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CAPITOLO I Un filo di luce rompeva la penombra della stanza, creando misteriosi giochi sulle pareti e sulle lenzuola, fuori c’era sicuramente il sole, Lia chiuse gli occhi poteva immaginarne il calore, la brillantezza, era la seconda domenica di Giugno, immaginò il mare, la spiaggia, le onde, riaprì gli occhi. Sentiva freddo, il calore che aveva immaginato era rimasto chiuso nei suoi pensieri non riusciva ad entrare nella piccola camera, non riusciva ad invadere il suo fragile corpo. Chiuse nuovamente gli occhi. La sua mente questa volta andò lontano. Era un pomeriggio di fine agosto, sua madre l’aveva incaricata di prendersi cura delle due sorelle più piccole mentre lei si recava a lavoro. Fin da piccola era sempre stata una bambina ubbidiente e responsabile, abituata ad occuparsi delle sorelle più piccole e ad aiutare la madre . Nata e cresciuta in un piccolissimo paesino della Sardegna, popolato da poco più di mille abitanti, una famiglia umile la sua, la madre una donna semplice e minuta, la pelle pallida, gli occhi neri, e i capelli neri anch’essi, lunghissimi ma mai sciolti, le mani piccole e consumate. Lavorava presso alcune famiglie del paese occupandosi dei lavori domestici. Il padre faceva il pastore sin da quando era un bambino, abbastanza alto, il corpo magro ma solido, muscoloso e forte. La pelle arida, scura e rugosa, portava i segni del sole, del vento, e della pioggia, portava i segni del duro lavoro, mani possenti e callose. I suoi occhi erano di un azzurro profondissimo, il suo sguardo era di ghiaccio, la chioma folta, di capelli biondissimi e bianchissimi. Era un uomo autoritario e rude Lia non ricordava di aver mai ricevuto un abbraccio, una carezza da suo padre, rimproveri sì quelli tanti con la sua voce pesante e rumorosa e quel suo sguardo gelido e penetrante. Aveva sempre temuto quello sguardo, la metteva a disagio, non era in grado di reggerne il confronto. Gli occhi dolci e misteriosi di Lia fuggivano di fronte all’azzurro dirompente degli occhi di suo padre, un azzurro che invadeva la stanza quando rientrava da lavoro e si guardava intorno quasi ad assicurarsi che tutto fosse come doveva essere, poi si sedeva al suo posto, la testa china sul piatto e senza dire parola mangiava la sua minestra Quel pomeriggio Lia decise di portare le sue due sorelle a fare una passeggiata nel piccolo parco vicino casa. Anna aveva otto anni, le assomigliava molto, e assomigliava molto anche a sua madre, capelli e occhi nerissimi, il corpo esile e fine, pelle pallida e bianchissima. Era timida, silenziosa e riservata. Sara aveva cinque anni, occhi azzurrissimi, foltissimi riccioli biondi a incorniciarle il viso tondo e pacioccone, le guance rosse, Sempre allegra, sorridente, rumorosa, era piena di inventiva ed energie, non stava mai ferma, correva da una parte all’altra ininterrottamente. Quel giorno il tempo era finalmente meno afoso e stare fuori all’aria aperta molto più piacevole, soffiava anche un leggero maestrale. Una volta giunte al parco le bimbe iniziarono subito a giocare, Lia invece si posizionò sotto un albero e prese il libro che aveva portato con se, passò delicatamente la mano sulla copertina, quasi volesse accarezzarlo quel libro, lo aprì e iniziò a leggere, era un libro di preparazione al test per entrare nella facoltà di medicina. Aveva diciotto anni, si era appena diplomata al liceo scientifico con il massimo dei voti. Fin da quando era bambina sognava di diventare un medico, e tra poche settimane avrebbe dovuto affrontare il test per essere ammessa a frequentare la facoltà di medicina. Leggeva avidamente ogni parola cercando di memorizzare quanto più poteva, doveva assolutamente passare il test, non poteva fallire. Era così assorta nello studio che non si rese conto del tempo che passava. Ad un certo punto alzò lo sguardo il cielo si era fatto scuro e minaccioso e il vento ora era abbastanza forte. Lia chiuse il libro e lo ripose nella borsa: Saretta, Annina andiamo si è fatto tardi e sta per piovere !!!!


Si alzò, aveva le gambe leggermente intorpidite, la posizione assunta per la lettura non era stata delle più comode, si guardò intorno, nel parco ormai non era rimasto quasi nessuno, davvero non si era accorta del tempo che era passato Saretta, Annina dai è ora di andare Saretta, Annina basta giocare ora Si guardò nuovamente intorno ma delle bambine non c’era traccia ebbe un sussulto, iniziò a camminare, continuando a chiamare le bambine Saretta, Annina basta ora venite fuori, dove vi siete nascoste? Il cielo si fece sempre più scuro e un tuono rumoroso ruppe il silenzio del parco, Lia ebbe un altro sussulto, un brivido di freddo iniziò a percuoterle tutto il corpo, tremava, l’acqua iniziò ad infrangersi rumorosamente a terra con la forza dirompente propria dei temporali estivi, il cuore le batteva forte, i vestiti ricadevano fradici sul suo esile corpo, cercava le bambine ma, delle bambine non c’era traccia. Correva disperatamente da una parte all’altra del parco, urlava, chiamava le sue sorelle ma non udiva risposta, solo il fragore dei tuoni e della pioggia, e il battito del suo cuore sempre più forte, sempre più forte. Per più di un ora continuò inutilmente a chiamarle e cercarle ovunque. Alla fine disperata decise di correre a casa. Correva più che poteva ma una volta giunta quasi di fronte al cancello udì un urlo, mai più avrebbe dimenticato quell’urlo, un urlo così lacerante da spaccare il mondo in due, era l’urlo di sua madre. Di fronte al cancello vide la sagoma di una bambina era Anna, poi vide sua madre inginocchiata per terra nel fango che urlava e piangeva e si strappava i capelli e ancora urlava, e ancora piangeva, vicino a loro suo padre, i suoi occhi azzurri erano più cupi che mai, anche nel buio Lia riusciva a vederli, non li aveva mai visti così, in piedi accanto a loro il signor Floris, un vecchio pescatore del paese, teneva qualcosa tra le braccia, un piccolo corpicino inerte, la testa rivoltata all’indietro, le piccole braccina abbandonate, i vestitini zuppi e sporchi di fango. Lia per qualche minuto non riuscì a muoversi, la voce le si spezzò nella gola, le lacrime iniziarono a sgorgare copiosamente, era confusa e stordita cosa era accaduto, com’era potuto accadere, era colpa sua, era solo colpa sua, poi la voce tornò e il suo urlo si confuse con le urla di sua madre Saretta o mio Dio Saretta no!! Cosa ti è successo, è colpa mia solo colpa mia, cosa ti è successo Saretta Il padre prese, la piccola dalle braccia del signor Floris e la portò dentro casa, dai suoi occhi non uscivano lacrime, dalla sua bocca non uscivano urla, ma il suo cuore sanguinava silenzioso, la ferita era troppo grande e, quella ferita non si sarebbe più rimarginata. Entrarono in casa il signor Floris prese Anna la piccola era sotto shock e piangeva disperata. Sua madre continuava ad urlare, scuoteva il corpo della sua povera bambina, aspettava che reagisse, ma Sara non reagiva, Sara era morta, annegata nel fiume perché lei non le aveva controllate e le bambine si erano allontanate, avevano preso la stradina dietro il parco e avevano continuato a rincorrersi fino a quando Sara non era caduta, le acque del fiume erano scure e profonde, Anna aveva iniziato ad urlare chiamando aiuto ma, si erano allontanate troppo e Lia non poteva sentirle, il signor Floris che passava di lì vide la scena e si buttò per salvare la bambina, ma era troppo tardi Sara era morta, Sara era annegata nel fiume perché lei non aveva saputo prendersene cura. Lia si avvicinò a sua madre e tentò di abbracciarla: Mi dispiace Fu solo quello che riuscì a dire. Sua madre si girò verso di lei e sembrò essersi accorta solo in quel momento della sua presenza, la guardò con uno sguardo terribile, gli occhi neri pieni di rabbia e di odio Mi dispiace è tutto quello che sai dire? E’ colpa tua, è colpa tua iniziò a percuoterla. Lia non reagiva , subiva passivamente le percosse e piangeva Mi dispiace, mi dispiace La madre continuò


Sta zitta è colpa tua l’hai ammazzata tu, io l’avevo affidata a te e tu me l’hai ammazzata Poi le tolse lo zaino di dosso e iniziò a frugarci dentro, tirò fuori con forza il libro dal quale Lia aveva studiato sino a qualche ora prima e iniziò a strapparlo. E’ per questo vero, è per questo che non sei stata in grado di tenere d’occhio tua sorella, come hai potuto, l’hai ammazzata, vai via, vai via da questa casa non voglio vederti mai più, vai via, via!. Lia piangeva, sua madre aveva ragione, la colpa era solamente sua. Ad un certo punto una voce ferma e pesante interruppe il frastuono, Ora basta smettetela Ordinò suo padre. Sua madre andò vicino al corpicino inanimato di Saretta che ora giaceva in un lettino, s’inginocchiò vicino a lei e li rimase tutta la notte, piangendo ininterrottamente e stringendo forte la sua piccola per l’ultima volta. La casa presto si riempì di gente, arrivarono i parenti, i vicini, gli amici, i curiosi. Fù una notte interminabile. La piccola Anna era riuscita a addormentarsi solamente all’alba, aveva solo otto anni ma si rendeva perfettamente conto di quello che era successo, si rendeva conto che non avrebbe mai più rivisto, che non avrebbe mai più potuto giocare con la sua piccola sorellina. Lei era rimasta tutta la notte a fianco a sua madre, in ginocchio, accanto a lei e accanto al corpo ormai senza vita di Sara Mi spiace Aveva cercato ancora di dire Ti odio, non voglio vederti mai più, te ne devi andare, hai ammazzato la mia bambina, l’hai ammazzata.. Sua madre, la sua famiglia la odiavano tutti e avevano ragione, non avrebbero mai potuto perdonarla e lei stessa non avrebbe mai potuto perdonarsi. Decise che avrebbe lasciato quella casa subito dopo il funerale, anzi, forse, era meglio partire subito, lei, non era degna di andare al funerale di sua sorella. Era solo colpa sua, poteva solo sparire sarebbe stato meglio per tutti, forse un giorno con il tempo l’avrebbero perdonata. Si recò in camera sua, prese un vecchio borsone e inizio a buttare dentro alla rinfusa tutte le sue cose. Si cambiò d’abito. Si spazzolò i lunghi capelli neri e li raccolse. Diede uno sguardo malinconico alla sua camera, il letto intatto con le lenzuola ricamate dalla madre che profumavano di lavanda, la piccola scrivania, il piccolo armadio. Non sapeva dove avrebbe dormito quella notte, sapeva solo che non avrebbe più dormito nella sua camera. Si avvicinò alla finestra e scostò le piccole tendine anche queste ricamate da sua madre, gettò uno sguardo fuori e, lo sguardo si perse tra il verde degli alberi. Ogni notte prima di coricarsi si affacciava alla finestra della sua camera, d’inverno sembrava quasi di poter toccare con mano le cime innevate delle montagne, e d’estate osservava meravigliata il cielo stellato, il verde, gli alberi, udiva cantare le cicale, sentiva il vento soffiarle nei capelli. Rimise a posto la tenda. Aprì il cassetto della scrivania, prese una foto, la infilò nel taschino dello zaino e uscì chiudendo piano la porta. Un ultimo sguardo passò in rassegna ogni minimo dettaglio della casa semplice e discreta, ogni cosa era come al solito perfettamente pulita e in ordine, un ordine quasi maniacale quello di sua madre. Aprì la porta e se la chiuse alle spalle. Percorse qualche metro prima di voltarsi per l’ultima volta, alla fine della stretta stradina poteva ancora vederla la sua casa. Le case erano più o meno tutte simili, case basse con un ampio cortile e per un momento le parve di rivederla Sara che in quel cortile correva divertita. La casa era ancora piena di gente e nessuno si era reso conto che lei se ne stava andando, nessuno aveva cercato di fermarla, nessuno le aveva rivolto una sola parola di conforto, la odiavano tutti. Lo zaino sulle spalle e in mano un borsone il cui peso già iniziava a farsi sentire. Aveva cercato di portare con se quante più cose possibili, perché indietro non sarebbe più potuta tornare. Lia si avviava verso la stazione, un ultimo sguardo poi via. Dì li a poche ore si sarebbe celebrato il funerale di sua sorella ma lei non era degna di esserci.


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