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ANNO VIII 177

15 GIUGNO 2009

Guerre Fredde

Il Riformista

Poesia

Dalla Corea del Nord a Tienanmen l’Asia sotto i riflettori

Un giornalismo “vecchio stile” per battere la crisi

Che fine hanno fatto le rime? Tra premi e piccole case editrici

PERISCOPIO

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Università degli Studi di Roma Tor Vergata - Ordine dei Giornalisti del Lazio - Quindicinale del Master in Giornalismo e Comunicazione Pubblica Redazione: Via Ridolfino Venuti, 87 - Roma 00162 - Tel./Fax 06.86391607 - www.periscopio.uniroma2.it

Inchiesta. La due ruote vince la gara nel traffico romano È il mezzo più fedele e più veloce (ma non sempre il più sicuro)

Moto perpetua di ALESSIO AVERSA

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ono circa 55mila i romani che ogni anno si presentano al pronto soccorso con disfunzioni cardiache. Almeno 25mila di queste sono causate dal cosiddetto “stress da traffico”. Girare a Roma, con l’auto, il motorino o i mezzi pubblici può diventare un incubo. Per tutti i tipi di viaggiatori. I centauri sembrano avere vita facile, in verità sono le vittime reali delle strade capitoline. Le statistiche parlano di un morto al giorno sulle due ruote. Più sicura l’auto, ma con maggiori controindicazioni. Uno studio inglese commissionato da Direct Line ha, infatti, denunciato che a Roma i guidatori colpiti da stress da traffico manife-

di GRETA FILIPPINI

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stano aumento del battito cardiaco, mal di testa e forte sudorazione delle mani. Nei casi più gravi, si aggiungono confusione, senso di nausea, e crampi allo stomaco. Allora la bicicletta! Sì, la bicicletta non ha problemi di parcheggio, è salutare e pulita. La mancanza di piste ciclabili, la rende però anche bersaglio delle auto e degli “scooteristi da Gp”. Poi, Roma non è Bologna: le distanze e i sali e scendi rischiano di rendere la bici solo un vezzo della domenica. Alla fine, il trasporto pubblico sembra essere il modo più sicuro ed economico per circolare. Metro, tram e autobus saranno anche noiosi, ma per chi si sa armare di pazienza, sono una vera soluzione pro-sopravvivenza. E allora, forse, è il caso di rispolverare la vecchia massima “Meglio tradi che mai”. Servizio a pag. 3

Europee. Pdl e Pd, la gara delle cifre

La generosa asticella che fa vincere tutti

di TIZIANA MIGLIATI

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n salto in alto per battere un record, l’asticella sistemata sul 45%, i muscoli caldi per la campagna elettorale e il fiato, quello sicuramente, che non manca mai. Campo di gara le elezioni europee ed amministrative. Berlusconi ha affrontato la prova più attesa: superare un risultato mai visto prima d’ora e lanciare la sua coalizione verso una maggioranza schiacciante in Italia. Tutti gli altri, i politici dell'opposizione e del governo, con il fiato sospeso hanno atteso il risultato delle urne. Con le loro previsioni: se andiamo sotto il 26% sarà una disfatta hanno detto al Pd. Se andiamo sopra il 45% sarà un trionfo dichiarava il premier.

Pronti, partenza, Ma i dati sono salto. Quell’asti- Nella maggioranza chiari. Il Pdl parcella non è stata tiva dal 37,4% superata. Non è la Lega al 10%, delle politiche crollata, non è In un anno nel centrosinistra 2008. stata neppure e mezzo il partito sfiorata, ma non Presidente si Di Pietro all’8% del è stata una disfataccredita di un ta. Eppure il pre35,3%: 2,1 punti mier ha subito la sconfitta, come in meno. Insomma, il centrodeun atleta che cadendo sul tappe- stra mantiene più o meno le sue to ripensi con amarezza a tutta la posizioni. Insieme alla Lega non preparazione spesa per quell’oc- arriva affatto allo storico Rubicocasione. Berlusconi ha affrontato ne di ogni contesa elettorale rela campagna elettorale in condi- pubblicana: il 50% dei voti. Ma il zioni difficilissime, tra scandali Carroccio è in crescita, dall’8,3 politici, forzature istituzionali e delle politiche al risultato a due disastri economici. Voleva stra- cifre delle europee. E questo rivincere, non solo vincere. E ha sultato sposta gli equilibri nella trasformato questo voto euro- maggioranza. peo in un referendum sulla sua Il centrosinistra registra una prepersona, e in questo ha perso. vedibile sconfitta, ma evita la te-

Dormi ma senti frinire / remote / le rotative / rotanti nell’oscurità / per dare forma / all’aldiquà

Il gran gusto di perdersi

muta disfatta. Il Pd partiva dal 33,2% delle politiche, e arretra al 26,1% . È uno smottamento grave, oggettivo. Ma non è una Caporetto, se si pensa che i sondaggi dell'autunno, quando Veltroni gettò la spugna, davano i democratici al 22%. Franceschini non può esultare. Ma può non disperare. Il congresso di ottobre, in queste condizioni, non è ancora un allegro battesimo, ma non è più una cerimonia funebre. Qualcosa si può ancora costruire, tra i calcinacci e non tra le macerie. Se a questo risultato si aggiunge il bottino accumulato da Di Pietro, che veleggia al 8% rispetto al 4,4 delle politiche, e di Casini col 6,5% si ha la sensazione che l’opposizione sia ancora in campo. Forse.

Valerio Magrelli, 1999

er esplorare le coste italiane Riccardo Carnovalini, fotografo della Spezia, conta soltanto sulle proprie gambe. 802 km a piedi in 42 giorni, da Roma, risalendo il Tirreno. Claudio Magris, scrittore e giornalista del Corriere, ci ha messo quattro anni per risalire il Danubio, lungo tutti i suoi 2860 km. Paolo Rumiz in bici è arrivato fino ad Istambul, mentre gli Appennini li ha attraversati tutti a bordo di una Topolino del ‘53 targata 25457AN. La sua professione è quella del viaggiatore. Un viaggiatore col taccuino in tasca perché «l’andatura - sostiene - diventa metrica, dunque narrazione». Un viaggiatore lento, il triestino Rumiz. Che disdegna l’Alta Velocità, gli aerei o le navi super veloci. I viaggi lenti sono una questione di imprevisti, di paesaggi e di incontri. Perdersi nello spazio vero è un’esperienza fantastica. Ma è difficile smarrirsi in autostrada, a bordo di un aereo che non fa scali o seduti al tavolino di un Pendolino coi polpacci a ghiacciolo per via dell’aria condizionata. In autostrada lo sai già: per chilometri vedrai sfilare solo grigi guardrail e moderni autogrill a soppalco sulle quattro corsie. Sull’Eurostar il paesaggio lo intravedi se sei attento, ma non lo senti, chiuso ermeticamente in un tunnel di luci artificiali. Per non parlare dell’aereo

che ti porta a destinazione così come sei partito, avendo annusato soltanto il profumo di panini di plastica o rischiato di congelare la punta del naso contro l’oblò per sbirciare il mondo di Lego sotto. Bisogna darsi del tempo per vagare nello spazio e avere la pazienza di perdersi. Certo, non è facile: non siamo mai stati così reperibili come adesso. Telecamere e Gps ci rendono localizzabili in ogni momento. Siamo affetti dall’ossessione di essere continuamente trovati, di comunicare imperterriti quello che stiamo facendo. Che la nostra sia solo paura? Ci viene detto di non muoverci perché potremmo essere contagiati da un virus, o di non emigrare perché verremmo rispediti al mittente. E quando partiamo approdiamo spesso in villaggi vacanza, simulacri di casa nostra dove al ristorante servono cucina italiana, non bisogna uscire perché tanto dentro c’è tutto e neanche organizzare escursioni perché son già tutte organizzate. È l’illusione di viaggiare, dentro e fuori da spazi fotocopia. E a forza di incanalare il nostro movimento fisico, il rischio è che si incanalino anche i nostri movimenti interiori, la nostra creatività. Da troppo tempo non concediamo a noi stessi il tempo di vagare per le nostre città senza una meta. Ecco cosa sono i viaggi di Carnovalini, Magris e Rumiz: un sommovimento della lentezza.

Morti sul lavoro

In Italia sono quasi il doppio degli omicidi

servizio pagg.4 e 5

Rinnovabili: tutta l’energia che conviene

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PERISCOPIO

Asia. La Corea del Nord corre verso il nucleare e l’apertura di Obama per ora cade nel vuoto

Pyongyang sfida tutti

Per la prima volta proteste da Russia e Cina di MARIA CHIARA CUGUSI

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na nuova Guerra Fredda. Il rischio c’è, dopo la sfida lanciata dalla Corea del Nord alla comunità internazionale. Tutto è iniziato a fine maggio, con il nuovo test nucleare (ancora più potente di quello del 2006) e il lancio di tre missili dalla gittata di 130 chilometri. Non solo. Qualche giorno dopo, il governo di Pyongyang aveva dichiarato di non sentirsi più legato all’armistizio del ’53, suscitando la preoccupazione degli storici firmatari. Infine, in questi giorni, l’annuncio di voler usare l’intero plutonio disponibile per fini militari, in risposta alla mozione approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Un inasprimento delle sanzioni, questo, che è stato voluto dagli Usa, appoggiato in primis dalla Corea del Sud e dal Giappone, i più minacciati. E stavolta sostenuto anche da Cina e Russia, finora contrarie a misure punitive nei confronti del regime di Pyongyang. Il testo del documento prevede sanzioni più severe: embargo delle armi, con divieto di tutte le esportazioni di armi della Corea del Nord e

della maggior parte delle importazioni di materiale bellico. Inoltre via libera alle ispezioni, da parte dei paesi membri dell’Onu, a tutti i cargo nordcoreani. Disposizioni pesanti, motivate dalla gravità della prospettiva di un ricorso all’arma nucleare da parte della Corea del Nord. Una minaccia che, insieme alla riconferma di Ahmadinejad alla presidenza dell’Iran (anch’esso in corsa per il nucleare), pone una forte ipoteca sulla po-

La minaccia del regime: «Il plutonio anche per scopi militari» litica del dialogo annunciata da Obama nel suo discorso al Cairo. Inoltre l’investimento nordcoreano nel nucleare, supportato dal Pakistan da cui continua ad arrivare tecnologia clandestina, non fa che accentuare le contraddizioni di un Paese ancora molto debole sia dal punto di vista economico che tecnologico. Infine a complicare lo scenario, ci sono gli in-

teressi che in Nord Corea hanno sia la Cina che la Russia, la prima, principale fornitore di gas ed energia, la seconda, legata a Pyongyang, per motivi storici e in funzione antiamericana. Una sfida aperta rivolta in primis all’amministrazione Obama, dato che, secondo quanto riferito dall’agenzia Itar – Tass, il regime nordcoreano non esclude di effettuare altri test nucleari se gli Usa continueranno nella loro politica di “intimidazione e di isolamento”. E la risposta del presidente americano non si è fatta attendere: «Si tratta di una grave minaccia per la pace e la sicurezza del mondo intero». Solo qualche giorno prima, il segretario di stato Usa Hillary Clinton aveva ribadito la possibilità che la Corea del Nord venga presto reinserita nella lista dei cosiddetti “paesi canaglia”, sponsor del terrorismo internazionale.

Così Pechino contrasterà gli Usa

Nel Pacifico una nuova cooperazione economica e militare con Mosca di TIZIANA GUERRISI

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l ventennale della repressione di piazza Tienanmen, la crisi economica e i nuovi rapporti con Mosca. La Cina attraverso le parole di Stefano Trincia, giornalista specializzato in russo e cecoslovacco, oltre vent’anni negli Stati Uniti durante i quali ha collaborato con Rai e Panorama prima di diventare corrispondente per il Messaggero. Quotidiano per il quale guida, dal 2005, la redazione di esteri. Quali sono le relazioni tra Pechino e Mosca per il controllo delle risorse economiche e naturali? «La Cina sta gestendo i rapporti con la Russia in funzione antiamericana. Con Mosca ha una storia molto travagliata, che risale ai tempi dell’impero

PERISCOPIO numero 177 registrazione

sovietico, ma ra radicate con Putin ha nel Meun interesse in dioevo e Sconfitti i comunisti comune: conuna popoalle presidenziali. trastare Waslazione A guidare il paese, hington attraagricola ricco di risorse naturali che vive in verso una cooperazione pocondizioni e da sempre nell’area litica, economidi grande d’influenza cinese ca e militare Il è Tsakhiagin Elbegdorj povertà. sempre più pericolo, uomo forte stretta. Nell’Oper la leadel partito democratico dership ciceano Pacifico, di recente, sono nese, è legià state svolte manovre mili- gato alla difficoltà di conciliare tari congiunte». libertà politica e libertà econoA vent’anni dalla repressio- mica. Sviluppo economico cane di piazza Tienanmen, la pitalistico e panorama politico minaccia più pericolosa per autoritario e centralizzato». la Cina è interna o esterna? In che termini la crisi eco«Senza dubbio interna. Pechi- nomica ha toccato la Cina? no non ha nemici esterni che «La crisi ha colpito in maniera possano insediarne il predomi- molto seria. La Cina è la fabnio. La Cina è un paese im- brica dei beni di consumo di menso, con aree enormi anco- tutto il mondo. Intere regioni

del Tribunale di Roma n. 395/98 Direttore responsabile Guido Alferj Comitato di direzione Angelo G. Sabatini (condirettore), Bruno Tucci, Gino Falleri, Filippo Anastasi, Claudio Rizza, Ignazio Ingrao, Daniele Mastrogiacomo, Federica Sciarelli, Maria Francesca Genco, Franco Rosati Redazione Martina Albertazzi, Roberto Anselmi, Aida Antonelli, Valentina Antonioli, Alessio Aversa, Flora Balestra, Maurizio Biuso, Alessia Candito, Francesco Colussi, Ilaria Costantini, Maria Chiara Cugusi, Emiliano Dario Esposito, Greta Filippini, Gianluca Galotta, Tiziana Guerrisi, Filomena La Torre, Giuliana Lucia, Tiziana Migliati, Claudia Moretta, Arianna Pescini, Francesca Pintor, Alessandro Proietti, Paolo Ribichini, Cristoforo Spinella, Andrea Tornese, Emilio Fabio Torsello, Sirio Valent, Federica Venezia Grafica e impaginazione a cura della Redazione Tipografia GRUPPO COLACRESI &C. Via Tazio Nuvolari, 3 e 16 00011 Tivoli Terme (Roma) Responsabile del trattamento dati (D.Lgs. 30-6 2003, n.196), Guido Alferj

MONGOLIA

impegnate nella produzione di merci per l’Occidente, hanno risentito pesantemente della crisi Usa. Tutto ciò, però, emerge appena nei media cinesi, schiacciati dal controllo del regime». In Mongolia i democratici hanno vinto le presidenziali. Cosa cambierà per Pechino dopo la battuta d’arresto dei comunisti di Ulan Bator? «Realismo e pragmatismo sono cardini della politica estera cinese. Pechino è disposta a trattare con tutti per difendere i propri interessi. Anche con la Mongolia troverà un accordo per l’accesso alle risorse naturali: dei sommovimenti politici dei paesi confinanti, a Pechino interessa poco. A meno che non tocchino direttamente i loro interessi economici».

Piazza Tienanmen vent’anni dopo Tienanmen era diventata la casa dei contestatori, suporreva l’anno 1989. portati dal popolo, che porL’anno in cui la Cina si è tava loro il cibo. Una «dea macchiata del sangue di mi- della democrazia» fatta di gliaia di studenti e giovani cartapesta, simboleggiava il operai in piazza Tienanmen, motivo della protesta. E che inseguivano un ideale di quando gli stessi giovani si democrazia, diventando la preparavano a tornare a capiù grande minaccia per il sa, per lasciare il posto «alle governo comunista di Deng cure di spazzini e disinfeXiaoping. Due mesi di pro- statori», Deng prese la deteste e sciopero della fame, a cisione di far avanzare l’epartire da aprile, contro una sercito e di sparare su crisi economica che i politici chiunque ostacolasse il percercavano di nascondere. corso verso la piazza. Oggi, dopo venti anni, la ge- Poche decine di morti, secondo fonti nerazione di cinesi. Organi studenti di allora, è quella che Censure e controlli internazionali, tuttavia, forma la classe la capitale avevano parimprenditoriale della Repubbli- ignora l’anniversario lato subito di oltre tremila ca Popolare, trasformata in un gigante ca- vittime. Il 4 giugno scorso, pitalista. Ma la vergogna, per solo i media internazionali la notte del 3 giugno rimane. hanno potuto ricordare Nessuno ha posato un fiore l’anniverario di Piazza Tiesu luogo del massacro, lo ha nanmen. Non senza ostadeciso il governo. Ancora coli però. Alcuni canali cooggi non si conosce il nume- me la Bbc o la nostra Rai1, ro e i nomi degli studenti che infatti, sono stati oscurati non si arresero di fronte ai durante i collegamenti con i carri armati, andando incon- corrispondenti. I giornalisti hanno descritto una piazza tro alla morte. «Tutto è perduto fuorché militarizzata, una Cina seml’onore», scriveva Beppe pre più chiusa e lontana. Ai Severgnini, inviato del Cor- giovani è stato impedito per riere della Sera, a poche ore settimane di accedere a Indal massacro. Il giornalista, ternet. Intanto Pechino si appena rientrato da Pechi- prepara a celebrare, il prino, parlava di una «tragedia mo ottobre, il sessantesimo scampata», di giovani pron- anniversario della nascita ti a lasciare la piazza, scon- del Partito Comunista cinefitti dalla leadership politi- se. Un partito che si è sporca, che aveva preferito pro- cato le mani del sangue di clamare la legge marziale e studenti e operai, di cui animpiegare l’esercito, invece che solo la memoria fa andi aprire al dialogo. Piazza cora paura. di MARTINA ALBERTAZZI

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Il regime coreano fa paura a Tokyo e Seul Gli interessi economici dividono la Corea del Sud. Il Giappone schiacciato dalla crisi istituzionale La Corea del Sud, continuamente rassicurata dal governo statunitense, orea del Sud e Giappone sono i ha cercato di reagire alla spinta nudue paesi che più temono l’a- cleare del vicino aderendo alla Prolivanzamento del programma nuclea- feration security initiative (Psi), un grupre da parte della Corea del Nord. po di 94 nazioni guidato dagli Stati L’asse anti - PyongUniti che ha però il yang, apparentemen- Nel sud-est asiatico solo scopo di “contete compatto, rivela in nere” la proliferaziosi attende realtà complesse sfacne atomica. Di fatto il cettature e delicati il parere dell’Onu paese, in piena recesequilibri che rischiasione, è diviso al suo no seriamente di salinterno tra una tentare. In attesa della disposizione denza intransigente dell’attuale goOnu che condannerà i test nucleari verno del presidente Lee e un’élite nordcoreani, effettuati in violazione economica che non intende interdella risoluzione 1718, occorre te- rompere gli scambi con il Nord né nere ben presenti le ripercussioni fermare la produzione industriale che questa tensione nell’area asiatica congiunta. sta creando alla politica estera di La penisola coreana, contesa per seSeul e Tokyo. coli da Cina e Giappone, è ancora di ARIANNA PESCINI

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oggi testimonianza vivente della dal punto di vista militare (dopo la Guerra Fredda. Dall’armistizio fir- seconda guerra mondiale, al govermato nel 1953, non esiste un docu- no nipponico è consentito solo l’utimento che sancisca la pace reale o lizzo interno di forze di autodifesa); definisca in qualche modo i rappor- dall’altro una paralisi istituzionale sta ti tra le due Coree. In ogni caso, do- conducendo il Giappone ad un isopo gli anni di apertura lamento internazionaal Nord con la “suns- Dopo la distensione le e ad una perdita di hine policy” dell’ex potere diplomatico, ora è il gelo presidente sudcoreadimostrata dal ruolo no Kim Dae Jung, tra le due Coree marginale assunto nei proseguita da Roh negoziati sul nucleare Moo Hyun, la situain nord Corea. Il gozione tra Pyongyang e Seul sembra verno di Tokyo vuole infine che a bloccata. Pyongyang si faccia chiarezza sui raIl Giappone, dal canto suo, teme pimenti di 18 cittadini giapponesi, fortemente un potenziamento nu- avvenuti negli anni ’70 e ’80. Difficicleare del vicino comunista, trovan- le prevedere gli scenari futuri: in Codosi inoltre limitato su due fronti. rea del Sud e Giappone si parla semDa un lato c’è l’impossibilità del pre più di accelerare il riarmo, come paese di attrezzarsi adeguatamente se la diplomazia stesse già fallendo.


PERISCOPIO

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MOTORINO

Roma a due ruote una passione da record di TIZIANA MIGLIATI

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iciotto minuti tagliando il centro storico e zigzagando nel traffico. Non c’è dubbio: dal Policlinico al Ministero dell'Istruzione il motorino è il mezzo più veloce. Prima un tratto del Muro Torto fino a Porta Pia e poi la svolta verso Largo di Santa Susanna. All’altezza del semaforo le scale della chiesa invase dai turisti in cerca di foto, catturati dalle statue che sorvegliano la cinta del centro storico segnata dai varchi della ZTL. Su via Venti Settembre macchine blu, vetture dell’esercito e del corpo diplomatico aspettano in fila che si aprano le porte dei ministeri e dei palazzi istituzionali. La polizia sorveglia il traffico lento mentre gli autisti si accodano lungo i marciapiedi in doppia fila. Due corazzieri a cavallo fanno l’andatura fino a scomparire oltre le porte del Quirinale. Al semaforo che immette su via Quattro Novembre gli autobus che scendono da via Nazionale e i taxi si dirigono verso piazza Venezia, l’unico incrocio ancora governato da un uomo in guanti bianchi e rotto dai turisti che passano in fila sulle strisce. In motorino si guadagna presto la pole position davanti al vigile che bene-

5.7 milioni

Spostamenti giornalieri

di cui con mezzi privati 54% con autobus, metro, tram 28% a piedi 19%

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2.5 milioni

Veicoli circolanti

volo fa cenno di passare veloci, ed ecco l’Altare della Patria, il Campidoglio, e poi nel traffico sul Lungo Tevere verso Largo Arenula e il Ponte Garibaldi. La statua del Belli segna l’inizio di viale Trastevere con i suoi semafori e la corsia preferenziale che non permette sorpassi alle due ruote fermate dai cordoli e dai binari del tram. Eccolo, imponente, il Ministero dell’Istruzione.

di cui autovetture 75.7% motocicli 15.1% autocarri e altri veicoli 8.7% autobus 0.3%

926

Veicoli/1000 abitanti

5000 Km

Strade comunali

AUTOMOBILE

La comodità che aiuta a non far tardi, a volte! di FLORA BALESTRA

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ic-tac. È partito il tempo. Saluto i miei colleghi e parto con la mia utilitaria, direzione viale Trastevere. Dalla fermata metro Policlinico percorro via Regina Elena. All’incrocio giro a destra. Viale dell’Università è un po’ intasato, colpevole un piccolo cantiere sul ciglio della strada. Al semaforo, però, le macchine si dis-

E la moto batte tutti L’avventura di quattro redattori nella Capitale del traffico P L’inchiesta-percorso

ronti, partenza, via! Inizia la gara, dalla fermata metro Policlinico fino al ministero dell'Istruzione in viale Trastevere. In bici, in macchina, in motorino, con i mezzi pubblici, metro compresa. Quattro temerari redattori di Periscopio hanno voluto scoprire quale fosse il mezzo più veloce per muoversi in una città come Roma. Alle 10.05 di un normale martedì di lavoro scatta il cronometro. I fantastici quattro si dividono, ognuno per la sua strada. Non è una scelta. I diversi mezzi, infatti, non permettono

per testare i tempi del vivere romano

di calcolare il tempo sul medesimo tragitto. Ma anche questo fa parte del gioco. Tutto calcolato. Quindi in marcia, verso il ministero. Chi per il centro, chi per il Muro Torto e chi sotto terra. E il vincitore? Al primo posto il motorino, se-

guito dall’auto, dalla bicicletta e, solo per ultimi -ahimè- da metro e autobus. Una vera competizione conclusasi a favore dei “comodoni” che hanno il privilegio di contare su un mezzo motorizzato. L’orario però, pur avendo salvato i nostri redattori da ore di traffico sotto il sole cocente, non ha reso molto onore alla caotica circolazione nella Capitale. Fatto sta che il mezzo pubblico rimane in ultima posizione. Vediamo percorso per percorso cosa hanno combinato i nostri inviati speciali.

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perdono. Primo ostacolo. Non possiamo addentrarci troppo nel centro di Roma perché molte zone sono a traffico limitato e se non vogliamo rischiare una bella multa, noi automobilisti, dobbiamo prenderla alla larga. Quindi al verde subito a destra, direzione Muro Torto. Secondo ostacolo: la temperatura che può raggiungere una macchina sotto il sole cocente. Siamo fortunati. A quest’ora l’aria che entra dal finestrino è ancora fresca e tutto fila liscio fino a piazzale Flaminio. Ma non siamo ancora arrivati. Terzo ostacolo, ovviamente, il traffico. Su Lungotevere, in determinati orari, infatti, si passano le ore e i romani doc lo sanno bene. Ma, magia delle magie, alle 10.15 siamo ormai fuori dell’ora del famoso “passo d'uomo”. La città è tranquilla. Molti sono già in ufficio e le strade sono facilmente percorribili. Finalmente raggiungiamo il ministero dell’Istruzione. Con 28 minuti conquistiamo la seconda posizione, sorpassati dal motorino. Certo se a questo aggiungiamo la routine “stesso tragitto casalavoro ogni mattina”, il traffico di punta, la fretta, il parcheggio impossibile, la nostra traversata panoramica non risulterebbe così attraente e romantica.

BICICLETTA

METRO E BUS

La pedalata torna di moda

Chi va piano non va lontano di GIANLUCA GALOTTA

di GRETA FILIPPINI

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ue considerazioni. La prima è che non si può non scendere dalla sella. La seconda è che si devono compiere delle infrazioni. Pedalare a Roma non è semplice. Dalla metro Policlinico a Trastevere sono 30 minuti, comprensivi di pit-stop dal meccanico per gonfiare le gomme (gratis). Trenta minuti di viabilità insidiosa. Il percorso, innanzitutto, deve essere scelto accuratamente bilanciando una minor ripidezza della carreggiata con una maggior sicurezza sulle due ruote. Passare per Porta Pia, attraversando velocemente la rotonda senza incastrarsi nei binari del tram, zigzagando tra le macchine in coda. Da lì a Piazza Venezia è tutta in discesa. Con la dovuta attenzione a non farsi scappare il manubrio per una delle tante buche, i sanpietrini sono un toccasana per rassodare glutei e braccia. Da Largo Argentina, però, la situazione si complica. Il Lungotevere è una via ad alta percorrenza, dunque bisogna tagliare dal

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Ghetto. Attraversamenti pedonali percorsi con i piedi a terra e la bici in mano, sensi imboccati al contrario e piccole distanze coperte andando su e giù dai marciapiedi. Il ciclista non conta granché sulle strade di Roma. Ma sono in tanti quelli che non rinunciano ad usare le due ruote. In centro, capita spesso di incontrare un prete su una vecchia Graziella, una ragazza su una mountain bike, un uomo in giacca e cravatta che per salvaguardare l’orlo dei pantaloni dai raggi delle ruote, li infilza nei calzini. A destinazione, il problema parcheggio non c'è. Un catenaccio robusto e un palo ben fissato, in attesa della pedalata di ritorno.

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Piedibus, ed è successo per una vecchia e sana abitudine

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ew York Times del 26 marzo. Titolo, “Students give up wheels for their own two feet”. Tradotto, gli studenti rinunciano alle due ruote a favore dei due piedi. Il giornale della Grande Mela parla del Piedibus italiano. L’iniziativa che parte dalla Danimarca e fa riscoprire la sana abitudine dell’andare a scuola a piedi. Il Piedibus funziona come un vero autobus, con tanto di itinerario, orari e fermate prestabiliti. Ogni mattina due adulti, genitori o parenti volontari (i nonni sono i più gettonati), indossano pettorine

S fluorescenti e si dividono due funzioni, quell’autista e quella del controllore. I bambini si fanno trovare alla fermata per loro più comoda e in gruppo si avviano alla scuola. I Piedibus in servizio nella penisola sono tanti: in Emilia Romagna, Friuli, Lombardia, Sardegna, Toscana e Veneto. A Roma il progetto si chiama “Scuolabus a piedi” ed è partito nel 2005. Gli itinerari nella Capitale si snodano, secondo le esigenze delle scuole nei vari municipi, anche per 2-2,5 km, per un totale di 30-40 minuti a piedi. Contro l’obesità, a favore

i viaggia discretamente ma che noia le attese. È questa l’impressione dopo aver percorso, in una mattinata feriale, il tragitto Policlinico-Ministero dell’Istruzione a bordo dei mezzi pubblici. Ci sono voluti 46 minuti, di cui venti di attesa, per completare il “Gran Premio del Traffico”. Il via alle 10.05 dalla fermata Policlinico della metro B. Sulla banchina molta gente aspetta uno dei treni che viaggiano nella pancia della città eterna. L’attesa, sei minuti, è piuttosto lunga per un servizio ad alta frequenza come la metropolitana. E infatti la banchina è affollata: giovani, immigrati, turisti, religiosi. Pochi gli anziani, forse per loro la metro non è un mezzo molto

agevole. Il treno è pieno, molta la gente in piedi. Alla fermata di Termini i vagoni si svuotano. Ma è solo un’illusione di qualche istante: immediatamente salgono tantissime persone e si torna a stare stretti. Il viaggio in metro termina alla fermata Circo Massimo, dopo cinque tratti percorsi in otto minuti. Si torna in superficie ed ecco, a cinquanta metri dall’uscita della metro, la fermata dell'autobus numero 3. Manca la pensilina e il sole cocente si fa sentire. L’autobus arriva, stracolmo, dopo 14 lunghi minuti di attesa. Rispetto alla metro qui ci sono anche molti anziani, per loro l’autobus è un mezzo sicuramente più comodo. Il tempo di percorrenza è abbastanza buono: sette fermate, in 13 minuti, anche grazie alle corsie preferenziali di viale Aventino e via Marmorata. Una nota positiva è sicuramente il rispetto degli automobilisti delle corsie preferenziali. Dopo 46 minuti ecco la bandiera a scacchi.


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PERISCOPIO

Situazione drammatica: perdono la vita, ogni anno, più di

Troppe morti s

Censis, nel nostro paese più decessi in fabbrica e in ca

Sì al testo unico sulla sicurezza di GIULIANA LUCIA

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olfetta 3 marzo 2008, cinque morti alla “Truck center”. Sulla scia dell’ennesimo incidente ad aprile 2008 viene approvato il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, Tusl. Un decreto teso ad armonizzare le leggi vigenti ed estendere sanzioni e disposizioni a tutti i settori e tipologie di rischio e di lavoratori. Un’esigenza sottolineata anche dalla Relazione finale della Commissione d’inchiesta del Senato sugli infortuni sul lavoro, dalla quale emergevano alcune criticità: mancato coordinamento dei soggetti competenti in materia, binomio sicurezza-prevenzione e sommerso-infortuni. Per il datore di lavoro che non rispetta le norme del Tusl è previsto l’arresto fino a 18 mesi e una sanzione amministrativa fino a 24mila. In caso di incidenti con feriti/morti con colpa dell’azienda scatta la sospensione dell’attività e sanzioni fino a 1.500.000 euro e l’interdizione alla collaborazione con la pubblica amministrazione. Tra gli interventi più importanti: obbligo del datore di lavoro alla formazione, informazione e addestramento del lavoratore; responsabilità dell’appaltatore in merito agli infortuni dei lavoratori delle ditte appaltatrici; estensione delle tutele ai lavoratori flessibili; istituzione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza eletti in ciascuna azienda indipendentemente dal numero di dipendenti. Non sono mancate le polemiche. Per la Cgil è una modifica non necessaria che fa venire meno la certezza della norma. Più dura la reazione di Di Pietro che ha parlato di «licenza di uccidere», perché «si restringe l’intervento degli ispettori del lavoro e si indeboliscono le sanzioni per gli imprenditori che non applicano la disciplina sulla prevenzione». Mentre per l’allora presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, «le pene non salvano una vita».

di MAURIZIO BIUSO

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i continua a morire sul lavoro. La recente tragedia negli impianti di raffineria della Saras mostra quanto ancora il fenomeno sia lontano dall’essere risolto. Intanto i sindacati continuano a protestare chiedendo l’applicazione di una normativa rigorosa ed efficace che riduca effetivamente gli infortuni e i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori. «Più morti sul lavoro che omicidi». Aveva sentenziato il Censis (Centro studi investimenti sociali) analizzando le morti sul lavoro nel 2007. «1.170 operai - afferma la nota - hanno perso la vita. I decessi sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati, ma le autorità si concentrano più sulla criminalità». Le cose sono andate un po’ meglio nel 2008, ma i numeri continuano comunque a preoccupare. Secondo le stime dell’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro), si è passati a 1.140 morti, con un calo del 4,1% degli incidenti e del 5,6% dei decessi. L’Italia è comunque il paese europeo dove si muore di più sul lavoro, quasi il doppio della Francia e il 30% in più rispetto a Spagna e Germania. Il numero di morti sul lavoro nel nostro paese, anche se in calo rispetto agli anni scorsi, è diminuito meno che nel resto d’Europa. L’ultimo episodio è stato registrato a Bari dove ha perso la vita un operaio navale di

Molfetta, Donato Pansini, a causa di un’esplosione verificatasi nel cantiere in cui stava lavorando. L’uomo, trasferito d’urgenza all’ospedale Cardarelli di Napoli, è deceduto a causa delle gravissime ustioni riportate per

il 90% del corpo. Secondo alcuni risultati resi noti nel secondo rapporto sulla “Tutela e condizione delle vittime del lavoro tra leggi inapplicate e diritti negati”, presentato dall’Anmil, negli

Saras, prosegue l’inchiesta sull’incidente

I magistrati stavano già indagando da mesi, dopo la denuncia di un documentario di FRANCESCA PINTOR

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l 26 maggio a Sarroch, 35 km ad ovest di Cagliari, tre operai hanno perso la vita in una delle raffinerie più grandi d’Europa, la Saras dei fratelli Moratti. Il più giovane, Luigi Solinas, aveva solo 25 anni: insieme a lui sono morti Daniele Melis, di 27, e Bruno Muntoni, 52, padre di quattro figli. Tutti e tre lavoravano per una ditta d’appalto, la Comesa Srl, che gestiva la manutenzione degli impianti. Dovevano pulire una cisterna della raffineria destinata a contenere gasolio. Il primo a entrare nel serbatoio è stato Solinas, senza maschera di proiezione. L’uomo si è sentito subito male. Gli altri lo hanno seguito nel tentativo di salvarlo, ma non c’è stato nulla da fare. Sono caduti ad uno uno, uccisi dalle esalazioni tossiche. Ora le inchieste della magistratura e dell’azienda, dovranno dare risposta alle domande lasciate aperte dal tragico incidente. Si tratta di capire, infatti, se il serbatoio fosse stato sottoposto alla necessaria bonifica con l'azoto, che ne avrebbe dovuto garantire la cosiddetta “abitabilità”, e chi avrebbe dovuto vigilare sullo svolgimento della manutenzione. Secondo una prima ipotesi, Solinas, sarebbe entrato nella cisterna senza il necessario permesso di lavoro. La bonifica, secondo i vertici dell’azienda, sarebbe stata conclusa solo il giorno dopo la tragedia. Una fatale imprudenza, dunque, dovuta forse alla fretta o all’assenza di segnali di divieto. Secondo i sindacati gli operai erano co-

stretti a turini massacranti per concludere i lavori il prima possibile. Una prima risposta potrebbe arrivare dai risultati dell’autopsia eseguita sui corpi delle vittime: le analisi del sangue stabiliranno, infatti, se l’insufficienza respiratoria che ha provocato la morte dei tre operai è stata causata dall’anidride sol-

forosa, ancora presente nel serbatoio, o dall’azoto usato per la bonifica.. Intanto l’impianto è stato sequestrato. Quattro persone sono state iscritte nel registro degli indagati per omicidio colposo plurimo, tra cui Guido Grosso, direttore dello stabilimento, il capo squadra Giannino Melis, il capocantie-

re Vincenzo Meloni e il direttore Francesco Ledda. I magistrati stanno lavorando anche sull’inchiesta avviata a gennaio dopo la visione del documentario Oil, del regista Massimiliano Mazzotta, che denuncia i rischi per la salute e il presunto inquinamento causati dalla Saras.

Thyssen, manager alla sbarra

Lo stabilimento Thyssen di Torino

di ALESSIA CANDITO

«A

ll’inizio si trattava di un incendio piccolo, proprio sotto la macchina spianatrice, sul pavimento intriso di olio». Racconta al processo, la voce rotta, lo sguardo perso, Antonio Boccuzzi. «Provai a usare il mio estintore, ma era vuoto». Torino, 6 dicembre 2007. All’acciaieria ThyssenKrupp, sulla linea 5 la squadra è al lavoro da quasi 12 ore. Lo stabilimento è in via di smantellamento. In vista della dismissione, manutenzione

e sicurezza sono trascurate. I lavoratori, costretti a turni massacranti. Duecento operai fanno quello che fino a pochi mesi prima facevano in 385. «Ci fu un’esplosione sorda. Le fiamme diventarono enormi: una grossa mano di fuoco, un’onda anomala che inghiottì i ragazzi». Di quella squadra Antonio Boccuzzi è l’unico sopravvissuto, l’unico che può raccontare ai giudici cosa sia successo quella notte. Il primo a morire è Antonio Schiavone. La sua battaglia per la vita è durata solo poche ore. Nei giorni seguenti, tra il 7 e il 30 dicembre, lo seguiranno gli altri sei. Roberto Scola, Angelo Laurino e Bruno Santino. Nel giorno del funerale della quinta vittima, Rocco Marzo, arriva la notizia del decesso di Rosario Rodinò. Giuseppe De Masi muore dopo quasi un mese di agonia e un rosario di inutili interventi chirurgici. Mentre la magistratura muove i primi passi, la multinazionale tenta di coprire le falle a livello di sicurezza. L’inchiesta, avviata dal procuratore aggiunto Raffaele

Guariniello procede con celerità. Poco più di un anno dopo, il 17 dicembre 2008, il gup di Torino Francesco Gianfrotta, legge quella sarà definita una “sentenza storica”: il primo rinvio a giudizio per omicidio doloso in un caso di infortunio sul lavoro. Sul banco degli imputati, sei dirigenti della Thyssen accusati di omicidio colposo con colpa cosciente. Fra loro, l’amministratore delegato, Herald Espenhahn, che dovrà rispondere anche di omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso. Per il pm Guariniello, Espenhahn e i suoi erano al corrente dei rischi concreti per la salute degli operai e non hanno mosso un dito per prevenire gli incidenti. «Li hanno ammazzati loro e devono andare in galera», ha mormorato Rosina De Masi, la mamma di una delle sette vittime al termine della prima udienza. «Mi spiace solo - aggiunge la donna - che probabilmente non avranno l’ergastolo. Io invece mio figlio non lo rivedrò mai più».

ultimi dieci 2004, la per voro si è 25,49%. Mediament europei la f

Un premio a chi tutela N

on c’è solo chi disattende i regolamenti. Fra le aziende ci sono anche quelle che si impegnano a seguire tutte le indicazioni che detta la legge in fatto di sicurezza sul lavoro. Il Great Place to Work Institute Italia, incentivando le aziende a migliorare da questo punto di vista, premia con un’annuale classifica chi ha rispettato le regole. L’indagine di quest’anno ha premiato la Fater. L’industria, che si occupa della produzione di articoli igienici per noti marchi come Lines, Tampax e Pampers, è l’azienda italiana dove si lavora meglio, assicurano gli esperti del Work Institute. Sono cento le aziende esaminate. La selezione è stata fatta in base alla qualità delle pratiche organizzative di ognuna mediante un questionario di “rilevazione della percezione”, distribuito ai dipendenti. Al secondo posto della classifica si trova la Microsoft Italia, seguita dalla Coca-Cola Italia, al terzo, dalla Cisco Systems Italy, al quarto. «Il merito va alla nostra filosofia ha detto il Direttore Generale della Fater, Roberto Marinucci, soddisfatto per il primo posto raggiunto dalla sua azienda - che mette al centro di tutto i dipendenti, sempre coinvolti negli obiettivi aziendali, i consumatori, a cui chiediamo sempre riscontri con domande su come cambiano i loro gusti». m.b.


PERISCOPIO

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mille operai. Continuano le proteste sindacali

senza colore

antiere che omicidi. In Europa non è così Donne e infortuni 250mila gli infortuni delle donne (il 27,5%)

100 i casi mortali

88,6% le donne infortunate tra gli addetti ai servizi domestici

73,5% tra gli operatori di sanità

i anni, tra il 1995 e il centuale di morti sul laabbassata solo del

e invece negli altri paesi flessione è stata pari al

53,3%

29,41%. In Germania la riduzione ha quasi toccato la metà (-48,3%) e in Spagna il 33,64%. Secondo la Fillea Cgil sarebbero a Roma e nel Lazio quasi 100 i morti sul lavoro negli ultimi 5 anni.

tra gli occupati nella ristorazione (Dati Inail 2007)

Grugnetti: «Nei cantieri non si fanno controlli» di ALESSANDRO PROIETTI

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ncidenti sul lavoro, nuove norme sulla sicurezza e garanzie per i lavoratori stranieri. Sandro Grugnetti, segretario generale della Fillea-Cgil di Roma, intervistato da Periscopio, offre un quadro esaustivo sulla drammatica vicenda delle morti bianche nella Capitale. Norme sulla sicurezza, quali sono state le novità e l’atteggiamento del Governo? Il Testo Unico, che raccoglie le leggi, sia la 626 che la 494 (direttiva cantieri), approvato lo scorso anno ad aprile, è stato depotenziato da questo governo. Al testo è stata tolta la parte che noi del sindacato ritenevamo più consistente. Nel precedente testo c’era un modello sanzionatorio molto pesante. Questo governo ha diminuito la responsabilità del committente e dell'impresa sui subappalti. Problema dei lavoratori stranieri. Qual è la situazione nei cantieri del Lazio? Con la nuova norma è obbligatorio fare il corso sulla sicurezza prima dell'assunzione. Sono 16 le ore in tutto. Negli enti bilaterali del settore delle costruzioni i corsi di sicurezza vengono fatti gratuitamente per tutte le aziende che rispettano la regolare contribuzione. Molte volte gli operai immigrati lavorano a nero ed i controlli delle Asl ci sono una volta ogni 25 anni. In Italia, poi, non c’è

una cultura della sicurezza. A Roma ci sono su 60mila lavoratori regolari, 30mila sono stranieri e di questi 25mila sono rumeni. Il numero degli ispettori è insufficiente, anche perché devono essere controllati anche gli altri settori. Fino a poco tempo fa erano solo 12 gli ispettori per tutta la provincia di Roma. Com’è strutturata la figura dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriale? Noi del sindacato abbiamo istituito gli Rlst, i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriale, mettendoli nei diversi cantieri ed a disposizione delle imprese. Non tutte però, e sono circa il 91% con meno di dieci dipendenti a Roma, ne usufruiscono scegliendo di continuare a stare ai margini della legalità. Il settore dell’edilizia paga un pesante tributo rispetto agli altri settori, è alto il numero dei decessi anche rispetto al passato? Sono tanti, troppi rispetto agli altri compartimenti. Guardando le cifre degli anni scorsi, oggi nel 2009 si può vedere come i numeri stiano tornando a livelli preoccupanti. Siamo alla fine del primo semestre e già i morti nel Lazio, nel settore dell'edilizia, sono otto. Nel 2008 il totale fu di dieci deceduti. Dal 1990 al 2000 il numero è stato controllato e dal 2001 c’è stata un’impennata di infortuni mortali.

In Italia, dove il lavoro è più nero Senza contratto, senza diritti: i pericoli dell’occupazione irregolare di EMILIANO DARIO ESPOSITO

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Operai extracomunitari al lavoro in un cantiere edile

avoro nero. Al buio della legge, dal diritto, dal fisco, spesso del più ovvio rispetto dell’umanità. Ed il primato è tutto nostro: al primo posto tra i paesi dell’Europa occidentale, secondo un’indagine di Eurobarometro dello scorso anno, c’è proprio l’Italia, con una percentuale di compensi “fuori busta” intorno ai sette punti. Lavoro privato, imprese di pulizia, pizzerie, ristoranti, alberghi, aziende fornitrici di servizi, addirittura associazioni onlus: le prestazioni lavorative non regolarizzate sono in ogni settore produttivo. Parossistico il caso delle imprese edili. Sono oltre cinquemila le aziende del settore che negli ultimi tre anni hanno eseguito lavori di

ristrutturazione dichiarando al fisco zero reddito e zero dipendenti. Nessun miracolo, si tratta di una vera e propria frode: attorno a queste attività ruota un’ampia fascia di lavoro nero. Solo di recente la Guardia di Finanza ha scoperto, nell’ambito di una serie di controlli effettuati in tutto il territorio nazionale, circa 10 mila posizioni lavorative irregolari. Molti italiani, tra le vittime del lavoro nero. Disoccupati, studenti, lavoratori autonomi persino professionisti. Il fenomeno è più diffuso tra gli uomini. Sempre secondo Eurobarometro, il 6% della popolazione maschile riconosce infatti di aver svolto lavoro irregolare negli ultimi 12 mesi, mentre in quella femminile la percentuale si attesta al 3%.

Lazio, da gennaio già 21 vittime di VALENTINA ANTONIOLI

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i chiamava Victor Ariton, 51 anni, romeno, ed è volato giù da un palazzo in costruzione, in un cantiere di Roma il nove giugno. È lui l’ultima vittima sul lavoro tra gli edili nella regione. Ventuno, le morti bianche nel Lazio dal primo gennaio 2009 ad oggi. A censirle è Anmil, associazione nazionale mutilati ed invalidi del lavoro. La provincia di Roma quella in cui si è registrato il maggior numero di decessi: dieci dall’inizio dell’anno, sette nella sola Capitale. Il mese più straziante è stato marzo, in cui sei lavoratori hanno perso la vita. La maggioran-

za delle vittime, stando ai resoconti dell’Anmil, è composta da italiani. Oltre alle dieci morti bianche in provincia di Roma, l’associazione ne rileva quattro a Viterbo, altrettante a Latina e tre a Frosinone. Cinque sono state le vittime di cadute da tetti, scale o impalcature in cantieri. Nei luoghi di lavoro si continuano a registrare oggettivi e inaccettabili ritardi nell'attuazione del Testo Unico sulla sicurezza; e, a peggiorare la situazione si profilano le ipotesi di snaturamento e depotenziamento del quadro normativo e sanzionatorio che potrebbero rendere la messa in sicurezza solo un mirag-

gio. «Ci chiediamo - ha dichiarato in merito il segretario generale Flai Cgil, Stefania Crogi quanto sangue dovrà ancora essere versato perché lavorare in sicurezza diventi un diritto consolidato per i lavoratori. È il momento di dire basta con gli incidenti sul lavoro e di chiedere agli imprenditori per quale ragione non fanno nulla per stroncare questa piaga. Quello che si dovrebbe fare per arginare il fenomeno degli incidenti e delle morti bianche è scritto nero su bianco. Basterebbe che fosse applicato anziché ostinarsi a chiedere una rivisitazione delle legislazione in materia di sicurezza».

Ma il vero problema riguarda i lavoratori in nero extracomunitari, che essi siano in regola o meno con il permesso di soggiorno. Non è raro che svolgano, infatti, lavori pericolosi, in condizioni lontane dai canoni di sicurezza stabiliti dalla legge. Certo, per Ismu, Iniziative e Studi sulla Multi Etnicità, il rapporto tra operai stranieri e incidenti sul lavoro che li vedono coinvolti è nella norma, ma mancano attendibili stime su quanto resta sommerso. Ed una pratica diffusa, riguardante i clandestini vittime dei cantieri in cui lavorano in nero, non accenna ad essere accantonata: la loro regolare contrattualizzazione il giorno stesso dell'incidente fatale, quasi una grottesca fortuna rispetto a chi, fra loro, perde la vita e scompare nel nulla, come non fosse mai esistito.

«Ma non chiamatele morti bianche» L

e parole sono importanti, ed il vero nome delle morti bianche è, spesso, “omicidio volontario con dolo eventuale”: quello dell’accusa per cui verrà giudicato Harald Espenhahn, Amministratore Delegato di Thyssen. Il quotidiano online Articolo21 ha dato il via ad una campagna perché non si usi più questo termine improrio. «Non c’è alcunché di bianco, di candido, in quelle morti. Quelli sul lavoro sono morti in modo violento e tragico. E non sono tragiche fatalità», scrive Stefano Corradino. Un vero e proprio appello, cui hanno aderito, fra i tanti, Paolo Serventi Longhi, il direttore di Rainews24 Corradino Mineo, Roberto Natale, il direttore del Tg3 Antonio Di Bella, la televisione online del Pd YouDem. e.d.e.


PERISCOPIO

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Le energie rinnovabili funzionano e crescono del 40 per cento l’anno. Ma in Italia si parla solo di nucleare

Atomo? Meglio l’alternativa

Costano poco e promettono molto: così pannelli solari e mulini a vento rubano terreno alle fonti tradizionali

Luce, acqua e gas non bastano mai A

di SIRIO VALENT

di ILARIA COSTANTINI

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taliani risparmiatori? No, se parliamo di consumi energetici. In fatto di buone pratiche per ridurre gli sprechi domestici, il 39 per cento delle nostre famiglie può essere considerata “energivora”, cioè poco attenta al risparmio di acqua, gas e elettricità, e ancor meno disposta a rinunciare all’auto a favore dei mezzi pubblici. A rivelarlo un’indagine condotta nel 2008 dal centro di ricerca Synovat per Enel, che ha anche evidenziato come siano proprio i più giovani i meno informati sulle possibilità di risparmiare energia (e soldi) grazie a piccoli accorgimenti quotidiani. Come installare lampadine a basso consumo e frangigetto ai rubinetti; acquistare elettrodomestici di ultima generazione e spegnerli quando non vengono utilizzati; mantenere una temperatura interna non superiore a 6 -7 gradi di differenza rispetto all’esterno. Piccolezze? No, se si considera che il 40 per cento delle emissioni di gas serra deriva proprio dai consumi domestici. Anche se male informate e talvolta poco sensibili ai temi ambientali, dal 1990 sono state comunque le famiglie ad assicurare all’Italia i migliori risultati in fatto di efficienza energetica. Stando al bilancio stilato

lo scorso anno da Enea, il comparto residenziale ha registrato una riduzione dei consumi dello 0,7 per cento (contro una media europea dello 1,7), facendo molto meglio sia di quello dei trasporti (0,3 per cento), che di quello industriale, che ha macinato crescenti quantità di energia al ritmo dello 0,3 per cento l’anno. Grazie al bonus fiscale introdotto con la Finanziaria di due anni fa, tra il 2007 e il 2008, oltre 230mila interventi hanno migliorato l’efficienza energetica delle abitazioni, con una divisione fiftyfifty dei costi tra Stato e privati. Un trend positivo che l’incombere della crisi economica potrebbe ora arrestare, in assenza di politiche di rilancio pensate anche in funzione dell’ambiente. I segnali che arrivano dall’Italia non sono rassicuranti. Unica eccezione nel mercato europeo, il nostro paese ha rimandato, a data da destinarsi, il divieto di vendita per lampadine ad incandescenza ed elettrodomestici inquinanti, che dal 1 settembre sarebbero dovute uscire definitivamente dal commercio. «Un colpo basso alla riduzione di Co2» denuncia il WWf. Che calcola: «cambiando 5 lampadine da 100W a incandescenza con altrettante a basso consumo, in un anno si risparmiano 175 kg di CO2». Pari a 53 euro.

tomi che si arricchiscono, paesi che s’impoveriscono. Mentre la corsa all’atomo riprende in Italia, la convenienza economica dell’energia nucleare viene messa in discussione dai cervelloni del Mit di Boston. Proprio le considerazioni di profitto e perdita, per una volta, fanno preferire la scelta verde. Al confronto con le altre fonti energetiche, il nucleare comincia a costare troppo. Uno studio del Mit, il centro di ricerca scientifica più avanzato degli Stati Uniti, rileva che il costo di una nuova struttura è aumentato al ritmo del 15 per cento negli ultimi anni: per fare un esempio, dal 2003 il costo dell’energia nucleare è raddoppiato, da 2.000 a 4.000 dollari per ogni megawatt prodotto. Un’analisi a dir poco sottovalutata, qui da noi, dove c’è chi sostiene che il rapporto costo-prestazioni dell’energia nucleare è il migliore. A preferire le energie pulite sembra ora essere il mercato stesso. Oltre il 40 percento del-

la nuova potenza installata a livello globale nel corso del 2008 riguarda le fonti rinnovabili, come anche la metà degli investimenti complessivi in energia. I paesi emergenti, per anni nemici del protocollo di Kyoto e delle intese restrittive in temi ambientali, hanno investito considerevolmente in impianti fotovoltaici, soprattutto per contrastare gli effetti della crisi

M’Illumino di meno Giornata del Risparmio Energetico. Da 5 anni Caterpillar, noto programma di Radio2, chiede agli ascoltatori di spegnere le luci e gli apparecchi elettrici per 24 ore. Quest’anno la giornata designata è stata il 13 febbraio, ed ha contagiato milioni di persone in una grande festa “verde”. I monumenti di molte città italiane ed europee hanno spento fari e luci in nome del risparmio e dell’ambiente. In foto, luci di candela al Campidoglio.

L’energia sotto i nostri piedi Geotermico, Italia seconda nel Mondo. Ma non mancano i rischi di FRANCESCO COLUSSI

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i energie rinnovabili si parla fin dal lontano 1973, anno in cui si verificò la prima crisi petrolifera. L’innovazione, la tecnologia e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica hanno reso le energie rinnovabili un tema di attualità e crescente interesse, una garanzia per allentare quel rapporto di dipendenza creatosi con il petrolio e con il gas. L’Italia già all’inizio del XX° secolo si è distinta per lo sfruttamento di un particolare tipo di fonte energetica, cioè quella derivante dal calore naturale della Terra. Il nostro paese è infatti il secondo produttore al mondo, dopo gli Stati Uniti, di energia elettrica geotermica. Parliamo per esempio dei soffioni boraciferi, presenti soprattutto in Toscana, dove si conta il maggior numero di centrali geotermoelettriche, anche se la ricerca di zone adatte prosegue da diversi anni anche in Lazio e Campania.

economica nell’edilizia. Così la Cina ha incrementato del 17 per cento l’investimento in pannelli solari, concedendo sgravi fiscali alle nuove costruzioni “verdi”; l’India allarga il proprio parco fotovoltaico al ritmo del 12 percento e l’Africa al 10 percento. In Italia il mercato va nella stessa direzione, mentre il governo cavalca la scelta nucleare. L’af-

Era il 1904 quando a Larderello, in provincia di Pisa, si iniziò a sfruttare per la prima volta la forza dei gas e vapori provenienti dal sottosuolo ad altissime temperature per produrre energia elettrica. Il paesino si trova nella “Valle del Diavolo”, così chiamata proprio a causa del suo paesaggio caratterizzato dalla presenza di soffioni boraciferi, con le loro caratteristiche colonne di vapori bianchi. Il flusso di vapore proveniente dal sottosuolo produce una forza tale da far muovere una turbina, così l’energia meccanica sprigionata viene poi trasformata in elettricità. L’Enel ha promosso negli anni campagne di energia geotermica, sul ter-

ritorio nazionale e non solo. Nel 2007, l’azienda ha siglato un accordo sulla geotermia con la regione Toscana, che prevede lo stanziamento di 650 milioni di euro e le migliori tecnologie per finanziare lo sviluppo sostenibile della “coltivazione” geotermica, la valorizzazione dei territori che ospitano i giacimenti e la tutela dell’ambiente e della popolazione residente. Che il geotermico possa rappresentare un valido contributo alla riconversione del sistema energetico è evidente, ma recenti esperienze invitano alla cautela sulla scelta delle modalità. Gli scavi, le trivellazioni possono infatti causare scosse sismiche. Infine la principale barriera allo sviluppo della geotermia è di fatto la sensibilità maturata dalle comunità locali sulle questioni di impatto ambientale, che è legato sia agli effetti tossici, in relazione ai fluidi portati in superficie, che agli effetti di tipo geofisico e geologico.

fare delle energie rinnovabili si allarga rapidamente, grazie al miglioramento delle tecnologie e all’abbassamento dei costi di impianto. Il fotovoltaico è cresciuto del 412 per cento tra il 2007 e il 2008, grazie anche ai finanziamenti europei. Un ritmo incredibile, che già da alcuni anni sta diffondendo in Europa la nuova alternativa energetica. Ma è il vento la rivelazione dell’anno scorso, con un incremento di un terzo della potenza prodotta da mulini e turbine. Ben 1000 megawatt nuovi di zecca, sui circa 3700 già operativi; praticamente la stessa energia prodotta da una centrale nucleare. Anche a livello internazionale, si tratta di un ottimo risultato: il nostro paese è ora il terzo produttore europeo di energia eolica, e al sesto posto su scala mondiale. Ma l’Italia sembra preferire di diventare il decimo o dodicesimo produttore mondiale di energia nucleare, perdendo l’occasione che il mercato stesso gli sta offrendo. Un’occasione di fare energia bene e con meno costi.

POLEMICHE

Eolico, quelli del no

Un impianto eolico “off-shore”

di ANDREA TORNESE

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ravamo abituati ai cartelli dei comuni denuclearizzati, chissà se oltre ad un “benvenuto” presto leggeremo anche “deolicizzato”. Perché quando si parla di questione eolica, in Sicilia si risponde che le altissime pale mettono “il paesaggio sotto attacco”. Così come in Molise, dove la Sopraintendenza per i beni paesaggistici e la Regione hanno bloccato il progetto di un impianto eolico “off-shore”, a 5 miglia dalla costa di Termoli. Stessa linea, stesso ‘no’, a Gela per una centrale nel Mediterraneo. E ultimo, in ordine di tempo, il comune di Volterra che nei giorni scorsi ha approvato il nuovo regolamento urbanistico che vieta l’istallazione in tutto il territorio comunale, borgo e colline toscane, di impianti eolici standard e limita l’uso dei pannelli solari. Non si tratta però di un no alle energie rinnovabili, ma ai moderni e giganteschi mulini a vento: contro gli ambientalisti che sostengono la diffusione delle energie rinnovabili, altri ambientalisti, quelli che portano avanti la tutela del paesaggio. Da un lato, quindi, Legambiente che giudica immotivato ed ideologico “il punto di vista paesaggistico”, dal-

Cittadini e Sindaci protestano in difesa del paesaggio

l’altro le associazioni locali perplesse per “la sregolata proliferazione degli impianti eolici”. A sostenere la causa anti-eolico Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi (Tp), che in occasione del G8 sull’Ambiente che si è svolto in Sicilia ad aprile ha usato parole forti rivolgendo un appello ai grandi affinché non chiudano “gli occhi davanti allo stupro della Sicilia e del suo paesaggio”. Il critico d'arte sostiene inoltre che “in nome di una finzione legata all’energia pulita” si favorisce “l’azione della mafia”. Al fianco della Sicilia si è schierato anche l’ex presidente della Repubblica francese Valery Giscard d’Estaign che partecipando ad un convegno a Palermo ha detto che “il paesaggio europeo e siciliano sono gravemente minacciati dalle pale eoliche”. La convinzione è che a fronte di un guadagno energetico minimo, si producono gravi danni già durante l’istallazione degli impianti. Gli organizzatori della conferenza “Paesaggio sotto attacco. La questione eolica” parlando di “innegabile sproporzione tra il grave danno ambientale causato dalle selve degli aerogeneratori e il loro contributo, del tutto marginale, alla soluzione del problema energetico”.


PERISCOPIO

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Versi diversi. Sempre meno gli autori veri, mentre per hobby scrivono in tanti. Troppi

Se in Italia c’è poca poesia di ROBERTO ANSELMI

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trana storia quella della poesia italiana in questo inizio di secolo. Marginalizzata, senza un ruolo pubblico, senza spazi veri negli organi di informazione. Perfino le librerie, per molti aspetti riserve indiane di buona informazione e di un Paese che non si rassegna al quotidiano battage, recludono i versi in mezzi scaffali incastrati tra le sezione esoteria e quella dedicata al giardinaggio. Eppure, se di penne note ce ne sono sempre meno e vengono considerati autori contemporanei arzilli vecchietti sulDa qualche anno l’ottantina, di si scrivono molti più libri poeti fai da te ne sono a di versi rispetto a quelli ce migliaia. Dieche vengono letti tro ogni commessa o tassista si può nascondere un insospettato versificatore. Si dice, infatti, e i dati degli osservatori sull’editoria lo confermano, che siano molti di più i libri scritti di quelli letti. Un esercito di autori che magari pubblicano pure (spesso, quasi sempre, a loro spese), ma non leggono una riga di quello che viene dato alle stampe da altri. Un marasma di parole in rima, il cui valore letterario supera a fatica quello delle filastrocche infantili. In effetti, la poesia, come fenomeno sociale, in Italia è morta da almeno un trentennio. Forse qualcosa di più. Finiti i tempi in cui erano i giornali a seguire i vaticini dei poeti (un esempio per

tutti: la terza pagina dei quotidiani creata per coprire la prima di uno spettacolo teatrale scritto da quello che era allora il maitre a pensée del paese, un poeta, Gabriele D’Annunzio), autori e popolo hanno iniziato due strade parallele: la società di massa non ha digerito i versi; mentre le scelte avanguardiste degli anni ‘60 e ‘70 hanno finito per spostare la poesia in un iperuranio irraggiungibile alla maggior parte dei lettori. Oggi, i poeti “giovani” (Valerio Magrelli, Maurizio Cucchi, solo per citarne I poeti contemporanei due) sono gli sono spesso arzilli stessi “giovani” da alme- vecchietti protagonisti no un vendi stagioni finite tennio. E gli ultimi vecchi, quelli che hanno vissuto le stagioni dell’avanguardia (Edoardo Sanguineti, Elio Pagliarani), quelli che sono stati indicati come eredi dai grandi maestri (Montale dichiarò che Andrea Zanzotto avrebbe potuto raccogliere la sua eredità: i risultati poetici sono stati straordinari, ma il suo successo è lontanissimo da quello del Nobel ligure), insieme a quelli che hanno cercato di riallacciare i fili di un discorso poetico forse interrotto per sempre (Giovanni Giudici su tutti), muoiono uno dopo l’altro. E solo allora, senza richiami in prima, i quotidiani dedicano una pagina a questa creatura morente che vive in pace, dimenticata.

Zeichen, un poeta che discende dall’uomo qualunque di FEDERICA VENEZIA

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alentino Zeichen, uno dei più raffinati poeti contemporanei italiani, è nato a Fiume ma vive a Roma da ormai molti anni. E’ autore ironico, da sempre controcorrente e “irregolare”. Ne abbiamo approfittato per porgli alcune domande relative al ruolo della poesia nella società contemporanea, e non solo. Ci piacerebbe conoscere la sua opinione riguardo il rapporto musica/poesia. Penso a un pezzo di Luigi Tenco, “Mi sono innamorato di te”, vero e proprio testo musicato. “Lei ha citato un cantante che amo molto, di cui non posso dire che sia un poeta, ma devo ammettere che alcuni testi raggiungono l’intensità di alcuni scritti poetici. Tenco era un poeta romantico, un cantautore. Il livello della poesia musicata? La poesia è già una musica: certo, oc-

corre avere senso del ritmo, velocità, capire quanto sia importante investire con il proprio sentimento la lingua per darle quel verso, quella conformazione, che sia curvilinea, che non sia sgradevole e stridente, non ritmica”. La figura del poeta “maledetto”: esiste ancora, oppure chi aspira alla sua professione è piuttosto una sorta di giornalista al desk in versione romantica? “La sua definizione è molto brillante, e sembra proprio che sia così. Quanto ai poeti di un tempo, la maledizione era certamente legata ad una povertà più radicale. Adesso non è più così! Un certo romanticismo, una volta, era dovuto alla miseria calorica della società, che non poteva permettersi di nutrire tutti questi poeti”. Nuove tecnologie: cosa ne di Valentino pensa degli audiolibri? Pa-

Pochi i premi di prestigio Ma in provincia c’è una targa per tutti di CLAUDIA MORETTA

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anti. Per addetti ai lavori o per chi si cimenta per la prima volta con i versi in rima. Forse troppi. I premi per la poesia sono innumerevoli. E riuscire ad orientarsi in questa infinità, non sempre è facile. La voglia di “fare il punto” sulla produzione poetica di casa nostra, esplode durante il periodo fascista. Al 1926 risale la nascita del primo premio letterario in Italia, il Bagutta, con una sezione dedicata alla poesia. Tre anni più tardi nasce il più famoso Viareggio, anch’esso con una parte dedicata intermente ai versi in rima. Alla sua festa di inaugurazione partecipa anche Luigi Pirandello, e nel lungo albo d’oro figurano Primo Levi, Leonardo Sciascia e Giorgio Bocca. Nel 1943 è Galeazzo Ciano ad assumerne la supervisione, interrotto durante la seconda guerra mondiale e rimesso in piedi nei primi anni post bellici. E per molti anni è al centro di numerose polemiche, legate molto spesso al suo stesso fondatore Leonida Rèpaci. Nel 1946, ad esempio, la giuria decide di dare il premio ad Umberto Saba ma quando Rèpaci viene a sapere che

il poeta è stato informato prima della premiazione, la giuria viene riconvocata e viene premiato sia Saba che Silvio Micheli. Un anno dopo, tutti erano convinti che avrebbe vinto Alberto Moravia, invece si decise per i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, anche se il regolamento diceva che dovevano essere premiati solamente autori viventi e Gramsci era morto dieci anni prima. Ma nel corso del tempo la tecnologia è entrata con prepotenza anche nel mondo dei poeti. Nel 1989 Filippo Canu, direttore del Dipartimento Scuola Educazione, ad esempio, mandò in onda su Raiuno e Raidue un programma diretto dal poeta e giornalista Claudio Angelini e ad ogni puntata venivano trasmesse interviste, notizie, recensioni ed altri servizi a carattere non solo divulgativo ma anche sperimentale e innovativo. E per chi di poesia non ne vuole sentir parlare nemmeno in questo modo, arriva in loro soccorso il premio Laurentum che ha una sezione dedicata esclusivamente alle poesie via sms. Massimo 160 caratteri per esprimere tutto la propria sensibilità poetica.

re siano un valido sostituto del libro “di una volta”. “Ne penso benissimo. Quante volte alla radio abbiamo ascoltato romanzi a puntate? E’ esattamente la stessa cosa, soltanto che questa ben nota attività oggi viene riciclata individualmente, perché abbiamo dei mezzi tecnologici che ci permettono di destinarla al singolo per registrazione. E’ sempre un modo di leggere e di vendere libri, ma la fatica della lettura viene eliminata, si ascolta; cambia senso, ma al cervello arriva lo stesso contenuto. Forse non trasmetterà le stesse emozioni, o forse ne darà addirittura di più. Se questa è una soluzione che aiuta a leggere e a rileggere il passato della letteratura, le grandi opere, ben venga”. Una curiosità: quando compone, solitamente Zeichen ascolta musica?

Spazzolini da denti

“Io sono un pucciniano, ma amo molto anche Bach, quindi mi capita spesso di ascoltare le “Variazioni Goldberg”. Puccini è il mio musicista preferito in senso assoluto, lo considero il più grande compositore del ventunesimo secolo”. Lei si è detto più volte apolitico, e dunque di essere al di sopra di tali logiche. Mi chiedo se lei sia ateo, e se Dio sia da ricercare nella poesia, come io penso. “Io sono un credente intermittente. Sono ateo e, sostanzialmente, un qualunquista. Discendo dall’uomo qualunque, pochi problemi, cose troppo grandi, non mi occupo della quotidianità. Penso che coloro che si recano a votare debbano eleggere persone “nobili” e in grado di occuparsi dello Stato: un cittadino non dovrebbe essere costretto, tutti i giorni, a confrontarsi con quello che avviene nella storia, dovrebbe pensare ai fatti propri, come accade nei paesi civili”.

E tra i versi vincono anche i piccoli editori di AIDA ANTONELLI

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a poesia è timida, a livello editoriale. Anche se tutte le grandi case editrici comprendono al loro inContrapposti come sfidanti terno una moltitudine di titoli e pubin un dramma di astratte [marionette blicazioni di poeti di ieri e di oggi, sono le ‘piccole’ a compiere un minui nostri spazzolini da denti zioso, silente e sapiente lavoro di risi sfiorano solleticandosi cerca; Milano è il tempio dell’editole setole della stessa tinta fanno indistinti il mio dal tuo. ria, si concentrano quasi tutte lì. Ma anche Firenze e Roma, si difendono Ne impugnerei uno a caso ma ben altro imperativo che bene. Sono case editrici che resisto[non no nel mare magnum dei colossi come Feltrinelli ed Einaudi – solo alcula prevenzione igienica ne fra molte altre - , il cui lavoro si dimi interdice dal farlo. stingue per scelta e necessità. Intendo prolungare l'attesa La Crocetti Editore – sede nel capoa un' ulteriore scadenza. luogo lombardo, fondata nel 1981 da Strofinandomi i denti Nicola Crocetti, grecista e traduttore mi tornano alla memoria – all’universo poetico dedica ben trei tuoi baci iniziali dici collane del suo catalogo, ricco che sapevano di dentifricio; così di nomi nostrani e stranieri di altrove, bacia la tua bocca [pura spicco: Kavafis, Gibran, Rilke, Dickinson, Machado, Whitman, Valéry, addentando altre labbra. Weil, Majakovskij, Verlaine, Mallarmé, Rich; mentre tra gli italiani ci soAscolta l’intervista sul sito no Alda Merini, Franco Loi, Anto-

nella Anedda, Giovanni Raboni, Maria Luisa Spaziani, Antonio Porta, Cesare Viviani, Milo De Angelis, Aldo Nove. Anche la fiorentina Passigli Editori, nata anch’essa nei primi Ottanta, si distingue per qualità ed impegno culturale; basti pensare alla selezione di poeti italiani nella collana che era curata da Mario Luzi: Paola Lucarini, Paolo Manetti, Renato Minore, Maria Modesti, per citarne alcuni. L’elenco prosegue con Montague, de Quevedo, Miguel Torga, Georg Trakl. Catalogo d’eccellenza anche per la casa editrice meneghina Scheiwiller, fondata nel 1977 da Vanni Scheiwiller, che abbraccia la letteratura internazionale e grandi autori italiani: Eugenio Montale, Alda Merini, Giorgio de Chirico, Mario Luzi, Tonino Guerra, Corrado Govoni, Blaise Cendrars, João de Melo Neto, Guillaume Apollinaire, Ezra Pound, Wislawa Szymborska (Nobel 1996), Seamus Heaney (Nobel 1995), Czeslaw Milosz (Nobel 1980), Gustaw Herling, Tadeusz Kantor, Harry Martinson (Nobel 1974), Anna Achmatova, Edgar Morin, Heiner Müller e molti altri.


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PERISCOPIO

L’INTERVISTA

Cappellini: «Offriamo un punto di vista diverso» di FRANCESCA PINTOR

vista diverso da quello degli oma, Via delle Botteghe altri quotidiani. Per questo Oscure. Negli uffici un cerchiamo di dare sempre un tempo occupati del Partito taglio originale alle notizie. Il Comunista ora si trova la risultato è un giornale più ricnuova sede del Riformista, co che cerca di raccontare il dopo “la rivoluzione” che ha Paese». portato ad un ampliamento A quale tipo di lettore vi ridella redazione. Una sede sto- volgete? «Il Riformista dedirica per un quotidiano “giova- ca un’attenzione particolare nel raccontare ne” che guarda le trasformaa sinistra, più zioni del cenprecisamente a trosinistra. Ma una sinistra riil nostro è un formista. Ci acgiornale tracoglie il vicedisversale seguito rettore Stefano da molti giovaCappellini, ni, con simpatie classe 1974, al di centrodeRiformista fin stra». dalla sua fonLa sinistra itadazione, che si occupa in parRedazione del Riformista liana sta attraversando una ticolare delle vicende della politica italiana. grave crisi. Tra le cause si Prima di approdare al quoti- parla anche dell’incapacità diano fondato da Antonio di comunicare con i cittaPolito ha lavorato per la Re- dini. Si può dire lo stesso pubblica e per Liberazione. dell’informazione “di siniAttualmente collabora con il stra” giudicata troppo “inprogramma di Canale5 Ma- tellettuale”? «Non credo si tratti solo di un problema di trix. Cappellini, in che modo il comunicazione. Altrimenti passaggio da foglio d’opi- negli ultimi anni avrebbe nione a quotidiano genera- sempre vinto il centrodestra. lista ha influito sulle noti- In realtà i cittadini votano in zie pubblicate? «Anche do- base a ciò che vedono. Quepo l’ampliamento della reda- sto spiega, ad esempio, il zione continuiamo a predili- grande successo della Lega. È gere le notizie di approfondi- un partito sicuramente vicino mento e di analisi politica. Il alla gente. I partiti di sinistra nostro è un lettore già infor- sembrano invece aver perso il mato che cerca un punto di contatto con il territorio».

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Prosegue l’inchiesta nelle redazioni romane dei giornali e delle agenzie. Come sono organizzate, chi le guida, quali sono le loro fonti, quali sono i loro lettori. Un viaggio pieno di notizie. E di sorprese...

Il Riformista. Più redattori e più pagine, Non più solo commenti

Il giornale che batte la crisi EMILIO FABIO TORSELLO

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a secondo a primo giornale. Non più solo una testata di commenti e analisi politiche ma un quotidiano che dia notizie, informi i lettori e accosti ai fatti anche riflessioni e corposi editoriali. È questa la nuova vocazione del Riformista che, dopo il passaggio da otto a 32 pagine e successivamente a 24, ha imboccato la strada del quotidiano “vecchia maniera” ma con un tocco di classe in più: dimenticare i pastoni politici scritti sulla scorta delle dichiarazioni di agenzia. «La nostra capacità di veicolare informazioni e contemporaneamente di darne una visione critica e meditata - racconta il vicedirettore, Stefano

Cappellini - è il passo in più che vogliamo avere rispetto agli altri giornali». La scelta sembra aver premiato la direzione: i lettori sono triplicati, in tempo di crisi un dato non troppo scontato. Al rilancio della testata hanno fatto seguito anche nuove assunzioni: da 13, i giornalisti interni alla redazione sono diventati una ventina. A questi si aggiungono i collaboratori, presenti in quasi tutti i principali Paesi stranieri. Aumentate anche le sezioni e le rubriche del giornale: Interni, Esteri, Politica, Cultura, Economia e Sport. Un dato

da sottolineare riguarda poi la natura dei lettori: trasversali. «Ci siamo resi conto che molti giovani si sono avvicinati al nostro giornale e non sono tutti di sinistra», ha commentato Cappellini. Come dire: un punto di vista in più giova anche alla destra. Ma il trucco sono anche gli argomenti scelti per le aperture di prima: «Cerchiamo di aprire sempre con articoli diversi dagli altri quotidiani - continua Cappellini - proprio per distinguerci e dare una nostra impronta ai fatti». E sull’editore Angelucci conferma: nessuna pressione sulla linea edi-

«Molti lettori giovani anche quelli non schierati politicamente»

toriale. Anzi: «Abbiamo una certa autonomia e soprattutto non esiste alcuna interferenza con Libero, l’altro giornale di cui è proprietario il nostro editore e che è caratterizzato da una visione politica differente, se non opposta, alla nostra». A far da cornice a computer e giornalisti, infine, la sede nuovissima del Riformista. Una redazione che da qualche tempo si è trasferita in via delle Botteghe Oscure, nella sede storica del Pci e dell’Unità, a pochi metri da via Caetani, dove venne ucciso l'ex segretario della Dc, Aldo Moro. All’interno l’arredamento è sobrio, moderno ed essenziale, all’esterno diversi schermi presentano, già dalla sera, il pdf del giornale che sarà in edicola il giorno successivo.

La storia di un gruppo che vuole cambiare il modo di fare politica

Un quotidiano “nuovo” per la sinistra

FILOMENA LA TORRE l 23 ottobre 2002 nasce Il Riformista, un quotidiano politico basato su dibattiti, avvenimenti, legislazioni ed attualità riguardanti la politica italiana, con particolare attenzione alla sinistra. Fondato da Antonio Polito, di proprietà della Società cooperativa Edizioni Riformiste, l’idea del nuovo giornale è di Claudio Velardi, ex consigliere politico di Massimo D’Alema. L’accordo con Emanuele Macaluso, che diventa editorialista del quotidiano, dà una chiara impronta politica al giornale, legandolo “alle ragioni del Socialismo”. Nel 2006 ci sono una serie di cambiamenti interni. Antonio Polito è

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costretto ad abbandonare la carica di direttore per impegni politici, diviene senatore della Margherita. Claudio Velardi e Polito, decidono, infine, di vendere la testata agli Angelucci, i quali offrono a Paolo Franchi la direzione del giornale. I nuovi editori puntualizzano che il loro impegno editoriale è di fare un giornale slegato dai partiti e portatore di un riformismo ispirato alla cultura e alla storia del socialismo italiano e europeo. «Di sinistra (e non come la destra della sinistra, perché i riformisti, almeno secondo me, non sono questo). E di frontiera, perché certezze non ce ne sono più, e nemmeno rifugi sicuri dove attestarsi, e quindi

bisogna, anche a sinistra, mettere in circolo idee nuove, rischiare e rischiarsi». Così scrive Paolo Franchi quando lascia il Corriere della Sera, per assumere la direzione del Riformista. In due anni Franchi si impegna a fare un giornale di tendenza, un giornale aperto alle idee, libero di criticare e anticonformista, un giornale “programmaticamente scomodo”. Fastidioso, in primo luogo, per i partiti e per i leader politici. Ma il 5 marzo 2006 il giornale volta pagina di nuovo. Antonio Polito, il fondatore, è di nuovo direttore del Riformista. Polito annuncia di voler dare una nuova spinta alla testata attraverso una serie di innova-

Foto in pagina: E F. Torsello

zioni: una grafica più vivace, l’aggiunta di più pagine, più temi e più notizie. I suoi obiettivi: le riforme, il dare spazio ad un partito delle riforme; il clima per le riforme. «Il partito unico oggi c’è - sottolinea -

I master di giornalismo sul piede di guerra: ripristinate i tirocini estivi

Scuole, gli stage della discordia PAOLO RIBICHINI tage o non stage, questo è il problema. Per i praticanti giornalisti inizia il calvario. Mesi e mesi ad attendere uno stage, che poi a volte non arriva. Il nuovo quadro di indirizzi delle scuole di giornalismo vieta gli stage durante il periodo estivo. Tuttavia, i giornali non sono disposti a prendere giovani praticanti nei mesi invernali. Marino Regini, direttore della scuola della Statale di Milano - Ifg, Angelo Agostini della Iulm, Ruggero Eugeni della Cattolica, Vera Schiavazzi di Torino, Ivano Pacca-

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gnella di gretario Padova, Enzo Iahanno firc o p i n o. mato una Ma quelettera st’ultimo nella quanon semle chiedobra affatto no modidisposto a fiche al prendere quadro di in consideindirizzi. Lorenzo Del Boca, presidente r a z i o n e dell’Ordine dei Giornalisti «Sarebbe questa auspicabile che tale divieto ipotesi. «È una richiesta venisse revocato almeno surreale. La convenzione è per il mese di luglio», chie- stata firmata pochi mesi fa dono i cinque direttori del- ed è impossibile discuterne le scuole di giornalismo del ora», spiega Iacopino. «È centro-nord al presidente bene sapere che se c’è chi dell’Ordine dei giornalisti vorrebbe permettere gli Lorenzo Del Boca e al se- stage anche a luglio, ci sono

altri che preferirebbero vietarli anche a giugno e a settembre. Nei giornali, le assenze per ferie vanno coperte con l’organico normale, non con gli stagisti». Al segretario risponde Paccagnetta della scuola di Padova: «Alcune testate ci hanno chiuso le porte ed il problema è serio. Lo sarebbe ancora di più se il divieto fosse ampliato come pensa Iacopino. Ovvio che la formazione è una cosa, le sostituzioni ferie un’altra. Ma la verità è che per imparare a nuotare i ragazzi devono essere buttati in acqua».

e si è battezzato nell’unico modo possibile: rompendo l’alleanza con la sinistra radicale. Ora bisogna solo che quel partito vada al governo, trovi il coraggio di pensare e di fare le riforme, e cambi l’Italia».

Ansa: dietro Contu l’ombra di Anselmi

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ambio della guardia al timone dell’Ansa. La direzione dell’agenzia passa a Luigi Contu, ex capo della redazione interni della Repubblica che andrà a sostituire Giampiero Gramaglia. Una scelta di rinnovamento in cui si avverte l’impronta interventista del neopresidente Giulio Anselmi, subentrato a propria volta ad una figura esterna al mondo del giornalismo, l’ambasciatore Boris Banchieri. Come Anselmi, anche Contu torna a così varcare una soglia ben nota: all’Ansa ha iniziato una brillante carriera giornalistica che già nel ‘97 lo ha portato alla direzione della redazione politica dell’agenzia, dove lo volle proprio l’allora presidente Giulio Anselmi. Seguirono un incarico da vicedirettore

nell’era Magnaschi e la vicepresidenza dell’Associazione Stampa parlamentare. Infine il passaggio alla carta stampata, il salto spesso molto atteso da chi lavora alla fonte della notizia. «La cosa speciale di lavorare in un’agenzia – confessa oggi Contu – è che sei al centro, in diretta, di tutto quel che accade nel mondo». Un’esperienza che sembra essergli mancata negli ultimi cinque anni all’interno del quotidiano di Ezio Mauro: «I giornali devono fare le loro battaglie, ma capita che le notizie vengano un po’ ‘tirate’, interpretate. Noi comunque saremo in prima linea – promette Contu – davanti alle porte, ai cancelli, negli stadi, dappertutto. Per essere testimoni diretti ed informare il Paese».

i. c.

Periscopio 15 giugno 2009  

Periodico quindicinale della Scuola di Giornalismo dell'Università "Tor Vergata" di Roma

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