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Al contrario di un masso erratico, siamo partiti dalla pianura per risalire la montagna. Dai massi siamo passati ai passi.

2014, video PAL, 4:3, colore, suono, 8’10�


Giro di Viso  6–8 agosto 2014

Partecipanti Fabio Battistetti Brave New Alps Luca Giacosa Marina Girardi How We Dwell Laura Pugno Jonathan Vivacqua (artisti) Paolo Berra Claudia Polizzi (graphic designers) Stefano Riba (curatore) Daniele Orusa Segnavia Porta di Valle (guida) Paolo Cagliero (ospite)

6 agosto. I° giorno Rifugio Savigliano Castello Rifugio Quintino Sella Sveglia: 8.00 Partenza: 9.50 Arrivo: 16.21 N. pause: 3 Durata cammino: 5 ore 31 min Distanza percorso: 13,4 km Dislivello in salita: 1150 m Dislivello in discesa: 150 m Quota massima: 2.764 m Meteo: sole, nebbia, cielo stellato Principali tappe: Bosco Alevè � Gias Fons � Lago Bertin (pranzo tra gli ometti di pietra) � Passo San Chiaffredo.


7 agosto. II° giorno Rifugio Quintino Sella Rifugio Giacoletti Refuge du Viso (Fr) Sveglia: 6.30 Partenza: 7.50 Arrivo: 16.20 N. pause: 3 Durata cammino: 6 ore 40 min Distanza percorso: 12,2 km Dislivello in salita: 1100 m Dislivello in discesa: 1200 m Quota massima: 2.950 m Meteo: sole, nebbia, cielo stellato Principali tappe: Colle del Viso � Lago Chiaretto � Lago Lausetto � Rifugio Giacoletti � Sentiero del postino � Pian Mait � Caserma Treversette (pausa pranzo) � Buco di Viso � Colle delle Traversette (confine Italia-Francia).

8 agosto. III° giorno Refuge du Viso (Fr) Rifugio Vallanta Castello Torino Sveglia: 7.05 Partenza: 8.30 Arrivo: 15.10 N. pause: 3 Durata cammino: 6 ore 20 min Distanza percorso: 13,1 km Dislivello in salita: 380 m Dislivello in discesa: 1250 m Quota massima: 2.815 m Meteo: sole, nebbia, luna piena Principali tappe: Passo di Vallanta (confine Francia-Italia) � Rifugio Vallanta (pausa polenta) � Grange Souilleres � Castello � stabilmento Valverbe, Melle � Segnavia, Brossasco � Torino.


Da Torino a Exilles e viceversa

�  L R La Compagnia di San Paolo è una fondazione di diritto privato che persegue finalità di utilità sociale, svolgendo un ruolo attivo nel sostenere lo sviluppo civile, culturale ed economico del territorio e della comunità in cui opera. L’intento che ne guida l’attività istituzionale ha dato impulso, nel 2013, al Programma Torino e le Alpi, un programma di interventi e progetti che si concentrano sui territori montani, incrementando conoscenze, sensibilità e opportunità di scambio e favorendo la presenza delle terre alte nel dibattito pubblico torinese. Nel contesto di Torino e le Alpi, un ruolo centrale è occupato dal sostegno ad attività culturali che si propongono di documentare e diffondere espressioni artistiche-culturali del e sul mondo alpino, al fine di promuoverne la diffusione a Torino e nelle valli. Le iniziative culturali promosse dal Programma intendono rilanciare l’identità della montagna come soggetto capace di produrre e attrarre cultura, liberandola da immagini stereotipate che la interpretano da una prospettiva cittadina e radicano i propri rapporti con essa perlopiù al carattere turistico. Nel contempo si propongono di presentare Torino come città capace di dialogare in modo paritario e costruttivo con la montagna nel rispetto e nella valorizzazione dell’identità culturale dell’ambiente alpino. In tale prospettiva, la Compagnia promuove e organizza il Festival Torino e le Alpi, un cartellone di iniziative

culturali che si propongono di mostrare, attraverso esperienze di partecipazione e coinvolgimento diretto, le potenzialità innovative e creative dell’ambiente alpino nel suo duplice profilo di contesto ispiratore e di luogo di produzione culturale. Tra gli appuntamenti più significativi del Festival, la mostra Passi erratici rappresenta un momento di riflessione e di testimonianza della capacità della montagna di essere pienamente contemporanea, di stimolare nuova creatività e diventare oggetto di espressioni artistiche. L’esposizione, che presenta lavori di giovani artisti realizzati a seguito di un trekking e una residenza in alta quota, esplora il legame tra montagna e pianura e riflette sui cambiamenti della natura dell’uomo, in un’ottica di lettura di sviluppo sostenibile e non convenzionale dell’ambiente alpino. L’auspicio è che la visione innovativa e creativa della montagna che emerge dalla mostra possa essere un segnale di discontinuità e contribuire a superare le visioni stereotipate di cui spesso la montagna è schiava, nella convinzione che la diffusione presso un pubblico più ampio, urbano e non, di una nuova immagine delle Alpi e del loro ambiente sia necessaria per comprenderne le ricchezze, le opportunità e le esigenze, mobilitando ogni forza capace di sostenere strategie di qualificazione e sviluppo durevole. Luca Remmert Presidente Compagnia di San Paolo


�  A A Il Museo Nazionale della Montagna quest’anno festeggia 140 anni di attività; sempre attento ai cambiamenti delle terre alte e della società. Arroccato sul Monte dei Cappuccini, è nato nel 1874 come osservatorio verso le Alpi per i primi soci del Club Alpino Italiano, diventando nel tempo un avamposto sui rilievi del mondo. Negli anni sono cresciute le collezioni, sono cambiate le sale e le persone. I visitatori sono diventati sempre più numerosi, soprattutto negli ultimi decenni, grazie alla continua diversificazione delle proposte pensate per coinvolgere pubblici diversi; non più solo gli alpinisti degli esordi, ma tutti i fruitori potenzialmente affascinati dalle montagne. Cinema, fotografia, grafica, scultura e pittura, ma anche letteratura ed etnografia oppure musica e teatro: non c’è risvolto della creatività e della cultura legate alla vita in quota, all’alpinismo e all’esplorazione, che non sia stato indagato e approfondito con esposizioni, convegni, spettacoli o pubblicazioni. Questo avviene anche oggi con il Festival Torino e le Alpi della Compagnia di San Paolo, che propone le due sedi del Museo, quella torinese e il Forte di Exilles, come palcoscenici ideali di un dialogo tra la città e la montagna, che si vorrebbe sempre ulteriormente rafforzare. Passi Erratici è un elemento cardine del programma, a cui teniamo e che siamo particolarmente felici di

ospitare, perché siamo convinti che undici giovani artisti, ragionando sui temi che noi affrontiamo da sempre nei modi più diversi, possano proporne al pubblico nuove interpretazioni, indagando sugli argomenti secondo prospettive originali, maturate anche grazie ad esperienze recentemente vissute sulle Alpi. Alcune opere sono esposte a Torino, sul piazzale Monte dei Cappuccini o nelle sale del Museo, dove è interessante vederle inserite accanto ai pezzi dell’esposizione permanente. Altre sono nella sede del Forte di Exilles, in Val Susa, dove installazioni, proiezioni e interventi sonori dialogano con la fortezza e il territorio che la circonda. Sono tutte scelte documentate nel catalogo, testimonianza dell’impegno e della creatività espressa dagli artisti, a cui il Museo è lieto di poter portare la propria esperienza nello spirito di continuo rinnovamento e rivisitazione delle tematiche alpine. Da 140 anni al servizio della cultura delle montagne. Torino, Monte dei Cappuccini, settembre 2014 Aldo Audisio Direttore Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi – CAI Torino


�  S R

A poco più di 20 chilometri da Torino, percorrendo la provinciale che costeggia Villarbasse, è impossibile non notare (c’è anche un cartello stradale) due rocce che spuntano verticali dalla pianura coltivata. Sono i massi erratici di Pera Majana. Nel ‘700 i primi studiosi che vi si avvicinarono azzardarono che fossero caduti dal cielo o fossero stati trascinati a valle dal diluvio universale. Circa un secolo dopo, con la nascita della glaciologia, il mistero fu risolto. Le rocce erano arrivate in pianura trasportate sulla superficie del ghiacciaio che dalla Val Susa scendeva come un nastro trasportatore. Il loro viaggio si concluse solo 12mila anni fa, quando il ghiaccio che ricopriva per 90 chilometri la valle iniziò a ritirarsi. A dare un nome ai massi fu il geologo svizzero Jean de Charpentiers, che nel 1834 pubblicò il primo studio sui blocs erratiques. Massi erratici, dal latino errare, le pietre che vagano. Al contrario di un masso erratico, questo progetto è partito dalla pianura per risalire la montagna.


Dai massi siamo passati ai passi. Ai passi sui sassi, se vogliamo mantenere le rime e le coppie minime linguistiche. Accompagnati da una guida abbiamo fatto il giro del Monviso. Tra il 6 e l’8 agosto abbiamo percorso 39 chilometri, accumulato 3mila metri di dislivello in salita e 2.500 in discesa, camminato per circa 7 ore al giorno, dormito in rifugio, bevuto l’acqua di risorgive alpine, attraversato un bosco che nel Medioevo è stato tutelato da una delle prime leggi di salvaguardia naturalistica, valicato un passo da cui la storia (o la leggenda) vuole sia passato Annibale con i suoi elefanti e ci siamo intrufolati in un tunnel che è tra i primi esempi al mondo di architettura civile in alta montagna. Abbiamo vagato divagando sui temi del rapporto tra ambiente alpino e città, tra uomo e natura, antichità e modernità, fatica fisica e desiderio di conquista, scelte consapevoli e desideri di fuga. In tutto questo la presenza di una guida è stata fondamentale, perché ci ha liberato dalla costrizione delle mappe. Ci siamo affidati a lei come a un condottiero e siamo partiti senza quasi sapere nulla. Abbiamo camminato, domandato, conosciuto e


parlato. Verrebbe da dire che siamo partiti come esploratori * che tutto avevano da scoprire, in realtà eravamo turisti * attenti e coscienti. O forse eravamo entrambe le cose. Anche l’assenza di una meta stabilita è stata un fattore importante. L’obiettivo non era la punta del Viso, ma la scoperta della montagna sia in termini locali che più vasti e generali. Si è tenuta traccia di queste osservazioni attraverso una serie di schede e quaderni da appunti affidati ai partecipanti prima della partenza. Tracce che nelle prime pagine di questo catalogo trovate sotto forma di disegni, schizzi, parole, riflessioni e immagini che al Museo della Montagna di Torino e al Forte di Exilles prendono forma in una serie di installazioni, sculture,

* Esploratore: persona che a scopo di studio effettua una ricognizione diretta di luoghi ignoti o poco conosciuti per poi renderne noti i risultati.

* Turista: viaggiatore non mosso da motivi utilitari, bensì da scopi di svago o da interessi d’ordine culturale nei confronti dei luoghi visitati.


fotografie, video, illustrazioni e composizioni sonore, in gran parte realizzati per l’occasione. Allo stesso tempo vicina e lontana la montagna è un punto di osservazione privilegiato su tutto ciò che ci circonda e il lavoro di questi undici artisti è un panorama che offre particolari spunti e punti di vista. Lo scopo finale di Passi Erratici non è fornire valutazioni o risposte, ma spingere a riflettere su un ambiente diverso da quello che quasi ognuno di noi vive quotidianamente. Un obiettivo che la mostra condivide con il Programma Torino e le Alpi, ideato e sostenuto dalla Compagnia di San Paolo e di cui questo progetto fa parte. Stefano Riba curatore della mostra


Da Torino a Exilles e viceversa

Percorso di visita


Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi – CAI Torino

Durata mostra 12–28.09 Orari Martedì – Domenica dalle 10.00 alle 18.00 Chiuso il lunedì Biglietti 12–14.09 Ingresso gratuito 16–28.09 Intero: 10,00 € Ridotto: 7,00 € Soci CAI: 6,00 € Promozionale: 1,00 € Contatti Piazzale Monte dei Cappuccini, Torino Tel: +39 011 6604104 posta@museomontagna.org www.museomontagna.org Festival Torino e le Alpi www.torinoelealpi.it torinoelealpi@compagniadisanpaolo.it

Opere 1  2  3  4  5  6  7  8 

How We Dwell Marina Girardi Francesco Del Conte Brave New Alps Jonathan Vivacqua Laura Pugno How We Dwell Alessandro Quaranta

Performance e live set

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P. Pusole, W. Visentin

12.09 dalle 18.30

� 

Fabio Battistetti

12.09 dalle 20.00 (zona cinema, balconata inferiore) 14.09 dalle 19.00


Percorso di visita: Museo della Montagna

Piano terra

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Primo piano

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� pag. 102–105 Sul tetto della montagna How We Dwell

� pag. 98–101 Val della Pietra Nera Marina Girardi

� pag. 86–89 Virtual Landscapes TWO Francesco Del Conte

� pag. 82–85 L’inverno nuovo Brave New Alps

� pag. 120–123 Saltacaballo Jonathan Vivacqua

� pag. 106–111 Paesaggio alle spalle Laura Pugno


Percorso di visita: Museo della Montagna

� pag. 102–105 Kit Residenza n.4 How We Dwell

Performance Machine MMLF∞V14TY P. Pusole, W. Visentin

�  pag. 114–119 Con la coda dell’occhio Alessandro Quaranta

Live set Fabio Battistetti


Da Torino a Exilles e viceversa. Itinerari per l’andata o il ritorno Sono 70 i chilometri che separano il Museo della Montagna di Torino dal Forte di Exilles. Per spostarsi tra i due spazi espositivi che ospitano le opere di Passi erratici bisogna percorrere la Val Susa. Se si ha fretta ci si mette circa un’ora a raggiungere il Forte, ma se volete prendervela con calma vi suggeriamo alcune interessanti tappe.


Da Torino a Exilles e viceversa

� 0 km Museo della Montagna

Il Museo Nazionale della Montagna viene fondato nel 1874 dai primi soci del Club Alpino Italiano. Le sue sale espositive presentano le montagne in tutte le loro sfaccettature, dalla preistoria all’alpinismo moderno, dalle spedizioni pioneristiche al turismo, dal folklore alle opere di artisti famosi. Il museo è anche un polo culturale comprendente il centro documentazione che conserva una delle più importanti collezioni al mondo sui temi dell’esplorazione, dell’alpinismo e dei viaggi, la ricca biblioteca del CAI e il CISDE (Centro Italiano Studio Documentazione Alpinismo Extraeuropeo).

� 21 km Monte Musinè

Dal parcheggio del campo sportivo di Caselette inizia la salita alla montagna più vicina a Torino. Due ore di ripida camminata con tanto di Via Crucis iniziale. Monte sacro per le popolazioni preistoriche, il Musinè offre nei tratti iniziali del sentiero una serie di massi con coppelle e il Seme di mela, un antico menhir di notevoli dimensioni. Procedendo con la salita, più che le pietre, si guarda il panorama.

� 37 km Sacra di San Michele

Se si nomina il Musinè non si può non menzionare il suo gemello speculare, il Pirchiarno sulla cui cima si staglia la Sacra di San Michele. Monumento simbolo del Piemonte, riguardo la sua storia millenaria rimandiamo alla visita dell’abbazia che è sempre accompagnata da una preparata guida.

� 45 km Bosco di Maometto

Si trova in frazione San Didero di Borgone di Susa. Il bosco è segnalato da un cartello posto sulla statale 25, se non lo trovate cercate via Maometto sulle mappe digitali e parcheggiate in fondo alla strada. Il bosco porta il nome del fondatore del’Islam perché inizialmente attribuito ai saraceni presenti in zona verso le fine del X secolo. Punto forte della visita, oltre al bosco disseminato di coppelle e muretti a secco preistorici, è il bassorilievo di un tempietto che ospita una figura umana con mantello e cane. Le interpretazioni più serie vogliono che sia dedicato a Silvanus, dio dei boschi e della campagna, oppure a Giove Dolicheno, il cui culto fu importato dalle legioni romane tra il II e il III secolo dopo Cristo.


� 59 km Arco di Augusto

Una volta si trovava lungo la Via delle Gallie, oggi lo trovate in fondo a via degli Archi a Susa. Venne costruito nel I secolo a.C. dal re Cozio per celebrare l’alleanza con l’imperatore romano Ottaviano Augusto. L’arco sorge in posizione elevata a ricordare l’antica sacralità del luogo. Il fornice, infatti, è allineato con il Rocciamelone, montagna sacra alle popolazioni preromane della zona. L’arco, assieme ai resti dell’anfiteatro e dell’acquedotto, testimonia l’importanza che Segusium ebbe nell’antica Roma.

� 67 km Abbazia di Novalesa

� 69 km Gran pertus

È una galleria lunga 433 metri scavata nella montagna di Chiomonte tra il 1526 e il 1533 da Colombano Romean. Il ‘pertus’ venne costruito per convogliare in Val Susa le acque della vicina Val Clarea. È tuttora funzionante e utilizzato per l’irrigazione dei campi delle borgate di Cels e Ramats. Tra agosto e ottobre, nei mesi di minore portata, la galleria è attraversabile a piedi con torce, attrezzatura e vestiario adeguati. Lo si raggiunge in circa due ore e mezza di cammino partendo dalla frazione Ramats di Chiomonte o da Cels di Exilles e seguendo il sentiero che porta alla cima Quattro denti.

Lasciamo che la storia di Novalesa vi venga raccontata nella visita all’abbazia i cui orari sono consultabili online. Qui citiamo solo la meravigliosa cappella di San Eldrado che ospita due cicli di affreschi dedicati uno al santo che dà il nome alla cappella e l’altro a San Nicola. Nota bibliofila: l’abbazia compare nel romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa dove è citata per la sua ricchissima biblioteca, ora in gran parte conservata all’Archivio di Stato di Torino.

� 70 km Forte di Exilles

La sua forma attuale è quella della ricostruzione Ottocentesca che seguì alla distruzione napoleonica. Il Forte, restituito al pubblico nel 2000 grazie a una stretta collaborazione tra la Regione Piemonte e il Museo Nazionale della Montagna di Torino, è in primo luogo museo di se stesso e due percorsi di visita ne guidano la scoperta. I suoi spazi ospitano inoltre un fitto calendario di eventi e numerose mostre temporanee. Passi erratici è una di queste.


Da Torino a Exilles e viceversa

� 70 km

� 69 km

A32 Torino–Bardonecchia

SS 24 – SS 25

� 45 km

� 37 km

0 km

� 59 km

� 21 km

� 67 km


Forte di Exilles

Durata mostra 13–28.09 Orari Martedì – Domenica dalle 14.00 alle 19.00 Chiuso il lunedì

Opere 1  2  3  4  5 

Biglietti 12–14.09 Ingresso gratuito 16–28.09 Intero: 10,00 € Ridotto (soci CAI, Touring Club, visitatori Museo della Montagna): 8,00 € Ridotto scuole: 2,00 € Contatti Via degli Alpini, Fraz. Planta, Exilles (TO) Tel/fax: +39 0122 58270 posta@museomontagna.org www.fortediexilles.it Festival Torino e le Alpi www.torinoelealpi.it torinoelealpi@compagniadisanpaolo.it

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Laura Pugno Alessandro Quaranta Luca Giacosa Francesco Del Conte Enrico Gaido (Portage) Jonathan Vivacqua

Marina Girardi Brave New Alps 9  Fabio Battistetti 10   P. Pusole, W. Visentin 7 

8 

(dal 16.09)

Performance e live set

� 

P. Pusole, W. Visentin

13.09 dalle 12.00

� 

Fabio Battistetti

13.09 dalle 17.00


Percorso di visita: Forte di Exilles

Primo piano

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� pag. 106–111 Prove di pelle / Impersuadibilità Laura Pugno

� pag. 114–119 Quelle montagne che m’impediscono di vedere / I non illusi errano, Alessandro Quaranta

� pag. 94–97 Pian del Louv Luca Giacosa

� pag. 86–89 Virtual Landscapes TWO Francesco Del Conte

� pag. 90–93 Betonamit, Paradoxa project Enrico Gaido (Portage)

� pag. 120–123 Saltacaballo Jonathan Vivacqua


Percorso di visita: Forte di Exilles

� pag. 98–101 Fiola de Caora Marina Girardi

� pag. 82–85 Audaci Montagne Brave New Alps

� pag. 78–81 A Thatched Hut in a sensory overload’s field / Alla fine tutto torna, Fabio Battistetti

� pag. 112–113 Machine MMLF∞V14TY P. Pusole, W. Visentin

Performance Machine MMLF∞V14TY P. Pusole, W. Visentin

Live set Fabio Battistetti


Gran tour dei massi erratici Testimoni di eventi remoti capaci di farci vedere ciò che difficilmente riusciamo a immaginare, l’immensa massa di ghiaccio che copriva le nostre terre, sono moltissimi i massi erratici censiti nelle zone dell’anfiteatro morenico di Rivoli e Avigliana. Ne riportiamo l’ubicazione e la descrizione di una decina lasciando poi alla vostra curiosità rintracciare gli altri.


Gran tour dei massi erratici

�  Km dal centro di Torino Grugliasco � 12 km Roc di Rivoli

Sito nel comune di Grugliasco, è in prossimità dello svincolo della tangenziale di Corso Allamano. È il masso più a valle di cui si ha traccia ed è datato tra i tre e i quattrocentomila anni quando, durante la glaciazione di Mindel, il ghiacciaio raggiunse anche Druento, Pianezza, Rivalta e Bruino.

Pianezza � 15 km Masso Gastaldi

È il più noto masso erratico della zona e pare sia il più grande d’Italia. Sede di culti pagani dalla notte dei tempi, oggi reca alla sommità una cappella dedicata a San Pancrazio. Anche noto come Roc di Pianezza, è incastonato nel centro della città tra case e condomini. Sulla sua origine si sfidarono Angelo Sismonda, che sosteneva fosse un affioramento portato alla luce dall’erosione della Dora, e Bartolomeo Gastaldi che proponeva l’origine glaciale. Nel 1884 il CAI dedicò il masso proprio a Gastaldi, vincitore della disputa.

Reano � 17 km Roc d’le Sacoce

Masso localizzato tra Reano e Sangano, in regione Pra Basse, nelle vicinanze dei ruderi di un vecchio mulino. Le tasche, da cui il nome, sono incavi d’origine naturale dovuti all’erosione della pietra. Nel Medioevo si pensava però che fossero i segni lasciati dal diavolo nel tentativo di risollevare la roccia sotto cui era stato sepolto. In questo periodo i massi erratici erano spesso chiamati ‘altari del diavolo’, ‘rocce delle streghe’ o ‘sassi delle masche’.

Caselette � 20 km Pietra Alta e Pietra Grossa

Sono situate all’ingresso dell’abitato su via Val della Torre. Pietra Grossa è anche conosciuta come Masso Sacco dalla lapide dedicata a Federico Sacco, geologo che nel 1887 pubblicò approfonditi studi sui massi della zona. Su Pietra Alta sono segnate 49 vie di arrampicata.

Avigliana � 21 km Pera d’la Vulp

Si trova in località Villaggio Primavera sulla strada che da Avigliana porta al Colle Braida e alla Sacra di San Michele. Salendo verso la Sacra si arriva al masso notandolo sulla destra accanto alla strada. Una volta monolitico, ora


è spaccato in tre blocchi. L’Unione Escursionisti vi pose una lapide nel 1922. Tuttora è usato per l’arrampicata.

Villarbasse � 22 km Pera Majana

I due massi sono tra i più noti e meglio conservati della zona. Quello più grande è saltuariamente frequentato da appassionati di bouldering che hanno tracciato una dozzina di vie. Per raggiungerli percorrete la provinciale 184 Rivoli Reano. Dopo lo svincolo per Villarbasse centro svoltate all’altezza del cartello stradale indicante i massi e percorrete un breve tratto di strada sterrata. Nelle vicinanze sono presenti altri interessanti geositi. Potete scaricare un pdf con le descrizioni di tre percorsi cercando sui motori di ricerca ‘itinerari geositi Villarbasse’.

Villarbasse �  22 km Truc Monsagnasco

Dalla provinciale 184, poco prima del bivio per Villarbasse centro, seguite le indicazioni per località Roncaglia. Ai numerosi reperti rupestri presenti nella zona si rifanno le prime segnalazioni di rocce incise in Italia. Fu Giuseppe Piolti a segnalare i massi del Truc nella Nota sopra alcune pietre a scodelle dell’anfiteatro morenico di Rivoli, pubblicato nel 1881 sugli Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino.

Buttigliera Alta 23 km Masso di Sant’Antonio di Ranverso

É situato nel piazzale dell’abbazia da cui prende il nome e porta incastonata sulla cima una colonna con simbologie cristiane. L’aggiunta di simboli o nomi religiosi segnava la presa di possesso di territori percepiti come campo d’azione degli spiriti maligni. Mentre ci siete visitate anche l’abbazia che presenta il ciclo di affreschi Imago Pietatis di Giacomo Jaquerio, l’altare invece è impreziosito dal polittico di Defendente Ferrari.

Reano � 27 km Pera d’la Spina

Situata in località Spina (da cui il nome), è nelle vicinanze dell’abitato lungo la vecchia strada per Rivoli. Di forma squadrata, presenta sulla superficie, sia verticale che orizzontale, una serie di coppelle. Purtroppo nell’aprile 2013 il masso è stato vandalizzato per asportarne una dalla superficie superiore.


Dai ghiacciai del Pleistocene alle piste del Sestriere Breve cronologia della storia e preistoria alpina, dell’alpinismo, del turismo e delle nuove esperienze di vita nelle valli piemontesi e dintorni.

XII–X millennio a.C. Tardo Pleistocene e inizio Olocene Inizia il ritiro del ghiacciaio della Val Susa. Si sviluppava con una lunghezza di 90 chilometri, una larghezza media di 3 e uno spessore di 5-600 metri. Come tutti i ghiacciai anche questo ebbe periodi di maggior avanzamento e altri di arretramento: durante la glaciazione di Mindel (400.000–300.000 anni fa) il fronte del ghiacciaio raggiunge le odierne Druento, Pianezza, Grugliasco, Rivalta; durante la glaciazione di Ris (200.000–120.000 anni fa) arriva ad Alpignano, Rivoli, Villarbasse, Trana; durante la glaciazione di Wurm (75.000–10.000 anni fa) si ritira di circa 3 o 4 chilometri, mentre nell’Olocene (da 10.000 anni fa in poi) arretra ulteriormente di altri 45.

VIII–V millennio a.C. Mesolitico e Neolitico Primi insediamenti umani in Piemonte e nelle altre zona alpine italiane. La caccia, che porta gli uomini a cercare il cibo anche in alta montagna, è abbandonata in favore dell’agricoltura e dell’allevamento stanziali che si svolgono a quote più basse. La montagna rimane comunque una zona di transito. Il Mesolitico e Neolitico corrispondono al periodo Atlantico che gli studi di palaeoclimatologia indicano come più caldo e umido del clima attuale.


Ultimo quarto del V millennio a.C. Neolitico recente

III millennio a.C. EtĂ del rame

Primi insediamenti preistorici alla Maddalena di Chiomonte in Val Susa.

Incisioni rupestri del monte Bego e Fontanalba sul massiccio del Mercantour in alta Val Roia.


Dai ghiacciai del Pleistocene alle piste del Sestriere

VI–V secolo a.C.

II millennio a.C. Età del bronzo Coppelle e incisioni rupestri in Val Susa (Villarbasse, San Didero, Monte Musinè), Val Maira (Monte Roccere), Val Varaita e Val Gesso.

Popolazioni di origine celtica scendono in Val Susa e si mischiano alle etnie liguri che già vivono nella zona. I principali gruppi sono: a nord gli Insubri, nel canavese i Salassi, nel torinese i Taurini, nel cuneese i Bagienni, nel monferrato gli Statelli. Inizia lo sfruttamento dei giacimenti auriferi della Bessa, Cerrione (BL). Nel II secolo a.C. i giacimenti passano in mano romana.


I secolo a.C. 61–58, Giulio Cesare marcia verso le Gallie e pone il confine tra Gallia Cisalpina e Gallia Transalpina a Ocelum, nel territorio dell’odierna Novaretto, frazione di Caprie (TO). 28, viene fondata Julia Augusta Taurinorum.

III secolo a.C. 218, Annibale valica le Alpi. Si pensa dal Monginevro, anche se un’ipotesi più spericolata vuole che il transito sia avvenuto dal colle delle Traversette (2.950 m).

9–8, viene eretto l’Arco di Augusto a Susa. L’epigrafe sul fregio sancisce l’alleanza tra il re locale Cozio e l’imperatore romano Ottaviano Augusto. Testimonianze di uso frequente del valico del Monginevro, indicato spesso da autori latini come la ‘porta d’Italia’.


Dai ghiacciai del Pleistocene alle piste del Sestriere

VIII secolo d.C. 726, il patrizio franco Abbone fonda l’Abbazia di Novalesa in Val Susa. 773–774, Carlo Magno scende in Italia attraverso il Moncenisio. Alle Clusae Longobardorum, nelle vicinanze dell’attuale Chiusa di San Michele, che allora segnava il confine tra il regno dei Longobardi e quello dei Franchi, Carlo si scontra con il re longobardo Desiderio sconfiggendolo. La bassa Val Susa diventa un prezioso avamposto verso l’Italia e Novalesa vive il suo periodo di maggior fortuna divenendo uno dei poli della cultura europea del periodo.

X secolo d.C. 906–907, le invasioni saracene colpiscono le valli piemontesi. La loro dominazione dura fino al 980 e si estende su un’area che dalle Alpi e dai confini liguri arriva fino ad Alba, Asti, Acqui e Tortona. 983–987, viene fondata l’abbazia della Sacra di San Michele.


XII secolo d.C. 1155, compare per la prima volta nelle carte il Castrum Exiliarum. La stretta di Exilles è però già presidiata da secoli, tanto che Plinio nelle sue cronache ne riporta il nome celtico di Excingomagus.

XIII secolo d.C. Inizia lo sfruttamento delle miniere della Val Chisone.


Dai ghiacciai del Pleistocene alle piste del Sestriere

XIV secolo d.C. 1343, nasce la Repubblica degli Escartons che comprende le valli attorno al Monviso, Oulx e la Val Chisone. Contrariamente allo stereotipo della chiusura delle comunità alpine, e caso peculiare per l’Europa dell’epoca, la repubblica ha un alto tasso di alfabetizzazione e un elevato benessere economico. Gli antropologi che ne studiano la storia parlano di ‘paradosso alpino’. 1358, per adempiere a un voto fatto alla Madonna il crociato Bonifacio Rotario D’Asti scala il Rocciamelone (3.538 m). Assieme all’ascesa di Petrarca al Mont Ventoux del 1336, è una delle prime testimonianze di alpinismo a essere raccontate.

XV–XVI secolo d.C. Prima legge di tutela del Bois de la Levée attuale Alevè, bosco antichissimo di pini cembri che occupa la destra orografica dell’alta Val Varaita. Inizia lo sfruttamento delle miniere della Val Germanasca. 1479, iniziano i lavori di scavo del Buco di Viso, primo traforo alpino della storia e una delle più antiche opere di ingegneria civile realizzate in alta montagna. 1563, un gruppo di cittadini torinesi fonda la Compagnia di San Paolo. Nata a seguito di un periodo di guerre e occupazione straniera, il suo scopo principale era l’aiuto ai bisognosi.


XVIII secolo d.C. Illuminismo e Romanticismo influenzano fortemente il desiderio di conoscere le inesplorate vette alpine e di trovare rifugio in ambienti incontaminati.

XVII secolo d.C. 1615, il matematico olandese Snellius applica il metodo di triangolazione basato sulle proprietà dei triangoli per determinare il raggio terrestre. Nasce la topografia. Lo stesso metodo è usato, assieme a quello barometrico, per definire l’altezza delle montagne. 1627, l’abate milanese Valeriano Castiglione raggiunge il lago Chiaretto (2.261 m) e calcola per la prima volta l’altezza del Monviso. La misurazione rileva una quota di 3.925 metri sul livello del mare, abbastanza prossima al valore reale.

1756, trattato sul sublime di Edmund Burke. La teoria del sublime è di fondamentale importanza nella lettura della natura e degli elementi naturali da parte di artisti, scrittori ma anche di scienziati ed esploratori del periodo. 1760, lo scienziato svizzero HoraceBénédict de Saussure, con l’intento di calcolare l’altezza del Monte Bianco, apre di fatto la corsa alla vetta. 1786, conquista del Monte Bianco. Nascita dell’alpinismo. 1798, viene conclusa la demolizione del Forte di Exilles decisa da Napoleone a seguito del trattato di Parigi.


Dai ghiacciai del Pleistocene alle piste del Sestriere

XIX secolo d.C.

XX secolo d.C.

1818, inizia la ricostruzione del Forte di Exilles.

Nel corso dei primi anni del ‘900 inizia lo spopolamento delle montagne che si intensificherà nei decenni successivi.

1839, primo giro di Viso documentato (David Forbes). 1855, conquista del Monte Rosa, punta Dufour (Francis Fox Tuckett). 1861, conquista del Monviso (William Mathews). 1863, prima scalata italiana del Monviso e nascita del Club Alpino Italiano. 1865, conquista del Cervino (Edward Whymper). Nascita dell’alpinismo eroico. 1866, inaugurazione del primo rifugio alpino italiano all’Alpe Alpetto in Val Po. 1870, a Torino viene fondata la Ferrino. 1871, viene inaugurato il traforo ferroviario del Frejus. 1874, il Club Alpino Italiano di Torino inaugura la ‘Vedetta alpina’ al Monte dei Cappuccini. 1896, Adolfo Kind introduce lo sci alpino in Italia. A fine ‘800 si conclude l’aumento demografico delle zone alpine piemontesi.

1905, apre la cartiera Burgo a Verzuolo. 1908, apre l’Olivetti a Ivrea. 1910, apre il Lanificio Zegna a Trivero. 1923, apre lo stabilimento FIAT Lingotto a Torino. 1935, nascono il comune e la stazione sciistica di Sestriere. Il principale investitore è Giovanni Agnelli. 1946, viene fondata ad Alba la Ferrero. 1952, 5 maggio, viene fondata la Cipra (Commissione Internazionale per la Protezione della Alpi) il cui scopo è promuovere l’incontro tra persone e organizzazioni che operano per lo sviluppo sostenibile nelle Alpi. 1953, Edmund Hillary e Tenzing Norgay conquistano l’Everest. 1963, apre lo stabilimento Michelin a Ronchi di Cuneo. 1978, a Torino viene fondata la Finestra sul Cielo, associazione e negozio di alimenti naturali, ora azienda di dimensioni internazionali.


XXI secolo d.C. 1980, nasce in Valle Po, l’azienda montana Achillea produttrice di succhi di frutta e confetture biologiche. 1985, nasce a Bellino, in alta Val Varaita, la Valverbe. Oggi tra i maggiori coltivatori bio di piante officinali. 1986, 16 ottobre, Reinhold Messner è il primo uomo a scalare tutti gli 8.000 della Terra. 1987, secondo le statistiche Istat Elva (CN) è il comune più povero d’Italia. La popolazione è di 75 persone, nel 1901 erano 1320. 1989, a Bra viene fondata Slow Food. 1991, 7 novembre, Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Principato di Monaco, Slovenia e Svizzera firmano la Convenzione delle Alpi con l’obiettivo di garantire una politica comune per l’arco alpino. 1995, Prima grande manifestazione contro la nuova linea Torino–Lione. 1996, muoiono 8 alpinisti sull’Everest. Sulla tragedia Jon Krakauer scrive Aria Sottile. 1997, viene firmato da più di 180 Paesi il protocollo di Kyoto che prevede la riduzione dell’emissioni inquinanti.

2002, la borgata del Puy in Valle Maira viene ripopolata grazie alla nascita dell’azienda agricola Lo Puy. 2012, in Valle Varaita viene fondata la GestAlp, azienda basata sulla rivalutazione sostenibile e consapevole delle risorse naturali tipiche della montagna. 2012, 12 luglio, 11 alpinisti di 7 cordate diverse muoiono sul massiccio del Monte Bianco. 2013, termina il recupero della borgata Paralup in Valle Stura. Voluto dalla Fondazione Revelli, e sostenuto da enti e fondazioni bancarie, ospita un museo del racconto, una biblioteca, un punto accoglienza e un rifugio. 2013, a Ostana in Valle Po nasce la scuola di cinema L’Aura uno degli scopi è “dedicarsi ad attività creative favorite dal silenzio”. 2014, secondo le statistiche Istat (dati del 2012) Caprie (TO) è il quinto comune più ricco d’Italia. 2014, 5 luglio, l’Uncem (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montagna), in accordo con i proprietari della case, mette in vendita su Ebay il borgo alpino di Calsazio (BL). 14 immobili, 50 vani, con base d’asta fissata a 250mila euro.


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La conquista dell’ignoto, dell’inutile, dell’idiota e nuove opere di riscoperta.

C’è stato un tempo in cui le montagne erano infinite. I loro nomi erano madre dell’universo, sopracciglio delicato, piede sacro, aquila dorata, torre dell’orso. Non esistevano strade o sentieri e le montagne ospitavano dei e demoni che incutevano timore. Il Kilimangiaro in Africa, l’Illimani nelle Ande, l’Uluru in Australia, il Mato Tipila negli Stati Uniti, l’Olimpo greco, il Gunung Agung a Bali, lo Sri Pada nello Sri Lanka, l’Emeishan in Cina, il Fuji in Giappone o, più vicini a noi, il Musinè e il Rocciamelone sono stati per millenni venerati e temuti. Le loro cime sono rimaste a lungo inavvicinate e ancora oggi il Kailash in Tibet è così sacro che nessuna scalata è mai stata tentata. Questo spiega perché, a parte eccezioni come gli Inca, le civiltà antiche abbiano quasi sempre evitato le vette. Lo stesso non si può dire delle pendici delle montagne e delle valli alpine, abitate fin dalla preistoria e diventati luoghi di una religiosità, prima pagana e poi cristiana, che si è spinta oltre la paura dello sconosciuto. Ötzi, ucciso 5.300 anni fa da una freccia, è stato ritrovato a 3.200 metri di altitudine sul ghiacciaio del Similaun. L’Uomo del Mondeval, un cacciatore vissuto 7mila anni fa, è stato sepolto a 2.100 metri ai piedi del massiccio del Pelmo in Val Cadore, mentre


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* Andare: Dal latino explorare, la preposizione ex indica un moto verso l’esterno, mentre plorare è usato nel senso generico di andare.

ai 2.700 metri del passo di Schnidejoch nelle Alpi bernesi sono stati trovati reperti che testimoniano il passaggio di una via commerciale del V millennio prima di Cristo. Ancora: alle Vedrette di Ries, in Alto Adige, sono stati rinvenuti a oltre 2.800 metri due paia di ghette antineve, resti di calzini e di una scarpa in pelle databili tra l’850 e il 500 avanti Cristo. E poco lontano, nella necropoli di Windschnur in alta Val Pusteria, nel corredo funebre di un uomo vissuto 2.800 anni fa è stato trovato un paio di ramponi da ghiaccio. Insomma, l’uomo preistorico era preparato alla vita d’alta quota. Ben più di Quintino Sella che, sottovalutando l’innevamento dell’agosto 1863, nella prima ascesa italiana al Monviso dimenticò le sue grappe a Torino. Nonostante questa abbondanza di studi e ritrovamenti, nessuno ci potrà però mai dire quando dalla vita alpina l’uomo preistorico sia passato all’esplorazione delle montagne. Come non sapremo mai chi sia stato il primo esploratore. Non esiste risposta, perché il concetto odierno di esploratore è figlio dell’Illuminismo e del Romanticismo. Prima di allora la parola era strettamente legata ai verbi andare * e vedere *. E se si aggiunge che la radice di vedere in greco è legata a sapere, allora il cerchio si completa.

* Vedere: Dal greco optér, dove op è la radice connessa all’atto del vedere.


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Andare, vedere e sapere sono necessità talmente antiche che, per descrivere il bisogno umano di conoscenza, sia i greci che i latini si affidarono alle due radici grammaticali che da sole definiscono l’uomo. Andare e vedere sono ciò a cui conduce ogni moto di curiosità le cui dirette conseguenze sono l’intelligenza e la conoscenza. Certo, all’inizio curiosità avrà sicuramente fatto rima con necessità. L’uomo nomade era sempre alla ricerca di nuovi spazi e si muoveva per trovare nuove risorse. Ma venne un momento in cui la casualità dei suoi spostamenti gli sembrò forse troppo accidentale, così diventò stanziale. Decise di fermarsi per dominare la natura e conquistare la propria sicurezza locale. Ben presto però il desiderio di conoscenza e conquista lo portò verso ciò che rimaneva nascosto allo sguardo. Per agevolare il viaggio vennero inventate la ruota, le navi, le mappe e di conseguenza si svilupparono il commercio e le guerre. Nacque la storia e non è un caso che il primo a raccontarla sia stato anche il primo esploratore conosciuto: Erodoto. Prima di lui ci furono probabilmente migliaia di viaggiatori dell’ignoto, ma è solo grazie alla curiosità di questo viaggiatore greco di 2.500 anni fa che la scoperta del mondo da racconto orale diventò scrittura. Dopo di lui furono Talete di Mileto (che per primo dedusse che la Terra era rotonda), Dicearco, Strabone e Tolomeo a continuare il racconto e il disegno delle terre conosciute e sconosciute. Poi vennero Marco Polo e Jean de Mandeville, poi ancora Cristoforo Colombo, Vasco Da Gama e Fernando Magellano.


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Lentamente, nel corso di secoli, le zone bianche su quello che ormai era diventato il mappamondo vennero completate da esploratori del mare come James Cook, Jean François de La Perouse o Jules Dumont d’Urville, della terraferma come René Caillié e David Livingstone, delle profondità marine come Charles Wyville Thomson e dei ghiacci come Roald Amundsen e Luigi Amedeo di Savoia (il Duca degli Abruzzi a cui è dedicato il Museo della Montagna di Torino che oltre ad Alaska e Polo Nord esplorò anche le principali vette africane e del Karakorum). Poi il globo finì e iniziò la conquista dello spazio. Di questa corsa alla rilevazione e rivelazione del mondo fecero parte anche le montagne. Si cominciò nel ‘600 quando i matematici iniziarono a misurare ogni cosa. Nel 1615 l’olandese Snellius calcolò il raggio terrestre applicando le formule della triangolazione trigonometrica. Da questo metodo nacque la regola aurea della topografia, lo studio e la tecnica della riproduzione e misurazione della superficie terrestre. Dopo Snellius, altri continuarono misurando le distanze tra x e y, sia in orizzontale che in verticale. Per quest’ultimo tipo di calcolo, al metodo trigonometrico si aggiunse quello barometrico, ben più folcloristico ma altrettanto scientifico. Qui la storia ebbe inizio nel 1648 con l’esperimento che Blaise Pascal fece fare al cognato Florin Périer convincendolo a portare un tubo di Torricelli sulla cima del Puy de Dôme. Nacque così l’ipsometria alpina, ovvero l’insieme delle tecniche in base alle quali da una


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vetta si ricava la sua altezza osservando la variazione nella misura della pressione atmosferica. Insomma, per avere l’altezza di una montagna era necessario scalarla. Fu però il più comodo e sicuro metodo trigonometrico quello usato dagli inglesi per la Great Trigonometrical Survey. Una ciclopica impresa, iniziata nel 1802 e conclusasi solo 60 anni dopo, il cui scopo era la misurazione dei territori coloniali indiani dall’oceano fino all’Himalaya. Fu proprio qui che nel 1852 Radhanath Sikdar, un matematico indiano del Survey, individuò e misurò una cima denominata Peak XV poi ribattezzata monte Everest in onore di George Everest, British Surveyor General. Insomma, la montagna più alta del mondo porta il nome non di chi l’ha scoperta o conquistata, ma di chi l’ha misurata, o meglio, fatta misurare. Nel frattempo era iniziata in Europa l’era dell’alpinismo. Nacque sulla scia delle scoperte tecniche e scientifiche e della smania di catalogazione del secolo dei lumi, alla quale si aggiunsero una spruzzata di bucolica verve portata dal Romanticismo inglese *, un pizzico di fascino del sublime * e i gran denari della rivoluzione industriale. All’inizio l’alpinismo fu quasi esclusivamente affare svizzero, austriaco ma soprattutto inglese. Svizzera fu la prima salita al Monte Bianco del 1786 che

* Lord Byron: “C’è un piacere nei boschi senza sentieri, c’è un’estasi sulla spiaggia desolata… Non è che io ami di meno l’uomo, ma la Natura di più”.

* Immanuel Kant: “La vista di una montagna che erge la sua vetta innevata al di sopra delle nuvole suscita gioia frammista a orrore”.


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diede inizio alle successive scalate delle principali vette delle Alpi: Grossglokner (1801 – spedizione austriaca), Ortles (1805 – spedizione austriaca), Bernina (1829 – spedizione svizzera), Monte Rosa (1855 – spedizione inglese, anche se pare che nel 1801 l’italiano Pietro Giordani abbia conquistato la cima che ora porta il suo nome), Pelmo (1857 – spedizione inglese, prima scalata dolomitica), Gran Paradiso (1860 – spedizione inglese), Monviso (1861 – spedizione inglese), Grandes Jorasses (1863 – spedizione inglese), Marmolada (1864 – spedizione austriaca), Cervino (1865 – spedizione inglese). I nomi legati a queste imprese sono quelli di John Ball, Paul Grohmann, William Mathews, Francis Fox Tuckett, Edward Whymper e degli italiani Pietro Giordani, Quintino Sella e Alessandra Boarelli, la prima donna a scalare, il 16 agosto di 150 anni fa, il Monviso in un’epoca di imprese quasi esclusivamente maschili. A supporto di queste spedizioni nacquero i club alpini. Primo tra tutti l’Alpine Club nato a Londra nel 1857 con la descrizione di “Associazione di gentiluomini inglesi praticanti l’alpinismo, specialmente nelle Alpi, i cui membri si sono dedicati con successo a tentativi del genere su montagne più alte”. Su questo esempio nacquero nel 1862 l’Oesterreichischer Alpenverein e, l’anno successivo, lo Schweizer Alpen Club e il Club Alpino Italiano. La scienza e gli apparecchi tecnici abbandonarono però ben presto il bagaglio, culturale e a spalle, dello scalatore. Il primo a non portare con sé alcuno strumento di misurazione fu Edward Whymper nella


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salita del 1865 al Cervino. Soli due anni prima Quintino Sella, salito alla cima di Viso con due barometri, scrisse all’amico e scienziato Bartolomeo Gastaldi che uno dei principali scopi della prima salita italiana al Monviso, oltre all’orgoglio nazionale, era “trarre almeno qualche conclusione, di che potessimo avvantaggiare la ipsometria alpina”. Libero ormai da ogni secondo fine se non il raggiungimento della vetta, l’alpinismo diventa eroico. Una pratica fatta di sfide, rischi, successi e morti che si inaugura tragicamente proprio nella discesa di Whymper dal Cervino in cui muoiono quattro sui compagni. Le misurazioni, un tempo destinate a fini scientifici, servono ora a stabilire il grado di difficoltà di una via. L’interesse non è più conquistare la cima attraverso il percorso più agevole, ma affrontare i versanti, le creste e i canaloni più difficili. Nella ricerca dell’estremo, le montagne iniziano a essere scalate anche di inverno. Ma è soprattutto durante gli anni dei regimi totalitari che si favorisce l’interpretazione dell’alpinismo come dimostrazione della superiorità razziale e del coraggio virile. Nelle Dolomiti vengono salite le pareti più imponenti raggiungendo il massimo grado di difficoltà del tempo, il VI grado. Negli stessi anni gli scenari si spostano sempre più spesso oltre i confini europei. Nel 1924 si tenta la prima scalata al tetto del mondo, quel Monte Everest che gli inglesi George Mallory e Andrew Irvine affrontano perdendo la vita. La montagna diventa specchio della voglia umana di misurarsi con sé stessi. Si giunge al paradosso


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descritto dall’alpinista austriaco Eugen Lammer: “Andiamo in montagna non per amore della montagna, ma per amore di noi stessi”. Un dilemma, quello sul valore esistenziale ed esperienziale dell’alpinismo, a cui Lionel Terray nel 1961 dedica I conquistatori dell’inutile. Una biografia, il cui titolo è definizione proverbiale della gratuità dell’alpinismo moderno, che racconta come l’ideale adolescenziale che guida l’attività di Terray e ne giustifica i rischi, le illusioni e i sacrifici si logora con la maturità, quando deve fare i conti con le meschinità, le invidie e i tradimenti. Già, perché la montagna è anche questo, menzogna, invidia e tradimento. Basti pensare alla querelle ancora aperta su Bonatti, Compagnoni e Lacedelli e la prima salita al K2 del 1954 o alla vicenda di Cesare Maestri sul Cerro Torre nel 1959. È nel momento in cui l’unico confine rimasto da indagare sono i limiti della performance fisica e tecnica che l’alpinista da “conquistatore dell’ignoto” diventa “conquistatore dell’inutile”. Ma è proprio grazie a imprese celebrate come eroiche, che nei primi decenni del Novecento si diffonde la cultura degli sport alpini. Nascono lo sci, l’escursionismo e il turismo, attività rese alla portata di tutti dalle prime funivie (1908), dagli impianti di risalita (1934), e dalle nuove vie di comunicazione che portano a stazioni sciistiche o di villeggiatura estiva. Come un equilibrio che viene definitivamente rotto, è proprio quando le valli vengono urbanizzate e sono più vicine che mai alle città che iniziano a spopolarsi e impoverirsi. Ma non è solo la vita alpina a perdere valore, è l’idea stessa


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di montagna a privarsi di senso nel momento in cui diventa territorio di tutti o terreno dell’incoscienza. Dall’inutile all’idiota il passo è difatti breve. L’idiozia arriva quando si superano i limiti senza conoscenza né coscienza. Nell’antica Grecia la hybris era una peccato pagato a caro prezzo e anche oggi è spesso così. A inizio 2014 Conrad Anker, alpinista fondatore del Khumbu Climbing Center dove gli sherpa vengono addestrati nelle tecniche di arrampicata e salvataggio per quello che è il mestiere più pericoloso al mondo, ha detto: “Ogni luogo sulla Terra ha una sua portata massima e sull’Everest abbiamo già superato il limite”. Nonostante questo il governo nepalese ha deciso di ridurre le tariffe per l’ascesa da 25.000 a 11.000 dollari. A farne le spese sono proprio gli sherpa che, dopo la valanga che il 18 aprile ha ucciso 16 di loro, hanno per la prima volta scioperato per ottenere più diritti e assicurazioni migliori. Anche in Europa le cose non vanno granché meglio. Poco più di due mesi fa, Jean Marc Peillex, sindaco di Saint Gervais les Bains, una delle porte di accesso al Monte Bianco, ha condannato “un gesto che è da annoverare fra i più idioti nella storia dell’alpinismo”. È inizio luglio quando Patrick Sweeney trascina con sé Patrick Junior, 9 anni, nel tentativo di avere in famiglia il più giovane conquistatore del tetto d’Europa. Padre e figlio, in compagnia dell’11enne Shannon, sorella di Patrick Jr, sono nel Grand Couloir, ribattezzato il “canale della morte” per la lugubre statistica degli incidenti, quando i bambini sono travolti da


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una slavina. Patrick senior filma tutto, aiuta i figli che si salvano solo grazie alle corde a cui sono assicurati e si presenta poi con le immagini dell’avventura alla tv americana Abc. Il video dell’incidente fa il giro del mondo, i due Patrick e la piccola Shannon diventano famosi e l’unico maggiorenne viene denunciato per “messa in pericolo della vita altrui”. Che la lezione sia stata imparata da altri genitori spericolati con la vita della propria progenie è difficile pensarlo visto che, esattamente un mese dopo, un signore austriaco viene bloccato dalla gendarmerie mentre a 3mila metri di quota sta iniziando la salita del ghiacciaio della Tete Rousse assieme al figlioletto di 5 anni. Dopo questo ennesimo episodio Jean Marc Peillex ha ribattezzato la cima d’Europa ‘Disney Mont Blanc’ e ha detto: “Siamo di fronte a una escalation di gesti estremi quanto sciocchi, una sorta di voyeurismo che qualcuno deve fermare. L’impunità è finita, la montagna deve ritornare simbolo di un alpinismo fatto con umiltà”. Ma non è solo l’alpinismo a soffrire di idiozia, anche il rapporto dell’uomo con la natura è spesso segnato dalla sconsideratezza. È però proprio nell’era ormai nota come antropocene, in cui l’uomo è la causa principale dei cambiamenti territoriali, geologici e climatici, che emerge il bisogno di un riavvicinamento all’ambiente. La riappacificazione non deve però passare attraverso la ricerca di un nuovo Eden. Il paradiso è ormai perduto e la pace sarà animata dalla difficile ricerca, se non dell’armonia, almeno di un compromesso vivibile.


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A parlare di ritorno all’umiltà è anche il giornalista e scrittore di viaggio Robert MacFarlane che dice: “Le montagne, essendo testimoni di forze e spazi temporali che oltrepassano la nostra immaginazione, rappresentano la confutazione della nostra eccessiva fiducia nell’opera dell’uomo. Aprono profondi interrogativi sulla finitezza umana e sul significato dei nostri progetti”. Anche gli artisti e linguaggi dell’arte oltrepassano i limiti con l’immaginazione. Forse sono proprio loro gli ultimi esploratori rimasti. Meno dogmatici e apocalittici di scienziati, attivisti e giornalisti scientifici, sono liberi da vincoli di precisione e veridicità. Possono giocare con le scienze senza seguirne le leggi, suggerire teorie sbagliate, inventare unità di misura inesistenti, creare percorsi impercorribili, raccontare storie non vere o storie vere che sembrano incredibili, possono, insomma, fare tutto quello che vogliono purché non manchino di far riflettere su qualcosa di reale. In questo caso, il collegamento con la realtà è stato il cammino attorno al Monviso dal quale sono nati i lavori che trovate in Passi Erratici. Una mostra il cui scopo è far vedere le cose con quel senso di curiosità, meraviglia e ignoto da cui tutto è nato per portare alla riscoperta del mondo alpino e riannodare le connessioni con le montagne che ci circondano. — SR


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Fabio Battistetti 78–81

Brave New Alps 82–85

Francesco Del Conte 86–89

Enrico Gaido (Portage) 90–93

Luca Giacosa 94–97

Marina Girardi 98–101

How We Dwell 102–105

Laura Pugno 106–111

P. Pusule, W. Visentin 112–113

Alessandro Quaranta 114–119

Jonathan Vivacqua 120–123


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A Thatched Hut in a sensory overload’s field A volte non è necessario ascoltare musica, è sufficiente sentire il suono di ciò che ci circonda. Un cavo audio avvolge un fascio di paglia, lo stesso che in un prato estivo viene mosso dal vento producendo suoni che valgono quanto una sinfonia. Gli elementi in oggetto, così dissimili e distanti, si legano per rappresentare il rapporto che ho con la musica e con la natura.

Alla fine tutto torna L’uomo ha costruito le strade per rendere più agevole il suo percorso. L’asfalto è il sentiero della città, facilmente percorribile e senza particolari ostacoli. È composto da pietrisco e da derivati del petrolio. I licheni sono organismi simbiotici che crescono sulla corteccia degli alberi, sono sensibili agli agenti inquinanti con cui vengono a contatto e ne indicano il valore di assorbimento tramite il mutamento del loro colore. L’asfalto e i licheni sono due elementi il cui cromatismo muta in base alla reazione con gli elementi circostanti e con l’avanzare del tempo. Queste variazioni per me rappresentano le tonalità cangianti che immagino abbiano le mie composizioni musicali. Comprese quelle composte per Passi erratici e che potete ascoltare liberamente qui: https://eniac.bandcamp.com/album/passi-erratici.

Fabio Battistetti


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A Thatched Hut in a sensory overload’s field, 2014, paglia di alpeggio (dai prati di San Colombano, Exilles), cavo jack audio (tip ring sleeve), 170 x 50 x 20 cm


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Alla fine tutto torna, 2014, asfalto (carbonato di calcio e bitume) e licheni fruticosi (usnea e pseudevernia furfuracea), 6 x 20 x 20 cm


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Audaci Montagne Pensavamo, coraggiosi, che tutta la nostra storia consistesse nel lottare senza posa contro una forza sempre maggiore e più profonda della nostra. L’immagine si rovescia: sappiamo ormai che siamo infiniti, nella ragione, nella ricerca, nel desiderio e nella volontà, nella storia e nella potenza, persino nel consumo, e che la natura, di fronte a noi, è finita. Michel Serres, Tempo di crisi (…) la “montagna” è: una costruzione culturale e storica (e come tale è oggetto di critica e demisticazione); un luogo dove non si sfugge alle contraddizioni ma se ne trovano di ulteriori e specifiche; un terreno di conflitto tra usi del territorio diversi e incompatibili; un deposito di storie e segni di passate rivolte, resistenze, repressioni. Wu Ming su Giap

In un’era ormai nota come ‘antropocene’, in cui gli umani sono diventati una vera e propria forza geologica in conflitto con la Terra e i suoi sistemi, la bandiera di Audaci Montagne vuole simboleggiare le iniziative dal basso che oggi e in passato si battono, nelle zone montane del pianeta, in modo creativo per la riappacificazione fra umani e natura, per la difesa e il rinnovamento dei beni comuni, per la diversità e per i diritti dei non-umani. Essa sta per le lotte di tutti quelli che si attivano per proteggere la montagna dalle enclosures, dalle devastazioni ambientali e dai tentativi di sottometterla al profitto in nome di una concezione distorta di progresso.

Brave New Alps


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Interveniamo dunque con le nostre risorse e capacità per rendere omaggio e sostenere questi movimenti intenti a progettare futuri desiderabili e vie alternative a quella che stiamo percorrendo, al termine della quale ci aspettano soprattutto devastazione ambientale e caos climatico. Economia di Audaci Montagne a disposizione di ogni artista o collettivo di artisti: 2.500 € � Budget (da utilizzare per coprire compensi, trasporti e spese di produzione) per due persone (11 giorni di lavoro a testa): 1.200 € �    Compenso a una lotta montana dal basso: 600 € �  Sostegno di produzione e trasporti: 600 € �  Spese Tasse e altre spese: 100 €

Audaci Montagne, 2014, bandiera in nylon stampata, ventilatore, faro, pietre


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L’inverno nuovo

Un video e una serie fotografica esplorano in modo visivo l’enorme sforzo che viene compiuto ogni inverno per presentare le Alpi come il perfetto paradiso sciistico.


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L’inverno nuovo, 2008, lambda print, 100 x 80 cm


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Virtual Landscapes TWO “La metà della bellezza dipende dal paesaggio. L’altra metà dall’uomo che la guarda”. Johann Wolfgang von Goethe

Virtual Landscapes TWO è lo sviluppo di un progetto iniziato a Bruxelles nel 2013. L’opera indaga il rapporto tra realtà e percezione in relazione a uno dei temi classici della fotografia: il paesaggio. Attraverso proiezioni e stampe fotografiche, l’installazione presenta alcune vedute alpine che interrogano la percezione dello spettatore e, più in generale, esplorano le potenzialità dello scatto fotografico. La serie si colloca all’interno di un’indagine estetica e poetica in cui la processualità fotografica è usata per rivisitare un soggetto tradizionale come quello paesaggistico. Virtual Landscapes è interamente realizzato in studio, fotografando rocce di piccole dimensioni che, nelle immagini finali, propongono la monumentalità e la drammaticità delle vette alpine. La fotografia, la più realistica delle arti mimetiche, diventa strumento di inganno mostrando un paesaggio solo in apparenza reale. Un aspetto rilevante del lavoro è la presenza della pellicola, enfatizzata dal proiettore per diapositive. Il negativo proiettato sulle pareti acquisisce centralità: diventa protagonista dell’installazione, dona alle immagini nuove soluzioni stilistiche ed estetiche e contraddice la natura ‘microscopica’ dei modelli originali, ancora percepibile nelle immagini stampate. L’oggetto proiettore, memore della propria funzione di intrattenimento familiare e supporto didattico e per questo legato a un immaginario del reale, diventa lo strumento ideale per rimarcare il confronto tra realtà, verosimiglianza e percezione.

Francesco Del Conte


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Virtual Landscapes TWO, 2014, proiezione da video HD


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Virtual Landscapes TWO, 2014, fotografia ai sali d’argento, dimensioni variabili


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Betonamit, Paradoxa project

Il Betonamit è un ‘agente demolitore non esplosivo’, anche detto ‘esplosivo silenzioso’, utilizzato per la demolizione di manufatti in cemento armato o per l’estrazione di blocchi da pareti rocciose o in cave di pietra. Ciò che lo differenzia da un materiale esplosivo convenzionale non è la quantità di energia che riesce a liberare, che è paragonabile agli esplosivi classici, ma il tempo di reazione lento e graduale che impiega per liberarla. Non un millesimo di secondo, ma alcune ore o addirittura giorni. Il Betonamit origina un’ ‘esplosione’ paradossalmente dilatata nel tempo, con una durata solo empiricamente determinabile e senza rumori violenti o lancio di frammenti. Durante questa attesa dal carattere quasi rituale si consuma un processo distruttivo-creativo simile a quello della natura (si pensi ai terremoti, alle frane, ai movimenti delle faglie tettoniche o dei ghiacciai) e che possiamo definire ‘autonomo’. L’azione dell’artista è infatti limitata al suo solo innesco. Una volta cominciato il processo non resta che cercare di registrarne la sua evoluzione. Da questa necessità è nata una seconda versione del lavoro in cui dei pennini fissati sul perimetro della pietra hanno permesso di registrare in un video il tracciato della sua rottura, mentre dei microfoni piezoelettrici ne catturavano il rumore impercettibile quanto inquietante.

Enrico Gaido (Portage)


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Betonamit, Paradoxa project, 2014, pietra di serizzo, agente demolitore, gomma, 18 x 18 x 31 cm


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Betonamit, Paradoxa project, 2014, Video time lapse HD, audio, 2’48’’


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Pian del Louv

Negli ultimi 20 anni il lupo è tornato in modo naturale nelle Alpi occidentali. Oggi sono 10 i branchi che vivono stabilmente nelle valli della provincia di Cuneo, la prima zona alpina dove il lupo è riapparso. La sua presenza è temuta da pastori e cacciatori che in alcuni casi hanno avvelenato interi branchi. Mentre cervi, camosci, stambecchi, cinghiali e lupi riconquistavano le Alpi del Nord Ovest, migliaia di donne e uomini abbandonavano i loro luoghi di nascita per trasferirsi nelle zone industriali e nelle città della pianura padana. I politici, per contenere le paure delle poche comunità pastorali rimaste in montagna, stanno tentando di legalizzare l’uccisione del lupo usandolo come capro espiatorio che distragga dalla loro scarsa attenzione nei confronti dei problemi economici e sociali delle valli alpine. Tuttavia, una coesistenza tra uomini e lupi, sembra realmente utopica. La situazione però potrà cambiare in futuro. Pian del Louv è un progetto fotografico che esplora e documenta la battaglia tra uomo e natura. In queste immagini non vedrete però mai il protagonista a cui la serie è dedicata. I lupi sono animali prevalentemente notturni e vedono i villaggi come gruppi di luci nella notte. Si avvicinano agli insediamenti umani senza essere visti, lasciando visibili solo le tracce del loro passaggio. Ossa, carcasse e impronte nella neve sono i segni della loro presenza. Protagonisti delle storie e delle paure dei pastori, i loro occhi sono come tizzoni ardenti nella notte. È stato questo il mio punto di vista mentre scattavo queste immagini.

Luca Giacosa


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Pian del Louv, 2013, ink jet su carta fotografica, 100 x 100 cm


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Pian del Louv, 2014, video hd, loop


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Da alcuni anni raccolgo le esperienze di incontro con le persone e i paesaggi di montagna e le racconto sotto forma di canzoni e storie illustrate. Ciò che mi spinge è il fascino che mi trasmettono gli infiniti modi con cui l’essere umano si confronta con una natura potente, che può sempre prendere il sopravvento, e che quindi lo avvicina anche al proprio lato più misterioso e selvatico.

Val della Pietra Nera

Ho trascorso alcuni giorni in visita da un amico che ha in gestione un rifugio in una delle valli nelle Alpi Centrali. Nonostante la pioggia incessante di quei giorni ho esplorato i sentieri della zona. Sotto l’acqua battente il granito delle rocce diventava nero e le nubi si spostavano veloci confondendo le tracce e l’orientamento. Dall’incontro con gli spiriti di questo paesaggio è nata Val della Pietra nera, una canzone disegnata che segue il ritmo del passo che cammina.

Marina Girardi


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Val della Pietra Nera, 2012, stampa digitale su carta da originali in tecnica mista


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Fiola de Caora

L’idea di Fiola de Caora nasce dal fenomeno del ‘baliatico’ che in passato ha visto molte donne dell’arco alpino andare a servizio presso le famiglie ricche delle città come balie da latte. Nel partire, le giovani madri affidavano il proprio neonato alle cure dei parenti e spesso succedeva che questi, per nutrirlo, ricorressero al latte di capra, provocandone spesso la malattia o perfino la morte. Con questo lavoro ho deciso di discostarmi dal piccolo formato tipico dell’illustrazione per confrontarmi con superfici pittoriche più grandi. La scelta risponde al bisogno di evocare le grandi figure delle madri di montagna e di avere anche lo spazio per ritrarle durante le loro innumerevoli fatiche quotidiane. Gli strumenti di lavori di cui si è ormai persa la memoria, spogliati dalla loro funzione originaria, si caricano qui del potere necessario a innescare un processo di riscoperta e rinascita.

Fiola de Caora, 2014, acrilico su tavola, 100 x 70 cm


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Sul tetto della montagna

Le incisioni rupestri sono un elemento ricorrente nei territori montani. Durante l’escursione sul Monviso ne abbiamo incontrate molte. Sono testimonianze che raccontano di come la montagna sia da millenni luogo di transito e di interazione tra persone. Pastori, mercanti, cacciatori, soldati e alpinisti hanno lasciato il loro segno, destinato a durare nei secoli, per testimoniare momenti lontani da noi, ma che influiscono nella nostra lettura di questi spazi. Sul tetto della montagna racconta, in forma rupestre, alcuni momenti vissuti durante la camminata sul Monviso. Da segni e grafie avvistati lungo il percorso e dai nostri ricordi sono nati i frammenti che si sviluppano come uno spazio narrativo sulla superficie di un tipico tetto in lose costruito con il prezioso aiuto della cooperativa Lu Viol di Rore di Sampeyre che da decenni utilizza le antiche tecniche di costruzione alpina. Il tetto è anche un ipotetico frammento di residenza, dove la pietra è utilizzata sia come riparo che come strumento per immortalare accadimenti e simbologie.

Kit Residenza n.4

Il progetto How We Dwell prevede l’organizzazione di una serie di residenze che si svolgono all’aperto. Se normalmente gli artisti vengono ospitati in apposite strutture e inseriti in programmi predefiniti, questo progetto rovescia i termini delle consuete residenze e prevede che i partecipanti costruiscano da sé l'ambiente che li ospita. Frutto dell'interazione imprevedibile fra persone e spazio, il risultato è un’esperienza identificabile come opera. Per ogni residenza, sul modello degli equipaggiamenti delle spedizioni pionieristiche e alpine, agli artisti ospiti è fornito un kit. Kit Residenza n.4 è stato usato da Studio Fludd, Rachele Maistrello e Andrea Grotto tra l’11 e il 17 novembre 2013 sulla Certosa, un’isola

How We Dwell


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disabitata della laguna veneziana. Il suo contenuto è: una scatola in legno con 2 macchine fotografiche usa e getta, 4 pennini, 6 inchiostri colorati e vari fogli di carta; una sacca in cuoio con una sega, una mazza, un martello, un telone, chiodi, accette, guanti, torce, cordini in canapa, das, candele, set di pentole, forchette, coltelli, taniche acqua, sapone, vinavil, filo di ferro e coperte isotermiche; una seconda sacca in cuoio conteneva i viveri.

Sul tetto della montagna, 2014, ardesia, legno, 300 x 230 cm


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Nella nostra cultura nessun oggetto come il paesaggio  – e tanto più il paesaggio alpino – rappresenta così intensamente un oggetto ‘ideale’, una vera e propria costruzione culturale modellata come un sistema, e fortemente integrata. Per questo la mia ricerca, che ha per tema la visione – o meglio – la critica alla visione tradizionale, si focalizza sul paesaggio: di tale visione, infatti, il paesaggio rappresenta in qualche modo il capolavoro, ed è attraverso i tentativi di una sua de-costruzione che può prendere forma la critica anzidetta. Questa de-costruzione non può realizzarsi che attraverso l’imposizione, all’immagine paesaggistica, di qualche ‘privazione’. In una prima fase della mia ricerca ho rappresentato il paesaggio attraverso una sola delle sue qualità, come il colore o il ‘peso’ (e al ‘peso’ fa riferimento anche uno dei nuovi lavori presentato ad Exilles). Oppure ho voltato le spalle al paesaggio, e il suo riflesso – interrotto centralmente dalla mia figura – è stato inciso su lastre di plexiglas che trovate esposte al Museo della Montagna. I lavori presentati in Passi erratici proseguono questa ricerca.

Impersuadibilità Un peso scorre verso il basso, incurante dei diversi tessuti che attraversa e della loro diversa densità. Un paesaggio bidimensionale, che non rivela alcuna profondità, se non quella verso cui il peso tende. “Il peso non può mai essere persuaso” (C. Michelstaedter).

Laura Pugno


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ImpersuadibilitĂ , 2014, still da video


Paesaggio alle spalle, 2012, incisione su plexiglas, legno e morsetti, 70 x 100 x 180 cm


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Paesaggio alle spalle

Il primato della linea quasi cancella la massa. La gravezza materiale del paesaggio viene elusa dal segno quasi trasparente sul plexiglas e dall’emergere delle ‘incertezze’ del disegno. Incertezze che nascono dall’avere lavorato in alta quota, cercando di fissare sulla lastra un’immagine solo riflessa, resa più indeterminata dal variare della luce, dall’azione del vento, e dal riflesso ondeggiante della lastra.

Prove di pelle

Organi per toccare ed essere toccati; organi condivisi dal soggetto e dal suo oggetto; confusione del sottostante con ciò che sta sopra. Diverse le strutture da regione a regione (nessuna regione può essere considerata ‘tipica’). Comune invece a soggetto e oggetto la disponibilità ad accettare quella deformazione-di-sé che il tatto comporta.


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Prove di pelle, 2014, stampa fotografica, 50 x 80 cm


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Tutto è possibile niente è reale. Oggetto oggettivo per soggetti soggettivi.

Machine MMLF ∞ V14TY Pierluigi da decenni crea tele e disegni in cui il paesaggio viene trasformato e riassemblato. Walter da decenni trova materiali di scarto e li unisce per creare strutture che seguono l’esempio della natura. Assieme hanno creato Machine MMLF ∞ V14TY, una macchina (il cui acronimo rimane segreto) che è un creatore infinito (di qui il simbolo ∞) di paesaggi. Per farla funzionare gli artisti diventano sciamani che trasformano la materia, il suono e muovono le montagne sfidando gli dei. La visione va in scena per una persona alla volta, spettatore solitario di uno spettacolo che gli appare dinanzi come il mare di nebbia di fronte allo sguardo del viandante dipinto da Caspar David Friedrich. Il paesaggio che osserva non è però statico, ma si muove e cambia in infinite combinazioni tanto che ogni spettatore non vedrà mai ciò che ha visto il precedente. Lo sguardo non solo è privato, è anche unico. Dall’esterno gli altri spettatori guardano gli sciamani spostare le montagne e li sentono modificare la propria voce in un canto dai suoni primordiali. Il tutto ruota attorno a una struttura che sembra anch’essa uscita da un lavoro di Friedrich. I neri spuntoni lignei della macchina riportano alla mente quelli bianchi di ghiaccio del Naufragio della Speranza, esaltanti e allo stesso tempo drammatici, come le visioni che offre questo lavoro.

P. Pusole, W. Visentin


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Machine MMLF∞V14TY, 2014, legno, suono, performance fotografie e video di Enrico Lombardo, poster di Roberto Necco (Elyron)


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Con la coda dell’occhio

Una valle appare costellata di scintillii, di barlumi che si rispondono da un versante all’altro, dal fondovalle alle cime. L’azione si sviluppa con il coinvolgimento di un gruppo di oltre venti abitanti della zona che, armati di specchi, trasformano una porzione di paesaggio in un’estesa coreografia casuale di presenze tra i boschi. Con la coda dell’occhio è nato dalla suggestione dei racconti di mio nonno sulla raccolta dei mirtilli e lamponi che gli abitanti della valle compivano all’alba, in gruppi che si tenevano in contatto con canti e richiami. Il video, è la registrazione di una visione, messa in atto a partire dall’immagine mentale del luogo di provenienza della mia famiglia.

Quelle montagne che m’impediscono di vedere

Il video si costruisce sull’atto di affidare ad altri il racconto e la trasmissione della memoria. La voce narrante è quella di un’anziana donna piemontese che da giovane prese servizio in una famiglia di proprietari terrieri in Provenza. Siamo in piena guerra quando, non potendo più avere notizie da casa, affida le sorti del proprio destino a un soldato della legione straniera. È un gioco di staffetta attraverso le montagne che consente alle parole di valicare confini fisici e politici. Con la stessa logica ho scelto di affidare la traduzione visiva del lavoro a un altro autore, un filmmaker, che ho invitato a percorrere i luoghi della Provenza dove la donna è vissuta o che lei ha citato o evocato. Il paesaggio, unico vero protagonista del video, si materializza a sorpresa nel possente profilo della montagna di Sainte Victoire, dove a lungo si posò lo sguardo di Cèzanne e probabilmente anche quello della donna, nella speranza di ricevere qualche notizia che superasse quella barriera di rocce.

Alessandro Quaranta


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Con la coda dell’occhio, 2010, video HD, 16:9, colore, suono, 11’35”


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Quelle montagne che m’impediscono di vedere, 2007, video sd PAL, 4:3, colore, suono, 8’10”


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I non illusi errano

L’opera crea un ponte tra l’esterno e l’interno di uno spazio espositivo ribaltandone lo sguardo e cercando di creare uno spaesamento nello spettatore. In un gioco di rispecchiamenti e riflessi vengono proiettate su un tavolo le immagini di alcuni punti esterni difficilmente raggiungibili o irraggiungibili.

I non illusi errano, 2014, installazione site specific, microcamera analogica, videoproiettore, specchio, tavolo, schermo da retroproiezione. Courtesy Tile project space Milano e l’artista. Fotografie di Carlo Fossati


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Saltacaballo Saltacaballo è la ricerca di un linguaggio che si sviluppa attraverso immagini, oggetti e visioni. Racconta un modo di vivere fatto di ragionamenti, viaggi ed esperienze. È un’operazione mossa dallo sguardo curioso e dall’attenzione ai materiali e agli oggetti che accompagnano i viaggi (o almeno i miei viaggi). Il tutto è assemblato secondo l’istinto metodologico che mi porta a creare un disordine ordinato, ricercando nuove forme di pensiero e connessioni. Per questa mostra lavorerò con materassini, corde, carta, ferro, coperte ecc ecc. Sono tutti materiali con cui riesco a instaurare un rapporto di intima fiducia e a cui trovo una collocazione intervenendo fisicamente nello spazio che ho a disposizione. L’intento è creare un dialogo che racconti una storia fatta di eventi e luoghi. La forma definitiva di ciò che vedrete in mostra non mi è ancora chiara, visto che prenderà forma solo qualche giorno (o ora) prima dell’inaugurazione. Questo catalogo è andato in stampa prima che iniziassi l’allestimento quindi, più che qualcosa di definito, sto presentando un’idea. Insomma, tutto avrà più senso nel momento in cui vi troverete di fronte ai lavori esposti negli spazi del Museo della Montagna di Torino e del Forte di Exilles.

Jonathan Vivacqua


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Fabio Battistetti

Fabio Battistetti (Torino, 1975) è un artista sonoro. Con il moniker ENIAC è autore di performance basate sull’interazione tra musica acustica ed elettronica. Dagli anni ‘90 è attivo nell’ambito della produzione musicale e dei new media. Dal 2010 ad oggi ha portato in giro per l’Italia e l’Europa Into The Wood, scultura sonora per la performance dal vivo basata sull’uso del legno come sorgente sonora. Ha inoltre suonato al Milano Film Festival, al Live Performers Meeting di Roma, al Netaudio Festival di Berlino (D), al Live! IXEM di Palermo, al Robot festival di Bologna, al Tec Art Eco di Lugano (CH) e al Traffic di Torino.

Francesco Del Conte

Francesco Del Conte (Milano, 1988) indaga il rapporto tra realtà e finzione usando la più realistica delle arti mimetiche, la fotografia, per ingannare la percezione dello spettatore. Dopo essersi laureato nel 2011 all’Accademia di Belle Arti di Torino, ha da poco conseguito il master in fotografia presso l’Hogeschool Saint-Lukas di Bruxelles (BE). Ha esposto alla Banchina Molino di Mestre, al WOLKE e al C1.02 project space di Bruxelles (BE), alle Corderie dell’Arsenale a Venezia, all’International University College e all’Ohne Titel Lab di Torino.

� cargocollective.com/francescoDC

� geniac.tumblr.com

Brave New Alps

Brave New Alps nasce nel 2005 da Fabio Franz (Colonia, 1983) e Bianca Elzenbaumer (Brunico, 1980). Il progetto parte da una ricerca sul design e la grafica applicati, attraverso un approccio spesso di tipo laboratoriale e collaborativo, al ripensamento di temi sociali, politici e ambientali. Hanno lavorato ed esposto all’Heritage Museum di Purfleet (GB), all’Eurac di Bolzano, all’Alpinarium di Galtür (A), al Kunstraum Mitterhofer di Innichen (IT), al The Lighthouse di Glasgow (GB), alla Triennale Design Museum di Milano, a Villa Romana a Firenze e al MART di Rovereto.

� www.brave-new-alps.com

Enrico Gaido (Portage)

Enrico Gaido (Torino, 1971) si laurea come ingegnere edile al Politecnico di Torino. Nel 2004, insieme ad Alessandra Lappano, fonda Portage un progetto che unisce teatro, performance e installazione e che si sviluppa attorno al concetto di ‘crollo’. Come artista porta avanti una riflessione riguardo al rapporto della materia e dell’uomo con il tempo e le forze della fisica. Le performance di Portage e i suoi lavori sono stati presentati alle Fonderie Limone, all’Armeria Reale e alla Fondazione Merz di Torino, alla Laure Genillard Gallery di Londra (GB), alla Volksbuhne Am Rosa Luxemburg Platz di Berlino (D), al Théatre de la Ville di Parigi (F), all’International Performance Art Festival di Helsinki (FIN).

� www.portage.it


Luca Giacosa

Luca Giacosa (Alba, 1982) si diploma nel corso di Documentary Photography presso l’University of Wales di Newport. Nell’estate del 2009, comincia il progetto Pian del Louv su cui continua a lavorare per tutto il corso accademico. Terminati gli studi si trasferisce a Sambuco, in alta Valle Stura. Qui approfondisce tematiche sociali, storiche e ambientali sulle montagne. Ha esposto al Boutographies Festival di Montpellier, al festival Fotoleggendo di Roma, alla galleria Avia Pervia di Modena e alla Crane and Kalman Gallery di Brighton (GB). Ha vinto il premio Tabò 2012, il premio Pesaresi a SavignanoImmagini 2011 e il premio FreshFacedWildEyed 2010.

Marina Girardi

Marina Girardi (Belluno, 1979) è nata tra le montagne e si è diplomata al corso di Fumetto e Illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Gira l’Italia insieme a Rocco Lombardi con il progetto Nomadisegni, laboratori di fumetto itineranti per grandi e bambini e spettacolo di cantastorie. Con Nomadisegni ha collaborato con il MART di Rovereto e l’Università di Architettura di Firenze. I suoi libri illustrati sono editi da Comma 22 Editore. Ha partecipato ai progetti La mia valle è Pasubiana, curati da Giulia Mirandola, realizzando la mappa disegnata degli Altipiani Cimbri di Folgaria, Lavarone e Luserna e un libro d’artista sul monte Pasubio.

� www.magira.altervista.org

How We Dwell

How We Dwell è un progetto nato nel 2012 da Marco Gobbi (Brescia, 1985), Andrea Grotto (Schio, 1989), Adriano Valeri (Milano, 1987) e Cristiano Menchini (Viareggio, 1986). Quattro giovani artisti che si sono formati all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Nel 2013 sono stati tra gli assegnatari della borsa di studio della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia dove, nello spazio espositivo di piazza San Marco, hanno esposto i lavori realizzati durante le loro residenze.

� howwedwell.tumblr.com

Laura Pugno

Laura Pugno (Trivero, 1975) affronta il tema della visione come esperienza culturalmente condizionata. L’oggetto di questa ricerca è per lo più il paesaggio, ovvero l’oggetto su cui la visione tradizionale si è maggiormente esercitata. I suoi lavori sono stati esposti al MAN di Nuoro, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, alla galleria Alberto Peola e allo spazio e/static di Torino, alla galleria Studio La Città di Verona, a Dolomiti Contemporanee a Belluno, alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Marino e alla Shedhalle di Zurigo.

� www.laurapugno.info


Alessandro Quaranta

Alessandro Quaranta (Torino, 1975) lavora con il tema della memoria usando racconti e immagini familiari o di archivio. Attraverso le sue opere lo spettatore è testimone dell’avvicendarsi e della stratificazione della storia, dunque della preziosità del patrimonio che il ricordo acquista con lo scorrere del tempo. Ha esposto alla Triennale 2014 Maxxx di Sierre (CH), alla GAM di Torino, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, al PAV e allo spazio e/­static di Torino, al Lousiana Museum of Modern Art di Humlebæk (DAN), allo spazio Dogana di Genova, alla Biennale di Lione (F), allo spazio Care of di Milano, all’Autograph ABP di Londra (GB).

� www.alessandroquaranta.it

Jonathan Vivacqua

Jonathan Vivacqua (Erba, 1986) si diploma all’Accademia di Brera di Milano nel corso di pittura tenuto da Alberto Garutti. Il suo linguaggio prevede l’uso di materiali solitamente estranei alla tradizionale pratica artistica come gomme, gessi, resine, corde, bitume, ferro e colori sintetici. I suoi lavori sono stati esposti allo Space Bar di Taegu (Corea), al MAN di Nuoro (NU), alla Torre Medioevale di Corbetta (MI), al Museo d’Arte Contemporanea di Lissone (MI), al Museo di Casso (PN), al Museo MACC di Calasetta (CI), al padiglione danese a Venezia, alla Carrozzeria Margot di Milano e ad Artissima Lido a Torino.

� www.jonathanvivacqua.com

Pusole e Visentin portano avanti autonome carriere artistiche. La loro collaborazione per il lavoro installativoperformativo Machine MMLF ∞ V14TY risale a soli pochi mesi fa.

Pierluigi Pusole

Pierluigi Pusole (Torino, 1963) ha iniziato a esporre nel 1986 e da allora ha partecipato a importanti rassegne come la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma. Ha inoltre esposto in importanti musei come la GAM di Torino, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Marino, la Galleria di Arte Moderna di Bratislava (SLO), il Museo Pecci di Prato, la Galleria Civica di Bologna.

Walter Visentin

Walter Visentin (Torino, 1969) lavora cercando i materiali con cui realizza le proprie installazioni nelle discariche spontanee che sorgono nelle periferie cittadine. Ha esposto alla Reggia di Venaria, alla Secondome gallery di New York (USA), alla Galerie Italienne di Parigi (F), alla galleria Maze di Torino, ai Giardini della Biennale di Venezia e al Castello di Rivoli.

� www.waltervisentin.com


Passi Erratici a cura di

Stefano Riba

artisti

Fabio Battistetti Brave New Alps Francesco Del Conte Enrico Gaido (Portage) Luca Giacosa Marina Girardi How We Dwell Laura Pugno Pierluigi Pusole Alessandro Quaranta Walter Visentin Jonathan Vivacqua

testi

Stefano Riba

design

Paolo Berra Claudia Polizzi

Mostra e catalogo realizzati con il sostegno della Compagnia di San Paolo nell’ambito del Programma Torino e le Alpi. Responsabile del Programma: Massimo Coda Festival Torino e le Alpi: Francesca Gambetta (responsabile), Sara Leporati, Paola Sabbione

stampa carta

Lanarepro – Lana (BZ) Fedrigoni Saville Row Plain Dark Grey 200 gr Polyedra Munken Pure 100 gr Fedrigoni Woodstock Camoscio 140 gr

Finito di stampare nel mese di settembre 2014


Profile for Passi Erratici

Passi Erratici 2014 - Monviso  

Passi Erratici is a contemporary art show held yearly in Turin at Museo Nazionale della Montagna in the frame of the festival “Torino e le A...

Passi Erratici 2014 - Monviso  

Passi Erratici is a contemporary art show held yearly in Turin at Museo Nazionale della Montagna in the frame of the festival “Torino e le A...

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