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Mario Costantini

partigiano cristiano

dirigente provinciale, regionale e nazionale dell’A.P.C.

A cura del Comitato Provinciale di Frosinone

dell’ASSOCIAZIONE PARTIGIANI CRISTIANI


In ricordo Lino Rossi. a cura di Mario Costantini Me lo ricordo negli ultimi mesi della sua vita, affaticato e più curvo del solito, la voce incerta ma lo sguardo e la mente ben lucidi. Presagendo quello che di lì a poco sarebbe accaduto ci guardava intensamente, e con quello sguardo ci invitava a non lasciar cadere l’impegno per il quale aveva speso la sua vita. Quindi diceva: “adesso tocca a voi raccontare, testimoniare! Noi siamo vecchi, adesso tocca a voi!”. Aveva voluto portare a termine le sue ricerche presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, anche se la cosa gli era costata enorme fatica. La sua ultima missione: documentare le vicende del campo di concentramento delle Fraschette. Voleva far luce su una storia importante ma sulla quale non si era mai indagato. Tutti ricordavano le vicende successive di quel campo, quello che aveva preso a funzionare dopo la guerra, accogliendo profughi. Ma del primo uso del campo nessuno ricordava o, forse, nessuno voleva ricordare. Lino Rossi voleva che su quella storia si facesse una buona volta piena luce. Non ammetteva che si perpetuasse il silenzio su quella tragica pagina di storia locale (perché vissuta in una contrada di Alatri) ma con implicazioni ben più ampie se solo si pensa alle migliaia di persone di varia nazionalità che furono internate al campo Le Fraschette dal 1942 al 1944 in condizioni davvero drammatiche. Aveva fretta ogni volta di farci vedere i nuovi documenti che avvaloravano quello che lui già sapeva e voleva si conoscesse. Era questo il suo modo di continuare la Resistenza, rimanendo ancorato a quei valori professati da giovane e mai dimenticati! Lino Rossi era una persona discreta, concreta e dai modi sempre gentili. Il suo stile era sempre improntato ad un profondo rispetto per l’altro e per le Istituzioni. Era un innamorato della libertà. L’aveva desiderata quando non c’era, aveva lottato


per affermarla e non aveva mai smesso di sostenerla negli anni difficili del dopoguerra. Libertà, democrazia, valori da professare sempre con onestà intellettuale, da vero partigiano cristiano formato alla scuola della Gioventù cattolica. E’ stato un personaggio della Ciociaria protagonista della Resistenza, quella nata durante il fascismo e mai più conclusa. La sua lotta è durata l’intero arco della vita.

L’ATTIVITA’ GIOVANILE Era nato ad Alatri il 25 ottobre 1922 da Domenica Nafra e dal prof. Angelo Rossi, consigliere comunale ed esponente socialista. Conseguì il diploma magistrale e proprio durante gli anni dello studio si avvicinò al gruppo di giovani del circolo “Giosuè Borsi” guidato da don Angelo Menicucci.

Questo sacerdote fu la guida spirituale e politica per numerosi giovani ai quali non fece mai mancare intense riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa. Per quei giovani diventò quasi naturale passare dallo studio della Rerum Novarum all’azione antifascista che si concretizzò attraverso la manifestazione di idee nuove, sia pure attraverso un foglio che iniziò a circolare clandestinamente. Mancavano però i mezzi e quei giovani si rivolsero ad un altro sacerdote giovane che potesse comprendere. Si rivolsero a don Antonio Sarandrea, molto ben visto dal vescovo mons. Edoardo Facchini. Fu così che riuscirono a sondare l’orientamento del vescovo che accolse favorevolmente l’iniziativa di stampare il


giornale. L’unica raccomandazione fu quella di agire con intelligenza e prudenza. Iniziò così l’avventura del giornale “Libertà” che è stata ricostruita in diverse

pubblicazioni. Quel che interessa è segnalare la composizione di quel gruppo composto da Lino Rossi, Francesco Isola, Giovanni Santucci, Carlo Costantini, Pietro Di Fabio. L’avventura del giornale proseguì per ben nove numeri, tutti pubblicati tra mille cautele e preoccupazioni, finchè un fatto grave mise in crisi l’intera organizzazione: l’arresto il 27 marzo 1944 di Lino Rossi. Appena venuto a conoscenza di questa notizia, il vescovo consigliò di far sparire immediatamente qualsiasi traccia del materiale stampato e delle attrezzature usate. La tipografia clandestina finì sotto l’altare della chiesa di San Gennaro, complice don Andrea Pietrobono, allora vicario vescovile, per riemergere solo a guerra finita. Il gruppo era controllato. Varie voci circolavano sul coinvolgimento di don Angelo Menicucci nella redazione del giornale clandestino. Nella perquisizione avvenuta la sera del 27 marzo, fu rinvenuta nella stanza di Lino Rossi una copia del quotidiano “L’Unità”, lettura non propriamente consigliata dal fascismo ai giovani dell’epoca.

Assieme ad altri giovani arrestati in quello stesso giorno, Lino Rossi fu tradotto nel carcere di Alatri, in piazza Regina Margherita, dove fu sottoposto ai primi


interrogatori.

Così ricordò quei giorni lo stesso Lino Rossi, in un articolo

pubblicato sul giornale “Libertà” il 14 novembre 1944, pochi mesi dopo la liberazione di Alatri. “I tedeschi (come è ben noto) la sera si ubriacavano regolarmente e andavano girando per il paese: non era quindi igienico riunirsi dopo il tramonto. Libertà veniva stampato alla luce del sole, e tutte le settimane ci si riuniva, e quando ci lasciavamo, ciascuno di noi portava sotto il cappotto le copie da distribuire, ancora fresche e untuose, nate così, come per mistero. Poi un giorno mi arrestarono insieme a due amici: non sapevano probabilmente neppure loro perché ci avessero arrestati: avevano forse bisogno di qualcuno sottomano che giustificasse il loro grasso stipendio… La camera di sicurezza di Alatri, tutto sommato, non è brutta: c’è solo umidità, una grande umidità che ti afferra, ti penetra nelle carni, ti si insinua nelle giunture, nelle ossa, lasciandoti lì, inebetito e rattrappito: si aggiungeva a ciò una tristezza, una sofferenza morale. E il Professore ci diceva: “Bè! Ragazzi, non dovevate interessarvi

di politica!”. Tacevamo, pensando: “i ragazzi no, e chi allora se gli anziani dormivano?”… Il capitano Gargiulo, l’avresti detto un buon borghese, se…se non avesse portato la divisa fascista e la camicia nera con le M. Che non fosse propriamente un brav’uomo, lo dimostrò subito, vigorosamente, urlandomi in faccia tutta la sua ira e la sua stizza, e operando successivamente sui miei amici con un certo…ritmo: sull’uno, sbattendolo contro il muro, sull’altro afferrandolo per la collottola, e puntandogli in faccia quella maledetta pistolaccia… Facemmo il verbale, e, d’accordo, imbrogliammo alquanto la matassa…Poi ci portarono a Fiuggi alta, nella caserma dei Carabinieri e ci spinsero in una cella già abitata da altri tre o quattro inquilini…Per ben 32 giorni, in tre metri quadrati sono riuscito a dormire, incredibile a dirsi, ben 11 persone! Uscivamo di rado: solo quando qualcuno veniva a trovarci, quando giungeva (sempre tardi per noi!) la donna che portava i pasti, e quando ci spettava l’oretta di “libera uscita” (libera uscita dentro la Caserma, s’intende).


Per ammazzare il tempo si giocava spesso; 15 persone in una cella. E fumo, bruciante, penetrante, opprimente. Era quasi sempre così: a meno che i giocatori non passassero nell’altra cella: allora c’era pace, allora si era in carcere!... Leggevamo e scrivevamo, per divertirci in stile trecentesco… E i compagni in cella? Quando ripenso a quei giorni, me li rivedo tutti dinanzi agli occhi: Scarduso, Silas, Collepardo… Tutti condannati politici, badate bene, perché i ladri, i grassatori, gli omicidi, i contrabbandieri, uscivano regolarmente, previo rilascio di barili di vino, di “vettine” di olio: i reati comuni non erano contemplati dalla legge della Repubblica Sociale. Con loro, cari e indimenticabili compagni di sventura, abbiamo passato i momenti più tristi, quando sembrava che ci volessero portare a Paliano, o addirittura a Forte Bravetta, e i momenti più lieti quando…per esempio, capitava alle ore più impensate la donna che portava da mangiare e ci buttavamo materialmente sulla minestrina e sul pezzo di pane che splendidamente la repubblica ci passava… E ci portarono ad Alatri, nel convento dei Cappuccini, sede della Guardia nazionale repubblicana. Ci dispiacque lasciare i compagni di 32 giornate e ci dispiacque lasciare la nostra…”stanzetta” i cui muri avevamo farcito di scritte, di frasi o disegni… Ci buttarono in una stanzaccia, senza alcuna finestra, buia, lurida. In tre giorni fummo ridotti in uno stato tale che il medico della compagnia fu costretto a comandare che fossimo lasciati all’aria aperta dalla mattina alla sera. Sapemmo dopo che se ne era interessato anche mons. Vescovo. Ma l’inchiesta andava per le lunghe e finirono per ricacciarci in una cella strettissima, ma questa volta fornita di finestre. Poi cominciò la ritirata dei tedeschi ed il rombo del cannone si avvicinava; cominciavano i bombardamenti e cominciavano pure a squagliarsi le guardie… Come uscimmo non lo sappiamo, a dire il vero, neppure noi. Ci vennero a dire soltanto che eravamo liberi…Ci guardammo, ci abbracciammo. La rapida discesa dai Cappuccini non ci sembrò mai tanto lunga… “ Era il 20 maggio 1944, quando i giovani riacquistarono la libertà. La sig.ra Domenica Nafra, madre di Lino, nei giorni della reclusione al Convento dei


Cappuccini quotidianamente si recò da suo figlio per portargli un po’ di cibo e , soprattutto, conforto morale, non lesinando consigli al proprio amato figlio. Il 22 maggio 1944, a firma del Comandante provinciale della Guardia Nazionale Repubblicana, T.Col. Alberto Ghislanzoni, venne rilasciata una dichiarazione nella quale testualmente si affermava: “A richiesta dell’interessato sig. Rossi Lino fu

Angelo, classe 1922, si certifica che lo stesso dal 27 marzo al 20 maggio 1944 è stato fermato a disposizione di questo Comando”.

Le esperienze giovanili influenzarono decisamente tutta la vita di Lino Rossi. Il suo impegno di partigiano non terminò con la fine del fascismo, perché era cosciente che bisognava vigilare costantemente per tutelare quei valori di democrazia e libertà per i quali tanti giovani avevano sacrificato la propria vita.


Una preghiera accompagnò tutta la sua vita, la Preghiera del Ribelle, composta da Teresio Olivelli, partigiano, Medaglia d’oro al Valor militare, Servo di Dio:

Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa, a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libera vita, dà la forza della ribellione. Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura. Noi ti preghiamo, Signore. Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell'ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell'indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell'amarezza. Quanto piú s'addensa e incupisce l'avversario, facci limpidi e diritti. Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare. Se cadremo fa' che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità. Tu che dicesti: ``Io sono la resurrezione e la vita'' rendi nel dolore all'Italia una vita generosa e severa. Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie. Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare. Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.


LA TESTIMONIANZA DEL DOTT. ANGELO MENICUCCI In una lettera dell’11 marzo 1975 indirizzata a Lino Rossi, ricostruisce i delicati momenti dell’opposizione al nazifascismo il dott. Angelo Menicucci. Il documento è importante perché indica le fasi che portarono alla costituzione del C.L.N. ciociaro, riconoscendo all’interno del Comitato un ruolo di preminenza ai cattolici. Assegna, inoltre, un ruolo importante nella storia del movimento proprio a Lino Rossi. Così scrisse il dott. Menicucci: “Carissimo Lino, mi chiedi di ricordare e riassumere le fasi attraverso le quali si realizzò in Ciociaria nel 1943 e 1944 il nostro movimento clandestino di liberazione. te lo riassumo brevemente, sulla sola scorta dei miei ricordi personali, non disponendo più di alcun documento di quel periodo. Una prima fase, dall’ottobre 1943 al gennaio 1944, fu caratterizzata dal sorgere spontaneo di un movimento del tutto autonomo; dovuto soprattutto all’esigenza di non poter rimanere del tutto inattivi e passivi dinanzi alla drammatica e tragica situazione determinatasi in dipendenza dei fatti successivi all’8 settembre. Esigenza avvertita vivamente soprattutto fra i giovani (e qui non posso non ricordare, in particolare, oltre a te, il prof. Francesco Marinucci, don Pietrino Di Fabio, allora seminarista, e Carlo Costantini), efficacemente incoraggiati e sostenuti da esponenti ecclesiastici, in primo luogo dal Vescovo di Alatri, Mons. Facchini. Privi in questa prima fase, come è ovvio, di qualsiasi collegamento fuori zona, ci

definimmo e presentammo quale “Movimento Ciociaro di Liberazione”, come fu anche precisato nel sottotitolo del nostro ciclostilato clandestino, cui demmo significativamente il titolo di “Libertà!”. La seconda fase, dinanzi al protrarsi contro ogni aspettativa della situazione militare sul fronte di Cassino, fu determinata sia dai contatti (piuttosto saltuari ed incerti, naturalmente) con gli amici di Roma (e in particolare con l’on. Angelucci e


con vari esponenti dell’Azione Cattolica e più precisamente della Gioventù di A.C.) nonché dall’ampliarsi dei contatti nella zona, giacché intorno al nucleo originario giovanile di Alatri confluirono via via numerosi altri elementi, sia della stessa esplicita ispirazione cristiana (primo fra tutti l’indimenticabile Prof. Raffaele Conti, allora a Fiuggi, il Geom. Mario Culla di Torre Cajetani, il Dott. Spampanato del Ministero dell’Interno e già Commissario al Comune di Alatri, oltre a Don Carlo e Don Andrea di Alatri), sia di estrazione militare (come il gen. Padovani, allora nella zona di Fiuggi, l’allora Ten. Giacinto Minnocci e l’Aviere Giovanni Vinci), sia di altre ispirazioni ideologiche (quali il Geom. Giovannino Culla, di ispirazione socialista, il Sig. Spilabotte di Frosinone, dichiaratamente comunista, oltre ad un militante dell’apparato comunista , forestiero, rimasto bloccato nella zona). Tale ampliamento da un lato ci portò a prendere l’iniziativa di costituirci in Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) per la Provincia di Frosinone e dall’altro a meglio definire la nostra posizione politica, che non esitammo a far confluire in quella di “democratici cristiani”, che ci risultava validamente presente in sede centrale nel C.L.N. di Roma e che trasferimmo nel sottotitolo del ciclostilato clandestino. In questa fase, che si protrasse fino al giugno 1944, e cioè fino alla cosiddetta “Liberazione” da parte degli Alleati, nello svolgimento dell’attività esterna, in proprio ed in comune con gli altri, fummo portati a seguire questa duplice direttiva: - evitare, di proposito ed accuratamente, collegamenti e contatti con persone politicamente già “sospette” o “sospettabili”, in quanto appartenenti a suo tempo al Partito Popolare, e ciò sia per una nostra maggiore libertà di azione, sia per evitare loro, almeno per quanto poteva dipendere da noi, facili rappresaglie e fastidi; - attendere a che rimanesse sempre ben chiara, pur nell’impegno e nell’azione in comune del momento, la nostra specifica qualificazione, anche ad evitare, almeno per la nostra zona, che la “resistenza” potesse divenire un giorno monopolio di qualcuna delle altre componenti del nostro C.L.N.


Va anzi ricordato, proprio a questo riguardo, che furono proprio i “democratici

cristiani ciociari” ad essere occasione in quel periodo del primo “incidente”

sollevato da parte comunista nel C.L.N., giacché nel nostro foglio clandestino ci eravamo permessi di pubblicare anche un estratto di una lettera enciclica di Pio XI concernente il “comunismo ateo”… Ebbe così conclusione l’avventura del periodo clandestino ed iniziò la nuova realtà politica. Carissimo Lino, ti sono vivamente grato per avermi dato così occasione di rivivere nel ricordo quella meravigliosa avventura, anzi di avermi dato sin da allora l’occasione di viverla nella realtà, giacché fosti proprio tu, in quei giorni, a sognarla ed a sollecitarmela, per primo! Un caro saluto, estensibile naturalmente anche a quanti possono gradirlo. Affettuosamente. Angelo Menicucci”.


NEL DOPO GUERRA Politicamente Lino Rossi è stato sempre iscritto alla Democrazia Cristiana dal 1943 fino allo scioglimento di quel partito, rivestendo la carica di componente del Comitato provinciale in qualità di Delegato del Movimento reduci di guerra. Ma la sua attività si indirizzò subito verso il movimento sindacale e poi verso l’organizzazione dei servizi per i lavoratori. Nel campo sindacale seguì le vicissitudini nazionali che videro la nascita l’8 giugno 1944 della CGIL unitaria a seguito della firma del Patto di Roma. Le anime comunista, socialista e cattolica cercarono di convivere in un unico sindacato e molti scelsero l’esperienza della cosiddetta “coabitazione forzata”. Osservò attentamente le vicende della lacerazione sindacale culminata con la nascita dell’esperienza della Libera Confederazione Generale Italiana del Lavoro, primo timido tentativo di organizzazione autonoma della corrente sindacale cattolica. Aderì anche lui nel 1948 alla LCGIL e, quando nell’aprile 1950 l’esigenza di contrastare compiutamente l’egemonia comunista portò alla nascita della CISL, Lino Rossi aderì prontamente alla nuova organizzazione e ne fu convinto sostenitore e promotore nella provincia di Frosinone. Intanto svolgeva la propria attività lavorativa presso il Servizio contributi unificati in agricoltura, esperienza che gli permise di affinare la conoscenza delle problematiche di questo importante settore produttivo. Ma è nel campo dei servizi che Lino Rossi ha speso la propria vita, dapprima istituendo ad Alatri il Patronato per l’assistenza ai lavoratori, e successivamente rivestendo a lungo la carica di Direttore della Cassa Mutua provinciale degli Artigiani. Intese sempre la Cassa come un utile strumento per garantire la crescita delle aziende artigiane e, in ossequio ai principi di trasparenza e di correttezza, non mancò mai di informare i propri associati su tutte le opportunità di finanziamento che la stessa poteva offrire. Propose altri servizi sempre molto apprezzati dagli


associati, quali il patronato e l’assistenza fiscale, avendo sempre un occhio di riguardo per il sostegno e l’affermazione delle esperienze di cooperazione. Non dimenticò mai l’impegno resistenziale divenendo segretario provinciale dell’Associazione Partigiani Cristiani, organizzazione di cui divenne anche dirigente nazionale. In questa veste, nel 1964 fece parte della delegazione dell’A.P.C. ricevuta dal Presidente Giuseppe Saragat al Quirinale.

L’IMPEGNO NELL’ASSOCIAZIONE PARTIGIANI CRISTIANI Convinto fin nel profondo che l’evoluzione civile di una nazione non possa progredire senza memoria storica e che questa è costituita dal patrimonio di idee nelle quali il popolo si riconosce, Lino Rossi aderì entusiasticamente all’Associazione Partigiani Cristiani fondata da Enrico Mattei nel 1947. Compito istituzionale dell’associazione, aderente alla Federazione Italiana Volontari della Libertà, è quello di evidenziare l’attualità degli ideali della Resistenza da trasmettere ai giovani al fine di irrobustire la democrazia nel Paese. L’esperienza partigiana intessuta di sacrificio, di lotta, di adesione incrollabile ai valori della democrazia e della libertà, deve essere trasmessa attraverso la testimonianza, attraverso la conoscenza delle idee e della storia. Da tutto questo nasceva l’avversione di Lino Rossi verso certi facili revisionismi che tutto tendono oggi a confondere e a conciliare. Il suo antifascismo convinto lo portava sempre a puntualizzare le distanze che lo dividevano da una destra troppo frettolosamente ammessa tra le forze autenticamente democratiche del nostro sistema politico. Ma ancor di più lo amareggiavano certe ricostruzioni storiche che non considerano le profonde differenze ideologiche delle forze politiche in lotta nel periodo resistenziale e mettono in dubbio la linea storica che nel Risorgimento e nella Resistenza pongono l’origine e la base della nostra democrazia repubblicana.


Per questo realizzò per i soci dell’A.P.C. una costante attività di conoscenza storica attraverso i tanti pellegrinaggi compiuti nei luoghi sacri della nostra memoria. Si inquadrano in questo contesto le visite a Vallerotonda, a Mignano, a Monte Lungo, al sacrario di Redipuglia (nella foto).

Molto commoventi le visita alle Fosse Ardeatine e a Porta San Paolo. Nel 1992 la visita a Sulmona ove i partecipanti deposero una corona d’alloro al Monumento alle Vittime civili della guerra e incontrarono i superstiti della Brigata partigiana “Maiella”. Altro doveroso omaggio si compì al Sacrario dei Caduti d’oltremare a Bari, ove i soci dell’APC di Frosinone resero omaggio ai militari italiani caduti a Cefalonia in un episodio ricco di eroismo reso successivamente famoso per l’importante visita del Capo dello Stato nella stessa isola greca e per la ricostruzione che dell’episodio fu fatta in forma cinematografica. Partecipò attivamente a molti Congressi dell’APC, ma in particolare ricordava i giorni del XIV Congresso Nazionale di Piacenza durante il quale fu riaffermata l’attualità dei valori della Resistenza e la necessità di trasmettere ai giovani i giusti insegnamenti ed il bagaglio ideologico sviluppato dall’APC negli anni. Al ritorno da Piacenza ci tenne a rinnovarci l’invito a proseguire il cammino dell’Associazione. Rimase particolarmente colpito dalla visita al Museo storico della Liberazione di Roma, il Museo di Via Tasso, realizzato nel famigerato carcere nazista gestito dalla Gestapo. Sui muri, incisi con le punte dei chiodi o con le unghie, sono rimasti i messaggi di tanti condannati a morte. Questi segni gli ricordarono la sua


esperienza di prigioniero. Ne parlava sempre come di un luogo davvero sacro, da far visitare alle giovani generazioni perché capissero. In quelle tristi stanze erano passati quasi tutti i Martiri delle Fosse Ardeatine, di Forte Bravetta e la totalità dei caduti della Storta. Di questo Museo fu per anni consigliere d’amministrazione sotto la prestigiosa Presidenza dell’on. Taviani.

Ma la sua attività in seno all’APC ebbe importanti risvolti sociali. Infatti nel 1958 istituì un Centro di Addestramento professionale che nel 1963 divenne Centro professionale INIAP “Don Morosini” e successivamente IAL Roma e Lazio. Ogni anno cercò di riproporre la celebrazione degli anniversari della Costituzione e della Festa della Repubblica, anche quando con il passare degli anni queste due ricorrenze rischiavano di veder affievolito il proprio valore intrinseco. Per lui non erano assolutamente celebrazioni esteriori, ma occasioni per ripensare ciascuno alla propria storia inserita in una Storia più grande. Negli ultimi tempi, quando il Parlamento aveva deciso l’istituzione della “Giornata della Memoria” pensò che era giunto il momento di proporre una nuova riflessione sulla nostra storia. Fu così


realizzata la mostra storica che, sui due livelli nazionale e locale, ripropose fatti, avvenimenti e protagonisti degli anni dall’avvento del Fascismo alla conclusione della II Guerra mondiale. La mostra realizzata in due momenti successivi ebbe un importante successo soprattutto nel mondo della scuola. I giovani potevano finalmente avvicinarsi alla propria storia, riconoscendo le immagini dei paesi della Ciociaria, leggendo documenti che riguardavano il proprio passato. A latere delle due mostre nacquero iniziative importanti, come il convegno sul campo di concentramento Le Fraschette che apriva finalmente, dopo sessanta anni, uno squarcio su una storia da troppo tempo rimossa e su cui proprio Lino Rossi svolse un importante attività di documentazione.

CULTORE DELLA MEMORIA STORICA Con una puntigliosa attività di ricerca, Lino Rossi riuscì a documentare l’attività svolta dalle Autorità italiane nel campo di internamento Le Fraschette negli anni 1942/1944. Brevemente ed in rapida sequenza riassumerò il contenuto di alcuni documenti riemersi dall’Archivio di Stato di Roma e dall’Archivio Centrale dello Stato, frutto della passione di vero ricercatore di Lino. La malattia aveva già iniziato a minare il suo fisico; nonostante ciò si recò a Roma più e più volte per completare in tempo la sua ricerca. Tralascio le

segnature archivistiche e le

ulteriori annotazioni che ben si applicherebbero ad una pubblicazione interamente dedicata all’argomento. I documenti sono stati tutti fotocopiati e sono conservati nell’importante archivio che anno dopo anno Lino Rossi ha costituito e che ora è custodito dalla figlia Corinna. Sarebbe ora assai interessante realizzare con questo materiale documentario

una pubblicazione con il duplice scopo di rendere finalmente

giustizia dei fatti accaduti in quegli anni alle Fraschette, onorando al tempo stesso la memoria di Lino Rossi.


La documentazione prende il via dal settembre del 1942, anche se i campi di quel genere furono istituiti con decreto del 4 settembre 1940, n.439. Più in generale, questi luoghi dovevano essere luoghi ove internare cittadini stranieri dei paesi belligeranti con l'Italia, ma finirono ben presto per ospitare anche ebrei stranieri, slavi, oppositori politici. Dovevano esserne realizzati circa 40 in tutta Italia, ma si arrivò ben presto a superare i 200 campi di internamento.

Pochi storici si sono occupati di queste realtà, e per questo assume ancor più rilevanza il lavoro svolto da Lino Rossi. Non furono campi per l'eliminazione fisica


dei reclusi (se si esclude la Risiera di San Sabba), ma nei campi del centro-nord, prima dell'arrivo delle truppe alleate, gli internati furono prelevati e deportati in Germania per la soluzione finale. 1942 27 settembre - Promemoria dell’Ispettorato per i servizi di guerra del Ministero dell’Interno. Dal 1° ottobre avrà inizio l’attività del campo con l’arrivo dei primi internati. La Prefettura di Frosinone comunica i nominativi degli internati in 3 elenchi. Gli internati arriveranno a scaglioni di 60 a giorno. La precedenza sarà data agli elementi isolati. Per il 12 ottobre le operazioni dovranno essere concluse. Si prevede l’arrivo di 780 persone, successivamente saranno inviate 2300 persone, attualmente raggruppate nell’isola di Melada, in Dalmazia, suddivise in gruppi di 250 ogni 3 giorni. 10 ottobre - Telegramma dei Carabinieri del Gruppo di Frosinone al Ministero dell’Interno. Dal 1° al 3 ottobre sono giunti 188 Libici sfollati 19 novembre - Appunti al Duce del Sottosegretario Buffarini. E’ necessario provvedere all’internamento di 50.000 sloveni sgombrati dai territori della frontiera orientale a seguito di operazioni di polizia. Si consiglia l’internamento nei campi del centro nord ed in località ove siano presenti Carabinieri. Ad Alatri sono stati già avviati circa 2.000 elementi tra cui 1000 anglo-maltesi. Questi nuclei di sfollati finirebbero col costituire altrettanti focolai d’infezione che non sarà facile neutralizzare in pieno. 26 novembre - Decreto del Ministero dell’Interno di organizzazione del campo Le Fraschette di Alatri.


Ritenuto che per assolvere al compito si è resa necessaria, fra l’altro, la costruzione e la gestione di un campo di concentramento per settemila profughi, genericamente sospetti, nella località Fraschette di Alatri, il Ministro DECRETA l’assunzione in servizio di personale per il funzionamento del campo. (Schema da seguirsi per l’invio al campo degli internati: - foglio di via con l’obbligo di presentarsi alla Questura - avvio nel Comune prefissato - se persone indigenti dovranno essere corrisposti i mezzi di trasporto gratuiti, il sussidio giornaliero e £ 50 per l’alloggio. 1943 8 febbraio - Comunicazione del Comando Gruppo CC. di Frosinone alla Prefettura di Frosinone. La vigilanza è stata rafforzata e i CC. ora da 20 sono 80. Persiste la difficoltà di

non far evadere gli internati perché non c’è recinzione ed il terreno è accidentato.

Manca l’illuminazione e il perimetro del campo è di 2 km, cosicché 20 carabinieri per turno controllano ciascuno 100 metri e di notte la situazione si fa difficile. La Direzione del campo si oppone alla realizzazione del reticolato. 26 febbraio - Relazione del Questore al Prefetto di Frosinone. A tuttoggi sono internate 3.500 persone. E’ necessario rafforzare la recinzione del campo e assegnare un maggior numero di carabinieri e soldati. Solo come possibilità estrema è consentito far fuoco su eventuali fuggitivi, ma solo dopo tutti gli avvertimenti del caso. Molto farebbe l’illuminazione periferica del campo. 5 aprile - Dal Direttore del campo alla Prefettura di Frosinone.


Si segnala che il vescovo di Alatri, mons. Edoardo Facchini, ha elargito la somma di £.15.000 al cappellano perché questi aiuti e sostenga le famiglie bisognose, “quelli che – come afferma il vescovo - nulla posseggono”. Non c’è contrasto con le disposizioni in vigore. 18 aprile - Comunicazione dalla Legione dei Carabinieri di Frosinone alla Prefettura. Il Distaccamento di Fraschette è stato informato verbalmente dalla Direzione del campo che il Ministero dell’Interno ha autorizzato i carabinieri impiegati nel servizio di vigilanza a far fuoco contro gli internati che tenteranno la fuga. 20 aprile - Circolare dell’Ispettorato Generale di P.S. per la Venezia Giulia. E’ necessario porre termine al traffico di lettere e missive affidate dagli internati di Cairo Montenotte e Fraschette ad amici per la consegna ai propri familiari. “Permettendo ciò si darebbe la sensazione che i campi di concentramento siano luoghi di villeggiatura, la qualcosa annullerebbe il fine per il quale questo Ispettorato Speciale di Polizia provvede all’internamento dei famigliari dei ribelli, che è di ottenere così la costituzione di coloro che fra essi sono fortemente attaccati alla famiglia e la successiva costituzione anche dei recalcitranti, quando saranno venuti a conoscenza che alla costituzione dei loro compagni è seguito il ritorno immediato dei congiunti internati. Insomma i luoghi di concentramento debbono essere luoghi di severa punizione morale ed economica, e la liberazione dei famigliari dei ribelli, ritornati tra noi, un premio ed una leva per indurre gli altri, rimasti con i ribelli, a costituirsi”. Firmato: l’Ispettore Speciale di Polizia Giuseppe Guoli 3 maggio - Comunicazione dalla Prefettura di Frosinone al Ministero dell’Interno.


Internate slave portavano intrecciati tra i capelli piccoli nastrini rossi. Tra di esse una giovane dalmata che si era fregiato il petto di una coccarda rossa. Le donne, interrogate, hanno dichiarato di essere solite adornarsi ogni 1° maggio di nastrini rossi per celebrare la festa dei lavoratori. Si raccomanda maggiore vigilanza. 22 maggio - Disposizioni del Ministero dell’Interno - Direzione Generale Servizi di Guerra al Prefetto di Frosinone. ·

Sorveglianza del campo. Intimare “alto-là” all’internato che abbia superato

la staccionata e fare fuoco contro l’internato se non si dovesse fermare immediatamente. Il tutto in attesa che si proceda alla costruzione del muro di cinta; ·

Donne ed uomini privi di congiunti da collocare il più lontano possibile tra

loro; ·

Isolamento di donne di cattiva condotta morale e trasferimento presso altro

campo; · · · · · ·

Al copri fuoco (imbrunire) divieto di uscire dalle baracche; Poteri disciplinari conferiti al Direttore del campo; Isolamento di rigore per colpe gravi; Isolamento semplice per colpe meno gravi; Miglioramento del regime alimentare per l’infanzia; Asilo tenuto da suore che con l’ausilio dell’autorità ecclesiastica sarà

reclutato; ·

L’ordine morale e disciplinare del Campo deve essere assicurato con ogni

mezzo applicando un regime punitivo giusto ma in pari tempo inflessibile. 23 maggio - Comunicazione del Direttore del campo al Questore di Frosinone. Accertamento in flagranza di un agente sorpreso il 19 c.m. da una pattuglia ad indugiarsi in luogo recondito in atteggiamenti sconvenienti con minorenne croata. Si chiedono provvedimenti.


5 giugno - Dal Prefetto di Frosinone al Ministero dell’Interno. Si lamenta l’insufficienza della recinzione scarsamente efficace vista la presenza al momento di circa 5.000 internati nel campo. 27 giugno - Nota dell’Ispettore generale di P.S. al Prefetto di Frosinone

“Sono 4300 gli internati al momento. Prego l’Eccellenza Vostra di voler

prospettare al Superiore Ministero – Direzione Generale Servizi Guerra e

Direzione Generale di P.S. - l’opportunità che per il momento si soprassieda dall’ulteriore destinazione a questo Campo di altri contingenti di internati e confinati”. 2 luglio - Nota del Ministero dell’Interno alla Direzione Generale dei Servizi di

guerra e Direzione Generale di . P.S. - per conoscenza la missiva è indirizzata al Prefetto di Frosinone. 4500 unità internate al momento al campo. Si tratta di anglo-maltesi sgombrati dall’Africa Settentrionale che hanno manifestato sentimenti ostili all’Italia; sloveni e croati rastrellati a seguito di operazioni di polizia dai territori annessi ed occupati della frontiera orientale e dalla provincia della Venezia Giulia; elementi sospetti in linea politica provenienti da altri campi (Ustica). A questi fra breve si aggiungerà anche un centinaio di internati per reati annonari. Il Campo è stato amministrato finora dalla Direzione Generale per i Servizi di guerra. La gestione del campo deve passare alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza che finora ha fornito il personale occorrente per la direzione e i servizi di vigilanza. Si dispone che entro il 31 luglio la gestione del campo passi a quella Direzione Generale di Pubblica Sicurezza. 3 luglio - Nota del Direttore del campo al Prefetto di Frosinone Il campo ospita 4300 internati e non può accogliere più alcuno. La ragione consiste nel fatto che il campo è stato costruito dalla Ditta Pasotti che ha realizzato


174 baracche delle quali solo un centinaio sono attrezzate a dormitorio e 8 sono da completare. Chiede la sospensione di ulteriori invii di internati. 9 luglio - Comunicazione del Prefetto al Ministero dell’Interno. La nota è inviata per conoscenza al Direttore del campo. Dopo la visita, l’ispezione del Vice prefetto e la relazione del Direttore del campo si propongono: - la sostituzione del consegnatario; - un impiegato di gruppo C in aiuto del rag. Spampinato per il servizio viveritrasporto-economato; - l’eliminazione del reparto militare dell’81^ Reggimento Fanteria impiegato nelle 18 cucine e l’affidamento delle stesse ai capi delle baracche; - l’assegnazione di personale sanitario e para-sanitario; - l’organizzazione del servizio di pubblica sicurezza. Il prefetto precisa di far proprie tutte le indicazioni contenute nella relazione ispettiva eseguita dal vice prefetto. 10 luglio - Dal Direttore del Campo di concentramento al Ministero dell’Interno

Si segnala l’arrivo di un centinaio di elementi pericolosi “confinati politici” sfollati da Ustica, tra cui persone che hanno manifestato propositi di attentare alla vita del Duce. Le Fraschette non sono luogo sicuro per l’internamento di persone così pericolose. (è allegato a questo documento l’elenco delle persone). 16 luglio - Dal Prefetto di Frosinone al Ministero dell’Interno Sarebbe conveniente il trasferimento in altra sede dei confinati politici per la presenza di internati “comunisti” croati e sloveni e il conseguente rischio di commistione per la scarsa possibilità di controllo del campo. 18 luglio - Dal Direttore del Campo al Prefetto di Frosinone.


Si segnala che l’agente di P.S. Michele Drekonia approfitta della sua posizione per accompagnarsi con donna del campo. Si propongono provvedimenti disciplinari. 26 luglio - Telegramma del Direttore del Campo al Prefetto Nonostante i gravi fatti nazionali tutto si svolge normalmente alle Fraschette. 12 agosto - Il Direttore del Campo invia un telegramma a Prefetto Visita della delegazione svizzera al Campo. Esame della situazione degli anglomaltesi. Sono giunte al Campo 84 internate provenienti dalla Venezia Giulia. 23 agosto - Il vescovo di Gorizia, Carlo Marbotto, invia una nota al gen.

Badoglio – Capo del Governo

“Chiedo un gesto generoso verso le popolazioni di origini e lingua slovena che

formano la maggioranza della diocesi di Gorizia: sfollamento dei campi di concentramento e ritorno di molte braccia al lavoro delle campagne ormai quasi abbandonate e ripresa della vita famigliare in troppe case su cui è piombato il dolore e la desolazione con la lontananza forzata del padre e della madre. Giusto rigore nell’applicazione delle leggi penali per i delinquenti sorpresi in flagrante. Queste due grazie chiedo”. 26 agosto - Telegramma del direttore del Campo di concentramento al Prefetto di Frosinone In data odierna visita al campo di mons. Riberi, Vice nunzio apostolico, accompagnato dal vescovo di Alatri e altri prelati. 9 novembre - Nota del Ministero dell’Interno


Sono 2570 internati gli internati al campo Le Fraschette: 1615 dalmati e 955 anglo-maltesi. Il controllo è effettuato solo da 11 agenti di P.S. Difficilissima è la situazione alimentare. Le alternative sono o sciogliere il campo o rimettere il campo in relativa efficienza. Per far questo occorrono 100 agenti, vitto, fondi, divise per gli agenti di P.S.. E’ necessario continuare i lavori di recinzione e portarli a completamento. 18 novembre - Nota del direttore del Campo. Si stabiliscono nel campo i militari dell’officina automobilistica germanica. 30 novembre - Promemoria del Ministero dell’Interno Dopo il 25 luglio e l’8 settembre ordine ed approvvigionamenti non possono essere più garantiti. Situazione insostenibile dopo che il Comando tedesco, finora rispettoso della Convenzione di Ginevra che prevede che i campi di internamento e concentramento siano considerati zone di rispetto, si è addirittura insediato nel campo. Hanno requisito baracche, magazzini ed alloggi. Gli internati sono nel terrore e molti si sono rifugiati presso i contadini delle vicinanze, rientrando solo per prendere il pane. Proposte: gli internati siano portati ad Alatri con tessere di alimentazione; il campo e i beni mobili ed immobili siano affidati alla custodia del Vice commissario di Polizia dott. Silvio Sangiorgi. In calce al documento si trova apposta la seguente indicazione: “la soluzione appare buona e l’unica possibile. Si attui. Firmato: il Vice Capo della Direzione Generale della Pubblica Sicurezza”. Novembre - Promemoria del Ministero dell’Interno.


L’Autorità militare italiana, nel corso delle operazioni contro i ribelli delle province di Lubiana, Fiume e Dalmazia, dispose per motivi protettivi che gran parte della loro popolazione fosse internata in sei grandi campi di concentramento. Lo scorso mese di agosto, cessato il governo fascista, venne riconosciuta l’inutilità del provvedimento che tanto gravava l'erario e rendeva nelle nuove province sommamente odioso il nome italiano e conseguentemente dispose che gli internati fossero lasciati liberi. Comunicando al vescovo di Gorizia, il Ministro della Guerra Antonio Sorice ebbe a dire “Come avrete appreso dalla stampa la questione degli internati civili croati e sloveni è stata risolta nel senso da Voi auspicato”. Gli

internati sono rimasti dov’erano tra indicibili stenti. Si rinnova la supplica di poter rientrare a casa loro. Segue l’elenco di 6 campi e l’indicazione del numero di internati ospitati in ciascuno di essi: Campo di Alatri

4.500 internati

Anghiari Renicci di Arezzo 5.000 internati Chiesa Nuova di Padova

3.800 internati

Monigo di Treviso

1.400 internati

Visco di Udine

2.000 internati

Gonars di Udine

2.500 internati.

9 dicembre - Dal direttore del Campo promemoria per il capo della polizia. Le truppe tedesche hanno occupato 5 padiglioni in muratura e varie baracche. Nelle ore notturne hanno tentato di accedere alle baracche delle donne, delle suore e del cappellano reclamando donne ed esplodendo colpi di pistola. Il nucleo anglomaltese mantiene un contegno corretto diversamente dagli ex iugoslavi. Molti hanno abbandonato il campo. Un’ordinanza del IX Comando Militare incarica il Comando provinciale di assicurare la sorveglianza degli internati e del campo, ma ciò non è avvenuto.


1944 12 gennaio - Relazione del Commissario di P.S. sulla visita resa al Capitano Wuth della Polizia germanica. Il Commissario fornisce notizie sul campo delle Fraschette e spiega perché gli internati non sono stati trasferiti in campo del nord reputati più sicuri. Fornisce dati sul numero di internati presenti ancora al campo: 972 anglo-maltesi e circa duecento slavi. Per questi al nord non ci sono strutture ritenute idonee e fa presenti le difficoltà che si incontrerebbero per l’eventuale trasporto di un numero così ingente di persone. Il ministero a suo tempo ha deciso il trasferimento ad Alatri di queste persone anche in presenza di alloggi poco idonei. Il Capitano Wurth, nel corso del colloquio, ribadisce l’urgenza del trasferimento al nord, operazione di competenza delle autorità italiane. Contemporaneamente chiede con forza che siano trasferiti gli ebrei delle province di Frosinone, Aquila, Pescara e Teramo. 14 gennaio - Nota del Ministero dell’Interno al Prefetto di Frosinone. Gli internati delle Fraschette devono assolutamente essere trasferiti entro il 25 gennaio al campo di Carpi per imprescindibili esigenze di guerra. Si chiedono assicurazioni circa il vitto e l’organizzazione del viaggio. 19 gennaio - Telegramma ministeriale ai capi delle province di Teramo e Frosinone Gli internati e gli ebrei delle due province devono essere trasferiti nel campo di concentramento di Servigliano (Ascoli Piceno). 20 gennaio - Fonogramma del Capo della Polizia al Questore di Roma 1300 internati di Fraschette sono avviati al campo di concentramento di Carpi. Si chiede di provvedere a incrementare la scorta con 7 agenti della Questura di Roma.


15 febbraio - Dal Campo di Concentramento al ministero dell’Interno Relazione sul bombardamento aereo del campo avvenuto lo stesso giorno. Si comunica il numero dei morti e feriti. 16 febbraio - Nota del Ministero dell’Interno all’Ufficio Trasporti di Roma Si richiedono 10 autocarri il mattino del 21.2.1944 al campo le Fraschette per il trasporto di persone e masserizie. I mezzi dovranno restare a disposizione nei giorni 21-22-23.2.1944. Il movimento è richiesto con insistenza dalle autorità germaniche. 23 febbraio - Nota del direttore del Campo al Ministero dell’Interno Relazione sul nuovo bombardamento aereo del campo avvenuto il 22 febbraio. Si elencano i 7 morti e i diversi feriti. Gli internati non hanno voluto rimanere al campo e sono stati trasportati ad Alatri. 24 febbraio - Dal direttore del Campo al Ministero dell’Interno Necessità di realizzare il trasporto delle persone non con vagoni merci, ma con vagoni viaggiatori, perché il trasporto riguarda soprattutto donne incinte, vecchi e bambini. Dopo il primo tentativo di partenza, fallito per il bombardamento di Ferentino, gli internati non avrebbero più voluto partire. Partono solo obbedendo ad atto di forza. Dal campo sono partiti i militari dell’officina germanica e si sono insediate al loro posto altre truppe tedesche. Le Ditte Igliozzi e Mangili hanno intrapreso il lavoro di smontaggio delle baracche ormai disabitate e del materiale mobile, onde evitare probabili devastazioni, sottrazioni e saccheggi. 25 febbraio - Telegramma del Ministero dell’Interno al Questore di Roma


Gli internati di origine croata devono essere avviati verso Venezia, mentre un migliaio di anglo-maltesi saranno trasportati al campo di concentramento di Carpi. Si dettano istruzioni sulla sorveglianza e composizione del convoglio, nonché sui tempi del trasferimento. 26 febbraio - Nota del direttore del Campo alla Direzione del Campo di Carpi. Si da notizia del trasferimento. Gli internati saranno accompagnati da agenti di P.S., da guardie e militari dell’Esercito al comando del Capitano Scandone, del Capitano medico Muscariello e del personale religioso del campo. 27 febbraio - Telegramma del Ministero dell’Interno al Questore di Roma Sono in arrivo 400 internati da Alatri alla Stazione Tiburtina. Altri 100 arrivano in autopullman. 200 arriveranno da Valle Giulia. Tutti e 700, una volta ricongiunti, partiranno per Carpi dalla Stazione Tiburtina. 28 febbraio - Dal direttore del Campo alla Questura di Roma Due camioncini di viveri sono partiti per gli internati in sosta alla Stazione Tiburtina. Si comunica che altre 300 persone che si erano allontanate in precedenza dal campo, ora vi hanno fatto ritorno e premono per raggiungere gli altri già in viaggio per Carpi. 28 marzo - Dal Campo di concentramento di Fraschette a Ministero dell’Interno Sono trasferiti altri 40 sudditi britannici destinati al campo di concentramento di Carpi. 5 aprile - Da Campo di concentramento di Fraschette a Ministero dell’Interno Trasferiti 97 tripolini destinati a Carpi. 7 aprile - Da Campo di concentramento di Fraschette a Ministero dell’Interno


Trasferiti ulteriori 66 internati tripolini destinati a Carpi. Sono gli ultimi partenti. E’ così completato il trasferimento degli internati delle Fraschette. 17 aprile - Da Campo di concentramento di Fraschette a Ministero dell’Interno Elenco internati sudditi britannici trasferiti negli ultimi tempi da Alatri in altri campi: 334 si trovano a Roma nella caserma La Marmora; 4 famiglie sono a Fiuggi per impossibilità a viaggiare a causa delle contingenze belliche; 1 famiglia si è resa irreperibile. Segue elenco nominativo.

21 aprile - Dal direttore del Campo di Fraschette al Ministero dell’Interno Il 30 marzo il campo ha subito un ulteriore bombardamento. I tedeschi hanno lasciato il campo. I contadini che abitano nei pressi del campo hanno incendiato baracche e distrutto quel che potevano al fine di evitare così che lo stesso continuasse ad essere obbiettivo di azione aerea nemica con conseguente pericolo per le case vicine.


16 maggio - Nota del Ministero dell’Interno al Gabinetto dell’onorevole Ministro La comunicazione scritta a mano assicura che appena possibile gli internati sudditi britannici saranno trasferiti da Roma a Carpi, ove raggiungeranno altro gruppo colà avviato nel mese di febbraio. 29 maggio 1944 - Relazione conclusiva del rag. Spampinato del campo di Fraschette alla Direzione Generale di P.S. Internati: dei 1600 che erano rimasti al campo delle Fraschette, 604 internati sono stati liberati, 358 sono stati trasportati a Roma presso la Caserma La Marmora, 638 trasportati al campo di Carpi. Per le residue baracche e i relativi materiali, giusta disposizione ministeriale del 10.4.1944 n.999, si è provveduto alla vendita a

trattativa provata. L’acquirente è risultata essere la ditta Igliozzi per £.725.000 complessive, prezzo reso congruo dall’Ufficio del Genio Civile di Frosinone. Alcuni contadini individuati per il saccheggio del campo hanno pagato per il risarcimento £.89.000, somma poi utilizzata per il trasporto a Carpi degli internati. Quest’ultimo documento precede di soli 3 giorni la liberazione di Alatri da parte delle truppe Alleate. L’ultimo tassello della ricerca riguardava la sorte degli internati trasferiti nel campo di concentramento di Carpi. Quel campo era passato da qualche mese sotto la gestione tedesca. Molti degli internati furono precipitosamente trasferiti più a nord, nei lager nazisti di tristissima notorietà. Anche gli internati delle Fraschette, da poco giunti in quel campo, seguirono la stessa sorte?


IN RICORDO DI LINO ROSSI

Lino Rossi si è spento il 16 ottobre 2001 in una stanza dell’Ospedale di Frosinone, amorevolmente assistito dalla moglie Giuseppina Vinciguerra e dalle figlie Corinna ed Anna. In questi anni sono giunte alla famiglia e all’APC di Frosinone tante testimonianze di persone che hanno conosciuto ed apprezzato il suo impegno. Questo mio breve ricordo di Lino Rossi si conclude riportando alcune testimonianze che mi appaiono ancor oggi particolarmente significative.

In occasione dell’inaugurazione della mostra sulla II guerra mondiale e la Resistenza in Ciociaria realizzata nell’aprile 2002, scriveva Giacinto Minnocci:

“Poiché sono il più vecchio tra i superstiti di quell’esiguo manipolo di cittadini di

Alatri che, subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, senza distinzioni di carattere ideologico e con la vigile e protettiva comprensione del Vescovo Mons. Facchini decisero di contribuire come potevano al tentativo di riscattare l’Italia da un ventennio di soppressione della libertà e, contemporaneamente, di sforzarsi di attenuare con il loro impegno le conseguenze disastrose di una guerra incautamente intrapresa e rovinosamente perduta, spetta a me (e lo considero come un privilegio) complimentarmi con gli organizzatori della mostra dedicandola al nostro carissimo Lino Rossi, per tanti anni dirigente provinciale dell’Associazione dei Partigiani Cristiani ora affidata alle cure di Carlo Costantini e senza le cui appassionate, pazienti e lunghe ricerche archivistiche sarebbe certamente assai meno ricca di preziose e inedite documentazioni. Questa mostra Lino la voleva e la preparava da molti anni e il motivo per il quale, principalmente, la desiderava risulta chiaramente dalle parole con le quali lui per l’APC e io per l’ANPI accompagnammo nel 1997 la diffusione degli “Atti del Convegno sul 50° Anniversario della costituzione in Alatri del C.L.N. clandestino nel novembre 1943” e il mio “Guerra e Resistenza in Ciociaria” che vale la pena in questa occasione rileggere: - In un periodo della nostra Patria nel quale viene posta in discussione la stessa unità nazionale e si richiede da più parti una revisione del


giudizio finora dato su alcuni controversi o ancora oscuri episodi della Resistenza che nessuno respinge, a condizione che con essa non si pongano in discussione gli ideali e i valori che la ispirarono, Rossi e Minnocci ritengono opportuno diffondere queste due pubblicazioni, testimonianze di quanti lutti e sacrifici è costata in questa plaga del Lazio la riconquista della libertà e della pace, nella fiducia che i volumi vengano accolti come un modesto contributo per ricordare un’epoca della storia recente del nostro Paese triste e perigliosa, ma anche riboccante di quel senso del dovere e di quelle speranze che ancor oggi debbono animare chiunque vuole che l’Italia abbia un avvenire di democrazia -. Sono certo che se Lino non fosse stato così repentinamente strappato all’affetto dei suoi familiari, alla nostra forte amicizia e alla stima di quanti ebbero con lui dimestichezza, queste parole le sottoscriverebbe di nuovo assieme a me, perché oggi esse sono purtroppo ancora più attuali di quando le scrivemmo. Consentimi, infine, di auspicare che la Mostra ed il contributo ad essa dato da Lino Rossi, sia di sprone a chi sarà tentato di approfondire con serie ricerche il tema di essa, giacché nella mia personale esperienza di ogni volta che mi sono interessato sia della Guerra che della Resistenza in Ciociaria, sempre ho scoperto fatti, sventure ed eroismi ancora malauguratamente sconosciuti”. Gigino Minnucci così scrisse sul quotidiano “Ciociaria Oggi”:

“Una settimana fa è morto Lino Rossi. Fu attento organizzatore degli artigiani, una categoria molto numerosa nella provincia di Frosinone. Il suo nome però ricorre spesso leggendo le cronache degli ultimi giorni di guerra, quando, a ridosso del Fronte di Cassino, si cercò di organizzare la Resistenza. Ad Alatri un gruppo di giovani, e tra questi Lino Rossi, potettero fare solo alcuni piccoli atti di sabotaggio come lo spostamento di cartelli stradali e lancio di chiodi a tre punte nelle strade durante il passaggio di autocolonne tedesche; danneggiamento agli automezzi, interruzione di linee telefoniche, rovesciamento di fusti di carburante, sottrazione di gomme, pezzi di ricambio e medicinali. L’attività però si accentrò sulla


propaganda clandestina antifascista ed antinazista. Nacque così il foglio Libertà…Lino Rossi ci chiedeva in una sua lettera di sollecitare il Comune a ripristinare il Parco delle Rimembranze…Il Parco è una cosa seria. Serve a ricordare i cittadini di Alatri caduti per la Patria che furono 243 nella Prima Guerra Mondiale e 153 nella Seconda. I loro nomi potrebbero essere incisi su una lapide a perenne memoria”. Bruno Olini, Vice presidente nazionale dell’APC così lo ha ricordato: “Quando l’amico Carlo Costantini mi ha invitato a stendere una pur breve testimonianza su Lino Rossi, confesso di essere stato preso da una non comune emozione, non disgiunta da una contemporanea meditazione. Perché Lino Rossi, più di quanto non possano le parole e le celebrazioni verbali, appartiene a quella gloriosa schiera di uomini che hanno vissuto in maniera diversa, rischiando la vita, in un periodo particolarmente tragico che ha visto l’Italia oppressa dal nazi-fascismo. La memoria di quel periodo, non si è mai offuscata in Lino Rossi. Per questo, anche negli ultimi anni della sua esistenza, rappresentava ancora, soprattutto per chi lo conosceva, un sicuro punto di riferimento. Non soltanto era stimato per la sua ben nota coerenza e per l’indiscussa onestà morale e civile, ma apprezzato per la sua umanità, per la sua disponibilità al dialogo ed al confronto, per il suo costante richiamo a valori che non siamo certi di aver saputo onorare sino in fondo. Qualunque fosse l’incarico o il mandato affidatogli, sapeva assolverlo con capacità e passione, interpretandoli come un servizio alla società. Nelle nostre conversazioni, nei nostri incontri a convegni e riunioni, sempre constatavo di trovarmi in presenza di una persona ricca di saggezza e di acuto intuito, di un uomo dalla cui semplicità emanavano atteggiamenti dalla interpretazione non sempre facile, comunque sempre riconducibile al bene comune. E, se contraddetto o impedito, si ritirava in silenzio, senza però mai ammainare la propria bandiera, pronto a riprendere con rinnovato slancio il suo impegno.


Nella valutazione della figura di Lino Rossi e, in particolare, della sua sofferta opposizione al nazi-fascismo, di combattente per la libertà e, successivamente, di attivo dirigente della Federazione Italiana Volontari per la libertà (FIVL) e dell’Associazione Partigiani Cristiani (APC) è importante quello che ci ha trasmesso come insegnamento. E la lezione che ci ha lasciato dovrebbe indurci, oggi, a chiederci con chi, con quali prospettive ed obiettivi, egli opererebbe, in questo momento, se fosse ancora in vita. Certamente, sarebb qui con noi per affermare che la nostra resistenza deve continuare, come impegno rinnovato a difendere quei principi e quegli ideali per i quali abbiamo lottato. Principi ed ideali che ci sorressero nella conquista della libertà e della democrazia e che ebbero nei valori cristiani la fonte di ispirazione e la spinta determinante della nostra azione e che ancor oggi ci sorreggono per andare avanti e progredire”. Il Segretario nazionale dell’APC, Felice Ziliani ricorda:

“Con lui e grazie a lui ho potuto riorganizzare l’associazione nel centro Italia. Era anima e corpo per l’associazione pur con tutti gli altri impegni che lo hanno mobilitato fino agli ultimi giorni della sua vita. Fu prezioso custode di documenti e di memoria, motore di mille iniziative, modesto e generoso. Innamorato degli ideali di Libertà e Democrazia alimentati da una vita esemplare. Non dimenticherò l’ultima sua telefonata, il suo pianto sommesso e la sua preoccupazione per l’APC”. Franco Franchini, presidente dell’ANPI, in occasione del funerale inviò un messaggio nel quale, tra l'altro, si legge: “Ricordiamo Lino Rossi, un uomo che si è sempre adoperato con intelligenza e

tenacia per portare avanti e realizzare importanti iniziative “per non dimenticare” e per far conoscere alle nuove generazioni la storia di un Movimento che ha portato, attraverso il sacrificio di molti, alla liberazione dell’Italia e all’affermazione dei


valori sui quali è basata la Costituzione repubblicana e la vita democratica del nostro Paese”. Carla Roncati, dirigente nazionale dell’APC, così concluse il suo intervento in

occasione del convegno di studi “Il campo di concentramento Le Fraschette di Alatri”: “La scomparsa di Lino Rossi è stata certamente per tutti noi una grande perdita, ma, come lui avrebbe desiderato, dobbiamo cercare di portare a compimento i progetti che con tanto entusiasmo e dedizione stava realizzando”.

E’ l’impegno di quanti oggi continuano la sua opera.

Lino Rossi - partigiano cristiano  

dirigente provinciale, regionale e nazionale dell’A.P.C.

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