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03/2013

n.17

divora l’arte e la poesia

PASTICHE versicontroversi

mensile gratuito

Helbones Artist


Pastiche

La forma di abolizione del mondo 'quaternario ', cibernetico e combinatorio, è l’implosione. (Jean Baudrillard – Simulacri e Impostura ) È vero, marzo è un mese pazzo. Me ne sono successe delle belle ed ho la preveggente sensazione che altro dovrà ancora succedere. Ma non sto qui a raccontarvi le mie avventure private. Quello di cui voglio parlare invece sono i Cardiopatici. Vi starete chiedendo chi sono? che cazzo è? è qualcosa di grave? qualcuno è malato? No…amici cari, nessuno è malato e non c’è nulla di grave ( almeno nell’accezione comune ), e non è neanche la marca di una stufa alogena. “ Siamo una generazione di cardiopatici, penso, facciamo le cose col cuore, il nostro crudo realismo è descritto con passione e trasporto, ma proprio per questo ineluttabilmente ne soffriamo, fino a crogiolarci nel nostro stesso delirio “, ecco chi sono i cardiopatici, e voglio parlarvi di loro, di noi, perché è proprio grazie a Pastiche che questo gruppo di scrittori e artisti ha deciso di unire le proprie menti e la propria determinazione per far nascere qualcosa di intenso e reale dove la poesia e l’arte potessero trovare sfogo e funzione sociale. A chi fosse interessato allora consiglio di seguire sia Pastiche che i Cardiopatici; ne vedrete delle belle… e magari insieme Costruire qualcosa d’importante…

a

PASTICHE pensata e redatta da Paolo Battista. Grafica e impaginazione a cura di

Moodif www.facebook.com/pasticherivista http://issuu.com/pasticherivista

Collaboratori:

Chiara Fornesi, Fara Peluso. Per ricevere a casa Pastiche in abbonamento ( costo 12 euro ) scriveteci a: pasticherivista@gmail.com, indicando nome e recapito. Per inviare il vostro materiale ( poesie, racconti – lunghezza da concordare -, disegni, racconti per immagini, fotografie b/n, stencil e quant’altro ) scrivete a: pasticherivista@ gmail.com oppure all’indirizzo: Paolo Battista, via F. Laparelli n. 63 int.1 00176 Roma Chi collabora con Pastiche lo fa senza ricevere compensi. La proprietà intellettuale resta chiaramente agli autori.


Pastiche

1.

lquesto

Il quesito è se restare a galla o affondare? Fare pratica o mollare rischiando di perdere tutto? Come unghie grattate sul muro, Impuri

soffriamo

[ci abbuffiamo di nulla]

come orridi maiali

2.

Sarà che ho bisogno di nostalgia, di amore profano, di vergogna, di deliro/shock/trauma, di sbocciare in un racconto brevissimo e intenso Sarà che la fine del caos è lontana come nuvole logore Sarà che ho bisogno di attenzione costante, di erba da fumare, d’indipendenza/versi/sesso ho smesso di/ non ci penso spesso/ forse dovrei darmi una ripulita/ gin con ghiaccio al posto del sangue/

.

3

La mia mente in disordine cerca una valida alternativa Pioggia scroscia [troppo rumore per niente] Molti lividi/come fare a fidarsi?

b

di Paolo Battista


Pastiche AMLETO DE SILVA Round Midnight Edizioni

STATTI

da

ME

ATTENTO Totonno scese al bar ancora sconvolto dal culo che aveva avuto. Un po’ gli rodeva, il culo, però. Cioè. Pensava, è una vita che mi va tutto di merda; per esempio, se qualcuno gli prestava la macchina per fare qualche servizio e lui la lasciava due minuti (non due minuti virtuali, proprio dueminutidueminuti, centoventisecondi in tutto) in sosta vietata, gli toccavano, ma – te – ma – ti – ci, settantasette euri di multa. Se parlava alle spalle di qualcuno, cosa che peraltro faceva di rado, finiva sempre per farlo davanti alla sorella o al migliore amico della persona in questione. L’unica volta che, da fidanzato, aveva dato un passaggio a una e questa (lei eh, non lui) l’aveva baciato, era stato visto da un noto stronzone non chiavante (uno che per hobby faceva modellini di aeroplani che volavano davvero facendo un rumore di scorregge di vecchio) che ambiva a scoparsi la sua fidanzata e che era corso immediatamente a riferirglielo, causando così la morte prematura di un fidanzamento che, per la verità, stava già andando a pesci fetenti di suo. Per la cronaca, al delatore almeno la cosa era andata in merda: Marta, la sua ex fidanzata spaventosamente zezzuta e dentata ormai libera, si era immediatamente rifidanzata con uno che, a differenza di Totonno, teneva una fatica e una macchina, e come hobby, invece di far scorreggiare gli aeroplani, la portava ai centri commerciali: praticamente, per una come Marta, il massimo della vita. Insomma, come dire, Allah o chi per lui non gliene faceva passare una che era una, e a Totonno frullava in testa la sensazione amara di essersi giocato il bonus di mazzo scassato in cambio di una sola pugnetta; un po’ come fare tredici al totocalcio e prendere trenta euri. Tanto valeva andarsi a bere una birra, e

così fece. Al bar lo aspettavano gli amici, i compagni. Una congerie di disoccupati e occupati malissimo che lui conosceva da una vita. Alcuni li conosceva davvero da una vita (tradotto: dalle scuole elementari), altri erano talmente pesanti e noiosi che non gli sarebbero bastate tre vite per scrollarsi di dosso la rottura di coglioni che era il semplice rapportarsi a loro anche soltanto per un aperitivo. Però, il bar è il posto dove sai che puoi andare quando andare altrove proprio non ti va, e quindi, al bar. « Eccolo qua, finalmente l’onorevole ci degna». Al bar lo chiamavano “L’Onorevole” perché si era laureato, e la cosa aveva scatenato un’ondata di invidie e maledizioni talmente livorose da averlo convinto che da qualche parte c’era sicuramente una bambolina vudù con la sua faccia azzeccata sopra. Lui però non si incazzava per questo: in fondo c’era da capirli, non è che in un ambiente dove quasi tutti hanno fallito anche l’alberghiero tu puoi impunemente prendere e laurearti. E poi, quando avevano realizzato che la sua laurea non gli avrebbe garantito altro che una disoccupazione sicura inframmezzata da colloqui di lavoro via via più umilianti (man mano che le pretese del dott. Totonno andavano decrescendo), che l’onorevole non si sarebbe mai mosso dal bar, e che non li avrebbe umiliati costruendosi una vita, la situazione era tornata lentamente alla normalità. Non c’era vera cattiveria in questo atteggiamento, Totonno ne era ben consapevole, visto che ormai anche lui la pensava come loro, e aveva cominciato ad avere lo stesso apparentemente immotivato disprezzo verso quelli che, in un modo o nell’altro ce l’avevano più o meno fatta.

c


Pastiche

Tutto fa curriculum

Con questo freddo col cazzo che ci vado a piedi. Ci vorrebbe un Taxi. Un Taxi cazzo. Arrivato in farmacia, chiedo la medicina per curare il Kuwait. Mi danno Monuril da 3 grammi. Modificato. Esplosivo. Salgo sull’aereo che mi porterà a Madinat al-Kuwait. Verso una brutta morte, ma tanto tutto fa curriculum. Durante il volo, attacco il jack delle cuffie e riconosco Stevie Wonder. «Ma vaffanculo!» «Non è il momento per certa gente.» Cambio e metto su “Good Love” di Kram. Il giro mi ricorda un’altra canzone: “Should i stay or should i go” dei The Clash. Diciamo che lo stile è simile. «Puttana Eva! È tale e quale, invece. È solo un po’ più veloce.» «Volume alto, esplodono le mie orecchie». «Monuril modificato, esplodo tutto quanto». «Gente cà sape campà.»

Duro e

crudo

Sta su, duro e crudo. Unto dal massaggio orale, avanza. Condito dalla saliva che sgrassa i residui della lotta. Classificato: corpo del reato. Ha ancora colpi in canna. Impugno leccandone il profumo. Avanza nel buio della porta. Richiesta accettata per l’ingresso. Eremo che inghiotte carne. Ispezione profonda. Lingua che sostiene e accompagna. Carne morsa dal piacere vorace. Ansimi da soffocamento. Zelante movimento che fermenta piacere. Zero centimetri fuori ad attendere. Ospite, con il vizio del bere.

d


Pastiche

Biodiesel Vai in un ristorante cinese e ti fai dare l’olio usato per i fritti. Poi filtri l’olio, così elimini i resti d’involtini primavera e altre merde varie. Aggiungi l’alcol all’olio, e aspetti che si depositano cere e paraffine. La parte liquida la travasi in un alambicco e, per far evaporare l’alcol, la distilli a 60°. Quello che rimane è olio raffinato. Biodiesel, che puoi utilizzare come carburante. Semplice, economico, ma è illegale purtroppo, evadi le accise. Tuttavia, evasione o meno, il Biodiesel è troppo costoso per una nave grande come questa. Di solito in mare aperto si utilizza un olio simile a melma. Basso prezzo, ma anche di scarsa qualità. Basta che bruci. Inoltre, da qui, dentro questo sportello, gettiamo nel motore anche degli stracci, che infiammandosi aumentano la combustione. La camera di scoppio è larga un metro, c’è spazio anche per te. Immagina un blocco di ferro da sei tonnellate che salendo preme fino a spaccarti il cranio. E poi, boom! Sarai melma. Sarai scoppio. Sarai cibo per la nave. Sarai polvere nel cielo del mare. Un addio, come quello di mamma e papà.

Come l’originale

La lunghezza delle unghie mi soddisfa. Indosso lo stesso colore di smalto. Infilo la manica che ho tagliato dal suo maglione preferito. Sono soddisfatto del risultato ottenuto. Come l’originale. La presa non è delle migliori. Le unghia lunghe sono scomode. Mentre smanetto mi graffio la mano. Fisso lo schizzo che imbratta la lana. La figura che forma sembra una mucca squagliata. Migliorie d’apportare: necessito del suo profumo. Sono pronto per farmene un altra, cugina cara.

e

Marco Santi


Pastiche

tra

i diari della mia tristezza

Non ho mai capito niente della vita, neppure quando l’avevo in

mano per discutere di quella serata tra noi due e Bob (il mio cane). È quello che rimane, un lenzuolo per asciugare le lacrime, una bicicletta per camminare e un calendario per scrivere sul retro. Non ho amato mai me stessa perché credo di non esserne all'altezza. Una donna piange solo quando suo marito è fuori casa o quando ha perso se stessa.

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Pastiche

g


Pastiche

Cravings |\// Elisa Skyweb h


Pastiche «Lo sapevo scrittore... lo sapevo, per questo ti ho chiesto di entrare» si dice Kylie andando di fretta verso la fermata del métro deserta. Si tocca il viso arrossato per la mano del tale e allunga il palmo per toccare il viso bagnato di Gilles che ancora non è arrivato alla stazione. Ma arriverà. Ne è sicura. Come è sicura di ciò che è accaduto da poco.

k ng

Poi il rumore e il vento dell’arrivo del convoglio. Solo quell’aria fa sentire a Gilles il dolore del taglio del pugnale. Soltanto adesso si accorgere di essere stato ferito. Il sangue cola e ormai traspare dalla manica della giacca. Ma non è niente. Entra nel vagone vuoto a quell’ora. Si butta a sedere su una panca mentre il treno chiude le porte.

«Su, guardami scrittore.» Gilles gira il viso su quello di Kylie entrata adesso senza che lui se ne sia accorto. Ma, d’altronde, neanche lei si è accorta della sua ferita. «Ci si rincontra scrittore... che combinazione, vero? Si dice sempre così: combinazione, coincidenza, coincidere... già, è che alla fine siamo tutti di continuo in cerca di chissà quale coincidenza... e se non la troviamo, ce la inventiamo... non è così, scrittore?» Gilles la guarda senza dire niente, alza solo appena le spalle. «Sì, è così» poi abbassa lo sguardo. «No, no scrittore, su guardami!» Gilles risolleva il viso. «Ecco, così» Kylie sorride e Gilles le dice: «Hai begli occhi, grigi, trasparenti.» «No, sono verdi, verdastri, sporchi, è per via delle luci... no è per colpa di tutta la roba che butto giù e perché non dormo più... non mi guardo più allo specchio e guarda che mani, tutte mangiate, uno schifo... ecco, schifo!» Kylie si passa la mano tra i capelli bagnati e poi la passa tra quelli di Gilles tirandoglieli indietro. «Lo sapevo che ti ritrovavo, per questo sono andata via prima, non mi sono neanche cambiata, non mi andava, niente soldi stasera ma proprio non mi andava, hai presente quando proprio non ti va?» «Sì, ho presente» sorride Gilles. «Non è stata una grande serata, ammettiamolo, se tu ti fossi fermato però poteva essere diversa, invece guarda qua: solo pioggia e le stesse parole di prima, ovvero niente, vabbe’ è andata così, sarà per un’altra volta, si dice sempre così, ma un’altra volta non c’è mai, oppure è diversa, che forse è anche peggio, ed è un peccato, un vero peccato, che vuoi farci scrittore.» «Ce l’hai una sigaretta?» Gilles scuote la testa. «Non fumo.» «Fa niente... niente sigaretta e niente parole, eppure...» Kylie tira fuori dalla borsa un libro di Gilles, lo apre. «Eppure qui ce ne sono tante... proprio tante... l’hai amata? Sì, Jeanne, Jeanne d’Arc... sei tu Gilles, Gilles de Rais, vero?» Gilles sorride. «Adesso tu vorresti dirmi: è solo un libro... e vabbe’, è solo un libro.» Quando la porta del vagone si apre per un’altra fermata, Kylie guarda fuori: «Guarda scrittore... c’hai fatto caso che le pareti delle stazioni, i muri, sono ricoperti di maioliche, come quelli dei cessi pubblici?... Forse perché qui sotto, in

i


Pastiche giro, in ogni fermata di questa maledetta città, non c’è che merda... soltanto questo, merda» sospira e alza le spalle. «Le parole dei profeti sono scritte sui muri del métro…» «Un’altra fermata e sono arrivata... e tu dove vai scrittore?» «Da nessuna parte... a casa.» «E non è nessuna parte casa tua? Allora scendi con me.» Gilles sorride e fa cenno di no. «Non sono bella?» «Sì, sei bella.» «Non mi guardo mai sui vetri del métro, esaltano tutti i tuoi difetti... grazie per il bella... insomma… se lo dici tu… guarda...» Kylie abbassa lo sguardo sulla scritta di Gilles sulla sua coscia. «È ancora qui, il tuo nome, nonostante la pioggia... è ancora qui.» «Be’, io sono arrivata... proprio non ti va di scendere con me?» Kylie tocca Gilles sul braccio e solo ora si accorge del suo taglio e del sangue, ma anche lui se ne era scordato. «Cazzo scrittore, guarda qua» dice senza essere però meravigliata, non c’aveva più pensato, ma lo sapeva. «Non è niente» dice Gilles. Ma che hai fatto? Non dirmelo, tanto lo so, lo sapevo sai?» Gilles allora non risponde. E comunque non avrebbe risposto. «Dai, scendi con me che ti medico io.» «Grazie...» «Kylie, mi chiamo Kylie... te ne sei scordato.» «Va tutto bene, Kylie.» «Ma quale tutto bene! Non ti dico niente, ma scendi con me.» Gilles fa no con la testa abbozzando un sorriso spento. «Non è niente, davvero.» Kylie si guarda la mano sporca di sangue, poi fissa per qualche secondo Gilles: «Davvero?» «Davvero.» Kylie gli accenna un sorriso, gli sfiora le labbra con la mano sporca di sangue e si avvia alla porta, che si apre. Prima di uscire si volta: «Sono un’attrice, sai scrittore? A volte pure cantante, adesso lavoro al Violator, ma sono un’attrice... anche se per ora senza una storia... neanche tu, vero scrittore?... Ecco, ci vorrebbe solo una storia, e più è finta e meglio è, non trovi?... Solo una storia finta... potresti darmene una tu... un giorno?» Gilles le sorride. «Ciao scrittore, curati la ferita... e cerca di trovarle, quelle parole.» Kylie lascia il vagone. Gilles si tocca il braccio che adesso comincia a fare male, ora che Kylie è andata via. Lei non si volta indietro e, mentre il treno sparisce nel tunnel, si dice: «Ci rincontreremo scrittore... magari di giorno e dopo aver dormito... e faremo finta di non conoscerci... forse è questo il modo. Chissà?»

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Sergio Gilles

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Lacavalla


Pastiche Era un segno sulla pelle. un nome inciso nell’epidermide perchè non doveva dimenticare. gli occhi spiavano dalla finestra un grassone che usciva dalla drogheria dall’altra parte della strada.  il sig. Pulcini, un nome che non faceva paura ai più, ma lei sapeva benissimo quanto quel viscido ciccione potesse essere crudele e la sola vista le riportava alla mente la notte di pioggia quando il fiume si era ingrandito così tanto che lo sceriffo dovette far evacuare l’intero quartiere est della città. lei era chiusa in cantina, con l’acqua che le arrivava alle caviglie legate alla sedia di legno al centro della stanza. immagini surreali, tetre e bagnate entravano dall’unica stretta finestra proprio sopra la sua testa. riusciva a vedere soltanto delle ombre, passi pesanti che si scambiavano sussurri. il braccio le doleva, quella marcatura non era andata via nemmeno con l’operazione. l’inchiostro era penetrato così in profondità che lo sentiva correre insieme al suo sangue e ogni volta che il liquido rosso le attraversava il cuore passando da un ventricolo all’altro, un sussulto le riempiva la cassa toracica. un momento in cui smetteva di battere e il respiro le si fermava. una sensazione di vuoto si impossessava ogni volta del suo corpo e la accompagnava da quella notte. un omicidio impunito, dieci anni passati a trovare la forza di reagire, a cercare di dimenticare il più possibile, ma il suo tempo era scandito da quelle fitte, da quel segno sull’avambraccio, sotto pelle. memoria eidetica. era quello il suo tormento. ricordava tutto alla perfezione e a nulla erano valsi gli anni di terapia per nascondere il più in profondità possibile gli orrori che l’avevano trasformata in un vegetale.la vendetta era diventata, allora, il suo unico motivo di rinascita. palestra, lezioni di box, le notti al poligono, la kruger in tasca e un secondo ragionato per mesi. la strada era affollata, l’ora di punta a St. Anthony Idaho era un fiume in piena. la strada principale era attraversata da donne in gonna lunga e cappelli alla moda, giovani ragazze con passeggini sgargianti e bambini dai capelli cenere, signori imbellettati in giacca e cravatta e poi eccolo arrivare, il fattorino del droghiere che passava accanto al sig. Pulcini e gli dava una busta. la mazzetta per la protezione. in città tutti sapevano ma nessuno voleva ammettere di essere di proprietà di un immigrato italo - irlandese dalla parlata rumorosa e piena di boria. gonfio di egocentrismo e grasso di invidia per il suo essere così brutto e decadente. uno stuolo di sgherri dai vestiti gessati gli stavano sempre accanto, lo lasciavano soltanto quando entrava in uno dei suoi “bar”, che poi erano solo una copertura per locali di streep tease e favori lascivi ai corrotti di turno. era proprio là che lo avrebbe fatto, durante uno spettacolo privato. Louise, era così che si faceva chiamare adesso. a Boston il suo nome era un altro, ma a Boston tutta la sua vita era diversa. un compagno premuroso e una bambina in arrivo. fino a quella notte. il sangue che le scorreva dalla gamba colorava l’acqua che filtrava nella sua prigione personale, risplendendo al filtrare dei raggi lunari. non lo aveva visto fino a che le nuvole nere che avevano riempito la città non si erano dipanate nel cielo tornando a far splendere

La vendetta per Sophia

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Pastiche le stelle. nemmeno il dolore aveva avvertito quando aveva perso la sua bambina per colpa di quell’essere. era il suo turno, lasciò l’appartamento preso in affitto per quei mesi per controllare gli spostamenti del sig. Pulcini, il suo ufficio personale, sul muro una mappa della città con segnati posti, orari, foto segnaletiche di tutti i suoi uomini. puntine unite da fili rossi che si allargavano a raggiera su tutta la superficie del territorio di St. Anthony e, a fianco, una lista delle città che il sig. Pulcini aveva ripulito prima di lasciarle per succhiare come una sanguisuga un altro posto nel vasto territorio degli Stati Uniti. una lista di 35 città in 28 anni di onorata attività. in ognuna di loro aveva lasciato tracce chiare ma ben nascoste e lei aveva messo insieme tutti i puntini ricostruendo le sue azioni e i suoi traffici. corrompendo il più debole dei suoi uomini, che poi aveva ucciso e sepolto nel canion fuori città, le aveva dato tutte le informazioni di cui aveva bisogno: i libri contabili del suo impero criminale. Louise non voleva soltanto farlo fuori, voleva ripagarlo con la sua stessa moneta: lo voleva in mutande a chiedere perdono e soffrire. mentre ballava per lui, guardandolo lasciva, lo vedeva eccitarsi sempre più e lei ne godeva a pieno sicura dei suoi mezzi. mentre si sbottonava la camicetta, piroettando dal piccolo palco alla poltrona dove il sig. Pulcini era seduto, lo vedeva aprirsi il bottone più in alto della camicetta e massaggiarsi il grasso collo pieno di sudore. le faceva ribrezzo, ma doveva continuare. ad un tratto lui la prese, afferrandola per il braccio destro. un attimo di esitazione e paura riempì la pelle di Louise, ma un pugno ben assestato su quel naso da maiale e il suo braccio era libero. quando il sig. Pulcini si riprese, con in mano il suo setto rotto, e le urla che avevano richiamato i suoi due uomini di quel giorno, Luoise aveva la pistola in mano e gliela puntava sulla fronte. un colpo e tutto sarebbe finito. lo sparo echeggiò come un tuono in una giornata di sole, ed entro nella carne molle sotto le costole di Louise, all’altezza del fegato. il sangue nero che ne uscì fu una liberazione, l’inchiostro si spargeva a terra e finalmente era libera. morendo con il sorriso sulle labbra. il giorno dopo il sig. Pulcini venne arrestato e incriminato per i reati di corruzione, favoreggiamento e istigazione alla prostituzione. il processo lo ridusse al lastrico, i suoi beni vennero sequestrati e il giorno che entrò in prigione lo fece piangendo come una mammoletta. in carcere fu accoltellato nella sua cella e morì legato al suo letto, perdendo sangue dalla gamba per una notte intera, tra atroci sofferenze. l’FBI aveva trovato tutti gli indizi quando aveva fatto irruzione nell’appartamento di fronte la drogheria dopo una segnalazione della messa in commercio di banconote da uno e due dollari false. il vicino di cella del sig. Pulcini, un giorno prima del suo arresto aveva ricevuto una lettera, in cui una donna gli raccontava la sua storia e lo informava che chi aveva ucciso sua figlia stava per arrivare, le prove erano nella busta che gli aveva spedito e un solo favore era la richiesta: tatuare sul braccio del sig. Pulcini il nome Sophia, quello della sua bambina mai nata.

di Emanuele

Cerone

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Pastiche Avevo sei anni e una fame immonda. E’ il ricordo più insistente. Non che, io e la mia famiglia, vivessimo in miseria. Non ci sfiorava neanche di striscio. Quello che volevo mi veniva dato, anche i miei genitori reputavano ciò come una priorità. La mia infanzia è stata un riflusso continuo di cibo, senza tregua. Come quei grandi ristoranti americani che non chiudono mai. I miei occhietti luccicavano di ingordigia. Di fronte a quei meravigliosi banchetti, straripanti di cibi divini, il mio cuore cominciava a vibrare come i campanili delle chiese di domenica, e dietro tutti miei organi. Erano momenti di gloria. Mi sentivo un vittorioso templare dopo una crociata. Ma tutto sfumava nell’istante stesso in cui mi saziavo. Ne volevo sempre di più. Era qualcosa di più intenso della fame comune, un caldo liquido che ribolliva nel mio stomaco, che violava la mia mente. Violenta come la morsa di un molosso. Mi sentivo connessa con altri mondi, indicibile per il resto degli uomini. In quell’istante il mio occhio destro, di colpo, iniziava a deambulare come un flipper per poi annebbiarsi. Ormai il corpo era come un campanello d’allarme: avevo imparato a prevedere ogni volta che mi colpiva. Partiva dal basso ventre e come un caldo e sinuoso serpente strisciava, avviluppando ogni minima parte del mio stomaco, sino ad arrivare lì, a sputare tutto il suo veleno nella bocca. Allora un ibrido di insofferenza e piacere s’impadroniva del mio piccolo, ma tozzo corpicino. Zappando nella memoria, dubito di ricordare la prima volta di questo atavico bisogno. Ho la vaga sensazione di esserci nata. L’aneddoto preferito di mia madre, infatti, risale alla mia prima poppata, quando, succhiando, rischiai di staccarle il capezzolo . Mi ha fatto sempre ridere questo racconto, a tal punto da farmi sentirmi speciale. Ad ogni modo, i miei sei anni marcarono il culmine dell’ irrequietezza: non passava giorno in cui non pensassi a sfamarmi. I miei genitori non sembravano troppo preoccupati, anzi si mostravano accondiscendenti o forse troppo impauriti per bloccarmi: il loro comportamento mi dava ancora più forza nel perseguire i miei fini. Questo periodo durò per un bel po’, sino a quando non avvenne un fatto di estrema importanza.

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avevo anni

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Pastiche Ricordo che la mia pulsazione, quel giorno d’estate, era più indomabile del solito; penso di essermi sbranata un ‘intera confezione di merendine al cioccolato unite a tre cremini rimasti nel congelatore. Ma non riuscivo a colmare il vuoto. Pensavo di essere un fantasma di ‘’Casper’, dal corpo inconsistente e senza interiora, dove il cibo ingurgitato cascava per terra. Sul pavimento della cucina non c’era niente, solo le briciole reduci della mia grande abbuffata di merendine; dopotutto ero ancora un essere umano. Credevo di morire di voglia. Non sapevo cosa fare. Ritornai davanti al frigo, lo aprì e feci tabula rasa. Niente da fare. Non passava. Più ci pensavo e più il mio corpo tremava. Improvvisamente, fui colpita da un gelo di lucidità. Andai verso la credenza di fronte alla televisione, in cucina; aprì il cassetto, estraendo un coltello da bistecca e un forchettone da forno. Le mie labbra brillavano di bava e l’occhio deambulava. Mi diressi in terrazza con una certa disinvoltura. Nell’unico angolo ombroso boccheggiava Lulù, la mia adorata. Non mi degnò neanche di uno sguardo, era troppo indaffarata a respirare. Con estrema freddezza mi avvicinai. Il cuore trafitto da uno spruzzo di adrenalina. Lulù mi guardava con occhioni da cerbiatto. Lo feci. Il sole coceva ed io, in una bolla d’aria calda. Ridevo e mangiavo quella carne cruda, fresca e viscida. Era il momento più bello della mia vita. Il sangue puzzava di cadavere, arrostendosi sotto una luce africana. Non riuscivo a fermarmi. Continuo a ricordami quel momento come un riciclo di emozioni deliranti, che balzavano dalla gioia più esilarante alla rabbia cannibalesca. Era come se una parte di me morisse ad ogni mio morso per rigenerarsi a quello successivo, senza timore e inibizioni. Finalmente libera. Sara … -. Mi voltai. In piedi con occhi spauriti, come due pilastri secolari, si ergevano i miei genitori. Non una parola, per l’ennesima volta. Io sorrisi, pulendomi la bocca con le manine. Sentivo la necessità di darmi un contegno. La mia fame, a quel punto, era stata risucchiata. Fine dei giochi. Dopo, solo una gran sete.

elita montini

uimmondafame e

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Zak di Chiara Baglioni


Pastiche n° 17 - marzo 2013