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LETTERA AL RETTORE

(il nuovo libretto elettronico)

BIRMANIA BEPPE GRILLO IRANvsCOLUMBIA UNIVERSITY


EDITORIALE E questa volta, prima di mandare a stampare, abbiamo corretto le bozze. Ci siamo divertiti un casino e penso lo rifaremo. Essendo stata però la correzione un‘occasione di svago non possiamo assolutamente assicurare la mancanza in questo numero di errori tipografiCi. Gli errori di sintassi beh, sono proprio quelli che ci hanno fatto ridere un casino. O forse ridevamo perchè siamo dei deficenti,. E comunque gli errori di sintassi li abbiamo lasciati, così ride anche chi legge. Ci sarebbero poi un paio di cose che vorrei dire. Hehem… “Vaffanculo”. Ecco. L’ho detto. “Vaffanculo” a tutti i nostri pari che pensano che ci facicamo mettere i piedi in testa e a quelli che non hanno capito che questo cazzo (oddio, “cazzo” si può dire? meglio metterlo tra virgolette) ecco, insomma, a tutti quelli che pensano che questo “cazzo” di giornale sia loro, o dei lettori, o dell’Università, o di Pinocchio (he he, no, Pinocchio è già proprietario de L’Arena) o di chissàchi. Questo giornale è nostro. Lo ripeto e lo scrivo anche grande, QUESTO GIORNALE È NOSTRO, e quando la redazione attuale sarà laureata, quando tutti noi ci saremo tagliati i capelli e saremo andati a lavorare, a quel punto PASS avrà una nuova redazione, e sarà interamente LORO. Dico queste cose perchè ci sono stati un paio di episodi sgradevoli, screzi con persone che non hanno capito come funziona la libera informazione, ma soprattutto non hanno capito la nostra sottilissima ironia e la nostra attitudine critica, emerse, per dirne una, nel commentare i banchetti degli studenti erasmus alla festa delle associazioni, in quel di giugno 2007. È stata una festa da panico. Lo ripeto in grande (le persone intelligenti non si offendano, per le mie maniere brusche, tutti gli altri mi possono insultare via mail, al mio indirizzo personale che stà scritto in basso. UNA FESTA DA PANICO. Ho visto gente uscirne distrutta. PASS, per inciso, non è l’organo informativo dell’Università di Verona, PASS è un magazine scritto e prodotto dagli UTENTI dell’Ateneo per gli UTENTI dell’Ateneo.

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BIRMANIA L’inferno nel paradiso ..................................................................... 4 SE SON ROSE Mohamed ha 32 anni e 1 bici ..................................................... 5 UN’IRANIANO A NEW YORK Mahmud Ahmadinejad in gita alla Columbia University ........ 6 LA QUESTIONE IRANIANA Guerra imminente o gioco tra diplomazie? Il pretesto nucleare ......................................................................... 7 INTERVISTA Padre Adelmo Spagnolo ne ha veramente viste un bel po’, ma al Gigi non piace il mio titolo......................................... 8 BEPPE GRILLO Avremmo voluto fare un digesto degli articoli su di lui ma abbiamo fatto indigestione .................................................... 9 LA TOLLERANZA DEVE PARTIRE DA NOI L’unica cosa che non tollero è che mi si chiudano i kebab. Dai Tosi, provaci ............................................................ 12

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IL CONSIGLIO DEGLI STUDENTI Ha scritto un paio di cose al Magnifico Rettore ...................... 3 LIBRETTO ELETRONICO Funziona così ................................................................................... 3 ERASMUS Il nostro corrispondente estero adesso sarà in spiaggia........ 13 ACCESSO PROGRAMMATO Test truccati come i visagisti delle dive .................................. 14 SCOPERTI I GENI DELL’INFARTO Scoperta importante all’Università di Verona ........................ 14

PASSATEMPO CULTURA-EVENTI-MODA

LA TRAVIATA A noi è piaciuta un casino ......................................................... 15 NERO - RUBRICA DI PAROLE Amicizia .......................................................................................... 16 DIARIO D’ACCADEMIA Tutto va ben, madama la Marchesa ....................................... 17 EVENTI E APPUNTAMENTI Io vado a vedere “Tre pezzi facili”............................................. 18 PASSTYLE - RUBRICA DI MODA Su con la vita ................................................................................ 19

Buona lettura.

Tommaso Boscaini tomlattebiscotti@gmail.com

Inviate i vostri testi a: pass.vr@libero.it - oppure consegnateli direttamente alla redazione. Gli scritti devono essere inediti e autografi, ogni manoscritto a noi pervenuto non verrà restituito. La redazione si riserva il diritto di apporre qualsiasi correzione o modifica, nonchè la decisione finale in merito alla pubblicazione. I contenuti dei singoli articoli pubblicati non rispecchiano necessariamente il pensiero della redazione.

prodotto

grazie al contributo dellʼUniversità di Verona

PASS - Parola agli studenti Periodico mensile di informazione Registrazione tribunale di Verona n° 1748 del 31.3.2007 DiRettore responsabile: Angelo Perantoni Propiretario ed Editore: Tommaso Boscaini, Verona Redazione chiusa il 2 ottobre 2007 TESTI: Alessio Pisanò, Paolo Perantoni, Stefania Gatta, Luigi Tasca, Fabrizio Devincenzi, Victoria Stewart, Cesare Brazzoli, Antonio Furfari, Martina Gottardo, Walter Maestrini, Alberto Fezzi, Tommaso Boscaini, Pietro Firrincieli, Davide Spilleri, Silvia Paganini, Juliette Ferdinand, Maurizio Miggiano. PROGETTO GRAFICO Tommaso Boscaini FOTO DI COPERTINA Tommaso Boscaini Grazie a tutti coloro che hanno collaborato, ma che sono stati dimenticati nei ringraziamenti. Stampato dalla tipografia CIERRE - Sommacampagna, VR


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PRIMOPIANO

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PUBBLICHIAMO UNA LETTERA

COME FUNZIONA

data 30 agosto, al Rettore Alessandro Mazzucco ed a tutti i Presidi di Facoltà, in cui si espongono delle critiche alla nuova procedura di verbalizzazione esami on line, più specificatamente riguardo lʼabolizione della possibilità del rifiuto del voto.

FEDERICA BOLOGNESE

che il Consiglio Studenti ha mandato, in

Rettore Magnifico, Presidi Illustrissimi,

C

on la presente i rappresentanti degli studenti vogliono esprimere la loro preoccupazione rispetto un sistema universitario in cui la centralità dello studente viene sempre più spesso dimenticata per essere sostituita dalle necessità tecnico-gestionali di Segreterie ed uffici tecnici. In un momento in cui la struttura universitaria deve essere il più attenta possibile alle esigenze di sapere e innovazione, stiamo assistendo a scelte che a nostro parere non aiutano a fare della sana competizione tra facoltà italiane, un elemento di successo per l’Università di Verona. Un esempio: la nuova procedura di verbalizzazione degli esami che, oltre a decretare l’eliminazione del libretto universitario, non prevede più la possibilità del rifiuto del voto da parte degli studenti. Questo nuovo metodo, si è detto, nasce per velocizzare la trasmissione dei crediti all’Anagrafe Nazionale degli Studenti (ANS) ai fini del fondo di finanziamento ordinario (FFO). Tale motivazione sembra insufficiente, poiché le potenzialità dei servizi on-line possono certamente fornire altre efficaci soluzioni al problema (basterebbe una pagina web protetta sul sito di Ateneo in cui lo studente accede con la propria password e accetta o meno il voto, stabilendo, concordandosi, un tempo limite per eseguire l’operazione). Se, inoltre, lo studente che non si presenti all’esame cui era iscritto, perdesse la possibilità di poter sostenere l’esame ai primi appelli della sessione successiva, com’è stato proposto, la condizione degli studenti sarebbe ancora più limitata, venendo tolta la possibilità di approfondimento e di innalzamento della media finale (molto importante soprattutto nelle facoltà scientifiche). La mancata presentazione agli esami potrebbe essere ridotta permettendo allo studente di dis-iscriversi sino al giorno prima dell’appello. Con lauree da 40 esami in tre anni, lo studente è obbligato a “provare” gli esami, potendo ripresentarsi agli appelli successivi in caso di risultato non soddisfacente. Quindi è necessario riportare a normalità la situazione di certi corsi (lettere innanzitutto) fuori controllo. Alcuni sistemi europei prevedono l’iscri-

zione a inizio anno accademico, ai corsi che si intende seguire, consegnando una sorta di piano didattico del singolo studente, che aiuti segreterie e organizzazione a seguire meglio lo studente nel suo percorso. Nei decreti ministeriali sulle classi di laurea e di laurea magistrale sono contenuti importanti segnali di inversione di rotta relativamente ad alcune tendenze negative che si sono registrate nella prima applicazione della riforma. Per evitare la proliferazione di corsi di laurea e di laurea magistrale senza adeguata presenza di docenza stabile e responsabilizzata, si stabilisce che, rispettivamente, almeno 90 e 60 CFU corrispondano a insegnamenti tenuti da docenti di ruolo (professori ordinari, associati, ricercatori). Per evitare la parcellizzazione della formazione degli studenti si pone un limite al numero degli esami. Queste sono tutte osservazioni che intendono aiutare il successo della nostra Università. Crediamo che non paghi assegnare velocemente più crediti possibili se poi il giudizio sull’offerta didattica universitaria è negativo. Un’Università efficiente e attenta fa aumentare la qualità percepita e con essa studenti e crediti. Il nostro apporto non è per una indiscutibile mantenimento dello status quo: vuol essere invece monito a ricordare, anche all’interno del processo di “modernizzazione” dell’Università, che essa nasce per lo studente ed è dello studente. E vuol essere, inoltre, invito ad una maggiore collaborazione con gli organi studenteschi: se le discussioni su queste materie fossero state fatte in Senati Accademici allargati, forse avremmo potuto dare un nostro contributo, che può anche sorpassare talvolta le misure che si stanno prendendo. Così invece ci troviamo a dover criticare scelte prese senza il consulto della rappresentanza studentesca, molte volte intesa solo come ostacolo all’andamento del sistema accademico. Abbiamo, perciò, chiesto un incontro con un membro della Commissione Didattica Permanente d’ Ateneo, sperando nella possibilità di un dialogo proficuo. Verona, 30 agosto 2007 Il Consiglio degli Studenti

il libretto elettronico All’atto dell’immatricolazione non sarà più fornito il libretto universitario cartaceo, bensì una smart card, ossia una tessera di riconoscimento elettronica che attesti l’appartenenza del soggetto all’Ateneo. Entro il 31 dicembre 2007, infatti, sarà definitivamente conclusa la procedura web per quanto concerne la gestione dell’intero processo di creazione degli appelli e la registrazione automatica degli esiti con la visualizzazione delle statistiche correlate. Inoltre sarà consentito agli studenti verificare il proprio profilo. Nel caso in cui uno studente non venga riconosciuto in regola perché non correttamente iscritto, laureato o ritirato, verrà generato dal sistema un messaggio che informerà lo studente della sua situazione, intimandolo alla regolarizzazione, pena l’impossibilità di accesso al servizio ‘libretto on-line’. L’iscrizione all’esame deve avvenire almeno quattro giorni lavorativi precedenti la data dell’appello ed è obbligatoria perché si possa ottenere una corretta verbalizzazione. Non ci sono particolari strumenti coercitivi che spingano gli studenti che non intendono sostenere l’esame a ritirarsi entro le scadenze previste, ci si affida dunque al rispetto e al buon senso della popolazione studentesca. In data d’appello il docente possiede la stampa del verbale. Ogni pagina di questo contiene i cedolini che attestano l’iscrizione all’esame dei soggetti; alcuni non sono compilati e il numero corrisponde al 10% degli iscritti. Da confutare l’idea che servano per coloro che non si sono iscritti via web, infatti, sono atti esclusivamente all’eventuale correzione delle cedole compilate erroneamente dal docente. Per le prove orali, la consegna del registro dei verbali deve avvenire entro il termine della sessione d’esame. Per quanto riguarda gli esami scritti, nei quali la percentuale degli studenti che non sostengono la prova o non la superano è maggiore, l’avviso dell’esito e la registrazione devono avvenire entro i 30 giorni successivi all’appello. Qualora lo studente non accetti il voto, dovrà mandare una mail al docente, altrimenti la registrazione avverrà automaticamente. Importante ricordare che, nell’eventualità che lo studente si ritiri dall’esame o non ottenga una valutazione superiore a 18\30, l’annotazione sul verbale potrà essere utilizzata a fini statistici, ma non influenzerà la carriera universitaria. ■ Ulteriori informazioni su www.univr.it

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BIRMANIA*:

LʼInferno nel Paradiso LUIGI TASCA

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a Birmania è un paradiso. Milioni di turisti la visitano ogni anno. È un Paese magico e millenario, ricco d’atmosfere d’incanto, dove una natura lussureggiante si mescola alle bellezze lasciate delle civiltà che hanno attraversato la storia di questo territorio. Per comprendere l’attuale tragica situazione politica è necessario ripercorrere la storia recente dello Stato birmano. Nel 1962 un’insurrezione guidata da un esercito filo-comunista, comandato dal generale Ne Win, destituì il fragile governo democratico indirizzando il Paese sulla strada del socialismo. I venticinque anni che seguirono furono segnati da un costante declino economico, fino a quando negli anni 1987-88 la popolazione birmana stanca dell’ oppressione di Ne Win scese in massa per le strade del Paese decisa a destituire il generale. In risposta all’ ondata di proteste i militari birmani contrapposero una violenta repressione: in sei settimane di scontri feroci si contarono ben 3000 vittime. Dopo la nomina di alcuni personaggi fantoccio da parte di Ne Win, un colpo di Stato (presumibilmente organizzato dallo stesso Ne Win) portò al potere il generale Saw Maung, il quale promise di indire elezioni nel 1989. L’opposizione formò rapidamente un partito di coalizione, la Lega Nazionale per la Democrazia(NLD) capeggiato da Aung San Suu Kyi, figlia dell’ eroe dell’indipendenza dall’Impero britannico Bogyoke Aung San. Nel 1989 il governo pose Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari. Nonostante questo provvedimento la LND riportò un successo schiacciante alle elezioni. La giunta militare impedì di governare ai capi di partito democraticamente eletti, inclusa la stessa Aung San Suu Kyi. A ciò fece seguito un’ondata di repressione brutale dei ribelli Karen e di collaborazione con l’esercito privato del barone della droga Khun Sa. Durante la prigionia Aung San Suu Kyi si vide assegnare numerosi premi internazionali per la pace, tra cui il Nobel nel 1991. Per la gioia del popolo birmano il governo le revocò gli arresti domiciliari nel luglio del 1995. Venne comunque mantenuto a suo carico il divieto di varcare i confini della capitale Rangoon, fino a che, nel settembre del 2000, fu arrestata e costretta nuovamente agli arresti domiciliari. Nell’ ottobre del 2000 erano in corso trattative segrete tra Aung San Suu Kyi ed il Governo, le quali sfociarono nel suo rilascio nelmaggio del 2002. Le parti si impegnarono a proseguire la trattative, in cui era prevista la possibilità dell’introduzione di riforme democratiche nel Paese. Tuttavia nel maggio del 2003 Aung San Suu Kyi fu arrestata per l’ennesima volta in se-

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guito a dei violenti scontri tra i suoi sostenitori ed una squadra di manifestanti pro-governativi. In seguito a questo nuovo arresto gli Stati Uniti e l’UE hanno inasprito le sanzioni economiche nei confronti della Birmania, e l’opposizione interna, guidata dalla silenzio- mento”. sa voce di Aung San Suu Kyi, si è rinvigorita Un fotografo giapponese è stato assassinato fino a sfociare nelle imponenti manifestazioni dall’esercito. Il coprifuoco e il divieto di filmare o riportare qualsiasi notizia sulla rivolta di questi ultimi giorni. è assoluto. La polizia ha fatto irruzione nelVent’anni di giunta militare crudele e ma- l’hotel Traders di Rangoon a caccia di giorfiosa hanno sfracellato l’economia Birma- nalisti “travestiti“ da turisti e i pochi reporter na. Eppure il sottosuolo è ricchissimo di gas presenti in Birmania al momento della rivolta e petrolio. Le grandi industrie petrolifere(la sono stati allontanati immediatamente. Pure le compagnia francese TOTAL su tutte), d’inte- trasmissioni via Internet sono vietate e i milisa con la Giunta Militare, hanno costruito i tari hanno tagliato le connessioni veloci. loro oleodotti sfruttando la manodopera lo- Anche la situazione a livello internazionacale, obbligandola al lavoro, il più delle volte le è estremamente complicata: il Consiglio di non pagandola. Le ricchissime foreste di tek, Sicurezza delle Nazioni Unite non ha preso legname molto apprezzato da noi occidentali, alcuna decisione contro il Regime birmano per i veti di Russia e Cina: sono state in larga parte rase *Nome precedente: Repubbli- entrambi hanno forti inal suolo;ciò per finanziare l’acquisto di armi dei milita- ca socialista dell’Unione birma- teressi commerciali con la na giunta militare. ri al potere. Nota: dal 1989 le autorità miliIl fronte dei militari, Molti birmani cercano l’avventura all’estero, la tari della Birmania hanno cam- intanto, sembra mostraThailandia e le sue fabbriche biato il nome del Paese in Myan- re qualche crepa. Alcuni generali della giunta si non sono distanti. Lì, però, mar; Questa decisione non è stata starebbero scontrando tra sono costretti ad una pesante discriminazione razziale, che approvata da nessuna legislatu- loro sull’eccessivo uso delli porta ad essere considerati ra del Paese e viene rifiutata da la violenza e ci sono stati tutte le organizzazioni demo- dei disordini in alcuni repoco più che bestie. cratiche del Paese, e da molti parti dell’esercito. Le vicende del popolo governi. Carità e povertà: di quebirmano sono state riportate all’attualità dai tragici eventi di questi gior- sto vivono i 350 mila monaci buddisti birmani: i monaci buddisti sono scesi in massa per ni. Non hanno nulla, non temono nulla e per le strade del Paese seguiti da una buona fetta questo al loro protesta spaventa il regime. Si della popolazione civile. La repressione della svegliano prima dell’alba, pregano, escono dai Giunta Militare non si è fatta attendere e la sua monasteri con la loro ciotola nera per chiedeinaudita violenza fa in modo che il numero re offerte. “Quando il governante è giusto e buono, delle vittime sia pressoché incalcolabile. Racconta un cooperante italiano che vive a i ministri diventano giusti e buoni. Quando i Rangoon: “Il massacro è cominciato, i milita- ministri sono giusti e buoni, i funzionari sono ri sparano ad altezza d’uomo sui manifestanti. giusti e buoni. Quando i funzionari sono giuNon sappiamo quanti siano rimasti a terra ma sti e buoni, il popolo diventa giusto e buono”. chi ha potuto vedere dall’alto dei palazzi parla Questo unico riferimento “politico”, presente di decine e decine di persone. I militari dai nella dottrina buddista forse sembra spiegare megafoni avvertono che sarà aperto il fuoco i motivi della protesta dei monaci che sono senza altri preavvisi contro qualsiasi sbarra- ammirati ora in tutto il mondo. ■


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Mi sono sempre chiesto se questo mestiere sia in franchising, e se oltre alle rose e alla bici ti diano anche quella faccia di plastica sorridente. Con la quale tra l’altro riescono a venderti tre rose a dieci euro. La persona nelle fotografie non è Mohamed, e in mano tiene le mie tre rose. La foto è stata scattata in piazza erbe, dove a quanto pare si fanno buoni affari.

SE SON ROSE… STEFANIA GATTA

Mohammed M. è nato nel 1975 ma sul sul passaporto c’è scritto 1968. 15 anni fa, per lasciare il Pakistan ha falsificato i documenti spacciandosi per maggiorenne. 32 anni li porta maluccio, però. Ha due grandi cicatrici: una sotto la spalla, l’altra poco sopra l’orecchio. Arma da fuoco, dice. Perché da dove viene lui “la polizia ti spara. E’ pericoloso”. Solo poi mi dice che è ricercato e che ha sparato. Contro altri uomini. E’ arrivato a Verona 18 mesi fa con una corriera dalla Germania: un amico gli aveva raccontato che in Italia distribuivano permessi di soggiorno a iosa. “Ma oggi non è più così, o ti sposi o cambiano le leggi”. Mohammed lo si vede spesso in giro. Anzi lo si vedeva. Perchè da qualche settimana ha iniziato a fare anche le pulizie in alcuni bar della città: “un lavoro più sicuro e migliore di vendere in giro”. E a vendere deve avere imparato bene. Nei 13 anni in Germania ha lavorato in diversi mercati tra Berlino, Francoforte, Dresda,. Prima lavorava nella drogheria di famiglia. Ma l’Italia si sa, è diversa: se oggi al mercato del Saval ci lavorano le studentesse, al nostro clandestino non è rimasta che qualche cianfrusaglia da smerciare tra le vie della città. Fiori che compra la mattina al

mercato di Via XX Settembre oppure ventagli, accendini, amenità varie che trova nei negozi dei cinesi. Niente racket. Niente grossista. I dettaglianti abbassano il prezzo se porti via una discreta quantità di pezzi. Passeggiando, incontra un giovane “collega” che non lo riconosce e gli offre una rosa. Risata soffocata da saluti scambiati in una lingua incomprensibile. Mentre ci allontaniamo Mohammed tiene a precisare che “quello lì è indiano” e che ”non tutti sono bravi”. Perchè il venditore deve presentarsi bene (come le “sciure” che ti mostrano i cataloghi Avon, penso) ed essere cordiale e non insistente (come certe telefoniste assillanti che si offendono se non ti abboni a “Cavalli&Giardini”, ripenso). Le scarpe, per esempio. Ai piedi ha due brillanti mocassini in cuoio nero con una grossa fibbia dorata. Per lui sono di gran classe… sarà il decennio tra sandali e calzini teutonici!? Ne ha più di 10 paia. Rosse, bianche, blu. I fiori, soprattutto le rose, vanno via alla grande. “Gli italiani sono Gentlemen” e a loro “piace fare bella figura con la signora ”.Ventagli e raincooooat così così. Poi dipende dai giorni. E comunque non fa la fame, Mohammed.Vive in un trilocale a � 800,00. Ha il tesserino sani-

tario anche se i soldi per le pulizie gli entrano in nero. E a me girano le palle quando dice che per le cure mediche lui non paga. “E allora a cosa ti serve il permesso di soggiorno? Qui in Italia ci vivi tranquillamente…” “Ma tu sei una Europa-Frau (libera traduzione dal tedesco: una donna europea), dovresti capire. Mi serve per tornare a casa e rientrare in Italia, trovare un buon lavoro come quelli che lavorano nei bar o nei ristoranti in Piazza Bra. Li vedi? Camerieri, lavapiatti…Ma perchè non mi sposi? Avrei il permesso subito per 5 anni. Zac! Tante donne lo fanno. E prendono anche soldi”. Ma questa è un’altra storia. E nel frattempo Mohammed macina chilometri con una bici scassata trovata chissà dove. Mohammed lo vedi tra i tavoli dei bar del centro, passare in Via Roma e Via Mazzini porgendo una rosa, offrendone due in omaggio. A giugno, se sei fortunato, puoi comprare dei graziosissimi mazzi di mughetti. Se piove, Mohammed sbuca da una via e ti offre un ombrello. Se trovi il Mohammed tamarro invece, o se il tamarro sei tu, torni a casa con una fontana di led colorati che non sai dove mettere. ■

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UN IRANIANO

a NEW YORK Mahmud Ahmadinejad è andato in gita alla Columbia University STEFANO NEGRO

Perfino il Presidente Bush, per bocca del suo portavoce Tony Fratto, ha difeso l’iniziativa: «l’America è un Paese dove la gente può venire a dire la sua: sarebbe meraviglioso se i leader dei Paesi che ne traggono vantaggio qui permettessero le stesse libertà ai loro cittadini». Tutto ciò pur continuando a negare ad Ahmadinejad la possibilità di rendere omaggio alle vittime dell’11 settembre sul sacro suolo di “Ground Zero”: «È il capo del Paese che sponsorizza il terrorismo. Ground Zero non è un posto per lui».

Così, sfidando le manifestazioni di protesta delle organizzazioni ebraiche, il temuto Presidente iraniano si presenta all’auditorium della Columbia, dove il Rettore lo accoglie in maniera tutt’altro che ossequiosa: «signor presidente, lei esibisce tutti i segni di un New York, 24 settembre 2007: un gior- crudele dittatorello. Perché è così spaventato no molto particolare per la metropoli che cittadini iraniani esprimano le loro opistatunitense. Alla Columbia University, nioni per il cambiamento? Francamente, in infatti, si attende un ospite piuttosto tutta schiettezza, io dubito che abbia il co“scomodo”, il presidente della Repub- raggio intellettuale di rispondere a tali doblica Islamica dell’Iran Mahmud Ah- mande. Quando uno come lei viene in un madinejad. posto come questo, si rende semplicemente ridicolo: è sfacciatamente provocatorio o Gli organizzatori dell’evento sono riusciti a sorprendentemente maleducato». non tirarsi indietro di fronte alle dure cri- Ahmadinejad, che non ha ancora pronunciatiche che da qualche giorno piovono loro to una parola, risponde tranquillo: «In Iran, addosso da più parti, difendendo il loro ope- la tradizione esige che quando si invita una rato dietro la libertà d’espressione che la Re- persona a tenere un discorso, rispettiamo i pubblica statunitense sa riconoscere anche ai nostri studenti abbastanza da consentire loro propri più acerrimi nemici e quindi come di formarsi un proprio giudizio da sé, e non la manifestazione più alta della superiorità riteniamo necessario uscire con una serie di morale dell’Occidente sul resto del mondo: critiche ancor prima che il discorso venga «il fatto che in Iran, oggi, un forum del ge- pronunciato, per vaccinarli preventivamente. nere sarebbe impensabile rinforza le nostre Tuttavia non voglio cominciare rispondenragioni – ha affermato il Rettore Lee Bol- do a questo comportamento insultante». linger –. La nostra è una grande lezione di democrazia americana». Dello stesso tenore È solo l’inizio di una serie di botta e risposta le dichiarazioni del ViceRettore John Coa- che, di fatto, invertono il ruolo dei contentsworth, le quali però, tradiscono una certa denti: gli ospitanti diventano i nemici della attitudine semplificatrice volta ad accostare libertà di espressione e Ahmadinejad il suo chiunque sembri “cattivo” al logoro ed abu- campione. sato Adolf Hitler: «Se (Hitler) avesse voluto partecipare a un dibattito e a una discussione Coatsworth: «È vero che lei e il suo Govere essere sfidato dagli studenti della Colum- no perseguite la distruzione dello Stato di bia, sicuramente lo avremmo invitato». Israele?»

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Ahmadinejad: «Noi amiamo ogni persona. Noi siamo amici degli ebrei. Ci sono molti ebrei che vivono tranquilli in Iran». Coatsworth: «Risponda con un semplice sì o no, prego». Ahmadinejad: «Lei fa le domande ed esige la risposta che vuol sentire. Io le chiedo: la questione palestinese è di importanza internazionale? Mi risponda con un semplice sì o no». Un giornalista: «Signore, il popolo americano sa che il suo Paese è uno Stato terrorista, che esporta il terrorismo nel mondo. Doveva capire che visitare il sito del World Trade Center avrebbe fatto infuriare gli americani». Ahmadinejad: «Mi meraviglio. Come può parlare per l’intera Nazione americana? Lei è un giornalista, rappresenta la stampa. Il popolo americano conta 300 milioni di persone. Ci sono punti di vista diversi là fuori». E così via, per una buona mezz’ora durante la quale il “dittatore” ha la possibilità di controbattere punto su punto alle critiche che gli vengono rivolte: all’accusa di usare liberamente la pena capitale Ahmadinejad replica di non far niente di diverso da quanto si faccia tutt’ora in Texas. Dietro alla denuncia degli aiuti finanziari dell’Iran ai “terroristi” il Presidente ricorda il sostegno Americano all’Iraq durante la guerra contro l’Iran. All’illazione secondo cui l’Iran si vorrebbe dotare di armi nucleari viene opposta la libertà di ricerca per scopi pacifici tanto decantata dai Paesi occidentali. Di fronte all’accusa di voler negare il genocidio degli ebrei l’iraniano risponde che bisogna lasciare liberi gli storici di continuare le verifiche e analizzare la questione da punti di vista differenti. La platea, incapace di replicare a tono, applaude alle affermazioni di Ahmadinejad, fino alla proverbiale ciliegina sulla torta che scatena le più grasse risate: «In Iran non ci sono omosessuali». Così, un Occidente costretto a ridurre la sua superiorità morale sugli stati canaglia alla difesa dei diritti degli omosessuali, comincia già a chiedersi se sia proprio il caso di farsi promotore di una assoluta libertà di espressione, la quale, come dimostrato, potrebbe avere l’effetto decisamente negativo di far vedere anche alla popolazione meno indipendente dai mass-media quanta ipocrisia alberghi nei nostri cuori e come, in realtà, le distanze tra noi e i nostri “nemici” siano più artificiose e meno marcate di quanto comunemente non ci si aspetterebbe. Insomma, la missione che ci siamo prefissati di esportare la Democrazia in quei paesi che a tutt’oggi ne sono completamente privi rende ormai evidente la necessità di ridurre il nostro grado interno di democraticità. ■


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LA QUESTIONE IRANIANA Guerra imminente o gioco tra diplomazie? Il pretesto nucleare.

GIOVANNI GHISU - giovanni@frida.it

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egli ultimi mesi le diplomazie occidentali si stanno confrontando con una forte riacutizzazione della questione iraniana, dovuta alla corsa al nucleare portata avanti dal Presidente Mahm�d Ahmadinejad e dalle sue continue minacce dirette allo Stato di Israele. La possibilità di un’escalation militare che causi una guerra atomica nel Golfo Persico sembra essere tutt’altro che improbabile e neppure troppo lontana, anche a fronte di un progressivo aggiungersi di dichiarazioni anti-iraniane, che se in precedenza erano affidate soltanto a Bush e Olmert, ora hanno trovato il sostegno di Gordon Brown e di Sarkozy, segno della risolutezza dell’occidente verso un tema così caldo. Tuttavia gli analisti sanno che sotto la cenere covano ben altri interessi rispetto a quelli presentati ai giornali: da parte iraniana è in atto una mossa diplomatica mirante a fare di Ahmadinejad un protagonista della politica estera mondiale, così da permettergli di fronteggiare alcune questioni strategiche ed economiche che altrimenti egli non sarebbe in grado di affrontare da solo. In primo luogo Ahmadinejad deve risolvere i problemi dovuti alla particolare struttura politica della Repubblica Islamica, dove anche un presidente legittimamente eletto deve riuscire a confrontarsi alla pari con l’establishment religioso, vero potere politico del Paese, e per farlo ha bisogno di controbilanciarlo con un forte sostegno popolare. Alla luce di questa situazione le minacce agli ebrei destano poca meraviglia: infatti, se in Italia la popolarità si ottiene auspicando coloriti “vaffa” ai politici, nei paesi dell’Islam radicale si ottiene promettendo la totale distruzione di Israele. In secondo luogo l’Iran sta affrontando una crisi energetica che

continua a progredire. I pozzi petroliferi del Paese sono ormai obsoleti e la capacità di estrazione del petrolio è inadeguata alle esigenze interne. Al giorno d’oggi la capacità di estrazione dei pozzi più moderni si attesta attorno al 33% (rispetto alla reale quantità di petrolio di un pozzo, solo questa quota riesce ad essere effettivamente estratta), mentre quella iraniana arriva al 22%. Poiché le tecnologie necessarie all’ammodernamento sono esclusivamente americane, la diplomazia iraniana ha aggredito Israele consapevole che in tal modo avrebbe raggiunto il vero interlocutore che cerca: Bush. Cosa che è puntualmente avvenuta. Arrivato a questo punto ad Ahmadinejad mancava soltanto uno spauracchio in grado di renderlo potenzialmente pericoloso ed esso è stato trovato nella ricerca sul nucleare, la quale ha dato vita a un balletto di annunci portato avanti da avversari che si mentono a vicenda; essendone peraltro perfettamente consapevoli. Da una parte, infatti, gli americani minacciano di ricorrere ad attacchi aerei pur sapendo essi non avrebbero alcuna utilità pratica data la profondità delle installazioni nucleari iraniane, mentre dall’altra questi ultimi fingono noncuranza verso eventuali sanzioni economiche, nonostante siano ben consci di non poter sopportare a lungo le conseguenze. E’ per questi motivi che molto probabilmente la guerra promessa tra Bush e Ahmadinejad rimarrà soltanto tale, e il problema del nucleare resterà nulla più di un furbo escamotage affinché si trovi un punto di equilibrio nello scenario mediorientale, che negli ultimi anni è stato troppo scompigliato per non causare quello che, al di là della facciata, altro non è se non un insolito gioco tra diplomazie. ■

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INTERVISTA:

PADRE ADELMO SPAGNOLO NE HA VISTE UN BEL POʼ.

Padre Adelmo Spagnolo è un missionario comboniano attivo in Africa dagli anni ’50. Di origine veneta, è in Italia da qualche settimana, desideroso di rivedere i luoghi della sua giovinezza, i suoi parenti. Ha pubblicato di recente due libri: “Seven minutes a Day with Jesus (Meditations on the Gospel of Mark)” e “Dialogo con Gesù”, ed. Paoline. -Puoi ripercorrere brevemente i tratti principali della tua carriera di missionario? La mia vita di missionario comincia nel ’47 quando lasciai il seminario di Vicenza, dove ero entrato subito dopo la guerra per diventare prete. In seguito entrai nell’ordine dei comboniani, i quali hanno le loro missioni in Africa. Poi, per due anni sono stato nel seminario di Venegono (VA) in preparazione della vita missionaria; al termine dei due anni, nel ’50, sono stato scelto per continuare gli studi di teologia negli USA, a Cincinnati (Ohio). Nel ’54, terminati gli studi teologici, fui ordinato prete negli USA e subito inviato in Africa, nel Sudan Meridionale, dove rimasi per dieci anni. Nel ’64 feci ritorno in Nord America, a Montreal nel Canada. Nel ’71 fui rimandato in Africa, in Uganda. Nell’ ’82 in Kenya e nel ’95 in Etiopia, dove mi trovo attualmente. -Da dove è scaturita la tua vocazione missionaria? La vocazione mi è nata nel seminario di Vicenza, quando entrai in contatto con un missionario comboniano che mi presentava le necessità urgenti dell’ Africa. Mi resi conto che in Italia c’era grande abbondanza di preti, mentre in Africa ve n’erano pochissimi. Decisi perciò di farmi missionario. -Com’è stato il tuo primo impatto con la terra d’Africa? È stato molto duro! Un mese, da Napoli al centro dell’ Africa. Non c’erano aerei però fu un viaggio stupendo: nave da Napoli ad Alessandria d’ Egitto, treno attraverso il deserto del Sahara e battello a vapore lungo il Nilo, fino alle foreste tropicali centr’ africane. Fu un viaggio avventuroso e ricco di belle esperienze, un’ introduzione graduale alla vita missionaria. -Dove sei ora? Mi trovo da tredici anni in Etiopia in una missione a 270 Km dalla capitale Addis Abbeba. Attualmente gestisco un eremo che mi sono fabbricato sul lago Awasa. Questo

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eremo è un centro di formazione umana e cristiana per i giovani, e per chi desidera passare qualche giorno nella solitudine e nel silenzio. -Com’è la tua giornata tipo? Quando mi trovo all’eremo, da solo o con qualche gruppo, mi alzo alle 4 del mattino e faccio due ore di preghiera. In seguito, fino all’ ora di pranzo, opero delle riflessioni sul Vangelo, oppure lezioni sui problemi della vita. Nel pomeriggio preghiera, condivisioni, lezioni. Alla sera viene recitato un Rosario meditato con lo sfondo del lago. Il lago Awasa è stupendo, bellissimo: piante enormi, fiori e uccelli coloratissimi. La natura è magnifica, paragonabile forse al Paradiso Terrestre. Dopo il Rosario ceno, e verso le otto, vista la lunghezza della giornata, sono già a letto. -Quali sono i problemi principali della popolazione etiope? Le persone che arrivano al mio eremo (giovani, studenti, coppie) sentono bisogno di spiritualità, silenzio e riflessione sulla propria vita. Data la mia età presto un servizio orientato più alla spiritualità che alla materialità. In passato ho insegnato nelle scuole e

in cui ti sei ritrovato durante la tua vita missionaria? In Uganda durante il crudele impero di Amin. Costui per nove anni ha causato un’ infinità di vittime nella popolazione civile ugandese. Ero parroco in una missione di 5000 anime e i soldati di Amin bruciarono le case dei miei parrocchiani, i loro villaggi. Dovetti procurare loro cibo e medicine per tre mesi. Un giorno, mentre cercavo dei medicinali, caddi in un’imboscata e venni ferito. Rimasi svenuto sulla strada, e i soldati mi lasciarono lì credendomi morto. -L’Etiopia fu colonia italiana. Quali gli aspetti positivi,quali negativi del dominio italiano. Gli italiani costruirono strade, ponti, aziende agricole. Con l’avvento degli inglesi tutto si è fermato. Qualche anziano dice che se gli italiani fossero rimasti quarant’anni e non quattro ora l’Etiopia sarebbe un Paese molto più ricco di quello che è adesso. In negativo rimangono i massacri compiuti dai gerarchi fascisti: in particolare il Gen. Graziani, che fece uccidere il patriarca ortodosso etiope perché si era rifiutato di benedire le bandiere italiane.

sono stato preside di un collegio in Kenya. Il problema principale della popolazione etiope è trovare lavoro: i giovani studiano accanitamente ma, una volta terminati gli studi universitari, non trovano lavoro e si scoraggiano. Questi ragazzi vengono da me e cerchiamo di trovare una soluzione ai loro problemi; curiamo piccole iniziative, come indirizzare i giovani verso agricoltori e imprese che possano dare loro lavoro, diamo lezioni di orticoltura in maniera che poi i ragazzi possano vendere i prodotti della terra nel mercato locale. -Qual è stata la situazione più difficile

-Qual è il giudizio di un’italiano all’estero sull’Italia? Quello che posso dire, leggendo i giornali internazionali, è che l’ Italia è un Paese assai ricco… Di partiti! A parte gli scherzi, l’impressione che ho è che l’Italia ha perso di credibilità internazionale con Berlusconi, il grande riccone, il quale ha fatto leggi a suo favore ed è un po’ fanfarone nel parlare. La mia opinione è data dalla lettura di giornali inglesi e americani, i quali riprendevano spesso con ironia le gaffe internazionali di Berlusconi. Noi italiani all’estero ci sentivamo molto umiliati.


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ome poteva esimersi il vostro PASS dal trattare quell’enorme, immenso, sterminato fenomeno mediatico chiamato Beppe Grillo? Infatti non ci siamo tirati indietro ed abbiamo provato a tirare un po’ le somme su questo argomento così talmente sentito e risentito e sul quale si sono espressi tutti (e quando diciamo tutti intendo proprio tutti). I mezzi di stampa si sono sfiniti nel dedicargli articoli, nel riportare ogni minima sua dichiarazione, nell’intervistare questo o quel personaggio, più o meno autorevole, che avesse da dire la sua sul personaggio, nell’innestare polemiche o indire discussioni e riflessioni dei più diversi generi. Le tv, private e pubbliche, hanno escogitato qualsiasi formula a loro nota per evidenziare il “fenomeno-Grillo”, per delineare il personaggio, per mostrarne la cronistoria, per sottolinearne il carattere o, sempre volentieri, per mettere in atto simpatiche sit-com che

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vedono protagonisti di ogni genere, età, sesso, professione (le più ricorrenti: deputato, senatore, segretario di partito, Ministro della Repubblica..) impegnate in discussioni, peraltro sempre molto accese, tese a metterne in luce pregi e difetti, vizi e virtù, in ricchezza e povertà, finchè morte non li separi. Insomma, il piatto Grillo ci è stato servito in tutte le salse e ormai inizia ad apparire indigesto ai più, e tutti quei contorni che cuochi di ogni sorta si sono impegnati a cucinargli attorno forse non appaiono più così allettanti come all’inizio del pasto. In tutta questa baraonda il lettore o più semplicemente il passivo spettatore non ha potuto che sorbirsi inerme questo fluire continuo di parole, affermazioni, commenti, negazioni, obiezioni, felicitazioni e chi più ne ha più ne metta, fino a farsi travolgere, soffocato da una marea inarrestabile che dal 9 Settembre, il Day after, non ha mai dato segno di voler placare la sua crescita.

l’equilibrio, di tracciarne il percorso. A questo fine abbiamo deciso di selezionare un solo mezzo di informazione, a noi affine: la carta stampata. Il mondo di internet e dei blog (quello del caro Grillo, il tredicesimo più cliccato al mondo, è www.beppegrillo.it) è davvero un universo senza fine ed abbiamo preferito lasciare a voi un eventuale piacere nella navigazione, nonostante sia proprio questo il mezzo più concreto, a parere dello stesso Grillo, per riuscire ad imprimere un vero cambiamento (“Internet è la nostra civiltà, è la misura della velocità della comunicazione, è l’intelligenza orizzontale, la capacità democratica di offrire notizie, scovarne altre. La politica nemmeno sa.Vive in un’altra era, non conosce, non cammina, chiusa nelle sue auto blindate.”). La tv, beh la tv per un poco lasciamola spenta e già che ci siamo spegniamo anche la radio una buona volta. Come potrete accorgervi, la stampa è stato uno strumento più che utile (ed esaustivo) ai fini della nostra ricerca.

Il V-Day. Manifestazione? Fenomeno sociale? Sintomo di insofferenza? Esempio pericoloso di populismo? Quale definizione? Ma esiste poi un termine per definirlo? Noi non vogliamo farlo. Il nostro intento è solamente tentare di cavalcare quest’onda e, una volta in cima, cercare, senza perdere

In effetti però, vittime di internet lo siamo diventati un po’ tutti.. E non possiamo negare che sia sempre il mezzo più rapido, indolore e meno faticoso a nostra disposizione. Ebbene, dopo accurata ricerca di articoli selezionati da un illimitato numero di

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dei casi Telecom o Parmalat, dei bond argentini?”) o Mastella (“non è un uomo, è un equivoco”, colui che, al pari di altri colleghi ministri, “passa le giornate a scrivere un blog per replicare alle frecciate che gli lancio io. È pazzesco, è come se Gordon Brown si scambiasse messaggi con Mr. Bean”). E non si riPer correttezza e parzialità,d’informazione sparmia proprio su nessuno, inviando a destra e a manca chiari messaggi: Berlusconi? non si è privilegiata alcuna testata. ”Lo psiconano ormai è antipolitica. È uno spot. È un ologramma. Guardate che sono tutti uguali”. Infatti. Prodi? È il “premier-valium” al quale aveva già accennato della sua proposta ma, Certo, ad essere assidui frequenproprio mentre gliela stava esponentatori del suo blog questo sembredo, “ è accaduta una cosa stupefarà niente, ma le dichiarazioni del cente. Valium si è addormentato.” E Nostro apparse spiluccando quà e via dicendo. Al costo di sembrare oflà restano sempre, più che semplici fensivo. Non lesina sui bersagli della frecciatine, potenti martellate. Prima sua polemica, tocca la tv,“la parata surreale su di sé: “sono solo un tramite del sentimen- di politici che la domenica fa quasi comto popolare”, “faccio come Gutenberg, lui passione”, e insiste sulla chiusura definitiva stampava le Bibbie, la rivoluzione gli cresce- della classe dirigente, della cecità nei conva intorno”, “io, un detonatore”. Lo chia- fronti dei nuovi mezzi di comunicazione, mano comico, politico, perfino santone, “tra sorda ai richiami “dal basso”, dei frequentaun po’ diranno che guarisco la gente”. Lo tori di internet e dei blog, il suo ad esempio, definiscono Profeta Predicatore e lui, per di- veri strumenti partecipativi. Ma il suo lavoro fendersi, “preferisco definirmi disincantato- non finisce qui. Si è persino pensato ad una re”. E prosegue ancora, afferma di essere un sua discesa in campo, paventata dal Ministro semplice “passepartout” per le persone che Santagata e prevista in occasione delle eucondividono e sostengono le sue proposte. ropee del 2009, tanta l’enfasi urlata con la Proposte appunto. Quando si presentò a quale si scaglia contro “il Palazzo dei corgiugno al Parlamento Europeo dove esplose rotti” , ipotesi immediatamente ribattuta “se nell’annuncio del V-Day (“una via di mezzo scendo in campo io li rottamo tutti!”. Ma tra il D-Day dello sbarco in Normandia e V sulla nascita di un suo partito (nell’eventuacome Vendetta”) colse l’occasione per enun- lità sarebbe solo il trentaduesimo in Italia), o ciare ciò che più gli premeva far emergere; meglio di liste civiche che guardano al suo e non ha mai smesso di farlo, sottolineando nome, sono più gli altri che vi speculano e vi la scelta assolutamente non casuale della data sprecano tempo in più o mento fantastiche dell’appuntamento: “dall’8 settembre del ‘43 elucubrazioni, mentre i suoi, dal canto loro, a oggi non è cambiato niente. Ieri il re in lo incitano “Grillo, fai il tuo partito e vedrai fuga e la nazione allo sbando, oggi i politici che li stracci tutti a quei politici falsi, bugiarblindati nei loro Palazzi”. Con la campagna di e imbroglioni”. Per il momento lui insiste “Parlamento pulito” è infatti proprio la clas- “Noi un partito? no, siamo un virus”. se politica ad essere presa di mira, una politica fatta solo di “chiacchere e tv”, le cui “parole decrepite fanno fatica ad uscire dalla bocca. Sembrano le nuvole dei fumetti. Non vengono più ascoltate.”, una classe di politici corrotta che prende di mira abusivi e lavaIn effetti, per quanto Grillo sia un fiume vetri” quando invece, procede, “i veri abusivi sono loro. Perfino la mafia è stata corrotta in piena ed il suo vociare sia ormai divenuta dalla politica”. Ma allo stesso tempo sottoli- una costante, sono più gli altri ad esprimersi nea di volersi schierare “non contro tutta la su di lui, ad elaborare macchinose interprepolitica ma contro quella corrotta e indiffe- tazioni di questo fenomeno di massa quando rente”. In ogni caso la sua opera di repulisti non sono impegnati a tentare di affibbiargli pare già in parte iniziata, ma con tempi che sempre nuove e creative definizioni. Di lui si auspicherebbe più brevi :“ne avevamo 25 parlano nemici e alleati, coloro che storco[di condannati in via definitiva, NdA.], in no il naso quando lo sentono nominare e tre anni ne abbiamo depennato uno, Previti. quelli che invece lo difendono a spada tratDi questo passo tra 200 anni abbiamo buo- ta. Probabilmente non si era semplicemente ne probabilità di avere un Parlamento puli- preparati alle dimensioni che questo mostro to.”. Gli esempi che ama prendere in causa a quattro teste (lo sto facendo anch’io, d’oh!) sono molteplici, da Pomicino o De Miche- sarebbe stato in grado di raggiungere. Nei lis (“Pavarotti è morto, e lui è ancora vivo: giorni antecedenti il giorno X la stampa alneanche Dio è democratico”) per arrivare manaccava su quali riscontri effettivi la maai più attuali Amato (“straparla di giustizia e nifestazione avrebbe potuto avere, indecisa legalità, ma dov’era questo “omino” quando se avrebbe assunto i toni di una “ribellione da presidente dell’Antitrust, non si è accorto di massa”, se quel Vaffanculo sarebbe stato testate e a partire proprio dalla vigilia della manifestazione, digitando le parole “Grillo” e “V-Day”, il motore di ricerca ha esposto il verdetto: a oggi, 28 Settembre 2007, 1084 articoli. Paura. Ecco a voi un breve, ma ci auguriamo esaustivo, excursus.

Lʼopinione

La piazza di Grillo ADRIANA CAVARERO

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figura del comico nella storia della politica ha il suo antenato Aristofane. La potenza critica del comico - portato all’eccesso e allo sconcio- è inscritta nella nostra tradizione. Al di là del difficile paragone con il grande commediografo greco, non valgono perciò le accuse a Grillo condotte in nome della volgarità. Il problema non è la qualità del linguaggio che mette i potenti alla berlina bensì la loro ‘spontanea’ inerenza alla sfera del ridicolo. Spontanea appare infatti ormai la convinzione dei politici di godere di un ‘normale’ status di privilegi rispetto alla gente ‘normale’. Si è parlato da più parti di antipolitica. In realtà, non solo la politica adatta il suo concetto sia al paradigma di ordine istituzionale che a quello di movimento, ma la storia in materia contempla regolari dislocazioni della pratica politica in luoghi altri dal suo assetto istituzionale. Soprattutto nei momenti di crisi, la politica si sposta facilmente in uno spazio collettivo che ha, in genere, i caratteri della protesta e della partecipazione, se non dell’aperta ribellione. Decidere se la piazza di Grillo sia di destra o di sinistra è un esercizio, per ora, inutile. La piazza è colma di giovani decisi a liberarsi di una gerontocrazia che, occupando sfrontatamente tutte le posizioni di potere, li costringe ad un’esistenza subordinata e precaria. I vecchi che non mollano la loro posizione di comando, oltre a nuocere, appaiono spontaneamente ridicoli. Il patetico inconsapevole diventa notoriamente comico. Il che, per l’avvento di una nuova immaginazione politica, è ovviamente solo un punto, ancora indecidibile, di partenza. ■ Adriana Cavarero è Docente Ordinario di Filosofia politica, fa parte del dipartimento di filosofia dell’Università di Verona e ha scritto numerosi libri, dei quali l’ultimo “A più voci. Filosofia dell’espressione vocale”(Feltrinelli, Milano 2003). È inoltre direttrice del gruppo di “studi arendtiani” dell’Università di Verona.

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“gridato o soltanto mormorato”, se a quella sua discesa in piazza si dovesse guardare con simpatia o piuttosto demonizzarla anzitempo. Lo stesso Beppe si interrogava su un possibile interesse mediatico: “ci sarà posto per un servizio in tv?”. Fattostà che già nel Day after le stesse testate annunciavano a gran voce “Grillo: politici tutti a casa. Il V-Day scuote l’Italia, 300mila firme contro i parlamentari condannati. Marea di gente. Piazze gremite in più di duecento città, code ai tavoli per sottoscrivere l’appello del comico”, “Sorpresa Grillo, firmano in trecentomila. Piazza gremita a Bologna e in molte città code ai banchetti” e via dicendo.. Ed incalzano il giorno immediatamente successivo “V-Day, il giorno dopo esplode la polemica”. E proprio da qui, questa “polemica” ha iniziato ad impossessarsi di tutte le prime pagine, delle pagine di politica interna, delle pagine di approfondimento, delle pagine dei lettori. C’è stato spazio proprio per tutti, dai politici divisi su come schierarsi, ai sostenitori pronti ad acclamarlo, da politologi impegnatissimi nell’identificare problematiche pregresse a poveri giornalisti costretti a spendersi su un tema sempre più trito e ritrito, da sociologi occupati a tentare di dare una spiegazione bastevole a semplici cittadini rimasti basiti da sì tanto clamore. Tutti questi poi a gettatisi a capofitto nel cercare di trovargli un nome appropriato: “comico diventato capopopolo”, “affabulatore”, “blog-predicatore”, “vate-Beppe”, “giullare di regime”, “comico trasformato in santone, guitto diventato guru”, “l’urlatore intemerato”, “sociocomico genovese”, “Grillo l’algerino”, pericoloso “tribuno”, “paradosso italiano, metà commediante, metà difensore civico”, “giullare-à-penser genovese”, “istrione della suburra”, “il nuovo mago di Oz. Sospeso su un pallone aerostatico, che invita il pubblico del luna park a scegliere la sua attrazione”, “pittbull che morde i suoi padroni”, moderno “Savonarola”, “il duce

del vaffanculo. Quello che urla dal balcone: italianiiii!”. Da notare che ad ogni denominazione corrisponde una serie infinita di sfumature, interpretazioni, relazioni, parallelismi. I più celebri, quelli con il “qualunquismo” lanciato nel lontano 1946 da Giancarlo Giannini ai più recenti Girotondi di Nanni Moretti, affini al suo movimento per la volontà di coinvolgere la popolazione, spesso delusa, generalmente non indifferente ai problemi ma bisognosa di una guida, di un capofila in grado di prendere in pugno una situazione ormai indigesta. E la rassomiglianza non sta nel metodo ma nel procedimento: cogliere il malessere, gridarlo, più o meno in senso figurato, apertamente ed affrontarlo assieme a chi lo condivide. Ma lui non perde un secondo per creare un distinguo da questi: “non sono Moretti, lui era pompato dalla tv e poi è sparito”. Persino i sondaggisti si sono dati con enfasi all’argomento “i girotondi erano un movimento d’elite, in questa folla c’è un umore diffuso”, salvo poi smentite da altri sulla particolarità intellettuale dei sostenitori. In ogni caso a qualcuno non è sfuggito, evidentemente indispettito, “che in Italia gli aggregatori sono sempre artisti guastatori e sempre meno politici di professione”. In mancanza di una politica autorevole nel nostro Paese non si possono che incontrare situazioni simili. Così Spiegel, giornale tedesco, “Sventurato il Paese che ha bisogno di un comico così”. Grillo evidentemente aveva proprio ragione nel confessare :“Abbiamo messo su un casino!”. I giornali chiosano:“Ai delusi della sinistra rimane solo un Grillo”, colui che da voce al malessere diffuso, interprete di un “senso comune trasversale”, “Il male oscuro del VDay”, rischioso fenomeno di deriva antipolitica, anzi, ”è una curvatura nuova nell’uso pubblico dell’antipolitica”. “L’ondata del VDay”, esempio del senso di impotenza dei

cittadini”. “fenomeno figlio del successo di un libro come La Casta”, “vedremo se è folata o ciclone, comunque c’è da avere paura”. Politici tutti chiamati, o probabilmente più corretto autoinvitati, al festival delle dichiarazioni: “Bene contestare la partitocrazia ma attenti alle derive populiste”(Cacciari),”la punta di un iceberg” (Fini), “Democrazia a rischio” (Bindi), “Ne vado orgoglioso”(Di Pietro), “semina zizzania”(Veltroni), “è una spia del malessere del Paese”(D’Alema), “sarebbe un ottimo ministro dell’energia” (Pecorario Scanio), “è un problema tutto interno alla sinistra”(Berlusconi) e così via… Ci si è pure messo il diRettore del Tg2 Mazza a sparare (in senso semi-figurato) la sua: “Cosa accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati quegli insulti, premesse all’improvviso il grilletto?”, frase conclusa da chi si sente chiaramente chiamato in causa “….e ti sparasse nel culo?”. Nemmeno il richiamo di Napolitano, al grido di “Ci vuole serenità” , è servito a smorzare i toni. In questa centrifuga di solo alcune delle infinite opinioni sul fenomeno G ormai ho perso il senso dell’orientamento. È una trottola che gira. Per il momento abbiamo provato a bloccarne un fotogramma. Insomma , la carne al fuoco è davvero tanta. Forse sta a noi, una volta ancora travolti da questo treno in corsa (o forse semplice locomotiva), tentare di comprenderlo più a fondo. Forse è proprio questo l’intento di base, risvegliarci da un torpore quotidiano che crea sonnolenza e ci annebbia la vista. Forse sta a noi prendere coscienza su ciò che ci circonda. Perché forse, prima o poi, saremo costretti ad essere non solo semplici osservatori. Nel frattempo attendo i giornali di domani, magari per questa volta gli articoli su Grillo li salto. ■

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LA TOLLERANZA DEVE PARTIRE DA NOI PAOLO PERANTONI

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on il cambio di amministrazione comunale si è assistito ad una serie di provvedimenti atti ad incrementare la legalità nel territorio veronese, tanto che ogni giorno si legge sulle pagine dei quotidiani locali di come la Polizia Locale compia un sequestro di merce truffata piuttosto che la chiusura di una casa d’appuntamento o di una multa ad un turista. Il messaggio dell’Amministrazione Tosi, incrementato dai mass media locali, è chiaro: stop all’illegalità e all’indecenza nella città di Verona. Ed è forse proprio per questo motivo che la maggioranza dei cittadini veronesi hanno votato per l’ex assessore regionale alla sanità Flavio Tosi. Il problema della sicurezza da sempre tiene banco nell’attualità italiana ma in particolare in Veneto si è assistito nell’ultimo periodo ad una vera e propria presa di posizione da parte dei primi cittadini veneti (in particolare di Vicenza, Treviso e Padova) contro l’illegalità, meglio se indirizzata verso una parte ben specifica, quanto cospicua, della popolazione veneta ovvero gli immigrati. Verona, diciamocelo chiaramente, è una città in cui si vive bene nel già florido Nord-Est, il tasso di occupazione è molto elevato già per gli standard del Nord Italia segno che la produzione non conosce quella crisi che è invece presente in altre aree del Bel Paese. E’ proprio la possibilità di lavorare che rende la nostra città così appetibile agli immigrati di varia etnia che attraverso i più disparati (e a volte illegali) metodi si introducono nella penisola fino a raggiungere la città di Romeo e Giulietta. La mancata regolazione di questo flusso di persone negli anni precedenti ha di certo fatto sì che zone della città si trasformassero in veri e propri ghetti dove il sottobosco marcio dell’illegalità fioriva e si espandeva. I cittadini hanno chiesto a Tosi di indossare la stella di sceriffo per cambiare le cose e chi meglio di un esponente della Lega Nord può ricoprire tale mandato? Fin dai primordi, questo partito ha attecchito nella gente grazie alla paura, all’intolleranza verso chi è colpevole di tutto, di rubarti il lavoro piuttosto che il portafoglio; ma se prima l’obiettivo erano pur sempre italiani (del Sud) ora il mirino si è spostato su una minaccia più grave e anche meglio identificabile ovvero l’immigrato peggio ancora se esso ricorda da vicino la minaccia mediorien-

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tale del terrorismo di matrice islamica (che inconsciamente riporta indietro nei secoli alla guerra tra Veneziani e Turchi). Ecco perché se da un lato gli interventi presi dalla Polizia Locale innalzano il livello di percezione di sicurezza del cittadino medio veronese, dall’altro fomentano l’intolleranza verso tutti quelli che sono diversi da noi per tratti somatici piuttosto che per l’accento. Non è certo una particolarità veronese, ma questo sottile trand che serpeggia in tutti gli strati sociali della popolazione italiana, veneta e veronese è controproducente proprio nei riguardi di quella sicurezza tanto osteggiata dai paladini della civiltà autoctona, poiché il malcontento aleggia anche dalla parte avversa e basta un nulla come un carrello per il trasporto per scatenare una rivolta popolare all’interno di un gruppo etnico. Per evitare il ripetersi di fatti come quello di Milano serve sì la legge, che non deve mai essere dimenticata, ma tutti, dal semplice cittadino alla massima carica, devono costruire un clima di tolleranza verso gli immigrati ricordando che essi sono in primis persone ed hanno gli stessi diritti come gli stessi doveri che abbiamo noi. E noi Italiani, in particolare noi Veneti, dovremmo sapere bene come si sentono gli immigrati, in quanto fino agli anni ’60 eravamo un popolo di emigranti che lasciavano le povere terre venete per lo stesso motivo per cui oggi magrebini, albanesi, cinesi, filippini, africani etc. lasciano le proprie case: fame e disperazione quando non c’è di mezzo la guerra. I Veneti furono, tra i vari gruppi etnici, quelli che più si mossero in giro per il mondo in cerca di fortuna, salvo poi decidere di tornare o di restare in terra straniera. Nostri parenti stretti erano nelle stesse situazioni degli immigrati odierni e ricevettero lo stesso trattamento che oggi noi riserviamo loro. Gli Italiani, ovunque andassero, venivano considerati un popolo di ladri e di assassini e vi era per loro solo intolleranza. Ma oggi, come sempre accade nella nostra penisola, ci siamo dimenticati della nostra storia e per questo ci sentiamo in diritto di comportarci come gli aguzzini dei nostri padri, arrogandoci chissà quali diritti di appartenenza, forti di quella stessa

storia italiana che modifichiamo o dimentichiamo all’occorrenza per appianare la nostra coscienza. Il giornalista Gianni Riotta sul Corriere della Sera nel lontano 1995, affermava: “Quando la rissa finirà, chiunque governi dovrà però amministrare l’Italia multirazziale.[…]Chi vuole lavorare per un’Italia tollerante, compito che durerà più generazioni, deve perciò agire in due modi, con pazienza. Seminare nelle scuole, nelle arti, nei mass media, la cultura della convivenza: accettare il diritto di esistere per chi è diverso da noi, anche quando – soprattutto quando! – non ci piacciono né lui, né le sue idee. Nel reciproco rispetto. Al tempo stesso creare le condizioni della convivenza.” Il rischio è, come si affermava prima, che nei quartieri senza ordine, criminalità e paura trasformino presto la richiesta di sicurezza in puro razzismo. “Tollerare implica da sempre qualcosa che non ci piace e che faremmo volentieri a meno” spiega il prof. Fernando Servete dell’Universidad Compiutense di Madrid ed è per questo che imparare a capire la cultura altrui è molto difficile ma specialmente è scomodo perché implica un confronto. Confronto che non può avvenire solo attraverso il braccio armato della legge ma anche attraverso uno studio sociologico e un dialogo costante con i vari gruppi etnici perché essi si possano integrare e diventare un ingranaggio funzionale della nostra civiltà. Se invece decidiamo di arroccarci dietro alle barriere culturali, religiose o politiche avverrà quel famoso scontro di civiltà, che non si combatterà in Afganistan, in Iraq o in Palestina come siamo portati a credere, ma sulle nostre strade e la colpa sarà solo nostra. “La tolleranza non è virtù frutto della debolezza - ricorda il prof. Fernando Servete – anzi, il tollerante è più forte perché sa comprendere ed integrare le diversità”. Solo con l’integrazione una società, sia essa piccola come la comunità veronese o enorme come quella occidentale, avrà speranza di poter sopravvivere. Ecco perché nonostante le difficoltà e le mele marce non possiamo, in particolare noi studenti avezzi ad adoperare la materia grigia, cedere ad una politica che incrementa lo scontro etnico. ■


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ERASMUS AVENTURAS@ALICANTE il nostro corrispondente estero GIULIA MOTTERAN

“Merda!”

. Questa la prima parola da me pronunciata in suolo iberico. Infatti appena scesa dall’aereo che da Bergamo mi ha condotta ad Alicante, sono riuscita, inevitabilmente, a frantumarmi un menisco sulle scalette marchiate AirBerlin. Immediato il pensiero del nefasto auspicio in merito al futuro anno che trascorrerò qui in Spagna! Altrettanto poco incoraggiante l’incontro con le mie nuove inquiline: una tedesca, una canadese, una franco-spagnola e infine una greco-francese. Un bel cocktail multietnico! E io che speravo che i dieci anni di estenuante studio della lingua anglosassone fossero totalmente inutili! Ecco, allora, che gli spettri del passato si fanno vivi e più sani che mai. Infatti, forse per spirito di sopravvivenza, improvvisamente mi tornano alla mente vocaboli inglesi che da anni non pronunciavo: mi sorprendo di me stessa. Ogni giorno muovo guerra al mio irrisorio cervello per riuscire ad esprimermi! Certo che aver frequantato il liceo linguistico è un’arma a doppio taglio per me: tutte le ragazze che vivono con me mi parlano un mix di inglese, spagnolo, francese e purtroppo anche tedesco. Il dramma è che quando parlo in italiano, la sintassi dei miei discorsi è veramente elementare! Soggetto, verbo, complemento oggetto… e ogni tanto ci metto addirittura qualche avverbio! (Eeh? Sangria portami via, Ndr) La vita da erasmus non la si può però riassumere nel solo scambio interculturale con le proprie compagne d’avventura…la fiesta è perennemente presente! Qui ad Alicante è norma uccidersi con i chupitos: nel barrio antiguo, luogo di ritrovo notturno di tutta la popolazione alicantina e non, ogni locale ha un pr che ti offre questi shots nel locale che deve sponsorizzare, e noi, che abbiamo ricevuto un’ottima educazione oxfordiana, sappiamo che non si può rifiutare questo tipo di invito! E così, ogni mattina mi sveglio in compagnia del dolore provocato dal mio fegato ingrossato che chiede, supplichevolmente, una tregua! Allora io sorridendo gli rispondo: “Forza e coraggio amico mio! Questo è solo l’inizio…” Poi guardo fuori dalla finestra, vedo il sole che splende, e sento il profumo del mare. Per me. che sono abituata a

soccombere sotto il peso delle montagne onnipresenti nel mia cittadina nativa, detta “il pisciatoio di Dio”, la temperatura mite, il calore del sole e le onde del mar Mediterraneo, rappresentano una dolce rinascita dalle ceneri di una vita trascorsa in compagnia dell’ombrello. Però anche Alicante ha in serbo per me un indesiderato remember Schio: qui la chiamano la “gota fria”. E’ un fenomeno metereologico che provoca forti inondazioni dalla breve

durata…bueno! Ho già fatto conoscenza con questa nuova amica: non è molto simpatica, ed è anche un po’ strafottente! Infatti ieri ero serenamente a passeggio per le calli della città, quando improvvisamente mi ha colta di sorpesa! Avesse almeno avvertito..le avrei presentato il mio amico ombrello..e invece, questa megera mia ha fatta tornare a casa completamente fradicia! Obbligatorio lo sfogo (in spagnolo ovviamente): “Mierda!” ■ PASS13 pass.vr@libero.it


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Una importante scoperta scientifica alla Facoltà di Medicina di Verona riconferma il ruolo primario dellʼateneo scaligero nel quadro della ricerca.

Test truccati

GENI ACCESSO PROGRAMMATO IDELLʼINFARTO FABRIZIO DEVINCENZI

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uesto Anno Accademico 2007/2008 è iniziato e, almeno a livello nazionale, non si può certo dire nel migliore dei modi. Sorvolando sul dibattito già avviato riguardante la finanziaria 2008, ancora oggi ci si deve concentrare su quanto successo il 4 settembre e i giorni successivi. Era un martedì ed era la data di svolgimento del test ministeriale per l’accesso a Medicina, unico per tutti gli Atenei; ma lo svolgimento e le caratteristiche del test hanno reso ancora più particolare quella giornata. Partiamo dai quesiti: al quesito n. 71 potrebbero essere considerate corrette più risposte tra quelle date, al contrario del quesito n. 79 dove, essendo un’equazione matematica, non era riportato il risultato corretto. Fin da subito sono stati contestati, il Ministero ha verificato e in seguito li ha annullati. Alla fine i candidati sono stati valutati su 78 e non più su 80 quesiti. Se fosse stato un concorso pubblico (e potrebbe essere considerato tale), sarebbe stato annullato tutto il test. Passando alle modalità di svolgimento, in molti Atenei si sono verificati illeciti e in quelli di Bari, Chieti, Catanzaro e Ancona risultano accertati attraverso indagini ed infiltrazioni da parte delle forze dell’ordine nelle aule stesse. Risultato: decine di indagati tra candidati e membri della commissione e test da ripetere nei soli Atenei di Catanzaro su scelta del Ministero e a Bari per ordine del Rettore. Ma molti studenti e candidati (al 99,9% chi non ha superato il test) hanno più volte e in vario modo chiesto l’annullamento del test: gli studenti di Azione Universitaria hanno occupato il cortile interno della sede del Ministero Dell’Università e

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la facoltà di medicina di Firenze. L’Unione degli Universitari il 18 settembre ha manifestato davanti lo stesso Dicastero ottenendo un incontro con il Ministro Mussi, ma uscendone insoddisfatti. Sempre l’Unione degli Universitari ha organizzato un ricorso collettivo nazionale per chiedere al Tar del Lazio l’annullamento del test del 4 settembre al quale hanno partecipato in 2007. Un differente ricorso, nelle richieste, l’ha organizzato anche la Consulcesi raccogliendo un migliaio di adesioni. Quali prospettive? Non resta altro che attendere le sentenze. Bene o male il polverone creatosi non è che il risultato di un sistema che, in generale, non viene considerato giusto e che dimostra la poca volontà di investire sull’Università. Lo stesso Ministro, nella scorsa primavera, ha invitato i Rettori a ricorrere il meno possibile all’utilizzo dell’accesso programmato. Un invito non vincolante che, ovviamente, non è stato ascoltato. Ma i test di medicina, odontoiatria, veterinaria, scienze della formazione e architettura sono imposti per legge, precisamente la 264/99 che da un lato, appunto, elenca i corsi per i quali l’accesso viene programmato a livello nazionale e, dall’altro, fissa dei parametri per l’attivazione, da parte delle Università, di ulteriori corsi ad accesso limitato. Purtroppo, però, la genericità del testo legislativo presta il fianco ad interpretazioni estensive da parte degli Atenei. I test di ammissione sono oggi diventati la consuetudine per accedere alla formazione universitaria che, stando alla Costituzione, dovrebbe essere libero. ■

TOMMASO BOSCAINI

Un gruppo di lavoro veronese del dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Ateneo di Verona, composto da Domenico Girelli, Oliviero Olivieri e Roberto Corrocher, in collaborazione con il dipartimento di Molecular Cardiology & Cardiovascular Genetics, dell’Università di Cleveland (USA), ha scovato il gene responsabile della predisposizione di alcuni individui all’infarto miocardio familiare ed alla arteriosclerosi precoce. Due anni di ricerca hanno permesso ai due gruppi di lavoro collegati di individuare la presenza esclusiva di una particolare variante del cromosoma 1 nei pazienti affetti da infarto miocardio familiare, responsabile secondo gli studiosi di una maggiore reazione infiammatoria e di un alta aggregazione delle piastrine, fattori determinanti nell’ostruzione coronarica che causa l’infarto. L’importanza della scoperta influirà sulla capacità di previsione per i soggetti predisposti, che diventerebbero soggetti a rischio nel caso della combinazione della base genetica con cause ambientali quali ad esempio colesterolo, diabete, ipertensione e fumo. Grazie ad un semplice prelievo di sangue sarà dunque d’ora in poi possibile conoscere preventivamente le possibilità di essere coinvolti in problemi di questo tipo e, afferma il Professor Corrocher «di predisporre terapie individuali di tipo farmacologico e di individuare in un futuro la possibilità di terapie genetiche». La ricerca è stata pubblicata sull’ultimo numero di “ American Journal of Human Genetics ■


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PASSATEMPO

LA TRAVIATA A NOI È PIACIUTA UN CASINO MARCO POLICANTE

Amami Alfredo…amami quant’io t’amo”, questo è il grido disperato di Violetta, nell’apice musicale dell’opera, per quello che è il suo amore fra gli amori, quello che di mille vite l’animo di un innamorato fa echeggiare. Per tutta l’opera la melodia è carica di un’emotività infinita. Proprio com’è l’essenza di Violetta, donna di mondo, donna e puttana d’altri tempi realmente esistita - Alexander Dumas ne scrisse nel libro La Dama delle camelie – che si scoprirà innamorata di Alfredo, ma che per colpa di una morale ipocrita dovrà rinunciare al suo amore; ha così inizio il suo deperimento, come anche la sua malattia che la porterà alla morte. Invano, sino alla fine, ha sperato che Alfredo tornasse da lei, lei che era stata la donna di tanti e allo stesso tempo di nessuno, ma quando egli tornerà, col padre, sarà solo per raccogliere le ultime invocazioni della morente. Proust diceva che “Traviata è un’opera che va all’anima”, intrisa com’è di sesso e morte, i cui significati vanno ben oltre alla semplicità della trama. Anche da un punto di vista sociologico, oggi si connota per una estrema modernità, per quel sentimento fatto di istantaneità, fisicità ed assenza di responsabilità che possiamo chiamare “amore debole” contrapposto all’altro che fa addirittura mutare il senso alla vita. Passando all’analisi del controverso spettacolo di quest’estate all’Arena di Verona, il regista, Graham Vick, ha colto perfettamente il significato più profondo delle intenzioni di Verdi. La scena, fatta di colori sgargianti, kitch, nel primo atto si connotava per una gigantesca bambola, simile a quella dei feticci in plastica dei tanti che non vogliono conoscere la persona, ma la sola ebbrezza dell’estasi, che della donna e della persona fanno un oggetto.

V

ioletta era infatti la donna di costoro, la loro bambola per i loro orgasmi. Ecco che in questa atmosfera, dove tutto è sottratto alla poesia, ai valori della purezza e della discrezione, al culmine della festa con cui l’opera

La foto non è nostra, ce ne scusiamo e siamo pronti a ringraziare lʼautore con un servizio su di lui.

si apre, dalla base del palco viene fatto innalzare un cuore gigantesco, le cui ali ai lati scompaiono lasciando impressa sulla sagoma il disegno di un triangolo rovesciato, rosso, qui simbolo del sesso femminile, emblema dell’amore pornografico, usa e getta. Quello che Vick, nella sua lettura personalissima, ma assai azzeccata trasmette è proprio tutto qui, in questo mondo dove le donne di successo fanno di lavoro le veline e della sessualità maschile prevale solo l’individuo, affermato con arroganza nella spensieratezza di un rapporto quasi rubato, privo di delicatezza, ma che porta alla morte, dell’anima s’intende, per la sua “umana disumanità”.

E

i personaggi sono come la scena, come i loro vestiti colorati, ricchi di brillanti, ma di scarso gusto, come i loro atteggiamenti senza ritegno: alla fine della festa tutti se ne andranno, soli, in fila come birilli, a vomitare in un bidone la sbornia, per svuotare ancora le loro anime dei valori che non hanno e mai avranno. Ecco

che il clou dello spettacolo, secondo Vick, si compie nel secondo atto prima e durante l’aria noi siam zingarelle, quando tutte le regole sono ormai saltate, con quella che doveva essere una danza provocante e sensuale, di alcuni ballerini fra il gruppo dei borghesi festaioli (cui la critica, sotto sotto, si rivolge), i quali, con una maschera verde in testa, dis-umanizzati come alieni, marci nello spirito, assistono famelici allo spogliarello di quei corpi-oggetto danzanti di uomini e donne, e solo belle bellissime donne, lì come carne umana al macello, nella metafora tetra di un annichilimento in cui tutto viene consumato presto e subito, nel più becero materialismo. Questa è l’opera, come nel 2000 va intesa, dove forse rispetto alla condanna alla moralità dei benpensanti, tali, ma in verità sempre ambigui, quello che rimane è una povera amoralità, e forse nemmeno quella, e la poesia della musica, rispetto al resto e a quello che succede, è solo un gigantesco ossimoro. ■

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PASSATEMPO JF

NERO rubrica di parole

a cura di luigi tasca

“Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare” Luigi Tenco, “Mi sono innamorato di te”

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are sorelline e cari fratellini di Università bentornati! Con l’inizio delle lezioni ritorna Nero,non sarà una gran consolazione ma è pur sempre meglio di niente. Intanto,nel mezzo dell’estate una mail:il racconto di Arcangelo. Per le matricole e per chi non conosce ancora Nero il tutto funziona unicamente con la partecipazione degli studenti dell’Università. Se volete fare come Arcangelo inviate i vostri raccon ti,poesie,citazioni di ogni ordine e tipo a NERO:rubrica di parole.

INVIATE I VOSTRI RACCONTI, POESIE,CITAZIONI ALL’INDIRIZZO gigiimbriago@yahoo.it

MORTE E BELLEZZA IN

AUTUNNOdi Luigi Tasca Quei frutti gravidi le foglie stanche, della vita esperte; tra un po’ per terra. A sporcare, infastidire sembra essere l’unico motivo. Se non fosse per Morte e Bellezza quale utilità dall’autunno?

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I sentimenti non andrebbero mai confusi. Va a finire poi che tra le mani non ti ritrovi più nulla.

AMICIZIA

«Non tirare fuori queste stronzate.» «E tu invece fammi un favore,evita di dire parole aspre e volgari solo per riempirti la bocca,ché sai, l’unico effetto che mi sortisci e di abbassare sempre più la mia considerazione di te.» «E a me che cazzo me ne frega?» «Senti, ricominciamo daccapo,va là.» «Meglio,si.»

Il luogo non presenta particolari caratteristiche degne di attenzione alla vista, ancor meno merita dunque lo spazio d’un paragrafo per una sua pur sommaria descrizione. Nessun evento o condizione atmosferica si presentano come portatori di una precisa o piuttosto vaga simbologia,nessun elemento della situazione in cui ci troviamo è definibile narrativamente,né definisce la narrazione. A dire il vero pare proprio non esista neppure un insieme di eventi che,co ncatenati,intrecciati o pure mescolati,possano crearla,una narrazione. Dall’inizio sembra proprio che la conversazione non abbia nessuno scopo se non quello di portare il rapporto dei due alla rottura più definitiva. Ad un ipotetico osservatore della situazione niente potrebbe offrire appiglio per descrivere la scena;un neutro tavolino di un bar,di un bar di provincia di quelli con quell’orribile perlinato alle pareti e la clientela che neppure si può etichettare come “di vecchi”,dato che una vaga eterogeneità impedisce di inserire il posto in noiosi ma connotativi stereotipi. I due poi. Due persone del tutto indescrivibili: cappotti entrambi,pantaloni chiari l’uno,jeans l’altro. Volti dai lineamenti indistinti non capeggiano assolutamente sulle due figure:di quei volti, a voler per un eccesso di zelo descrittivo e forse anche per una comodità mentale,ma soprattutto per il procedere della storia,volti che decisamente a VOLERE definirli,si possono dire “privi di segni particolari”. E null’altro. «Perché siamo qui ora? Questo vorrei sapere innanzitutto:perché mi hai chiesto di venire a questo appuntamento?» «A dire la verità non è neppure un appuntamento,ti ho telefonato,se ben ricordi,per chiederti se eri in zona e se avevi voglia di un caffé.» Sul tavolino un posacenere vuoto,un pacchetto di sigarette morbide forse dimenticato da avventori precedenti e rimasto sul tavolo per noncuranza del barista di età indefinita,e due birre. «E questo non ti pare un appuntamento? Sono diventato scemo oppure ho dimenticato il significato delle parole?» «Non saprei quale scegliere tra le due,in ogni caso io non ho nulla di preciso da dirti,o da chiederti. Questo per chiarire la mia posizione. Perché poi

tu metti sempre tutto sul piano delle intenzioni,e anche se a me da fastidio e lo sai bene,mi produco in uno sforzo immenso e ti rendo partecipe della scintilla che ha fatto partire lo scomodo ingranaggio del nostro incontro.» «Ammirevole.» «Ora ti prendi gioco di me,ma un giorno tutto questo tuo cinismo ti si rivolterà contro,ricordalo.» «Saggio,pure. Mi stai ammonendo? Se è così faccio un favore ad entrambi,e me ne vado. Posso trovare mille altre più divertenti occupazioni,che stare qui con te a litigare.» «Stiamo litigando?» All’esplodere di questa locuzione,leggermente più su di tono rispetto alla media della conversazione,i pochi restanti avventori si voltano,ma non verso la coppia,sempre mantenuta nella generale indifferenza. A quanto pare la breve,perentoria e tendenziosa domanda/esclamazione non ha minimamente scalfito il granitico disinteresse del pubblico del locale verso il dialogo,che mantiene peraltro un piùcherispettoso contegno. La preziosa attenzione degli avventori,di tutti gli avventori meno due più il barista stanco,si dirige verso la porta del locale,che poi non è una vera porta,ma solo un uscio,enfatizzato da una tenda di perline di dubbio gusto anche per un bar di provincia. Esse hanno suonano,come a dire:giratevi,potrebbe essere entrata qualche persona mai vista in giro. A dire il vero qui di gente nuova non se ne vede mai,ma l’automatismo ancestrale di interrompere quale che sia la propria occupazione per avere il controllo della situazione, anche solo attraverso la conoscenza diretta data da una rapida osservazione del passaggio obbligato che la clientela deve traversare,è innata, a quanto pare. A prescindere dal luogo dove ci si trova. A questo punto la narrazione esigerebbe l’entrata in scena di un personaggio nuovo,che modifichi per sempre la vita dei due protagonisti. Accade tutt’altro:dopo la brevissima pausa,la conversazione procede. «No,non stiamo affatto litigando.» «Lo sai che “affatto” vuole dire “del tutto”?» «Chiariamo subito una cosa:non siamo qui per litigare,ma neppure per una lezione di grammatica.» «A dire il vero si tratterebbe di lessico,è differente dalla grammatica. Ma a te cosa vado a spiegare poi.» «Esatto. Senti,se tu non hai niente da dirmi,e se la lezione è finita,io allora andrei.» «Sempre il solito impaziente,vero? Non ci vediamo da mesi e tu fai finta di avere qualcosa di meglio da fare che stare qui a chiacchierare con me.» «Non ci vediamo da mesi e tu riesci sempre a farmi perdere le staffe con poche parole. Stai sprecando il tuo tempo,sai bene che noi non abbiamo più nulla da dirci.» «E come fai a saperlo se non parli con me? Al telefono ti neghi sempre,hai cambiato compagnie e non frequenti più i soliti posti.» «Guardati attorno,ora. Vedi qualche cosa per cui valga la pena di restare?» «Non è necessario che io mi guardi attorno per sapere dove mi trovo,questa è la nostra casa.»


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JF PASSATEMPO

«Ti sbagli,lo è stata. Ora non lo è più,e non solo per me,ma anche per te e per gli altri. Nessuno più sente un briciolo di affetto per questo posto,e forse nessuno mai ha ne ha provato,neanche quando eravamo qua tutti i pomeriggi dopo le quattro a consumare le sedie e le maniglie del calcetto.» «Quello lo hanno tolto,hai visto? Dicevano che faceva troppa confusione. Ma non il calcetto in sé,noi piuttosto,che ci facevamo attorno una atmosfera da stadio.» «Già,effettivamente ci siamo divertiti parecchio,e ci siamo giocati molti soldi anche. E non solo soldi,vero?» «Non mi ha più perdonato,sai? Me ne sono andato e,quando sono tornato,mi hanno detto che già una settimana dopo la mia partenza,non c’era più. Però ora scusami un attimo. Vedi però che di cose da dirci ne abbiamo?» E così dicendo s’avvia verso la porta in fondo a destra,quella con scritto “privato”,ma che in realtà nasconde il bagno ai forestieri. Poca ospitalità per i forestieri,da queste parti,pensa lui. Sempre stato così. E un poco gli si scalda il cuore a vedere come poche cose,ma forse quelle che sole contano,siano rimaste sempre uguali. Ed è contento. Contento di aver riaperto quella piccola porta di sé stesso,quella in fondo a destra,con scritto “privato”, come la porta del cesso del bar,ma che dietro c’è ben altro che prodotti per la pulizia dei pavimenti e una turca lurida. Dietro c’è tutto un mondo di ricordi piacevoli e brutti,tutti assieme. Come quella volta che tutti quanti avevano preso in prestito la Ford arrugginita sempre parcheggiata davanti ai piccoli e squallidi giardini del municipio e ci avevano fatto un giro montandoci sopra in tredici (anche se altre versioni contrastano sul numero,e pare che un poco di leggenda ci sia entrata,in quella storia) e poi,non paghi della bravata,era parso loro che la fine più consona ad una tale avventura fosse di lanciarla in folle verso la riva scoscesa del Ribano. Pensa a questo mentre si lava le mani dopo la pisciata,e vistosi d’improvviso riflesso nella specchio,lancia a se stesso un’occhiata d’intesa,considerando che all’uscita dal cesso quella storia sarà di sicuro il miglior modo per riportare alla vita ormai antiche storie e amicizie quasi perdute. Si,ne è sicuro,esce. Mentre apre la porta con su scritto “privato” sente il rumore già familiare delle perline appese all’uscio,quelle che più che a riparare da insetti o sole invadente o calura eccessiva,servono ad avvertire “potrebbe essere entrata qualche persona mai vista in giro”. Richiude la porta con su scritto “privato”,non dotata di molla automatica,rigira lo sguardo ansioso di condividere il suo con l’altro,ma nulla trova davanti a sé,se non un neutro tavolino da bar di provincia,con sopra due bicchieri di birra,uno vuoto per intero e uno solo per metà,un pacchetto di sigarette morbide probabilmente lasciato da precedenti avventori e qualche moneta per il conto.

Diario d’accademia ALANUS

Tutto va Marchesa…

ben,

madama

la

Odio i ritorni. Odio i ricominciamenti, i re-incontri, i riavvii, i restart, i rewind. Le vacanze non fanno eccezione, anzi: ti sei riabituato a startene a casa tua, sul mare (no, non è un refuso per “al mare”, io una casa “sul” mare ce l’ho davvero), nel tuo quieto angolo di non-Italia, così vicino al confine che quando ti rompi di questo nostro popolo ormai divenuto una macchietta collettiva prendi la macchina e te ne scampi&liberi di là del confine. Invece no, adesso si ricomincia. Prendi il treno con cambio a Mestre, che ogni volta che vedo quella stazione mi chiedo come i pro-pro-pronipoti di Leonardo e Michelangelo possano sopportare quella schifezza da 50 anni, o anche solo concepirla. Affronta i trasporti da Terzo Mondo di Verona, che dovrebbero pagare noi perché ci ostiniamo a prendere il bus (piste ciclabili? E perché? Non siamo in pianura qui, il Veneto mica ce l’ha una tradizione ciclistica…). Resisti a tutto l’ambaradan, che si ripresenta puntuale come la morte, saluti, convenevoli, dove sei stato e che hai fatto, che tu ogni volta in realtà, in corde tuo, attendi e un po’ temi il cambiamento, ti chiedi “Come sarà quest’anno?”, per scoprire che è tutto uguale, sempre uguale eterno ritorno dell’identico. Tornare in ufficio è come traslocare, solo che non ci sono gli scatoloni, ma per il resto la sensazione è assolutamente la stessa. Tutto resta uguale, l’ambiente accademico davvero contende solo ai sindacati (la Chiesa la metterei buona terza) il titolo di Tempio della Conservazione: fuori del tempo, totalmente autoreferente, convintissimo di plasmare il mondo là fuori a sua immagine e soprattutto a sua volontà. Eppure “fuori” cambia tutto – cioè: è sempre peggio, o almeno così lo percepiamo, o ce lo fanno percepire, o entrambe. C’è una città tanto ricca quanto primitiva nei servizi, e nessuno dice niente, e dall’indice di civismo mogio mogio, e nessuno sembra accorgersene. C’è la marea montante e silenziosa dei desperados di ogni possibile Est, di ogni possibile Sud, ora minacciosa nel suo occupare gli spazi che la nostra società in disfacimento lascia vuoti, ora debolissima e fragile vittima della nostra totale impreparazione anche solo a concepirla. C’è, soprattutto, l’Italia, sempre più prossima al “nonpopolo”, la “non-nazione” evocati da Pasolini nell’ultima, bellissima poesia di La religione del mio tempo. Col governo che ovviamente non durerà tanto da riuscire a mangiare il panettone, l’opposizione che riprenderà il potere senza in realtà sapere che farsene, perché qua tutti arraffano – tutti, altro che casta: chiedete alla casalinga di Voghera se sia disposta a cedere un milligrammo del suo conquistato benessere, e sentirete i vaffa – ormai senza nessuna idea del dopo, nessun programma a medio termine, nessuna voglia di costruire. Sono abbastanza giovane da amare gli studenti senza paternalismi pelosi, ma di un sincero cameratismo: l’incertezza del loro futuro è anche la mia, un’incertezza che va al di là dei pur legittimi e gravi problemi dell’occupazione – sanità – sicurezza – pensioni, un’incertezza metafisica e perciò tanto più sottile e crudele, una stanchezza della volontà, una voglia di pigrizia, quasi una voluttà da Titanic. A che pro, in fondo, allarmarsi? Alla fin fine, il prodotto lordo pro capite dell’Italia è di 24.000 �, ad un’attaccatura ormai dagli ex primi della classe Francia (27.000) e Germania (26.000): il numero di quelli che stanno peggio corrisponde al 90% degli abitanti delle terre emerse. L’euro ci spenna, ma anche ci evita la pessima figura da Sudamerica dell’emisfero boreale. Siamo sempre nel G8, che è l’unico club che conti sul serio, e dal quale non ci butterà mai fuori nessuno. Ma sì, in fondo tutto va bene. O meglio, potrebbe andare molto, ma molto peggio. Perciò non lagnamoci: apriamo gli scatoloni immaginari, puliamo l’ufficio (ma chi ha mai visto qui dentro gli effetti del passaggio di uno straccio, un piumino, lo “swiffer”, che ne so, una pezza di lana?…), e ripartiamo. Ma lo sa cos’ho sentito? Che Alitalia la vogliono i cinesi, la storia di Air France è tutta una palla. Ah, i coreani faranno i cellulari firmati Armani, che così la fa vedere a Miuccia, tiè. E hai visto Cecchi Paone sull’isola? E Coco? Secondo me è tanto sensibile, quel ragazzo lì. Un pezzo di gnocco, certo, è la prima cosa che pensi, ma poi gli vedi gli occhi, così tristi, e capisci. Ancora un po’ di thè?…

Arcangelo Tiziani

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EVENTI e APPUNTAMENTI A cura di Stefania Gatta

Pregno il calendario dellʼestate veronese (soprattutto perché lo spazio è pochino!) e se tra sessioni dʼesame e Serate in Baia delle Sirene avete intenzione di far colpo sulla tipa di Lettere o semplicemente nessuno vi ha chiamato, date unʼocchiata qui sotto. 18 – 21 ottobre 2007 EIN PROSIT FEST Parco Villa Maffei Mezzane di Sotto (VR) Musica e stand enogastronomici ispirati alle feste in stile tirolese e bavarese: qualcosa del genere mancava davvero! Per chi si fosse perso – o avesse già rimosso – lʼoriginale… ecco lʼennesima OKTOBERFEST de noartri! Aspettando una variazione belga sul tema… alzate i boccali e impostate il navigatore per tornare casa! Fino al 31 ottobre Domenica 28 ottobre OUT OF TRUE SPEED DATE SPRITZ Byblos Art Gallery Pub “Tres Deseos”, Verona Via Cavour, 25/27 Lui, lei e qualche minuto per capire se la “Ma che ci fanno qui dentro?!”. Capi- persona che ti sta di fronte non è un maniaco tando davanti allo spazio espositivo, per che ti subbisserà di sms. Un nuovo giochino altro spesso chiuso, la domanda sorge per single che già puzza di vintage. spontanea. Finalmente la risposta è arrivata! Pittura, fotografia, scultura: 21 ottobre – ore 21.00 una rapsoTRE PEZZI FACILI dia di opere Accademia degli Artefatti che rappreTeatro Filippini, Verona sentano e Fewer Emergencies, Advice to Iraqui Women, criticano il Face to the Wall. Tra realtà e finzione, iroprogresso nia e schermaglie linguistiche, tre brevi pièce scientifico, il che smascherano costante ini meccanismi delseguimento comunicazione e della soddisfazione e la cecità umana di la sondano lʼalienaziofronte ai limiti imposti dalla realtà. ne contemporanea. www.byblosartgallery.it Il testo ha vinto il premio Ubu 2005 23 ottobre – 20 novembre come migliore proCORSO PER ASSAGGIATORI DI SALUMI posta straniera. Cerea www. Artefatti.org Di vino – come di calcio – fanno finta di saperne tutti ormai; le grappe solo per appassionati; il cioccolato solo col rum. La patente di tecnico assaggiatore non farà curriculum ma vuoi mettere le degu- 10 novembre – ore 21.00 stazioni sera- DEEP PURPLE li!?! Da abbina- Palabam, Mantova re alla FESTA “Smoooke on the water” ta-ta-ta tata-taDELLʼOLIO a tata La leggenda hard rock è in Italia per il Mezzane di tour 2007. Sotto (17 – 26 Lʼalternativa: 29 novembre – ore 21.00 novembre). MAX PEZZALI Palazzetto dello Sport, Verona Stimatissimo.

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di Maurizio Miggiano Streetchic.wordpress.com

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C PASStyle

i questo ritorno alla vita alta si scorgevano i primi passi a partire da un momento imprecisato dell’anno scorso, ma non attecchì del tutto. Dove per vita alta intendo pantaloni e gonne a vita alta, non il ritiro a vita stabile presso un immobile in montagna. Naturalmente ogni rivoluzione richiede i propri tempi. Non fanno eccezione tutti i casi di virate decise del sistema moda che verranno spesso e volentieri interpreate quali dictat fashion-politici. L’andamento di simili “rivoluzionarie” tendenze di moda si lascia prescrivere inoltre a ritmi sinusoidali: ora vita alta, ora vita bassa, ora vita bassissima, ora vita bassa, ora vita alta, vita altissima, vita con bottoni al naso, bottoni in testa, ora un enorme avvolgente pantalone-profilattico quindi di nuovo giù. Qualcosa s’era già visto nelle recenti collezioni primavera-estate, ad esempio con Lagerfeld per Chanel, sotto la spinta dell’ennesimo revival anni ‘80. Ho ora avuto modo di assistere ad alcune sfilate di questa recente settimana della moda femminile a Milano (la foto invece si riferisce ai mesi scorsi). Parlo soprattutto ma non solo a voi, donne, shopaholic di lunga data: qualcuno dall’alto ha deciso che la vita bassa non piace più. Ebbene sì, e ne gioiamo. Voi, piangete e strappatevi le extensions. Questa, care Frinzi girls, mi rendo conto è la brutta notizia. Quella bella è in arrivo, ma gioco di suspense. Serriamo prima il focus sul dettaglio “vita alta”: che dire, se non che si tratta di un evidente aumento dei cm in vita ovvero di un allungamento della misura verticale del pantalone (o della gonna o degli shorts) a far capo anzitutto dalla vita, in modo da arrivare con nonchalance all’ombelico? Ecco, abbiamo osato definire l’inaudito: alzare, coprire, nascondere. Personalmente non ho mai trovato particolarmente azzeccata la scelta del pantalone a vita bassa, specie bassissima, spesso e volentieri contornato da quell’effetto decisamente kitsch noto come “perizoma party”. Il capo a

JF PASSATEMPO

SU

CON LA

VITA

courtesy of Chanel©

vita alta invece slancia la silhouette, la esalta, aiuta pure a contenere le macerie (pantaloni per donne furbe?) quindi definisce meglio le curve. L’effetto ottico è immediato: 1) pantalone più lungo uguale gambe più lunghe; 2) niente cuscinetti nè string che escono sorridendo e recandosi al bar in vostra vece. Sensualissime potenzialità. Fra le dive del passato, in questo caso occorre citare Marlene Dietrich, probabilmente effettiva inventrice di questo stile. Marlene inoltre non trascurava le bretelle, il tocco maschile che aggiunge la giusta androginia. Ma occhio: curve e silhouette ottimizzate chiaramente non sono indice certo di femminilità, o almeno invito a diffidare dalle riviste che la spacciano così. Una mano in più con questo look la sa dare l’armoniosa abbinata portamento e camminata. Ancora occhio: c’è vita alta e vita alta. Quella che supera in maniera convinta l’ombelico, non è il massimo, meglio non esagerare. La buona notizia? Partiamo dal presupposto che vi è una netta differita tra tempi della passerella e tempi di acquisizione del fenomeno. Diciamo che in genere il lancio di una nuova tendenza viene digerito nell’arco di un anno, un anno e mezzo, talvolta due. Dipende da… non saprei, forse da quanto era radicata e stabile (quindi resistente alle influenze) la tendenza predente. Dal momento che la vita bassa ha tuttora una posizione largamente dominante, le ragazze italiane ci metteranno almeno un anno a digerire la venuta della vita alta. Verona, non proprio vispa e ricettiva sotto questo profilo, saprà impiegarci “qualcosina” di più, alcuni bookmakers parlano del 2019. Ecco la buona notizia: Frinzi girls, non temete! Potrete fare ancora lungamente sfoggio del l’ombelico, del simpatico tessuto esuberante, crogiolarvi negli amati cuscinetti e smutandarvi. Come colpirci dritti al cuore…

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Cosa non fare

in biblioteca COLLETTIVO EVILRUDE

1)Fotocopiarsi le natiche e appenderle in bacheca (Signori giù il cappello: un evergreen). 2)Credere davvero che quei maschioni di qualche anno più avanti aiutino voi, fanciulle illibate, nello studio per semplice generosità. 3)Liberare un branco di conigli per aumentare la tenerezza dell’ambiente. 4)Inforcare i carrelli per i libri e condurli verso il Messico e la libertà. 5)Giocare a freccette curarizzate con ogni neolaureato che entra a festeggiare. 6)Spiegare al vicino cosa si intende per rotazione del testicolo utilizzando uno di filosofia come cavia.

La vignetta di PASS

grazie a:

www.progettofumetto.org

SCEMEGGIATURA: Federico Vacca - DISEGNI: Giorgio Zanetti

#4 - october 07  

What a beautiful cover, isn't? The student free press made in Verona is growing up. Strabiliante.

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