata, invece, per ottimizzare i costi di trasporto e per essere pronta immediatamente per il collegamento. Non sono più necessari contenitori speciali, ma può essere spedita oltreoceano e verso altri mercati esteri in modalità ottimizzata per il trasporto all‘interno di container standard. Più piccola rispetto alle soluzioni per container 2G, con 65dB(A) a una distanza di 10 metri, ha inoltre un ottimo grado di insonorizzazione. In questa nuova soluzione, inoltre, il cogeneratore è premontato e pronto per l‘installazione e può essere facilmente installato, collegato e messo in funzione direttamente in loco.

LA GALLERIA ENERGETICA Enertun è il primo concio energetico italiano, ossia una struttura prefabbricata in calcestruzzo ottimizzata per lo scambio termico nel sottosuolo sfruttando l’energia geotermica. In pratica, il concio, che riveste i tunnel della metropolitana, è equipaggiato con condotte che trasportano liquidi termovettori per lo scambio termico: il fluido, sfruttando il principio della geotermia, scambia il calore con il

terreno circostante e lo trasporta in superficie. Questa tecnologia, con cui si può ottenere calore in inverno e fresco d’estate, è un brevetto del

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Politecnico di Torino ed è stata installata a scopo sperimentale nella tratta Lingotto-Bengasi, della linea 1 della metropolitana della città della Mole in fase di costruzione. In questo modo non solo si utilizza un'infrastruttura che sarebbe comunque realizzata, senza dover fare appositi scavi, ma si trasformano le gallerie in grandi scambiatore di calore per realizzare sistemi di condizionamento e riscaldamento degli edifici in superficie e per produrre acqua calda.


macchine & strumentazione

Il monitoraggio in continuo dei tensioattivi Stessa affidabilità di un laboratorio

Un sistema di analisi automatico multiparametrico che si avvale della tecnica colorimetrica ingegnerizzata in campo I tensioattivi sono il principale costituente dei detersivi e dei prodotti detergenti in genere; solo in Europa, il loro consumo è stimato in oltre 1,5 milioni di tonnellate, con un rilevante impatto ambientale. L’inquinamento da tensioattivi riguarda sia le falde acquifere, sia le acque superficiali, ma anche il suolo e l’aria delle zone litoranee interessate dagli scarichi industriali e domestici. I tensioattivi anionici di prima generazione, che non erano biodegradabili, si accumulavano

sulla superficie dei corsi d’acqua, formando una coltre di schiuma che impediva l’ossigenazione dell’acqua e quindi ostacolava le attività biologiche; i tensioattivi biodegradabili di nuova generazione, invece, non formano schiume, ma sono comunque tossici per gli organismi acquatici. Per questi motivi, il loro contenuto nelle acque reflue deve essere attentamente controllato. Esistono diversi metodi di laboratorio, tutti però soggetti a interferenze e soprattutto non adatti a fornire i dati

in tempo reale, in modo da poter intervenire prontamente sull’impianto di depurazione. Già nel 2001 la Tecnova HT ha messo in commercio un sistema di analisi automatico multiparametrico, denominato Hydronova 2010, che effettua il monitoraggio simultaneo e in continuo dei tensioattivi ionici (anionici e cationici) e di altri parametri, come ammoniaca, cloruri ecc. Questo sistema si avvale della tecnica di analisi colorimetrica, ingegnerizzata in campo con l’ausilio

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di un brevetto internazionale, che consente di ottenere la stessa affidabilità di un laboratorio di analisi tradizionale, unita alla possibilità di analizzare simultaneamente tre parametri diversi o tre punti di captazione diversi. L’applicabilità di questa apparecchiatura è stata recentemente estesa all’analisi dei tensioattivi non ionici, largamente utilizzati nei prodotti per l’igiene personale. Grazie ai feedback da installazioni in campo in diverse unità di trattamento fan-


ghi, è stato dimostrato che il sistema Hydronova 2010 ha la stessa sensibilità e affidabilità analitica del corrispondente metodo manuale. Il sistema Hydronova 2010 è costituito da una cella fotometrica, alimentata da un sistema idraulico, dotata di una sorgente monocromatica a LED come rivelatore fotometrico; essa effettua l’analisi dei tensioattivi mediante un sistema bifasico (acqua/cloroformio, acqua/diclorometano) in continuo, a intervalli di tempo programmati di 8 ore, che permette di eliminare tutte le interferenze di torbidità e di altre specie chimiche interferenti. Il sistema determina inoltre il COD (domanda chimica di ossigeno) mediante ossidazione chimica e successiva misura colorimetrica. La lettura integrata delle tre misure consente di ottimizzare la gestione dell’impianto di depurazione e impedisce lo scarico accidentale di acque inquinate. PRINCIPI DI MISURA

Per quanto riguarda i tensioattivi non ionici, essi vengono determinati dal sistema attraverso la misura fotometrica delle sostanze attive al TBPE-AS (sostanze attive al tetrabromo phenolftalein-etil-estere) eseguita sulla fase diclorometanica, alla lunghezza d’onda di 609 nm. Quanto invece ai tensioattivi anionici, determinati come sostanze attive al MB-AS (sostanze attive al blu di metilene), vengono rilevati fotometricamente, dopo estrazione in fase cloroformica, alla lunghezza d’onda di 650 nm. Nello stesso monitor fotometrico è stato inserito un terzo canale per la determinazione del COD, che rappresenta il dato di riferimento mi-

gliore per valutare il carico complessivo degli inquinanti organici provenienti dagli impianti di produzione dei tensioattivi. La misurazione viene effettuata in base all’intensità dello sviluppo della colorazione del cromo trivalente (verde), eseguita direttamente sulla fase acquosa a 639 nm, risultante dalla riduzione del cromo esavalente (giallo) per opera delle sostanze ossidabili contenute nel campione. Il sistema fornisce un riscontro immediato, che consente di condurre correttamente le diverse fasi di trattamento presenti nell’impianto di depurazione: grazie alla predisposizione di diversi punti di prelievo del campione lungo la filiera di trattamento, è possibile valutare l’efficacia della rimozione degli inquinanti in ciascuna sezione, individuando l’anello debole del processo di depurazione. Mentre le procedure di controllo tradizionali prevedono

complesse procedure di estrazione dei campioni e successive analisi in laboratorio, con tempi di risposta piuttosto lunghi, il processo analitico Hydronova consente di effettuare in un unico reattore tutte le fasi di analisi (campionamento, aggiunta di reagenti, estrazione della fase organica e lettura fotometrica) riducendo i tempi della risposta analitica a un massimo di 20-30 min. Quando l’unità di monitoraggio registra concentrazioni superiori ai valori di legge, i reflui vengono dirottati automaticamente in un deposito di stoccaggio provvisorio, per poi essere ricircolati in testa all’impianto di trattamento. I VANTAGGI DEL MONITORAGGIO IN CONTINUO

Il sistema Hydronova è stato sperimentato per tre anni presso l’im-

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pianto di depurazione di un’azienda produttrice di tensioattivi per l’igiene personale; in base ai dati ricavati dalla sperimentazione, sono state tratte le seguenti valutazioni: - la selezione dei materiali e della dotazione strumentale, frutto di tre anni di attività, assicura il funzionamento in continuo del sistema - il processo analitico può essere eseguito tramite la cinetica di reazione, che consente di stabilire il punto esatto della curva in cui effettuare la lettura analitica, in base alle caratteristiche del campione in esame, con tempi molto inferiori rispetto ai metodi tradizionali - la stabilità della taratura strumentale risulta verificata tramite QC (Quality Control) con cadenza strumentale, senza necessità di interventi intermedi - l’intervento umano è minimo, limitato all’integrazione dei reagenti (che viene effettuata una volta la mese) - è possibile visionare i dati sia sul posto che in rete. Come già detto, il sistema di monitoraggio consente inoltre di evitare scarichi accidentali non conformi e, se integrato nell’impianto di depurazione, rende possibile valutare il rendimento di rimozione di ciascuna sezione di trattamento, evidenziando eventuali malfunzionamenti. In base ai dati riscontrati, può quindi rappresentare un’ottima scelta per la corretta gestione dell’impianto, contenendo i costi derivanti dall’intervento del personale e automatizzando il ricircolo degli scarichi fuori norma.


I maceratori di solidi fibrosi Seepex

Tagliano e sminuzzano per evitare l’intasamento delle tubature o il danneggiamento delle pompe Mantenere elevati standard di affidabilità e durabilità delle macchine è l’esigenza primaria dei moderni impianti di trattamento acque reflue. Spesso, però, la qualità e la concentrazione dei fanghi cambiano repentinamente e questo fattore influisce su numerosi dispositivi, quali ad esempio le pompe di trasferimento. I maceratori Seepex tagliano e sminuzzano i materiali solidi e fibrosi contenuti nel prodotto al fine di consentirne la movimentazione senza intasare tubature o danneggiare pompe ed altri strumenti di lavoro; in questo modo si minimizzano i tempi di inattività, si migliorano gli standard di sicurezza e si riducono i costi di riparazione e di gestione, a fronte di una potenza richiesta esigua. Un

ulteriore vantaggio si evidenzia, infine, nel miglioramento dell’intero processo di disidratazione. Questi maceratori trovano impiego non solamente nel campo delle acque reflue civili e industriali, ma anche in una moltitudine di altri settori industriali, ad esempio la produzione di biogas. La sezione di taglio è realizzata in acciaio per utensili, indurito e resistente all’usura, con fori di diversa forma, dimensione e numero. Un coltello ruota su una piastra di taglio stazionaria e riduce le dimensioni dei solidi trattenuti nel prodotto mediante un processo di taglio. Come optional sono disponibili varie versioni della piastra di taglio per ottimizzare il processo di triturazione.

La dimensione, la forma e il numero di fori e fessure determina la dimensione della particella e la portata, da un minimo di 2 fino a un massimo di 150 mc/h. Sono disponibili 10 versioni standard, nonché altre versioni personalizzate: la serie “I” viene fornita per installazione in linea con allacciamento diretto a una pompa Seepex o di altra tipologia/fornitore, consentendo di alimentare il prodotto da tre diverse direzioni. La serie “U” prevede invece un separatore di sostanze solide pesanti e può essere utilizzata nelle applicazioni che trattano prodotti corrosivi o alimentari. La manutenzione è infine semplice grazie alla possibilità di sostituire con facilità l’intera cartuccia della testa di taglio.

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DEPURTECNO L’usato proposto da Depurtecno è rappresentato da un demineralizzatore da 5 mc/ora, completo di prefiltrazione, filtri a sabbia duplex e doppia pompa di alimentazione con inverter. A corredo, serbatoi in vetroresina per acido cloridrico e soda caustica. Visibile presso la sede aziendale, l’impianto è completo di manuali di istruzione, ha 3.000 ore di lavoro, è del 2011 ed è destinato alla produzione di acqua demineralizzata per caldaie a vapore. Funzionamento: l’acqua grezza entra nell’impianto grazie alle pompe a inverter, che regolano la portata in base alla pressione impostata sulla mandata, in questo modo l’impianto opera sempre alla stessa pressione d’esercizio. Il primo stadio di depurazione è costituito da una coppia di filtri a quarzite duplex. Ciascun filtro è riempito con tre strati filtranti a granulometria differenziata. Il sistema garantisce che uno dei due sia sempre disponibile per filtrare l’acqua in ingresso. Lo scambio tra il filtro in produzione e quello in attesa avviene al raggiungimento del valore di differen-

Mulino trituratore, mulino macinatore e pressa per imballo sono le tre proposte di Aiko Italia. Per quanto riguarda il trituratore, la proposta prevede un trituratore Caravaggi modello Triro 120 del 2012 in condizioni ottime e con velocità albero alimentazione 5/10 rpm, velocità albero macinazione 13/25, apertura di carico 1080x830 mm. Interessante anche la linea completa di triturazione, costituita da: granulatore CMG S100 con aspirazione e nastro, granulatore monolabero Rapid SH, deferizzatore, trituratore bialbero Satrind con nastro e compressore Atlas Copco GA11P. Il mulino macinatore, invece, è specifico per il trattamento delle plastiche provenienti dai cavi elettrici. Di ottime condizioni, la macchina, del 2007 e con capacità di 900/1100 kg, è completa di: nastro dosatore con tramoggia, turbo modello 625/2, Roby 71/V Digit, trasportatore a molla TM80, trasportatore a vite TV150, impianto di trasporto da prevaglio a doppio big bag, impianto di trasporto da vaglio sopra 3 e 2 mm a doppio porta big bag, impianto di trasporto da vaglio sotto 3

mm e sopra 2 mm a doppio porta big bag, vaglio diametro 1500 tipo MR 60C 8-8-8/P/C con rete 3 e 2 mm, separatore tipo MR 60, impianto di aspirazione da ciclone di aspirazione separatore a doppio big bag, separatore, quadro elettrico per impianto polverizzatore turbo 625/2. Ottime condizioni anche per le due presse da imballo: marca Ompi del 2006, revisionata a nuovo, per balle da 70x90; marca Tullis, potenza HP 7,5, dimensioni balle da 70x100x150 (h).

www.aikoitalia.com

ELETTROMECCANICA MANFREDINI za di pressione tra ingresso ed uscita del filtro. L’acqua in uscita dal filtro a quarzite attraversa un filtro autopulente, un filtro finitore e uno sterilizzatore UV (per eliminare la carica batterica), poi entrare nel secondo stadio di depurazione, costituito da due colonne con resina a scambio ionico, la prima di tipo cationico, la seconda di tipo anionico. L’acqua in arrivo dallo sterilizzatore UV entra nella colonna cationica e successivamente in quella anionica. Il processo di demineralizzazione continua interrottamente fino ad esaurimento per potere scambiatore delle resine. Il degrado dell’efficienza di demineralizzazione viene costantemente misurato dallo strumento misuratore di conducibilità. Al raggiungimento della soglia di conducibilità impostata si arresta automaticamente la produzione e le colonne iniziano le sequenze di rigenerazione delle resine. Durante la sequenza di rigenerazione delle resine l’impianto è fermo e non produce acqua demineralizzata.

www.depurtecno.com

Diverse le proposte usate di Elettromeccanica Manfredini, a cominciare da un Mixer Flygt 4650 completo di cavo e perfettamente funzionante. Si tratta di un mixer sommerso in cui il motore sommergibile, le tenute, il mozzo e la parte idraulica sono combinati in modo da formare un’unità compatta in una costruzione modulare. Grazie al suo particolare design, consente un alto rendimento idraulico che si traduce in notevole risparmio di energia. Il motore, inoltre, è adatto per servizio gravoso e continuo, idoneo per impiego in liquidi fino a 90 °C, utilizzabile in ambienti dove venga richiesta la protezione antideflagrante e installabile anche a vasca piena. In ottimo stato e perfettamente funzionanti anche: un’elettropompa aeratrice ABS AFP completa di cavo; un gruppo elettrogeno 400 kW completo di motore Volvo TAD 1242GE 387 kW, alternatore Marelli MJB 315 MA4, serbatoio da 120 litri e quadro elettrico; cinque elettropompe sommergibili di varie potenze: 5,2 kW, 20 kW Poli 2 per acqua pulita, adatte per bonifiche,

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cantieri, laghi e dighe; sette elettropompe sommergibili di varie potenze: 3,1 kW, 13,5 kW Poli 4 per acqua sporca, adatte per fognature, depuratori e sottopassi stradali; un mixer 1,5 kW Poli 8 e uno 5 kW Poli 12, entrambi per vasche accumulo liquami. Tutto il materiale usato è ricondizionato e in pronta consegna.

www.emanfredini.it


SPECIALE USATO GARANTITO GERVASI ECOLOGICA

GORENT

I semirimorchi Gervasi Ecologica sono progettati e prodotti specificatamente per la raccolta e il trasporto di rottame e residuati riciclabili. Il patrimonio di esperienza costruito in oltre 40 anni di lavoro e i continui perfezionamenti apportati alla produzione rendono questi veicoli straordinariamente solidi e duraturi, nonostante vengano sottoposti a sforzi e sollecitazioni estremamente pesanti ed usuranti. Una testimonianza di qualità viene fornita anche dal mercato dell’usato, dove i semirimorchi Gervasi riescono a trovare ricollocazione anche dopo decenni di impiego. Un semirimorchio particolarmen-

Chi cerca un veicolo usato ma ugualmente affidabile e sicuro, troverà in Gorent la risposta alla proprie esigenze. L’azienda rinnova ogni anno la propria flotta destinata al noleggio: i veicoli di immatricolazione superiore ai tre anni vengono sostituiti con veicoli di nuova immatricolazione. I mezzi ritirati sono sottoposti a un rigido iter di controllo e manutenzione e inseriti nel circuito “Usato Certificato”. Ogni veicolo è accompagnato da un'apposita scheda completa di foto, accessori, dati tecnici e dati del mezzo. I veicoli usati della flotta Gorent dispongono di: Passaporto Tecnico (resoconto dei tagliandi effettuati, iter dei controlli necessari per la vendita, CD uso e manutenzione), Certificato Gorent Green (Certificato CE, perizia in originale, valorizzazione accessori per impatto ambientale, Certificato A0CO2), Servizio Post Vendita (Gorent mette a disposizione una rete di officine e gommisti su tutto il territorio nazionale con sconti esclusivi sugli interventi di manutenzione e sui ricambi). Nell'ottica di soddisfare ogni esigenza del cliente, Gorent

te presente sul mercato usato è il Canguro, lo storico modello Gervasi del quale si è celebrato nel 2017 il 35° anniversario. Un semirimorchio caratterizzato dallo speciale telaio a collo d’oca, allestito con cassa in acciaio speciale antiusura e gru caricatrice, che ancora oggi rappresenta un’icona per tutto il settore del trasporto di rottame ferroso e nonferroso. Ne è un esempio il modello Canguro S368 costruito nel 1998, con ribaltabile posteriore da 8,5 m. Il veicolo è in condizioni perfette grazie anche a revisione periodica regolare.

www.gervasiecologica.com

propone anche l'importante servizio di prenotazione dell’usato, ovvero l'opportunità di acquistare veicoli di fine flotta fissando la consegna per i mesi successivi. In questo modo il cliente può effettuare una programmazione sicura del parco mezzi scegliendo il veicolo con le caratteristiche preferite e assicurandosi una consegna nel periodo di maggiore necessità. Nell’ambito delle attuali occasioni dell'usato Gorent, ad esempio, l’Iveco ML80EL18P, un mini-compattatore posteriore da 7 mc, con motore da 1809 cv Euro5, immatricolato nel 2013 e con 18.000 km di percorrenza.. Questo veicolo è dotato di: supporto pala e scopa, monitor in cabina, secondo faro lavoro, barre paracicilisti, side marker, strisce retroriflettenti segn. Sagoma.

www.gorent.it

ITS – SHREDDING & GRINDING SOLUTIONS MION VENTOLTERMICA ITS offre ai propri clienti la possibilità di acquistare trituratori e mulini granulatori con la soluzione “Usato garantito” per trattare i propri materiali/scarti con investimenti contenuti e prezzi concorrenziali, avendo a disposizione macchinari perfettamente operativi e con ottime prestazioni. Prima di entrare a far parte del parco usato, ogni macchina viene ricondizionata in tutte le sue parti, ripristinando la piena efficienza ed efficacia. La parte meccanica viene controllata e, se necessario, revisionata; i materiali di consumo sono verificati ed eventualmente sostituiti con pezzi di ricambio di qualità. ITS propone come usato garantito

un laceratore idraulico bialbero e un trituratore bialbero. Il laceratore bialbero modello ITS 1700x1600 H-LT è in grado di frantumare la maggior parte dei rifiuti. L’azione di strappo lo rende particolarmente adatto ad essere utilizzato come aprisacco. Camera di macinazione 1700x1600 mm montato con n. 6+5 dischi porta inserti e n.4 inserti per disco, azionato da motore elettrico da 75 kW e completo di telaio, tramoggia, centralina idraulica e quadro elettrico con PLC Siemens. Il trituratore bialbero modello ITS 850x700E è a bassa velocità e alta coppia con una solida e robusta costruzione. Camera di macinazione 850x700 mm montato con lame da 20 mm a 4 becchi, azionato da motori elettrici da 2x11 kW ed è completo di telaio, tramoggia e quadro elettrico con PLC Siemens. Sono disponibili a richiesta altre tipologie di lame con uno o più becchi e con diversi spessori in funzione dell'applicazione.

www.itsgranulators.com

Mion Ventoltermica, che effettua anche il ritiro, oltre alla revisione e vendita di macchinari usati. Svariate le offerte da parte dell’azienda, a comunciare dal filtro fumi per caldaia a biomasse con portata d’aria da 37.000 Nmc/h e munito di dissipatore di calore. Costruito nel 2013, è stato in funzione per soli 8-10 mesi e ha dimensioni di 7,3x2,4x9(h) m circa. Interessante anche la batteria filtrante a scuotimento con portata d’aria di 7.000 mc/h, costituita da 42 maniche (diametro 225 mm, altezza 2.500 mm). Tale batteria ha una superficie filtrante di 75 mq, dimensioni di circa 2,4x1,8x3,1(h) m e l’anno di costruzione è il 2009. Due gli aspiratori a trasmissione che MVT propone, uno da 37 kW e l’altro da 55 kW, entrambi con portata d’aria di 30.000 mc/ora. Numerose, invece, le offerte di aspiratori diretti, che variano per anno di costruzione e potenza. Due esempi su tutti: aspiratore diretto tipo MPR 502 da 6,5 kW e anno di costruzione 2007; aspi-

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ratore diretto tipo TG 631/B da 15 kW e anno di costruzione 2004.

www.mvtplant.com


SPECIALE USATO GARANTITO NOVA PELLET Esperienza unita a costante ricerca consentono a Nova Pellet di mettere a disposizione una vasta offerta di sezionatrici usate delle più importanti marche: tutti gli impianti, revisionati e controllati direttamente da personale qualificato, consentono di disporre di garanzia specifica, nonchè di rispondere alle normative vigenti. In particolare dispone di una vasta gamma di sezionatrici angolari, sezionatrici monolama, sistemi di carico e scarico, troncatrici per barre sia presso il proprio magazzino, sia presso aziende partner, tutte disponibili per essere visionate. Un esempio su tutte il macinatore TR800LTA 22KW con corpo macchina in acciaio a forte spessore, saldato e con rigidità garantita da elementi tensionatori. Rotore in acciaio ad alta resistenza, con trazione a mezzo riduttore pendolare (con ingranaggi in bagno

OFFICINE MINELLI d’olio) collegato al motore elettrico con trasmissione puleggia/cinghie. La macchina è dotata di dispositivo anti-stress che ammortizza gli urti per salvaguardare il riduttore ed il rotore. Ha inoltre n.38 lame in acciaio speciale, da 30x30 mm, reversibili e facilmente sostituibili; supporto lame con speciali sedi del rotore; controlame in acciaio temprate e regolabili per una migliore precisione di taglio; potenza elettrica installata 22 kW; centralina oleodinamica per azionare il pressore idraulico che spinge orizzontalmente il materiale da trattare verso il rotore 0,55 kW. Ha inoltre: quadro elettrico completo di PLC e software dedicato al controllo dei parametri di funzionamento; componenti di alta qualità, di primarie marche e facilmente reperibili; blocco ed inversione automatica del rotore comandata dal PLC in caso di anomalie nei parametri di controllo; bocca di alimentazione 1000x800 mm; dimensioni di ingombro 1750X1370X1500(h) mm; produzione oraria di 350-800 kg

www.novapellet.it

OMER Per chi opera nell’ambito del riciclo, Omer propone svariate soluzioni per la triturazione dei rifiuti. Mulino Tria con lame sfalsate da 300 mm, griglia con fori da 8 mm, potenza 7,5 kW. Questa macchina è completa di soffiatore

Officine Minelli propone diversi mezzi usati di ottima qualità da impiegare nell’ambito del recupero e rivalorizzazione dei materiali (rottami ferrosi o metallici, carta, plastiche, rifiuti solidi urbani, materiale organico, fanghi, inerti). Tali mezzi, quindi, risulta di grande utilità per la raccolta e la movimentazione delle più disparate tipologie di rifiuti. Ne è un esempio, il caricatore oleodinamico CM330S, anno di produzione 2007. Dodato di motore Iveco 6 cilindri Common Rail, 175 kW, ha un impianto Load Sensing + Electronic Syncron Control. Inoltre, è munito di carro HD da 3,0 m, ha trazione integrale, gomme superelastiche nuove, lama anteriore e piedini posteriori. La cabina del veicolo è elevabile a pantografo (5 metri livello vista operatore) e ha il condizionatore. Ha inoltre braccio primario dritto e braccio secondario con prolunga. Lo sbraccio totale è di 10,60 m circa e il raggio d’azione è di 11,7 m. Un altro esempio di usato garantito Minelli è il caricatore oleodinamico CM206, anno di produzione

2003. Motore Iveco 6 cilindri turbo diesel, 96 kW, impianto LS, carro in sagoma 2,5 m, trazione posteriore, gomme superelastiche 10.00×20, lama anteriore e piedini posteriori. Cabina ad elevazione verticale (4,1 metri livello vista operatore), braccio primario arcuato e braccio secondario con prolunga, con sbraccio totale di 8,1 m circa e raggio d’azione di 9,1 m.

www.officineminelli.it

PENTACQUE e idonea alla macinazione di diversi tipi di materiali tra cui carta, plastica, ecc. Mulino a lame da 300 mm con rotore pesante, idoneo a triturare plastica, legno, ecc. Pressa Bollegraaf, con motore centralina da 7,5 kW, motore legatura da 0,75 kW e dimensione balle di 700x700 mm. Trituratore bialbero S.Andrea G20, con camera di taglio di 600x600 mm, tramoggia di 800x800 mm, potenza motore 15 kW, quadro elettrico nuovo con inversione di marcia in caso di sforzo. Questa macchina è adatta alla triturazione o riduzione volumetrica di molti tipi di materiali diversi, per cui è estremamente versatile. Trituratore idraulico bialbero, con potenza di 37 kW, camera di taglio di dimesnioni 1.000x900 mm, lame spesse 50 mm. Questa macchina è inoltre provvista di pompa revisionata a nuovo e con garanzia e di ingranaggi nuovi.

www.omergroup.com

Numerose le soluzioni nell’ambito dell’usato di cui dispone Pentacque, a cominciare da un evaporatore (da poco ritirato da ricondizionare) a pompa di calore, della portata di 11.000 l/giorno, con caldaia rivestita in armovin, serpentina di riscaldamento a immersione in lega (sanicro 28), campana di distillazione allungata per migliorare la qualità del distillato. Sempre nell’ambito degli evaporatori, l’azienda propone anche un evaporatore a pompa di calore da 350 l/giorno, praticamente come nuovo, realizzato in acciaio inox 316 su skid di recente costruzione. Interessante anche una pompa per fanghi ad alta pressione ellittica per portate costanti a membrana e due filtropresse ma completamente revisionate. Una ha chiusura automatica del pacco e misura delle 25 piastre in materiale plastico di 500x500 mm. L’altra ha 30 piastre di 600x600 mm, con tele di filtrazione nuove. Pentacque dispone anche di: un impianto di demineralizzazione a

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contro flusso ritirato dal cliente per inutilizzo e assolutamente come nuovo; un impianto chimicofisico continuo per il trattamento delle acque, completamente revisionato e verniciato; un ispessitore per fanghi in acciaio al carbonio riverniciato.

www.pentacquesrl.it


SPECIALE USATO GARANTITO SCANIA Scania elimina qualsiasi rischio associato all'acquisto di un veicolo usato, per cui chi sceglie Scania è perché è alla ricerca delle stesse caratteristiche di un veicolo nuovo: robustezza, durata, affidabilità e costi di esercizio ridotti. Per di più, se il veicolo usato è contrassegnato con Scania Approved vuol dire che è stato accuratamente verificato e valutato dai tecnici del gruppo. Inoltre, la garanzia associata al veicolo lo segue ovunque vada, poiché è affidabile quanto il veicolo stesso. E che dire dei servizi finanziari Scania, che offrono una gamma di pacchetti flessibili per assicurare costi prevedibili e una gestione

SDG DEPURAZIONE conveniente dei rischi nel corso dell'intero ciclo di vita dei veicoli. Il programma di riparazione e manutenzione offre un pacchetto di supporto completo, che assicura un'operatività massima e costi minimi. Un esempio il veicolo usato Scania Approved è il R 500 LA4x2MNA del 2008, con 830.480 km percorsi e motore DC16 500 CV Euro 5, dotato di cabina letto, aria condizionata, left hand drive, sospensioni paraboliche ant./pneumatiche post., volume serbatoio 600 litri, auxiliary heating, diff lock.

www.scania.com/it

TECNOFER Proporre nuovi business legandoli ai bisogni di salvaguardia dell’ambiente è da molti anni l’attività di Tecnofer., la cui produzione riguarda, infatti, impianti completamente automatici di riciclaggio plastiche ad elevato grado di contaminazione, che trasformate in granuli termoplastici sono idonee alla produzione di qualsiasi manufatto plastico. Ma oltre agli impianti nuovi, l’azienda propone anche diverse soluzioni usate a testimonianza che il vecchio, se ben manutenuto, può non diventare rifiuto ma essere riu-

L’usato di SDG Depurazione è rappresentato da un impianto di disidratazione fanghi con estrattore centrifugo Pieralisi. La centrifuga è del tipo Baby 1, revisionata e con garanzia, completa di quadro elettrico, pompa monovite per fango e pompa monovite per polielettrolita. Le principali caratteristiche tecniche sono: portata idraulica 2,5 mc/h, diametro del tamburo 232 mm e lunghezza del tamburo 563 mm, rapporto di snellezza 2,43 giri max tamburo 5200 rpm, forza centrifuga max 3500 xg, giri differenziali coclea 10/26 rpm, potenza motore principale 5,5 kW, potenza motore raschiafango 0,18 kW. La struttura è lunga 1,7 m, larga 0,785 m e alta 1,09 m, per un peso di 500 kg. Il cono della macchina è in acciaio inox 414; assi, coclea estrazione, tubazione d'alimentazione, anelli di sfioro, camera scarico liquidi e camera scarico solidi sono in acciaio inox 304; copertura esterna e struttura d'appoggio sono in acciaio al carbonio. L'estrattore centrifugo è equipaggiato con: testata di scarico liquido e solido intercambiabili; corpo ci-

lindrico di contenimento del tamburo in acciaio al carbonio, in lamiera composta, a struttura tubolare chiusa, con spessore non inferiore a 8 mm; raschiafango brevettato per lo scarico continuo del fango disidratato; protezione antiusura della coclea in carburo di tungsteno; dispositivo elettronico di sicurezza per la protezione dal sovraccarico; boccole di protezione dei fori di scarico del solido in metallo duro; cassetta attrezzi e materiale di primo consumo a corredo. Altra proposta nell’ambito dell’usato è il filtro pressa a piastre IFIND, completamente in acciaio inox 304, a distaffamento semiautomatico, completo di 100 piastre 800x800 mm, pompa di carico fanghi, nastro trasportatore dei fanghi disidratati e quadro elettrico.

www.sdgdepurazione.com

VERLICCHI tilizzato. Due esempi su tutti: il trituratore Tecnofer modello SH1800, un trituratore monoalbero corredato di spintore idraulico per la triturazione di film plastici e corpi soffiati, con lunghezza rotore di 1.680 mm, n.60 denti di taglio, 143 kW di potenza installata e anno di costruzione 2011; il filtro a maniche Borghi modello FTC12, un sistema di filtrazione aria con auto pulizia delle maniche, con 40 mc/h di capacità di filtrazione, 0,37 kW di potenza installata, anno di costruzione 2003.

www.tecnofer.biz

Nel magazzino di Verlicchi si trovano sempre interessanti proposte a un giusto prezzo, come: filtropresse, pistoni e pompe di alimentazione a membrana da 1 a 60 mc/ora, nastri trasportatori, piastre in polipropilene e alluminio, vasta gamma di ricambi per molti construttori di filtri presse, vasche in ferro e acciaio, ecc. Tutte le macchine vengono completamente smontate, sabbiate e riverniciate, tutti i componenti usurati vengono sostituiti, e rivendute in garanzia e a normativa CE. Ne è un esempio la filtropressa DM Automat 800x800 da 35 piastre e 35 tele, tutte in polipropilene con foro alto centrale e 4 scarichi collettori. Apertura e chiusura automatica, spostamento delle piastre automatico tramite distaffaggio con ganci. Volume di 390 litri e garanzia di 1 anno. La filtropressa Galigani 320x320, invece, con apertura, chiusura e spostamento delle piastre manuale, ha 40 piastre in plastica e 40 tele filtranti in polipropilene, entrambe con foro centrale e scarico collet-

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tore. Volume di filtrazione di 108 dmc e 1 anno di garanzia. Per quanto riguarda le pompe per fanghi, due possibili esempi sono: la pompa DMPM30 a doppia membrana, con portata di 30 mc/ora e dispositivo autoregolabile, installata su proprio basamento, 1 anno di garanzia, particolarmente indicata per il pompaggio di fanghi abrasivi o acidi; la pompa DM1D, con portata di 4 mc/ora, corpo pompante in acciai inox 316, potenza installata 3 kW, pressione di esercizio di 12 bar. Per entrambe queste due soluzioni il servizio di ricambistica è assicurato.

www.verlicchisrl.it


sicurezza Organismo pubblico di cooperazione intercomunale, Tours Métropole Val de Loire già disponeva di una vasta competenza in materia di reti fognarie, alla quale è andato ad aggiungersi, nel marzo 2017, il controllo della gestione delle acque, con la distribuzione delle stesse e il trattamento delle acque reflue. Affidata alla Direction de l'Assainissement (Direzione delle reti fognarie), questa missione consiste in particolare nella sorveglianza della manutenzione e nell'ampliamento della rete di raccolta delle acque reflue, come pure nella fornitura di un'acqua di qualità ai 22 comuni che compongono la Métropole. Spesso complessi e pericolosi, gli interventi sulle reti richiedono una vera e propria cultura della sicurezza da parte dei comuni, al fine di evitare ai propri operatori che si muovono in spazi confinati, qualsiasi incidente, talvolta fatale. Una consapevolezza dei rischi sotto tutti i punti di vista di cui ha pienamente coscienza il servizio HSE (igiene, sicurezza e ambiente), che ha scelto la tuta Tyvek 800 J di DuPont Protection Solutions per proteggere i suoi addetti alla manutenzione delle fognature durante le operazioni di pulizia.

La tuta Tyvek scende nelle fogne DuPont Protection Solutions

Ideale per garantire la sicurezza degli operatori impegnati nella manutenzione delle reti idriche e delle condotte fognarie LA SICUREZZA DELL'UOMO AL LAVORO

Gli operatori addetti alla rete fognaria hanno in carico la manutenzione, la sorveglianza, la cura e la pulizia della rete di evacuazione delle acque reflue e pluviali. Tali attività li espone a numerosi pericoli, indipendentemente dal tipo di rete, sia essa accessibile o parzialmente accessibile. <<Per questa ragione - spiega Franck Deruelle, responsabile della prevenzione HSE e formatore Catec (certificato di attitudine al lavoro in ambiente confinato) a Tours Métropole Val de Loire - il servizio HSE deve procedere a una valutazione precisa dei rischi, tenendo conto di tutte le caratteristiche delle reti, dei canali di scolo e delle stazioni di sollevamento>>. Tra i pericoli inerenti all'intervento nelle reti idriche e fognarie, le particolari condizioni di lavoro in spazio confinato giustificano l'attuazione di buone pratiche come quelle definite dalle raccomandazioni nazionali R 447 - R 472. Tours Métropole Val de Loire è inoltre un centro di formazione riconosciuto in materia di prevenzione dei rischi professionali e le sue squadre che lavorano negli ambienti a rischio eseguono cicli di formazione necessari relativi agli interventi in spazi confinati. In occasione di ogni intervento, gli operatori devono rispettare

L’IMPORTANZA DELLA RETE FOGNARIA

Le fognature hanno la funzione di raccogliere le acque reflue domestiche e le acque pluviali, per instradarle poi verso gli impianti di depurazione al fine di depurarle prima di riversarle nell'ambiente naturale. A Tours, la rete fognaria è costituita da 1.212 km di canali lungo i quali lo scorrimento viene effettuato per gravità al fine di: instradare le acque reflue verso le stazioni di sollevamento e i 16 impianti di depurazione del territorio, evacuare le acque pluviali raccolte attraverso i canali di scolo e le vasche tampone areate per scaricarle direttamente verso il fiume. Per limitare i fenomeni di ruscellamento e i rischi di inondazione, è essenziale sorvegliare, sottoporre a manutenzione e pulire le reti fognarie. È questo il compito dei 30 operatori della squadra delle reti fognarie di Tours Métropole Val de Loire.

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addetti si trovano quindi esposti ai rischi chimici. Nelle stazioni di sollevamento delle acque reflue, gli operatori sono evidentemente soggetti agli stessi rischi quando puliscono ad alta pressione i vagli, le pareti e i pavimenti con un prodotto battericida per staccare la paraffina ed evitare che la stazione si saturi. In queste condizioni estreme, nulla deve essere lasciato al caso. <<Pulire una rete fognaria è un compito gravoso - sottolinea Deruelle - dal punto di vista fisico e psicologico. Per la salute e la sicurezza degli operatori, è di fondamentale importanza fornire loro un sostegno professionale sia in termini di scelta ideonea dei dispositivi di protezione individuale sia attraverso la formazione>>.

La tuta Tyvek scende nelle fogne scrupolosamente una serie di tappe. Il rispetto di questa procedura, la cui supervisione è affidata a Franck Deruelle, è inteso a evitare qualsiasi tipo di incidente grave, tra cui l'annegamento, la caduta dall'alto, l'anossia, ecc. UN MESTIERE ESPOSTO A TANTI PERICOLI

Tra i diversi pericoli a cui sono esposti gli operatori addetti alle reti fognarie figurano la difficoltà dell'incarico, la possibile presenza di ratti, ragni, serpenti d'acqua e NAC (nuovi animali da compagnia) nelle reti, ma soprattutto i rischi batteriologici e chimici. Durante un intervento di pulizia di un canale di scolo pluviale, che consiste nella dissabbiatura della rete per mezzo di una idropulitrice ad aspirazione per evitare che si blocchi, gli addetti alla manutenzione delle fognature procedono in ginocchio o stesi all'interno di spazi nei quali l'atmosfera è particolarmente umida. Quando l'acqua passa per i canali di scolo, trascina con sé i rifiuti gettati per strada, terra, foglie e scarti incontrollati di prodotti pericolosi. Gli

LA TUTA DUPONT TYVEK 800 J

Specializzato nelle mansioni ad alto rischio, Franck Deruelle conosce perfettamente sia i DPI sia DuPont Protection Solutions. Per garantire agli operatori addetti alla rete fognaria di Tours Métropole Val de Loire la sicurezza sul lavoro in qualsiasi circostanza, si è affidato alla tuta Tyvek 800 J che viene utilizzata per le operazioni di pulizia nelle stazioni di depurazione, le reti, le stazioni di solle-

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vamento, determinati bacini di ritenzione e le torri piezometriche. Offrendo un'eccellente resistenza meccanica e un'efficace barriera contro i rischi chimici e biologici, questa tuta presenta tutti i criteri necessari per lavorare in assoluta sicurezza all'interno di spazi confinati e molto umidi. <<L'indumento protettivo deve essere resistente all'abrasione e alla lacerazione, come pure all'iperestensione – chiarisce Deruelle - perché gli addetti alle reti fognarie svolgono il proprio lavoro in posizioni estreme, ossia inginocchiati, accucciati o stesi. Nei primi minuti, la tuta viene messa a dura prova. Le cuciture devono avere una tenuta perfetta e a questo riguardo il modello 800 J è risultato assolutamente adeguato alla nostra attività grazie alle sue cuciture rinforzate e nastrate, rivelandosi veramente resistente>>. Un altro vantaggio di Tyvek 800 J è dato dalla traspirabilità e

dall’ermeticità perfette. <<Per i nostri operatori - sottolinea Deruelle - indossare un indumento protettivo impermeabile e traspirante al contempo è garanzia di ermeticità, pur muovendosi all'interno di una rete in cui vi è sempre un residuo d'acqua cha varia da 5 a oltre 10 cm>>. Più comodi con il loro nuovo indumento per la protezione, gli addetti alle reti fognarie hanno inoltre apprezzato la concezione della tuta che offre una grande libertà di movimento anche in spazi ridotti, il suo design che permette di indossarla con facilità come pure la chiusura a zip estremamente resistente, i polsini elasticizzati e le rifiniture del cappuccio. Assicurando inoltre una protezione contro le scariche elettrostatiche (in conformità alla norma EN 1149-5), la tuta Tyvek 800 J offre una risposta affidabile alle esigenze di protezione degli operatori delle reti fognarie, garan-

tendo anche qualità e comfort, di fondamentale importanza quando si tratta di attività lavorative complesse. Convinti dalla qualità degli indumenti di protezione realizzati da DuPont Protection Solutions, i servizi delle reti fognarie di Tours Métropole Val de Loire procederanno entro breve a dotare i loro Hi-Tech Ambiente

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operatori della tuta ad alta visibilità Tyvek 500 HV che è già stata messa alla prova in occasione di interventi viari per l'esecuzione di lavori sulla carreggiata. La protezione chimica che beneficia della classe di visibilità più alta (classe 3) sarà utilizzata dagli operatori responsabili dell'idropulitrice e di determinati lavori notturni.


reti idriche

Il Water Safety Plan Linee guida e applicazioni a livello regionale

Un sistema di valutazione e gestione del rischio di contaminazione dell’idrico, dalla captazione al punto di consegna A partire dal 2004, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha introdotto un nuovo approccio per garantire la sicurezza dei sistemi idrici e la protezione della salute umana: il Water Safety Plan (WSP, in italiano Piano di Sicurezza dell’Acqua-PSA). Analogamente a quanto già avvenuto in altri settori (industria farmaceutica e alimentare), l’evoluzione delle conoscenze in materia di analisi del rischio ha evidenziato la scarsa efficienza delle strategie classiche (basate sulla verifica di conformità del prodotto finito mediante monitoraggi a campione), spostando l’attenzione verso la realizzazione di un sistema globale di valutazione e gestione del rischio esteso all’intera filiera idrica dalla captazione al punto di utenza finale. In sostanza, il modello basato sul WSP è volto a ridurre la possibilità di contaminazione delle acque destinate al consumo umano, ad attenuare o rimuovere la presenza di eventuali elementi di pericolo chimico, microbiologico, fisico e radiologico, attraverso trattamenti delle acque adeguatamente progettati, eseguiti e controllati, in modo da prevenire eventuali contaminazioni in fase di stoccaggio e distribuzione dell’acqua fino al punto di consegna. Questo modello è stato ripreso a livello normativo da vari Paesi dell’aera UE, tra cui Irlanda, Portogallo, Germania e Regno Unito; in Italia, fin dal 2014 l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato dettagliate Linee Guida relative all’applicazione del WSP (si veda il Rapporto ISTISAN 14/21). I principali obiettivi delle Linee Guida sono: raccomandare l’implementazione nei sistemi idropotabili italiani di un Piano di pre-

venzione e controllo igienico sanitario, basato su principi e procedure elaborate secondo i criteri di PSA; fornire alle autorità del SSN preposte a garantire l’idoneità al consumo delle acque gli strumenti metodologici per partecipare alla elaborazione dei PSA e valutarne l’adeguatezza, ai fini della garanzia di idoneità al consumo delle acque stesse. Le Linee Guida sono destinate soprattutto ai soggetti istituzionali preposti alla gestione e al controllo delle risorse idriche, nonché a ricercatori e studiosi che lavorano alla valorizzazione e tutela delle risorse idriche e all’approfondimento delle interrelazioni tra qualità delle acque e salute umana; risultano di interesse anche ai consumatori, ed a chiunque sia inHi-Tech Ambiente

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tenzionato ad approfondire gli aspetti della sicurezza delle acque destinate al consumo umano. COMPONENTI FONDAMENTALI DI UN WSP

Un WSP applicato a un sistema di gestione delle acque si compone di: analisi del sistema idrico, monitoraggio operativo, documentazione delle modalità di gestione L’analisi del sistema idrico è uno studio volto ad identificare i potenziali pericoli presenti in ogni segmento della filiera idrica (dalla captazione fino alla distribuzione alle singole utenze), e a definire il livello di rischio associabile a ciascun pericolo identificato, nonché a stabilire le misure di controllo; ciò al fine di assicurare la sicurezza della fornitura idrica, il rispetto degli standard e degli obiettivi di qualità e la protezione della salute umana. Il monitoraggio operativo è un monitoraggio sistematico, effettuato in ogni punto significativo del sistema idrico (identificato in base all’analisi precedente), diretto ad assicurare che ogni deviazione dagli standard qualitativi richiesti sia rapidamente rilevata e affrontata. Quanto alla fase di documentazione, essa comprende la documentazione dell’intero processo di valutazione, la validazione del monitoraggio operativo e del controllo del sistema, oltre alle azioni da intraprendere in condizioni di emergenza .

qualità delle acque; la seconda fase, relativa all’ottimizzazione del monitoraggio delle acque destinate al consumo umano, è stata affrontata in collaborazione tra le ASL, ARPA e ISS, e ha portato alla revisione dei criteri generali da seguire nell’ispezione degli impianti, nella definizione dei punti di campionamento lungo la rete di distribuzione, nella frequenza dei campionamenti e nella scelta dei parametri, in base alle conoscenza acquisite nel corso della prima fase, oltre alla creazione di una metodologia per il monitoraggio degli acquedotti secondo le indicazioni del modello WSP. In particolare, le Asl piemontesi hanno collaborato per migliorare l’aspetto della comunicazione ai cittadini, elaborando strumenti volti a promuovere l’uso corretto delle risorse idriche e diffondere via web le relative informazioni; in particolare, sul sito dell’Asl TO5 è stata creata una “Carta di identità dell’acqua”, contenente indicazioni essenziali sulla qualità dell’acqua distribuita nel comprensorio. In sostanza, il progetto ha portato per la prima volta in Italia alla creazione e validazione di una serie di protocolli diretti all’acquisizione della completa conoscenza della situazione idrica del territorio, al fine di acclarare lo stato di salute dei corpi idrici e valutare i

APPLICAZIONE DEL WSP NEL NORD ITALIA

Nel 2011 il Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm) ha finanziato il progetto “Sperimentazione del modello dei WSP per la valutazione e gestione del rischio nella filiera delle acque destinate al consumo umano”, coordinato da Arpa Piemonte. Il progetto ha coinvolto nella sperimentazione del modello dei WSP tre Regioni italiane: Piemonte (Asl di Torino e Asti e l’Ente gestore Smat), Veneto (Aulss 6 Vicenza) e EmiliaRomagna (Asl Modena), sotto la supervisione dell’ISS. La prima fase del progetto, svolta presso le Asl partecipanti, ha previsto l’aggiornamento della rete degli acquedotti e lo studio della

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Il Water Safety Plan rischi per la popolazione. L’INIZIATIVA DEL GRUPPO CAP

Il gruppo CAP, è stato il primo in Italia a adottare il Water Safety Plan e ha recentemente concluso la fase pilota ottenendo il via libera dell’Iss. L’adozione del WSP rientra nelle azioni previste dal programma CAP 21, che ha lo scopo di migliorare la qualità dell’acqua destinata al consumo umano, e che è stato condotto in tre Comuni dell’hinterland milanese (Legnano, Cerro Maggiore, S. Giorgio su Legnano). In ciascuno di questi Comuni sono installate sonde parametriche e analizzatori in continuo, ottenendo un monitoraggio costante dei dati e superando così il tradizionale approccio basato su prelievi e analisi. Inoltre, per la prima volta è stato attivato un sistema di analisi dell’acqua ai punti di prelievo degli edifici scolastici, che servono l’acqua di rete nelle proprie mense. EMILIA ROMAGNA E TOSCANA

In Emilia Romagna le fonti idriche sono generalmente in buono stato; fanno eccezione alcune falde sotterranee, contaminate da composti organo-alogenati (peraltro facilmente eliminabile con la semplice filtrazione a carboni attivi). In collaborazione tra Regione, Ausl, Arpae e gestori sono state emanate alcune circolari regionali, che individuano i proto-

colli analitici specifici per ogni tipologia di campionamento e i criteri per la messa a punto dei Piani annuali di controllo delle Ausl e dei gestori. Dal 2009 è inoltre iniziata una collaborazione tra i laboratori di Arpae e quelli dei gestori (che coinvolge anche alcuni gestori della Regione Marche), diretta a supportare un progetto volto a individuare nuove modalità di controllo dell’acqua distribuita, attraverso un’analisi del rischio specifica per ciascun punto della rete di controllo. Tutto ciò con l’obiettivo, in linea con il modello WSP elaborato dall’OMS, di individuare un siste-

ma “oggettivo” costruito su tutte le informazioni disponibili attinte dal gestore, che conosce bene la rete ed i sistemi di potabilizzazione da lui stesso adottati, dalla Ausl che conosce capillarmente il territorio ed il grado di antropizzazione, e dalla storicità dei dati dei vari campionamento effettuati negli anni. In Toscana, il Programma regionale Ambiente e Salute ha realizzato, secondo le Linee Guida ISS, un coordinamento permanente tra le direzioni regionali che si occupano di sanità e ambiente, sperimentando una modalità di lavoro produttiva e innovativa che potrà

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diventare un modello per i futuri interventi in materia di ambiente e salute. In particolare, il Piano Regionale per la Prevenzione 2014-2018 prevede: - la realizzazione della valutazione e gestione del rischio nella filiera delle acque destinate al consumo umano secondo il modello del WSP nell’Area Vasta Centro (Firenze-Prato-Pistoia) - la realizzazione di piani regionali integrati di controllo Asl/Arpat in materia di fitosanitari, anche per la prevenzione e verifica della contaminazione delle risorse idriche.


tecnologie

Le nuove biotecnologie Da biomasse non alimentari

Sviluppati otto diversi processi per produrre intermedi chimici da sostanze lignocellulosiche, oli e grassi In Europa la produzione di biocarburanti e prodotti chimici da biomasse rinnovabili è vista come un’ottima opportunità per raggiungere una posizione di leadership a livello globale nel settore delle biotecnologie industriali. In questa ottica, il progetto BIOCONSEPT (“Integration of BIO-CONversion and SEParation Technology for the production and application of platform chemicals from 2nd generation biomass”), intende dimostrare la fattibilità di un approccio integrato come base per lo sviluppo di nuove biotecnologie basate sull’impiego di biomasse di seconda generazione (residui legnosi e agro-forestali, oli e grassi non edibili) che non entrano in competizione con le colture alimentari. Il progetto intende quindi dimostrare la fattibilità della conversione di queste biomasse in intermedi chimici (come acidi dicarbossilici, ammine, ammidi e epossidi), che possono essere a loro volta impiegati per la produzione di polimeri, resine, additivi, solventi e surfattanti, in modo più economico e sostenibile rispetto ai processi chimici convenzionali. In maggior dettaglio, la ricerca si è focalizzata sullo sviluppo dei seguenti intermedi chimici: acido furan-di-carbossilico (FDCA), acido itaconico (IA) e acido succinico (SA), tutti derivati da biomasse lignocellulosiche; e acidi dicarbossilici a catena lunga (LC-DCA), ammine ed epossidi basati su oli e grassi non commestibili. Le tipologie di prodotti finiti derivabili da queste sostanze sono essenzialmente glicerol-carbonato e biosurfattanti. I RISULTATI DEL PROGETTO

Nell’ambito del progetto sono stati

riuso integrato di enzimi. Gli epossidi ottenuti possono essere usati per la produzione di prodotti plastici, ad esempio per applicazioni nel PVC. Gli acidi dicarbossilici a catena lunga sono stati prodotti per fermentazione microbica impiegando diversi ceppi di lieviti, e utilizzando come substrato alcani e alcheni a catena lunga, acidi grassi e derivati. Sono state condotte diverse modificazioni dei ceppi ed è stata esaminata e ottimizzata la fermentazione con diverse materie prime. Questi acidi dicarbossilici sono stati testati per la produzione di polimeri; inoltre, è stata sperimentata la loro conversione chimica in diammine. Sono stati prodotti biosurfattanti da zuccheri di seconda generazione e substrati oleosi, e testati in formulazioni e applicazioni nel settore cosmetico. Inoltre, è stata studiata la conversione del glicerolo (sottoprodotto della produzione di acidi grassi) in glicerolcarbonato mediante un processo di carbonatazione. Per la conversione di materiali lignocellulosici e oli non commestibili sono state valutate diverse tecnologie, in particolare per quanto riguarda l’integrazione dei processi di conversione e separazione mediante reattori di nuova concezione. I DIVERSI PRODOTTI L’impianto pilota dell’Istituto Fraunhofer CBP a Leuna, Germania

sviluppati 8 diversi processi per produrre intermedi chimici da biomasse lignocellulosiche, oli e grassi. Tutti questi processi sono stati portati alla fase di laboratorio, e l’attività di ricerca e sviluppo si è concentrata sulla progetta-

zione e ottimizzazione dei diversi processi di fermentazione studiati. Il processo di epossidazione enzimatica a partire da oli e grassi non commestibili è stato ottimizzato impiegando una lipasi immobilizzata come biocatalizzatore, con il

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L’acido furan-dicarbossilico (FDCA) è una possibile alternativa “verde” all’acido tereftalico, con un potenziale di mercato stimato in 4-12 miliardi di dollari. Sono stati sviluppati diversi approcci per l’ossidazione chemio-catalitica di 5-idrossimetilfurfurale (HMF) o


2,5 diformilfurano (DFF) in FDCA, così come la conversione di zuccheri in HMF. Al momento è stata sviluppata una cella biocatalitica per la produzione di FDCA, che impiega il batterio Pseudomonas putida S12, il quale dà luogo all’ossidazione da HMF a FDCA, con una resa di conversione su scala di laboratorio del 90%. Tra le opzioni valutate per il recupero dell’FDCA da fermentazione, la precipitazione con acido solforico si è dimostrata la scelta più adatta per massimizzare il recupero. Per purificare l’FDCA, è stata impiegata una tecnologia di re-cristallizzazione da solventi, come DMSO, DMP e metanolo. È stata inoltre sperimentata la ri-cristallizzazione da acqua supercritica, che si è dimostrata la migliore alternativa per purificare l’FDCA, con un grado di purezza del 99,9%. L’acido itaconico (o acido metilen-succinico) è un acido insaturo contenente doppi legami e due gruppi carbossilici. A causa della sua particolare struttura e caratteristiche, l’acido itaconico e i suoi esteri sono impiegati in particolare per la sintesi di fibre, resine, plastiche, lattici, vernici, surfattanti, resine a scambio ionico e lubrificanti. Nell’ambito del progetto BioConSept il gruppo olandese TNO ha ottenuto buone rese di produzione dalla fermentazione di biomasse lignocellulosiche con Aspergillus terreus e Aspergillus niger. Per il recupero dell’acido itaconico dal brodo di fermentazione sono state valutate diverse tecniche, come l’adsorbimento, l’estrazione mediante solventi, lo scambio ionico, l’elettrodialisi e la cristallizzazione. Per quanto riguarda gli oli e grassi non commestibili, essi sono una seconda risorsa rinnovabile per la produzione di molecole multifunzionali. All’interno del progetto BioConSept, questi materiali sono stati idrolizzati e trasformati in glicerolo e acidi grassi; quest’ultimi sono stati poi trasformati mediante fermentazione in acidi dicarbossilici o epossidi, dai quali si possono ottenere prodotti finali quali ammine, poliammidi, poliestere, poliuretani, rivestimenti e resine. La CO2 recuperata dalla fermentazione è stata impiegata in un innovativo processo di carbonatazione del glicerolo. Dopo la selezione delle biomasse più idonee, sono

zione di mannosil-eritritol lipidi (MEL) e cellobiosi lipidi (CL) da zuccheri e substrati oleici di seconda generazione. Diversi campioni di questi biosurfattanti e vari derivati sono stati consegnati a Rhodia-Solvay per sperimentazioni sul campo nel settore cosmetico e dei prodotti per la casa. IMPATTO SOCIO-ECONOMICO

In alto: la cancelliera Merkel in visita presso l’impianto pilota dell’Istituto Fraunhofer CBP a Leuna. In basso: campioni FDCA ottenuti dopo purificazione ricristallizzazione da acqua supercritica in scala di laboratorio

stati sperimentati diversi enzimi eterologhi per la produzione di epossidi da queste materie prime e acqua ossigenata, impiegando condizioni più blende rispetto all’epossidazione chimica; infine, è iniziata la sperimentazione su scala pilota. Gli acidi dicarbossilici a catena lunga (LC-DCA) possono essere usati come monomeri per la sintesi di polimeri di interesse industriale, come poliesteri e poliammidi. Attualmente vengono prodotti chimicamente da acidi grassi insaturi; ma ciò produce sottoprodotti, e quindi richiede trattamenti di purificazione del prodotto finale. Nel corso del progetto BioConSept è stata studiata la conversione di acidi grassi insaturi in LC-DCA mediante fermentazione con lieviti del ceppo Candida tropicalis. Veniamo ora ai biosurfattanti. La

loro produzione, mediante fermentazione condotta con speciali microorganismi e energie rinnovabili, è attualmente confinata ad applicazioni di nicchia, a causa degli elevati costi di produzione e delle caratteristiche dei prodotti, che li rendono adatti solo per impieghi specifici (per la maggior parte i surfattanti sono sintetizzati chimicamente a partire dagli idrocarburi). Il progetto BioConSept ha testato diversi biosurfattanti in vari campi di applicazione, allo scopo di identificare i biosurfattanti più adatti e i microorganismi più adatti per una produzione efficiente, così come l’ottimizzazione della fermentazione per ottenere rese elevate da materie prime di seconda generazione. La fermentazione microbica è stata ottimizzata dal Fraunhofer Institute, focalizzandosi sulla produ-

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Si ritiene che il settore bioindustriale crescerà fortemente a livello globale in seguito alla commercializzazione di nuovi prodotti e allo sviluppo di nuovi processi industriali. In base alle valutazioni di mercato condotte nell’ambito del progetto BioConSept, si stima che la produzione di IA, SA e FDCA arriverà a 1,3 milioni di tonnellate entro il 2020, con un valore di mercato di 1 miliardo di euro. Il lavoro svolto nell’ambito del progetto intende contribuire alla realizzazione di questo potenziale commerciale, oltre a gettare il seme per nuove applicazioni dei suddetti prodotti. In particolare, in base alle sperimentazioni pilota, la produzione di oli epossidici mostra buone opportunità di profitto: un impianto da 20.000 ton/anno di epossidi porterebbe un tasso interno di rendimento del 12% a un prezzo di vendita di 1.400 euro/ton, con un tempo di ritorno sull’investimento stimato in 8 anni. Se tutti i nuovi impianti necessari per far fronte alla domanda stimata per il 2020 di epossidi derivanti da olio di soia fossero situati in Europa, con le tecnologie studiate nel progetto, si creerebbero 330 nuove figure professionali e 70 milioni di euro/anno di valore aggiunto. IMPATTO AMBIENTALE

L’analisi LCA si è focalizzata sul potenziale riscaldamento globale, acidificazione, eutrofizzazione, produzione di ozono fotochimico e consumo di energia primaria non rinnovabili. Dal confronto sono emersi significativi benefici relativamente ai consumi energetici e alla produzione di inquinanti fotochimici; i risultati relativi ad acidificazione ed eutrofizzazione delle acque sono meno positivi, ma vi sono buone prospettive di miglioramento una volta che i processi saranno trasferiti su scala industriale.


La combustione ciclica con recupero di CO2 Progetto SUCCESS

Un sistema senza fiamma, in cui il 100% dell’anidride carbonica viene catturata in forma concentrata Il problema principale delle tecnologie di cattura della CO2 attualmente impiegate è che esse richiedono necessariamente una fase di separazione dell’anidride carbonica dai gas esausti o dai gas di sintesi. L’energia richiesta per la separazione della CO2 rappresenta il maggior componente di dispendio energetico di questi processi: si stima che con le attuali tecnologie, la cattura e la compressione del 90% della CO2 causa una perdita dell’efficienza della produzione di energia elettrica dell’8-14%. Ciò significa, a parità di carburante impiegato, una riduzione di circa il 25% della produzione elettrica; quindi, volendo mantenere il livello di produzione di energia, occorre aumentare del 33% il consumo di carburante e la produzione di CO2, ottenendo un risultato controproducente dal punto di vista ambientale.

Impianto pilota da 150 kW

mo progetto hanno dimostrato che la tecnologia è matura per applicazioni industriali. OBIETTIVI DEL PROGETTO SUCCESS

Una soluzione a questo problema consiste nella combustione a ciclo chimico (CLC): si tratta di un sistema di combustione senza fiamma, in cui aria e carburante non si mescolano mai. Conseguentemente la CO2 non viene diluita nè con l’azoto né con l’ossigeno in eccesso che è necessario fornire nelle combustioni normali; la fase di separazione è interamente evitata. Il sistema impiega ossidi metallici, che vengono utilizzati per il trasporto selettivo dell’ossigeno dal reattore ad aria (AR) al reattore a combustibile (FR). Il flusso in uscita da FR contiene solo CO2 e acqua, mentre dal reattore AR escono ossigeno e aria esausta: quindi il 100% della CO2 viene catturata in forma concentrata, dopo una semplice condensazione del vapore dal flusso in uscita dal reattore FR. Il calore totale rilasciato da un impianto CLC è uguale a quello della combustione diretta e quindi,

rispetto ai sistemi convenzionali, il dispendio energetico del processo di cattura è limitato alla fase di compressione e purificazione della CO2 (comune a tutti i processi di separazione della CO2). SITUAZIONE ATTUALE DELLA TECNOLOGIA

Ad oggi la tecnologia CLC per carburanti gassosi a pressione atmosferica è stata sperimentata con successo in un piccolo impianto pilota da 150 kW, impiegando per il trasporto dell’ossigeno materiali a base di ossido di nichel. Tuttavia, i problemi di tossicità e impatto ambientale associati all’uso di ossido di nichel hanno successivamente portato allo sviluppo di vettori di ossigeno privi di nichel, nel corso del progetto Innocuous. Il progetto successivo (Success) costituisce il proseguimento di Innocuous, e le attività compiute nell’ambito di quest’ulti-

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Lo scopo primario del progetto è sviluppare la produzione di vettori di ossigeno con prestazioni elevate e bassa tossicità, adatti all’impiego in impianti dimostrativi. Successivamente, questi materiali verranno impiegati in impianti pilota da 10 kW o superiori, al fine di paragonare le prestazioni dei diversi materiali impiegati e scegliere il più idoneo. Il secondo punto del progetto è lo sviluppo di un impianto CLC di taglia superiore, alimentato con 1 MW di carburante. Ciò prevede le seguenti fasi: test comparativi di quattro diverse unità con design diversi; ottimizzazione del sistema CLC sulla base di una approfondita conoscenza dei meccanismi di reazione e delle dinamiche dei fluidi; valutazione sperimentale della resa di combustione, con l’immissione di 1 MW di combustibile impiegando un sistema di tipo industriale di letti a fluido circolante accoppiati; infine, il potenziale complessivo della tecnologia CLC viene valutato e paragonato rispetto alle altre tecnologie alternative, in termini di salute, sicurezza e impatto ambientale, e sotto l’aspetto del potenziale tecnico-economico per un numero di possibili applicazioni nel settore industriale ed energetico. In prospettiva, il progetto Success fornisce attività di ricerca e svilup-


po per l’implementazione di sistemi CLC per carburanti gassosi della capacità di 10 MW di combustibile. LE TAPPE DEL PROGETTO

Sulla base degli obiettivi sopra delineati, sono state stabilite alcune tappe del processo, prima tra tutte la produzione di due lotti, pari o superiori a 500 kg, di materiali adatti al trasporto di ossigeno, pronti all’uso e composti da materiali grezzi disponibili in commercio. Ad oggi è stata realizzata una prima produzione di 3,5 ton di questi materiali, che verranno confrontati con altri vettori di ossigeno precedentemente sperimentati su scala di laboratorio. Lo step ancora successivo sarà provare il funzionamento dei materiali in un impianto di laboratorio della capacità di 150 kW di combustibile e dopo in impianti pilota di capacità crescente. Essenziale sarà poi dimostrare il funzionamento del ciclo chimico della combustione in un impianto da 1 MW e quindi presen-

tare un impianto ottimizzato su scala superiore (circa 10 MW di carburante) sulla base delle reazioni dettagliate e dei modelli dinamici dei fluidi. PROBLEMI APERTI

Il progetto dovrà comunque risolvere alcuni problemi, a cominciare dalla scelta del trasportatore di ossigeno. Occorrerà infatti valutare ac-

curatamente le prestazioni dei vettori privi di nichel e scegliere i materiali grezzi più adatti alla loro realizzazione. Inoltre, occorre individuare le caratteristiche necessarie per garantire rese elevate in condizioni operative continue a lungo termine e risolvere la questione del riuso/riciclo/smaltimento dei vettori esausti. Altrettanto essenziale è la scelta della tecnologia: occorre verificare

se l’attuale design dei letti fluidizzati, concepito per l’impiego di materiali a base di nichel, sia o meno adatto ai nuovi sviluppi della tecnologia CLC, che impiega materiali privi di nichel. In caso contrario, occorrerà stabilire quali cambiamenti saranno necessari per adattare gli impianti esistenti ai nuovi materiali e valutare la reale prestazione dei vettori di ossigeno in un impianto da 1 MW, in termini di conversione del carburante e stabilità meccanica. Non meno importante sarà fare opportune valutazioni in merito alla combustione di biomasse, con l’obiettivo di realizzare impianti a “emissioni negative”. Infine, ma non ultimo, fare valutazioni economiche, che riguardano sia i costi connessi alle misure di protezione della salute umana, sicurezza e tutela dell’ambiente, sia i costi operativi dei processi di cattura della CO2 per applicazioni come produzione industriale di vapore, produzione di energia dai carburanti solidi o gassosi e generazione combinata di energia e idrogeno.

PER PANNELLI FOTOVOLTAICI

La nanotecnologia si attiva col sole Pannel Plus nasce dalla ricerca di Bio Eco Active nell’ambito dei materiali biogenici e biomateriali, completamente bio ed eco-compatibili, attraverso principi della Green Chemistry. Lo studio di questi nuovi materiali “intelligenti” segue processi di sintesi che mimano in modo similare i processi biologici naturali biomimetici. L’obiettivo è aver dato vita ad una ricerca nanotecnologica e tecnologicamente avanzata per aiutare il miglioramento della resa energetica di pannelli fotovoltaici, compromessa sempre dalla complessità nel rimuovere lo sporco da polvere, guano degli uccelli, particolato carbonioso,

fuliggine nera e molto altro ancora, diminuendone la manutenzione. La tecnologia che entra in gioco in Pannel Plus svolge un’attività altamente fotocatalitica combinata dall’unione del biossido di titanio con le radiazioni UV. L’unicità di questo prodotto nasce nell’aver dato luce ad una soluzione idroalcolica di nano cristalli di ossidi metallici, tra cui il biossido di titanio, altamente fotocatalitici in grado di aumentare l’efficienza dei pannelli fotovoltaici per anni senza alcun ulteriore intervento, completamente eco-friendly e priva di sostanze tossiche. L’attivazione è data da

uno specifico contributo energetico fornito dalle radiazioni luminose aventi lunghezza d’onda compresa in un determinato intervallo dello spettro solare. Il biossido di titanio, sintetizzato presso i laboratori di Bio Eco Active, è in grado di attivarsi sia al buio che alla luce, a qualsiasi condizione metereologica; possiede un’area superficiale di oltre 200 mq/g, con particelle nanometriche di dimensioni comprese tre 20-30 nm avente una morfologia lamellare altamente fotocatalitiche. La superficie trattata con Pannel Plus diventa anche fortemente antibatterica per effetto delle for-

I cristalli di biossido di titanio sintetizzati da Bio Eco Active

me radicaliche che rompono la membrana cellulare, non facendo così proliferare i batteri, le alghe o le muffe. La forza e l’innovazione di questo prodotto sono la combinazione vincente di tutti questi effetti. Si creano condizioni affiché il pannello sia meno caldo e più pulito, rispetto ad un pannello non trattato, permettendo di mantenere costante la resa energetica (V.Tessore - N.Roveri)

Meccanismo del biossido di titanio in relazione all’alternanza delle condizioni di luce e buio Hi-Tech Ambiente

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I biopolimeri dal syngas Tecnologia promettente

Trasformazione di rifiuti organici in bioplastiche e intermedi chimici mediante processi di pirolizzazione e fermentazione È ormai noto che il conferimento in discarica dei rifiuti non è un’opzione ulteriormente praticabile; di conseguenza, lo sviluppo di nuove soluzioni per la conversione dei rifiuti in energia è ormai diventato una vera e propria filiera produttiva a livello mondiale. Inoltre, le fonti fossili non sono illimitate (e sono dannose per l’ambiente) e quindi è generalmente accettata la necessità di ricorrere a materiali alternativi (come le bioplastiche), che possono essere prodotte a partire da risorse rinnovabili di origine naturale. Tra le bioplastiche è ritenuto di particolare interesse il PHA (poli-idrossi-alcanoato), il cui prezzo non è però attualmente competitivo con quello delle plastiche derivate dal petrolio; ma esistono flussi di rifiuti che sono problematici da smaltire, non interferiscono con la produzione alimentare (ad esempio i rifiuti di origine domestica che finiscono in discarica e i fanghi derivanti dagli impianti di trattamento), e che potrebbero essere la soluzione per produrre PHA economicamente competitivo. Una tecnologia particolarmente promettente arriva dal progetto Synpol, che trasforma rifiuti organici (di origine municipale o agricola) in bioplastiche biodegradabili al 100% e intermedi chimici ad elevato valore aggiunto (butanediolo, acido succinico, acido idrossibutirico e acido crotonico) mediante processi di pirolizzazione e fermentazione. In maggior dettaglio, il processo Synpol si articola in tre fasi principali: - pirolisi di diversi flussi di rifiuti organici per produrre gas di sintesi (syngas, composto da CO, H2 e CO2), utilizzando tecnologie in-

croonde (MIP) con bioreattori di fermentazione per il syngas. Il progetto Synpol è il risultato della collaborazione tra centri di ricerca e imprese specializzate nel trattamento dei rifiuti, oltre a industrie specializzate nella gassificazione e nella fermentazione, ed a società produttrici di biopolimeri. PRODUZIONE DI SYNGAS DA RIFIUTI ORGANICI

Il processo Synpol - Biopolimeri a partire da materie prime di rifiuti

novative di pirolisi a microonde - fermentazione del syngas impiegando batteri di specie diverse, ottimizzati mediante tecniche di ingegneria genetica e metabolica, per produrre intermedi chimici e poliidrossialcanoati (PHA) - sintesi di prototipi di bioplastiche con una struttura ben definita

e proprietà migliorate, mediante catalizzatori chimici ed enzimatici, e impiegando monomeri e polimeri prodotti durante la fermentazione del syngas. Un altro importante risultato del progetto è lo sviluppo di nuove tecnologie, come la combinazione della pirolisi indotta a mi-

Potenziali esiti commerciali Hi-Tech Ambiente

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La fase di sperimentazione ha mostrato che i migliori risultati nella pirolisi (maggiore produzione di syngas con un elevato contenuto di CO e H2) sono stati ottenuti con residui agricoli (paglia) e con la frazione organica dei rsu come materia prima. Quanto alla produzione e composizione del syngas, i risultati ottenuti con la pirolisi indotta a microonde sono chiaramente superiori a quelli ottenuti con la pirolisi convenzionale. In particolare, è stato messo a punto un nuovo concetto di pirolisi che non produce oli, sperimentandolo su scala di laboratorio e depositando il relativo brevetto. Dato che la frazione solida (ceneri) che risulta dalla MIP è di qualità troppo bassa per essere usata come combustibile (materia inorganica contenente metalli pesanti) è stata studiata la possibilità di usare la frazione come ammendante per il terreno, con limiti stabiliti mediante test di ecotossicità. Inoltre, il carbone prodotto dalla MIP deve essere depurato (da umidità, metalli pesanti e altri composti indesiderati), e deve essere ridotto il suo contenuto di ossigeno prima di poterlo usare come carburante.


FERMENTAZIONE DI SYNGAS CON MICROORGANISMI

Il miglioramento dei microorganismi per la fermentazione del syngas è diretto a: - analizzare la capacità dei vari ceppi batterici di fermentare il gas di sintesi, ottenendo due tipi di prodotti, ossia intermedi di base come succinato, butandiolo e idrossibutirrato, e bipolimeri come PHA. In particolare, è stata ottenuta (e brevettata) la produzione su scala industriale di 2,3 butandiolo - creare specie batteriche geneticamente modificate per migliorare la fermentazione, partendo da due differenti tipi di microorganismi quali Clostridium e Rhodospirillum - trasferire ai batteri aerobici la capacità di usare la CO 2 come fonte di carbonio. I risultati sono stati lo sviluppo di un modello metabolico Rhodospirillum, applicando una mappa metabolica esistente per tre specie batteriche Rhodospirillum rubrum, Rhodobacter sphaeroides e Rhodopseudomonas palustris, e adattandolo al caso particolare del R. rubrum impiegando syngas come fonte di energia e carbonio. Le celle a combustibile a ossidi solidi (SOFC) producono elettricità ossidando combustibili idrocarburici come per esempio gas naturale o biocarburante. Composte da un anodo e un catodo in ossido solido oppure da elettroliti ceramici, le SOFC funzionano a temperature estremamente elevate. Durante il loro sviluppo, gli scienziati hanno incontrato molte sfide e problemi di progettazione, come per esempio la deposizione di carbonio e l’avvelenamento da zolfo dell’anodo. Nonostante un’intensa attività di ricerca, non sono state raggiunte grandi innovazioni tecnologiche per quanto riguarda il funzionamento affidabile delle SOFC. Per affrontare questi problemi, gli scienziati del progetto europeo T-Cell (Innovative SOFC architecture based on triode operation) hanno proposto un design SOFC innovativo che si basa su una nuova architettura a triodo. L’idea era quella di combinare dei materiali tolleranti a un design della cella in grado di consen-

Granuli di PHA

Ciò consentirà nel prossimo futuro di aggiustare i processi di fermentazione nel bioreattore. MIGLIORARE LE PRESTAZIONI DEI BIOPOLIMERI

Il lavoro sul design dei biopolimeri ha avuto l’obiettivo di sintetizzare biopolimeri con una struttura ben definita e proprietà mi-

gliorate, impiegando i monomeri e polimeri creati durante la fermentazione. A questo scopo sono stati impiegati sia catalizzatori chimici che enzimatici. Per la sintesi dei biopolimeri sono stati usati due diversi approcci: prima la polimerizzazione dei monomeri generati nel processo di fermentazione Synpol e dopo la polimerizzazio-

FUEL CELL INNOVATIVE

SOFC a tre elettrodi Sviluppate pile a combustibile basate su una architettura a triodo

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ne dei monomeri funzionali e oligomeri creati attraverso il riciclaggio chimico dei PHAs. Questi oligomeri sono stati successivamente polimerizzati in nuovi materiali, riducendo al minimo il bisogno di prodotti chimici vergini. Inoltre, le proprietà dei PHA sono migliorate mediante plasticizzazione, mescolamento e creando compositi. I risultati sono stati la sintesi di tre diversi omopoliesteri e di un copoliestere: polibutilen-succinato (PBS), polipropilen-succinato (PPS), polibutilen-adipato (PBA), e polibutilen-succinato-co-butilen-adipato (PBSA). Ciò è avvenuto in una reazione di policondensazione e due stadi (esterificazione e trans-esterificazione) condotta allo stato fuso e catalizzata da isopropossido di titanio. Questi poliesteri presentano particolari caratteristiche (temperature di fusione, temperature di vetrificazione, cristallinità, proprietà meccaniche, biodegradabilità); sono stati lavorati con diverse tecnologie, ottenendo film per imballaggio, compositi per applicazioni biomediche e adesivi adatti all’impermeabilizzazione delle buste di carta. tire un’efficace controllo in situ dell’attività elettrocatalitica, in condizioni estreme. I ricercatori hanno applicato materiali modificati a base di nichel (Ni), noti per la loro tolleranza come elettrodi anodici nelle SOFC, assieme ad altri metalli. La configurazione a triodo ha essenzialmente introdotto un terzo elettrodo pilotato da un circuito ausiliario per mettere in funzione anodo e catodo. È stato introdotto un dettagliato modello matematico per tenere conto di tutti i processi elettrochimici che avvengono all’interno della cella a triodo. Il design radicale del progetto TCell ha quasi dimezzato il tasso di deposizione di carbonio sugli anodi standard in Ni e ha inoltre aumentato la vita operativa della cella. In aggiunta, l’innovazione ha migliorato la produzione di energia delle SOFC e l’efficienza elettrica complessiva. Le attività del progetto sono sfociate nello sviluppo con relative prove di un prototipo di dispositivo a triodo, costituito da cinque unità ripetute.


La biofissazione intensificata In Sicilia, e precisamente a Ragusa presso la Compagnia per l’Energia Rinnovabile (CER), Eni ha avviato un impianto sperimentale di nuova generazione di “biofissazione intensificata” della CO2 per la produzione di bio-olio algale che potrà essere utilizzato dalla nuova bioraffineria di Gela come biocarburante. Tutto si basa su una tecnologia brevettata da Sun Algae Technology, che Eni sta contribuendo a migliorare e valorizzare a fini industriali. Ad oggi, infatti, l’impianto non è ancora a regime, ma quando lo sarà porterà all’impiego di circa 80 ton/anno di CO 2 prodotta dai pozzi di idrocarburi di EniMed, utilizzata per la crescita di microalghe in combinazione con la luce solare. Dalle alghe saranno poi prodotte circa 40 ton/anno di farina algale, dalla quale sarà poi estratto biodiesel. Ad oggi, questa tecnologia consente la più alta produttività possibile rispetto agli altri sistemi disponibili. Il processo, in concreto, avviene in pochi e semplici passaggi: i concentratori solari che si trovano sul tetto dell’impianto concentrano i raggi solari nelle fibre ottiche; l’energia luminosa raccolta viene condotta dalle fibre ottiche all’interno di 14 fotobioreattori, sistemi colturali cilindrici alti 5 metri collocati sotto i concentratori solari; all'interno dei cilindri le microalghe ricevono l’energia e

Biodiesel dalle alghe

Avviato un impianto sperimentale di nuova generazione per la produzione di biocarburante con tecnologia brevettata crescono in acqua salata fissando la CO 2 separata dal gas proveniente dai pozzi del Centro Oli Eni; l’acqua viene poi recuperata e purificata mentre la componente algale viene essiccata; infine, dalla farina dell’alga si estrae un olio che potrà alimentare le bioraffinerie di Eni, al posto della carica attuale, costituita da olio di palma. La bioraffineria di Gela, peraltro, è ad elevata flessibilità operativa in quanto capace di trattare differenti materie fino al 100% della capacità di lavorazione. Questo impianto, quindi, è il trait d'union tra un impianto oil&gas a monte e una bioraffineria a valle, utilizzando fonti rinnovabili non food in un esempio unico di economia circolare. Si tratta, quindi, di un progetto sostenibile, replicabile (per qualunque impianto industriale che emette CO 2) e che valorizza il tessuto industriale locale.

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a cura di ASSITA

Recupero di metalli preziosi con alghe estremofile

mento+recupero) richiede circa un’ora. È in corso di sviluppo un sistema su scala industriale, con il supporto finanziario dell’Ente giapponese Nedo.

Recupero del fosforo dai reflui per via elettrochimica

Gli organismi “estremofili” suscitano molto interesse perché si sono adattati a vivere in condizioni ambientali “estreme”, simili a quelle dei processi industriali. In particolare, l’alga termofila rossa Galderia sulphuraria si è dimostrata capace di adsorbire selettivamente gli ioni di oro e palladio, anche in condizioni altamente acide. Il pH acido è necessario per portare in soluzione i metalli, e l’alga estremofila normalmente vive sulle superfici rocciose di sorgenti di acqua acida e calda, che si trovano nelle località giapponesi di Kusatsu e Noboribetsu. In esperimenti di laboratorio, la superficie cellulare delle alghe si è dimostrata capace di adsorbire fino al 90% di ioni oro e palladio, in concentrazioni intorno a 0,5 ppm e a pH di 0,5. È possibile recuperare oro, palladio e altri metalli perfino da soluzioni 0,6 M di acqua regia; in queste condizioni le alghe non sopravvivono, ma l’adsorbimento degli ioni metallici sulla loro superficie avviene ugualmente. I metalli adsorbiti possono essere estratti per trattamento con soluzione ammoniacale di cloruro di ammonio; con 30 minuti di trattamento si recupera il 48% dell’oro e il 77% del palladio. L’intero processo (adsorbi-

Il recupero del fosforo dalle acque reflue è di enorme importanza per ridurre il carico di sostanze eutrofizzanti negli scarichi e, contemporaneamente, per assicurare un apporto di fertilizzanti all’agricoltura anche negli anni futuri. Sono stati proposti vari processi, di solito basati sulla precipitazione del fosforo in forma di struvite (fosfato di magnesio e ammonio esaidrato). Per ottenere la struvite è normalmente necessario aggiungere sia sali di magnesio che soda (per regolare il pH); il processo tedesco ePhos (Electrochemical Process for Phosphorus Recovery) utilizza invece un anodo sacrificale in magnesio, affidando l’azione alcalinizzante all’ossidazione catodica dell’acqua (che produce idrogeno gassoso e ioni OH-). La struvite ottenuta con il processo ePhos (sviluppato dal Fraunhofer Institute for Interfacial Engineering and Biotechnology) è esente da trascinamenti di biomassa e può essere direttamente utilizzata come fertilizzan-

te a lento rilascio per usi agricoli, mostrando un’assimilabilità da parte delle piante fino a 4 volte superiore rispetto ai normali fertilizzanti commerciali, come il nitrato d’ammonio o il cosiddetto “superfosfato”. Il processo ePhos recupera circa l’85% dei fosfati presenti nei reflui, con un consumo energetico di circa 0,78 kWh/mc.

Olefine leggere dal gas di sintesi

una zeolite denominata MSAPO, che favorisce la formazione dei legami carbonio-carbonio. Il risultato dell’azione combinata dei due catalizzatori è la trasformazione del gas di sintesi in chetene e la successiva conversione di questo in olefine leggere, soprattutto propilene. Le prove finora condotte indicano che il nuovo catalizzatore promette una lunga vita utile, senza formazione di depositi carboniosi. Un interessante vantaggio è la possibilità di lavorare con un basso rapporto tra idrogeno e ossido di carbonio; questo favorirebbe l’uso di gas di sintesi ottenuto da carbone e da biomasse lignocellulosiche.

Il batterio mangia-plastica Attualmente gli idrocarburi olefinici gassosi, come etilene e propilene, sono prodotti per cracking catalitico della benzina leggera (virgin naphta) ottenuta per distillazione del petrolio. Teoricamente è possibile produrre questi idrocarburi (che sono la base per le materie plastiche di largo consumo) mediante disidratazione del metanolo su catalizzatori zeolitici, oppure mediante una variante della sintesi Fischer-Tropsch, che parte dal gas di sintesi e utilizza catalizzatori metallici. Quest’ultimo processo è stato oggetto di molte ricerche nel periodo in cui il prezzo del grezzo superava 100 $ al barile, ma ora non è considerato competitivo, soprattutto poiché la resa in olefine leggere non supera il 58%. La situazione potrebbe cambiare grazie a un nuovo catalizzatore, sviluppato nell’Istituto di Chimica-Fisica dell’Accademia delle Scienze cinese. Il nuovo catalizzatore (denominato Ox-Zeo) è una combinazione tra il cromato di zirconio parzialmente ridotto, che attiva i due componenti principali del gas di sintesi (ossido di carbonio e idrogeno), e

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Fino ad oggi il PET (la comune plastica trasparente usata per le bottiglie) era considerato non biodegradabile e resistente in tutte le condizioni ambientali, tanto che il suo accumularsi nell’ambiente desta molte preoccupazioni. Tuttavia, i ricercatori giapponesi della Keio University e dell’Istituto di Tecnologia di Kyoto, in collaborazione con due industrie produttrici di PET (Teijn e Adeka), sono riusciti a isolare un batterio, denominato Ideonella sakaiensis, capace di biodegradare e assimilare il PET. Il batterio è stato scoperto nei pressi di Sakai (Osaka), selezionando popolazioni batteriche naturali che si trovavano a contatto con i rifiuti di PET. I ricercatori hanno chiarito il processo di biodegradazione, che si basa su due enzimi (PETasi e MHETasi), capaci di idrolizzare il PET e successiva-


mente convertire i prodotti di idrolisi nei due monomeri di partenza (acido tereftalico e glicol etilenico). Poiché il processo biologico non richiede energia, il nuovo batterio potrebbe offrire una alternativa più ecologica agli attuali processi di riciclo chimico.

Plastiche da fermentazione di biomasse

Le materie plastiche ottenute a partire dall’acido lattico sono considerate tra i migliori candidati alla sostituzione delle attuali plastiche derivate dal petrolio. In particolare, il PLGA (poli-lattato-co-glicolato) è già noto e utilizzato per suture chirurgiche, impianti di protesi bio-assorbibili, e confezionamento di prodotti medico-farmaceutici, in quanto è biodegradabile, biocompatibile e atossico. Finora il PLGA veniva ottenuto con un processo di sintesi chimica, partendo dall’acido glicolico e dall’acido lattico. Un gruppo di ricercatori sud-coreani dell’Istituto Avanzato per le Scienze e Tecnologie è riuscito a ottenere il PLGA (e altri copolimeri analoghi) partendo da biomasse rinnovabili, mediante un processo di fermentazione monostadio compiuta da un ceppo modificato di Escherichia coli. I materiali ottenuti hanno già ricevuto l’approvazione dell’Ente americano per la sicurezza dei farmaci e degli alimenti (FDA).

Alcool etilico dai residui legnosi La trasformazione in alcool dei residui lignocellulosici consentirebbe di disporre di un biocarburante ecologico e privo di effetti di concorrenza verso le produzioni alimentari. Sono state condotte molte ricerche in proposito, ma fino ad oggi le rese sono modeste

(300 litri di alcool per ogni tonnellata di biomassa in entrata) e, inoltre, circa 1/3 del carbonio che costituisce la biomassa viene disperso in atmosfera come CO2. Ricercatori giapponesi dell’Università di Kyoto propongono di superare questa situazione con un nuovo processo a 3 stadi. Nel primo stadio, il materiale lignocellulosico viene decomposto con acqua calda sotto pressione; la successiva fermentazione si compie in due stadi distinti, nel primo dei quali si produce soprattutto acido acetico. L’acido viene sottoposto a esterificazione e idrogenolisi, in modo da ottenere etanolo. La resa è di 700 litri di etanolo per ogni tonnellata di biomassa in entrata, e non viene prodotta CO2. I ricercatori giapponesi considerano il loro processo come un importante passo avanti per ridurre le emissioni di CO2, e lo stanno perfezionando per poter passare alla fase industriale.

Dipartimento dell’Energia Usa. Lo scopo principale è la riduzione delle emissioni di CO2 dalle centrali a carbone, ma il processo può essere ugualmente adattato alle centrali alimentate a gas naturale. biopolimeri è necessario un processo di reticolazione dinamica, i cui dettagli non sono stati rivelati. Il nuovo biocomposito ha una resistenza all’urto 20 volte superiore rispetto alle attuali formulazioni commerciali di PLA, e anche l’allungamento a rottura (un parametro inversamente proporzionale alla fragilità) si accresce in misura analoga. Le applicazioni previste sono molteplici: articoli sportivi, attrezzature da ufficio, dispositivi medici, componenti sotto cofano per auto; ma l’applicazione più promettente è come materiale per stampanti 3D. È in corso un programma di investimenti, del valore di vari milioni di dollari, per realizzare una linea produttiva su scala industriale, con capacità intorno a 10 ton/ora.

Fuel cells per catturare la CO2

Biocomposito ad alte prestazioni I ricercatori giapponesi della Hitachi Zosen, insieme all’Università di Osaka e con il supporto finanziario del Nedo (New Energy and Industrial Technology Development Organization) hanno perfezionato le prestazioni meccaniche dell’acido polilattico (PLA), considerato ad oggi la più promettente delle diverse plastiche biodegradabili presenti sul mercato. Il principale problema del PLA è attualmente la sua fragilità, che ne limita fortemente le applicazioni. I ricercatori giapponesi hanno combinato il PLA con il 10-30% di trans-poli-isoprene, che è il componente principale di una gomma naturale prodotta dall’albero Eucommia (originario della Cina). Per ottenere una combinazione stabile tra i due

Le fuel cells al carbonato producono idrogeno da gas naturale e biogas, e successivamente utilizzano l’idrogeno per produrre energia elettrica. In questo tipo di celle, all’anodo vengono prodotti ioni carbonato ed elettroni, utilizzando CO 2; questo consente di separare e concentrare la CO 2 contenuta nei fumi di centrali termoelettriche e grandi impianti di combustione. Rispetto ai classici sistemi di assorbimento a base di ammine, le celle al carbonato non richiedono cicli di rigenerazione; inoltre, abbattono gli ossidi di azoto (NOx) presenti nei fumi, riducendoli ad azoto elementare. Queste proprietà sono alla base di un progetto congiunto tra Exxon Mobil e Fuel Energy, che ha ricevuto un finanziamento dal

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Metatesi delle olefine su scala industriale

La reazione di metatesi delle olefine consiste nello scambio di un sostituente alchenico (contenente cioè un doppio legame tra atomi di carbonio) tra due diverse molecole, una delle quali è di solito etilene o butene e l’altra un olio di origine naturale. La reazione richiede un catalizzatore, normalmente a base di tungsteno/molibdeno, e produce da un lato idrocarburi olefinici a 10 atomi di carbonio (che possono essere usati nei processi di raffineria per la produzione di carburanti) e dall’altro esteri metilici di acidi grassi, che possono essere utilizzati come biocarburanti e in molte applicazioni industriali. Fino a poco fa le reazioni di metatesi erano oggetto di studio a livello di laboratorio; ma recentemente un gruppo di diverse industrie ha messo a punto un nuovo sistema catalitico, che consente di operare in condizioni relativamente basse di temperatura e di pressione, permettendo di realizzare impianti con costo di investimento modesto e basso impatto ambientale. Il gruppo è costituito dalla Elevance Renewable Sciences (Usa), dalla società svizzera Ximo (alla quale si deve la realizzazione del catalizzatore), dalla Versalis (gruppo Eni) e dalla società ungherese Soneas, che gestisce l’impianto di produzione. In questo impianto è stata realizzata la prima reazione di metatesi su scala industriale, con quantità di reagenti e prodotti corrispondenti a 40.000 volte quelle dei precedenti esperimenti di laboratorio.


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AMBIENTE LE AZIENDE CITATE

2G Italia Srl Tel 045.8340861 E-mail info@2-g.it

Compagnia perl'Energia Rinnovabile-CER Srl Tel 0932.667660 E-mail cer@cer-energia.it

Seepex Italia Srl Tel 02.36569360 E-mail info.it@seepex.com

Agrosistemi Srl Tel 0523.490772 E-mail info@agrosistemi.it

Conai Tel 02.54044202 E-mail gorani@conai.org

SUCCESS project Tel +43.1.58801166367 E-mail stefan.penthor@tuwien.ac.at

Amut Spa Tel 0321.664949 E-mail p.provera@amut.it

DuPont Tel +352.3666.5479 E-mail ariane.biberian@dupont.com

Syngen Srl Tel 0523490772 E-mail info@syngen.it

Aquafil Spa Tel 0464.581111 E-mail info@aquafil.com

Ecodom Tel 02.96717811 E-mail info@ecodom.it

SYNPOL project Tel +34.91.8373112 E-mail drzyzga@cib.csic.es

Atlante Italiano Economia Circolare Tel 06.96030260 E-mail atlante@economiacircolare.com

Eni Spa Tel 02.52031928 E-mail rosella.migliavacca@eni.com

T-CELL project Tel +30.2310.498304 E-mail dtsiplak@cperi.certh.gr

BIOCONSEPT project Tel +31.88.8664192 E-masl bioconsept@tno.nl

EPHOS project Tel +49.711.9703646 E-mail jennifer.bilbao@igb.fraunhofer.de

Tecnova HT Tel 02.33910551 E-mail info@tecnovaht.it

Bio Eco Active Srl Tel 051.916667 E-mail info@bioecoactive.it

DNV GL Business Assurance Tel 039.6899905 E-mail camilla.campora@dnvgl.com

Tomra Sorting Italia Srl Tel 0521.681082 E-mail orionsrl1@virgilio.it

Biogas Italia Srl Tel 335.6833771 E-mail c.giurin@biogasitalia.com

ELECTRO HOSPITAL project Tel +34.972.183415 E-mail jradjenovic@icra.cat

UC San Diego Tel +1.858.8227743 E-mail smayfield@ucsd.edu

Biotec Sistemi Srl Tel 010.0987990 E-mail biotec@biotecsistemi.it

Latteria Montello Spa Tel 0422.8833 E-mail info@latteriamontello.com

UniversitĂ di Kyoto Tel +81.75.7539212 E-mail energykyoumu@mail2.adm.kyoto-u.ac.jp

Biovalene Srl Tel 0434.28197

Politecnico Torino Tel 011.0906317 E-mail innovazione@polito.it

Valdera Acque Srl Tel 0587.294392 E-mail info@valderaacque.it

REMANENCE project Tel +44.151.3472918 E-mail david.gardner@ctechinnovation.com

Veolia Water Technologies Italia Srl Tel 0434.516311 E-mail solutions@veoliawaterst.it

SCARLET project Tel +49.6151.1623003 E-mail jochen.stroehle@est.tu-darmstadt.de

Versalis Spa Tel 02.5201 E-mail info@versalis.eni.com

CAFC Spa Tel 800713711 E-mail info@cafcspa.com CDCA - Centro Documentazione Conflitti Ambientali Tel 06.36003373 E-mail info@cdca.it CLS Spa Tel 02.925051 E-mail carrelli@cls.it

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