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10/2013

n.24

pesca l’arte e la poesia

PASTICHE versicontroversi

mensile gratuito

Bruno Nicotera - Hand


Pastiche

La lettura è, come l’amore, un modo di essere. ( Daniel Pennac, Come un romanzo )

PASTICHE pensata e redatta da Paolo Battista.

Quanta invidia, quanta mancanza di empatia c’è tra poeti e scrittori! Tutti a dire: che schifo qua, che schifo là...e tutti scrivono romanzi e ancora peggio tutti scrivono poesie! Dovreste smetterla con questo inciucio del negativo, con questo risentimento, con questi trucchetti da Critico; è arrivato il momento di leggersi, ma di farlo sul serio! senza pontificare, senza sparare a zero su chi cerca un modo diverso dal vostro per raccontare la verità, e forse a differenza vostra lo fa! Noi di Pastiche siamo sicuri che l’underground è pieno zeppo di ottimi poeti e scrittori; noi di Pastiche ci crediamo, e lo facciamo spinti da passione e rispetto! Fatelo anche voi, e forse scoprirete che c’è tanta bella roba da leggere, da condividere, da amare!

Grafica e impaginazione a cura di

Moodif www.facebook.com/pasticherivista http://issuu.com/pasticherivista

Collaboratori:

Chiara Fornesi, Fara Peluso. Per ricevere a casa Pastiche in abbonamento ( costo 12 euro ) scriveteci a: pasticherivista@gmail.com, indicando nome e recapito. Per inviare il vostro materiale ( poesie, racconti – lunghezza da concordare -, disegni, racconti per immagini, fotografie b/n, stencil e quant’altro ) scrivete a: pasticherivista@ gmail.com oppure all’indirizzo: Paolo Battista, via F. Laparelli n. 63 int.1 00176 Roma Chi collabora con Pastiche lo fa senza ricevere compensi. La proprietà intellettuale resta chiaramente agli autori.

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Pastiche

Mai

di Paolo Battista

Non sono mai stato un adolescente normale. Lo so bene, anche la mamma non fa che insultarmi, e da mesi ormai la mia vita è cambiata. Sono andato via da casa appena compiuti diciotto anni. Vivo in una roulotte poco lontano dalla città e peso più di cento chili. L’ultima volta che mi sono pesato era…cazzo! beh! non mi ricordo, ma ricordo la sensazione di fallimento, di tortura, di instabilità, che mi premeva nello stomaco quando guardavo quei fottuti numeretti sulla bilancia e mi faceva sentire come un’enorme carcassa buttata in un angolo. Adesso non ho con me nessuna bilancia e a stento riesco a uscire dalla piccola porticina della mia roulotte. Cazzo, non riesco a spiegarvi quello che provo! L’unica cosa sicura è che sono un fallimento, sono un instabile traballante fallimento, e non so come tirarmene fuori! Una volta avevo anche un amico, Andrea. Passavamo insieme interi pomeriggi, ci piaceva giocare a basket, qualche volta passavamo al Centro Commerciale per vedere le ragazze, almeno fino a quando ho deciso di diventare una balena e non uscire più di casa. Anche Andrea ha iniziato a guardarmi diversamente. Si capiva che non gli piaceva stare con uno che pesava quasi ottanta chili più di lui. Spesso vedermi mangiare tre BigMacMenù di seguito lo infastidiva, leggevo nei suoi occhi il disprezzo dell’intera comunità, anche le ragazze mi prendevano in giro, ghignavano come oche, ma come dargli torto? Facevo schifo, e più mi sentivo da schifo più mi abbuffavo, più mi abbuffavo più la gente si allontanava. “ Smettila di ingozzarti come un maiale! “, gridava mia madre stanca della sua vita. Il suo primo marito, mio padre, era stato arrestato per rapina a mano armata quando avevo cinque anni, mentre il suo attuale fidanzato è un alcolizzato violento che ha preso possesso della nostra casa. Dovevo andarmane! Non potevo restate lì a farmi insultare! Sono mesi che non la vedo, che non li vedo entrambi, e devo dire che non mi mancano per niente! Solo mi sento solo! Certe sere mi guardo allo specchio e vedo la mia carne flaccida cascare come burro sciolto. Vorrei morire! Vorrei prendere un coltello ben affilato e tagliare via tutta la pelle in eccesso. Vorrei avere la forza di avere la forza di smetterla col cibo scadente, le bibite gassate e l’ozio improduttivo, ma per ora è l’unica cosa che mi fa stare bene. Passo intere giornate davanti alla tivvù, a non fare un cazzo, tranne quando sono seduto al computer per programmare siti web e blog. È questo il mio lavoro adesso! Sono bravo con i computer, solo che non faccio visite a domicilio, è la gente che deve portare il culo qui da me! Certo potrei guadagnare molto di più, se solo riuscissi a muovermi, ma in fondo non mi frega un cazzo di esagerare. L’importante è comprarmi da mangiare, per il resto non esco con delle ragazze, non vado al cinema, non vado a ballare, non faccio più sport, non parlo con nessuno; a cosa dovrebbero servirmi tutti questi soldi? Ecco, mi è venuta fame, di nuovo! b


Pastiche

Stato

Mi alzo, apro il frigo, sono solo le quattro del pomeriggio, tiro fuori la doppia porzione di Saltinpadella che non ho finito di mangiare a pranzo e la bottiglia da due litri di Coca-Cola. Ho i piedi gonfi, butto giù una sorsata di bollicine e in due boccate finisco la pasta. Ho ancora fame! Ogni volta che mi metto a pensare alla mia grassa vita, mi viene fame! Famefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefameeee! Cazzo adesso potrei mangiarmi una teglia di pizza intera, salsicce e patatine fritte, la mia preferita! Il mio accumulo di ciccia è un obbrobrio di salsicce e patatine, cocacola e pasta al forno, dolci alla crema e caramelle al cioccolato. Ricordo che una volta ho ingurgitato più di duecento caramelle zuccherate in soli dieci minuti! Tutto perché l’unica ragazza che ho mai amato non mi filava neanche di striscio. E’ una mia vicina di casa quando vivevo da mia madre, la biondissima Elena. Ho sempre avuto un debole per le bionde. Elena è bellissima. Certo sono molti anni che non la vedo, ma ricordo benissimo i suoi lunghissimi capelli lisci, gli occhi verdi come gelato al pistacchio, le canotte colorate che davano risalto alle spalle tonde e lisce, la sua mano delicata che mi salutava con noncuranza, quasi indisposta dal fatto che il suo vicino di casa era un grassone senza amici. Anche le sue amiche non facevano altro che sghignazzare, cazzo come le odiavo! Le avrei strangolate con le mie stesse mani, tutte tranne Elena chiaramente. A lei era permesso tutto, da lei potevo subire qualsiasi cosa, era lei che sognavo la notte quando andavo a dormire, almeno fino a quando sono stato a casa della mamma. Oggi non ci penso più così spesso, a farmi compagnia c’è la mia gattina nera, Pece. Lei si che desidera le mie carezze, lei sola mi apprezza, e non vederla per qualche ora mi fa stare in ansia come quando sta per finire il pollo fritto o la cocacola. Cazzo, ho ancora fame! Famefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefamefameeee! È come un’enorme voragine che devo riempire a tutti i costi. Appena sento lo stimolo non devo fare altro che buttare giù un pacchetto di merendine oppure non so una cinquina di toast con la pancetta. È più forte di me. È l’unica cosa che mi dà un poco di quiete! Basta che non mi guardo allo specchio, e tutto va bene! Non sono mai stato un adolescente normale, e credo che non sarò mai neanche un adulto normale!

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Pastiche

Aveva un occhio finto Aveva un occhio finto da cui guardare terminali sinaptici e sensori pressotermici per estendere i sensi e andare oltre. Nanotubi neurali e onde interne sonore unità euristiche di base in continuo apprendimento computer biologici con filamenti mutati di DNA. Era capace di elaborare sequenze aritmetiche infinite ma a causa di un buco nero emozionale della mancanza di ossigeno nelle proprie passioni fu l’ultima vittima delle sue sinapsi impazzite.

Poesie Sci Fi Tra mondi nascosti Cammino tra sfere di luce di mondi nascosti senzienti avanguardie di connessioni future sirene attraenti dal canto suadente attrattori di parallele realtà e dimensioni ulteriori. Compio viaggi extracorporei dentro un avatar di carne sintetica, mi perdo tra suggestioni egizie di portali sepolti, nel geometrico tronco di piramidali cellule in armoniche serie ronzanti. Torbidi pensieri connettivi risalgono le acque di olografici strati molecolari. Mi fanno luce su mistiche realtà in astrali convergenze di energia, e naufraghi spettri miei parenti lanciano urla nel cosmo, prima di dissolversi in dimensioni altre, parallele e atre. Leggo l’ora sul display dei tuoi occhi cibernetici e comprendo che è tardi per la mia sintetica mente, quando coriandoli, in colorate geometrie del discreto, tracciano ai miei piedi una funzione continua divulgata dal plasma. Così, vittima di una mutazione genica, una stringa alfanumerica va perduta nel mare neurale delle mie sinapsi artificiali, e mi nego per sempre, l’accesso ai miei ricordi in lenta consunzione.

di Iunio Marcello Clementi d


Pastiche rinsecchendoci sempre di più dal caldo e dalle mance scarse postcrisi del sistema occidentale. alimentazione da cameriere. cocacolacaffèfettabiscottata, cocacolacaffèfettabiscottata. fetta biscottata che col riopan assorbe e fa l’effetto dei sacchi di sabbia lungo i fiumi. mi sono disintossicato dalla combo volfast-redbull a causa dell’ansia e della gastrite dovute ad una situazione più precaria di quella di un topolino a casa degli aristogatti mentre girano piattini di speed con luci psichedeliche e jazzmaster a manetta. mentre romeo (il gatto rosso) gioca a guitarhero strafatto di crack scivolo per un pertugio nel muro. che poi magari gli aristogatti strafatti d’amfe neppure c’hanno fame ma mi fan sentire precario ugualmente e il mio corpo si rivolta contro di me con continui mal di testa collo e spalle e la morte nera nello stomaco. fuori sono 40 gradi e io ho la polo, i pantaloni lunghi e le adidas. mi sento un pò come una mignotta in minigonna la notte di capodanno con meno trenta sotto zero. mignotta siberiana. educazione siberiana la mia. no ps. no infami. che in realtà tra la mignotta e il cameriere stagionale non c’è sta grande differenza. entrambi sono sfruttati. guardi bene in faccia il cliente per capire che tipo è. se uno impostato o uno alla mano. il tutto in una manciata di secondi mentre si danno i menù e si contratta sul prezzo. pieghi la tua facciadaculo e la modelli affinchè diventi il più conforme alle sue esigenze. fingere orgasmi o finte scuse se necessario. la mancia è il santo graal. simpatico con chi è simpatico, riservato ed impostato con chi è più austero e vuole mantenere il gioco delle parti. poi siamo vestiti da coglioni tutti e due. puttane e camerieri. un binomio inscindibile. sosteniamo il peso del vuoto al quale siamo condannati con stile. volteggiando tra i tavoli come ballerine impazzite di un qualche locale francese o come formiche in un formicaio. la formica come base della piramide sociale. corazza e ossa. più in alto informi ammassi di pelle e gelatina. fumo trenta sigarette al giorno, un toccasana per la mia gastrite. in più quando mi chiedono un posto vistalago mi vien voglia di prendere un mitragliatore. che cazzo vedrai mai brutta stronza che tanto stai seduta e guardi il piatto mentre mangi...se proprio vuoi faccio una foto a quella pisciatina di merda che chiami lago e te l’appoggio sul tavolo... “un tavolo vista lago? prego signori seguitemi...”

De rerum camerie rarum

di Giovanni Nascimbeni

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Pastiche il topo che balla non balla più. gli è stato consigliato caldamente e lui è uno che i consigli li sa ascoltare. e non sa come continuare questo dialogo con se stesso perchè da lontano qualcuno ha cominciato a cantare ed ora avrebbe voglia di cantare pure lui. pezzi di vasco rossi stonati da ubriachi. roba da perdenti. roba da vita di stenti. e c’è da ripetersi che neppure le bestie africane che devono sbattersi tutti i giorni per mangiare senza lasciarci le penne fanno una vita misera come la nostra. “dillo alla luna” mi sembra che sia. tattica. strategia .abnegazione. forza. perchè vasco lo capiscono tutti e io sono contornato da una manica di individui inutili. perchè non posso stare bene e ascoltare vorrei stringerti le braccia le braccia intorno al collo e cazzi e mazzi? ag vuria na bela guera!, così avrei altro a cui pensare.  che a mia nonna vasco le è sempre piaciuto e l’ha sempre capito lei... ag vuria na bela guera!, ma io ci sono già in guerra. nella totale mancanza di un copione o di un’impostazione.  nella generica condizione di lavoratore forzato sottoproletario sdegnato dal passato e incoraggiato al futuro. mi servono solo milleottocento euro e la pazienza di due mesi. la tattica del pugile. testa bassa e continuare a picchiare un sacco di vetri appeso al centro della mia mancanza di fiducia. con­l’insofferenza dell’ultima notte in galera e le fisse del cervello bruciato che ormai ho imparato a mascherare che ritornano prepotenti a bussare alle mie porte. mezzo litro d’acqua prima di dormire e appena sveglio  lavarsi i denti maniacalmente. toccare gli oggetti tre volte. non due. non quattro. e la salvezza in lontananza dell’estero. dei progetti che mai ho fatto. e che a dirla tutta neppure ora faccio. perchè il topo sa quando è ora di partire e abbandonare la nave. prima che l’ultimo disco finisca il topo è già partito. tecniche imparate in anni e anni di meditazione e di conta delle crepe nei muri delle valli della luna. e posti in cui ti vorrei portare. luoghi in cui elevare la coscienza a gradi superiori. conche d’acqua in cui nuotare o massi a strapiombo sul mare. tutto questo tra una portata e l’altra nel mio sorriso da cameriere-tranky-tutto-bene...la realtà è solo una, che voglio vivere a tutti i costi. e che troppo spesso si combatte per il male minore. poi se uno vuole vederla in positivo son cazzi suoi.  è colpa di vasco se ho cominciato a drogarmi. ma c’è da dire che nemmeno le bestie africane hanno mai combattuto uno scontro del genere. in pochi hanno attraversato questi territori ed hanno ancora le parole per raccontarlo.

IL

Topo

che balla

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Pastiche

di Cristina Pedratscher

chairs sono pronta

Chair

g


Pastiche

catene che ti distruggono dentro

ti spiego come la vedo io, devi solo ascoltare e provare a comprendere

capisco quello che tu dici e non ti giudico

ti voglio bene (grazie che ci sei)

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Pastiche Matilde è a letto con una donna grassa, avverte attrazione nei suoi confronti. Mentre si accarezzano la donna grassa le spiega che le donne grasse vanno sempre a letto con degli uomini grassi, i quali hanno un pene, se non propriamente grasso, di sicuro grosso, e questo fa di ogni donna grassa una trappola mortale, un gorgo che dal centro delle grasse gambe aperte aspira tutto, il mondo, la città, la stanza, il letto, e con il letto Matilde, che è minuta. Matilde capisce, è nervosa, suda; poi si sveglia, di colpo, sola, nel letto. Matilde è sola, nel letto. Si alza per bere un bicchiere d’acqua e quando ritorna in stanza vede nel letto due uomini nudi con le teste di cane, che abbaiano piano. Lei posa il bicchiere, e li accarezza, perché pensa che in fondo sono bei cane. Ma sono uomini cani irruenti, che fanno un balletto, ma poi vogliono fare l’amore con lei. Matilde li accarezza, dice loro di stare buoni, si tira addosso una coperta colorata, ma loro sono eccitati, e lei si dice, ma come faccio a fare l’amore con due uomini cane, anche uno, forse, sarebbe già troppo. Pensa di non resistere al ritmo di due uomini cane; loro capiscono, uggiolano. Poi si addormentano tutti e due, accucciati, mentre Matilde guarda il soffitto. Matilde si accorge che nel soffitto c’è un piccolo buco da cui esce del legno. Non sa perché esca proprio del legno, sembra una scheggia che si fa sempre più lunga, e che sembra cadere, anzi strisciare fuori dal buco, sopra il suo letto. La scheggia sembra proprio un serpente che scivola giù, e Matilde è ipnotizzata. Se sapesse suonare un flauto probabilmente incanterebbe quella striscia che scende, la farebbe danzare e la guarderebbe per tutta la sera. Quando la striscia è sul letto, Matilde si accorge che in realtà è una donna, una donna magrissima, che la guarda negli occhi, e che vuole ballare con lei. Matilde balla con la donna serpente, ma un rumore la sveglia. In cucina c’è un uomo grasso, nudo, che mangia i biscotti. Matilde lo guarda imbarazzata. Lui sbriciola dappertutto, e continua, continua a mangiare biscotti e a sbriciolare per terra, tanto che vengono molte formiche. Per ogni briciola viene una formica, e l’uomo grasso e nudo continua a sbriciolare, a fabbricare briciole, e formiche infinite, e la stanza ne è presto riempita. Le formiche portano via pezzi di cibo, poi le posate, i vestiti, i soprammobili, una pianta di rosmarino, il divano e in ultimo l’uomo grasso, che come un re si fa trasportare da loro, e che guarda Matilde, le prende le mani sottili, e le confessa che lui è il re delle formiche. Matilde stringe un pennarello. È sdraiata sul letto e sta disegnando il re delle formiche. Sul letto, in piedi, c’è un uomo nudo e grasso, che la ringrazia. Non è propriamente nudo, è vestito con un impermeabile trasparente, e mentre parla, il suo corpo si muove ritmicamente. Fa grandi respiri e trema un po’ tutto, gli trema la pancia, gli tremano le gambe, e tra di esse gli trema il pene, che è enorme. Mentre parla del fiume, e del sole, e del silenzio, e del senso divino che prende qualunque creatura in silenzio in riva al fiume, il suo pene si ingrossa, e si gonfia nell’impermeabile. Matilde lo guarda stupita: è un pene saldo e possente, che continua ad allungarsi, e che fora il vestito, e diventa un serpente. Matilde ha fatto l’amore con un uomo magro. È un uomo strano, perché non è un uomo grasso, e non è neppure un uomo cane, o un re delle formiche. È un uomo

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Pastiche particolare, lei pensa, e pensa che è unico, perché forse è un uomo furetto. Hanno unito i loro corpi nella luce fioca della stanza. Lei ha sfiorato il furetto, ha baciato il suo corpo, lo ha esasperato e lo ha pacificato. Il furetto, pensa, è un uomo nervoso, ma buono, e profumato. Lei lo ha annusato tutto, intensamente, e un po’ di quell’uomo furetto è entrato in lei, e lui si è un po’ disgregato, ha perso degli atomi, li ha donati a Matilde, e i suoi atomi, come tanti brividi, sono ora al riparo nei suoi polmoni, e abitano Matilde, e il suo cuore, e il suo sangue. Lei è spossata, si alza un momento per prendere un bicchiere d’acqua. Quando torna, l’uomo furetto è sparito a mangiare i biscotti, e sul letto al suo posto c’è una donna grassa, che vuole baciarle le mani. Seconda parte MATILDEEE! Urla, è sul ponte, e urla MATILDEEE! Urla a squarciagola, perché lei deve sentirlo, perché magari ha le finestre chiuse. Urla con tutto se stesso, ma non dalla bocca, non dalla sua: gli si è aperta una enorme bocca sul ventre, gli fa male, è una bocca dai denti aguzzi, è una bocca che è un orrido, un baratro che parla il linguaggio degli uomini, e che urla, al mondo, nel vento: MATILDEEE! Matilde è sul materasso, e pensa che vuole lavare tutto, le coperte, le lenzuola, tutto, troppe persone hanno calcato su di esse l’impronta del loro corpo, hanno come lasciato un’orma, un guscio di sé. Pensa che ci sono troppi gusci, troppe conchiglie dappertutto, bisogna areare, aprire le finestre, fare entrare il vento, l’aria che spira da fuori. Decide di uscire a fare due passi, così, e seguire la scia di formiche, impilate in una marcia che porta su un ponte. Lui è sul ponte. Guarda la fila di formiche che gli passa vicino e si getta giù, nella notte. Sotto c’è un fiume che è come un taglio, una ferita di acqua che corre. Lui è l’uomo furetto ed è sul ponte, si arrampica sulla barriera e guarda giù. Pensa a lei. C’è qualche puntino luminoso in lontananza, sono le luci delle case, e lui è solo, al buio. Trema e guarda giù, ha ancora in bocca un sapore dolciastro. Sotto, il fiume lo vuole mangiare, è un fiume che è come una bocca. È un’enorme bocca socchiusa che vuole mangiarlo, e che porta al ventre del mondo. Un uomo alce osserva Matilde camminare, ascolta i suoi passi, poi si fa avanti. Matilde è un po’ intimorita, ma poi si guardano e l’uomo alce comincia a parlare. Dice che accarezzare una donna grassa è una cosa coraggiosa, e che anche l’omosessualità è una cosa coraggiosa, e tragica, e che è la vita anche che è tragica. Matilde gli dice che è la nostra una vita di formiche, e gliele indica per terra, che vanno lontano, che spariscono in nulla. Matilde tocca con calma qualcosa che ha in tasca, estrae un ritaglio di giornale e legge che “Le donne hanno succhi velenosi”. Lei lo legge all’uomo alce, lo guarda, e dice che quindi anche le fidanzate hanno succhi velenosi e gli dice che un omosessuale è la fidanzata di se stesso. Lui ricambia il suo sguardo in silenzio, con le sue corna, coi suoi occhi neri come la notte. Sei tu, che mi vedi sul ponte, che urlo col ventre. Ti avvicini, sali con me sulla barriera e guardi il flusso scuro e impetuoso dell’acqua, il fiume, che è come la bocca dell’in-

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Pastiche ferno. Stiamo insieme, vicini, e c’è un filo di silenzio che lega le nostre labbra, e che ci unisce sul ponte. C’è qualcosa giù a riva, un qualcuno o un qualcosa ai bordi del fiume. Mi dai la mano, mi aiuti a scendere, ci abbracciamo. Poi scendiamo dal ponte, e andiamo a vedere quel qualcosa sulla riva del fiume. L’acqua scorre scura e potente, fa molto fracasso. Tutto è buio. Matilde tiene per mano l’uomo furetto e avanzano nella penombra. In riva al fiume c’è un animale che si sta abbeverando, Matilde gli guarda le corna, e gli occhi neri come la notte. Si avvicinano, avvinghiati nella tempesta dell’acqua, nell’ululio dell’acqua che scorre in tempesta, e sono quasi nel ventre del mondo, e sono loro, abbracciati, bagnati di lacrime e fiume. L’uomo alce dall’acqua sussurra che è il fiume. Dice che è il fiume, tra l’uomo e la donna, dice che è il fiume. Tra le sponde, dice l’uomo alce, c’è un filo. Chi vuole può rischiare la vita, e passare il ponte tra l’uomo e la donna, tra la sponda e la sponda, e fare il funambolo sul ventre del mondo. L’uomo furetto pensa che il ponte è per gli esseri ibridi, nature ibride che si vengono incontro. Pensa che è il ponte, sulla bocca atroce e bestiale, sul gorgo che dal centro delle gambe aperte del mondo aspira tutto, tutti gli uomini, con le loro cose. Ha capito, e la guarda negli occhi, e lo dice: è il ponte per arrivare a un continente. Che ha il tuo nome, Matilde.

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Pastiche

di Daniele Casolino

lei mi passò accanto leggera e involontaria come se fosse possibile portare in giro leggeri e involontari tanta bellezza come se fosse possibile che lei fosse veramente lì come se fosse possibile che potessi ancora guardare solo lei quando si andò a fermare accanto all’uomo dai capelli grigi col paletot grigio e la forfora sui capelli e sul cappotto e lei invece emergeva anche se più bassa lasciandosi inseguire dal mio sguardo incollato flottando su quel mare di teste umide e quei cappotti scuri dal braccio alzato che veniva voglia di tornare subito a casa con lei e spogliarsi via l’umido e i cappotti e il resto e scaldarsi di bellezza in quel martedì grigioforfora mentre i cappotti appesi per il braccio destro sarebbero rimasti a sobbalzare nel loro moto stantio e quotidiano lei mi avrebbe condotto per mano con un passo solo fuori da tutto anzi mi stava conducendo lontano senza fare neanche un passo come fosse possibile che fossi l’unico ad accorgermi di quella bellezza leggera e volontà pura di un disegno non certo umano che gli uomini restavano nel metrò e noi fuori a un passo lontanissimo spogli di cappotti e del freddo ci saremmo abbracciati come fosse l’unica leggerezza possibile di un disegno ancestrale e matematico che qualcuno chiama destino quel destino che era mio ed era lei da quando mi passò accanto ed ora continua perchè la signora col carrello è scesa e fra me e lei c’è solo il corridoio mentre di là non c’è spazio fra i nostri corpi nudi e abbracciati e io posso respirare la sua bellezza ad occhi chiusi sento il dolce intenso del neroblu dei suoi capelli e il cedro fresco dei nostri sudori abbracciati così combacianti da fare invidia a una maison francese e non serve neanche parlare non importa se abbiamo la stessa lingua perché non so se è la mia lingua o la sua a baciarsi e poi cosa dire quando quella bellezza involontaria riempie di senso ogni qualsiasi cosa ogni poro della mia pelle ogni ganglio ogni connessione neuronale capace di produrre qualsiasi pensiero od emozione era solo pensiero di emozione e della nostra unica lingua bicefala che ora esplorava i corpi rispettivi ben oltre ogni senso di piacere essere mitologico con due teste una lingua quattro mani quattro gambe imbizzarrite intrecciate e convulse e la sua bellezza leggera montante il mio corpo peloso e ferino panica mitologia di amplesso indissolubile come fosse possibile dimenticare il piacere dentro il piacere stesso pilotato alla cieca da quella bellezza distratta che galleggiava ancora e sul vagone era sparito tutto e non c’era il rumore di ferraglia e il borbottio ma solo il suono melodioso del suo silenzio il canto del suo sembiante e il mio sesso che non era più mio dentro di lei ma era parte di lei perfettamente combaciante come quelle chiavi antiche da infilare in una bellezza che lascia di pietra e mille templari ne ricavarono morte come se fosse un dono il poter provare quella chiave che apra al trapasso come se fosse normale che la porta si aprisse e lei sparisse per sempre alla fermata lepanto

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Pastiche Seduta sulle mie ginocchia, ti dondoli avanti e indietro. A volte ti giri, gesticoli. Mi chino su di te, spingo con lo sterno: mi faccio posto. Il ventre premuto contro la schiena, ti sento respirare. Ingoi l’aria a piccoli sorsi, è una pasticca. Appoggio le labbra alle scapole, proprio al centro dove hai il tatuaggio, e mi impregno del tuo odore. Sei così magra che ho quasi paura a toccarti. Inclini la testa da un lato. Ti sfioro il braccio. Disegno dei piccoli cerchi con l’unghia. La pelle si sbianca. Scrivo il mio nome, lo ripasso, ma subito si cancella. Così deve essere lasciarsi, penso, e mi concentro sul suono che fa nella mia testa. La-sciar-si. È quasi dolce, scivola via di bocca. “Ti peso?”, sussurri, senza voltarti. Potrei dirti di sì, che ormai non sento più le gambe, invece ti afferro per la vita e ti stringo. Mi fanno male le mani e le braccia, non riesco a muoverle, ma è l’unico modo che ho per lasciarti: bloccare la circolazione, fare un doppio nodo al laccio. Ti guardo e mi chiedo cosa sia l’amore, se sia solo carne, riconoscersi in bocca, ingoiare la tua saliva come fosse bario. Sentirti allo stomaco, digerirti e vomitarti infinite volte, volerti e non volerti. Forse questo è l’amore, questo rigurgito di latte. Zucchero cosparso intorno al capezzolo per farti attaccare. Chiudo gli occhi, ti gratto via. “Io non mangio mai”, avevi detto la prima notte passata insieme. Eri seduta davanti a me, accucciata. Le mani strette tra le gambe magrissime - le tue gambe da ragazzino, così simili alle mie - la fronte contro il mio sterno. Io non mangio mai… L’eco della tua voce mi arriva ancora adesso che ti dondoli impercettibilmente, poi ti alzi. Lo fai veloce, di scatto, la maglia si svuota, si attacca alla schiena, alle spalle - sei sempre più piccola. Vorrei afferrarti, coprirti, ma rimango immobile. Mi ci costringo. Il minimo movimento farebbe saltare via i punti. Invece voglio trattenere tutto. Non voglio dimenticare niente. Voglio ricordare come ti spogliavo, cosa mi chiedevi, cosa ti obbligavo a fare. Voglio ricordare come ti scopavo. È una delle prime cose che invece si dimenticano. Le frasi sussurrate mentre si fa l’amore si sfilacciano, diventano suoni sconnessi, battute fuori sync. Le cancelliamo col bianchetto e ci riscriviamo sopra qualcos’altro. In genere questo trucchetto mi riesce benissimo. Io funziono per rimozione. Interi periodi della mia vita semplicemente non esistono più. Sbianchetto e riscrivo, sbianchetto e riscrivo. Intingo il pennello, lo strofino sul collo della boccetta per togliere il liquido in eccesso, passo la punta tra le dita come faccio col rimmel. E copro, copro, copro. Stavolta è diverso: voglio tenerti in qualche modo, voglio fare indigestione. Voglio ingozzarmi di te. Non lasciare niente nel piatto, nel mio e nel tuo. Farti a pezzi. Solo così posso trovare la forza, strapparti via di dosso. Mi guardi, in piedi, le braccia aderenti al corpo. “A che pensi? - mi chiedi - C’è qualcosa che non va?” “Perché ti sei alzata? Dai, torna qua”.

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Pastiche “Va tutto bene? Rispondimi”. Ti faccio cenno di sì, ti sorrido. Mi afferri la mano e la stringi con tutta la forza che hai, dallo stomaco. Non ti sei accorta di niente. Non immagini nemmeno cosa succederà. Non è una domanda la tua: è che non mi posso mai dimenticare di te. “Ho sognato che baciavo la tua cicatrice”, avevi detto una sera. Ti eri svegliata di soprassalto, col fiatone. Mi avevi guardata a lungo, poi ti eri sdraiata su di me, mi avevi abbracciata, ed eri rimasta immobile. Quando avevo provato a voltarmi, mi avevi premuto la testa sul cuscino e mi avevi aperto a forza le gambe. Io mi divincolavo, scalciavo, cercavo di alzarmi, ma con le ginocchia mi tenevi ferma. “È questo che vuoi. È di questo che hai bisogno, non è così?” “Fa male”, continuavo a ripeterti. Non riuscivo a respirare. La bocca schiacciata contro il cuscino, le dita contratte in un pugno. “Fa troppo male”. “Lo so”, avevi risposto soltanto, e avevi spinto più forte. Mi chiedo quando l’hai capito che avevo proprio bisogno di questo, in che momento. Se era notte o giorno, se eravamo insieme. Me lo chiedo ancora adesso, che ti tiro a me, ti stringo e ho solo voglia di lasciarti. È un pensiero che mi toglie il sonno, o meglio, lo frantuma. Mi sveglio, mi riaddormento, scivolo di sogno in sogno. Sono mesi che preparo con cura il discorso. So esattamente cosa dirti, quando, con che tono di voce. Non voglio che mi sfugga, per caso o per rabbia, che sia una specie di lapsus. Ieri, mentre facevamo l’amore, stavo per confessartelo. Era il momento giusto. Quando godi sei così docile, indifesa. C’è qualcosa di infantile nel modo in cui mi tocchi. Ti aggrappi a me, e resti lì, in attesa. La tua voce si fa più flebile, quasi si rompe, è un vagito. Volevi dormire, non ne avevi voglia. Ti ritraevi, mi davi le spalle, ma ci sono cose a cui non sai dire di no, e io le conosco tutte. Le conosco solo io, e nessun altro, da nessun’altra parte. Ho insistito, ti ho costretta a voltarti. Ti ho messo una mano intorno alla vita, ti ho spinta contro di me, e ti ho scopata a lungo. Devo averti fatto male, perché quando ho allentato la presa, sei caduta all’indietro, le gambe piegate, scomposta. Mi sono chinata su di te. Ero pronta, stavo per dirti tutto, ma non mi hai lasciato il tempo. Un attimo prima che lo facessi, ti sei girata, e mi hai guardata, dritto negli occhi. Non hai fatto altro, solo quel movimento rapido e preciso, senza sbavature. Mi hai guardata come si guarda qualcuno a cui si è appena dato uno schiaffo. “Sono tutto quello che hai”, hai detto piano, con calma. Poi ti sei avvicinata, mi hai dischiuso appena le gambe. Ti ho lasciata fare, mi sono presa tutto, fino in fondo. Quando ho riaperto gli occhi, mi hai sfiorato le labbra rigonfie, livide dei tuoi morsi e dei miei. Hai sorriso. Fuori albeggiava.

dolce

(Tratto da “La conta delle lentiggini”, di Flavia Ganzenua, CaratteriMobili Editore, 2013)

di Flavia Ganzenua


Davide UriaArtist - Tears Helbones

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