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E VENNE IL BUIO… Romanzo di Alex J. Calvi


A Vale, che mi ha cambiato la vita.

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PROLOGO “Non c'è idea nata da uno spirito umano che non abbia fatto scorrere il sangue sulla terra.” Charles Maurras

“Non esistono fiabe non cruente. Tutte le fiabe provengono dalla profondità del sangue e dell'angoscia.” Franz Kafka

Mi chiamo Jonathan Salem e sono un detective. Il mio lavoro: dare la caccia agli assassini. La città in cui vivo è grande, ipertrofica, piena di tentazioni per i giovani e gli incauti. Può riservare morti orribili o grandi fortune, mostrare orrori o miracoli. A me capita di rado di imbattermi nei secondi. Il pericolo può nascondersi dietro ogni angolo: in un vicolo buio nella notte più nera o negli uffici dei magnati dell’economia. Nessun posto è sicuro. Ma queste cose non si devono far sapere ai turisti. L’obiettivo primario della nuova giunta comunale è la lotta alla microcriminalità, per questo tutto il sistema è stato ristrutturato. Ogni quartiere, ora, ha il suo distretto di polizia, a cui rivolgersi per piccole cose come furti, scippi, atti di vandalismo. In questo modo, i piani alti pensano che la gente si senta più al sicuro. Vogliono poliziotti presenti nelle strade, tutti i giorni, come se si fosse in trincea. Ma è solo scena, non serve a niente. La gente continua a rubare, a violentare, a uccidere. Come se nulla fosse. I crimini più gravi - stupri, assassinii, rapimenti, traffico di droga e armi - finiscono al distretto centrale. Così sono sempre le stesse persone a tenere la situazione sotto controllo, dicono loro. In questo modo non vi saranno sovrapposizioni di giurisdizioni e si potranno collegare fatti che avvengono in luoghi diversi della città. In teoria è un concetto giusto, ma in una città in cui non passa giorno senza un morto, il risultato è che siamo oberati di casi. Perché è qui che lavoro io, alla divisione omicidi. Ed è di questo che mi occupo: assicurare alla giustizia chi uccide altri esseri umani. Per fortuna lavoro anche con persone valide, che sentono la responsabilità di questo compito e, soprattutto, che sono brave in quello che fanno. Ma per molti, anche tra i miei colleghi, questo è solo un lavoro, uno come un altro. Alcuni son finiti qui perché un posto statale li attirava, altri ci sono finiti grazie a raccomandazioni, saltando corsi e concorsi. In definitiva, ciò che gli interessa è solo lo stipendio alla fine del mese. Per me, invece, è diverso. Io vivo per questo. Non potrei fare altro. Per me è una missione…

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01 - SETTE “L'intero impulso della mia educazione si rivolge a persuadermi che il mondo nella nostra presente coscienza è solo uno dei possibili mondi della coscienza che esiste” Henry James Stavo vomitando. Merda! Vent’anni in polizia, alla omicidi, e non avevo mai vomitato. E adesso ero lì, piegato in due che buttavo fuori anche l’anima. Come una matricola di fronte al suo primo cadavere. Però, Cristo, non si può conciare un uomo in quel modo? Lo avevano scuoiato completamente. Mentre era ancora vivo. Poi lo avevano lasciato morire dissanguato. Non avevo mai visto niente di simile. Quell’uomo doveva averci messo un sacco a crepare. Al suo posto, con quel dolore, avrei pregato mi piantassero una pallottola in testa. Il problema era che non era neanche il primo. Da qualche tempo c’era un assassino in città. Un assassino particolarmente efferato e fantasioso. Avevo visto di quelle cose nell’ultimo mese da far accapponare la pelle. Si presumeva che ormai avessi fatto il callo alle cose disgustose, ma evidentemente non era così. Con quello si era arrivati a quattro. Quattro casi, uno più cruento dell’altro. Al primo, un certo Mark Bennet, era andata ancora bene. Gli aveva aperto la gabbia toracica con una sega elettrica chirurgica e gli aveva strappato il cuore. Ovviamente mentre era ancora vivo. Aveva deposto l’organo su di un tavolino lì a fianco, a portata di mano. Quasi che, se avesse voluto, la vittima avrebbe anche potuto riprenderselo. Il secondo caso era David Samson. L’assassino lo aveva cosparso di liquido infiammabile e poi gli aveva dato fuoco. Per essere sicuro che non morisse subito soffocato, però, gli aveva ficcato in gola un tubo di metallo, così che potesse continuare a respirare. L’agonia doveva essere durata delle ore. Il terzo caso mi aveva dato la dimensione completa della follia dell’assassino. Si trattava di una donna: Pamela Ann Miller. L’omicida le aveva segato la calotta cranica e scoperto il cervello. Poi le aveva posto un seme nella materia grigia. L’aveva anche attaccata a delle flebo per idratarla e mantenerla in vita più a lungo. Alla fine, però, era morta e i vicini, sentendo odore di decomposizione, avevano chiamato la polizia. Nel frattempo la pianta, un geranio, era fiorita. Ultimo, ma, temevo, solo per il momento, Jason Newmar. Scuoiato e lasciato a dissanguarsi lentamente. In tutti i casi le sue vittime subivano queste violenze mentre erano ancora vive. La morte sembrava semplicemente un effetto collaterale delle sue sperimentazioni sugli esseri viventi. Come se lui cercasse o volesse dimostrare qualcosa, più che uccidere. Non mi ero mai imbattuto in un assassino del genere. Sono cose che si leggono nei libri o che si vedono nei film. Certo, a volte la realtà supera la finzione, ma in vent’anni nella polizia ne avevo viste a sufficienza. Tra madri che uccidono i figli neonati o figli che fan fuori i genitori per un paio di dollari da spendere in droga, credevo di aver già dato. E poi ti salta fuori un figlio di puttana come questo. Che schifo.

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L’unica consolazione, in un lavoro di merda come questo, è che almeno non sei solo. Daniel Stroub era il mio compagno da quasi dodici anni. Ormai per me era come un fratello e così io per lui. Spesso bastava un’occhiata per capirci. Soprattutto, il fatto di avere sempre a fianco una persona su cui potevi contare, faceva la differenza tra crollare e riuscire a resistere. Mi rialzai dall’angolino in cui avevo deposto sul pavimento la colazione e me lo trovai davanti. Lui non aveva vomitato, ma si vedeva che ci era andato molto vicino. Se ero bianco la metà di lui, dovevo far paura. Mi tese una bottiglietta d’acqua. “Tieni, butta giù un sorso, se riesci… così ti sciacqui un po’ la bocca.” “Grazie Dan.” Cacciai giù un po’ d’acqua a forza. “Scusa per lo spettacolo.” “Ehi, non dirlo neanche per scherzo… credi di essere il solo? Prima ho visto scappare anche uno di quelli della scientifica, e quelli son gente che dovrebbero aver visto tutto… quindi non preoccuparti…” “Ok, senti, mentre ero occupato hai notato qualcosa?” “No, tutto pulito, neanche una traccia. Come le altre volte. Con tutto il sangue che c’è per terra uno penserebbe che almeno un’impronta lo stronzo avrebbe dovuto lasciarla, invece niente.” “Merda, ma chi cazzo è, Houdini?” “Se lo è, deve esser sceso dal letto col piede sbagliato ultimamente.” Mi sentivo pronto. Ero riuscito a rimettermi un attimo in sesto e potevo tornare al lavoro. Io e Dan rientrammo in bagno. Nella vasca vi era il morto. Era seduto, leggermente reclinato, come se ci aspettasse. Sembrava che l’assassino avesse quasi cercato di non sporcare troppo in giro, ma il sangue era colato in diversi rivoli fuori dalla vasca e ora imbrattava metà del pavimento. Probabilmente quel sangue si era sparso solo dopo che lui aveva finito, per questo non c’erano impronte di scarpe in giro. In ogni caso avevamo a che fare con uno che ci sapeva fare. Anche nei tre casi precedenti, nonostante le difficoltà di realizzazione, non eravamo stati capaci di trovare una sola traccia. Né noi, né la scientifica. Non un’impronta, non un pelo, un capello, una goccia di saliva o sudore. Niente che ci potesse condurre all’assassino. Anche tra i vicini nessuno aveva sentito o visto nulla. Come avesse potuto fare quello che aveva fatto senza che nessuno sentisse niente, era un mistero. Certo, trattandosi di persone normali, vi erano le tracce del passaggio di parenti e amici. Ma li avevamo interrogati tutti e non eravamo approdati a nulla. Non sembravano esserci collegamenti tra le persone uccise. Niente nella cerchia di amici, niente per quanto riguardava i lavori. Neanche razza, sesso o aspetto li accomunavano. L’unica certezza è che sembravano tutti il prototipo della vittima a “basso profilo”. In gergo una vittima ad “alto profilo” è chi ha comportamenti che più facilmente la espongono a fenomeni di violenza. Ad esempio, le prostitute sono abituate a incontrare perfetti sconosciuti, o gente nel giro della droga che frequenta posti malfamati e criminali di carriera. Ecco, gente così, è più facile che finisca a passare da noi. I liberi professionisti, invece, tendono a rimanere fuori dai guai. Per cui come cazzo avevano fatto a finire nel mirino del killer? Dan e io non sapevamo più dove sbattere la testa. Le indagini canoniche non ci avevano portato da nessuna parte. Già mi immaginavo le domande e, soprattutto, le battute del mio edicolante la mattina successiva. Sapeva che seguivo io quel caso, mi aveva riconosciuto nelle foto che avevano sbattuto in prima pagina, e io sapevo che lui mi avrebbe frantumato i coglioni per avere qualche particolare che non era finito sui giornali. Peter Babinsky era una specie di amico: prendevo il giornale da lui tutti i giorni da anni e avevamo finito per 5


conoscerci. Sembrava avesse una passione quasi feticistica per i particolari dei casi d’omicidio, ma in realtà sospettavo mi facesse tante domande solo per pungolarmi. La sua attività preferita, infatti, era fare battute a tutti quelli che compravano il giornale da lui. Neanche un poliziotto in servizio si salvava, aveva una lingua più affilata di un rasoio, ma era anche uno che sapeva stare al gioco e si divertiva un mondo se gli rispondevi per le rime. Era capace di andare avanti tutto il giorno. Sapevo già che l’indomani l’avrei deluso, perché non sapevo davvero nulla in più di quello che si poteva leggere sui giornali. Forse, però, c’era ancora una speranza di trovare un collegamento. Io non ci ho mai capito niente di computer e simili. Dei due l’esperto era Dan. Quando discutevamo dell’argomento saltava fuori con dei termini che non capivo neanche se fossero reali. Ogni tanto sospettavo che si inventasse, lì per lì, qualche parola nuova solo per prendermi per il culo. Comunque secondo lui se non avevamo trovato un contatto tra le vittime nel mondo reale, forse poteva esserci qualcosa in quello virtuale. Magari si erano conosciuti su internet. O, addirittura, in rete potevano avere una seconda vita, del tutto ignorata da chi li incontrava tutti i giorni. Una vita che li rendeva vittime ad “alto profilo”. Naturalmente aveva ragione. Chi prima, chi dopo, tutti avevano avuto contatti con lo stesso sito. Sembravano esserci arrivati in modi diversi, ma quello era l’unico collegamento che riuscimmo a trovare. L’indirizzo web rimandava al portale di una specie di religione o filosofia. “Che ne pensi John?” “Lo sai già cosa ne penso, Dan… per me son tutte stronzate…” “Ma come? Non vuoi raggiungere un più alto livello di comprensione delle cose? Non vuoi elevare il tuo grado di autocoscienza?” Si divertiva a prendermi in giro citando le frasi ad effetto del sito. Sapeva che quelle cose, su di me, non hanno mai avuto grande attrattiva. “Quella roba va bene per qualche hippie annoiato del cazzo. Chi ha davvero da lavorare non ha tempo per queste cose… piuttosto, sul serio, dici che può essere una pista?” “Beh, non è che abbiamo molto altro sotto mano al momento, no?” “No… concordo… comunque è l’unico elemento che lega tutte le vittime, quindi dobbiamo vederci chiaro. Che sia qualcuno all’interno che ha cominciato a far fuori gli altri…” “… o che sia qualcuno che gliel’ha giurata…” “… ma questo Cammino di Liberazione non me la racconta giusta. Prova a pensarci: se una serie di persone che conosci venissero uccise e sai di essere tu il loro unico contatto, non ti rivolgeresti alla polizia?” “Beh, John, se succedesse a me, non so se ti chiamerei, conoscendoti sospetteresti subito di me!” “Ok, touché… hai ragione… ma non ti sembra comunque strano?” “Si, è strano, molto strano. Credo proprio che dovremo farci una chiacchierata con i membri di questo Cammino di Liberazione.” Ci volle un po’ per risalire ai proprietari del sito. Non sembrava si fossero nascosti volutamente. Più che altro sembrava un sistema di scatole cinesi per non pagare le tasse. In ogni caso non era qualcosa che ci interessava al momento, se fosse stato il caso avremmo girato la segnalazione a chi di dovere al termine del caso. Giungemmo, alla fine, alla casa di un certo Alistair Crompton. Sulla targhetta della porta c’era scritto “Padre Spirituale”. Ad aprirci venne un uomo alto, imponente. Spalle larghe e fisico asciutto. Viso allungato. Indossava una specie di lungo abito nero, quasi da prete, con alcuni ricami in rosso rubino. Sinceramente mi aspettavo che arrivasse almeno un maggiordomo, invece fu proprio padre Crompton, dopo che ci fummo presentati, a farci accomodare in salotto e a chiederci se volevamo qualcosa da bere.

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Io e Dan avevamo concordato che avrebbe condotto lui quella prima chiacchierata. Sapeva essere più conciliante di me, quando voleva. Soprattutto non volevo lasciarmi scappare qualche considerazione negativa sulla religione in generale che potesse rendere restio il soggetto. “Padre Crompton, lei sicuramente sospetterà il motivo per cui siamo qui, da lei…” “No, in realtà no.” Io e Dan ci scambiammo una fuggevole occhiata di pura incredulità. “Mi scusi, padre, ma lei li legge i giornali e la guarda la tv?” “Certo. Faccio entrambe le cose. Essere informato sui fatti del mondo è un piccolo piacere in cui indugio tutti i giorni.” “Allora avrà letto delle morti delle ultime settimane. Sono sulle prime pagine di tutti i giornali.” “Naturalmente.” “E mi vuole dire che non capisce perché siamo qui?” “Gliel’ho già detto, ma se vuole glielo ripeto. Inoltre comincio a trovare un po’ seccante questo suo atteggiamento, detective. Vuole dirmi il motivo della vostra visita, o preferisce continuare con questi indovinelli ancora a lungo?” Non riuscivo a capire se quel tipo fosse il più ottuso coglione che avessi mai incontrato, o solo uno stronzo fatto e finito. Approfittando di un attimo di esitazione di Dan intervenni io. La tentazione di rimettere al suo posto quel tipo era troppo forte. “È molto semplice, padre…” Forse ci misi più disprezzo del dovuto in quell’ultima parola, ma non mi era piaciuto il tono con cui aveva chiamato Dan “detective”. “… sono morte quattro persone. E, guarda caso, l’unica cosa che avevano in comune era che facessero parte della sua setta!” Non l’avevamo mai chiamata setta prima. Probabilmente la chiamai così perché inconsciamente volevo offenderlo in qualche modo. Sminuirlo. Ma lui non sembrò farci caso. “E con ciò?” “Come e con ciò! Quattro persone che conosce muoiono, uccise in maniera brutale, e lei non batte ciglio? Non è preoccupato che qualcun altro potrebbe fare la loro stessa fine?” “La morte è solo una fase di transizione. Una porta verso una superiore coscienza di sé e della realtà. È divenire un tutt’uno con il mondo che ci circonda.” “Mi risparmi le sue stronzate metafisiche.” Dan mi strinse il braccio, ma ormai l’avevo detto. “Si rende conto che qualcuno sta facendo fuori i membri della sua setta? Potrebbe essere qualcuno che ce l’ha con voi, o addirittura qualcuno all’interno!” “Lo escludo categoricamente. Nessuno dei miei adepti potrebbe fare del male a uno degli altri. Inoltre la sua idea che qualcuno potrebbe avercela con noi è ridicola.” Si alzò in piedi di scatto. “Ora, devo chiedervi di accomodarvi fuori. Il tempo che potevo dedicarvi è finito. Devo tornare alle incombenze della mia posizione.” Non aggiunse altro. Ci accompagnò alla porta e ce la chiuse dietro le spalle, senza una parola. E noi non avevamo combinato niente. Tornando in centrale con la macchina, io e Dan discutemmo di quanto era successo. “Ma quanto è stronzo quel tipo?” “Son d’accordo con te, John, ma potevi anche evitare di dirglielo praticamente in faccia…” “E che cazzo dovevo fare? Ci ha presi a pesci in faccia dal momento in cui siamo entrati in quella casa, dai! Lui e quelle puttanate che la morte è solo un passaggio, ma chi ci crede! Si vedeva lontano un chilometro che neanche lui era convinto di quello che diceva. Secondo me, quello, nasconde qualcosa.”

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“Su questo siamo d’accordo. Il fatto che non si fosse fatto vivo con la polizia e ora questa sua reticenza, la dice lunga sul suo conto. Dobbiamo solo scoprire cosa nasconde…” “Appena arriviamo in centrale dobbiamo trovare il modo di avere una lista degli adepti di quella setta. Poi li faremo mettere sotto protezione…” “Ok, John, occupatene tu, io invece vedrò di far mettere sotto controllo il telefono di quello stronzo. E speriamo che basti la scusa dell’intralcio alle indagini per il mandato, perché se no, siamo fottuti. Contro di lui non abbiamo nulla.” “Non possiamo controllare almeno quello che scrive su internet?” “Stai scherzando, John? Al di là di tutte le autorizzazioni che servirebbero. Molte di più di quelle per spiare il suo telefono. Potrebbe essere quasi impossibile sapere esattamente cosa scrive, quando lo scrive, a chi e dove. No, lascia perdere… il telefono è l’unica via percorribile, al momento.” “Sei tu l’esperto Dan, io non ci capisco niente, lo sai… cercavo solo di proporre qualcosa.” “Tranquillo. Io un tentativo comunque lo faccio, provo a metterci sotto un mio amico della sezione informatica che mi deve un favore. È un hacker di quelli tosti. Temo non salterà fuori niente, ma tieni presente che se dovessimo trovare qualcosa, non potremmo usarlo come prova.” “Non so che sia un cracker, ma se ci può aiutare, tanto meglio. Al resto penseremo dopo.” Arrivati in sede ci dividemmo. Ognuno sapeva cosa doveva fare. Era ovvio che quel padre Crompton nascondesse qualcosa, che avesse qualche buon motivo per non voler attirare l’attenzione della polizia su di sé e sulla sua religione, se così la si voleva chiamare. Quindi pensai subito che non avesse tutti i conti in ordine. La televisione è piena di imbonitori da strapazzo che cercano di fottere soldi alla gente con la scusa di togliere fatture, di leggere il futuro o, semplicemente, offrendo una speranza a chi non l’ha più. La maggior parte di loro evadono le tasse. Il Cammino di Liberazione, con ogni probabilità, non faceva differenza, così alzai la cornetta e feci un paio di telefonate. Se avevo un po’ di fortuna chi si occupava di truffe o di imposte aveva già un faldone alto così sul mio amico Crompton. Passai al telefono le successive due ore, chiamando tutti quelli che conoscevo nei vari uffici e, finiti quelli, facendo passare anche tutti quelli di cui mi ero fatto dare i numeri. A volte capita che la destra non sappia cosa fa la sinistra e non mi sarei meravigliato se un’indagine ci fosse, ma non tutti ne fossero a conoscenza. Non era così. Crompton era più pulito di un bambino: aveva sempre pagato diligentemente le tasse. Inoltre, da quando aveva creato quella sua setta, non aveva neanche mai cercato di accedere alle agevolazioni per le organizzazioni religiose. Era andato avanti a pagare le tasse come prima, denunciando fino all’ultimo centesimo. Anche chi aveva svolto i normali controlli di routine su di lui era perplesso. Nel 99% dei casi, chi fonda una religione come quella, lo fa per evadere le tasse. Quindi tutti pensavano che nascondesse qualcosa, che fosse troppo onesto per essere reale. Ma fino a quel momento non erano stati capaci di trovare nulla. Quello che aveva fatto insospettire i colleghi era il fatto che lui ricevesse in maniera abbastanza regolare delle donazioni, ma che non fossero mai riusciti a risalire, esattamente, a chi fossero i donatori. Avvenendo in contanti e trattandosi, sempre, di piccole somme per volta, era impossibile risalire esattamente a chi avesse prelevato la stessa somma nella settimana precedente. Semplicemente le possibilità erano troppe. Appesi la cornetta con un senso di delusione in gola. Un altro buco nell’acqua. Non solo non ero riuscito a scoprire nulla su cosa nascondesse Crompton, ma non avevo neanche i nomi dei membri della setta. Ero così incazzato che non riuscivo a ragionare lucidamente. Decisi di uscire a fare due passi per cercare di calmarmi un attimo e riflettere. Feci neanche cinquanta metri ed entrai al Nightfly. Salutai George Washington, il barista nonché proprietario, il cui nome era tutto un programma, e mi sedetti a uno sgabello un po’in disparte. 8


Lasciai scorrere lo sguardo in giro e pensai a quanto fosse cambiato quel locale in così poco tempo. Solo un annetto prima il Nightfly era un locale di poliziotti e per poliziotti. Stava aperto 24 ore su 24 e quindi era posto il perfetto per andarsi a prendere un goccio appena staccavi. Qualsiasi ora fosse. A quel tempo l’arredamento era semplice e spartano. Legno a vista un po’ ovunque, tavolacci e sedie che sembravano lì da sempre e un certo odore di sigarette e alcool che ormai era diventato un tutt’uno con il posto. Poi qualche fighetto l’aveva scoperto e aveva cominciato a farci venire anche gli amici. La voce era girata e in breve tempo era diventato un punto di ritrovo fisso per giovani rampanti in giacca e cravatta. Non c’era voluto molto perché gli incassi volassero alle stelle e George decidesse di cambiare un po’ lo stile del locale. In fondo non aveva tutti i torti: aveva adattato l’ambiente al tipo di clientela. In quel modo si era anche assicurato che il Nightfly non fosse una moda passeggera. Ero contento per lui, si meritava il successo che aveva avuto, da che lo conoscevo aveva sempre sgobbato come un mulo. L’unico problema era che i poliziotti, poco a poco, avevano perso interesse nel locale e, da quando aveva cambiato arredamento, nessuno ci aveva più messo piede. Nessuno tranne me. Non me ne fregava nulla se il bancone era in legno e le travi del soffitto erano impregnate del fumo dei secoli o se le pareti erano viola e l’illuminazione a neon psichedelici. Mi interessava il servizio e quello, per fortuna, era sempre di ottima qualità. Feci un cenno a George e lui venne a servirmi personalmente. A quell’ora non c’era quasi nessuno e lui era in vena di parlare. “Ciao John, che ti servo?” “Fammi il solito, ma non esagerare che son in servizio…” Mi fece un sorriso che mise in mostra tutta la chiostra della sua dentatura. Sembravano i tasti di un pianoforte per tanto che i denti, bianchissimi, spiccavano sulla sua faccia nera come il carbone. Poi si girò e, presa la bottiglia, mi versò non più di due dita di Lagavulin nel bicchiere. Lo guardai storto come se fossi offeso che me ne avesse dato così poco e lui sorrise ancora di più. “Occhio, detective, che se ti fan l’alcool test poi ti sospendono il distintivo!” Scherzammo ancora un attimo, poi tornammo seri. “Allora, come va con la famiglia? Tutto a posto?” “Le solite cose, i ragazzi non han voglia di studiare… come il loro padre. E con Harriet va tutto a meraviglia, il mese prossimo facciamo dieci anni, ci crederesti? Mi sembra ieri che ho aperto questo bar e l’ho conosciuta.” Non risposi. George aveva la dote di mettere la gente a suo agio e io, da vero cafone, mi stavo lasciando trascinare dai miei pensieri di nuovo dentro al caso. “Anche tu avresti bisogno di trovarti una brava donna, lo sai? Così magari una volta ogni tanto indosseresti anche qualche vestito stirato…” Quella era una vecchia storia tra me e lui. Lui mi canzonava per i vestiti sempre stazzonati e io gli rispondevo che aspettavo solo che Harriet si decidesse a mollarlo. “Eh, no, amico! Harriet non si tocca! Ahahahah…” Poi sembrò colpito da una idea e si fece subito serio. “Senti, battute a parte, a te serve una persona che si prenda cura di te, giusto?” “Battute a parte? Sì, diciamo che una mano non mi dispiacerebbe. Più che altro per la casa. Io non ci sono mai e credo che quelle quattro stanze abbiano visto tempi migliori. Ma dove la trovo una donna delle pulizie che vada bene? Di cui fidarmi? Non posso mica far entrare chiunque, soprattutto quando porto il lavoro a casa…” “Forse ho io la soluzione giusta per te.” Lo guardai un po’ sorpreso e con una certa dose di scetticismo. “Un paio di mesi fa mia suocera, la mamma di Harriet, è andata in pensione. Lei è una donna all’antica, di quelle abituate ad esser sempre dietro a far qualcosa… e, insomma, non la vedo bene.

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Invece di godersi finalmente un po’ di meritato riposo, ho l’impressione che si stia lasciando andare.” “Mi stai proponendo di assumerla io?” “Beh, sì. Tu hai bisogno di una donna che si occupi di te e della tua casa. E lei ha bisogno di fare qualcosa. Non ti dico di metterla sotto dodici ore al giorno, ha la sua età, ma è ancora in gamba e credo che avere uno scopo le possa fare bene.” Ero un po’ indeciso. Mi sembrava che se avessi accettato sarei diventato uno sfruttatore. D’altra parte cosa cambiava se avessi assunto un’altra persona? Forse era solo il fatto di conoscere George a farmi tentennare. Avevo bisogno di pensarci un po’ su. Così gli dissi che gli avrei fatto sapere. Pagai e uscii dal Nightfly. Tornai davanti alla centrale e decisi di farmi una sigaretta prima di salire. Avevo appena acceso la paglia che vidi arrivare Dan. Era scuro in volto e sembrava avere un diavolo per capello. “Niente da fare John, non mi ascoltano!” “Cioè?” “Niente di niente. Niente mandato per mettergli sotto controllo il telefono. Nessuno dei giudici che ho visto o chiamato se l’è sentita di firmarmi il mandato. Dicono che non ci sono prove o elementi a sufficienza per ritenere che Crompton sia in qualche modo collegato agli omicidi. In realtà, anche se non hanno mai sentito parlare di questo Cammino di Liberazione, hanno tutti troppa paura che qualche giornalista monti un caso contro di loro per violazione dei diritti delle minoranze religiose. Tra il rischio di sentirsi scottare la sedia sotto il culo e il rischio di veder crepare qualcun altro, preferiscono il secondo, tanto se succede la gente se la prende con la polizia.” “Teste di cazzo.” “Concordo pienamente, amico mio. Comunque ho cercato di avere almeno accesso ai nominativi dei membri della setta. Tutte le organizzazioni religiose devono essere dichiarate ufficialmente, così speravo ci fosse un registro con qualche informazione in più su di loro. Ma anche qui mi son scontrato con il diritto alla privacy, che tutto tutela, cazzo!” “Tranquillo, non avresti trovato nulla lo stesso…” “Che vuoi dire?” Gli raccontai delle mie telefonate della mattinata e del risultato, prossimo allo zero. “Mi stai dicendo che sto tizio sarebbe un agnellino? Non ci credo neanche se è vero, quando ha aperto quella porta l’ho scambiato per Dracula!” “Anche tu? … no, a parte gli scherzi. Non ti sto dicendo che è pulito, ti sto dicendo che tutti quelli che ci hanno avuto a che fare, anche quelli delle tasse e dell’antitruffa, son convinti che nasconda qualcosa. Solo che, finora, è stato troppo bravo e non si è mai fatto beccare.” “Cazzo, che situazione di merda. Dovremmo indagare su dei morti ammazzati, invece siamo qui a spaccarci la testa su questo tipo. Spero solo che c’entri davvero qualcosa, non vorrei perdere tempo dietro a lui, per poi scoprire che l’unica cosa che nasconde è che non ha pagato una multa vent’anni fa.” “Per il momento è l’unica pista che abbiamo, Dan. Seguiamola fin dove ci porta, ok?” “D’accordo.” “Piuttosto, il tuo amico che ci sa fare coi computer, quello che hai chiamato con quel nome strano, non ci può dare una mano anche per qualcosa d’altro?” Fece un mezzo sorrisetto. Non so se perché la risposta fosse sì, o perché avevo girato attorno a quella parola da informatici. “Forse sì… forse sì…” Gettai la sigaretta, che alla fine non avevo neanche fumato, e rientrammo in centrale. Andammo direttamente alla sezione reati informatici e Dan chiese di un certo Zero.

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Mi sembrava un nome piuttosto strano per una stazione di polizia, comunque non dissi niente e mi limitai a seguirlo. Ci fermammo di fronte a una postazione ingombra di cartacce di merendine e patatine e bicchieroni di bibite da mezzo litro. Lì stava seduto un ragazzino di neanche vent’anni, magro come un chiodo, con una maglietta in cui a fatica si leggeva Cannibal Corpse tra lettere distorte e morti squartati e le cuffie nelle orecchie. Il volume era così alto che il rumore che stava ascoltando, non avrei potuto chiamarla musica, lo sentivo perfino io. Dan gliele strappò dalle orecchie senza grandi convenevoli. “Ehi! Ma chiccazz… ah! Ciao Dan! Come va?” “Bene, bene… tu, piuttosto, come ti comporti?” “Normale amministrazione, Dan, sai, qui son tutti un po’ lenti e non c’è molto da divertirsi…” “Lo vedo… e quella, piuttosto? Non dovrebbe stare alla tua caviglia?” Guardai dove indicava Dan e vidi una cavigliera di quelle utilizzate per i domiciliari. Il segnale era ancora attivo, però era aperta e poggiata in un angolo della scrivania. “Beh, sai com’è, mi dava prurito…” “Rimettila.” “Ma dai, Dan, in fondo son qui. Che problema c’è? Non vado mica da nessuna parte…” “Rimettitela e basta, ok? Non ho voglia di discutere adesso, c’è un lavoro che devo chiederti di fare.” Gli spiegammo di cosa avessimo bisogno. Doveva monitorare principalmente il sito del Cammino di Liberazione, ma anche, e soprattutto, le operazioni su internet di padre Crompton. Se oltre a tutto questo fosse riuscito anche a risalire ai membri della setta, tanto meglio. Ci disse che gli sarebbe voluto un bel po’. Che in gergo, per lui, significava un’oretta o poco più. E che, se volevamo, poteva infilarsi anche nella rete telefonica e ascoltare le sue conversazioni alla cornetta. Mi girai verso Dan e gli lanciai un’occhiata del tipo: ma dove diavolo l’hai trovato ‘sto qui? Gli dicemmo di sì per tutto. Ma la cosa doveva rimanere riservata. La cosa, invece di preoccuparlo, sembrò eccitarlo ancora di più. Tre quarti d’ora dopo ci disse di aver recuperato tutte le conversazioni via internet intercorse tra Crompton e i suoi adepti. Alla fine non sembrava averne molti. Erano solo sei in totale. A una prima occhiata gli scambi di mail e messaggi privati attraverso il sito parlavano solo delle stronzate che ci aveva rifilato anche durante il nostro incontro dal vivo. Crescita dell’autocoscienza, successivo livello di comprensione, distacco dalla materia, eccetera. Per sicurezza, comunque, gli dicemmo di stampare tutto. Ci saremmo letti quelle conversazioni in un secondo tempo. In quel momento gli dicemmo di concentrarsi sullo scoprire l’identità dei due adepti rimasti. Entrambi potevano essere in pericolo di morte. Oppure uno dei due poteva anche essere l’assassino. Ci disse che ci voleva più tempo. Così, invece di stargli col fiato sul collo, cominciammo a leggere gli stampati. Io, però, ero troppo teso e feci un salto alle macchinette. Il caffè non era certo il modo migliore per calmarmi, ma non mi andava di uscire dall’edificio per fumare. Volevo rimanere nelle vicinanze, casomai avessimo avuto un nome. Pensai quasi di farmi una sigaretta nei bagni, ma mi raggiunse Dan, così lasciai perdere. Intavolai subito la discussione su “Zero”. Volevo sapere che ci faceva lì. “Che tu ci creda o no, è un mio vicino di casa. Fin da piccolo aveva la fissazione per i computer e i videogiochi. Non usciva mai, non aveva amici. L’unico con cui parlava, qualche volta, ero io. Diceva che era affascinato dal lavoro che facevo e che voleva fare il poliziotto da grande.” “Da poliziotto alla libertà vigilata, il passo mi sembra lungo.” “Non è cattivo. È solo che a lui piacciono le sfide. Quando trova in rete un database, un firewall o dei black-ice particolarmente tosti, lui non può fare a meno di dimostrare che lui è più bravo…” “Alt, Dan… parla come mangi. Lo sai che di ‘ste cose non ci capisco niente.” 11


“Scusa, son termini che ho imparato da lui… beh, per fartela semplice, è entrato nei computer del governo, dell’anagrafe, delle tasse, della polizia e forse anche di qualche servizio segreto. Dovevano sbatterlo in cella, ma ho intercesso per lui e son riuscito a far commutare la sua pena, da detentiva in lavori socialmente utili. Così adesso deve aiutare la sezione reparti informatici. Dovrebbe anche avere una cavigliera che lo costringe a stare qui per tot ore al giorno, ma hai già visto che sa come toglierla. In ogni caso gli piace troppo quello che fa per andarsene. È il suo sogno che si realizza: fare il poliziotto, lavorando coi computer.” Avevamo appena finito di parlare, che Zero arrivò di corsa. Aveva un nome. Stan Reynolds. Io e Dan saltammo in macchina. Reynolds abitava quasi dall’altra parte della città, ci avremmo messo più di due ore col traffico dell’ora di punta. Così Dan decise di usare la sirena. Non c’era un vero motivo per usarla. Non avevamo la certezza che fosse in pericolo o che fosse in punto di morte. In teoria era solo una persona che volevamo interrogare. In pratica sentivamo di essere sulla pista giusta e non avevamo tempo da perdere. Avvisammo per radio di mandare qualche pattuglia in zona, casomai avessimo avuto bisogno di assistenza. Speravamo davvero di no, ma dovevamo essere pronti a tutto. Reynolds abitava in una villetta indipendente a un piano. Un bel giardino attorno dove bambini e animali potevano correre e un’alta siepe perché i vicini si facessero gli affari loro. Un bel posticino per crescere una famiglia, ma Reynolds era solo. Come i membri della setta che avevamo scoperto fino a quel momento. Persone sole che avevano trovato nel Cammino di Liberazione qualcosa a cui aggrapparsi. Avvicinandoci alla porta Dan notò che il prato non veniva tagliato da un po’ e che le serrande erano tutte abbassate. Un’osservazione che poteva significare tutto e niente. In prossimità dell’ingresso, però, sentimmo odore di morte. Anche quello poteva non voler dire niente, magari era solo un topo che era schiattato in qualche canalina di scolo, ma l’istinto ci diceva che non era così. Suonammo il campanello, ma nessuno rispose. Provai a girare la maniglia e la porta si aprì. Sembrava un invito ad entrare. Chiamammo gli agenti che ci aspettavano in strada e gli demmo ordine di circondare la villetta. Tre sarebbero venuti con noi e uno sarebbe rimasto di guardia alla porta. Poi ci disponemmo ai lati ed entrammo, pistole spianate. Dentro l’odore era più forte, segno che non ci eravamo sbagliati. Era buio, ma non accendemmo la luce. I fasci delle nostre torce disegnavano strani arabeschi in quelle stanze oscure. Le ombre cambiavano e si sovrapponevano creando fastidiosi effetti. La casa, però, sembrava vuota. La sorpresa l’avemmo quando entrammo in camera da letto. Una serie di catene pendevano dal soffitto. Al termine vi erano dei ganci da macellaio. Dovevano essere dieci o dodici in totale. Non riuscii a contarle perché quella visione era affascinante e ripugnante allo stesso tempo. Mi sentivo come quei bambini piccoli che vorrebbero chiudere gli occhi di fronte ai film horror, ma non ci riescono e continuano a guardare lo schermo. Stan Reynolds era stato crocifisso. Invece di una croce era stato appeso a quei ganci da macellaio che gli bucavano le mani, i polsi, le braccia e le spalle. Di fronte a lui, per terra, rovesciato, vi era uno sgabello. Probabilmente abbandonato lì dall’assassino dopo averlo appeso a lasciarlo morire. Non ero un esperto. Ma a giudicare dall’odore e dalle condizioni del corpo, doveva essere morto già da qualche giorno. Chiamammo subito la scientifica e isolammo la scena. A quel punto chiamammo subito Zero per sapere se aveva novità per noi. Trovare l’ultimo membro della setta stava diventando di primaria importanza. Ormai io e Dan eravamo convinti che o era lui l’assassino oppure stava per diventare l’ennesima vittima. In ogni caso dovevamo trovarlo il prima possibile. 12


Purtroppo l’amico di Dan non aveva ancora niente. Le sue ricerche alla cieca lo avevano condotto solo a rintracciare nomi già a noi tristemente noti. Appena avesse avuto qualcosa ci avrebbe chiamato lui. Decidemmo di rientrare e di dare un’occhiata attorno. Sapevamo di non dover toccare nulla per la scientifica. Ma loro non si fanno gli stessi scrupoli, spostano e asportano gli oggetti, soprattutto lasciano sempre tutto ricoperto di polverine che mi fanno starnutire. Se volevamo avere una speranza di trovare qualche indizio alla vecchia maniera, dovevamo darci da fare in quel momento. Come negli altri casi non trovammo niente. Stavamo per gettare la spugna quando il cellulare di Dan squillò. “Pronto, Zero… dimmi che hai buone notizie…” “Le ho amico! Ho trovato l’ultimo membro della vostra setta. Si chiama Claire Mirriam. Adesso ti passo l’indirizzo, non è molto distante da lì.” “Ottimo lavoro, Zero! Mi sa che ci scappa anche un condono alla tua condanna…” “Condono? E chi lo vuole? Io qui mi diverto come un matto amico!” Dan parlò al telefono ancora un attimo, poi riappese. Un istante dopo eravamo già in macchina. Una donna. Non ce la vedevo a sollevare Reynolds per appenderlo a dei ganci da macellaio. Ma non avevo idea di che tipo fosse sta Mirriam, per quello che ne sapevo poteva anche fare body-building. In ogni caso dovevamo trovarla. All’indirizzo che Zero ci aveva dato c’era un condominio. Nessun portiere, ma l’ingresso era aperto. Cominciammo a far passare tutti i campanelli in cerca di quello della Mirriam. Non ci volle molto. Al terzo piano vi era una mezza dozzina di condomini fermi di fronte a una porta che tempestavano di pugni. Dall’interno si sentiva provenire il ronzio ininterrotto di un trapano. Il rumore era fortissimo, doveva essere un trapano di quelli industriali. “Detective Salem, polizia. Signori, potreste spostarvi per favore?” “Oh! Finalmente siete arrivati! E’ da ieri sera che vi chiamiamo, cazzo! Cosa avete da fare tutto il giorno?” “Mi scusi, che intende?” “Voglio dire che quella lunatica della Mirriam sta facendo andare quel fottuto trapano da ieri pomeriggio. È stato acceso anche tutta notte! Non ha fatto dormire mezzo condominio. Vi abbiamo chiamato venti volte, ma vi siete degnati di venire solo ora. Cos’è, avete il culo pesante?” Non sono certo la persona più fine del mondo, ma mi dà fastidio la gente che infila parolacce nelle frasi solo per fare il duro. “La prego di farsi indietro, signore. Siamo della omicidi e stiamo indagando…” “Se, se…” Decisi di ignorarlo. Mi avvicinai alla porta e suonai il campanello. “È inutile! Ci abbiamo già provato noi…” Gli lanciai un’occhiata di sbieco. Provai a urlare. “Signorina Mirriam, è la polizia! Ci apra per favore! Vorremmo parlarle!” Dall’interno nessuna risposta, solo il ronzio del trapano. Io e Dan ci scambiammo un’occhiata. “Levatevi subito di qui! Tutti quanti!” Ne avevo abbastanza di fare il poliziotto cortese. “Fuori da piedi! Rientrate in casa e rimaneteci! Subito!” Appena il pianerottolo si fu svuotato, Dan si mise a lato della porta. Io feci un passo indietro e sferrai un calcio alla maniglia. La porta, di compensato di pessima qualità, cedette di schianto. Passammo in rassegna tutte le stanze. Niente di niente. Il rumore del trapano, però, diventava sempre più forte mentre ci avvicinavamo alla stanza da letto. 13


Temevo ciò che avrei potuto vedere. Claire Mirriam era morta. Una complessa struttura di corde legava e sorreggeva lei e un trapano industriale. La punta era lunga quasi due metri e aveva trapassato il corpo della donna come se fosse stata impalata. Dal pube fino ad arrivare al cranio. Il sangue era schizzato su tutte le pareti. Forse avremmo dovuto aspettare la scientifica per farlo, ma decidemmo di spegnere la macchina. Non potevamo rimanere lì mentre pezzetti di lei continuavano a volare in giro. Cominciammo a guardarci attorno. La struttura era ingegnosa. Il macchinario era pesante, ma con una serie di tiranti e pulegge l’assassino aveva fatto in modo da appenderlo così che lo si potesse sollevare ed abbassare con relativa facilità grazie a sole due corde. Certamente si trattava di un omicidio che era stato pianificato a lungo e in modo meticoloso. Ogni morte era diversa, alcune molto elaborate, altre più semplici. Le accomunava tutte il fatto che le vittime avevano sofferto pene indicibili prima di morire, ma a parte questo non sembrava esservi nulla di simile tra loro. Provai a parlarne con Dan. “Te l’ho già chiesto, ma tu hai mai visto nulla di simile?” “Ti ho già risposto John, ma te lo ripeto: no.” “No, non parlo solo di questo omicidio, o in generale di queste morti. Parlo dello schema. Io non credo molto a quelle storie di profili eccetera stile FBI, ma gli assassini che ho visto io, tendono a uccidere sempre nello stesso modo…” “Lo so, John, però che ne sappiamo noi di cosa gli passa per la testa a questo qua?” “D’accordo, d’accordo… però… non lo so. C’è qualcosa che non mi quadra. Una volta organizza una cosa per giorni e giorni, addirittura settimane probabilmente. Come nel caso di quell’altra donna, Pamela Miller, o questo, guarda quella struttura! Credi che uno una cosa così se la improvvisi in testa in cinque minuti? La Miller probabilmente l’aveva rapita addirittura prima di Bennet e di Samson, allora perché a loro ha solo strappato il cuore e dato fuoco? Voglio dire… questi due, anche se magari altrettanto complicati da organizzare, non ti sembrano meno fantasiosi?” “Ok, mettiamo pure che sia come dici tu. Ha cominciato a sperimentare sulla Miller prima degli altri due… che ne so, magari si è accorto che ci voleva troppo tempo. Così ha ripiegato su qualcosa di più classico. Che sapeva avrebbe funzionato sicuramente.” “Mah… mi sembra comunque un controsenso. Uno così deve essere un tipo controllato, non ce lo vedo a perdere la pazienza e a far fuori il primo che passa. Basta vedere le scene del crimine. Mai una traccia, mai neanche un segno del suo passaggio. Niente di niente. Senza contare che è sicuramente uno che pianifica tutto nei minimi dettagli. Come minimo avrà studiato le piante prima di provarci. Avrà scelto il fiore più adatto alle sue esigenze, che era sicuro avrebbe attecchito. Non escludo neanche che magari abbia fatto delle sperimentazioni, prima, su qualche animale per vedere se funzionava.” “Allora non so che dirti John. Se la metti così… mi vengono solo due idee. O l’assassino non è uno solo. Oppure, ci sono omicidi e omicidi. Qualcuno sta facendo passare queste morti per l’operato di un serial-killer, mentre si tratta di qualcosa d’altro. Forse i veri obiettivi erano solo alcune di queste persone, gli altri son solo diversivi. Omicidi compiuti per sviarci e portarci a guardare da un’altra parte…” “Esattamente quello che stavo pensando anche io. C’è qualcosa che non abbiamo ancora visto, qualcosa che ci è sfuggito, in tutto questo. E c’è qualcuno che non ce l’ha raccontata tutta, la storia…” “Alistair Crompton.” “Alistair Crompton.”

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Lasciammo un agente a guardia dell’appartamento in attesa della scientifica. Con simili vicini di casa non avevo dubbi che qualcuno avrebbe cercato di entrare per curiosare in giro. Cinque minuti dopo eravamo sulla strada per casa di Crompton. Questa volta non ci saremmo accontentati di una chiacchierata in salotto. Questa volta ci avrebbe seguito in centrale e ci avrebbe dato le risposte che volevamo. E in culo il politically correct e il rispetto per le minoranze religiose. Quando suonammo al campanello, Crompton venne ad aprirci con la consueta flemma. Appena ci riconobbe il suo sguardo si rabbuiò notevolmente. “Salve agenti, a cosa debbo la vostra visita?” “Alla morte di Stan Reynolds e di Claire Mirriam. Lei è sospettato di aver occultato delle prove e di esser coinvolto nei loro omicidi. È pregato di seguirci in centrale.” “Oh, capisco. Beh, se proprio ci tenete a fare una figuraccia verrò con voi.” Dicendolo si girò per chiudere la porta e poi si avviò verso l’auto. Non mi aveva neanche dato la soddisfazione di ammanettarlo. Fece tutto il viaggio in perfetto silenzio, guardando fuori dal finestrino. Non che io o Dan avessimo voglia di parlare, comunque. Preferivamo attendere di essere nella saletta per gli interrogatori per fargli le domande, lì avremmo potuto registrare tutto. È accaduto più di una volta che risentendo le conversazioni su nastro si notassero inflessioni o si cogliessero dei piccoli lapsus che ci avevano permesso di risolvere dei casi. Tutte cose che mentre si parla normalmente si tende a non cogliere. Il suo atteggiamento, però, non mi piaceva. Era troppo tranquillo per i miei gusti. In centrale ci chiudemmo in sala interrogatori e lo torchiammo per tre ore. Ci dovevamo dare il cambio, io e Dan, non perché volessimo fare la scenetta del poliziotto buono e di quello cattivo, quelle son balle da film, ma perché là dentro faceva un caldo d’inferno. La “sala interrogatori”, in realtà, era una specie di stanzino, un bugigattolo in cui c’era a malapena spazio per un tavolino e un paio di sedie. A parte l’immancabile finto specchio su uno dei muri non c’era nient’altro. Neanche un condotto d’areazione. Il risultato era che d’inverno si moriva di freddo e nel resto dell’anno di caldo. Bastava il respiro di una sola persona perché la temperatura si alzasse di un paio di gradi. L’ambiente era ostico per noi poliziotti, ma soprattutto per gli interrogati. Noi almeno potevamo darci il cambio, loro invece erano confinati lì dentro fino a che noi non decidevamo di aver finito. Una tortura bella e buona, ma utile ai nostri scopi. Il problema è che su Crompton sembrava non funzionare. Nonostante i quasi quaranta gradi che c’erano lì dentro lui non aveva fatto una piega. Sembrava che non sudasse neanche. Di solito la gente cedeva in breve tempo, oppure, se era abbastanza intelligente, tentava l’ultima disperata carta del chiamare il proprio avvocato. Crompton non aveva fatto né l’una né l’altra cosa. Rimaneva lì seduto, serafico, a rispondere alle nostre domande. Sempre le stesse identiche risposte prestampate. Frasi rituali della sua religione che non avevano alcun senso e che a me sembravano solo risposte evasive. Concetti aulici dietro a cui si celava il vuoto. Cox, il medico legale, ci aveva comunque fatto avere un primo approssimativo dato riguardo alle morti delle ultime due vittime. Tra un turno e l’altro in saletta interrogatori ci eravamo dati da fare per ricostruire gli spostamenti di Crompton in quelle ore. E lo stronzo sembrava avere un alibi. In entrambi i casi era stato visto e riconosciuto. Nel caso di Claire Mirriam, stava addirittura rilasciando un’intervista in diretta a una tv locale. Non poteva avere le spalle più coperte di così. Ma io e Dan continuavamo a pensare che lui c’entrasse in quale modo. Il suo continuo ripetere che non era possibile che vi fosse qualcuno interessato a fare del male ai suoi adepti era quantomeno sospetto, visto che erano tutti morti. Inoltre lui non li considerava neanche morti, ma solo passati a un superiore livello di autocoscienza. Con tutto il rispetto per le religioni in generale, questo mi sembrava addirittura patologico. 15


Altro che mancata elaborazione del lutto. In ogni caso io e Dan volevamo torchiarlo ancora un po’. Eravamo convinti di dover riuscire solo a trovare la giusta leva per farlo cedere, ma fummo costretti a rilasciarlo. A quanto pare la notizia del “prelevamento” di padre Crompton era arrivata in alto. Non era in arresto, naturalmente, ma qualcuno nell’ufficio del sindaco non aveva apprezzato il modo in cui avevamo trattato un esponente religioso. Come già era avvenuto quando avevamo chiesto di mettere sotto controllo la sua linea telefonica, c’era più interesse a non pestare i piedi alla religione e a qualche minoranza, che ad arrestare un assassino. Naturalmente io e Dan ci impuntammo e cercammo di fare resistenza. Ma alla fine fummo costretti a chinare il capo. Quando uscì aveva un ghigno trionfante che gli avrei fatto ingoiare volentieri a pugni e uno sguardo del tipo: “che vi avevo detto?”. Ma la cosa peggiore fu sentire che gli venivano fatte anche le scuse per il comportamento vergognoso a cui era stato sottoposto. Io non mi vergognavo di nulla di quello che avevo fatto. Sono un poliziotto e il mio lavoro è trovare gli assassini. Il mio rispetto va alle vittime, di certo non a qualcuno che so nascondere qualcosa. In ogni caso eravamo di nuovo a piedi. Non avevamo indizi, non avevamo prove e la nostra unica pista aveva appena preso il volo con un taxi pagato dalla comunità.

Continua…

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