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inserto dei giovani per i giovani MA RZO 201 6

VINCI L'INDIFFERENZA E CONQUISTA LA PACE

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Domenica 1 7 Gennaio per le vie della città di Como si è marciato per la pace. Una giornata organizzata da tante realtà ed organizzazioni presenti sul territorio e alla quale anche noi giovani abbiamo partecipato. La giornata è iniziata con laboratori per i più piccoli ed un dibattito per gli adulti, mentre la marcia è iniziata più tardi partendo dalla parrocchia di San Bartolomeo ed arrivando in piazza Duomo. Il tema che ha accompagnato la marcia, ma soprattutto il momento di confronto iniziale a cui sono stati invitati don Fabio Corazzina-Mosaico di pace, Guido Mocellin-Editrice Missionaria Italiana e Germana Lavagna di Refugees Welcome, è stato quello scelto da Papa Francesco: “Vinci l’indifferenza e conquista la Pace”. Il testo scritto per la Giornata mondiale della pace, che si è celebrata il primo gennaio, inizia con un forte messaggio di speranza: «Dio non è indifferente! A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona! All’inizio del nuovo anno vorrei accompagnare con questo mio profondo convincimento gli auguri di abbondanti benedizioni e di pace, nel segno della speranza, per il futuro di ogni uomo e ogni donna, di ogni famiglia, popolo e nazione del mondo, come pure dei capi di Stato e di governo e dei responsabili delle religioni. Non perdiamo, infatti, la speranza che il 201 6 ci veda tutti fermamente e fiduciosamente impegnati, a diversi livelli, a realizzare la giustizia e operare per la pace. Sì, quest’ultima è dono di Dio e opera degli uomini. La pace è dono di Dio, ma affidato a tutti gli uomini e a


2 tutte le donne, che sono chiamati a realizzarlo». Il testo non trascura le difficoltà di questa umanità e del mondo in cui viviamo («Le guerre e le azioni terroristiche, con le loro tragiche conseguenze, i sequestri di persona, le persecuzioni per motivi etnici o religiosi, le prevaricazioni, hanno segnato dall’inizio alla fine lo scorso anno moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo, tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una “terza guerra mondiale a pezzi”»), ma invita prima di tutto a «custodire le ragioni della speranza» e a valorizzare «le ragioni per credere nella capacità dell’umanità di agire insieme in solidarietà, nel riconoscimento della propria interconnessione e interdipendenza, avendo a cuore i membri più fragili e la salvaguardia del bene comune». Il Papa, però, invita anche a stare attenti e ci mette in guardia sul pericolo dell’indifferenza, che è la «minaccia per la famiglia umana». Egli infatti spiega che esistono tre forme di indifferenza: verso gli altri, verso il creato e soprattutto verso Dio dalla quale scaturiscono le altre due. Un atteggiamento che ha ormai raggiunto proporzioni mondiali (il Papa parla di «globalizzazione dell’indifferenza») e che impedisce la costruzione di un mondo di pace. Le parole di Papa Francesco sveglino le nostre coscienze dormienti ed assuefatte e ci spronino ad aprire gli occhi sugli olocausti commessi ai giorni nostri. Il 27 gennaio è stata celebrata, infatti, la “Giornata della Memoria: una giornata ed un momento in cui fermarsi e ricordare, pregare, pensare, rifletterePuna commemorazione che ha senso solo nel momento in cui viene resa presente e sia da stimolo per una visione ampia e globale del mondo. Quali sono gli olocausti che vengono commessi ai giorni nostri e ai quali spesso siamo indifferenti? Mattia Molteni


CON GLI OCCHI DEL CUORE

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Una donna ormai in là con l’età, quasi ottanta candeline sulla torta di compleanno. Io ed Emanuele dietro un bancone a sistemare le stoviglie del terzo piano della casa di riposo Madonna del lavoro, a Nuova Olonio. Lei seduta su una poltrona reclinabile, vicino ad una finestra ed una pianta da interno. Abbiamo pensato che fosse un po’ un “bastian contrario” e che mentre gli altri nelle camere facevano il riposino pomeridiano lei aspettasse l’ora della tombola. Abbiamo continuato ad aprire e chiudere ante cercando di riporre tutto in ordine. Ormai il carrello era vuoto, lei: «Michela?!», noi: «No, io mi chiamo Francesca e lui è Emanuele, siamo due giovani di un oratorio in provincia di Como, non ci ha mai visti!». Queste le prime parole che hanno rotto il silenzio e la timidezza. Ordini superiori volevano che noi portassimo il carrello nella zona della lavanderia, quindi ci saremmo dovuti sbrigare. Mancavano solo le posate. Lei: «Io non vedo!». Tre parole che ci zittirono, ci siamo guardati negli occhi e non sapevamo cosa rispondere. Io: «Le piacerebbe venire dopo a giocare a tombola?», cambiando discorso, ma ci ricascai. Lei: «Ma come?! Io non ci vedo!». Mi arrampicai sui vetri e cercai di mettere la testa fuori da questo pantano. «Non si preoccupi, l’aiutiamo noi, però ci farebbe piacere se venisse a farci compagnia e a divertirsi un po’», la rassicurai. L’ultima posata era nel suo scomparto, allora decidemmo di avvicinarci alla signora. Le chiedemmo come si chiamasse, «Evelina»: nome perfetto per una donna pulita e dolce come lei, vestita con un twin-set color giallo pastello. Lei ci ha ripetuto che non vedeva e allora le ho detto: «Non si preoccupi, chi non vede con gli occhi vede con il cuore». L’ho accarezzata e l’abbiamo salutata. Preso il carrello l’abbiamo spinto fino al piano terra. Da qui siamo andati nel salone principale dove abbiamo aiutato ad allestire il locale e ad organizzarci per animare la piccola festa. Evelina era arrivata. Io mi sono seduta nel suo tavolo e Serena, una ragazza dell’oratorio, l’ha aiutata a mangiare il panettone disperso nella tazza di tè. Io invece aiutavo Betty, una ragazza affetta dalla sindrome di Down. Iniziata la tombola la nostra cartella


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(mia e di Betty) era ancora vuota, eppure di numeri ne erano già usciti una quindicina. Evelina invece aveva fatto ambo, però non lo poteva sapere perché al momento era ai servizi. Quando è ritornata Serena le ha messo in mano la corona del rosario che aveva vinto. Gliel’abbiamo descritta, le ho detto che era molto colorata. Si intravedeva un sorriso sul suo volto. Poi c’era scappato un: «Evelina guarda!»Pops! Ancora una volta m’ero fatta ingannare dalla spensieratezza. Betty non ha vinto niente, Evelina invece il suo ambo l’ha tenuto stretto tra le mani per tutta la durata dell’estrazione. Finito tutto i non motorizzati sono usciti e si sono avviati verso la piccola cappella interna all’edificio, mentre quelli a quattro ruote erano in coda nel corridoio che portava alla meta. Io ho spinto Evelina, lei non voleva andare a messa e mi ha chiesto di lasciarla nel «salone del presepe». L’ho spinta fino ad un tavolo, l’ho sistemata così che ci si potesse appoggiare. L’ho salutata e l’ho accarezzata come quando l’ho incontrata per la prima volta. Lei mi ha detto: «Mi lasci qui da sola?!». Io son dovuta scappare, ma queste parole per tutta la cerimonia mi risuonavano dentro e ancora adesso, pensandoci, rabbrividisco. Vivere nel buio di un mondo che ha continuamente gli occhi fissati su di te, così tanto colorato da farsi ritrarre in tanti dipinti che si faticano a contare. Però forse Evelina sa amare le persone così come sono, dalla loro voce e dal calore della pelle. A volte anche noi dovremmo allontanarci visivamente da tutti i pregiudizi e gli stereotipi che ci circondano per far sì che questi si smaterializzino per lasciare spazio all’accoglienza ed alla fraternità, per lasciare che l’uguaglianza al tatto azzeri la differenza alla vista. Il ricordo di quel giorno sarà per sempre in una tasca del mio zaino della vita, ancora vuoto. Questa, una delle tante esperienze del mio primo campo di servizio durante le vacanze di Natale, prima in una comunità di recupero, «Il gabbiano», a Piona, e poi in quella di Don Guanella a Nuova Olonio: così avevamo scelto nel corso della Due Giorni Giovani dai frati Comboniani. Abbiamo alloggiato a «Tremenda XXL» (abbreviazione di «una tremenda voglia di vivere»), accolti calorosamente da Don Gigi Pini; il suo spirito e la


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sua ironia hanno tirato le fila del nostro percorso. Dopo quattro giorni siamo rientrati in parrocchia arricchiti da tante esperienze molto diverse fra loro: tutte hanno contribuito a rendere più fitto il colino con il quale filtrare la realtà per aiutarci a rimanere immuni dal pensiero della massa. «Nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore.» «Gli uomini nascono uguali, il giorno dopo, non lo sono più.» «È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc.» Francesca Grassetto

CARCERE, PERSONE COLORATE IN UN LUOGO GRIGIO

Non voglio parlarvi di azioni, di quello che abbiamo concretamente fatto. Non mi dilungherò nel raccontare che il giorno 1 0 gennaio i maggiorenni e gli educatori, un bel gruppetto di una decina di persone, insieme a Padre Giovanni, cappellano del carcere, hanno animato e condiviso una messa con i detenuti. Voglio raccontarvi quello che ho visto, quello che si sente e si respira all’interno del carcere Bassone dal punto di vista di un ragazzo che sperimenta questa realtà per la prima volta. Non è stato come mi aspettavo, è stato l’opposto: le mie aspettative sono state effettivamente ribaltate da quello che ho visto nel poco tempo in cui siamo rimasti lì (un paio d’ore). Ogni cosa in carcere ha provocato sensazioni contrastanti causate dall’ossimoro tra quello che si vede e quello che ci si aspetta di vedere. L’impatto è diretto: entrare semplicemente nella struttura, superare le tre porte blindate che portano all’interno del carcere vero e proprio, addentrandosi in quella che si può definire una matrioska di edifici per la


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sicurezza, fa capire a che tipo di realtà si sta andando incontro. Per ogni porta che si chiudeva dietro di me, devo ammettere, l’ansia cresceva. Non sapevo cosa aspettarmi. Era una sensazione alla quale non ero pronto, non del tutto forse. Ero convinto, forse ingenuamente, che il carcere fosse un luogo architettonicamente non troppo angosciante pieno di persone psicologicamente schiacciate. Per quel poco che ho visto posso dire che è forse l’opposto. Il muro di cinta non è che l’inizio di un ambiente freddo in cui si intrecciano corridoi tutti uguali ai quali neanche i murales colorati sparsi qua e là possono togliere l’aria anonima e opprimente che li pervade, forse data dal grigiore delle pareti o dalla luce che li illumina, filtrata da finestre a doppie inferriate. La cappella non si differenzia molto dal resto del carcere, almeno finché non vi entrano i detenuti. Le persone. Se vi chiedessi di immaginare un carcerato come lo vedreste? Io pensavo ad una persona la cui rabbia, il cui dolore tanto profondo sarebbe inesorabilmente uscito all’esterno, in poche parole una persona sporca dentro. Non è così! O almeno non è questa la prima cosa che salta all’occhio. Quelle che ho visto erano persone, uomini di tutte le età, assolutamente normali, a prima vista simili a quelle che si vedono per la strada tutti i giorni. Stare in mezzo a loro non è stato strano, non c’era disagio: è stato normale, una normalità che non mi sarei aspettato di trovare tra quelle mura. Forse è stato il luogo, le circostanze, il raccoglimento spirituale, forse è stata la presenza reciproca a rendere quel momento condiviso diverso dal solito, fuori dagli schemi, per noi e penso, forse, anche per loro. Solo negli occhi di pochi si riusciva, solo per qualche attimo, ad intravedere quel grigiore che mi aspettavo di vedere. Persone colorate in un luogo grigio, ecco quello che ho visto, ecco quello che si percepisce. Persone tra persone, questo ho vissuto condividendo la messa. Sembra una cosa scontata, o almeno spero che lo sia, ma forse non è sempre così.


7 È difficile esprimere in poche righe quello che si prova anche perché le sensazioni si mescolano ed è difficile dare loro un nome. È soggettivo (come tutte le esperienze), per questo vi dico: se siete interessati chiedete anche agli altri di raccontarvi quello che hanno provato, perché non basta una sola voce per descrivere una realtà così sfaccettata e complessa. Penso sia un’esperienza da fare nella vita, anche solo una volta, perché entrare in un luogo dove la libertà è assente sotto praticamente tutti i punti di vista fa riflettere sulla libertà che abbiamo noi. Lo so, sembra scontato, ma è un pensiero che, una volta entrato, in un modo o nell'altro, ti rimane nella mente e ti apre gli occhi, non so dirvi esattamente in che modo, ma è qualcosa che ti tocca. Non so ancora bene cosa ho portato a casa questa esperienza. Ho parlato in prima persona perché non sono cose che si possono generalizzare in un assoluto. Non resta che provare per conoscere, per essere più consapevoli delle realtà che ci circondano e, perché no, forse per abbattere quei pregiudizi sociali che tanto inutilmente ci spaventano. Matteo Longaretti

COS‛È L‛UOMO PERCHÉ TE NE CURI? (Sal 8)

Tutto è iniziato verso ottobre da una semplice chiacchierata tra amici in cui le parole chiave furono vacanza, Germania, campi di concentramento.. Poi i giorni sono trascorsi velocemente e il 27 dicembre carica di curiosità e di frenesia rimasta dalle feste ero pronta per partire per quest’avventura, insieme a dei miei amici coetanei degli oratori di Lurate Caccivio. Dopo il lungo viaggio in pullman siamo finalmente arrivati a Monaco di Baviera e abbiamo subito colto l’occasione per fare un piccolo giro turistico nel centro della città dove Paolo, la figura di riferimento di questa vacanza, ci ha mostrato i luoghi di maggior interesse: Marienplatz, la piazza del nuovo municipio; Frauenkirche, con la Porta Santa e l’impronta del diavolo; Asamkirche, sopravvissuta ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale; la nota birreria HB, dove il progetto di Hitler ha preso forma. La prima giornata si è conclusa con una piacevole cena tipica e un meritato riposo in un hotel nel centro cittadino.


8 L’ U O M O CH E VALE S E P E N S A CO M E G LI ALTRI È dal secondo giorno che si inizia a entrare nel cuore dell’esperienza: visita al campo di concentramento di Dachau. In un primo tempo questo Lager era dedicato come luogo di «rieducazione politica», dove venivano raccolti tutti coloro che erano considerati ribelli al governo, anarchici o semplicemente con idee diverse al regime. Paolo fin da subito ha cercato di farci immedesimare nei prigionieri che ogni giorno arrivavano in quel terribile posto, senza sapere nemmeno il motivo del loro arresto, senza poter avvisare la propria famiglia che li credeva scomparsi nel nulla, fatti entrare spogliati, rasati, privati di tutto, identità, nomeP L’unica cosa che gli lasciavano era un oggetto personale, come una foto o la fede, per mantenere in loro la speranza di poter un giorno uscire e tornare dalla propria famiglia, ma nessuno di loro sapeva che da quel posto nessuno sarebbe mai uscito, poiché destinati tutti alla morte. Dopo aver visitato l’enorme Appelplatz (piazzale dell’appello), Paolo ci conduce nell’unica baracca restante e ci invita a riflettere insieme su come ai nostri giorni ormai si dia per scontato il diritto di parola e di espressione, e ci risulti difficile anche solo pensare la sua mancanza, e come in quel posto migliaia di persone deportate non abbiano smesso mai di credere nella loro vita, lasciando che anche in quelle condizioni si creasse quel legame di solidarietà e sostegno reciproco. Noi invece ci lasciamo prendere da quello spirito di rivalità o superiorità spesso insensata e inutile, oppure ci facciamo abbattere da semplici disgrazie, da piccoli problemi.. Ci portiamo a casa un sasso, raccolto là dove un tempo sorgevano le baracche, per ricordarci queste vite e l’importanza del rispetto delle idee altrui, senza considerare nemico colui che pensa in modo diverso. Nel pomeriggio ci siamo spostati nel parco olimpico di Monaco, un’attività piacevole dopo una mattinata così impegnativa. È veramente un posto bellissimo in cui natura e città si incontrano e formano un panorama stupendo, osservabile per i più temerari da una torre alta 1 90 metri, Olympiaturm.


9 L’ U O M O CH E VALE S E È CO M E G LI ALTRI La visita prosegue e si fa più impegnativa quando, il terzo giorno, giungiamo al castello di Hartheim. Non noto come gli altri luoghi di sterminio, il castello di Hartheim nasconde una storia che fa venire i brividi. Venne adibito nel 1 940 come centro dell’operazione T4, ovvero dello sterminio dei portatori di malattie mentali o problemi fisici: migliaia di bambini venivano strappati alle loro famiglie perché considerati “difettosi”, semplicemente per degli occhi storti, per i piedi piatti o il ciclo mestruale in ritardo. Anche in questo caso i prigionieri e le loro famiglie non erano coscienti della morte imminente: doveva essere un semplice ricovero in una clinica per risolvere i problemi del bambino. Ma la verità di quello che succedeva al suo interno è ben diversa: questi bambini venivano utilizzati per esperimenti e studi sul cervello e quando il corpo ormai era inutile alla scienza veniva triturato e usato come concime nei campi circostanti, per i quali eravamo poco prima passati con il pullman. La cosa che più ci ha colpito e spaventato è che stando ai codici dell’operazione T4 la maggior parte di noi ora avrebbe fatto quella fine. Allora riflettiamo su questa società l’unica cosa che conta è il tuo aspetto fisico, che tutto in te sia conforme ai canoni estetici e comportamentali che tutti condividono.. Cosa portiamo via da questo luogo? Un selfie pieno dei nostri difetti fatto davanti alle lastre di cristallo su cui sono scritti i nomi di tutte le vittime. L’ U O M O CH E VALE S E P RO D U CE E per concludere questo giorno ci spetta la visita, oltre di Linz in cui ci siamo trasferiti, del campo di Mauthausen. Qui appena si entra si sente la presenza della morte che ha caratterizzato questo luogo per anni. Come la sentiamo noi, la sentivano subito anche i prigionieri che appena arrivati diventavano pedine nelle mani delle SS capaci di torturarli, ridicolizzarli e ucciderli da un momento all’altro senza motivo e senza spiegazione. Una


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rapida visita al museo e poi fuori tra le baracche dove la presenza dei forni crematoi è sempre presente con i loro comignoli, che al tempo emettevano incessantemente fumo nero e odore di carne. A Mauthausen si entrava per morire, o meglio, lavorare e poi morire, bisognava solo sperare il più tardi e con minor sofferenza possibile. Un simbolo di questo campo è infatti la Todesstiege, la scala della morte, che noi stessi abbiamo avuto difficoltà nel percorrere per evitare di scivolare e quindi immaginiamoci i deportati, carichi di massi di pietra provenienti dalla cava vicina, e che in essa per la disperazione hanno trovato l’unico modo per lasciare quell’inferno. È appunto questa la domanda che sorge spontanea anche solo sentendosi raccontare alcune crudeltà che ogni giorno avevano luogo in quel posto: cosa li portava a sopravvivere in quelle condizioni, senza aver la tentazione di suicidarsi, di lasciare quella vita resa impossibile? Paolo ci ha risposto con la testimonianza di un sopravvissuto: “Perché ero così immerso nel Male che ero certo che prima o poi sarebbe arrivato un Bene, un Bene immenso, e nel giorno in cui tutto questo si sarebbe avverato, dovevo esserci!” Allora chiediamoci che valore ha la vita di un uomo, soprattutto adesso che stiamo vivendo l’emergenza profughi e alcuni paesi europei sembrano essere tornati a decenni fa, ora che siamo circondati da discriminazioni razziali, sociali e politiche, ora che ci perdiamo nel giudicare gli altri e non ci accorgiamo di chi ha bisogno. Io mi porto una foglia raccolta ai piedi della cava, per ricordarmi che nulla in questo mondo dovrà mai impedirmi di vivere la mia vita al massimo. È da poco passata la Giornata della Memoria ed è anche per questo che mi sono convinta a scrivere questo articolo, perché auguro a tutti i giovani, ma non solo, di avere la stessa possibilità che ho avuto e colto, ora dico per fortuna, d’istinto. Non sono mai mancati momenti di riflessione e di preghiera, perché era un’esperienza troppo ricca di emozioni per viverla da soli. Sì, il Bene si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Il Bene esiste. Paola Taiana


TERZO COMANDAMENTO: RIPOSATI

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«Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.» (Es 8,11 ) La parola «Sabato» deriva dall'ebraico «Shabbat», sostantivo che significa «riposo»; il sabato è dunque il giorno del riposo, secondo l'Esodo. Oggi il nostro giorno di festa è la domenica, giorno della Resurrezione del Signore, ma il quarto comandamento (o meglio, la quarta parola del Signore) resta uguale. Ma cosa significa che il giorno della festa è il giorno del riposo? Sembra scontato, ma non credo che Dio si sarebbe scomodato ad andare fin sul monte Sinai solo per dirci delle ovvietà. Infatti, a volte, nella nostra vita frenetica non conosciamo il significato del riposo: vorremmo fare mille cose diverse, in parrocchia, al lavoro, a scuola, nello sport, con gli amici, con i colleghi, e siamo sempre fuori casa per un motivo od un altro, tanto che forse i nostri parenti ci hanno forse già chiesto una foto ricordo da appendere in cucina, almeno per vedere il nostro volto a pranzo o a cena. E noi, più ci impegnamo, più pensiamo di fare del bene: aiutiamo tante persone, lavoriamo, studiamo, ci sentiamo coinvolti sempre per tanti motivi diversi, e a volte ci sentiamo appagati dal nostro tempo speso in tal modo; più spesso però ci buttiamo continuamente in nuove attività. Perché? Non ci bastano quelle che già abbiamo? Eppure proprio perché non ci piace la nostra vita così com'è vorremmo fare di più; anzi, sentiamo che più ci impegnamo, più riusciamo a fuggire da una vita che non ci piace. Quindi cosa vorrebbe dire per noi la domenica? Solo altri impegni, diversi dal solito, per fuggire dalla nostra temibile vita? Oppure per noi la domenica è il giorno di stacco, perché consideriamo la nostra esistenza come noiosa parentesi tra due weekend?


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«Il giorno del riposo dovrebbe ripagarci del resto della settimana, dovrebbe essere un giorno per trovare belli tutti gli altri giorni; il riposo è una benedizione, ovvero il poter dire bene della propria vita: se non ti piace la tua vita non ti riposera mai.» Con queste parole un prete in seminario mi ha fatto capire che il riposo è per persone libere, proprio come dice il Comandamento. Ma noi siamo davvero liberi in mezzo a tutte queste attività? E perché ci sentiamo così oppressi dalla nostra esistenza? Forse perché spesso abbiamo così tante cose da fare che ci dimentichiamo del Signore, e pensiamo di ritrovarlo solo in chiesa, la domenica. Ma se non lo troviamo nella nostra vita quotidiana non lo troveremo nemmeno in chiesa! E se non lo troviamo, c'è qualcosa che non va nella nostra vita. Non sappiamo riposarci, né prendere le nostre responsabilità come dovremmo fare come adulti. E finché qualcuno non ce lo dice, noi non ce ne accorgiamo: se siamo scontenti di ciò che facciamo, cerchiamo altro da fare, e poi altro ancora, in un infinito loop senza uscita di continue scelte sbagliate. Eppure ci basterebbe così poco! Dobbiamo imparare, anzi, riimparare a riposarci. Rallentiamo il passo quando camminiamo per la strada. Notiamo i dettagli di ciò che ci circonda. Cerchiamo di fare le poche cose che dobbiamo fare e non le centomila altre per cui pensiamo di essere indispensabili. Per esempio, quanto tempo passiamo con la nostra famiglia? Sappiamo come stanno davvero i nostri amici o parliamo con loro solo dei nostri problemi superficiali? Ci piace la nostra vita, e se non ci piace, perché? Quante attività extra ci impegnano? Troviamo il tempo di curarci delle nostre cose? Troviamo il Signore nella nostra quotidianità? In conclusione, la prossima domenica proviamo a fermarci un attimo, a mangiare con più calma, a condividere i nostri pensieri con i nostri cari; proviamo a fare bene le poche cose che dobbiamo davvero fare. Solo imparando a riposarci potremo davvero «santificare le feste». Mariaida Ortelli

Fuori campo 2016 marzo  

inserto dei giovani per i giovani al Focolare

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