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Nicola Fiume

Scherzo ... o son desto?

casa editrice cercasi

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Nicola Fiume SCHERZO ... O SON DESTO? casa editrice cercasi

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Nicola Fiume è nato a Fasano una volta avrei detto quarant’anni fa, ma visti i ritmi con cui l’ultimazione di questo libro va avanti sebbene sia finito da una vita, forse è meglio mettere la data di nascita, il 5 luglio 1955. Si è laureato in lingue e letterature straniere presso l’Università di Bari ed insegna francese nell’Istituto Tecnico Commerciale “G.Salvemini” di Fasano. E’ sposato e quando incominciò a scrivere le storie e le altre cretinate contenute in questo libro non aveva figli. Quando poi pensò di raccogliere il tutto in un volume era nata Gabriella alla quale peraltro il libro è dedicato. Adesso i figli sono due perché nel frattempo è nata anche Elisabetta, ma la messa a punto del libro è rimasta esattamente dov’era. Forse è il caso che si dia una mossa e finisca questa estenuante operazione anche perché deve incominciare a raccogliere altro materiale da inserire in un secondo libro da dedicare ad Elisabetta. Il suo tempo libero lo dedica ... pardon, lo dedicava alla caccia, al pallone, al cinema, un po’ alla televisione, a scrivere, a leggere, a disegnare, a dormire, a mangiare ... a fare tante cose insomma che mo’ non se le può nemmeno sognare perché per sognare bisogna dormire e da quando è nata Elisabetta non si dorme nemmeno più. dicembre 1995 (due anni e mezzo dopo che ha scritto le prime cose e un anno dopo che tutto è pronto per stampare ’sto benedetto libro)

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La produzione letteraria dell’autore è ricca e varia. Prima di “SCHERZO ... O SON DESTO ?” l’autore ha scritto molti libri soprattutto da bambino quando si divertiva a scarabocchiare tutte le pagine dei libri del padre. Ha scritto inoltre numerosi articoli che sono inevitabilmente aumentati con gli studi universitari presso la facoltà di Lingue e Letterature straniere: IL, LO, LA, I, GLI, LE, THE, A, AN, LES, UNE, DES. Negli ultimi tempi l’autore si diletta prevalentemente scrivendo appunti, pro memoria e liste della spesa.

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Il libro “SCHERZO ... O SON DESTO?” è reperibile a Fasano presso la cartoleria libreria “Schena” in via Egnazia in fondo in fondo, presso la libreria “Lo Zibaldone” in via Taranto dirimpetto all’ospedale, e presso la cartoleria “Libri e cose” in via Santa Margherita. All’estero il libro è reperibile presso la direzione della Riserva Naturale “Ngorongoro” in Tanzania (c’è un chioschetto proprio vicino ai coccodrilli), nella scuola media “Saye Zerbo” di Ouagadougou in Burkina Faso in Africa e nella valigia di zia Melina e zia Madia che sono partite in viaggio e hanno perso la valigia. Il libro è inoltre reperibile nelle migliori macellerie della zona. Per chi non lo trovasse può richiederlo direttamente all’autore inviando L. 25.000 in francobolli o portandogli direttamente i soldi a casa. L’indirizzo è via C.Ferrini, 7 Fasano, alle spalle dell’ospedale. P.S. Non si accettano francobolli usati e soldi falsi. P.S. numero due. Se dovete venire a casa scegliete un orario decente.

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Dedicato a Topy Topy con la speranza che non si vergogni di suo padre

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PREFAZIONE

Fin da quando ero bambino mi è sempre piaciuto ridere e far ridere; per lungo tempo sono stato il ‘comico ufficiale’ di parenti e amici anche se non ho mai recitato la parte del comico. La comicità scaturiva piuttosto dalle riflessioni il più delle volti ‘gelanti’ che facevo su qualsiasi cosa succedesse; la battuta era dunque sempre in agguato e finiva inevitabilmente per arrivare anche quando non ce n’era proprio bisogno, e per di più spesso era pure cretina. Paradossalmente le situazioni più invitanti venivano sempre a presentarsi nei momenti meno opportuni e comunque di per sè mai comici, ed ogni occasione era buona per ‘riflettere’, finanche i funerali. Col tempo ho imparato a tenere per me le mie riflessioni, non che ne facessi di meno, ma cominciavo a capire che talvolta erano veramente fuori luogo. Ogni tanto, tuttavia, preferibilmente in occasioni quando non c’era proprio niente da ridere, qualcuno mi chiedeva il perché di quel sorriso idiota stampato sul viso, ed allora io capivo che mi avevano colto in flagrante: stavo ‘riflettendo’. Non sono mai riuscito a limitare questa mia indole anche se sono riuscito a nasconderla agli altri. E poi, in tutta sincerità, salvo che non mi sentissi perfettamente a mio agio, cosa che peraltro non mi capitava e non mi capita spessissimo, non sentivo il bisogno di comunicare quella che era una ‘riflessione’ mia e per me; talvolta mi infastidiva l’idea che chi non mi conosceva potesse pensare che volevo dar libero sfogo al mio protagonismo o che fossi scemo sul serio; e poi qualche ‘riflessione’ la dovevo spiegare, tanto era ermetica, e la cosa perdeva di immediatezza ed effetto: era come spiegare una barzelletta. Poi, l’anno scorso, mi è capitato tra le mani per pochi minuti un quaderno di venticinque anni fa più o meno, custodito gelosamente da un amico e di cui non ricordavo nemmeno l’esistenza: quel quaderno conteneva una raccolta delle mie prime parodie, scherzi, pensieri sparsi, ecc. Su quel quaderno c’era una parte della mia ... infanzia? ... adolescenza? ... Che si è a quattordici anni? E’ stato molto piacevole sfogliare quel ‘documento’ e per un attimo mi sono rivisto sui banchi di scuola ... cioè sulla sedia che stava dietro il banco di scuola, perché noi eravamo, nonostante tutto, sicuramente più educati degli alunni di oggi. Sinceramente la cosa che più mi ha colpito non è stata né il ritrovamento del quaderno né il contenuto in sé, piuttosto la consapevolezza che erano passati venticinque anni e che ero diverso, e che forse, tra venticinque anni (se ci arrivo) sarò ancora diverso. Rileggendo quelle cose non mi ci ritrovavo più, erano il frutto della spensieratezza e della goliardia di un ragazzo, non contenevano alcuna riflessione seria ma riferivano, canzonavano, parodiavano

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per il gusto della parodia fine a sé stessa. Oggi direi uno squallore ma non le rinnego perché erano e sono ciò che ha fatto un ragazzino che a quell’età si divertiva preferibilmente a scuola. E’ stato come se ad un tratto avessi sentito il bisogno di scrivere di nuovo qualcosa che mi piacesse e che tra venticinque anni mi facesse di nuovo pensare. Ohhh! ... non è che penso soltanto ogni venticinque anni, ma ogni venticinque anni forse si sente il bisogno di pensare a quello che si è ed a quello che si è stati. E allora mi sono organizzato in modo che tra venticinque anni, sapendo allora quello che sarò, mi basterà andare a riprendere questo libro per ricordarmi come ero. Però un dubbio mi viene. Le cose che ho scritto in questo libro non le leggerò soltanto io; fortunatamente le leggeranno in pochi, ma pochi o molti che siano apprezzeranno quello che ho raccontato, interpretato, trasformato? ... Non è che mi mandate i carabinieri a casa o intercedete per la scomunica! Ed allora, con la più grande umiltà, permettetemi di darvi delle delucidazioni. Tanto per incominciare questo libro è tutto uno scherzo (l’unica cosa che non è uno scherzo è tutto il tempo che ho dedicato alla sua stesura), non vuole essere blasfemo né volgare ma soltanto ... parostico (?) ... paranoico (?) ... paradossale (?) ... qual è l’aggettivo che si fa da ‘parodia’? Infatti tutto quello che vi è contenuto trae spunto da qualcosa che è già noto: proverbi, favole, poesie, testi sacri ecc. (salvo qualche rara eccezione) Mi piace la parodia e per fare la parodia c’è bisogno di qualcosa da parodiare e più il fatto è noto e più ci si può sbizzarrire con l’invenzione; così si spiega la scelta di certe ‘storie’. Un altro punto su cui ritengo dover fare chiarezza è quello relativo all’uso di espressioni e termini che qualcuno potrebbe facilmente giudicare volgari, ma io credo che con i tempi che corrono nessuno si scandalizza più di fronte alla ‘parolaccia’, e poi ho cercato di far parlare comunque i miei personaggi nel modo più naturale ed immediato possibile e la ‘parolaccia’, secondo me, fa parte oramai del linguaggio di tutti i giorni per quanto la cosa possa sembrare riprovevole e sgradevole. D’altronde lo stile scelto è uno stile che io considererei volutamente infantile proprio perché più immediato e spontaneo, questo almeno in buona parte dei testi. Altre volte invece lo stile è più forbito e letterario, più corretto e rispettoso di lessico e grammatica; questo cambio repentino a volte si verifica nella stessa ‘storia’ ed in ogni caso spesso è una scelta ‘tecnica’: l’alternanza di stili crea una separazione più marcata tra narratore e narrato, discorso diretto ed indiretto, tra protagonisti, tra situazioni; in altre occasioni si tratta invece di un fatto di spontaneità che traduce la predisposizione del momento. A proposito di testi. C’è di tutto. Si passa dai racconti alle poesie e dalle poesie a liberi commenti su proverbi e frasi celebri per passare poi a riflessioni e definizioni di vario genere; ci sono persino dei problemi aritmetici e non; il tutto è sistemato con il massimo ordine che riesco ad immaginare ... ma è un

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‘casino’ lo stesso. D’altronde, quando tra venticinque anni scriverò un altro libro perché me lo possa ricordare tra cinquant’anni, avrò più esperienza e farò meno errori. Quelli che verranno ancora dopo invece rasenteranno oramai la perfezione anche se dubito che riuscirò a rileggere i manoscritti forse perché la mano mi tremerà un po’ data l’età. Comunque proverbi o storie o cos’altro, ordinati o in disordine, ciò che conferisce unità al tutto è l’ironia (almeno spero), un’ironia che spesso è pesante o difficile da accettare, qualche volta amara, ma direi onnipresente; poi la parodia, un desiderio di trasformare ciò che è già noto fino all’esagerazione, nel contenuto e spesso anche nella forma, nel lessico, nel messaggio. Tuttavia mi auguro che con un po’ di buona volontà vogliate accettare ciò che non ha alcuna pretesa letteraria e non mi facciate finire nel cassonetto della spazzatura. L’Autore

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CONSIGLIO PER LA LETTURA ( da parte del libro ) Leggetemi un poco alla volta che se mi leggete tutto in una volta intanto vi appallate e poi ... che dovete fare ... dovete andare a comprare un altro libro? ... Com’è uno è l’altro! ... Uguali sono! Perciò sentite a me, l’ideale è una storia per sera, oppure dieci proverbi, sempre dopo i pasti, a stomaco pieno, mai davanti alla televisione e possibilmente nel letto ... ma la luce spegnetela dopo.

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INDICE

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..... dice Indice: “... non c’è pane!” dice Pollice: “... come faremo?” dice Medio: “... lo compreremo!” dice Anulare: “... con quali soldi?” dice Mignolo: “... abbiamo capito ... non si mangia un’altra volta! ... Che famiglia disgraziata!”

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SECONDO INDICE

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..... dice Indice: “... non c’è pane!” dice Pollice: “... beh! ... io sto facendo i compiti! ... non rompete eh!” dice Medio: “... io sto scappando dal dentista! ho un appuntamento e sono in ritardo. dice Anulare: “ ... sto maaalaaato! ... non posso uscire!” dice Mignolo: “ ... che famiglia scuscitata! ”

TERZO INDICE

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..... dice Indice: “ ... non c’è pane!” dice Pollice: “ ... vedi che forse sta qualche frisella nella dispensa!” dice uno che sta leggendo il libro: “ ... te la devi finire di dire cretinate???”

INDICE VERO

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Copertina Prefazione Consiglio per la lettura Indici LE STORIE: La vera storia di Mosè e dei Dieci Comandamenti L’arca di Noè Il matrimonio dei Promessi Sposi Le bottiglie dell’antiquario L’infanzia di Gesù e Pinocchio Il miracolo della resurrezione di Lazzaro Il reclutamento degli apostoli (S. Pietro e S. Andrea presi per fame) Il medico della mutua Adamo ed Eva Beati i poveri Pollicino Cappuccetto Rosso L’Ulissea I Re Magi pag.1

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L’ultima cena Il sacrificio di Abramo Davide e Golia

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PROVERBI E DETTI FAMOSI

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UNA RICETTA: Stufato di agnello con piselli

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DIZIONARIO: La vena Il cavallo Le piante

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I PROBLEMI pag.1 LE POESIE: C’era una volta un re C’era una volta un naufrago Non sfottete i potenti Anche gli animali hanno l’anima Scusa Cecco Omaggio a Ungaretti Omaggio a Ungaretti N.2 L’ebreo fortunato Autunno Senza titolo Senza parole Senza niente Due preghiere

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Ringraziamenti Fotografia a bianco e nero

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LE STORIE


LA VERA STORIA DI MOSE' E DEI DIECI COMANDAMENTI

Non tutti sanno che una volta il monte Sinai era la terza vetta del mondo e che solo da dopo che Dio diede a Mosè i dieci comandamenti non è più tra le prime dieci montagne della Hit Parade. Mosè era il capo degli ebrei ed il popolo ebreo aveva sempre avuto un sacco di disgrazie non ultima quella di avere come capo Mosè: una volta se lo era portato in Egitto e il faraone li aveva fatti tutti schiavi, una volta Mosè aveva rischiato di annegare tutto il suo popolo allorché attraversando il mar Rosso aveva sbagliato i tempi di apertura e chiusura delle acque , un'altra volta lo aveva portato nel deserto senza pane né acqua e se non fosse stato per la provvidenziale manna caduta dal cielo sarebbero morti tutti di fame e di sete (è vero anche che qualcuno disse 'meglio la morte anziché mangiare di nuovo questa schifezza puzzolente!'). Anche in tempi più recenti il popolo ebreo ha dovuto far fronte ad una miriade di problemi tant'è che Hitler, mosso da umana pietà, aveva pensato bene di sterminarlo pur di non farlo soffrire più. Il popolo ebreo era il popolo prediletto da Dio. Una notte, mentre Mosè dormiva nella sua tenda, il Signore gli andò in sogno e gli disse: "Mosè alzati! Ho un regalo per te e per il tuo popolo! Vienitelo a prendere sul monte Sinai!" Mosè si svegliò di soprassalto, batté violentemente la testa alla traversa del letto a castello di soprassalto, si vestì di soprassalto, poi si lavò di soprassalto, poi bevve il caffè bollente sempre di soprassalto ustionandosi le labbra, la gola e lo stomaco (ma non un lamento uscì dalla sua bocca abituata a trangugiare ben altro, tipo la manna) e si precipitò fuori: non gli pareva vero che ci fosse un regalo per lui e per il suo popolo. Uscendo inciampò nel filo dello stereo, lo stereo cadde sul televisore a colori appena comperato, il televisore a colori cadde sul servizio di cristallo di Boemia, ciò che rimase del servizio di cristallo di Boemia cadde con tutto il tavolino sul braciere ardente, il braciere ardente cadde sul tappeto persiano, il tappeto persiano prese fuoco, il fuoco si propagò a tutta la tenda e poi di tenda in tenda: in qualche minuto il villaggio fu completamente distrutto: Mosè aveva colpito ancora. Dopo che il popolo ebreo spense l'incendio, anzi, dopo che l'incendio si fu spento da solo perché non c'era più niente da bruciare, Mosè convocò il suo popolo in uno spiazzo e disse: "Domani parto." "Dooomaaani?! ... mo’ te ne devi andare!" "Era ora!"

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"Nerone!" "Vattene e non farti vedere mai più!" "Non bastavano l'attraversamento del Mar Rosso e la manna dal cielo?!" "Mascalzone!" "Cecategli gli occhi!" Per placare gli animi Mosè si affrettò a dire: "Mi ha telefonato il Signore e ha detto che c'è un pacco per il suo popolo prediletto. Devo andare a prenderlo sul monte Sinai, ma tornerò subito." "Vai e restaci!" "Fai con comodo!" "Pigliati il tempo!" "Al rogo!" ... continuavano a gridare i più esagitati, al che Mosè pensò bene di anticipare la sua partenza e dopo che gli altri capi del villaggio gli ebbero dato le più ampie garanzie che gli avrebbero ricostruito la tenda più bella e più grande di prima, soltanto in un posto un po' più fuori mano dalle altre tende del villaggio basta che se ne andava al più presto, Mosè disse: "Vado e torno!" E partì. Mosè rimase sul monte Sinai cento giorni. Mosè scalò il terzo monte del mondo e arrivò in cima all'alba. Minacciose e dense nubi gonfie di pioggia si rincorrevano nel cielo sospinte dalla fresca brezza mattutina; Mosè temeva che piovesse, ma quando vide un chiarore diffondersi e poi uno squarcio aprirsi tra le nuvole sospirò: "Ho fatto bene a non portare l'ombrello, sarebbe stato un peso inutile." Ed in quel momento si scatenò il più violento acquazzone che la storia ricordi. Durò poco e quando terminò da una finestra nelle nuvole si affacciò Dio che disse: "Ciao Mosè! Scusa un attimo, stavo innaffiando i fiori al davanzale della finestra e non trovo più il secchio dell'acqua." Mosè disse: "Non ti preoccupare! L'ho trovato io!" Poi pensò: "L'acqua ... e il secchio?" Non fece in tempo a finire di pensare che una tremenda secchiata lo colpì in piena fronte: "Ah ... sta qua!" disse al Signore. Poi aggiunse seccato: "Comunque m'ero già lavato stamattina!" Mosè aveva un problematico rapporto con l'elemento liquido: l'acqua lo perseguitava fin da quando era stato abbandonato, da bambino, in un cesto di vimini sul fiume Nilo e lo avevano schifato pure i coccodrilli; da grande, poi, aveva avuto quell'esperienza traumatica del mar Rosso che non riusciva bene ad aprire e chiudere perché il telecomando non funzionava, ed in ogni caso ogni occasione era buona per ricordargli che Mosè significa "salvato dalle acque". Comunque Mosè ci sapeva stare agli scherzi e con aria cordiale disse al

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Padreterno: "Sono venuto per il regalo al mio popolo. Dov'è il pacco?" "Il pacco?! ... ma quale pacco?!" disse il Signore. E Mosè: “Il regalo no? ... il regalo per me e il mio popolo." "Mosè, ma come devo fare con te?! ... non hai capito niente ... non è un pacco che ti devo dare, è una raccolta di leggi." Sulle prime Mosè pensò che avrebbe potuto barattare la raccolta di leggi con quella di francobolli di suo cugino a cui faceva il filo da tempo, o comunque impiantare un lucroso commercio, ma quando il Signore gli ebbe spiegato di che si trattava Mosè pensò a giusta ragione: "M'ha fregato un'altra volta!" Il Signore disse a Mosè: "Io detto e tu scrivi." e Mosè disse: "E con che?" e il Signore disse: "Mo' ti faccio vedere io!" e gli mandò tutto l'occorrente con un grosso angelo. Mosè guardo nella cassetta degli attrezzi e non trovò nessuna penna e lo fece presente al Signore che ribatté: "Mosè, i comandamenti furono scritti sulle tavole, non con la penna." Allora Mosè cercò le tavole nella cassetta degli attrezzi ma non trovò nemmeno quelle ... e lo fece presente. Ed il Signore sempre più spazientito: "Mosè! ... Guardati attorno! ... Che cosa vedi?" "... nemmeno un albero, ammesso che le volessi fare io le tavole, solo pietre!" disse Mosè. "Appunto!" aggiunse il Signore. Mosè incominciava a non capire più niente e pensò seriamente che Dio volesse prendersi gioco di lui, ma quando Dio gli fece capire che le tavole erano di pietra e che avrebbe dovuto tagliarsele lui allora ne ebbe la certezza e disse sottovoce: "Questo è scemo!" Purtroppo Mosè non sapeva dire di no e seppure a malincuore disse al Signore: "Bah! ... cominciamo subito che prima incominciamo e prima finiamo!" Quando ebbe tagliata la prima tavola Mosè cercò nella cassetta degli attrezzi, prese lo scalpello ma non trovò il martello, e di nuovo lo fece presente al Signore che disse: "Mosè! ... ma ti pare? ... con tutte le pietre che stanno a che ti serve il martello?! ... usa un poco la testa!" ... e Mosè incominciò a dare delle tremende capocciate sullo scalpello per incidere le tavole di pietra. Dio lo vide e nella sua infinita bontà non volle contraddirlo e lo lasciò fare ma quando si accorse che così rischiava di perdere l’unica persona nel suo popolo

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prediletto in grado di scrivere decentemente lo fermò e gli prestò il suo martello dicendo: "Mosè ... per favore ... basta così! ... usa il mio martello e ricordati che si chiama Pietro e che ..." Non finì di parlare che Mosè era già all'opera; prese Pietro e cominciò a dare certe mazzate sulle tavole che una ne scolpiva e dieci ne rompeva. E il Signore dettava: "Primo Comandamento: Ricordati di santificare le feste." "Secondo Comandamento: Non avrai altro Dio all'infuori di me" "Meno male! - pensava Mosè - ... basta e avanza!" "Terzo Comandamento: Non rubare." E Mosè scriveva: Primo Comandamento: RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE. Secondo Comandamento: NON AVRAI ALTRO DIO ALL’INFUORI DI ME . Terzo Comandamento:. NON RUBARE Quarto Comandamento: OD O RA IL PADRE E LA MA D RE . Quinto Comandamento: NON FORMICHIERE. Il Signore si accorse delle puttanate che Mosè stava scrivendo e ... sciaaafff ... un ceffone a Mosè, e nella sua infinita bontà lo costrinse a riscrivere dieci volte ciascuno i comandamenti che aveva sbagliato così imparava a stare più attento. Mosè tentò una difesa: “ ... E che è colpa mia? ... quello è l’autore che non sa scrivere a macchina!” Ma il Padreterno non fece una piega, anzi disse: “Mosè ... e che li dobbiamo scrivere ognuno con un carattere diverso? Vedi di usare sempre lo stesso carattere per piacere!” Fu a questo punto che Mosè capì che la cosa portava via più tempo di quello che aveva previsto e che per questo lavoro non c’era spazio per la fantasia. Per varie notti il popolo ebreo accampato ai piedi del monte Sinai non chiuse occhio: si sentiva un fastidioso picchiettio che proveniva dalla cima della montagna intervallato da urla strazianti segno inequivocabile che di tanto in tanto Mosè non beccava lo scalpello ma qualche dito. Dopo trenta giorni di picchiettio continuo Mosè chiese il primo time-out dei due a disposizione perché doveva andare in bagno; il Signore, sempre nella sua infinita bontà, glielo accordò ma Mosè fu ammonito col cartellino giallo perché la richiesta non era giunta a gioco fermo. Il Signore gli permise anche di fare colazione ma siccome Mosè non si era portato niente da casa e il Signore gli voleva dare un altro po' di manna di quella avanzata al tempo della pioggia nel deserto, che faceva già schifo allora, figuriamoci mo’, Mosè ringraziò e fece una mano di passo. Il Signore insisté ma quando vide che Mosè incominciava a dare di stomaco capì che la manna non doveva essere di suo gradimento e provvide a mandargli quattro cavallette da mangiare così come sono: il Signore era sempre molto generoso. Al settantesimo giorno Mosè continuava a picchiettare: NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI, NON DESIDERARE LA DONNA

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D'ALTRI, NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA, NON VENDERE LA PELLE DELL' ORSO PRIMA DI AVERLO UCCISO, NON TUTTE LE CIAMBELLE RIESCONO COL BUCO, NON FARE IL PASSO PIU' LUNGO DELLA GAMBA, NON DIRLO A NESSUNO, NON FARE LO GNORRI, NON L'HO FATTO APPOSTA, NON TI PREOCCUPARE, NON T'HA DETTO NIENTE LA MAMMA?, NON TI PERMETTERE UN'ALTRA VOLTA, NON HO L’ETA’ ... Ogni tanto il Signore per scuotere Mosè gli diceva: "Mosè! Non ti addormentare!" e Mosè scriveva: Duemilatrecentoventisettesimo Comandamento: NON TI ADDORMENTARE. e il Signore: "Mosè! Non dire fesserie!" Duemilatrecentoventottesimo Comandamento: NON DIRE FESSERIE. Il settantatreesimo giorno Mosè consumò il secondo time-out per soffiarsi il naso e cambiare le gomme e poi di nuovo con rinnovata lena: NON AMMAZZARE, NON TI METTERE LE DITA NEL NASO, NON SPORGERSI DAL FINESTRINO, NON COMMETTERE ATTI IMPURI, NON COMMETTERE ATTI PURI, NON COMMETTERE ATTI, NON COMMETTERE, NON FA NIENTE, NON SI SA MAI, NON CALPESTARE L'ERBA, NON FUMARE, NON BERE, NON MANGIARE, NON TI MUOVERE, NON RESPIRARE, DIVIETO DI BALNEAZIONE, ATTENTI AL CANE ... e ... sciaaafff ... un altro ceffone. Il fatto è che a furia di divieti Mosè si era abituato a incominciare tutti i comandamenti con 'non' ma Dio che vede e provvede lo aveva voluto mettere alla prova e Mosè come al solito ci era cascato. Mosè sentiva che stava per arrivare alla fine di questo supplizio perché si rendeva conto che oramai non c'era più molto da vietare e vedeva il Padreterno sempre più in difficoltà nella ricerca. Tremilaseicentodiciannovesimo Comandamento: NON FARMELO RIPETERE Tremilaseicentoventesimo Comandamento: NON SI FA COSI’! Tremilaseicentoventunesimo Comandamento: NON SI PUO’ COMPRARE PIU’ NIENTE! Tremilaseicentoventiduesimo Comandamento: NON PENSARE DI FARLA FRANCA. Tremilaseicentoventitreesimo Comandamento: NON PENSARE DI FARLA ANTONELLA. Tremilaseicentoventiquattresimo Comandamento: NON PENSARE DI FARLA ANNAMARIA. Il novantesimo giorno il Signore disse: "Non ce la faccio più!" e Mosè picchiettò fedelmente: Tremilaottocentosessantaduesimo Comandamento: "DEVI VEDERE IO ... !!!" e si buscò un cazzottone nei denti dopodiché svenne.

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Quando si riebbe il Padreterno gli comunicò che i comandamenti erano finiti e che l’indomani lo avrebbe lasciato libero di ritornare nel suo villaggio. La notizia si sparse nel villaggio in un battibaleno; in un attimo il villaggio fu avvolto da una spessa cortina di polvere segno inequivocabile di un frenetico affaccendarsi. Quando la nube di polvere si dissolse, del villaggio non rimaneva più nulla se non una tenda, bella e grande, in un angolo della valle, la tenda di Mosè. Gli abitanti del villaggio al solo pensiero di Mosè di nuovo a piede libero erano scappati tutti e si erano sparsi per il mondo senza lasciare recapito: perciò adesso gli ebrei li trovi dappertutto. Nel frattempo sul monte Sinai Mosè stava compilando il modulo per la richiesta di ferie e Dio passeggiava tra le lapidi ( pardon! ... le tavole dei comandamenti) ciascuna delle quali aveva dimensioni cm.70 x 40 x 10 di spessore e pesava 80 chili, compiaciuto del lavoro che Mosè aveva fatto. Ogni tanto chiamava Mosè, ... sciafff ... un ceffone, e gli faceva correggere un comandamento: "Ti avevo detto 'non fare l'ingordo' e non 'non fare l'ingorgo', ' non c'è rosa senza spina' no ' Rosa non c'è, è uscita con Pina'". Comunque a dritta o a torto i comandamenti erano pronti e il Signore chiamò Mosè e gli disse: "Senti Mosè, ora fai un pacchettino con tutti questi comandamenti e domani te li porti". Mosè svenne di nuovo, senza un lamento. Si risvegliò il giorno dopo, il centesimo giorno, e incominciò a piangere ma con contegno. Il Signore gli si avvicinò, gli pose una mano sulla spalla e disse: "Bel lavoro abbiamo fatto ... eh!, Mosè. Chissà come sarà contento il tuo popolo!" Mosè tirò un lungo e profondo sospiro e pensò: "Mo che torno questa volta è sicuro che m'ammazzano." Poi il Signore aggiunse: "Ah! ... a proposito ... mi serve una copia di ciascun comandamento; ... sai ... per l'archivio, formato originale." Fu a questo punto che Mosè non ci vide più, si alzò di scatto, gli occhi sbarrati, tutti i nervi del volto tesi che sembrava dovessero scoppiare da un momento all'altro, il colorito bordò di rabbia, un urlo disumano uscì dalla sua bocca, incominciò a strapparsi gli abiti di dosso, tirarsi i capelli, colpirsi con i pugni violentemente sulla testa, corse verso la catasta di comandamenti ed in preda all'ira più furibonda incominciò a rompere tutte le tavole. Invano Dio cercò di fermarlo e di richiamarlo alla ragione, Mosè era impazzito e lanciava giù per il monte Sinai tutto quello che gli capitava sottomano. Il Signore capì che c'è un limite a tutto e che avrebbe fatto meglio a non abusare della pazienza di Mosè. Mosè continuava a distruggere le tavole e Dio fece appena in tempo a salvarne due, quelle contenenti appunto i dieci comandamenti così come li conosciamo noi oggi.

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12-14 Maggio 1993 faceva bel tempo ed ero contento

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L'ARCA DI NOE' I PREPARATIVI Si dice che Dio è buono e misericordioso ma una volta si incazzò veramente e decise di farla pagare a tutti. Una notte andò in sogno da Noè e lo chiamò: "Noè! ... Noè! ... NOE'! ... UEEE' ... NOEEE'!!!" Anche Noè si svegliò di soprassalto ma non fece tutti i danni che aveva fatto Mosè: "Chi è? ... Chi ha suonato? ... Dove stanno le pantofole?" "Non è che stavi dormendo?!" chiese il Signore. "Noooo! ... ma ti pare? - rispose Noè - ... alle due di notte!?" "Senti - fece il Signore - siccome devo affogare l'umanità mi serve un tipo in gamba che metta in salvo gli animali e ho pensato a te. Costruisci una grande arca, portaci una coppia di ogni specie di animali e salvali; tra due giorni deve essere tutto pronto!" "Grazie per il tipo in gamba - disse Noè con un velo di ironia - ma proprio a me dovevi andare a pensare? Come si fa una grande arca in due giorni?! ... Io c'ho da fare un sacco di cose!" "Noè! ... non discutere! Fai come ti ho detto. Tornerò tra due giorni ... tagliamo la testa al toro!" lo interruppe Dio. "No! - disse Noè - ... che solo quello tengo!" Poi si riaddormentò e il giorno dopo si mise all'opera anche se con molto scetticismo e comunque nella speranza di salvare la testa al toro. Dopo due giorni, puntuale come aveva promesso, il Signore si ripresentò: "Noè! ... NOEEE'!" "STO SVEGLIO!!!" gridò Noè saltando nel letto, e guardò l'orologio: un'altra volta le due di notte. "Stupenda l'arca che hai costruito! Una cosa eccezionale! Nemmeno io sarei riuscito a fare di meglio! Ma come hai fatto? Sei veramente bravo ... l'ingegnere dovevi fare!" si complimentava Dio con Noè che lo guardava inebetito e pensava: "Ma che sta dicendo?" Poi realizzò: "Vuoi vedere che ha visto ... Signo' ... quella è l'Achille Lauro! E' arrivata ieri sera! ... stanno facendo una crociera ed ha ormeggiato nel porto vicino casa mia! L'arca che ho fatto io sta qua, nella stalla, valla a vedere ma non ti aspettare niente di eccezionale." Il Signore andò e tornò arrabbiatissimo: "E che ci dobbiamo mettere nella cassetta della frutta? Nemmeno una papera si salva!" "Signo' ... una volta che hai tagliato la testa al toro io solo una papera tengo e la cassetta basta e avanza!" si difese Noè.

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"Noè, tu sei peggio assai di Mosè!" disse il Signore con rassegnazione, poi aggiunse: "Non sono i tuoi animali che si devono salvare, ma tutti gli animali del creato e tu sarai il loro salvatore; ci vuole un'arca più grande, grandissima, quanto l'Achille Lauro." Noè che in vita sua aveva visto soltanto il toro e la papera, che era contadino e per di più non sapeva nuotare, pensò: "Ma come fa?! Sempre l'uomo giusto al posto giusto!" Poi disse con ironia: "Signore, ti ringrazio per aver scelto un esperto, ma come si fa a costruire una nave di legno così velocemente? Occorrerà almeno un mese!" "Seeeeee!" disse il Signore, e aggiunse: "Vorrà dire che ti manderò una squadra di falegnami così vi sbrigate prima; tra una settimana tornerò a vedere da dove andate." "Sempre alla solita ora mi raccomando!” sospirò afflitto Noè. Una settimana più tardi l'arca era pronta grazie anche all'intervento del papà del Signore, San Giuseppe, valente falegname che aveva fatto miracoli per costruire in così poco tempo nu’ sort’ di Sant'Antonio come quello. Il Signore si presentò questa volta alla moglie di Noè, alla solita ora naturalmente, e le chiese di svegliare Noè ... tanto lo sapeva che stava dormendo quel pigrone. "Chi sei?" chiese la moglie di Noè. "Sono il Signore Dio tuo, sbrigati che ho fretta!" La moglie di Noè chiamò il marito e disse: "Vedi che di là c'è un certo signore dio mio che ti vuole, stai attento che non mi sembra tanto a posto." Il Signore si congratulò vivamente con Noè pregandolo di estendere i complimenti alla squadra di falegnami, ma Noè disse che i falegnami avrebbero preferito essere pagati giacché non di solo pane vive l'uomo e pure il falegname. Dio fece finta di non aver capito, ma forse non aveva capito veramente, comunque disse a Noè di tenersi pronto per la mattina del giorno dopo e di incominciare a far salire le coppie di animali. Noè chiese se poteva portarsi appresso i suoi due figli per farsi aiutare ed il Signore, nella sua infinita bontà, rispose: "Si capisce! Due animali come quelli dove li troviamo più!" Fu molto consolante per Noè sapere che i suoi due figli si sarebbero salvati anche se non gradì molto l’accostamento, ma una volta che ebbe chiamato i suoi figli e li ebbe guardati per bene disse: "L'occhio di Dio è infallibile!" Poi Dio diede a Noè la lista dei passeggeri e se ne andò perché doveva andare ad aprire l'acqua, ma prima di sparire fece una serie di raccomandazioni: "Noè, mi raccomando, non più di una coppia di animali per specie! Fa attenzione ai coccodrilli che si metteranno a piangere e cercheranno di intenerirti! Stai attento alle volpi che sono furbe e cercheranno di fregarti! Non far salire i tarli! Bada alla panda che quella con la scusa che consuma poco ..."

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"Non ti preoccupare! - disse Noè - ho qui i miei figli!" "Appunto!" sospirò il Signore. Poi Noè chiese al Signore come avrebbe fatto a riconoscere gli animali visto che conosceva soltanto il toro e la papera ed il Signore, nella sua infinita bontà, gli prestò l'album degli animali delle figurine Panini raccomandando a Noè di fare la massima attenzione a non sporcarlo, non sgualcirlo e non fare le orecchiette. L'APPELLO DEGLI ANIMALI Il giorno dopo, all'alba, Noè incominciò a far salire sull'arca gli animali e mano a mano che questi salivano metteva una crocetta6 sotto la figurina, ma a matita che se no il Signore chi se lo sentiva. "Chi siete voi?" "Gli ornitorinchi!" risposero gli ornitorinchi. "Cominciamo bene! - disse Noè - ... e voi chi siete?" I marangoni dal ciuffo risposero: "I marangoni dal ciuffo!" "E voi?" "Le sgarze ciuffetto!" dissero le sgarze ciuffetto. Noè capì che quel lavoro non era per lui e fu sul punto di chiamare Moira Orfei, Angelo Lombardi e Don Matteo Colucci, ma fortunatamente si presentarono due gatti e siccome Noè ne aveva sentito parlare li riconobbe e li fece salire: in realtà erano due volpi. Salirono gli orsi, i cavalli, le lucertole, le tigri, le zanzare, le gazzelle, i maiali, le volpi, le altre volpi, le altre volpi ancora. Veramente che le volpi erano furbe! "Chi siete voi?" domandava Noè. "Le volpi argentate!" rispondevano le volpi e salivano; "Chi siete voi?" "Le volpi rosse!" e salivano le altre volpi; "Chi siete voi?" "Le volpi del deserto!" e salivano ancora volpi. Una volta Noè era stato sul punto di smascherarle quando due volpi avevano detto di essere volpi polari al che Noè pronto aveva ribattuto trionfante: "Ce l'ho già! V'ho fregate!" Ma le volpi senza scomporsi minimamente avevano subito replicato: "Quelle avevano la polarità negativa, noi siamo positive!" ed erano salite pure quelle. Dio che guardava dall'alto dei cieli si chiedeva se aveva fatto le volpi troppo furbe o Noè troppo coglione ma oramai l'incarico era stato dato ed i sindacati chi se li sarebbe sentiti se fosse stato revocato. Comunque il Signore non poté evitarsi di tronare dal cielo: "Aoh! Noè! ... Che facciamo?! ... Ho detto non più di due per specie, un maschio e una femmina! Che mi stai a riempire l'arca di volpi?! Fino a quanto sai

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contare?" "Fino a due." rispose Noè. "E ti basta!" disse il Signore. Vennero le pecore. "Uno, due ..." contò Noè e si addormentò. Si svegliò di soprassalto: "Chi siete?" disse. "Il bue e l'asinello! ... lavoriamo insieme!" "Che fate?" "Alitiamo!" "Chi sei?" "La pantera rosa!" "Che fai?" "Faccio ridere!" “Chi sei?” "La giraffa!" "Che fai?" "Anch'io faccio ridere ... l'hai visti tre metri di collo?" "Chi sei?" "Il lombrico!" "Che fai?" "Schifo!" "Chi sei?" "L'elefante!" "Che fai?" "Peso!" "Chi sei?" "Il bradipo!" "Che fai?" "La moviola." "Chi sei?" "Il riccio" "Che fai?" " Squek in mezzo alla strada." "Chi sei?" "La talpa." "Che fai?" "Non lo so perché non ci vedo niente" "Perché non provi ad aprire gli occhi?" disse Noè. E la talpa ci vide ma non fu un miracolo bensì un ragionamento logico. "Chi sei?" "Il postino." "Che fai?" “Porto le lettere! Vedi se ti muovi e ti viene a prendere questa raccomandata

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anziché fare domande cretine!" disse il postino. Noè aprì la lettera e lesse: "Partenza a mezzanotte precisa ... chi c'è, c'è!" Verso le due del pomeriggio Noè era veramente stanco e l'arca cominciava ad essere piena di animali, perlopiù volpi. Arrivò la zebra. "Chi sei?" chiese Noè. "Sono la zebra." rispose la zebra. E Noè disse: "Bugia! Ti ho riconosciuto! ... Tu sei il cavallo!" poi aggiunse: “c’è già!” La zebra cercò di convincere Noè ma quel testone non volle crederle e la cacciò Arrivarono le iene e Noè disse: "Che c'avete da ridere?" "Noooo! ... è proprio!" dissero le iene. Poi i pinguini, e Noè chiese ai figli che cos'erano venuti a portare i camerieri, poi arrivò la lepre e Noè chiese di nuovo ai figli come si faceva il salmì, poi arrivarono i diavoli della Tasmania e il pollo alla diavola e Noè non li accettò perché quella era una missione religiosa. Le foche monache invece salirono e anche le mantidi religiose. Arrivò il dogo che incominciò a fare un sacco di storie perché si voleva portare appresso amici e parenti; Noè prese l'estintore e con una precisa botta nel centro della fronte lo estinse. Poi arrivarono i dinosauri e i brontosauri e Noè pensò: "Questi è meglio che si estinguono da soli." ... e nascose l'estintore. D’altronde dopo aver constatato con preoccupazione la mole di quelle bestiole e dopo aver dato un'occhiata all'arca già piena pensò: "Se questi salgono ci estinguiamo tutti sicuro!" ... e disse: "Ragazzi, andatevi a fare un giro e passate più tardi, verrete col secondo viaggio." In realtà li lasciò a terra e quelli si estinsero. Passò un bambino tutto compito in calzoncini corti blu, calzettoni bianchi con i pon pon, con il lecca lecca e il palloncino e chiese a Noè se poteva vedere lo spettacolo dei delfini. Noè disse: "Bambino, tieni cento lire e vattelo a vedere allo zoo Safari; vedi se te ne vai che ho da fare!" Il bambino salutò educatamente, sputò per terra, strinse il pugno della mano destra lasciando fuori ben rigido il dito medio in un gesto molto eloquente, srotolò trenta centimetri di lingua e se ne andò urlando: "Morto di fame! ... con cento lire manco lo spettacolo delle alici mi fanno vedere!" Il padre del bambino disse bonariamente: "Non si dice così alla persona, Robertino!" ... e massacrò di botte Robertino. Si presentarono anche Romolo e Remo che dissero di essere figli della lupa; "So io di chi siete figli voi due!" disse Noè e li cacciò. Romolo e Remo insisterono ma senza molta convinzione: "Eppure eravamo sicuri! - dissero - ... non vedi quanti peli sul torace e sulle caviglie?"

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Noè fu inflessibile e non li fece salire: "Non mi fate perdere tempo ... sciò! ... zà! ... shhh! ... Non vedete quanta gente che deve salire?" E ricominciò: "Chi sei?" "Il coniglio." "Che fai?" "I conigli! ... che dovevo fare i pulcini?" "Chi siete?" "Il pesce martello e il pesce sega." "Che fate?" "I falegnami." "E mo’ vi presentate? - si arrabbiò Noè - Butti di veleno! Non potevate venire prima a dare una mano quando stavamo costruendo l'arca?" "E tu chi sei?" riprese poi rivolto ad un altro animale. "Il tasso." "Che fai?" "Tasso." "Che fai??" " ...Tasso!!" " ...Va be' ... ho capito chi sei ... ma che fai?" "Tasso! ... Ta-sso!" " ... Non perdiamo la calma." pensò Noè, poi rivolto al nuovo arrivato: "Cominciamo daccapo eh? ... allora ... chi sei?" "Il tasso." "Che fai?" "Tasso! ... certo che sei proprio scemo! ... lavoro all'ufficio delle imposte, riscuoto i tributi ... quante volte te lo devo dire?" Verso sera si ripresentò la zebra. Noè era stracotto e oramai faceva salire tutti: "Chi sei?" "Sono la zebra." "Chi ha organizzato il pigiama-party senza il mio permesso?" gridò come un ossesso Noè: "Vatti a cambiare e poi torna!" La zebra se ne andò di nuovo. Ritornò completamente scuoiata verso mezzanotte, appena in tempo per la partenza. Comunque gli ultimi ad arrivare furono Paperino e Qui,Quo,Qua, Bambi, Roger Rabbit, Magilla Gorilla, Calimero e Braccobaldo. IL VIAGGIO Mo il problema era: valli a sistemare tanti animali senza scontentare nessuno. Il lupo voleva stare con la pecora anche se la pecora non tanto che era d'accordo,

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il gatto e la volpe volevano stare insieme; in alternativa alla pecora il lupo avrebbe gradito i tre porcellini e la volpe le galline, la lepre e la tartaruga dovevano fissare i particolari di una certa gara podistica, Tom e Jerry, il coyote e Beep Beep, la volpe e l'uva, Chichibio e la gru, il topo di campagna e il topo di città, Titti e Silvestro ... tutti insieme volevano stare. Al che Noè si toccò di nervi e disse: "Faccio io! ... Basta che ci andiamo a coricare che alle due sicuramente vengono visite." Noè cercò comunque di accontentare gli animali e nei limiti del possibile venne incontro alle loro richieste. Per prima cosa Noè alloggiò la capra sopra la panca che sotto la capra crepa. L'elefante voleva dormire nella brandina superiore del letto a castello e fu accontentato; il guaio è che nessuno voleva dormire nel letto di sotto e allora Noè ci mise la sogliola; " ... tanto! " disse. L'istrice invece voleva dormire sotto e Noè sistemò nella brandina superiore l'ippopotamo che ovviamente non chiuse occhio né quella notte né le altre notti anche perché diceva di avere la pelle delicata. Noè mise la pulce nell'orecchio, il tonno in scatola, le alici pure, i frutti di mare nel vasetto, i tordi al solzo. La faraona disse che aveva nobili ascendenti egiziani e pretese un posto di primo piano: Noè la mise in pentola. Noè poi mise la gallina nel frigo per avere le uova sempre fresche e la stessa cosa fece con la mucca per avere il latte sempre fresco, solo che la mucca non ci stava nel frigo e la mise nel congelatore. Alla fine tutti gli animali furono alloggiati, finanche le puzzole che furono messe in un canotto legato con una lunga corda all'arca. Quella notte ... c’ha dorm’!!! ... Solo il ghiro dormiva come un ghiro e il cavallo come un cavallo, tutti gli altri si organizzavano per passare una notte tipo gita scolastica. Il rospo voleva baciare tutti per vedere chi era in grado di trasformarlo in un bel principe: la cazzodda ci riuscì ma non appena il rospo si fu trasformato in principe Noè lo prese e lo buttò in mare dicendo che quella era l'arca degli animali. Il cammello raccoglieva scommesse e assicurava che per lui sarebbe stato più facile passare attraverso la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, ma perse inevitabilmente la scommessa e per di più rimase con il naso incastrato nella cruna dell'ago. Il camaleonte voleva giocare a nascondino ma non trovò grandi consensi anche perché l'elefante si oppose con un secco no. Il camaleonte si offese anche perché non riusciva a capire tanta intransigenza: almeno gli poteva dire "mi fa male la testa", "fa caldo" ... che ne so? ... Trovava una scusa! La gazza alleggerì della borsetta e del portafogli la signora ed il signor coccodrillo, ma non era uno scherzo, poi fu colta con le ali nel sacco mentre tentava di rubare le scarpe al camoscio e fu arrestata. Il pappagallo, che era l'unico animale che sapeva parlare, si lamentò perché

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diceva di non avere un interlocutore e Dio gli mandò il grillo parlante. Il pappagallo si lamentò di nuovo perché diceva che non aveva un interlocutore: "Parla sempre lui!!!" disse. Il viaggio dell'arca durò un anno e fu l'anno più piovoso degli ultimi dieci anni. Uscirono anche le tonacelle e i ciappirroni, ma siccome erano animali andarono subito sull'arca di Noè. Stando alla regola si dovevano salvare ma purtroppo Noè era goloso di lumache e se non l'estinse ci mancò poco, tant'è vero che mo, quando vado in campagna dopo che ha piovuto, non ne trovo più. Durante il viaggio Noè dimostrò grandi capacità organizzative e tutto si svolse secondo il programma Alpitour concordato. Le escursioni e le visite guidate non furono molte: un isolotto che era la metà dell'arca, un tronco d'albero alla deriva e la pancia dell'elefante che si era tuffato per fare il bagno e stava facendo il morto. Ma gli animali furono contenti lo stesso. Noè era riuscito a far convivere tanti animali così diversi anche se ogni tanto si erano dovute superare delle difficoltà, ma cose da poco; per esempio sotto Natale il tacchino aveva cominciato a notare uno strano interessamento sul suo conto: "Come ti chiami?”, “Ma come sei bello!”, “Che fisico!”, “Perché non vieni qualche volta a trovarci?”, “Che tenerezza che ci fai!" e roba del genere. Sotto Pasqua era stata la volta dell'agnello, ma poi le cose si erano aggiustate anche perché il Signore aveva sempre di quella manna caduta dal cielo che sarà che gli uomini la schifavano ma agli animali piaceva assai. Finalmente il giorno del compleanno del varo dell'arca la piccola vedetta lombarda esclamò: "Terra! ... Terra!!" E tutti gli animali si precipitarono sul fianco sinistro dell'arca. "Fermi! ... fermi imbecilli!!" gridò Noè afferrandosi disperatamente con una mano alla coda dell'elefante e con l'altra alla coda del rinoceronte, ma non fece in tempo a ripeterlo la terza volta che l'arca si piegò su un fianco e poi si inabissò con tutte quelle bestie degli animali. Arrivarono subito le scialuppe di salvataggio e quelli del WWF che salvarono gli animali e multarono pesantemente Noè per crudeltà nei confronti degli animali che erano stati ammassati sull'arca senza rispettare la legge che diceva che ciascuno di essi aveva diritto ad un alloggio indipendente con servizi in camera e allo spazio di almeno quindici volte la superficie del proprio corpo, giardinetto e garage, due pasti caldi al giorno ed abbondante prima colazione, assistenza medica durante il viaggio e assicurazione obbligatoria. Invano Noè cercò di discolparsi dicendo che lui mangiava se gli andava bene una volta ogni tre giorni, viveva in un appartamento di un metro e mezzo per settantacinque centimetri e non sapeva cosa fosse un medico. In un estremo tentativo di difesa disse anche che il viaggio non l'aveva organizzato lui e stava per fare il nome del Signore quando si sentì un forte tuono e dal cielo una voce possente e categorica: "Non nominare il nome Dio invano! ... Non t'azzardare!!!" Noè tacque e fu arrestato per reticenza perché quelli del WWF capirono che

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c'era qualcuno dietro. Mandarono a chiamare finanche il giudice Di Pietro che interrogò Noè ma Noè resisté stoicamente. Il processo è ancora in corso ma difficilmente questa volta si scopriranno i mandanti. 23/28 maggio 1993

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IL MATRIMONIO DEI PROMESSI SPOSI.

“I Promessi Sposi” è un romanzo incompiuto. Manzoni, infatti, lo fece finire dicendo che Renzo e Lucia finalmente poterono sposarsi ma non disse niente a proposito della cerimonia ..... chissà ...... forse perché si vergognava. Il giorno del matrimonio c’erano tutti: Don Abbondio, Perpetua, Tonio e Gervaso, Agnese, la squadra dei bravi con il Griso, il Nibbio, l’Astore, la Poiana, il Falco pecchiaiolo e la civetta, i monatti, la peste a Milano, quel ramo del lago di Como, fra’ Cristoforo, fra’ Galdino con tutte le noci, il cardinale Borromeo, Berlusconi, il cugino di Don Rodrigo, la zia, la monaca di Monza ed Emerson Fittipaldi, l’avvocato Azzeccagarbugli, i capponi, Craxi, Lucia e finanche Renzo. Don Rodrigo, l’unica persona a posto di tutto il romanzo, non era potuto venire perché era morto di peste ma aveva mandato un telegramma di auguri. Anche l’Innominato non c’era. ... Veramente lo volevano invitare, ma siccome era Innominato e nessuno lo poteva chiamare non avevano saputo cosa fare per farlo venire al matrimonio e quello era rimasto come sempre solo solo a casa sua. C’era anche il famoso Carneade ... che nessuno sapeva chi era; d’altronde era dall’inizio del romanzo che Don Abbondio si andava chiedendo: “Carneade, chi era costui?” C’era anche come ospite d’onore Alessandro Manzoni. Lucia indossava un lungo abito bianco di colore rosa con un chilometrico strascico per pulirsi i piedi gli invitati, scarpe spaiate due misure più piccole, guanti da chirurgo, e siccome sua madre non aveva fatto a tempo a ritagliare un pezzo di zanzariera, per fare la veletta si era schiaffata in testa all’ultimo momento un copricapo da apicoltore sfilato dalla testa di un amico che stava raccogliendo il miele e che così era morto mozzicato dalle api. Il vestito era abbellito con perline e medaglie militari prestate dal nonno che aveva partecipato a tutte le guerre comprese quelle puniche. Sul petto sinistro di Lucia, Agnese ci aveva infilzato una spilla raffigurante la Madonna Addolorata perché quello era un giorno di festa ... solo che la spilla non si era infilzata nel vestito ma proprio dentro a Lucia che ebbe giustamente a lamentarsi, ma poi non ci fece più caso anche se si vedeva un certo scompenso di volume tra le due ...’cose’ ... una delle quali repentinamente si sgonfiò. Lucia provò a rimediare con una protesi volante, ma era troppo grande; provò a metterne un’altra dall’altra parte, ma mo’ era questa parte che abbondava; allora ne mise ancora una dalla prima parte, ma ancora una volta, le due ... ‘cose’ ... non erano uguali; a furia di mettere protesi Lucia diventò una specie di balia nera da tre quintali con il fazzoletto in testa e le labbra gonfie e le ... ‘cose’ ... le erano quasi arrivate alle ginocchia; due, poi, erano salite fin sopra le scapole e Lucia fu iscritta al primo campionato femminile di football americano. Renzo era vestito in modo più semplice: vestito tinta unita modello francese, colore giallo, lino 50% ... l’altro 50% non c’era proprio perciò i pantaloni erano corti; per rimediare e non far vedere le ginocchia vaccine Renzo aveva calzato un paio di stivaloni a tutta coscia in gomma, rigorosamente marroni; cravatta di

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seta e sugo, camicia sintetica in acrilico 100% altamente infiammabile con fantasia ‘zampe di gallina’ ... ma non era una fantasia: le zampe di gallina erano vere perché Renzo aveva messo ad asciugare la camicia vicino al pollaio; cappello modello safari ‘Indiana Jones’ stretto sul petto in segno di permanente ossequioso rispetto oltre che per mascherare un grosso buco sul bavero della giacca; Margherita all’occhiello, ma poi Renzo disse a Margherita di andarsi a sedere assieme agli altri parenti al posto suo se no si sciupava la giacca: Margherita era la sorella più piccola di Renzo. ... crrrr ... bzzz ... scusa Ameri ... scu ... sa ... Ame ... bzzz ... ri ... crrr ... Il matrimonio si tiene ... bzzz ... nella cappella del convento di fra’ Cristoforo ... bzzz ... direttore ... crrr ... di gara Don Abbondio da Sampierdarena ... segnalinee i chierichetti sig.ri Talamone da Cividale del Friuli e Brambilla da Busto Arsizio ... tempo sereno, temperatura mite, pubblico numeroso. ... bzzz ... crrr ... crrrrr ........ Il pubblico prese posto sugli spalti sventolando bandiere e striscioni: “FORZA LUPI”, “RENZO SEI TUTTI NOI”, “FOSSA DEI LEONI” ... crrr ... bzzzz ... tifo d’inferno ma nessun incidente sulle gradinate. Solo che durante la cerimonia, anziché dire amen dicevano olé. Al momento ‘club’ della funzione Don Abbondio, prima guardò i bravi che fecero un cenno di assenso con la testa , poi rincuorato, tutto d’un fiato disse: “Renzo, vuoi tu prendere in moglie la qui presente Lucia Mondella?” E tutto il pubblico: “Siiiiiiii!!!”, “E tu, Lucia, vuoi tu prendere in moglie il qui presente Renzo Tramortito?” Lucia avvertì Don Abbondio che c’erano non uno ma due errori di trascrizione e Don Abbondio si corresse: “E tu, Lucia, vuoi prendere come marito il qui presente Renzo Tramaglino?” Il pubblico di nuovo : “Siiiiiii...!” Lucia si girò e con un gesto di stizza disse: “Fatevi i fatti vostri!!!” Poi chiese notizie di Don Rodrigo, che era già morto, un’altra volta lo dobbiamo dire? E alla fine, con aria rassegnata disse: “...e va bene, accontentiamoci! ... meglio questo che niente!” Il ricevimento si tenne nel chiostro del convento. Gli invitati mangiarono pane azzimo ed acqua, ma a sazietà. Ad un certo punto del pranzo mentre tutti gridavano ed osannavano gli sposi, Agnese si alzò, fece un cenno con la mano e chiese un attimo di attenzione; “Silenzio! - disse fra’ Cristoforo - parla Agnesi!” Agnese parlò e disse: “Mo’ balliamo ... che così digeriamo tutto questo ben di Dio”. Azzeccagarbugli pensò che Dio era a dieta oppure era poverissimo. Alla festa suonava il noto complesso musicale che nessuno aveva mai sentito nominare “COLERA COLERA” , facevano da spalla i “PINK FLOYD” che di lì a poco sarebbero diventati famosi. Lucia concesse un ballo a tutti i presenti e poi si lanciò in uno sfrenato rock acrobatico con Carneade. Fu allora che Don Abbondio si ricordò che Carneade era un famoso maestro di danza rumeno fuggito dal suo paese perché si era rifiutato di insegnare la pizzica pizzica a Ceaucescu. Lucia ballò molto bene ma Carneade superò se stesso: cos’è che non fece?! ... Faceva ruotare Lucia attorno al suo corpo a velocità vertiginosa, la faceva passare da sotto le gambe stando di spalle e senza farle toccare terra, la buttava in aria e la riprendeva con una mano sola facendola ancora passare tra le gambe sfiorando il pavimento, la prendeva per i capelli e la sbatteva sul muro, la faceva passare attraverso le orecchie, le dava certe ginocchiate sotto il mento e le saltava addosso a piedi giunti. Lucia si divertiva molto, non altrettanto i suoi

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piedi già sacrificati nelle scarpe due misure più piccole. Alessandro Manzoni in religioso silenzio, in disparte, assisteva allo scempio che aveva prodotto dopodiché incominciò una processione di persone che andavano da lui per esprimere le proprie giuste lamentele. Cominciò Tonio, fratello intelligente di Gervaso: “Signor Manzoni, ma mi dovevi proprio affidare un fratello cretino, impedito, che non ti fa muovere un passo e dove vai vai te lo devi sempre portare per dietro?” “E ti lamenti tu? - lo interruppe Gervaso - ... e io che devo dire che sono il fratello cretino?! A Manzo’, non ne potevi proprio fare a meno? Che ti costava usare una coppia di fratelli intelligenti?!” Fu dunque la volta di Perpetua, la governante di Don Abbondio: “Oramai mi conoscono tutti! Quando mi vedono arrivare nessuno parla più perché hanno paura che sbandieri ai quattro venti i fatti loro; non ho più amiche perché dicono che sono pettegola e intrigante; ... ah ...a proposito ... un’amica della nipote del cugino di un mio lontano parente mi ha detto certe cose su fra’ Cristoforo che voi non ve le sognate nemmeno; ... mo’ ve le dico ... ma ... mi raccomando ... è un segreto. Sarò breve. C’era una volta ...” “Mo, signo’ ..... liv’t’ da nanz’!” la scostarono bruscamente i bravi: ”Signor Manzoni, voi ci dovete spiegare una cosa: com’è che siamo ‘i bravi’ e siamo cattivi? Noi non è che vogliamo dire, però pure il vocabolario lo dice, è una contraddizione! Quante generazioni di studenti hai messo in crisi!!!” “Mio figlio, oggi è tornato da scuola disperato - aggiunse uno dei bravi - la maestra gli ha corretto il compito ed ha detto sette più, bravo! Il ragazzo che è testa calda ha risposto alla maestra: ”delinquente sarà lei!”: ... lo hanno cacciato da tutte le scuole d’Italia. Ci potevi chiamare ‘cattivi’ e ci facevi fare i cattivi, non era più semplice?” Poi venne fra’ Galdino: “Signo’ ... a me le noci non mi piacciono e non mi sono mai piaciute! Giusto a me dovevi mettere nella storia del miracolo delle noci? A me mi piace la frutta fresca! Guarda i denti come me li hai fatti combinare! Tutti cariati! Pure don Abbondio ebbe delle rimostranze da fare: “Va be’, non sarò un cuor di leone, ma non era nemmeno il caso di farmela fare addosso ogni momento! E che so’ malato di reni? E poi ... quel paragone ... il priso di creta tra gli orinali di ferro ... non mi è piaciuto proprio ... un po’ di decenza ... e che cacchio!” Fammi fare il portacenere almeno, ‘na tazza di latte ... sempre meglio che quello schifo!” All’improvviso si presentò l’Innominato: “Ah ... state qua allora!”. Poi rivolgendosi a Manzoni: “Hai visto? Lo sapevo io! Sempre così va a finire! Io so’ l’Innominato e nessuno mi può chiamare! Gli altri si divertono ed io a casa come un cretino! Che almeno mi potevi chiamare Mister X , l’Innominato Alberico, a tuo piacere insomma!” Poi fu la volta della monaca di Monza: “... E che lo dobbiamo dire a tutti quello che succede nei conventi? - si mise a gridare - Non bastava mio padre che mi ha fatto fare monaca a forza, pure tu ti metti. Una mo’, non può crearsi nessun interesse alternativo ... ma guarda ‘nu poco!” Anche fra’ Cristoforo aveva qualcosa da ridire e lo fece con la fermezza e la

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sincerità che contraddistingueva tutte le sue azioni: “Signor Alessandro Manzoni, lei è uno stronzo! Ero ricco, bello, forte, corteggiato dalle donne e rispettato dagli uomini , sempre allegro e disponibile: mi godevo la vita. Proprio a me dovevi andare a prendere per ammazzare quel cretino che non mi voleva cedere il passo? Se proprio lo volevi vedere morto gli facevi venire un infarto, lo facevi investire da una macchina, gli facevi cadere un pezzo di cornicione in testa, ma io che c’entro? Se lo sapevo che finiva così ... che me ne fregava a me di chi era la precedenza ... glielo cedevo io il passo. E poi, c’era bisogno del duello con la spada? Potevamo prenderci a cazzotti, a calci, sputarci in faccia, sempre meno pericolo c’era! E mettiamo pure che per esigenze di copione il duello ci doveva stare per forza, per forza me lo dovevi fare ammazzare? Non bastava una ferita? Magari profonda, che si infettava, che gli veniva la setticemia, ma perché lo dovevo ammazzare proprio io? Poi, come se tutto questo non bastava, pure il pentimento. E chi sono io ... San Francesco? Mo, uno che ammazza una persona, involontariamente, perché la colpa è soltanto tua, per forza si deve pentire? E ammesso anche che si penta, c’è modo e modo di pentirsi, mica deve togliersi tutti i suoi averi e chiudersi in un convento come hai fatto fare a me; va be’ che con la dieta del convento ho curato diabete e colesterolo, ma io me li tenevo volentieri appresso a tutte le altre cose. Poi, mi hai chiuso in un convento? Fammici restare! Che mi frega a me di Lucia?! ... E invece no ... vai a contrattare con l’Innominato per il rilascio di Lucia, vai a parlare col cardinale Borromeo per sciogliere il voto di quella cretina ... sempre a piedi poi ... anzi ... grazie che mi hai fatto tenere i sandali! ... che lo sapevi che c’era un chiodo che sporgeva e mi ha fatto zoppicare per tutto il romanzo? Più soffrivo e più ti sentivi soddisfatto, no?” Alessandro Manzoni incassò tutte queste rimostranze senza proferire parola, era impietrito e forse capiva che si era inimicato tutto il cast degli attori. Non una espressione del volto tradiva il suo stato d’animo, sembrava in ‘trance’. Si sognò anche Don Rodrigo che lo rimproverava dicendo: “Oh! Tutti li hai salvati! Uno più fesso dell’altro e tutti salvi! Giusto a me dovevi far morire? Ma che t’ho fatto? L’invidia è quella!” Lo svegliò Lucia; anche lei aveva qualcosa da dire: “Dotto’, passi per Renzo che in dieci anni di fidanzamento non mi ha mai toccata, passi per il matrimonio che ‘non s’ha da fare’ ... allora mi avevi messo nel convento della monaca di Monza e sembrava che mi potevo divertire ... e mi fai rapire dai bravi ... che non mi fanno niente. Ho pensato ... provvederà al momento giusto ... macché! mi portano al castello dell’Innominato ... che non mi sfiora nemmeno con un dito, ... anzi ... si pente e mi lascia libera anziché mettermi nelle mani di Don Rodrigo. Passi pure sul fatto che mi hai fatto perdere Don Rodrigo, la più grande occasione della mia vita, ma il voto ... chi te l’ha detto? Ma che credevi veramente di farmi un favore? Chi ti autorizza? ... Aoh! ... la carne è carne! ... No Renzo?” disse Lucia a Renzo che sopraggiungeva in quel momento ed aveva sentito soltanto l’ultima parte della lamentela di Lucia. Renzo abbassò la testa e girò lo sguardo dall’altra parte e tra i denti rispose: “Già, la carne è carne.” Lucia lo guardò dapprima con sospetto, poi si ricordò di tutte le scuse che Renzo aveva trovato per non tornare da Milano e capì che la carne di cui parlava Renzo non era la stessa di cui parlava lei; assestò un violentissimo gancio sinistro sul volto del marito doppiato da un preciso e terribile diretto alla bocca

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dello stomaco, un calcione negli stinchi ed un morso con cui gli staccò quasi di netto l’orecchio destro e dicendo in tono minaccioso “a casa facciamo i conti” se ne andò. Renzo si rialzò a fatica e sempre a fatica disse a Manzoni: “Hai visto che hai combinato? Io non me la volevo sposare! Ma quando impari a farti i fatti tuoi? ... E mo’ che vado a casa!? ... Quella è capace che m’ammazza!” Manzoni a quel tempo stava lavorando ad un’ode che raccontava la vita e le imprese di Napoleone Bonaparte: fu a questo punto che lo scrittore prese dalla tasca della giacca il suo block-notes, lo aprì e cominciò a cancellare con la penna tutto quello che stava scritto. Quando ebbe cancellato fino all’ultima pagina ripose il block-notes in tasca, si alzò, salutò educatamente e se ne andò. Uscendo il block-notes gli cadde dalla tasca sfondata. Qualcuno lo raccolse, lo aprì alla prima pagina e lesse: “Il 5 maggio. Ei fu.” . Sfogliò il libretto ma non c’era scritto più niente, tutto cancellato. giugno 1993

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LE BOTTIGLIE DELL'ANTIQUARIO capitolo I Il ragazzo entrò nella bottega dell'antiquario; era da tanto tempo che con sua moglie aveva visto, spiando dalla vetrina, delle bottiglie in vetro di Murano di foggia molto particolare, sicuramente antiche, fantastiche. Erano su di un tavolino di legno pregiato in un angolo della stanza illuminate da una luce soffusa che le rendeva ancora più affascinanti. In tutto erano sette, una diversa dall'altra ma una più bella dell'altra. Il ragazzo ne immaginava un paio, una più alta e sottile e una più bassa e bombata, una a fianco a l'altra sul tavolino del suo salotto, anche lì in un angolo illuminato in modo discreto da una luce calda e tenue; sul tavolino ci avrebbe messo un panno quadrato di velluto bordò con le frange pendenti, quasi fino a toccare terra: avrebbe fatto un effetto strepitoso con le due bottiglie una verde smeraldo e l'altra azzurro cielo che aveva intenzione di comperare. Ma il problema era proprio quello: comperare; chissà quanto costavano e lo stipendio non faceva certo vivere nell'agiatezza il ragazzo e sua moglie che peraltro non lavorava. Ma si avvicinava il giorno del primo anniversario di matrimonio ed il ragazzo aveva appena preso lo stipendio: " ora o mai più! " aveva pensato varcando la soglia della bottega. "Quanto costano?" chiese con un filo di voce, quasi vergognandosi e temendo una risposta scoraggiante, indicando con l'indice della mano destra le bottiglie sul tavolino nell'angolo della stanza. Il proprietario del negozio, un distinto signore elegantissimo nell'abbigliamento e nei gesti rispose: "350.000 lire cadauna" che cadde e si ruppe. Il prezzo non parve proibitivo al ragazzo che acquistò così le due bottiglie che aveva più volte immaginato sul tavolino del suo salotto; quella che si era rotta non gli piaceva. Pagò mentre l'antiquario piangeva e corse con il pacchetto inzuppato di lacrime verso casa sua per farne dono alla moglie. capitolo II Qualche giorno dopo si recarono a cena a casa del ragazzo degli amici. Le bottiglie di vetro di Murano splendevano in tutto il loro fulgore sul tavolino di legno ricoperto dal drappo in velluto bordò. L'effetto era proprio quello che il ragazzo aveva più volte immaginato prima di acquistarle. Il ragazzo si soffermava spesso in contemplazione davanti a quel tavolino e, nonostante il costo che aveva privato lui e sua moglie di qualche piccolo extra per quel mese, era contentissimo della spesa fatta. La prima cosa che gli amici notarono entrando nel salotto furono le due bottiglie in vetro di Murano: " Superbe! Magnifiche! Straordinarie! Che sciccheria! Favolose! Chissà quanto costano!” dicevano gli amici.

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" A dire il vero per come le hanno vantate tutti quelli che le hanno viste non costano tantissimo, solo 700.000 lire " rispose il ragazzo. " Cadauna ...?!" chiese la moglie di un amico. " No! tutt'e due!" disse lui. Le due bottiglie prima traballarono un poco, poi rotolarono sul tavolino, poi per terra e andarono in mille pezzi tra la costernazione dei presenti. capitolo III La disperazione del ragazzo e della moglie era stata grande; quelle bottiglie erano non solo una parte della casa ma quasi della famiglia. Il ragazzo soffriva molto nel vedere quel tavolino vuoto nell'angolo del salotto, con la lampada che produceva la luce calda e soffusa oramai spenta, con quel drappo bordò con le frange quasi a toccare terra. Avevano provato a mettere sul tavolino una statuina di porcellana finissima, ma non era la stessa cosa, dopo qualche giorno l'avevano tolta, poi avevano provato con un centrotavola di cristallo molto elegante e raffinato ma neanche questo era durato a lungo. Il tavolino adesso era di nuovo desolatamente vuoto. Il ragazzo andando al lavoro passava sempre davanti alla bottega dell'antiquario ed ogni giorno spiava l'interno della vetrina: le quattro bottiglie erano sempre lì, sullo stesso tavolino, nello stesso angolo della stanza, con la stessa illuminazione, sempre più belle. Da un paio di giorni, soffermandosi in quasi mistica contemplazione davanti a quella vetrina, al ragazzo cominciava a frullare nella testa l'idea di fare una pazzia, comperare altre due bottiglie. Avrebbe chiesto al proprietario del negozio di pagarle in due o tre volte ma avrebbe di nuovo illuminato la sua casa e il volto di sua moglie. Il terzo giorno la decisione era presa: il ragazzo entrò nel negozio, spiegò l'accaduto al proprietario e chiese se sarebbe stato possibile pagare il prezzo delle due bottiglie in due o tre volte. Il proprietario fu d'accordo ed il ragazzo scelse le due bottiglie: una giallo ocra, piuttosto sferica alla base e con il collo lungo cilindrico, l'altra rosso rubino, a base quadrata, con il volume che cresceva progressivamente procedendo verso l'alto. Il proprietario del negozio preparò la confezione regalo ed il ragazzo pagò una prima rata di 300.000 lire, quindi aggiunse: " Costano sempre quanto l'altra volta?" " Certamente! - fu la risposta - ... ma per favore non dica cadauna!" si affrettò a dire l'antiquario. La bottiglia bianca, la più bella delle due rimaste sul tavolino 9pregiato non aspettava altro: non appena sentì ‘cadauna’ si lanciò dal tavolino disintegrandosi. Anche questa volta il proprietario del negozio pianse lacrime amare ed il ragazzo cominciò a pensare ad una magia o peggio ancora ad una maledizione, tuttavia, stringendo delicatamente ma con presa ferrea il pacco delle bottiglie al petto, salutò il proprietario del negozio nei cui occhi lesse un moto d’ira trattenuto a stento e corse via. capitolo IV

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Le due bottiglie erano di nuovo sul tavolino del salotto, non erano più quelle della prima volta ma erano ugualmente belle, anzi, più passavano i giorni più il ragazzo e sua moglie si convincevano che queste erano più belle delle precedenti. Una sera venne a cena una coppia di amici che il ragazzo non vedeva da tanto tempo. Entrando in salotto inevitabilmente lo sguardo si diresse sul tavolino con le bottiglie antiche ed un'altra volta gli elogi si sprecarono: " Che belle! Dove le hai comprate? Ce ne sono ancora? Come vorrei averne qualcuna così anch'io! Eccezionali!" ... e poi la domanda fatale: " Costano molto?" " Non tantissimo ma neanche poco: 350.000 lire." Fu un attimo; la moglie del ragazzo, temendo che qualcuno aggiungesse qualcosa, si lanciò sul tavolino in uno strenuo e valoroso tentativo di difesa dell'incolumità delle bottiglie ma ... ahimè! ... inciampò nel tappeto, urtò il tavolino, le bottiglie dapprima vacillarono, lei tentò disperatamente di afferrarle mentre cadevano ma il suo tentativo fu vano, le bottiglie non fecero una fine diversa da quella delle altre. capitolo V Adesso era una questione di principio. Il ragazzo infilò la giacca e si diresse con passo deciso verso la bottega dell'antiquario. Era ancora presto ed il negozio era sicuramente aperto. Svoltò l'angolo ed imboccò il rettilineo che conduceva in quello stramaledetto negozio. L'antiquario lo vide ed in tutta fretta si precipitò ad abbassare le saracinesche di tutte le vetrine, quindi sprangò la porta blindata di legno massiccio dietro la saracinesca d'ingresso. Il ragazzo tendendo l'orecchio riuscì a distinguere i tre colpi di chiave con cui l'antiquario si era chiuso nel bagno. Ma tutto era stato inutile, infatti correndo verso il bagno per sfuggire al ragazzo l'antiquario aveva attraversato la sala nella quale la bottiglia in vetro di Murano, l'ultima rimasta, viveva in beata solitudine sul tavolino di legno pregiato, lo sguardo era caduto sulla bottiglia che ovviamente, urtata, era caduta a sua volta rompendosi. Il ragazzo sentì di nuovo i tre colpi di chiave, una breve pausa e poi un urlo straziante, infine uno sparo. 30 giugno 1993

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L'INFANZIA DI GESÙ' E PINOCCHIO Gesù bambino e Pinocchio erano amici. Veramente la Madonna non ci teneva tanto a far sapere in giro che il figlio frequentava certe compagnie, ma quando è di Gesù è di Gesù, certe cose bisogna dirle. I due ragazzi erano amici per la pelle ... la pelle di Gesù e la corteccia di Pinocchio, e stavano sempre insieme. D'altronde avevano molte cose in comune; per esempio San Giuseppe e Geppetto, i rispettivi padri, erano tutti e due falegnami, anche se qualcuno si ostina a dire che Geppetto era ciabattino. Ma non è così perché se Geppetto fosse stato veramente un ciabattino Pinocchio lo avrebbe fatto da un vecchio scarpone mica da un pezzo di legno, perciò Geppetto era sicuramente un falegname e finiamocela di dire stupidaggini. Un'altra cosa che Geppetto e San Giuseppe avevano in comune era la scarsa conoscenza delle donne e come si fanno i figli. Per la verità San Giuseppe una mezza idea ce l'aveva e aveva avuto più di qualche dubbio quando era nato Gesù e si era trovato nella grotta con l'asinello dalla parte della Madonna e il bue con tanto di corna dalla parte sua: la disposizione non gli era parsa un fatto casuale ma vi aveva colto una qualche allusione; con tono di pacato rimprovero aveva detto alla Madonna: "Sicuramente i figli non nascono sotto i cavoli! Scoprirò cos'è successo!" Geppetto poi ... veramente che era andato in tilt quando era nato Pinocchio: "Va be’ che per fare un figlio ci vogliono un uomo e una donna - aveva detto perché così gli avevano detto - e questo è già un problema visto che mio figlio l'ho fatto senza una donna ... ma poi ... di legno! Com'è possibile?!?!" Poi si ricordò di una volta che sciando era andato a sbattere piatto piatto contro un abete al quale si era violentemente avvinghiato, la qualcosa gli aveva procurato poco piacere e molto dolore nelle parti intime: "Sarà stata quella volta?!" pensò, non trovando altra spiegazione. Un'altra cosa che Gesù e Pinocchio avevano in comune era che nessuno li poteva toccare: ogni volta che combinavano qualche guaio nessuno si azzardava a menarli: una volta Geppetto aveva dato uno scapaccione a Pinocchio e si era fratturato tre dita; a San Giuseppe era andata anche peggio: una volta che si era azzardato a dare uno schiaffo a Gesù ... ‘ZOT’... un fulmine lo aveva sollevato due metri da terra e ve lo aveva fatto ripiombare pesantemente tramortendolo; a San Giuseppe era parso anche di sentire una voce dal cielo: " NON T'AZZARDARE A FARLO UN'ALTRA VOLTA!" ma non era sicuro. Gesù e Pinocchio avevano molti amici: Lucignolo, Barabba, Lazzaro, e giocavano sempre con loro e ogni tanto, quando volevano stare per i fatti loro da soli, se ne andavano tutti e due in mezzo al lago di Tiberiade e là stavano per ore e ore. Questa è un'altra proprietà che avevano in comune: galleggiavano. Gesù e Pinocchio si divertivano molto e si facevano gli scherzi tra di loro, solo che Pinocchio si limitava a nascondere il libro di religione di Gesù, gli metteva gli sgambetti, a scuola gli legava la cinta del grembiule alla sedia, cose di poco

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conto insomma; Gesù invece aveva la mano pesante ed era amaro: gli faceva crescere il naso, lo faceva diventare asinello, lo faceva finire nella pancia della balena e meno male che stava quella santa donna della Fatina Turchina che ogni volta metteva tutto a posto. Pinocchio si lamentava degli scherzi pesanti di Gesù con Geppetto che poveretto diceva: " E chi si mette con quello ?!" Sostanzialmente però erano due bravi ragazzi che santificavano le feste e si ricordavano delle occasioni importanti: una volta, alla festa del papà, dedicarono due canzoni ai rispettivi padri: Pinocchio cantò una famosa canzone di Gianni Morandi: “Non son legno di te”, Gesù invece interpretò da dio una canzone di Caterina Caselli: “Nessuno mi può giudicare”. I genitori non gradirono molto le sottili ironie, ma li perdonarono volentieri perché era la loro festa e già era assai che gli avevano fatto gli auguri. Quando i due ragazzi diventarono grandi Pinocchio continuò a fare gli scherzi, mentre Gesù fece un salto di qualità e si specializzò nei miracoli anche se all'inizio non gli venivano tanto bene; per esempio alle nozze di Cana non volevano il vino, volevano la birra. Ma evidentemente, malgrado le cose in comune, erano di più le cose che i due ragazzi non avevano in comune; la cosa più importante era che Gesù andava bene a scuola mentre Pinocchio era una frana: andava bene solo in Educazione Fisica e un poco in Geografia; Gesù invece in religione era un mostro e pure in italiano anche se la maestra gli correggeva i temi perché diceva che era affetto da mania di grandezza e si doveva dare un poco una regolata: mica poteva sentenziare sempre 'in verità, in verità vi dico', un po’ di modestia ci vuole, e che diamine! Gesù era molto bravo anche in aritmetica, soprattutto nelle moltiplicazioni, solo che san Giuseppe e la Madonna avevano implorato la maestra di non assegnare più problemi per casa con le moltiplicazioni di pani e di pesci perché non sapevano più dove metterli e per di più il pesce cominciava a puzzare: Gesù purtroppo faceva sempre i compiti a casa. Quando Gesù aveva finito di fare i compiti e non aveva più miracoli da fare si vedeva con Pinocchio e i due ragazzi si dedicavano ai loro hobbies. A Gesù piaceva molto andare al cinema ed aveva fatto vedere a Pinocchio sette volte "La più grande storia mai raccontata" e undici volte "Il re dei re"; forse per questo motivo Pinocchio non era altrettanto entusiasta di andare al cinema o forse perché una volta che avevano tentato di andare a vedere un film vietato ai minori di quattordici anni, siccome avevano detto che si erano dimenticati la carta d'identità, il padrone del cinema aveva preso Pinocchio, gli aveva segato una gamba, aveva contato i cerchi che erano soltanto nove e li aveva cacciati tutti e due. Un altro hobby era il calcio anche se Pinocchio era tifoso della Fiorentina e Gesù del Milan. Una volta che i due ragazzi si erano offesi Gesù aveva mandato la Fiorentina in serie B. Anche il Milan per vincere tutto quello che aveva vinto era

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stato aiutato dai parenti altolocati di Gesù mica era solo merito di Berlusconi. Ma il tempo passa e come sempre succede in questi casi le amicizie d'infanzia tendono a perdersi. Gesù e Pinocchio infatti presero strade diverse: Gesù diventò un valente allenatore, mise su una squadra di calcio formata da undici apostoli titolari più una riserva, Giuda, e predicò il calcio a zona. Malauguratamente sfidò la Roma e perse, mise in croce Ponzio Pilato perché voleva la rivincita, ma scelse il momento sbagliato perché Ponzio Pilato si stava lavando le mani e quando Ponzio Pilato si stava lavando le mani non voleva essere disturbato per nessuna ragione: "Tu metti in croce me?! - disse Ponzio Pilato - e mo’ che finisco di lavarmi le mani ti faccio vedere io!" ... e lo mise in croce veramente. Ma Gesù non rinnegò la sua fede milanista nemmeno in punto di morte. Anzi fu proprio in punto di morte che i due amici dopo tanto tempo si rincontrarono. Indovinate di che cos'era la croce su cui era crocifisso Gesù?! di Pinocchio!!!! Infatti, una volta uscito indenne con Geppetto dal ventre della balena, e fu l'ennesimo miracolo della Fata Turchina, altro che Gesù .... che se stava ad aspettare a quello .... Pinocchio, tanto per cambiare, aveva promesso che sarebbe andato alle scuole serali per lavoratori ed avrebbe provveduto alla vecchiaia del povero padre Geppetto. Intanto Geppetto morì di reumatismi per essere rimasto troppo a lungo nel ventre della balena che è rinomatamente un pesce umido, e alle scuole serali Pinocchio non ci andò mai perché non fu mai un lavoratore. Allora la Fatina Turchina, gli girarono le palle, e disse a Pinocchio: "Legno eri e legno ritornerai!" Prese la bacchetta magica, gli assestò ‘na bella botta in testa e lo fece diventare ... mollica di pane; "Mado’ che ho fatto! - disse preoccupatissima - mo’ se lo mangiano gli uccelli!" Lo rifece e Pinocchio si beccò un'altra mazzata di bacchetta magica e questa volta la fatina ci riuscì: Pinocchio era diventato un bel leccio. "E proprio quel leccio dovevano andare a prendere per crocifiggere Gesù?! Quando dici la fortuna!" pensò Pinocchio. Però fu bello morire insieme perché se anche Gesù e Pinocchio si erano dati tante di quelle mazzate, erano stati comunque due veri amici, testardi, cocciuti, teste di legno (specialmente Pinocchio) ma si erano voluti bene veramente. E le ultime parole di Gesù furono per Pinocchio: “Non ti preoccupare, l'anno che viene la Fiorentina la faccio andare di nuovo in serie A”.

giugno - luglio 1993

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IL MIRACOLO DELLA RESURREZIONE DI LAZZARO In quel tempo Gesù era molto impegnato con la dichiarazione dei redditi; lavorava da tre mesi venti ore al giorno e manco bastavano per fare l'inventario di tutte le cose che aveva il Padreterno. In realtà Dio aveva chiesto al figlio, che aveva fatto fino al terzo anno della ragioneria, di dargli una mano perché era istruito e perché sapeva fare bene i miracoli. Poi si erano aggiunti gli altri parenti e gli amici, apostoli compresi, e Gesù si era messo a fare dichiarazioni dei redditi gratis per tutti. Ultimamente era un poco seccato e incominciava pure lui ad accusare la fatica. Venne una donna e disse: "Lazzaro è morto !" "Le pompe funebri sono all'ufficio a fianco!" disse Gesù e continuò a scrivere. "Gesù ! - esclamò la donna - non ti ricordi di me? Sono la mamma di Lazzaro, il tuo amico di scuola! Ti ricordi quando venivi a studiare a casa? Quante brioches che ti mangiavi!" Gesù alzò la testa dal foglio e con un sorriso ironico disse: "Lazzaro eh!? Non m'ha mai fatto copiare un compito! ... Così s'impara! Se l'è meritato!" "Gesù, che so’ ‘ste parole! - riprese la donna con tono di rimprovero - ... se ti sente papà!?" Poi aggiunse: "Tu li sai fare i miracoli? Sì o no?" Gesù allargò le braccia, scosse la testa arricciando il naso e disse: "E se no stavo qua in mezzo a tutte le carte di papà? Certo che li so fare i miracoli, che ti credi!" "Beh, allora muoviti! - chiuse la discussione la mamma di Lazzaro che afferrò Gesù per un orecchio e lo trascinò fuori dallo studio di commercialista abusivo andiamo a risuscitarlo!" Quando Gesù si sentì sollevare da terra preso per le orecchie, senza che il benché minimo sforzo si manifestasse sul volto della mamma di Lazzaro, non oppose nessuna resistenza, d'altronde non gli conveniva, anzi con fare gentile disse: "Prego signora, dopo di lei.” Fuori c'era una folla di donne che scortò Gesù e l'energumena fino al cimitero. Mano a mano che il gruppo procedeva si aggiungevano altre persone finché si formò una vera e propria processione. Con tutta quella gente Gesù, che era timido, si mise un poco in soggezione e pensò: "Piglia e mo’ non mi doveva riuscire il miracolo! Bella figura in mezzo a tutti ‘sti cristiani!" E allora incominciò a fare il riscaldamento: vedeva degli sterpi piegati e diceva sottovoce:

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"State su!" e quelli si rizzavano; vedeva dei fiori appassiti e zitto zitto pronunciava: "Sollevatevi!" e i fiori si riprendevano; vedeva degli alberi abbattuti e sempre sottovoce diceva: "Alzatevi!" e quelli ritornavano su; solo che questa volta Gesù con tutto il seguito si prese tante di quelle male parole miste a pietre e pezzi di legna lanciati dai tagliaboschi che erano tre giorni che stavano a tagliare gli alberi. Vedeva due contadini sfiniti dalla fatica che si erano appena seduti su un muretto per riposare un attimo mangiando un pezzo di pane duro e senza condimento e Gesù mormorava tra i denti senza farsi sentire: "Tiratevi su!" e quelli fessi fessi si alzavano: "Signo’ ... mo’ c'eravamo seduti!" Quando arrivarono al cimitero Gesù allenandosi allenandosi aveva risuscitato sterpi, fiori, alberi, due lucertole e per ben quattro volte il maiale che il macellaio stava disperatamente cercando di uccidere fin quando non ci aveva rinunciato dicendo al contadino: "Ripasso domani quando c'è meno gente che non si fa i fatti suoi!" Al cimitero sembrava di stare allo stadio tanta era la gente che c'era, il popolo di Gerusalemme si era passata la voce e tutti quanti volevano assistere al miracolo. Gesù arrivò davanti ad una tomba nel bel mezzo del cimitero, era un pezzo di sudore, gli apostoli gli erano accanto sei da una parte e sei dall'altra, la coreografia era perfetta; Gesù si rimboccò le maniche, sciolse i muscoli delle braccia, delle mani e del collo, fece due flessioni, due saltelli a piedi uniti, quattro torsioni del busto con le mani sui fianchi, due a destra e due a sinistra e disse con un tono solenne: "Alzati e cammina!" Il povero viandante che si era addormentato la sera prima in una tomba vuota per ripararsi dal vento e mo’ erano le dieci e stava ancora dormendo tanta era la stanchezza si svegliò di soprassalto e si spaventò vedendo tutta quella gente, poi si scusò, chiese se era occupata, raccolse il sacco a pelo e le cose sue, si scusò di nuovo, disse "che bella giornata!" tanto per dire ‘na cosa, salutò e se ne andò. La processione si inoltrò nel cimitero e finalmente giunse nel posto dove era stato sepolto Lazzaro. Gesù ripeté il cerimoniale e disse: "Alzati Lazzaro!" Una tomba si scoperchiò e venne fuori un uomo con i capelli lunghi e la barba folta. Gesù pensò sorridendo "è fatta!" e sollevò le braccia a pugni stretti per salutare la folla come fanno i pugili, ma una salva di fischi lo assordò: non era Lazzaro. "Chi sei?" fece allora il Signore. "Cànzaro, Michele Cànzaro! - rispose lo zombie - ... mi hai chiamato!" "Cànzaro!?!? e chi ti conosce? io ho chiamato Lazzaro!" disse il Signore. "Lazzaro?! Cànzaro! Hai chiamato Cànzaro! Ho sentito bene! Hai detto proprio: "Alzati Cànzaro!" replicò l'ex morto. "Noooo! - disse un'altra volta il Signore - sono sicuro, ho detto Lazzaro."

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"Non è possibile! se ti dico che hai detto Cànzaro hai detto Cànzaro ; senti a me, hai detto Cànzaro! ... e poi ... oramai mi hai risuscitato!" Il Signore quasi quasi si era convinto, ma per sicurezza andò a consultare la copia del Vangelo che portava sempre appresso e lesse che doveva risuscitare Lazzaro e non Cànzaro; fu allora che gli venne una domanda bestiale a bruciapelo: "Di dove sei?" "Di Napoli" rispose Cànzaro. Il Signore prese la pistola e lo sparò; "non si fa così!" disse. "Andiamo! - disse poi tutto arrabbiato agli apostoli - andiamo alla tomba di Lazzaro!" La guida turistica li accompagnò e pretese di essere pagato; Giuda gli diede un denaro tanto a lui gliene restavano sempre ventinove. Gesù ripeté per la terza volta il rituale e scandì ad alta voce: " LAZ-ZA-RO, vieni fuori!" Si scoperchiarono non una ma cinque tombe e ne vennero fuori cinque maxirotoli di carta igienica. "Tutti qua li dovevano seppellire quelli che si chiamano Lazzaro?" disse San Pietro. Poi il Signore, sempre più scocciato, gridò: "Chi è quello stronzo che non mi ha mai fatto copiare un compito? Gli altri tutti giù!" I cinque rotoli di carta igienica si afflosciarono tutti e cinque. Gesù si girò verso gli apostoli, la mamma di Lazzaro e quanti altri gli stavano dietro: "Ma che è uno scherzo? - disse serio e indispettito, prossimo ad esplodere - Io c'ho da fare! Non ho tempo da perdere e nessuna voglia di scherzare! La volete capire o no che entro dopodomani bisogna presentare la denuncia dei redditi e pagare l'I.C.I.?" La mamma di Lazzaro intervenne e si scusò con il Signore: "Gesù, perdonami, ma è qui, mi ricordo bene il posto, Lazzaro è stato seppellito in questa zona, sono sicura." Il Signore incominciò a gridare come un ossesso: "Lazzaro! Dove diavolo stai? Alzati e cammina! Cammina Lazzaro per la miseria!" Gli apostoli non sapevano più dove dovevano mettere la faccia tante erano le parolacce che disse il Signore, non lo avevano mai visto così arrabbiato. Ma non succedeva niente, Lazzaro, quello buono, non veniva fuori. Ogni tanto si scoperchiava una tomba, risuscitava un Lazzaro. "E’ questo?" Gridava il Signore. "Nooo!" ‘Na botta in testa e il povero Lazzaro non capiva nemmeno che era risuscitato, ritornava morto stecchito. Il Signore non ce la faceva più a dare mazzate in testa ai Lazzari quando qualcuno si ricordò il punto preciso preciso in cui Lazzaro, quello buono, era stato sepolto. Ci andarono; un grossissimo macigno chiudeva l'apertura della

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tomba che altro non era se non un grotta. Gesù si avvicinò al macigno e per l'ennesima volta gridò: "Lazzaro, alzati e cammina!" Una flebile voce ma quanto basta incazzata e indisponente si udì provenire da dietro il macigno che chiudeva l'imboccatura della caverna: "Hai fatto ventinove, fai trenta! Lo volente togliere 'sto cazzo di macigno che se no non posso uscire da questa stramaledetta grotta?!? alzati e cammina, alzati e cammina, so’ due ore che mi alzo e cammino ... mi so’ stancato! mi fanno male i piedi! qua dentro si soffoca e sta ‘na puzza di morto ... Fatemi uscire!!!" La mamma di Lazzaro con un solo calcio frantumò il grosso macigno che ostruiva l'apertura della tomba e Gesù pensò: "Questa è meglio che ce la teniamo amica!” Finalmente Lazzaro venne fuori e disse arrabbiatissimo: "Ma quando ci metti! A te ti dovevo fare copiare i compiti no? ma fammi il piacere!" Gesù rimase molto male, almeno un grazie se lo aspettava e in cuor suo pensò, ma per paura della mamma di Lazzaro non lo disse: "La prossima volta che muori ...!!!" Dopodiché disse anche: "Bella riconoscenza! Quant'è vero papà da oggi non risusciterò più nessuno!" ... e lo fece veramente tant'è vero che siccome aveva perso l'allenamento ci mise tre giorni per risuscitarsi da solo a Pasqua dopo che era morto. 14 luglio 1993

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IL RECLUTAMENTO DEI DODICI APOSTOLI (SAN PIETRO E SANT'ANDREA PRESI PER FAME)

Gesù prese da privatista il diploma magistrale e diventò maestro. Perciò gli apostoli lo chiamavano maestro (hai capito mo’?). Il problema adesso era quello di trovare gli alunni che allora si chiamavano discepoli e se erano sotto il metro e trenta pargoli. Gesù ci provò con i bambini e disse: "Lasciate che i pargoli vengano a me", ma i genitori non ne volevano sapere perché Gesù era integerrimo e non accettava raccomandazioni, e poi avevano già preso l'impegno con gli altri maestri. Gesù per convincerli gli promise il ‘regno dei cieli’, prima solo ai figli, poi pure ai genitori ed infine si allargò proprio e lo promise pure a parenti e amici, ma quelli dissero: "Grazie lo stesso, ci interessa di più un lavoro!" Quello non fu in grado di assicurarlo nemmeno Gesù e il Provveditore agli studi gli disse: "Senti Gesù, o ti trovi i discepoli o rimani disoccupato". Visto che con i bambini non era cosa Gesù provò a rivolgersi agli adulti ma, chissà com'è, tenevano tutti da fare e Gesù pensò che erano svogliati. Per la verità pensò pure che ce l'avevano con lui ma non era sicuro. Fatto sta che qualcuno gli aveva fatto capire che lui, come maestro, coi capelli lunghi, la barba folta e incolta, con quelle idee per la testa, non era certamente l'ideale: preferivano rimanere ignoranti o seguire i corsi per corrispondenza della Scuola Radio Elettra Torino. Comunque dodici alunni Gesù li trovò lo stesso dopo affannosa ricerca e in un primo momento li chiamò apostrofi perché non si ricordava mai come si chiamava quella virgola che sostituiva la vocale finale di parola davanti ad altra parola cominciante per vocale, e questo era grave per un maestro. Poi gli apostrofi diventarono apostoli (San Bartolomeo fu che si ribellò) e Gesù cominciò a chiamare apostolo la virgola che sostituiva la vocale finale di parola davanti ad altra parola cominciante per vocale. In origine gli apostoli erano: Pisolo, Dottolo, Cucciolo, Brontolo, Eolo, Mammolo e Compralo, ma siccome erano soltanto sette e la gente cominciava a chiamare Gesù ‘Biancaneve’, il maestro cambiò i nomi degli apostoli e trovò quelli che gli mancavano per arrivare a dodici. I nuovi nomi furono: Gennaio, Febbraio, Marzo, Aprile, Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre. Ma manco così andava bene perché Gennaio sentiva sempre freddo, Novembre era sempre triste, Luglio e Agosto volevano andare sempre al mare, ma Dicembre non ci voleva andare perché diceva che il medico gli aveva ordinato la montagna e c'aveva la pressione bassa. E Gesù che doveva fare? Meno male che li aveva trovati dodici discepoli, non è che poteva rischiare di perderli e rimanere disoccupato: gli cambiò di nuovo i nomi e tolse Febbraio da vicino la finestra perché diceva che c'era sempre corrente.

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I nuovi nomi furono: San Pietro, San Giovanni, San Tommaso, San Simone, Sant'Andrea, San Bartolomeo, San Filippo e San Matteo; San Giacomo era a doppio nel senso che ce ne stavano due e poi c'era Giuda (pure di Giuda ce n'erano due, uno era di riserva). Giuda giustamente si incazzò, perché non era stato chiamato con il San davanti. "Ciò che è fatto è fatto! - disse Gesù - Comunque non ti preoccupare, poi ti farò dare trenta denari di indennizzo"....... (Poi dice che non si diventa delinquenti!) Naturalmente Giuda si vendicò della disparità di trattamento subita tradendo Gesù. San Giovanni apostolo non era San Giovanni Battista come mi credevo prima di andare a controllare. San Giovanni Battista, a furia di battere, si smussarono gli angoli e diventò San Giovanni Rotondo. I primi ad essere promossi apostoli furono San Pietro e Sant’Andrea. San Pietro in realtà si chiamava Simone e pure lui era a doppio ma Gesù che già faceva un casino con i due Giacomi e i due Giuda gli cambiò il nome anche perché ... che diceva? ...”tu sei Simone e su questo Simone fonderò la mia Chiesa?” San Pietro e Sant'Andrea prima di diventare apostoli erano pescatori ed un giorno stavano pescando nel lago come tutti gli altri giorni; era mezzogiorno e stavano nel lago dalle sei del mattino; o era l'esca, o era la rete che aveva i buchi troppo larghi, o erano sfigati forte, certo è che non avevano preso niente. Il giorno prima, lo stesso, il giorno prima ancora, uguale, domani, pure. Le famiglie dei due apostoli erano disperate oltre che affamate ed avevano incominciato a mangiarsi le esche ... (grazie che gli apostoli non pescavano niente!). Gesù si avvicinò alla sponda del lago e disse rivolto ai due pescatori: "Bella giornata eh?" "Pe' piacere eh!? - dissero gli apostoli - Non sta proprio la testa di scherzare!" "Avete preso niente?" chiese Gesù. "No! Quest'anno ancora niente!" disse San Pietro che sembrava il più sveglio. "L'insolazione!" aggiunse l'altro pescatore accasciandosi nella barca. Gesù fece un cenno con la mano ed una grossa trota gli saltò in braccio. Anche San Pietro a quel punto si convinse che aveva preso l'insolazione, ma per scrupolo disse: "Mo’? .... Fallo di nuovo!?" Gesù cambiò un poco il cenno e questa volta gli saltò in braccio un capitone che un altro poco lo strozzava. "Pure io! " disse San Pietro e ripeté lo stesso cenno di Gesù ... e cadde in acqua. "Aiuto! Aiuto! - cominciò a gridare - Non so nuotare!" Gesù andò a piedi a salvarlo, tanto lui era abituato a camminare sulle acque, e mentre lo salvava anche dalle mazzate di remo che Sant’Andrea gli mollava sulla testa nel tentativo di fargliene afferrare un'estremità, pensava: "Ma chi li ha fatti pescatori questi due imbranati?" Quando San Pietro fu di nuovo sulla barca il Signore disse: "Volete diventare miei discepoli? .... tanto come pescatori non valete niente. Io sarò il vostro maestro!"

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"Si, maestro!" risposero entusiasti e ad una voce San Pietro e Sant’Andrea; "Signor maestro" precisò Gesù. Poi aggiunse: " Vi farò pescatori di uomini!" I due, oramai apostoli, pensarono che dovevano diventare cannibali, ma il Signore li tranquillizzò e quando ebbe spiegato cosa intendeva dire, i due apostoli corsero a comprare gli ami e il filo grosso. Gesù che aveva un buon autocontrollo li fermò e rispiegò cosa voleva dire e pensò: "Stiamo a posto!!! Se ogni volta che dico una cosa la devo spiegare tre volte!! E quando finiamo?!" Poi, a scanso di equivoci, ripeté il cenno che aveva fatto prima per far saltare i pesci: ‘ta-tà, ta-tà!’, 'na volta a destra, 'na volta a sinistra, e i pesci cominciarono a saltare nella barca fino a riempirla. "Basta! - gridavano gli apostoli - Affondiamo! Aiuto! Non sappiamo nuotare!". Il Signore si fermò: "Strafocatevi! I pesci vi dovete mangiare non gli uomini!" disse, e se ne andò: "Ci vediamo domani mattina alle sette precise in piazza, ci prendiamo un caffè e poi al lavoro che c'è molto da fare!" Su come Gesù recuperò gli altri apostoli ve lo dico un'altra volta, mo’ so’ le due di notte e sarà che devo andare a dormire. agosto '93

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IL MEDICO DELLA MUTUA C'era una volta un medico molto bravo; tu gli domandavi una cosa e quello subito ti rispondeva: "Quanto fa due più due?" "Quattro!" era la risposta immediata; "La capitale della Francia?" "Parigi!" rispondeva subito; "Che ore sono?" “S'è fermato l'orologio!" " ... e accatt’t’ un orologio moderno!!!”; "Quanti occhi aveva Polifemo?" Risposta immediata: "Uno!" Infatti il nostro medico aveva la specializzazione in oculistica e sugli occhi dei ciclopi sapeva tutto. Questo medico era di origini umili e nonostante la bella presenza, la costante cura della persona, il modo di vestire netto ed elegante, la parlata sciolta e forbita, tradiva comunque negli atteggiamenti e nel modo di fare la sua natura contadina: ... e il contadino doveva fare puttana Eva! Un giorno un anziano signore lo mandò a chiamare (veramente mandò il figlio) e gli disse: "Dotto', io la notte non riesco a dormire!" "E che se dormi il pomeriggio dalle due alle sette, e la mattina ti addormenti sul divano non appena ti siedi, e la sera ti appisoli davanti alla televisione, e la mattina ti alzi alle nove, pure la notte volevi dormire?" intervenne la moglie dell'anziano signore. "Dotto', ‘na da’ denz’ a quella cretina! Senti a me! Che mi devo prendere?" Il dottore gli prescrisse delle pillole ma siccome l'anziano signore soffriva di sbalzi di pressione e queste pillole potevano creargli altri problemi il dottore gli disse: "Mi raccomando, solo se non riesce a dormire prenditi una pillola prima di andare a letto." L'anziano signore lo guardò e capì che qualcosa non andava e chiese di nuovo; il dottore spazientito ripeté: "Ho detto una pillola prima di andare a letto se non riesce a dormire!" "Cazzo! - pensò l'anziano signore - ma chi gliel'ha data la laurea a questo?" Poi cercò di ragionare: "Dunque, se non mi prendo la pillola, vado a letto e non riesco a dormire vuol dire che me la dovevo prendere, ma oramai è troppo tardi perché prima di tre o quattro ore non fa effetto; se mi prendo la pillola e vado a letto non saprò mai se ne è valsa la pena e se quella notte avrei dormito lo stesso senza prenderla; che devo fare? La prendo o non la prendo? Dotto' - disse - che sarà che 'ste pillole c'hanno qualche cosa che non funziona!?!" Il dottore, che era un tipo perspicace, capì subito e prescrisse all'anziano signore uno sciroppo al posto delle pillole. L'anziano signore ringraziò e chiese: "E questo come funziona?" E il dottore rispose: "Mi raccomando, solo se non riesci a dormire prenditi un cucchiaino di sciroppo

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prima di andare a letto." "Com'è? " disse l'anziano signore. E il dottore seccato: "Ho detto un cucchiaino prima di andare a letto se non riesce a dormire." L'anziano signore chiese alla moglie: "‘Andoné! Dov'è che Nicola tiene il fucile?" "Com'è? E’ scappata la scrofa dal porcile? Nardu', non ne teniamo scrofa! ... Mado' ... cum'i fè p' cur?!" disse la moglie. "Mi scusi dottore - brontolò l'anziano signore - torno subito." E tornò con il fucile: "Chi devo sparare prima? Buttate a tocco!" E da quella notte dormì meravigliosamente e non ebbe più bisogno di pillole o sciroppi, solo una supposta di tanto in tanto, trovata in qualche tasca di pigiama per non si sa bene quale malattia: "Mu’ m’a mett’!!!” agosto ‘93

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ADAMO ED EVA Il Signore Dio creò l'universo in sei giorni, dal lunedì al sabato, il settimo giorno si riposò, ma solo la mattina, infatti verso mezzogiorno già si era seccato di stare senza far niente e poi sentiva il bisogno di qualcuno che desse un parere positivo su tutto quello che aveva creato; poi, dobbiamo dire, ... era tutto così preciso, così perfetto, senza alcuna sbavatura ... troppo bello! ... e allora verso le quattro del pomeriggio Dio creò l'uomo, Adamo. Adamo era strafottente, cafone e maleducato e non dava soddisfazione al Signore: "Ada', ti piace il mare?" "Che me ne frega a me? tanto non so nuotare!” "Ada', ti piace il cielo?" "Che me ne frega a me? mica devo volare!" "Ada’, che ne dici di questa splendida valle, del fiume limpido che sereno vi scorre, delle maestose montagne che la circondano?" "Che me ne frega a me? non mi piace la montagna, non mi piace il fiume e non mi piace la valle! mi piace la discoteca!” “Ada’ ... e la zuppa di pesce ti piace?" "Manco quella! voglio la parmigiana!" Verso le sei di pomeriggio il Signore si era già amaramente pentito di aver creato l'uomo tanto più che Adamo incominciava ad inquinare, spezzare i rami degli alberi, ammazzare le lucertole con la fionda, calpestare le aiuole e distruggere a martellate vari famosi monumenti. Come se non bastasse Adamo aveva incominciato ad infastidire la pecora destando le giuste rimostranze del montone che si era lamentato con Dio perché un poco geloso era. Nell'ultima mezz'ora il Signore ed Adamo si erano offesi già quattro volte, l'ultima perché Adamo lo aveva mandato a quel paese, ma siccome il Signore era buono e non voleva vedere musi lunghi nell'universo che aveva creato, che già quello del formichiere non lo faceva dormire la notte tanto era brutto, alla fine lo andò a cercare. Lo trovò che stava incendiando una foresta per farsi bello con la pecora e perché voleva dimostrare il proprio coraggio. Dio pensò che era il momento di intervenire se voleva evitare la distruzione prematura del creato: "Fermati Adamo!" urlò. Adamo che era pure dispettoso cominciò a correre. Il Signore lo fermò con una strepitosa presa rugbistica e gli disse: "Vuoi una donna?" "Non mi piace! - fu la risposta di Adamo - preferisco il motoscafo!" "Pure ricchione è uscito!” commentò Dio, ma poi pensò che Adamo aveva risposto all'uso suo per spirito di contraddizione e decise che una donna gliela avrebbe fatta lo stesso, sempre meglio della pecora, e così avrebbe accontentato

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il montone che dava sempre più segni di irrequietezza. Il Signore andò da Adamo e gli spiegò cos'era una donna, poi disse: “Dammi un pezzo che devo fare la donna!" Istintivamente Adamo portò le mani all'altezza dell'inguine in segno di protezione ma il Signore bonariamente lo rassicurò: “Certo ca sì fess’, Ada' ! Com'è! ... faccio la donna e ti vado a togliere proprio quel pezzo?! ... dammi ‘na costola va'!” “Come ‘na costola ...!? - disse Adamo - non ti accontenteresti delle unghie delle mani? Mo’ me le devo tagliare! ... nà! ... aggiungiamo pure quattro peli del mio villoso petto ..." "Non viene niente così - disse il Signore - al massimo esce una tappetta di un metro e venti; 'na costola mi devi dare!” "Senti, ti do pure una ciocca di capelli - cercò di convincerlo Adamo - anzi due." ”Ma se sei calvo! - disse Dio - allora ... 'sta costola!” “Anestesia totale eh!?" ammonì Adamo. "Va be'!" e Dio gli assestò sulla testa una botta di manganello il cui sordo rumore si ripercosse per tutto il creato. Tutti pensarono che l'elefante era caduto per le scale insieme all'ippopotamo. Con la costola di Adamo ... come cazzo fece?! ... Dio fece la donna a sua immagine e somiglianza meno un pezzo giù e più due sopra. “Ecco, Adamo, ti ho fatto la donna, si chiama Francesca." "Francesca non ci piace!” risposero ad una voce Adamo e la sua compagna. "Ohhhh Madonna! - esclamò il Signore - pure questa si mette mo’!" poi si innervosì ... “Come diavolo volete vi chiamate! - disse - purché non mi date fastidio; potete fare tutto quello che volete, il Paradiso Terrestre è il vostro, non lo distruggete per piacere. Una cosa sola vi chiedo: non mangiate le mele e le prugne perché ho problemi di stitichezza e mi servono le mele cotte e le prugne secche!" "Seeeeeee! - fece la donna - ... e che ci mangiamo?" "Come che ci mangiamo! - disse il Signore - vi potete strafocare la vita eterna: uva, meloni, ananas, zucchine, pizza, risotto alla milanese, fichi secchi, tagliatelle all'amatriciana, riso patate e cozze ... sta un ristorante dietro l'angolo che lo fa una meraviglia ... e voi vi dovete andare a mangiare giusto le mele e le prugne!" “Va be’ - tagliò corto Adamo - tu ti mangi le mele e a noi ci lasci le prugne!” Il Signore accettò, che doveva fare!? Deluso per quelle ultime creazioni , l'uomo e la donna , Dio se ne andò ma prima si raccomandò con il serpente: "Per piacere , vedi se gli dai un'occhiata a quei due sciagurati , quelli sono capaci di distruggere il Paradiso in mezza giornata ... e poi ... le mele ... non gliele fare toccare che già m'hanno fregato le prugne. Di te mi fido!" Dio non aveva fatto manco in tempo a girare l'angolo che arrivarono Adamo e la donna. "Uhè ragazzi - disse il serpente - c'ho certe mele!!!"

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“Le mele non ci piacciono!" fu la risposta. "E la torta di mele? ho fatto ‘na torta di mele!!!” “La torta di mele non ci piace !" “E lo strudel?! lo volete lo strudel? “Lo strudel non ci piace!” “La marmellata allora, eh? la marmellata di mele! ... E’ buona, eh!!!???” “La marmellata di mele non ci piace!" "Com'è? - disse il serpente - avete rotto le palle fino a mo’ che volevate le mele e mo’ che ve lo sto dando dite che non vi piacciono!?!? Approfittatene adesso che se se ne accorge Dio che sto facendo il doppio gioco so’ guai: se mangiate una mela non avrete più bisogno del medico e diventerete come Dio". Adamo e la donna subito incominciarono a gridare: "Dio! Dio! Corri Dio che ti dobbiamo dire una cosa!” “Puttana Eva! che so’ stronzi!” disse il serpente. Alla donna quel nome piacque e decise che si sarebbe chiamata così, Eva di nome e Puttana di cognome, ma poi optò per il solo nome perché era più sbrigativo, e poi , con quel cognome ne sarebbero venute tante più tardi. “Che volete adesso?" chiese Dio arrivando trafelato. Adamo ed Eva in coro risposero mano nella mano ondeggiando: "Il serpente ci voleva far mangiare le mele per farci diventare come te!" "E voi le avete mangiate le mele?" chiese preoccupato Dio. "No! - dissero Adamo ed Eva - mica vogliamo diventare come te; e che siamo scemi?” Il Signore non fu molto contento della risposta ma si consolò pensando che almeno le mele non se le erano mangiate. Poi andò dal serpente: "Uomo di fiducia eh? sei peggio di un serpente!" Prese una mazza e gli appioppò sette o otto botte sulla testa. “Attenzione alle lenti!" gridava il serpente, ma Dio, senza pietà, continuava a massaggiargli il cranio finché ne fece un cobra dagli occhiali. Adamo ed Eva seduti su di un masso incitavano Dio: "Dalli al serpente! in mezzo agli occhi! finiscilo! pollice verso! distruggilo! polverizzalo!" Dio si stupì di tanto accanimento tuttavia si lasciò prendere la mano dal tifo esagitato e mandò il serpente in rianimazione. Poi andò da Adamo ed Eva. Ancora non ci credeva che avevano rinunciato alle mele e voleva indagare: ormai li conosceva bene. Adamo ed Eva lo precedettero e gli dissero: "Beh, Signo’, ci salutiamo adesso che domani partiamo!” “Come, partite - disse Dio - ... e dove andate?" “Sulla terra! abbiamo da fare!" dissero i due. "Com'è, sulla terra! - insisté Dio - vi ho fato il Paradiso Terrestre, tutto per voi, e voi ve ne volete andare!? e dove lo trovate un altro posto più bello e più tranquillo di questo?” “Non rompere, eh! abbiamo deciso che ce ne vogliamo andare e ce ne andiamo!

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- chiusero la discussione Adamo ed Eva - anzi, quand’è così, ce ne andiamo proprio stasera!" E se ne andarono. Girando le spalle Dio lesse sulle loro magliette scritto a caratteri belli grossi: "MELADENT". Lì per lì non ci fece caso, ma poi, quando andò sotto un albero di mele e vide che non ce n'era più nemmeno una, e tutte le mele erano sparite da tutti gli alberi del Paradiso Terrestre, allora capì, e soprattutto capì perché Adamo ed Eva avevano accettato di buon grado di non mangiare le mele: gli servivano per fare il dentifricio che avrebbero venduto alla progenie umana sulla terra a caro prezzo, quei vermi. 25 agosto 1993

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BEATI I POVERI

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Onofrio era un superdotato! .........Che avete capito .........?! ......... Era bello come pochi, aveva un’intelligenza superiore, un fisico bestiale, un intuito eccezionale, una memoria sopraffina ed un cospicuo conto in banca. Il Signore gli aveva dato tutti questi doni e non aveva chiesto nulla in cambio. Onofrio aveva un fratello, Federico. Federico aveva chiesto al Signore qualche cosa pure per lui, ma il Signore aveva dato quasi tutto a Onofrio. Comunque anche a Federico il Signore aveva fatto un dono e gli aveva regalato la poliomelite. Federico cercò di rifiutare tale dono adducendo vari pretesti: “Non me lo merito”, “Dalla a uno che ne ha più bisogno”, “Grazie lo stesso”, “Non vi dovevate prendere tutto questo fastidio”, “Me la vengo a prendere un altro giorno che oggi vado con la moto”, ma il Signore insisté e fece una micidiale osservazione: “Beati i poveri perché di essi è fatto il regno dei cieli!” Federico annuì e capì che presto il suo conto in banca si sarebbe prosciugato e che la sua fiorente attività sarebbe fallita. ‘Cornuto e mazziato!’ pensò. Il Signore colse al volo e si imbrogliò un’altra volta (non ne azzeccava una quel giorno): la moglie di Federico scappò col fratello scemo del salumiere e Federico fu fracidiato di mazzate allo stadio perché lui, romanista, era andato a finire nella curva dei laziali in occasione del derby che valeva lo scudetto (... quando mai!? ...) Federico si lamentò col Signore che rispose: “Non incominciamo eh? ... Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato!” e lo lasciò senza parole. Federico diventò anche muto. A gesti riuscì a comunicare al Signore ‘che mi deve succedere più?’ “Abbi fede!” rispose il Signore. A queste parole Federico si dichiarò oramai buddo-maomettan-are krishna convinto o, in alternativa, ateo-qualunquista. “Chi vivrà vedrà!” aggiunse il Signore. Federico non capì, ma il giorno dopo cecò e di conseguenza morì. La sua anima va girando senza pace: in Paradiso non la vogliono, Budda e Maometto non sono certi della conversione e dicono che lo ha fatto per convenienza, i qualunquisti non si pronunciano perché a loro non gliene frega niente, Manitù ha detto che il pittore sta ridipingendo le celesti praterie e non può fare ‘nquacchi ... Intanto il Signore a Onofrio gli ha regalato la macchina nuova, una Mercedes ultimo modello. Chissà dove andrà a finire Onofrio quando muore.

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BEATI I POVERI

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San Martino non era campanaro dormi tu come qualcuno potrebbe pensare; quello era fra’ Martino .......... e qualche altro che non mi ricordo. San Martino aveva un negozio di stoffe, era santo e faceva i mantelli. Un giorno mentre se ne stava tranquillo a pascolare incontrò un povero che moriva di freddo. “Ciao, povero! - disse - che fai di bello?” “Naaaaa .......! - fece il povero - ... muoio di freddo! ... mo’ l’abbiamo detto!” San Martino che era buono e non poteva vedere le bestie soffrire si sfilò il mantello e lo mise sulle spalle del povero che addifrescò. “Cazzo! fa freddo veramente! - disse poi - facciamo metà per uno!” Prese la spada e con un preciso fendente dall’alto verso il basso divise il mantello con tutto il povero dentro in due parti uguali. Il mezzo povero ringraziò, naturalmente a mezza voce, e se ne andò su una gamba sola pensando: “Non mi potevo stare in grazia di Dio a casa stamattina, caldo caldo nel mio letto!?” San Martino fu felice di aver fatto un’opera buona e pensò che quel povero avrebbe sofferto metà del freddo che soffriva prima. E da quel giorno San Martino non vide più un povero manco a pagarlo cento milioni; tutti quelli che incontrava dicevano che tenevano le proprietà e se qualcuno stava vestito che manco i cani, subito dicevano che quella era l’ultima moda. BEATI I POVERI

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“Beati i poveri che non hanno niente!” disse il ricoverato nel reparto infettivi dell’ospedale che aveva l’AIDS, il colesterolo, il diabete, l’uricemia, un blocco renale, i denti cariati, la dissenteria, una zia monaca e la macchina in divieto di sosta.

1 settembre 1993

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POLLICINO "Ogni scarafone è bello a mamma sua", ma Pollicino era troppo scarafone per essere bello a mamma sua che perciò, quando nacque, appena lo vide si ammalò e dopo alcuni anni morì. Perciò la matrigna. Infatti Alluce, che era il padre naturale di Pollicino, quando vide il figlio e poi la moglie morta pensò che ci voleva qualcosa per tirarsi su e si sposò di nuovo, ma questa volta con una brutta stronza. Pollicino era piuttosto nanetto e rotondetto, con la gobba, le braccia che gli arrivavano alle caviglie, le ginocchia a ics, le mani esageratamente grandi con le dita arpionate e le unghia sporche, il naso lungo e aquilino, gli occhi storti, per di più uno di un colore e uno di un altro, le recchie panne, calvo dalla A alla Z e con l'alito che puzzava; il colorito variava dal giallo ittero al verde catarro: la vera chiavica. Però era un bravo ragazzo o qualcosa del genere, e quando lo facevano entrare andava bene a scuola: qualche volta lo usavano come cassino. Suo fratello, Indice, frequentava la ragioneria perché voleva diventare ragioniere, il fratello più piccolo, Mignolo, le scuole tecniche perché voleva diventare tecnico, l'altro fratello, Anulare, voleva diventare geometra e andava all'istituto tecnico per geometri a Castellana. Pollicino frequentava l'industriale: voleva diventare industriale. La matrigna non tanto che lo poteva vedere anche perché ogni volta che lo vedeva le veniva da rimettere, perciò cercava di convincere Alluce a sbarazzarsene; ma Alluce si era affezionato a quella povera bestia, lo aveva addestrato a portargli il giornale e le pantofole e qualche volta, a caccia, Pollicino addirittura puntava: gli mancava soltanto che abbaiasse. Ma la matrigna era rompiballe assai: "Alluce, scegli! o me o l'essere immondo!" Il povero Alluce non ebbe scelta perché la matrigna era titolare di una catena di ristoranti a Rimini oltre che la maggiore azionista di una famosa ditta alimentare di cui non possiamo fare il nome, perciò facciamo il cognome: la Barilla. Un giorno la matrigna disse al maritigno: "Alluce, prendi quella cosa là ( e indicò Pollicino ), portala da qualche parte e fa che si perda !" Alluce ubbidì seppure a malincuore; tornò a casa e subito dopo suonarono il campanello; aprì la matrigna: erano i vicini: "Vi abbiamo riportato il cane anche se non abbiamo capito di che razza è; la prossima volta legatelo che ci stava distruggendo il giardino!” La matrigna ringraziò con un sorriso di convenienza molto tirato, con un calcio spinse il cane-Pollicino in casa, guardò Alluce e disse: "Ti sei sforzato! Cretino, la prossima volta portalo più lontano! Nel bosco, deficiente!" La sera andarono a letto presto ma Alluce non riusciva a dormire intanto perché

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pensava allo spavento che si sarebbero preso i poveri animali del bosco vedendo Pollicino e poi perché nel cortile si sentiva come un rumore di piccone che scastrava le chianche. Si affacciò e vide che era Pollicino che scastrava le chianche con il piccone perché si ricordava della storia di Pollicino che la mamma prima di morire gli leggeva tutte le sere quando andava a letto: "Un giorno ti tornerà utile!" diceva. Solo che nel cortile sassolini non ce n'erano e Pollicino aveva pensato di prendere le chianche. "Che stai facendo?" gridò Alluce sporgendosi al davanzale della finestra. “Prendo le chianche per domani mattina quando andremo nel bosco.” Rispose Pollicino. "Aspetta che ti aiuto" disse il padre. La matrigna si mise le mani nei capelli, poi con un gancio sinistro allo stomaco doppiato da un diretto destro al mento mandò K.O. per otto secondi Alluce: "Vai a dormire, sciagurato! Pollicino si deve perdere! Che lo aiuti a portare le chianche?!?!" Poi si affacciò alla finestra e urlò: "Pollicino, rimetti subito tutte le chianche a posto se no scendo e ti taglio le braccia !" Pollicino quasi quasi era contento se la matrigna gli tagliava la braccia che naturalmente gli arrivavano sotto le ginocchia, ma poi la matrigna si corresse: "... anzi te le allungo di un altro mezzo metro !" Pollicino si preoccupò seriamente ed in un lampo rimise a posto tutte le chianche: si vedeva male con le braccia fin sotto i piedi. Rientrò in casa e andò nella dispensa. Vagamente si ricordava di una storia di molliche di pane, ma quando la mamma gli raccontava la storia di Pollicino, il cretino si distraeva, e 'hai voglia la mamma a dire stai attento'; ora Pollicino si dispiaceva di non ricordare bene la storia. Comunque trovò un bel pezzo di pane, vecchio di quindici giorni, prese il flex e ne fece tanti pezzettini, se li cacciò in tasca e andò a dormire. Col cavolo che gli uccellini si mangiavano quelle molliche di pane: si sarebbero spezzati becchi, denti e collo se solo ci avessero provato. La mattina dopo la matrigna andò a svegliarlo di buon ora e gli portò il caffelatte bollente che gli versò sul collo: "Scusa Pollicino ma sono inciampata nel tappeto". Pollicino sorrise, con il collo che gli fumava, e come sempre si chiese come faceva la matrigna ad inciampare tutte le mattine nel tappeto che stava al piano di sotto e poi versargli il caffelatte bollente addosso. Cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a prendere il latte freddo per colazione ma non osava dispiacere la matrigna: "Povera donna - pensava - si prende tanto fastidio a riscaldarmi il latte tutte le mattine!" Poi la matrigna disse: "Sbrigati Pollicino che papà sta di sotto e ti vuole portare a fare una passeggiata

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nel bosco". Contemporaneamente la matrigna sbatteva Pollicino giù dal letto afferrandolo per le lunghe braccia e scaraventandolo sulla libreria: "Scusa ma ho fretta - diceva per giustificarsi - ed ho tante cose da fare!" Pollicino che era molto buono si dispiaceva nel vedere la matrigna sempre a sgobbare in casa e pensava che quando avesse incominciato a lavorare la prima cosa da fare sarebbe stata quella di comprare una cameriera per aiutare la matrigna. Un violento ceffone interruppe i suoi pensieri: "Muoviti prima che ti spezzo le ossa!" Pollicino si lavò insistentemente, ma ne poteva fare tranquillamente a meno, tanto puzzava comunque più di un gregge di pecore appena uscito da un letamaio, si vestì velocemente, ma pure di questo ne poteva fare a meno tanti erano i peli che lo ricoprivano e non si sapeva mai di che colore era la maglietta che portava ( per la verità non si sapeva nemmeno se la maglietta la portava ), quindi scese dabbasso rotolando per le scale spintovi inavvertitamente dalla matrigna: “Oh, quanto mi dispiace che proprio adesso ti trovavi a passare davanti alla rampa di scale, guarda caso proprio nel momento in cui io, che stavo da mezz’ora dietro la porta, la aprivo spiaccicandotela sul naso e, facendoti perdere l’equilibrio, ti facevo precipitare per le scale!” Pollicino, dal fondo della scala, tenendosi il naso sanguinante, disse alla matrigna che era stata una sfortunata combinazione, poi uscì in cortile ed andò da Alluce che lo aspettava: "Meh, papà! ce ne andiamo? che prima andiamo e prima torniamo!" "Col cavolo! - pensò Alluce - io torno ! tu rimani!" I due partirono. Cammina cammina, cammina cammina un altro poco, cammina cammina ancora per essere più sicuri, insomma, dopo dodici cammina cammina Pollicino e suo padre arrivarono in un punto sperdutissimo del bosco. Alluce bendò Pollicino con la scusa che dovevano giocare a nascondino, poi gli disse: "Conta! io vado a nascondermi." "Uno, due, tre, quattro ... seimilanovecentoquattordici, seimilanovecentoquindici, seimilanovecentosedici, seimilanovecentodiciassette ... ...ottomilioniquattrocentosettantaquattromilaseicentoquarantasette, ottomilioniquattrocentosettantaquattromilaseicentoquarantotto, ottomilionoquattrocentosettantaquattromilasicentoquarantanove ..." Verso i sette miliardi Pollicino s'era rotto le scatole per non dire qualche altra cosa, si girò e siccome aveva fame se ne tornò a casa; strada facendo, per accappare lo stomaco, si mangiò le molliche che la sera prima si era messo in tasca e che quella mattina si era dimenticato di lasciar cadere per terra, una ogni tanto, per segnare la strada del ritorno: tanto la sapeva già! ‘Toc! Toc!’

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"Chi è?" "Io!" "Io chi?" disse la matrigna aprendo la porta e trovandosi al cospetto di quello che scambiò per il secchio dell'immondizia. "Pollicino! Sono tornato!" La matrigna non seppe trattenere lacrime di disperazione e Pollicino, commosso da quelle lacrime, buttandole le braccia al collo esclamò: "Oh cara matrignina!" Intanto con le lunghe braccia Pollicino aveva abbracciato non solo la matrigna ma anche i quattro fratelli, tre cugini, la nonna materna, lo zio e la zia, una commara e i vicini che erano andati a fare una visita, solo il cane, quello vero, era rimasto fuori dall'abbraccio, ma non sembrava che ne soffrisse particolarmente. "Dove sta papà?" disse preoccupata la matrigna scrollandosi con disgusto le braccia di Pollicino di dosso. "S'è perso!" rispose Pollicino. "Ma non eri tu quello che si doveva perdere?" replicò la matrigna. "Aoh! io so' boy-scout e Giovane Marmotta !!!" la stroncò, vanitoso, Pollicino. Si organizzarono le ricerche di Alluce che fu ritrovato una settimana dopo nei pressi di Pechino che si dirigeva con passo sicuro verso il Vietnam non dando minimamente ascolto a quanti gli dicevano: “Ah-ci ming dào pen san Koy" che significa: 'Dove cacchio vai cretino! giacché non è questa la strada per tornare a casa e dovevi svoltare sei giorni fa a sinistra e non a destra! questo è proprio scemo!' Un volo charter riportò Alluce a casa. "Bentornato Marco Polo!" disse caustica la matrigna accogliendo il marito con una gragnuola di pugni, schiaffi, calci, sputi, insulti, mozzichi e testate; ... ah ... e mettendogli pure un dito in un occhio. Poi continuò: "Pollicino è ancora qui! Domani andremo tutti quanti in un posto che dico io, voglio vedere se riesce ancora a tornare a casa! A te ti legherò al guinzaglio appresso al cane; dovessi scoprire un altro continente!!??" Il giorno dopo, di buonora erano tutti pronti per la partenza; la matrigna tirò fuori dal garage, il fuoristrada otto posti e vi salirono tutti: lei guidava, Alluce al suo fianco, i figli Indice, Medio, Anulare e Mignolo seduti in seconda fila, il cane sparapanzato sul terzo sedile e Pollicino rannicchiato nel portabagagli. Il viaggio durò dodici ore: attraversarono foreste e deserti, valicarono montagne, guadarono fiumi e finalmente arrivarono in una valle magnifica: ‘La valle dell'Eden’ con James Dean. Senza nemmeno fermarsi scaricarono dalla macchina in corsa Pollicino e se ne andarono. Educatamente lo salutarono dal finestrino. Pollicino era abituato a ben altro, erano sei anni che rotolava tutte le mattine dalle scale, e non si fece niente; si rialzò e tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un radiocomando; ne sollevò con delicatezza l'antenna, lo accese e spinse il pulsante

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rosso sul lato sinistro dell'apparecchio. La deflagrazione fu terribile: l'auto con tutta la sua famiglia saltò in aria e ricadde al suolo in mille pezzi in una nuvola di polvere nera. Pollicino fischiettando prese la strada del ritorno, unico erede della catena di ristoranti a Rimini e neo maggior azionista della Barilla. Finalmente arrivò a casa e dopo qualche giorno i vicini erano sempre più preoccupati della lunga assenza di Alluce e della sua famiglia e si chiedevano perché erano andati via senza salutare e per di più abbandonando il cane che ancora non avevano capito di che razza era.

20 settembre 1993

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CAPPUCCETTO ROSSO

Cappuccetto Rosso era una brava bambina, docile, ubbidiente, sottomessa, remissiva ... una vera cretina; che le volevi far fare faceva: "Cappuccetto Ro’, metti le dita nella presa della corrente!" e Cappuccetto Rosso le metteva, “Cappuccetto Ro’, buttati nel pozzo!” e Cappuccetto Rosso si buttava. Cappuccetto Rosso non si era sempre chiamata Cappuccetto Rosso; prima era Cappuccetto Verde, ma siccome all'incrocio, come scendeva dal marciapiede per attraversare la strada per andare nel bosco, immediatamente le macchine partivano come razzi e sistematicamente la mettevano sotto, la mamma le aveva fatto un bel completo rosso con tanto di cappuccio: "All'incrocio, col rosso, si fermeranno!" pensava la mamma. Cappuccetto Rosso aveva una nonna che abitava nel bosco, nella casetta che i sette nani le avevano affittato quando avevano creduto che Biancaneve, mangiando la mela avvelenata, fosse morta. Ma Biancaneve aveva uno stomaco di ferro e non era morta e voleva tornare a casa; i sette nani avevano dato lo sfratto alla nonna di Cappuccetto Rosso, ma quella non ne teneva testa di andarsene; intanto Biancaneve si era arrangiata nella casa del Principe Azzurro. La mamma di Cappuccetto Rosso un giorno sì e un giorno no mandava Cappuccetto Rosso dalla nonna nel bosco per portarle qualcosa da mangiare. Tra andata e ritorno erano trentaquattro chilometri che Cappuccetto Rosso si faceva tutti a piedi perciò Cappuccetto Rosso voleva morire sebbene fosse in giovane età. Quando andava nel bosco Cappuccetto Rosso incontrava sempre un povero lupo ed incominciava a corrergli dietro implorandolo di mangiarsela: "Mangiami! Mangiami per piacere! Poni fine alle mie maratone!" "E che mi mangio i bambini io? - diceva il lupo - ... quelli so' i comunisti!" e correva davanti a Cappuccetto Rosso. Per la verità il lupo era interessato a ciò che Cappuccetto Rosso portava nel cestino per la nonna: aveva quattro lupacchiotti e tre lupini da sfamare. Una mattina, come sempre di buon'ora, la mamma svegliò Cappuccetto Rosso: "Alzati che è tardi e devi portare da mangiare alla nonna!" "Mi dispiace, mamma, ma oggi non posso proprio andare, c'ho compito in classe di matematica e l'interrogazione d'italiano, poi devo per forza consegnare questa relazione di biologia ..." Un cazzotto nei denti la svegliò del tutto: era domenica! Cappuccetto Rosso si alzò ed andò in cucina; la mamma aveva preparato la roba da portare alla nonna: un tegame di pasta al forno, una teglia di riso, patate e cozze, una sperlunga d'involtini di melanzane, un altro tegame di zucchine ripiene, una coppa abbondante d'insalata russa, un'altra teglia di peperoni ripieni, due tegami uno di polpette d'uovo ed uno di polpette di carne, una bella coppa d'insalata verde, una graticola di gamberoni arrostiti ed una di salsiccia, una

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teglia di fegato alla veneziana, quattro costate grandi di vitello, una porchetta arrosto, una zuppiera di brodo di gallina, una quindicina di uova sode, tre chili di affettato, un prosciutto San Daniele, un prosciutto più magro, un paio di chili di mozzarelle, un po’ di frutta e uno yogurt che fa tanto bene alla salute. La nonna il dolce non se lo mangiava perché diceva che era pesante e stava a dieta. "Posso prendere il camioncino?" chiese Cappuccetto Rosso. Un altro cazzotto in bocca fu la tacita risposta, ma Cappuccetto Rosso capì lo stesso: "Bastava un semplice no!" piagnucolò. "Metti tutto nel panierino e vedi se ti muovi!" disse la madre. Con un gioco equilibristico degno della migliore tradizione circense, Cappuccetto Rosso sistemò tutta la bottega di generi alimentari nel panierino ed uscì per andare nel bosco. Si meravigliò di non trovare il lupo al solito posto; sperava sempre che un giorno si decidesse a mangiarsela. Andò avanti con rassegnazione. Il lupo veramente si era nascosto per non essere importunato da Cappuccetto Rosso e quando la vide passare con il ristorante portatile pensò: "Ammazza quanto magna ‘sta vecchia!!!" Poi ebbe un'idea fulminante: conosceva una scorciatoia, si mise a correre ed arrivò a casa della nonna prima di Cappuccetto Rosso. La porta era aperta, la nonna era andata a cicorielle; il lupo entrò in casa, si svestì (...?!?!...) e si infilò nel letto della nonna. Poco dopo arrivò Cappuccetto Rosso. ‘TOC!TOC!’ “CHI E'?” rispose una debole vocina dall'interno. ( Mocc' alla vocina! ) "Sono io, Cappuccetto Rosso!" "Hai portato da mangiare?" "Si! ...... una cosetta ....!” Cappuccetto Rosso entrò e si andò a sedere vicino al letto della nonna. "Nonnina, che orecchie grandi che hai!" "Tu non ti vedi mai allo specchio?" disse indispettita la nonna-lupo. "Nonnina, che fanali che hai!" "Si ... ! So' rimasta a vedere la televisione fino alle due di notte ieri sera!" "Nonnina ... e che capelli lunghi che hai!" "Il barbiere non ha fatto in tempo a passare stamattina!" replicò causticamente il lupo. "E che braccia lunghe che hai!" "Zampe! Si chiamano zampe, ignorante!" "E che alito puzzolente che hai, e che bocca grande!" "Oh ...!!! Cappucce', ma tu sei venuta per portare da mangiare o per criticare?!" disse alla fine il lupo che non ne poteva più di essere offeso. Cappuccetto Rosso tacque un attimo, poi per farsi perdonare disse : "E che bella coda che hai!" "Coda?... quale coda?" Fu allora che il lupo si accorse di aver lasciato la coda fuori dalle lenzuola e di

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essere stato scoperto. Nello stesso momento entrarono in casa la nonna ed il cacciatore (i due se la intendevano). "Al lupo!" gridò la nonna; "Al cacciatore!" gridò il lupo; "A chi!" gridò Fausto Leali; Cappuccetto Rosso non aveva nessuno a cui gridare e si stette zitta; il cacciatore invece puntò il fucile verso il lupo e sparò: colpì a un piede Cappuccetto Rosso che così poté gridare anche lei prendendosela con la mamma del cacciatore; il cacciatore mirò di nuovo alla testa del lupo e sparò questa volta sfiorando la nonna; con il terzo colpo centrò in pieno l'orologio a cù cù. "Ma con chi ce l'ha?" chiese il lupo a Cappuccetto Rosso. La nonna urlò inviperita: "Mira a me! Mira a me! Non sai che prendi il lupo!" Il cacciatore abbatté ancora il caminetto, il candelabro di cristallo, polverizzò un quadro di Matisse e centrò in pieno l'angelo custode di un signore che si trovava nel bosco a cercar funghi e che si era affacciato alla finestra sentendo tutto quel frastuono; l'angelo custode stramazzò al suolo e spirò durante il trasporto all'ospedale. Poi la nonna cominciò a bastonare violentemente sulla testa il cacciatore col manico dell'ombrello: "In quale poligono ti hanno insegnato a sparare, deficiente?!" Cappuccetto Rosso gridava al lupo "Mangiami!" ed al cacciatore "Sparami!", ma figuriamoci se il lupo ed il cacciatore la stavano a sentire. Nella confusione il lupo riuscì ad afferrare la dispensa che aveva portato Cappuccetto Rosso e schizzò fuori come un fulmine andandosi a piantare nella fiancata dell'ambulanza della Croce Rossa che nel frattempo era arrivata per soccorrere Cappuccetto Rosso; si rialzò e scutirizzato scutirizzato sparì nel bosco. Cappuccetto Rosso fu portata all'ospedale, fu curata da un bravo medico e guarì, poi si sposò con il bravo medico e fecero due figlie, Cappuccetto Rosso II tempo e Cappuccino Rosso. Il lupo riuscì a portare ai suoi cuccioli il panierino che Cappuccetto Rosso aveva portato alla nonna e così non dovettero più preoccuparsi di andare a cercare da mangiare per quattro generazioni. Il futuro della favola era salvo. Pure la nonna si è ripresa dallo spavento e mo’ sta meglio ....... ...... grazie! ..... va be’, ve la saluto! ..... da parte di chi devo dire? Al cacciatore invece gli hanno tolto il fucile e la patente di caccia; mo’ va in giro con la canna da pesca che così fa meno danni. Tutto è bene quel che finisce bene così le mamme possono continuare a raccontare ai bambini la sera quando vanno a letto la storia di Cappuccetto Rosso. Volevo vedere che cosa gli raccontavano se il cacciatore ammazzava il lupo o Cappuccetto Rosso!

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Ah .... a proposito, il nuovo angelo custode del signore che si trovava nel bosco a cercar funghi vuole essere assegnato ad un altro perchĂŠ dice che quel signore i funghi non solo non li conosce, ma pretende pure di farglieli assaggiare e lui non vuole rischiare di morire avvelenato per colpa di un cretino presuntuoso. 23 settembre 1993

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L'ULISSEA

Ulisse era un poco di buono, un altro poco era così così e il resto faceva completamente schifo. Già quando finì la guerra di Troia, mentre tutti gli altri se ne tornavano a casa, lui decise di partecipare al concorso ippico nazionale di galoppo per via del suo cavallo che diceva che era imbattibile, fatto sta che 'sto scemo di cavallo non superò nemmeno le eliminatorie: i giudici dissero che aveva le gambe un poco legnose. Ulisse fece ricorso al TAR Troia, ma lo perse perché giocava fuori casa, allora disse agli amici di uscire dal cavallo, fece lite e si offese con tutti i giudici e partì alla volta di Itaca per far ritorno a casa. Ma Ulisse non ne teneva proprio testa di tornare subito a casa e infatti fu l'ultimo dei greci a rivedere la Grecia tranne Omero che era cieco. Ulisse zigzagava contento nel Mediterraneo con la sua nave, e gli uomini dell'equipaggio si facevano un sedere così ai remi, ma a Ulisse che gliene fregava, tanto lui era il re. Ulisse si voleva godere la vita e dove vedeva una terra subito ci andava, in cerca di nuove avventure: qualche volta gli andava bene, qualche volta no, qualche volta si inguaiava di brutto, ma chi si inguaiava peggio erano sempre i suoi uomini costretti a seguirlo dappertutto anche se a malincuore: "Uli', ti vuoi ritirare a casa?" - "Uli', te la ricordi Itaca? Quant'era bella! Non la vuoi rivedere più?" - "Uli', amore di casa non ne tieni?" - "Uli', pensa alla famiglia, pensa a tua moglie!" Quando dicevano così, ancora di più a Ulisse gli passava la voglia di tornare a casa: "Uli', pensa a Irene Papas che ti sta aspettando!" E Ulisse sospirando ribatteva: "Magari! Quella è l'attrice della televisione!" La moglie di Ulisse si chiamava Penelope: ... 'na racchia che ti pigliava 'na goccia! In famiglia la chiamavano Cazzelope ... tanto era la stessa cosa. Perciò Ulisse non se ne voleva andare più quando aveva conosciuto Nausica, ma qualcuno aveva fatto la spia ed era andato a raccontarle che Ulisse era sposato ed in più aveva l'AIDS. Nausica aveva mandato a quel paese Ulisse che era stato costretto a ripartire alla volta di nuove avventure. Ci aveva provato anche con la maga Circe che per non essere disturbata aveva trasformato tutti gli amici di Ulisse in porci; con Ulisse non ce n'era stato bisogno perché lui era già porco. La maga Circe ce la mise tutta per trattenere Ulisse sulla sua isola: aveva cominciato a comprare in edicola i fascicoli settimanali del Kamasutra per aggiornarsi, gli preparava da mangiare cose buone, gli faceva le magie e gli

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faceva indovinare dov'è la carta che vince e la carta che perde, ma Ulisse non era il tipo che resisteva più di tanto nello stesso posto e un bel giorno si fece cambiare i maiali in amici e le dracme in dollari che valevano di più e partì per non si sa dove. Gli amici ritornarono a buttare il sangue sui remi e molti rimpiansero di non essere rimasti maiali che almeno 'na manciata di fragne senza lavorare non gliela toglieva nessuno. Quelli che non rimpiansero di essere rimasti maiali erano quelli che si trovavano con una gamba di meno perché alla maga Circe, e a Ulisse pure, piaceva il prosciutto. E arrivarono dalle sirene. Le sirene erano delle stravaganze della natura mezze donne e mezze merluzzi e cantavano, cantavano, cantavano ... e non si stancavano mai. Che poi, come cazzo facevano a cantare sott'acqua resta un mistero, ma abbiamo detto che erano delle stravaganze della natura per cui tutto è possibile. Si diceva che la parte donna delle sirene fosse bellissima e che attirassero tutti gli uomini che si trovavano a passare da quelle parti che non capivano più niente e si buttavano in acqua; allora subentrava la parte merluzzo che si mangiava quei cretini che si erano buttati in acqua attratti dalla parte donna. Ulisse, tanto era fesso, che mise la cera nelle orecchie dei suoi compagni e poi si fece legare all'albero maestro della nave. Inevitabilmente quando le sirene si mostrarono tutti si buttarono in acqua e Ulisse rimase legato all'albero come un salame. "Le bende agli occhi dovevi mettere, cretino, non la cera nelle orecchie!" pensò. Ulisse si vide perso notando il mare tingersi di rosso, segno inequivocabile che i merluzzi avevano gradito: "E mo’ ... chi mi slega? Morirò di fame, di sete, di insolazione legato a questo maledetto palo della tortura!" "Non morirai se sarai carino con noi!" Ulisse si girò e vide dodici dei suoi compagni. Prima si rallegrò, poi disse: "... E tutti ricchioni so' su questa nave?!" Raggiunsero un compromesso e Ulisse riuscì a salvarsi dicendo ai suoi uomini o giù di lì che siccome erano rimasti in pochi, si sarebbero fatto un culo così lo stesso sui remi. Quelli, per fortuna di Ulisse, furono contenti e accettarono, ma da quel momento Ulisse non fu più tanto tranquillo e la notte si chiudeva a chiave nella sua stanza. ... E quando arrivarono sull'isola dei ciclopi?! ... Che altro casino successe allora! I ciclopi erano dei sorta di santantoni che non finivano più, solo che siccome il Padreterno aveva abbondato nelle dimensioni non gli era rimasta materia sufficiente per fare tutti i pezzi; così, anziché due, gli aveva fatto un occhio solo, ma al centro della fronte, cosicché i ciclopi non potevano ottenere la licenza di caccia perché come facevano per prendere la mira e chiudevano un occhio automaticamente non sapevano più dove cazzo sparavano. I ciclopi erano anche molto intransigenti perché non potevano chiudere un occhio e non potevano

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tenere mobili preziosi in casa perché costavano un occhio della testa: ... e che se ne facevano se poi non se li potevano godere!? Per la verità, quando entrarono nella caverna di Polifemo, qualche cosa di strano c'era: il letto non finiva mai, il tavolo era un campo di pallone, per salire su una sedia ci voleva la scala, la vasca da bagno era una piscina olimpionica, ma mai e poi mai potevano pensare quello che era. Tant'è vero che dopo essersi strafocati di mangiare a sgroscio, Ulisse che era furbo e poco di buono come abbiamo già detto, propose ai compagni di aspettare il ritorno del padrone di casa per rapinarlo. Disse ai suoi uomini di procurargli un bastone perché si sarebbe appostato dietro la porta: quando arrivava il padrone di casa, come apriva la porta, 'na botta in testa, lo rapinavano e se ne scappavano. E arrivò il padrone di casa. Come aprì la porta Ulisse subito colpì. "Chi t'è stravivo...!!!" esclamò Polifemo massaggiandosi il ginocchio; poi si chinò, raccolse il bastone da terra, squadrò serioso ad uno ad uno tutti i presenti tremanti di paura e finalmente esclamò: "Di chi è questo?" Un uomo venne fuori dal suo improvvisato nascondiglio e con voce tremante esclamò: "E' suo!" indicando Ulisse. Un altro uomo venne fuori da dietro un comodino ed anche lui con voce insicura disse indicando il suo capo: "E' suo!" Un altro uomo ancora, emergendo da dentro una cassa ripeté: "E' suo!" sempre indicando Ulisse. Un altro ancora venendo fuori da dietro una tenda: "E' suo!"; poi un altro: "E' suo!", un altro ancora: "E' suo!". Alla fine tutti avevano confessato. Polifemo fissò con uno sguardo di fuoco Ulisse e gli chiese: "E tu chi sei?" Ulisse, verde di paura, trovò la forza di balbettare terrorizzato: "Ormai non sono più nessuno; ho perso tutti i miei soldi alle corse dei cavalli, non trovo più la strada di casa, ho saputo che mia moglie se la fa con i Proci, 'sti stronzi hanno fatto i ruffiani, probabilmente adesso mi farai un culo così ..." "E che t'aspettavi, 'na medaglia?" replicò Polifemo, dopodiché incominciò a rincorrere zoppicando Ulisse per la casa: "Se t'acchiappo ti faccio a pezzettini!" C'hai presente Tom e Jerry ... uguale! Polifemo inseguiva Ulisse buttando per aria tutto quello che si parava davanti e Ulisse correva come un disperato cercando di frammettere tra lui e il ciclope quante più cose era possibile. Polifemo era una furia, ma fortunatamente per Ulisse non aveva una grande resistenza. Polifemo, col fiatone, si fermò, guardò l'orologio: "Le otto e mezza, mado', la partita! ... Inter-Real Madrid! ... oh! Mo’ vediamoci la partita, poi riprendiamo!" e accese il televisore.

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"Mooooooh ... !!! ... e che è ... il cinematografo!? - dissero gli uomini di Ulisse Moooocc'alla televisione quant'è!" Nell'intervallo della partita Polifemo, rivolgendosi ad Ulisse, disse: "Ad uno ad uno vi mangerò tutti, e tu sarai l'ultimo! Chi vuole essere il primo?" "Mangiati a quello stronzo che ha detto a Nausica che c'avevo l'AIDS per piacere!" disse Ulisse. "Non fare lo spiritoso!" disse Polifemo. "Non vogliamo essere mangiati - si misero a piangere i compagni di Ulisse tutti in coro - non ci piaaaace!" "Beh, mo’ non rompete e finiamoci di vedere la partita, poi si pensa!" E fu allora che siccome la partita era pallosa Ulisse fu folgorato da un altro lampo di furbizia: "Mo sai che facciamo? Prendiamo un zippo, lo appuntiamo ... no, lo appuntoliamo, ... cioè ... lo app ... endiamo ..." "Lo facciamo a punta!" suggerì uno. "Sì! ... proprio così - disse Ulisse - e poi ..." "... Gli facciamo il solletico!" intervenne ironicamente quello di prima che aggiunse: "Ma l'hai visto quant'è!? Là, un tronco ci vuole, altro che un zippo!" "E va beeene! Prendiamo un tronco, - disse seccato Ulisse che odiava essere contraddetto - poi lo facciamo a punta e glielo ficchiamo nell'occhio." Tutti furono d'accordo. "Mo, se non riesce, dite un'altra volta che sono stato io, stronzi!" ammonì severamente Ulisse. E così fecero. "Uno, due, tre ... viaaaaa!!! .............Olèèèè! ... Centrato! ... Urrààà!" "L'animaccia vostra! - gridò Polifemo - ... proprio mo’ che stavano battendo il rigore!" Poi cominciò ad urlare pure per il dolore e le pareti della caverna tremarono. Ulisse e i suoi compagni, senza aspettare di vedere come andava a finire la partita, scapparono via verso la nave che avevano nascosto nel porto di Savelletri. Mo' qualcuno giustamente potrebbe dire: Ma non se ne potevano scappare prima, quando Polifemo si stava vedendo la partita in grazia di Dio? Mica aveva chiuso la porta! Che bisogno c'era di accecarlo? Quello già era disgraziato che aveva un occhio solo e gli mancava pure qualche altra cosa per via dello spreco che il Padreterno aveva fatto con le dimensioni gigantesche e poi non s'era trovato più ai conti e aveva dovuto risparmiare nelle rifiniture e nei particolari ... (cazzo! ... chiamali particolari!). E invece no. Se non lo accecavano Polifemo si sarebbe potuto mettere ad urlare? E se Polifemo non si fosse messo ad urlare gli altri ciclopi gli avrebbero potuto chiedere che cos'era successo? E se gli altri ciclopi non gli avessero chiesto cos'era successo Polifemo avrebbe

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potuto rispondere dicendo che lo avevano accecato? E se Polifemo non diceva che lo avevano accecato gli altri ciclopi gli avrebbero potuto chiedere chi era stato? E se i ciclopi non gli avessero chiesto chi era stato, Polifemo avrebbe potuto rispondere che era stato ... Ma chi era stato? ... A conti fatti Polifemo mica lo sapeva! Noi lo sappiamo, ma Polifemo no, ... manco quella soddisfazione! E allora il dialogo tra Polifemo e gli altri ciclopi più o meno andò così: - Polifemo: "Ahi, ahi, ahi! ... ohi, ohi, ohi! ... poverammé! ... " (eccetera eccetera; lamenti insomma) - Altri ciclopi: "Che t'ha preso, Polife'!? Mangia di meno la sera!" - Polifemo: "Ma quale mangia di meno! M'hanno accecato!" - Altri ciclopi: "T'hanno accecato!? ... E chi è stato?" - Polifemo: "Un grandissimo stronzo!!!" - Altri ciclopi: "Grandissimo?! ... Più grande di te?" - Polifemo: "Macché!!! ... Dalle ginocchia mi andava!" - Altri ciclopi: "Moh, Polife' ... ma vaffanculo! ... Bevi di meno allora la sera!" Per la cronaca Polife' era il diminutivo di Polifemo che era il diminutivo di Polifemore che era il soprannome del ciclope che quand'era piccolo s'era spezzato quattro volte il femore della stessa gamba cadendo dal seggiolone. Ogni volta che Polifemo cadeva dal seggiolone c'era il terremoto in Grecia perciò i greci avevano mandato a dire, disperati, alla mamma di Polifemo: "Leeeeegalo!!!" Nel frattempo Ulisse e i suoi compagni erano riusciti a raggiungere la nave e salparono per Itaca. Ma un altro guaio li aspettava. Ulisse, non so dove, aveva ricevuto da Eolo, dio dei venti, un capasone con dentro tutti i venti. Insieme al capasone Ulisse aveva ricevuto la raccomandazione di non sollevare mai il coperchio perché se no i venti sarebbero fuorusciti e avrebbero scatenato la più tremenda delle tempeste. Ulisse aveva cercato di rifiutare il dono dicendo ad Eolo: "Tienitelo tu il capasone! Che cazzo me ne devo fare?! Dammi un'altra cosa, denaro, oro, diamanti, roba da mangiare ... ma con un capasone di venti ... a chi lo piazzo?!" Alla fine però, ancora Eolo si offendeva, Ulisse si era pigliato il capasone e se l'era portato sulla nave. Non vuoi che sulla nave stava pure un cugino di San Tommaso che non ci credeva se non metteva il dito. Uhè ........ mise il dito quel cretino! Scoperchiò il capasone (poi disse che si pensava che stavano le olive alla calce dentro) e i venti che stavano ammassati l'uno sull'altro, stretti stretti, senza che potevano respirare, si precipitarono tutti fuori e fu la più grande tempesta che la storia ricordi: lo scirocco voleva andare da una parte, il maestrale dall'altra, la tramontana da un'altra parte ancora; solo il grecale voleva andare in Grecia; la nave veniva tirata mo’ a destra mo’ a sinistra, mo’ sopra mo’ sotto. Alla fine si capovolse e morirono tutti ma Ulisse no

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perché, si sa, gli stronzi galleggiano sempre. Su una zattera che gli aveva prestato Ambrogio Fogar finalmente Ulisse scorse la terra dopo tre giorni che stava a mollo: "Terra! Terra!" gridò felice. ... Che cacchio gridi se stai da solo sulla zattera! Ulisse si scusò e con tono di voce normale disse “terra, terra” ma senza più entusiasmo perché abbiamo già detto che gli scocciava essere contraddetto. Come arrivò sulla terra trovò un cartello: BENVENUTI A ITACA. "Finalmente a casa!" pensò Ulisse piangendo ma non di gioia. Trovò un viandante e furono due viandanti perché anche lui andava viandando; comunque dal viandante ebbe conferma che i Proci si erano insediati nella sua reggia. Ulisse pensò: "Se hanno messo mano alla collezione di Tex e Zagor ... poveri a loro!" Poi si travestì da mendicante cencioso e puzzolente, e il travestimento gli riuscì benissimo anche se non si impegnò molto tanto faceva schifo in originale, e si recò dove più o meno si ricordava che stava la sua reggia. Per strada incontrò il suo cane Argo che come lo vide morì non si sa se per la puzza, la vecchiaia o per il dolore di aver visto il suo padrone ridotto in quello stato. Poi arrivò alla reggia dove si stava tenendo un'esibizione di tiro con l'arco. Siccome Penelope aveva finalmente finito di tessere la tela che tesseva di giorno e sfilava di notte perché non ce la faceva più e voleva dopo tredici anni andare finalmente a dormire, aveva proposto ai Proci di fare una gara: chi riusciva a tendere l'arco che era stato di Ulisse se la sarebbe sposata. Nessuno ci riuscì fin quando il mendicante che nessuno aveva riconosciuto chiese di poter provare anche lui. Tutti i presenti si misero a ridere; agli assenti glielo raccontarono e si misero a ridere il giorno dopo. Ulisse prese l'arco con la mano sinistra, una freccia con l'altra mano, infilò delicatamente la tacca della parte posteriore della freccia sulla corda tesa, poggiò la freccia sul pugno sinistro che reggeva l'arco facendola aderire allo stesso arco, si guardò intorno e sorrise con disprezzo. D'un tratto tese l'arco che si spezzò e gli andò a sbattere con violenza nei denti rompendogli tra l'altro il labbro superiore e procurandogli ecchimosi multiple sul volto, graffi e un occhio che annerì a tempo di record. "Ulisse è tornato! - dissero tutti - solo a lui poteva succedere!" Poi la storia di Ulisse si fa confusa perché avrebbe dovuto uccidere tutti i Proci a uno a uno con l'arco che sapeva tendere solo lui, ma quel cretino lo aveva rotto. Chiese ai Proci se aspettavano, che lui andava a ripararlo e tornava subito, ma quelli avevano tutti da fare e se ne andarono, semmai tornavano più tardi, ma non tornò nessuno e Ulisse là sta ancora ad aspettare. Penelope intanto si è rimessa a fare la tela: la tesse di giorno e la sfila di notte perché ha saputo che Ulisse se la intendeva con Nausica e gli ha detto di non azzardarsi a toccarla fin quando non avrà finito di tessere.

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Ulisse si sta ancora chiedendo chi è che ha fatto la spia se sono tutti morti quando il cugino di San Tommaso ha aperto il capasone dei venti: ... Vuoi vedere che quello stronzo che aveva detto a Nausica che Ulisse era sposato e aveva l'AIDS si è salvato!!!!!! novembre 1993

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I RE MAGI Tanto per incominciare i tre re magi erano quattro! C'è poco da ridere, erano proprio quattro: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre e Pescasseroli. Come seppero la notizia che stava per nascere il re dei re subito dissero: "Finalmente! Così i nostri popoli non ci romperanno più le scatole con l'inflazione, la disoccupazione, tangentopoli, la mafia, l'aumento delle tasse e se la sbatte lui. Andiamo ad omaggiarlo e così gli passiamo le consegne." E d'altronde, con i nomi che si trovavano, erano re senza futuro e senza speranza; dove si dovevano presentare?! ..... ma voi ve l'immaginate Baldassarre XIV che dice che sul suo regno non tramonta mai il sole? .... e le sei mogli di Melchiorre VIII .... ma peeeeerpiaaaaacere!!! Con quei nomi solo i re magi potevano fare! Incominciarono i preparativi per la partenza: un re ... mago ...? ... magio ...? ... maggio ...? ... Gaspare ... va, disse: "Che gli dobbiamo portare?" Melchiorre immediatamente rispose: "Io porto l'incenso!" e se ne uscì con poco danno. Baldassarre disse: "Io porto la mirra!" "E che è?" dissero gli altri re magi. "Booooh! Io la porto lo stesso." A Gaspare toccò portare l'oro e fu quello che andò peggio. Pescasseroli disse: "E io che porto?" "Tu porta le cose da bere e l'insalata!" risposero gli altri. Il giorno prima della partenza i re magi andarono all'agenzia turistica per fare i biglietti ma Pescasseroli fece sapere che non poteva partire più perché erano venute visite. Gaspare chiese quanto costava il biglietto e la gente di viaggio chiese come dovevano partire ma siccome erano assai a rispondere nessuno capì niente. "Gaspari', fa' fa' a me!" disse Melchiorre che era il più sveglio e chiese all'agente di viaggio, non più alla gente di viaggio, e questa volta la risposta la capirono tutti solo che non era una risposta, era un’altra domanda: "Dove dovete andare?" "A Betlemme!" "E con che cosa volete viaggiare?" "A piedi!" "Siete cretini o fate finta? ... Volete pagare il biglietto per andare a Betlemme a piedi?!" "E se prendiamo il cammello?" "Il cammello di chi?" "I nostri!" L'impiegato dell'agenzia di viaggi capì perché esistono i paesi del terzo mondo,

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anzi si meravigliò che con quei regnanti non esistessero anche i paesi dell'altro mondo, dopodiché spinse fuori dall'ufficio con il maggior garbo possibile i re magi sbattendo loro violentemente la porta in faccia. Gaspare sfilò delicatamente la mano che aveva messo, sorridendo sicuro del fatto suo, nel vano della porta per impedirne la chiusura, solo che adesso non sorrideva più. Sull'atlante geografico De Agostini i re magi disegnarono l'itinerario che avrebbero dovuto seguire per raggiungere Betlemme e il giorno dopo partirono gratis. Il primo giorno si persero. Fu facile ritrovarli, bastò seguire la scia del profumo dell'incenso che Melchiorre si portava appresso per regalarlo a Gesù Bambino. Il secondo giorno si persero di nuovo perché per un attimo Baldassarre abbassò il braccio con cui teneva puntato con il dito da due giorni il posto dove stavano andando. Il Signore Dio li rimise sulla retta via e gli mandò a dire con un angelo di seguire la stella cometa. ...Non vuoi che quelli si mettono a seguire la cometa di Halley!!! La cometa di Halley passa da vicino la terra non so ogni quanti anni e i re magi le andarono dietro. Gesù Bambino cominciava a preoccuparsi che questi cretini non arrivavano, non tanto per loro quanto per l'oro, cioè non tanto per i re magi quanto per il prezioso metallo che Gaspare gli doveva regalare. Gesù Bambino disse: "Papà, vedi se li rintracci tu che puoi tutto!" San Giuseppe disse: "Oh ... non ci vai bene? Dove te li devo andare a trovare quei deficienti?!" Gesù Bambino disse di nuovo: "Non ce l'ho con te! Ce l'ho con quell'altro papà!" San Giuseppe prima si tranquillizzò poi si preoccupò e chiese alla Madonna se il bambino stava bene. Dio sentì ed andò a recuperare i re magi in una sperduta galassia che se la stavano prendendo con Melchiorre che, a detta di Gaspare e Baldassarre, gli aveva fatto sbagliare strada; i cammelli se li erano mangiati per fame e mo’ stavano a piedi. Dio gli mandò un'altra stella cometa. ..... Taaaanta era! ..... quanto la capa loro! Per sicurezza gli scrisse pure sulla coda ‘FOLLOW ME’ e gli disse che di deficienti ne aveva conosciuti ma a quel livello non era mai arrivato nessuno. I re magi seguirono la stella cometa 'FOLLOW ME' e finalmente arrivarono a Betlemme. Quando arrivarono a Betlemme non c'era nessuno. Dopo una giornata persa inutilmente a cercare Gesù Bambino incontrarono una famigliola: madre, figlio e padre che stavano raccogliendo la legna. Baldassarre educatamente chiese: "Scusa buona donna, sai dirci ..... DOVE CAZZO STA' la grotta di Gesù Bambino?" "Sorry! I'm not from Bethlem, I don't know! I don't speak ... (?) ... I don't speak ... what!!!??? Ask him, ask him, he knows." disse la donna indicando il

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suo ragazzo e Baldassarre chiese di nuovo: "Scusa figlio di buona donna, sai ........" Non poté aggiungere altro, la sua bocca fu riempita interamente da un violentissimo pugno scagliato a velocità supersonica dalla mamma che ..... meno male che non capiva! I re magi dovettero riprendere le ricerche da soli e verso sera finalmente trovarono una grotta, appena fuori in periferia, simile a quella che Dio gli aveva detto di cercare quando gli aveva mandato la seconda stella cometa. Ma la grotta era stata abbandonata da tanto tempo, segni inequivocabili erano le ragnatele che la riempivano in ogni angolo. I re magi tornarono a Betlemme città e cominciarono a chiedere informazioni, ma alle donne no: "Dov'è la grotta di Gesù Bambino?" "E chi è Gesù Bambino?" rispondevano. "Conoscete la Madonna e San Giuseppe?" "Chi è che dobbiamo conoscere?" "San Giuseppe, il falegname!" "Il falegname?! E dove stanno più i falegnami?! Mo' è tutta produzione industriale! Se vi serve un falegname andate alla Metromobili o alla Mobiltre, vedrete che quello che vi serve lo trovate, c'hanno tutto!" "Ma a noi ci serve Gesù Bambino!" "Ancora! E chi è 'sto Gesù Bambino?" "Oh madonna! Ma dove diavolo siamo andati a finire? - si chiesero preoccupati i re magi - è Betlemme qua?" "Certo che è Betlemme! Che doveva essere?" "E che giorno è oggi? Perché non c'è nessuno in giro?" "Stanno tutti a vedere la partita!" "La partita? E che è la partita?" "Aho! ... Ma voi da dove venite? ... E che andate facendo vestiti così? Da quale manicomio siete scappati? ... Aho! ... Gente! ....... chiamate la polizia e i carabinieri! Stanno qua i pazzi scappati dall'ospedale psichiatrico che diceva la televisione ieri sera!!!!" "Televisione?!?! ....... e che è la televisione?! - si chiedevano sempre più preoccupati i re magi - ....... e che è quella cosa di ferro che è passata correndo con una persona dentro facendo tutto quel casino?" "Nooooo! .... quella è mia moglie che sta portando la macchina dal meccanico! Non vi preoccupate, s'è solo rotta la marmitta!" "Macchina? Meccanico? Marmitta? ........ Aiuto!!!!!!!" gridarono oramai in preda al panico i re magi. "Oh, ma basta che è possibile che nel 1993 devono ancora andare in giro dei pazzi come questi!" disse uno. "1993 ....!? ... Come 1993?! - fecero i re magi - volete dire che siamo nel 1993 per caso?" "No! No per caso! L'anno scorso era il 1992 e mo’ è il 1993, quale per caso! Per

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progressione numerica! L'anno prossimo sarà il 1994, è ovvio!" "E grazie che non trovavamo la grotta con Gesù Bambino! - sbottò Baldassarre - siamo arrivati tardi!" "Taaardi?! - disse Gaspare - siamo arrivati con duemila anni di ritardo, altro che tardi!" "Grazie ... ! - sentenziò Melchiorre - piglia e torni a piedi dalla lontana galassia dove eravamo andati a finire seguendo la cometa di Halley!" 4 Dicembre 1993

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L'ULTIMA CENA Gesù e gli apostoli il venerdì sera avevano l'usanza di andare tutti insieme a cena al 'Rifugio dei ghiottoni 2'. Anche quel venerdì, come al solito, c'erano tutti. Entrati nel locale presero posto, dopodiché Gesù solennemente disse: "Ragazzi ... è l'ultima volta! dalla settimana prossima niente più gozzovigli; questa è l'ultima cena." San Pietro pensò: "Mo' è che gli ha fatto male qualche cosa un'altra volta!" Gesù chiamò la cameriera e fece apparecchiare il solito tavolo, ma questa volta anziché metterlo per lungo fece unire due tavoli uno di fianco all'altro cosicché ne venne fuori un tavolo più grande di forma quadrata. "Così stiamo tutti più vicini e vi posso guardare bene in faccia!" sogghignò. Giuda trasalì. Siccome era l'ultima cena Gesù disse: "Stasera sbafiamo pure, tanto poi non ne avremo più occasione .... e poi ... stasera paga Giuda!” Poi si rivolse a Giuda e con l'aria di chi la sa lunga disse: "Hai fatto soldi no? Lo sappiamo che hai incassato trenta denari!" Giuda rispose: "Veramente sono ventinove! Uno l'ho dato alla guida turistica quando siamo andati al cimitero per risuscitare Lazzaro. Comunque pago io, non ti preoccupare!" Dopodiché ordinarono la vita eterna ..... tanto pagava Giuda. Parmigiana, pasta al forno, orecchiette con le cime di rapa, spaghetti con le cozze, risotto ai quattro formaggi, tacchino ripieno, pollo allo spiedo, coniglio alla cacciatora, arrosto misto, capretto in umido, fegato alla veneziana, costate di maiale ai ferri, sottaceti, sottoli vari, peperoni ripieni, fagiolini, insalata russa, dolce, frutta e due grissini per mantenere la linea. Prima di incominciare Gesù invitò gli apostoli ad alzarsi per dire la preghiera: "Ripetete con me!" disse: "Signore non son degno, di sedere alla tua tavola ... "E che cazzo siamo venuti a fare!?" dissero in coro gli apostoli. "Oh ... ! Abbell’ bell’ Signo’!" disse San Giacomo. "Quanto siete spiritosi!" disse Gesù che continuò la preghiera da solo: "ma dì soltanto una parola ...” "che noi ci alziamo e ce ne torniamo da dove siamo venuti!" continuarono gli apostoli risentiti;

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"... che l'anima mia sarà salvata." finì la preghiera Gesù che fulminò con uno sguardo severo tutti i commensali. La cameriera cominciò a portare ciò che era stato ordinato e metteva ogni cosa al centro del tavolo quadrato: ognuno attingeva dal piatto di portata; solo San Tommaso che era basso e aveva le braccia più corte non arrivava a prendere niente: "Nun s' mang' nudd' a stu' cazz' de tavul'!" disse. Gesù gli gridò: "Mena le mani, stupido!" Quando arrivò di nuovo la cameriera San Tommaso menò le mani e la cameriera menò San Tommaso che si beccò il solito maxicazzottone nei denti perché la cameriera c'aveva da fare. E volevo vedere se stava 'na volta che uno non si faceva niente in queste storie! 'na cosa 'na cosa a qualcuno gli doveva sempre succedere! Gesù intimò a San Tommaso di chiedere scusa alla cameriera; San Tommaso lo fece dopodiché le ordinò un brodino vegetale e un succo di frutta tanto lui aveva già finito di mangiare prima di incominciare. A un certo punto Gesù si alzò in piedi, prese il pane, lo benedisse, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: "Prendete e mangiatene tutti ......... come lo fanno al forno a legna di Mengodda non lo fanno da nessun'altra parte!" Gesù e gli apostoli mangiavano come dannati e la cameriera andava e veniva in continuazione; per contorno avevano preso patate fritte, melanzane sott'olio, insalata mista e funghi. Quando arrivarono i contorni Giuda guardò con diffidenza i funghi, poi chiese a Gesù: "Li vuoi assaggiare tu, maestro? Tanto ... o in un modo o nell'altro ... tra massimo una settimana è tutto finito ... no?" Gesù lo guardò con commiserazione: "Stai tranquillo! Te li puoi mangiare! Li ha raccolti l'autore e quello raccoglie soltanto i funghi che conosce!" Dopo un po' Gesù si alzò di nuovo e cominciò: "Agnello di Dio ....." "Agnello ... !? Da mo’ è che è finito!" fece San Pietro. Continuarono a strafocare come ... come a che! ... solo San Tommaso, con gli occhi pieni di lacrime, aspirava lentamente con una cannuccia il suo brodo vegetale dalla tazza; in compenso i denti avevano smesso di sanguinare anche se ancora tintinnavano tutti e gli facevano male. Il Signore si alzò di nuovo, prese il calice, lo benedisse, lo alzò al cielo e disse: "Prendete e bevetene tutti, questo è il sangue ..." Gli apostoli vomitarono pure l'anima e dissero a Gesù che sarà che si doveva stare fermo e zitto e mangiare. Continuarono a mangiare a sette ganasce come se nulla fosse, anzi mo stavano

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pure più leggeri: "Passami il sale!" "Assaggia 'sto fagiano farcito!" "Mi passi 'na polpetta per piacere?" "San Pie', dammi la coppa dell'insalata, scusa!" "Ohhhh! ... 'na fetta di prosciutto me la date o no?" "Come so' 'ste braciole!!! ... E che ti mangi!" Verso le undici Gesù si alzò di nuovo e disse: "E' ora che io vada, il padre mi chiama." "Io non sento niente!" disse San Giovanni. "E non lo potevi dire a casa che stavi con noi e facevi più tardi stasera? T'accompagnavamo noi, poi!" "Non avete capito niente! - disse Gesù che aggiunse - non è questo il mio regno, il mio è il regno dei cieli!" "Ma quanto vino s'è bevuto?" chiese preoccupato San Pietro. Gesù, che si accingeva a incominciare la preghiera del ringraziamento disse: "Orate frates!" "Mooooohhhhh! ... Pure il pesce sta!" dissero gli apostoli. "Ma andate a quel paese!" disse Gesù che si alzò ed uscì aggiungendo che andava nell'orto di Getzemani a pregare e non voleva essere disturbato. Poi ricordò a Giuda di pagare il conto. "Quando finite - infine disse - raggiungetemi nell'orto." "Shi, che coshì shi manshiamo pure un'inshalata di pomodori e una shpremuta di aranshe!" fece lo spiritoso San Tommaso coi denti che 'n altro poco se ne cadevano. Alla fine, verso le due di notte, carichi a pezzi, gli apostoli raggiunsero Gesù nell'orto e là stavano i soldati romani che erano tre ore che aspettavano Giuda che doveva baciare Gesù se no non se lo potevano portare. Giuda lo baciò e Gesù si trasformò subito in un bellissimo ranocchio che con un balzo si tuffò nello stagno non prima però di aver gridato con tutto il fiato che aveva in corpo ai romani: "Naaaaaaaa!!! ..... Beccatevi questo!" 5 Dicembre 1993

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IL SACRIFICIO DI ABRAMO Il popolo ebreo era il popolo prediletto da Dio e questo lo sapevamo già, ciò che non sappiamo è da quando e perché. C'era una volta Abramo che era un pastore ebreo. Abramo aveva un figlio che si chiamava Isacco. Isacco era un figlio di pastore ebreo. Abramo e Isacco avevano delle capre. Pure le capre erano ebree e pure il cane che faceva la guardia alle capre. Una notte il Signore Dio andò in sogno anche ad Abramo. Che cavolo faceva il Signore la notte non è dato sapere certo è che andava sempre a sfottere qualcuno. Abramo, manco lo dobbiamo dire, si svegliò di soprassalto senza fare danni perché dormiva all'aperto. Il Signore disse ad Abramo: "Domani, quando porti le capre a pascolare sulla montagna, portati appresso Isacco che lo dobbiamo ammazzare; mi raccomando, non ti dimenticare e non glielo dire che gli dobbiamo fare una sorpresa." Abramo disse: "Obbedisco!" plagiando spudoratamente la risposta di Garibaldi a Vittorio Emanuele a Teano di qualche anno dopo, poi si fece un nodo al fazzoletto e pensò: "Chissà che ha combinato quel disgraziato! Ci vuole proprio una bella punizione!" Poi Dio non si trattenne perché doveva andare da Noè e allora Abramo cercò di riaddormentarsi, ma non ci riuscì: sai com'è quando ti svegliano!? ... E poi, il nodo al fazzoletto gli dava fastidio perché si era messo il fazzoletto in tasca e si era coricato di fianco, proprio sul nodo. La mattina dopo, mezzo rincoglionito, Abramo andò da Isacco e gli disse di prepararsi perché doveva andare sui monti a pascolare con lui: "Non fare colazione, tanto non ne vale la pena!" aggiunse. Abramo e Isacco partirono; dopo due ore tornarono perché si erano dimenticati le capre. Ripartirono con le capre. Verso mezzogiorno arrivarono al pascolo, lasciarono le capre con il cane da guardia e si inerpicarono verso un punto più alto della montagna perché così il Signore si vedeva meglio lo spettacolo. Il Signore parlò in modo che lo potesse sentire solo Abramo: "Lega Isacco su quel grande masso!" Abramo, che era un poco duro d'orecchi non capì ed il Signore ripeté: "T'ho detto di legare Isacco su quel grande masso!" "Com'è che hai detto?" chiese di nuovo Abramo. Un signore che stava cercando funghi spiegò ad Abramo che cosa aveva detto Dio, ma siccome era balbuziente Abramo non capì niente lo stesso; meno male che stava una contadina che stava raccogliendo le olive che chiese al marito se era vero che aveva sentito che qualcuno diceva di legare Isacco sul grande manzo; un altro contadino corresse la signora:

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"Ha detto masso!" Un cacciatore che stava da quelle parti intervenne dicendo che pure a lui era sembrato che la voce avesse detto di legare Isacco sul manzo, ma una squadra di tagliaboschi confermò che Isacco doveva essere legato sul masso. Alla fine quello che doveva sentire soltanto Abramo lo sapevano tutti, pure le capre. Abramo si avvicinò al masso e vi legò Isacco. La voce misteriosa parlò di nuovo e disse: "Prendi il coltello e trafiggigli il cuore!" Abramo chiese se il cuore stava a sinistra o a destra. Ci fu un consulto generale al quale parteciparono Dio, Abramo, il cacciatore, i tagliaboschi, la contadina che stava raccogliendo le olive con il marito, l'altro contadino, qualche capra più istruita e Barnard, il famoso chirurgo. Visto che non riuscivano a mettersi d'accordo giacché Dio sosteneva che il cuore stava a sinistra e gridava: "Ohhh! ... e lo volete sapere meglio di me che l'ho fatto, l'uomo", mentre Barnard diceva che stava a destra asserendo: "Ma lo sapete quanti trapianti di cuore ho fatto?!" lo chiesero direttamente a Isacco. Isacco si buttò a indovinare e vinse l'orsacchiotto di peluche; solo che non mi ricordo più dov'è che disse che stava il cuore; comunque la cosa ha poca importanza perché Abramo s'era scordato il coltello dove aveva lasciato le capre. Dio disse ad Abramo che si doveva fare una cura di fosforo e poi chiese: "E mo’, che facciamo?" Isacco suggerì di aspettare l'alta marea così moriva affogato ma la proposta fu subito bocciata perché a 25OO metri ..... quando arrivava l'alta marea!? Il cacciatore si rifiutò di prestare il fucile ad Abramo perché aveva poche cartucce, ma era una scusa, ed Abramo fu così costretto a ritornare dove aveva lasciato le capre per prendere il coltello. Ma erano venuti i ladri che non avevano rubato niente se non il panino e il coltello di Abramo. Abramo allora fece una corsa a casa, prese un coltello dalla lavastoviglie, lo lavò accuratamente ancora il figlio si prendeva qualche malattia e dopo quattro ore tornò sulla montagna pensando: “Che cazzo li metto a fare i coltelli nella lavastoviglie se poi li devo lavare di nuovo accuratamente?” Quando finalmente Abramo ritornò sulla montagna il Signore lo mise alla prova e disse: "Colpisci dritto al cuore!" Abramo si assicurò che il cuore stava sempre dove lo aveva lasciato prima di andare a prendere il coltello e poi prese la rincorsa. Il Signore pensò: "Vuoi vedere che questo cretino lo ammazza veramente!?" Fu allora che Dio capì che quel popolo lo doveva proteggere standogli dietro

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azzeccato azzeccato, poi gridò: "Fermati deficiente!" Abramo si fermò appena in tempo con la lama del coltello che era arrivata a non più di cinque centimetri dal corpo di Isacco che stava raccontando barzellette al cacciatore, tanto lo sapeva come andava a finire perché già lo aveva letto nella Bibbia. Dio disse ad Abramo: "Oh!!! ... Ma che sei scemo? ... E che lo ammazzi veramente a Isacco?!" Abramo ribatté: "Oh, con te non si capisce mai niente! Non sai mai quando devi fare quello che dici di fare e quando non lo devi fare! ...e poi ... m'hai fatto andare a prendere il coltello, mo’ usiamolo! ... Io lo stavo facendo per dimostrarti che ti sono fedele!" "Ma quale fedele! - lo interruppe Dio - quanto sei stronzo mi stavi dimostrando!" Poi un poco scocciato aggiunse: "Vedi se sleghi Isacco e vatti a procurare un caprone, fallo con quello il sacrificio, idiota!" Abramo si era iscritto a un corso per fare i nodi in tutti i modi possibili e immaginabili, ma non aveva seguito l'ultima lezione, quella su come si scioglievano tutti i nodi che avevano fatto nelle lezioni precedenti, motivo per cui, malgrado innumerevoli tentativi Isacco rimaneva legato come un salame. Con il coltello Abramo allora tagliò le mani e i piedi di Isacco che finalmente fu libero: "La prossima volta ti ammazzo veramente se metti di nuovo il tubetto della crema delle scarpe al posto del dentifricio!" disse poi al figlio. Abramo mise di nuovo la strada sotto i piedi e ritornò al gregge per prendere il caprone per fare il sacrificio. "Beh! ... Che vuoi mo’?" disse il caprone ..... (E che doveva dire Miao!?) Abramo intimò: "Il Signore Dio ti vuole, devi venire con me!" Il caprone scosse il capo e disse: "Abra', io sto' solo qua! ... Le vedi tutte 'ste capre? ... E che facciamo! ... Senza aiuto sto'! Vai dal Signore e domanda: li vogliamo gli agnelli?" Abramo ritornò dal Signore e disse: "Signo', ha detto il caprone che se vogliamo ..... gna ... gna-gna ... gna-gna-re gli ... gna ... gna-gnelli ... lui non si può muovere; cerca qualcun altro!" Il Signore si imbestialì: "Come osa questo sciagurato dettarmi condizioni?! Voglio lui!" Poi rivolgendosi ad Abramo aggiunse: "Vai da quel ..... " " ....... E vai, e vai, e vai ... oh!!! e quant' cazz' di volte la devo fare questa strada!? E vai a prendere il coltello, e porta il coltello, e vai a prendere il caprone, e vieni a dire che non può venire ... oh! ... e visto che sei in ogni

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luogo ... non glielo puoi dire tu direttamente al caprone anziché mandarmi sempre sopra e sotto a fare servizi?" E il Signore, un po' seccato, andò dal caprone: "Mi serve un caprone per fare il sacrificio!" disse tosto tosto. "Beh! - disse di nuovo il caprone com'era normale che dicesse visto che gli ovini dicono beee - ... E che vuoi da me? ... Il sacrificio!? ... Sto tanto sacrificato! ... Oh! ... cento capre sono ... e tutte devono fare gli agnelli! ... Sarà pure piacevole, ma quand'è per lavoro, cavolo! è 'na sfacchinata! ... Io, arriva la sera che sto morto! ... mo’ devo fare pure gli altri sacrifici! ... ma per piacere! ... vai dal cane che quello sta senza fare niente!" "Bau! - fece il cane (bau era l'equivalente di beee, ma mica il cane poteva dire beee) - E mo’, che vuole questo?! E quando mai hanno fatto i sacrifici con i cani?!" In quel momento arrivò sulla montagna un amico di Abramo con il suo gregge di trecento capre tutte capre; il suo caprone si era sfracellato cadendo in un burrone a causa di una scarpata o in una scarpata a causa di un bullone, non mi ricordo; certo é che l'amico di Abramo gli chiese se per favore gli prestava il caprone perché le sue capre dovevano fare gli agnelli. Come sentì questa richiesta immediatamente il caprone gridò: "Dio! Vengo io, vengo io per il sacrificio! Meglio la morte che quattrocento capre!" Nacque così il capro espiatorio. 14 Gennaio 1994

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DAVIDE E GOLIA

E’ vero! Tra Davide e Golia ci stava un metro e mezzo buono di differenza, ma dove cazzo sta scritto che Golia era un gigante?! Quello, era Davide che era un tappetto di ottanta centimetri scarsi e si credeva chi cacchio era lui. Ce la dobbiamo finire di dire puttanate e falsare la storia; la gente deve sapere. E’ vero che Golia tanto basso non era, ma non era nemmeno un gigante come ci hanno voluto far credere ......... e se no Polifemo che era? Un’altra cosa! Dicono tutti che Davide e Golia erano nemici! ......... Ma se giocavano nella stessa squadra di pallacanestro, il Maccabi di Tel Aviv, me lo spiegate come facevano ad essere nemici? E’ vero che Davide per passare ‘na palla ......... manco se ti mettevi in ginocchio, ma non per questo bisogna affermare il falso. Certamente amici stretti non erano, ma che significa? Avevano una visione diversa della vita .... quella di Davide era inevitabilmente dal basso e perciò circoscritta, quella di Golia spaziava. Piuttosto, il guaio è che a Davide gli piacevano le armi; a Golia gli piacevano le donne e a Davide gli piacevano le armi ........ che dobbiamo fare? Che poi ....... non è che gli piacevano i missili, i carri armati, le mitragliatrici ....... no! ..... la fionda! gli doveva andare a piacere proprio la fionda! Gli amici gli dicevano: “non sono meglio le bombe?”, “guarda questa carabina ultimo modello!”, “...e ‘sto bazooka? lo vuoi pure tu un bazooka come questo?”, “Oh! mi so’ comprato ‘na P38!”. Macché! ...... la fionda! la fionda aveva detto ...... e quella era. Che perciò i vicini di casa si incazzavano: “... vuoi rompere un vetro? spara! che almeno sentiamo il rumore e non ci spaventiamo! Macché! ........ quelli stavano a mangiare e ... CRASH! ...... spaccavano un vetro! quelli stavano nel bagno .... ’n’ata volta ... CRASH! ...... e spaccavano un altro vetro! quelli stavano a cambiare la lampadina che si era fulminata, e Cristo sa come avevano fatto a mettere un sgabello sulla sedia, e tutt’e due sul tavolo, per arrivare alla lampadina ....... e stavano pure sulla punta dei piedi ...... e di nuovo ..... CRASH! “E vaffanculo, tutti qua li devi rompere i vetri!” diceva il padrone di casa cadendo con tutta la sedia e lo sgabello da sopra il tavolo senza aver manco cambiato la lampadina ....... ”vai a rompere i vetri a qualche altra casa! ‘sto rompipalle!” Golia, invece, era più buono e dispetti non ne faceva; quello doveva pensare alle donne! Davide e Golia erano vicini di casa: Golia, da casa sua, vedeva la casa di Davide, ma non vedeva Davide; Davide, invece, da casa sua, non vedeva la casa di Golia ma vedeva Golia; la mamma di Davide non poteva vedere nessuno ........ era antipaticissima! ........ e il figlio ........ da qualcuno doveva prendere! Quando non c’era allenamento di pallacanestro Davide faceva il pastorello, quando c’era faceva la palla. Ogni tanto Golia andava a pascolare con la palla, la

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sua, quella di pallacanestro, e quando incontrava l’altra palla, Davide, comprese le loro, erano sei palle, sette se anche Davide si era portato ‘na palla. Davide, sarà che la palla qualche volta non se la portava, ma la fionda sempre. Un giorno che, tante che erano le palle, si stavano appallando pure loro, cominciarono a litigare su chi gli piaceva di più la pallacanestro: “A me mi piace .... cento!” diceva Golia; “... e a me duecento!” replicava Davide; “.... a me mi piace ...... mille!”, “... e a me duemila!” ribatteva Davide, “....a me ..... un milione!”, “....... e a me ......?????” Golia non riusciva a pensare un numero più grande di un milione e Davide , che poi così stronzo non era, glielo suggerì; e Golia disse: “Dodici!” Il cacchio, non era stronzo .... era un bastardo ..... altroché! Oramai Golia, che cavolo voleva diceva, Davide rispondeva sempre “.......e a me uno in più!”. Dalle parole passarono ai fatti. Golia spinse Davide che rotolò a fondovalle; quando ritornò, dopo ‘na mezzoretta, anche Davide spinse Golia ...... e si slogò i polsi. Non vuoi che Davide si andò a ricordare della fionda?! “Mo’ ti faccio vedere io!” disse a Golia. Golia si mise a ridere: “... e io chiudo gli occhi!”, “... e io ti apro la testa!”, “... e io ti spezzo le gambe!”, “... e io ti rompo il naso!”, “... e io ti faccio un culo così!”. “E io vi spacco la faccia a tutti e due se non ve ne andate immediatamente disse un cacciatore che stava appostato dietro a un cespuglio - ....... mi fate scappare tutti gli uccelli!” “Tu non sei il cacciatore che se la faceva con la nonna di Cappuccetto Rosso?” chiese Davide; “Embe’?!” rispose il cacciatore; “e che cazz’ d’uccelli devi prendere tu? Ed è il lupo, che era quanto ..... quanto ‘nu lup’, va ..... non sei riuscito a colpirlo! ..... mo’ ... devi prendere gli uccelli! ....... Qua, condor non ce ne stanno!” Ohè, per farla finita ...... che se no mo’ ...... pure il cacciatore ...... Davide prese la fionda, la caricò, tirò il grilletto (...?...) e ..... BUUUUM! ........ azzeccò Golia in piena fronte e gli aprì un buco bello tonto tondo in mezzo agli occhi. Golia stramazzò al suolo e quando i compagni di squadra lo trovarono piangevano: “quanto era buono! quanto era dolce!” ...... e inventarono la pubblicità GOLIA LA CARAMELLA COL BUCO. Poi venne l’inverno e nevicò, e Golia sempre là stava, e quando i compagni di squadra passavano di là dicevano: GOLIA BIANCA ALITO FRESCO. Poi inventarono anche la pubblicità delle scarpe Reebock ma a noi non ce ne frega niente. 16 aprile 1994

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PROVERBI E DETTI FAMOSI


“MA COME MI VENGONO?!?!” oppure “MA COME GLI VENGONO?!?!” (a seconda di chi legge) Commento e libera interpretazione di proverbi e detti famosi

1)

“VERBA VOLANT, SCRIPTA MANENT” che significa che voleranno ceffoni la prossima volta che vi interrogo e vi siete scritti i verbi sulle mani.

2)

“CHI DI SPADA FERISCE DI SPADA PERISCE” che significa che a maneggiare la spada senza essere esperti prima o poi si finisce col danneggiare gli alberi di pere.

3)

“TANTO VA LA GATTA AL LARDO CHE CI LASCIA LO ZAMPINO” che significa che se la gatta non cambierà presto le sue abitudini alimentari finirà su una sedia a rotelle.

4)

“L’ERBA DEL VICINO E’ SEMPRE PIU’ VERDE” “... ecco dov’è finito il barattolo di colore che avevo comperato per pitturare le persiane!”

5)

“OCCHIO PER OCCHIO DENTE PERDENTE” che significa che i moltiplicatori di occhi presto o tardi perdono i denti.

6)

“CARPE DIEM”

7)

che significa che la pesca della carpa è permessa solo di giorno. “L’ERBA DEL VICINO E’ SEMPRE PIU’ VERDE” (2)

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che significa che te lo avevo detto che non dovevi andare a comprare i semi da quell’imbroglione che ha il negozio vicino alla posta. 8)

“COGLI L’ACQUA QUANDO PIOVE” che significa: quando piove asciuga subito l’acqua davanti alla porta se no, quelli che entrano, sporcano dappertutto.

9)

“CHI PRATICA LO ZOPPO IMPARA A ZOPPICARE” che significa che anche gli zoppi hanno qualcosa da insegnare.

10)

“CHI PRATICA LO ZOPPO IMPARA A ZOPPICARE” (2) che significa che anche le più moderne tecniche di riabilitazione non assicurano il completo recupero delle funzioni degli arti inferiori.

11)

“COGLI L’ATTIMO” che significa che la frutta bisogna raccoglierla dall’albero quando è matura al punto giusto se no si perde ed è un peccato.

12)

“NE UCCIDE PIU’ LA LINGUA CHE LA SPADA” “... ammazza! ... che lingua!!!”

13)

“NE UCCIDE PIU’ LA LINGUA CHE LA SPADA” (2) che significa che le spade che fanno oggi non sono più come quelle di una volta.

14)

“LA RELIGIONE E’ L’OPPIO DEI POPOLI”

15)

“... e bravi gli apostoli! ... anche loro facevano uso di sostanze stupefacenti!” “CHI VA PIANO VA SANO E VA LONTANO” che significa che non arriverete mai dove state andando perché vi siete addormentati

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strada strada. 16)

“CHI HA AVUTO HA AVUTO, CHI HA DATO HA DATO” che significa: “Non rompete le scatole che l’orario non lo cambio più!”

17)

“I CONTI NON TORNANO” che significa che i nobili sono poco affidabili e quando non gli conviene spariscono e non si fanno più vedere lasciandoti nelle difficoltà dopo che ti avevano promesso il loro aiuto.

18)

“L’ABITO NON FA IL MONACO” che significa che il convento è un luogo di preghiera e non una sartoria.

19)

“CHI DORME NON PIGLIA PESCI” che significa che se a uno il pesce non gli piace che se ne stesse a dormire al calduccio nel suo letto anziché prendere tutto quel freddo la mattina presto in mezzo al mare.

20)

“FIDARSI E’ BENE, NON FIDARSI E’ MEGLIO” che significa che come la fai la sbagli.

21)

“CHI E’ CAUSA DEL SUO MAL PIANGA SE’ STESSO” “... lo sapevo che tutti i peperoni che ti sei mangiati ieri sera ti avrebbero fatto male!”

22)

“EST MODUM IN REBUS”

23)

che significa che c’è modo e modo di risolvere i quiz. “IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI”

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che significa che quando gli uomini di bassa statura commettono una colpa c’è sempre un uomo magro che li difende. 24)

“MAL COMUNE MEZZO GAUDIO” che significa che se marito e moglie si ammalano contemporaneamente e si mettono a letto con la febbre tutti e due ... quante risate ci dobbiamo fare!

25)

“MEGLIO UN UOVO OGGI CHE UNA GALLINA DOMANI” che significa: “... che si mangia domani?”

26)

“MEGLIO UN UOVO OGGI CHE UNA GALLINA DOMANI” (2) che significa che è meglio che vado a mangiare al ristorante.

27)

“CHI SEGNA VINCE” che significa: chi segna vince.

28)

“LA LINGUA BATTE DOVE IL DENTE DUOLE” che significa: “... perché non ti prendi un optalidon e vai dal dentista?”

29)

“LA LINGUA BATTE DOVE IL DENTE DUOLE” (2) che significa che quando ti fa male un dente ... hai la lingua in bocca? usala! ... che devi andare a fare dal dentista!?!?”

30)

“IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI” che significa che c’è gente che lascia sempre le cose a metà.

31)

“CHI PRIMA SI ALZA PRIMA SI CALZA” che significa:

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“Beati gli ultimi! ... tanto ... che si alzano a fare?” 32)

“CHI PRIMA SI ALZA PRIMA SI CALZA” (2) che significa che chi ha l’abitudine di farsi la doccia la mattina farebbe bene ad alzarsi più tardi per non bagnarsi le scarpe.

33)

“NON SI POSSONO TENERE DUE PIEDI NELLA STESSA SCARPA” “Graaaazie...!!!”

34)

“IL SUONATORE ANDO’ PER SUONARE E FU SUONATO” che significa: “Col cacchio che vengo la prossima volta che mi invitate!”

35)

“IL LAVORO NOBILITA L’UOMO” che significa che coi tempi che corrono la nobiltà è sempre più in decadenza.

36)

“NON SI POSSONO TENERE DUE PIEDI NELLA STESSA SCARPA (2) che significa che con tutte le scarpe che stanno, bisogna essere proprio ‘tufi’ per mettere tutti e due i piedi nella stessa scarpa.

37)

“ANCHE L’OCCHIO VUOLE LA SUA PARTE” che significa: “... non bastavano lo stato sanguisuga, la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra?”

38)

“CHI LA FA L’ASPETTI” che cosa?

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39)

“OGNI SCARAFONE E’ BELLO A MAMMA SUA” che significa che la mamma dello scarafone deve tenere uno stomaco ... !!!

40)

“OGNI SCARAFONE E’ BELLO A MAMMA SUA” (2) che significa che la mamma dello scarafone ha deciso di farsi sterilizzare perché un altro colpo così non lo reggerebbe.

41)

“A CAVAL DONATO NON SI GUARDA IN BOCCA” che significa che se vi regalano un cavallo che si chiama Donato non è il caso di controllare se ha tutti i denti in bocca. Dove altro li deve tenere ...?

42)

“IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO” che significa che se vedete un lupo completamente nudo state pur certi che è un depravato.

43)

“MOGLI E BUOI DEI PAESI TUOI” che significa che se uno si sposa con una donna del suo stesso paese è facile che lei gli metta le corna.

44)

“MALA TEMPORA” che significa: “Temperate meglio le matite che così non si può disegnare!”

45)

“LA GATTA PER LA FRETTA FECE I GATTINI CECHI” “... la gatta doveva proprio arrivare fino in Cecoslovacchia per fare i gattini se aveva tutta quella fretta?”

46)

“LA GATTA PER LA FRETTA FECE I GATTINI CECHI” (2)

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che significa che in Cecoslovacchia esistono cliniche attrezzate per il parto felino. 47)

“LA GATTA PER LA FRETTA FECE I GATTINI CECHI” (3) “Di nuovo ... !!!”

48)

“QUANDO IL GATTO NON C’E’ I TOPI BALLANO” “... basta che è possibile che i topi possono fare le feste solo quando la gatta va a partorire in Cecoslovacchia!?”

49)

“DATE A CESARE QUEL CHE E’ DI CESARE” che significa che le trentatré pugnalate ve le potete tenere voi! (da parte di Cesare)

50)

“DATE A CESARE QUEL CHE E’ DI CESARE” (2) che significa che i signori ladri che hanno svaligiato l’appartamento sono pregati gentilmente di restituire a Cesare almeno i documenti.

51)

“NON SI POSSONO TENERE DUE PIEDI NELLA STESSA SCARPA (3) che significa che non bisogna essere taccagni. E non pensate di risparmiare una scarpa anche perché quella che usate si consuma il doppio.

52)

“NON SI POSSONO TENERE DUE PIEDI NELLA STESSA SCARPA (4) “Che cavolo ve ne fate dell’altra scarpa?”

53)

“NEL PAESE DEI CIECHI CHI VEDE CON UN OCCHIO SOLO FA IL SINDACO” che significa che in quel paese stanno proprio precipitati.

54)

“NEL PAESE DEI CIECHI CHI VEDE CON UN OCCHIO SOLO FA IL SINDACO” (2)

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che significa che in quel paese le edicole hanno chiuso da un pezzo. 55)

“NEL PAESE DEI CIECHI CHI VEDE CON UN OCCHIO SOLO FA IL SINDACO” (3) che significa che se qualcuno ruba un libro vanno subito ad arrestare il sindaco.

56)

“NEL PAESE DEI CIECHI CHI VEDE CON UN OCCHIO SOLO FA IL SINDACO” (4) che significa che se vi perdete in quel paese non è il caso di chiedere informazioni: fate prima a cercare la strada da soli.

57)

“DIMMI CON CHI VAI E TI DIRO’ CHI SEI” che significa che se la gente si facesse i fatti propri avremmo da fare meno critiche su come sono fatti gli altri.

58)

“NON E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO MA E’ BELLO CIO’ CHE PIACE” che significa che dove sta scritto che ciò che piace agli altri deve piacere pure a me?

59)

“NON E’ BELLO CIO’ CHE PIACE MA E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO” che significa che dove sta scritto che ciò che piace a me deve piacere pure agli altri?

60)

“NON E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO MA CHE BELLO, CHE BELLO, CHE BELLO” che significa che ciò che piace a me deve piacere pure agli altri.

61)

“AL CONTADINO NON FAR SAPERE QUANT’E’ BUONO IL CACIO CON LE PERE” che significa

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che il contadino nasce e deve morire ignorante. 62)

“IL CONTADINO CHIUDE LA STALLA DOPO CHE I BUOI SONO FUGGITI” “Perché ... cambiava qualche cosa se la chiudeva prima? Quei cornutissimi animali non stavano nella stalla!”

63)

“IL CONTADINO CHIUDE LA STALLA DOPO CHE GLI HANNO RUBATO L’ASINO” che significa che il contadino non trovava la chiave della stalla.

64)

“CHI SOFFRE D’INSONNIA CHE CONTI LE PECORE” che significa che il contadino non saprà mai quante pecore tiene.

65)

“IL CONTADINO VUOLE LA BOTTE PIENA E LA MOGLIE UBRIACA” “... ma che v’ha fatto ‘sto contadino?”

66)

“DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO CHE DAI NEMICI MI GUARDO IO” che significa che c’è gente che sta litigata con tutti.

67)

“DE GUSTIBUS NON DISPUTANDUM EST” che significa che non si sputa sulle persone solo perché stanno mangiando delle cose che non piacciono a voi.

68)

“TUTTI I GUSTI SON GUSTI” “Cazzo ... con 64 varietà di gusti di gelato che abbiamo ... tu proprio liquirizia e fior di latte vai cercando? ... non ce n’abbiamo ... vaffanculo a mamita!”

69)

“BEATI I POVERI”

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che significa che anche il Signore aveva uno spiccato senso dell’umorismo. 70)

“GALLINA VECCHIA FA BUON BRODO” che significa che chi è esperto sa fare il brodo meglio di chi lo fa la prima volta.

71)

“GALLINA VECCHIA FA BUON BRODO” (2) che significa che come fa il brodo la gallina vecchia non lo fa nessuno.

72)

“CHI SEMINA VENTO RACCOGLIE TEMPESTA” “...hanno fregato un’altra volta il contadino! Dove diavolo è andato a comprare le sementi?”

73)

“ANCHE I MURI HANNO ORECCHIE” “Licenziate l’architetto!”

74)

“AL CONTADINO NON FAR SAPERE QUANT’E’ BUONO IL CACIO CON LE PERE” (2) “Troppo tardi! ... Gliel’hanno già detto!”

75)

“CAN CHE ABBAIA NON MORDE” “... era una volta! ... secondo voi chi me li ha lasciati questi segni sui polpacci?”

76)

“CAN CHE ABBAIA NON MORDE” (2) “S’è sbagliato il cane! ... Maaaaaadonna ... quanto mi fa male!”

77)

“GLI UCCELLI STANNO IN CIELO ED I PESCI STANNO NEL MARE” “Bella scoperta!!! ... Volevo vedere il contrario!”

78)

“ESPERIENZA MAESTRA DI VITA” domanda:

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La sorella di Vita può andare dalla stessa maestra che così usa gli stessi libri della sorella? 79)

“CAN CHE ABBAIA NON MORDE” (3) che significa che era meglio quando mordeva! ... mo’ mena certe stampate!!!

80)

“MEGLIO UN GIORNO DA LEONE CHE CENT’ANNI DA PECORA” “Lascia stare!”

81)

“MEGLIO UN GIORNO DA LEONE CHE CENT’ANNI DA PECORA” (2) che significa che c’è gente che gli puzza campare!

82)

“MEGLIO UN GIORNO DA LEONE CHE CENT’ANNI DA PECORA” (3) “Vaglielo a dire al leone!!!”

83)

“CAMPA CAVALLO CHE L’ERBA CRESCE” che significa che il macellaio ha visto il cavallo e ha detto: “Vè murènn’! che dobbiamo raccogliere?! ... non ne vale la pena!”

84)

“CAMPA CAVALLO CHE L’ERBA CRESCE” (2) che significa che se non avete i soldi per comprarvi un tagliaerba mettete il cavallo in giardino ed avrete uno splendido prato inglese.

85)

“CAMPA CAVALLO CHE L’ERBA CRESCE” (3) “... Ma chi lo voleva il prato inglese! ... mo’ che ci faccio con ‘sto cazzo di cavallo nel giardino?”

86)

“NON C’E’ ROSA SENZA SPINA” che significa

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che Rosa e Maria Spina sono uscite insieme: dove sta una sta l’altra. 87)

“IL PESCE INCOMINCIA A PUZZARE DALLA TESTA” che significa ... che lo dovete buttare.

88)

“CIELO A PECORELLE ACQUA A CATINELLE” che significa che le pecore che muoiono affogate vanno in Paradiso.

89)

“I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA” che significa che le lavanderie possono chiudere.

90)

“I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA” (2) “Non si lavano in lavatrice con l’ammorbidente?”

91)

“I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA” (3) “Seee! ... mo’ portiamo i panni puliti a lavare in lavanderia! ... per piacere!”

92)

“LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI” che significa che l’umorismo non è morto.

93)

“OGNI COSA HA IL SUO PREZZO” “... Da oggi non si fanno più sconti a nessuno. Là stanno i prezzi ... regolatevi!”

94)

“IL RISO ABBONDA SULLA BOCCA DEGLI STOLTI” che significa che gli stupidi mangiano molto riso.

95)

“IL RISO ABBONDA SULLA BOCCA DEGLI STOLTI” (2) che significa

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che in Cina sono tutti cretini. 96)

“E’ NATO PRIMA L’UOVO O LA GALLINA?” che significa che c’è molta gente che perde inutilmente il tempo facendo domande cretine quando potrebbe chiedere direttamente alla gallina.

97)

“TUTTI I NODI VENGONO AL PETTINE” che significa: “Tagliati i capelli!”

98)

“DOVE C’E’ GUSTO NON C’E’ PERDENZA” che significa che nessuno perde il gelato che si sta mangiando con tanto piacere.

99)

“DIMMI COME TI CHIAMI E TI DIRO’ CHI SEI” No comment! ... stendiamo un pietoso velo che è meglio!

100) “SE NON E’ ZUPPA E’ PAN BAGNATO” “... Grazie che il bambino non cresce!” 101) “AMOR CHE A NULLO AMATO AMAR PERDONA...” “... C’hai presente trentatré trentini entrarono a Trento trotterellando? ... me’ ... siamo lì!” 102) “PER UN PUNTO MARTIN PERSE LA CAPPA” “La K ? ... non era la O ? ... non si chiamava Martino?” 103) “PER UN PUNTO MARTIN PERSE LA CAPPA” (2) che significa che così impara a fare certi giochi d’azzardo! 104) “CHI FA DA SE’ FA PER TRE”

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che significa che non ti conviene spostare quella montagna di pietre. Aspetta. Prima o poi passeranno tre persone che lo faranno al posto tuo. 105) “CHI TACE ACCONSENTE” che significa che i pesci fanno sempre quello che dice l’uomo. Frittura? Frittura! 106) “CHI DORME NON PIGLIA PESCI” (2) “Che me ne frega a me? A me il pesce non mi piace!” 107) “OGNI COSA HA IL SUO POSTO” che significa che se non rimetti subito tutto in ordine ti spezzo le gambe. 108) “OGNI PROMESSA E’ DEBITO” che significa che se avete dei debiti l’essenziale è che promettiate di pagarli un giorno o l’altro. 109) “SOTTO LA NEVE PANE” “... valla a trovare mo’ la busta del pane che avevo lasciato in giardino prima che si mettesse a nevicare!” 110) “CHI VIVRA’ VEDRA’” “Campa cavallo!” ... disse il cieco. 111) “IMPARA L’ARTE E METTILA DA PARTE” “... E che stiamo a perdere tempo?” 112) “TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMA” che significa: “... e mo’ che so’ arrivato come me ne vado?” 113) “ANCHE I RICCHI PIANGONO”

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che significa che visto che devo proprio piangere fammi fare 13 al totocalcio che così piango più contento. 114) “CHI BEN COMINCIA E’ ALLA META’ DELL’OPERA” che significa che qualche cretino crede che quando hai messo la prima pietra di un grattacielo di quaranta piani stai quasi per finire. 115) “QUANDO PIOVE PRENDI L’OMBRELLO” “... soltanto se devi uscire, cretino! ... che ci fai con l’ombrello dentro casa?” 116) “QUANDO PIOVE PRENDI L’OMBRELLO” (2) “... mo’ aprilo! ... che ci fai con l’ombrello chiuso sotto l’acqua?” 117) “FIAT LUX” che significa che la ‘Tipo’ non ha avuto grande successo e Agnelli ha deciso di sostituirla con un altro modello. 118) “IL MONDO E’ PICCOLO” che significa: “State attenti a dove mettete i piedi!” 119) “AIUTATI CHE DIO TI AIUTA” che significa che l’aiuto di Dio interviene normalmente quando il problema te lo sei già risolto da solo. 120) “CHI ROMPE PAGA” ... e i cocci? 121) “CHI ROMPE PAGA E I COCCI SONO SUOI” ... ah! ... mi pareva!

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122) “GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI” “... ma come cacchio si mangia a questo ristorante?”

123) “GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI” (2) che significa che da domani quelli che arriveranno in ritardo a scuola saranno i primi ad essere ‘stroppiati’ di mazzate!” 124) “UNO PER TUTTI, TUTTI PER UNO” che significa che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. 125) “COSTI QUEL CHE COSTI” ... ma quanto mi costi?! 126) “CIO’ CHE LASCI E’ PERDUTO” “... oh! ... un momento è stato! ... l’avevo messo sul muretto ... mi sono girato e non c’era più!” 127) “DI NOTTE TUTTI I GATTI SON NERI” che significa che la iella si accanisce particolarmente dopo il tramonto. 128) “CHI LASCIA LA VIA VECCHIA PER LA NUOVA SA QUEL CHE LASCIA MA NON SA QUEL CHE TROVA” “... La stradale! Puttana Eva ...! Duecentomilalire di multa per eccesso di velocità m’hanno fatto!” 129) “DUE PEZZI PICCOLI FANNO UN PEZZO GRANDE” che significa che se qualcuno vi chiede un’altra fetta di torta tagliategli in due

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quella che gli avete già dato e ditegli che lui ne ha avute due. 130) “UNA CILIEGIA TIRA L’ALTRA” “... ve la volete finire di lanciare ciliegie?” 131) “UNA MELA AL GIORNO LEVA IL MEDICO DI TORNO” “... e questo è il medico! ... che pur di non andare a fare le visite a domicilio ... che si secca ... ha messo in giro questa voce.” 132) “UNA MELA AL GIORNO LEVA IL MEDICO DI TORNO” (2) che significa: “Passi pure per i problemi intestinali, ma voglio vedere che ci faccio con le mele se mi spezzo una gamba.” 133) “L’OCCASIONE FA L’UOMO LADRO” che significa che se qualcuno ha l’occasione di comprare a buon prezzo una macchina di seconda mano subito arrivano i carabinieri che lo arrestano. 134) “NON C’E’ DUE SENZA TRE” che significa: “Statevi attenti che vi sta per spuntare un’altra gamba!” 135) “NON TUTTE LE CIAMBELLE RIESCONO COL BUCO” “... Chi se ne frega! ... mica ce lo dobbiamo mangiare il buco!” 136) “LA SUPERBIA ANDO’ A CAVALLO E TORNO’ A PIEDI” “... Sempre meglio di quel cretino che gli aveva venduto il cavallo che andò e tornò a piedi.” 137) “EPPUR SI MUOVE” “... braaaaaavo!!! ... fermalo mo’, cretino!” 138) “EPPUR SI MUOVE” (2)

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“... grazie! ... che ieri ho cambiato la batteria!”

139) “GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI (3) “... e gli antipasti quando ce li date?” 140) “CHI NON MUORE SI RIVEDE” “Si! ... ma non me lo dire tutte le volte che mi incontri ... che porta male!” 141) “CONDITIO SINE QUA NON” che significa che l’insalata scondita te la mangi tu! 142) “UNO PER TUTTI, TUTTI PER UNO” (2) “... e se uno vuole un’altra macchina?” 143) “L’OCCHIO DI DIO E’ INFALLIBILE” ... quale?

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UNA RICETTA


STUFATO DI AGNELLO CON PISELLI

INGREDIENTI: - Un maiale (possibilmente morto) - Tre chili di patate - Un vasetto di marmellata di lamponi - Due bottiglie di vino bianco - Un litro di olio - Una noce di cocco di burro - Un ciuffo di menta - Un ciuffo di rosmarino - Un ciuffo di alloro - Un ciuffo di salvia - Un ciuffo di salvietta - Sale (q.b.) ATTREZZI: - Una teglia molto capiente - Una forbice trinciapolli - Filo di ferro - Un briscone - Un accappatoio - Una saponetta - Un forno molto capiente - Un giornaletto - Un fucile - Una mazza

PREPARAZIONE: Si prende un maiale e si spara. Se non è morto si spara di nuovo. Se era già morto avete consumato due cartucce. Poi si va in macelleria e si chiede al macellaio se può fare a cambio con un agnello, ma l’agnello vi faccio vedere che non viene perché dice che certi scherzi non gli piacciono e se volete andare a gozzovigli andateci senza di lui tanto oramai lo sa come va a finire e si è stufato di agnello. Voi ci avete provato ed allora tornate a casa col maiale e lavatelo accuratamente

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con la saponetta ed il briscone. Scolatelo ed asciugatelo in un accappatoio. Assicuratevi che il maiale sia veramente morto se no sparategli una terza volta, quindi apritelo nel senso ...... nel senso che lo dovete aprire e toglietegli da dentro tutta la dispensa: salsicce, prosciutti, zamponi, fegatini, gnomarelli, eccetera tanto queste cose ve le mangiate un altro giorno. Fatto ciò prendete il perimetro del maiale e lavatelo da dentro e stendetelo ad asciugare facendo attenzione a non rovinargli le penne e le ali. Nel frattempo prendete le patate e sbucciatele. Mettete il maiale a pancia all’aria sul tavolo e riempitelo con le bucce delle patate (le patate le potete buttare tanto ve le siete mangiate già ieri ... e sempre patate dovete magiare?). Versate nel maiale il contenuto di una bottiglia di vino e lasciatelo riposare (il vino, ma anche il maiale deve essere molto stanco). Intanto, per ingannare l’attesa, scolatevi l’altra bottiglia di vino e leggetevi il giornaletto. Quando il maiale si sarà riposato mettetelo nella grande teglia che là sta più comodo dopo aver cosparso il tegame con la noce di cocco di burro e se non basta con il pezzo di sapone che è avanzato. Mettete nel maiale menta, rosmarino, alloro, salvia, salvietta, piatti bicchieri e posate, e chiudete con il filo di ferro (mi raccomando che non sia arrugginito). Riaprite il maiale perché vi siete dimenticati di mettere il sale, no? Mettete un q.b. di sale, un altro q.b., un altro po’, metti un altro poco ancora ... mo’ è assai! ... togli un po’, basta così, e richiudete. Indi cospargete l’intero maiale con l’olio in modo da farlo diventare lucido lucido come Elvis Presley o un lottatore di sumo. Dopo di indi guarnitelo con la marmellata di lamponi. In sostituzione della marmellata di lamponi va bene anche la marmellata di fulminoni. Prendete la teglia e andate di nuovo dal macellaio e chiedete dell’agnello che schiatterà dall’invidia; se non è in frigo lasciate detto al macellaio. Tornatevene a casa con il maiale e mettetelo a cuocere nel forno a fuoco lento per tre giorni e voi prendete la mazza e mettetevi dietro la porta. Prima o poi l’agnello verrà a spiare a casa vostra per sapere come avete fatto e allora, come apre la porta, dategli una bella mazzata nel centro della fronte. Adesso avete l’agnello per fare lo stufato di agnello con piselli. 15 maggio 1993

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DIZIONARIO


LA VENA LA VENA è di tre tipi. Una è quella varicosa che si trova nelle gambe delle persone perlopiù abbondanti; l’altra è quella poetica che non si trova nelle gambe dei poeti abbondanti ma nella testa e nel cuore perciò qualche volta si chiama anche vena vanitosa poetica aorta. Per ricavare l’ultimo tipo occorrono un martello, un divaricatore, un chiodo, un apostrofo ed un muro bianco. Si prende un muro bianco (leggero, perché se è pesante non si prende) e si mette. Poi si appoggia LA VENA vicino al muro bianco; quindi si prende il divaricatore e si infila tra la L (leggi “l”) e la A (leggi “a”). Si fa pressione fino a far scivolare la A (leggi “a”) vicino alla V (leggi “v”). A questo punto si prende l’apostrofo con una mano, il martello con l’altra mano ed il chiodo con l’altra mano ancora e si sceglie il punto del muro su cui inzaccare il chiodo. Se avete una matita con la mano libera potete fare un segno sul muro, se no sputateci sopra. Passate il chiodo che avevate nella terza mano nella prima mano che reggeva l’apostrofo, spostate l’apostrofo dalla prima mano alla seconda mano che reggeva il martello ... dove l’avete messo!? Cercate il martello .................. là sta ... nell’altra mano! ...... Santa Lucia! Quando l’avrete trovato colpite violentemente e ciò che c’è c’è sotto. Se non vi siete spappolati una mano a piacere avete costruito L’AVENA. Mo’ costruite il cavallo. 6 maggio 1993

IL CAVALLO Il cavallo è un animale liscio. Esso ha quattro gambe o braccia o se si preferisce due gambe e due braccia perché è un animale molto versatile; però, gambe o braccia che siano, le ha sotto; ciò disorienta molto l'animale. Il cavallo ha le braccia ma non ha le mani, ha le gambe ma non ha i piedi perciò è proprio uno strano animale; in compenso ha gli zoccoletti che non tutti ce l'hanno; solo che li deve comprare due paia alla volta e non gli fanno nemmeno lo sconto, perciò il cavallo tende a diventare povero. Il cavallo è un animale molto pulito e siccome non avendo le mani dovrebbe mangiare con gli zoccoli che stanno a terra e sono sporchi ha imparato a mangiare con la bocca senza toccar cibo. Il cavallo non va spesso in macelleria perché la sua carne non gli piace e siccome gli piace ai malati che se la devono mangiare per forza il cavallo va più spesso in ospedale;

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ma mo’ dice che non ci vuole andare più perché stanno esagerando ed ogni volta torna con un tre quarti di meno. Il cavallo fa molti incroci, ma adesso col nuovo codice della strada, si riproduce più difficilmente; un asino che si accoppia con una cavalla fa un mulo, un cavallo che si accoppia con un'asina fa un bardotto, un cavallo che si accoppia con un altro cavallo fa schifo ed è contro la morale cristiana. I cavalli sono di carne ed ossa, pelle e zoccoli, coda e orecchie, ma a Troia sono di legno e si mangiano i soldati di Ulisse che però escono di notte e distruggono la città per vendetta. I figli dei cavalli di Troia si chiamano cavalli a dondolo, sono piccoli, mangiano soltanto soldatini e li fanno vomitare come pazzi a causa del moto ondoso. Un altro incrocio famoso di cavallo è quello con lo storno e nasce una cavallina storna; se il parto è gemellare nascono due parti di cavallo ed una di storno e si dice: "O cavallina, cavallina storna ..." Giovanni Pascoli era l'ostetrico di questa giovane coppia. In prossimità del mare c'è un altro incrocio e nascono i cavallucci marini, ma non si sa se va lui in acqua o lei sulla spiaggia, certo è che è una convivenza molto difficile e spesso divorziano. Molti cavalli si chiamano Donato, quelli in prossimità del mare Marino, ma spessissimo i cavalli si chiamano con un fischio. A quelli che si chiamano Donato è meglio non guardare in bocca perché mordono la mano che ti sfama e sputano nel piatto in cui mangiano. In Inghilterra i cavalli si chiamano "horse" e gli orsi probabilmente "caval". I cavalli brucano le gomme pneumatiche che stanno nei campi mimetizzate con l'erba. Mai andare in campagna in auto se ci sono cavalli all'orizzonte. Il cavallo è proprio un simpatico animale. 7 Maggio 1993

LE PIANTE Le piante sono di due tipi, le piante da frutta ... e le piante da formaggio; tutti e due i tipi fanno parte delle piante ... da dessert: se non ne volete assai potete prendere un bonsai; se ha i buchi è sicuramente una pianta da formaggio svizzero oppure ci sono passati i tarli. Il maschio della pianta si chiama pianto ma non è il caso di approfittare perché non dà né frutti né formaggi ma solo preoccupazioni.

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Poi ci sono le piante dei piedi che è quando uno mette le radici in un posto e si dimentica dove. I figli delle piante si chiamano piantine topografiche e ce ne sono in ogni città purché ci siano anche i topi ‘che se non ci fossero questi non si chiamerebbero piantine topografiche bensì mappe. Se le città sono molto grandi si chiamano ‘zoccole’. I figli degeneri si chiamano piantane e stanno in castigo negli angoli. Le piante si piantano e stanno delle persone preposte alla pianta delle piante: quelle che piantano le graminacee si chiamano piantagrane. Lo studio delle piante si chiama botanica. La botanica è una brutta parola perché offende la dignità delle donne. La botanica esercita una libera professione esentasse e si prendono tante belle malattie come l’AIDS, la TBC, la BBC, l’ADIDAS, la NBA, la RAI-TV etcccc! ............ salute! La RAI-TV si prende anche senza andare dai liberi professionisti ma si vede male e si paga anche il canone. Il mondo delle piante è molto pericoloso. 6 maggio 1993

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PROBLEMI


PROBLEMA N.1 Se per un maestro 2 più 2 fa quattro, quanto fa 2 più 2 per due maestri? PROBLEMA N.2 Qual è il cavallo più chiaro, il cavallo nero di Napoleone o la balena bianca del capitano Achab? PROBLEMA N.3 Se per fare un litro d’olio ci vogliono 15 Kg. di olive, quanti Kg. di olive occorrono per fare un litro d’olio? PROBLEMA N.4 Se il papà dà al proprio bambino L. 500 una settimana sì e tre no, quanti mesi ci vorranno perché il bambino diventi ladro o rapinatore? PROBLEMA N.5 In una pasticceria sono state preparate 24 torte uguali per la vendita domenicale. Alla fine della giornata sono rimaste 7 torte. Il proprietario della pasticceria dice al garzone che può prenderne quante ne vuole perché altrimenti le torte andrebbero a male giacché il giorno dopo è giorno di chiusura settimanale. Ciascuna torta è stata tagliata in 8 fette. Il garzone lascia in tutto 9 fette. Si vuole sapere: 1) a che ora il garzone è stato ricoverato d’urgenza in ospedale in preda a forti coliche, convulsioni ed in stato comatoso; 2) se corrisponde a verità il fatto che l’indomani, risvegliatosi dal coma, per prima cosa abbia chiesto se ce n’era ancora di quella torta ‘mimosa’ che era così buona; 3) se la prima diagnosi fatta dal medico di servizio al momento del ricovero sia stata: “ ... crisi di astenia! diamogli subito qualcosa da mangiare!”; 4) se può essere stata la panna a fargli male.

PROBLEMA N.6 Su di un aereo ci sono due paracadutisti. Il paracadutista ‘A’ pesa 70 Kg. e si

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lancia da un’altezza di 5.000 metri, l’altro, il paracadutista ‘B’, pesa 65 Kg. e si lancia da un’altezza di 4.500 metri. Conoscendo che la velocità di caduta è direttamente proporzionale al peso dei due paracadutisti ed inversamente proporzionale alla resistenza dell’aria si vuole sapere: 1) quale dei due paracadutisti toccherà prima il suolo tenendo presente che il paracadutista ‘A’ ha preso lo zaino da campeggio anziché il paracadute; 2) chi glielo va a dire ai passeggeri che i due paracadutisti erano i piloti dell’aereo ... gli unici. PROBLEMA N.7 Uno che è nato nell’anno 10 a.C., dopo vent’anni quanti anni ha?

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LE POESIE


C’ERA UNA VOLTA UN RE

C’era una volta un re seduto sul suo cavallo, e come ci scendeva ... la zampa sopra il callo; dunque per evitare il dispetto di quello, si vendette il cavallo e s’accattò un cammello. C’era una volta un re seduto sul suo cammello, quando questo correva gli sciacquava il cervello; ma pure questa volta la cosa andava male ... diede indietro il cammello e si prese un maiale. C’era una volta un re seduto sul suo maiale, chi lo vedeva in giro rideva fino a star male; quando dici il blasone che fa avere di tutto ... diede indietro anche il porco ... mo’ voleva ’nu ciuccio. C’era una volta un re seduto sul suo somaro che chiedeva a ogni tizio: “dì ... com’è che ti paro?” Che gli dovevan dire ...?! Sulla spalla una pacca ... s’è tolto pure il ciuccio ... mo’ cavalca una vacca. C’era una volta un re seduto sulla sua vacca,

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quando scendeva, sempre, il piede nella cacca; gli hanno detto i suoi sudditi: “vedi ... il tempo è cambiato ...!” ha pigliato l’ombrello e se n’è andato al mercato. C’era una volta un re seduto su un animale che come si muoveva il cul gli facea male; gli disse un dì un amico: “senti, cervello fino, perché non provi a scendere da sopra il porcospino?” Alla fine lo hanno convinto ad usare dei mezzi più moderni. C’era una volta un re seduto sull’aeroplano e al pilota gli ha detto: “per piacere vai piano!” Poi s’è rotto le scatole del vento dirimpetto, s’è tuffato dal jet ed ha preso il traghetto. C’era una volta un re seduto sopra un traghetto, ogni volta che s’alza sbatte sul parapetto; ha lo stomaco a pezzi, non ha il vomito un freno, alla prima stazione prenderà certo un treno. C’era una volta un re seduto su un bel trenino. “ ... che ci fa sopra il tetto quel bislacco cretino ...!?

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spero abbassi la testa ... la galleria l’ha vista ...?” Ma quel re ha già cambiato ... ora è a Monza ... ed è in pista. C’era una volta un re sulla formula uno, come correva lui non correva nessuno: ... la curva non la vede ... il freno non funziona ... si sfracella il sovrano con tutta la corona. C’era una volta un re sulla sedia a rotelle; si guardava le gambe: “mamma com’eran belle!” Ed il popolo unito, com’è raro che vedi: “Sorta di deficiente, potevi andare a piedi!” 11 dicembre 1993

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C’ERA UNA VOLTA UN NAUFRAGO

C’era una volta un naufrago che viveva da solo su un’isola deserta, con il colesterolo; mangiava solo pesce, ciò che passa il convento; tra l’altro per la dieta era un buon alimento. Mangiava solo pesce non per scelta, per forza, voleva un po’ di frutta, fosse solo una scorza ... o qualsiasi altra cosa giusto un po’ per cambiare, ma l’isola petrosa null’altro potea dare. Ma un giorno per magia appare all’orizzonte qualcosa che l’alletta tra la schiuma e le onde: pacchi, barili e casse che vanno alla deriva: rapido come un fulmine sulla spiaggia egli arriva. Si butta tra i marosi, lotta e riporta a terra pacchi, barili e casse, il bottino di guerra; felice il nostro eroe crede risolto alfine il problema dei viveri, del pesce e delle spine. Armatosi di spranga,

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di leva e di martello va sicuro all’assalto del barile piÚ bello: lo aspetta una bevuta di porto, birra, vino ... forse champagne ... o gin ... rum ... whisky sopraffino. E solleva il coperchio ... la iella ... quando dici ... il barile era pieno, ma era pieno di alici! ... e pure gli altri! ... e le casse e i pacchi! 2O dicembre 1993

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NON SFOTTETE I POTENTI C’era una volta un re che andava in bicicletta, per i sudditi, ahimé! era una barzelletta, ma il re tosto rispose, serio come non mai: “fatevi i fatti vostri, se non volete guai! giacché, vi piaccia o meno, non vi dimenticate che sono il vostro re ... se le rogne cercate io ve ne posso dare tante quante volete e se mi provocate poi ve ne pentirete; perciò non vi scordate di portar devozione per chi, in quanto sovrano, merita l’attenzione; ... che poi ... se pure è vero che vado su due ruote, tenete sempre a mente che chi ha le tasche vuote non son io certamente! ... che quasi quasi poi ... mi compro il motorino ... ... tanto pagate voi!” 2O dicembre 1993

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ANCHE GLI ANIMALI HANNO L’ANIMA C’era una volta un topo che cavalcava un gatto; chi lo vedeva in giro pensava: “quello è matto!” Ma il topo dimostrava di non aver paura e insieme al gatto andava in cerca d’avventura. C’era una volta un cane col gatto e il topo in spalla, sotto, per far spessore, ci stava una cavalla; chi li incontrava a spasso stupito ne restava, poi, scrollando la testa, ridendo se ne andava. C’era una volta un rospo sulla testa del topo, e sotto, il gatto, il cane, la cavalla e poi, dopo ... ... ci stava un elefante che reggeva sicuro tutte ’ste bestie in modo da sembrar fosse un muro. La gente li vedeva, rideva a crepapelle e s’aspettava ancora vederne delle belle. E a un tizio che gli chiese: “perché ti sciupi il pelo?” il gatto gli rispose: “Vogliamo andare in cielo!” 2O dicembre 1993

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SCUSA CECCO S’io fossi acqua arderei lo mondo, se fossi foco poi lo spegnerei ... ... se fossi un po’ più attento sa’ che farei? ’sta cretinata ricomincerei, invertirei l’acqua con il fuoco ’ché dà più senso ... e non mi pare poco. S’io fossi foco arderei lo mondo, se fossi acqua io lo spegnerei giacché se s’abbruciasse poi che farei? se fossi vento lo sconquasserei, se fossi colla lo ricongiungerei, se fossi malattia, peste, tifo o colera, lo ammorberei di brutto, e riempirei di ladri, con piacere, di inetti e prepotenti, enormi pattumiere. Se fossi imperator sai che farei? mollerei tutto e tosto me ne andrei prima che a qualche pazzo venga in mente ch’io son la causa di ’sto tristo frangente, e paghi conseguenza dell’andazzo per colpa del soprindicato pazzo. Se fossi papa riconoscerei l’aborto ed il divorzio;

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viaggerei meno ed utilizzerei il denaro per quanti ne han bisogno con urgenza, che non vanno a sciare, ma c’hanno delle bocche da sfamare, giacché la fede brama, ma ha il limite che lo stomaco non sfama. E se fossi professor poi che farei? io son convinto che tosto impazzirei se dovessi svolgere il mestiere tradizionalmente, privato d’ogni forma di piacere; e cerco alternative ed interessi in un ambiente che spesso non gradisco, ma mi dà il pane ... e questo lo capisco. E infine, se fossi quel che sono? Cecco diceva che si sarebbe prese le donne belle, le altre le avrebbe rese; ma io mi son sposato come un fesso ... credo mia moglie non mi darà il permesso.

28 dicembre 1993

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OMAGGIO A UNGARETTI Si sta come le ramasole di pomodori appesi l’inverno.

12 dicembre 1993 ( ore due di notte )

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OMAGGIO A UNGARETTI N.2 Si sta come l’erba tenera con le pecore al pascolo nei prati la primavera. Si sta come le lucertole al sole coi bambini con la fionda nei paraggi sui pareti l’estate. Si sta come le foglie sugli alberi l’autunno. Si sta come le ramasole di pomodori appesi l’inverno Si sta come dei deficienti davanti alla televisione tutto l’anno. dicembre 1993

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L’EBREO FORTUNATO Nel mezzo del camin mi son trovato; s’era intasato ... perciò mi son salvato. dicembre 1993

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AUTUNNO E’ autunno, cadono le foglie, ... scansatevi ...!!! autunno 1993

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SENZA TITOLO T’ho vista che ti baciavo. Era nel sogno ed eri bellissima. gennaio 1994

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SENZA PAROLE ......................................................... ............................................. ........................................................ .................................................. ........................................................ ............................................ ........................................................ ............................................... ......................................................... ......................... 9 agosto 1994 ( il sole picchiava forte )

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SENZA NIENTE

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PREGHIERA (del mattino) Signore, una vita non mi basta perché c’ho tante cose da fare: devo leggere tutti i libri e le riviste che compero, devo dipingere tutti i quadri che immagino, devo scrivere tutte le poesie e le storie che penso, mi devo prendere la seconda laurea, devo vedermi tutti i film che ho registrato e che ho messo da parte, devo andare a caccia e a giocare a pallone, devo addestrare il cane, devo fare il professore di francese e non so quante altre cose devo fare. O mi fai campare fino a centocinquant’anni o mi fai fare le cose che ho da fare tre alla volta. Decidi tu. Così sia.

PREGHIERA (della sera) Signo’, sono stanco a pezzi e non ho combinato niente. Non mi posso leggere un libro mentre mi vedo un film e gioco a pallone; Non posso dipingere un quadro scrivendo una poesia quando vado a caccia; non posso addestrare il cane quando sono a scuola. Forse è meglio che mi fai campare centocinquant’anni che così faccio le cose con calma e mi vengono meglio. Così sia ... eh? gennaio 1994

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FINE


RINGRAZIAMENTI: - Al caro amico Paolo Nappo soprattutto se si sbrigherà a passare sul computer tutti i testi ( ... cosa che poi ho fatto io! ); - Ai colleghi che ho messo in croce per fargli sentire qualcuna di queste storie e che alla fine mi hanno detto di scrivere un libro forse perché così le storie se le potevano leggere quando dicevano loro; - Al corso di formazione dell’anno di prova tenuto a Ostuni nel maggio ‘93 che mi ha consentito di dedicare gran parte del tempo alla ‘riflessione’ ... tanto una cosa dovevo fare! - Alla strada Fasano-Mottola che essendo contorta, isolata e soprattutto lunga, l’anno scorso mi ha permesso di ‘riflettere’ a iosa e di fermarmi di tanto in tanto per prendere appunti; - A don Peppino Sannolla che mi ha detto che non mi sarebbe successo niente; - A mia moglie anche se a un certo punto ha posto come condizione perché continuassi a leggerle queste storie che non superassero le due pagine; - A tutti gli autori ( evangelisti compresi ) che hanno detto e scritto le cose da cui ho tratto ispirazione con la speranza che non mi vengano in sogno la notte e mi tirino le coperte; - Alla tipografia Ventrella che mi ha fatto lo sconto; - All’altro caro amico Ninni Pepe per la bella foto che mi ha fatto; - Al mestiere che faccio che mi consente di avere un bel po’ di tempo per pensare alle cose che mi piacciono; - A tutti quelli che mi avranno pagato il libro in modo da contribuire a farmi recuperare le spese di stampa.


finito di stampare (fotocopiare) nel maggio 1996 con grande fatica da parte dell’autore

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Scherzo o son desto  

Nicola fiume

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