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LUGLIO 08


Se ci pensi, il cerchio è una logica che sta dietro quasi tutto. Tutte le regole dello spazio (terra tonda fa il giro in tondo). Legge dei fluidi (acqua, aria fanno le bolle e se butto una pietra fa i cerchi). Della meccanica (ruote, turbine e cilindri fanno ancora muovere il culo del mondo). Della religione (aureole, ROBERTO MARONE decorazioni arabe, buddismo e persino la newage, cerchi dappertutto). Le cose visive (obiettivi, prospettive, occhi, tutto tondo). Poi guardi questo video e ti ricordi che persino quello che senti, alla fine, è tondo. Dopo di che, tutti, progettiamo e disegniamo con la squadra. Strano mondo.

TONDO

IN QUESTO NUMERO 2

TONDO

11

AUGMENTED SCULPTURES

3

ROBERT HODGIN

12

JAN VORMANN

5

ITALIAN CONTEMPORARY ART

14

GUIXÉ E IL PFIC BAR

6

PAOLO ULIAN E IL FIAMMIFERO

15

IL LAGO DI AALTO

8

BERNARDO RUDOFSKY INNAMORATO

GIACOMO MOOR : LE CIOTOLE

9

ONE DAY PAPER WASTE: GREEN WASTE

16

PAROLE D'AMORE (FINITO) CHE SI SCIOLGONO

10

JOSEF KOUDELKA

18

FIORE ANTI-MINE

ROBERTO MARONE ROBERTO MARONE ROBERTO MARONE LUCA SPAGNOLO

SANJA PUPOVAC IGNAZIO LUCENTI

ROBERTO MARONE

in copertina: Magnetic Ink, - Robert Hodgin - 2007

IGNAZIO LUCENTI LUCA SPAGNOLO LUCA SPAGNOLO LUCA SPAGNOLO

SANJA PUPOVAC IGNAZIO LUCENTI IGNAZIO LUCENTI


ROBERT HODGIN ROBERTO MARONE

Video pazzeschi, c'è poco da dire. Lui è un ragazzo di San Francisco, Robert Hodgin. Si è appassionato a un programma open source, processing, e ha cominciato una sua piccola avventura solitaria in una porzione di mondo che sta a metà fra la musica, l'arte, la grafica, il progetto, la tecnologia. Non è molto chiaro il procedimento, da come lo racconta, ma spero di spiegarlo. In pratica lui prende la musica, la smembra e spacchetta in picchi significativi che stanno nella sua testa e da cui ricava

una serie di numeri e logiche. Prende dei punti di quelle note, di quel ritmo, di quel tempo, e lo applica a superfici sferiche o simil sferiche, spacchettando la cosa su quella porzione di volume. Prende Mozart, o i Radiohead e li spalma su una palla. Poi a ognuno di quei punti applica delle variabili, colore, densità, liquido, solido, gas, velocità, impatto, trazione. A ognuna di quelle variabili assegna un punto che ha preso dal suono. Poi dipana il tutto, renderizza come si dice, monta, zoomma, ritocca, studia e smonta,

fino ad ottenere queste cose qui. Straordinarie. Se ci metti poi che al tutto somma una serie di riferimenti fisici del mondo reale, tipo emisferi, implosioni, branchi di pesci, alghe, peli, molti peli, lanci, fuoco e varie alchimie del mondo che si vede di qua dallo schermo, sommi e ne viene fuori un immaginario imprendibile, mezzo virtuale mezzo umano. Se poi ci sommi una straordinaria sensibilità estetica, una brillante attitudine grafica, un uso sapiente del segno e un vezzo d'artista navigato, ne viene fuori un mezzo capolavoro.

Alla fine non è arte, non è grafica, non è tecnologia, non è niente. E' un pezzo di mondo che sta solo nella testa di Robert. Viene solo da pensare che se il mondo istituzionale delle arti visive e del progetto sapesse intercettare questa straordinarie possibilità espressive, queste acrobazie visive, queste epifanie dello sguardo, potrebbe schiudersi un mondo, quello si, veramente nuovo.


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ITALIAN CONTEMPORARY ART ROBERTO MARONE EDITORIALE Mio padre che io ricordi due volte si è lanciato in lezioni verso il figlio. La prima, con un'aria un po' saggia per dirmi "non c'è niente che valga la pena come le questioni di principio". La seconda, un paio di settimane dopo, con quel suo sguardo poco messo a fuoco, che sembra che guarda un metro prima o dopo di te, mi disse autoritario: le questioni di principio sono da imbecilli. Ci misi qualche anno a tirarne fuori una lezione, se non paterna, quanto meno usabile nella vita. Alla fine sapeva di relativismo, che è un odore che mi è rimasto in testa. In questi anni un po' vigliacchi dell'arte contemporanea, anni di autori lanciati e bruciati, anni di mostre di mostri, anni di fautori poco autori, è un sapore che è diventato abitudine. Si contano sulle dita di un pesce gli artisti resistiti alla furia anni novanta e in questa lunga scia ci sono quelli che ora sembrano essere gli enfant terrible del decennio. Una generazione

di piccoli, embrioni lasciati crescere poco, sparati nell'olimpo prima della coltivazione. Li vedi il giorno dell'inaugurazione che negli occhi hanno ancora il campo scout, mentre dietro collezionisti, galleristi e critici fanno da trainer. Ma a parte questo essere buttati in campo a freddo (discorso che richiederebbe una riflessione, please), c'è qualcosa di più fine, e più interessante, in questo nuovo panorama italiano emergente. Ovvero il rapporto che questi linguaggi hanno con le esperienze dei padri, che va molto oltre lo stesso criterio citazionista e il modo con cui per un secolo si è fatto i conti con il passato, e che ha uno logica, quella si, effettivamente nuova. Per dire: in Diego Perrone c'è una versione violenta e cinica della plasticità di un Pascali. In Roberto Cuoghi un pezzo della nobiltà aristocratica di De Dominicis. In Paola Pivi la schiettezza spudorata e surreale del primo Cattelan. In Caravaggio la declinazione del gesto materico dell'arte povera in una compostezza più soave, dolce. Eppure, questo rifarsi, non ha niente a che fare con un’ idea di tempo. Potresti

dire che Perrone è prima di Pascali, dopo Gabellone e che De Dominicis è fra Cattelan e Paola Pivi, che alla fine è la zia di Carol Rama. Non farebbe una piega. C'è in questo citazionismo un approccio soggettivo e parziale a un passato saccheggiato, positivamente, anziché una visione oggettiva e assoluta di una storia collettiva a cui poi, ognuno, tenta di disegnare il passo successivo. Ce ne si appropria, del tempo, prendendolo dal proprio lato, piegando i vecchi punti di vista a visioni personali, attuali, contemporanee. Il senso di un secolo diventa un pretesto tutto personale, e i fili che per anni hanno tessuto la maglia della cultura di milioni di persone diventano nodi da cui sfilare un racconto solitario. Hitler non è più Hitler, ma il mio cartone animato preferito, la Venere mi ricorda mia nonna, il vino un ottimo sciampo e Wharol il mio sogno erotico. Fare il verso a Kounellis, a quel punto, è un niente. Difatti non c'è in queste generazioni l'attitudine a scardinare, non c'è l'utopia del nuovo e non c'è la presunzione dell'unicum. E questo è molto contemporaneo.


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PAOLO ULIAN E IL FIAMMIFERO LUCA SPAGNOLO Se Paolo Ulian sia il più bravo in Italia o nel mondo a noi poco importa. Ci importa

invece guardare i suoi progetti e rimanere ogni volta sorpresi, sbalorditi da quella idea che come al solito sembrava li alla portata di tutti,

così semplice, per niente elaborata che solo lui pare essere riuscito a cogliere trasformando un piccolo intervento su un oggetto semperiano in tocco di genio. Esiste una costellazione di oggetti la cui longevità sembra offrire loro quell'aura di intoccabilità. Destinati a rimanere tali per sempre. Nessuno ha il coraggio nemmeno di pensare a cambiare un oggetto simile apportando anche solo una piccola modifica. E' per questo motivo che

Double Match risulta essere perfetto, perchè Ulian è riuscito nuovamente a centrare il bersaglio, andando a modificare il fiammifero, un oggetto che credo sia rimasto uguale per 200 anni. Questa volta, al tavolo dove sono seduti l'imprenditore, mia nonna, il bambino, l'impiegato, il designer very cool, l'artista e l'architetto tutti sarebbero d'accordo (impresa a dir poco impossibile). Mettici una serie di considerazioni intorno al tema dello

spreco, mettici l'attenzione di Ulian ai piccoli gesti (le nonne che non buttavano mai via niente e un fiammifero lo usavano più volte), mettici il suo genio, ed ecco un progetto prefetto: DOUBLE MATCH. P.S. E se qualcuno provasse solo a dire: "Eh, ma l'avrei potuto fare anche io!", Munari insegna che casomai si sarebbe solo potuto rifare, perchè Ulian lo ha già fatto.


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COMMENTI JOHAN:

JACOPO:

pare un'ottima cosa; permette

trova davanti a oggetti scon-

un'idea

di inquinare meno sia per

tati e molte volte banali...non

http://www.versionmagazine.

bellissima ma nutro alcuni

produrre l'oggetto sia come

c'è più attenzione a nulla se

com/mirceacantor/see.htm

dubbi non solo sulla sua reale

quantità di rifiuti (quando l'og-

non alla forma e al trovare un

ecologicità ma anche sulla

getto viene buttato via alla fine

bel gioco di parole per il nome

sua effettiva possibilità di uti-

del suo ciclo di vita).

che avrà l'oggetto...

lizzo... Molte volte il fiammifero

Ma non è forse meglio spre-

a me viene da dire (come gia

viene usato fino in fondo, in

care le energie per progettare

fatto notare in un precedente

questo caso la seconda parte

oggetti che vengano pro-

commento...) che una volta

andrebbe sprecata... addirit-

dotti inquinando meno e che

che si usa un fiammifero DOU-

tura potrebbe prendere fuoco

inquinino meno anche una

BLE MATCH, con la parte gia

in mano... E poi se si usa

volta utilizzati? E poi provate

utilizzata parte ci si può spor-

più di mezzo stecchetto con

a pensarci, se tutti usassimo

care le dita (non funziona,

una fiamma poi il rimanente

100 volte di più i nostri oggetti

18... potrebbe replicare qual-

è troppo corto per essere

non avremmo più la neces-

che professore bocciandoti

acceso e usato... e soprat-

sità di comprarne di nuovi (o

all'esame... ...), si potrebbe

We will post something about

tutto... SCOTTA!!! Quindi farei

almeno sarebbe molto ridotta)

rompere e si butterebbe via

Mircea Cantor soon.

un pensiero su questa bellis-

e chi produce questi oggetti

un

Thank you for the comment.

sima idea, ma forse anche sul

avrebbe cali di produzione,

succedere molte cose...

fatto che se i fiammiferi sono

dovrebbe licenziare il perso-

e poi usare qualcosa in legno

così da 200 anni forse ci sono

nale e tutti noi saremmo più

invece che in plastica siamo

motivi validi...

poveri, sia in termini economici

sicuri equivalga dire: io attuo

Per me questo progetto

sia in termini di innovazione,

un pensiero ecologista???

è più un'opera d'arte che un

perchè se non c'è chi compra

a me sembra quasi quasi il

Just done in 2002!

LUCA S. : We already know the work of Mircea Cantor, and his opera in general. Of course this is just a coincidence, the work of Ulian is of 2001. We don't say Mircea copied him beacuase he's too intelligent, does't need to do something like that.

SIMONA:

prodotto di design; è carico

Indubbiamente

M:

fiammifero...potrebbero

non c'è nemeno chi produce

contrario...

di significati e di valori ma se

Progetto è (anche) otti-

e se non c'è chi produce non

io penso che sia un progetto

ci addentriamo nel processo

mizzare eccellenti idee, ridi-

c'è chi progetta e di conse-

senza dubbio interessante,

produttivo quanto può essere

segnando (se serve) lontane

guenza non c'è chi innova,

perchè comunque stimola la

ancora ecologico? Basta col-

tradizioni. Eccellente Ulian,

semplificando fino all'estremo:

vista e appaga la nostra curio-

legarsi al link suggerito da

ottimo Double match: due a

non c'è progresso.

sità di vedere sempre (giusta-

Johan per capire come pos-

zero, anche questa volta.

Credo di conoscere abba-

mente) qualcosa di diverso...

sano essere realizzati questi

E chi ha il coraggio lo rifaccia,

stanza bene l'operato di Ulian,

ma gridare al colpo di genio

fiammiferi...!

senza scottarsi, senza capire.

oltretutto è stato mio profes-

penso sia un pò troppo.

Prima di accendere il legnetto, qui

sore ad un workshop, e già

bisogna accendere l'intelletto.

allora mi lasciò perplesso,

Fuoco, Fuochino...

perlomeno per alcuni progetti

LUCA S. Sinceramente non ho idea di come si possa produrre un fiammifero, credo solo che quello che

in particolare.

M: ci si può scaldare, bruciando un'idea.

DANIELE:

BLA BLA:

si può progettare, senza biso-

hai visto nel link sia un metodo

Veramente io non riesco a

molto casalingo, ma davvero non

capire cosa cosa ci sia di così

ma se il fine ultimo è non

si può scegliere di stare nel

ne ho idea. Credo solo che sia

geniale in Paolo Ulian.

inquinare basterebbe usare un

disegno del potere o nel

più semplice di quanto si pensi. In

Sono tanti gli aspetti di lui che

accendino ricaricabile...

potere del vento.

ogni caso bisognerebbe valutare

mi lasciano perplesso, o meglio,

io penso che il design si stia

se il rapporto legno consumato

mi lascia perplesso il fatto che

trascinando in un territorio

(dimezzato per ogni due fiammiferi)

se ne parli sempre bene.

ormai stantio, dove ogni idea

e inquinamento prodotto dal pro-

Esempio

farmi

un pò particolare viene salu-

troppo bello davvero, come

cesso produttivo sia comunque

capire): fa un sacco di pro-

tata come una grande inno-

gli invidio la pensata non avete

migliore o no. Per il momento

getti attenti al 'non spreco', al

vazione o come un qualcosa

idea ...

assaporiamo l'idea.

'recupero'. Ok, a prima vista

di molto geniale. In realtà ci si

(tanto

per

gno che qualcuno produca.

PAOLA:


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BERNARDO RUDOFSKY INNAMORATO SANJA PUPOVAC CASSETTO Rudofsky, nel 1950, si innamora di una Olivetti, e non scrive le lettere, quelle le continua a scrivere a mano, ma decora soltanto i fogli, come un vero innamorato. Gli inviti alla festa di natale sono a forma di albero, il men첫 del ristorante segue la sagoma della bottiglia di vino, e gli interni dei cassetti sono pieni di parentesi e punti esclamativi.

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ONE DAY PAPER WASTE: GREEN WASTE IGNAZIO LUCENTI Con un po' di ritardo parliamo di questo progetto di Jens Praet. Presentato in occasione della mostra collettiva "A Touchof Green", One day paper waste consiste in una collezione di mobili (un armadietto, un tavolo e un comodino) realizzati utilizzando i documenti che ogni giorno vengono triturati e buttati via dagli uffici di tutto il mondo. Le sottili strisce di carta, una volte recuperate sono state mescolate con una resina e compresse,

dando vita a un materiale resistente come il legno. Si tratta, seguendo il ragionamento del designer, di un'opera concettuale sullo spreco. I documenti espulsi sotto forma di strisce di carta, attraverso il lavoro di Praet, assumono una nuova forma e dopo aver compiuto un vero e proprio ciclo alimentare, sono invitati a rientrare "dalla finestra" negli stessi spazi dai quali erano stati buttati fuori. Tutto molto bello, eppure non si riesce a non

pensare ad un piccolo dettaglio: dei coriandoli di carta possono ancora diventare qualsiasi cosa, le opportunità per recuperarli non mancano affatto. Possono tornare sotto forma di fogli di carta, di tovaglioli, di giornali, di libri, perfino di carta igienica. Anche a non volerli riciclare, quei piccoli resti di documenti riservati sparirebbero in poco tempo, sciolti dall'acqua o mangiati dagli insetti. Se li si immerge in una resina invece, torneranno pure

sotto forma di armadietto, ci daranno pure l'opportunità di riflettere sugli sprechi, ma saranno diventati un pezzo di plastica da buttare nella discarica e che non sparirà per migliaia di anni. Ovvero quando il design verde fa più danni dell'assenza di design.


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JOSEF KOUDELKA ROBERTO MARONE Josef Koudelka non era giovanissimo, nel 68, e tirava a campare facendo l'ingegnere aeronautico in un paese alla periferia di un impero morente, la Cecoslovacchia. Si faceva la fila per il pane, la televisione non c'era, la barba andava di moda, e più o meno tutto quello che vedeva era deciso un paio di migliaia di km più in là, in un paese, la Russia, che si avviava a passo spedito verso il disfacimento del più grande sogno mai coltivato da un pianeta: il comunismo. Erano anni in cui il suo paese cercava una sua indipendenza dall'impero (la chiamavano primavera), cercando aria fuori da quell'ottusità asfittica dell'ideologia. La Russia, senza tante balle, dopo un paio di telefonate per dire "ma ddò vai" non ci pensò

due volte e invase Praga, con carri armati bombe, mitragliatrici e sangue. Era gente che non scherzava, quella. Il giorno in cui a Praga si svegliarono e sotto casa i loro alleati gli sparavano addosso, qui, dalle nostra parti, smottavano le convinzioni di enormi pezzi di società che per quelle bandiere avevano creduto. Buona parte dell'occidente si ritrovò, quel giorno, orfana. Si potrebbe persino dire, se si fosse coraggiosi, che il ventennio Berlusconiano è l'ineluttabile conseguenza di quel lutto. E se pensi che quel giorno non solo un gran fotografo era lì, ma che quel fotografo riuscì a far uscire le sue foto dal paese, che lui era un gran fotografo e che quelle foto furono pubblicate in mezzo mondo,capisci che

in un certo senso su quella pellicola ci è finito lo scricchiolio di quell'impero, di quella cultura, di quella politica. Che tutto il grande elefante dell'illusione mar-

zare il fallimento del sogno novecentesco sulle cui macerie stiamo cercando di costruire i nostri giorni. Ora, da Forma, le hanno messe tutte in fila; d'al-

xista si è riversato nell'imbuto di un obiettivo e da lì riconsegnato, per sempre, alla storia. Koudelka dice che lui semplicemente era sceso a guardare; la verità è che lui si è ritrovato a cristalliz-

tronde osservare le disfatte è sempre un buon sistema per sognare il futuro.


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AUGMENTED SCULPTURES IGNAZIO LUCENTI Che la videoarte esca fuori dalla superficie piatta della tela o della parete non è una novità. Basti pensare, tanto per fare due nomi, alle video-sculture di Tony Oursler o ai video-ambienti di Olafur Eliasson. Pablo Valbuena, classe 1978, nato a Madrid, è un artista che ha fatto del rapporto tra spazio e tempo il punto centrale della sua ricerca. Architetto per formazione, Valbuena non può far altro

che partire da un luogo fisico, geoemetricamente ben delimitato, spesso minimalista nelle forme. Una volta individuato il campo di gioco, la partita consiste nel vestirlo con una seconda pelle virtuale fatta di luce, movimento e suono. Il secondo livello stabilisce con il primo un rapporto di simbiosi, facendo in modo che quest'ultimo, sia che si tratti di una scultura realizzata ad hoc, sia che si

tratti di una architettura preesistente, venga percepito non solo nelle sue qualità spaziali, ma soprattutto nel suo essere luogo in trasformazione. Il risultato ottenuto è quello di farci smarrire in uno splendido viaggio tra bidimensionalità e tridimensionalità, segni e volumi, luce e ombra, astrazione e concretezza. Il tutto sotto il controllo ferreo del programma inserito nel proiettore. In una parola si parla di ritmo. Non a caso una

componente indispensabile delle sue "sculture aumentate" è il suono, usato quasi come un enzima, un catalizzatore che attraverso il processo sinestetico aiuta e acuisce nel fruitore la percezione del tempo. Tuttavia, quello che più colpisce in queste sculture probabilmente è quell'approccio estremamente essenziale e allo stesso tempo estremamente rigoroso che le rendono quasi dei piccoli cristalli metafisici.


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JAN VORMANN LUCA SPAGNOLO

Vorrei portare alla vostra attenzione quattro lavori di questo giovane artista tedesco, tale Jan Vormann classe 1983. Ci tengo a sottolineare il dato anagrafico sempre per ricordare che a noi di Pata interessano i buoni lavori e le idee, non i nomi. Il primo lavoro ha a che fare con il depistaggio del soggetto, per una questione puramente chimica la bandiera della Germania diventa completamente bianca, si arrende forse, ma per magia una bandiera bianca diventa quella della Germania, ed è un fatto certo. Ancora più concettuale, ma formale in un intervento che ha come soggetto i muri di un vecchio paesino vicino a Roma, Bocchignano; più preci-

samente l'obiettivo non è il muro, ma il vuoto che le vecchie mura filtrano tra una pietra sempre diversa e l'altra. Jan riempie questi vuoti irregolari con i mattoncini Lego, sempre uguali tra loro e multicolore, creando piccoli episodi di singolare armonia tra caos e regola all'interno del paese. Nel terzo lavoro gioca con gli specchi riuscendo ad arrampicarcisi egregiamente. L'effetto è proprio quello che si può vedere nella foto; ci prende in giro illudendo il senso sul quale facciamo più affidamento (finchè non vedo non credo), ne siamo consapevoli, ma continuiamo a cascarci. Come un virus che danneggia un immagine, privandone di netto una parte e sostituendone

a questa un'altra di forma uguale. E infine serissimo ci da le istruzioni per fare il nodo alla cravatta. Finalmente ci sono riuscito!


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GUIXÉ E IL PFIC BAR LUCA SPAGNOLO

Qualche giorno fa alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Martí Guixé ha presentato il suo nuovo lavoro, nell'ambito di Living Spaces. Il soggetto è la fontana, il monumento pubblico in generale, che Guixé denuncia essere ormai sempre meno pubblico e sempre più privato. Sponsor e cartelloni pubblicitari sono ormai i soggetti poco graditi di questi spazi, sempre

meno protagonisti. La privatizzazione del pubblico. Ed ecco quindi una fontana che invece dell'acqua fa sgorgare cubetti di ghiaccio, invece dei pesci ha lo champagne, invece del pubblico ha uomini in giacca e cravatta e invece di essere una fontana è un bar per un piccolo business privato.


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GIACOMO MOOR : LE CIOTOLE SANJA PUPOVAC

Giacomo Moor trapana il soggetto e poi gli brucia gli interni. E' una ricetta infallibile da serial killer e una tecnica unica per fare delle bellissime ciotole di legno.

IL LAGO DI AALTO LUCA SPAGNOLO Qualche giorno fa sul sito di Droog sono usciti i risulati della Climate Competition, forse il primo concorso di droog aperto a tutti, che aveva come tema il global warming. Ora sul sito si trovano i 10 finalisti dei quali decretare il vincitore tramite votazione del pubblico. Sinceramente a noi senza offesa non ce ne piace quasi nessuno, ma

ce ne è uno, l'unico che ha davvero dietro un'idea valida e forte che volevamo segnalare. Jan Ctvrtnik è il progettista: ha reinterpretato il vaso Savoy di Alvar Aalto, ipotizzando la forma del vaso come il perimetro di un ipotetico lago finlandese che con il passare degli anni si è ristretto a causa del cambiamento climatico.

Anche se il lago non esiste e la forma del vaso originariamente non è stata ispirata da un qualsiasi altro lago, abbiamo gradito

molto il tipo di pensiero e come questo sia stato poi realizzato elegantemente, lasciando nello spessore la forma originale.


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PAROLE D'AMORE (FINITO) CHE SI SCIOLGONO

IGNAZIO LUCENTI

Kotama Bouabane è un artista canadese di 28 anni. Per il suo ultimo lavoro ha preso una serie di frasi fatte, scelte tra quelle che due persone che si lasciano finiscono inevitabilmente e quasi comicamente per dirsi e le ha realizzate con il ghiaccio. Poi ha preso queste frasi "fredde", le ha messe in posa, ha aspettato un po' e le ha fotogra-

fate. Niente di più e niente di meno. Un legame immortalato nel momento in cui si scioglie. Lo stile sarà pure pubblicitario, il tema saprà pure di già visto, eppure trovo che ci sia qualcosa di affascinante in queste foto, in questa metafora mostrata di una relazione che si dissolve senza lasciare nessuna traccia, a parte un alone bagnato ovviamente.


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DALLA CANTINA

FIORE ANTI-MINE IGNAZIO LUCENTI

Grazie alle biotecnologie, negli ultimi anni, anche gli organismi viventi sono diventati oggetto di progettazione. A ben pensarci, sebbene ad un livello superficiale, è praticamente da quando è nato che l'uomo cerca di intervenire progettualmente sulla natura, basta considerare la pratica dell'agricolutra, dell'allevamento o gli incroci pilotati di piante e animali. E' solo recentemente però che l'opera di manipolazione si è fatta per così dire radicale, andando ad agire sulla struttura stessa degli organismi, leggendone le istruzioni e riprogrammando le loro funzioni in base agli scopi prefissati, in modo del tutto analogo a quello che succede i computer. Nonostante questo avvio di articolo suoni piuttosto apocalittico, il progetto di cui voglio parlare non solo rappresenta un esito

felice, ma oserei dire, perfino poetico. La compagnia danese Aresa, infatti, è riuscita a produrre un fiore modificato geneticamente in modo tale che i suoi petali da verdi diventino rossi qualora una mina antiuomo si trovasse nelle vicinanze. In pratica il fiore è stato "programmato" in modo da reagire al biossido di azoto che gli ordigni sepolti nel terreno sprigionano nel corso del tempo, lanciando in poco tempo il colorato segnale d'allarme. Se non ci fosse dietro quasi un decennio di ricerche, l'investimento di milioni di dollari e l'utilizzo delle tecnologie biologiche più avanzate l'avrei scambiato per una trovata geniale e poetica al tempo stesso di qualche giovane designer contemporaneo, tanto è bella l'idea di utilizzare dei fiori contro le mine antiuomo.


Pata Magazine - jun08