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ANNO XI 178/179

31 OTTOBRE 2009

Olimpiadi

Primarie

Cinema

A Rio i primi giochi del Sud America Italia pronta per il 2020

Tre milioni di voti per il segretario Ma c’è la grana Rutelli

Chiusa la IV edizione del Roma Festival Vince “Brotherhood”

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PERISCOPIO Università degli Studi di Roma Tor Vergata - Ordine dei Giornalisti del Lazio - Quindicinale del Master in Giornalismo e Comunicazione Pubblica Redazione: Via Ridolfino Venuti, 87 - Roma 00162 - Tel./Fax 06.86391607 - www.periscopio.uniroma2.it

Così sarà il nuovo Pd di Bersani

L’Europa vent’anni dopo la caduta del Muro Che cosa resta del mito dell’Est?

di ROBERTO ANSELMI

1989 I

l 9 novembre del 1989 migliaia di berlinesi dell’Est attraversavano in massa il muro che separava in due la città. Era la fine di un equilibrio nato sulle macerie della seconda guerra mondiale. E l’inizio di una nuova Europa. Le mappe geografiche cambiano repentina-

mente. L’Europa occidentale diventa la meta privilegiata dei cugini dell’Est che fuggono dalla miseria. I dittatori che avevano dominato la politica del blocco sovietico scompaiono per lasciare il posto a più o meno mature democrazie.

Mentre dopo vent’anni è ancora forte il ricordo di una ferita che ha diviso in due l’Europa, nuovi muri vengono eretti per difendere i propri confini e le proprie identità. Dal Medio Oriente agli Usa. servizi a pag. 4-5

Le debolezze di Piero e gli altri

Giornali

Il primo mese del “Fatto Quotidiano” servizi pag. 8

Moda

Vintage style dai mercatini alle boutique

servizi pag. 7

di EMILIANO DARIO ESPOSITO

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lla fine Piero Marrazzo ha ammesso le proprie “debolezze”, dimettendosi dall’incarico di governatore del Lazio. Giacca e cravatta in armadio, indossa di nuovo il maglione. Non ha confessato subito, Piero, era troppa la vergogna: sposato, con tre figlie, frequentava abitualmente transessuali cui pagava prestazioni e totale discrezione. La sua già sorprendente parabola politica, forse destinata a crescere ancora, si è così interrotta di colpo: giornalista figlio di giornalista, si era costruito la fama di inflessibile difensore dei cittadini grazie alla conduzione del programma tv “Mi manda Raitre”, e il Partito Democratico e gli elettori di centrosinistra avevano trovato in lui un uomo nuovo, forte, onesto, di cui fidarsi. Che stava affrontando, con determinazione, un’opposizione particolarmente dura e dieci miliardi di buco alla sanità, eredità della precedente amministrazione Storace. Poi sono arrivati lo scandalo, le menzogne prima e la confessione poi, infine le dimissioni.

È giusto che Piero Marrazzo abbia lasciato. Era diventato ricattabile, era ricattato, aveva mentito all’opinione pubblica negando in un primo momento le sue responsabilità. Sia chiaro, sono queste le ragioni che rendevano auspicabili le sue dimissioni, non certo - come invece una parte della stampa ha lasciato intendere - che tradisse sua moglie o il fatto che frequentasse transessuali anziché ragazze. Ancora una volta, nella vita di un politico italiano, sfera pubblica e privata si sono inquinate fra loro, fino a sovrapporsi maldestramente. In quanti sono nella stessa preoccupante condizione dell’ex governatore? Difficile distinguere, per molti commentatori, la vicenda che ha portato alle dimissioni di Marrazzo dagli scandali che la scorsa estate hanno coinvolto Silvio Berlusconi: non sarebbe stato auspicabile che anche il presidente del Consiglio, evidentemente sotto lo scacco di alcuni - Tarantini e la D’Addario ma non solo, come dimostrano le registrazioni di alcune sue telefonate con Agostino Saccà - avesse preso da tempo una decisione simile?

E

ora non resta che vedere come sarà il nuovo (o vecchio) Partito Democratico di Pierluigi Bersani. La sua elezione, dopo due candidature alle primarie "bruciate" dagli accordi delle nomenclature, rappresenta il massimo del cambiamento possibile per i bassi (bassissimi) livelli di mutamento della politica italiana. Un desiderio di trasformarsi sottolineato dal buon risultato di Marino, la cui mozione, ai margini dei giochi di potere, rappresenta di per sé un segnale positivo. Di fatto una vittoria (conferma) di Franceschini sarebbe stato un atto di fede in quello che era il Pd di Veltroni: leggero, degli elettori, con una vocazione maggioritaria e quindi inclusivo e mal disposto ad alleanze a sinistra. Il Pd che ha in mente Bersani, è stato scritto, è un'altra cosa: un po' Ds e un po' Ulivo, prodiano e quindi aperto a tutti quelli che ci stanno. Sperando che l'esserci, non sia, come è accaduto in passato, limitato alla sola campagna e limitato al solo antiberlusconismo. Strane queste prime vere primarie del Pd. Da un lato premiano chi (lo stesso Bersani e il suo sponsor D'Alema) di questo strumento non ne era proprio convinto fino in fondo; dall'altro, come ha scritto Curzio Maltese su Repubblica all'indomani del voto, si rivelano un elemento costitutivo dell'identità del partito ("Se qualcuno nel Pd ha ancora dubbi sulle primarie è pazzo" scrive senza sbilanciarsi l'editorialista). L'unico luogo dove, nonostante gli scassi e sconquassi di due anni tra i più travagliati nella storia della sinistra italiana, un popolo si riconosce. Smentiti anche i meno pessimisti quanto a partecipazione. Smentiti gli analisti che vedevano un aperto contrasto tra iscritti ed elettori. Tutti zitti, le primarie hanno vinto. Ma ora manteniamo i piedi per terra. Il bagno democratico è una cosa che fa bene. Nessuno lo mette in dubbio. Fa bene ai leader, che trovano una legittimazione più profonda di quella della lotta di potere per la selezione delle élite; fa bene al popolo di un partito anche se, come canta Giorgio Gaber, "il nostro contributo, la nostra vera colpa è solamente un voto"; e fa bene alla democrazia perché rinvigorisce un contatto ormai sfilacciato tra rappresentati e rappresentanti. Ma guai a fermarsi a quello che è stato chiamato in occasione della salita al soglio di Veltroni l'effetto primarie. Lo slancio di questa consultazione può essere un volano. Non ci si può bloccare su questo. Bisogna cercare di costruire un partito che ancora non c'è. Che dove c'era prima, nelle regioni rosse prima di tutto, si sente tradito. E dove non c'è mai stato, si è troppo presto piegato a quelle stesse logiche clientelari che a parole diceva di voler scardinare. A venti anni esatti dalla caduta del muro e dalla svolta della Bolognina, le strade nuove di cui parlava Achille Occhetto dando l'addio al Pci non si vedono ancora. O meglio, si intravedono, si sperano ma devono essere ancora percorse. Se Bersani inizierà anche solo a camminarci sopra, sarà a buon diritto il primo leader della sinistra italiana nel nuovo millennio. Altrimenti, avanti il prossimo. Quella è una poltrona che brucia. Talmente tanto che finora tutti quelli che ci si sono seduti o che ci si sono anche solo avvicinati, hanno finito indistintamente per venire ustionati.

“È stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente” 9 novembre 1989, Günter Schabowski, Membro del Politbuero del Partito Comunista della DDR


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PERISCOPIO

Per la prima volta le Olimpiadi sbarcano in Sud America. Lula batte Obama e Zapatero

2016, medaglia d’oro al Brasile

di FRANCESCO COLUSSI

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a "Cidade Maravilhosa" ha battutto la "Città del vento": Rio de Janeiro ha vinto la corsa per organizzare le Olimpiadi del 2016, la XXXI edizione dei Giochi. Tra le città candidate c'era appunto Chicago, sponsorizzata dal presidente Obama in persona, ma eliminata a sorpresa al primo turno di votazione. Dopo la metropoli dell'Illinois è stata scartata Tokyo, mentre Madrid ha perso il testa a testa finale con la capitale brasiliana per 66 voti a 32. È la prima volta che il Cio sceglie una città dell'America Latina Il Presidente del Brasile, Luiz Inàzio Lula da Silva per ospitare i Giochi OlimpiDeve avere fatto un'ottima impressione ci. Festa sfrenata, ovviamente a ritmo di ai membri del Cio la quindicesima ediSamba, per le decine di migliaia di per- zione dei Giochi Panamericani del 2007, sone accorse alla festa organizzata dal che si sono svolti con successo proprio comune di Rio sulla spettacolare spiag- a Rio de Janeiro. gia di Copacabana. Un carnevale antic- Il presidente carioca Lula, pazzo di gioia ipato, colorato, come nelle migliori dopo il verdetto, ha vinto il suo "dueltradizioni: una bandiera di 2.200 metri lo" con Obama, sceso in campo in priquadrati con i colori di Rio e la scritta ma persona per appoggiare la candiRio loves you è stata dispiegata e ha per- datura della città dove vive. "Rio ha vincorso in trionfo la spiaggia. Fuochi d'ar- to perché ha cuore e anima - ha dichiaratificio in tutta la città, accompagnati dai to a caldo Lula - Ha vinto perché la sua colpi di arma da fuoco sparati nelle gente è generosa. Non ho messo ko il presidente Obama, non era una sfida favelas dominate dai narcotrafficanti. Brasile pigliatutto si potrebbe dire, dal con lui". Il discorso di Lula, va detto, ha momento che il paese dovrà anche os- incantato ed emozionato i membri delpitare i Mondiali di calcio del 2014. l'Assemblea, mentre Obama è stato più

pacato. Il leader democratico era arrivato a Copenaghen per unirsi alla delegazione americana, insieme alla moglie Michelle. Mai un presidente statunitense si era impegnato in questo modo, accettando il rischio, poi verificatosi, di vedere sminuita la propria figura in caso di una sconfitta. Senza contare il fatto che durante i giorni del Congresso di Copenaghen, Obama stava affrontando la marea di critiche che gli piovevano addosso per la sua proposta di riformare la sanità a stelle e strisce. "Si comporta da sindaco di Chicago più che da presidente", una delle frasi più ricorrenti tra i suoi detrattori, non solo repubblicani. L'eliminazione già dopo la prima sessione di voto è stato un vero e proprio smacco per gli increduli americani e, di conseguenza, per l'inquilino della Casa Bianca. Obama ha accettato serenamente la debacle, dimostrandosi un vero uomo di sport (nota la sua passione per la pallacanestro): "Una delle cose belle dello sport è che si può giocare una grande partita e non riuscire a vincere. Avrei preferito tornare a casa con una buona notizia, ma sono lo stesso molto orgoglioso di come Chicago ha combattuto per tentare di vincere".

Hiroshima, l’occasione mancata di CLAUDIA MORETTA

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rticolo 34 della Carta olimpica. Comma 1.3. Si arresta davanti ad un semplice numero la proposta di Hiroshima e Nagasaki come sede per i Giochi Olimpici 2020. Il regolamento del Cio non prevede, infatti, la possibilità che le Olimpiadi si svolgano in due città dello stesso Paese. La "candidatura pacifica" l'avevano chiamata, riportando alla mente la storia in cui i Giochi affondano le proprie radici, quando anche le guerre venivano fermate per permettere a tutti di partecipare alle gare. La candidatura, proposta dai sindaci delle due città (Tadatoshi Akiba e Tomihisa Taue), non ha invece nemme-

no dato il tempo di scaldare il cuore ai giapponesi. Bocciata ancor prima di nascere. Respinta. Eppure da sempre Olimpiadi e storia sono andate a braccetto. Da quando i greci allargarono le gare ai macedoni, i "barbari" del tempo. Da quando l'imperatore Teodosio I le eliminò perché considerate un'inammissibile festa pagana in una Roma votata al cristianesimo. Da quando i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos alzarono il pugno contro le discriminazioni razziali. Fino alle ultime Olimpiadi in Cina, usate come mezzo per porre l'attenzione sull'ancora vigente pena di morte nel Paese. Vedere sfumata ora la candidatura di Hi-

roshima e Nagasaki, non poterle vedere definitivamente risorgere dopo la bomba atomica che le rase al suolo nel 1944, lascia un sapore amaro in bocca a chi guarda ai Giochi Olimpici ancora come una "festa" tra tutti i popoli. E tutto per quei 300 chilometri, troppi in base al regolamento che per sommi capi ricalca quello che stese De Coubertin nel 1896, che le divide. Eppure competizioni mondiali di calcio e di pallavolo hanno già sperimentato gare non solo in città diverse, ma addirittura in paesi differenti. E l'esperimento ha dato buoni risultati. Peccato. Mai come in questo caso lo "strappo alla regola" sarebbe servito.

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ca. Pescante, infatti, ha ricoperto anche incarichi nel mondo 'Italia sale sul podio. Mario delle istituzioni: sottosegretario Pescante stupisce e si ag- ai beni culturali con delega allo giudica la poltrona d'argento tra sport nei governi Berlusconi I e i vip del potere sportivo mon- Berlusconi II, deputato all'inizio della XIV Legislatura per Forza diale. Membro del Cio dal 1994, Pe- Italia e presidente della comscante è il primo italiano a di- missione politiche dell'Unione ventare vicepresidente del Co- Europea della Camera dei Deputati. Tra le altre comitato Olimpico Inse, è stato anche ternazionale. Un pascommissario straorso storico per il Paedinario per i giochi se che, nonostante olimpici invernali di tutto, va avanti, conTorino e per i giochi quista posizioni e tadel Mediterraneo di glia il traguardo. Pescara. Abruzzese, di AvezOra, dulcis in fundo, zano, il nostro uomo Mario Pescante ha attraversato le turbolenze di la ciliegina sulla torta: la nomina un mondo che ha imparato a al Cio. Accanto a lui Ser Miang conoscere prima da atleta, poi Ng, di Singapore, secondo viceda dirigente. Eletto Segretario presidente, e il belga Jacques Generale del Coni nel 1973, è Rogge, riconfermato alla presistato capo missione della squa- denza per i prossimi quattro andra italiana in dodici olimpiadi: ni. sette estive e cinque invernali. Le belle notizie, però, durano Nel 1993 arriva la nomina a pre- sempre poco e a rovinare il sidente, anche se cinque anni grande giorno ci pensa l'Italia più tardi, è costretto a dimetter- stessa che per le Olimpiadi del si a seguito dello scandalo che 2020 si presenta al Cio come il portò alla chiusura del laborato- "Paese dalle mille candidature". rio antidoping dell'Acqua Ace- "Siamo noi i primi nemici di noi stessi - ha dichiarato Pescante tosa a Roma. Fondatore dell'Accademia Na- tra tutte le città che si sono prozionale Olimpica, è stato anche poste per ospitare i prossimi vicepresidente dell'Associazio- Giochi manca solo Avezzano! ne dei Comitati Olimpici Na- In questo modo -ha continuatodimostriamo di essere un Paese zionali dal 2001 al 2006. Un curriculum di tutto rispetto, sfilacciato". Ma il circo all'italiaquindi, diviso tra sport e politi- na, come sempre, va in scena! di FLORA BALESTRA

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La penisola delle candidature

numero 178/179 registrazione del Tribunale di Roma n. 395/398 Direttore responsabile Guido Alferj Comitato di direzione Angelo G. Sabatini (condirettore), Bruno Tucci, Gino Falleri, Filippo Anastasi, Claudio Rizza, Ignazio Ingrao, Daniele Mastrogiacomo, Federica Sciarelli, Maria Francesca Genco, Franco Rosati Redazione Martina Albertazzi, Roberto Anselmi, Aida Antonelli, Valentina Antonioli, Alessio Aversa, Flora Balestra, Maurizio Biuso, Alessia Candito, Francesco Colussi, Ilaria Costantini, Maria Chiara Cugusi, Emiliano Dario Esposito, Greta Filippini, Gianluca Galotta, Tiziana Guerrisi, Filomena La Torre, Giuliana Lucia, Tiziana Migliati, Claudia Moretta, Arianna Pescini, Francesca Pintor, Alessandro Proietti, Paolo Ribichini, Cristoforo Spinella, Andrea Tornese, Emilio Fabio Torsello, Sirio Valent, Federica Venezia Grafica e impaginazione a cura della Redazione Tipografia GRUPPO COLACRESI &C. Via Tazio Nuvolari, 3 e 16 00011 Tivoli Terme (Roma) Responsabile del trattamento dati (D.Lgs. 30-6 2003, n.196), Guido Alferj

Pescante e il Cio un italiano al potere

In Italia da Nord a Sud è guerra per i Giochi del 2020

di FILOMENA LA TORRE

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enezia, Roma, Palermo, Bari e forse Milano: è l'Italia dei cinque che si è messa in corsa per salire sul podio e in questo caso si gareggia per ottenere la candidatura ai Giochi estivi del 2020. Il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale (Coni), Gianni Petrucci, dopo giorni di dubbi, ha però, deciso di fare chiarezza, di rimettere ordine alla questione, frenando l'entusiasmo e la speranza di comu-

ni e regioni intere. Petrucci ha infatti presentato un decalogo , nel quale ha elencato quelle che sarebbero le caratteristiche fondamentali per individuare la città candidata. Una lista di dieci punti che dovrebbero evitare, per dirla con le parole di Petrucci, che "si sfornino candidature come pizze". Stando al contenuto di tale documento risulterebbero solo due le candidature ufficiali, quelle studiate per bene dai sindaci Gianni Alemanno e Massimo Cacciari, ossia quelle di Roma e Venezia. A questo punto la domanda nasce spontanea: che fine hanno fatto le altre due (Bari e Palermo)? E Milano? Ma qual è la procedura per inoltrare la candidatura se al punto due di tale decalogo Petrucci scrive: "È fatto assoluto divieto di definirsi

"Città richiedente" ( applicant City) finquando il Comitato olimpico nazionale non ha approvato tale richiesta". Ma allora, signor Presidente preferisce che ci si definisca città intenzionata? Ma perché le grandi manifestazioni sportive non possono essere celebrate al Sud? Perché non provare a spostare il centro per una volta al meridione? Si sente parlare spesso di difficoltà del Mezzogiorno delle enormi differenze tra Nord e Sud, ebbene questa potrebbe rappresentare una grande opportunità, una possibilità di sviluppo non solo per le singole città ma per regioni intere. Dopo l'esordio di Rio de Janeiro, destinata ad ospitare le Olimpiadi del 2016, perché non puntare su Palermo o su Bari?


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Primarie. Tre milioni di elettori a seggi e gazebo. Una dimostrazione di fiducia, a prova di divisioni

L’eretico Ugo Magri e la terza via del Pci di ROBERTO ANSELMI

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Pierluigi

Democratico di GIANLUCA GALOTTA

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essuna sorpresa. Le primarie del Pd scivolano via senza sussulti, in perfetto stile "bersaniano": come previsto il nuovo leader è Pier Luigi Bersani che ha conquistato il 53% dei voti. Dario Franceschini, non è riuscito nel "colpaccio" di ribaltare il voto degli iscritti nei congressi di circolo. Al segretario uscente è andato "solo" il 34% delle preferenze. Se per Bersani e Franceschini le percentuali ottenute nelle primarie rispecchiano, a grandi linee, quelle ottenute tra gli iscritti, Ignazio Marino ha ampliato i suoi consensi passando dall'8% al 12%. Ma la vera sorpresa è stata la partecipazione che si è attestata intorno ai 3 milioni. Il successo è fuori discussione: basti pensare che si era fissato a quota 2 milioni l'obiettivo da raggiungere. Il rischio che i simpatizzanti del Pd disertassero circoli e gazebo era concreto visto che nel 2005 e nel 2007 la novità della consultazione popolare era stata rapidamente dissipata da divisioni e personalismi. Quattro anni fa Romano Prodi era stato incoronato da più di quattro milioni di persone leader del centrosinistra salvo poi naufragare,

Ignazio Marino

Dario Franceschini

una volta vinte le elezioni contro Berlusconi, tra mille discussioni e veti. Nel 2007, invece, 3 milioni e mezzo di cittadini avevano eletto Walter Veltroni primo segretario del Pd con ben il 76% dei voti. Un grande patrimonio di entusiasmo andato però smarrito appena 14 mesi dopo con le dimissioni dell'ex sindaco di Roma, vittima dell'ennesima guerra fratricida. Nonostante tutto ciò la pazienza del popolo democratico ha retto: "solo" 500mila votanti in meno rispetto a due anni fa. In sostanza i simpatizzanti del Pd hanno deciso di dare un'altra chance al progetto democratico e ai loro leader. La classe dirigente del partito sarà in grado, questa volta, di non far evaporare con

le solite divisioni questa ripetuta prova di fiducia? Dalle prime dichiarazioni post primarie, eccetto quelle del partente Francesco Rutelli, sembra di sì. Bersani ha teso la mano agli sconfitti: "Non ho mai creduto al partito di un uomo solo. Farò il possibile perché a dirigere il Pd sia un collettivo di protagonisti". Franceschini ha assicurato di voler servire il Pd "come parlamentare e nel modo che sembrerà più utile". Anche Marino ha mostrato uno spirito costruttivo dicendosi sicuro che "i miei temi su laicità ed etica faranno parte del dna del partito". Insomma le premesse ci sono. Dopotutto tradire un'altra volta milioni di persone sarebbe davvero pericoloso.

oteva essere un'altra storia. Vent'anni fa, la sinistra italiana poteva andare da un'altra parte. Ne è convinto Lucio Magri che nel suo ultimo libro, "Il sarto di Ulm", ripercorre la storia della sua vita da anomalo del Pci e quella, parallela, del più grande partito della sinistra italiana del dopoguerra. Il sarto di Ulm è un apologo di Bertold Brecht ripreso da Pietro Ingrao quando si iniziò a parlare del cambio di nome del partito. È la storia di un sarto che, nel tardo '500, era convinto di aver inventato un apparecchio che permetteva di volare. Lo aveva mostrato al suo vescovo dicendogli: "Eccolo, posso volare." Ma il vescovo ("Non sono che bugie, non è un uccello, uomo: mai l'uomo volerà"), lo aveva portato sulla finestra più alta del palazzo e lo aveva invitato a lanciarsi. Il sarto finì schiacciato sul marciapiede. Un apologo ottimistico in fin dei conti perché se il povero artigiano si spappolò al suolo, nei secoli l'uomo riuscirà a volare. Anni '90. Mentre le bancarelle si andavano riempiendo di intere collane einaudiane e di edizioni complete delle opere di Marx con copertina rigida, l'atteggiamento prevalente tra gli ex compagni oscillava tra la rimozione e l'abiura. Uno strappo. Una discontinuità progressiva, un perdersi a poco a poco senza avere il coraggio, da un lato, di abbracciare fin da subito e senza tentenna-

menti la linea delle socialdemocrazie europee; dall'altro di continuare sulla scia tracciata dal Berlinguer del dopo-compromesso storico e della questione morale. Se l'ipotesi di un Pci spostato più a destra, verso Craxi, è vecchia di almeno venti anni e Occhetto ancora oggi, nel ricordare '89 e dintorni, riporta le critiche a quella scelta di compromesso che porterà alla nascita del Pds, l'idea di un partito diverso, libero dai condizionamenti di oltre cortina, e "più a sinistra" è una nuova e suggestiva ipotesi che emerge dalle pagine di Magri. Una formazione politica con altri pantheon di alleanze, con altri modelli culturali e sociali sullo stile di quella che sarebbe stata Rifondazione Comunista, ma senza la matrice elitarista che caratterizzerà la creatura di Cossutta, Garavini e, dopo, soprattutto Bertinotti. La storia di un volo mancato, insomma. Ma chissà che in futuro, la sinistra italiana non impari davvero a volare.

I voti annullano L’unica schierata è la Litizzetto. Pro Bersani anche Alemanno e Storace il Lodo Scalfari Pd/2, finita l’epoca degli appelli pre-voto S

di VALENTINA ANTONIOLI

Ed ecco allora che il decano del giornalismo italiano, come ersani leader senza ballot- aveva già fatto Franco Marini, taggio con il voto popola- propone il suo lodo per sconre del 25 ottobre. Tre milioni giurare il rischio che l'Assemalle urne: chiamati ai gazebo blea ribalti il voto popolare, iscritti ed elettori. proponendo ai candidati di riLa maggioranza poteva essere conoscere la leadership a quelrelativa per uno dei tre candi- lo che avrà ottenuto più voti. dati, invece con Un patto squiil 52% dei consitamente polisensi l'ex minitico e una distro Pier Luigi versa interpreBersani ha contazione dello quistato la sestatuto, più greteria del Pd volte criticato, e il Lodo "Scalperché allarga fari", che inil potere del combeva sulle Eugenio Scalfari terzo arrivato, primarie è sfumato, superato sconfessando la volontà degli dai numeri. elettori. In sostanza, Eugenio Scalari Sia Franceschini che Bersani dalle pagine di Repubblica, avevano accettato il gentleman chiedeva di accorciare il con- agreement, mentre Marino gresso democratico tagliando non ci stava, rifiutando sdeil terzo tempo: quello in cui la gnato quella che ha definito un partita si gioca a ballottaggio esempio di "politica di Palaztra due, e i delegati del terzo zo" Insomma, Ignazio respinclassificato fanno da ago della ge al mittente l'invito a riconobilancia. scere vincitore chi raccolga un Lo Statuto del Pd prevede, in- voto in più alle primarie, anfatti, che il segretario sia eletto nunciando che lui avrebbe corse ottiene almeno il 51% più so seguendo le regole accettate uno dei voti, ma se così non fin dall'inizio e che non si posfosse è previsto un ballottag- sono tradire a metà strada. gio nell'Assemblea nazionale, "Vado fino in fondo e non fac(il parlamentino eletto con le cio accordi con nessuno. Per primarie), che dunque sarà me vale un'unica regola: vinca composta in proporzione ai il migliore" aveva dichiarato voti presi dai tre candidati. prima del voto.

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Luciana Litizzetto

Gianni Alemanno

ucculenti queste primarie? A sentire il fronte dei vip, sembrerebbe di no. Intellettuali e personaggi dello spettacolo si sono un po’ disaffezionati. Questo turno di elezioni del Segretario Pd non li ha certo entusiasmati come era successo due anni fa con Walter Veltroni. A suo tempo, si erano schierati attori come Marco Messeri e Daniela Poggi, architetti come Renzo Piano, luminari come Umberto Veronesi, premi Nobel come Rita Levi Montalcini e calciatori come Massimo Mauro. Questa volta non è andata così. Forse perchè è finita l’epoca del Pd I, forse perchè i tre candidati non sono maghi nell’arte di catalizzare schiere di intellettuali come era il loro predecessore. Sta di fatto che le primarie versione II chiudono la tradizione degli appelli pre-voto tradizionalmente adottata dal Pci. «Bisogna farla finita con le dichiarazioni di intellettuali, utitlizzati per un giorno

e poi accantonati», aveva riflettuto Bersani a tre giorni dalla votazione. E allora l’unica a schierarsi rimaneva Luciana Litizzetto. «Marino mi ha fatto una buona impressione - dichiarava la comica - ma alla fine scelgo Bersani». Corteggiatissimo, Roberto Saviano si sfilava e si limitava a un generico appello al voto. E se Di Pietro non entrava nel merito della questione perchè «all’Idv spetta il rispetto verso il momento congressuale del Pd», dal Pdl arrivano timidi apprezzamenti. Il Sindaco di Roma Gianni Alemanno si era esperesso ai microfoni di radio Rai: «In termini di valori preferisco Franceschini, ma in termini di persona con cui parlare, sicuramente Bersani». Prima di lui, Francesco Storace, leader della Destra, annunciava la sua presenza ai seggi e si dichiarava per il piacentino. La Dea Bendata sa se a portagli bene sia stata la comica o il politico. Si accettano scommesse. G.F.

Estate all’italiana tra bolle e banane di GRETA FILIPPINI

«P

osso farti una domanda?». «No, no, per favore, fammene almeno dieci. Dieci domande». Escort, non export, crollato del 30 per cento nell’anno della crisi. Escort, non Escort, la macchina prodotta in quattro serie dalla Ford dal 1968 al 2000. Se dici “Papi” non ti rispondono “Chiulo”, emulando la canzone raeggeton di Lorna (sottotitolo “Te traigo el Mmmm). “Non sono un santo” è la giustificazione più in voga per una marachella. Tra party di palazzo a base di sesso e coca, e peccatucci di direttori di giornali (in prima pagina per stalking o per aver evaso le tasse). E per finire, un occhiata alla moda: attenzione al colore dei

calzini. Ingredienti della politica gossippara. L’ABC terminologico dell’estate 2009. Il risultato? Il dibattito viaggia da un’altra parte rispetto alla vita reale. I politici sembrano personaggi di una fiction girata male. All’estero continuiamo a perdere credibilità, mentre nella Repubblica delle Banane ormai si scandalizzano solo in pochi. Banane o bolle, come scrive Curzio Maltese. «Chi vive dentro una bolla - spiega si sente leggero, avvolto protetto come un bambino in un mondo pieno di colori, dove sono scomparse le faccende complesse e noiose». Comunque sia, “Viva l’Italia! E meno male che...”. «Scusa, e queste dieci domande?»


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PERISCOPIO

Da Praga a Varsavia 9 Novembre 1989: Berlino torna ad essere una Ecco il “mondo nuovo”

L’Europa vent’an

di ALESSANDRO PROIETTI CRISTOFORO SPINELLA

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opo il 1989, la geopolitica dell’Europa subisce una vera rivoluzione. Da Praga a Varsavia, passando per Budapest e Belgrado, le mappe cambiano radicalmente. Ecco come. Cecoslovacchia Prima ancora del 1989, è la “Primavera di Praga” del 1968 ad aprire la strada alla scissione tra Repubblica Ceca e Slovacchia. Quella rivolta verrà repressa dai carri armati, ma la protesta di Jan Palach, che il 16 gennaio 1969 si dà fuoco al centro di piazza San Venceslao, servirà ad aprire gli occhi del mondo. Albania Il regime del terrore di Enver Hoxha termina solo con la sua morte, nel 1985. L’Albania che lascia è un Paese economicamente in ginocchio e politicamente isolazionista sin dal 1961, quando rompe con l’Urss e si allea con la Cina di Mao. La svolta arriva nel 1992, quando a vincere le prime elezioni libere sono i democratici di Berisha. Jugoslavia Slovenia, Croazia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e adesso anche il Kosovo. Dopo mezzo secolo di socialismo e decine di migliaia di morti in una delle più sanguinose guerre civili del Novecento, è questo ciò che resta della “Grande Jugoslavia” di Tito. Germania est Frontiera occidentale del blocco

ccomunista, la Repubblica Democratica Tedesca - coi tre quarti di Berlino al di qua del muro è il simbolo della guerra fredda alle porte dell’Occidente. Nata dal secondo conflitto mondiale, scompare solo nel 1990 ma la sua eredità sembra già roba da vintage, soprattutto da quando Angela Merkel, un’ex ragazza dell’Est, è diventata cancelliera della Germania unita. Polonia La storia di questo Stato satellite dell’Unione Sovietica cambia con la formazione nel 1980 del sindacato indipendente dei lavoratori Solidarnosc, appoggiata dallo stato Vaticano e dalle forze occidentali. Nel 1989 i comunisti perdono le elezioni e l’anno seguente Lech Walesa diventa il primo presidente eletto. Dal 2004 fa parte dell’Unione Europea. Ungheria Ufficialmente nel Patto di Varsavia fino al 1989, l’Ungheria comincia a smantellare la “Cortina di Ferro” causando l’esodo di migliaia di tedeschi della Ddr e quindi la caduta del Muro. Nell’Ue dal 2004. Romania Dopo la dittatura di Ceaucescu, iniziata nel 1965, la transizione democratica comincia con la rivoluzione popolare del 1989. Dal 2007 nell’Ue. Bulgaria Il Partito Comunista Bulgaro, al potere dal 1944 al 1989, cambia il proprio nome in Partito Socialista e attualmente fa parte della coalizione di governo. Dal 2007 è membro dell’Ue.

Dalla scissione cecoslovacca alla riunione tedesca tutto è cambiato

di ILARIA COSTANTINI

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e ultime indiscrezioni sulla caduta del muro di Berlino raccontano che nell'autunno del 1989 l'Ovest non era preparato alla fine della guerra fredda. Che eminenti leader europei, da Margaret Thatcher, a Francois Mitterrand fino al nostro Giulio Andreotti, si mossero nei mesi immediatamente precedenti per tentare di scongiurare la riunificazione tedesca. Il confine che da ventotto anni divideva l'Europa era oramai diventata una barriera psicologica. A poche settimane dal ventennale del crollo di Berlino, il Foreign Office britannico ha reso pubblici cinquecento documenti inediti che raccontano i retroscena di un momento vissuto con

ansia ed apprensione dai vicini europei. Gli stessi che di lì a poco avrebbero applaudito quell'evento come la sconfitta del dispotismo comunista. Si scopre così che mentre i tedeschi dell'est invadevano le piazze per chiedere libertà e democrazia, parte della diplomazia occidentale si mobilitava per bloccare il progetto di una grande Germania. "In questa storia ci sono solo due eroi: i tedeschi e i russi" ha detto di recente Mikhail Gorbaciov in un'intervista rilasciata a Repubblica. Parole da cui trapela l'orgoglio dell'ex segretario del Pcus che rese di fatto possibile la transizione dei paesi satelliti dell'Urss verso regimi democratici. "Erano tutti ferocemente contrari - ricorda Gorbaciov - Avevano paura. Volevano fermare i tedeschi e tutti ritenevano che a

Gorbaciov: «Erano tutti ferocemente contrari. Avevano paura»

La scompars

Milioni di persone in fuga dalla miseria cercando un futuro diverso

Le tante facce dell’esodo da Est

Ceausescu, Tito, Milosevic, Zivko di MARTINA ALBERTAZZI

di SIRIO VALENT

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el giro di 18 mesi dopo l'abbattimento del muro di Berlino, un milione e mezzo di persone passò le frontiere dall'Est all'ovest. Un esodo che crebbe ancora dopo il 1992, con l'afflusso di quasi 3 milioni di immigrati dai Balcani. Questa grande massa di genti diverse, spinta dalla miseria di un'economia centralizzata allo sbando, si riversò soprattutto in Germania e in Italia: migliaia di uomini e donne partiti alla ricerca di un lavoro, per costruirsi una nuova vita, o mantenere a distanza la famiglia. Le statistiche ci dicono che oggi l'Italia ospita da sola 2 milioni di immigrati dall'Est Europa, che i romeni sono il gruppo più consistente, con quasi 800mila componenti, seguiti da albanesi , ucraini e polacchi: e anche che Roma e Milano contano le più grandi comunità straniere d'Europa. Ma più delle statistiche, conta capire chi sono queste persone, cosa le ha spinte ad emigrare, che cosa cercano davvero. I primi ad arrivare sono stati i “cervelli”, fatto logico ma spesso poco noto: intellettuali e membri della burocrazia che per primi si videro privati di un ruolo e di uno stipendio. Avevano anche

farlo dovessimo essere i suoi carri armati". M Cecoslavacchia e Ungh cato la strada delle rifo che. E i tedeschi della R dell'immobilismo di Er nessuna intenzione di Nell'estate che precede tadini dell'Est avevano lovacchi e ungheresi pe basciate e ai consolati Chiedevano asilo alla l finì per accoglierli. Le f 9 novembre 1989: nei d qualcosa come tre milio no per la prima volta in sticato. Di questo esod discussi protagonisti, u

Muro di Berlino

più carte in mano per poter partire: la conoscenza di una lingua straniera, dei soldi da parte, conoscenze. Poi, con il rapido tracollo dell'economia centralizzata, fuggirono anche impiegati, operai, contadini, muovendosi spesso alla cieca e affidandosi a filiere di migrazione clandestina. Un viaggio travagliato, che per molti e molte è finito ai margini della società: chi costretto nella clandestinità e nella malavita, chi sfruttato in nero nelle fabbriche o nei campi del nostro paese. Ma anche chi si integra, vive la propria condizione diversamente. C'è chi lavora stabilmente inviando denaro alla propria famiglia, sognando il momento del ritorno a casa, carico dei trofei dell'Eldora-

do, sofferto ma conquistato. Alcuni sono quasi migranti pendolari, stagionali, due o tre volte all'anno fanno avanti e indietro dal paese di origine per lavori temporanei. Come le donne ucraine, impiegate per lo più come collaboratrici domestiche. Ma c'è anche chi non pensa di tornare in patria: un po' come per gli studenti che vanno in viaggi di studio all'estero e finiscono per stabilirvisi. Lo dimostra anche l'incremento delle nascite da famiglie immigrate, e il crescente numero di studenti “ex migranti” che si iscrivono ad università italiane. Un dato che fa riflettere, e che fa scolorare un po' l'aggettivo “straniero” addossato a queste persone.

989: Cade il Muro di Berlino e insieme si sgretolano anche le dittature comuniste che hanno caratterizzato la storia europea durante e dopo il secondo conflitto mondiale. Prima il Nazismo, che portò allo sterminio di sei milioni di ebrei e alla morte di migliaia dei nemici di Hitler nei campi di concentramento, rappresentò l'episodio centrale della crisi della democrazie nel continente. La sconfitta del Terzo Reich lasciò spazio all'affermarsi dei regimi socialisti, primo fra tutti quello di Josif Stalin. Dalla fine degli Anni Venti, Stalin governò nell'Unione Sovietica, appoggiato da un imponente apparato burocratico e poliziesco, ma anche da un forte consenso popolare. Il dittatore, impose la dottrina marxista-leninista . Ogni aspetto della vita culturale e sociale, dal cinema alla letteratura, assunse una funzione di propaganda nei confronti del regime. Attraverso le cosiddette "purghe staliniane", il dittatore eliminò 35mila ufficiali dell' Armata Rossa. Tra il 1937 e il 1938, 700mila oppositori del regime vennero condannati ai lavori forzati e spediti nei

gulag. Nel 1949 St rie in politica este paesi dell'Europa posizione del mo ro così i "satelliti" usciti a stento dal nia del Fuehrer, c comunista, che si nel 1989. La diss vietici avvenne in fico in quasi tutt Bulgaria, il passag dor Zivkov, durat un governo demo nel resto del mon kov non impose m sonalità - fece dist ta in suo onore dinastiche, affidan importanti. In Romania, inve to il controllo di N ne del regime si v gimento di sangu totalitari dell'Asia, di Kim Il Sung a Ceausescu, si at "Condottiero" o quegli anni la Ro


PERISCOPIO

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a sola città. Est e Ovest allo specchio della storia

nni dopo il Muro E se non fosse crollato? Scudo spaziale e DC: fantapolitica sulla Cortina di Ferro di EMILIO FABIO TORSELLO

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e il muro di Berlino non fosse caduto, sarebbe stato impensabile parlare di Europa nei termini in cui oggi la conosciamo. Condizione necessaria di questa cupa prospettiva sarebbe stato un incidente, un attentato, una di quelle stranezze di cui è costellata la storia della Russia e di cui sarebbe dovuto restare vittima l'ex presidente Michail Gorbacev. La sua morte avrebbe eliminato qualsiasi prospettiva di sviluppo alla politica della Perestroika e adesso sarebbero fantapolitica sia il Trattato di Lisbona sia quello di Schengen sulla "libera circolazione". Utopie politiche che si sarebbero scontrate con la realtà soffocante del filo spinato tedesco. Sarebbero invece una drammatica realtà progetti come quello dello scudo spaziale, velocemente accantonato dall'amministrazione Obama dopo la sconfitta dei Repubblicani alle ultime presidenziali negli Stati Uniti. Ci sarebbe stato uno scudo spaziale proprio in Germania Ovest, gestito dalla Nato. L'Europa, inoltre, sarebbe diventa il ricettacolo e magazzino di ogni sorta di deterrente bellico e avrebbe avuto un ruolo centrale all'interno della politica e dello scacchiere internazionale. Insieme ai Paesi dell'Alleanza Atlantca, anche il Mediterraneo avrebbe mantenuto un ruolo centrale, cerniera tra i Paesi del Medio Oriente vicini alla Russia e le potenze occidentali che l'avrebbero pattugliato senza sosta. Nel

noi, l'Unione Sovietica con Ma era troppo tardi. Polonia, heria avevano ormai imbocorme politiche ed economiRdt, a dispetto dalla miopia e rich Honecker, non avevano perdere il treno della storia. ette il crollo, centinaia di citattraversato i confini cecoser istallarsi di fronte alle amdella Repubblica Federale. oro patria democratica, che rontiere di Berlino cadono il due fine settimana successivi oni di persone si affaccerann quell'Ovest a lungo fantao, di cui i giovani furono inna delle più famose scrittrici

nostro Paese, infine, non è impossibile ipotizzare altri delitti sulla falsariga del "Caso Moro", che avrebbero visto protagonisti politici favorevoli all'apertura a sinistra. La Democrazia Cristiana, di contro, avrebbe avuto ancora lunga-vita, sostenuta e mantenuta al governo anche da reti di potere occulte, chiamate a manovrare e manipolare opinione pubblica ed elettorato a favore dell'Alleanza Atlantica. I governi monocolore, basati sull'astensione e frutto di accordi sottobanco, si sarebbero perpetuati negli anni mentre il terrorismo rosso, alla lunga, sarebbe divenuto uno strumento per indirizzare ulteriormente la cittadinanza contro la prospettiva comunista. In Russia, personaggi legati ai Servizi segreti avrebbero invece rapidamente fatto strada, in nome della necessità di consolidare un ordine sociale e politico incrollabile, capace di rispondere compatto alle pressioni statunitensi. Presidenti come Vladimir Putin, sarebbero comparsi sulla scena politica molto prima di quanto non abbiano fatto e le violenze viste in Cecenia o la repressione nei confronti di alcuni esponenti dell'opposizione sarebbero probabilmente stati molto più incisivi e pesanti di quanto già è stato visto. L'intero sistema internazionale, infine, avrebbe visto la fedele vicinanza dell'alleato cinese che - forte della sua potenza demografica - avrebbe ulteriormente contribuito alla creazione di un arsenale bellico capace di rispondere all'avanzare della tecnologia militare occidentale.

della Rdt, Crista Wolf dirà: "Avevano tutto. Tutto tranne che poter affinare la propria coscienza critica confrontando punti di vista". Vent'anni non sono molti per i tempi della storia. Ma la fine dei regimi comunisti europei con il dissolvimento dell'equilibrio bipolare, ha impresso un'insospettabile accelerazione agli eventi che hanno interessato - e spesso travolto - il Vecchio Continente in questi due decenni. Se nel 1989 l'Europa contava 26.000 chilometri di confini, nel 1994 erano diventati 40.200. E questo solo per avere un'idea dello stravolgimento geopolitico innescato dal risveglio dei nazionalismi, sopiti ma non dissolti sotto il peso della cortina di ferro. Ma altrettanto stupefatti lascia il ritmo di sviluppo economi-

co e sociale sostenuto da paesi come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Entrati a far parte dell'Unione Europea così come le repubbliche baltiche fuoriuscite dall'Urss e gli stati nati sulle ceneri della ex Jugoslavia. Certo il muro rappresenta ancora oggi una cicatrice profonda, per molti tedeschi ancora non del tutto rimarginata. Ma le poche spoglie sopravvissute allo smantellamento (e al business della vendita pezzo a pezzo) sono diventate nel frattempo una delle mete più attraenti per il turismo europeo. Un monumento alla riunificazione del continente. Uno dei simboli più potenti e più suggestivi intorno al quale far crescere il senso di una comune identità europea.

Andreotti: «Amo talmente la Germania che preferisco averne due»

ov: i figli di Stalin che volevano cambiare il mondo

ce, da quindici anni sotNicolae Ceausescu, la fiverificò con molto spare. Estimatore dei regimi , da quello nord coreano a quello cinese di Mao, tribuì appellativi come "Genio dei Carpazi". In mania divenne il quarto

produttore europeo di armi e assunse un ruolo fondamentale nel dialogo tra Olp ed Israele in Medio Oriente. Tuttavia le condizioni all'interno del paese divennero sempre più precarie: l' inflazione arrivò alle stelle e la popolazione soffrì la fame per anni.. Il 21 dicembre 1989, la rivolta partita dalle campagne si riversò anche nelle strade di Bucarest. La caduta del dittatore fu rapida. Dopo un processo lampo, fu giustiziato con la moglie Elena il giorno di Natale. In Jugoslavia, dopo la seconda guerra mondiale, il generale Tito salì al potere. Dopo aver organizzato un movimento di resistenza jugoslava antifascista, il dittatore fu responsabile della morte di centinaia di oppositori, nonché del "massacro delle foibe" - nel quale persero la vita migliaia di italiani del Venezia Giulia e della Dalmazia - e della conseguente diaspora dei sopravvissuti. Con la morte di Tito coincide l'ascesa politica di Slobodan Milosevic alla fine degli Anni Ottanta. Dopo essere diventato presidente della Serbia, appoggiato dall'opinione pubblica, il dittatore mise in atto una politica panserba, che portò al massacro di centinaia di migliaia di cittadini musulmani in Croazia, Bosnia Herzegovina e Kosovo.

Ronald Reagan e Michail Gorbaciov

di PAOLO RIBICHINI

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hissà se George Orwell, mentre scriveva il suo famoso libro “1984”, avrebbe mai immaginato che a scardinare il socialismo mondiale sarebbe arrivato un attore, direttamente da Hollywood. Ronald Reagan, noto negli anni cinquanta per una serie di film western, melodrammi e polizieschi, è stato il presidente degli Stati Uniti proprio in uno dei momenti più delicati della storia dell'umanità ed uno dei protagonisti della transizione verso un mondo senza più blocchi, insieme a Giovanni Paolo II e Michail Gorbaciov. La carriera politica di Reagan era iniziata ad Hollywood nel sindacato degli attori. Attraverso le sue spiccate doti di comunicatore, si era fatto spazio all'interno del partito repubblicano, divenendo nel 1966 il governatore della California. In seguito si candidò tre volte alla Casa Bianca ma senza successo. Solo nel 1980 riuscì a realizzare il suo sogno, sconfiggendo Jimmy Carter. La sua politica estera fu piuttosto aggressiva nelle Americhe dove arrestò l'avanzata comunista e bombardò la Libia per combattere l'avanzata del terrorismo. Pur essendo un falco riuscì ad avviare un dialogo con l'Urss, definita in precedenza "l'Impero del Male". Storico il suo urlo ai piedi del muro "Gorbaciov, abbattilo!". E quel grido il leader sovietico lo ascoltò. Formatosi nell'associazione giovanile Komsomol, nel 1979 Mikchail Gorbaciov entrò a far parte del Politburo del comitato centrale del partito comunista

sovietico. Nel 1985, alla morte di Konstantin ?ernenko, Gorbaciov, all'età di 54 anni, venne eletto Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito, la carica più alta nel partito e nel Paese. La sua elezione rivoluzionò l'Unione Sovietica. Attraverso la Glasnost (trasparenza), la Perestrojka (ristrutturazione) porterà l'Urss a chiudere il confronto ideologico e militare con gli Usa e quindi alla fine della Guerra Fredda, arrestando la corsa agli armamenti tra i due blocchi e cancellando lo spettro di un conflitto atomico. Gorbaciov cercò di diffondere in tutto il blocco orientale le sue idee riformatrici. In alcuni paesi furono accolte, mentre in altri come in Germania dell'Est, trovò molte resistenze da parte della dirigenza politica guidata dal presidente della Sed (partito socialista tedesco), Erich Honecker.Ma, se la dirigenza tedesco-orientale pensava di poter rimanere al potere per decenni, le idee entravano rapidamente nella società e il sogno di una unificazione democratica delle due Germanie divenne presto realtà. Un altro protagonista fondamentale nel processo che portò alla caduta del Muro di Berlino fu certamente Giovanni Paolo II. Il primo pontefice polacco, sin dalla sua elezione si batté per liberare dal giogo comunista il proprio paese. Smuovendo il cuore dei polacchi, avviò nei primi anni ottanta un processo di democratizzazione condotto attraverso il sindacato Solidarnosc guidato da Lech Wa??sa che svolse un ruolo da volano tra i paesi del Patto di Varsavia.

Dalla Palestina al Messico: così si separano i popoli

a dei grandi dittatori

talin incassò le sue vittoera, con l'annessione dei dell'Est all'Urss e l'imdello sovietico. Nacquedi Mosca. Questi paesi, l controllo della Germacaddero nel cupo regime i sarebbe concluso solo soluzione dei regimi somodo più o meno paciti i paesi "satellite". In ggio dalla dittatura di Tota trentacinque anni, ad ocratico ebbe scarsa eco do. Di umili origini, Zivmai il culto della sua pertruggere una statua eretma cedette a tentazioni ndo ai figli ruoli politici

Ronald e Michail attori del cambiamento

Le barriere non finiscono mai di ANDREA TORNESE

«A

Milosevic

Tito

Ceausescu

bbattere i muri che dividono i popoli e le razze». Ultimo a ripetere questo monito era stato, il 24 luglio 2008, Barack Obama. A Berlino, sulle orme del "berliner" John Fitzgerald Kennedy, l'allora candidato democratico alla presidenza Usa ha ripetuto l'auspicio di eliminare le divisioni e costruire ponti. «Berlinesi e popolo del mondo, la strada in avanti sarà lenta ma dobbiamo procedere verso il nostro futuro». Preso atto della lentezza di questo processo, Obama ha voluto dare, a distanza di poco più di un anno, un segnale concreto: abbandonare il progetto dello scudo antimissili voluto da George Bush. Quel sistema di difesa che, caduto il muro di Berlino, avrebbe di fatto mantenuto viva la contrapposizione tra i due blocchi, che sarebbero tornati ad essere divisi dalla moderna “cortina di ferro” spaziale. Obama ora punta su un “nuovo approccio”, senza basi fisse in Polonia e Repubblica Ceca, che tenga conto della minaccia nucleare iraniana, ma che riduca le tensioni con Mosca. Un significativo passo in avanti, all'ombra di un muro, l’ultimo della Guerra fredda, che ancora persiste: la linea, definita alla fina della Guerra di Corea, nel 1953, che separa il Nord ed il Sud della penisola coreana lungo il 38° parallelo. Si sviluppa per 246 chilometri, divide 122 villaggi, 240 strade, ferrovie, fiumi e milioni di famiglie. A controllare il confine di filo spinato e disseminato di mine, ci sono oltre mille posti di guardia, con circa 2 milioni di soldati - fra cui decine di migliaia americani - missili, armamenti convenzionali e nucleari.

Il muro fra Usa e Messico

Altri muri, poi, sono stati costruiti, nell'intenzione di chi li ha voluti, non per separare ma per 'proteggere'. In Medio Oriente, la barriera di separazione costruita da Israele a ridosso della 'Linea verde'. Iniziata a costruire nel 2003 è, secondo il governo di Ariel Sharon di allora, non un confine geo-politico ma una misura contro gli attentati terroristici. Chiamato dai palestinesi “il Muro dell'apartheid” è stato condannato anche da Giovanni Paolo II secondo il quale "non di muri ha bisogno la Terra Santa ma di ponti". In Africa, un imponente “muro di sabbia” si estende per oltre duemila chilometri a nord dell'ex Sahara spagnolo. Iniziato a costruire nel 1981, ha l'obiettivo - secondo re Hassan del Marocco - di bloccare incursioni degli indipendentisti sahrawi del Fronte Polisario . Nello stesso Paese nord africano, due barriere di filo spinato sono stati costruiti per bloccare l'immigrazione dal Marocco nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla. E infine in America, a nord di Tijuana, lungo il confine fra Stati Uniti e Messico, è stato costruito nel 1998 un muro metallico lungo oltre venti chilometri e alto fino a cinque per contrastare l'infiltrazione di clandestini messicani in cerca di fortuna negli Usa.


PERISCOPIO

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Molti attori italiani e alcune star internazionali per l’evento della Capitale. 600mila cinefili contro la crisi

Tante stelle nel cielo di Roma

George e Eli vera storia o bluff ?

FEDERICA VENEZIA

AIDA ANTONELLI

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anche quest’anno è fatta. Il Festival Internazionale del Film di Roma, fiore all'occhiello delle tante attività culturali della Capitale, ha spento ben quattro candeline. Una edizione baciata dalla presenza di alcuni nomi altisonanti, quest’ultimi in grado di rubare la scena a una programmazione certamente ricca, ma che invero mette in luce le “ombre” di una creatività in pericolo da ormai troppo tempo. Avevamo indicato il danese “Brotherhood” di Nicolo Donato come il vincitore della rassegna, e “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti come il miglior film secondo il pubblico: la premiazione ha confermato le impressioni della vigilia, assegnando inoltre i premi per le migliori interpretazioni a Sergio Castellitto ed Helen Mirren. Da ricordare che “Last Ride” ha vinto il Marc’Aurelio d’Argento per la categoria Alice nella Città sotto i 12 anni, mentre, nella stessa sezione ma sopra i 12 anni, il vincitore è stato il film che rappresenterà l'Olanda nella corsa agli Oscar: “Winter in Wartime”. Il miglior documentario della sezione L’Altro Cinema/Extra è “Sons of Cuba”. Ma gli applausi più calorosi sono andati alla vera star del Festival, Meryl Streep, accolta da una standing ovation all’interno della sala Sinopoli, quasi a voler confermare l’interesse degli italiani nei confronti del cinema a stelle e strisce. L’attrice statunitense, vincitrice del prestigioso Marc’Aurelio d’oro alla carriera, ha presentato il nuovo film

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Meryl Streep (foto: A. Antonelli)

“Julie & Julia”, che ha ufficialmente concluso la manifestazione. Difficile trarre un bilancio definitivo: indubbiamente, ogni anno il red carpet accende la curiosità dei presenti. George Clooney e Al Pacino, Maya Sansa e Asia Argento, ancora la straordinaria Margherita Buy (protagonista de “Lo spazio bianco”), Stefania e Amanda Sandrelli; queste sono solo alcune delle stelle di celluloide che hanno calcato il tappeto rosso dell'Auditorium. Tuttavia, ciò non basta a tenere celati i problemi di cui si è accennato poc’anzi, e ai quali si aggiunge una preoccupante crisi economica che investe, già

da un po’, anche gli stabilimenti di Cinecittà. Difatti, gli studios in via Tuscolana stanno vivendo uno dei periodi più bui della loro storia: «Sono a rischio centinaia di posti di lavoro - dicono Cgil, Cisl e Uil - in un settore segnato da sempre da una fortissima precarietà». Quanto ai numeri del Festival, la spesa ammonterebbe a più di 10 milioni di euro, per un totale di 600 mila visitatori, contro i 580 mila della passata edizione. Dunque, nessuna incertezza nell’utilizzare denaro ora più che mai prezioso. Nella speranza che il cinema italiano torni ad occupare il posto che gli spetta.

l Festival del Cinema di Roma c’era anche lui, il divo più glamour del pianeta, l’attore - seduttore per antonomasia del grande schermo: George Clooney, classe 1961, che oltre a recitare è anche regista e produttore di successo, ha conquistato il red carpet romano nella serata di presentazione del film “Up in the Air” di Jason Reitman, in concorso al Festival. A sfilare al suo fianco, in splendida mise da grand soirèe, l’ormai inseparabile Elisabetta Canalis. Già, perché Eli e George sono senza dubbio la coppia mediatica dell’anno: e loro non si risparmiano, e dall’estate scorsa che ha visto sbocciare il loro amore, compaiono ovunque possano essere fotografati. Insomma, il gossip impazza. E i paparazzi li inseguono, a caccia dello scatto che li immortali intenti in tenere effusioni. Eccoli dunque sul lago di Como, sulla moto del bel George versione centauro, e qualche giorno dopo - siamo in luglio - il settimanale Chi pubblica un servizio con una serie di scatti esclusivi che ritraggono la coppia a bordo della piscina di Clooney, sempre nella magnifica dimora che l'attore possiede a Laglio. E poi la passerella a Venezia, al London Film Festival e infine, Roma. A sovrastare tutto, foto, pettegolezzi, ecc., la cortina del dubbio - mal

celato dalla stampa e dai cronisti mondani di tutto il mondo - che la love story sia una commedia organizzata ad arte per fugare ogni sospetto circa la presunta omosessualità di George Clooney. Lui non smentisce mai direttamente, piuttosto replica semi-divertito, almeno in apparenza, all’invadenza di giornalisti e reporter in cerca della confessione a tutti i costi. Poi il mistero s’infittisce, quando a prendere la parola sono i più cari amici di George, Brad Pitt e Matt Damon: Pitt a un certo punto del tormentone estivo Clooney - Canalis dice una cosa più o meno così: «Sarebbe tempo che George facesse outing, dichiarando tutto l’amore che prova per il suo compagno». Dopo pochi giorni gli fa eco Damon, durante un’intervista nel corso del Festival di Venezia nella quale gli chiedono cosa ne pensa del fidanzamento del suo amico con la velina italiana: «Sarebbe bello che George venisse a Venezia con il suo vero fidanzato»; poi smentisce tutto al Late Show di David Letterman, precisando che si trattava «solo di una battuta». Possibile che i più cari amici di Clooney si divertano alle sue spalle? Elisabetta tace e docile e sorridente continua a sfilare accanto al fascinoso divo, mentre lui glissa elegantemente e sull'argomento non torna, se non mettendosi al fianco donne bellissime da esibire in pubblico.

Aumentano i film in concorso e il numero degli spettatori, ma tanti problemi per i portatori di handicap

Ma non è un festival per tutti

ALESSIO AVERSA on è stata una rassegna per tutti. Il festival del cinema di Roma ha chiuso i battenti il 23 ottobre. La solita comparazione tra la manifestazione di Roma e quella, indiscutibilmente più prestigiosa di Venezia, questa volta ha lasciato il posto a polemiche diverse, quelle dei cittadini romani con handicap e dei loro accompagnatori. Ad accendere la miccia è stato il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ospite di Unomattina, il primo cittadino della capitale ha sottolineato l’aumento degli incassi, delle presenze e soprattutto un aumento dei film italiani proiettati. “Abbiamo radicato più sul territorio questo evento senza perdere un livello internazionale”. Dello stesso avviso la direttrice Piera Detassis che si è detta soddisfatta. «Il nostro presidente Rondi l'ha voluto chiamare festival,

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ma l’anima rimane quella di una festa dove c’è il cinema che racconta il mondo giovanile, con le sezioni extra, gli incontri col pubblico, la selezione ufficiale che deve unire glamour con la ricerca. Un festival che è sul territorio di Roma e che dirama sul mercato internazionale. Forse la sua identità è proprio questa: di sfuggire ad altre categorie. Questa sua identità non va trasformata e non va normalizzata». Le denunce di alcuni disabili tuttavia scontrano con le dichiarazioni concesse. Il Festival del cinema di Roma non è stata una manifestazione proprio per tutti. Hanno pensato agli stranieri ma non ai disabili della capitale. Almeno, non a quelli che non vedono e non sentono. Nonostante la gratuità del biglietto i sordomuti non hanno potuto vedere o ascoltare tutte le pellicole. Di più. I film in programmazione con sottotitoli in

Minacce e aggressioni Storia di un regista scomodo LO HANNO definito il Quentin Tarantino italiano. Il regista statunitense però le sparatorie e i fatti di sangue li lascia nella celluloide. Stefano Calvagna, 39 anni, regista de Il Lupo e de Il peso dell’aria, raccontochoc sull’usura, è uno dei registi più controversi del panorama cinematografico italiano. Neanche fosse un magistrato, Calvagna, ha già collezionato una serie di minacce tali da potersi fare assegnare una scorta. Nei giorni dell’uscita de Il peso dell’aria tre proiettili in una busta da lettera e minacce di morte su Facebook e sui blog. Fino alla gambizzazione fuori da un teatro. Resta un mistero l’agguato al regista dopo la proiezione del film Il lupo del 2007. La pellicola si ispira alla storia di Luciano Liboni, latitante ucciso in un conflitto

italiano, erano solo quelli in lingua straniera. Risultato? Uno straniero a Roma ha potuto seguire tutta la rassegna a suo piacimento, un cittadino romano sordo o cieco no. Si è dovuto accontentare solo dei film in lingua straniera. Gli unici previsti con i sottotitoli in italiano. Stessa amara sorte per i non vedenti. Quest’ultimi hanno potuto sentire i dialoghi ma senza l’ausilio delle cuffie Lis (quelle usate per descrivere i luoghi e le situazioni degli attori) la pellicola è diventata una semplice discussione fra due “parlanti” senza una scena che contestualizzasse le loro vicissitudini. Ironia della sorte le cuffie erano previste solo per la traduzione simultanea dei film stranieri, insomma una comodità solo per chi comprende l’inglese “fluent”. Più che un festival, più che una festa…una party per pochi intimi.

La passerella all’Auditorium del Festival

Pioggia di film in arrivo per il 2010 C

a fuoco con i carabie ne sarà per tutti gusti. nieri. Solo la sorella Una gran quantità di tiriesce a capirlo e sarà toli che faranno felici gli lei insieme ad un amispettatori cinematografici co ad aiutarlo durandella stagione che ci aspetta: te il periodo di latiun ricco carnet di proposte tanza. Il film fu critiper il grande schermo, con cato perché considefilm di ogni genere. rato troppo indulgenUno dei titoli più attesi è te con un omicida. senz’altro Capitalism: a Love Era il 18 febbraio Story , documentario del Stefano Calvagna più controverso regista sta2009, due uomini a bordo di una moto hanno atteso il tunitense, Michael Moore; distribuito regista all’esterno del teatro per poi da Mikado a partire da fine ottobre, esplodergli contro sette colpi di pi- Moore dirà la sua sulla crisi economistola di cui solo uno ha raggiunto ca mondiale. Stesso periodo di uscita Calvagna ad una gamba. Subito do- nelle sale anche per La Ragazza che Giopo l’agguato i due si sono dati alla fu- cava con il Fuoco, sequel de Uomini che ga facendo perdere le loro tracce. Odiano le Donne, trasposizione cinemaCalvagna è stato ricoverato in ospe- tografica della fortunatissima trilogia dale a Roma. al.a. letteraria Millennium di Stieg Larsson.

Novembre sarà il mese de Gli abbracci spezzati, melò intenso e tragico di Pedro Almodóvar che avrà il volto della sua musa Penélope Cruz; ma il titolo più importante è il nuovo episodio della saga di Twilight: New Moon è un successo annunciato, attesissimo dagli adolescenti di tutto il mondo. Oltre ai titoli blockbuster, non mancherà il cinema d’autore, grazie il ritorno di un maestro come Francis Ford Coppola: Tetro – titolo italiano Segreti di Famiglia – verrà distribuito dalla Bim. Consueta pioggia di titoli natalizi poi, da Amelia di Mira Nair, a Brothers di Jim Sheridan, ai classici capolavori del cinema d’animazione come l’attesissimo La Principessa e il Ranocchio, cartoon targato Disney. Bisognerà aspettare Natale 2010 invece per Raperonzolo, il film in 2D sempre della Disney, mentre per

vedere un altro episodio dell’orchetto Shrek ( Shrek – E vissero felici e contenti) bisognerà aspettare agosto prossimo. Il 2010 poi, si preannuncia ghiottissimo di titoli di grande interesse: Amabili Resti di Peter Jackson, Nottingham di Ridley Scott con Russel Crowe, Tree of Life di Terrence Malick, il musical Nine di Rob Marshall, la commedia Mine Vaganti di Ferzan Ozpeteck e Alice in Wonderland di Tim Burton, meraviglia annunciata in formato 3D. Per le fashion addicted di tutto il mondo invece, il conto alla rovescia è tutto per il secondo episodio di Sex and the City 2, distribuito come il primo dalla Warner Bros.: Carrie&co torneranno sugli schermi il 28 maggio del 2010, esattamente due anni dopo del primo capitolo cinematografico. a.ant.


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Dalle sfilate all’usato sulle bancarelle. Viaggio nello stile che incanta milioni di donne

LA CRISI DELLA MODA Fatturato 2008: - 4% Esportazioni: - 3,4% Importazioni: - 1% Saldo: 16084 mln Fonte: Camera della Moda

In questo mondo di vintage di TIZIANA MIGLIATI

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l vintage non è semplicemente usato: è icona di un passato confezionato in un abito, un cappello, un mantello o una borsa. Pezzi unici, irriproducibili nella fattura originale, che raccontano il gusto di un’epoca. Passata, perché sia vintage, da almeno vent’anni. Di moda perché fuori moda il vintage non insegue la nostalgia, ma è la frontiera di una moda che si prende gioco del tempo; mescolando vecchio e nuovo in maniera sempre diversa, fondendo gli stili in un mood personalizzato a seconda del gusto, dell’umore, dell’audacia di chi pesca

Il termine “vintage” deriva da “vendage”, vendemmia in Francia nel sacco del tempo l’annata migliore per un cappello con la veletta o una lampada liberty. La nascita del termine ‘vintage’ viene proprio dall’age du vin e per estensione vendage, vendemmia per i francesi, e come un’etichetta viene applicata ad un oggetto, e non solo un abito, che incarna, nei suoi tratti, un momento storico della moda, del costume, del design. E se ‘d’annata’ voleva dire, fino a qualche anno fa: passato, vecchio addirittura, superato dal pro-

ma non riprodurre: il valore dell’abito sta nella tecnica utilizzata per confezionarlo e nelle mani che lo hanno imbastito, nella creatività di chi lo ha ideato e nella laboriosità di chi l’ha ma attirando nei propri atelier i divi più popolari prodotto. di Hollywood. Oggi la Capitale punta sulla ricer- Il valore dell’abito sta nel tempo che gli si è ca, la sperimentazione, e la scoperta di nuovi ta- cucito addosso, nell’impronta di chi lo ha inlenti. Dal 1998 AltaRoma, che cerca di promuo- dossato prima di noi. Che sia un tubino comvere la Capitale come palcoscenico privilegiato plice di vanità esibita in una serata di gala, o un parka strappato in una manifestazione di per l’alta moda italiana accogliendo stilisti del capiazza negli anni ‘70, non siamo noi che lo inlibro di Fausto Sarli, Gattinoni dossiamo ma è lui che ci possiede, come mae Lorenzo Riva e i giovani nichini, e ci chiede, testimone di un tempo, di emergenti in fuga dalle dure raccontare la sua storia: usandolo tutti i giorni regole del business milanese. Le loro creazioni possono usufruire di una location d’eccezione: la Città Eterna con i suoi preziosi monumenti, dal Tempio di Adriano ai musei capitolini di Villa Medici, dove spesso si svolgono anche le iniziative culturali che fanno da contorno all’evento. Per il 2010 il sinda- e poi dimenticandolo in un armadio, pronto co Gianni Alemanno ha inoltre intenzione di ri- per essere ripescato a nuova vita. Ma attenlanciare ‘Donna sotto le stelle’, la sfilata sulla sca- zione, non tutto l’usato è vintage: per scovarlinata di Trinità dei Monti trasmessa dalla tv. lo basta allenare anche uno sguardo poco avvezzo alla moda. Chi non riconosce le giacche di alta moda, con il pregio della non riproduci- con le spalline esagerate degli anni ‘80, i pantabilità che lo rende un pezzo unico. Ma come, si loni a zampa dei ‘70 o i vestiti a trapezio dei dirà, possibile che con tutte queste sartorie, an- ‘60? E se il dubbio persiste l’etichetta non menche cinesi, non si possa riprodurre un abito da te, una volta erano made in Paris, oggi sono sera degli anni ‘50 oggi? Si potrà forse copiare, sempre più spesso made in Taiwan.

Roma capitale della moda? di FRANCESCA PINTOR postare le sfilate di moda da Milano a Roma? La provocazione arriva dal quotidiano di moda statunitense Women’s Wear Daily secondo il quale l’idea di trasferire la settimana della moda meneghina nella Capitale circola già da tempo nell’ambiente. Decisamente troppo per gli stilisti ‘padani’soprattutto dopo le critiche rivolte dalla stampa estera alle recenti sfilate milanesi. «Milano velinaria. Colpa di Berlusconi» : è il giudizio lapidario di alcuni dei giornalisti più esperti del settore. Ma dopo lo scippo di Malpensa i milanesi non ci stanno proprio a farsi sottrarre anche la settimana della moda che garantisce alla città un fatturato di 153 milioni di euro all’anno. Eppure l’alta moda italiana è nata a Roma. E’ qui che, negli anni Cinquanta, si incontra con il cine-

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gresso e dai tempi; oggi vintage è un marchio di qualità e quindi prezioso: per il mercato dell’usato che si nobilita con pezzi unici, quindi rari e sempre più costosi. Un abito vintage diventa allora come un abito

Il valore dell’abito sta nel tempo che gli si è cucito addosso

“Stregate” dai mercatini L’usato trionfa in vetrina di ARIANNA PESCINI

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orta Portese, San Giovanni, Ponte Milvio. E molti altri angoli di Roma. Qua come in tutta Italia i mercatini rionali, organizzati nei fine settimana o in pianta stabile, offrono la più apprezzata alternativa a negozi e boutique. Nel campo dell’abbigliamento e degli accessori troviamo sia capi attuali che vintage, con un ottimo rapporto tra qualità e prezzo. In tempi di crisi, infatti, le donne non rinunciano ad acquistare pezzi basic, ricercati o dal sapore retrò; ed ecco allora il viavai di appassionate che fin dalle prime ore del mattino popolano le stradine costeggiate da colorate bancarelle. Abiti, scarpe, borse, gioielli e complementi per la casa. Gli acquisti più agognati sono senza dubbio i capi di abbigliamento firmato a basso costo. Generalmente fanno parte di collezioni passate, ma come rinunciare al materiale pregiato e al dettaglio tipici di un abito cosiddetto ‘di mar-

ca’, per giunta senza spendere una fortuna? Nella Capitale per esempio, dal lunedì al venerdì, in zona S. Giovanni c’è il mercato di abbigliamento più trendy di Roma, sempre affollato di giovanissimi a caccia di occasioni, di griffe a buon prezzo. La ricerca di pezzi vintage originali sta diventando ormai un vero e proprio rituale di intrattenimento e scambio di opinioni tra ‘fashion victims’. Una curiosità su tutte: a Roma, nel quartiere Balduina, ogni prima domenica del mese è di scena ‘Vestiti & Rivestiti’ presso il Grand Hotel Tiberio. Si può bere una tazza di tè, fare quattro chiacchiere, rovistando tra gli stand che espongono abiti ed accessori vintage, dalla bigiotteria degli anni '30, ai pezzi griffati usati - le cinture di Gucci o i foulard di Hermes - a prezzi più che accessibili. Si trovano poi le pashmine direttamente dal Nepal, e oggetti di artigianato di creatrici di moda che realizzano borse coloratissime.

di MARIA CHIARA CUGUSI

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ddio alla cultura ‘usa e getta’. Secondo un’indagine della Camera di commercio, a Roma spetta il primato dei punti vendita dell’usato, con 394 imprese attive nel territorio cittadino, rispetto alle 232 milanesi. La formula è quella del ‘negozio di tutti’: chiunque può proporre le proprie cose, «che vengono selezionate in base alla qualità», spiega Gianni Perbellini, presidente della Mercatino srl, la maggiore catena italiana di negozi dell’usato in franchising, con 170 punti vendita affiliati in tutto il paese, di cui 14 a Roma e provincia. Mobili, elettrodomestici, ma soprattutto vestiti, «che costituiscono oltre un terzo del nostro fatturato». Non stupisce che il 70% dei clienti siano donne, tra i 25 e i 45 anni.

A Pietralata le ultime tendenze dell’Urban Art I

n via Petralata, all’interno dell’ex fabbrica della lana di Roma, il Lanificio 159, teatro, danza e musica, si incontrano per dare vita a nuovi linguaggi e forme di espressione. Con un filo conduttore: la cultura urbana nata nelle strade del Bronx tra gli anni Settanta e Ottanta che ha dato vita alla breakdance e all’hip hop, forme di danza nate come segno di distinzione, dove gli artisti si sfidano improvvisando davanti agli

spettatori, giudici incontrastati delle loro performance. Nel segno di James Brown, che abbinava i movimenti del corpo improvvisando, e di Micheal Jackson, con la sua tecnica del locking, la cultura metropolitana rivive nell’edificio di via Pietralata, trasformato e rivisto per ospitare la nuova fabbrica dell’arte metropolitana. Uno spazio di 4000 metri che ospita una scuola permanente, la

Dance Arts Faculty, ed un progetto di arti metropolitane, l’Urban arts Project appunto, sotto la direzione dei ballerini Lorena Ercolani e Mauro Astolfi, due dei massimi esponenti di hip hop e funk in Italia. L’obiettivo del progetto è quello di creare un luogo di scambio e di sperimentazione, un laboratorio dove trovare nuove forme di espressione e di creazione. Saranno quaranta i professionisti di li-

vello internazionale che si alterneranno durante l'anno in corsi di formazione e workshop mensili. Con una novità: la scuola di ‘djing’ con i migliori dj romani e italiani che insegneranno ai giovani artisti gli elementi base della professione dando loro la possibilità di esprimere la propria creatività attraverso performance live ed esposizioni. f.p.

La formula è quella dello store, dagli abiti firmati (delle collezioni precedenti) a quelli più particolari. Così, nonostante la crisi economica, non si rinuncia al gusto dello shopping. E poco importa se qualcuno ha già usato quel vestito, «è nuovo quando io non l’ho mai indossato», assicurano le clienti. Una tendenza in crescita, rispetto all'anno scorso «nei nostri punti vendita a Roma c’è stato un incremento del 18/20% sull’usato in generale, e del 27% sull’abbigliamento» spiega Perbellini. Si tratta di un fatto culturale, «il superamento dello stereotipo dell’usato visto come deteriore», continua Perbellini. Senza dimenticare che «dietro la logica dei mercatini dell’usato - aggiunge - c’è una mission ambientalista ma anche etica, abbandonare l’usa e getta per la tutela della tradizione».


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PERISCOPIO

LA REDAZIONE ROMANA

Prosegue l’inchiesta nelle redazioni romane dei quotidiani e delle agenzie. Come sono organizzate, chi le guida, quali sono le loro fonti, quali sono i loro lettori. Un viaggio pieno di notizie. E di sorprese... di TIZIANA GUERRISI

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lmeno ottomila copie al giorno per restare a galla. Fissando questa soglia di sicurezza la redazione de Il Fatto quotidiano, diretto da Antonio Padellaro, ha atteso il debutto nelle edicole il 23 settembre. Una soglia polverizzata in breve: in dieci giorni il nuovo quotidiano romano ha venduto quasi 100 mila copie, un bottino inaspettato a cui si aggiungono gli oltre 30 mila abbonamenti. Nella redazione di Roma, un ex call center in Prati, sorridono e mantengono un profilo basso: «Siamo contenti, ma è solo l’inizio, bisogna aspettare e valutare». Lo stupore per le vendite a cinque zeri fa scivolare il discorso sulle novità del Fatto. Parecchie e tutte in bella mostra già sulle pagine del sito. Nessun padrone ma solo «piccoli soci» fra cui i redattori che hanno investito «quote equivalenti», e nessun finanziamento pubblico: il giornale si farà «soltanto se avremo un numero di lettori sufficiente a

Luca Talese

Cronisti ed editori ecco quelli del Fatto Il successo nel web con migliaia di abbonati

mantenerlo in vita». In breve, il profilo di un caso - unico in Italia - di editoria pura realizzato nella creazione della Editoriale Il Fatto Spa di proprietà di alcuni azionisti come l’editore Lorenzo Fazio (Chiare Lettere), Antonio Padellaro e Marco Travaglio. Il Fatto, sedici pagine a colori in edicola sei giorni alla settimana, con una grafica che ammicca ai giornali dell’Ottocento con tanto di strillone stilizzato in bianco e nero fra le due righe rosse del titolo, non lascia spazio a dubbi: sono le inchieste, per lo più politico-giudiziarie, l’ossatura del giornale. Le prime otto pagine sono dedicate all’attualità, con un “secondo tempo” per esteri (spesso su temi che rimandano all’Italia, dai

retroscena del viaggio di Berlusconi a Mosca ai giudizi dell’Europarlamento su Palazzo Chigi), cultura e sport. E poi molto spazio alla satira con firme come Maurizio Crozza, già “collega” di Travaglio ad Annozero. Sebbene all’inizio, il Fatto ha dalla sua una fortissima identità, esistente ben prima della sua comparsa in edicola. E sta, oltre che in una sapiente capacità di comunicazione, nel consenso che si portano dietro alcune delle sue firme di punta come Marco Travaglio. Perché se è vero che la squadra è giovane (almeno per i ritmi di progressione professionale nostrani) con 16 redattori in media fra 30 e 40 anni, si tratta di giornalisti con un’esperienza già conso-

lidata in altre testate come Il Giornale (Luca Telese) e spesso dall’Unità (Alessandro Ferrucci oltre che Furio Colombo e lo stesso Padellaro dopo il quale è iniziata l’era De Gregorio). E poi ci sono Peter Gomez, Marco Lillo, Stefano Citati. Non esattamente una fucina di firme giovani e sconosciute. Un giornale «né di destra né di sinistra» come hanno ripetuto in questo periodo molti della nuova squadra. E a quanti si interrogano sul legame del Fatto con l’Italia dei Valori di Di Pietro con cui Travaglio e altri hanno condiviso diverse battaglie, risponde Padellaro: «Quale è la nostra linea politica? La Costituzione della Repubblica». Ai lettori il giudizio.

«Nessuna appartenenza, siamo solo giornalisti» politica. Noi invece, non avendo un editore, siamo libbiamo chiesto a Luca beri da ogni condizionamenTelese, redattore della to». sezione politica de Il fatto quo- A proposito di questo, cioè tidiano, cosa rende originale il fatto di non avere un ediquesta nuova testata giornali- tore e di essere quindi padroni voi stessi nel giornastica. E’ forse la coesistenza, al- le, come siete riusciti ad l’interno della vostra reda- ottenere questi risultati e perché magari alzione, di gior«I veri editori tre testate non ci nalisti provehanno pensato sono i nostri nienti da testate prima? sia di destra lettori» «I veri editori sono i che di sinistra lettori. Abbiamo un numero l’elemento di novità del di oltre 30 mila abbonati, per Fatto quotidiano? «Io non mi soffermerei tanto un totale di 2 milioni e mezsulla distinzione di giornalisti zo di euro di incassi. Abbiadi destra o di sinistra. In ef- mo puntato tutto sulla rete. Il fetti è vero che all’interno giornale è partito prima onlidella nostra redazione ospi- ne con il nome di “Antefattiamo colleghi provenienti to”, con 80 mila visite giornadalle più eterogenee testate liere, oggi quasi raddoppiate ma il nostro modello è Mon- (150 mila). Grandi giornali tanelli, che ha intitolato la sua non avrebbero credibilità con autobiografia “Sono solo un il nostro modello, perché giornalista”. Quindi essere hanno già dei fondi e i lettori giornalista significa cercare le non darebbero mai loro dei notizie ed avere imparzialità, soldi. Noi invece abbiamo anche se essa è piuttosto sog- costruito tutto ex novo. Posgettiva. Il Fatto ha un orienta- siamo dire di essere una mento progressista, mentre scommessa, almeno per la stampa di oggi è piuttosto adesso, vinta». di MAURIZIO BIUSO

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Quando il cuore dei giornali batte a sinistra

Organi di partito o simpatizzanti, sono decine i fogli “rossi” in Italia. Meteore o solide realtà? di GIULIANA LUCIA

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erta stampa di sinistra»; così Silvio Berlusconi apostrofava al tempo del caso Noemi. Nel mondo editoriale esistono giornali di partito e non, schierati a destra e sinistra. E se a livello politico la sinistra sembra latitante, l’informazione “di” e “a” sinistra ha mille volti. L’Italia è un paese diviso a metà e lo si può notare anche nella fidelizzazione al quotidiano. Leggi Repubblica? Allora sei della sinistra radical-chic. Se leggi Il Tempo sei decisamente di destra. Ma qual’è la stampa di sinistra? Bisogna distinguere. Fra i giornali di partito troviamo una miriade di prodotti editoriali, spesso introvabili in edicola, ma percettori di contributi pubblici. Dal poco noto settimanale Aprile, al mensile Ragioni del Socialismo, passando per La Rinascita

della sinistra, settimanale del Partito dei Comunisti Italiani (6 mln di euro di contributi pubblici) e Critica Liberale, storica rivista della sinistra liberale. Ancora Europa, quotidiano della Margherita, diretto da Stefano Manichini (in 4 anni 14 mln di euro); Il Socialista Lab, quotidiano che in tre anni ha ottenuto 758mila euro; Il Campanile, di Clemente Mastella, che nel 2008 ha fermato le rotative dopo aver incassato 6 milioni di euro. Poi Orizzonti Nuovi, giornale dell’Idv diretto da Orlando Vella,

Il Fatto Editoriale

con provvidenze per 62mila euro nel 2005; Italia dei VaIl Fatto Spa lori, che nel 2006 ha percepito più di 2 milioni di euro e dove ha svolto il praticantato la figlia di Antonio Di PieDirettore tro, Anna, e altri ancora. responsabile: Restano L’Unità, quotidiano dei Ds fondato nel 1924 Antonio da Antonio Gramsci, diretto da Concita De Gregorio Padellaro (nel 2006 oltre 6,5 mln di euro) e Liberazione, testata di Rifondazione Comunista (25,5 mln di euro). Mentre lo Caporedattori: storico Avanti, quotidiano organo del Partito Socialista che ha incassato dallo Stato circa 15 milioni di euro, ora Nuccio Ciconte è passato all’area di destra. Tra i giornali “a” sinistra, in- Vitantonio Lopez vece, a fare da apripista c’è il gruppo L’Espresso dell’inAltre firme: gegnere Carlo De Benedetti, seguito da il Manifesto, nel Furio Colombo 2007 oltre 4 milioni di euro, il Riformista di Antonio Marco Travaglio Polito, fino agli ultimi arrivati: il Fatto di Antonio Padellaro e Gli Altri di Piero Sansonetti.

L’esercito fantasma dei freelance fa fronte comune di TIZIANA MIGLIATI

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ono un esercito di 18mila persone. Fra loro ci sono inviati di guerra e battitori liberi della cronaca nazionale e locale. Lavorano negli internet-café, nelle hall degli alberghi, da casa: non hanno una redazione, o meglio, nelle redazioni che li assoldano sono “ospiti” o clandestini. Che lo siano per scelta o per condizione, i giornalisti free-lance stanno diventando una sezione sempre più consistente del popolo dei professionisti dell’informazione in Italia. E sono in continuo aumento. «Con la crisi in corso, gli organici delle redazioni sono stati praticamente dimezzati, ma questo non vuol dire più lavoro per noi free-lance», spiega Barbara Schiavulli, nome noto del giornalismo italiano, conquistato a costo di una lunga gavetta da indipendente consumata fra Medio Oriente e Afghani-

Soli, mal pagati e senza tutela: gli indipendenti non ci stanno e fondano il loro sindacato stan. «Il tentativo degli editori - continua - è creare una forza lavoro esterna, lasciata allo sbaraglio, senza diritti e soggetta a ricatti». Privi di qualsiasi tutela in caso di malattia o infortunio, sprovvisti di copertura legale, racconta Barbara, i free-lance sono costretti a lavorare in condizioni «al limite dell’umano». «Nel mio ultimo viaggio in Afghanistan», ricorda, «ho fatto 70 collegamenti radio, 4 apparizioni video e scritto 41 pezzi in 25 giorni. Non voglio essere assunta, vorrei solo più tutele per poter lavorare meglio». Ma nell’universo dei free-lance c’è anche chi sogna

il posto fisso. Come Laura Caputo, «indipendente per scelta obbligata», costretta dall’editore a una falsa collaborazione esterna che dura da anni. O chi macina articoli a 3,70 euro al pezzo o 0,20 centesimi a riga, o ancora chi, da collaboratore “occasionale” è obbligato a riempire quotidianamente intere pagine di cronache locali senza alcuna tutela. Per dare voce a questi fantasmi dell’informazione è nata l’Usgf, l’Unione sindacale dei giornalisti freelance: un organismo di base «non alternativo ma complementare alla Fnsi», spiega Simona Fossati, una delle promotrici. «Il nostro obiettivo è condurre una battaglia sulle tariffe, sul ritardo dei pagamenti, sulle liberatorie che gli editori ci impongono tramite ricatti. Il giornalismo del futuro passa per i freelance. Se non difendiamo questa categoria rischiamo che se ne vada anche un pezzo di democrazia».


Periscopio 31/10/2009