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EFFETTUALE

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Mese di MARZO 2011


Editoriale, di Marcello Sorgi La politica del cortile di casa Si tratti di un vecchio conto personale, oppure, speriamo di no, di qualcosa di più serio, lo scontro Gheddafi-Bossi con l’oscuro riferimento del colonnello libico agli aiuti chiesti dalla Lega per la secessione e la maledizione lanciata dal leader del Carroccio contro il ras di Tripoli - s’impone all’attenzione, pur nel quadro tragico della difficile crisi internazionale, per due pesanti motivi. Il primo è un dato di fatto: se con tutti i guai che ha, e sentendosi con qualche ragione tradito più dall’Italia, che gli aveva offerto un’amicizia smodata, che da tutti gli altri partner che di recente lo avevano riabilitato, Gheddafi se l’è presa con Bossi e non con Berlusconi, dev’esserci sotto qualcosa. Dio non voglia che la storia subito rispolverata di una missione del Carroccio di qualche anno fa, per chiedere finanziamenti al ricco dirimpettaio africano, non debba mostrare maggior consistenza di quanto la stessa leggenda leghista le attribuisce. Ma il secondo motivo è più grave: lo scontro Gheddafi-Bossi rivela e sottolinea purtroppo una carenza cronica che un partito come la Lega, dopo 25 anni di partecipazione alla vita politica nazionale, di cui dieci, circa, al

governo, e con responsabilità di primo piano, non può più consentirsi. Si tratta della mancanza di una politica estera, o peggio di una concezione della stessa basata su una sorta di empirismo senza principi e su piccole convenienze domestiche. L’idea che la collocazione internazionale, le allean-

ze, i valori condivisi dello stare con una parte o con l’altra del mondo, siano in sostanza indifferenti e vadano misurati, come tutto, con il fatturato politico contingente. Nessuno ha ancora capito, ad esempio, dopo oltre un decennio, cosa sia andato a fare Bossi nel bel mezzo della crisi del Kosovo a Belgrado a parlare con Milosevic, quando appunto la Nato e l’Italia di conseguenza - stavano per dichiarargli guerra. E neppure perché una sera a un Tg1 di qualche anno fa

Effettuale s.r.l. DeAgostini Editore Via Vittorio Emanuele II 115 - 22100 Como Telefono 031.33.77.88 - fax 031.33.77.823 Presidente: Maurizio Giunco Amministratore delegato: Cesare Baj Consiglieri: Nini Binda, Alberto Novarese, Sandro Tessuto Effettuale Online Magazine and iPad Direzione generale: Cesare Baj Direttore responsabile: Mario Rapisarda Vicedirettore: Marco Guggiari Webmaster: Giovanni Menna

il ministro Calderoli abbia pensato di mettere in scena un siparietto per niente divertente, scoprendo all’improvviso sul suo torace una maglietta anti-Islam e fingendo di non accorgersi che così dava luogo a una provocazione che in quel momento creava il rischio di una rappresaglia terroristica verso l’Italia dei settori più radicali del fondamentalismo islamico. Allo stesso modo, nessuno ha contestato in questi anni l’atteggiamento euroscettico, spinto fino al corteggiamento dei partiti xenofobi olandesi o austriaci, ostentato dal Carroccio. Si è preferito colpevolmente passarci sopra, soprattutto da parte di Berlusconi. Ma è una pura illusione ritenere che queste posizioni possano essere facilmente dimenticate, o non pesare per niente in Europa, ora che il ministro dell’Interno Maroni si trova ragionevolmente a chiedere ogni giorno un intervento della Comunità europea per affrontare l’emergenza umanitaria dei profughi africani. Inoltre la stessa questione viene riproposta quotidianamente con toni e in termini via via più pressanti, ma sempre e solo con riferimento alla questione dell’arrivo in massa degli immigrati a Lampedusa.

Il primo numero di Effettuale è arrivato nelle edicole del territorio lariano il 19 ottobre 1997, abbinato al “Corriere della Sera”. Azionista di riferimento dell’Effettuale è Maurizio Giunco, presidente di Etv (nonché presidente dell’Associazione delle televisioni locali della Frt). Il primo direttore del quotidiano è stato Adolfo Caldarini, penna storica de “La Notte”, protagonista e grande animatore dell’emittenza locale con Etv e Antenna Tre di cui è stato, per dieci anni, responsabile del settore giornalistico. Nell’aprile del 2000 la direzione è stata affidata a Mario Rapisarda.Stampato dalla Sies di Paderno Dugnano, il quotidiano comasco nel 2007 ha rinnovato grafica e formato ed è passato al “full color”.


Effettuale Marzo 2011

Egitto

Yemen

Nasce il nuovo Egitto

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La chiamata alla rivoluzione di Sudarsan Raghavan

58

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L’ancien Yemen

64

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Chiamare le foto per nome di Erik Lafforgue

73

Ricordi di un ex-leader

Il paese dell’odio di Julie Cohn

78

I due volti della medaglia

21 25

di Alasdair Soussi

Wired a San’a di Drop

Tunisia 32

Riflessioni di un blogger

38

Vince la rivolta

44

Le facce della rivolta

48

La cyber rivolta di Markus Goldberg

50

La libertà tradita di Pierluigi Battista

di Zied El Heni

di Alberto Negri

di Ernesto De Angelis

di Daniela Glegg

Brucia la speranza di Marco Damiani

di Garrett Graff

di Christopher Cillizza


Yarim, dicembre 2010 Il deserto al confine con l’Arabia Saudita: i progetti di costruzione del muro tra le due nazioni si sono fermati nel 20o9.

TUTTI CONTRO LO SCEICCO, NEL PAESE CHE PASOLINI SCELSE PER AMBIENTARE LE MILLE E UNA NOTTE. E DOVE I LADRONI SONO PIÙ DI QUARANTA.

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Mese di MARZO 2011


TUNISIA Viaggio nelle terre più povere del Medio Oriente, dove la Rivoluzione è fin troppo per una popolazione analfabeta per più del 50%, e che si accontenta della rivolta armata. Aspettando l’arrivo di un leader capace di contrastare lo sceicco Ali Abdullah Saleh, al potere da più trent’anni, mentre Al Qaeda, gli Stati Uniti e i suoi alleati (in primis l’Arabia Saudita) rimangono in attesa, spostando qualche pedina ma incapaci di creare una strategia.

EFFETTUALE

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“IERI LA TUNISIA, OGGI L’EGITTO, DOMANI LO YEMEN” GRIDANO I MANIFESTANTI.

NELLO YEMEN SUONA LA CHIAMATA ALLA RIVOLUZIONE MA CON MOLTI OSTACOLI DI MEZZO. di Sudarsan Raghavan

“La

situazione in diversi paesi arabi è simile, ma c’è una grande differenza in l’entusiasmo della gente per le strade, nonché la capacità di andare per le strade”, ha detto Aidroos Al Naqeeb, capo del blocco partito socialista nel parlamento dello Yemen .

Sin dalla riunificazione del nord e del sud dello Yemen, nel 1990, Saleh ha emarginato gruppi politici di opposizione e parenti installato e alleati per posti chiave della sicurezza politica, militare e interno. Eppure, le insurrezioni popolari che hanno deposto presidente tunisino Zine el-Abidine Ben Ali dal potere e propeled Egitto nel caos hanno scosso il regime debole di Saleh, che segna l’ultima minaccia di una nazione alle prese già con una ribellione nel nord, un movimento secessionista nel sud e un ramo risorgente yemenita di Al Qaeda.

“Nello Yemen, le condizioni di vita sono di gran lunga peggiore di Egitto. I servizi sono di gran lunga peggiore di Egitto’’, ha detto Naqeeb. La rabbia e il risentimento è anche più grande di Egitto. Ma la società civile è più debole qui e la cultura di opposizione popolare è lontano minore qui. “ A differenza di Egitto e Tunisia, Yemen impoverito ha una piccola classe media e una grande popolazione ignorante e analfabeta. siti di social networking come Facebook che hanno contribuito a mobilitare le rivoluzioni in Egitto e Tunisia non sono molto diffuse qui.

In un discorso televisivo la scorsa settimana, il 64-year-old Saleh, un alleato fondamentale degli Stati Uniti nella guerra al terrore, ha negato che suo figlio gli sarebbe succeduto. Egli ha anche sollevato gli stipendi di soldati, in uno sforzo apparente a mantenere la loro fedeltà; ridotto le imposte sul reddito a metà e il controllo dei prezzi ordinato.

L’apparato di sicurezza interna dello Yemen, è almeno altrettanto sofisticato e profondamente radicato come in Egitto, l’esercito è fermamente leale alla Saleh, in quanto sono potenti tribù in un paese dove la fedeltà tribale è più significativo di identità nazionale.

Saleh ha parlato in seguito di un rally all’inizio del mese in cui migliaia di manifestanti sono scesi in piazza, con gli studenti e attivisti dei diritti umani chiedono il presidente a dimettersi. Ma i leader politici di opposizione hanno sottolineato riforma piuttosto che un cambiamento di regime, Alling su Saleh per onorare un “C’è un movimento popolare e di un movimento politico in Ye- limite costituzionalmente incaricato termine che sarebbe finita la men”, ha detto Khaled al-Anesi, avvocato e attivista dei diritti sua presidenza nel 2013. umani che ha aiutato molti dei organizzato le recenti proteste. “Ma non c’è sostegno da parte dei partiti politici per il movimento Molti studenti attivisti e difensori dei diritti umani non sono d’acpopolare, che non è organizzato. E ‘ancora debole e nelle fasi cordo con le tattiche della opposizione politica, sostenendo che i iniziali” tentativi di dividere il potere con Saleh non potrà mai funzionare

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Mese di MARZO 2011


EDITORIALE

e che hanno bisogno di incanalare la dinamica delle rivolte nella regione. “Il loro parere è quello di prendere un passo alla volta. A nostro parere, non vi è alcun beneficio”, ha detto Anesi. “Questo ragazzo, Ali Abdullah Saleh, per lui tutto è un gioco. Egli cerca di imbrogliare i partiti politici e della società internazionale. Stiamo perdendo tempo. Dobbiamo andare per le strade. Questo è il momento migliore per chiedere un cambiamento.” Altri attivisti hanno dichiarato che molti esponenti dell’opposizione hanno investimenti redditizi e le imprese che, nello Yemen, sono possibili solo attraverso i buoni rapporti con Saleh e il suo partito. Naqeeb ammesso che lui e altri leader opposizioni stanno cercando di forgiare le riforme democratiche senza ricorrere alla violenza. Ma ha aggiunto che se Saleh continua a muro in pietra di loro, la situazione nello Yemen “, raggiungerà un punto come l’Egitto”, in una nazione in cui ogni famiglia possiede un fucile Kalashnikov. In una riunione convocata in anticipo di rally Sabato, nessuno degli organizzatori sembrò che la cura yemenita di polizia in borghese si era infiltrato nella sessione ed erano a conoscenza dei loro piani. Ma per il momento i manifestanti ha raggiunto le linee della polizia, i loro canti venivano soffocate da quelle dei sostenitori filo-governativi. Alcuni hanno attaccato la fazione pro-democrazia con coltelli e bastoni. I poliziotti guardato e non si è fermata la mischia. Presto gli attivisti sono fuggiti, ed i sostenitori filo-governativi poi hanno marciato sulla attraverso il traffico, il canto e il canto. “Mi piace il presidente. Non capiamo perché dovrebbe lasciare”, ha detto Abdullah Al-Mujali, uno dei sostenitori. “Non vogliamo la stessa cosa è successo in Egitto e Tunisia. E ‘diverso qui.”

Sudarsan Raghavan è Washington Post Africa capo ufficio di presidenza. In precedenza è stato a Madrid e riportato dal Medio Oriente e in Europa. Da agosto 2006 ad aprile 2009, ha coperto la guerra in Iraq ed è stato Post Baghdad Il capo ufficio di presidenza. Si è unito il documento nel 2005 dopo aver lavorato a Knight Ridder, il Philadelphia Inquirer e Newsweek.

Gli attivisti compresa Anesi dicono che sono determinati a portare avanti con le loro chiamate per estromettere Saleh. “Non abbiamo scelta,” ha detto.

Raghavan ha riferito da più di 50 paesi e 20 zone di conflitto nei cinque continenti. I suoi riconoscimenti professionali includono il George Polk Award, due Overseas Press Club Award e il Premio Livingston per la comunicazione internazionale. UnaRuca RT @paulocoelho: Lybia, Bahrain, #Yemen, etc. but the most read article in CNN: Kate Middleton’s wedding #FAILintervento Questo è il dress. suo terzo 3.26 AM JAN 11th

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in Medio Oriente.

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L’ANCIEN YEMEN Ali Abdullah Saleh, un nome che alle orecchie di noi occidentali ricorda poco o niente, evocando l’immaginario dell’arabia felix,

fatto di scimitarre e turbanti...

Al potere da decenni, lo sceicco ha saputo uscire indenne da una guerra d’indipendenza e una guerra civile.

E ora?

ALASDAIR SOUSSI è nato nel 1979 a Glasgow, in Scozia. Dopo aver completato con successo gli studi di Politica dei media, Sociologia dei Media, Politica del comunismo e Sociologia della razza ed etnia, ha intrapreso l’attività di giornalista freelance e scrittore, specializzato in Medio Oriente e degli affari islamici, e sono base tra il Libano, l’Egitto e la sua casa in Scozia.

di ALASDAIR SOUSSI

Al

fine di comprendere Saleh - e il paese fragile, che ha guidato dal 1978 - si deve capire il suo passato. Nato in una famiglia di contadini piccoli tribali nel 1940 Bayt al Ahmar, vicino alla capitale Sana’a, Saleh si arruolò nell’esercito quando aveva 16 anni e rapidamente compiuto un cammino di successo come un militare di carriera, alla fine raggiungendo il grado di maresciallo di campo distinto. Secondo il suo sito ufficiale, Saleh ha condotto una eroica esistenza quasi sotto le armi, che unisce “tutte le battaglie prima della rivoluzione in diverse aree dello Yemen”, dove “è stato uno degli eroi della guerra giorni 70 quando Sana’a era sotto assedio. L’uomo giusto al momento giusto

«Mi sono preparato al viaggio nello Yemen con una sola cosa in testa: Lawrence d’Arabia, il film che fin da piccolo mi aveva più affascinato, e che mi ha spinto a concentrare tutta la mia attività professionale al Medio Oriente.

Tale era la sua ascesa nei ranghi che è stato, forse, piccola sorpresa che ascese al ruolo di presidente dello Yemen del Nord nel 1978. Per allora, il paese era già tormentato da due decenni di guerra civile e di disordini, e, avendo assunto ufficio sulla scia dei suoi due predecessori ucciso, Saleh

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L’ANCIEN YEMEN Mosca, aprile 2010 Il presidente Saleh nel corso del suo ultimo viaggio all’estero, destinazione Mosca e San Pietroburgo.

avrebbe potuto essere perdonato per vedere la Presidenza come qualcosa di un lavoro sfortunato con una breve durata della vita.

to a utilizzare gli estremisti anti-Usa islamista nel nord come mezzo per contrastare le minacce poste dai ribelli Houthi.

Infatti, molti pensavano che Saleh giorni sarebbe analogamente numerate, ma ha dimostrato di essere fatta di roba severa - un sopravvissuto di primissimo ordine. Non per nulla egli ha costruito una solida fama come operatore astuto, promuovendo familiari di posizioni di potere negli uffici pubblici e consolidando la sua presa. Nel 1990, Saleh ha presieduto l’unificazione dello Yemen del nord e del sud marxista. Quattro anni più tardi, però, il paese cadde in una guerra civile come i rapporti tra i due lati della divisione rapidamente deteriorata. Durante il conflitto, Saleh usato le migliaia di militanti arabi disoccupati e agguerriti che aveva riaccolto da anni in Afghanistan già da diversi fresche dal loro disfatta dell’Unione Sovietica. Dopo due mesi, i combattimenti, con i leader secessionista del sud del paese sconfitto e costretto a fuggire all’estero. Ma, per Saleh, il dado era tratto, e la sua decisione di giocare politico lo ha porta-

Un pugno di sciiti in un mare di sunniti I ribelli Houthi sono membri della setta Zaidi sciita, un gruppo con cui Saleh si condivide alcune patrimonio in questo stato a maggioranza sunnita di 23 milioni di persone, come a sottolineare la complessità della situazione così come l’approccio spudoratamente pragmatica del presidente di pronuncia il suo paese in difficoltà. Nonostante lasciando alcune strutture democratiche crescere - non da ultimo un sistema multipartitico ed elezioni semi-regolari - Saleh ha sempre affrontato le aaccuse di aver ostacolato lo sviluppo dello Yemen attraverso un sistema clientelare basato su di governo carichi di corruzione. I suoi critici dicono che è troppo concentrato sul garanti-

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re la base di potere della sua famiglia, a costo di molti di ampio respiro di lamentele sociale e politico dello Yemen e rancori, sprecando l’opportunità di risolvere le controversie imperversa nel nord e nel sud del paese.

San’a, novembre 2010 Hillary Clinton saluta il presidente Saleh e il suo entourage.

STRINGERE LA MANO AL DIAVOLO

Allora, che del futuro? Beh, come gli USA guarda al veterano della politica, che, secondo il Daily Telegraph di Londra, è uno dei governanti più longevo del mondo, avrà bisogno di convocare le capacità che lo hanno reso maestro di campo e dimostrare al mondo esterno che, quando si tratta di al Qaeda, e l’estremismo islamico in generale, non si può parlare solo dura, ma può agire anche duro.

di Maher Arar “Siamo di fronte ad una minaccia comune rappresentata dai terroristi e di al-Qaeda, ma la nostra collaborazione va al di là di controterrorismo. Noi non siamo concentrati solo sulle minacce a breve termine, ma a lungo termine sfide. Lo Yemen ha annunciato una serie di riforme che noi della comunità internazionale vediamo l’ora di sostegno nei settori economico, sociale e politico. Sosteniamo un processo politico inclusivo che, a sua volta, il supporto di un sistema unificato, prospero, stabile, democratico Yemen.”Parole di Hillary Clinton, ospite a sorpresa di Abdullah Saleh, nel corso della prima visita di una così alta personalità americana nello stato arabo. Gli Stati Uniti si sono impegnati per il popolo dello Yemen, signor presidente. Vogliamo che questo sia un rapporto non solo tra i leader ed i governi, ma tra la gente dello Yemen e il popolo degli Stati Uniti d’America. Grazie ancora, signor presidente. La politica estera statunitense in Yemen è stato principalmente guidato dalla campagna anti-terrorismo contro Al-Qaeda. La situazione nello Yemen assomiglia a quella di Tunisia in una certa misura. Ali Abdullah Saleh, il suo dittatore, è al potere dal 1978. E ‘anche noto che dai suoi stretti familiari hanno beneficiato finanziariamente a spese di estrema povertà e miseria per il cittadino medio. Oltre il 45% degli yemeniti vive con meno di 2 dollari al giorno. Guidati da Tawakel Karman, una donna attivista politico, la gente in Yemen sono scesi in piazza nei giorni scorsi chiede la partenza del presidente Ali. La risposta da parte della polizia anti-sommossa è stato piuttosto violento. Ms. Karman è stato successivamente arrestato e accusato di istigazione “disordini”. Gli Stati Uniti possono fare una differenza enorme in questo paese penisola arabica ascoltando la volontà del popolo, rinunciando a sostenere, direttamente o indirettamente questo regime repressivo e aiutando yemeniti realizzare una vera democrazia nel loro paese.

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Nepotismo ed ereditarietà Ci sono innumerevoli mosche in pomata, però. In primo luogo, vi è la sfida alla sua autorità, e per quella di suo figlio, Ahmad, che è ampiamente riportato, spera di essere unto presidente dopo periodo di suo padre mandato scade nel 2013. Essi comprendono Hamid al Ahmar, il leader del gruppo più forte dello Yemen opposizione, il partito Islah e un membro di una potente famiglia che, nonostante i tentativi di Saleh per tenerlo in posizione regolare, l’anno scorso ha annunciato il presidente quasi 70 anni, aveva outstayed il suo benvenuto e non dovrebbe provare a installare il figlio. Eppure, Saleh abilità politica non può essere contestato. Ha fatto la sua strada fino ranghi dei militari e attese la sua opportunità. Nel 1974, Ibrahim al-Hamdi, con l’aiuto di Saleh, ha portato un colpo di stato militare che il Presidente in esilio Abd el-Rahman al Iryani. Al-Hamdi è stato assassinato nel 1977. Il suo successore fu assassinato l’anno successivo. Saleh aveva lavorato con entrambi. Il 17 luglio 1978, dello Yemen Persone di 99 membri del Consiglio eletto presidente Saleh, con 76 voti. Era considerato un politico alle prime armi con un futuro incerto. Ha confuso il suo dub-

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L’ANCIEN YEMEN

Malcontento nella Lega Araba (100 il più instabile) Yemen Egitto Iraq Mauritania Algeria Tunisia Bahrein Emirati Arabi Uniti Qatar 0

22,5

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IL VALORE DI UN LANCIO DI SCARPE di Duncan Robinson Gli indici ci aiutano a capire il mondo. Dal 1986, l’Economist ha pubblicato il Big Mac Index, che rivela differenze nei tassi di cambio, utilizzando il mezzo gustoso del prezzo di un Big Mac. Guido Fawkes ha tentato di far rivivere la Misery Index, che misura quanto siamo infelici, combinando i tassi di inflazione e disoccupazione (più il disavanzo e il PIL). David Cameron ha voluto un provvedimento più ottimista e così ha tentato di lanciare un indice di felicità, di molte critiche. L’ultimo indice ideato da l’Economist va oltre l’economia, tuttavia, e guarda le turbolenze in Medio Oriente. Per esempio, il dissenso è più difficile in paesi con una polizia molto repressivo segreta (come la Libia). I dati sulla disoccupazione sono stati troppo spotty essere comparabili e quindi questo fattore importante è troppo scontato. Abbiamo preso le Comore e Gibuti, che non hanno molto in comune con il resto del gruppo, e rimossi i territori palestinesi, il Sudan e la Somalia, per mancanza di dati. Jordan esce sorprendentemente bassa del grafico, che suggerisce la ponderazione potrebbe aver bisogno di essere ottimizzato.

Ecco come l’Economist compila il grafico: il grafico riportato sotto è il risultato di attribuire una ponderazione del 35% per la quota di popolazione che è sotto i 25, il 15% per il numero di anni il governo è al potere, il 15% sia per la corruzione e la mancanza di democrazia come misurato dalla indici esistenti; 10% per il PIL per persona, 5% di un indice della censura e del 5% per il numero assoluto di persone di età inferiore ai 25 anni. Gli eventi delle ultime settimane hanno portato a una raffica di speculazioni, non in gran parte basata sulle evidenze. Indice del lanciatore di scarpe va in qualche modo a porre rimedio a questa - seppur in maniera frivola. Non è infallibile, ma è divertente.

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Ci sono poche sorprese. Yemen, Libia e Egitto, Siria e Iraq in cima alla lista, mentre il piccolo, ricco di petrolio, stati filo-occidentali nel Golfo sono vicino al fondo. Le presenze solo fuori luogo sembrano essere la Giordania, il cui governo è stata scossa da recenti avvenimenti nella regione, e la Tunisia, che ha scatenato i disordini, quando una sollevazione popolare rimosso il presidente Ben Ali dal potere.

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San’a, 11 gennaio 2011 Il presidente Saleh negli studi dell’emittente di Stato, nel primo dei due discorsi che ha rivolto alla popolazione, promettendo riforme.

biosi, nepotismo utilizzando come scudo per la sua sicurezza personale e di un blocco di costruzione per la sua base di potere. Doppiogiochista per necessità? metodo di Saleh di trattare con il nemico, come una strategia per l’auto-sopravvivenza, era evidente fin dall’inizio della sua presidenza. Mentre lui seduto amici e parenti nei posti chiave, ha anche sviluppato una rete di patronato, hanno mostrato scarsa fedeltà alle alleanze permanenti, giocato nemici gli uni contro gli altri e portato in ex avversari come partner. Saleh reputazione come leader non ideologico e non-religioso disposti a fare offerte facilitato il suo più grande successo nel 1989 e nel 1990: conduce la riunificazione del Nord e del Sud Yemen, una volta che il Sud aveva perso l’appoggio dell’Unione Sovietica. La riunificazione ha avuto luogo il 22 marzo 1990. Saleh Sfide:

meniti arbusto stupefacenti amano masticare), l’analfabetismo dilagante e di una grave mancanza di servizi sociali. Yemen fratture sociali e regionali ne fanno un candidato per la lista al mondo di stati falliti, a fianco l’Afghanistan e la Somalia, e un motivo di sosta interessante per al-Qaeda. Saleh Giochi doppia con al-Qaeda: Le ultime mosse, per ora. Il presidenziale termine di Saleh si conclude nel 2013. Egli ha promesso di non correre di nuovo. Egli si dice di essere la cura del figlio per la posizione, che avrebbe indebolito la domanda Saleh, già traballante, che si propone di far progredire la democrazia Yemen. Nel novembre 2009, Saleh ha invitato i militari a intervenire in Arabia di guerra Saleh sul ribelli Houthi nel nord. Arabia Saudita ha fatto intervenire, suscitando il timore che l’Iran potrebbe lanciare il suo sostegno dietro la Houthis. La ribellione Houthi è irrisolto. Così è la ribellione separatista nel sud del paese, e che servono rapporto di auto-Yemen con al-Qaeda.

A merito di Saleh, è stato in grado di unificare il Paese ed è riuscita a mantenere unita nonostante la sua povertà e sfide. Conflitti a parte, lo Yemen è una grande esportazione di petrolio, potrebbe esaurirsi entro il 2020. Il paese soffre di carenze idriche croniche (in parte a causa dell’utilizzo di un terzo delle acque del paese a crescere qat, o khat, gli ye-

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CHIAMARE LE FOTO PER NOME

Furah, settembre 2010 L’esposizione di coltelli di Marqad el-Ramin, 54 anni, 6 figli.

Il terrorismo, la violenza, distrutto il turismo in

Yemen.

Ma per chi vuole raccontare ancora delle storie, e lo vuole fare attraverso la fotografia, lo spazio c’è.

Furah, settembre 2010 Remnel Bin-Tar, il capotribù che per primo sfidò gli inglesi.

fotoreportage di ERIK LAFFORGUE

San’a, novembre 2010 Samir, 16 anni: dopo la morte del padre ha ereditato il forno.

ERIC LAFFORGUE vive a Tolosa, Francia, è un fotografo freelance che produce immagini di viaggio ed etnografiche, è un fotografo “moderno”, lavora sia in pellicola, con una classica telemetro, che in digitale, con alcuni dei più moderni strumenti fotografici votati alla qualità massima di immagine.

San’a, novembre 2010 Jamel, 31 anni, e Kaled, 30: importano giacche dalla Cina.

«Collaboro da quasi vent’anni con Medici Senza Frontiere: il mio lavoro è fotografare, fotografare le persone: la maggior parte dei yemeniti è analfabeta, e io li aiuto a tramandare una storia

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San’a, dicembre 2010

Il banco di frutta di Samel, emigrato etiope.

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Mese di MARZO 2011

CHIAMARE LE FOTO PER NOME

i rapimenti hanno pressoché


Qisn, settembre 2010

Aleh, settembre 2010

Jamir El Barzin, 27 anni. Sposato, tre figli, Jamir fa parte della milizia costituitasi per contrastare i continui attacchi dei banditi che prendono di mira i villaggi isolati come il suo. “Polizia e esercito sono troppo impegnati a farsi corrompere”, dice. Un suo amico è morto in un attacco.

Amhed Kur-hem 50 anni. Amhed è il capo del tribunale tribale locale. “La mia famiglia svolge questo compito da sei generazioni, e la fiducia che ha la mia tribù in me è allo stesso tempo un orgoglio e un grande peso”. Sostiene il presidente Saleh da sempre. “È l’unico vero yemenita” dice.

1monic1 RT @Jnoubiyeh: Even in #San1monic1 RT @Jnoubiyeh: Evenottobre in #San-2010 1monic1 RT @Jnoubiyeh: Even in #SanGenh, Girhi, novembre 2010 han, the hometown of #Saleh, protesters han, the hometown of #Saleh, protesters han, the hometown of #Saleh, protesters wrote this message across wrote this message acrossIsmahel the village: “The Mohammed Jersalem, 70 the annivillage: “The Judla, 64 anni wrote this message across the village: “The Mohammed dice di avere settant’anni, tanti yemeniti è ebreo, la sua famiglia risiede a Genhtodall’inizio del people want the regime step down.” people want the regime to step down.” ma comepeople want thenon regime toIsmael step down.” ha in mano un documento per provarlo. Ha imparato XIX secolo. Non ha la possibilità #Yemen di andare alla sinagoga di #Yemen #Yemena leggere e scrivere grazie a Medici senza Frontiere, a cui si è rivolto per curarsi 3.26 AM JAN 11th 3.26di AM JAN 11th le ferite che si era procurato a causa dell’esplosione una mina.

San’a perché è troppo lontana, “ed è troppo pericoloso, AM JAN 11th per Lui” dice. Dio mi ha detto di non 3.26 rischiare la vita


CHIAMARE LE FOTO PER NOME San’a, moschea di Al-Kir, settembre 2010 Nel V secolo al centro di San’a vi era una piazzaforte, distrutta all’inizio del VI secolo per costruire la Grande Moschea. Nel 525, i cristiani abissini UnaRuca RTRT @paulocoelho: Lybia, Bahrain, 1monic1 RT RT @Jnoubiyeh: Even in #Sanhan, thea Sana’a, vargasgirlred @streamsWL: Anyone know of religioso 1monic1 @Jnoubiyeh: Even in #San- con La invasero1monic1 lo Yemen e costruirono una cattedrale nell’intento di fare dellaEven città centro cristiano che potesse rivaleggiare @Jnoubiyeh: Even in #San1monic1 RTRT@Jnoubiyeh: inun #San#Yemen, etc. but the most read article in CNN: of #Saleh, protesters this messaanything aid 4 nerveofgas attacksprotesters on civilians? Mecca. hometown han, the hometown of #Saleh, protesters han, the hometown of #Saleh,wrote protesters han, the 1st hometown #Saleh,

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#1staid #yemen #Libya Quella chiesa è la mosche dove Ibn Mal site. ritira ogni giorno, in to meditazione. lawant sua famiglia futosterminata to step ora down.” #Yemen 3.26 AM JANthe 11thregime people step down.”durante people want the regimedi toAl-Kir, step down.” people want the regime step down.” Ibn ha 56 anni, la guerra civile per punire la sua lealtà alla Repubblica16.26 delloAM Yemen del Nord. Ibn è un musulmano sufita, la più piccola delle minoranze religiose FEB 28th 3.26 AM FEB 11th #Yemen #Yemen #Yemen dello Yemen, malvista sia dai sciiti che dai sunniti perché troppo contaminata dai valori orientali. Ma Ibn gode del rispetto di tutta la comunità, 3.26 AM JAN 11th 3.26 AM JAN 11thgiorno per chiedere consiglio, in 3.26 AM JAN che si rivolge a lui ogni cambio di 11th un’elemosina.

EFFETTUALE

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San’a, novembre 2010 Saleh al Barak, 27 anni. Saleh sta studiando nella scuola ufficiali di San’a, forte del suo titolo di studio superiore, il primo ottenuto da un membro della sua tribù. La sua famiglia ha combattuto in passato “e continuerà a farlo, per il bene dello Yemen e per la gloria del suo leader Saleh” dice con orgoglio, mostrando la sua divisa.

Ottanta

fotografie scattate nello Yemen, uno dei piu’ affascinanti paesi del mondo e forse anche uno dei meno conosciuti. La capitale, Sana’a, con le sue case a torre color ocra decorate di gesso, le decine di minareti, il Souk al-Milh dove in un’atmosfera medioevale si mescolano i profumi del cardamomo, del caffe’, dell’incenso e della mirra, i colori delle sete, il luccichio delle Jambie e delle incensiere esposte fuori dalle piccole botteghe. La regione di Marib, un tempo fertile al punto da far definire questa zona “Arabia felix”, dove regnò la mitica regina di Saba, Bilqis per gli arabi, che la leggenda vuole nata dall’unione di un principe himyarita con la figlia del re dei Ginn. Il miracolo di Shibam, dove, fra il deserto del Ramlat Al Sabatein e aridi altopiani, un blocco di 500 ‘grattacieli’ di terra cruda di 7-8 piani resiste da secoli all’oltraggio degli elementi.

Jerid, settembre 2010 Jarlim, 13 anni Jarlim è il primo della sua famiglia ad aver imparato a leggere e scrivere. Frequenta la scuola, creata nel 1998 da missionari protestanti e poi successivamente trasferita allo Stato. Da grande vorrebbe fare il medico e lavorare nel suo villaggio, “perché l’ospedale ora è lontano, e spesso i feriti muoiono nel tragitto”.

EFFETTUALE

E se gli scenari naturali e architettonici sono una gioia per gli occhi, la fierezza, la gentilezza, la disponibilita’ e la cortesia di questo popolo, lo sono per il cuore. I bambini, vocianti lungo le vie o affacciati alle minuscole imposte dei palazzi color terra, con i loro volti ingenui, le loro grida di stupore nel rivedersi attraverso il display di una macchina fotografica, i loro occhi rivolti al cielo come ad inseguire con lo sguardo un domani meno duro. Le donne, silenziose presenze, esili corpi coperti da un velo che risparmia soltanto gli occhi. I loro sguardi attenti spaziano al di la’ di ogni stoffa, di ogni barriera artificialmente posta tra loro e il mondo maschile.

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IL PAESE DELL’ODIO Ribelli, predoni, rapitori, banditi, terroristi, guerrieri: lo Yemen è lo specchio del Medio Oriente che l’Occidente non riesce ad capire. Ma etichettare è più semplice che comprendere.

JULIE COHN è nata nel 1980 a Gerusalemme, ma la sua famiglia si è immediatamente trasferita a New York. Ha studiato Legge, e durante gli studi ha collaborato con il New York Times: collaborazione che è diventata da due anni un impiego fisso. Il suo blog cohnnyc.com ha vinto il premio per il blog giornalistico dell’anno 2009

Lo

Yemen affronta una serie di profondi ed economica questioni politiche. E 'il paese più povero del mondo arabo, con il 40 per cento vive al di sotto della soglia di povertà, secondo l' analisi del Factbook della CIA dello Yemen . Circa il 50 per cento del paese è analfabeta, che il governo spera di affrontare con un nuovo, anno di istruzione e un quarto piano. Trentacinque per cento della popolazione è disoccupata, e la popolazione è destinato a raddoppiare a quaranta milioni nei prossimi due decenni.

«Il Medio Oriente è la mia patria dimenticata. La mia famiglia è letteralmente fuggita da Gerusalemme, spaventata dall’odio che ci circondava. Un odio che ho imparato ad analizzare in ogni sua forma, per comprenderlo meglio e cercare di superarlo, senza ricorrere alle armi e alla violenza.»

storia ad andare a secco. Le migrazioni di popolazione risultante - combinato con elevato tasso di disoccupazione e di una economia post-petrolifera tetro - sarebbe probabilmente creare una popolazione gonfiore della scontenti e impoveriti. Il governo del presidente Ali Abdullah Saleh rimane debole fuori dalla capitale, prive di risorse e credibilità, e pieno di corruzione ( YemenTimes ) . L'attenzione del governo e le risorse sono anche deviato da una sanguinosa ribellione sciita Zaidi ( Affari esteri ), nel governatorato settentrionale di Saada e un movimento secessionista nel sud approfondimento.

Un dossier fin troppo ottimista In "Yemen: evitare una spirale negativa", analista Christopher Boucek dice Yemen affronta un grave problema di esaurimento delle risorse. Alcuni esperti stimano che le esportazioni di petrolio del paese, che rappresentano circa un terzo del PIL, cesserà in dieci anni, e il paese non è previsto per una economia post-petrolio. Lo Yemen è anche esaurendo le sue risorse idriche (Pulitzer Gateway) , con molti prevedono Sanaa diventerà la prima capitale della

Yemeniti sono stati solidali con l'Islam radicale (CNN) per diversi decenni. Migliaia di yemeniti hanno risposto alla chiamata per il jihad contro i sovietici in Afghanistan negli anni 1980 e sono stati accolti a casa dopo. "C'è una ragione per cui gli yemeniti a Guantanamo costituiscono il più grande nucleo contingente, c'è un motivo per cui molti yemeniti così sono andati in Iraq, e ora vanno verso il Libano", dice Barak Barfi, visiting fellow presso il Doha Brookings centro c'è ". è un radicale ambiente fertile ".

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IL PAESE DELL’ODIO

di JULIE COHN


soldati occidentali sono stati a messo piede sul suolo yemenita. In politica interna, Zindani il punto di vista sono più controverse. Ha condotto una campagna contro una legge che impedisca uomini adulti dai bambini sposarsi, e ha detto che le donne possono partecipare al governo - fintanto che le donne parlamentari partecipare alle sessioni in stanze separate.

Furah, settembre 2004 Al Zindani e Al Marlik: il secondo morirà, un anno dopo, a Kabul.

ABDUL MAJID AL-ZINDANI: PADRE SPIRITUALE DELLO YEMENO DI AL-QAEDA?

Zindani può anche essere un po ‘di un eccentrico. Egli sostiene di aver inventato una cura per l’HIV / AIDS, e di aver trovato la prova scientifica che le donne non possono parlare e ricordare al tempo stesso - una affermazione che giustifica l’esclusione delle donne di testimoniare come testimoni solo in un tribunale di diritto.Ma anche chi è in disaccordo con vista linea dura dello sceicco politico - ed insolito pretese scientifiche - riconoscere il suo potere e l’influenza in Yemen. Shawqi al-Qadhi, membro del parlamento yemenita, ha detto in disaccordo con molte delle posizioni Zindani, tra cui la sua posizione sul matrimonio precoce e il ruolo delle donne nel governo, ma ha detto che l’influenza Zindani è inconfutabile. La maggior parte degli adulti istruiti yemenita leggere alcune delle Zindani più di 20 libri a scuola, e anche i leader che sono in disaccordo con lui spesso rinviare a lui a causa della sua influenza tra gli studiosi islamici.

di Heather Murdock

Il suo sorriso è largo e la sua faccia tonda pieghe quando ride. La barba, arancio tinta con l’henné, i tifosi verso l’esterno. Sheik Abdul Majid al-Zindani la politica sono controverse in Yemen, ma la sua popolarità non lo è. La maggior parte yemeniti amare l’uomo. Lo rispetto e lo ascoltano, ha detto Ismail alSuhaili, il preside di scienze politiche presso l’Università Iman, la scuola fondata Zindani e ora a capo.“Sanno quello che Zindani ha fatto per loro, senza vantaggi personali,” al-Suhaili detto, riferendosi al ruolo dello sceicco allo sviluppo politico del paese. “Lui è un leader importante”. Nello Yemen, Zindani è considerato uno studioso, un leader politico e di una guida spirituale. Ma in America, è considerato un terrorista. E mentre il governo dello Yemen sostiene gli sforzi occidentali per schiacciare Al Qaeda, l’opinione pubblica in Yemen è emerso in vigore contro le interferenze straniere. In qualche modo, lo sceicco personifica l’incongruenza tra quanto la guerra ad Al Qaeda è considerato da yemeniti, e come si è visto da Occidente. Molti in Yemen dire Zindani è la voce del popolo yemenita. Egli è opposto con veemenza alla politica americana in Medio Oriente, e non fa mistero della sua diffidenza verso la potenza militare occidentale nella regione - un parere abbastanza universale in Yemen. Il giorno prima i leader occidentali riuniti a Londra alla fine del mese scorso per discutere il modo migliore per combattere il terrorismo in Yemen, Zindani ha tenuto una conferenza stampa di condanna coinvolgimento occidentale negli affari dello Yemen, e aveva promesso di chiamare per “jihad globale”, se i

Klinm, aprile 2004 Krimel, il capo della guardia personale di Al Zindani.

“Lo sceicco è gente qualcuno ha pensato avrebbe dovuto essere presidente”, ha detto.Ad Ovest, invece, Zindani è meglio conosciuto come un terrorista. Gli Stati Uniti lo annovera come “Specially Designated Global Terrorist” e lo accusa di rifornire di denaro alle organizzazioni di terrorismo. Le Nazioni Unite lo descrive come “appartenenti o associati,” i talebani, ha chiesto che i suoi beni devono essere congelati e lo ha posto in una nofly list.

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In una lotta contro il terrorismo Center rivista pubblicazione, Brian O'Neill scrive che AQAP "è in prima linea la prossima ondata di jihad", ed è determinato a far "cadere il governo yemenita per creare un rifugio sicuro per il loro gruppo. "

Qual è la storia di al-Qaeda in Yemen?

Yemen, maggio 2008

Da San’a a Kabul, andata e ritorno

Guerriglieri etiopi e somali in un campo di addestramento

Gli sforzi internazionali per combattere il terrorismo in Yemen ha avuto inizio nel 2000, dopo il bombardamento suicida-Qaeda al di cacciatorpediniere USS Cole , secondo GlobalSecurity.org. Dal 2000-2003, il presidente Saleh ha mostrato il suo entusiasmo impegno (RealClearWorld) per lavorare con gli Stati Uniti e gli interessi internazionali per sradicare il terrorismo. Entro il 2003, "la minaccia terroristica yemenita caduto dal radar", afferma Barfi. Ma nel 2006, 23 al-Qaeda sospettati evaso da una prigione dello Yemen. Uno di loro, Nasser al-Wahishi, iniziò ristabilire l'organizzazione Al-Qaeda in Yemen, "di far risorgere al-Qaeda dalle ceneri" (PDF), e dilagato attacchi. Alla fine del 2008, l'Arabia leader di al-Qaeda, in risposta alla repressione del governo saudita di successo, ha invitato i propri membri a fuggire in Yemen e unire le forze con il gruppo di al-Qaeda risorgente lì. Entro il 2009, i due gruppi uniti per formare ufficialmente al-Qaeda nella penisola arabica (AQAP) sotto la guida di Wahishi e il suo vice, Said Ali al-Shihri, Perché lo Yemen è il nascondiglio perfetto? Un detenuto di Guantanamo rilasciato nel 2007. Secondo Gregorio Johnsen, una dottoranda in studi mediorientali alla Princeton University che consiglia il governo americano, "La fusione di fatto trasformato al-Qaeda da un capitolo di un franchise locale regionale... E si è trasferito un passo avanti verso diventare un gruppo capace di azione globale ".

Nel febbraio 2009, le autorità saudite hanno pubblicato una lista di ottantacinque più sospetti terroristi volevano, Attentati in Yemen (Numero Annuo) 100 75 50 25 0 2005

2006

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2008

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di cui sei si credeva venti di essere in Yemen, undici che erano stati rilasciati da Guantanamo e inviati attraverso l'Arabia programmi deradicalization . Realizzando la forza della yemenita campagne di reclutamento AQAP, il 5 gennaio 2010, la Casa Bianca ha annunciato che il governo americano avrebbe sospeso il trasferimento di tutte detenuti di Guantanamo Bay a Yemen. A fine dicembre 2009, il ministro degli Esteri yemenita Abu Bakr al-Qirbi stimato ( Times ), che tra duecento e trecento operatori AQAP vive in Yemen, sostenuta da migliaia di residenti. A partire dal marzo 2010, circa 90 dei 188 detenuti ancora in custodia statunitense a Guantanamo sono stati yemenita. Il AQAP avere legami con al centro-Qaeda? Gli esperti concordano sul fatto che se c'è un legame tra Al Qaeda e AQAP centrale, la comunicazione di comando

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hometown of #Saleh, protesters wrote this message across the village: “The people want the regime to step down.” #Yemen

2007

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IL PAESE DELL’ODIO

AQAP ha rivendicato numerosi attacchi dal 2006. Questi hanno incluso il fallito 27 ago 2009, tentativo di omicidio ( NYT ) del principe saudita Muhammad bin Nayef, due attacchi contro l'ambasciata Usa a Sanaa, attacchi alle ambasciate italiane e britanniche, gli attentati suicidi di turisti coreani nel marzo 2009 e turisti belgi in gennaio 2008; quattro attentati oleodotto; attacchi agli impianti petroliferi diversi, e il bombardamento di una petroliera giapponese (CBC) nel mese di aprile 2008. Nell'aprile 2009 le autorità saudite combattenti catturati undici anni, presumibilmente in possesso di componenti per più di trenta giubbotti suicidi, che avevano attraversato in Arabia Saudita, dallo Yemen.


e controllo è minimo. Johnsen Gregorio spiega che "il più forte connessione è ideologica".

Detenuti Guantanamo Yemeniti Sudanesi

Afghani Siriani 10% 5% 5%

Iraqeni

Giordani

20%

30%

In uno commissione per le relazioni relazione esteri (PDF) al Senato nel 2010, il senatore John Kerry afferma che "Sebbene non vi sia alcuna prova pubblica di ogni azione terroristica da queste persone, funzionari di polizia detto ai membri di comitato del personale che molti hanno" lasciati il radar 'per settimane alla volta. " Il Comitato ha anche notato un altro gruppo di circa americani su dieci - descritto come "biondo, con gli occhi i tipi di blu" - che ha recentemente viaggiato in Yemen, radicalizzato, e sposato donne yemenite. Gli Stati Uniti stanno cercando ( CSMonitor ) Yemen a base di Anwar al-Awlaki - l'imam americano che si dice abbia servito come consigliere spirituale al maggiore Nidal Hassan. Le previsioni di Petraeus. Non censurate.

30%

Wahishi, che lavorava come assistente personale di Bin Laden, ha formato il gruppo lungo le linee del modello strutturale e ideologico del gruppo centrale. "Quando lo vedi [Wahishi] nei nastri, è molto più o meno allo stesso tipo di dinamiche personali di come egli stesso opera, come si tratta dei singoli. Ciò che fa è quello che bin Laden ha fatto", dice Johnsen. "Ma perché c'è così poco di comando e controllo, è una organizzazione che in realtà non è una controllata, è molto più di una organizzazione parallela," dice.

Le preoccupazioni per lo Yemen come una base di addestramento e di distribuzione per il terrorismo internazionale hanno spinto l'assistenza da parte di attori diversi. Gli Stati Uniti : A partire da fine 2009, il presidente Obama ha schierato le truppe da alcune decine di militari degli Stati Uniti clandestine operazioni congiunte Comando speciale per l'intelligenza e il sostegno allo Yemen (Reuters) . Dal dicembre 2009, gli sforzi partner hanno prodotto più di due dozzine di terra e raid aerei (al-Jazeera) . Incursioni nel solo mese di dicembre avrebbe ucciso cinquantotto militanti AQAP. Nel 2009, gli aiuti statunitensi aumentata fino a circa $ 70 milioni, da $ 5 milioni nel 2006. All'inizio del 2010, il generale David Petraeus ha annunciato (PDF) che gli Stati Uniti sarebbero quasi il doppio di aiuti militari per il prossimo anno.

Nella sua strategia di politica carta Iniziativa anti-terrorismo per la New America Foundation "Yemen, sulla Brink" (PDF) , le note Barfi che AQAP è gerarchico, in compartimenti stagni, e fortemente decentrata, permettendogli di resistere agli attacchi e gli arresti e ancora continuano ad operare. Il gruppo ha anche imparato nuove assunzioni, la propaganda e campagne mediatiche, tra cui una rivista mensile AQAP bi, Sada al-Malahim (l'Eco delle Battaglie), che offre spiegazioni teologiche e di lode per i combattenti della jihad, su misura per un pubblico appello al suo yemenita . Inoltre, il reclutamento avviene oggi su Internet, così come in persona e gli obiettivi di individui a livello internazionale, come Abdulmutallab. Al Qaeda ha reclutato cittadini americani?

San’a, dicembre 2010

diplomatici statunitensi e forze dell'ordine sono preoccupati per la minaccia di cittadini americani con sede in Yemen, in particolare un gruppo di ben tre dozzine di ex criminali degli Stati Uniti che si sono convertiti all'Islam in prigione e si è trasferito nello Yemen.

La sede di UPS, al centro degli sventati attentati di Natale.

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San’a, 20 dicembre 2010, ore 21

WIRED A SAN’A In un Paese in cui oltre la metà della popolazione non ha mai toccato un pc, una blogger anonima racconta. di DROP

“Drop” ha creato il suo blog il primo giorno che è stata connessa all’unico provider di stato, preparandosi a subire censure e divieti che finora non ha fortunatamente subito. Scrive quotidianamente: l’indirizzo è yemendrop.blogspot.com

«La gente ha paura a parlare. Gli unici che non hanno paura sono i corrotti, gli assassini, gli ipocriti»

La

scorsa settimana abbiamo assistito a eventi di sviluppare quasi di ora in ora qui a Sanaa (eventi in Aden, Amran, Hodeida Taiz e hanno anche sviluppato molto rapidamente). Le proteste continuano anche dopo l'intervento forte Shaykh Abd al-Majid az-Zindani sul Venerdì 1 marzo. Le voci ancora abbondano riguardanti il rapporto conflittuale tra gli organizzatori delle proteste originale al cancello principale di Sana'a University dal-

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la sera del 3 febbraio. Le chiacchiere della città è se Islah ha preso il controllo pieno delle proteste di Aden, Taiz e Sana'a attraverso la sua ala Fratelli Musulmani. Molti commento Sana'a sulle differenze tra questo gruppo e l'organizzazione attiva in Egitto, dove in Yemen la MB rappresenta semplicemente l'ala destra dei conservatori religiosi all'interno Islah che rappresentano le politiche come la difesa continua del matrimonio bambino precoce guidata da persone come Shaykh Abdullah Satter. Molti giovani

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Mese di MARZO 2011

WIRED A SA’A

Studenti della facoltà di ingegneria si preparano ad una manifestazione notturna.


Ore 21.35, la manifestazione arriva a piazza Tahrir, non c’è traccia di poliziotti nè di soldati. Ore 22.45, alcuni testimoni parlano di “infiltrati” tra la folla.

ha cominciato a promettere il ritiro se le manifestazioni più forte cadde sotto il controllo di Islah, che non ha annunciato ufficialmente qualsiasi tipo di politica del partito al fine di controllare le proteste di Sana'a o altrove. Ma la presenza crescente di studenti Islahi e studenti provenienti da al-Iman University dal discorso Zindani gli dà un sacco tutti a preoccuparsi. Lunedì 13 dicembre 2010 Una giornata da dimenticare Mobilitare Islahi membri o simpatizzanti è un'arma a doppio taglio per il gruppo originale. Da un lato, il peso Zindani ha portato in gran numero in un punto vitale dal 3 febbraio, che ha contribuito a aumentare la pressione su Saleh. La folla mobilitati da Islah era composta da studenti dell'Università di Sana'a (soprattutto attraverso l'Associazione degli Studenti), alIman University (diretto da Zindani) ed elementi tribali, dalle regioni settentrionali. Il coinvolgimento diretto degli studenti Islahi da Sana'a rappre-

senta una sfida diretta al gruppo originario, molti dei quali sono studenti presso l'Università di Sana'a, per cui la gerarchia ha iniziato a dominare. Poi studenti provenienti da al-Iman University, che hanno più esperienza e di formazione (come alcuni osservatori hanno detto) ha cominciato a controllare il perimetro di sicurezza istituito dal primo giorno. Martedì 14 dicembre 2010 Come Questo non è un problema di sicurezza è diminuito per i manifestanti, ma un po 'più vigilanza su chi viene a zona e quali attività sono impegnati. L'incidente distintivi Islah controllo della sicurezza sul gruppo originale è stato un incidente la scorsa settimana, dove un giovane attivista femminile e la sua amica giornalista di sesso maschile sono stati interrogati presso la 'tenda sicurezza' da parte degli studenti Islahi. L'interrogatorio riguar-

dava un'indagine distribuita dal giovane attivista. Come più informazioni emerse su questo incidente, alcune persone indicate l'indagine è stata in realtà preparata dal presidente Information Advisor, Sufi, ma rimane ancora poco chiaro. L'impatto principale di influenza Islahi è visto sul palco principale. E ora è in gran parte controllata dal Islahis al punto in cui la musica, per esempio, è ora coordinato da loro. Non c'è più musica tribale, che potrebbe in primo luogo essere accreditato con lo spirito vivace abbiamo assistito tutto il giorno prima del discorso Zindani's. Ora, la maggior parte musicale è organizzato da gruppi con link al canale Suhail. Mercoledì 15 dicembre 2010 Ci credono? Il nuovo set up angolo socialista, con immagini di Jar'allah Omar (assassinato il Segretario generale del Partito

Facciamo la conoscenza di Ammed Alì, rapper yemenita (avete capito bene), conoscenza virtuale di Drop. “I soldati americani, da ragazzino, mi regalava

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Socialista dello Yemen), cerca ancora di mantenere la musica tradizionale yemenita e poesia.In aggiunta a tale nebbia, ora leggiamo sul numero crescente di membri partito di governo dimissionario in segno di protesta contro il presidente. Fino al 4 marzo, quando MP A. Ali al-Amrani (Baydha) ha annunciato le sue dimissioni sul palco di Sana'a University, gli osservatori indicano molte delle dimissioni erano chiaramente uno genuino, senza altro ordine del giorno politico. La maggior parte dei deputati dimissionari prima di al-Amrani erano deputati ordinario veramente interessato a questioni di importanza per le masse. Ma, in aggiunta a tali dimissioni, ora vediamo un media miope relazioni sul numero dei dipendenti pubblici e parlamentari relative al Sheikh Hamid Abdullah al-Ahmar. Hamid fratelli cominciarono a seguire Hymiar's (Dpty Speaker del Parlamento) ad esempio come Hussain (tra Sadeq e Hamid) dimise dal suo incarico nel GPC e ha tenuto un discorso

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forte davanti a una folla enorme di Amran, poi seguito Hashid (Ministero della Gioventù e dello Sport) e poi il loro cugino Sam B. Yahya b. Hussain al-Ahmar (Ministero della Cultura).

dal Bayt al-Ahmar potrebbe eseguire il fuoco, tra cui la teatralità di cancellazione di una conferenza stampa con Sadeq al-Ahmar e Zindani all'ultimo momento.

Queste dimissioni inclusi altri come Nabil al-Khamiri (sposato con Saba, la sorella di Hamid) e l'olio d'affari Fat'hi Tawfeek AbdoRaheem (sposato con Anissa, la sorella di Hamid).

Non solo il numero dei membri della famiglia al-Ahmar coinvolti nel regime in superficie e rende il look della famiglia più una parte del regime, ma anche la gente comincia a realizzare le ambizioni individuali all'interno di Bayt al-Ahmar e la distanza dagli obiettivi di masse per le strade.

Venerdì 17 dicembre 2010 Ahmed il socialista :) Gli osservatori sono disgustati dalla ossessione dei media con personaggi del calibro piuttosto che concentrarsi sulle proteste in tutto il paese. Alcune persone dicono che il concentrarsi su al-Ahmar potrebbe avere alcune conseguenze positive per il presidente. Se i media concentrano sulla famiglia allora la gente sarà ottenere una visione della loro obiettivi politici, che non portano molto supporto a sud, ovest o est di Sana'a. Il gioco politico assunto

Le chiacchiere della città è se Islah ha preso il controllo pieno delle proteste di Aden, Taiz e Sana’a attraverso la sua ala Fratelli Musulmani. Molti commento Sana’a sulle differenze tra questo gruppo e l’organizzazione attiva in Egitto, dove in Yemen la MB rappresenta semplicemente l’ala destra dei conservatori religiosi all’interno Islah che rappresentano le politiche come la difesa continua del matrimonio bambino precoce guidata da persone come Shaykh Abdullah Satter.

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#Yemen, etc. but the most read article in CNN: Kate Middleton’s wedding dress. #FAIL

3.26 AM JAN 11th 16.26 AM FEB 28th 3.26 AM FEB 11th ano i cd”, anche se ora ammette che è rischioso farsi vedere assieme ad un americano. Il suo myspace è www.myspace.com/ameedyemenrap

EFFETTUALE

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WIRED A SA’A

. Ore 23.30, Amhed Benan, tutor alla facoltà di Fisica, conclude il suo discorso. Ore 00.45 Khaled Hussein si lascia intervistare da Al Jazeera.


Domenica 19 dicembre 2010 Blogger come me. Il blogger libico Abdulsalam Shlebak avrebbe voluto unirsi al nostro panel di sguardi sul mondo arabo. Non ha potuto. «Non riesco a prendere la linea, è tutto bloccato. Qui si muore», ci ha scritto via Facebook. In attesa della sua telefonata e di capire se il popolo di Abdulsalam seguirà lo stesso destino di quello di Ahmed, Mansour, Karim, Kamel e Ali, ecco le voci dei protagonisti della rivoluzione. Da ll’Arabia Saudita allo Yemen, dal l’Egitto alla Tunisia fino all’Algeria, ecco gli scrittori, i blogger, gli intellettuali che stanno disegnando il futuro politico e culturale del Medio Oriente e del Nord Il quadro politico post rivoluzione può essere diviso in quattro categorie: 1) «La generazione dei diritti umani», i giovani cresciuti ispirandosi ai modelli liberali, utilizzando i social network, sognando la libertà 2) I sostenitori l dei nuovi partiti liberali convinti che solo llegalità e llibertà debbano regolare i ldiritti e il mercato 3) I l seguaci dei Fratelli Musulmani , in corsa lper formare un partito. L’Occidente ha paura di loro, eppure negli ultimi tempi l’organizzazione ha fatto tanti passi av a lnti in senso liberale l4) I l sostenitori del National Democratic Party, il partito del regime che sta cercando di prendere il controllo ldella rivoluzione. I l prossimi anni saranno caratterizzati da lla l negoziazione tra queste l anime della piazza. Tuttavia una nuova era è iniziata , segnat la dalla lfine della paura e dal ll’inizio dei diritti umani. Dalle piazze bisogna passare nelle case: uno slogan che ripetiamo è « P lorta la rivoluzione a casa tua, tra le tue sorelle». Con gli artisti del paese stiamo costituendo un movimento per abbattere la censura nel cinema. Tre lanni fa ci sembrava un sogno, adesso è un programma a breve termine. San’a, 13 dicembre 2010 Ore 15.53, facoltà di Matematica: la cerimonia di laurea viene interrotta da una contestazione alla classe dirigente. 1monic1 RT @Jnoubiyeh: Even in #Sanhan, the

vargasgirlred RT @streamsWL: Anyone know of

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hometown of #Saleh, protesters wrote this message across the village: “The people want the regime to step down.” #Yemen

EFFETTUALE

anything 1st aid 4 nerve gas attacks on civilians? Everything Ive found so far assumes u have antidote. #1staid #yemen #Libya

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UnaRuca RT @paulocoelho: Lybia, Bahrain, #Yemen, etc. but the most read article in CNN: Kate Middleton’s wedding dress. #FAIL 3.26 AM JAN 11th

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Jahle, gennaio 2011 Il genio militare fa saltare una mina trovata nei pressi di un oleodotto.

MA IO VI DICO CHE LO YEMEN NON CADRÀ.

Nelle ultime settimane, migliaia di giovani avvolto in sciarpe rosa e nastri sono stati fuori protesta nella capitale dello Yemen, Sana, facendolo apparire come se questo paese è prossimo in linea dopo la Tunisia e forse l'Egitto per un cambiamento di regime. Ma le condizioni in Yemen per spodestare un altro uomo forte anziano e la sua grande famiglia, avidi, dopo decenni di malgoverno, non si stanno dimostrando favorevoli quanto ci si potrebbe aspettare. Infatti, Ali Abdullah Saleh - un ex ufficiale dell'esercito che è stato presidente dal 1978, quando il suo predecessore è stato assassinato per mezzo di una valigia che esplode - si sta rivelando meno di un klutz del suo omologo egiziano, Hosni Mubarak. Mr. Saleh continua ad eccellere nel business di governare lo Yemen, il paese più povero del mondo arabo, un compito che egli ha spesso unflatteringly paragonato a "ballare sulle teste dei serpenti." Tuttavia, dal momento che i tunisini hanno inviato i loro presidente da molto tempo, Zine el-Abidine Ben Ali, l'imballaggio, il signor Saleh è stato obbligato a cambiare i suoi passi di danza e accelerare il suo passo: ha diminuito le imposte sul reddito, ha concesso sussidi alimentari e ha promesso di aumentare gli stipendi di soldati e funzionari pubblici e di fornire posti di lavoro per laureati. Mercoledì scorso, il signor Saleh ha fatto due altri importanti concessioni politiche di vitale: non avrebbe manomettere la Costituzione per estendere il suo potere oltre il 2013, né avrebbe permesso di suo figlio Ahmed a succedergli. In cambio, ha chiesto l'alleanza dei partiti di opposizione e movimenti della società civile di sospendere una manifestazione prevista per il giorno successivo. Non hanno, ma la raccolta di circa 40.000 forte al Sana University è stata una relazione ordinata. Non ci sono state richieste con rabbia gridò che il signor Saleh dimissioni, nessun tentativo di affrontare in fretta raccolse i sostenitori pro-Saleh, nessun impegno reale da parte delle forze antigovernative a sfruttare il clima di rabbia e frustrazione generata da eventi in Tunisia e in Egitto. Guardie di sicurezza presso l'Università controllati per le armi, allontanandosi giovani che si era presentato armato di tavole di legno. Ed era tutto finito ora di pranzo, quando gli organizzatori del rally educatamente chiesto ai partecipanti di rimboccarsi le loro bandiere e tornare a casa. Dato che il presidente Saleh, nel 2005 si sono impegnati a non correre, e poi cambiato idea, confidando lui a tenere queste ultime promesse c'è bisogno di generosità e moderazione immenso. Un ex ministro del governo di recente mi ha detto: "Quando vi parla, lui ti dà tutta la sua attenzione e tu sei l'unica persona nel suo mondo. Lui è molto, molto intelligente e ha un ricordo unico e lui non è una persona assetata di sangue - ma lui è uno dei migliori bugiardi su questa terra ". Nel sudRTdel paese, dove un movimento 1monic1 @Jnoubiyeh: Even in #Sanhan, the

separatista stato sobbollire perknow quattro è probabile che vi Lybia, sianoBahrain, pressioUnaRuca RT @paulocoelho: vargasgirlredèRT @streamsWL: Anyone of anni, etc. butRepubblica the most read article CNN: hometown of #Saleh,ilprotesters wrote this messaanything 1st aid 4 nerve gas attacks onLa civilians? ni per ignorare signor Saleh concessioni e prolungare il confronto. fusione nel#Yemen, 1990 della arabain dello Middleton’s wedding dress. #FAIL ge across the people regimee le tribù Everything so far assumes u have antido- - e Kate Yemen delvillage: nord“The - sede diwant Mr.the Saleh che Ive lo found hanno sostenuto al potere democratico la Repubblica popolare te. #1staid #yemen #Libya to step down.” #Yemen 3.26 AM JAN 11th dello Yemen si è rivelato un disastro per il sud. Meridionali hanno subito un furto di terra per mano dei loro fratelli.

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di Victoria Clark.


counterwording @scottmsandridge hey, cen-

sorship in #Tunisia is tougher than Iran http://bit. ly/9raSbH 3.26 AM FEB 11th

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#Tunisia: Adhering to the will of the #Tunisian people, a court dissolves RCD, the party of ousted dictator #BenAli. #SidiBouzid

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unity happen once things stabilize? #Egypt #Libya #Tunisia. Huge opportunities and potential. Let’s dream!

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Tunisi, 29 dicembre 2010 Il primo giorno di coprifuoco per la città: i carriarmati rimarranno inutilizzati, per la mancanza di rifornimenti.

TUNISIA DOVE LA RIVOLTA HA GIÀ VINTO: BEN ALI È FUGGITO. LA TUNISIA INDOSSA UNA NUOVA VESTE, MA LE PERSONE NON SONO SEMPRE LE STESSE? Ben Ali è scappato via al tramonto, nell’oscurità, come un ladro con il bottino, mentre l’esercito prendeva il controllo della capitale sparando in continuazione raffiche di mitra intimidatorie. Viaggio nella nuova Tunisia, una nazione dove la rivolta c’è stata ma è ancora detta l’ultima parola.

EFFETTUALE

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NEI REGIMI DITTATORIALI CREARE UN BLOG SIGNIFICA SFIDARE IL POTERE.

IL WEB , LA MIA ARMA CONTRO IL REGIME RIFLESSIONI DI UN BLOGGER ANOMALO

di Zied el Heni

Zied

el Heni, 47 anni, laureato in fisica nu- che è stata presentata da blogger Zied El Heni contro Internet cleare, un master in legge, è il più fa- tunisino Agenzia) come una giornata nazionale per la libertà del moso blogger del paese insieme a Lina blogging. Ben Mhenni: «Un’amica di 24 anni, la più coraggiosa di tutti - sottolinea - perché qui è stata la prima a mostrare la sua foto su un blog politico come Tunisian Girl». Zied ha cominciato la carriera di giornalista vent’anni fa in una redazione densa di fumo passando le veline di stato a “La Presse” e ora è una stella del web: un mestiere rischioso da queste parti che gli è costato un paio di pestaggi organizzati da agenti dei servizi. La casa del giornalista e blogger tunisino Zied el-Heni è stato perquisito ieri sera (10 aprile 2009). In un blog post pubblicato oggi, Zied ha scritto che il suo portatile e CD che contengono tutti i suoi lavori sono stati derubati: Mi dispiace informarvi che la mia casa è stata saccheggiata e rapinato il 10 aprile 2009. Hanno rubato il mio computer portatile e cd che contengono gli sforzi del mio lavoro giorno e notte. Ho ceduto alle pressioni di amici, e denunciato l’accaduto alla polizia, che ha preso le consuete procedure in questi casi. Nel settembre 2008, il blogger Zied el-Heni presentato una querela contro Internet tunisino Agency (ATI) per il blocco del social networking sito web di Facebook, che durava da due settimane, sostenendo che la censura illegale la scheda ATI ha violato il suo diritto al libero accesso alle informazioni. Il caso è stato respinto dal terzo distretto Corte nel novembre 2008. Zied caso è stata sostenuta in maniera massiccia dai blogger tunisino che ha dichiarato 4 novembre (la data di udienza al processo

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Zied blog è stato bloccato in Tunisia dal 23 Ottobre, 2008. Trenta altri blog personali sono inoltre bloccato dai tunisini Internet dell’Agenzia. Le sue notizie sono una spina nel fianco per il regime di Ben Alì e la censura ha chiuso più volte il blog ma da qualche giorno lui

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Mese di MARZO 2011


EDITORIALE

è di nuovo in rete con http://journaliste-tunisien-109.blogspot. com. Un indirizzo dove 109 significa che El Heni è già stato oscurato per 108 volte. «Questa - dice - è stata la prima rivoluzione di WikiLeaks: quando la gente ha letto cosa pensava l’ambasciatore americano della Tunisia, definita nei suoi rapporti uno “stato mafioso”, ha cominciato a gridare in piazza ciò che prima, per paura, mormorava solo nei caffè. La protesta cominciata per carovita e disoccupazione si è trasformata in movimento per la libertà di opinione ed espressione, diritti garantiti da una costituzione e violati sistematicamente per decenni». Il suo blog, aperto da tre anni, è entrato quasi subito nel mirino del governo. «Dopo un convegno sulla tolleranza religiosa organizzato dalle istituzioni - racconta Zied - scrissi sul blog che dalle parole bisognava passare ai fatti permettendo, per esempio, alla cattedrale cristiana nel centro di Tunisi di suonare le campane per rompere un silenzio che dura da oltre mezzo secolo: fu quella la prima volta che dopo pochi giorni di lavoro mi bloccarono». Ma i blog e internet, nonostante le leggi restrittive e i filtri della censura, hanno continuato a costituire per i tre milioni di utenti lo sfogo alle frustrazioni del paese. «Penso che il web sia la nostra arma di distruzione di massa per rovesciare la situazione», dice Zied. La censura attacca i blogger e Facebook ma internet si vendica: «In questo paese si sono moltiplicati gli hacker che hanno preso di mira siti istituzionali ma anche quelli delle società controllate dalla famiglia Ben Alì e dalla moglie Leila come la Carthago, holding di proprietà del clan Trabelsi. Due di questi hacker sono stati appena arrestati». La conversazione con Zied è densa di particolari interessanti, anche se il blogger deve forzatamente sorvolare su alcuni aspetti. Come l’attività di un’istituzione americana come Freedom House che ha avuto un ruolo non secondario nel training dei blogger tunisini come lui. E ora la battaglia per la Tunisia, iniziata sul web, corre nelle piazze.

Zied El Heni Editor del quotidiano “Essahafa” (La Stampa) Progetto sponsor:. Cartagine Radio, Voice di pace e libertà “Membro del Comitato Esecutivo della Federazione dei africano giornalisti membri del Consiglio Direttivo del Sindacato Nazionale dei tunisini Giornalisti VicePresidente del Fondo di solidarietà tra i giornalisti tunisino Vice Segretario Generale dell’Unione tunisina di Free Radio * Membro del tunisino Lega dei diritti dell’uomo ex direttore e membro del comitato esecutivo della sezione tunisina di Amnesty International. Revisore dei conti della sezione per i termini 2006-2008 e 2008-2010.

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ALBERTO NEGRI è nato a Milano nel 1956. Il suo primo viaggio in Iran e in Medioriente risale al 1980. È stato ricercatore all’Istituto di studi di politica internazionale e nel 1981 ha iniziato la carriera giornalistica. È inviato del Sole 24 Ore, per cui ha seguito negli ultimi vent’anni i principali eventi politici e bellici in Medioriente, Africa, Balcani, Asia centrale.

Le Kef, 8 dicembre 2011 La folla chiede le dimissioni del presidente di fronte alla prefettura della città.

IN TUNISIA VINCE LA RIVOLTA Ben Ali fugge in Arabia Saudita, poteri al premier Ghannouchi.

“Come è potuto accadere che, per una trentina d’anni, un dittatore si sia potuto arricchire in modo così sfacciato? E come è potuto accadere che, nel giro di poche settimane, un sistema così immobile si sia sciolto come neve al sole?“

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Ma un uomo della vecchia

leadership avrà il rispetto?

di ALBERTO NEGRI Aloha_Analytics RT @Jnoubiyeh: Victory For

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#Tunisia: Adhering to the will of the #Tunisian people, a court dissolves RCD, the party of ousted dictator #BenAli. #SidiBouzid

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IN TUNISIA VINCE LA RIVOLTA

È

scappato via al tramonto, nell’oscurità, come un ladro con il bottino, mentre l’esercito prendeva il controllo della capitale sparando in continuazione raffiche di mitra intimidatorie. Proclamato lo stato d’emergenza, confermato il coprifuoco già in vigore, pattugliato l’aeroporto e chiuso lo spazio aereo: così è cominciato, con un secco comunicato in tv, il golpe in Tunisia, il secondo nella storia della repubblica dopo quello che il 7 novembre 1987 aveva proiettato ai vertici Ben Alì esautorando l’anziano presidente Bourghiba. Il fallimento dell’ultimo annuncio tv Non si sa neppure come giudicare l’annuncio di Ben Alì diramato alle quattro del pomeriggio dal primo ministro Mohammed Gannouchi - nuovo presidente ad interim per sciogliere il governo e indire elezioni legislative entro sei mesi: forse un passo previsto in un piano preordinato, oppure l’ultimo goffo tentativo del presidente di salvare un potere che ormai non gli riconosceva più nessuno. Così

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come ai più accorti era già sembrata una fiche della disperazione il discorso televisivo dell’altra sera con cui aveva annunciato la fine della repressione e l’inizio di un’era di libertà di parola e di espressione, a partire da internet e Facebook. Lui aveva alzato il Muro di Tunisi e lui voleva smantellarlo restando in sella fino al 2014: ma i tunisini, dopo un’iniziale euforia notturna organizzata dal regime, hanno dimostrato, invadendo le strade della capitale, di non credergli. Troppo sangue e troppe promesse non mantenute. «Tunis horra horra, Ben Alì ala barra»: Tunisia libera, Ben Alì fuori, gridavano ieri a migliaia nel vernacolo arabo. Ma lui, asserragliato nel palazzo di Cartagine, non voleva ancora sentire. Le mille radio della rivolta «Dalla mattina alla sera - urlava l’esasperata Jasmina - consumiamo Trabelsi. La mattina mangiamo il burro

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Tunisi, 10 dicembre 2011 Simon Khaled Mirli regge un cartello con il suo grido di protesta contro il presidente. Un’ora più tardi verrà picchiato dalla polizia.

IL PADRINO TUNISINO di Jack La Bouffe Nacque ad Hammam-Sousse il 3 settembre 1936. Mentre era studente alla Sousse Secondary School si unì alla resistenza contro il dominio coloniale francese svolgendo funzioni di collegamento con il partito regionale Neo-Destour: per questo fu temporaneamente espulso dalla scuola e imprigionato. Al termine della scuola secondaria Ben Ali si guadagnò i gradi nella Special Inter-service School a Saint-Cyr, in Francia, nella Scuola di Artiglieria a Châlons-sur-Marne, in Francia, nella Senior Intelligence School in Maryland, e nella School for Anti-Aircraft Field Artillery in Texas. La sua carriera militare professionale iniziò nel 1964 come ufficiale dello Stato Maggiore tunisino, ed in questo periodo fondò il Dipartimento della Sicurezza militare e ne diresse le operazioni per 10 anni. Brevemente servì come addetto militare in Marocco e in Spagna prima di essere nominato direttore generale della Sicurezza nazionale nel 1977 Nel 1980 fu nominato ambasciatore a Varsa-

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via, in Polonia, dove rimase quattro anni. Fu poi ministro degli interni ad interim, prima di essere nominato ministro dell’interno il 28 aprile 1986 e poi Primo Ministro dal presidente Habib Bourguiba, nell’ottobre 1987 Ben Ali divenne Presidente della Tunisia il 7 novembre 1987, dopo aver spinto i medici di Bourguiba a dichiarare che il presidente era inabile ed incapace di adempiere i doveri della presidenza.La transizione si svolse in modo pacifico, in conformità con l’articolo 57 della Costituzione tunisina.Lo Stato era sull’orlo del collasso economico (inflazione al 10%, debito estero che raggiungeva il 46% del PIL) e a rischio di un attacco militare da parte dell’Algeria, cui si aggiunse la scoperta di un progetto di colpo di stato da parte del radicale “Movimento di Tendenza Islamico”, per il quale 76 membri dell’organizzazione furono condannati nel 1987.

stranieri hanno regolarmente criticato la sua politica in materia di diritti umani, l’inclinazione verso la dittatura, compresa la repressione dei suoi oppositori, e gli attacchi alla libertà di stampa. Il suo regime è stato anche caratterizzato da una generalizzazione della corruzione, della quale ha beneficiato in primo luogo la famiglia della sua seconda moglie Leila, i Trabelsi, descritta dagli osservatori come “un clan para-mafioso”. La sua fortuna personale, stimata in cinque miliardi di euro depositati in conti esteri o investiti nel settore immobiliare, sarebbe soprattutto il risultato di appropriazione indebita effettuata durante i 23 anni della sua presidenza.

Il nuovo leader proseguì la politica filooccidentale del predecessore. Sotto la sua presidenza l’economia tunisina nel 2007 si è classificata al primo posto in termini di competitività economica in Africa, secondo il World Economic Forum In termini di libertà, le organizzazioni non governative e i media

Il partito di Ben Ali, il Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD), erede del Partito Socialista Destouriano, ha dominato la scena politica nazionale dal 1987 al 2010: nel 1999, in occasione delle prime elezioni presidenziali con due candidati, il partito ottenne il 99,66% dei suffragi. Nel 2002 Ben Ali impose una riforma costituzionale che abolì ogni limite di durata alla carica presidenziale, permettendo la sua rielezione nel 2004 con il 94,5% dei consensi.

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persino bancari e assicuratori, una società civile esasperata e confusa, compatta però nel non voler più vedere la galleria dei suoi ritratti che tappezzano il paese. Detestato tanto lui quanto la moglie Laila Trabelsi, ritenuta il capo del clan dei razziatori. E ora un destino incerto attende la patria del gelsomino, fiore delicato, simbolo di un paese sostanzialmente mite che non merita un’altra tragedia dopo quella di avere sopportato un regime predatorio e illiberale. Battaglia a Tunisi, non tutto fila liscio

Lo spettro dell’anarchia Chi governa adesso la Tunisia esacerbata dalla repressione e lacerata come non mai? L’anatomia di questo colpo di stato non è di facile interpretazione: sembra improvvisato, in stile maghrebino, ma allo stesso tempo quasi ineluttabile dopo una sollevazione popolare che stava scivolando verso l’anarchia. La maggior parte delle cancellerie occidentali è stata colta di sorpresa non tanto dall’intervento dei militari quanto dall’accelerazione rapida, a precipizio, della crisi. Nelle strade comandano i militari, mentre la presidenza ad interim è stata affidata proprio al premier Mohammed Gannouchi che guida un comitato di sei “saggi” in attesa di convocare elezioni anticipate (chieste anche dal presidente americano Barack Obama). Gannouchi, economista, 69 anni, è un uomo di Ben Alì descritto come un abile negoziatore: in questa crisi ha avuto un ruolo di primo piano, licenziando il ministro degli Interni e tenendo i contatti con l’opposizione. La fuga e il bottino Prima di andarsene Ben Alì non ha rinunciato al riflesso anchilosato del poliziotto, lanciando i reparti anti-sommossa contro i dimostranti che assediavano il ministero degli Interni, simbolo di una repressione che in queste settimane ha fatto un centinaio di morti. Quando un corteo ha scaricato davanti al ministero il feretro di Helmi, 24 anni, falciato da uno sniper della Guardia Nazionale, la polizia ha caricato con ferocia. Erano da poco passate le 14 e 30 e tre ore dopo Ben Alì si era già involato. In serata a Cagliari il giallo di un aereo tunisino atterrato per uno scalo. Secondo il sito di «El Pais» sul velivolo c’era Ben Alì, ma fonti governative italiane, dopo che la polizia era salita sul velivolo, hanno smentito: a bordo ci sarebbe state soltanto una hostess, un pilota e un terzo passeggero. Ben Alì, respinto dalla Francia, secondo la tv Al Arabiya era invece atterrato nella notte a Gedda, in Arabia Saudita. In piazza arrivava un corteo dopo l’altro: prima i sindacalisti, poi gli avvocati, i professori, i giovani delle periferie,

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La battaglia di Tunisi si combatte anche con le donne che lanciano vasi e pietre dai balconi di Avenue de la Liberté e Rue de Rome mentre la Guardia nazionale spara sulla folla: due i morti, ferito anche un giornalista francese. L’ondata della protesta si rovescia nel cuore della capitale, infrange il quartiere degli affari e dello shopping, sbriciolando sulla costa di Hammamet la vetrina turistica di un regime che sta vacillando: è un potere quasi svuotato e inefficace quello che adesso rincorre i tunisini. E puntualmente Ben Alì cede alla piazza. «Vi ho compreso - esordisce nel suo discorso alla nazione - e voglio soddisfare le vostre rivendicazioni». Il presidente compare a tarda sera in tv per ordinare di non sparare più sui manifestanti (ma la polizia ha ucciso due dimostranti a Tunisi proprio durante il discorso), annunciando il calo del prezzo del pane, del latte, dello zucchero, promettendo la libertà di stampa e di togliere i blocchi a internet (i siti censurati sono tornati accessibili subito dopo), uno dei protagonisti con i blogger della rivolta. Ma soprattutto proclama che non si ripresenterà nel 2014, al prossimo appuntamento elettorale, quando avrà ormai 79 anni. Perché non è ancora finita? Il tono è accorato, parla in tunisino, a cuore aperto, come un buon padre di famiglia sembra chiedere scusa a un intero popolo: questo appello, il secondo in appena quattro giorni, è l’ultima chance che si gioca per stare in sella e guidare nei prossimi anni la transizione. Per essere più convincente invia qualche centinaio di supporter a scandire il suo nome in Avenue Bourghiba sotto coprifuoco: cortei rumorosi che devono essere ripresi dalla tv e dare coraggio a un sistema che dura da oltre un ventennio. I tunisini non chiedono più soltanto pane e lavoro, marciano nelle strade, attaccano banche e supermer-

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IN TUNISIA VINCE LA RIVOLTA

Trabelsi, quando andiamo al lavoro prendiamo autobus Trabelsi, anche il nostro letto è un Trabelsi e quando accendiamo la radio, la tv o un telefono anche quelli sono loro». La Tunisia è stata in mano per oltre vent’anni a questa tribù vorace che possiede tutto, con uno stuolo di parenti odiati come Imed, il fratello di Laila, la “regina di Cartagine”, che ieri sarebbe stato accoltellato mentre a Gammarth, sobborgo lussuoso della capitale, le ville dei Trabelsi venivano sistematicamente saccheggiate da bande selvagge delle banlieu. Una figlia e una nipote di Ben Alì sono intanto già atterrate a Parigi, il genero Sakhr Matri è a Dubai, forse insieme a Laila.


Tunisi, 14 gennaio 2011 Un soldato urla tunisino mentre cerca di calmare i rivoltosi durante gli scontri con la polizia nel centro della capitale Tunisi 14 gennaio 2011. Presidente tunisino Zine al-Abedine Ben Ali ha dichiarato lo stato di emergenza il Venerdì e ha avvertito che i manifestanti avrebbero sparato in un tentativo sempre più frenetico per sedare i peggiori disordini nei suoi due decenni al potere.

Tunisi, 14 gennaio 2011 Uno slogan Rioter canti come tiene uno scudo antisommossa della polizia durante scontri con la polizia nel centro della capitale Tunisi 14 Gennaio 2011. Presidente tunisino Zine al-Abedine Ben Ali ha dichiarato lo stato di emergenza il Venerdì e ha avvertito che i manifestanti avrebbero sparato in un tentativo sempre più frenetico per sedare i peggiori disordini nei suoi due decenni al potere.

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La battaglia Biserta di ieri è stato un saccheggio senza freni inibitori dove giovani e anziani si strappavano di mano casse di birra, televisori, arredi di supermercati. L’assalto ai centri commerciali è un leit motiv in tutto il paese: la pancia vuota dei tunisini è piena di rabbia da sfogare. «Qui la polizia non si vede più da due giorni: hanno lasciato campo libero alle bande, come se volessero trascinarci nell’anarchia o peggio ancora nella guerra civile», accusa Naoufel Nefati, 42 anni, imprenditore che imbottiglia olio per un partner italiano di Martina Franca, il preoccupato signor Pino De Rossi. Le paure della Tunisia... Al sindacato Ugt, unica organizzazione con una certa presa sulla società civile, hanno insediato un comitato di salute pubblica contro i saccheggiatori, con un piglio rivoluzionario forse iniettato dalle cellule comuniste sopravvissute a due decenni di repressione. I militanti sfilano in piazza dell’Orologio sventolando la mezzaluna tunisina in campo rosso: «Soltanto così si difende la libertà e la dignità del popolo contro il tiranno Ben Alì». Gridano tutti, rossi in faccia, con un’ira sorda e profonda, soffocata per anni. A Biserta, un tempo sonnolento porto di provincia, i soldati guardano senza intervenire, protetti dalle concertine di filo spinato che difendono caserme e banche. Il Maghreb arabo vive al ritmo degli eventi che si stanno sviluppando in Tunisia. Tali eventi portano con sé numerosi interrogativi sul futuro dei regimi al potere nella regione, dopo la caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali in conseguenza dell’ingiustizia politica e sociale da esso praticata per più di due decenni. Un’analoga ingiustizia è presente nel resto dei paesi della regione, e ciò rende del tutto possibile che il contagio delle proteste si estenda. Allo stesso tempo questi sviluppi portano con sé interrogativi sul vergognoso atteggiamento dell’Occidente a sostegno di questi regimi, visto che l’Occidente è divenuto un ostacolo allo sviluppo democratico della regione. La rivolta politica che sta vivendo la Tunisia mostra che le stesse ragioni che hanno portato alla caduta di Ben Ali, dopo 23 anni di governo dispotico e di militarizzazione del paese, sono presenti con forza nei restanti paesi del Nord Africa – Marocco, Algeria, Libia ed Egitto. L’Algeria vive una fase di instabilità e la sua popolazione soffre di un progressivo impoverimento malgrado gli enormi introiti petroliferi dello Stato. La famiglia del presidente

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EFFETTUALE

Abdelaziz Bouteflika – ed in particolare i suoi fratelli – ha cominciato a tessere relazioni tentacolari con i generali per impossessarsi delle ricchezze del paese. In Marocco, la cerchia del re Mohammed VI si arricchisce in maniera scandalosa mentre la popolazione soffre dell’elevato costo della vita e i disoccupati vengono quotidianamente umiliati dai manganelli delle forze di sicurezza davanti al parlamento. In Libia, il regime si è impadronito delle sorti finanziarie e politiche del paese. In Egitto, la famiglia del presidente Hosni Mubarak cerca di entrare nel club delle famiglie regnanti dopo aver assunto il controllo di settori economici strategici. Nel frattempo, la corruzione è diminuita in Mauritania a seguito degli ultimi golpe militari a cui ha assistito il paese. Malgrado la corruzione dominante negli ambienti del potere in Nord Africa, l’Occidente – ed in particolare l’Unione Europea – si impegna a difendere i regimi presenti in questi paesi. Fino alla sua clamorosa caduta, Zine El-Abidine Ben Ali era considerato il “figlio viziato dell’Occidente” a causa della sua politica intransigente contro i movimenti islamici. L’Occidente non si è preoccupato dell’elevata corruzione né delle continue violazioni dei diritti umani o del saccheggio delle ricchezze appartenenti al popolo da parte dell’élite al potere – la quale in gran parte è cliente delle banche europee. Esso si è preoccupato piuttosto che vi fosse al potere qualcuno che tenesse lontano dai paesi occidentali lo spauracchio degli “islamisti”. ...e le paure dell’Occidente. Il profilo corvino di Ben Alì, che ha mandato all’estero moglie e parenti, e il suo ritratto sui palazzi del potere l’unico sempre uguale da 23 anni - devono apparire una maschera un po’ logora anche in tv a un paese che non gli obbedisce più, che non gli crede e, soprattutto, che ha dimostrato di non temerlo. Ben Alì è un ex poliziotto non un politico, il suo nell’87 fu un colpo di stato di provincia, senza fuochi d’artificio, condotto a passo felpato per esautorare un anziano leader moribondo, che passò quasi inosservato anche per la collaborazione dei servizi segreti italiani. Non ha le dimensioni del raìs arabo nazionalista, la facondia di un Nasser e neppure il fascino tragico e feroce di un Saddam Hussein. E tanto meno l’abilità manovriera del siriano Assad. In questi momenti ingenerosi - ma non si può chiedere ai popoli troppa riconoscenza - si dimentica che ha evitato al Paese il contagio islamico, salvando il laicismo lasciato da Bourghiba e associando il paese all’Unione europea. venerdì: è la prima prova per capire se Ben Alì è riuscito a contenere l’intifada della Tunisia.

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IN TUNISIA VINCE LA RIVOLTA

cati, sfregiano le ville della famiglia Ben Alì, tra anarchia e protesta politica, in un’intifada disordinata e senza capi, con molte vittime e un bilancio quasi impossibile da verificare: otto morti a Tunisi tra mercoledì e ieri, due ad Hammamet, due a Biserta, sei a Gabés, dove per la prima volta sarebbe stato l’esercito a sparare sulla folla. Dall’inizio della rivolta le stime dei morti sono fra 60 e 80.


LE FACCE DELLA RIVOLTA La rivolta è possibile grazie alle masse, le masse sono possibili grazie ai singoli uomini, donne e ragazzi che decidono di mettersi in gioco.

Sfidando il potere senza

nascondere il proprio volto.

ERNESTO DE ANGELIS è nato a Roma nel 1961 ha iniziato l’attività di fotografo nel 1986 dopo diversi anni di lavoro nel campo della musica. Ha diretto per 10 anni uno studio di sviluppo e stampa fotografica, occupandosi nel frattempo di fotografia naturalistica. All’inizio degli anni 90 inizia a fare ricerca nel campo della fotografia di reportage, ritratto e matrimonio, sviluppando un’attitudine per la creazione di immagini ricche di emozioni ma dallo stile semplice e naturale.

“ Penso che l’amore che metto nel mio lavoro si possa leggere nelle mie immagini. Per questo motivo vi invito a visitare la mia galleria fotografica. Se le mie immagini vi colpiscono e vedete nel mio stile il giusto modo di raccontare un giorno cosi importante, vi invito a venirmi a trovare nel mio studio fotografico”.

EFFETTUALE

di ERNESTO DE ANGELIS

Tra

gli spari di Avenue Bourghiba, davanti al ministero degli Interni, uno dei supporter di Ben Alì ricorda come il generale andò al potere. «Il giorno prima del colpo di stato - racconta Ahmed Achouri - la gente era scesa in piazza per sostenere l’anziano presidente Habib Bourghiba. Gridavano: “Ti difenderemo con il nostro sangue”. Ma il giorno seguente, il 7 novembre del 1987, la folla inneggiava a Ben Alì che proprio qui davanti fece un gran discorso, promettendo ordine e libertà». Parafrasando quello che disse Churchill sul maresciallo Tito si poteva dire che «Ben Ali era un figlio di buona donna ma era il “nostro” figlio di buona donna». Applaudito da tutti, quando nel 2004, dopo l’attentato di Al Qaeda alla sinagoga di Jerba, varò una legge anti-terrorismo che impiegò non soltanto contro gli islamici ma anche nei confronti dei militanti dei diritti umani. Rieletto per la quarta volta nell’ottobre 2009 è rimasto sordo a ogni invito alla liberalizzazione, soprattutto ai consigli ripetuti, anche americani, per preparare un’alternativa: voleva restare in sella fino al 2014, a 79 anni, con l’intento di superare il record del fondatore della repubblica. Ora è volato via con i suoi conti all’estero miliardari ma anche con disonore. Niente a che vedere con la dignità e il calibro di un Bourghiba.

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Code_Du RT @ghonim: Can a north African unity happen once things stabilize? #Egypt #Libya #Tunisia: Adhering to the will of the #Tunisian #Tunisia. Huge opportunities and potential. Let’s people, a court dissolves RCD, the party of ousted Si sarebbero conclusi all’alba gli scontri intorno al palazzo presidente Ben Ali a Cartagine dream!fra l’esercito e le milizie che facevano dictator #BenAli.dell’ex #SidiBouzid

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3.26 AM capo al FEB suo 11th ex consigliere per la sicurezza. A prevalere sarebbe stato l’esercito. Per oggi si attende la presentazione ufficiale del nuovo 3.26 AM JAN 11th 16.26 AM FEB 28th governo di unita’ nazionale formato dal premier Ghannouci.

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LE FACCE DELLA RIVOLTA

Tunisi, 5 gennaio 2011 Uditi spari di armi da fuoco nei pressi del ministero dell’Interno a Tunisi dove e’ in corso una manifestazione. Lo riferiscono giornalisti sul posto. Intanto, secondo fonti ospedaliere, e’ di 13 morti il bilancio delle vittime delle proteste ieri a sera a Tunisi e dintorni. Si e’ appreso inoltre che l’ambasciatore della Tunisia all’Unesco ha presentato le sue dimissioni al presidente Ben Ali dopo averlo per giorni ‘supplicato’ di ‘mettere fine al bagno di sangue’ contro i manifestanti.


Tunisi, 17 gennaio 2011 Violenti scontri a Tunisi, dove cinque manifestanti sono morti mentre si susseguono voci di colpo di stato. Secondo il sito del quotidiano egiziano El Wafd, il colpo di stato sarebbe legato al rifiuto dell’esercito di eseguire l’ordine del presidente Ben Ali di disperdere i manifestanti. Per la tv Al Jazira, l’esercito e’ dispiegato ma non sta partecipando agli scontri.

Tunisi, 18 gennaio 2011 Almeno 12 mila profughi sono ammassati davanti alla recinzione al confine tra Libia e Tunisia, un lembo di terra di soli 100 metri, per cercare di entrare in territorio tunisino. A stento l’esercito riesce a controllare la situazione. Per cercare di calmare la folla, i soldati Mese di MARZO 2011 EFFETTUALE stanno lanciando pane e bottiglie di acqua al di la’ della recinzione.

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E’ fissato per le 13 di oggi il primo Consiglio dei ministri del nuovo governo tunisino, benche’ gia’ privo di quattro ministri dimissionari. E ci si chiede chi dovra’ sostituire i tre rappresentati del sindacato Ugtt che si sono dimessi insieme ad un esponente dell’opposizione al regime.

Code_Du RT @ghonim: Can a north African unity happen once things stabilize? #Egypt #Libya #Tunisia: Adhering to the will of the #Tunisian Tunisi, marzo Let’s 2011 #Tunisia. Huge opportunities and7potential. people, a court dissolves RCD, the party of ousted Il presidente ad interim della Tunisia ha nominato un nuovo governo, il terzo dalla caduta di Ben Ali lo scorso gennaio. Nel nuovo dream! dictator #BenAli. #SidiBouzid

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3.26 AM FEB 11th esecutivo di tecnici, che sara’ guidato dal premier ad interim Beji Caid Sebsi, i ministri chiavi sono gli stessi del governo precedente. 3.26 AM JAN 11th 16.26 AM FEB 28th Quattro ministri, che avevano rassegnato le dimissioni la settimana scorsa, sono stati sostituiti

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LE FACCE DELLA RIVOLTA

Tunisi, 20 gennaio 2011


LA CYBER RIVOLTA 2.0 DEI GIOVANI TUNISINI La rivolta ha superato il blocco della censure attraverso le autostrade della rete.

Ecco in dieci punti una ricostruzione di quello che è accaduto nelle ultime settimane.

di Markus Goldberg

1 Mohamed si dà fuoco

4 I blog e i video contro la censura

La rivolta in Tunisia ha inizio il 17 dicembre quando Mohamed Bouaziz, un giovane diplomato di 26 anni si dà fuoco a Sidi Bouzid, capo luogo della regione del centro ovest, tra le più depresse del paese. Mohamed protesta contro la polizia che gli ha sequestrato il chiosco di di frutta e verdura con cui fa vivere la sua famiglia. E’ morto il 4 gennaio, la sera. La sua morte diffusa via Facebook, sms e Twitter è la miccia che accende gli scontri

I blogger sono stati in prima linea per riprendere con le loro telecamere gli scontri nelle banlieu di Tunisi e delle altre città. Zouheir Makhlouf, blogger di Tunisi, è diventato un mito nella rete. Con la sua telecamerina ha ripreso tutto, le cariche della polizia, le gomme bruciate, le auto girate in mezzo alla strada, i morti. I video sono commentati dalla sua voce: «Dappertutto lo stesso scenario, un serpente a mille strade ha invaso le strade scandndo lo slogana “Ben Ali barra barra”, Ben Ali vai via». I video sono condivisi e scambiati, fanno il giro del paese in un attimo attraverso i social network. L’indignazione aumenta.

2 Il via da Facebook Dai social network come Facebook e Twitter la notizia della morte di Mohamed Bouaziz si diffonde rapidamente in tutta la Tunisia. Cominciano in diverse città le proteste in strada dei giovani contro il governo Ben Ali. 3 Rivolta in tempo reale Un po’ come è accaduto in Italia durante le proteste degli studenti universitari che sui social network annunciavano le occupazioni della la rete è servita da grancassa ai giovani della Tunisia per quella che è stata battezzata come la “rivolta dei gelsomini”. Su 12 milioni di tunisini, 3,6 milioni hanno seguito dallo schermo del loro computer, minuto per minuto, gli avvenimenti avvenuti ad una ventina di giorni a questa parte in tutto il paese.

EFFETTUALE

5 Cyber resistenza… Attraverso i video e le informazioni che giravano sulla rete si è alimentata la rete informativa delle agenzie di stampa. Facebook è stato dentro al cuore degli avvenimenti. «Facebook ha rotto l’immagine di una tnisia che balla e danza, Abbiamo mostrato una Tunisia che urla, che brucia», dice Abdel Ghazala, un altro blogger tunisino. Negli ultimi 30 giorni la Tunisia è stato il terzo paese al mondo il termine Facebook è stato il più cercato nella rete, anche se conta appena 12 milioni di abitanti.

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Baiz, 1 marzo 2011

6 ...E cyber polizia

teralmente dichiarato la guerra alla libertà di espressione, alla democrazia e al vostro popolo. Anonymous aiuta il popolo tunisino nella sua lotta contro l’oppressione».

La polizia tunisina ha cercato di riprendere in questi giorni il controllo della rete. Si sono riuniti a Cartagine il 5 gennaio per mettere a punto una controffensiva al fine di frenare la guerriglia 2.0. Tra le proposte che stanno cercando di mettere in atto ci sono il rallentamento dei pc, il blocco delle reti di telefonia mobile, l’hackeraggio dei codici di accesso delle pagine Facebook e soprattutto l’arresto dei leader della rivolta sulla rete. 7 Hacker occidentali in aiuto A fianco della rivolta dei giovani tunisini,in rete in queste settimane si sono schierati gli hacker di mezzo mondo. Per aiutarli a dribblare la censura e l’oscuramento dei siti. Hanno spiegato come difendersi con i virus, come aggirare la censura attraverso server alternativi come Hotspold Shield.

9 I messaggi istantanei Twitter e gli sms hanno giocato un ruolo fondamentale nella guerriglia urbana di questi giorni. L’invio di piccoli messaggi, di video e di informazioni o di foto ha permesso a un piccolo gruppo di rimanere in contatto con milioni di persone che volevano informarsi sull’evoluzione del movimento in corso. Anche i forum sono stati una piazza virtuale dove si sono scambiate le opinioni. La rete isomma ha creato una forma vuova di resistenza e solidarietà collettiva. . 10 La resistenza sul web

Ben Ali per il popolo della rete è Zaba (Zine El-Abidine Ben Ali). El general, rapper autore del brano “Ascoltami signor 8 Guerriglia invisibile presidente” ne ha cantato le gesta, con parole di protesta e di invito ad aprire gli occhi rivolto ai giovani del suo paese. Per la polizia è difficile contrastare il flusso di notizie anti Il collettivo hacker Anonymous nell’operazione Tunisia è regime che circola sulla rete, sulle chat e i social network. riuscito seppur per poco tempo a entrare e mettere fuori La velocità della comunicazione, l’anomimato che offre la servizio il sito del governo, i siti dei ministeri, il sito della rete e la rapidità hanno permesso ai giovani di anticiparla Code_Du RT @ghonim: Can a north Africannelle counterwording @scottmsandridge cenRT @Jnoubiyeh: Victory Banca Zotouna di proprietàhey, del genero Aloha_Analytics di Ben Ali, Sakhr in molti casiForo di ritirarsi all’avvicinarsi dell’esercito unity happen once things stabilize? #Egypt #Libya sorship in #Tunisia is tougher than Iran http://bit. #Tunisia: Adhering to the will of the #Tunisian Materi. Sul video di questi siti è apparsa una scritta che ha strade. #Tunisia. Huge opportunities and potential. Let’s ly/9raSbH people, a court dissolves RCD, the party of ousted scaldato il cuore degli internauti tunisini.dictator «Voi avete dream! #BenAli.unila#SidiBouzid 3.26 AM FEB 11th

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DECALOGO

Un’immagine di Mohamed Bouazizi è portata in giro per la città dai ragazzi dell’università locale.


PIERLUIGI BATTISTA è editorialista del “Corriere della Sera”, dove tiene la rubrica settimanale Particelle elementari. Ha condotto su Raiuno il programma di approfondimento Batti e ribatti e su La7 tre edizioni della trasmissione Altra storia. Con Rizzoli ha pubblicato Cancellare le tracce (2007) e I conformisti (2010).

LA LIBERTÀ TRADITA Se le rivoluzioni creano nuovi tiranni. E i sogni

tornano ad essere incubi.

Dove sei colomba della libertà? Dove sei colomba della pace? Dove porti ora il tuo ramo di olivo? Senza di te non credo che riuscirò a dormire…” counterwording @scottmsandridge hey, cen-

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di PIERLUIGI BATTISTA

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La cosiddetta “prima protesta del pane”, scoppiata dopo un aumento del 150% del prezzo della farina

Viva

la rivoluzione. Finché non vince, però. Perché le rivoluzioni vittoriose, da duecento anni a questa parte, giustificano ampiamente la «paura del dopo» che serpeggia in Europa e nel mondo che assiste alla svolta tumultuosa nella storia del mondo arabo. Per cui ovviamente giù i tiranni, a cominciare dal massacratore Gheddafi. Ma se la vittoria di chi oggi vuole la libertà fosse l’antefatto di un nuovo dispotismo? Viva l’ 89, certo. Ma se poi la grande, libertaria, tonificante rivoluzione sprofondasse nel Terrore del ’ 93? La simpatia universale è per chi scende in piazza. Ma si scrutano con apprensione i segni del pericolo fondamentalista. La sinagoga

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data alle fiamme nella Tunisia appena liberata dall’autocrate Ben Alì. Le caricature sprezzanti di Mubarak con la kippah nella piazza del Cairo. Le prostitute tunisine aggredite dalla folla integralista che vuole ripulire la città dal peccato. Le paure dei cristiani in Egitto. Il ritorno dell’imam Qaradawi al Cairo accolto da un milione di persone inneggianti ai «Fratelli musulmani» : tutti a gridare, come ha scritto Giulio Meotti, «libereremo Gerusalemme» mentre a piazza Tahrir veniva ridotto al silenzio l’eroe della rivoluzione giovanile, laica e cybermilitante Wael Ghonim.

ne dalle piazze della Libia in rivolta, a differenza di ciò che accadde con la febbrile ed entusiasmante Onda Verde a Teheran, con una ragazza, Neda, simbolo della rivoluzione iraniana martirizzata. L’Iran, appunto. L’emblema di una rivolta popolare che detronizza il tiranno, lo scià Reza Pahlevi, occidentalista sì, ma a capo di una delle polizie segrete più feroci del ventesimo secolo come la Savak.

E poi la palese assenza delle don-

Una rivoluzione che diventa ostaggio dell’oscurantismo spietato dei mullah e dei pasdaran come pretoriani violenti del nuovo ordine. Prima la libertà, il sogno democratico, il rifiuto di un regime oppressivo. Poi la dittatura fondamentalista degli ayatollah che, trascinati dal carisma e dal fervore religioso di Khomeini, cancellano una

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L’assenza delle donne in piazza

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LA LIBERTÀ TRADITA

Port Lek, novembre 201o


Tunisi, 10 dicembre 2011 I funerali di due fratelli, colpiti da una granata all’uscita della scuola. All’esterno si stava svolgendo una manifestazione pacifica.

ad una le libertà fondamentali e schiacciano l’Iran sotto il tallone di una tirannia integralista e intollerante. È lo spettro di Teheran che incombe sulla tempesta del Cairo, di Tunisi e ora di Tripoli e costringe alla prudenza quando si parla dell’”89 arabo”» . Prima scaraventare giù dal piedistallo un despota sanguinario come Gheddafi. Ma dopo? Cosa ci sarà dopo? Il mito rivoluzionario, del resto, resiste solo nel ricordo di insurrezioni che fallirono o che, come il famoso ed esaltante ’ 48 europeo, non instaurarono un nuovo ordine plasmato sulla parola d’ordine di un mondo interamente rinnovato. Chissà perché, o forse il perché è sin troppo evidente, non sono considerate archetipi della rivoluzione moderna quelle liberali e costituzionali dell’Inghilterra e dell’America. Oppure ci si commuove per le rivoluzioni stroncate, a cominciare da quella, epica e soffocata nel sangue, della Comune di Parigi in cui gli insorti pagarono un prezzo crudele con oltre trentamila morti massacrati in piazza e un numero quasi pari di fucilati e giustiziati, la cui memoria è scolpita nel glorioso Muro dei Comunardi nel cimitero di Père Lachaise. Il cinismo dei traditori Ma le rivoluzioni deviate, scivolate verso un nuovo controllo totalitario, ripulite da ogni elemento di disturbo attraverso i meccanismi perversi della repressione e dell’epurazione di massa, quelle rivoluzioni al potere sono invece il retaggio che giustifica ogni timore sugli esiti disastrosamente autoritari che ogni rivoluzione moderna porta in seno. Rivoluzioni che partirono nel nome dei diritti, della libertà e della democrazia e si pervertirono nel loro contraEFFETTUALE

rio. La Rivoluzione francese, che nel 1989 aveva rovesciato l’Ancien Régime inaugurando una nuova era della politica e della modernità e che slittò inesorabilmente, come ha raccontato la scuola di François Furet e come aveva già capito nel pieno della tempesta il liberale Benjamin Constant, nel fanatismo giacobino, nella deriva terroristica del ’ 93, nella ghigliottina con le tricoteuses in piazza, nello sterminio di ogni dissenso. E poi la rivoluzione russa del ’ 17. Anzi, le due rivoluzioni. Quella democratica, parlamentarista e costituzionale del febbraio di Kerensky. E quella che nell’ottobre rovesciò la precedente per instaurare la dittatura del Partito, il verbo soviettista, il terrore destinato a schiacciare intere categorie sociali, la nascita della terribile Ceka per la caccia ai «nemici del popolo» da sopprimere o spedire nei nuovi campi di concentramento. Certo, il rischio è che la paura del «dopo» possa trasformarsi in paura indiscriminata del Nuovo. O addirittura che l’incognita di una nuova stagione di instabilità e di caos nel mondo scaturito dall’ «89 arabo» risvegli precocemente, troppo precocemente, nostalgie per l’ordine che le satrapie autoritarie garantivano all’Occidente, alle sue diplomazie e agli interessi economici che prosperano negli Stati immuni dalle scorribande rivoluzionarie. Un copione già visto, attori diversi Come è già accaduto in Europa dove, dopo le immagini dei tedeschi che nel 1989 smantellavano festosi il muro di Berlino e dopo la rivoluzione «di velluto» di tutto l’Est comunista, è resuscitato in un battibaleno il rimpianto per

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l’ordine garantito dalla guerra fredda. Le piazze rivoluzionarie, elettrizzanti nel loro formarsi e nella cacciata del despota, dovranno guardarsi da chi ne vuole deformare il messaggio di libertà. Guardarsi indietro, per imparare anche le amare lezioni della storia. Sono passate tre settimane dalla fuga del dittatore Zine el Abidine Ben Ali e dalla caduta del clan dei Trabelsi. I popoli vicini, i media occidentali, perfino il presidente degli Stati Uniti Barak Obama hanno salutato con entusiasmo la rivoluzione tunisina l’indomani del 14 gennaio. Ma, per le strade della capitale, sta lentamente scomparendo quel profumo di gelsomino che in pochi giorni era riuscito a risvegliare la speranza dell’intero mondo arabo, diffondendo coraggio in tutta la regione, dall’Egitto fino allo Yemen. Quell’aroma dolce e delicato sembra aver lasciato il posto alle vampate aspre e irritanti del gas lacrimogeno. La polizia è tornata a reprimere, con violenza, i manifestanti che continuano a chiedere la dissoluzione dell’RCD (il partito dell’ex presidente) e l’epurazione dagli apparati istituzionali e amministrativi degli uomini chiave del vecchio regime. Durante il blitz alla casbah effettuato venerdì 28 gennaio i reparti speciali, intervenuti per disperdere una protesta pacifica di fronte alla sede del primo ministro Ghannouchi, si sono lasciati dietro i primi morti della Tunisia post-rivoluzionaria. Nonostante le testimonianze di alcuni avvocati presenti al momento del massacro, i media nazionali hanno taciuto, già proni ai nuovi equilibri e alle oscure manovre che reggono un “governo di unità nazionale” autoproclamato e privo di legittimità.

LA LIBERTÀ TRADITA

“Dove sei colomba della libertà?” Accanto ai carri armati che stazionano di fronte al Ministero dell’Interno, un gruppo di ragazzi scatta foto con il cellulare e si sporge oltre il filo spinato per stringere la mano ad un giovane soldato. Elmetto ben calzato sul volto e mitra in spalla, appare quasi stordito dalle dimostrazioni di affetto con cui i tunisini hanno accolto l’esercito all’arrivo nella capitale. La stessa scena si ripete ormai da giorni: c’è chi getta rose sopra i cingoli dei tank, chi distribuisce dolciumi e caramelle. I militari, dopo il rifiuto del generale Rachid Ammar di sparare sul popolo in rivolta, sono diventati gli eroi della rivoluzione, assieme ai martiri di Sidi Bouzid e Kasserine. Con il ritorno della violenza nelle strade della città, gli sguardi dei passanti sembrano invocare di nuovo la loro protezione. Hanno ancora fiducia nell’esercito, nonostante sia rimasto immobile al momento degli attacchi sferrati prima dalle milizie e poi dalla polizia sui manifestanti. Sedute sul marciapiede a pochi passi dai mezzi blindati, due ragazze dall’aspetto semplice e ordinario cantano il sogno di una Tunisia libera e democratica. “Dove sei colomba della libertà?/Dove sei colomba della pace?/Dove porti ora il tuo ramo di olivo?/Senza di te non credo che riuscirò a dormire…”. Selma e Salima, gemelle diciottenni, hanno lasciato la loro casa nella lontana periferia di Tunisi per raggiungere l’avenue Habib Bourghiba. Si sono portate dietro una vecchia chitarra acustica, ereditata dal fratello maggiore, con cui intonano le note di una strofa che hanno scritto nei giorni sanguinosi di inizio gennaio. “E’ il

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l’ordine garantito dalla guerra fredda. Le piazze rivoluzionarie, elettrizzanti nel loro formarsi e nella cacciata del despota, dovranno guardarsi da chi ne vuole deformare il messaggio di libertà. Guardarsi indietro, per imparare anche le amare lezioni della storia. Sono passate tre settimane dalla fuga del dittatore Zine el Abidine Ben Ali e dalla caduta del clan dei Trabelsi. I popoli vicini, i media occidentali, perfino il presidente degli Stati Uniti Barak Obama hanno salutato con entusiasmo la rivoluzione tunisina l’indomani del 14 gennaio. Ma, per le strade della capitale, sta lentamente scomparendo quel profumo di gelsomino che in pochi giorni era riuscito a risvegliare la speranza dell’intero mondo arabo, diffondendo coraggio in tutta la regione, dall’Egitto fino allo Yemen. Quell’aroma dolce e delicato sembra aver lasciato il posto alle vampate aspre e irritanti del gas lacrimogeno. La polizia è tornata a reprimere, con violenza, i manifestanti che continuano a chiedere la dissoluzione dell’RCD (il partito dell’ex presidente) e l’epurazione dagli apparati istituzionali e amministrativi degli uomini chiave del vecchio regime. Durante il blitz alla casbah effettuato venerdì 28 gennaio i reparti speciali, intervenuti per disperdere una protesta pacifica di fronte alla sede del primo ministro

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Ghannouchi, si sono lasciati dietro i primi morti della Tunisia post-rivoluzionaria. Nonostante le testimonianze di alcuni avvocati presenti al momento del massacro, i media nazionali hanno taciuto, già proni ai nuovi equilibri e alle oscure manovre che reggono un “governo di unità nazionale” autoproclamato e privo di legittimità. “Dove sei colomba della libertà?” Accanto ai carri armati che stazionano di fronte al Ministero dell’Interno, un gruppo di ragazzi scatta foto con il cellulare e si sporge oltre il filo spinato per stringere la mano ad un giovane soldato. Elmetto ben calzato sul volto e mitra in spalla, appare quasi stordito dalle dimostrazioni di affetto con cui i tunisini hanno accolto l’esercito all’arrivo nella capitale. La stessa scena si ripete ormai da giorni: c’è chi getta rose sopra i cingoli dei tank, chi distribuisce dolciumi e caramelle. I militari, dopo il rifiuto del generale Rachid Ammar di sparare sul popolo in rivolta, sono diventati gli eroi della rivoluzione, assieme ai martiri di Sidi Bouzid e Kasserine. Con il ritorno della violenza nelle strade della città, gli sguardi dei passanti sembrano invocare di nuovo la loro protezione. Hanno ancora fiducia nell’esercito, nonostante sia rimasto immobile al

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momento degli attacchi sferrati prima dalle milizie e poi dalla polizia sui manifestanti. Sedute sul marciapiede a pochi passi dai mezzi blindati, due ragazze dall’aspetto semplice e ordinario cantano il sogno di una Tunisia libera e democratica. “Dove sei colomba della libertà?/Dove sei colomba della pace?/ Dove porti ora il tuo ramo di olivo?/ Senza di te non credo che riuscirò a dormire…”. Selma e Salima, gemelle diciottenni, hanno lasciato la loro casa nella lontana periferia di Tunisi per raggiungere l’avenue Habib Bourghiba. Si sono portate dietro una vecchia chitarra acustica, ereditata dal fratello maggiore, con cui intonano le note di una strofa che hanno scritto nei giorni sanguinosi di inizio gennaio. “E’ il nostro piccolo contributo alla rivoluzione. Un omaggio a tutti coloro che sono morti per una Tunisia migliore”, confessano le due sorelle, voce timida e un profondo sguardo bruno. “Negli ultimi giorni la situazione sembra peggiorata, ma noi vogliamo conservare la speranza che la rivoluzione riesca a cambiare veramente le cose”, chiarisce Selma, a cui fa eco la sorella: “prima, quando c’era ben Ali, sarebbe stato impossibile cantare in pubblico una canzone che parla di libertà. Adesso siamo qui e lasciamo andare le nostre voci senza paura”.

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mo ministro Ghannouchi. “L’asino è scappato in Arabia Saudita ma il carretto è rimasto qui” Per tre settimane l’avenue Habib Bourghiba, il cuore della Tunisi coloniale, è stata teatro quotidiano di manifestazioni e proteste contro il governo provvisorio. Le promesse di elezioni libere entro sei mesi, la scarcerazione dei detenuti politici e l’apertura di un’inchiesta sulle appropriazioni indebite del clan Ben Ali-Trabelsi non sono bastate a rassicurare gli animi di chi contesta la legittimità del nuovo esecutivo.

Da che punto ripartire? Dall’altra parte della città, nella piazza della casbah, non c’è più traccia della “carovana della libertà”. Solo fino spinato e poliziotti di pattuglia che impediscono l’accesso al palazzo del primo ministro. Sotto le sue finestre, da domenica 23 gennaio, si era riunita una folla colorata e pacifica proveniente dalle regioni dell’interno, quelle zone remote e dimenticate in cui era scop-

“E’ la reazione spontanea di un popolo che non vuole veder morire il suo sogno, che non vuole farsi rubare la sua rivoluzione”, dichiarava Tarek Ferjani, un disoccupato di Metlaoui (400 km a sud di Tunisi) unitosi alla carovana. “Non abbiamo fiducia in questo governo, non possiamo credere alle promesse di chi per anni ha servito fedelmente Ben Ali”.

LA LIBERTÀ TRADITA

Lungo il viale alberato che conduce a Porte de France e poi alla medina, hanno sfilato cittadini di ogni estrazione sociale, appartenenti a tutte le categorie professionali e provenienti da ogni angolo del paese. Il messaggio lanciato dalla popolazione è chiaro: dissoluzione immediata dell’RCD, via i feticci del vecchio regime, via il pri-

“Molte delle esigenze primarie della rivoluzione restano ancora oggi incompiute. Bisogna neutralizzare i tentacoli della dittatura come l’RCD, le sue milizie e la polizia segreta, per impedire a questa piovra di ricostruire una nuova testa”, è il monito lanciato da Sihem Bensedrine, giornalista indipendente e fondatrice di radio Kalima, emittente on-line messa al bando dall’ex presidente.

piata la rivolta a fine dicembre. Avevano portato le foto dei loro martiri, per ricordare alle nuove istituzioni che per loro la rivoluzione non era ancora finita. “L’asino è scappato in Arabia Saudita ma il carretto è rimasto qui”, scandivano le voci di Sidi Bouzid, di Gafsa, Kasserine e dei villaggi circostanti. In centinaia si erano accampati nella piazza con coperte e materassi, conquistando subito la simpatia degli abitanti che non avevano esitato a raggiungere il sit-in.

Code_Du RT @ghonim: Can a north African unity happen once things stabilize? #Egypt #Libya #Tunisia: Adhering to the will of the #Tunisian #Tunisia. Huge opportunities and potential. Let’s people, a court dissolves RCD, the party of ousted I funerali di due fratelli, colpiti da una granata all’uscita della scuola. All’esterno si stava svolgendo dream! una manifestazione pacifica. dictator #BenAli. #SidiBouzid

counterwording @scottmsandridge hey, cen-

sorship in #Tunisia is tougher than Iran http://bit. Tunisi, 10 dicembre 2011 ly/9raSbH

Aloha_Analytics RT @Jnoubiyeh: Victory For

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EGITTO FUOCO E FIAMME IN UNA TERRA DI ANTICHI SPLENDORI. LA RIVOLTA DI UN POPOLO SCHIAVO DI UN ODIERNO FARAONE.

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Cairo, gennaio 2011 Incendi nel centro della città, causati dagli scontri fra civili ed esercito egiziano.

Esplode la rivolta contro il governo. Rivoluzione. L’Egitto, meta turistica per i più, combatte la sua lotta per un futuro migliore, stanco di corruzione, fame e povertà. Dopo 30 anni, si assiste alla fine del regime del generale Hosni Mubarak, salito al potere dopo l’assassinio del suo predecessore

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“L’ESERCITO CHE SI UNISCE ALLA FOLLA, PER GARANTIRE UN FUTURO ALL’EGITTO.

LA CADUTA DI MUBARAK ODIATO, EPPUR DIFESO. NASCE IL NUOVO EGITTO. di Daniela Clegg

A 48 ore dalla fine dell’era Mubarak i militari avviano di fatto la transizione. Con una ‘’dichiarazione costituzionale’’ e non un semplice comunicato come nei giorni scorsi, il Consiglio supremo delle forze armate ha dato avvio al percorso che da qui a settembre dovrebbe portare alla riforma della Costituzione e a nuove elezioni legislative e presidenziali. Dando seguito ad una delle richieste piu’ pressanti della piazza, i militari hanno sciolto i due rami del Parlamento, nel mirino della contestazione dopo le elezioni di fine novembre dell’anno scorso quando migliaia di ricorsi furono presentati contro brogli e frodi elettorali. Il Consiglio supremo ha indicato che rimarra’ in carica per sei mesi o fino alle nuove elezioni, per gestire il paese. I militari hanno ‘messo nel surgelatore’ la Costituzione dando vita contemporaneamente ad una apposita commissione con il compito di riscrivere alcuni articoli, in particolare quelli che regolano le candidature per la presidenza della Repubblica. Il Consiglio supremo ha anche fatto sapere che le proposte di modifica costituzionale saranno sottoposte a referendum popolare. Le prime mosse dei militari non ha convinto pienamente le opposizioni, in particolare il leader del movimento per il cambiamento Mohamed el Baradei che vuole la creazione di un governo di tecnocrati e di un comitato presidenziale composto da un militare, un politico e un giudice. Anche la piazza non molla. Pur in gran parte riaperta al caotico traffico del Cairo, piazza Tahrir non si e’ completamente svuotata, malgrado i tentativi decisi dell’esercito che ha cercato di

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EDITORIALE

allontanare tutti i manifestanti. Un gruppetto e’ rimasto e una nuova mega-manifestazione ‘’della vittoria’’ e’ stata convocata per venerdi’ prossimo. L’ondata di cambiamento ha investito anche i principali media egiziani. Il personale della radiotelevisione egiziana, dell’agenzia di stampa Mena e del quotidiano governativo Al Ghomouriya ha contestato energicamente i vertici dei tre enti, accusandoli di corruzione e di fare disinformazione. Malversazioni e corruzione sono anche le accuse nei confronti di un numero consistente di ex ministri dei precedenti governi e secondo un gruppo di avvocati militanti anche l’ex presidente Mubarak verra’ messo sotto inchieste per verificare le origini del suo tesoro, valutato dal quotidiano britannico ‘The Guardian’ in 75 miliardi di dollari. Al Ghomouriya ha contestato energicamente i vertici dei tre enti, accusandoli di corruzione e di fare disinformazione. Malversazioni e corruzione sono anche le accuse nei confronti di un numero consistente di ex ministri dei precedenti governi e secondo un gruppo di avvocati militanti anche l’ex presidente Mubarak verra’ messo sotto inchieste per verificare le origini del suo tesoro, valutato dal quotidiano britannico ‘The Guardian’ in 75 miliardi di dollari. Dando seguito ad una delle richieste piu’ pressanti della piazza, i militari hanno sciolto i due rami del Parlamento, nel mirino della contestazione dopo le elezioni di fine novembre dell’anno scorso quando migliaia di ricorsi furono presentati contro brogli e frodi elettorali. Le prime mosse dei militari non ha convinto pienamente le opposizioni, in particolare il leader del movimento per il cambiamento Mohamed el Baradei che vuole la creazione di un governo di tecnocrati e di un comitato presidenziale composto da un militare, un politico e un giudice. Malversazioni e corruzione sono anche le accuse nei confronti di un numero consistente di ex ministri dei precedenti governi e secondo un gruppo di avvocati militanti anche l’ex presidente Mubarak verra’ messo sotto inchieste per verificare le origini del suo tesoro, valutato dal quotidiano britannico ‘The Guardian’ in 75 miliardi di dollari.

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hometown of #Saleh, protesters wrote this message across the village: “The people want the regime to step down.” #Yemen

Daniela Clegg È natoa da padre americano e madre triestina a Lussemburgo, dove è cresciuta. Ha studiato scienze politiche all’Università degli Studi di Milano, senza però conseguire la laurea. Si è poi trasferita con una borsa di studio ad Atlanta, negli Stati Uniti, dove ha iniziato a lavorare per l’emittente televisiva CNN. Grazie alle varie lingue imparate nell’infanzia, si occupa prevalentemente degli esteri. Fra il 1991 e il 1996 è stata corrispondente da Mosca, assistendo al putsch di Mosca, alla crisi costituzionale del 1993 e si è occupato anche della prima guerra cecena. Fra il 1999 e il 2001 è stata il corrispondente da Belgrado, assistendo ai bombardamenti NATO e alla caduta di Slobodan Miloševi. Nel 2001 ha passato un periodo a New York, dopo l’11 settembre e in Afghanistan, dopo l’invasione statunitense. È iscritta all’albo dell’Ordine dei giornalisti come pubblicista.

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MARCO DAMIANI nasce a Bolzano il 19 aprile del 1957 da una famiglia di imprenditori. Durante il fascismo la sorella della nonna materna era inviata al confino e il padre, Alfred, lavorava come insegnante clandestino nelle cosiddette “Katakomben Schulen”. Studia alla facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università di Venezia. Conseguita la laurea .

BRUCIA LA SPERANZA “La qualità dell’informazione sulla società moderna è un indice della sua organizzazione sociale. Quanto migliori sono le istituzioni tanto più facilmente tutti gli interessi relativi sono formalmente rappresentati nella sua espressione migliore la stampa è serva e custode delle istituzioni, nella sua espressione peggiore è un mezzo mediante il quale alcuni sfruttano la disorganizzazione sociale ai propri fini particolari.”

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In bilico fra un passato di povertà e un futuro di incertezze, l’Egitto alza la voce, senza sapere come fare, per la prima volta.

di ERNESTO DE ANGELIS

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BRUCIA LA SPERANZA Cairo, 2 gennaio 2011 Protestante e barricate in fiamme durante le dimostrazioni contro la polizia.

I

sostenitori del presidente Hosni Mubarak paga in piazza centrale del Cairo sui cavalli ������ e cammelli brandendo fruste, mentre altri piovuto bombe incendiarie dai tetti in quello che sembrava essere un attacco orchestrato contro i manifestanti cercando di rovesciare in Egitto leader di 30 anni. Tre persone sono morte e 600 sono rimaste ferite.

Egitto: il primo significativo violenza tra sostenitori del governo e oppositori.

I manifestanti hanno accusato il regime di Mubarak di scatenare una forza di teppisti pagati e poliziotti in borghese per schiacciare il movimento senza precedenti 9-giorno, il giorno dopo il presidente di 82 anni, ha rifiutato di dimettersi. Hanno mostrato il badge di identificazione di polizia hanno detto sono stati strappati i loro assalitori. Alcuni lavoratori

del governo ha detto loro i datori di lavoro ordinato loro per le strade. Mustafa el-Fiqqi, un alto funzionario del Partito Nazionale Democratico, ha detto L’Associated Press che gli uomini d’affari connesso al partito di governo sono stati responsabile di quello che è successo. La nozione che lo Stato possa avere coordinato la violenza contro i manifestanti, che avevano tenuto una veglia pacifica in Tahrir Square per cinque giorni, viene richiesto un rimprovero forte da l’amministrazione Obama. “Se qualcuno della violenza è istigato dal governo, si deve fermare immediatamente “, ha detto il segretario stampa della Casa Bianca Robert Gibbs. Gli scontri hanno segnato una fase pericolosa nuovo sconvolgimento in

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Escalation La crisi ha preso una svolta netta per il peggio, quasi immediatamente dopo Mubarak ha respinto gli inviti a lui di dare il potere o lasciare il Paese, ostinatamente proclamando che sarebbe morto in Egitto del suolo. Le sue parole sono state un duro colpo per i manifestanti. Essi suggeriscono anche che le autorità vogliono indietro l’orologio al controllo dello stato stretto eseguita prima del inizio delle proteste. I sostenitori di Mubarak alzato le strade Mercoledì in un numero significativo di la prima volta. Alcuni sono

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Cairo, 6 gennaio 2011 Manifestante ferito durante una sassaiola negli scontri in Tahrir Square.

Popolazione Scontenta (Mln)

Differenziazione Manifestanti (%)

60

40

45

30

30

20

15

10

0

Sud Africa

Romania

Algeria

Tanzania

0

Egitto

Militanti Politici

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Studenti

Disoccupati

Lavoratori

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vicini e mattoni e bombe incendiarie lanciate sulla folla sottostante - nel processo di definizione di un albero fiamme all’interno del quartiere museo. I poliziotti in borghese presso gli ingressi dell’edificio impedito manifestanti anti-Mubarak da storming fino a fermarli.

Dopo la mezzanotte, 10 ore dopo gli scontri iniziarono, le due parti sono stati bloccati in un situazione di stallo in un angolo di strada, con i manifestanti anti-Mubarak accovacciato dietro un Linea di lamiere scagliare bombe incendiarie avanti e indietro con i sostenitori del governo il tetto di cui sopra. La pioggia di bottiglie di fiamma a benzina di auto vicine e rottami sul marciapiede in fiamme. Le scene di caos sono stati determinati da aggiungere alla paura che è già in esecuzione alta in questo capitale di 18 milioni di persone dopo un fine settimana di saccheggio e di illegalità e la fuga di migliaia di prigionieri dalle carceri nel caos.

La risposta di Mubarak Le due parti hanno preso a pugni l’un l’altro con pezzi di cemento e bottiglie in ognuno dei i sei ingressi della piazza tentacolare, dove 10.000 manifestanti anti-Mubarak ha cercato di difendersi più di 3.000 gli aggressori che li assediati. Alcuni sul proparte delle amministrazioni pubbliche cenno machete, mentre i difensori della piazza riempiva l’aria con un suoneria din campo di battaglia da battere recinzioni metalliche con i bastoni. In una scena quasi medievale, un piccolo contingente di forze pro-Mubarak a cavallo e cammelli si precipitò tra la folla contro il governo, calpestando diverse persone e oscillante fruste e bastoni.

Piazza Tahrir I soldati che circondano piazza Tahrir sparato occasionale in aria tutto il giorno ma non sembra intervenire altrimenti negli scontri feroci e non polizia in divisa sono stati osservati. La maggior parte delle truppe si rifugiò dietro o dentro il veicoli corazzati e carri armati di stanza presso gli ingressi alla piazza. “Perché non ci proteggono?” Alcuni manifestanti hanno gridato ai soldati, che hanno risposto non hanno avuto l’ordine di farlo e ha detto alla gente di andare a casa. “L’esercito è trascurato. Li entrare, “ha detto Emad Nafa, di 52 anni, tra i manifestanti, che per giorni aveva inondato i militari con affetto per la sua neutralità posizione. Alcuni dei peggiori scontri imperversavano strada vicino al Museo Egizio a bordo del piazza. rivoltosi Pro-government ricoperto i tetti degli edifici 1monic1 RT @Jnoubiyeh: Even in #Sanhan, the

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Pugno di ferro I manifestanti hanno trascinato alcuni piloti dai loro supporti, buttandoli a terra e battendo la faccia insanguinata. I cavalli e cammelli sembravano essere quelli usati per dare ai turisti gite in giro per il Cairo. Decine di uomini e donne curiosato su pezzi di marciapiede con bar e traghettato la pile di munizioni nei fogli di tela ai loro alleati al fronte. Altri diretto combattenti di strada che necessitano di rinforzi. I manifestanti hanno usato una stazione della metropolitana come una prigione di fortuna per la loro aggressori riusciti a catturare. Hanno legato le mani e le gambe dei loro prigionieri e li hanno chiusi all’interno. Persone afferrò un uomo che stava sanguinando dalla testa, lo ha colpito con il loro sandali e gli lanciò dietro un cancello chiuso. Alcuni manifestanti hanno pianto e pregato nella UnaRuca RT @paulocoelho: Lybia, Bahrain,

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BRUCIA LA SPERANZA

stati ostili ai giornalisti e agli stranieri. Due Associated addetti stampa e molti altri giornalisti sono stati maltrattati in Cairo. Stato TV aveva riferito che gli stranieri sono stati catturati la distribuzione di volantini anti-Mubarak, apparentemente cercando di rappresentare il movimento come stranierarifornito.


Cairo, 17 gennaio 2011 Incendi causati dagli scontri fra polizia e manifestanti in Tahrir Square.

piazza in cui solo un giorno prima aveva dichiarato che una gioiosa, manifestazione pacifica di un quarto di mione, la più grande dimostrazione finora. Il ministro della Salute egiziano Sameh Farid Ahmed ha detto che tre persone sono morte e almeno 611 sono stati feriti in piazza Tahir. Una delle vittime cadde da un ponte vicino al piazza, Farid ha detto l’uomo era in abiti civili, ma può essere stato un membro del le forze di sicurezza. Farid non ha detto come le altre due vittime, entrambi giovani, sono stati uccisi. E ‘stato non è chiaro se erano sostenitori del governo o manifestanti anti-Mubarak. Dopo anni di stretto controllo statale, i manifestanti hanno incoraggiato dalla rivolta in Tunisia sono scesi in piazza il 25 gennaio e montato una serie inimmaginabile di una volta manifestazioni in tutta questa nazione di 80 milioni di euro. Nei giorni scorsi, i manifestanti che si sono accampati in piazza Tahrir si crogiolava in una nuova libertà - esprimere pubblicamente il loro odio per il regime di

Mubarak. “Dopo la nostra rivoluzione, vogliono mandare le persone qui per la rovina per noi”, ha detto Ahmed Abdullah, un avvocato di 47 anni, in piazza. Un altro uomo urlò attraverso un altoparlante: “Hosni ha aperto la porta per questi teppisti per attaccare noi. “La pressione per i manifestanti per cancellare la piazza montato tutto il giorno, inizio precoce, quando un portavoce militare è apparso in TV di stato e chiese loro di disperdere così la vita in Egitto, potrebbe tornare alla normalità. E ‘stato un cambiamento di atteggiamento da parte dell’esercito, che nei giorni scorsi aveva consentito proteste a gonfiarsi senza interferenze e addirittura fatto una dichiarazione dicendo che aveva un legittimo diritto di manifestare pacificamente. Poi il regime cominciò a raduno i suoi sostenitori in numero significativo per la prima

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BRUCIA LA SPERANZA tempo, chiedendo la fine del movimento di protesta. Circa 20.000 sostenitori di Mubarak ha un raduno arrabbiato ma per lo più pacifici di là del fiume Nilo da Tahrir, rispondendo alle chiede alla TV di stato.

Civili Feriti

La non risposta del governo

Militari Feriti

13%

2%

Hanno detto di Mubarak concessioni erano sufficienti. Egli ha promesso di non correre per ri-elezioni nel mese di settembre, ha nominato un nuovo governo e ha nominato un vice presidente per per la prima volta, considerato il suo successore designato. Hanno sventolato bandiere egiziane, i loro volti dipinti con i nero-bianco-e-rosso colori nazionali, e ha svolto un grande striscione stampato con la faccia di Mubarak di polizia agenti hanno circondato la zona e il traffico diretto. Hanno applaudito come un militare elicottero piombò dall’alto.

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Morti

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Erano amaro i fischi scagliati contro Mubarak.

Venerdì notte.

“Mi sento umiliato”, ha detto Mohammed Hussein, un operaio di 31 anni. “Egli è il simbolo del nostro paese. Quando lui è offeso, io sono offeso. “ Sayyed Ramadan, un venditore di abbigliamento, ha dichiarato: “Otto giorni senza la sicurezza di protezione, cibo o bere. Mi guadagno da vivere ogni giorno. Il presidente non ha fatto niente. Si tratta di peccato che lo chiamiamo un cane “. Emad Fathi, 35 anni, lavora come ragazzo delle consegne, ma dopo le dimostrazioni, non ha andato a lavorare. “Sono venuto qui per dire a queste persone a lasciare”, ha detto. “Le moschee sono state invitando gente di andare a sostegno Mubarak, “ha detto. Il movimento anti-Mubarak ha promesso di intensificare le proteste per costringerlo da Venerdì. Televisione di Stato ha affermato il vice presidente Omar Suleiman chiamato “sulla gioventù di ascoltare le armate chiamare le forze ‘e tornare a casa per riportare l’ordine. “Dall’altra parte, l’anti-senior Mubarak figura di Mohamed ElBaradei ha chiesto ai militari “intervenire immediatamente e decisivo per fermare questo massacro “. Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton ha parlato con Suleiman per condannare il violenza e di sollecitare il governo egiziano per contenere i responsabili di esso responsabile, Il portavoce del Dipartimento di Stato P. J. Crowley ha detto che dimostranti avevano mantenuto un round-the-clock, veglia tranquilla in Tahrir Square dal

Voci di un dialogo Quando i militari è stata la prima volta calato e la polizia in gran parte scomparsi dalla le strade. Dopo aver celebrato il loro più grande successo ancora a dimostrazione di Martedì, la folla diradamento durante la notte. Al mattino qualche migliaio di manifestanti rimasti. Mubarak sostenitori cominciato a raccogliere ai bordi della piazza, poco dopo mezzogiorno, e manifestanti hanno formato una catena umana per tenerli fuori. Nel primo pomeriggio, circa 3.000 manifestanti filo-governativi hanno sfondato e aumentate tra i manifestanti, secondo un reporter dell’Associated Press a scena. Hanno buttato giù striscioni denunciando il presidente, scazzottate scoppiò, e Mubarak ha afferrato manifestanti manifesti dalle mani dei sostenitori e strappato loro a pezzi. Da lì, sfociate in scontri di piazza a titolo definitivo, come centinaia versato per iscriverti ogni lato. Le linee di battaglia in ciascuna delle entrate aumentate avanti e indietro per ore. Ogni combattenti lato si estendeva per tutta la larghezza della quattro corsie divise boulevard, nascondersi dietro i camion abbandonati e di partecipazione dei fogli di metallo ondulato come scudi dalla grandine di pietre. Al centro della piazza, i giovani

Cairo, 8 febbraio 2011 Manifestanti stringono le mani soddisfatti per la vittoria in Tahrir Square.

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Manifestanti anti Mubarak

Sostenitori Mubarak Manifestanti anti Mubarak

C’è speranza

Manifestanti anti Mubarak

Gruppi di uomini barbuti in fila per recitare preghiere musulmane prima di prendere il loro turno in la linea di fuoco. Uomini Bloodied giovani sfalsati o sono stati effettuati in cliniche improvvisate istituito nel moschee e vicoli da parte anti-governative. Donne e uomini erano pronti con l’acqua, cotone e bende mediche come ogni onda restituito. Decine di feriti sono stati condotti in una clinica di fortuna ad una moschea nei pressi della piazza e sulle strade lato, composto da medici in camice bianco. Un uomo con sangue che esce il suo occhio incappato in una clinica strada laterale. Al calar della notte, alcuni manifestanti è andato a procurarsi il cibo, un segno che piano a scavare in un lungo assedio. Centinaia le persone più povere del quartiere di Shubra presentò poi come rinforzi.

Sostenitori Mubarak

25%

25%

25%

75%

75%

7

Eventi e manifestazioni di mercoledì il regime mira a porre fine dei disordini di lasciare Mubarak forma la transizione come vuole nei prossimi mesi. Mubarak ha offerto negoziati con i leader protesta contro le riforme democratiche.

Cairo, 9 febbraio 2011 Protestante bacia un rappresentate delle forze di polizia nella strada.

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EFFETTUALE

BRUCIA LA SPERANZA

con microfoni cercato di tenere alto il morale. “Stand veloce, rinforzi sono in arrivo”, ha detto uno. “Giovani d’Egitto, essere coraggiosi.”

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VITTIME INNOCENTI IL SACCHEGGIO DEL MUSEO EGIZIO

di Abdul Ramirez Egitto beni più preziosi sono in pericolo. Il paese è rivolta contro un governo oppressivo, e nel centro del città capitale è il famoso Museo Egizio. Cinque giorni fa, il Venerdì sera, i saccheggiatori hanno fatto irruzione nel museo, fracassato inestimabile opere d’arte - da qualche tomba di Tutankhamon - e addirittura decapitato due mummie importante. I saccheggiatori sono stati fermati prima di rubare qualsiasi cosa, tuttavia, e si ritiene che l’antiquariato sarà ancora in grado di essere restituiti alla loro precedente condizione. Museo Egizio del Cairo è la patria di centinaia di migliaia di oggetti - centinaia di mummie, sarcofagi dorati, papiri, imponenti statue in pietra di divinità e re, e di Naturalmente, a casa per i tesori

di Tutankhamon, il gioiello della corona del museo, e forse anche di se stesso Egitto. Alcuni di questi oggetti sono stati recentemente in mostra a New York, Discovery Times Square Exposition, e in tutto il paese, in mostre blockbuster. Mentre l’ufficio del Consiglio Supremo delle Antichità, afferma la loro fede nel sicurezza del Museo Egizio, rivolte e disordini abbondano in tutto il paese.

Il direttore del Metropolitan Museum of Art, Thomas Campbell, pesato sulla situazione all’inizio della settimana, dicendo alla Associated Press: “E ‘la grande repository di arte egizia. E ‘il tesoro, il più bello e sculture tesori letteralmente da 4.000 anni di storia “. Campbell ha sottolineato lo storico importanza di ogni opera in tutto il paese, sottolineando la la protezione lì.

JBax52 RT @stillonline: Protest like #Egypt or

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#Mubarak’s Secret Service Order Terror Attacks?’ - Der Spiegel 16.26 AM FEB 28th

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RICORDI DI UN EX-LEADER Cairo, 24 gennaio 1985 Il presidente Hosni Mubarak in un discorso all’Accademia di polizia.

RICORDI DI UN EX-LEADER

GARRETT GRAFF è diventato nel 2009 solo l’editore terzo del Washingtonian nel rivista anni di storia 40-plus. Al momento, ha scritto Gawker.com. Graff è ampiamente riconosciuto come uno dei maggiori esperti della nazione sulla tecnologia e la politica.

La vita di Hosni Mubarak, l’amico dell’occidente dalle origini a oggi.

di GARRETT GRAFF JBax52 RT @stillonline: Protest like #Egypt or

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Cairo, 10 aprile 1989 Il presidente egiziano Mubarak incontra il leader libico Gheddafi al confine della città di Mersa Matrouth, dopo che il vice presidente Suleiman annunciò un possibile cedimento del govenro nei confronti dell’opposizione.

Washington, 1 luglio 1999 Il presidente egiziano Mubarak incontra il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton alla Casa Bianca, in occasione di una sua visita all’Onu.

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RICORDI DI UN EX-LEADER Washington, 1 settembre 2010 Il presidente egiziano Mubarak incontra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama alla Casa Bianca, congraturandosi con il neo eletto leader.

1monic1 RT @Jnoubiyeh: Even in #Sanhan, the

hometown of #Saleh, protesters wrote this message across the village: “The people want the regime to step down.” #Yemen 3.26 AM FEB 11th

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UnaRuca RT @paulocoelho: Lybia, Bahrain, #Yemen, etc. but the most read article in CNN: anything 1st aid 4 nerve gas attacks on civilians? Washington, 2 aprile 2001 Kate Middleton’s wedding dress. #FAIL Everything Ive found so far assumes u have antidote. #1staid #yemen #Libya 3.26 AM JAN 11th vargasgirlred RT @streamsWL: Anyone know of

Il presidente egiziano Mubarak incontra il presidente degli Stati Uniti 16.26 AM FEBalla 28thCasa Bianca, per discutere eventuali accordi commerciali. George Bush

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Londra, 5 giugno 2002 Il presidente egiziano Mubarak incontra il primo ministro inglese Tony Blair a Downing Street, per un summit sui cambiamenti climatici.

Roma, 9 marzo 2006 Il presidente egiziano Mubarak incontra il premier italiano Silvio Berlusconi EFFETTUALE a Palazzo Chigi per rinforzare gli accordi commerciali fra i due paesi.

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Il presidente egiziano Mubarak incontra il cancelliere tedesco Angela Merkel per un incontro diplomatico.

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Parigi, 5 luglio 2010 Il presidente egiziano Mubarak incontra il presidente francese Nicolas Sarkozy all’Eliseo in occasione del G6.

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RICORDI DI UN EX-LEADER

Berlino, 20 marzo 2003


I DUE VOLTI DELLA

Cristopher Cillizza è un American reporter politica per il Washington Post. Scrive la correzione, un quotidiano weblog politico per il sito web Post. Dopo apparizioni multiple sul rete, Cillizza è stato recentemente nominato uno MSNBC analista politico. Cillizza lavorato per The Cook Political Report and Roll Call Prima di entrare alla allievo della Georgetown University.

MEDAGLIA Mubarak o non Mubarak? Interviste ad un popolo diviso in due da una parte i buoni e dall’altra i cattivi.

E dove stanno i cattivi lo decidiamonoi

di CHRIS CILIZZA

Finalmente sono un giornalista anch'io: ora i fatti non mi interessano più.

Cairo, 3 febbraio 2011 Manifestanti pro Mubarak in Tahrir Square.

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Mentre infuria la violenza al Cairo, migliaia di manifestanti pro-Mubarak sono anche dimostrando in varie zone di Alessandria, sostenendo la sua ultima parola e condannando l'opposizione. I manifestanti hanno riempito le strade di Semoha, Sidi Beshr, Mahatit Misr, Algomrok, Sidi Gaber e dintorni Mahatit Alramal. Una fonte al National Democratic Party (NDP) di Alessandria, che ha chiesto di essere identificato, ha detto Al-Masry Al-Youm che il partito ha chiesto ai suoi uffici provinciali per organizzare le proteste pro-Mubarak, al fine di mostrare alla gente il presidente è ancora popolare. Mohamed al-Helo, membro del consiglio locale di Alessandria e Abdallah Osman, un elevato esponente di NDP di Alessandria sono stati visti guidare il pro-Mubarak manifestanti. Nel distretto di Semoha, migliaia di pellegrini riuniti in piazza cantando "Presidente, noi amiamo te! "e" Oh Mubarak il pilota, non lasciare accesi in Egitto "e" Non c'è nessuno come Mubarak ". Ahmed Zahaby, un funzionario del governo che hanno partecipato, ha detto Mubarak "accordo su tutte le alle richieste solle. C’è chi odia. Uomini a cavallo sono stati visti alla manifestazione, mentre altre persone ha portato bandiere egiziani dalle auto-

mobili. Altri sono stati scrivere su striscioni di advocacy per la presidente. Nella loro prima apparizione in pubblico da Venerdì ad Alessandria, auto della polizia sono stati visti in Semoha. I manifestanti pro-Mubarak effettuato due poliziotti cantando "le persone e la polizia da un lato, "imitando i canti di manifestanti anti-Mubarak, che hanno ha sostenuto l'esercito come parte del popolo. Un legame profondo Al distretto Mahatit al-Ramal, scontri scoppiati tra manifestanti pro e contro Mubarak di fronte a Al-Qaed Ibrahim moschea, ma l'esercito ha chiesto pro-Mubarak manifestanti di lasciare la zona. Al-Qaed Ibrahim moschea era uno dei tre punti centrali per il massiccio anti-Mubarak rally nelle ultime settimane in aggiunta a Mahatit al-Ramal e Sidi Gaber. In precedenza il Mercoledì, notte seguente discorso di Mubarak Martedì in cui ha promesso di non correre per la rielezione di quest'anno, decine di teppisti ha attaccato l'anti-Mubarak protesta in Mahatit Misr, ferendo manifestanti. Al distretto di Al-Gomrok, centinaia di manifestanti proMubarak canto contro opposizione figura Mohamed ElBaradei slogan come "codardo Baradei Oh, agente di l'americano ". "Siamo a piangere per il presidente. Egli è un eroe della guerra e non può essere espulso in modo così male. Questo è umiliante, non per Mubarak, ma per tutti gli egiziani reale " ha detto un altro funzionario

Cairo, 4 febbraio 2011 Manifestanti contro Mubarak in Tahrir Square.

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I DUE VOLTI DELLA MEDAGLIA

C’è chi ama.


Cairo, 12 febbraio 2011 Dopo migliaia di feriti, il popolo ringrazia in preghiera per l’abbandono di Mubarak

partecipante e il governo, Waleed Farouk, 36. Diverse migliaia di sostenitori del presidente Hosni Mubarak, tra cui alcuni a cavallo cavalli e cammelli e brandendo fruste, ha attaccato i manifestanti anti-governativi Mercoledì come sconvolgimento Egitto ha preso una piega pericolosa nuovo. Nelle scene caotiche, le due parti l’un l’altro sotto i colpi di pietre, e dei manifestanti aggressori trascinato i loro cavalli. Diversi punti di vista Le dimissioni di Mubarak sono state accolte con un tripudio di bandiere in piazza Tahrir. Da un lampione penzola un fantoccio impiccato; lo accompagnano fischi e grida di giubilo. Alcuni urlano «dio è grande», altri «abbiamo abbattuto il regime». I soldati sui carri armati, in piedi, sorridono e rispondono alla gente, si fanno fotografare con pose da vittoria, con le dita che formano la ‘v’. «È il più bel giorno della mia vita, il Paese è libero!». È il breve messaggio pubblicato su Twitter dal Premio Nobel Mohammed ElBaradei. Il leader dell’opposizione egiziana, non avrebbe, però, intenzione di presentarsi alle prossime elezioni presidenziali, secondo l’emittente

Cairo, 13 febbraio 2001

Bandiera egiziana portata a mano dalla folla vociante

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Al Arabya. Un probabile candidato potrebbe essere Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba dal 2001. Eletto ministro degli Esteri nel 1991, Moussa è rimasto a capo della diplomazia egiziana fino al 2001. Durante il suo incarico come ministro, non ha lesinato critiche alla politica estera degli Stati Uniti e le sue relazioni con Israele.

I DUE VOLTI DELLA MEDAGLIA

Mercoledì mattina, un portavoce militare è apparso alla televisione di Stato Mercoledì e ha chiesto ai manifestanti di disperdersi così la vita in Egitto, potrebbe tornare alla normalità. L’annuncio potrebbe segnare una svolta importante l’atteggiamento dell ‘esercito, che negli ultimi due giorni ha permesso proteste a gonfiarsi, raggiungendo la loro dimensione più grande ancora il Martedì, quando un milione di pace trimestre confezionato in Cairo centrale Tahrir Square. Quasi 10.000 dimostranti ammassati di nuovo in Tahrir Mercoledì mattina, respingendo discorso di Mubarak come troppo poco e troppo tardi e rinnovato le loro richieste che partire immediatamente.

e in segno di vittoria.

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