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IN QUESTO NUMERO

Papa Francesco: chi e’ il mio prossimo

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La lettera di don Giusto: Como città di frontiera

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Vita comunitaria Anniversari di matrimonio, la gioia della condivisione Ricordi di una vita, a Dio, Gianemilio! In ricordo di Gabriella, una grande voglia di vivere Il maestro Sala, una vita per la musica Lavori di restauro conservativo in chiesa Due città di frontiera Da Como a Ventimiglia

6 7 9 11 12 14

Cinquant’anni di sacerdozio, lettera a don Tentori

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Maria e Albertina, centenarie a Rebbio

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A Santiago de Compostela, l’esperienza del “cammino”

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Il messaggio delle campane

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Contatti utili

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Il quartiere che cambia, l’ex parco Lissi

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News News News

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Terremoto in centro Italia, il silenzio e l'abbraccio

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Calendario liturgico

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Anagrafe parrocchiale

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PAPA FRANCESCO

Chi è il mio prossimo L'Angelus del Pontefice di domenica 10 luglio

Oggi la liturgia ci propone la parabola detta del “buon samaritano”, tratta dal Vangelo di Luca. Essa, nel suo racconto semplice e stimolante, indica uno stile di vita, il cui baricentro non siamo noi stessi, ma gli altri, con le loro difficoltà, che incontriamo sul nostro cammino e che ci interpellano. Gli altri ci interpellano. E quando gli altri non ci interpellano, qualcosa lì non funziona; qualcosa in quel cuore non è cristiano. Gesù usa questa parabola nel dialogo con un dottore della legge, a proposito del duplice comandamento che permette di entrare nella vita eterna: amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi. “Sì – replica quel dottore della legge – ma, dimmi, chi è il mio prossimo?”. Anche noi possiamo porci questa domanda: chi è il mio prossimo? Chi devo amare come me stesso? I miei parenti? I miei amici? I miei connazionali? Quelli della mia stessa religione?... Chi è il mio prossimo?

E Gesù risponde con questa parabola. Un uomo, lungo la strada da Gerusalemme a Gerico, è stato assalito dai briganti, malmenato e abbandonato. Per quella strada passano prima un sacerdote e poi un levita, i quali, pur vedendo l’uomo ferito, non si fermano e tirano dritto. Passa poi un samaritano, cioè un abitante della Samaria, e come tale disprezzato dai giudei perché non osservante della vera religione; e invece lui, proprio lui, quando vide quel povero sventurato, «ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite [V], lo portò in un albergo e si prese cura di lui»; e il giorno dopo lo affidò alle cure dell’albergatore, pagò per lui e disse che avrebbe pagato anche tutto il resto. A questo punto Gesù si rivolge al dottore della legge e gli chiede: «Chi di questi tre – il sacerdote, il levita, il samaritano – ti sembra sia stato il prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». E quello naturalmente - perché era


5 intelligente - risponde: «Chi ha avuto compassione di lui». In questo modo Gesù ha ribaltato completamente la prospettiva iniziale del dottore della legge – e anche la nostra! –: non devo catalogare gli altri per decidere chi è il mio prossimo e chi non lo è. Dipende da me essere o non essere prossimo - la decisione è mia -, dipende da me essere o non essere prossimo della persona che incontro e che ha bisogno di aiuto, anche se estranea o magari ostile. E Gesù conclude: «Va’ e anche tu fa’ così». Bella lezione! E lo ripete a ciascuno di noi: «Va’ e anche tu fa’ così», fatti prossimo del fratello e della sorella che vedi in difficoltà. “Va’ e anche tu fa’ così”. Fare opere buone, non solo dire parole che vanno al vento. Mi viene in mente quella canzone: “Parole, parole, parole”. No. Fare, fare. E mediante le opere buone che compiamo con amore e con gioia verso il prossimo, la nostra fede germoglia e porta frutto. Domandiamoci – ognuno di noi risponda nel proprio cuore – domandiamoci: la nostra fede è feconda? La nostra fede produce opere buone? Oppure è piuttosto

sterile, e quindi più morta che viva? Mi faccio prossimo o semplicemente passo accanto? Sono di quelli che selezionano la gente secondo il proprio piacere? Queste domande è bene farcele e farcele spesso, perché alla fine saremo giudicati sulle opere di misericordia. Il Signore potrà dirci: Ma tu, ti ricordi quella volta sulla strada da Gerusalemme a Gerico? Quell’uomo mezzo morto ero io. Ti ricordi? Quel bambino affamato ero io. Ti ricordi? Quel migrante che tanti vogliono cacciare via ero io. Quei nonni soli, abbandonati nelle case di riposo, ero io. Quell’ammalato solo in ospedale, che nessuno va a trovare, ero io. Ci aiuti la Vergine Maria a camminare sulla via dell’amore, amore generoso verso gli altri, la via del buon samaritano. Ci aiuti a vivere il comandamento principale che Cristo ci ha lasciato. E’ questa la strada per entrare nella vita eterna.


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La riflessione di don Giusto: C o m o c i t t à d i f r o n t i er a

Oltre ai tantissimi frontalieri comaschi che ogni giorno valicano il confine svizzero per motivi di lavoro, durante questa estate la nostra città è divenuta un imbuto per migliaia di persone - dalle 1 00 alle 250 al giorno - provenienti in gran parte dal CORNO D’AFRICA che tentano di transitare o di rimanere in Svizzera. La nostra città ha due spine nel fianco. Una è bella evidente, scandalosamente evidente in stazione San Giovanni, una spina che oltre all’Italia punge tutta l’Europa: una gran folla di giovani che scappano da paesi “prigioni a cielo aperto” e vedono nell’Europa un luogo di rifugio e di speranza lavorativa o di studio. L’altra spina è meno evidente e fatica ad entrare nel fianco lardoso e sono i circa 900 richiedenti asilo presenti nella nostra città e collocati in appartamenti o grandi strutture. Costoro fanno poco rumore, per ora, ma ne faranno molto quando vedranno rifiutarsi in gran parte la loro richiesta d’asilo. Le due spine nel fianco sono destinate a rimanere a lungo, visto le contingenze mondiali e possono divenire un purtroppo che tentiamo di narcotizzare

non pensandoci, facendo finta di nulla o rifiutando. Oppure possono divenire risorsa, elaborazione di un pensiero ed una azione politica da città di frontiera quale siamo. Como è città messaggera di pace, promotrice del Coordinamento Comasco per la pace, realtà unica in tutta Italia, la qualifica l’abbiamo già. Propongo alcune considerazioni in questa direzione. 1 ) Innanzi tutto occorre a tutti noi un pensiero politico globale per considerare tutti gli elementi in gioco nel migrare: i motivi della partenza dai paesi d’origine, la strada, i trafficanti, l’arrivo in Italia, la buona o cattiva accoglienza, la crisi economica globale, il calo demografico europeo, l’incontro tra nuove culture e religiositàVV Sarebbe un errore considerare solo la tesserina del mosaico che è Como, magari presi dall’emergenza, senza aver sott’occhio tutto il variegato mosaico. Se si capisce, si analizza in profondità, si agisce di conseguenza. In tanti ad esempio si danno da fare per la prima accoglienza a Como,


7 in pochissimi protestano contro il sistema ingiusto di espulsione, sottoscritto anche dall’Italia, che ha già visto 48 sudanesi rinviati con la forza al loro dittatore Omar Al Baschir durante il mese di agosto scorso. La Svizzera è nostra vicina anche in progettualità politica: creiamo un laboratorio politico comune tra Como e la Confederazione Elvetica nelle forme istituzionali e associative. Tanti contatti si sono creati anche grazie all’emergenza in stazione, altri già esistevano: quale futuro comune vogliamo e possiamo realizzare noi e i nostri fratelli svizzeri? Si è sentita pochissimo la voce dei parlamentari comaschi e dei consiglieri regionali in questa estate e sono o dovrebbero essere anche loro coloro che tirano il carro nell’elaborare un pensiero politico globale. La nostra città ha un laboratorio di pensiero costituito in “Intrecci di popoli” (Comune, CSV, Coordinamento Comasco per la Pace, Diocesi di Como ): può essere questo lo strumento operativo già esistente per elaborare un pensiero politico globale? 2) Persone e strutture di qualità

Durante questa estate abbiamo “ improvvisato” noi tutti ed il vuoto più grosso è stato ed è l’informazione giuridica-legale e l’accompagnamento individuale, l’orientamento alla scelta migliore realizzabile in questo momento per chi a Como transita. Abbiamo bisogno di persone qualificate, abbiamo bisogno di qualificarci, formarci, studiare: Università, Avvocati, Associazioni, Cooperative, Comune, Diocesi, insieme facciamo un salto di qualità verso professionalità alte. Infine, servono edifici adatti alla accoglienza: per i minori stranieri non accompagnati serve l’urgente riapertura del centro PUZZLE di Tavernola, servono nuove comunità disponibili ad accogliere i minori, servono spazi, appartamenti di facile fruibilità, gestiti insieme da migranti e volontari. Certo a Como non manca il personale qualificato, ne mancano gli spazi da riutilizzare, occorre il coraggio di cominciare o meglio di ricominciare a reinventare nella nostra città dove lo spirito di San Luigi Guanella, di San Gerolamo Emiliani, della Beata Chiara Bosatta, della Beata Giovannina Franchi e di tanti altri Santi continua ad aleggiare. don Giusto


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VITA COMUNITARIA Anniversari di matrimonio La gioia della condivisione

Signore, ci troviamo qui tutti insieme per celebrare i nostri anniversari di matrimonio, dai dieci ai cinquantacinque anni. Ci sono stati momenti felici, ma anche momenti di difficoltà che con la preghiera e la Tua costante presenza siamo riusciti a superare. In due anche la malattia è più facile viverla. Chiediamo a Maria, madre della misericordia, di accompagnarci anche negli anni a seguire.

Domenica 1 2 giugno si è celebrata la festa degli anniversari di matrimonio. Erano presenti quindici coppie: la più “giovane” ha festeggiato dieci anni, quella più “rodata” cinquantacinque, un vero e importante traguardo! L’incontro preliminare per la preparazione della celebrazione è diventato immancabilmente un momento di riflessione per tutti: sono emersi racconti e aneddoti di un piccolo o grande spaccato di vita

quotidiana che testimoniano la grandezza della vita condivisa. Camminando insieme fianco a fianco, guardando entrambi nella stessa direzione, si è percorso un tratto della nostra vita. La vita insieme dona la gioia di condividere ogni passo. Le parole e le risate di due persone sono più forti e più incisive, ma non sempre la vita ci riserva gioie incondizionate. Decidere di superare insieme le difficoltà in cui ci s’imbatterà nel cammino di coppia diventa una sfida che solo una forte unione è in grado di superare. Condividere questa ricorrenza con chi è al cinquantacinquesimo anno di matrimonio ha dato una dimensione speciale alla nostra esperienza. All’inizio della Messa tutte le coppie si sono presentate in breve, accennando al luogo dove si sono sposate, al numero dei figli e, in alcuni casi, anche ai nipoti; emozionanti le preghiere lette dai nipotini di una delle coppie.


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Ricordi di una vita A Dio, Gianemilio!

“Donna, ecco tuo figlio”. Sulla croce, poco prima di morire, Gesù ci ha affidati a Maria. Nell’ultimo istante della vita non si sprecano parole, non ci si attarda in dettagli futili, si va all’essenziale. Si fa testamento, si danno le ultime consegne, si affidano le cose più care. Il testamento del Signore è stato l’Eucaristia e la Madonna: la Sua presenza certa e la Sua presenza amorevole, materna. L’Eucaristia: la certezza che Lui ci ama sempre, non ci lascia soli mai, cammina con noi, ci prende per mano anche nei momenti bui. La Madonna: la certezza di essere stati affidati a una mano materna e premurosa. La vita di Gianemilio si è svolta sotto il segno della Madonna. Forse proprio da questa presenza femminile lui ha saputo trarre il grande rispetto che aveva per tutte le donne: per la moglie Piera, la compagna di tutta una vita; per la nuora Maura, sposa dell’amato figlio Giorgio, insieme genitori dei due nipoti, i suoi gioielli più preziosi. Maria è stata presente nella vita di Gianemilio quando, poco più che

adolescente, fu internato in Germania in un campo di lavoro. Senza neanche aver potuto dare notizia a casa, di lui a casa si pensava che fosse morto, avendo trovato solo la bicicletta abbandonata, quando fu catturato in un rastrellamento. Con i suoi compagni di prigionia pregavano sempre la Madonna, con la certezza che Ella li avrebbe riportati a casa. E Gianemilio ha sempre visto una protezione speciale di Maria, una vera predilezione, quando un obice sganciato dall’aviazione alleata colpì e uccise molti dei suoi compagni, ma non lui, essendosi attardato a recuperare una salvietta dimenticata prima di lavarsi giù alla fontana, al termine della giornata di lavoro. Il caso, la fortuna, direbbero molti. Gianemilio vi intravvide la mano materna di Maria, che lo aveva custodito e protetto. Così, ritornato a casa, la devozione filiale alla Madonna è sempre stata la costante della sua fede semplice e schietta. Tante volte lo abbiamo visto pellegrino sulla strada per Lourdes, insieme agli amici uomini,


10 desideroso di andare ancora una volta “a ringraziare” – diceva lui – e a chiedere protezione alla Bella Signora. Come quella volta a Moustiers S. Marie, in Provenza, dove la dabbenaggine della guida spirituale – cioè io – aveva trascinato il gruppo degli uomini lungo una ripida erta, venti minuti buoni di salita. Adagio adagio, Gianemilio arrivò fino in cima. E anziché lamentarsi, non mancò di dire grazie per la sfacchinata, perché lo aveva portato a pregare presso un altro santuario della carissima Madre. La sua preghiera, poi, aveva sempre un respiro davvero universale, cattolico. Non era mai solo per sé, o per i suoi cari. Era per gli amici, per l’amata parrocchia di Rebbio, per i suoi preti, per i poveri. E la Madonna c’è stata anche fino all’ultimo istante. L’altra sera, poche ore prima di morire, tutti ci siamo stupiti quando, avviata una preghiera con i suoi cari presenti, abbiamo visto spuntare la sua mano da sotto le lenzuola. Era una mano tremula, fredda forse del rigor mortis ormai incipiente, eppure l’abbiamo vista inarcarsi ancora una volta a comporre, ampio, il segno

della croce. E tener dietro le parole dell’Ave Maria: “prega per noi, adesso, e nell’ora della nostra morte”. Di Gianemilio ci mancherà la sua bonomia, la sua capacità di portare serenità e allegrezza. Lo ricordiamo con grembiule e cappellino, intento a tagliare pane e salame sull’autostrada verso Lourdes. Ci mancheranno soprattutto i suoi discorsi, improvvisati ma toccanti, con in quali era solito solennizzare le riunioni più importanti. Gianemilio non aveva titoli di studio per parlare in pubblico, ma aveva frequentato l’università della vita, e lì si era laureato a pieni voti. Non aveva neanche una voce particolarmente aggraziata, anzi decisamente nasale, eppure era chiaro che la sua bocca parlava – come dice il vangelo – dalla pienezza del cuore; e parlava – dice sempre il vangelo – come uno che ha autorità. Gianemilio è stato un uomo profondamente cristiano e un cristiano pienamente uomo. Si dice che quando Dio plasma un’anima umana, poi butta via subito lo stampino, perché ciascuno deve essere unico e irripetibile, ma poi qualche volta si pente, perché con


11 quello stampino, di anime, ne avrebbe plasmate volentieri più di una, magari una serie pregiata. A noi il compito di raccogliere un’eredità così ricca e preziosa e portarla avanti. Scrutando negli sguardi di tanti amici, in questi giorni di distacco da colui che era un po’ il nonno, o il patriarca del Gruppo Uomini di Lourdes, ci siamo sentiti un po’ persi, un po’ smarriti. Un altro amico che ci saluta, un’altra colonna che cade. [V] Cristo [V] è morto, ma poi è risorto, e ora vive per sempre. E ha fatto saltare anche per noi i sigilli della morte. Anche a noi, “se ci

rattrista la certezza di dover morire, ci consola la speranza dell’immortalità futura”, che Cristo ci ha conquistato. Per questo noi sappiamo che Gianemilio vive. Dal cielo ci guarda. La famosa “catena” che lui era solito evocare – la catena dell’amicizia che vince il tempo, la catena della solidarietà fra uomini, la catena della vicinanza a chi soffre –, questa catena Gianemilio ora l’ha portata in cielo. E l’ha fissata al moschettone che mette in sicurezza tutta la cordata. Da lassù Gianemilio ci grida: “Salite!” A Dio, Gianemilio! don Angelo Riva

In ricordo di Gabriella Una gran voglia di vivere

“Voglio ricordarti così, con tutti i momenti belli, ma anche dolorosi della nostra vita. Niente ci ha mai divise e pur nella nostra diversità, sapevamo tutto di noi. Il tuo amore di sorella più grande è stato sempre presente, riversato in tutto verso la nostra famiglia e così rimarrà per sempre nei nostri cuori. Sei l'esempio di come hai superato

ogni intervento con la tua grande volontà di vivere in pienezza il dono della vita. Voglio ricordarti con la serenità che hai avuto con il dono della fede. Quest'ultimo tratto della tua vita sei stata circondata dall'affetto dei tuoi figli, dei tuoi amati nipoti e pronipoti, da noi fratelli e cognate e cognato e da tanti amici che ringraziamo tutti


12 per te. "

Così Alda, la sorella di Gabriella Meroni, durante la liturgia funebre il 5 agosto scorso. Nativa del Borgovico, Gabriella viveva da decenni a Rebbio. Una donna in gamba, che nella sua vita ha saputo superare difficoltà, regalando sempre un sorriso e una battuta scherzosa a chi la incontrava per la strada. Una donna di fede, riservata e profonda. Una donna intelligente, che è stata in grado, fino a pochi anni fa, di coltivare i suoi interessi e i suoi hobbies, come racconta Graziella.

“Ho avuto la fortuna di condividere con Gabriella un tratto della mia vita e adagio adagio è nata una grande amicizia, vivendo con lei momenti felici e momenti più faticosi. Abbiamo condiviso con molti amici la passione per il teatro e per la montagna. Due cammini, che hanno bisogno di tanto affiatamento e umiltà, per poter dare modo a tutti di esprimere le proprie capacità, per un cammino comune, che Gabriella ha condiviso con noi . Quasi per gioco, o meglio per rimettersi in gioco, Gabriella ha

accettato di entrare a far parte della nostra Filodrammatica. La sua esperienza, ma soprattutto la sua voglia di fare teatro, ha acceso in tutti noi un nuovo entusiasmo. Sono stati anni di crescita per tutti: Gabriella ci ha trasmesso, prima come attrice, poi come regista, gli insegnamenti ricevuti, ma soprattutto la gioia, l’amicizia e la spensieratezza donate agli altri. Non posso dimenticare un’esperienza vissuta con Gabriella ed altre amiche in montagna in una notturna di sci di fondo. Siamo partiti nel buio della notte e la guida ci ha invitate a rimanere in silenzio per ascoltare i suoni. Giunti in una piana, la luna con la sua luce ci ha regalato uno spettacolo stupendo, calma e gioia sono entrate nel nostro cuore. Penso che questa esperienza corrisponda al momento, che stiamo vivendo. Ora siamo nel dolore, ma l’amore che Gabriella ci ha donato si trasformerà in luce, una luce che ci guiderà e ci accompagnerà nel nostro cammino.”

E come comunità parrocchiale la vogliamo salutare con le parole di Alda: “Voglio ricordarti con il Salmo


13 che dice con certezza: "Il Signore cambierà il lutto in gioia". Grazie,

Gabri, e aspettami lassù nel cielo eterno.”

Il 22 maggio scorso, si è spento Giacomo Sala, per anni Maestro della Banda di Rebbio. Ripercorrere le tappe fondamentali della sua vita significa guardare alla storia del nostro Paese, tra alti e bassi, dalla dittatura al boom economico. Nato nel 1 929 a Como, visse la giovinezza negli anni del Ventennio con la mamma Maria, camiciaia e assemblatrice di paracaduti militari, il babbo Paolo, infermiere, noto come l’’aggiustaossa’, per le sue doti di massaggiatore, anche per il Calcio Como, e la sorella Cecilia. Giacomo si trasferì poi a Rebbio, in località detta ‘Punt’ (ndr in V.

partenza da Piazza Cavour il pane per le colonie giovanili estive della Valle Intelvi. Poi la svolta. Lavorò, infatti, come apprendista presso una vecchia tipografia di Viale Lecco. Successivamente divenne un apprezzato litografo. La vita in collegio lo temprò dal punto di vista musicale. Iniziò con l’organo in Duomo, con il maestro Luigi Picchi, e poi con violino e saxofono. Nel frattempo la guerra era finita. Cominciò la ricostruzione materiale e sociale del Paese. I giovani e la gente, liberi, sentivano il bisogno di uscire e di divertirsi. Nacquero le balere un po’ ovunque e Giacomo divenne ‘suonatore gettonatissimo’, con violino e sax, accompagnato dalla fisarmonica. Come saxofonista suonò nella Banda Cittadina ed nel Corpo Musicale di Rebbio; qui ricevette l’incarico di diventare il Maestro della Banda. La riordinò, la riorganizzò e fondò una Scuola

Il Maestro Sala Una vita per la musica

Varesina, non lontano dalla Ca’ d’Industria). Venuto a mancare il

padre, Giacomo venne così affidato alle ‘cure’ del Collegio Orfanile di Via Tomaso Grossi, ove crebbe in un ‘regime’ duro, ma per allora senza alternative. Iniziò come fattorino portapane, con il biciclettone nero coi freni a bacchetta: portava al battello in


14 Allievi Bandistica (la prima in Provincia di Como), tuttora esistente. Costituì, poi, Scuole Allievi Bandistiche a Lezzeno, Casnate, Colonno ed Albate, ma Rebbio restò sempre nel suo cuore. Grande jazzista collaborò con alcune jazz bands, suonando anche in Rai. Giacomo, però, racconta uno dei figli, “è sempre stato un uomo semplice, buono, che ti voleva un immenso bene, segreto, senza dirtelo. Un uomo che, nonostante l’esperienza vissuta, sapeva a quasi novant’anni ancora meravigliarsi per le piccole cose. Sapeva sdrammatizzare le

situazioni difficili, trovava soluzione a tutto, senza farti pesare nulla. Se avevi bisogno sul serio, però, interveniva e ti aiutava con forza, ma con dolcezza”. E se, come scrive il genero, “le note musicali dei tuoi mille concerti salivano al cielo e colmavano le nostre menti di gioia e spensieratezza, oggi che i nostri cuori sono gonfi di tristezza e malinconia ci resta la certezza che Dio ti abbia voluto al suo fianco a dirigere una grande orchestra che avrà platee infinite di anime plaudenti.”

famiglia Sala

Restauro conservativo degli apparati decorativi interni della chiesa “San Martino Vescovo” di Rebbio

Dopo circa mezzo secolo dall’ultimo ciclo di lavori (1 968-1 978) che ha portato alla definizione dell’attuale assetto compositivo dell’interno della Chiesa, la parrocchia San Martino di Rebbio intende intraprendere un percorso di ripristino e restauro degli apparati decorativi interni.

Come norma vigente prevede le opere saranno attuate in collaborazione e coordinamento con la Soprintendenza delle Belle Arti e il Paesaggio di Milano, che in data 26 gennaio 201 6 ha rilasciato Autorizzazione al restauro. La programmazione dei lavori sarà scandita per lotti, conformi alle


15 risorse finanziarie a disposizione della parrocchia e contestualmente in grado di garantire un regolare svolgimento delle funzioni religiose anche durante l’andamento dei lavori di restauro. Il primo lotto d’intervento: eliminazione delle pitture incongrue superficiali con disvelamento dei decori originali e restauro degli affreschi del presbiterio e del dipinto illusorio “finto abside” è limitato alle pareti ed al soffitto a volta del presbiterio sino all’arco trionfale compreso il dipinto della lunetta “cena di emmaus”. Questo primo Lotto è altresì da intendersi come intervento “pilota” che permetterà, con il corso dei lavori, anche la definizione degli interventi di dettaglio degli altri lotti a completamento. Si stima che il primo lotto possa durare circa 6 mesi, compresivi delle necessarie sospensioni per le

verifiche a cura della soprintendenza. Il costo del primo lotto ammonta preliminarmente a circa 40.000€, comprensivo di allestimenti e ponteggi.

I lavori di restauro prevedono il ripristino della composizione decorativa originaria, attraverso la rimozione della pellicola pittorica oggi fortemente ammalorata e in fase di distacco, a base acrilica, con il rinvenimento dei decori pittorici originari, realizzati con materiali a base di calce, comunque con l’intento di riproporre il dipinto illusorio del “finto abside” della parete di fondo del presbiterio. Mario


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Due città di frontiera Da Como a Ventimiglia

Sabato 23 luglio con alcuni parrocchiani, dei giovani dell’associazione ”Como senza frontiere”, i consiglieri comunali Luigino Nessi e Celeste Grossi e due giornalisti comaschi, insieme a don Giusto, ci siamo recati in visita a Ventimiglia, città di frontiera, per conoscere la realtà dei migranti, che da qualche anno tentano di raggiungere altre località europee attraverso la Francia. Ad accoglierci nella parrocchia di S. Antonio, diventata un centro di accoglienza improvvisato e autogestito, c’erano il parroco, don Rito Alvarez, e il direttore della Caritas, Maurizio Marmo. Entrambi ci hanno informati che, dal 31 maggio al 1 5 luglio, da Ventimiglia sono passate circa seimila persone, provenienti per la gran parte dal Sudan: “E’ un flusso perenne, qualcuno si ferma; la maggior parte rimane solo qualche giorno, poi prosegue il viaggio verso la frontiera”. Il parroco, don Rito, ha messo a disposizione la chiesa e gli spazi

della parrocchia per accogliere circa cinquecento persone che si erano accampate presso il fiume e nei pressi della stazione: “Qua attorno era tutto pieno: nel campo sportivo, sui banchi della chiesa, sul sagrato e nel posteggio davanti alla chiesa”. Di fronte a questa situazione molto complessa, a cui la cittadinanza ha risposto unita e solidale, la Caritas si è rivolta alla Prefettura e al Comune, affinché si potesse allestire uno spazio apposito per i migranti. A questo punto le autorità locali e le associazioni del territorio si sono incontrate per condividere idee e proposte su come gestire al meglio l’emergenza. Insieme hanno pensato di allestire un centro di accoglienza che possa ospitare i migranti qualche giorno prima che riprendano il viaggio. Un centro che rispetti gli standard, ma in cui dare anche le informazioni legali corrette che possano aiutare le persone a scegliere se restare in Italia o proseguire il viaggio verso la frontiera.


17 Così la Croce Rossa Italiana, su richiesta della Prefettura, ha provveduto all’allestimento di container nella zona dell’ex Parco Roia. Il nuovo centro permette ai migranti di rimanere per circa sette giorni, ricevere cibo e assistenza medica; a chi vuole vengono fornite informazioni circa lo status legale e la possibilità di ricorrere ai ricongiungimenti o al piano di ricollocamento sul territorio. Attualmente il centro può ospitare fino a trecento profughi, ma in questo momento il flusso è leggermente più alto, pertanto un gruppo di ragazzi, tra l’altro giovanissimi, si è accampato in alcune vecchie stalle, rimesse a nuovo, posizionate nella vecchia stazione merci, in attesa di poter entrare nel centro. Dormono su vecchie coperte e tutti i giorni, in fila ordinata, si avvicinano al centro, nella speranza di potervi accedere e lì viene dato loro il sacchetto viveri per la colazione, il pranzo e la cena. Nell’ora di pranzo siamo rientrati alla parrocchia di S. Antonio, dove abbiamo condiviso il pranzo con don Rito e i volontari di Ventimiglia,

per poi andare in spiaggia a bagnarci i piedi. Abbiamo vissuto una giornata molto intensaVtante sono state le emozioni, gli sguardi e i visi che non potremo presto dimenticare. Due sono state sicuramente le impressioni più forti: in queste persone non viene meno la speranza di poter proseguire il loro viaggio, realizzando il sogno di raggiungere il nord dell’Europa; la volontà e il coraggio che hanno dimostrato tutte le associazioni e gli enti locali coinvolti per gestire al meglio l’emergenza. Daniela e Angelo


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Nel cinquantesimo di sacerdozio Lettera ad un amico

A don Tentori, ricco di umanità e "sacerdotalità" Rivedo un'adolescente un po’ Poi si cresce, il Don si trasferisce: il spigolosa e ”all’opposizione a seminario, altre parrocchie e oggi prescindere” passare la porta quel bellissimo pezzetto di lago. dell’abitazione di questo nuovo Son passati anche anni in cui non ci vicario – le hanno detto che si siamo sentiti, ma il filo che ci lega chiama Don Giuseppe Tentori – che non si è mai spezzato. promette di essere un interessante Nei momenti belli della vita mia, di interlocutore di tante domande e mio marito e dei miei figli: tanti dubbi. “Buongiorno Don, sono io.” Rivedo la mamma Giovannina accogliermi con quel suo sorriso dolce e quell’aria di donna che ha capito tutto delle cose importanti della vita: “ Ciao, tosa, se cerchi il Don Giuseppe è in studio V vai vai che ti aspetta” Tanti discorsi, tanto lavoro e il Don che ti insegna senza mai demordere l’importanza degli altri e di spendere il tuo tempo non solo per te. Quindi il lavoro in oratorioV il Grest V i mitici campi estivi in Val di FassaV le passeggiate in montagna per imparare le bellezze della Natura e del suo CreatoreV


19 “Che piacere, venite da me che festeggiamo con la Messa.” E anche nel momento più difficile e doloroso: “Buongiorno Don, sono io...“ Questa volta è venuto lui da noi a portare a me e alla mia famiglia il conforto della sua amicizia e della sua sacerdotalità.

Solo per questa volta voglio darti del tu per tornare poi al “Lei” affettuoso e rispettoso di sempre: grazie per essermi stato fratello grazie per essere l’uomo e il sacerdote che sei. M.- F.


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Auguri alle centenarie

M a ri a e l ’ a ffe tto d e i su oi ca ri Cento anniV.. un traguardo importante della vita e Maria Martinalli lo ha raggiunto. E’ una simpatica e dinamica signora, che vive da parecchi anni a Rebbio: è sempre piacevole andare a farle visita. Il buon umore non le manca mai e racconta delle sue giornate, che passano nella semplicità delle piccole faccende domestiche e nell’attesa delle quotidiane visite del suo amato figlio Maurizio: senza di lui non saprebbe cosa fare. Fondamentale e che non deve mai mancare è la preghiera quotidiana e la recita del Santo Rosario. E’ inutile perdere tempo in pettegolezzi o restare davanti al televisore tutta la giornataVV.. Forse il segreto di una lunga esistenza è proprio una vita vissuta con semplicità nell’affetto dei propri cariV. Oppure saranno le caramelle al rabarbaro, che piacciano tanto alla signora Maria?? Auguri e grazie per la sua amicizia Graziella

Al b e rti n a , a l p a sso coi te m p i Albertina Bonaretti Pasquali, per tutti la signora Pasquali, ha compiuto cento anni l’11 giugno scorso. Nata in Emilia si è trasferita, con marito e figli, negli Anni Cinquanta, nel nostro quartiere, quando la Landini, industria metalmeccanica di Fabbrico (RE), aprì una filiale a Camerlata, in Via Paoli. Rimasta vedova, con i bambini ancora piccoli, la signora Pasquali ha lavorato per anni alla Landini e si è inserita nel quartiere e nella comunità parrocchiale. Fedele alle sue origini emiliane, è una donna sempre al passo con i tempi. La fede, sostenuta dalla formazione in Azione Cattolica, dalla partecipazione alla celebrazione eucaristica e dalla recita del rosario, si unisce all’interesse per i problemi del mondo e all’attenzione schietta a chi le sta vicino. Una bella festa, con i famigliari e i vicini di casa: tanti bigliettini, telefonate e tantissimi fiori, insieme alla celebrazione eucaristica prefestiva, hanno accompagnato i cento anni della signora Pasquali. Dall’intera comunità parrocchiale, carissimi auguri, Albertina!


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L‛esperienza del ‘cammino‛ A Santiago de Compostela

2 a p ri l e 2 0 1 6 : p a rte n za d a S t-J e a n P i e d -D e -P ort (F ra n ci a ) 2 M a g g i o 2 0 1 6 : a rri vo a S a n ti a g o d e C o m p o s te l a ( S p a g n a )

Pensavo da un paio d'anni di compiere questo cammino, ma non mi decidevo mai, perché' l'impegno a 70 anni mi sembrava troppo gravoso e rischioso per la mia età. Poi, un giorno, all'improvviso scatta qualcosa nella mia testa: Devo partire, non so quando, ma devo partire. Gennaio 201 6: mi scrive un amico conosciuto tramite Internet sui vari siti del ‘cammino’ e mi dice “Roberto, io avrei intenzione di partire il primo aprile”. Non ci ho pensato un attimo e anch'io prenoto il volo Ryanair per Lourdes, per poi prendere un pullmino che ci accompagna a St-Jean-Pied-DePort. La gioia, le sensazioni di felicità per la decisione presa e il richiamo di San Giacomo mi accompagnano durante il cammino..... La storia di Santiago de Compostela affonda le radici nell'epoca apostolica: dopo la morte

e la resurrezione di Gesù, infatti, gli apostoli che l'hanno seguito si disperdono ad annunciare il Vangelo fino ai confini della terra. Secondo la tradizione l'apostolo Giacomo il maggiore arriva fino alla Penisola Iberica, attraversa l'Andalusia e giunge fino alla remota, celtica Galizia. Ritornato in Palestina, muore martire, primo tra gli apostoli, decapitato nel 44 (la data non è certa) da Erode Agrippa. I suoi discepoli, Teodoro e Atanasio, ne trafugano il corpo e lo trasportano su una barca nuovamente in Galizia. Passano secoli e l'eremita pastore Pelayo comincia a vedere ogni notte, sul monte Libradon, delle misteriosi luci sul tumulo di un campo: da questo deriva il nome di Compostela, campus stellare. Alfonso II il Casto


22 ordinò la costruzione della cattedrale nel 893, ma nel 997 Santiago de Compostela fu distrutta dall'esercito musulmano di Almazor e poi ricostruita da Bermudo II di Lèon. All'improvviso ti fermi e ti rendi conto di aver camminato così tanto, senza neanche accorgertene, di avere percorso oltre 800 km a piedi, dalla Francia fino alla costa della Spagna, fino all'oceano, fino a dove finisce il mondo. All'improvviso ti fermi e ripensi a quante magnifiche esperienze, avventure, imprevisti, insegnamenti, sorprese, emozioni hai vissuto lungo questo cammino. Pensi a tutte le persone che hai conosciuto, amato, perso, ritrovato, a quanti, lungo il percorso, hai detto ‘buon cammino’, ‘buen camino’, ‘buenos dias’, ‘hola’. All'improvviso ti fermi e osservi quello che per te sarà l'ultimo segnale chilometrico di questo

lungo cammino. Sai che da questo momento non ci saranno più tappe da seguire né chilometri da scalare, né frecce gialle e conchiglie a indicarti la via. E dopo più di un mese e 780 km percorsi, arrivi davanti alla cattedrale di Santiago. Un'emozione che non si può descrivere, penso che resti nel cuore di ognuno di noi: sono momenti indescrivibili, si è felici, si piange, si ride, la fatica è passata in un attimo. Tanti pellegrini arrivano, ci si guarda felici, ci si abbraccia: la Praza do Obradoiro è piena di pellegrini tutti seduti per terra ad ammirare la piazza e la cattedrale in fase di restauro, con gli occhi rivolti al cielo ringraziando San Giacomo per averti seguito per tutto il cammino, perché questa è la fine di questo lungo cammino, ma l'inizio di un altro, meraviglioso ed immenso, chiamato vita. Roberto Cavallin


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Dal campanile Il messaggio delle campane

Nel 201 6 perché ancora le campane? Viviamo in un’era ultratecnologica, eppure le campane continuano a suonare. Le campane scandiscono le nostre giornate, i momenti felici e tristi; grazie alle campane ci ricordiamo delle messe, del richiamo alla preghiera alla Madonna tre volte al giorno, dei lutti, delle nascite e di ogni evento nella nostra comunità parrocchiale. Senza le campane, che scandiscono da più di un secolo la vita del quartiere, si perderebbe un pezzo di storia di Rebbio, un pezzo di storia della nostra vita. C i n q u e c a m p a n e , n o te e d e d i c h e Sul nostro campanile ci sono cinque campane (fuse nel 1 91 4 dalla Fonderia Bianchi di Varese, e poi rifuse dalla stessa nel 1 948 a seguito della requisizione bellica) che compongono una scala maggiore di RE. Le campane hanno una per una dediche, frasi e significati. La campana maggiore, di nota RE, è dedicata al Sacro Cuore; la seconda, di nota MI, alla

Madonna; la terza, di nota FA#, a San Martino; la quarta, di nota SOL, a San Giuseppe e la quinta, di nota LA, a San Giovanni Bosco e Santa Agnese. O g n i su on o, u n si g n i fi ca to Spesso sentiamo suonare le campane, ma non ci chiediamo il perché. Percepiamo questo suono quasi come un fastidio e non vediamo l’ora che smetta, invece ogni suono ha un significato ben preciso. La campana maggiore, quando suona da sola a distesa, annuncia la morte di un sacerdote presente in territorio parrocchiale; se, invece, suona da sola a bicchiere, quindi con due rintocchi consecutivi distanziati da una lunga pausa, annuncia la morte di Parroco, Vescovo o Papa. La campana seconda, quando suona da sola a distesa, annuncia la morte di Nostro Signore Gesù Cristo alle h. 1 5.00 di ogni venerdì, mentre, quando suona a bicchiere (due colpi ripetuti per cinque volte), annuncia la morte di un


24 parrocchiano. La campana terza annuncia le “Ave Maria” del mattino (alle h. 7.30) e di mezzogiorno. La campana quarta non suona mai da sola. La campana quinta annuncia le confessioni e richiama i fedeli cinque minuti prima delle messe festive o delle funzioni solenni. Con ce rti d i ca m p a n e Le campane tre, quattro e cinque, a distesa, annunciano le messe feriali. Alle h. 1 9.30, invece, ci richiamano all’ultima “Ave Maria”, la seconda campana e di seguito la quarta invitano a pregare la Madonna e per i defunti. I funerali vengono annunciati dalle quattro campane piccole a bicchiere, suonano singolarmente o due alla volta, con pause abbastanza lunghe tra un suono e l’ altro. Tutte e cinque le campane a distesa annunciano le messe festive e le “Ave Maria” festive; in Quaresima e in Avvento viene esclusa la campana maggiore fino al sabato delle Palme e alla novena di Natale. Alle h. 1 9.30 il

sabato e la domenica, o nelle solennità, le campane a distesa vengono sempre anticipate dalla seconda campana che ricorda la preghiera alla Madonna. Il concerto solenne include tutte le campane e si distingue perché le stesse compongono delle scale cadenzate con varie combinazioni; si usa nelle solennità o il primo venerdì del mese. Per i Matrimoni le campane suonano a concerto, ma scontrandosi tra di loro, non sentiamo, quindi, un suono cadenzato e preciso, bensì delle combinazioni di più campane che suonano insieme. Per i Battesimi, invece, le campane suonano a concerto molto più velocemente del normale, non compongono quindi le solite scale cadenzate, ma delle scale più veloci, in cui le campane non si scontrano, ma suonano più vicine. Per i funerali dei sacerdoti al concerto “funebre” si aggiunge la campana maggiore, questo vale anche per la commemorazione dei


25 defunti il 2 novembre. Le campane a martello, che allietano con varie melodie, marce o inni sacri, annunciano i giorni di festa e gli eventi piĂš felici, suonano sempre fuori orario ordinario e non annunciano mai delle funzioni.

Talvolta in occasione delle maggiori festivitĂ vengono suonate a mano dalla cella campanaria tramite la tastiera manuale appena ripristinata. Enea Spinelli

CONTATTI UTILI

don Giusto Della Valle (parroco) tel. 031 520622 - cell. 366 7090468 email: giustodellavalle@gmail.com Roberto Bernasconi (diacono): 031 521 332 ComunitĂ La Missione: 031 431 0792 Padri Comboniani: 031 5241 55 SANTE MESSE Feriali: ore 8.30 Prefestivi: ore 1 7.30 Domeniche e Festivi: ore 7.30 - 1 0.00 - 1 8.00


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Il quartiere che cambia Sulle ceneri dell'ex Parco Lissi

Sono da poco terminati i lavori di costruzione di due palazzine residenziali e degli spazi di servizio e a verde annessi presso la Via Oslavia, sul terreno che per tanti anni fu il sedime del glorioso “Parco Lissi” ed anche il luogo di numerosissime iniziative pubbliche. Con la dismissione di detto Parco se ne va via e per sempre un pezzo notevole di storia locale: in questo angolo a verde si sono svolte per molto tempo feste popolari, spettacoli di intrattenimento, musica, banchetti, ma soprattutto tanta, tanta politica. Molta politica, ma anche molta solidarietà ed associazionismo. Ed anche “tradizione”, nella misura in cui certi appuntamenti consolidatisi nel tempo erano diventati in un certo senso dei “classici”. Se n’è andato via anche il campo di bocce annesso alla vicina ex cooperativa di consumo, forse emblematica testimonianza di una modalità di intrattenimento nel tempo libero, che probabilmente non è più in linea con i tempi.

A questo punto il dibattito a suo tempo generato tra i fautori dell’iniziativa, quindi tra gli sponsor degli appartamenti che sono anche di edilizia convenzionata, realizzati salvaguardando cioè lo spirito cooperativistico, e i più scettici, che si sono interrogati invece sull’utilità di eliminare un godibile spazio pubblico a verde per aggiungere ulteriore cemento, non ha più ragione d'essere. Ci si deve chiedere ora se l’intervento qualifica comunque il quartiere, cioè se migliora la fruizione di questo angolo di città. Va detto che è prevista oltre alla funzione residenziale anche una sala per riunioni avente una discreta capienza che si può utilizzare previo accordo con la cooperativa " A. Lissi", un collegamento ciclopedonale illuminato tra la Via Oslavia e la Via Ennodio, che si insinua nel “corridoio” a verde corrispondente, e dovrebbe essere approntato anche un piccolo parco giochi. La roggia “Seliga” lì defluente (che


27 tutti i residenti comunque hanno chiamato e chiamano semplicemente “Tunagia”) è per un buon tratto già stata “intubata”, mentre nel verde circostante detto in generale familiarmente " Muntisel", sono discretamente decifrabili le essenze arboree ancora presenti. Qualche nocciolo selvatico e soprattutto un " murun" (gelso), residuato quest'ultimo di una economia contadina che fu per molto tempo legata alla seta: queste piante sono ancora oggi percepibili e si fondono con gli altri alberi superstiti dell'ex Parco e alle essenze di nuova piantumazione.

Molte generazioni di comaschi e non soltanto loro sono passati almeno una volta presso il "Parco Lissi": per una festa, per una tornata di ballo "liscio", per un una cena in compagnia. L'attuale ambito è uno scorcio della nuova fisionomia del quartiere, ma in molti non possono dimenticare quell'acre odore di salamelle e di patatine fritte, che però erano anche l'epifania popolare di un certo attivismo politico, associativo e sociale, che per molti anni è stato la cifra identificativa di questa parte della città di Como. Andrea Rinaldo

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Don Renzo Denti, vicario a Rebbio dal 1 994 al 1 996, è stato designato parroco di Capiago. A lui gli auguri di buon lavoro nella nuova comunità. Il 1 2 giugno, Carlo Roncoroni, presidente del Corpo Musicale di Rebbio, ha compiuto 90 anni, accompagnati anche da una simpatica ‘serenata’ della banda, nei pressi della sua abitazione. Carissimi auguri (in ritardo!) da tutta la comunità parrocchiale. Siamo all’inizio di un altro anno scolasticoV Quello conclusosi ha visto numerosi ragazzi della parrocchia affrontare con impegno e con successo gli Esami di Stato, la “Maturità”. A Giorgio, Marco, Matteo, Mattia, Cecilia, Hannah, Francesca, Silvia, Giulia, Alessia, Marta, Chiara e a tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi, ma che vivono nel nostro quartiere: bravi! Ora in bocca al lupo per affrontare un nuovo tratto di strada, all’università o nel mondo del lavoro.


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Terremoto in Centro Italia IL SILENZIO E L'ABBRACCIO

Tutti abbiamo negli occhi e nel cuore le immagini di distruzione e di dolore, che sono arrivate nelle nostre case dal Centro Italia, scosso da un violento terremoto. Sullo sfondo di questa immane tragedia, si stagliano forti le parole di mons. D’Ercole, il vescovo di Ascoli Piceno, durante i funerali delle vittime marchigiane del sisma del 24 agosto. Le riproponiamo ai lettori de Il Focolare. Nelle parole del vescovo ci riconosciamo Chiesa in comunione, che cammina sulle strade della storia, facendosi carico delle gioie e delle speranze, delle fatiche e del dolore di ciascun uomo e di ciascuna donna che incontriamo nel nostro cammino. “Cari amici mi rivolgo a voi che siete diventati la mia famiglia, abbiamo pianto insieme, ma è arrivato il momento della speranza – ha detto monsignor D’Ercole -. Vi ho raccontato l’angoscia di queste persone che hanno perso tutto, che sono stati strappati dalle loro famiglie, sventrati dal terremoto e mi sono chiesto: ‘E adesso cosa fanno?’”. È giusto che le persone dicano “Signore, ma tu dove stai?. Ma se appena voi

guardate oltre l’argine si scorge qualcosa di più profondo. Il terremoto può togliere tutto tranne una cosa: il coraggio della fede”. Il vescovo ha continuato parlando dei cittadini che si sono rivolti a lui per un aiuto: “‘E adesso, vescovo, che si fa?’. Quante volte in questi giorni, amici miei, mi son sentito ripetere questa domanda. Esiste una risposta? Spesso l’unica è il silenzio e l’abbraccio”. “Noi siamo in un tempo di guerra, perché il terremoto è una guerra, la natura non ci perdona. Ecco perché è saggio imparare a dialogare con la natura e a non provocarla indebitamente. Il terremoto è come un aratro: quando l’aratro ara, la frantuma in zolle, è violento. Ma è al tempo stesso uno strumento per una nuova primavera”. “I sismologi tentano in tutti i modi di prevedere il terremoto – ha sottolineato mons. D’Ercole -, ma solo la fede ci insegna come superarla. La solidarietà è una parola importante. La solidarietà ci fa tenere i piedi ben saldi in terra. Gli occhi devono guardare in alto per pregare e continuare a lavorare. Non abbiate paura. Non vi lasceremo


29 soli. Per quanto mi riguarda, non vi lascerò e non abbiate paura di gridare la vostra sofferenza, ma mi raccomando, non perdete il coraggio”. La nostra parrocchia partecipa alle iniziative di solidarietà indette dalla

Chiesa italiana, quale segno di solidarietà da comunità a comunità, da Caritas a Caritas, per sostenere la ricostruzione e la rinascita delle zone colpite dal terremoto.

CALENDARIO LITURGICO

FESTA DELLA MADONNA DELLA CONSOLAZIONE DOMENICA 25 SETTEMBRE 201 6 Da lunedì 1 9 a venerdì 23 settembre h. 20.30 S. Rosario nei cortili Sabato 24 settembre h. 1 5.00 Confessioni h. 1 7.30 S. Messa prefestiva

Domenica 25 settembre h. 7.30 - 1 8.00 SS. Messe d’orario h. 1 0.00 S. Messa concelebrata, presieduta da don Giuseppe Tentori che ricorda il 50° anniversario di Ordinazione Sacerdotale h. 1 4.30 Processione con il simulacro della Madonna della Consolazione, Vespri e Benedizione. Al termine: Incanto dei Canestri La processione partirà dal cortile di Via Guido da Como, n. 8/1 6, a seguire via Giussani, via Spartaco, via Lissi, chiesa parrocchiale. Lunedì 26 settembre h. 8.30 S. Messa h. 20.30 S. Messa per i defunti della parrocchia, segue processione al cimitero


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ANAGRAFE PARROCCHIALE B a tte zza ti n e l l a fe d e d e l l a Ch i e sa e d e i G e n i tori 6 Petruzziello Gea 7 Alj Gerard Aurelio 8 Fucci Enea

U n i ti n e l S a cra m e n to d e l M a tri m on i o 1 2 3 4

Baragiola Simone e Testoni Erika, celebrato ad Argegno Artale Roberto e Gambaruto Simona Sinisi Vincenzo e Alberga Lucrezia ,celebrato a S.Pasquale Bari Artale Marco e Gambaruto Angela, celebrato a Sagnino

Ci h a n n o p re ce d u to n e l l a ca sa d e l S i g n ore 31 Sinicropi Giovanna 32 Zerenga Gaetano 33 Padre Luigi Generoso 34 Taroni Gianpietro 35 Piccaluga Franco 36 Gentile Viviana 37 Masella Ciro 38 Matera Antonio 39 Fossa Gianfranco 40 Luisetti Luigi

41 Albonico Ines Rosa 42 Arnaboldi Gianemilio 43 Moricca Lucia 44 Favoni Margherita 45 De Vecchi Nilde 46 Meroni Gabriella 47 Bucaria Rosario 48 Ramilli Carlo 49 Tettamanti Mirella 50 Rulfi Antonietta

Il Focolare - numero di Settembre 2016  

Periodico di informazione della comunità di Rebbio (CO)

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