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6/2013

n.20

sfoglia l’arte e la poesia

PASTICHE versicontroversi mensile gratuito

Fardello Porcello di Dalia Del Bue


PASTICHE

E, precisamente, si tratta di vivere tutto. ( Rainer maria Rilke – Lettere a un giovane poeta )

diciamo che la cosa più interessante è mettere insieme il pasticcio di parole e tratti

che compongono queste 16 paginette.

leggere tra le righe l’immensità e/o la leggerezza che fluttuano dal foglio fino al nostro cervello/pensiero

e amalgamare il tutto per scoprirne l’armonia segreta.

sì perché in queste parole, in questi tratti, c’è tutta la vita possibile, ma c’è anche dolore,

ci sono fantasmi e corpi sanguinanti,

c’è l’oriente ma c’è anche l’occidente.

PASTICHE pensata e redatta da Paolo Battista.

Grafica e impaginazione a cura di Emiliano Rossi www.facebook.com/pasticherivista http://issuu.com/pasticherivista

lo stesso occidente che ci sta travolgendo con la sua ingordigia. la stessa ingordigia

che non ci fa apprezzare appieno le cose.

noi siamo qui per farvi apprezzare un po’ di quest’immensità e leggerezza

che altrimenti andrebbero disperse.

che il Pasticcio abbia inizia.

Collaboratori: Chiara Fornesi, Fara Peluso. Per ricevere a casa Pastiche in abbonamento (costo 12 euro) scriveteci a: pasticherivista@gmail.com, indicando nome e recapito. Per inviare il vostro materiale (poesie, racconti - lunghezza da concordare -, disegni, racconti per immagini, fotografie b/n, stencil e quant’altro), scrivete a: pasticherivista@gmail.com oppure all’indirizzo: Paolo Battista, via F. Laparelli n. 63 int.1 00176 Roma Chi collabora con Pastiche lo fa senza ricevere compensi. La proprietà intellettuale resta chiaramente agli autori.

A


PASTICHE

Terre d’oriente di Paolo Battista

L’abbiamo deciso insieme, di comune accordo. Adesso viviamo nelle terre d’Oriente dove la calma e gli alberi sono una parte fondamentale dello scenario. “Se ne hai bisogno per finire il tuo lavoro, andiamo” mi aveva detto Mina cercando di mostrarsi forte e preparata a qualsiasi inconveniente. Da tre mesi ormai non scrivo più una parola, ed inizio a sentirmi a disagio. Mina l’ha capito e mi ha accontentato. Per fortuna non ha dovuto lasciare nessun lavoro, aveva smesso di fare la barista, e poi la casa ci costa cinquecento euro in meno di quella in cui abbiamo vissuto fin ora. Il paese è tranquillo, e neanche troppo distante dal primo centro cittadino. Se non sbaglio sono 7 chilometri, o poco più. Mina ha trovato lavoro come commessa in un negozio d’abbigliamento. Part-time ma almeno è qualcosa. Io invece passo le mattine a fare ricerche e i pomeriggi a scrivere. Per un po’ ha anche funzionato ma adesso le cose mi stanno sfuggendo di mano. Il mio ultimo libro risale a due anni fa, e insomma ho pensato che staccarsi dalla metropoli poteva farmi bene, ma adesso non credo di aver fatto la scelta più sensata. Tra l’altro Mina non è contenta del suo attuale lavoro; ma in fondo chi lo è? Alla fine cerco di ascoltarla quando ha bisogno di sfogarsi e cerco di starle vicino quando posso. Spesso vado a prenderla alla chiusura, e dopo una cena o un aperitivo passeggiamo per la città cercando mille

soluzioni per cambiare il corso degli eventi. “Com’è andata oggi?” mi chiede cercando i miei occhi stanchi. “Non ho scritto una parola ma non preoccuparti, non voglio scaricarti addosso i miei problemi”. “Ma che cazzo dici” picchia Mina; e poi: “e se io volessi farmi scaricare addosso i tuoi problemi?” “Lascia perdere” borbotto e cerco di baciarla. Mina si tira indietro e gira la faccia dall’altro lato. “Ma cosa vuoi sentire?”, sbotto gonfiando le guance come due palloni. “Con me puoi parlare dei tuoi problemi, solo questo!” “Occhei, lo so “ le dico, “ grazie, apprezzo quello che fai e quando sentirò il bisogno di parlare dei miei problemi lo farò. Adesso però lasciati baciare…” e mi fiondo tra le sue braccia come un neonato. “Ho bisogno di te” le soffio nell’orecchio dolcemente. Mina si lascia andare, mi bacia prima sul collo e poi sull’orecchio; ci fermiamo al centro della strada, il sole è meno vistoso del solito e i negozi come al solito sono tutti impeccabili. “A te invece com’è andata oggi?” le chiedo mirando la ringhiera di un balcone a forma di S. “Sempre lo stesso, clienti ricche e viziate da servire e riverire.” “Che palle” sbuffo insieme al fumo. “Le ammazzerei tutte.” “Se vuoi ti do una mano” sorrido e afferro la sua. “Non mi stuzzicare” digrigna Mina, che poi spara: “adesso ho solo voglia di bere!”

B


PASTICHE

Entomofobia #2 di Franco Cimei sangue, escrementi e sangue, ogni 10 m. circa una testa umana, residuo di pasto già mangiato. I più piccoli tra loro non fresano le ossa, si nutrono della carne che è più molle, accalcati in massa (nervosamente), un corpo si scuce in brandelli, (confusione) accaparrarsi la carne, e poi un luogo tranquillo buono per digerirla. Un volto morto, sfilano via le cervella, succhiate da un foro tra mandibola e gola (strappata anche la lingua), teste poi che restano a terra imputridite nel sangue e di quell’altro liquido che si ostina viscoso, corrode la pelle, se ti avvicini (con attenzione) puoi vedere le palpebre afflosciarsi e colare e farsi poltiglia. Vomito costante, lo stomaco è vuoto, sparso odore di putrefazione, tenuto basso dall’umidità (promessa di pioggia), effetto della morfina: piacevole ottundimento che sento salire, prende posto al dolore pulsante. Busta bianca traslucida (biodegradabile) lagata all’avambraccio con laccio nero da scarpe, sangue che si deposita sul fondo, tende al basso (stilla a gocce da un foro), si intuisce sagoma tagliente, l’osso troncato bruscamente (brutalmente), intorno croste rosate, carne violacea, secrezioni simili al pus

Nel supermarket una dozzina di cimici si muovono nervosamente tra i congelatori del reparto surgelati, alla radio sta suonando un blues di Johnson straziato da un sibilo teso continuo e dal rumore dei passi, passi da insetto, i loro occhi vuoti neri non hanno direzione, forse mi guardano. Oh baby don’t you wanna go, vado verso lo scaffale degli utensili da cucina, prendo il coltello più grande, lama liscia, Come on baby don’t ya make me late, il manico stretto tra i denti, Back to that same old place, avvicino il polso alla lama, Sweet home Chicago, la morfina non ha ancora esaurito il suo effetto, non farà male.

La morte danza (silenzio in un corpo mutilato), straziante contesa di due centipedi giganti. Deserto la piazza del municipio, macabra danza che sola la riempie (eleganza nei movimenti), spire contorcersi, ripetività ossessiva nello stridore scricchiolante delle articolazioni. Al di fuori del mio campo visivo tutto è immobile, tensioni vibrate percuotono l’aria, sangue ovunque

C


PASTICHE

(saccarosio blues) sordo, nero grande, (dall’alto) gettandosi sul corpo semi-liquefatto, fuori fuori corri, (non so se) ti sta inseguendo, nella piazza o d’intorno, cerca un rifugio, presto.

(hanno il loro stesso odore). Raccolgo vecchi giornali che nessuno ha mai letto, datano 13 marzo (anno illegibile), cupi disegni sulla copertina, quell’accento occitanico in titolazione, letteratura postmoderna, carta straccia data alla terra (buona per pulirci la bocca sazia del mondo). Oltre la rotatoria (aprirsi della strada), facciata della chiesa, la piazza seconda ricoperta di melma tra il tenné e l’oro, in alcuni punti più rappresa in grumi (spaventosa bozzolaia), tra le campane e il frontone impennarsi di cirri cupi, (interno bruciato) il confessionale e le seggiole ormai cenere (erano legno di noce), oli di tela che carbonizzano sciolti sul pavimento. Porte distrutte, qualcosa nella navata (macerie del tetto?), fumo densissimo, (più vicino) distinguersi i colori, delimitarsi le forme, emerge la sagoma quasi umana, apre chiude apre (ritmicamente) l’unico occhio, resta della pelle ritrosa alla gola di fuoco, (nove passi) mi vede, muti movimenti della bocca, labbra ritratte, sporgono i denti, nessun suono. Vento caldo che mi avvampa le spalle (calore insopportabile), suono che vibra cresce, ronzante

Nel supermarket una dozzina di cimici si muovono nervosamente tra i congelatori del reparto surgelati, alla radio sta suonando un blues di Johnson straziato da un sibilo teso continuo e dal rumore dei passi, passi da insetto, i loro occhi vuoti neri non hanno direzione, forse mi guardano. Oh baby don’t you wanna go, vado verso lo scaffale delle merendine ipercaloriche, prendo il coltello nella tasca, lama seghettata, Come on baby don’t ya make me late, il manico stretto nella bocca, Back to that same old place, avvicino la mano allo scaffale e prendo una confezione dalla plastica bianca e rosa, Sweet home Chicago, la morfina non ha ancora esaurito il suo effetto ma muoio dalla voglia di un marshmellow.

D


PASTICHE

Olio tsl crew / wankai project


PASTICHE

Guerra alla pace Non so cosa vorrebbe dire questa parola atroce che si contorce sul suo significato. Con chi noi siamo in pace, per cosa cerchiamo di ingannarci, sono rari i gesti che non misurano distanze e compromessi e quando imponiamo a noi la pace combattiamo. C’è sempre una guerra di tremori per dirci vivi o arresi: vorrei una guerra senza feriti e morti, questo mi farebbe bene, perché non si è in pace nemmeno nell’usare le parole, allora mi direi contento combattendo, dicendo il vero sempre, senza pentimento. (inedito, 2011)

Domenico Domenico trova una radio per ascoltare le voci dentro e cambia frequenza per ogni passante che incontra gli trasmette le sue paure con gridii di presenza negli scenari che mutano alle stazioni metropolitane. Nessuno si ferma a guardarne il volto, ma lo ascoltano da lontano: una stazione che trasmette da un capo all’altro del mondo. ( Napoli febbraio 2012 )

di Domenico Cipriano F


Ghost


PASTICHE Il ragazzo di colore la cinge da dietro, stringe forte i suoi fianchi e comincia a pomparle dentro tutta la sua virilità. La pellicola consumata mostra i segni del tempo. Bruciature ingiallite si rincorrono sullo schermo consumato. Sono le cinque del mattino e il Politeama è quasi del tutto deserto. Un inserviente spazza, senza alcuna voglia, tra le poltrone vuote. Un signore di mezza età legge il giornale qualche fila più dietro. Dagli schienali, macchie bianche colano liquido seminale sul pavimento calloso. Sullo schermo la ragazza invoca a gran voce il suo Dio. Cosa avrà mai da dirgli!, mi chiedo. La mano stanca, sul cavallo dei miei pantaloni, non ha più voglia di strozzare l’esangue vermicello

di amico che ti ha fottuto la ragazza, Bob, stai regalando una parte di te. E’ un piccolo, immenso gesto d’amore Bob, non lo capisci? No, cazzo, per lui era solo una troia, una troia a cui sputare dentro un fiotto di bava incendiaria. Sia chiaro: anche per me era solo una troia. Ma una troia da amare. Era solo il mio terzo film e sembrava andare tutto per il meglio. La pornografia era l’unico modo sensato, sincero, che avevo per arrivare alla gente, per arrivare a me stesso. Una ragazza senegalese che si scopa un pastore tedesco era l’unica alternativa possibile. Un’intensa sessione di fist-fucking era la sola scappatoia che avevo trovato. A volte era difficile, lo era sul serio. E quello era il solo rimedio che

Explicit Contents che si nasconde, impaurito, fra la peluria, dietro le mutande. Tenta un ultimo attacco, più per abitudine che per altro, ma un dolore sordo nel bassoventre, improvviso come una pugnalata alla schiena, la fa desistere. L’inserviente mi viene a spazzare in mezzo alle gambe. Mi chiede di alzare i piedi. Lo guardo con la faccia più ironica che riesco a tirarmi fuori dagli angoli delle labbra. Poi alzo i piedi. Lui nemmeno mi nota. Continua a spazzare. L’ano spazioso della biondina fa bella mostra di sé. Zio Tom si diverte a dilatarlo con le mani. Ci sputa dentro. Mi ricordo benissimo quella ripresa. Non so quante volte gli avevo detto che non doveva sputarci dentro in quel modo. Cazzo, gliel’avrò ripetuto un milione di volte a quel negro di merda! Cazzo, Bob, non stai sputando in faccia al tuo cazzo

conoscevo. Ha funzionato. Per un po’ ha funzionato. Qualcuno ha dimenticato di chiudere la porta della sala. Sala Didì, primo piano. Qui proiettano i film porno-etero. Al secondo piano, Sala Vavà, ci sono le gang-bang e le orgie. Sempre al secondo piano, Sala Pelè, ci sono i porno-gay. Qualche volta trasmettono qualche pellicola con animali. Al terzo piano, Sala Mazzini, c’è l’hard-core, bondage, sesso estremo e sadomaso. Mi sono sempre chiesto cosa ci facesse mai il fondatore della Giovine Italia in mezzo ai tre campioni della nazionale brasiliana. A volte la vita ha misteri insolubili. La porta della Sala Didì è aperta e le primi luci dell’alba, fuori, si fanno spazio nell’oscurità. I rumori della città che riprende vita stuprano l’irreale

I


PASTICHE silenzio, rotto solo di tanto in tanto da qualche affannoso sospiro, del mio piccolo mondo. L’orologio segna le sei meno venti. Tra poco mi alzerò e me ne andrò. Farò colazione al bar qui fuori, prenderò un cornetto vuoto e un cappuccino tiepido. Lascerò una piccola mancia al ragazzino simpatico dietro al bancone. Mi siederò a tavolino e farò finta di leggere il giornale. Poi andrò a casa e mi addormenterò. Sono sei anni che passo le mie nottate qui. Sei anni che, ogni notte, me ne vengo qui a mungere i due testicoli flosci che mi ballano fra le cosce. Non posso stare a casa la notte. Non ce la faccio proprio. La notte no, è troppo lunga e dura. Il letto sembra risucchiarmi. Il soffitto sembra voler crollare ad ogni movimento di lancetta. I mobili

di

È lei. Non posso avere dubbi. Senza esitazioni, corro a sedermi al suo fianco. Ora siamo vicini e guardiamo il film insieme. -Come va, Yvonne? Va tutto bene?-, le chiedo, senza distogliere lo sguardo dallo schermo. -Era un sacco di tempo che nessuno me lo chiedeva...-, anche lei continua a fissare dritto davanti a sé. -Sei ancora nel ramo? Giri ancora?-Tre anni fa, un pony mi ha completamente scucita. Sono viva per miracolo. Ho dovuto fare sedici trasfusioni-Capisco-Come mi hai riconosciuta? E non mi dire che sono uguale a quella di un tempo!-No, Yvonne, no. Sono stati i tuoi occhi. Ho

Francesco Scardone

hanno ghigni strani stampati fra i cassetti. Qui sono al sicuro. Beh, almeno un po’. Sto per andarmene quando noto, quattro file davanti a dove sono seduto, una chioma bionda. Lunghi, ricci, fluenti capelli biondi. Femminili. Frisè. Così mi pare si chiami quell’acconciatura. E’ una pettinatura che non capita spesso da queste parti. Mi alzo e, mentre sto per uscire dalla fila di poltrone, la pettinatura bionda si gira. I suoi occhi grigi, spenti, cercano i miei. Non posso non riconoscerli. Ho amato quegli occhi per lunghi anni. Li ho amati più di qualunque altra cosa al mondo. Li amo ancora, credo. Yvonne è sullo schermo e Bob le spruzza sborra calda fra i seni turgidi. Yvonne è davanti a me, qualche sedia più in là, e sembra sorridermi.

riconosciuto quelli. Non potrei mai dimenticarli: una volta mi hanno salvato la vita-Cosa intendi?-Non importa, Yvonne, non importaYvonne si gira verso di me e mi guarda con i suoi occhi grigi, tristi, carichi di una pena che non oserei raccontare. Sorride. -Ma io non ho begli occhi. Non ho mai avuto begli occhi!-Sì, hai ragione Yvonne. I tuoi occhi non sono belli. Per niente-E allora...cosa?-Beh, sono tutto quello che ho cercato di catturare, durante tutti quegli anni, con la telecamera. Qualche volte credo di esserci anche riuscitoYvonne non mi risponde. Sullo schermo, invece, urla come un’indemoniata. Un ragazzo portoricano le stringe forte i capelli in

L


di

Francesco Scardone

una pecorina assatanata. Guardiamo il film insieme. Fuori sarà mattino inoltrato: non mi interessa. -E a te? A te come va?-, mi chiede all’improvviso, mentre il portoricano le succhia i capezzoli congelati dall’eccitazione. -Va bene. A volte penso che potrebbe andare peggio. Ma, dopotutto, sono ancora qui...-Sai, ho pensato spesso a quel periodo. Quando giravamo intendo. Abbiamo fatto un casino di film insieme...quarantotto mi sembra, forse cinquanta...-Sessantaquattro, Yvonne, sessantaquattro-Beh, sì. Era bello. Anche se non lo avrei mai detto, e forse non l’ho nemmeno mai pensato, allora-È normale, Yvonne. Non avrebbe senso riconoscerlo. Se fosse bello...o meglio, se ci accorgessimo di quanto è bello mentre lo subiamo, forse nemmeno esisterebbe-Sono tre anni che non giro un film. Tre lunghi anni. Vengo qui, qualche volta. Ne ho bisogno-Anch’io, Yvonne, anch’io.-Oh Dio, non sei cambiato per nulla: sempre con questo vizio di ripetere le cose due volte: “anch’io, Yvonne, anch’io”. Sei così...così...“teatrale”! Sembra sempre di essere in un film, quando si è con te!-, sorride. -È la cosa più bella che mi abbiano detto da un bel po’ di tempo a questa parteTorniamo in silenzio. Un caldo strano mi avviluppa tutto. Il cazzo del portoricano troneggia titanico tra le mani di Yvonne. -Posso fare qualcosa per te?-, mi chiede mentre il suo clone di celluloide si esibisce in una delle seghe più roventi della storia del cinema. -Sì, forse qualcosina sì...Le prendo la mano e me la porto sui pantaloni. Gliela stringo forte intorno al mio pisello. Il resto lo fa lei. Tira giù la zip ed elude le mutande. Chiudo gli occhi. Veniamo poco dopo, io e il portoricano, insieme. Quando riapro gli occhi, Yvonne sta scuotendo la mano per liberarsi del mio sperma. Mi guarda. Con la mano pulita mi accarezza le guance. -Piangevi...hai pianto tutto il tempo...-, mi dice, continuando ad asciugarmi il viso. Poco dopo, sullo schermo sfilano i titoli di coda. Vediamo scorrere il suo nome. Poi anche il mio. Mi alzo a fatica e mi sistemo i vestiti. -Spero di rivederti in giro, Yvonne. Stammi bene. È stato un piacere-Anche per me. Sul serio.-Grazie-, le dico. Poi vado.

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Explicit Contents

PASTICHE


PASTICHE

Poesie di Francesco Alfarano

Non chiederti il motivo dei mondi Non chiederti il motivo dei mondi. Non sprofondarti nella geografia buia delle vene per trovare l’origine segreta del sangue. Non aprire il dizionario. Le parole di frontiera devono restare bellissime e incomprensibili come viaggiatori stranieri seduti al bar con l’altrove nella pelle. Non chiederti il significato delle poesie. Non chiederti le strade del caso. Ogni religione ha il suo ventre di fede. Non preoccuparti di giusto e sbagliato. Quella è roba da preti magistrati e filosofi. Quando sarai a cena con un radical chic esterofilo non chiedere al cameriere finto arabo gli ingredienti del kabsa. Non calcolare le probabilità prima della puntata. A meno che non si tratti davvero di poker non calcolare le probabilità prima della puntata. Punta seguendo i presagi. I ghirigori dei millepiedi sul muro nelle sere d’estate. Le macchie di caffè sulla tovaglia. Le lampadine fulminate. I brividi. Nel caso getta il tavolo per aria. Ma non chiederti il motivo dei mondi. Vai a inseguire le rane strane strane sull’orlo dei fossi alla foce verdenotte del fiume. Raccoglile. Baciale. Sposale. Vai a mordere i sogni sotto gli acchiappasogni delle roulotte. Trema del loro allontanarsi in volo di mosca. Vai a cercare la condanna nel malaugurio degli oroscopi. La fine del mondo nelle mani delle streghe di provincia piene di tarocchi e disperazione. Innamorati al terzo sguardo al quarto rigo o al primo sorso. Mentre la città impazzisce. Mentre i cervelli dei ragazzi bruciano nei piatti e i vecchi cenano a lume di manicomio. Mentre tutto muore e si sfascia. Non chiederti il motivo dei mondi. Non chiedertelo. Che l’attimo possa prendere a picconate lo stomaco.

Poi la sera è sempre un problema Poi la sera è sempre un problema Si potrebbe andare a ballare la minimal stasera. Attraversare le ferrovie elettriche di lampioni e finestre accese con la macchina piena di bottiglie e poi provare a muovere un po’ il culo inseguendo pieni di cocktails le tette svolazzanti per la pista. Truccarsi il cervello a festa tra le occhiate da prosecco di quarta classe e ogni tanto sorridere. Nemmeno una parola e tante luci. Fino all’alba. Che ne dici? Si potrebbe andare in un pub in centro. Fighettino o finto alternativo non ha importanza. E’ uguale. Una cosa tipo ordinare un paio di birre mentre col solito fare da bizzoca Marta sparla dell’ex della sua amica e della sua amica -ma solo per sentirsi miglioregesticolando come una girandola fra noi che ridiamo ma solo per sentirci migliori. E poi un paio di stronzate sulla politica. Dio. Il freddo che è arrivato. L’arte che non ti dà da mangiare. Un cornetto. Tante parole e nemmeno una luce. A parte l’alba. Ma potremmo anche imbucarci ad una festa vip e per una volta apprezzare quella eterna sensazione di essere fuori luogo come un corvo in una ventriquattrore. Oppure potremmo cercare un concerto. O un film. Anche gratis. Tipo che so le facce della gente per strada che senza gioia si allontanano come continenti alla deriva in equilibrio precario sui marciapiedi degli oceani secolari. Oppure tipo le serenate del vento alle vetrine spente dove i manichini cianotici urlano al mondo l’infinita solitudine del mondo. Una cosa così. Non ha importanza. Non ha importanza. E poi arrivata l’alba salutare questo fottutissimo io collettivo chiamato società e ucciderci. O magari tornare a casa e ridere a dirotto davanti ad un vecchio film di Stanlio e Onlio girato quando non eravamo ancora nati.

N


PASTICHE C’è del pizzo sotto la gonna, non lo intravedo bene, ma credo sia setoso e percepisco strani impulsi elettrici al bassoventre. Dovrò baciarla prima di lasciarla andare, dovrò scoprirla, dovrò sfiorare con la mano, voglio poter distinguere il pizzo dalla morbidezza della sua pelle. Prima di lasciarla andare,dovrò leccare le sue labbra e fare mio il suo sapore, tenermelo dentro, in bocca, mentre ora l’inguine mi scoppia; Posso averla. Perché no?Perché non stasera? Dovrò osare, dovrò cercare di accarezzarla in modo più audace, molto più dell’ultima volta che ci siamo incontrati. Indossava un abito di seta viola,intravedevo le mutandine di pizzo, e le calze autoreggenti,color carne. Anche quella volta mi eccitò brutalmente,e lasciandola al portone, non potei aspettare di ritornare a casa: mi masturbai,in un parcheggio isolato, fino a scoppiarmi viscido tra le mani. Questa sera indossa un abito rosso. Di seta, ancora. Il tessuto più arrapante e sensuale del mondo. Tutta la sera, al ristorante, è stata una provocazione continua, ogni suo movimento una scossa elettrica nei miei pantaloni. Una tortura. Perché si veste cosi? Non immagina quello che provo? Ride con quella sua bocca adorabile, raccontandomi di una sua amica; ma mi sono distratto: ho intravisto un dettaglio di pizzo nero delle sue autoreggenti, e non connetto … Non ragiono più:ho le vertigini, accidenti! La mia essenza è tutta concentrata giù in basso. Che voglia atroce che ho di lei. Sotto casa,potrebbe andarsene ora, uscire dall’auto. Ma rimane ancora qualche minuto, forse mi vuole anche lei. Anzi,ne sono certo. La bacio. Lei ricambia con quelle sue labbra piene e turgide, sembra molto appassionata. Mi vuole, lo sento. Allungo una mano sotto l’abito. All’improvviso stacca le labbra, scosta la mia mano, si

SETA SETA SET O


PASTICHE

SETA di Angelo Dannovsky

rimette a posto l’abito. Cosa ho fatto di sbagliato? “Io ora andrei a casa” dice con un filo di voce. “Perché non rimani ancora un po’?” ho il cuore accelerato, non può lasciarmi solo. Non ora, non stasera. L’abbraccio. Le sussurro che l’adoro e la prego di rimanere, mentre con la lingua disegno piccoli cerchi dietro il lobo dell’orecchio. Lei si divincola, apre decisa la portiera. Poi tutto accade in sequenze rallentate :e vedo me stesso, come fuori dal mio corpo, sono uno spettatore: la colpisco con un pugno sul viso,l’afferro per i capelli, le strappo il vestito, la prendo e la stendo sul sedile. Ora sono sopra di lei. Lei è stordita. Inerme. La penetro con forza … è troppo urgente … Ed è stata colpa sua, quel pizzo nero da sotto il vestito: perché ha indossato quelle calze se non voleva che succedesse questo?Se non voleva farsi scopare? Lei ora gemerà di piacere come faccio io. Lei ora mi bacerà, e mi dirà che mi ama e che mi vuole, come la amo io, come la sto amando proprio ora. Con passione, la amo con forte passione, come può non piacerle? Lei invece tenta di ribellarsi,ma è intontita, non ci riesce. Vorrebbe gridare, sicché son costretto a tapparle la bocca con una mano, mentre con l’altra la immobilizzo. Ora è ferma, è calda. Caldissima, dentro è un fuoco, e io brucio dentro di lei. Tutta mia, posso goderne quanto voglio.

TA

“Che hai? Ti sei imbambolato?Ci vediamo domani allora per quella mostra? A che ora passi a prendermi?” Mi interroga, mentre chiude la portiera. “Alle 20:00” balbetto arrossendo … “Lucia …” “Si?” dice mentre scosta delicatamente una ciocca di capelli biondi dal viso …Ho le vertigini. Rispondo sussurrando: “…Buonanotte!” Mi sorride e i suoi tacchi si allontanano nell’androne del palazzo … Io? … Io mi tengo stretto l’inguine mentre emetto un rantolo sommesso.

P


Cristiano Baricelli – Casa Dolce Casa


Pastiche giugno2013 online