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IN QUESTO NUMERO PICCOLE RIFLESSIONI SULL’ARCHITETTURA Roberto Marone | 07-04-08 ANTONELLI E LA SUA FETTA Sanja Pupovac | 28-04-08 POP ART: POSSIBILI CRITICHE Roberto Marone | 28-04-08 SEDIE PER BAMBINI E PARRUCCHE PER GATTI Ignazio Lucenti | 23-04-08 JUN MURAKOSHI, SCENDI DALLA LIBRERIA E SIEDITI SULLO SCAFFALE…? Andrea A. | 23-04-08 FABIO NOVEMBRE Ignazio Lucenti | 07-04-08 NIKOLA BASIC: THE SEA ORGAN Luca Spagnolo | 06-04-08 DROP DI GIULIO IACCHETTI Sanja Pupovac | 03-04-08 DILMOS Roberto Marone | 17-04-08 DESIGN DEL NORD Sanja Pupovac| 19-04-08 SALETTI VS DROOG Luca Spagnolo | 22-04-08 MINI TRIENNALE Roberto Marone | 21-04-08 GUIXÈ E MUNARI Luca Spagnolo | 10-04-08 CAFFÈ CON MARINA ABRAMOVIC Sanja Pupovac | 24-04-08 DALLA CANTINA FERMATE RUSSE Roberto Marone |16-06-08 DUILIO FORTE: IL CAVALLO Roberto Marone | 16-04-08

PICCOLE RIFLESSIONI SULL’ARCHITETTURA Roberto Marone | 07-04-08 Ultimamente fra queste pagine si è molto, troppo, parlato di architettura. Anche se lo si sta facendo anche nelle pagine di Repubblica e Corriere, a dire il vero. Ieri guardando l’intervista di Mendini al corriere della sera lui a un certo punto dice una di quelle cose che, come al solito, ti lasciano lì a pensare un paio di giorni. Non la ricordo precisamente, ma più o meno era: noi architetti, non potendoci più affidare a richieste di tipo sociale, contestuale, politiche, ci chiudiamo nel terreno dell’estetica. Come al solito: perfetto. Il potere politico ha smesso da tempo di dettare e incanalare il mondo in un sistema di valori (etici, morali, culturali) nicchiando nel più mite controllo delle regole del vivere. Fanno leggi e cartoffie, visto che regolare il reale è più semplice che ipotizzare il futuro. Quando c’è da costruire, che spesso significa immaginare il futuro, passano la palla all’economia, come un terzino arrivato a fondo campo che la butta in mezzo, e vediamo che succede. L’economia di suo fa il suo mestiere, ovvero ragionare per

diagrammi di speculazione finanziaria. Il mondo della cultura sulla pagine di repubblica continua a ragionare sulle lettere di Benjamin durante la seconda guerra mondiale accapigliandosi, in slanci di contemporaneità, sull’antisemitismo iberico. Gli architetti, visto che il mondo non sa cosa fare, si rifugiano nei terreni del pragmatismo nobile: energia, ambiente, luce, mobilità, verde e tanto verde. Quel pensiero unico al quale nessuno può dirsi contrario e che, gioco forza, diventa la sola ambizione possibile. E così, appeso alle facciate dei grattacieli, il gelsomino assurge a compimento alto dell’umanità tutta. Ovvio che costruire per la fame nel mondo, per la salute, per l’ambiente sono, al netto dell’essere cose sacrosante, un po’ poco, troppo poco, per progettare. Un pannello solare non fa un grattacielo e gli alberelli non fanno le città. E per questo, per far stare in piedi tutto quel cemento, per dargli un senso, gli architetti si rifugiano nell’estetica, nel formalismo e nella peggiore delle ipotesi nello stilismo. Tondo, quadrato,

quadrato che diventa tondo, si torce, è di vetro, di plastica, no il mio è biodegradabile viola. E allora ci sono gli americani sempre un po’ troppo esagerati, pacchiani e futuristi. I giapponesi sempre pulitini ed eleganti. I tedeschi e gli olandesi sempre poco ortodossi e spudorati (non a caso è gente che mette il calzino nel sandalo), gli italiani che fanno finta di essere stranieri (sempre), gli svizzeri superraffinati e i cinesi che sono sempre anni 80 (che talento). Una volta perdonata l’architettura per l’eccesso di gelsomini, ed escluse le grandi stonature, il resto non è colpa loro. Una disciplina che perde, per colpa di tutti, noi compresi, le sue motivazioni, la sua legittimazione a esistere, finisce inevitabilmente col somigliare al vacuo mondo della moda. Il che magari non è nemmeno grave, se non fosse che discuterne assomiglia sempre di più a quelli che scelgono fra Armani e Gucci. Roba da Happy Hour.


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ANTONELLI E LA SUA FETTA Sanja Pupovac | 28-04-08

Geometricamente parlando, nell’architettura degli interni mancano le palle. Se per questo, mancano anche i triangoli. Fra gli interni che si vedono nell’arco di una vita, si contano sulle dita di una mano quelli con la pianta non rettangolare. (Eppure il corpo umano non mi risulta essere rettangolarissimo). Casa Scaccabarozzi , detta anche la Fetta di Polenta, si trova

a Torino, ed è stata disegnata da Alessandro Antonelli intorno al 1840. E’ stata costruita per scommessa, un’estremità è larga 5 metri e l’altra solo 70 centimetri, per la lunghezza di 27 metri. Immagino che la scommessa sia stata, scommettiamo che sta in piedi? Ma visto che si parla di Antonelli, intendo quello della Mole Antonelliana, forse era Scommettiamo che sarà bellissima. Bingo!

POP ART: POSSIBILI CRITICHE Roberto Marone | 28-04-08

Bisogna cominciare a parlare male della pop art, qualcuno deve pur farlo. Bisogna farlo perchè deproblematizza, riducendo tutto a finzione. Perchè è fredda. Perchè è connivente a una certa idea di propaganda tipica del mondo delle merci. Perchè gli oggetti di consumo sono tanto interessanti quanto noiosi. Perchè non si può essere così snob e cinici, è vietato. Perchè i colori carini sono carini e basta. Perchè sembra fatta apposta per stare nei quadri di Ikea. Perchè l’arte ha l’onere della critica del reale e la responsabilità di immaginazione del possibile. Perchè sembra che mentre la facevano si erano già scocciati loro

di farla. Perchè ora è scarica, così scarica che finisce alla Triennale di Milano. Perchè affida alla superficie visiva la dimora del contenuto. Perchè non ha passato, e non ha futuro, e quindi non contempla nessun sentimento. Perchè parla di una cosa, l’iconicità dell’oggetto di massa, che è un fenomeno durato 20 anni, e che non frega più a nessuno. Perchè è una cosa che ha a che fare con la CIA, tipo la guerra in Iraq. Perchè non regala nessuna emozione, se non un temporaneo brillio visivo. Perchè non c’è sogno, lì dentro. E nemmeno nostalgia. E perchè a mia nonna non piaceva affatto, essendo tutto fuorchè qualcosa pop


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SEDIE PER BAMBINI E PARRUCCHE PER GATTI Ignazio Lucenti | 23-04-08

Forse si tratta dello spirito del tempo, forse di una semplice coincidenza, certo però la pubblicazione quasi contemporanea di queste due notizie è, oltre che curiosa, significativa per capire come funziona il mercato. Leggo su Repubblica di un’impresa americana che per 50 dollari fornisce parrucche per cani e gatti affinché possano essere addobbati secondo i gusti chic dei loro padroni. Più o meno negli stessi giorni, leggendo Interni, vengo a sapere di un nuovo trend che coinvolge le aziende più importanti che si occupano di design. Si tratta, in poche parole, della produzione di remake di alcuni best-seller espressamente destinati ai bambini, del tutto uguali alle versioni originali se non per la scala ridotta. Ed ecco così Poltrona Frau sfornare Baby Vanity, Vitra produrre Panton Junior, Alias mettere sul mercato la

versione small della seduta Spaghetti, Meritalia uscire con Mini Shadow, Ligne Roset rilanciare con baby Togo (dai 2 ai 4 anni) e mini Togo (dai 5 ai 12 anni). Vedere le foto di rampanti manager di otto anni, intellettuali di 6 anni o sofisticate e ricche signore borghesi di 10 anni, mentre tutte contente apprezzano la loro nuova sedia d’autore, ha prodotto in me la stessa pena che provo nel vedere i poveri animali costretti a portare una parrucca per compiacere i loro padroni, mentre nel loro sguardo si riesce quasi a cogliere lo stupore e l’assoluta incomprensione per quella strana “cosa” che gli anno messo in testa. E del resto, escludendo a priori l’idea che siano i bambini a chiedere questi prodotti, l’atteggiamento dei genitori che comprano ai loro figli una poltrona da 1600 euro (questo il prezzo della Baby Vanity) per

vederceli seduti sopra non deve essere davvero molto diverso dai padroni di cui sopra. La questione però non si può banalizzare al livello di semplice curiosità. Si tratta ahimé di qualcosa di più importante e profondo, si tratta di capire cosa vuol dire fare design oggi. Il disegno industriale, per definizione, è sempre stato intimamente connesso al mercato e i vari progettisti (con le dovute eccezioni), accanto agli slanci più sperimentali, hanno sempre dovuto tenere bene a mente la producibilità e la vendibilità di un prodotto. Il fattore che ha reso sopportabile la continua sovraproduzione di merci e che dà un senso a questa disciplina, è stato una specie di tacito accordo tra produttore e progettista che vede il primo conseguire profitti, e il secondo tendere al miglioramento della vita delle persone. Oggi, forse generaliz-

zando eccessivamente, mi sembra che qualcosa si sia inceppato in questo meccanismo. Non si riesce a capire quale sia il senso di un’operazione come questa. Non si riesce a capire che fine abbiano fatto i concetti di responsabilità etica e di progresso. Come è possibile che aziende all’avanguardia per la qualità della progettazione dei loro prodotti immettano sul mercato poltrone destinate (cito testualmente) “ai piccoli di casa, da educare subito al gusto del bello”, poltrone che danno “la sicurezza e la tranquillità di far crescere il proprio piccolo su un concentrato di qualità”? A chi sono destinati questi prodotti? Cosa ne pensano i progettisti che (immagino) hanno avallato questa operazione? Quand’è successo che i designer hanno smesso di fare “cultura” e si sono messi a fare parrucche per animali?

JUN MURAKOSHI, SCENDI DALLA LIBRERIA E SIEDITI SULLO SCAFFALE…? Andrea Azzarello | 23-04-08

Ogni oggetto che sforna un giapponese, non può fare solo l’oggetto ma deve fare altre 43 cose differenti. “...Prego si accomodi sui libri... Mi scusi mi passa lo scaffale per favore...ecco, sali sulle sedie e arrivi al secondo piano...” ma noi non siamo abituati a queste cose. A noi piace il capitonnè in versione monolite inamovibile e che di bello ha una cosa, è comodo, ti siedi e non muovi un dito per mezza giornata.

Si è infiltrata un po di ironia dietro Shelving chair di Jun Murakoshi, un ragazzone giapponese che ha anche lavorato qui da noi in Italia, e infatti dietro l’ironia c’è sempre un velo di invidia e apprezzamento. Un invito a sedersi o a leggere e comporre e per di più minimal alla moda. Scomodo sicuramente, ma potenziale tributo a Max Bill, per gli amanti del genere. Punto di forza è la sezione, l’intersezione di 4 piani per volontà

inclinati ne fanno il contenitore, lo stoccaggio e la struttura. Non possiamo definirla sedia, se ci impegnamo bene, diventerebbe un espositore se appeso ad una certa quota, una lampada e la sua gola luminosa, un tavolino basso, un... Forse il progetto vince quando riesce a farci anche giocare oltre che pensare di aver comprato una sedia.


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FABIO NOVEMBRE Ignazio Lucenti | 07-04-08

Fabio Novembre è uno di quei “giovani” (in realtà appartiene alla generazione dei quarantenni) designer italiani che si è distinto forse più di altri, per la sua forte visione personale del mondo e per una certa consapevolezza culturale. Proprio per queste caratteristiche appartiene a quella cerchia di persone che si odiano o si amano senza mezze misure, mentre lui si diverte a costruire e a curare il suo personaggio, tessendo continuamente il suo abito pubblico di provocatore. Nel definirsi usa queste parole: “Dal 1966 rispondo a chi mi chiama Fabio Novembre. Dal 1992 rispondo anche a chi mi chiama “architetto”. Dal 2004 rispondo a chi mi chiama papà. Ritaglio spazi nel vuoto gonfiando bolle d’aria e regalo spilli appuntiti per non darmi troppe arie. I miei polmoni sono impregnati del profumo dei luoghi che ho

respirato e quando vado in iperventilazione è soltanto per poi starmene un po’ in apnea. Come polline mi lascio trasportare dal vento convinto di poter sedurre tutto ciò che mi circonda. Voglio respirare fino a soffocare. Voglio amare fino a morire.” Tra le persone che più lo hanno ispirato cita Carmelo Bene, lo stesso Carmelo Bene di “io sono un’opera d’arte” e di Nostra signora dei turchi, e probabilmente non è un caso che sia un suo conterraneo. Si muove con disinvoltura tra citazioni letterarie, artistiche e cinematografiche, passa indistintamente da Greenaway a Newton, da Ingres a Beckett. Questo approccio “multimediale” o ipertestuale si traduce, nella pratica progettuale, in un rifiuto netto di un certo minimalismo che va tanto di moda in questi anni e in una forte componente barocca e visionaria, o neobarocca come

direbbe lui. L’altra componente fondamentale nel suo lavoro è il concetto di amore, inteso nella sua accezione più ampia possibile, sesso e sentimento, carne e pensiero , non a caso il simbolo del suo studio è un piccolo cupido, la figura femminile è una delle sue principali fonti di ispirazione e ciò che più desidera per le sue creazioni/creature è che diano piacere prima di ogni altra cosa. Neobarocco, amore, citazionismo e personalismo, insomma ci sono tutti gli ingredienti per una traduzione formale piena di eccessi, intesi sia come sovraccarico visivo che come sfarzo. Sovraccarico visivo che ottiene agendo a volte sulla moltiplicazione (riscontrabile ad esempio nelle circa 170 gambe del tavolo Org, nei milioni di tessere di mosaico o ancora nei pattern decorativi che rappresentano un vero e proprio elemento ricorrente del suo

lavoro) e altre volte sull’ingrandimento (usato ad esempio nella pixelosa riproduzione de l’origine del mondo che sovrasta il bancone del bar della Discoteca Divina, nel vagamente surreale vaso-panchina “+13 2007” o nel felliniano “esterno per interni”). Fabio Novembre, proprio per questa sua capacità di proporre un punto di vista forte e per il suo modo di porsi, sembra destinato a diventare, e forse per alcuni versi lo è già, un “classico” con cui fare i conti.

Sedersi e contemplare il mare rimanendone ogni volta incantati. La meraviglia per qunato ormai banale, non stancherà mai. Nikola Basic ha progettato/regalato grandi gradoni che portano dentro il mare, sulle coste di Zara in Croazia, per permettere di poter ancora vivere e godere delle cose

semplici, ascoltare il suono delle onde e le sonate delle onde. E’ come se Basic, colto da un’infinita carica di romanticismo, non solo volesse farti venire i birividi sulla pelle, ma farti piangere di gioia cullato dalle melodie sempre diverse eseguite con maestria dal movimento del mare.

Nell’attesa, Milano gli dedica una mostra retrospettiva alla rotonda della Besana. “Insegna anche a me la libertà delle rondini”, questo il titolo della mostra, sarà inaugurata giovedì 10 aprile, alle 18.30.

NIKOLA BASIC: THE SEA ORGAN Luca Spagnolo | 06-04-08


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3 Aprile 08

SPECIALE SALONE DEL MOBILE 2008

DROP DI GIULIO IACCHETTI Sanja Pupovac | 03-04-08

Effettivamente quando si arriva alla parte dei bagni nelle riviste di settore, escluse le occasionali paperelle gialle che piacciono molto, mancano solo le affissioni dei cartelli di divieto “vietato cantare sotto la doccia”, per completare l’aspetto quasi severo dei bagni proposti. Ma attenzione attenzione, al salone del mobile sarà presentato Drop, un progetto di Giulio Iacchetti , prodotto da iB rubinetterie , apparentemente solo giocoso e ironico, ma fortunatamente molto di più. La forma e il materiale ci fanno sorridere, sorridere

non (solo) per l’assomiglianza alla goccia o ad un palloncino blu pieno di acqua che perde, ma sorridere perchè la forma della goccia migliora la prestazione in termini di erogazione e sorridere perchè il suo materiale, il silicone, non permette la formazione del calcare. Fondamentalmente, in poche parole, la goccia non è un contenitore vuoto, un sorriso gratuito, ma un packaging, un imballaggio simpatico, di un progetto completo. E alla fine, la goccia si strizza con la mano, per far cadere l’acqua rimasta. Drop.

DESIGN DEL NORD Sanja Pupovac | 19-04-08

Generalizzazione: Tutti i designer scandinavi/del nord/ olandesi fanno progetti leggeri. Non leggeri fisicamente, ma esteticamente e concettualmente, leggeri sugli occhi, e leggeri sul pensiero. Eppure, non ho mai sentito di nessuno che ha criticato la leggerezza che ci porta lo stormo di colleghi designer dal nord. E’ una leggerezza che non si deve

giustificare, anzi, da loro la si deve quasi pretendere. Forse loro possono perchè hanno il lusso di occuparsi della parte superficiale della vita, perchè il loro paese ha smesso da tanto tempo ormai di occuparsi di temi ridicolmente datati. Forse loro possono perchè hanno solo questo da fare e da pensare. O forse possono (solo) perchè è tutto giustificato quando è bello.

SELETTI VS DROOG Luca Spagnolo | 22-04-08

DILMOS

Roberto Marone | 17-04-08 Dilmos anche durante questo salone sembra mantenere una sorta di tenacia. Se lo guardi dall’alto, proprio inteso come sguardo sul design tutto, quel posto lì oramai è l’unico che emana una forza romantica. Almeno intesa come una certa sensbilità romantica e, massì, diciamo questa parola: evocativa. Ci sono tavoli un pò scavati, librerie cadenti, tavoli di neon, fiori, similfiori, alberi e colori. Il tutto senza mai finire nell’ipoteca del mieloso. Tavoli al cui interno come ossa trovi cocci di piatti e nidi di fili di rame come poltrone. E’ tenacia, mentre fuori imperversa matrix: un matrix colorato e dolce, ma è pur sempre matrix.

Nell’angolo a sinistra, con due cinghie e 12 morsetti, tutta in legno, con delle serigrafie molto chic, al suo primo incontro professionistico del Salone, la libreria assemblabile prodotta da Seletti..(gli spettatori sono increduli, fischiano e lanciano bicchieri di carta per aria)... Nell’angolo a destra, (e già la

folla esulta e si dimena), la cassettiera eroina incontrasta, nessun incontro perso dal 1991, una sola cinghia e tanti cassetti sparsi, prodotta da Droog e disegnata da Tejo Remy, THE CHEST DRAWERS! (il pubblico sembra impazzito...) Che l’incontro abbia inizio! Ding-ding-ding


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3 Aprile 08

GUIXÈ E MUNARI Luca Spagnolo | 10-04-08

MINI TRIENNALE

Roberto Marone | 21-04-08 Non è per amore di polemica, ma ogni tanto è giusto appuntare delle critiche. Visto che oramai sono anni che la gestione della Triennale di Milano desta perplessità da parte di molti e nel silenzio dei più. E visto, soprattutto, che quel posto è un picco di unicità nel panorama di quello che una volta si chiamavano “arti minori”, con questo aggettivo “minore” che è bellissimo. E’ ovvio, ovvio, detta come premessa, che qualsiasi luogo culturale oggi ha bisogno di denaro misto a una spiccata propensione per mostre di massa. I primi, perchè servono sempre, e le seconde perchè servono per finire su repubblica.it, nel generalismo massificato dell’informazione di plebe. Detto questo, meno ovvi sono i modi. Mi spiego. In questi giorni a Milano c’è questo meraviglioso circo mediatico/ commerciale che è il salone del mobile, questa vetrina fagocitante che butta fuori una forza per Milano inconsueta. E in questo baraccone c’è, ovvio e giusto, un affogamento di attività commerciali culturalmente vacue, nelle rubinetterie e cucine di Tortona come nei party di inglesi e tedeschi vestiti trandy della notte open bar. Tutto molto somiglia a un suk arabo, dove vince chi urla di più, e chi ti fa fesso prima, vendendoti il tappeto. Ed è molto bello.

La Triennale si muove sulla stessa logica, mischiandosi al resto, facendo il filo al totem indiscutibile dell’evento, che tutto comunica e nulla muove. Una regina che alla festa si butta nella mischia del ballo, anzichè aprirlo. Ripercorrendo le tappe di una versione multimediale e velocifera del niente, esposto ad arte. Milioni di euro per comunicare comunicazione. So international, so cool: so sponsor, alla fine. Perchè dentro c’è solo quello, merce sponsorizzata, brand brand brand, canon, toyota e fra qualche anno scavolini. Mini Minor ovunque, per “miniminorati mentali”, come suggerisce un amico. Nel suk ti aspetti sempre uno slargo con una moschea, per riposare nel silenzio gli occhi stanchi dal caldo. Tutto si ferma, per avere un secondo per guardare il cielo. Lo stesso, in questi giorni, ti aspetti da quei due o tre grandi epicentri pubblici (quindi meno stretti dalla morsa del pollo) e istituzionali (quindi meno avvezzi alle urla). Ovvero non l’esposizione dei brand come polli, ma il lusso della riflessione disinteressata, la possibilità di uno sguardo distante, lo spazio largo della fruizione, la quiete di guardare più in alto. Nella tempesta del mercato: la pace di un porto.

Beh che dire? La lampada da garage ha meritato il Compasso d’oro a ignoti da parte di Munari per tutte quelle sue caratteristiche che la rendono semplicemente perfetta. Quindi chissà se Martì Guixè per questo suo nuovo progetto, “Cau”, che presenterà al Salone del mobile 2008 per Danese (altra coincidenza?) abbia pensato alle parole del Maestro, che tra le varie osservazioni a questo splendido oggetto sottolineava proprio che “questo tipo di lampada può anche essere usata così com’è, per illuminare terrazze appendendola ai rami; oppure nella camera dei ragazzi per poterla spostare facilmente dove occorre. Il costo è minimo.”

E quindi perchè no, farla diventare una lampada domestica appendendola all’interno di un oggetto a forma di lampada da tavolo?. E ancora si potrebbe dire che Guixè, lasciando in vista solo la parte arancione, abbia riflettuto su quel colore, quell’arancione classico del quale Munari scriveva: “Nessuna concessione alla moda, qualche modello è verniciato in colore vivace: arancione, forse per meglio individuarla tra gli altri arnesi quando la si cerca.” Forse non c’è alcun legame, nessun riferimento, ma piace pensare il contrario.

CAFFÈ CON MARINA ABRAMOVIC Sanja Pupovac | 24-04-08

E’ bello il fatto che di questa tazza dicono che ha un buco per sbirciare/traguardare pensieri. Se ne saranno accorti, i vari siti internet e curatori di mostre piccole e meravigliose, che la tazza perde, che da quel buco il caffè potrebbe uscire. Se la tazza la disegna Marina Abramovic poi, il caffè esce, e se il caffè lo prepara lei, probabilmente scotta.

Al salone del mobile non tutti partecipano al concorso dell’oggetto più strano con il materiale più tecno-eco-bio, ogni tanto c’è solo una tazza bucata, del 2002, di un’artista, in una teca che praticamente nessuno si ferma a guardare, nella galleria della fiera di Rho. God bless. Spirit Cup, Marina Abramovic Illy Caffè, 2002


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3 Aprile 08

DUILIO FORTE: IL CAVALLO Roberto Marone | 16-04-08

DALLA CANTINA

Duilio non ha esattamente una casa ma una specie di borgo, medievale. Dieci anni fa ha preso questo casolare in periferia di Milano e col tempo, piano piano, ci ha costruito un suo universo. A mano. Dal bagno, al laboratorio, il bancone del bar, soppalchi, stanze maniglie e lampadari: tutto pensato e costruito da lui, sedimentando nel tempo una specie di Vittoriale self made. Quest’anno, nella corte del bor-

go, ha appoggiato su mille piedi di legno un cavallo, a 20 metri d’altezza. Ci arrivi con una rampa che già di per se è scultura, come tutto, e dentro, guarda te, lì in alto, c’è una sauna. Nel circo luccicante e smerigliato del salone del mobile, plastica e acciaio satinato, vedere un cavallo di troia fatto a mano, di legno, caldo che guarda la luna, riposa gli occhi.


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3 Aprile 08

FERMATE RUSSE

Roberto Marone |16-06-08

La Russia non ha esattamente una bella nomea in fatto di architettura. Dopo le straordinarie avanguardie di inizio secolo (radici di molta architettura occidentale) il resto è stato tutto un susseguirsi di moduli, carceri, quadratini, griglie e diavolerie socialiste di ogni tipo. A volte il declino culturale segue quello politico. (A proposito, sapevate

che le prime ricerche architettoniche della futurisibile Zaha Hadid nascono direttamente (copie) dagli schizzi dei suprematisti russi?) Queste foto, di questa straordinaria ricerca di Christopher Herwig, testimoniano invece che da quelle parti, in fatto di creatività, se li lasciavano fare, non avevano nulla da invidiare all’occidente. Sarà che

evidentemente sulle fermate degli autobus non arrivava la mano censoria del potere sovietico, ma è chiaro che in queste immagini si inanella un susseguirsi straordinario di diversità, anzichè di omologazione. Sul deserto freddo di una Russia con troppa storia si scagliano piccole e leggere testimonianze di bellezza. Soprese inaspettate, ogni tanto.

>>Maggio 2008

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Pata - Aprile