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Silva Gentilini Le formiche non hanno le ali "Quando una storia viene raccontata non può essere dimenticata Diventa qualcos’altro, il ricordo di chi eravamo La speranza di ciò che possiamo diventare"

Emma Amo l‟organizzazione cieca delle formiche, ho passato l‟infanzia a osservarle. Si portano instancabilmente dietro le loro provviste e hanno uno scopo fermo, inossidabile: prendono una mollica, un pezzetto di qualsiasi cosa e lo trasportano. Lo fanno a prescindere. Nessuno le ferma. Puoi schiacciarle in un secondo, è vero, ma quelle che restano non hanno timore. Vanno avanti. Si organizzano. Ricominciano. Sanno cos‟è la paura cieca? Secondo me no. Quando Lui mi colpiva, in bocca sentivo il sapore del sangue. Era pastoso, il gusto preso in prestito da una vecchia chiave. Ma la vera sorpresa era l‟impatto del palmo chiuso che si scontrava con la mia faccia, come se un improvviso spostamento d‟aria mi facesse girare la testa e ballare i denti. A volte era successo di ritrovarmene uno in bocca. Un dente sano che ti cade ti commuove sempre un po‟, ti rattrista come un amico che ti abbandona in mezzo alla strada, senza un perché. Quanto dura il tempo dei pugni e dei calci? Erano pochi attimi, eppure quel tempo si dilatava, il dolore lo amplificava. Poi veniva il resto. Quella rabbia muta che ti attraversava come una scarica. Avrei voluto urlare ma non potevo, avrei voluto correre via, fare chilometri a piedi pur di allontanarmi, cambiare identità, essere dentro un film allegro, trovare una bella famiglia che mi tenesse con sé. Avrei voluto prendere le sembianze di un cane o gatto randagio, di un pesce rosso, di un fiore, andava bene anche di un sasso. Avrei voluto essere una formica.

I primi anni della mia vita si sono azzerati, inghiottiti dal buco nero della mia infanzia. A otto anni ero uno scricciolo di bimba, pochi chili sormontati da tanti capelli biondissimi, le persone credevano che frequentassi ancora la prima

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elementare. Di contro mi comportavo già da adulta: ero una bambina precisa, con manie di perfezione che perseguivano la logica dell‟amore. Volevo essere amata, perciò non dovevo sbagliare niente. Che nella mia vita ci fosse qualcosa di sbagliato lo percepivo con chiarezza, ma senza capire che non dipendeva da me. A casa mia eravamo in cinque, quattro femmine e un maschio: delle femmine io ero la più piccola, mia nonna materna la più vecchia, poi c‟erano mia sorella maggiore Lara e la mamma. Mi ricordo le nostre giornate di donne, scandite da una spartizione dei compiti di una rassicurante routine. La mamma e la nonna pensavano alla spesa, alla cucina, al bucato, a stirare, a ritagliare i buoni sconto dai giornali, a mantenere rapporti amichevoli con i nostri vicini e a sorvegliare noi bimbe. Noi bimbe invece dovevamo studiare, mettere in ordine le nostre cose, ma soprattutto fare le brave. E poi c‟era Lui. Lui che andava al lavoro. Lui che tornava e si arrabbiava. Si arrabbiava perché il tempo era brutto, perché qualche bastardofigliodiputtàna ne aveva combinata una grossa, perché la stronzatèstadicazzo dell‟impiegata alle casse, cheDiolafùlmini, gli aveva fatto sprecare tempo, perché il pezzodimmèrda gli aveva tagliato la strada con la macchina, facendogli perdere la pazienza. Così che quando tornava a casa da noi di pazienza non gliene era rimasta alcuna. Quando Lui era fuori noi altre facevamo un gioco, che nella mia testa funzionava così: facciamo finta che tutto stia andando per il meglio. Facciamo finta. La nonna materna era una donna dolcissima. Rimasta vedova di guerra con una figlia di soli quattro anni a cui badare, si era rimboccata le maniche e aveva trovato un lavoro da commessa nel primo supermercato Coop del paese. Aveva tirato su mia madre, una ragazza bella e sbarazzina, sorridente e allegra, con gli occhi verdi da gatta e la bocca perfetta, fatta per ridere e baciare. A sedici anni mamma si era fidanzata con un bel ragazzo più grande di lei di otto, che vestito da marinaio assomigliava all‟attore Tyrone Power. Mamma allora doveva aver pensato che lui l‟avrebbe protetta e amata di un amore da film, con un bel finale per la vita. Per lei il marinaio aveva accettato di lasciare la sua famiglia e Porto Ercole, il suo paese di pescatori, per trasferirsi a Orbetello, nello schifo di laguna puzzolente in cui

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beccava solo lavori umili e umilianti per uno in gamba come lui, se e quando ne trovava. Aveva lavorato alle miniere, aveva fatto il bidello, l‟operaio. Lui diceva sempre che questi sacrifici di vita grama li aveva fatti per noi. Perché ci amava. Ma odiava Orbetello e non si stancava mai di ripetercelo. In realtà, Porto Ercole e Orbetello erano distanti solo cinque chilometri, ma facevano parte di due comuni diversi. Il primo era nel comune di Monte Argentario, sul mare cristallino della maremma Toscana, un luogo molto amato dal jet-set dei primi anni Settanta. Si trattava di un piccolo paesino senza molte opportunità, che si sostentava con pesca e turismo. Orbetello invece era simile a una penisola, collegata al Monte Argentario da una lingua di terra, immerso in una laguna suggestiva a un passo dal mare. Però era una cittadina, aveva scuole superiori, un ospedale, la stazione ferroviaria e molti negozi. Anche quando Lui diceva di odiare dove abitavamo, mamma continuava a essere mamma.

Nei miei ricordi di bambina sorrideva sempre, canticchiava, mi

comprava vestitini bellissimi e mi adorava semplicemente. Mia madre sapeva far finta meglio di chiunque altro al mondo. Facciamo finta che tutto stia andando per il meglio. Facciamo finta. Per anni l‟aveva data a bere ad amici, vicini e parenti. Ma quando lui tornava a casa, la sera, la nostra routine di donne perdeva importanza. Era come se con Lui entrasse anche la paura, una bestia dalle zampe enormi, che all‟improvviso occupava la casa, ci stanava, ci schiacciava. Noi quattro restavamo sospese. Quando Lui saliva le scale la paura ci aveva già in pugno, la leggevo negli occhi delle altre, con domande mute che rimbalzavano da una all‟altra. Di che umore sarà? Qualcuno lo avrà fatto arrabbiare? Fluttuavamo come alghe in attesa di essere rastrellate. A volte Lui entrava e appena chiusa la porta cominciava a bestemmiare. Se una di noi capitava per caso, o per destino avverso, nella sua traiettoria, volavano colpi, spinte, calci, schiaffi. Era buffo non sapere perché ti stava massacrando di botte, doveva essere buffo per forza. Perché poi mamma e nonna, appena quel momento passava, ridevano davanti a me e mia sorella, e il gioco di far finta riprendeva.

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«Vediamo se abbiamo messo tutto quanto in cartella», ci dicevano. Oppure: «Quale sarà il vestitino che metteremo domattina?» Prima di andare a letto la nonna, rimasta vedova di guerra quando mamma aveva solo quattro anni, ci dava le caramelle Rossana, ché un po‟ di dolce fa passare tutto, e ci raccontava storie di fate e castelli incantati. Mamma sorrideva, mi pettinava capelli, mi rimboccava le coperte e mi cantava le filastrocche. Solo mia sorella Lara non rideva. Se ne stava seduta con il corpo rigido, tormentandosi il viso per togliersi i brufoli che la affliggevano da sempre. Di carattere era poco partecipativa, convinta di non essere mai amata abbastanza e facile ad annoiarsi. Aveva sei anni più di me, ma più che da sorella mi trattava da nemica. Così, quando cercavo il suo sguardo, lei me ne rivolgeva uno di puro disprezzo. Mi trovava una bambina inutilmente buona e irritante nel suo perfezionismo. Ma anch‟io ridevo. Faceva parte del gioco. Ero certa che tutte le mie compagne di scuola avessero una vita come la nostra; un padre furioso, una mamma buona e una sorella antipatica che aveva cercato di ammazzarti quando eri ancora nella culla. Io invece ero quella brava, avevo questo ruolo. Essere più brava anche delle mie compagne. Se avessi fatto la brava Lui si sarebbe convinto di che grande fortuna fosse avere una famiglia come la nostra. Sarebbe rientrato sorridendo, in pace con il mondo e con noi. Non avremmo dovuto più fare finta. Sarebbe stata una felicità vera. La nostra casa era come un teatro in cui ognuno aveva la propria parte da recitare. Anzi, tutti noi sembravamo usciti dal set cinematografico di una bella commedia americana di una volta. Io continuavo a distinguermi sempre a scuola, mia madre parlava dei miei buoni voti ai vicini, agli amici, ai conoscenti. Io e mia sorella Lara andavamo in giro con bei vestiti, i capelli sempre in ordine, sapevamo di profumi e lozioni per la pelle. In quegli anni i miei genitori avevano aperto un bar in uno dei luoghi più suggestivi di Porto Ercole e ci lavoravano solo d‟estate. L‟occasione mio padre l‟aveva avuta da un amico di infanzia, che gli vendette a poco uno splendido pezzo di terra sul mare. Nel frattempo babbo portava avanti

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