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Paolo Pedrazzi

Heavy Metal


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È la casa che ci forma. Come avremmo un’anima, noi, se la casa non ha alcun volto, se essa è soltanto una maschera che viene mutata in tutti i carnevali degli uomini? La vita si può fissare solo sui cuori e sulle pietre; Il resto se ne va come le lunghe file di tronchi alla deriva sulle acque invernali. Casa, fortezza e tenerezza… Tutto, a poco a poco, assume un volto, man mano che arrivano le fatiche e i dolori comuni, e nascono i figli. I muri hanno racchiuso gli amori e i sogni. I mobili belli o brutti sono stati amici e testimoni. Un profumo sale dolcemente da queste anime confuse, e un raccoglimento, una pace, una certezza – invece delle soste trafelate sui pianerottoli dell’esistenza. Dolcezza, equilibrio, luoghi di rifugio, testimonianze, esami di sé stessi. Senza la mamma e la casa, dimmi, anima mia, dove saremmo noi?


Dedicato a mia nonna Nina morta di mesotelioma nel 1985. e a tutta la gente che, in quel di Broni, continua a morire d’amianto nonostante la fabbrica sia chiusa da 20 anni. A mio figlio Edoardo, a mia moglie Patrizia e a tutti i miei cari.


chi vive in Calabria, chi vive d’amore chi ha fatto la guerra, chi prende i sessanta chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro na na na na na na na na na Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, ma il cielo è sempre più blu Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu


Gennaio


Prologo

Nel pieno dell’inverno 2003, per la prima volta, ho avuto la sensazione di essere davvero vicino a qualcosa di molto simile alla felicità. Quella felicità anarchica ed esplosiva, incondizionata e libera che tutti, almeno una volta nella vita, accarezziamo. Percorrevo con il Fifty l’argine di destra a gran velocità, lo zaino invicta pieno di scritte in Uniposca, i Rayban a goccia e lo Schott nero come uniforme. A diciannove anni non c’è nessun conto alla rovescia. I giorni durano ancora una vita, le risate si sprecano, anche le lacrime, e le notti sono fatte di sogni. Stringevo le curve come un pazzo e acceleravo quasi che lo sterrato del Giasìon fosse una pista e i pioppi radunati ordinatamente lungo le rive un pubblico attonito. Intorno la terra arata dei campi, sparuti cascinali e barbabietole addormentate. Barbabietole a perdita d’occhio, fin dove la strada non finiva e un sole, tutto sommato tranquillo, dondolava sopra il fiume disegnando ombre semoventi e lunghe. Un cielo blu cobalto era la calotta cranica di quel giorno di fine Gennaio. L’aria gelata ti sferzava la faccia. Nuvole bianche nel cielo. Calma piatta e apparente, campagna silenziosa e immobile. Le mani intirizzite dentro i guanti. Cantavo a squarciagola Blood of heroes dei Megadeath e, sotto il sellino, custodivo gelosamente la copia de La Provincia Pavese. Non una copia qualunque, ma proprio la copia. 11


La copia che – solenne giuramento – avremmo dovuto aprire tutti quanti insieme, in religioso silenzio, alla Capanna. Alla Capanna ci arrivi attraverso un sentiero stretto che costeggia per un po’ l’argine di Po e risale attraverso i pioppi. Ti devi fare almeno dieci minuti di sterrato. Poi lasci il motorino in una specie di radura, dove gli alberi si aprono a ventaglio e il sentiero finisce. Di lì cammini per altri cinquecento metri tra le erbacce, al di là di un piccolo canale, tra la terra arsa dei campi. Quando ci arrivi alla Capanna la sensazione che hai è che il mondo finisca lì, su quello spuntone di roccia a strapiombo sul fiume. A Sud c’è l’argine e una riva di golena, mentre tutt’attorno l’occhio si perde tra girasoli e barbabietole fino al Ponte della Becca. Quel posto l’aveva trovato Loris non si sa come. Era uno dei tanti poderi di suo padre, disseminati tra il Po e le colline. Come gli era venuto in mente di trasformarlo nel suo covo, non è dato saperlo. Se glielo chiedi lui non ti risponde. Ti guarda divertito e ti dice che è un segreto che non può rivelare. Io del segreto di Loris so più o meno nome e Cognome e so che è un segreto con due labbra meravigliose, ma di più non posso dirvi. Son cose loro. D’ogni modo quando ci portò per la prima volta, quello era un posto che metteva paura. Scalcinato e vecchio di almeno cent’anni. Irraggiungibile e imboscato. Ovunque, per terra, foglie stecchite, ortiche e merda di cane. Di umano solo i resti di una vecchia valigia appartenuta a chissàcchi e una caffettiera arrugginita. E polvere. Polvere e ancora polvere, polvere 12


e calcinacci e ferri vecchi e rovi e pezzi di vetro e sassi. La Capanna cadeva a pezzi. Il soffitto era in parte crollato. Non c’erano più le finestre e anche i muri non se la passavano troppo bene. Lo so, anche quando l’abbiamo risistemata alla meno peggio, non era certo una reggia, ma almeno non stavamo a marcire dentro l’Oratorio. E nemmeno nella palestra della squadra di basket che in questo paese se non giochi a basket o se non vai all’oratorio con Don Bruno, sei un soggetto borderline. La Capanna fu per noi come un guscio. Il guscio che quell’anno ci cullò e ci trasformò per sempre. Sono tornato più volte alla Capanna a cercare risposte che non ci sono ma che forse c’erano allora, latenti, celate, proibite, nel corso di quella che sarebbe stata l’estate più calda di sempre, un’estate talmente rovente che boccheggiavi persino in riva al Po e tutto quello che successe era dovuto al quel caldo lì, così opprimente e insopportabile che rendeva nervosi e la pelle di quei divanetti scrausi ti si appiccicava al culo e diventava tutt’uno coi jeans. Questo spiega tante cose di quell’estate lì, cose che poi vi dirò. Ma quel Gennaio era del tutto regolare, invece, con il suo gran freddo e un po’ di neve che, ogni tanto, cadeva a sporcare le cose. Quel giorno io e Marco the King, arrivammo più o meno assieme ed entrammo sbattendo la porta. Gli altri erano lì in cerchio a fumare un bhong di super polline e parlavano animatamente e sentivi le loro risate fin da fuori. «Non gli passa più a Fabiuzzo - disse Loris - è stato 13


un pirla a fidarsi di Angelo. Alla prima ha scazzato». «Scazzato? Perché? Che è successo» chiese Marco intromettendosi. «Perché Angelo ha parlato al telefono con le persone sbagliate, facendo il suo nome» disse Sky che era uno dei suoi migliori amici. «Lo stavano intercettando?» incalzò Marco. «Affermativo capo» confermò lui.

Marco the King si fece scuro e pensieroso. Fece mente locale e pensò che Fabiuzzo non lo chiamava al cellulare da un sacco di tempo. «Becca male allora» disse. «Becca male. Ma che ci vuoi fare? Basta stare attenti…» confermò Sky. «Beh allora lo apriamo ‘sto giornale?» dissi ansioso.

E finalmente lo aprimmo e quando lo aprimmo andammo subito alla pagina degli spettacoli e nella pagina degli spettacoli, accanto ad un articolo che parlava del Fraschini e del Rigoletto o non so più, vicino, ma piccolo piccolo, nell’angolo, in basso a destra che casomai non lo vedevi nemmeno c’era un trafiletto di venti righe e sopra queste venti righe una minuscola foto di noi. La foto l’aveva fatta Adele, una ex di Sky. Io ora che sono un cadavere che cammina, un uomo spento che si trascina da un giorno all’altro come un sacco di letame, vorrei averla quella foto. Ciò che ero, ciò che eravamo, ciò che non siamo più. Fantasmi. Eravamo di spalle, in quella foto lì. Mentre sal14


tavamo. Stavamo a mezz’aria, sospesi in un pioppeto lì vicino al Po. Bucolico. Come bucolico era il mondo attorno, ovattato e ruvido allo stesso tempo, con degli spigoli che di tanto intanto ti si piantavano dentro e facevano sanguinare. Eravamo di spalle al mondo, e mostravamo gioiosi i nostri culi svolazzanti per aria. «Che cazzo di senso ha una foto dove siamo di spalle?» disse Loris. E l’articolo non diceva nulla in realtà. Due righe sul demo, definito «esordio promettente» e qualche data delle prossime. Nessuno fiatò. Poi qualcuno si sciolse in un Non è male e i commenti che seguirono furono tutti concordi, Dai, non male, Sticazzi, Buon inizio e cose così.» Intonai Exit Light, Enter Night, Take my hand.... E poi Hush little baby don’t say word...

e imbracciai la chitarra. Loris si fiondò dietro la batteria, Sky prese il basso, Marco la chitarra e il microfono e il resto del pomeriggio scivolò rabbioso su quelle note, con Loris che picchiava come un forsennato e quando toccò a lui suggerire la canzone da fare, cominciò a battere sul charleston dandoci il tempo per This Love dei Pantera. You kill this love Love, love You kill this love 15


Andammo avanti ancora a oltranza. Poi calò la sera. La nebbia aveva avvolto ogni cosa e cominciava a piovigginare. Mentre fumavamo e parlavamo e ridevamo, sembrava che il tempo fosse risucchiato da quella foto lì, aperta sul tavolino in vimini, con sopra due posacenere stracolmi di brasche e un pacco di Rothman’s blu, di quelle da 14 di condensato. Se stavamo assieme, anche senza suonare, venivano sempre fuori le cose più assurde e i pettegolezzi tenevano banco a tal punto che a volte, per settimane, avevamo di che discutere. La mamma di Sky lavorava nella tipografia del paese. Sapeva tutto di tutti, chi moriva, chi nasceva, cresime, comunioni, battesimi, chi si sposava, chi si lasciava, chi tradiva, chi finiva sul bollettino dei protesti e chi vinceva un appalto. Così era Sky che raccontava sempre di questo che ha tradito quella, o di Caio che è fallito, di quell’altro che è fuggito, di Tizio che l’é un drugà, e di Sempronio C’al sé ubriacà. Eravamo concordi su di una cosa. Che c’era una parola che più di tutte tratteggiava il profilo dei nostri concittadini: la parola è tronfio. Tronfio. Pieno di sé. «Esistono solo loro» come diceva sempre Marco, dimenticando che anche noi, a volte, ci comportavamo a quel modo. Siamo cresciuti un po’ così, imparando dai nostri vecchi a farci per bene i cazzi degli altri, a volte ad essere anche invidiosi e gretti da risultare persino sadici nel godere dei piccoli drammi e degli insuccessi altrui. 16


Se ci ripenso, a distanza di anni, credo che questa cattiveria sia un male sedimentatosi nel corso del tempo, generazione dopo generazione, lentamente e silenziosamente ai piedi di queste colline. Una tradizione vivente, quella dell’attitudine al disprezzo, che non potevamo cambiare o controllare in alcun modo. Atavica. «Sa vot cal faga» dicono in dialetto i vecchi fuori dal bar. «Sa vot cal faga» dice l’allenatore di calcio parlando del suo allievo che ha fatto un provino nell’Inter. «Sa vot cal faga» dice il prete fuori da messa, ridendo di te e dei tuoi errori, sotto quella tunica che dovrebbe raccontare di pietà e perdono, ma si risolve in un ghigno smargiasso intriso di malcelata diffidenza. «Sa vot cal faga» dice il tuo prof. di italiano parlando del tuo ultimo romanzo. Perché uno scrittore rimane un pezzente, come mio padre, un pezzente alcolizzato e buono a nulla. «Sa vot cal faga» la tua ragazza quando alle sue amiche racconta di te. «Sa vot cal faga» tu quando parli coi tuoi amici di quel nuovo gruppetto che hai sentito suonare ieri sera dal vivo. E noi cosa potevamo mai fare? Noi, quattro metallari illusi dentro una catapecchia diroccata? Avremmo comunque perso. Perso in partenza. A distanza di anni posso scommettere che fu questo il motivo che alla fine di quell’estate ci portò a compiere una scelta piuttosto che l’altra. Quella nostra natura che non siamo mai riusciti a cambiare, persi com’eravamo a rincorrere il nostro sogno di fare musica. 17


Dev’essere una cosa simile a un rimorso, quello che provo ora, lo so. Un rimorso per ciò che non siamo riusciti ad essere. Tutto questo presente è figlio di quell’estate a testimoniare che a volte le scelte che cambiano per sempre le nostre vite arrivano troppo presto perché si abbiano gli strumenti per dominarle. La cattiveria della gente fa il resto. Aspramente e desolatamente come le colline d’inverno. È il lato oscuro che è sempre in agguato dentro di noi a rovinare le cose. All’epoca, forse, non ci facevo caso, ma è così. All’inizio di questa storia, quando la nostra innocenza non era ancora in discussione e tutto sembrava andare a gonfie vele, nessuno di noi aveva mai provato il desiderio ardente di andarsene via da qui. Non c’erano ancora cadaveri affiorati in un giorno di luglio dalle acque del Po. Non ancora fughe rocambolesche e fucili pronti a sparare. Non ancora le indagini, gli arresti, le notti all’addiaccio, i tradimenti, le meschinità, i mostri sbattuti in prima pagina. Quello che mi consola è che, ciò che vi racconterò, non si poteva evitare. Sarebbe successo. Comunque. E ognuno di noi avrebbe comunque reagito d’istinto: a diciannove anni non esiste la ragione. Conservo un’immagine più di tutte che è come un cancello, il cancello che trattiene l’odio e la violenza che so albergare come un orso in letargo, dentro di me. L’immagine è quella di mio padre che, disperato per un debito che non riesce a saldare, si rivolge al parroco bisognoso di aiuto. Quello dice «Sono mica la banca» rifilandogli una pacca sulla spalla e ridendo quasi a 18


crepapelle. «Al massimo posso offrirti un caffé ». Quest’immagine intrisa di strisciante vergogna e superficialità ha scatenato qualcosa dentro di me negli anni della mia adolescenza. Io ero un bambino e sono figlio di quell’icona. Tutta la violenza e il disamore messi da parte dolorosamente in questi anni, hanno un giorno e un’ora precisi, una data di nascita. Tutto viene da lì. A diciannove anni, lasciando che quel male esplodesse, sotto il sole rovente, io sento di essermi liberato per sempre da quel retaggio, di aver pagato il mio tributo. Ho ucciso in una notte soltanto, tutta la cattiveria e la grettezza, confinandole per sempre dietro quel cancello. Questa storia è una storia di iniziazioni. E di educazione alla vita. Era forse necessario che succedesse. Era il giusto dolore che sarebbe servito a purificarmi. La voglia di affrancarsi da questi sguardi superficiali e ferini, da questo cinismo di fondo, da questa cattiveria connaturata e radicata si scontrò progressivamente contro un diffuso sentimento di odio per i propri simili che quell’estate pervase un po’ tutti, mentre la gente silenziosamente moriva d’amianto tradita da quattro industriali. La giustizia non ha fatto il suo corso. Nessuno pagherà mai tante vite spezzate. Noi abbiamo pagato perdendo per sempre un treno che non tornerà. Cercare di rievocare, di rivivere di reinterpretare la propria vita partendo da dove il cammino ha deviato non è possibile. Eppure, io, ho imparato una cosa quell’estate. Che ciò che accade dentro e fuori le nostre vite è politica. Ci hanno raccontato un sacco di balle in questi 19


anni. Ci hanno cresciuti proclamando la morte degli ideali, insegnandoci ad osannare l’era del post. Per un po’ di tempo siamo andati avanti a credere per davvero che il banchetto fosse finito e che chi aveva potuto goderne, ora, ce l’aveva fatta. I nostri padri cresciuti all’ombra degli anni ’70, per esempio. Il nostro, di avvenire, invece, tutt’altro che radioso, sarebbe stato comunque fatto di precarietà e stenti, da un lavoro all’altro, di sei mesi in sei mesi, senza mai poterci comprare una casa, senza mai poter anche solo considerare la parola famiglia. Un perfetto padre di famiglia, banchiere con i baffetti e la coppola di minkia, con il pullover e i panni sempre impeccabili, le scarpe hogan: ciò che non saremmo mai diventati. Col Mercedes e la sua merda di giornale sotto braccio. Vitae. Per un po’ di anni, ci hanno narcotizzati facendoci credere che il migliore vincerà sempre e che il mondo ci apparterrà. Sai cucinare? Vincerai! Sai? cantare! Vincerai! Sai ballare? Vincerai! Ci basta vedere in TV quel giovane rapper che alza le mani al cielo per illuderci che si possa d’un tratto uscire dal buio di una strada e realizzare un sogno. La verità è che senza un sentimento politico, non c’è nulla che valga la pena di celebrare. Una società di rovine, dove i cantanti e i ballerini, i corpi denudati sono manichini impolverati che prima o poi, volenti o nolenti verranno chiusi a chiave dentro una soffitta. Il resto, fuori è dolore e disperazione. Senza che esista più qualcosa in cui credere. Politica non è destra e sinistra, politica è porre al di sopra di noi stessi un senso, un ordine, un’ idea. Plasmare se 20


stessi prima di tutto attorno a un’idea. Lasciare da parte le belle illusioni e concentrarsi sul dominio di sé. Per noi, quegli anni di vana gloria furono l’avamposto struggente e drammatico di sogni destinati a finire dentro il cesso. Sopravvivere. Alla fine la vita si riduce a questo. Credevamo di essere invincibili. Quel giorno della foto in particolare, ebbi anch’io la sensazione di esserlo. A diciannove anni sei così, invincibile. E ovunque la mettevi, finiva che prima o poi, nei nostri discorsi, c’entrava sempre quella cosa lì che si chiama futuro e che non ci riusciva ancora bene di identificare. Era una scatola chiusa. Ognuno di noi avrebbe avuto la sua. Da scartare come si fa coi regali. E come coi regali, c’erano delle cose che avremmo voluto e delle cose che, avevamo già intuito, ci sarebbero toccate punto e basta. Anche quel pomeriggio inoltrato, del tutto simile a una notte arrivata anzitempo, restammo lì, aggrovigliati attorno al tavolo a parlare del dopo. Il cielo fuori si era fatto minaccioso, man mano che il crepuscolo avvolgeva le cose. Il freddo cominciava a farsi sentire. Accendemmo il fuoco nel camino, perché la stufetta elettrica non bastava più. «A me piacerebbe fare il D.A.M.S. a Bologna» sentenziò Sky. «Già. Ti ci vedo a fare l’artista skizoide» replicò Marco. «Scherzi? Il mio destino è già segnato, diventerò un grande regista». «Oh, allora mi farai fare la parte del debosciato in 21


qualche film» continuò l’altro. «Quella non te la toglie nessuno, stanne pur certo». «Beh, sentiamo, e tu che pensi di fare?» mi chiese Loris. «Non lo so, non ci voglio pensare, penso che andrò a Lettere». «Segui le orme di tuo padre quindi...» disse. «Marco? Te che farai?». «Udite udite... il violinista pazzo. Mi sembra ovvio no?» rispose Marco The King. «Ancora con ‘sto cazzo di violino? E come ci mangi? Con la sonata Kreutzer?». Fuori il vento ringhiava come un cane cui hanno tolto la catena, e faceva tremare il tetto in eternit e sollevava le foglie rinsecchite in una sorta di danza, una coreografia tanto involontaria quanto curiosa. Il fuoco del camino si faceva sempre più pallido, mentre fuori nel buio, pian piano, si accendevano le luci del ponte come candeline sopra una torta invisibile. Gli amplificatori sfrigolavano accesi. Marco si bloccò per qualche attimo. Poi, con uno sguardo deciso disse che l’importante è crederci, nelle cose che si fanno. «Sei inguaribile, un vero e proprio idealista» disse Sky. «Il mondo di oggi ruota attorno alla new economy - come se volesse giustificarsi - le aziende hanno bisogno di specialisti. Io mi sa tanto che farò economia» si rassegnò. Tutti quanti annuimmo senza troppa convinzione. «Già, gli specialisti... Io sono le specialista della gnocca» disse Loris. 22


Ma poi si fece serio: «Ragazzi come al solito mi fate sentire una merda - disse - Violinisti, registi, economisti... Io che continuerò a calcare ‘ste cazzo di vigne cosa dovrei dire? Perché il mio destino è già segnato in partenza... Con mio padre non si ragiona...». «Ma che ti lamenti, pirla, sei il figlio di uno dei più grandi produttori vitivinicoli dell’Oltrepò Pavese. C’hai i miliardi c’hai... Fossi in te non ci penserei due volte» lo rimproverò Sky. «Forse è così. Ma certe volte mi piacerebbe pensare di essere libero, di poter scegliere che cosa farne del mio futuro. Invece il mio vecchio rompe sempre i coglioni. E l’azienda di qui e l’azienda di là... e il buon nome di qui e il buon nome di là… Io, se proprio volete saperlo, suonerei e basta, non mi piace il vino e mi sbronzerei solo di superalcolici». «Beh, almeno tuo padre si interessa della tua vita. È un bel segnale no? I miei continuano a litigare e da un po’ di tempo a questa parte casa mia è più simile a una polveriera» confessò Marco. Io pensai alle lunghe liti di mamma e papà. E avrei voluto dire Già, come ti capisco, la stessa cosa capita anche a casa mia. Ma pensai che era meglio tacere, perché infondo di quei piccoli drammi casalinghi, nulla sapevamo. Erano oggetti misteriosi, erano fuochi che scoppiavano improvvisi dentro casa e tu li guardavi bruciare da dietro la tua brava trincea, chiuso in una stanza, rapito dal tuo crescere. Nulla sapevi di quelle urla e di quei piatti che andavano in frantumi, nulla dei baci e delle carezze che c’erano dopo, a portare la tregua. Nulla dei silenzi. Potevi solo intuirne le dinamiche. Giustificavi tutto con la parola amore. 23


Avrei voluto calarmi nei panni dello psicologo di turno e dire È normale raga, Vai tranqui che è così per tutti. Poi se due persone si amano... Invece me ne stetti zitto zitto al calduccio, perché all’amore non ci credevo e non ci volevo pensare. Come un animale rabbioso, pensavo che amare è soffrire e io non volevo soffrire. È tutta una finzione, tanto. Poche son le cose che restano davvero. Una di queste è la musica. Afferrai di nuovo il tubo e precipitai in un tiepido torpore. A tornare a casa, quella sera, rattrappito sulla sella del Fifty, avvolto alla kamikaze dentro una chilometrica sciarpa, mi dissi che pomeriggi così non sarebbero durati per sempre e che bisognava goderseli finché c’erano. Perché infondo quel letargo non era poi così male, stare lì a debosciarsi non era poi così male, fantasticare, sparare cavolate, non era poi così male. Poi ero pronto a scommetterci sopra - le cose si sarebbero complicate assai.

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