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06/2014

n.32

scrocchia l’arte e la poesia

PASTICHE versicontroversi

mensile gratuito

Amalia Caratozzolo - U megghiu avi a rugna


Pastiche

Siamo noi il mondo, riuscite a capirlo! Nessuno può dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, ma lasciamo che sia così, tutto questo ci porterà alla rovina. E’ tempo di spurgare l’arte e renderla autentica. Voi siete autentici oppure dei burattini?

Il segreto del mio adattamento alla vita? Ho cambiato disperazioni come ci si cambia di

camicia E.M. Cioran / \ / Sillogismi dell'amarezza

PASTICHE pensata e redatta da Paolo Battista. Grafica e impaginazione a cura di

Moodif www.facebook.com/pasticherivista http://issuu.com/pasticherivista

Collaboratori:

Chiara Fornesi, Fara Peluso. Per ricevere a casa Pastiche in abbonamento ( costo 12 euro ) scriveteci a: pasticherivista@gmail.com, indicando nome e recapito. Per inviare il vostro materiale ( poesie, racconti – lunghezza da concordare -, disegni, racconti per immagini, fotografie b/n, stencil e quant’altro ) scrivete a: pasticherivista@gmail.com. Chi collabora con Pastiche lo fa senza ricevere compensi. La proprietà intellettuale resta chiaramente agli autori.

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Pastiche

Togliendomi PAOLO BATTISTA

Mi chiamo Rosaria Scazzi e credo di essermi innamorata del mio professore di Storia del Cinema. In verità siamo usciti solo una volta e lui è stato così carino da invitarmi a cena e poi senza pretendere niente riportarmi a casa. Di solito i ragazzi con cui esco sono dei maiali che pensano solo a scopare. Certo se mi avesse chiesto di farlo probabilmente non avrei resistito. Non lo so forse sto diventando matta, sto sbagliando tutto. Se solo venisse a saperlo mio padre, credo che mi ucciderebbe. Ma come faccio? Come faccio a resistere?

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Lui mi ha richiamato, vuole rivedermi, dice che da quando abbiamo cenato non può più levarsi dalla testa i miei occhi. E poi il professor Bernini c’avrà pure cinquantacinque anni ma è ancora un bell’uomo: magro, alto e con uno sguardo corrucciato che mi fa bagnare tutta come un’adolescente. Porta i capelli sempre spettinati, camicie chiare e giacche rigorosamente scure, ha gli occhi eruttanti intrappolati in una ragnatela di piccole pieghette e le mani sempre occupate da libri e giornali. Io gli dico di si, ho voglia di rivederlo, e poi è un piacere parlare con lui, non è uno dei soliti intellettuali addomesticati; lui dice di essere un vero anarchico, e in fondo in fondo un poco lo è. Anche nell’ambiente accademico sembra un pesce fuor d’acqua. Quando arriva gli altri professori lo guardano come si guarda un mostro ma lui se ne frega, si chiude nel suo studio e inizia il suo ricevimento. È così che l’ho incontrato la prima volta. Ci aveva chiesto una tesina per il suo corso monografico ed io avevo scelto Inland Empire di Lynch. Lui aveva sbarrato gli occhi celesti e allungato la mano:

“ finalmente “ aveva urlato sprizzando un sorriso affascinante, “ finalmente una ragazza che ama il cinema “. Poi tirando via plichi di fogli da una sedia m’invitò a parlargli del mio progetto spingendosi sempre più nella mia vita privata. Ci siamo visti nel suo studio fino a una settimana fa quando mi ha chiesto di uscire per una vera cena galante. Di solito i miei ex mi portavano al cinema o in pizzeria. È una cosa che un po’ mi mette a disagio ma è quello che voglio; quindi niente ripensamenti. Oltre a insegnare scrive articoli per delle riviste cinematografiche e tiene un blog tutto suo dove spara a zero sul cinema e sul disastro dei nostri tempi. Ha pubblicato anche un romanzo giallo che in verità non ho letto. Non ho mai cenato con un uomo più affascinante di lui. È vero, ho solo ventitrè anni, ma non posso lasciarmi scappare un’occasione come questa. E poi magari posso diventare anche sua assistente, chi lo sa! Per adesso tutto quello che voglio è rivederlo, tutto quello che voglio è stare con lui, adesso gli rispondo.

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Pastiche Mi porta in un ristorantino dalle parti di Montesacro, un posto carino con pochi tavoli e molta discrezione. Mi rendo conto che è una situazione particolare ma a dir la verità non m’interessa. Sono dove voglio essere e niente può fermarmi. Faccio caso alla mano destra e mi accorgo del segno bianco sull’anulare. Avrà tolto la fede prima di venirmi a prendere? Chissà cosa dirà a sua moglie? Avrà figli? Ma Giancarlo ( mi chiede di chiamarlo così ) riesce ad essere estremamente dolce e premuroso ed io dimentico tutto appena mi stringe la mano e cerca di farmi sorridere. Lascio che mi carezzi il palmo della mano e lui c’infila dentro il suo indice lanciandomi forse una specie di messaggio in codice. Poi butto giù un goccio di vino bianco per rilassarmi e ancora riesce a farmi sorridere. Ci riesce sempre, ed ho voglia di sentire il suo odore, di leccare la sua pelle, di sentire il suo cazzo ingrossarsi mentre sbava dietro le mie mutandine. Glielo leggo negli occhi che anche lui vuole scoparmi, il modo in cui mi parla, in cui mi tocca, in cui cerca di attirarmi nel suo recinto, tutto esprime la sua voglia di sesso ed io sono pronta, io voglio darglielo tutto questo sesso. Ho bisogno anch’io di tutto questo sesso. Ho bisogno di un uomo.

le dita e lui sembra eccitarsi ancora di più, poi gli prendo in bocca quel suo cazzo bitorzoluto olezzante dei nostri sessi e schizza il suo piscio argentato sulle mie tette piccole. Cazzo forse dovrei rifarmi le tette, penso mentre stringo ancora il suo cazzo tra le mani. Poi mi rimetto in piedi e mi specchio nel vetro della finestra. Mi vedo la faccia rossa e adesso un poco m’imbarazza, ho degli schizzi di sperma sulle labbra carnose che pulisco con una salvietta profumata. Lui intanto mi stringe da dietro e sussurra: “ ti è piaciuto? “. Io non ho il coraggio di voltarmi e dopo tanto tempo piango. Non so perché lo faccio ma un po’ mi fa sentire meglio. Lui non se ne accorge e dopo dieci minuti mi sta rinfilando la sua mazza arrapata spingendomi con la faccia verso la scrivania. Adesso sento che qualcosa non va ma non voglio deluderlo. Lascio nuovamente che mi scopi ed anche se un po’ mi spaventa lascio che le sue mani callose stringano il mio collo togliendomi il respiro. Poi torno a casa, domani ho lezione!

Anche se è tardi mi porta nel suo studio all’università. Ha un specie di accordo con il custode ed entra ogni volta che vuole. Tutto questo non fa che tirare fuori l‘eccitazione e quando chiude a chiave già sono elettrica come una lampadina. Facciamo l’amore ripetutamente, fottiamo come animali selvatici tra saggi sui grandi registi e tesi ancora da leggere. Solo una volta sentiamo qualcuno passare ma concentrati su noi stessi non facciamo altro che fermarci un istante e guardarci negli occhi. Poi appena il rompipalle si allontana riprendiamo dallo stesso punto in cui ci eravamo fermati e il professore continua a fottermi sgocciolando sudore sul mio fondo schiena mediterraneo. Devo dire che ha pure un cazzo niente male! Il mio ex aveva un uccello minuscolo e poi veniva dopo due secondi, ma con Giancarlo mi sento piena, la sua pelle profuma di foresta e le sue mani sono grandi abbastanza per prendermi tra le braccia e sbattermi sul muro. Nessuno mi ha mai scopata in piedi, mi prende e inizia a succhiarmi i lobi delle orecchie e ho voglia di urlare. Poi getto un piccolo stridio che lui strozza tappandomi la bocca. Io gli mordo

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Pastiche

LUIG I MA RON E

Luigi Marone

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"Friedrich Nietzsche era vegetariano, scrisse molte lettere a Wagner ed io mi sento un po' un cannibale e non scrivo mai a nessuno, non ho voglia né di leggere o studiare [...]"

Pensavo alle tue mani che si muovevano nel vuoto e sembrava che nuotassi, quasi, tra le onde concettuali dentro cui perdersi è sublime, a volte. Pensavo al carteggio epistolare in sé, all'epistola (etimologia di epistola?) e allora ti invio un ordine: pensami.  Pensami, ti ordino, e conserva questa missiva che io la cancello, così in futuro qualcuno la pubblicherà e allora altro che Beauvoir e Sartre, questo Paese finalmente saprà quali Grandi Spiriti bruciavano sotto le sue coperte - Blankets in inglese, me lo insegni tu - e, ahimè non se n'è mai accorto. Mi risulta difficile separare ciò che provo per te da quello che provo per la mia terra, per la vita, per l'impegno sociale, per i miei scrittori preferiti. Porti sulla pelle un tatuaggio luminoso e multiforme che cambia aspetto a seconda dell'inclinazione che il tuo corpo assume nei confronti della luce e che di volta in volta incarna ciò che videro i Greci dalle loro navi la prima volta che giunsero qui, la Costellazione

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Pastiche del Gabbiano, l'arrampicarsi sugli alberi per tornare alle origini, la passione per la semantica - ad ogni costo! - , le noiose dissertazioni tristi di poeti anatomisti, le Cellule Anarchiche Indipendenti e le azioni dimostrative contro la toponomastica democristiana, le conferenze indette dalle nostre camere, le mappe dei luoghi in cui dovremmo essere ma non abbiamo il tempo e i soldi; il fatto che siamo complementari, che mi è piaciuta l'idea che abbiamo dovuto prima sgomitare e farci spazio per capirlo, ma ora stiamo bene perché stiamo comodi, il tuo respiro che si rompe quando ti tocco. Senza soluzione di continuità. Panic attack! Panic attack! PANICK ATTACK! Poi. Sembra un miracolo che all'intrecciarsi sconclusionato delle mie dita sulla tastiera corrisponda un testo significante sullo schermo, e anche questo testo, il significato di questo testo, dovrebbe essere solo una parte del Grande Caos che ci precede e ci segue. Dovrebbe essere tutto frutto del caso e noi invece ci intestardiamo a voler trovare un significato e questo ci rende infelici quando non ci riusciamo. Quando invece ci riusciamo è solo perché isoliamo un tratto dell'enorme matassa ingarbugliata dei fenomeni, il più piccolo possibile tale da poter essere apprezzato dai nostri sensi, lontano dai rumori, un filo vitale che ci è familiare solo perché lo abbiamo percorso più e più volte, e che quindi conosciamo bene , solo questo, chissà per quale madornale errore poi tendiamo ad attribuirgli un significato (è solo un disegno su un muro, il murales di una balena, e noi siamo troppo vicini per capirlo). Dovrebbe essere tutto alla stessa distanza visibile da terra di una stella che brilla e invece devono bastarci i nostri occhi - i tuoi mi sono bastati, non c'è che dire - e la presunzione di sapere che ci siamo capiti. Ma è già stato tanto trovarci. È che non possiamo dirci tutto per telefono, ci siamo conosciuti tardi e le cose che abbiamo fatto sono tante e può darsi che alcune le abbiamo dimenticate, sarebbe normale. È un laboratorio permanente.  Mi hai detto che baciarmi è come scavarmi dentro, ma io non sono il Klondike e qui non troverai l'oro, al massimo Tragedie Minori. Io invece ho scorso la tua pelle fino alla voce che diceva leccami ed è stato come leggere un Testo Sacro, capisci? Provo a dire quello che sento ma mi esce fuori qualcosa di già detto, tipo: "Pace non trovo e non ho da far guerra", ma poi continua così: ho paura che la mia fine arrivi troppo in fretta e che non passi mai la notte: essere immortale in vita è il mio capriccio. Cago nel sugo degli uomini e ascolto te,liutotra corvi crepitanti. Come se fossi alle strette, nascosto dietro ad una feritoia, sparo all'impazzata con la mia pistola laser e se ti colpisco diranno che ho una mira formidabile. 

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BOLOGNA-ROMA IN TRENO CON BUKOWSKI

Pastiche Due ore e mezza, correndo veloce su queste rotaie, e non ricordo nemmeno di cosa parlasse Bukowski in quella poesia. Forse parlava davvero di te e di me più di quanto non faccia questa poesia scritta senza voglia in cui tu non ci sei e non ci sono nemmeno io, io che non sono più quello che ero prima e vedo il mondo da un acquario riempito da lisergiche sensazioni e cosmiche depressioni e vorrei solo che tutto semplicemente mi lasciasse qui su questo treno che forse si è fermato tempo fa o forse mai più si fermerà o forse non ha importanza mentre leggo ancora questa inutile poesia di Bukowski con accanto questa inutile donna e il suo inutile uovo sodo in bocca e nello stomaco, nel mio stomaco, il bruciore delle lacrime che non ti ho vista versare perché non ci sono lacrime da versare né distanze da colmare, né poesie da scrivere, né treni da lasciare, né droghe, né lampadari, nemmeno io per sempre nascosto in questa poesia di Bukowski di cui non ricordo il titolo e che non parla di me, ma parla a me, a me soltanto, e voi tutti ne siete fuori, voi tutti mi lasciate, e a me sta bene così. Davvero.

ANTONIO MELI

Ho impiegato due ore e mezza a leggere una poesia, sai. Due ore e mezza quasi esatte, Bologna - Roma in treno. Ecco quanto c’ho messo a leggere quell’unica poesia, con i tuoi occhi ancora fissi e stretti nel mio stomaco a non darmi pace. Accanto a me una donna con un uovo sodo a metà tra le labbra schiuse, col suo puzzo opprimente a coprire l’odore stantio dei miei pensieri e della mia giacca mai lavata e di una notte sotto i portici tra anime sporche e sigarette. Quell’unica poesia, che nulla aveva a che fare con te e con me e con nessun altro, eppure io dentro c’ho visto i tuoi denti bianchissimi eccetto due, i tuoi capelli rossi all’henné sempre più radi sotto la luce dei lampioni in via Zamboni, i due nei sul tuo mento e il biondo nelle tue iridi azzurre, corona solare attorno a quell’eclissi che sono le tue pupille, mai visto prima. C’ho visto dentro i tuoi occhi ingannevoli che però non m’hanno mai ingannato, mai veramente, nemmeno quando li ho visti farsi metafora fuggendo l’immagine di un treno che lasciava la stazione e lasciava te e lasciava i tuoi dubbi e se ne andava con le mie certezze sempre lì fissate nella tua schiena che allontanandosi se ne sta ancora in attesa di ricongiungersi con la mia. Due ore e mezza per leggere quella poesia, una poesia di Bukowski, e le sue poesie si leggono sempre in fretta, lo sapevi? C’è chi dice così.

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AUTORITRATTO NELLO STUDIO \ /\/ CRISTIANO QUAGLIOZZI g


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OGNI COSA

voglio lasciare ogni cosa tutte quelle cosa che non servono proprio a niente - no perché devo fare questa cosa - aspetta hai detto cosa? - Cosa ci vediamo domani? - devo avere quella cosa - no questa cosa è mia! infinità di cosa d'abbandonare all'istante e correre al capezzale di quegli uomini e di quelle donne - Quelli lì, sì quelli lì, li vedete! che la vita sta abbandonando e ascoltare loro ogni ricordo e raccontare loro più di un sorriso più di un pianto accompagnandoli nella morte senza sentirsi soli - Alla fine uno può essere d'improvviso figlio e ad un figlio corrisponde un genitore! e io voglio esserlo ed appropriarmi del loro amore di quello che un padre e una madre devono morire di dolore con loro perché forse questa è l'unica morte che conosco l'unica praticabile sul colpo restando inermi al cambio del paziente genitore nuovo figlio nuovo padre nuova madre nuova morte e mai mai mai mai mai avere una casa vuota dove far ritorno.

SOLO PER PIÙ DI UN ATTIMO

Proteggo i tuoi sogni. Non domandarti il perché. Le incomprensioni che si avviluppano dovranno essere fuori dal tuo mondo. Nella mente tua nulla dovrà mai essere confusione e sarò al tuo risveglio dall'invisibilità nascosta tuttavia presente e senza recare disturbo alcuno al silenzio cullerò la tua ansia assopendola oscillerò il sangue che a fiotti spinge il cuore in tumulti rallentandone la corsa lieve sarò ogni amaro istante che dolce accennerà ad un sorriso sospirato nel sonno e quando ti sveglierai non ci sarà freddo a scalfirti invocato dal vento né caldo soffocante comandato dall'inferno e se lo vorrai apparirò solo per più di un attimo pertanto fino al tuo nuovo risveglio mi assopirò tra le foglie nidi di insetti e con le cristalline ali spiegate di sabbia e sale volerò di nuovo dal cielo addormentato dalla notte al tuo fianco

LIÉ LAROUSSE

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LISA BIGGI

Il Capp otto

La coppia è seduta sul divano e guarda il pubblico (Tv), sulla spalliera del divano è appoggiato il cappotto della donna. Per terra ci sono dei calzini colorati. Alle spalle del divano è appeso un cartello con scritto: IL CAPPOTTO Lunga pausa di silenzio, poi la donna si volta di scatto. La manica del cappotto le penzola sulla nuca e la donna accenna un sorriso.

Lei: Era perché avevo scambiato la manica del cappotto per le tue carezze … Ti rendi conto? Lui: Ma cosa...? Lei: Non interrompermi, sto cercando di spiegarmi. Lo vedi?! Se mi accarezzi come potrebbe fare un cappotto non ti dovresti poi stupire per il mio cattivo umore! Lui: Io non ti accarezzo come un cappotto! Lei: Infatti non mi stavi accarezzando affatto!! Sono stanca e mi sembra che tu non voglia capire! Lui: Credo sia impossibile capire quello che stai dicendo… Ah! Come lo capisco! (Voce maschile fuori campo) “Zitto!” (Voce femminile fuori campo) Lei: Cosa vuoi dire, che sono stupida? Che sono pazza? O forse dovrei solo occuparmi un po’ meno dei tuoi calzini!!! Lui: Calmati! Ora basta. E poi cosa c’entrano adesso i miei calzini?! Lei: I tuoi calzini c’entrano sempre, tant’è che sono dappertutto! Ah! Come la capisco! (Voce femminile fuori campo) Silenzio! (Voce maschile fuori campo) Lui: Ma non hai detto che te ne occupi tutto il giorno? “Attento… Ti stai cacciando in un guaio! (Voce maschile fuori campo) Non suggerire! (Voce femminile fuori campo) Lei: LO SAPEVO! Ecco come stanno le cose! Secondo te è normale che stia a badare tutta la giornata ai tuoi calzini! Lo troveresti giusto, non è forse così?!! Lui: Veramente non è questo quello che ho detto! Lei: No, infatti mi hai detto anche che sono stupida e pazza, per non parlare poi del fatto che mi accarezzi come un cappotto, anzi, che non mi accarezzi per niente! Silenzio. La coppia rimane immobile a fissare davanti a sé. Epilogo Lui: Tutto questo non ha senso... Lei: Finalmente siamo d’accordo, sono felice che lo abbia detto tu per primo... Lui: Detto cosa? Lei: Certo, io non ne avrei mai avuto il coraggio, ma il fatto che la decisione venga da te mi fa capire che è proprio questo il momento. Tuttosommato, meglio così, lasciamoci. Lui: Io non volevo… Lei: Lascia stare le scuse, io so già tutto. Lui si alza, si avvicina al pubblico e chiede a bassa voce: Ma cosa sa? - e poi si risiede sul divano. Lei: Addio (Si alza ed esce dalla scena). Lui è ancora seduto sul divano, immobile.

Lui: Che c’è amore? Lei: Oh, niente tesoro, per un attimo mi era sembrato che mi stessi accarezzando il collo. Lui: Cara, lo sai che hai il collo più bello della terra! Lei pensò per qualche istante, poi capì come. Perché il perché già lo sapeva. (Voce femminile fuori campo) Lei: Lo sai, prima… quando ti sorridevo compiaciuta… “Menzogna…! Menzogna…!” (Voce maschile fuori campo)

Lei (rientra frettolosamente e prende il cappotto dal divano): - Il cappotto, mi servirà! La ciliegina sulla torta. Impossibile rinunciarvi! (Voce femminile fuori campo). La donna esce dalla scena.

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LA BALLATA ( che poi diventa blues )

questa è la ballata della mattina piovosa la ballata per chi sta male e per chi crede di stare male la ballata degli ultimi due tiri di canna nel posacenere la ballata della vendetta che cova anche se non fai le uova la ballata del caffè che fuma e dell’insonnia che fuma quanto il caffè la ballata delle scelte che non sai dove ti porteranno la ballata d'inizio gennaio con la pioggia battente che un po’ c’ha rotto le palle la ballata del cornetto che non ho mangiato la ballata del concerto che non ho visto la ballata di chi vuole cambiare le cose e non chiede permesso la ballata dei panni stesi ad asciugare sotto la pioggia la ballata dei lividi che non sai come coprire la ballata del cielo bianco dove non si vede il blues di un' hacca

DELLA MATTINA PIOVOSA PAOLO BATTISTA

questo è il blues dell’Hacca e della eFFe e della eSSe e della Kappa il blues del vetro e della carta e della plastica  il blues della solitudine perché tu sei uscita presto il blues del bicchiere vuoto che hai voglia di riempire il blues di un amico che soffre e non sai come aiutare il blues delle poesie scritte male alle quattro del mattino il blues del divano appiccicoso il blues delle briciole sul divano appiccicoso il blues del vento che suona sempre due volte il blues della barba incolta che non hai voglia di tagliare il blues delle promesse che non sai se mantenere il blues dell’alveare ( ma solo perché è in rima ) il blues della ballata dell’ennesima mattina piovosa

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ONE DIRECTION GO TO

CONGO

Pastiche

Goma, Congo. Cinque bambini soldato con le divise sgualcite attraversano la città su un bus scoperto sparando sulle case, sulla cattedrale di San Giuseppe e sulla sede della missione ONU. Dall'impianto del bus esplode fragorosa "One thing" (That I need you here with me now. Cause you’ve got that one thing: the coltan). I cinque continuano a sparacchiare improvvisando un balletto free style, alienati e coordinati come degli operai alla pressa. Le ragazzine costrette a casa dai vecchi genitori urlano in trans da idolatria. La boy band dei ragazzini ribelli sta imperversando in tv con l'ultimo spettacolare videoclip della canzone "Escape from Goma". Nel video il vulcano Nyiragongo vomita una colata di lava e i cinque ci fanno surf su degli enormi iPhone. Il loro agente, il Colonnello Bill Kilgor, li ha obbligati a girare senza stuntmen perché, testuale, "il coltan è vita e morte! Resiste pure alla lava!" Negli extra del dvd il Colonnello afferma: "Il vulcano è come il libero mercato, non è il Belgio colonizzatore. Il vulcano non fa differenze tra hutu e tutsi, ribelli e governo. Devi solo prendere l'onda giusta". La band durante le incursioni nei villaggi indossa un paio di occhiali 1D (a una dimensione) forniti dall'etichetta discografica. Gli occhiali permettono alla baby milizia di vedere il peccato nelle vittime. Tutti sono colpevoli e tutti meritano di morire: adulteri, ladri, assassini, pigri, atei, asociali, parassiti e improduttivi. Questi idoli, votati al martirio, sacrifici umani del villaggio globale, sono preparati sin dalla culla alla prevedibile parabola: ascesa, decadenza, resurrezione o morte rituale. I gruppi dei teensoldiers sono creati a tavolino, combattono una guerra non loro. La musica e i testi sono scritti da altri, le rivalità con le altre band sono solo un pretesto e l’unico fine è il profitto. Anni fa Save the Children ha messo su un team di ragazzetti dalle facce pulite, denti bianchi e golfini annodati sul collo per salvarli, ma inutilmente. Le fan dei cinque perquisiscono l'es dei beniamini, fanno l'antidoping alla loro coscienza come rabdomanti con crocefissi alla ricerca di tracce di alcol. Il Gossip Inquisitore controlla che le star rispettino i due precetti: la castità e l'idiosincrasia per la droga. Per evitare che gli scandali sessuali minino la credibilità e la coerenza della loro missione le case produttrici delle boy band

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Pastiche e le ONG sottopongono i loro adepti ad una pratica comune: la castrazione chimica. Le imprese sanguinarie dei minorenni hanno milioni di visualizzazioni su youtube. La loro ultima hit “One way or another (Teenage Kicks)” ospita perfino un cameo del premier Cameron. Con i proventi della vendita del dvd la casa discografica si occuperà della distruzione di centinaia di campi profughi e dell’uccisione di Giobbe Covatta. Una ragazza ha vinto la possibilità che i suoi idoli mettano a ferro e fuoco proprio il suo villaggio! Lo squadrone pop ha sterminato la sua famiglia, incendiato la sua casa e l’ha rapita. Le altre fan ingelosite l’hanno minacciata su twitter: “Bastarda fortunella, te ne faremo pentire!” La poveretta è odiata perché al momento del saccheggio e del rapimento non ha reagito istericamente. “Non li ama, non merita tanta fortuna”, le rimproverano alcune coetanee. Le ragazzine impazziscono per le profumate ed efebiche macchine dispensatrici di morte. Il branco di bimbette in preda agli ormoni e all’acne prende d’assalto i distributori automatici delle uniformi pregne di sangue e sudore. Si litigano quegli stracci logori come una mandria di zitelle un bouquet ad un matrimonio o come cantautori anni ’60 si contendevano le metafore sui fiori. I ragazzini soldato che rapiscono le bambine dai campi profughi le consegnano ai produttori. Così le piccole vanno a ingrossare gli harem dei discografici. L’esercito di groupies riempie gli stadi per seguire gli spettacoli della baby-milizia. Vengono torturate per ore, urlano come ossesse condividendo la passione, perdendo l’identità nel sentimento collettivo, sentendosi finalmente parte di qualcosa di grande e vero che gli altri non possono capire. Quando si chiede alle madri cosa pensino delle figlie, di come vengano plagiate e rapite, minimizzano: “Succede a tutte le bambine; alla loro età è normale. Come crede abbia conosciuto il padre? Mi ha strappato dalla mia famiglia dopo aver dato fuoco alla mia casa. Mi ha preso in braccio con in sottofondo la canzone di “Ufficiale gentiluomo”. Tra le grida lancinanti, l’odore del fumo e della paglia bruciata si è inginocchiato e mi ha donato un anello che simboleggiava il voto di castità. Meglio che vadano dietro a questi adorabili strumenti del castigo divino che dietro a quei cantanti di musica rock, satanica, edonistica ed individualista. Preferisco valori come l’obbedienza, la religiosità, l’avversione alla promiscuità e la fedeltà ad un progetto. Quand’eravamo giovani anche noi piangevamo isteriche di fronte ai nostri idoli, ma ai miei tempi, se devo dirla tutta, le divise erano nettamente più eleganti!” Le fette di mercato vanno conquistate con la giusta attitude e il mood adatto. I biglietti per assistere alle razzie, i saccheggi e gli stupri sono molto cari. La banda dei cinque si esibisce nella sua solita entrata. Esplosioni, spari e grida delle fanciulle ad accoglierli. L’anziano del villaggio prega loro di andarsene e per tutta risposta si becca una piroetta, un pliè, un falsetto fuori dal contesto e un calcio nelle palle. Ma il coreografo si indigna: “No! Passo, passo, punta, tacco! Non passo, tacco, punta, passo!” Il ragazzino rimarrà senza rancio macrobiotico stasera.

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ANDREA FRAU

Pastiche La loro generazione è una gioventù bruciata ma buonista, dopo aver messo a ferro e fuoco le città fuggono via sul pulmino senza superare i limiti di velocità consentiti. Si apre un pop-up dal racconto per reclamizzare l’eyeliner preferito dai baby soldato più cool. Migliaia di giovani mani unisex si allungano verso il prodotto. Ma la vetrina anti-proiettile separa le mani dall’eyeliner e il racconto dalla realtà. Zayn Malik , un muezzin con la voce suadente, ricorda che è giunto il momento di ballare a ritmo della sua seducente jihad. A Muthaho–Kibati, capoluogo della provincia del Nord Kivu, i ribelli del M23 e le truppe governative del FARDC si sfidano a colpi di danza. Il pubblico da casa televota con gli sms nonostante gli osservatori internazionali abbiano dichiarato il voto non libero e trasparente. I ribelli sono concorrenti scartati al talent show che denunciano le irregolarità delle votazioni.Soldati che volteggiano in aria a tempo di “Live while we’re young” si fronteggiano in una gara di ballo all’ultimo sangue. Un giovane lealista si arrotola il pantalone fino al ginocchio, si cosparge di borotalco i piedi e saltella su un campo minato tenendo il pubblico col fiato sospeso. Sopravvive all’esibizione. Il terreno ora è segnato dalle sue impronte che evidenziano i punti sicuri. La sua impresa danzerina da kamikaze viene molto apprezzata dalle giovani fanatiche. Un vecchio ballerino senza una gamba scuote la testa in segno di disapprovazione.Mentre infuria la battaglia ragazzini stonati e dall’aspetto sgradevole si spaccano la schiena nelle miniere alla ricerca di vecchie melodie da campionare per nuove boy band. Intanto l’FMI ha sospeso i prestiti al Congo e la comunità internazionale ha voltato loro le spalle come i giudici di The Voice. La Syco- Sony-BMG che detiene i diritti di sfruttamento delle miniere per i prossimi anni ha deciso di accantonare i cinque bimbi prodigio perché la loro voce sta cambiando e la peluria volgarizza e corrompe la loro apparente ingenuità.I corpi della ex baby band vengono portati in un magazzino di Chelsea. Ogni scatolone ha una stella con il nome delle band cadute in disgrazia. Più in vista ci sono i New kids on the block, gli East 17, i Backstreet Boys, i Five, gli Ultra, i Blue, i Boyzone e gli Westlife. Nell’ossario ci sono i camerini di ciò che resta dei cadaveri. Groupies ostinate pettinano i lunghi capelli biondi che scendono dal cranio dello scheletro di Nick Carter. In una pozza di urina, fanghiglia, bigliettini con numeri di telefono e vecchi reggiseni delle fan ci sono gli scheletri dei Ragazzi Italiani. Una croce è conficcata sopra i loro umidi rimasugli come una stella polverosa in un vecchio camerino. Nello stesso istante cinque reduci, ex bambini soldato più sfatti di Gary Barlow, salgono sul tetto del palazzo della Samsung a Seoul. Intonano a cappella Youth of the Nation dei P.O.D. e tirano del coltan sui passanti che, divertiti, filmano tutto coi telefonini. Uno dei passanti alza lo sguardo al cielo: “Noi l’abbiamo già fatto nel ’98 ad Imola con i tamagotchi. Fu una vecchia trovata situazionista”. Il passante è Manolo. Ora vive a Seoul, fa l’imprenditore ed indossa solo t-shirt del suo vecchio gruppo: i Ragazzi Italiani.


Luca Monfardino Helbones Artist – Voglio un uomo


Pastiche #32