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la Quercia e il Tiglio 1


Davide Sapienza

LA STRADA ERA L’ACQUA

Galaad Edizioni


Š 2010 Galaad Edizioni www.galaadedizioni.com ISBN 978-88-95227-35-1


L’acqua scorre ed è vita, come lo era lo sguardo di Anita G. che ha proseguito il suo corso altrove lasciandoci il ricordo di un sorriso dolce e consapevole dell’eternità che portiamo dentro. A lei è dedicato questo libro.


LA STRADA ERA L’ACQUA


Siamo partiti. Io e il fiume. Piccoli e deboli insieme. Siamo cresciuti man mano. Insieme. Il fiume sempre pi첫 forte, minaccioso, imponente, quasi regale. Io sempre pi첫 sicuro nel seguirlo. Nel capire i suoi movimenti, i suoi bruschi cambi, le sue potenti impennate. Pioveva forte dentro di lui. Pioveva forte dentro di me. E io sempre pi첫 dentro di lui. E lui sempre pi첫 attorno a me. (dal diario di bordo di Dario Agostini, 2007)


1. Pontresina. Sgrunf.

Io me lo ricordo Dario. Lo vedo accanto a me, ansioso di attraversarmi, un bambino con la scintilla selvatica negli occhi e intorno al piccolo corpo una perturbazione di pensieri ed emozioni pronta a spingerlo oltre l’orizzonte che ogni giornata gli offriva. Ma cosa ne sapeva lui, lui che non aveva bisogno di conoscere il mio segreto per meravigliarsi. A dire il vero mi conosceva bene, perché dal suo paese scendeva spesso al fiume e mi vedeva scorrere dall’alto verso il basso, in quel moto perpetuo che mi conduce a valle. Era questo il movimento che lo conquistava: alzava lo sguardo e osservava le grandi montagne che abbracciano il paese. Anch’io scendevo da quelle montagne, e lui mi guardava passare proprio sotto i suoi piedi. A volte spumeggiante, altre dimessa, spesso limpida, mi esaltavo nei riflessi di cielo; ma quando ero torbida, potevo essere impenetrabile, spaventosa. Spinti dalla meraviglia e dal desiderio, il piccolo Dario e i suoi amici rimanevano per ore e ore a smuovere sassi dagli argini, guardando con invidia i pescatori seduti pigramente sulla riva. A differenza degli altri, però, lui non perdeva l’attenzione, ascoltava sempre il fragoroso discorso che è la missione della mia vita portare al mondo. Sono tante le voci che sfuggono alle orecchie della sua specie, poco modulate alle frequenze della terra di cui sono messaggera. Neppure io potevo sapere, all’epoca, quante volte ci 11


saremmo incontrati sulla lunga strada blu durante la vita di Dario. E nemmeno lui, inconsapevolmente avvolto dalla natura della sua Val Camonica, poteva forse immaginare ciò che i suoi occhi, giorno dopo giorno, avrebbero assimilato per imprimerlo in eterno nei sensi e farlo diventare lo scorrere di un sangue sempre in movimento – come me. Ed è proprio nell’istante in cui lascio il ventre della montagna, quando sento il moto spingermi giù, verso valle, che comprendo l’unica cosa davvero importante: il necessario desiderio di tornare nel grembo per riassaporare il gusto del partire. Francesca mi saluta agitando il braccio nel vento. Mi saluta, sotto il ponte di legno in riva al fiume. Scappo via ingobbito, a colpi di pagaiate furibonde, quasi vergognoso di non riuscire a sopportare tanta bellezza. Montagne, sole, rumore di fiume, vento, colori nitidi e lei che agita il braccio – sempre più piccolo, come quello del suo bambino, Cesare. Mi volto anch’io a salutare e mi sento un perdente (davvero). E lei è sempre lì, a regalarmi ciò di cui non ho davvero bisogno. C’era un prato immenso tagliato da un segno profondo, rivolto a oriente, diretto a oriente. Tutti gli sguardi erano puntati sul bambino che con un sorriso fiducioso stava trasportando il suo guscio di noce verso l’acqua. Poco lontano passava la strada, e io la sentivo percorsa da auto, biciclette e persone. Oltre il bosco, oltre il fosso, oltre il segno che avevo scavato scendendo dai ghiacci del 12


Morteratsch. Uscendo dal Morteratsch, in un moto continuo, inarrestabile, ineluttabile, ho creato un alveo sormontato dalle morene altissime che a giugno continuano a regalare musica alle mie orecchie, lanciando nel mio corpo liquido pietre e ghiaia che mi fanno sussultare e sentire orgogliosa di poter compiere ancora una volta il mio viaggio. Ogni volta che esco dal ventre della montagna sento sulle spalle la mano affilata della Biancograt e lo sguardo fermo del Bernina, dei Palù, dei balzi di ghiaccio che ho visto ritirarsi con calma per prepararsi a tornare altrove, viaggiando con me sino alla fine del segno che ho scavato nel prato, dove Dario sta per partire, nel suo guscio di fibre moderne. Ora in un punto di secca mi arresto e lo guardo negli occhi: è come il guscio di noce del camuno da bambino – a Naquane ha visto i disegni dei suoi progenitori e non li ha più dimenticati. Per raggiungerli è dovuto andare avanti, verso valle. Come loro, ha inciso sulla roccia un destino che non ha più abbandonato. Quei graffiti sono carezze di kayak nell’acqua e lui ci scivola sopra senza mai voltarsi indietro. Questo è il suo modo di sapere, a ogni pagaiata, che un istante è finito e uno nuovo è già in arrivo. In quei momenti ci assomigliamo: particelle effimere in movimento che si trasformano nello scorrere eterno della vita. Ma per quanto ancora? Anche la faccia si è asciugata. Tutte le caratteristiche prominenti ne vengono fuori.

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Mi ha sorpreso. L’ho visto imbracciare il suo guscio, posarlo sull’argine. Il guscio era giallo e il prato sporgeva sull’argine, un piccolo tetto spiovente sui grandi massi che sono il mio segnavia – sono io che li ho adagiati dove si trovano adesso, e loro hanno imparato a indicarmi la strada. Io sono la vita e non me ne vado mai via. Il kayak era puntato controcorrente per non scappare e lo sguardo di Dario era rivolto ai suoi ghiacciai e alle sue montagne. Nessuno gli aveva spiegato che Engadin significa “il giardino dell’Inn”. Che bisogno c’era? Lo sapeva da quarant’anni, altrimenti non sarebbe venuto qui per partire verso oriente. Il torrente, il fiume, il mare, l’ultima città della frontiera antica dell’Eurasia. Il ritorno a casa. Voleva fare come me, essere come me. Essere me. Ha posato le mani sul kayak, infilato le gambe nel suo grembo. Ha impugnato la pagaia: un colpo di reni, una spinta di mano. Piega a destra il fianco, fa ondeggiare il guscio, reclina il capo. Un solo colpo di pagaia apre una vallata di scosse nel veloce fango leggero del disgelo. Per ritornare al giardino, abbiamo cominciato assieme a dirigerci verso oriente.

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2. Zernez. Impeccabile.

In fondo c’era solo Istanbul. All’inizio c’era solo l’idea. O il sogno, che poi è la stessa cosa. L’inizio si è protratto fino in fondo. Quindi l’inizio si è mantenuto intatto. E lo è anche adesso. Dura anche adesso. Intendo dire che questa idea sogno è destinata a rimanere con me per sempre. Ho spesso la sensazione di esserne quasi sopraffatto, di esserne io stesso vittima. E credo di non esagerare quando penso che io potrei anche sparire. O, per non essere così tragico, penso che presto ci si dimenticherà di me ma non di questa storia. L’idea mi sopravvivrà e questo mi affascina. Ciò che è umano è il sogno; e il sogno emerge dalle viscere dei fondali quando si finisce di sudare ogni scoria. Io invece sono sempre sospinta da una forza e questa forza è l’unica realtà, e quando mi capita di deviare dal mio incessante lavoro non accade perché ho un sogno particolare. È semplicemente un ordine. Posso ospitare un sogno, ma se resta troppo a lungo intrappolato dentro di me, allora non è più un sogno che deve sbocciare grazie al nutrimento della vita di cui sono portatrice, ma la fine del suo nomadismo necessario. La sicurezza non è mai un sogno ma una condizione effimera. Lo sanno bene tutti quelli che, una volta dentro di me, non sono più riemersi. Quando mi trovo di fronte a ciò che è umano rimango lucida, in grado di riconoscere all’istante la natura del so15


gno – con me o contro di me. Questo non significa che se è contro ci sarà una guerra. Seguo la forza impeccabile, l’impulso che vive e non conosce morte. È difficile spiegare a voi uomini che anche se vi ospito e ricevo lo scarto dei vostri sogni, la perdita della fantasia, le lacrime di un sistema che vi ha imprigionati, basterebbe guardare come mi adatto alle epoche e alla terra, che a sua volta si adatta a me durante le epoche. A volte sulle mie particelle passa qualcuno e da quell’incontro nasce una relazione indimenticabile, perché l’uomo e io possediamo una memoria che va oltre l’istante e dura da quando esiste l’universo. Dura tutto il tempo di volgere lo sguardo avanti, perché io non guardo mai indietro. Io e l’uomo sappiamo che quel che rimane non é il nostro passaggio, ma semplicemente ciò che già prima Era. Abbiamo il privilegio di poter dare il primo colpo di pagaia e di iniziare a navigare verso oriente, da dove arriva la luce, perché sappiamo che l’ambizione di rimanere è un desiderio impossibile. Inutile. Ricordo le grandi rapide. Dapprima io e Renato siamo stati sballottati ovunque; poi, a poco a poco, abbiamo riguadagnato il controllo, muovendoci sempre di più verso il centro del fiume, a cavalcare le grandi onde. Per poi andarle quasi a cercare. Quando ci siamo salutati, commossi per la fine del viaggio, era come se dietro di noi le rapide non ci fossero più. 16


Finite con noi. Solo presunzione e vanità. All is vanity. Davanti a lui c’era un unico tempo, il presente. La vacuità del suo essere era uno spazio vuoto da riempire con l’immaginazione, servendosi della via che gli ho preparato sotto la chiglia. Poi qualcuno si chiede dove vado, dove arriverò, quali terre attraverserò, quali genti incontrerò, chi si servirà di me e chi sarà così giusto da restituirmi ciò che ha preso. Semplice: la strada nasce qui, dalla creazione, e io me ne servo per arrivare al mare. La creazione di cui sono artefice è il creatore di cui sono figlia, il paesaggio più grande del mondo, e lì dentro potrò tornare a creare e a farmi creare. Di continuo, per sempre. Lo so, è difficile da capire, eppure sono io, nell’intimità di quegli orizzonti mai fermi, a decidere cosa accadrà dell’uomo sulla terra. Dell’uomo? Era un giorno così quando quel bambino, quel Dario, venne qui a vedermi. C’era un interrogativo nel suo sguardo e adesso posso rispondergli, visto che ha deciso di fare tutto ciò che è in suo potere per seguirmi e dialogare con me per una strada tanto lunga. Ho una sola risposta per lui: sì, mi hai visto ovunque i tuoi occhi si siano posati alla sorgente. Ero sempre io. Per questo non ti sei mai sentito solo quando eri con me. Per questo ti sembra impossibile, quando scorri nelle mie vene e sei me, che la tua specie sia convinta di essere tanto furba quando mi preleva dalle vene della terra, nel17


le quali tu scorri come un globulo che conduce l’ossigeno al cuore. Come hai fatto a diventare me? Hai avuto il tuo sogno e sei venuto nel grembo della vita a raccontarmelo.

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3. Martina. Hard Rain.

Ricordi di luoghi. Piccoli e grandi paesi, villaggi, città – St. Moritz, Martina, Tösens, Landeck, Haiming, Innsbruck, Hall in Tirol, Breitenbach, Rosenheim, Wassenburg, Gars, Neuotting… Anch’io ho un ricordo di questi luoghi. In realtà non è solo un ricordo, perché li porto con me, trascinandoli con dolcezza, quasi fossero echi e suoni che emettono particelle di colori delle quali si compone la superficie che voi potete distinguere e ammirare. Ma io avanzo, supero tutti gli ostacoli e mi ritrovo in mare e ci vogliono molti di quelli che voi chiamate “giorni” per compiere questa discesa. Solo che per me ci sono anche le “notti”: voi vi fermate, durante le notti, ma io proseguo il mio cammino esattamente come in ogni altro attimo. Eppure i luoghi li ricordo tutti, li porto con me, li sciolgo nel sale denso del mare. Prendi St. Moritz. Io parto dal ghiacciaio Morteratsch. Hai presente, Dario? A un certo punto i chilometri di ghiaccio che scendono dal Diavolezza terminano su un alveo, una densa spianata, molto particolare. Morene a destra e a sinistra, dove sento i sassi cadere e penetrarmi, per poi depositarsi sul fondo. Morene che sfuggono all’orizzonte dei miei occhi stanchi e si avvolgono alla strada dei larici e degli abeti. Sul mio letto frastagliato, che ben conosce il freddo 19


profondo dell’inverno, parto come una viaggiatrice convinta che se mai ci sarà ritorno, ogni cosa sarà diversa. E così accade. Ogni volta che mi ritrovo qui, tutto è cambiato. Eppure so che il Morteratsch è sempre lì quando nel cielo mi appresto a scendere. Quando sei partito il ghiaccio era nero e il tuo amico, con il suo peso, ne ha staccato un pezzo, è scivolato e ha lasciato gocce di sangue a dare un tono a quella mattina. Mi ha anche chiesto scusa. Io e te però eravamo pronti, stavamo allineandoci. Il tuo amico si è concentrato per cogliere l’attimo in cui ci saremmo incontrati in quell’ansa dove spazio e tempo coincidono: l’unica fessura possibile nella tua vita per potermi incontrare e convincere a un viaggio tanto lungo. A Martina e fino a Landeck, e poi ancora attraverso Innsbruck, riesco a sentire la terra che mi placa, la superficie che si distende e mi prepara a salutare la strada – ma la strada sono io. Ecco, in quei momenti percepisco l’effervescente ribollire di particelle che sale dal profondo e mi preparo a unirmi a un’altra strada, che per voi è la stessa (perché del resto, cosa cambia?), anche se le attribuite un nome diverso, quando disquisite di confini “naturali” o “amministrativi”. No, Dario. Sono io la strada, l’altra strada, quella che avete voluto soggiogare ma dalla quale dipendono tutte le vostre scelte, così come quelle dei vostri compagni animali e vegetali, minerali e invisibili. Da me tutto dipende. Io proseguo con umiltà e obbedisco al mio compito, ma parole come “confini” non ne conosco. Preferisco se20


guire il viaggio del cielo. E poi la pioggia. Ma non una pioggia normale. Grandi gocce fitte portate dal vento, da est. Contro la mia faccia, contro la pagaia, contro tutto e tutti. Proprio come me. Queste sono parole che hanno lasciato un segno dentro di me e le ragioni te le ho già in parte spiegate. Da lassù, dal giardino dell’acqua, il nostro Engadin, sino a Neuotting, hai giocato con il cielo, anzi il cielo ti ha giocato e ti sei sentito aggredito. L’ho letto sul tuo viso che si faceva sempre più trasfigurazione del dubbio e della determinazione – sì, dubbio e determinazione negli occhi e sulle labbra tese. Stai pensando troppo, forse, stai dedicando troppa energia al momento in cui io e te, due strade così diverse destinate a incrociarsi per molto tempo ancora, ci ritroveremo sulla superficie più misteriosa, dove potremo tuffarci nella nostra apocalisse. È ineluttabile ma dolce. Non pensarci adesso. Dopo qualche ora mi sono fermato perché non ce la facevo più. Mi sono ritrovato a inseguire le vecchie indicazioni di una locanda. Vagabondavo per la campagna al confine tra Austria e Germania trascinandomi dietro la canoa, con forza, con rabbia, come se in quel momento dovessi assolutamente fermarmi in quel luogo, battuto dalla pioggia e dal vento. Ho trovato la locanda. Era chiusa da tempo. Con rassegnazione sono tornato al fiume. Mi sono calmato. Ho rimesso la canoa in acqua e ho ripreso a pagaiare. Di nuovo sotto la piog21


gia, come se nulla fosse successo. Perché nulla è successo ma tutto adesso sarà dentro il tuo viaggio. È tempo di partire veramente, Dario. È tempo di svelarti come. Le porte sono spalancate.

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La strada era l'acqua  

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