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IL MAGAZINE DEGLI STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ DI VERONA

REDAZIONE@PASSVR.IT WWW.PASSVR.IT

ANNO 7 / NUMERO 26 / FEBBRAIO 2012

IN QUESTO NUMERO 6 / BESTIARIO

12 / LA BANALITÀ DELL’ATEO

17 / I LIBRI DEI PROF

7 / AMNESTY INTERNATIONAL

13 / ANDIAMO A TEATRO

18 / A MEXICAN STANDOFF

10 / ENZO DAL VERME

14 / SUONIAMOCELE

19 / MAI UNA GIOIA PER JESSIHA


SOMMARIO

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PASSATENEO primo piano / intervista a Mario Allegri tre voci, tante idee: parlano i rappresentanti degli studenti bestiario / piccolo breviario per matricole

PRIMO PIANO

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PASSWORLD Amnesty International / intervista a Marco Tirozzi occupy Wall Street: il coraggio di opporsi al sistema conversazione con lo scrittore Ludovico Terzi intervista al fotografo Enzo Dal Verme Salvatore Borsellino incontra i giovani l’arrogante banalità dell’ateo

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PASSATEMPO andiamo a teatro / premio scenario / card 26

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Flessibilità non è una parola che mi spaventa. Contratto a tempo determinato non è una condizione che mi dispera. C’è qualcos’altro che può causare reflusso gastrico: ad esempio lavorare gratis per aziende e vattelapesca che sostengono sia normale portare a casa il gruzzolo ogni 6 o 7 mesi (forse). Riescono a farti sentire in colpa e a disagio per il fatto di chiedere quello che ti spetta. Ti trattano come un piccolo alieno caduto da Saturno quando, coraggio in spalla, gli dici quello che pensi e alzi i tacchi. Lo fanno senza guardarti negli occhi, sogghignando, mangiando un mandarino. Piccoli uomini. Lo fanno dicendoti che “sei troppo sensibile rispetto al tipo di sistema in cui si vive”. Flessibilità non è una parola che mi spaventa. Anche dignità e consapevolezza mi garbano parecchio.

MARTA POLI

DI LUCA RIZZOTTI

musica / suoniamocele / rock on babe libri e dintorni / cosa leggono i prof cinema/ a mexican standoff / il regista a due teste mai una gioia per la Jessiha / la teoria dei neuroni FIDA / appuntamenti

17-1463 TANGERINE TANGO

/ 2012 PANTONE COLOR OF THE YEAR

Registrazione Tribunale di Verona N° 1825 R.S. del 27/02/2009 Direttore responsabile: Claudio Gallo Proprietario: Juliette Ferdinand Caporedattrice: Marta Poli Redazione chiusa il: 10 febbraio 2012 HANNO SCRITTO: Federica Rosa, Sara Ferri, Carolina Pernigo, Marco Polimeni, Federico Longoni, Anna Pini, Roberto Melchiori, Nicola Piccinelli, Marta Poli, Marco Stizioli, Antonella Sartori, Francesca Martinelli, Sonia Trovato, Dario Saltari, Stefano Soardo, Claudia Rizzo, Letizia Vallini, Tommaso Giari. ILLUSTRAZIONI: Giacomo Bagnara (pp. 6 - 11 - 18) _ flickr.com/photos/elbluo Caterina Bianchetti (pp. 19 - 20) _ caterinadisegna.blogspot.it Andrea Dalla Val (pag. 13 - 14) _ mecenatelab.com Pietro Mazza (pp. 8 - 12) _ cargocollective.com/pietromazza Umberto Mischi (pp. 9 - 10) _ umbertomischi.com PROGETTO GRAFICO: Ivan Manara _ 16communication.it IN COPERTINA: “Athanor” di Mater Totemica _ totemica.blogspot.it STAMPA: Tipografia CIERRE - Sommacampagna (VR)

Copyright: le condizioni di utilizzo di testi e immagini, laddove è stato possibile, sono state concordate con gli autori. Tutti i diritti sono riservati, testi, grafiche e fotografie sono coperte da copyright. Ogni copia degli stessi è illecita. Si ricorda che il contenuto del singolo articolo non definisce il pensiero della redazione e dell’editore. Grazie a tutti coloro che hanno collaborato, ma che sono stati dimenticati nei ringraziamenti.

A distanza di pochi mesi dalle primarie del centrosinistra, il candidato Mario Allegri ci ha concesso un piccolo scambio di battute ad ampio respiro sullo scenario politico e sociale che stiamo vivendo. Negli anni del boom economico, dove a grandi linee si intravedeva chiaramente la dicotomia operaio-industriale e operaio-borghese, era possibile ricondurre l’elettore ad una classe sociale d’appartenenza. Ma l’elettore del 2012 in quale gruppo può sentirsi rappresentato? Un gruppo sociale, economico, regionale? Un gruppo sociale non più, credo; dagli anni 50-60 ad oggi c’è stata una polverizzazione in termini di elettorato che ha messo in difficoltà gli stessi partiti. Oggi tutto è stato rivoluzionato e si ha avuto una frammentazione enorme. Gli stessi gruppi politici che vincono e che hanno avuto maggior successo sono stati quelli che hanno usato parole d’ordine molto semplificate ma dirette. Per un giovane è più facile sentire il fascino di gruppi come Forza Nuova che

IL PASS, A FEBBRAIO, SI TINGE DI

EDITORIALE

MARIO ALLEGRI

PRODOTTO CON IL CONTRIBUTO DELL’UNIVERSITÀ DI VERONA

con quelle parole d’ordine, per quanto volgari, offrono quella chiarezza d’identità che nessun partito dell’arco parlamentare può oggi offrire. Quale identità ha oggi un partito come il Pd, come quello di Fini, o il partito-azienda di Berlusconi? Esistono i partiti che hanno un’identità fortissima come rifondazione comunista o i marxisti e leninisti ma che non hanno alcuna speranza di far breccia negli elettori. Non le chiederò i passaggi e i dettagli della Sua campagna elettorale, visto che è già stata negli ultimi mesi al centro dell’attenzione pubblica. Quindi cambiando rotta alla nostra intervista la porto sul terreno che è stato per Lei motivo di vita in tutti questi anni: l’Università. A riguardo Le chiedo: andrebbe tolto il valore legale al titolo di studio? Andrebbe tolto. Credo che l’unica riforma scolastica che possa agire e rivoluzionare il sistema universitario in generale in Italia sia l’abolizione del valore legale. Dopo questo, immediatamente, metà delle università sparirebbero e le altre, per forza di cose, sarebbero obbligate ad assumere a contratto, anche direttamente e senza concorsi nazionali, la gente migliore. E i docenti migliori potrebbero essere pagati più giustamente in base a quello che riescono a fare. In America c’è un mercato dell’istruzione che porta i professori più validi alle cattedre di università prestigiose e qualitativamente alte. Oggi, una volta entrato nell’università italiana, hai la certezza di restarci per tutta la vita e questo implica indubbiamente grandi problemi, anche in vista di un modello scolastico che premia la qualità e il merito nell’insegnamento. E avverrà prima o poi questo cambiamento? Assolutamente no. Non avverrà mai.

Siamo nel 1905 e Bernard Shaw nella sua opera “Il maggiore Barbara” scrive: -Non sa niente, crede di saper tutto. Questo fa chiaramente prevedere una carriera politica. Crede che sia passato più di un secolo da questa frase? No, è attualissima, scritta due minuti fa. Sembra che una delle condizioni preliminari per far politica sia essere all’oscuro dei problemi della città, non avere nessuna esperienza e formazione culturale -abbiamo la classe dirigente e politica più ignorante dell’occidente- e soprattutto essere mossi da un fortissimo interesse personale. La politica è diventata un’occasione di carriera. Abbiamo esempi di politici che non hanno mai lavorato e infatti non conoscono i problemi del mondo del lavoro e interpretano la politica non come occasione di crescita dell’individuo nella società, ma come una rendita personale. Se Mario Allegri fosse il protagonista di un romanzo, quale personaggio romanzato gli potrebbe dare voce e spirito oggi, in questa fase della sua vita? Ci sono tre personaggi. Quello da cui mi sentirei proprio rappresentato è il Johnny di Fenoglio, è un personaggio borghese, ma che conosce lo spirito del sacrificio e dell’impegno. Poi credo che oggi ci vorrebbero anche tantissimi Carlino Altoviti, personaggio di Nievo: persone estremamente consapevoli dei propri limiti ma che tentano di superarli, ed è questo il bello, in una logica collettiva e non individuale. Per ultimo anche Pierre Bezuchov che sul finale di Guerra e Pace risorge dalla distruzione di un paese consumato dalla guerra. Sono tre personaggi che, pur in maniera diversa, escono dalle macerie di qualcosa. Sì, sono personaggi che escono dalle macerie con spirito costruttivo e di sacrificio. Da questo punto di vista è nato il mio impegno. Io che vi ho sempre detto a lezione: “Non dovete rifiutare l’impegno se vi chiamano, se vi domandano”. Poi altri, ricordandosi queste parole, sono venuti da me dicendo: “Hai sempre detto così, adesso tocca a te”. Ed è in questo modo che mi sono fregato con le mie stesse mani. (sorride)

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3 VOCI, TANTE IDEE PARLANO I RAPPRESENTANTI DEGLI STUDENTI DI MARTA POLI E FEDERICA ROSA

Intervista a Omar Rahman, Presidente di Azione Universitaria Verona e del Consiglio degli Studenti. Omar, dopo le dimissioni di Giulia De Guidi dall’incarico di Presidente del Consiglio Studenti, a dicembre si sono tenute le nuove elezioni interne al Consiglio per nominare il sostituto. Il ruolo è spettato a te. La tua lista, Azione Universitaria, ha ottenuto il 13,31% alle scorse elezioni, mentre Student Office era quella di maggioranza con il 44,56%. Gli elettori non si troveranno un po’ disorientati rispetto a questi cambiamenti? Rispondo con i fatti: è stato un anno in cui ho dimostrato di potermi misurare con questa responsabilità. Se così non fosse stato, avrei rifiutato di certo.

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Per cosa ti sei battuto ad esempio? Sono stato il primo rappresentante a rivolgermi all’amministrazione comunale dopo la chiusura del parcheggio Santa Marta, ottenendo, grazie alla collaborazione dell’assessore Corsi, l’apertura di un nuovo parcheggio in Via Bassetti, certo non vicinissimo, ma siamo riusciti ad avere tariffe piuttosto basse e agevolazioni particolari tramite l’Esu. Mi ero poi opposto all’abbattimento della palazzina 32 di Economia, che sorgeva all’interno della caserma Passalacqua, ristrutturata solo un paio di anni fa e costata all’università 1 milione di euro circa. Inoltre, con la mia lista abbiamo organizzato una serie di incontri, ad esempio il primo convegno in memoria di Sergio Ramelli, militante di destra ucciso negli anni Settanta.

Intervista a Federico Benini, rappresentante per Udu per dialogo e partecipazione nel Consiglio degli Studenti Pare che il CUSL stia chiudendo. Che novità ci sono in proposito? Come tutti sanno la Cooperativa Universitaria CUSL "Il Sentiero" forniva a prezzi vantaggiosi libri, dispense, servizi di fotocopisteria e cancelleria. Ma forse non era noto che tale libreria, il cui indirizzo civico corrisponde allo stesso dell’Associazione Rosmini, occupasse gratuitamente uno spazio di proprietà dell’Esu e che dall’Esu riceveva lauti finanziamenti. A dicembre si è tenuto il consiglio per l’approvazione del bilancio preventivo 2012. Tra le voci spiccava

Verona. Molte volte non è così. Ma questo è anche colpa di noi giovani. Cosa intendi? Mi riferisco al fatto che si sente parlare sempre di diritti, ma quasi mai di doveri. Manca un vero senso di responsabilità su più fronti. A proposito di responsabilità, cosa pensi di tutti quei rappresentanti che una volta eletti spariscono nel nulla? Molti non sono nemmeno rintracciabili via mail. Purtroppo succede. Questo perché molte candidature non sono motivate, ma rispondono a manovre strategiche di movimenti extra universitari che stanno dietro alle liste.

Omar Rahman Quali saranno invece i passi futuri? Insieme al Prorettore Campedelli e con la collaborazione dell’Esu stiamo studiando una proposta da sottoporre all’attenzione di Confindustria, con l’obbiettivo di creare dei canali diretti tra gli studenti laureandi e il mondo del lavoro. Tra le altre cose, si leggevano proprio sui giornali di questi giorni articoli sugli interventi di monitoraggio che la Guardia di Finanza ha operato all’Università Ca’ Foscari, relativamente a tasse e borse di studio degli studenti. Penso che sia molto importante questo aspetto e auspicherò sempre maggiori controlli.

Tu fai parte della lista di Azione Universitaria. Come vi presenterete alle prossime elezioni? Il simbolo è sempre un’arma a doppio taglio: può attirare l’interesse di chi già si sente vicino ad una realtà come quella del PDL giovanile, ma anche respingere tutti coloro che hanno altri riferimenti politici. Ma per noi non è mai stato un problema dichiarare la nostra identità politica, contrariamente a quanto avviene in altre liste. Per le prossime elezioni vedremo se riconfermare questo assetto o creare una coalizione più eterogenea. Dobbiamo operare per il bene degli studenti e per farlo è più importante guardare ai fatti che ai partiti.

Cosa manca all’Università di Verona? Manca il senso di appartenenza, manca il concetto di comunità universitaria. Uno studente deve sentirsi orgoglioso di studiare e laurearsi a

Cosa ti auguri per i prossimi mesi? Mi piacerebbe che le varie forze all’interno dell’Università iniziassero davvero a dialogare. Ci sono differenti posizioni politiche e ideologiche. Ma dovremmo sforzarci di creare autentici spazi di confronto tra le parti. Noi Rappresentanti, gli Studenti, i Docenti e anche i Presidi.

una cifra di 5.000 euro destinata alle spese per l’editoria e quindi presumibilmente destinata al CUSL, come del resto succedeva negli ultimi anni.

servizio autonomo di prestito libri. Inoltre, le mansioni ora svolte dai volontari del CUSL, potrebbero essere affidate agli studenti delle 150 ore.

In poche parole: una libreria che riceveva soldi da un ente pubblico? Proprio così, questi finanziamenti giustificavano l’applicazione di sconti molto più alti rispetto a quelli di altri esercizi della zona (15% del CUSL, contro il 10% delle altre librerie), facendo di questo una vera e propria forma di concorrenza sleale.

Cambiamo argomento. Nel Marzo 2011 si sono avute le dimissioni di Giulia DeGuidi, Presidente del Consiglio degli Studenti, eletta tra le file di Student Office. Qual è la situazione ora? Dopo diverse convocazioni del Consiglio, è stato eletto il nuovo Presidente, Omar Rahman, di Azione Universitaria Studenti per le Libertà. Siamo di fronte a un dato di fatto: Omar è stato eletto con meno di ¼ dei consiglieri (10 voti su 45), senza dimenticare che Azione Universitaria Studenti per Le Libertà aveva ottenuto il 13,31%

Quali sono state dunque le proposte alternative? L’ESU erogherà un fondo di 55.000 euro per un

Federico Benini alle elezioni, contro il 44,89% di Student Office e il 27,79% dell’Udu per dialogo e partecipazione. Ad ogni modo, l’esperienza con l’Udu non sembra aver

risposto alle aspettative iniziali. Che ne pensi? Udu è una realtà nazionale. Purtroppo a Verona non è ancora così radicata e di questo bisogna prenderne atto. Penso che per le prossime elezioni, che si terranno a Dicembre 2012, sia necessaria una riflessione con tutte le forze riformiste e democratiche presenti in Università con lo scopo di recuperare un’identità più legata alla nostra realtà. Certamente l’Udu sarà coinvolta in questo progetto, ma sarà un interlocutore che avrà lo stesso trattamento degli altri. Le aspettative iniziali di una lista sono speculari ai voti che prende. Credo, pertanto, che la lista di maggioranza relativa (Student Office) in conseguenza del fatto che non ha presentato una sola proposta a favore degli studenti nella durata di questo mandato e ha visto il presidente da lei eletto e militante in tale lista dimettersi dopo qualche mese dalla sua nomina (dopo aver presieduto solo due consigli), abbia fortemente da interrogarsi sul suo futuro e sul suo rapporto con gli studenti universitari.

Intervista a Walter (detto Wudy) Riviera, Rappresentante per Debug in Consiglio di Facoltà e Consiglio degli Studenti Quali sono le proposte che state portando avanti a Scienze con Debug? Cosa avete ottenuto? A Scienze abbiamo due obiettivi: creare e migliorare i servizi per gli studenti e rendere l'ambiente universitario più accogliente ed amichevole possibile. Le iniziative realizzate fino ad ora riguardano infatti attività di coinvolgimento pubblico come il Cinema in Uni, il rinfresco di Natale, la festa di fine anno e attività di rappresentanza vera e propria, come le Assemblee di Facoltà per la raccolta delle critiche o la divulgazione di aggiornamenti, la creazione di un database multimediale del materiale didattico di ogni corso, comprensivo di registrazioni delle lezioni, messo a disposizione di ogni studente (obiettivo a cui stiamo lavorando) e ovviamente l'indispensabile e costante dialogo coi docenti. Tutto questo poteva sembrare inizialmente difficile o addirittura utopico. Invece ci tengo a sottolineare che per il 90% delle conquiste degli studenti di Scienze non si è fatta alcuna battaglia: è bastato chiedere! Quali sono le maggiori urgenze, secondo te, ad oggi? L'urgenza è quella di migliorare e per farlo è necessario che ognuno di noi prenda coscienza di

Le prossime elezioni, appunto. Cambierà anche il Rettore, vero? Sì, i nomi più probabili sono ad oggi quello di Sartor Nicola, Ordinario di Scienze delle Finanze qui a Verona, che nel 2006 fu anche Sottosegretario dell’Economia e quello di Bettina Campedelli, Ordinaria di Ragioneria 3. Non nascondo di avere una certa simpatia per Sartor. E invece cosa puoi dirci sulla “questione parcheggi”? Al Passalacqua ormai si contano circa 150 posti, destinati a diminuire ancora. Nell’aprile 2011 il Consiglio degli Studenti aveva votato all’unanimità la mia proposta di riservare parcheggi per gli studenti in Via città di Nimes, vicino alla stazione, garantendo un servizio di navetta verso l’Università. Il tutto cercando di offrire il servizio a costi sicuramente inferiori rispetto alle tariffe degli ultimi tempi. Al momento la situazione si è un po’ arenata, speriamo di avere qualche buona novità quanto prima.

partito/lista.

Walter “Wudy” Riviera chi è e di cosa può fare. La situazione attuale rileva una forte diffidenza da parte degli studenti nei confronti dei rappresentanti. Molti si lamentano tra i banchi e nei corridoi, ma si dimenticano poi di farlo nei luoghi e nei modi adatti. Un disinteresse simile è spesso tenuto in ambito di rappresentanza. Ad esempio quando accade che non sia la voglia di migliorare che spinge le persone a candidarsi, ma l'interesse a far crescere il numero di seggi ottenuti da un particolare

A tal proposito, tu sei uno dei fondatori dell'unica lista studentesca slegata da qualsiasi movimento esterno all'università. Trovi che questo sia un vantaggio o uno svantaggio? Perchè questa scelta? Quando mi sono candidato l'ho fatto proprio perchè non tolleravo l'idea di vedere avanzare fenomeni come quello descritto poco sopra. Io ed altri ragazzi abbiamo creato Debug evitando di ricondurci a loghi di partito. Il nostro interesse consisteva nel riportare al Preside e ai docenti le varie problematiche degli studenti e contribuire a trovare delle soluzioni. Questo è stato possibile anche grazie all’utilizzo attivo di uno spazio prima in disuso quale l'ufficio rappresentanti, oggi frequentato da un gran numero di studenti che vengono a segnalare problemi di didattica. Il risultato di questo approccio è che Debug, in soli due anni d'esistenza, ha permesso alla Facoltà di Scienze di piazzarsi al primo posto per la percentuale di affluenza di elettori. La maggior parte degli attuali rappresentanti dell’intero Ateneo è stata eletta con meno di 20 voti su facoltà di 2000 persone in media! Offrire alternative di rappresentanza non politicizzata non dovrebbe esser cosa difficile. Tutto questo conferma e dimostra l'inutilità, a mio parere, della politica legata ai partiti nell'Università.

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BESTIARIO

PICCOLO BREVIARIO

AMNESTY INTERNATIONAL INTERVISTA A MARCO TIROZZI, ATTIVISTA DEL GRUPPO LOCALE DI VERONA DI FEDERICA ROSA E MARTA POLI

PER MATRICOLE

DI MARCO POLIMENI Cos’è Amnesty International? Di cosa si occupa e quando nasce?

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iao, e benvenuto nella tua Università. Ok, ok, loro Università. Del resto, con le tue tasse non ci paghiamo nemmeno i gessi per le aule, mentre con i soldi della Banca Popolare abbiamo sempre qualcosa di nuovo. Ora, per esempio, ai due ingressi del Polo Umanistico ci sono due schermi con grafica orrenda che ti informano su tutto ciò che accade, facoltà per facoltà. Ah, non li avevi visti? Ti conosco, mascherina! Sei uno di quelli. Adesso dimmi che non ti sei nemmeno accorto delle stampanti a disposizione di tutti, nelle varie aule informatiche. Come dici? Trovi che senza la carta non te ne fai niente delle stampanti. Questo perché non hai il minimo gusto per l’arredo. Devi sapere che la tua non è una semplice università, ma un piccolo mondo incantato, custode di segreti talvolta agghiaccianti e talvolta meravigliosi. C’è un posto, nello scantinato del chiostro di Storia Economica, dove vive il Budino Madre, un grosso agglomerato di circa sei metri dalla forma indefinita le cui secrezioni sono utilizzate per dar vita ai budini che tutti i giorni consumi in mensa. Sì, dar vita. Non te ne eri accorto? Pare che i budini della mensa siano un particolare tipo di batterio originariamente creato durante la Guerra del Golfo, resistente a qualsiasi anticorpo, capace di cambiare totalmente la personalità di una persona, fino a spingerlo ad

iscriversi a Lettere o, peggio, Filosofia. Del resto, il calo delle iscrizioni alle Facoltà Umanistiche in qualche modo andava combattuto. Ti sei mai chiesto, poi, perché i bagni del secondo e terzo piano del Polo Zanotto siano sigillati? Credi ancora che siano semplicemente riservati ai professori? Sembrerebbe che lì dentro ogni 14 di novembre lo spirito di Mauro Repetto si svegli per celebrare il compleanno di Max Pezzali e, in stato di trance, componga madrigali drammatici, la cui interpretazione porterebbe alla scrittura di tutti gli oroscopi del mondo. Devi sapere, poi, che le polpette del bar altro non sono che tutto il didò che la nostra generazione ha scaricato per sbaglio nelle fogne e che Greenpeace ha recuperato per poi mettere all’asta. La Serenissima non perde mai occasioni così ghiotte. Per quanto riguarda le finestre del secondo piano, perennemente sigillate, pare che ciò sia dovuto a una battaglia con Venezia risalente al 1741, anno dell’invenzione del super liquidator. E l’uscita d’emergenza che collega il chiostro alla Frinzi? Uno Stargate. Sì, la Frinzi e il chiostro distano circa ottomila chilometri. Passerò ora in rassegna quanto di magnificente offre questa Università a una matricola che come te ha scelto saggiamente di iscrivervisi: 1. Posti per lo studio ovunque: solo spesso ci capita di perdere di vista il concetto di tri-

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dimensionalità (mai che si sfruttino soffitti e pareti) Università come palestra di vita: un normale pranzo del lunedì, ore 12 e 30. Fame bestia, dopo un’intera mattina passata sui libri. Risultato? Venti minuti a riflettere, in piedi, vassoio in mano, mentre i professori, stoici, approfondiscono (lavorano anche durante la pausa), uno alla volta, il concetto di solitudine nella sproporzionatissima area a loro riservata. Ho davvero scritto sproporzionatissima? Fandonie. Pare che il progetto di tale spazio appartenga al nonno di Heidi, il vecchio dell’alpe. Nessun pregiudizio, di nessuna forma e così, per esempio, il pangasio in mensa è libero di sguazzare nel tuo piatto dopo una vita di stenti a ingurgitare rifiuti sui fondali dei fiumi asiatici. Due bancomat, non si sa mai che in uno finissero i soldi. Il meraviglioso tentativo di ricreare il clima dell’Amazzonia con l’obiettivo recondito di accoglierne, un giorno, le specie a rischio di estinzione. In tutto il corridoio del secondo piano (sì, quello senza finestre) due prese ogni due tavoli, una ogni sei posti. Nella biblioteca Franco Riva tre o quattro in tutto e in Frinzi...che c’entra la Frinzi? La Frinzi è un atelier.

Amnesty International è un’Organizzazione non governativa indipendente, fondata dall’avvocato inglese Peter Benenson che nel Maggio del 1961 lanciò, dalle colonne del periodico di Londra The Observer, un appello per l’amnistia per due studenti portoghesi condannati a sette anni di prigione per aver brindato alla libertà. L’adesione entusiasta di migliaia di persone convinse Benenson a trasformare quella campagna in ciò che sarebbe divenuto il più importante movimento globale di attiviste e attivisti per i diritti umani. Dagli anni ‘60 ad oggi l’associazione ha ampliato molto il suo mandato e la sua visione è quella di un mondo in cui ad ogni persona vengano riconosciuti i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani stilata nel 1948. Amnesty svolge campagne internazionali e nazionali su paese o su tema, coinvolgendo il movimento a tutti i livelli e utilizzando le più diverse tecniche per fare pressione sui governi violatori: invio di appelli e di azioni urgenti, contatti con le ambasciate, organizzazione di eventi pubblici, attività di lobby presso i governi e le organizzazioni internazionali, iniziative ad hoc per stimolare l’attivismo, raccogliere fondi e sensibilizzare la popolazione sui temi delle campagne. Quali sono state le vostre ultime campagne? Le campagne seguite dal gruppo di Verona sono: (((IO PRETENDO DIGNITÀ))), che si fonda sul concetto PIÙ DIRITTI = MENO POVERTÀ; “Mai più violenza sulle donne” relativa alle violazioni dei diritti delle donne; “No alla pena di morte”, in quanto è una punizione crudele, inumana e degradante; “Per un’Europa senza discriminazione”, per combattere la persecuzione, l’esclusione e la discriminazione sulla base di sesso, razza od origine etnica (come nel caso degli sgomberi forzati dei rom in Europa); nazionalità, religione, orientamento sessuale - come i diritti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e trans gender) -, di genere o su altri aspetti relativi all’identità e alla coscienza di ogni individuo. Inoltre, il gruppo, partecipa alla Coalizione italiana “Stop all’uso dei bambini soldato” e si attiva in occasione di azioni urgenti lanciate dalla Sezione Italiana.

rante i puntuali appuntamenti del nostro calendario di attività nel centro città con banchetti di raccolta firme. In queste occasioni è difficile che si fermino presso il nostro stand molte persone che non conoscono già l’associazione. Del resto, queste giornate sono ideali per mantenere vivi i contatti con quei soci storici che ogni anno ci vengono a trovare per tenersi aggiornati sulle nostre attività. Altre volte, collaborando con locali della zona universitaria, sono venute persone che, attratte dal momento di musica live, hanno apprezzato molto la nostra presenza. Infine, dovendo fare un bilancio, credo che la risposta dei veronesi sia stata e continui ad essere positiva. Per noi un evento ha avuto successo anche se solo una persona in più dimostra interesse e dà sostegno alle attività di Amnesty, perché vuol dire che, in qualche modo, la sua consapevolezza dell’importanza dei diritti umani sta crescendo.

Quali sono i compiti del gruppo locale di Amnesty? I Gruppi locali rappresentano a tutti gli effetti Amnesty International nelle città e sono punto di riferimento per una crescita di coscienza rispetto al tema dei diritti umani a livello locale. Sono organizzati in riunioni periodiche, svolgono attività legate alle campagne dell’associazione, alla raccolta fondi, all’educazione ai diritti umani; inviano lettere di pressione, organizzano eventi, intrattengono contatti con i media locali e partecipano alle manifestazioni coordinate a livello nazionale. Com’è la risposta della popolazione autoctona? Dipende molto dai destinatari delle attività e dal contesto in cui il gruppo si trova ad operare. Solitamente, se si ha modo di spiegare chi è e cosa fa Amnesty la gente si dimostra interessata. In particolare, negli ultimi mesi siamo stati invitati a moderare alcune assemblee studentesche dove l’attenzione e la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze è stata elevata. Un’altra occasione in cui abbiamo avuto un grande successo, anche in termini di raccolta fondi, è stato il Job&Orienta di quest’anno. Diversa è, invece, la situazione che si verifica du-

C’è una causa di Amnesty International che ti sta particolarmente a cuore? Personalmente, nel corso di questo nuovo anno di attivismo, sto dedicando sempre più tempo all’educazione ai diritti umani, che rappresenta una parte fondamentale dell’attività di Amnesty. Aiutare le persone a comprendere i diritti umani e a diventare consapevoli nel loro rispetto e difesa è uno dei presupposti della mission di Amnesty. Il gruppo locale di Verona può contare su un efficiente gruppo EDU che si occupa di coordinare tutti gli incontri e le iniziative svolte in collaborazione con le scuole, dalle elementari alle superiori, che ci contattano periodicamente. Ogni appuntamento nasce dallo spunto di un film o di una richiesta di uno studente o di un insegnante, relativa alle violazioni dei diritti umani nel mondo. Secondo il mio parere, l’obiettivo da perseguire in tali occasioni è suscitare in chi partecipa la curiosità e l’interesse ad approfondire la questione: quando l’incontro termina con un dibattito, è per noi un ottimo risultato! Contatti Il GRUPPO di Verona ha sede in via Gela 11, Verona. Seguici su facebook o al nostro sito: www. amnestyverona.altervista.org Per info: gr029@amnesty.it – 340/7359863

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CONTRO

IL CAPITALISMO

OCCUPY WALL STREET: IL CORAGGIO D’OPPORSI AL SISTEMA

LODOVICO TERZI A PROPOSITO DEI SUOI DUE ANNI SENZA GLORIA

DI SARA FERRI

DI SONIA TROVATO

“Una vera rivoluzione di valori presto guarderà con disagio l’eclatante contrasto tra povertà e ricchezza. Con retta indignazione guarderà verso i mari e dirà: non è giusto…” Martin Luther King

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CONVERSAZIONE CON

’è un argomento che ormai da tempo monopolizza i telegiornali e le testate dei quotidiani di tutto il mondo, ed è quello della crisi economico-finanziaria che sta attraversando la nostra società. Ogni giorno veniamo martellati di notizie sull’andamento della borsa e dei principali titoli bancari, sentiamo continuamente parlare di differenziale di rendimento tra titoli di stato italiani e tedeschi: è rimasto ancora qualcuno che non sappia cosa sia lo spread? Abbiamo la competenza lessicale di un analista finanziario, ma non lavoriamo a Wall Street e nemmeno a Piazza Affari. Ammettiamolo: ma a noi che importa dell’andamento dello spread? Che salga o che scenda, non cambierà la nostra condizione di cassintegrati, o precari, oppure neolaureati alla disperata ricerca di un lavoro. Ecco perché, a mio avviso, un movimento come Occupy Wall Street, nella sua atipicità, ha riscosso ovunque tanta simpatia e altrettanti consensi. L’origine del movimento è piuttosto

spontanea: la scorsa estate una rivista canadese anti-consumismo, “Adbusters”, lancia l’idea di un’occupazione pacifica di Wall Street per protestare contro l’impunità delle banche e la monopolizzazione della ricchezza da parte dei gruppi di potere. L’appello dà vita alle prime occupazioni a Manhattan, ispirate ai moti di piazza che hanno portato alla Primavera Araba. Una caratteristica di OWS (Occupy Wall Street) è che non ha leader riconosciuti e nemmeno un programma a cui rifarsi: al motto di “We are the 99%” gli aderenti ribadiscono che la loro è una protesta dovuta al fatto che l’1% della popolazione controlla tutta la ricchezza, a discapito del restante 99%. Il riferimento ideale di chi è sceso in piazza a favore di quest’iniziativa è la critica di fondo allo strapotere del capitalismo finanziario e l’aspirazione ad una società più giusta. Ciò che soprattutto colpisce è che OWS non è un movimento politicamente ideologizzato: al suo

interno si muovono anime diverse, padri e figli, gente di ogni appartenenza e cultura che manifesta pacificamente per lo stesso motivo. Un mese dopo il suo lancio, più di novecento città in tutto il mondo hanno ospitato le proteste degli affiliati alla causa di OWS, a testimonianza della crescente ondata di rabbia per le perpetrate ingiustizie sociali ed economiche. Indubbiamente il grande merito del movimento è stato quello di aver spostato l’attenzione dai problemi della finanza globale a quelli reali che coinvolgono i cittadini in prima persona: l’iniqua redistribuzione della ricchezza e il conseguente aumento delle disuguaglianze sociali, della povertà, del divario tra ricchi e poveri, che questa crisi ha contribuito ad accentuare. OWS ha lanciato un dibattito che durerà più della protesta in sé: sta ad ognuno di noi fare in modo di tenerlo vivo.

odovico Terzi, 86 anni, parmigiano, è scrittore e traduttore di importanti firme della letteratura inglese. Due anni senza gloria (Einaudi) è una rievocazione del clima incandescente del biennio 1943-1945 dal punto di vista di un diciottenne borghese che risponde alla chiamata alle armi. Accolto con unanime entusiasmo dal pubblico e dalla critica, il memoir dipinge, con stile asciutto e diretto, una delle tante sfumature della “zona grigia” di cui parlò Primo Levi. Nell’incipit Lei si chiede “Come rievocare l’atmosfera di quell’anno”, esprimendo una difficoltà a ricollegarsi a quei “due anni senza gloria”. Per quale motivo ha tenuto questa confessione in gestazione per settant’anni? Non ho inteso fare nessuna confessione, nessuna apologia, nessuna autocritica, ma solo ricordare lo scenario in cui si svolsero gli avvenimenti di quegli anni. Il mio amico Carlo Fruttero, nel suo recente libro di ricordi Mutandine di chiffon, parla anche di me e della mia storia. A quel punto mi sono sentito invitato a raccontarla personalmente. La sua testimonianza dimostra come il regime vivesse non solo del consenso silenzioso della maggioranza analfabeta o dei manganelli degli squadristi, ma anche e soprattutto dell’apporto di professionisti e funzionari - quali erano suo padre o i suoi zii - di “impronta liberale, illuminata e tollerante”. Come poteva questa matrice liberale convivere con una dittatura? Nel biennio ’19-’20, come conseguenza diretta della Rivoluzione russa, ci fu una sorta di guerra civile in Italia e il Fascismo nacque lì. Nel partito fascista confluì poi il partito nazionalista e questo contribuì a rappresentare il nascente regime come il difensore dei valori patriottici, ai quali i giovani di allora, soprattutto se reduci della Grande Guerra, come mio padre, erano molto attaccati. Nel Suo scritto Lei sostiene di aver abbandonato l’idea di disertare e partecipare alla Resistenza in seguito alle lettere di sua madre, per la quale un gesto simile avrebbe rappresentato un affronto alla memoria di Suo padre. Sua madre, poco dopo quello scambio epistolare, morì. Perché a quel punto non disertò?

Non avrei saputo come fare. Il mio amico Alvaro, con il quale avevo progettato di fuggire, se n’era andato ed era lui ad avere i contatti con gli ambienti antifascisti. Inoltre io dopo quelle lettere avevo preso una risoluzione che non mi sentivo di poter cambiare, anche per una sorta di fatalismo. Pensai di dover seguire il mio destino, e che l’importante fosse non fare del male a nessuno.

Certamente fu il risultato delle nuove idee che circolavano nel dopoguerra, delle letture, dei contatti umani. La mia formazione culturale avvenne in quel periodo. Non ho mai pensato di dover pagare un dazio per una situazione più grande di me in cui mi trovai a diciott’anni.

Dopo aver avuto la Sua “casa in collina” nella Scuola per Allievi ufficiali, all’indomani della fine del conflitto si tesserò e militò nel P.C.I, come molti altri intellettuali. Quella militanza fu il risultato di una “concezione politica o etico-politica precisa”, quale non fu, invece, la scelta dell’arruolamento nel ’43, o era il dazio da pagare per aver indossato la “divisa sbagliata”?

De Felice è uno storico e fa il suo mestiere, portando dei documenti. Gianpaolo Pansa non mi piace perché si dedica alla riabilitazione della Repubblica di Salò. Sul piano politico non c’è niente da riabilitare. Sul piano umano, ognuno risponde delle proprie azioni e del modo in cui ha vissuto quello che ha vissuto.

Come giudica i lavori di autori come De Felice o Pansa?

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SIAMO ORGOGLIOSI

DI ESSERE ITALIANI?

UNA DOMANDA CHE CI UNISCE pt. 2

COMPROMESSO VS LIBERTÀ MORALE SALVATORE BORSELLINO INCONTRA I GIOVANI

di FO ELETTRICA

DI SONIA TROVATO

Intervista ad un artista di fama internazionale Enzo Dal Verme, 48 anni, fotografo

Pensa ogni tanto a cosa significa essere italiano o appartenere ad un Paese come l’Italia? Quando sono ostacolato da qualche stupidità burocratica. Probabilmente, dovrei farlo anche ogni volta che apro il rubinetto ed esce acqua potabile. Che cosa ritiene identifichi l’essere italiano, l’appartenere ad un Paese come l’Italia?

la parola “orgoglioso” con “felice”, la risposta è: Mi fa piacere essere nato in un paese nel quale, nonostante corruzione, beghe politiche, favoritismi, mafia… molte strutture funzionano. E poi – più banalmente - c’è molta arte (non sempre valorizzata), c’è una natura stupenda (non sempre salvaguardata), c’è molta creatività (anche in cucina). Tra i tanti luoghi comuni non del tutto infondati, gli italiani sono associati ad un certo stile.

In un modo o nell’altro, si riconosce una profonda influenza della mentalità cattolica in tutti gli italiani. Gli italiani hanno anche spesso una strana commistione di esterofilia e attaccamento alle proprie abitudini. In Italia: “Eh, siamo in Italia! All’estero non succederebbe!” All’estero: “Dov’è un ristorante italiano? (Accidenti, ma non sanno cuocere la pasta!)”

In che modo vengono considerati l’occupazione del fotografo e la realtà della fotografia nel nostro Paese?

Ci sono aspetti del nostro Paese che La rendono orgoglioso di appartenervi?

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Spero di no. A mio avviso l’orgoglio va bene ed è utile quando siamo piccoli e – per esempio – impariamo ad andare in bicicletta. Allora diciamo a tutti “Guarda che bravo che sono!” perché abbiamo bisogno di far notare che siamo sempre più autonomi e indipendenti (separati) e la nostra autostima si sviluppa. Ma da adulti… l’orgoglio diventa piuttosto un ostacolo. La parola orgoglio mi ricorda altre parole: divisione, difesa, competizione, arroganza… “Guarda che bravo che sono! Io sono meglio di altri. Io ho più ragione degli altri, anzi gli altri hanno torto. Io so come dovrebbero essere le cose…” E nascono gli scontri. Mi sembra che le nazioni con più orgoglio nazionale siano anche le più aggressive. Se c’è l’orgoglio, c’è anche l’orgoglio ferito. L’offesa e la vendetta. Non sarebbe più interessante superare l’orgoglio? I bambini si fanno i dispetti, gli adulti i dispetti e le guerre… Se smorziamo un po’ la domanda e sostituiamo

inondandola – tra l’altro – di programmi improntati sulla competizione, l’individualismo portato all’eccesso, l’orgoglio, il narcisismo… Quando sono in viaggio, mi rendo conto di come ci vedono gli altri. La nostra identità è legata – tra l’altro – a Berlusconi (“Siete proprio stupidi ad aver continuato a votarlo”), alla spazzatura di Napoli, alla maniera approssimativa di amministrare i nostri beni, alla mentalità non proprio moderna... Un americano mi ha detto che Pompei è davvero meravigliosa: lui ha potuto scegliere con calma un pezzo di mosaico, staccarlo e portarlo a casa sua. Noi non sappiamo proteggerci dall’inciviltà: la nostra e quella d’importazione. A proposito di mentalità, una mia amica inglese ha comprato una casa in Puglia, mi ha detto che i bar sono molto “pittoreschi”: sono frequentati solo da uomini perché le donne sono a casa a stirare.

Stanno crescendo le realtà culturali che dedicano attenzione alla fotografia, in generale mi sembra che ci sia un aumentato interesse. Un fotografo, però, deve mettere in conto che l’Italia non è esattamente un paese meritocratico. Quali aspetti dell’Italia La deludono o La fanno arrabbiare?

Ha qualche consiglio da dare al nostro Paese e/o alle persone che lo compongono?

C’è una mentalità mafiosa diffusa, al nord come al sud. “Prima vengono i miei interessi e quelli della mia famiglia, poi quelli dei miei amici. Quelli della comunità contano solo se mi riguardano direttamente”. Non ragionano tutti così, però moltissimi sì e sembra normale. In Italia ciò che è pubblico viene generalmente considerato di nessuno. In altri paesi (per esempio la Francia dove abito per metà del mio tempo) ciò che è pubblico è considerato di tutti e viene apprezzato e trattato con rispetto. In Italia la televisione è raccapricciante ed instupidisce la popolazione

Nei momenti tragici (terremoti, alluvioni….) sappiamo riconoscere che gli interessi del singolo sono gli interessi della comunità. Sappiamo collaborare e cercare i modi per sostenere chi ne ha più bisogno. Queste grandi capacità potrebbero essere usate più spesso. Anche se non c’è un disastro naturale in corso. www.enzodalverme.com/blog/ tutte le interviste complete su: www.fo-elettrica.blogspot.com/

C

ento miliardi di euro lordi. È questo il bilancio con il quale la mafia chiude i libri contabili del 2011, surclassando tutti i grandi nomi dell’economia italiana e ottenendo, ancora una volta, il triste primato di “azienda” più produttiva del Paese. È lo scirocco che soffoca il Sud. E che ha iniziato a soffiare anche al Nord, dove la “piovra” ha affondato tentacoli quasi impercettibili e dunque ancor più insidiosi. “Al Nord non ci sono i morti ammazzati, quelli che vedevo io da ragazzo e che almeno mi facevano nascere degli anticorpi. Qui i cadaveri sono le persone che perdono il lavoro, sono i commercianti in mano agli strozzini, sono i manovali vittime del caporalato”. Parole tratte dalla lunga e commovente orazione civile che Salvatore Borsellino ha pronunciato lo scorso dicembre nell’aula magna della Facoltà di Economia di Brescia, affiancato dal giornalista calabrese Emiliano Morrone. La location non è casuale: la città lombarda, terza provincia più produttiva dopo Milano e Roma e geograficamente strategica perché vicina a quattro aeroporti, è infatti “un crocevia del narcotraffico internazionale, è una piazza dove riciclare il denaro, grazie ai colletti bianchi e all’edilizia”, come spiega il documentario La mafia e la Leonessa, proiettato a stralci durante l’incontro. Quella “terra bellissima e disgraziata” dalla

quale il fratello del magistrato antimafia è fuggito all’indomani della laurea in ingegneria l’ha raggiunto con tutto l’ingombrante bagaglio di traffico di droga, minacce, estorsioni, comportamenti omertosi. “Pur di scappare da Palermo io, ingegnere, feci domanda d’insegnamento e arrivai a Torino. Quando una mattina mi svegliai e vidi la neve pensai di essere in un altro mondo. Poi capii che si trattava di una sciocca illusione. Sono scappato da una città dove il sindaco, Vito Ciancimino, diceva che la mafia non esiste, e ora abito a Milano, dove l’ex sindaco Letizia Moratti ha negato l’esistenza della ‘Ndrangheta, nonostante l’Operazione Infinito abbia individuato 110 ‘ndranghetisti attivi nel capoluogo lombardo”. E se inizialmente Borsellino aveva pensato, andandosene, di aver preso la decisione migliore - per non essere costretto a trovare lavoro chiedendo favori che dovevano essere resi e per non dover più assistere alla devastazione ambientale della Conca d’Oro messa in atto durante il “sacco di Palermo” - ora sa di aver commesso un errore. Rinunciando a difendere la res publica siciliana, come invece ha fatto Paolo, sente di essersi macchiato di quella “colpevole indifferenza” di

cui lo stesso magistrato, in una lettera scritta la mattina di quel tragico 19 luglio 1992, si tacciò per il solo fatto di esser stato giudice civilista fino ai quarant’anni. Dal 2009 cerca di redimersi militando nel Movimento delle Agende Rosse, con il quale chiede giustizia per l’omicidio del fratello e per la sparizione dal luogo dell’incidente dell’agenda rossa sul quale Borsellino aveva presumibilmente annotato le inquietanti rivelazioni del pentito Gaspare Mutolo, che delineavano l’esistenza di una trattativa tra Stato e Mafia. Movimento, inoltre, per il quale l’ingegnere si augura una partecipazione giovanile sempre più massiccia, che dia ragione alle già citata lettera che suggella la missione antimafia del giudice, nella quale il suo autore si dichiara ottimista poiché convinto che la nostra generazione avrà più forza di reagire al problema mafioso di quanta ne abbia avuta la sua. Ne attendiamo conferma.

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L’ARROGANTE

BANALITÀ DELL’ATEO

OVVERO COSA VUOL DIRE AVERE FEDE NEL PROPRIO NON AVERE FEDE DI MARCOLINO AS MARCO STIZIOLI E MARCOLINORULES.BLOGSPOT.COM

PREMIO SCENARIO 2011 DI STEFANO SOARDO STEFANO.SOARDO@ALICE.IT

DARIO SALTARI @DSALTARI ON TWITTER

Per concessione del mensile Verona è cultura e società, www.quintaparete.it

8 “Gli atei annoiano perché parlano sempre di Dio” Heinrich Böll

È

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TEATRO

così grave essere banali? Probabilmente sì. Può l’ateismo essere banale? Dipende. Però sì, può essere arrogante. Per essere banali e superficiali si può dire che l’ateo nega l’esistenza di Dio. Egli è colui che, quando splende l’arcobaleno o sanguina una strage, sostiene che siano entrambi frutto del caso o, se siamo più fortunati, delle leggi naturali. Il cattolico non indottrinato dal creazionismo vi dirà più o meno la stessa cosa, ma aggiungendo che Dio ha dei piani più grandi di noi. La grande banalità del non-credente è quella di lanciare offensivi anatemi contro la fede altrui e, dunque, citiamolo, l’ateo scellerato: «La fede è un crampo, una paralisi, un’atrofia della mente in certe posizioni» (Ezra Pound, Selected Prose, 1921). La maggior parte di voi si sarà già schierata da una parte o dall’altra. Ma possiamo sapere davvero chi ha ragione? Con tutta onestà cosa conosciamo delle nostre vite? Alle grandi domande – da dove veniamo? Perché siamo qui? Cosa c’è dopo la morte? Perché ci puzzano i piedi? – siamo in grado di fornire una risposta univoca, di dire “Sì, l’accendiamo”? Alla fine sia l’ateo sia il cattolico credono in qualcosa. Il primo è caparbiamente convinto che dopo la morte ci sia il niente: solo i vermi a divorarci. Il secondo, invece, si sollazza con l’idea che della feconda luce lo circonderà. Entrambi annaspano nel mare della loro verità, invischiati con mente, collo e ascelle nell’illusione. Un po’ come tutti noi. E non solo a nessuno di noi è dato di uscire da questa illusione, ma soprattutto nessuno di noi ha la minima intenzione di uscirci. Nessuno può sapere come andrà a finire, ma soprattutto nessuno vuole saperlo. Nessuno andrebbe a vedere un film in cui il finale è svelato all’inizio. È la grande intuizione del giallo.

L’arroganza dell’ateo combacia con l’assolutismo intransigente del cattolico fondamentalista contro cui inveisce. Ed è per questi motivi che l’ateismo, a volte, può essere arrogante. Andateglielo a dire all’ateo che la sua concezione del post mortem è incerta tanto quanto quella delle Sacre Scritture. Se siamo i primi a essere rinchiusi in una convinzione e non ne possiamo in nessun modo uscire, chi siamo noi per criticare la convinzione altrui? Bazzichiamo bar con gente che ci somiglia, terrorizzati dall’idea che qualcuno ci possa sorprendere e dire: “No, non la penso come te”. Siamo stereotipi che si crogiolano nel solito paio di scarpe puzzolenti, pretendendo che il mondo c’accetti senza compiere neanche un passo con i nostri gonfi, callosi, odorosi piedini – per provare a capire mondi diversi dal nostro. Qui non si chiede di ricevere l’illuminazione in una polverosa strada sulla via di Damasco. L’ateo ha diritto a rimanere ateo, e la politica del Vaticano può e dev’essere criticata come quella di qualsiasi altro Stato, ma forse questo è il momento storico giusto per aprirsi, è arrivata l’ora per l’ateo, e per tutti noi, che se non privi di fede sicuramente privi d’amore, di deporre le armi, di smetterla di ciarlare invano sulla presunta inferiorità intellettuale di persone le quali, a torto o a ragione, provano cose di questo tipo: «Nostro Signore, il mio sposo, mi procurava tali eccessi di piacere da impormi di non aggiungere altro oltre che a dire che i miei sensi ne erano rapiti» (Santa Teresa d’Avila, Il libro della mia vita). Riciclando frasi fatte si può dire che la convinzione è un sogno e che i sogni ci sembrano reali finché ci siamo dentro. L’importante è non svegliarsi, non guardare la verità dell’altro, anzi, non ascoltare la verità dell’Altro. C’è il grave rischio di essere banali.

Dicembre, Milano, tardo pomeriggio; il teatro Franco Parenti è semi-vuoto quando le luci si abbassano in sala. La fase finale del prestigioso Premio Scenario, uno dei concorsi teatrali italiani più importanti, sta per cominciare; le 4 compagnie premiate porteranno al debutto il loro spettacolo, che con il premio vede la luce. In Spic & Span, di foscarini:nardin:agosti (sic), di Bassano del Grappa (Vi) abbiamo una successione ritmata di pose plastiche che ritrae efficacemente il consumismo occidentale e le sue icone. I 3 danzatori, in coloratissimi abiti alla moda, si stagliano sullo sfondo bianco come un fumetto pop, critica ma anche apologia della no-

stra idea di bellezza e dei suoi modelli. L’Italia è il paese che amo di Respirale Teatro (Bologna) propone una narrazione per impressioni del decennio “intersecolo”. Tra gingles televisivi, reclame e miti musicali, il celebre discorso del ’94 di Silvio Berlusconi (da cui il titolo dello spettacolo), viene presentato come chiave di volta, rappato dal Dj-speaker in una scatenata festa disco in pieno stile anni ’90, come si trattasse di un’arringa alla voglia di ballare. La scenografia, sapientemente agita, si limita minimalmente ad una sorta di cubo di Rubik tricolore. Lo spettacolo vincitore del Premio Ustica è Due passi sono, dei messinesi Carullo-Minasi. La scenografia è un arredamento essenziale, a tratti assurdo, e la storia narrata una semplice quotidianità dai tratti patologici. Il limite che lega i due coniugi rappresentati ad un’esistenza aset-

tica, fatta di desideri espressi ma mai soddisfatti, è il semplice “non si può”, divieto senza una vera e propria provenienza. Infine lo spettacolo vincitore, Infactory, di Matteo Latino (Mattinata, FG). Tema dello spettacolo il disagio esistenziale di due trentenni, reso con la metafora di due vitelli allo stadio di stabulazione. Una scenografia tessuta di simboli, sterile e asfissiante, composta da teli di nylon da cantiere e luci mobili interne alla scena e agibili. Una poesia cruda, efficace con i suoi continui affondi nello splatter di macelleria, con l’esito di rafforzare la metafora bovina fino ad esasperarla. www.marcodagostin.it www.respirale.altervista.org www.matteolatino.net

MA LO SAI CHE...

QUELLO CHE PRENDE GLI SCHIAFFI

DI STEFANO SOARDO

DI CLAUDIA RIZZO

Caro collega studente, hai meno di 26 anni? Ti piacerebbe cominciare ad andare a teatro? Se il motivo per il quale fino ad ora hai lasciato perdere è stato il costo del biglietto, il Teatro Stabile di Verona ha l’iniziativa giusta per te: con la card Teatrounder26 puoi vedere gli spettacoli in programma per le due stagioni del Nuovo per soli TRE EURO ! È facilissimo ottenerla, la si può richiedere direttamente nella biglietteria del teatro o compilando il modulo on-line al sito www.teatrounder26.it . È gratuita e rivolta a giovani che vivono, studiano o lavorano a Verona. Con la card potrai assistere a rappresentazioni di alto livello: già il prossimo febbraio è in programma Itis Galileo di Marco Paolini, l’inventore del teatro narrato. Tra le altre iniziative già prese in questa direzione dal Teatro Stabile di Verona, sotto la direzione di Paolo Valerio , c’è la possibilità per gli studenti veronesi di abbonarsi per soli quarantatre euro alla stagione Il Grande Teatro , rassegna che propone spettacoli tra i più significativi della scena italiana del momento. Dunque, come perdere questa occasione? Costa meno che andare in una multisala, senza contare che sarebbe inutile aspettare l’uscita del dvd o contare sullo streaming. È la magia del teatro, tutto live, per te e per quelli che come te lo stanno guardando in quel momento. Per soli tre euro… corri! Buon Teatro a tutti!

Commosso, in pieno, nell’avere la possibilità di osservare ed entrare in un’opera di così forte essere contemporaneo come quella della libera versione di Glauco Mauri dell’opera di Leonid Nikolaevic Andreev (al prezzo modico di un buon aperitivo), può essere un uomo e specialmente un giovane. Un’azione scenica di feroce realtà, urlata in una dimensione fiabesca e traslucida di finzione. Trasportati in tempo così breve e naturale nella tragica rappresentazione umana, si ripetono gli schemi della nostra bestialità e d’altro canto della comune stanchezza, in un quasi teatro dell’assurdo degno del gigantesco Pirandello. Non così inconcepibile lo stato del nuovo pagliaccio (l’incantevole Roberto Sturno) che, lasciata la sua comoda poltrona plateale e persa quindi la vita di fama e schiaffi dal mondo, trova la sua essenza nel racconto di favole nuove al genere umano che soffre. Una storia travolta da lacrime d’amore e risa consonanti a musiche alla francese. La speranza d’una nuova realtà, disarcionati il peso del denaro e dell’egoismo (volontà peccaminosa!), riempie il Teatro Nuovo e gli occhi adulti e giovani si colorano di sdegnosità e coraggio. Il pensiero febbricitante comune, lo spero, si focalizza sull’eccelsa dignità umana di cui rimpossessarsi dentro le tegole di un palcoscenico solo nostro e in assenza di paura esiste ancora la possibilità di osservarsi nel cuore pulsante del teatro. I finali di morte per la vita son solo la foga dei coriandoli di neve dall’alto.

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COME F VORREI CHE FOSSI QUI

MUSICA

DI FEDERICO LONGONI

ROBERTO MELCHIORI

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ermo al semaforo rosso, osservo le luci della notte riflettersi sull’asfalto lucido. Il fumo dell’auto davanti crea un alone misterioso. Non ascolto mai la radio di solito, ma questa trasmissione notturna mi attrae. Un pezzo di elettronica tiratissima e oscura per voi che non state festeggiando il nuovo anno, dice lo speaker con la sua voce roca. Near Dark di Burial mi si pianta nel cervello. Scatta il verde, metto la prima e riparto. Di fianco alla strada, muri di cemento alti, pieni di graffiti. L’anno è iniziato solo da qualche ora, dice lo speaker, io resto qui per i pochi che non vogliono divertirsi per forza in queste ore. Vi dedico un pezzo rock dei Twilight Singers , Waves . Me lo immagino, davanti al microfono, che si fuma una sigaretta invaso dal ritmo ossessivo della canzone. Lei si sveglia. Dove siamo, mi chiede. Manca poco, le rispondo. Alla radio la voce dello speaker annuncia ancora un brano. This Mess We’re In . Una canzone che mi ricorda notti insonni davanti a un bicchiere di liquore, dice lui serio. Le voci di PJ Harvey e Thom Yorke si intrecciano sinuose e mi incantano. Imbocco la stradina che porta a casa sua. Freno dolcemente e spengo il motore. La radio però continua a suonare. Abbasso il finestrino, il freddo mi entra subito nelle ossa. Vedo il mio fiato uscire dalle narici e scomparire subito. I Queens Of The Stone Age stanno suonando la splendida I Never Came . Poi mi giro verso di lei. Siamo arrivati, le sussurro. Lei si guarda in giro stanca, mi sorride dolcemente, mi ringrazia. Si volta. Accarezza la testa del suo ragazzo, sdraiato sul sedile posteriore. Scendono dall’auto insieme. Si tengono stretti l’uno all’altra per non sentire troppo l’aria gelida della prima notte del nuovo anno. Ti amo, vorrei gridarle dal finestrino. Ti ho sempre amata. Invece riparto, da solo, nel totale silenzio.

NOVITÀ ITALIANE

IL TEATRO DEGLI ORRORI

NEWS

UN MONDO NUOVO (2012) VOTO: 7,5

BATTLES GLASS DROP (2011) VOTO: 8,5

Un album che delude le aspettative? Beh, lo hanno detto tutti. Certo, non è a livello dei primi due, ma sicuramente è un bel lavoro, un concept album sul tema dell’immigrazione che presenta una notevole revisione dello stile musicale. Un’apertura ad una fascia più ampia di pubblico. Ma ci sta.

Ci si perde in un vortice di note, colori e allegria e anche stavolta, pur essendo io un tipo molto ingommato, mi vien voglia di ballare. A fare tutto questo casino sono rimasti in tre, ma ce la fanno tranquillamente. In qualche pezzo inseriscono pure delle voci con sapiente moderazione e i suoni, senza essere stravolti, sono sicuramente rivisti. Ottimo disco. Peccato per l’avaria al bus che ha fatto saltare l’unica data italiana.

ROCK HISTORY

RAGE AGAINST THE RATM (1992) 9,0 MACHINE VOTO:

Chi l’ha già ascoltato sa di cosa parlo: una botta di energia senza interruzione, una combinazione perfetta di musica e testi, alternative funk metal direi. Non si riesce tenere la testa ferma. Zac de la Roha e compagnia bella esordiscono con uno dei migliori dischi degli anni ‘90.

RoCk On BaBe DI ANNA PINI

“I got an open road and a restless soul, the Rolling Stones on the radio, and I roll, like I roll cause’ I roll like I roll”

L

’album che vi consiglio su questo numero è l’ultimo e sudato lavoro degli americani Black Stone Cherry: Between the Devil and the Deep Blue Sea. Se amate gli Stati Uniti, se restate estasiati di fronte alle infinite routes che attraversano il paese da est a ovest e la polvere rossa del deserto non ha smesso di affascinarvi sin dai film di John Wayne; questo album è quello che fa per voi. Evocativo al di là di ogni immaginazione possibile, questo lavoro è per ammissione degli stessi Black Stone Cherry, un album autobiografico. E forse per questo è tanto esplosivo. Io poi devo confessarvi: ho una passione insana per le voci graffiate. Quelle voci che non rimangono mai le stesse, che rendono diversa ogni nota, che passano dal tremore delicato della ballad romantica, al grido spezzato della canzone aggressive, e Chris Robertson ha questo fantastico dono. Una voce calda come una sciarpa di mohair e intensa come un intero film di Scorsese. Un gruppo tosto questo, ragazzi. Ricco di influssi blues, country, ma permeato da quell’aggressività che solo l’Heavy Metal può concedere. Chitarre dal gusto decisamente americano e una sezione ritmica d’impatto, dal vivo sono incontenibili. Le loro influenze musicali spaziano dagli AC/DC ai Lynard Skynard. Provare per credere, che state aspettando?

TOP SONG ‘90 TRA IL SACRO E IL PROFANO DI MR. PINK + 1 Le abbiamo scelte, le abbiamo ascoltate, non le abbiamo messe in ordine, ci saremo sicuramente dimenticati qualcuno, ma questo è quanto. • Thank U - Alanis Morisette (1998) • Torn - Natalie Imbruglia (1998) • Hurt - Nine Inch Nails (1994) • Alive - Pearl Jam (1991) • Scartissue - Red Hot Chili Peppers (1999) • The Bad Touch - Bloodhound Gang (2000) • Open Your Eyes - Guano Apes (1997) • Killing In The Name - RATM (1992) • Tubthumping - Chumbawamba (1997) • Freestyler - Bomfunk Mc’s (1999) • Smack My Bitch Up - The Prodigy (1997)

• Learn To Fly - Foo Fighters (1999) • Narcotic - Liquido (1999) • Fat Boy Slim - The Rockafeller Skank (1998) • Hey Boy Hey Girl - Chemical Brothers (1999) • Children - Robert Miles (1996) • Discolabirinto - Subsonica (2000) • Born Slippy - Underworld (1996) • What’s My Age Again - Blink 182 (1999) • Wannabe - Spice Girls (1999) • La Crisi - Bluvertigo (1999) • Grace - Jeff Buckley (1994) • Bro Hymn Tribute - Pennywise (1997) • Cosmic Girl - Jamiroquai (1996) • Hedonism - Skunk Anansie (1997) • Flat Beat - Mr. Oizo (1999) • Loser - Beck (1994) • Digital Bath - Deftones (2000) • Rooster - Alice In Chains (1992) • Angels - Robbie Williams (1997) • Smells Like Teen Spirit - Nirvana (1991) • ...Baby One More Time - Britney Spears (1998) • Everybody- Backstreet Boys (1999)

• Black Hole Sun - Soundgarden (1994) • Zombie - The Cramberries (1994) • Around The World - Daft Punk (1997) • Under The Bridge - Red Hot Chili Peppers (1991) • Creep - Radiohead (1993) • My Name Is - Eminem (1999) • Make Me Bad - Korn (1999) • Song 2 - Blur (1997) • Beatiful People - Marylin Manson (1996) • Bitter Sweet Symphony - The Verve (1997) • Blue (Da Ba Dee) - Eiffel 65 (1998) • Pretty Fly (for a White Guy) - Offspring (1997) • Basket Case - Green Day (1994) • Moi... Lolita - Alizee (2000) • Watersound - Motorpsycho (1994) • Teardrop - Massive Attack (1998) • Glory Box - Portishead (1994) • Who Am I? - Snoop Dogg (1993) • Good Night Moon - Shivaree (1999) • Enter Sandman - Metallica (1991) • My Favourite Game - The Cardigans (1998) • Disarm - The Smashing Pumpkins (1993)

ROBERTO MELCHIORI

COSA ASCOLTA LA REDAZIONE Calibro 35 - OGNI RIFERIMENTO È PURAMENTE CASUALE (2012) Uh ah ah uh ah ah uh ah ah brrrr....

Blu Vertigo - METALLO NON METALLO (1997) La bamba negli anni novanta era tagliata bene!

MA ANCHE NO

Budspencer Blues ExplosionL - DO IT (2011) ana del Rei - BORN TO DIE (2011) Un’esplosione italiana di blues! E Bud Spencer.

Gran figa.

Litfiba - GRANDE NAZIONE (2012) Ma perchè si sono riuniti? È colpa di Elio.

I cani – IL SORPRENDENTE ALBUM D’ESORDIO DEI CANI (2011) Fanno musica cani e porci. Con lo stesso risultato.

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LETTERATURA

BRUNELLA GASPERINI

I LIBRI DEI PROF

MOLTO PIÙ DI UNA SCRITTRICE “ROSA”

“VIAGGIO SUL POSTO È IL NOME DI TUTTE LE INTENSITÀ”

DI CAROLINA PERNIGO

DI FEDERICA ROSA

Il 7 gennaio 1979 moriva a Milano Brunella Gasperini (all’anagrafe Bianca Robecchi). Già nella prima versione del suo “romanzo autobiografico”, I Fantasmi nel Cassetto (1970), aveva lasciato precise indicazioni in merito: “Mettete le mie ceneri/ sotto il mio gelsomino/ e scrivete sull’urna:/ viaggiò tutta la vita/ attorno a un tavolo”. Evocava con questi versi un piccolo cosmo domestico, fatto di affetti familiari, abitudini consolidate, genuina sensibilità e voli pindarici. Una frase non compresa, se è vero che “il compagno della sua vita” la accolse causticamente (“Cos’è questa pirlata?”). Nel 1978, in Una donna e altri animali, Brunella corresse il tiro, esplicitando quell’ironia che era la cifra caratterizzante del suo stile: l’epitaffio venne integrato con un’aggiunta in rima (“viaggiò tutta la vita/ attorno a un tavolo/ senza peraltro combinare un cavolo”). Addetta alla posta del cuore su molte riviste femminili a partire dagli anni ’50, Brunella venne immeritatamente bollata come autrice di second’ordine, scrittrice “rosa” per annoiate matrone della borghesia

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cittadina. Eppure, quanto c’era più di questo! Alle spalle una famiglia distrutta dalla guerra e quattro fratelli amati, morti partigiani. Uno spirito curioso, critico, sempre all’avanguardia. Una lotta ante tempora per la difesa dei diritti delle donne, una presa di posizione netta a favore dell’autonomia femminile e della libertà di scelta, anche in merito a questioni allora spinose come il divorzio o l’aborto. Senza mezzi termini, Brunella affrontava anche tematiche inerenti la sessualità, invitando le sue lettrici ad una più serena autocoscienza. Lo stesso intuito, la stessa capacità di leggere tra le righe e oltre le apparenze, il garbo e l’umorismo che contraddistinguono le sue risposte nella rubrica “Ditelo a Brunella” sono evidenti anche nei suoi romanzi. Il primo, L’estate dei bisbigli (1956), e l’ultimo, Rosso di Sera (1963) risultano per molti versi affini, rivelando una coerenza interna all’opera. Entrambi sono ambientati in una periferia sonnecchiosa e pettegola. Il bigottismo e la cecità paesana condizionano l’esistenza dei protagonisti, giovani anticonformisti, irrime-

TORNANDO DI ANTONELLA SARTORI

diabilmente lontani dai coetanei per sensibilità e cultura. Dario, nel primo caso, e Rosso, nel secondo, vengono ugualmente conquistati da ragazze belle e tormentate, su cui pesano un passato torbido e una tragica storia familiare. E se diversa è la soluzione delle tensioni, non viene comunque mai meno la speranza. Una speranza espressa attraverso le voci lontane e malinconiche di poeti amati, come Pablo Neruda, Saffo o Edgar Lee Masters. Ed è proprio nelle toccanti parole dell’Antologia di Spoon River che possiamo ritrovare la più aspra condanna delle etichette che uccidono e il più vibrante invito ad una superiore tolleranza: “Il fiore della mia vita avrebbe potuto sbocciare da ogni lato/ se un vento crudele non avesse intristito i miei petali/ dal lato di me che potevate vedere nel villaggio./ Dalla polvere io innalzo una voce di protesta:/ voi non vedeste mai il mio lato in fiore!/ Voi che vivete, siete davvero degli sciocchi,/ voi che non conoscete le vie del vento/ né le forze invisibili/ che governano i processi della vita” (L’estate dei bisbigli, 1997, p.169).

DOVE TUTTO COMINCIÒ:

BIANCIARDI A MILANO

“Qua stanno impazzendo: la città di notte sembra un luna park, hanno attaccato lumini anche alle palle di Sant’Ambrogio, e la folla compra, compra, compra. Figurati che comprano persino i libri.” Sono quarant’anni che Luciano Bianciardi è morto, arrabbiato, sconfitto e solo. Sono passati quarant’anni da quando fuori dall’ospedale San Carlo a Milano quattro figure – di cui una era proprio quell’Anna della Vita Agra, cioè Maria Jatosti, più che amore, compagna di una vita – piangevano in silenzio una morte ormai annunciata. È impossibile parlare di Bianciardi, o meglio, è impossibile pensare Bianciardi – dopo aver letto, e quindi conosciuto quell’io che non è solo narrativo, che ti si piazza davanti ad ogni pagina – senza provare del dispiacere come se fosse un amico di tempi lontani, così divertente, brillante, anarchico, che poi hanno tutti finito per dimenticare. Sarà anche merito di Pino Corrias e della sua nuova edizione uscita qualche settimana fa della “Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano” se, a così tanti anni di distanza, il suo spettro rivive con una lucentezza abbagliante. Sembra quasi uno scherzo del destino, l’attualità della sua critica, della sua rabbia, un eterno ritorno nella storia: Luciano è poco più che ventenne, siamo a metà degli anni cinquanta, dalla provincia di Grosseto decide di salire su, a Milano. Inizia a collaborare per vari giornali, vive a Brera, dove stanno tutti gli artisti sgangherati e dove le macchine ancora rallentano per non disturbare quell’isola nella città tra piccoli cortili e botteghe di artigiani. Bianciardi, però, fin da subito si rende conto del cambiamento che sta per avvenire nell’italietta che sarà poi quella del boom economico. Inizia a lavorare per Feltrinelli, che dopo qualche anno gli darà il benservito (e, altro scherzo, altro ritorno, ne pubblicherà dopo la morte la biografia); comincia così una lunga discesa negli inferi delle traduzioni a cottimo, traduce di tutto, in particolare Henry Miller, che gli darà la

Mario Allegri, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea.

uno strumento semplice, appreso, come direbbe Dante, dalle nutrici.

Guerra e pace, Lev Tolstoj. È il più bel romanzo dell’Ottocento, per la varietà dei personaggi, per l’abilità nel tratteggiare figure diversissime tra loro, per come sa definire in profondità sensibilità maschili e femminili, per la capacità di conciliare storia e poesia. È un libro che deve essere assolutamente letto a vent’anni. Cent’anni di solitudine, Gabriel García Márquez. È il libro a me più caro. L’ho riletto almeno setteotto volte, lo apro anche a caso e ogni sua pagina mi dà ancora emozioni.

Giuseppe Sandrini, docente di Letteratura italiana.

Giuseppe Chiecchi, docente di Letteratura italiana. La cognizione del dolore, Carlo Emilio Gadda. L’autore sprofonda negli abissi dell’animo umano, rischiando la sua scrittura alla vertigine, al disorientamento e alla sconfitta. È uno dei pochi romanzi scritti senza remore, sacrificato a quella verità che non è bella, né onorevole; di solito ne respingiamo il fastidio mediante sostituzioni giudiziose, ideali, etiche. Si tratta di un testo difficile, che richiede, da parte del lettore, molte pause, molti silenzi ermeneutici, e risulta assai utile per molte smentite: verso  coloro che credono di poter parlare e di poter scrivere ‘liberamente’, cioè senza padri, senza madri e senza precursori e che pensano che la lingua sia

La linea d’ombra, Joseph Conrad. Mi ero laureato da poco, stavo facendo un lungo viaggio. Avevo nello zaino l’edizione dei «Centopagine» Einaudi e ricordo di averla letta avidamente, non so più se in treno o su un battello fluviale, correndo attraverso le pagine verso la soluzione della vicenda, lo scioglimento del nodo. È la storia di una ‘prima gioventù’ e della sua grande avventura, che è anche, consapevolmente, la sua fine. Francesco Donadi, docente di Filologia classica. Una cosa divertente che non farò mai più, David Foster Wallace. L’esilarante cronaca di un viaggio in una crociera organizzata. La parete, Marlen Haushofer. Una donna, di ritorno dalla montagna, trova davanti a sé una parete invisibile di cristallo che la separa dal mondo. Dovrà dare senso alla sua solitudine. Un romanzo grande e angoscioso, il più importante della scrittrice austriaca vissuta ai margini della letteratura ufficiale. E non disse nemmeno una parola, Heinrich Böll. Racconta di una coppia in crisi del primo dopoguerra in Germania. Nella miseria, nell’alcooli-

smo, nella disperazione dei due personaggi, la fede, la voglia di vivere, i figli erano il miracolo. Un libro in salita, aspro, ma profondamente consolatorio. Massimo Natale, assegnista di ricerca in Letteratura italiana. L’idiota, Fedor Dostoevskij. L’enorme scoperta di un penultimo anno di liceo: il romanzo russo. Il destino mio e del mondo mi pareva dipendessero dalla trojka che correva nelle Anime morte, dal gatto Behemot e da Margherita, da Tolstoj, soprattutto dalla cupa grandezza di Dostoevskij. A lui devo alcune ore di splendide letture, a cominciare dall’Idiota. Leggendolo ho forse per la prima volta sbirciato sotto i miei pensieri, e intravisto l’ombra di alcuni assoluti: l’amore, la morte, la purezza che poco a poco si consuma, la labilità del confine fra il bene e il male. Claudio Baccarani, docente di Economia e gestione delle imprese. Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry. Perché è un classico per ragazzi... di tutte le età. È un libro che apre alla riflessione, alla fantasia e all’immaginazione del lettore che trova stimoli per ‘scrivere il proprio libro’ attraverso le azioni di ogni giorno.

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LIBRI IN PILLOLE spinta decisiva per buttare giù tutto d’un fiato, nel ’62, la Vita Agra, che sarà insieme il suo capolavoro e la sua fine. Nonostante l’entusiasmo della critica milanese – che non capisce che la Vita Agra si prende gioco proprio di loro –, noncurante di Indro Montanelli che una sera lo chiama e gli offre un posto al Corriere – e a cui risponderà no –, Luciano continua a rifiutare con rabbiosa chiarezza il successo e l’ambiguo meccanismo della selezione, a rifiutare il consumismo e, con ancor più decisa contestazione, i valori della civiltà di massa. Morendo a quarantanove anni. Per fortuna, ci resta quell’io della Vita Agra che, mentre va elaborando le linee teoriche di quel suo neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, afferma: “io debbo difendermi e sopravvivere”.

DI MARTA POLI Introduzione al mondo di Idolo Hoxhvogli, Scepsi & Mattana Editori, Cagliari 2012.

“La barca deve essere buttata a riva, o naufragata, affinché possa essere ammirata interamente. Chi vuole mirare lo scafo nella sua verità deve scorgere naufragi. Chi vuole mirare l’uomo nella sua verità deve soccorrere naufraghi”. Dichiarazione poetica che chiarisce fin dalle prime pagine di questo piccolo manuale sulla “fenomenologia del presente” ciò di cui si tratterà: l’uomo e l’assurdo, la promiscuità tra bene e male, la deriva della società, la volontà di volersene chiamare fuori con un opera che è anche dichiarazione di intenti. Un caleidoscopio di situazioni e personaggi, grottesche allegorie che dipingono una realtà dalle sfumature kafkiane. La prosa è breve e asciutta, il suo lirismo scien-

tifico aliena le immagini descritte rendendole paradossalmente più concrete. Non si risparmia nulla: politica, religione, mass-media, letteratura, razzismo, pedofilia vengono tatuati sulla carta da un inchiostro disincantato e amaro. Un’opera che quanto a prospettiva, stile e ritmo si configura come non convenzionale, offrendo una lente di ingrandimento che deformando il già deforme lo svela fino in fondo attraverso pornografiche epifanie del vero.


A MEXICAN STANDOFF

MAI UNA GIOIA PER LA JESSIHA

DI NICOLA PICCINELLI

DI TOMMASO GIARI

CINEMA

IL TRIELLO DI UN CINEFILO IMPRUDENTE

CHRISTOPHER NOLAN MEMENTO

(2000) T  agliuzzi egregiamente una storia banale e il risultato è unico.

IL CAVALIERE OSCURO

(2008) O  scar postumo e un joker nella storia del cinema.

IL REGISTA A DUE TESTE

INCEPTION

(2010) M  a poi ‘sto finale com’era?

MIO FRATELLO NON È FIGLIO UNICO DI NICOLA PICCINELLI

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ince e convince, è l’Usain Bolt del cinema, costantemente al di sopra della sufficienza, un’ironia agrodolce con un pizzico di surrealismo, capace di ingraziarsi la critica e contemporaneamente far appassionare il pubblico. In poche parole i fratelli Joel e Ethan Cohen, una perfetta simbiosi produttiva coronata dal soprannome “il regista a due teste”. I due ragazzi originari di Minneapolis, di credo ebraico, studiano rispettivamente cinema e filosofia, cominciando la loro carriera come aiuto regista di Sam Raimi, nel film La casa (1981). L’ascesa verso l’olimpo del cinema è al via: debuttano con Blood Simple (1984), vincendo al New York Film Festival e lasciando i tecnici entusiasti. Una delle caratteristiche che contraddistingue fin da subito i Cohen e che entusiasma tanto la critica è il loro stilismo marcato (per esempio nella scelta dei toni di colore e nei movimenti di camera), tipico del cinema d’autore, nondimeno la capacità di reinventarsi sempre, senza aderire espressamente a nessun movimento o scuola. Perciò nei loro film non va cercato per forza un messaggio, né tantomeno un filo conduttore nella filmografia. Ogni pellicola è una storia a sé, un genere a sé che per certi versi ricorda un certo Stanley Kubrick. Nella loro carriera hanno collezionato quattro Oscar ed un’infinità di altri riconoscimenti, sono stati il terzo duo a vincere agli Academy Awards, e hanno donato al cinema film e personaggi di culto. Il funerale di Donny nel Grande Lebowski (1998), Anton Chigurh di Non è un paese per vecchi (2007) e la spirale di coincidenze in cui è coinvolto il venditore di automobili in Fargo (1996) ne sono alcuni esempi. Ogni pellicola, regia, sceneggiatura e montaggio (sotto lo pseudonimo di Roderick Jaynes) sono firmati da loro, facendo risaltare il valore delle loro produzioni, e candidandoli come miglior regista degli ultimi vent’anni. È consigliata la visione dell’intera filmografia.

PAOLO SORRENTINO LE CONSEGUENZE DELL’AMORE

(2004) C  ome passereste le vostre giornate costretti a vivere in un albergo? Emblematica la scena finale.

IL DIVO

(2008) M  agistrale. Una delle figure politiche più longeve d’Italia a cui “a parte le guerre puniche viene attribuito veramente tutto”.

THIS MUST BE THE PLACE

(2011) S e con Muccino eravamo arrivati a Hollywood, ora ci ritorniamo fieri del risultato.

ZAC SNYDER 300

(2007) “ Sempre che non si ami la violenza come uno Spartano, come Quentin Tarantino o come un teenager che gioca ai video-games, non si resterà di sicuro affascinati” (Kenneth Turan via Wiki). A me è piaciuto.

WATCHMEN

(2009) Se peschi dalle opere di Alan Moore le storie sono coinvolgenti per definizione. Buona la regia e molto d’effetto gli effetti speciali.

SUCKER PUNCH

(2011) B  eh, è così assurdo che non si può non vedere.

LE STORIE DI ERNESTA, PESCATRICE DI VITA

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llora: un homo, per fa un bel lavoro, per sposallo, deve prima di tutto (via, giù ,bimbe: lo posso dì?!) esse' un ber mandrillo, tanto 'e ci girano le scatole a tutte quando si sente quelle rattanicchie brutte ragionà d'avecci James Dean per la hasa e invece a noi il massimo che ci tocca è arzagli i piedi per dacci il cencio! E il mio mi colma di cioccolata!”, ” E il mio mi sazia d’amore!”, ” E il mio mi cosparge di frutta tropicale!” Oh ma tanto vi viene la cellulite con tutti i troiai che vi fanno mangià i vostri homini! E poi pagherei a sapello dove sono questi homoni! Italy stallion dicevano! Ma dove?! Paiono tutti semolini con quelle zazzerette e i giacchetti di flanella. L’artro giorno ho visto quello che sta davanti a casa mia dassi la crema e quando gli ho chiesta caa faceva tutto impomatato, m’ha detto che era per la tensione superficiale. Ma se a me, quando mi faccio una maschera, quelle pohe volte, mi par d’esse

una diva di holivudde, a lui cosa gli pareva d’esse!? Ma quest’homini so buffi forti! Fanno tutti i ganzi quando so' fra loro, poi basta digli 3 cose gli viene il sudorino che ni si scioglie anche la crema di 3 giorni prima! Ma poi, oh bimbe, ma possibile fassi prende in giro così? Appena ce n’è uno messo un po’ meglio se lo tira ci si farebbe le sciarpe.. OH NINI, un ce l’hai miha benedetto! E invece quelli brutti ti s’attaccano alle caviglie, paiono cozze… “Ma se t’ho detto che 'un è il caso!”, “Ma capisci via! 'Un mi fa esse' scortese!”, che poi quando li mandi a quel paese è la volta bona che passi pure da quadribuodiula e gli viene l’istinto del cacciatore se rifiutati! Deh bellino, troppo facile fasselo venì dopo, avevi a fallo subito lo sbarazzino, senza fa il romantiho e dimmi che so bellina. Dicono che i complimenti non li fanno mai! E se li fanno non so' apprezzati, approvà! Se mi dici che so bellina 'e mi devo strugge' come un calippo il 12 agosto!? Che poi

son buffi: se gliela fai sudare diventi la stronza frigida, se gliela scodelli subito allora sei il tegamotto del paese, come se dopo (mestruazioni, amiche che si pigliano e si mollano come le palline da tennis, esami, sert, allenamenti e altri 2000 problemi) una 'un si potesse fa una trombatina in santa pace che subito si diventa le maddalene del parcheggio dietro scuola! E il giorno dopo ti saluta come si saluta una cane stiacciato! No, ma bene, diciamoglielo anche che ci fanno piacere i complimenti! Allora, mi dispiace d'esse' stata un po’ scortese, però quando una trabocca è bene dille come stanno le hose, m'è rimasto altro che un pelettino sulla lingua! Ora, 'un fate le maliziose, è roba di retoriha! La peggio hosa che dihono quegli squinqueri è: "Se rinasco voglio esse donna, così la do a tutti". La cosa buffa è che se te rinasci donna, io rinasco homo.

IL TEOREMA DEI NEURONI DI LETIZIA VALLINI

N

el corso della mia breve e tragicomica esperienza sentimentale ho avuto la possibilità di elaborare con molte amiche, ma anche con i partner stessi (e questo la dice lunga), alcune teorie interessanti sul funzionamento del cervello degli uomini. Partendo dal presupposto che a confronto il cervello femminile è un vero e proprio lanciarazzi, a volte devo ammettere che siamo anche un po’… insomma, fate la rima voi. Ad ogni modo le principali tipologie di cervello maschile che si trovano in questo momento sulla piazza sono tre. 1. Il neurone solo: per capire questa teoria non vi dovete applicare molto, basta ricordarsi della nota particella di sodio. 2. I due neuroni agili e scaltri, che riguarda i tipi più dinamici ed anche questa (non so perché) è elementare. Solitamente all’interno dell’abitacolo dei neuroni uno di questi inizia a correre e l’altro lo insegue. E per la cronaca: si divertono molto. 3. L’ultima ma non meno importante riguarda quei ragazzi che invece hanno il cervello abitato da più neuroni, quei ragazzi che insomma ti ci fanno sperare un po’, che si vede lontano un miglio che fanno ruotare gli ingranaggi. Peccato che le loro sinapsi si concludano in un “PUFF”. Sto parlando della

Teoria delle bolle di sapone, così belle da vedere, rendono tutto un po’ magico, fino a che non scoppiano. Quindi un consiglio, dal profondo del mio cuore: non fate come me, non cercate di capire come funziona il neurone, accettate piuttosto il fatto che l’uomo ragiona con l’ormone.

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FIDA

FEDERAZIONE ITALIANA DISTURBI ALIMENTARI

DI DOTT.SSA CLAUDIA BARTOCCI

I

RESPONSABILE DI FIDA - VERONA

disturbi del comportamento alimentare sono patologie psichiche complesse che incidono negativamente sul corpo e sulla vita relazionale. La volontà e il buon senso non bastano per uscirne! Spesso l’isolamento e il silenzio sembrano le uniche armi rimaste a disposizione di chi ne soffre per esprimere il proprio disagio. Attualmente sono coinvolte fasce di età sempre più ampie, dall’infanzia fino alla maturità. I disturbi alimentari colpiscono in primo luogo la popolazione femminile, ma riguardano anche quella maschile. Il conflitto tra corpo e mente si esprime in forme articolate e spesso estreme. Negli ultimi decenni ad anoressia, bulimia e obesità si sono affiancati disturbi quali alimentazione incontrollata, vigoressia, anoressia atletica. Patologie frequentemente associate ad altre manipolazioni del corpo o a situazioni mediche e psichiatriche quali depressione, ansia, attacchi di panico e pluridipendenze. La Federazione Italiana Disturbi Alimentari rappresenta unitariamente associazioni attive in gran parte del territorio nazionale costituite da psicoterapeuti, medici e psichiatri con lunga esperienza nell’ambito di ricerca, prevenzione, formazione e cura dei disturbi alimentari. FIDA si propone di perfezionare e diffondere un modello di cura caratterizzato da un approccio integrato e multidisciplinare. L’accento è posto sul recupero dei significati profondi espressi dai sintomi alimentari, sulla riorganizzazione dell’identità, sullo sviluppo delle potenzialità del soggetto e sul cambiamento nel suo rapporto con il corpo e il cibo. FIDA svolge sul territorio attività d’informazione e prevenzione rivolte alle famiglie, alle scuole e all’associazionismo. La sede Fida di Verona si trova in Via Val Verde 50 ed è contattabile telefonicamente (0458013574) o via mail (verona@fidadisturbialimentari).

APPUNTAMENTI 20

• 13 aprile AUDITORIUM MALKOVICH, Caselle Marta sui tubi

• 11 Maggio THEATRUM MALKOVICH, Sandrà Pan del Diavolo + O’ Ciucciariello

• 20 aprile AUDITORIUM MALKOVICH, Caselle Zen Circus+Le Maschere di Clara

per info su tutti i concerti www.rocken.it

• 29 aprile VOGLIO VIVERE IN CAMPAGNA, Sommacampagna Festival etichette musicali veronesi

• Oniricalab – workshop Material Girl con gli Umschichten 28 mar 2012 - 1 apr 2012 09:00 - 18:00 www.oniricalab.com

• Primo concorso universitario di narrativa/ illustrazione/ fotografia. Tema: “Zero Spazio”, iscrizioni fino al 13 aprile Università Degli Studi di Verona - Facoltà di Lettere e Filosofia Tutte le informazioni sulla pagina Facebook di SPAZIO ZERO

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COLLABORARE CON FOTO O ILLUSTRAZIONI? SCRIVI A REDAZIONE@PASSVR.IT TI SENTI PIUTTOSTO NERD? WWW.PASSVR.IT VUOI RESTARE IN CONTATTO? CERCACI SU FACEBOOK!

Febbraio 2012  

Spring Exam PASS

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