Issuu on Google+

+ Lo spazio giovani di Voce Misena - febbraio 2012

Sono passati 50 dal Concilio Vaticano II; ha ancora senso parlarne? Ci siamo chiesti, da giovani, cosa sappiamo di questo avvenimento, e se ancora ci interpella, come passo fondamentale nella storia di quella grande chiesa di cui facciamo parte. Il concilio del ‘62-‘65 fu un momento di dialogo, all’interno della Chiesa stessa, con le altre Chiese e con la società che in quegli anni andava sviluppandosi freneticamente; potremmo prendere proprio questo spunto per continuare a parlarne, sottolineando quanto il dialogo sia fondamentale ancora oggi. Il dialogo all’interno della Chiesa, perché si cresce e si cammina ascoltando chi ne fa parte, i suoi bisogni e le sue difficoltà, condividendo la bellezza e la fatica di vivere una vita in Cristo. Il dialogo con le altre Chiese, perché spesso i parrocchiani si fanno sempre più multietnici, e allora sorge il bisogno di capire da dove vengono e dare loro la possibilità di vivere la propria fede, a volte lontana e diversa per riti, ma pur sempre degna di rispetto e devozione. Il dialogo con la società, in continuo e veloce mutamento, per saper coniugare il grande progresso con la grande tradizione, ascoltare quello che la scienza ha da dire alla Chiesa e saperle integrare tra loro, conciliando la diversità delle visioni, ma facendo sì che la ricchezza di entrambe faccia parte della coscienza dell’uomo. È questo uno dei tanti insegnamenti che il Concilio ci lascia: mettersi in ascolto di chi è intorno a noi e con noi cammina nella Chiesa, perché è anche grazie ai carismi di ognuno che possiamo migliorarla e migliorarci. Farci di nuovo discepoli, come quelli che ascoltando Cristo modellavano la loro vita su di lui; perché tutto è nato dalla Parola, veicolo di quella storia di cui facciamo parte e veicolo di Cristo, quella Parola di speranza e di salvezza che ancora continua ad abitare e cambiare tante vite, quella che ci distingue come uomini, quella che mi mette in relazione con il mondo che abbiamo intorno. Francesca Vici

sare che dubitai che qualcosa di simile potesse riuscire. […] Come potevano uomini che vivono in continenti diversi, e non solo dal punto di vista geografico, ma anche intellettuale e culturale, produrre un testo dotato di un’unità interna e comprensibile in tutti i continenti? Devo confessare che anche oggi mi sembra un miracolo il fatto che questo progetto alla fine sia riuscito.” Penso che nonostante emergano anche qui le grandi difficoltà di una impresa del genere, il Concilio, la redazione del Catechismo della chiesa cattolica, e nel nostro piccolo, il Sinodo diocesano portino insiti un bellissimo messaggio, forse ancora più importante dei documenti finali, e cioè lo sforzo di provare a fare sintesi tra le diverse posizioni. In sé questo è il simbolo della Comunione che è “unità nella diversità” e soprattutto è manifestazione del ruolo da protagonista che deve avere il Popolo di Dio che è Chiesa. Forse è qui la testimonianza più forte che può colpire gli occhi di un giovane che osserva la Chiesa: essa necessita del Clero, non potrebbe non esserci, ma non si esaurisce in esso. Lo Spirito Santo è presente nel Popolo di Dio ed ispira la Chiesa sia nelle grandi che nelle piccole cose e proprio per questo motivo sono

dei capisaldi questi momenti in cui, nel senso più pieno della parola democrazia, la rotta risulta dalla sommatoria di posizioni tanto diverse. Inoltre anche qui si può leggere un messaggio di grande portata, e cioè il cammino della Chiesa e la strada verso la Redenzione non può prescindere da un coinvolgimento di tutti. Infine sorprende molto anche il fatto che il messaggio conclusivo del Concilio sia proprio diretto ai giovani. “È a voi, giovani e fanciulle del mondo intero, che il Concilio vuole rivolgere il suo ultimo messaggio. Perché siete voi che raccoglierete la fiaccola dalle mani dei vostri padri e vivrete nel mondo nel momento delle più gigantesche trasformazioni della sua storia. Siete voi che, raccogliendo il meglio dell’esempio e dell’insegnamento dei vostri genitori e dei vostri maestri, formerete la società di domani: voi vi salverete o perirete con essa […]. La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone: e queste persone siete voi.” Andrea Giovannetti

news

PG

É particolare che questa ricorrenza dei cinquanta anni dall’inizio del Concilio Vaticano II cada nel periodo in cui la nostra Chiesa diocesana vive il Sinodo. Questa coincidenza, paragonandola al nostro cammino di questi anni, ci fa riflettere su cosa è significato un confronto di tali dimensioni sulla fede e sulla Chiesa: le difficoltà, le diverse sensibilità nell’affrontare i vari temi in discussione, il tentare una mediazione tra posizioni spesso opposte. All’ultima Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid il kit del pellegrino comprendeva il volumetto ”Youcat”, un compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, redatto negli anni ’80, ma con un taglio prettamente giovanile. Nell’introduzione Papa Benedetto XVI, che negli anni in cui veniva redatta l’opera era stato incaricato come responsabile da Giovanni Paolo II, ha scritto a riguardo: “Egli mi affidò il compito di coordinare il lavoro dei vescovi e di vegliare affinché dai contributi dei vescovi nascesse un libro, intendo un vero libro, e non una semplice giustapposizione di una molteplicità di testi. Questo libro […] doveva mostrare che cosa crede oggi la Chiesa Cattolica e in che modo si può credere in maniera ragionevole. Rimasi spaventato da questo compito, e devo confes-

1-4 marzo

Esercizi Spirituali Giovani, sull’Apocalisse, guidati da don Giacomo Morandi, biblista, diocesi di Modena

11 marzo

Ritiro Giovanissimi AC

18 marzo h. 18.00

Prima Assemblea di DESTATE LAFESTA 2012

1 aprile

GMG diocesana: l’incontro annuale di tutti i giovani con il Vescovo

6 aprile

Venerdì Santo: preghiera in cattedrale dalle 12 alle 15 nelle ore dell’agonia di Gesù.

pillole di Giuseppe Lazzati Nel popolo di Dio, infatti, ci sono vocazioni e funzioni diverse, ma tutti rimangono nell’identica vocazione alla santità. Il laico è deputato a determinate funzioni, queste funzioni modellano il modo con cui egli raggiunge la santità. Al laico è chiesto di essere pienamente uomo, in quanto uomo battezzato, significa che gli è chiesto di realizzare pienamente la propria natura umana. Natura umana vissuta in ciascuno secondo un modello plasmato da Dio, irripetibile, il modello che noi chiamiamo persona. Uno è pienamente uomo nella misura in cui realizza la sua pienezza d’umanità essendo se stesso con la capacità di stabilire relazioni con Dio, con gli uomini, con il mondo, così da trarre da queste relazioni la pienezza del proprio essere. Il Concilio Vaticano II afferma che “per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.” Questo è il primo compito del laico, quello suo specifico: redimere dal loro interno le realtà che sono nel mondo.


Lo spazio giovani di Voce Misena - febbraio 2012

PUNTO GIOVANE

Dove fede e vita si incontrano Prima di partire col Punto Giovane, ci si è interrogati molto sul perché tentare un’esperienza di vita comune. Un anno di incontri per dialogare sul sogno che ognuno aveva, per capire se “Si dimentica facilmente fosse volontà di Dio o che la comunione dei una nostra fissa, per poi fratelli cristiani è un tradurre l’input del Pundono del Regno di Dio, to Giovane di Riccione, e che forse tra breve declinandolo in un altro ci ritroveremo soli. Chi territorio, con altri giodunque finora ha potuto vani, in un’altra chiesa vivere una vita cristiana particolare. comune, celebri la grazia Non è stato semplice, divina dal profondo del era un’idea apparentemente innovativa, vista cuore e ringrazi Dio.” con un po’ di sospetto da Vita Comune allora e oggi, ma di certo di D. Bonhoeffer l’entusiasmo che ha diffuso non è stato meno forte delle critiche. Credo che sia principalmente uno il motivo per cui l’esperienza si può dire riuscita, numericamente (per quello che conta), oltre all’aver permesso la diffusione della fede

gli Apostoli, il pane spezzato, la vita comune: in una parola, la Chiesa. Non servono cose difficili, ma sempre quelle che conosciamo da 2000 anni, quella forza cha ha permesso al Vangelo di diffondersi, di “fare” la Chiesa, ogni volta che Gesù

Cristo morto e risorto è annunciato, reso vivo e presente dalla comunità dei battezzati, con i carismi di ognuno, nel dono dello Spirito Santo che permette tutto questo. Paolo Vagni

tra i giovani senigalliesi: il motivo è l’integrazione fede e vita. Sì, perché ci è capitato di pensare di un campo o di un corso di esercizi, quanto fossero una bella esperienza (e lo sono davvero), ma che una volta tornati a casa non sarebbe rimasto molto. Al Punto è diverso, non che poi a casa sia semplice, ma ci si accorge che è possibile “inserire” momenti di preghiera nella routine, per poi vivere la preghiera come un prendere coscienza che siamo di Cristo, inseriti nel Suo corpo. La preghiera non è un pezzo staccato che spingendo qua e là, facciamo entrare come un sovrappiù, ma l’atteggiamento costante, il pensiero fisso che va alla Parola scelta il mattino, la tensione verso l’eucaristia celebrata a fine pomeriggio, la sintesi perfetta di vita che la condivisione farà la sera. L’integrazione di fede e vita è uno dei cardini del rinnovamento della catechesi emerso dalla spinta del concilio e che al Punto prende bene forma. Questa integrazione credo sia possibile se innestata nella cellula base e antica della nostra fede, quella delle prime comunità cristiane, di Atti 2,42: la Parola di Dio, l’insegnamento de-

SETTIMANE DI CONDIVISIONE

Dio? Non è un problema

SPAZIO SINODO

“Intreccio”, la concatenazione di tanti aspetti. Sì, potrebbe essere proprio questa la parola di partenza. Come primo intreccio mi viene in mente quello che riguarda l’orizzonte temporale. L’intreccio storico che vivremo il prossimo ottobre, quando assieme alla ricorrenza dei cinquanta anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, la nostra Chiesa di Senigallia celebrerà la chiusura del Sinodo diocesano. Il tempo ci pone davanti al profondo aggiornamento voluto dalla Chiesa universale degli anni ’60 con le riflessioni che stanno maturando all’interno della nostra Chiesa locale, figlia del Concilio, oggi. E poi entrambi, Concilio e Sinodo, non sono arrivati in un momento, ma hanno avuto bisogno di un tempo d’indizione, di gestazione, di preparazione e di sviluppo. Un secondo intreccio potrebbe interessare il tema di quest’anno del Sinodo: la missione della Chiesa. La missione derivata dal Concilio nello schema annuncio, celebrazione e carità, che si mescola con la missione incentrata sulla vita dell’uomo e sulla testimonianza. Nel solco di quest’ultima impostazione introdotta dal Convegno di Verona, il Sinodo ha focalizzato l’attenzione nei diversi ambiti di vita della persona: cittadinanza, fragilità, lavoro e festa, vita affettiva, tradizione. Altro intreccio possibile, quello relativo al metodo di lavoro. Se nel Concilio, una delle attenzioni dei padri conciliari è stata quella di mettersi in ascolto del mondo, davvero noi sinodali abbiamo reso concreto quest’atteggiamento sin dal primo anno, ascoltando le diverse realtà delle nostre comunità e del nostro territorio. L’ascolto è la condizione fondamentale per il lavoro di ogni gruppo del Sinodo: ascolto della Parola, dei documenti della Chiesa, degli esperti dei vari ambiti, ascolto reciproco tra sinodali. Il confronto e il dialogo sono i passi successivi nel cammino che porta alla maturazione delle scelte: queste, non sono prese a semplice maggioranza, ma con uno stile che ricerca un’ampia condivisione e lo sguardo rivolto alla costruzione di una vera comunione. Il documento che nascerà sarà proprio il frutto dell’intreccio tra le diverse sensibilità laiche e consacrate, dell’intreccio tra Chiesa universale e Chiesa locale, dell’intreccio tra i contributi diocesani e quelli parrocchiali, dell’intreccio tra l’esperienza del singolo e quella della comunità. Leonello Belogi

La notizia è fresca di questa mattina; me la riporta Matteo, studente del primo anno di Geometri: «Prof., il 95% dei ragazzi afferma di credere in Dio». Allora siamo messi bene! – penso tra me e me. «Ma – aggiunge Matteo – tutti questi giovani non sanno spiegare perché credono». Allora la notizia mi fa seriamente pensare… Al di là dell’attendibilità o meno di questa percentuale – probabilmente troppo alta –, la cosa che merita riflessione Le settimane di condivisione: è che molti giovani affermano di credere e questo non un’esperienza di annuncio rivolta costituisce per loro un problema, ma un’ovvietà. Dal punto agli adolescenti. Ma questi ragazzi, di vista dell’esistenza ciò si traduce in una fede disincarnache idea di Dio hanno? Ecco l’opinione di un prof di religione. ta, cioè in un credere che non dice niente alla vita ed in una vita che non dice niente alla fede. Sembrano sostenere questi giovani: Dio c’è, ma non interferisca troppo con le nostre cose; sappiamo ugualmente dare senso a tutte le pieghe della nostra esistenza, senza scomodarlo. Poi, quando i grandi nodi esistenziali vengono al pettine, si va in crisi. Questa è la posizione più semplice da mantenere, infatti è molto più complicato credere cercando di dare ragione della propria fede ed è altrettanto impegnativo dirsi atei enunciando le ragioni che portano a questa posizione. In effetti, «Io non credo – mi dice Marco – perché altrimenti mi si complica la vita con mille domande». Poi, quando lo inviti ad approfondire questa sua posizione, intuisci che in realtà non ha mai affrontato seriamente la questione su Dio e sul senso della vita. Approfondire seriamente la questione sul senso, è questo uno dei motivi per cui c’è l’Insegnamento della Religione a scuola. Attenzione: «nel quadro delle finalità della scuola» – come dice la legge. Questo insegnamento, cioè, non è per convertire o per proporre subdolamente la fede cristiana, ma per fare crescere la consapevolezza che le domande su Dio e sul senso della vita non sono inutili o secondarie rispetto al sapere. E questo mi pare quanto mai necessario e urgente in un contesto culturale “umano, troppo umano”, in cui i giovani sono costantemente esposti agli specialisti del marketing che creano tutti i bisogni e danno tutte le risposte. Simone Mandolini

UNA PAROLA TRA LE ALTRE

Carissimo Francesco, i tuoi amici non ne possono più delle tue “lune” di questi tempi: il tuo umore sembra dipendere solo da cosa Lucia ti ha detto, da come ti ha salutato.. ma non temere, non mi annoierò ad ascoltarti ancora una volta mentre ti chiedi se Lucia non ti ha risposto alla email perché sta pensando bene a cosa dire o perché non ne vuol saper nulla di te.. insomma è amicizia scambiata per amore oppure no? Nessuno, se non te, sa ciò che è giusto fare, dunque non accetterò nessuna delega di responsabilità sui passi da compiere! Qualche idea generale intanto però ce la possiamo scambiare. Tu mi chiedi se questo innamoramento è solo un’infatuazione passeggera oppure si svilupperà in qualcosa di più importante. Io ti dico anzitutto: non fare l’errore dei tuoi coetanei. Se cerchi una sera in cui un po’ “brilla”

lei alla fine ti concederà qualche bacio, allora sì che le cose si complicheranno terribilmente. Il piacere fisico è luce che abbaglia e non fa vedere bene. Non è questo il punto di partenza, non è la prova dell’attrazione fisica reciproca che dice la verità di un amore. Intanto sappi che l’amicizia ha queste qualità essenziali: è fedele, sincera, per sempre, aperta, fisicamente sobria. L’amore di coppia alla tua età invece è sì fedele e sincero, ma poi è “a tempo”, esclusivo, fisicamente appagante. Vuoi che con Lucia tu abbia una relazione che duri per sempre e si apra a tante belle relazioni? Allora cerchi essenzialmente un’amicizia, anche se lei ti attrae molto ora. Vuoi un rapporto esclusivo, che sia anche fisicamente appagante e che “nel tempo” si verifichi se val la pena andare avanti e crescere oppure fermarsi e lasciar perdere tutto? Allora cerchi una relazione

di coppia, perché sei disposto in caso a perdere tutto, ma non a continuare così nell’incertezza. In entrambi i casi, però, la fretta è sempre cattiva consigliera. Adesso, non dimenticartelo, è tempo di gustarti il corteggiamento. E’ tempo di soffrire perché vorresti sapere cosa passa per la tua testa, è tempo di meravigliarti per la bellezza del suo volto, è tempo di sognare la bellezza del suo corpo, è tempo di desiderare di stare soli mano nella mano. E’ tempo cioè di attesa e sofferenza, attesa che fa male mentre dilata il cuore e lo prepara a cose più grandi. Chi non vuol soffrire lasci stare l’avventura dell’amore, chi non sa gioire del gioco amoroso scacci da sé il falso pessimismo che tutto sporca. Ora è tempo di corteggiamento: Inventarsi che stavi passando lì per caso, dire “ma sai che anche io volevo vedere quel film!”, notare come le sta bene il nuovo

taglio di capelli e dirglielo con un po’ di rossore, lanciarsi in un invito a cena in quella pizzeria così suggestiva “tanto per fare una bella chiacchierata”… quanto è bello tutto questo! Chi ha paura della vita e dell’amore brucia tutto in un veloce rapporto sessuale o in un sognare impossibile e isolante che evita ogni rischio. Tu no, metti in gioco con “genialità e ordine”, con la ragionevole follia dell’amore, tutte le tue qualità per conoscerla e farti conoscere, e gusterai nell’attesa e nel corteggiamento una della cose più emozionanti, uno di quei “sapori” della vita che ci ricordano che noi siamo fatti per amare, siamo fatti per l’infinita bellezza, siamo fatti per Dio. E ti pareva che non finivo con un po’ di poesia?! Ciao Francesco, a presto


Lo spazio giovani di Voce Misena - febbraio 2012

Dunque, da che parte iniziare? Comincio dal messaggio che Papa Paolo VI inviò a tutti i giovani del mondo in occasione della conclusione dei lavori conciliari, in cui parlò del Concilio come di un grande tentativo della Chiesa di “ringiovanire il proprio volto”, per rispecchiare più limpidamente il volto di Cristo, “l’eterno Giovane”. Ecco, penso che sia stato questo il più grande obiettivo del Concilio: rimettere la Chiesa in dialogo con il mondo e con se stessa! È quanto espresso dallo stesso Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura, l’11 ottobre 1962 nella basilica di San Pietro, dicendo che “occorre che questa certa dottrina vera e immutabile sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi”. Parteciparono al Concilio quasi 2500 vescovi da tutto il mondo che in nove sessioni di lavoro, cercarono, in ascolto dello Spirito, di attuare questo ambizioso progetto di ringiovanimento della Chiesa, sotto la guida di Giovanni XXIII prima e di Paolo VI poi. Il frutto del lavoro di quei 3 anni furono la promulgazione di 3 dichiarazioni, 9 decreti e, soprattutto, 4 costituzioni conciliari. La prima ad essere promulgata fu, nel 1963, la Sacrosanctum Concilium, relativa alla liturgia, in cui venne introdotto l’uso delle lingue volgari nella celebrazione dei sacramenti e della liturgia delle ore, ma soprattutto fu affermata con decisone l’importanza della partecipazione dei laici nella liturgia, cosa che fino a quel momento era rimasta decisamente sottotono. A questa seguì nel 1964 la Lumen Gentium, costituzione dogmatica sulla Chiesa, che Paolo VI definì la “Magna Charta” del Concilio; in essa vennero approfondite le tre caratteristiche

IN DIALOGO CON

Maria Cristina Giombetti, sinodale Una piccola presentazione Ciao! Mi chiamo M. Cristina, sono della parrocchia del Portone, ho 45 anni, sono sposata con Daniele e abbiamo tre figlie. Sono avvocato e lavoro in Regione, a part time, così da passare più tempo a casa. Come sei venuta in contatto con il Concilio Vaticano II? Direi con l’Azione Cattolica, almeno coscientemente. Il fatto è che sono cresciuta in parrocchia proprio nell’immediato post concilio, con le prime chitarre nelle liturgie, e con la Bibbia sempre in mano. Solo dopo, leggendone i testi nei campiscuola d’AC, mi sono resa conto che le cose non erano state sempre così.

che ogni fedele in quanto battezzato possiede, ovvero sacerdozio, profezia e regalità, oltre a distinguere tra sacerdozio battesimale e sacerdozio ministeriale. Venne inoltre rivalutata la missione dei laici nel mondo, e cioè di “ricondurre il mondo a Cristo” testimoniando la propria fede nella quotidianità della vita.Nel 1965 seguirono poi a distanza di poche settimane, la promulgazione di Dei Verbum e di Gaudium et Spes. La prima toccava il tema della Parola di Dio e ripose al centro della vita della Chiesa e dei singoli cristiani la Bibbia, incoraggiandone la ricerca scientifica dei testi originali, la traduzione in lingua volgare e la pratica della Lectio Divina; la Costituzione Gaudium et Spes invece ebbe come tema centrale quello della “Chiesa nel mondo contemporaneo” e riconobbe la necessità e l’importanza per la Chiesa di un dialogo con la cultura e il mondo, soprattutto su temi come la pace, la giustizia e la libertà. A grandi linee è questa la storia di quell’evento che è stato il Concilio. Penso che il nostro grande compito, soprattutto di noi giovani che ne raccogliamo l’eredità, sia quello di metterlo in pratica, di conoscerlo, di capirne la grande profondità che ancora oggi chiede di essere ascoltata; e a chi dice che oggi la Chiesa avrebbe bisogno di un terzo Concilio Vaticano per riformarsi, rispondo con una frase di un mio professore dell’Istituto Teologico Marchigiano: “ Un Concilio Vaticano III? Ma se ancora dobbiamo mettere in pratica il secondo!” Emanuele Piazzai

Che tipo di Chiesa invita a costruire il Concilio? Una chiesa “cattolica” cioè che abbraccia il mondo intero. Per la prima volta nel Concilio Vaticano II hanno partecipato e preso la parola i vescovi veramente di tutto il mondo; e con l’orizzonte al mondo intero, tanti aspetti che qui da noi sembrano questioni fondamentali, riprendono il loro giusto posto. Una chiesa che si mette in dialogo col mondo. Con il Concilio si inaugura un atteggiamento di interesse e di relazione costruttiva con tutti gli uomini di buona volontà. Una chiesa che desidera l’unità con le chiese cristiane, che mette l’ecumenismo tra le cose più importanti. Secondo te, a che punto siamo oggi come Chiesa? Certamente sono stati compiuti molti passi nelle direzione indicata dal Concilio: le liturgie sono e vogliono diventare sempre più partecipate e non più semplicemente “assistite”. E’ indubbia la centralità che viene data all’ascolto

Il Concilio, me lo ricordo

QUELLI CHE...

RIEMPI IL VUOTO

Quando ripenso al Concilio mi vengono al ricordo un suono e due immagini. Il suono è quello della voce di PapaGiovanni (tutto attaccato!) alla sera dell’apertura, quando dalla finestra del suo studio disse quel “Cari figliuoli… anche la luna stasera… tornando a casa fate una carezza ai vostri bambini…” che quando lo si riascolta dà ancora un fremito di emozione. L’inizio del Concilio fu un fatto epocale che con le sue parole divenne anche un fatto di vita vissuta dentro le famiglie e non solo dei credenti, suscitando attese e speranze nel cuore della gente. Il Concilio dei Vescovi divenne un fatto del mondo. La prima immagine è quella della processione infinita dei Vescovi che attraversano piazza S. Pietro, così diversi tra loro e così uguali, rappresentanti veri dei popoli e dei vari modi di vivere la fede: insieme l’unità e l’universalità della Chiesa. La seconda è quella della navata centrale della basilica di S. Pietro trasformata in una specie di aula parlamentare, con gli scranni dei duemilacinquecento vescovi che la riempivano. In quella basilica, cuore della cattolicità, si celebrava un rito non liturgico fatto di confronto di idee, di tesi, di progetti guidati dal soffio dello Spirito Santo. Dopo quel rito la Chiesa sempre uguale non fu più la stessa. Sulla solida roccia di Pietro si riedificò, ancor più fedele a sé stessa, o meglio al suo fondatore e Signore Gesù. Di questo aggiornamento della Chiesa sottolineo tre elementi. Il ritorno alle fonti autentiche: la Bibbia e la chiesa delle origini, come riscoperta e verifica della propria autenticità più profonda. La Chiesa, poi, è il popolo di Dio e non solo gerarchia; non è una questione di autorità (così era allora intesa) ma è partecipazione attiva di tutti credenti, ognuno nel proprio ruolo. Infine, la Chiesa non si contrappone al mondo come ad un avversario, ma lo ama, lo accoglie e si sente inviata ad esso con amore e simpatia. Ricordo le parole di Paolo VI° alla chiusura: «Qual è il valore religioso del nostro Concilio? La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso […] La religione cattolica e la vita umana riaffermano così la loro alleanza, la loro convergenza in una sola umana realtà: la religione cattolica è per l’umanità». Don Giancarlo Giuliani

e alla lettura della parola di Dio: mio padre mi racconta che ai suoi tempi per leggere la Bibbia direttamente doveva chiedere il permesso al sacerdote! Pur tra alti e bassi, i laici hanno preso una maggiore consapevolezza delle loro dignità e del loro compito insostituibile. Gli incontri di conoscenza, di amicizia e di preghiera comune tra cristiani di chiese diverse sono molto diffusi e, anche qui a stagioni alterne, sono stati raggiunti punti di non ritorno.

vita della mia città. Perché la mia vita è, per sua natura e per volere di Dio, compenetrata con la vita del mondo. Questo aspetto del laico “nel” mondo non è valorizzato quanto merita. Il Concilio, in poche parole, definisce il ruolo del laico: “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (Lumen Gentium, 31). Viene sintetizzata qui la nuova teologia del laicato che, purtroppo, non ha trovato né grande impulso, né grande diffusione.

Ci sono passi urgenti da fare come Chiesa? Bella domanda, ma ci vorrebbe un esperto: al massimo, posso dire le mia . Penso che c’è ancora molto da fare, e in particolare per educare laici davvero consapevoli. Oggi si fa un gran parlare di “corresponsabilità” e anche giustamente, perché la chiesa siamo noi, laici, sacerdoti e religiosi, e solo insieme, come comunità, rispecchiamo il volto di Gesù Cristo. Ma dentro la “corresponsabilità” non c’è solo la chiamata rivolta, per lo più ai laici, a sentirsi parte attiva della chiesa e della pastorale. Dentro la “corresponsabilità” occorre mettere anche il valore aggiunto che solo io posso portare a scuola, all’università, in ufficio, in palestra o attraverso la partecipazione alla

Perché un giovane dovrebbe interessarsi al Concilio? Non so se dovrebbe, ma certo non sai bene chi sei se non sai da dove vieni. Se pensi che vivere l’amicizia con Gesù sia la nota fondante della tua vita, ti può anche appassionare le vita di altri che la pensavano alla stessa maniera; così ti capitano in mano i loro scritti, segui le loro esperienze. Io mi sono appassionata al Concilio non tanto partendo dai suoi documenti, ma dalla storia delle persone che lo hanno visto da vicino, protagonisti e non. Si apre un nuovo mondo, si accendono idee nuove, e si sente tanta riconoscenza per il cammino fatto da chi è venuto prima di te.

POLITICALLY (UN)CORRECT

Leggere e comprendere il tempo delle sfide Tra le tante definizioni che possiamo dare dovendo descrivere le attività lavorative degli uomini, quella proposta da Giovanna Procacci forse ne racchiude diverse. Per lei il lavoro può essere definito come l’occupazione giornaliera a cui l’uomo è “condannato” dal suo bisogno (naturale) e a cui deve, contemporaneamente, la salute, la sussistenza, la serenità, il buon senso e forse anche la virtù. In un’economia di mercato basterebbe poi aggiungere a questa definizione “che sia in grado di soddisfare i bisogni (economici) e di produrre un reddito monetario da reimmettere nel sistema attraverso i consumi”. Per parlare di lavoro, quindi, necessariamente bisogna parlare anche degli uomini che lavorano, considerare il prodotto ma anche, e soprattutto, il produttore di quel determinato bene o servizio. Non ci può essere ideologia politica, sociale, antropologica che scinda questi due aspetti; qualora si considerasse solamente una parte, tutto il processo e tutte le pratiche lavorative perderebbero di senso. I decenni a cavallo tra il XX e il XXI secolo ci propongono un passaggio da una società del lavoro ad una società dei lavori, dove tutto diventa più frammentato, specializzato, caotico; in questi anni di cambiamenti epocali sia nell’organizzazione del lavoro dovuto allo sviluppo di nuove tecnologie informatiche sia nelle regole economiche-finanziarie globali, il lavoro inizia a non essere più percepito dalle maestranze come un valore in sé ma piuttosto come un mezzo importante che

risponde prettamente ad istanze individuali di successo e di realizzazione. L’egocentrismo dell’homo economicus rade al suolo tutte quelle relazioni sociali ed istituzionali che costituiscono la linfa vitale di una qualsiasi comunità, frutto di secoli di cultura cooperativa finalizzata alla percezione del bene comune (ad esempio, la cattura e l’uccisione di un grosso animale per soddisfare i bisogni alimentari della collettività oppure l’incessante sviluppo di conoscenze e ricerche in ambito scientifico per debellare malattie pericolose). Svilendo il lavoro si impoverisce una collettività e la si depaupera di quelle che sono le sue ricchezze più significative, ovvero la sua memoria storica (e valoriale) e la sua predisposizione a guardare con ottimismo al futuro. Al contrario, analizzando il lavoro e le problematiche ad esso correlate con un approccio multidisciplinare e dinamico, è possibile non solo risolverle creando soluzioni migliori delle attuali ma è possibile approfondire parallelamente anche la conoscenza che abbiamo di noi stessi in quanto uomini e donne che hanno bisogno di lavorare, concepiti per pensare, manipolare, costruire e sognare; il tempo dell’arroccamento su posizioni chiuse e settarie è finito mentre è (ri)iniziato quello del confronto e della cooperazione attiva basata sul rispetto universale dell’altro, chiavi vincenti in una competizione sempre più agguerrita in uno scenario sempre più complesso e mutevole. Diego Bossoletti


Lo spazio giovani di Voce Misena - febbraio 2012

SPAZIO MISSIONARIO

All’incontro con l’altro, incontro con Dio “Nessuno è così ricco da non aver bisogno dell’altro, nessuno è così povero da non poter arricchire l’altro” è questo uno degli aforismi che Padre Gabriele ha pronunciato con entusiasmo nell’introduzione ad uno degli incontri del LabMis. Di cosa sto parlando? Ecco a voi la risposta! Il Centro Missionario della Diocesi di Senigallia, in collaborazione con i Padri Comboniani di Pesaro, ha organizzato “Come barche sulle rotte del mondo - laboratorio di formazione missionaria per vivere un’esperienza di missione qui o nel Sud del Mondo”, una serie di cinque appuntamenti serali, con ottimi relatori e testimoni, presso la Casa della Gioventù. Ora vi chiederete “Perché una tal proposta?” Per essere guidati ad incontrare l’altro. P.Gabriele ci ricordava che il male più grande di oggi è la paura e che per vincerla dobbiamo aprirci: Gesù ha scardinato le porte chiuse, aperto le menti e i cuori, accolto i discepoli per aiutarli a trasformarsi in comunità, fra loro e con i poveri. Non è un dettaglio marginale, ma un modo di porsi nella vita, che tocca le nostre scelte quotidiane: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25, 31-46). Di fronte ai fratelli bisognosi possiamo assumere l’atteggiamento del Levita “lo vide e passò oltre” o del Samaritano “lo vide e ne ebbe compassione” (Lc 10, 30-37). Chiamati quindi alla sequela di Cristo perché “la vita è bella quando è donata per qualcosa

Per non dimenticare l’amore

che vale” (San Daniele Comboni): si tratta di “un amore concreto che si china sull’uomo e si fa carico della sua storia, del suo dolore o della sua gioia (“La Chiesa Comunione”, Sinodo Diocesano), un invito a “Spendere l’amore a piene mani… l’unico tesoro che si moltiplica per divisione, l’unico dono che aumenta più ne sottrai, l’unica impresa nella quale più si spende più si guadagna. Regalalo, spargilo ai quattro venti, vuotati le tasche, scuoti il cesto, capovolgi il bicchiere, e domani ne avrai più di prima (“Cielochiaro”, R.Battaglia). Annalisa Prediletto

Per celebrare la giornata della memoria, la parrocchia di Marina di Montemarciano, in collaborazione con la Milizia dell’Immacolata, ha organizzato una tre giorni per far conoscere la figura di San Massimiliano Kolbe, frate francescano martire di Auschwitz che, con l’offerta della sua vita, è riuscito ad accendere la luce dell’amore dove tutto era tenebra, ridando dignità ad ogni uomo laddove la dignità era calpestata e ignorata. La Mostra allestita su padre Kolbe è stata inaugurata venerdì 27 gennaio alla presenza del vescovo e delle autorità comunali, con la presentazione da parte del curatore padre Egidio Monzani ed una conferenza della missionaria dell’Immacolata P. Kolbe Anna Matera. La mostra è stata visitata da molte persone ed è stato emozionante il sentito coinvolgimento delle scolaresche, dei ragazzi del catechismo e di altri gruppi parrocchiali. Sabato l’attore teatrale Renzo Arato ci ha poi regalato profonde emozioni interpretando il monologo “La vita per un ideale”. La tre giorni si è conclusa domenica con un pomeriggio mariano di meditazione e preghiera: ad una intensa catechesi su Maria sono seguite l’adorazione eucaristica e la celebrazione della Santa messa. Questa esperienza è stata una bellissima occasione di comunione e arricchimento per tutti. I giovani di Marina di Montemarciano

Diocesi di Senigallia CENTRO MISSIONARIO DIOCESANO in collaborazione con i padri COMBONIANI di Pesaro

Come barche,

LEGGENDO...

sulle rotte del mondo

Laboratorio di formazione missionaria per prepararci a vivere un’esperienza di missione qui o nel Sud del Mondo Venerdi 28 ottobre 2011 ALL’INCROCIO DELLE ROTTE TRA SUD E NORD Cosa accade in un condominio da 480 appartamenti e abitato da 3000 persone con paesi, lingue, culture differenti?

Venerdi 24 febbraio 2012 LA CARTA DEI VALORI

Tutti siano considerate persone, senza cancellarne le identità e senza chiedere agli altri di farlo.

operatrice e formatrice interculturale e da anni si occupa di multiculturalità

docente di storia dell’Islam contemporaneo presso il Pontificio istituto di studi arabi ed islamistica di Roma

Venerdi 18 novembre 2011

Venerdi 16 marzo 2012

L’AFRICA DAI CINQUANTACINQUE VOLTI Per troppi l’Africa è afona, o almeno roca. Davvero? E se invece di interpretarla le lasciassimo un po’ di spazio?

P. Franco Moretti

missionario comboniano, responsabile della redazione della rivista Nigrizia

LAICI SECONDO IL VANGELO

Francesco Zannini

Ramona Parenzan

IL DIALOGO CAMBIA LA FEDE?

La relazione verticale, la preghiera, e quella orizzontale, il dialogo: come interagiscono? Cosa generano?

Lidia Maggi

teologa, pastora battista in servizio a Varese; si occupa di formazione e di dialogo ecumenico.

venerdi 20 gennaio 2012 ANTICHE E NUOVE POVERTA’ Osservare, ascoltare e discernere: il metodo pastorale della Caritas

E.Fusaro e S. Ardini

operatori della Caritas di Senigallia e consulenti in Caritas Italia ed Europa

PUNTO GIOVANE CALCIO

Com’è bello il calcio, com’è bello giocare a calcio. Questa è stata la mia prima impressione quando per la prima volta ho partecipato ad un allenamento del Punto Giovane Calcio, compagni di squadra sorridenti, sempre disponibili anche con chi, possiamo dire, è “alle prime armi”, una sensazione completamente diversa da quella che avevo avuto allenandomi con le altre squadre, dove si respirava un’aria un po’ diversa, un po’ troppo competitiva. Invece al PGC c’è posto per tutti anche con una rosa vastissima (siamo in venticinque e giochiamo in otto in campo), perché forse tutti sappiamo che ogni giocatore è importante, perché tutti siamo accomunati da un’esperienza, il PUNTO GIOVANE, dove a mio giudizio la bellezza è proprio nella fratellanza e nella comunione con gli altri. Quindi un’esperienza diversa di giocare a calcio e di vedere lo sport in generale, non finalizzato allo sport per lo sport, ma mirato alla crescita della persona, lo stesso Giovanni Paolo II in una sua omelia al giubileo internazionale degli sportivi dice: ”uno può fare sport per passare il tempo, per mostrare i muscoli oppure per diventare più se stesso”; maturazione che al PGC diventa spirituale, attraverso letture del vangelo e condivisione nel post-partita. Affidiamo la nostra passione per il calcio al Signore, sperando che ci renda veri testimoni di fede ed esempio di valori universali per le altre squadre. Certo non voglio dire che sempre ci riusciamo, come non sempre riusciamo a vincere, ma noi ce la mettiamo tutta. Forza PGC!

Gli incontri si svolgeranno a SENIGALLIA “Casa della Gioventù”, via Testaferrata, 13 (angolo Piazza del Duomo) - ore 21.00 Per ulteriori informazioni contattare don Carlo Paolucci 071.6620037 e-mail: pimamast@alice.it

Non avrei mai pensato di poter paragonare questo libretto ad un tascabile della fede cristiana! Definizione forse banale se consideriamo gli argomenti trattati in poco più di trecento pagine. Il libro, scritto da Giuseppe Lazzati, si propone di affrontare il tema della laicità partendo proprio dalle basi della fede cristiana: il regno di Dio, la vita come vocazione e la preghiera del cristiano sono le tematiche affrontate nella prima parte del libro, necessarie per leggere poi con più consapevolezza la seconda parte, dedicata totalmente alla figura del laico, al suo ruolo nella società, la spiritualità che lo caratterizza e la formazione che gli compete. Molto interessante è stata la scelta di Lazzati di accompagnare la lettura con continui riferimenti ai documenti del Concilio Vaticano II che rendo-

no il testo sempre attuale mettendolo in dialogo con tutta la Chiesa. Ho trovato questo libro decisamente formativo; la semplicità con cui è scritto e la chiarezza con cui Lazzati riesce a spiegare argomenti piuttosto ostici lo rendono leggibile da chiunque abbia un pizzico di curiosità riguardo questi temi. Non mi rimane che augurarvi buona lettura! Claudia Castaldo

Boris Diotalevi

“Il Signore fa scendere la neve come lana, come polvere sparge la brina” (Salmo137)

SORRIDENDO... Cosa dice un tasso ad un altro tasso? Tassomiglio!!

Andrea Giovannetti, Simone Mandolini, Paolo Vagni, Leonello Belogi, Emanuele Piazzai, don Giancarlo Giuliani, Annalisa Prediletto, Boris Diotalevi, Diego Bossoletti, don Andrea Franceschini, Chiara Canonici, Francesca Vici, Chiara Pongetti, Maria Savini, Claudia Castaldo e Letizia Prezzemoli.


21 grammi PG Senigallia Febbraio 2012