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Dopocena

La sua avventura inizia dopo cena. È lì che mastica un pollo dal sapore indecifrabile e senza neanche accorgersene butta giù quattro bicchieri di vino rosso. «Bevi troppo» dice sua moglie. «Sono stressato, cara, il lavoro mi opprime» taglia corto lui. Mangiano senza guardarsi. Storia di qualche anno, ormai. Gli occhi di lui sono per il piatto e la televisione, quelli di lei assenti. È così. Sono abituati e non ci fanno caso. Un giorno potrebbero affrontare i loro problemi e risolverli. Ora ci sono il lavoro, i bambini da crescere e tante spese da affrontare. E poi quell’altra cosa. Lui trema al solo pensiero. Deve sbrigarsi. Non c’è più tempo. Gennaro si alza da tavola, saluta Lucia e le dice che quella sera farà tardi, molto tardi. Una riunione del comitato di quartiere a cui non può assolutamente mancare. Questioni urgenti e indifferibili. E poi ci sono alcuni importanti punti da discutere e… ma lei già non lo ascolta più. Lui bacia i bambini, ipnotizzati dalle playstation, e infila frettolosamente l’uscita. Quasi una fuga. 11


Lungo le scale incontra Ada, la vicina, il suo assillo quotidiano. Lo tormenta con la storia impossibile delle infiltrazioni d’acqua nel garage. È un copione visto e rivisto. La sua parte è perfetta. Questa volta, però, non dice niente. Forse sa. O immagina. Non importa. Lui incrocia, appena dopo aver chiuso il portone di casa, una pattuglia della polizia. Meglio così, meglio averli incontrati adesso. Le possibilità di rivederli nel corso della serata si riducono. Ora è bello godersi il fresco della sera, anzi della notte che è arrivata, santa e benedetta, per mettere pace nel suo spirito oppresso. Cosa farà questa notte? Alla moglie ha detto una bugia, naturalmente. Non va mica alla riunione del comitato di quartiere, non c’è mai andato alle riunioni del comitato. Non lo interessano, sono inutili e noiose. Va invece dal direttore della filiale del Banco di… (il nome per esteso è meglio ometterlo), che lo attende nella propria abitazione, a due passi da casa sua e a pochi metri dalla sede dell’istituto di credito, a cui si può accedere anche da una corte interna comune ai due edifici. Si sono conosciuti due settimane fa, nell’ufficio del direttore, quando con una punta di timore Gennaro si è presentato per chiedere il mutuo. Una strada obbligata, per non dover dichiarare il default delle proprie finanze. Ma non era 12


colpa sua se si trovava in quella situazione. No, no. A lui non poteva essere attribuita alcuna responsabilità. La famiglia costa un occhio. Si fa presto a prosciugare il conto corrente e così ti ritrovi a dover chiedere un prestito. In verità lui, di quel prestito, non aveva poi così bisogno. Almeno prima che decidessero di andare dal dentista. I figli, la moglie e infine anche lui. Otturazioni, pulizie, trattamenti canalari, estrazioni, due impianti di ultima generazione e alcuni ponti. Un “conticino” sempre rimandato e, alla fine, caduto sulle loro vite come un fulmine. Trentacinquemila euro per due anni di cure. Alla moglie non aveva detto nulla, temendo un crollo psicologico e le sue più che giustificabili ire. Sì, è vero: non ci era riuscito. Bisognava ammettere la sconfitta. Lui avrebbe dovuto – questi erano i patti con Lucia – accantonare mese per mese le somme necessarie a pagare il famelico odontoiatra. Ma l’impegno si rivelava ogni giorno più difficile, per via di spese nuove e sempre impreviste. Per di più, il conto in banca continuava a essere in rosso. Come avrebbe potuto togliere risorse a un salvadanaio eternamente in affanno? Certo, non aveva fatto mancare nulla ai suoi figli. E neanche alla moglie. Tuttavia, non se la sentiva di dir loro che il conto per le cure dentistiche non poteva essere pagato se non ricor13


rendo a un prestito. Quando si presentò nell’ufficio del direttore della banca era in un momento di disperazione acuta. Be’, forse disperazione non è il termine giusto. Si trattava piuttosto di un’ansia indefinibile, che non riusciva a controllare né a nascondere. Il direttore, un bell’uomo sulla cinquantina, alto, con i capelli scuri e un sorriso amabile stampato come una maschera sul viso rasato alla perfezione, si accorse che stava male. Gennaro, colto di sorpresa, pensò: ecco, ho perso l’ultima occasione, la banca non sarà disposta a scucire un euro a uno che dimostra di non saper controllare le proprie emozioni, figuriamoci poi se il soggetto in questione deve gestire un debito finanziario con scadenze fisse. Si sbagliava. Il direttore si mostrò più comprensivo del previsto. Innanzitutto lo invitò ad accomodarsi sul divano («Dio mio, com’è pallido» disse), quindi gli offrì un bicchiere d’acqua della sua marca preferita, né troppo liscia né troppo frizzante, e toccò subito il punto debole dell’intero discorso: la fiducia. Sì, la fiducia. Quella che, allora non se ne rendeva conto, avrebbe determinato i loro rapporti futuri. «Caro Franchi» esordì il direttore, «stia tranquillo. Lei si rende conto, vero, di non essere l’unico che entra qui a chiedere un prestito o un 14


mutuo? Mi creda, gli uomini di banca sono uomini di esperienza, sanno come comportarsi in certe situazioni. A volte sono più fini di certi psicologi, perché riescono a comprendere a fondo pregi e difetti dell’essere umano. Essere uomini non significa essere perfetti e la vita, in mezzo a questa congenita imperfezione, non può sempre presentarsi come un’autostrada dritta e facile. Si rilassi, amico. Anzi, diamoci del tu, che è meglio. Io mi chiamo Mario.» In pochi secondi passarono dal “lei” al “tu”. Ciò contribuì a farlo sentire meno impacciato e gli diede la forza di illustrare la sua complicata situazione: aveva un passivo di circa duecentomila euro, tra mutuo già contratto con un altro istituto di credito e debito con il dentista. E poi… Eh sì, meglio parlar chiaro e sputare tutto… E poi c’era quel piccolo guasto all’auto. Anche se, a conti fatti, ripararla non conveniva poi così tanto. Sarebbe stato più intelligente acquistarne una nuova. In certi casi, come si dice, chi risparmia spreca. Ecco, appunto. Una bella auto, spaziosa e confortevole, per accogliere comodamente l’intera famiglia anche nei lunghi viaggi. Magari un’auto tedesca, di quelle che macinano chilometri senza sentirli. «Vai al dunque Gennaro, non aver paura, dimmi qual è la cifra di cui hai bisogno» lo esor15


tò il direttore. «Diciamo duecentocinquantamila euro, ecco. Così potrei anche permettermi di acquistare una nuova cucina, visto che la nostra cade a pezzi, e riparare il bagno» rispose lui, confortato dalla benevolenza del direttore. In fondo, gli sembrava una cifra accettabile. Diamine, lui era impiegato in un ente pubblico, vuoi mettere? A cosa serve avere un posto fisso, con quello stipendio tanto invidiato, basso sì, ma a fine mese una certezza, se poi non ci si può permettere una vita dignitosa? Avrebbe risolto tutti i suoi problemi sostituendo l’attuale mutuo con quello che la nuova banca gli avrebbe concesso per l’acquisto della casa e le esigenze di liquidità. Evviva. Mario gli strinse la mano e lui uscì, sollevato e rinfrancato. Continuò a non dire nulla alla moglie, a cui promise addirittura una crociera per festeggiare il decimo anniversario di matrimonio. Lei, come se presagisse qualcosa, non gli diede soddisfazione e si limitò ad annuire freddamente. Poi tornò alle proprie faccende. I giorni scorrevano e si accumulavano velocemente insieme alle speranze di Gennaro, il quale continuò a vedersi con il direttore per mettere a punto il piano finanziario. Certo, le garanzie richieste dalla banca erano elevate (assicurazione obbligatoria, firma di garanzia della mo16


glie o di qualcuno dei suoi familiari e ipoteca per il doppio del valore dell’immobile) ma il tasso di interesse era allettante e più allettante ancora era il sogno di risolvere tutti i suoi problemi in cambio del pagamento di una “piccola” (ma sì, alla lunga, con il tasso fisso, sarebbe stata sopportabile!) rata mensile. Nel giro di un paio di settimane, Gennaro e il direttore diventarono grandi amici. Tanto che, dopo un pomeriggio passato per metà in banca a esaminare gli ultimi dettagli prima di andare dal notaio e per metà in un caffè a sorseggiare un Negroni dietro l’altro, il caro Mario, ormai ubriaco, gli confidò di avere un pensiero ricorrente. Al piano terra della banca c’era una parete che confinava con l’ampio ripostiglio di un vecchio ristorante. Alcuni mesi prima la banca aveva preso in affitto il locale, ormai abbandonato da anni, in vista di un ampliamento della propria sede. Casualmente, lungo la parete comune, era sistemato un mobile, facile da spostare perché dotato di ruote, che avrebbe coperto qualsiasi “buco” si fosse temporaneamente creato per entrare dal ripostiglio all’interno della filiale. «Capisci, Gennaro, sarebbe un gioco da ragazzi anche per il più imbranato dei ladri» si lasciò sfuggire Mario. «Eppure finora nessuno ci ha mai pensato.» Ci volle un altro giro di Negroni per sciogliere 17


la lingua al bancario, il quale cominciò a snocciolare l’idea che gli frullava in testa e che fino a quel momento non aveva avuto il coraggio di condividere con Gennaro. Una delle cassette di sicurezza custodite nel caveau conteneva diamanti e altri preziosi per un valore complessivo di cinque milioni di euro. Le gemme appartenevano a un’anziana nobildonna che una settimana prima era morta senza lasciare eredi né, così pareva, specifiche disposizioni testamentarie che favorissero altri soggetti. Dunque, tutto sarebbe andato allo Stato, come la legge prevede. La cosa interessante, raccontava il direttore, era che in quel momento nessuno sapeva che l’aristocratica signora possedesse un patrimonio così ingente, per il semplice fatto che gli ultimi parenti rimasti, una sorella più anziana e una cugina da parte di madre, erano morti prima di lei senza lasciare figli. Prima che la macchina burocratica potesse verificare l’assenza di eredi ed espletare le procedure per il trasferimento delle ricchezze allo Stato, c’era tempo sufficiente per sottrarre i preziosi dalla cassetta di sicurezza e sistemare le cose in modo da poter dimostrare, all’occorrenza, che era stata l’aristocratica signora a prelevarli. Sarebbe bastato esibire ai funzionari statali il documento (ovviamente falso) che attestava il prelievo (mai avvenuto) da parte della legittima 18


proprietaria, et voilà, nessuno avrebbe potuto capire che fine avesse fatto fare la nobildonna alla dote di diamanti. Venduti? Regalati? Nascosti in un luogo misterioso? In ogni caso sarebbe stato impossibile dimostrare una responsabilità da parte della filiale e di chi la dirigeva. La falsa ricevuta avrebbe tappato la bocca a chiunque. Semplice e geniale. «E io che dovrei fare? Anzi, visto che mi piacerebbe aiutarti, che cosa potrei fare?» Gennaro si stupì di ciò che aveva appena detto, tanto che si guardò intorno per accertarsi che non ci fossero persone in ascolto. Ma non se ne pentì. Il direttore scoppiò a ridere, paonazzo in volto. «Ah, ah, ah! Mi hai letto nel pensiero, caro mio! È il destino che ci ha fatto incontrare» disse Mario. E gli spiegò per filo e per segno il piano che aveva escogitato. Il furto sarebbe avvenuto il giorno successivo, intorno a mezzanotte. A quell’ora lui, Mario, il solo a possedere le chiavi del caveau e a conoscere le password per sospendere, anche se per soli quindici minuti, il sistema di allarme e le telecamere di sicurezza, sarebbe stato lontano parecchi chilometri dalla città e, quindi, se polizia o carabinieri avessero avuto sospetti sulla sua persona, avrebbe potuto fornire loro un alibi di ferro. Una cena in un ristorante tipico della non 19


lontana località costiera, insieme ad alcuni vecchi amici (un appuntamento organizzato da tempo!), sarebbe stata la prova regina della sua estraneità ai fatti. E nessuno avrebbe mai potuto incastrare Gennaro, no, questo era da escludere, perché Gennaro si sarebbe introdotto nel caveau attraverso un percorso sconosciuto ai più e al riparo dagli occhi indiscreti del sistema di videosorveglianza. Il vero punto di forza del piano era che l’accesso all’istituto di credito non sarebbe avvenuto tramite gli ingressi noti, ma attraverso un’apertura creata appositamente che nessuno avrebbe mai potuto individuare. «Domani mattina, all’alba» disse il direttore a Gennaro, «ti trasformerai in un abile muratore e creerai all’interno del ristorante il passaggio da cui, la sera, entrerai facilmente. Dovrai solo far scivolare il mobile sulla tua destra. Troverai quindi alla tua sinistra, in basso, il congegno per disattivare il sistema di allarme. Solleva il coperchio, premi il pulsante rosso e inserisci una password che scriverò sullo scontrino che mi rilasceranno tra poco, quando andrò a pagare, e che ti consegnerò quando ci stringeremo la mano per salutarci. È tutto chiaro?» Sì, era tutto chiaro. E mai per Gennaro fu più facile dire di sì a una proposta così lontana dalla sua vita e dalle sue convinzioni morali. 20


Il diavolo all'incrocio