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sentier arte e natura queyras valle varaita

RĂŠgion

PACA UNIONE EUROPEA

www.queyras-montagne.com


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… à Laila et Luca qui font vivre la montagne

De la frontière… Qu’est ce que c’est que cette ligne imaginaire, qui parcourt nos cartes et nos espaces politiques? Qu’est-ce qu’une frontière nomme à notre insu? Au fond qu’est-ce qu’on perd vraiment quand on la passe ? Qu’est ce qu’on gagne vraiment ? Qu’estce qu’on quitte et qu’est-ce qu’on retrouve ? Quel est ce trait géométrique, invisible dans le paysage, qui sépare et qui rapproche ? Entre vallée du Queyras en France et valle Varaita en Italie, le col d’Agnel / Agnello en matérialise le franchissement. Établie par les États, territoire politique oblige, (un baraquement de douane désaffecté nous le signale encore çà et là) mais ignorée le plus souvent des autochtones dans leur vie quotidienne, la frontière a longtemps ici été tout au plus un cadre administratif permettant l’organisation des échanges, économiques, linguistiques, culturels… sauf quand les nations reprenaient leurs droits, de temps à autre, le temps d’un conflit meurtrier, niant brutalement le dialogue des gens des deux côtés ; certains vestiges de casemates, ou de constructions militaires fortifiées plus anciennes sont là pour nous le rappeler ; le front hier ? Toutes c es architectures, défensives ou offensives qui parsèment encore la montagne nous parlent aussi d’une autre histoire du regard, militaire celle-là : voir sans être vu. Telle était la condition sine qua non pour maîtriser le territoire et donc les autres. Puis passée la tourmente de la guerre, le paysage est redevenu pays sage comme se plaît aussi à le dire Alain Roger ; et dans ce qui nous occupe aujourd’hui avec Sentier Arte e Natura, c’est bien de regard qu’il s’agit encore : celui porté par des artistes sur un pays. Frontière encore… sans doute aussi une manière sensible de se situer dans l’espace, donc dans le monde, en nommant l’en-deçà et l’au-delà ainsi concrétisés : levant contre couchant, ailleurs contre ici, rêve contre réalité. Une manière de GPS intérieur, à la fois intuitif, affectif et culturel. Une ligne de partage pour se déterminer, à l’image des eaux des torrents alpestres qui se plient à une pente, une ligne de partage pour se situer : remonter la pente alors… Frontières aussi entre les morts au cours de l’Histoire… ligne de fracture de croyance et de pensée, signifiée par une stricte partition funéraire : cimetière protestant d’un côté, cimetière catholique de


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l’autre. La frontière comme porteuse d’interdits ; rester alors dans le territoire qui vous est assigné, ne pas transgresser. Mais qui dit interdit dit aussi désir ; l’obstacle figuré comme prétexte au rêve et à la rencontre : l’autre, l’altérité. Voir ailleurs si l’ailleurs ressemble à l’ici… L’éprouver tant dans la dimension physique que dans la confrontation humaine. Pourtant à bien y regarder, c’est le dialogue qui domine dans le paysage naturel. D’un bord l’autre, adrets et ubacs se répondent, comme une complétude d’évidence : soleil et ombre que se partagent soigneusement mélèzes et pins, brume et vive lumière du midi, tout comme les langues officielles se sont longtemps fondues dans des dialectes et patois aux accents cousins. Patronymes et toponymes renvoient à des racines et des histoires collectives partagées, tant la frontière entre les deux pays a été mouvante au cours de l’Histoire. Les façons de vivre se ressemblent et conjuguent des rythmes semblables : ceux des saisons, ceux des métiers…Survivre dans ce pays rude a longtemps été la préoccupation commune. Depuis quelques années, le projet Sentier Arte e Natura propose à des artistes plasticiens en résidence alternée sur les deux territoires, de concevoir et produire des œuvres, susceptibles de se répondre de part et d’autre de cette frontière franco-italienne. Tout comme le poète s’est attaché souvent à extraire du sens à partir d’espaces physiques sensibles mettant en jeu des limites, tels l’estran sur le littoral ou la lisière de la forêt, les plasticiens se confrontent ici à la question de la frontière sous toutes ses formes. Quelles résonances spatiales, formelles, poétiques peuvent être mises en œuvre pour donner sens à ce regard porté sur elle comme figure signifiante entre rupture et continuité. La frontière au risque de l’art…

Nicole Vitré pour Sentier Arte e Natura Refuge Grongios Martre, Pontechianale, juillet 2011


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…a Laila e Luca che fanno vivere la montagna

A proposito di frontiera… Cosa rappresenta questa linea immaginaria che segna le nostre cartine e i nostri limiti territoriali? Cosa indica a nostra insaputa una frontiera? In fondo cosa si perde realmente quando la si attraversa? Cosa si guadagna? Cosa si lascia dietro di sé e cosa si scopre? Che cos’è questo tratto geometrico, invisibile nel paesaggio che separa e avvicina? Il colle dell’Agnello costituisce, dal punto di vista pratico, il passaggio tra la valle del Queyras in Francia e la valle Varaita in Italia. Istituita dagli stati e dalle politiche territoriali (una vecchia dogana oramai in disuso ce lo ricorda ancora qua e là), ma spesso ignorata dai valligiani nella loro vita quotidiana, la frontiera è stata qui a lungo soprattutto un elemento amministrativo che garantiva la gestione di scambi economici, linguistici, culturali… tranne quando le nazioni, di tanto in tanto, si riprendevano i loro diritti, in occasione di un conflitto mortale, negando brutalmente il dialogo tra le genti su entrambi i versanti; alcuni resti di caserme o di più antiche costruzioni militari fortificate sono lì a ricordarcelo; il fronte ieri? Tutte queste architetture di difesa o di offesa, disseminate ancora oggi nelle montagne narrano di un altro tipo di sguardo, quello militare: guardare senza essere visti. Ecco la condizione sine qua non per controllare il territorio e le persone. Poi, passate le turbolenze della guerra, il paesaggio è ritornato ad essere “buono” come lo definisce Alain Roger. Il Sentiero Arte e Natura ripropone nuovamente uno sguardo: quello degli artisti verso questa terra. Ancora una frontiera… un modo tangibile senza dubbio di inserirsi nello spazio, nel mondo, dando un nome concreto alle cose di qua e di là: alba e tramonto, altrove e qui, sogno e realtà. Una sorta di GPS interiore, intuitivo, affettivo e culturale. Una linea di divisione per auto-determinarsi come acque di torrenti alpini che si allineano al pendio, una linea di divisione per collocarsi: risalire quello stesso pendio… Frontiere anche tra i morti nel corso della storia… linea di frattura fede e pensiero, testimoniata da una rigorosa ripartizione funeraria: cimitero protestante da un lato, cimitero cattolico dall’altro.


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La frontiera portatrice di divieto; restare allora nel territorio assegnato, non trasgredire. Ma chi dice divieto dice anche desiderio; l’ostacolo appare come una scusa per sognare e per incontrare: l’altro e il diverso. Guardare altrove per capire se l’altrove è simile a qui, nella dimensione fisica e nel confronto umano. Eppure, a ben guardare, è il dialogo che domina nel paesaggio naturale. Da un versante all’altro solatio e opaco si rispondono, in una completezza di elementi : sole e ombra si conciliano tra larici e pini, bruma e vivida luce del mezzogiorno, così come le lingue ufficiali à lungo si sono fuse nei dialetti e nei patois dagli accenti simili. Patronimici e toponimi rinviano a delle radici e storie collettive comuni perché nel corso della storia la frontiera è sempre stata in movimento. I modi di vivere si assomigliano e coniugano ritmi comuni: quelli delle stagioni, dei mestieri… Sopravvivere in questa terra aspra è sempre stata una preoccupazione comune. Negli ultimi anni il progetto Sentier Arte e Natura ha proposto a degli artisti in residenza alternata sui due territori, di progettare e realizzare delle opere che possano parlarsi da una parte all’altra della frontiera franco-italiana. Proprio come il poeta si dedica spesso a ricavare un senso partendo da spazi fisici tangibili, mettendone in gioco i limiti come la striscia del litorale o l’estremità della foresta, l’artista si confronta in questi luoghi alla questione della frontiera, in tutte le sue forme. Quante risonanze spaziali, formali, poetiche possono essere implementate per dare senso a questo sguardo su di essa come elemento significativo tra rottura e continuità. La frontiera a rischio dell’arte…

Nicole Vitré per Sentier Arte e Natura Rifugio Grongios Martre, Pontechianale, luglio 2011


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Dopo un lavoro di più di due anni, svolto in comune tra la Comunità Montana Valli del Monviso e l’Office de Tourisme du Queyras vede la luce il catalogo del percorso di arte contemporanea “Sentier Arte & Natura”. Da tempo si voleva offrire ai turisti che frequentano questi due territori vicini, uniti ma “divisi” dal valico del Colle dell’Agnello, uno spunto in più per tornare a visitare le alte quote di valle Varaita e Queyras. Non solo natura, si potrebbe dire, ma tutto senza prescindere dalla natura, elemento fondamentale e “inviolabile”. Ecco che, nell’ambito dell’Alcotra Italia Francia 2007-2013, si è voluto creare un parco di arte contemporanea all’aperto, immerso ed integrato nel circostante ambiente naturale secondo la filosofia della corrente artistica detta della “land art” o arte ambientale. Affidato alla gestione artistica del collettivo francese Grandeur Nature, che da anni opera su progetti di questo tipo, il parco è strutturato in tre distinti sentieri, due in Italia e uno in Francia, lungo i quali sono stati deposti lavori di arte contemporanea realizzati per l'occasione. Opere esposte per la libera visita, messe in relazione con l'ambiente circostante, di cui sono entrate a far parte. Opere che fanno riflettere, soprattutto: sull’ambiente, sulla natura e, in definitiva, sull’uomo. Con questo catalogo, realizzato grazie al contributo critico degli autori delle opere e di alcuni esperti d’arte che li hanno frequentati e ne hanno carpito alcuni pensieri, si intende offrire ai visitatori uno strumento in più a supporto della visita. Un ringraziamento doveroso va a tutti coloro che hanno reso possibile il successo di questo lavoro, superando le inevitabili piccole e grandi difficoltà che si presentano durante la realizzazione di attività ampie e articolate come queste.

Dott. Aldo Perotti, presidente Comunità Montana Valli del Monviso Monsieur Jean Louis Poncet, président de l’Office de Tourisme du Queyras


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Après plus de deux ans de travail réalisé en commun entre l’Office de Tourisme du Queyras et la Comunità Montana Valli del Monviso, le catalogue du parcours d’art contemporain du “Sentier Arte & Natura” voit le jour. Depuis longtemps nous voulions offrir aux visiteurs de ces deux territoires voisins, unis mais séparés par le Col Agnel, une occasion supplémentaire de revenir visiter les hautes vallées du Val Varaita et du Queyras. Pas seulement la nature pourrait-on dire, mais tout sans faire abstraction de la nature, élément fondamental et intouchable. Dans le contexte du programme ALCOTRA France Italie 2007-2013, nous avons voulu créer un parcours d’art contemporain à ciel ouvert, en pleine nature et intégré dans son environnement naturel selon la philosophie du courant artistique du « Land Art » ou Art environnemental. Confié à la gestion artistique du collectif français de l’association Grandeur Nature, qui œuvre depuis des années sur des projets de ce type, le parcours est composé de 3 sentiers distincts, 2 en Italie et 1 en France. Les œuvres d’art contemporaines spécialement réalisées durant cette résidence artistique ont été placées le long de ces sentiers et sont en visite libre. Elles s’inscrivent dans un environnement naturel auxquelles elles appartiennent désormais. Des œuvres qui font réfléchir plus particulièrement sur l’environnement sur la nature et en définitive sur l’homme. Avec ce catalogue réalisé grâce à la contribution des auteurs des œuvres et de certains experts en art qui les ont côtoyés et qui ont su appréhender leur philosophie artistique, nous souhaitons offrir aux visiteurs un outil supplémentaire à la compréhension des œuvres. De sincères remerciements à tous ceux qui ont contribué au succès de ce travail, en surmontant les inévitables difficultés qui se présentent durant la réalisation d’évènements de cette ampleur.

Monsieur Jean Louis Poncet, président de l’Office de Tourisme du Queyras Dott. Aldo Perotti, presidente Comunità Montana Valli del Monviso


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sommario sommaire MOLINES EN - QUEYRAS FONTGILLARDE 5

D205t

15 4 6 10 9

PONT DE L ’ ARIANE

3 8

BRIANÇON 7

Pont de L’Ariane

Molines-en-Queyras Fontgillarde

D205t

Colle dell’Agnello

I T A L I A F R A N C E

Chianale

SP251

Pontechianale

Castello

SP105 11

Casteldelfino

15 5 6

10 4

15

13

14 12

9

7

8

CUNEO SP105

01. Claire Boucl 02. Olivier de Sepibus 03. Jean François Marc 04. Jean Yves Piffard 05. Luciano di Rosa 06. Pascal Mirande 07. Peter Gross 08. Polska 09. Stephanie Cailleau 10. Sylvaine et Arnaud de la Sablière 11. Jun’ichiro Ishii 12. François Méchain 13. Patricia Meneses 14. Bob Verschueren 15. Collettivo Grandeur Nature

p. 18 p. 20 p. 22 p. 24 p. 26 p. 28 p. 30 p. 32 p. 34 p. 36 p. 38 p. 40 p. 42 p. 44 p. 46


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1.

Claire Boucl Merletto vegetale / Dentelle vègètale | Paesaggio - modello di merletti Paysage - patron de den

Claire Boucl lavora sull’impressione e sulle trasparenze... e sulla delicatezza di motivi decorativi sovrapposti o sottintesi. Uno sguardo ai luoghi e al sedimentarsi di storia e costumi locali. Claire Boucl travaille sur l’impression et la transparence... et sur la finesse des motifs décoratifs superposés ou implicites. Un clin d’œil sur les lieux et un témoignage d’histoire sur les coutumes locales.

Claire Boucl è una giovane artista che trae ispirazione dal concetto di luogo per creare e realizzare installazioni utilizzando prevalentemente materiali naturali e di riciclo. La sua ricerca artistica si orienta nel riportare alla luce le relazioni che intercorrono tra l’uomo e l’ambiente naturale che lo circonda. Coinvolgere lo spettatore, indagare il tema della ciclicità del mondo naturale e dare risalto all’aspetto del recupero sono solo alcuni aspetti affrontati e analizzati da Claire. Espone per la prima volta nel Queyras e nella Valle Varaita, luoghi che considera “ideali per esprimere le mie idee”. Per il Sentier Arte & Natura propone un’installazione giocata sulla trasparenza e sulla delicatezza di un motivo decorativo sapientemente riproposto. Partendo dal concetto che i tessuti sono per l’artista una seconda pelle, la flora può a tutti gli effetti considerarsi una seconda pelle per la terra. Stabilendo un nesso con il territorio in que-

stione, l’artista propone quindi una chiave di lettura dell’ambiente naturale come luogo ricco di memoria, storia e tradizione. Da qui l’idea di rappresentare la natura attraverso un motivo decorativo: con l’utilizzo del legno di nocciolo curvato e intrecciato, Claire propone una soluzione che ricorda il merletto al tombolo, tradizione artigiana molto radicata in questo territorio che richiede grande abilità tecnica e che nel corso degli anni è andata pressoché perduta. La volontà dell’artista è chiaramente quella di dare un nuovo e giusto risalto a questa tradizione locale. Il merletto vegetale è, di fatto, un pretesto per riportare alla memoria secoli di tradizioni, usi e costumi e viene esibito come simbolo e germoglio per una nuova stagione che metta in relazione armonica l’uomo e la natura.


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e dentelle Claire Boucl est une jeune artiste qui tire son inspiration du concept de lieu pour créer et réaliser des œuvres utilisant de préférence des matériaux naturels ou recyclés. Sa recherche artistique vise à mettre en lumière les relations qui existent entre l’homme et son environnement naturel. Impliquer le spectateur, enquêter sur le thème des cycles de la nature et mettre en exergue la question du recyclage, voilà les thèmes abordés et analysés par Claire. Elle expose pour la première fois dans le Queyras et dans le Val Varaita, des lieux qu’elle considère comme «parfaits pour exprimer ses idées». Pour le Sentier Arte & Natura elle propose une œuvre qui joue sur la transparence et sur la délicatesse d’un motif décoratif sagement revisité. Partant du concept que les tissus sont, pour un artiste, une seconde peau, la flore peut être considérée comme une seconde peau pour la terre.

En établissant un lien avec le territoire, l’artiste propose ainsi une clé de lecture de l’environnement naturel riche en mémoire, histoire et tradition. D’où l’idée de représenter la nature à travers un motif ornementale utilisant le bois de noisetier recourbé et entrelacé. Claire nous présente un résultat qui rappelle le travail de dentelle au fuseau, tradition artisanale bien ancrée dans ce territoire, exigeant une grande habileté technique qui s’est presque perdue au fil des ans. La volonté de l’artiste est celle de mettre au goût du jour cette tradition locale. La dentelle végétale est en fait un prétexte pour évoquer des siècles de tradition, les us et coutumes afin de devenir le symbole de l’émergence d’une nouvelle saison qui mettra en harmonie, l’homme et la nature.


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2.

Olivier de Sepibus Iceberg#02

Olivier de Sepibus esamina la natura alla ricerca di integrare una realizzazione plastica, talvolta monumentale, con le tradizioni di un tempo. Lavora con cazzuola e livella, ma anche con banco ottico e filosofia. Olivier de Sepibus étudie la nature pour intégrer une réalisation plastique parfois monumentale avec les traditions d’autrefois. Il travaille avec truelle et niveau, mais aussi avec optique et philosophie.

Olivier de Sepibus è a tutti gli effetti un artista che ama la plasticità delle forme e delle costruzioni. Desideroso di proporre opere destinate ad interrogare e affascinare lo spettatore stimolando fantasia e immaginazione, utilizza con sapiente abilità sia gli strumenti pratici dell’edilizia sia l’ironia e la cultura, che alimenta traendo spunto da colti riferimenti filosofici ed intellettuali. Il progetto realizzato consiste in due angoli retti in pietra secca che sorgono sui due versanti del colle dell’Agnello: due spigoli rossi che escono dal paesaggio naturale per indicare chiaramente un intervento antropico, con il preciso intento di evocare l’esistenza di un enorme parallelepipedo rettangolare sotterraneo che fuoriesce solo in parte dalla montagna. “Questi angoli sono la prova di una civiltà sommersa? Nascondono un enorme e misterioso monumento seppellito? Ciò che mi interessa è l’immaginario che può scaturire da

una forma minimale come l’angolo retto, ripetuta in due luoghi differenti e che dà origine ad una terza forma, gigantesca ed invisibile”. Come allude il titolo dell’opera, la sua quasi totalità è invisibile, frutto dell’immaginazione dello spettatore. L’artista sembra volerci dire che quando l’uomo osserva un paesaggio non tutto è come appare e che non tutto è comprensibile con un solo sguardo: la montagna e l’ambiente naturale possono offrire la possibilità di soffermarsi a meditare, andando oltre le apparenze. Il fatto che l’installazione ponga in comunicazione due stati distinti arricchisce di ulteriori significati interpretativi il progetto: un’opera visibile ad un occhio attento e curioso, che nell’osservare si pone domande per comprendere e analizzare la realtà delle cose.


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Olivier de Sepibus est un artiste qui aime la plasticité des formes et des constructions. Désireux de proposer des œuvres destinées à interpeller et envoûter le spectateur en stimulant son phantasme et son imagination. Il manie avec habileté soit les outils destinés à la construction soit l’ironie et la culture qu’il alimente avec des notions philosophiques et intellectuelles. Le projet réalisé présente deux angles droits en pierre sèche de couleur ocre apparents sur les deux versants du col Agnel et qui émergent pour indiquer clairement une intervention humaine, laissant suggérer sous terre l’existence d’un énorme parallélépipède rectangulaire dont seule la partie supérieure est visible. « Ces angles sont-ils la preuve d’une civilisation submergée ? Cachent-ils un énorme et mystérieux monument enseveli ? Ce qui m’intéresse est l’imaginaire qui peut surgir d’une forme minimaliste comme l’angle droit, répété en deux lieux différents et qui donne origine

à une troisième forme, géante et invisible ». Comme le laisse suggérer le titre de l’œuvre, sa presque totalité est invisible, fruit de l’imagination du spectateur. Selon l’artiste quand l’homme observe un paysage, tout n’est pas comme il y paraît et tout n’est pas toujours compréhensible au premier regard : la montagne et l’environnement naturel offrent la possibilité de s’arrêter et méditer, allant au delà des apparences. L’œuvre met en liaison deux pays différents, enrichissant le projet de procédés d’interprétation : une œuvre visible pour un oeil attentif et curieux qui suscite des questionnements afin de comprendre et analyser la réalité des choses.


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3.

Jean François Marc Armatura di alberi / Armure d’arbre | Legno di cornici / Bois de cadre Jean François Marc è pittore e autore di performance e installazioni: stimola la nostra percezione della natura, la soggettività e il nostro sguardo, così come il posto che occupiamo nello spazio e nel tempo. Jean François Marc est à la fois peintre et auteur de performances et d’œuvres d’art : il aiguise notre perception de la nature, la subjectivité et notre regard, ainsi que la place que nous occupons dans l’espace et dans le temps.

Il lavoro dell’artista si incentra su un personalissimo punto di vista sulla natura: egli ritaglia e inquadra il paesaggio adattando le sue costruzioni per favorire una nuova visione dell’ambiente naturale. L’obiettivo è quello di traslare oggetti che fanno parte del mondo umano e urbano all’interno di un contesto mutevole quale è il paesaggio. Un lavoro dal forte impatto visivo che si declina in due opere distinte, deposte sui due versanti italiano e francese. Da una parte, in Queyras, le “Armure d’arbre”, armature costituite da svariati materiali, che solitamente ritroviamo in città, a proteggere normalissimi alberi: una necessità di proteggere il mondo vegetale, più vulnerabile, ma anche un modo per porre l’accento sul rapporto tra il mondo urbano e quello naturale, in una continua lotta tra prevaricazione e soffocamento. Dall’altra parte, in valle Varaita, il “Bois de cadre”, ovvero cornici in legno che inquadrano brani di paesaggio.

“È una creazione di punti di vista: finestre aperte sull’ambiente naturale. Le materializzo in cornici che determinano un limite visivo del paesaggio”. Le cornici di Jean François guidano lo spettatore ad una precisa visuale determinando al contempo un preciso istante in cui avviene l’azione. Seguendo l’esempio di René Magritte, la cornice coinvolge il visitatore instaurando con lui un dialogo e proponendo svariate e molteplici letture di un’opera, in questo caso, legata ad un paesaggio in divenire. L’uomo si trova così costretto a dialogare con la natura, in un continuum tra spazio osservato e osservatore, che propone in modo delicato il concetto che tutti gli esseri viventi sono soggetti al tempo e alla durata.


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Le travail de l’artiste se concentre sur la nature d’un point de vue très personnel : il découpe et encadre le paysage en conciliant ses ouvrages avec une nouvelle vision de l’environnement naturel. Le but poursuivi est celui de transposer des objets qui font partie du monde humain et urbain à l’intérieur d’un contexte différent, comme celui d’un paysage en plein changement. Un travail au fort impact visuel qui s’organise en deux œuvres distinctes, chacune visibles sur un des deux versants italien et français. Dans le Queyras, l’«Armure d’arbre» : ces armures sont constituées par différents matériaux que l’on retrouve habituellement en ville. Ceci dans le but de protéger les arbres : la nécessité d’assurer la protection du monde végétal, plus vulnérable ; c’est aussi une façon de souligner le rapport entre le monde urbain et la nature, en lutte continuelle contre abus et oppression.

Et dans le Val Varaita, le « Bois de cadre » : c’est-à-dire des cadres en bois qui encadrent le paysage. « C’est une création de points de vue : fenêtres ouvertes sur l’environnement naturel. Je les matérialise dans des cadres qui délimitent visuellement le paysage ». Les cadres de Jean-François conduisent le spectateur à une visualisation précise, déterminant ainsi l’instant exact où l’action se déroule. Suivant l’exemple de René Magritte, le cadre mobilise le visiteur en instaurant avec lui un dialogue, en proposant différentes lectures d’une œuvre insérées dans un paysage en devenir. L’homme se retrouve ainsi obligé à dialoguer avec la nature dans un continuum entre espace observé et observateur, proposant de façon délicate le concept auquel tous les êtres vivants sont confrontés : le rapport au temps et à la durée.


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Jean Yves Piffard Cellule|Biblioteca a due mani / Bibliothèque pour deux mains

Jean Yves Piffard è un artista svizzero. Appassionato di arte in natura, realizza opere all'aperto ma anche dipinti, sculture e installazioni: lavora con la natura e nella natura. Jean Yves Piffard est un artiste suisse. Passionné par l’art en nature, il réalise en pleine nature aussi bien des peintures, sculptures et installations: il travaille avec la nature dans la nature.

I lavori di Jean Yves Piffard sono alla costante ricerca di un’armonia tra l’uomo e la natura: in un primo tempo egli si preoccupa di creare l’installazione con quello che trova sul posto (legno, foglie, neve ecc.) lasciando alla natura il compito di trasformare ciò che incontra sul suo cammino. In un secondo momento Piffard fotografa quanto realizzato: le immagini catturano le intenzioni dell’artista e conservano una memoria dei cambiamenti che si sono verificati. Per il Sentier Arte & Natura ha realizzato due diverse opere, deponendone un esemplare su entrambi i versanti italiano e francese. La prima, “Cellule”, è costituita da cerchi concentrici di pietre che creano una cellula, dove i confini sono rimarcati dall’uso dell’argilla come colorante: “l’argilla è usata come una pittura, con del carbone di legna della cenere”. Le forme e i segni così impressi danno vita ad una varietà stilistica sorprendente.

La seconda, molto ambiziosa e ben riuscita, è una biblioteca di mani stampate sull’argilla, testimonianza del passaggio di chi vive nei pressi del colle dell’Agnello, in Queyras e in valle Varaita. Tavolette in argilla di formato A4, con le impronte delle mani su un lato e il nome del proprietario delle mani stesse sull’altro, sono state essiccate e cotte sul posto, utilizzando la tecnica dei forni primitivi. Le tavolette vengono quindi esposte come libri all’interno di uno scaffale naturale, liberamente circolanti da un territorio all’altro: il segno lasciato dall’artista nel paesaggio e da quanti sono stati coinvolti nell’iniziativa non fa altro che accentuare lo stretto legame tra uomo e natura.


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Les travaux de Jean Yves Piffard sont à la recherche constante d’une harmonie entre l’homme et la nature : dans un premier temps il crée l’œuvre avec ce qu’il trouve sur place (bois, feuilles, neige etc…) laissant à la nature le devoir de transformer ce qu’elle rencontre sur son chemin. En second lieu, Jean-Yves Piffard photographie ce qu’il a réalisé : les images capturent les intentions de l’artiste et conservent une mémoire des changements qui se sont opérés. Pour le Sentier Arte & Natura il a réalisé deux œuvres différentes, sur chacun des deux versants, italien et français. La première est la « cellule » : constituée de cercles concentriques en pierres qui créent une cellule où les limites sont marquées par une coloration à l’argile : « L’argile est utilisée comme une peinture, avec du charbon de bois de cendres ». Les formes et les signes ainsi imprimés donnent naissance à une variété de styles surprenants.

La deuxième, ambitieuse et très réussie représente une bibliothèque de mains imprimées dans l’argile, témoignage du passage de ceux qui vivent tout près du Col Agnel, dans le Queyras et dans le Val Varaïta. Les tablettes sont en argiles de la dimension d’une feuille A4. Chacune reçoit sur une face les empreintes des deux mains d’une personne et sur l’autre face, son prénom. Ces tablettes ont été séchées et cuites sur place en utilisant la technique des fours primitifs. Elles sont exposées tels des livres sur une étagère naturelle, pouvant circuler librement d’un territoire à l’autre : la marque laissée dans le paysage par l’artiste et ceux qui ont partagé l’initiative, contribue à souligner le lien très fort entre l’homme et la nature.


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5.

Luciano di Rosa I buoni presagi / Les heureux présages Luciano Di Rosa si è occupato di scenografie teatrali; come artista cerca di catturare l’attenzione dello spettatore attraverso opere forti, sia per sensazioni e simbolismo, sia per plasticità. Luciano Di Rosa a travaillé sur les décors de théâtre ; c’est un artiste qui tente de capter l'attention du spectateur à travers des œuvres fortes, aussi bien en terme de sens et de symbolique, qu’en terme de plastique.

Unico italiano a partecipare al progetto, si contraddistingue per opere di grande impatto visivo: all’interno di un’ambientazione completamente immersa nella natura, l’artista mostra i drammi della nostra società ormai votata alla corruzione e al consumismo. Utilizzando il metallo, materiale per eccellenza simbolo dell’uomo e dell’industrializzazione, che piega per far assumere le forme desiderate, decora un aeroplano di carta e una barca con pagine tratte da due romanzi simbolici del XX secolo: 1984 di George Orwell e Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Sia l’aeroplano che la barca sembrano essere stati catapultati all’interno di un ambiente incontaminato che non conosce corruzione, ma la loro presenza è la testimonianza che un enorme macigno grava sulle nostre coscienze. Le parole dei due romanzi descrivono inquietanti mondi immaginari e sono un invito a riflettere e meditare sui cambiamenti repentini della nostra società.

L’idea stessa di servirsi di simboli tanto cari al mondo dell’infanzia e ben noti al mondo adulto, sembrano farci capitolare ancora di più in una dimensione che va alla deriva. Di Rosa gioca sul simbolismo, la plasticità delle grandi forme e le sensazioni che queste evocano nell’animo di ognuno di noi: cattura lo spettatore e lo obbliga inesorabilmente a riflettere, lo pone di fronte a quesiti e interrogativi. Impossibile non provare a darsi almeno qualche risposta. Le opere “ci ricordano ciò che Brecht diceva quando i nazisti salirono al potere in Germania: «Oggi l’artista che è un intimista, bada all’estetica, che crea opere d'arte è come un pittore che appende delle splendide nature morte nel salone del Titanic che sta per colare a picco»”.


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Seul italien à participer au projet, il se distingue par des œuvres ayant un grand impact visuel : immergé dans la nature, l’artiste montre les tragédies de notre société d’aujourd’hui afin de lutter contre la corruption et le consumérisme. Il utilise le métal, matériau symbole par excellence, de l’homme et de l’industrialisation, qui se plie au gré des formes souhaitées. Il réalise donc un avion en papier et un bateau avec deux pages tirées de deux célèbres romans du XXe siècle: "1984" de George Orwell et "Le Meilleur des Mondes" d’Aldous Huxley. L’avion et le bateau semblent avoir été catapultés dans un environnement vierge exempt de corruption. Leur présence est la preuve qu’un énorme poids pèse sur nos consciences. Les textes de ces deux romans décrivent des mondes inquiétants et imaginaires qui sont une invitation à réfléchir et à méditer sur les changements violents de notre société. L’idée d’utiliser des symboles si chers à l’en-

fance et bien connus du monde des adultes, semble nous faire entrer dans une dimension qui conduit encore plus à la dérive. Di Rosa joue sur la symbolique, la plasticité des grandes formes et les sentiments qu’ils évoquent dans l’âme de chacun. Il saisit le spectateur et l’oblige à penser inexorablement, en le mettant face à ses questionnements et à ses doutes. Impossible donc de ne pas essayer de s’autoriser au moins quelques réponses. Cela rappelle ce que disait Brecht quand les nazis ont pris le pouvoir en Allemagne : «Aujourd’hui, l’artiste qui est intimiste, qui soigne l’esthétique, qui fait de l’art, est comme un peintre qui accroche de merveilleuses natures mortes dans le salon du Titanic, qui est en train de couler par le fond».


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Pascal Mirande Cabine / Guérites

Pascal Mirande si esprime con fotografia plastica, disegno e arte in natura: le sue installazioni sono il punto di partenza per ulteriore produzione artistica attraverso la documentazione fotografica. Pascal Mirande s’exprime à travers la photographie plasticienne, le design et l'art environnemental: ses installations sont le point de départ pour des productions artistiques futures grâce à une documentation photographique.

Disseminate sul territorio seguendo una linea immaginaria tra l’Italia e la Francia, Pascal Mirande ha posizionato lungo i due versanti del Sentier Arte & Natura alcune variopinte cabine che tanto ricordano quelle che si possono incontrare d’estate lungo le spiagge o quelle che contraddistinguono i posti di frontiera. Concepite come un quesito sul paesaggio e sul pensiero umano e decorate utilizzando una vernice che rispetta l’ambiente, non passano inosservate proprio per il loro colore e per la loro forma. Non si pensi che la forma della cabina sia stata scelta senza un motivo di fondo: essa rappresenta, pur nel suo modo di essere giocoso e inventivo, un esplicito richiamo alla tradizione dell’artigianato locale nella costruzione di bauli e cassoni: un’arte portata avanti con sapienza e costanza da secoli. Spinti dalla curiosità i visitatori rimarranno affascinati da queste strutture, vorranno provare ad entrare

o a guardare dallo spioncino, che si trasforma in un buon mezzo per riflettere e per venire a conoscenza di tutti i pensieri più profondi che affollano la mente umana. “Mi auguro che chi passeggia scopra il contenuto per sua volontà e in modo individuale: il mio scopo è di proporre un momento di riflessione”. Al loro interno il visitatore rimarrà colpito dalla presenza una breve frase riportata in italiano e in francese dalla mano stessa dell’artista. Gli autori di queste citazioni sono Marcel Duchamp, Robert Filliou, Boris Vian, Leonardo Da Vinci e Michelangelo: grandi nomi che hanno dedicato la propria vita all’arte, ma in fondo l’arte è la vita stessa, forza in grado di scatenare infinite energie positive.


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Disséminées sur le territoire suivant une ligne imaginaire entre le Italie et la France, Pascal Mirande a positionné le long des deux versants du Sentier Arte e Natura quelques guérites colorées qui rappellent beaucoup les cabines situées le long des plages en été ou bien celles qui représentent des postes-frontières. Conçues comme un questionnement sur le paysage et sur la pensée humaine, chacune est recouverte d’une peinture respectueuse de l’environnement. Elles ne passent pas inaperçues au compte-tenu de leur couleur et de leur forme. Ne pensez pas que la forme de la cabine ait été choisie au hasard : elle a d’une certaine façon une fonction ludique et créative précise faisant référence à la tradition de l’artisanat local dans la construction des malles et des coffres : un art perpétué avec constance au fil des siècles. Poussés par la curiosité, les visiteurs seront fascinés par ces structures et auront envie d’essayer d’y entrer ou de regarder à travers le judas. Elles de-

viennent alors un bon moyen de réflexion et de prise de conscience de toutes les pensées les plus profondes qui remplissent l’esprit humain. «Je souhaite que le promeneur découvre le contenu par sa propre volonté et de manière individuelle : Mon but est de proposer un moment de réflexion.» Au plus profond d’eux-mêmes, les visiteurs seront surpris par la présence d’une courte phrase écrite de la main de l’artiste en italien et en français. Les auteurs de ces citations sont Marcel Duchamp, Robert Filliou, Boris Vian, Leonardo Da Vinci et Michel-Ange : de grands noms qui ont consacré leur vie à l’art. Mais après tout, l’art est la vie elle-même, dont la force peut déclencher une énergie positive infinie.


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Peter Gross Ceppi / Souches La personalità eccentrica del franco-rumeno Peter Gross predilige mondi immaginari ad una meno fantasiosa realtà delle cose: realizza opere in bilico tra sogno e ambiente naturale. La personnalité excentrique du franco-roumain Peter Gross, préfère les mondes imaginaires à une réalité moins fantaisiste: crée des œuvres en équilibre entre rêve et environnement naturel.

Una serie di ceppi d’albero, provenienti da un precedente taglio, vengono sapientemente dorati con alluminio successivamente lucidato. L’intento dell’artista è quello di raccontare una storia che muove da un elemento reale e naturale, anche se non più vivo, per toccare le corde della fantasia e del sogno. Questi ceppi si trasformano infatti in specchi, pronti a riflettere la luce e, spingendo oltre l’immaginazione su suggerimento dell’artista, possono diventare addirittura stravaganti piedistalli per angeli, richiamati dalla riflessione dei raggi solari sulla superficie lucente dell’alluminio. Particolare è il contrasto fra l’elemento naturale degli alberi così come si trovano e il sapiente lavoro umano nell’intervenire e modificare il processo biologico. Dodici ceppi sono poi scolpiti con leggere ondulazioni, quasi a voler imitare le onde del lago di Pontechianale. “Quest’opera per me è un catalizzatore, un invito al porsi delle domande e una porta

sull’immaginario. Il ceppo è lo strumento di una trasformazione in oggetto metafisico”. Il ceppo diventa dunque elemento concreto per mostrare, in modo semplice e immediato, l’invisibile e l’immaginario. Le possibilità interpretative diventano infatti milioni nella mente di ciascuno di noi e ciò grazie alla contemplazione dell’arte applicata alla natura. Grazie a Gross, in altre parole, ciò che è invisibile diventa visibile con il semplice aiuto dell’immaginazione: il suo è un mondo utopico, etereo e impalpabile, che offre un modo per indagare la relazione che intercorre tra la natura e le leggi dell’universo. Tramite le sue creazioni in bilico tra sogno e realtà, tra fiaba e verità, si esplica il suo intento artistico: generare nella mente umana tanti mondi possibili relazionandoli all’elemento naturale.


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Une série de souches d’arbres, issues d’une coupe récente ont été savamment décorées avec de l’aluminium puis polies. L’artiste souhaite raconter une histoire qui s’articule autour d’un élément concret et naturel, ne vivant plus, afin de toucher les Cordes de l’imagination et des rêves. Ces souches sont transformées en miroirs, prêts à réfléchir la lumière. En allant au-delà de l’imagination de l’artiste, ils peuvent devenir d’insolites piédestaux pour les anges, attirés par la réfraction de la lumière du soleil qui brille sur la surface de l’aluminium. Il existe tout particulièrement un contraste entre l’arbre à l’état naturel et l’habile façonnage humain dans l’intervention et la modification du processus biologique. Douze souches ont ensuite été sculptées avec des ondulations douces, comme si l’artiste voulait imiter les vagues du lac Pontechianale. «Cette œuvre est pour moi un catalyseur, une invitation au questionnement et une porte

ouverte sur l’imaginaire. La souche est l’instrument permettant une transformation en objet métaphysique». La souche devient donc une preuve concrète pour montrer d’une façon simple et immédiate, l’invisible et l’imaginaire. Il y a des millions d’interprétations possibles dans l’esprit de chacun et ceci grâce à la contemplation de l’art appliqué à la nature. Merci à Peter Gross, grâce à qui ce qui est invisible devient visible simplement à l’aide de l’imagination : son monde est utopique, éthéré et impalpable, et offre un moyen d’étudier la relation entre la nature et les lois de l’univers. A travers ses créations, en équilibre entre rêve et réalité, entre fable et vérité, il exerce son concept artistique : susciter dans l’esprit humain de nombreux mondes possibles en les reliant à la nature.


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Polska Piroga zen / Pirogue zen

Polska, artista franco-polacca, si contraddistingue per un approccio al mondo naturale sensibile e poetico: le sue opere sono leggere, quasi fragili, sospese nel tempo e nello spazio. Polska est une artiste franco-polonaise évoluant dans un monde sensible et poétique. Son imaginaire est celui du monde léger, et ses œuvres apparemment si fragiles paraissent comme suspendues dans le temps et dans l’espace.

Il tema del viaggio e del movimento: è questo l’argomento scelto da Polska per l’opera realizzata nell’ambito del progetto del Sentier Arte & Natura. Un viaggio affrontato però in senso quasi metafisico, con un mezzo che più che trasportare il corpo si propone di muovere la mente e l’anima. Una piroga realizzata con canne di bambù intrecciate a rami di vimini, sospesa sull’acqua, invita infatti il visitatore alla scoperta e alla meditazione. Essa non disturba la visuale paesaggistica ma anzi si inserisce armoniosamente nell’ambiente circostante. Poco resistente alle intemperie e al vento è destinata al movimento e a dolci oscillazioni che provocano sull’acqua piacevolissimi riflessi cangianti sia a seconda delle condizioni climatiche ma anche in base all’ora e al mutare delle stagioni. L’imbarcazione porta con sé il messaggio dell’artista: amore e rispetto per la natura che va percepita attraverso la meditazione e la contemplazione. La piroga zen scatena dun-

que la volontà di andare alla ricerca non solo di ciò che ci circonda, ma anche di quanto potrebbe nascondersi più lontano. Il fatto stesso poi che la barca sia stata costruita intrecciando i rami, come se si trattasse di un nido di uccello, evoca nuovamente il tema del viaggio, di una partenza e di un possibile ritorno. L’opera è quindi solo apparentemente fragile, ma si fa invece forte di un messaggio che scatena nell’uomo la voglia di indagare più a fondo ciò che lo circonda. Destinata a mutare, invita lo spettatore a osservarne i cambiamenti e a compiere un viaggio con il pensiero, alla ricerca di un contatto con la natura che troppo spesso ha cercato di evitare o allontanare.


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Le thème du voyage et du mouvement : c’est le sujet choisi par Polska pour réaliser sa création dans le cadre du Sentier Arte e Natura. Un voyage, dans un sens presque métaphysique. Plutôt que de transporter le corps il propose de déplacer l’âme et l’esprit. Une pirogue fabriquée à partir de branches de bambou et d’osier tissé, suspendus au-dessus de l’eau, invite le visiteur à la découverte et à la méditation. Elle ne perturbe pas le paysage mais tend plutôt à se fondre harmonieusement avec l’environnement qui l’entoure. Peu résistante aux intempéries et au vent, elle est destinée à se mouvoir au moyen de douces oscillations qui provoquent sur l’eau d’agréables reflets, pures et changeants en fonction du temps, de l’heure mais aussi au gré des saisons. Par le biais de cette embarcation l’artiste apporte un message : l’amour et le respect de la nature à travers la méditation et la contemplation.

La pirogue zen déclenche le désir d’aller à la recherche non seulement de ce qui nous entoure, mais aussi de ce qui pourrait se cacher plus loin. Cette embarcation, faite d’entrelacements de branches est construite comme s’il s’agissait d’un nid d’oiseau et évoque le thème du voyage, d’un départ et d’un retour possible. Ce travail si fragile en apparence, est plutôt un message fort qui déclenche le désir chez l’homme d’enquêter de manière plus approfondie sur l’environnement. Destinée à changer, elle invite le spectateur à observer les changements et à faire un voyage à travers la pensée, à la recherche du contact avec la nature que l’on a trop souvent tenté d’éviter ou d’éloigner.


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Stephanie Cailleau Anemoni d’alpeggio / Anémones d’alpage

Stephanie Cailleau è una giovane artista appassionata di opere polimorfe, spaziando dalla bio alla land art: mette in relazione la natura con il feltro, materiale che predilige come medium per esprimersi. Stéphanie Cailleau est une jeune artiste passionnée de création polymorphe, en passant de la matière bio au land art : elle met en relation la nature avec le feutre, matériel qu’elle préfère et qu’elle utilise comme un moyen pour s’exprimer.

Per il Sentier Arte & Natura propone un’opera destinata a porre domande al territorio, nella sua essenza minerale e nella sua componente umana, dove l’elemento naturale viene messo in relazione con la sapiente lavorazione del feltro giocando sul contrasto visivo e tattile. Ne scaturisce un’opera dolce ma allo stesso tempo inquieta e ibrida, in cui materiali, elementi, natura e trasformazione umana sembrano mescolarsi in modo inscindibile. L’opera si avvale degli elementi che troviamo comunemente negli alpeggi: rocce, pecore ma anche curiosi escursionisti costituiscono la base fisica e ideale sulla quale essa si appoggia. Partendo dalla materia prima che è la roccia, scelta preferibilmente grande e dalla forma tondeggiante, viene applicato su di essa uno strato di lana naturale di colore bianco. A ciò vengono poi aggiunti dei germogli di lana colorata con dei fiori dai colori molto accesi, sul versante francese, o tendenti alle gradazioni del verde sul versante italiano. Una

scelta che rispecchia la natura circostante ai luoghi in cui le opere si trovano: prato con sgargianti fioriture in Queyras, bosco fitto in valle Varaita. Questi fiori vengono però realizzati con tessuti, provenienti dal reimpiego di indumenti da trekking come giacche a vento, maglioni, pile o felpe. Ad un’osservazione attenta è facile scorgere frammenti di polsini, cerniere e bottoni: gli elementi vegetale, animale e infine umano trovano una sintesi perfetta in questi straordinari “anemoni d’alpeggio”. Lo scopo dell’artista è cercare di unire il naturale e l’artificiale, di dare vita ad una creatura mista, in grado di mettere in crisi le nostre capacità percettive e di classificazione di elementi sulla base di categorie. Impossibile dunque non interrogarsi sul rapporto che mette in stretta relazione l’uomo e il modo che abita.


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Sur le Sentier Arte & Natura cette œuvre est destinée à susciter le questionnement sur le territoire, de part son essence minérale et sa composante humaine, où l’élément naturel est en corrélation avec le travail habile du feutre en jouant sur le contraste qui existe entre le visuel et le tactile. Il en résulte un travail délicat, mais en même temps inquiétant et hybride, dans lequel les matériaux, les éléments, la nature et la transformation humaine semblent se mélanger de manière indissociable. Ce travail fait appel à des éléments communs se trouvant dans les alpages : les rochers, les moutons mais aussi les randonneurs curieux qui constituent ainsi la base physique idéale sur lesquels il repose. Il est réalisé à partir de la matière première qui est la roche, de préférence choisie pour sa forme large et ronde et sur laquelle est appliquée une couche de laine naturelle de couleur blanche.

Il a ensuite été ajouté des fleurs en laine colorées de couleurs très vives pour la partie française, et plutôt marquées par des nuances de vert pour le versant italien. Un choix qui reflète la nature environnante : des prairies de fleurs vivement colorées pour le Queyras et une forêt dense pour la vallée Varaita. Cependant, ces fleurs sont faites de tissus et proviennent de vêtements recyclés comme des vestes de randonnée, pulls, polaires ou bien sweat-shirts. En observant attentivement, il est facile de voir des fragments de manches, fermetures éclair et boutons : le végétal, l’animal et enfin l’humain ont finalement trouvé une parfaite symbiose dans ces extraordinaires “anémones d’alpages”. Le but de l’artiste est de relier le naturel et l’artificiel, de donner vie à une créature hybride dont la vue perturbe notre réflexe de classification et de séparation des mondes par catégories (minéraux, végétaux…).


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Sylvaine et Arnaud de la Sablière Feu l’abeille / Fuoco e api | ADN / DNA

Sylvaine e Arnaud de La Sablière sono una coppia di artisti che lavorano con un forte messaggio per porsi in contrasto con la contemplazione dello spettatore immerso nella natura. Sylvaine et Arnaud de la Sablière sont un couple d’artistes qui travaillent dans la nature avec un message fort pour contraster avec la contemplation du spectateur en pleine nature.

Questa coppia di artisti, che vivono e lavorano insieme, realizza opere partendo da interessi diversi: architettura per uno, arti plastiche per l’altro. Lo scopo comune ai due è scoprire e analizzare nel dettaglio le trasformazioni di un oggetto all’interno del suo ambiente, indagare le emozioni che alcuni oggetti provocano nella mente umana, ricercare luoghi evocativi per attivare l’immaginazione attraverso installazioni o video performance. In particolare, essi lavorano nella natura per farsi portatori di importanti messaggi, proposti agli spettatori come strumento di riflessione sui rischi che ambiente e biodiversità vegetale e animale corrono ogni giorno che passa. Non fanno eccezione le opere che hanno realizzato per il Sentier Arte & Natura: due creazioni che simboleggiano un alveare dalle forme gigantesche e la doppia spirale del DNA. Il primo lavoro, posto in Queyras, è un monito per interrogarsi sul fenomeno attuale del-

l’estinzione delle api, insetto la cui storia è da sempre intrecciata a quella dell’uomo. Una parte dell’alveare gigante è semicarbonizzato ed evoca un crollo imminente, forse apportato da una mano umana. La doppia spirale del DNA, invece, si trova in valle Varaita: un’immagine simbolo della vita viene accostata a due alberi che sorreggono la struttura a doppia elica. “L’idea è quella di evocare le gravi minacce che pesano sulla biodiversità: le due catene opposte della spirale sono come erose dal fuoco e suggeriscono la possibile fossilizzazione di ogni essere vivente sulla terra”. Gli alberi, le api ma anche il fuoco sono elementi che invitano il visitatore a riflettere, seppure immerso in un paesaggio, come quello di montagna, che sembra apparentemente non conoscere problemi.


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Ce couple d’artiste, qui vit et travaille ensemble, réalise des œuvres en partant d’intérêt différents : architecture pour l’un, art plastique pour l’autre. Leur but commun à tous les deux est de découvrir et d’analyser dans le détail les transformations d’un objet à l’intérieur de son environnement, de rechercher les émotions que certains de ces objets provoquent dans l’esprit humain, de rechercher les endroits évocateurs pour activer l’imagination à travers des installations ou performances vidéo. En particulier, ils travaillent dans la nature pour être les porteurs d’importants messages, proposés aux spectateurs comme instruments de réflexion sur les risques encourus au quotidien pour notre environnement ainsi que pour la biodiversité végétale et animale. Les œuvres réalisées pour le Sentier Arte & Natura ne font pas exception ; ce sont deux créations qui symbolisent une alvéole gigantesque et la double spirale de l’ADN.

Le premier travail, exposé dans le Queyras, est un signe qui nous interroge sur le phénomène actuel de la disparition des abeilles, insecte dont l’histoire est depuis toujours indissociable de celle de l’homme. Une partie de l’alvéole géante est semi-carbonisée et évoque ainsi une catastrophe imminente, peut-être apportée par l’homme. En revanche, la double spirale d’ADN se trouve dans le Val Varaita : c’est une image posée entre deux arbres qui soutiennent la double hélice d’ADN. “L’idée est d’évoquer les graves menaces qui pèsent sur la biodiversité ; les deux hélices opposées de la spirale sont comme érodées par le feu et suggèrent la possible fossilisation de chaque être vivant sur la terre”. Les arbres, les abeilles mais aussi le feu sont des éléments qui invitent le visiteur à réfléchir, même immergés dans un paysage comme celui de la montagne.


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Jun’ichiro Ishii Quadrifogli / Trèfle à quatre feuilles Nato in Giappone ma residente a Parigi, ha esordito dedicandosi al desing di interni e alla pittura, passando poi a azioni creative più articolate, con attenzione particolare alle peculiarità culturali locali. Né au Japon et résidant à Paris, il a commencé à se consacrer à la peinture et au design d’intérieur, avant de passer à des créations plus complexes, en portant une attention particulière aux spécificités de la culture locale.

Quando l’artista proviene da una cultura estremamente lontana e “altra”, come quella giapponese, l’esito creativo può essere estremamente diverso dai canoni a cui siamo abituati. Nel caso di Jun’ichiro, ciò viene meno per via del processo di ricerca dell’ispirazione che sta alla base di ogni suo lavoro: egli si lascia influenzare dalla cultura del luogo che lo ospita, e per coglierne al meglio le bellezze non parte con un preciso progetto da rispettare in tutto e per tutto, ma rimane piacevolmente influenzato da tutto ciò che lo circonda. In questo modo cerca di rendere l’opera ancora più particolare ed evocativa nel suo lavorare e interagire in un determinato luogo. Nel contesto naturale di valle Varaita e Queyras si è dedicato alla costruzione di grandi quadrifogli in legno di pino: lo spettatore li potrà ammirare andando lui stesso alla loro ricerca sui sentieri, senza conoscerne l’esatta ubicazione e il numero. L’idea è di percorrere un grande prato e, come si faceva da bambini,

andare a caccia di quadrifogli: “quest’opera non è pensata soltanto per essere apprezzata come oggetto ma anticipa il processo di «ricerca». La mia intenzione è di presentare un tempo apparentemente senza significato ed il processo di trovare qualcosa da parte degli stessi spettatori”. Evidente la scelta di utilizzare il quadrifoglio come portafortuna: un simbolo occidentale peraltro sconosciuto ad un giapponese. In una società moderna votata all’efficienza e alla tecnologia a discapito della sensibilità, andare alla scoperta di questi arbusti può rappresentare un buon auspicio per un’era nuova, più accorta al tema della natura e della bellezza delle piccole e semplici cose: non si deve trascurare inoltre il fatto che questo processo creativo si è svolto a pochi mesi di distanza dal disastro ambientale di Fukushima.


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Quand l’artiste provient d’une culture autre et lointaine comme la culture Japonaise, le résultat peut être très créatif par rapport à ce que nous sommes habitués à voir. Dans le cas de Jun’ichiro, c’est un processus de recherche et d’inspiration qui est la base de son œuvre : il se laisse influencer par la culture du lieu où il se trouve, pour appréhender ce qu’il y a de plus beau. Il ne démarre pas avec un projet précis qu’il doit respecter à tout prix, mais reste agréablement influencé par tout ce qui l’entoure. Il essaie de réaliser un travail encore plus distinctif et évocateur en tentant d’interagir sur un lieu donné. Dans l’environnement naturel de la vallée Varaita et du Queyras, il s’est consacré à la construction de grands trèfles à quatre feuilles réalisés en pin : le spectateur pourra les admirer en partant à leur recherche sur les sentiers, sans connaître exactement leur emplacement et leur nombre.

L’idée est de parcourir un grand champ et de partir comme les enfants à la chasse aux trèfles à quatre feuilles : « Cette œuvre n’est pas seulement pensée pour être appréciée en tant qu’objet, mais s’inscrit dans un processus de "recherche". Mon intention est de présenter un instant « vide de sens », et ainsi permettre au public de trouver quelque chose par lui-même via ce processus de découverte ». Il a été évident de choisir le trèfle comme porte bonheur : un symbole occidental et inconnu pour un japonais. Dans une société moderne consacrée à l’efficacité technique au détriment de la sensibilité, l’exploration de ces arbustes peut être un heureux présage pour une nouvelle ère. Réalisés sur le thème de la nature et la beauté des choses qu’elles soient petites ou simples, nous ne devons pas négliger le fait que ce processus créatif a eu lieu seulement quelques mois après la catastrophe écologique de Fukushima.


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François Méchain Territori precari: a tutti gli animali selvatici del mondo / Territoires précaires : A tous les animau

Artista con all’attivo un curriculum fitto di esposizioni e mostre, è scultore e fotografo. Cerca di trasporre nelle sue opere i due temi a lui più cari: la società e la natura. Artiste avec à son actif, un curriculum vitae fait d’expositions et de salons. Il est sculpteur et photographe. Il cherche à mettre en valeur dans ses œuvres, les deux thèmes qui lui sont les plus chers : la société et la nature.

François Méchain si definisce un artista nomade, alla costante ricerca di un luogo che riesca a suscitare stupore e bellezza. Deve averlo sicuramente trovato in quel territorio che si trova a cavallo tra la Francia e l’Italia e che chiamiamo colle dell’Agnello. “Rendetevi conto, 2.744 metri, temibile e temuto, è il secondo più alto valico di Francia e Italia. Quando il generale Inverno ha finalmente ritirato le sue truppe, vi si può accedere dal lato francese con una lunga salita attraverso un impressionante deserto minerale. Versante italiano: un muro scosceso a strapiombo, da superare in uno slancio”. Méchain inserisce nel paesaggio due grossi alveari, uno sul versante francese e l’altro su quello italiano: simboleggiano l’impollinazione di culture che nel corso dei secoli ha subito il territorio. Da sempre qui si sono succedute guerre, conflitti religiosi o passaggi di frontiera per scambi di merci e beni. Ma l’uomo, come il lupo, il camoscio e l’ape,

ignoravano questo confine e si spostavano laddove ritenevano più opportuno. La sua opera aiuta a riflettere: la frontiera politica diventa quindi un mero simbolo di ignoranza e paura, una chiusura innaturale da contrastare visivamente con i suoi alveari. “E se le frontiere non fossero che i punti di sutura della nostra ignoranza?” Come Sylvaine e Arnaud de la Sablière, Méchain utilizza la metafora dell’ape per spiegare come l’uomo dovrebbe vivere nella società: pronto e votato all’altruismo e all’apertura e non strenuo difensore del suo orto; la paura del diverso e dell’altro non fa altro che allontanare l’uomo dai valori positivi offerti al contrario dalla reciproca impollinazione culturale. Evidente è anche la critica mossa dall’artista nei confronti di quei fenomeni dilaganti al giorno d’oggi quali inquinamento e intensificazione delle monoculture.


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nimaux sauvages du monde François Méchain se définit comme un artiste nomade toujours à la recherche d’un lieu qui puisse susciter l’étonnement et la beauté. C’est sûrement ce qu’il a trouvé dans ce territoire, à cheval entre France et Italie et que l’on appelle le Col Agnel. « Rendez-vous compte, 2744 m, redoutable et redouté, c’est le deuxième plus haut passage de l’hexagone. Quand l’hiver a bien voulu ranger ses derniers oripeaux on y accède côté français par une longue montée dans un impressionnant désert minéral. Côté italien par un mur abrupt qui vous surplombe et qu’il faut franchir dans l’élan ». Méchain introduit dans le paysage deux grosses ruches, une sur le versant italien et l’autre sur le versant français : symbole de pollinisation des cultures, que le territoire a subi pendant des siècles. Depuis toujours des guerres se sont succédé, conflits religieux ou passages de frontière pour échanger biens et marchandises. Mais l’-

homme, comme le loup, le chamois et l’abeille ont ignoré la frontière et se sont déplacés et installés là où c’était le mieux pour eux. Son œuvre fait réfléchir : la frontière politique devient ainsi un symbole d’ignorance et de peur, une fermeture contre nature qui contraste avec ses ruches. « Et si les frontières n’étaient que les points de suture de notre propre ignorance ? » Comme Sylvaine et Arnaud de la Sablière, Méchain se sert de la métaphore de l’abeille pour expliquer que l’homme doit vivre en société : prêt et voué à l’altruisme, à l’ouverture et non pas à être défenseur de son jardin ; la peur du différent, de l’autre, ne fait qu’éloigner l’homme, des valeurs positives offertes par la pollinisation culturelle réciproque. De toute évidence, c’est aussi le pouvoir de critique de l’artiste envers les phénomènes de notre temps tels que la pollution et l’intensification des monocultures.


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Patricia Meneses Nature Poems

Patricia Meneses è un architetto di origine messicana che si occupa di arte e funzionalità dedicandosi in particolare a design, scultura, installazioni e progetti architettonici. Patricia Meneses est une architecte d’origine mexicaine qui s’intéresse à l’art et à ses fonctionnalités et qui se dédie en particulier au design, à la sculpture, à l’installation et aux projets architecturaux.

Affascinata dal mondo del cinema, dalla musica, dalla danza, dalla pittura e anche dalla letteratura da sempre è influenzata da tutto ciò che la circonda. Per dare vita ai suoi progetti parte da un sentimento, da uno stato d’animo o da un’emozione per poi arrivare ad un’immagine e infine alla realizzazione di un’opera. Allo spazio fisico tocca infine l’arduo compito di rispondere a questi bisogni di essenzialità e chiarezza. Il progetto presentato per il Sentier Arte & Natura prende le mosse da una riflessione di Patricia: “nulla appartiene di più all’individuo, nulla è più vicino alla sua conoscenza, che il suo stesso corpo”. Il lavoro si declina in una serie di quattro opere che hanno il compito di far riflettere l’uomo contemporaneo in relazione al suo habitat naturale. Sono stravaganti strutture realizzate in legno, tessuto e chiodi che sembrano nascere dalla terra e trovare un loro spazio in cui vivere e

crescere. L’idea che rappresentino una sorta di costume, di abito o di seconda pelle sembra voler dire che così come il vestito copre e cela una parte dell’individuo così queste installazioni sembrano mascherare o rivelare qualche segreto. “Il corpo umano è considerato come uno spazio individuale e il costume come una sorta di architettura intima che genera il nostro personale spazio interiore. Il vestito è una forma di inventario dell’essere umano, una seconda pelle, un’estensione della pelle, un ritornare alle nostre origini animali. Le opere proposte come degli oggetti-spazio integrano l’Architettura e il Costume, l’Arte e la Natura nella medesima poetica, sotto la forma di architetture letterarie e visive che stabiliscono un nuovo dialogo tra corpi e natura”. Fa parte del progetto una videoperformance, eseguita nei pressi del colle dell’Agnello con accompagnamento musicale.


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Fascinée par le monde du cinéma, de la musique, de la danse, de la peinture mais aussi de la littérature, elle est depuis toujours influencée par ce qui l’entoure. Pour donner vie à ses projets elle part d’un sentiment, d’un état d’âme ou d’une émotion, pour arriver ensuite à une image et enfin à la réalisation d’une œuvre. Un espace physique a enfin le devoir de répondre à ses besoins essentiels et clairs. Le projet présenté par le Sentier Arte &Nature reflète la proposition de Patricia : « rien n’appartient plus à l’individu, rien n’est plus proche à sa connaissance que son propre corps ». Le travail se décline dans une série de quatre œuvres qui ont pour but de présenter l’homme moderne en relation avec son habitat naturel. Ce sont d’extravagantes structures faites de bois, clous et tissus qui semblent sortir de terre et trouver leur espace où vivre et grandir. L’impression de costume, d’habit ou de seconde peau, comme le vêtement qui couvre

une partie de l’homme, semble cacher et révéler quelques secrets. « Le corps humain est comme un espace individuel et le costume une sorte d’architecture intime qui génère notre espace intérieur. L’habit est une forme d’inventaire de l’être humain, une seconde peau, une extension de la peau, un retour aux origines animales. Les œuvres proposées comme objets-espaces, intègrent l’Architecture et le Costume, l’Art et la Nature dans la même poésie, sous la même forme d’architecture littéraire et visuelle qui instaure un nouveau dialogue entre le corps et la nature». Une vidéo de performance faisant partie du projet, avec accompagnement musical a été réalisée aux alentours du Col Agnel.


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Bob Verschueren Questione di sguardi / Question de regards Bob Verschueren, di origine belga, si è approcciato da autodidatta all’arte: superata una fase pittorica, si è dedicato al paesaggio e alle installazioni vegetali. Bob Verschueren, d’origine belge, s’est intéressé à l’art de façon autodidacte : après une phase pittoresque, il s’est consacré au paysage et aux installations végétales.

Amante della natura e della vegetazione, ha esordito con il suo linguaggio artistico nel 1978 con i “wind paintings”, pigmenti naturali lasciati liberi di vagare nella natura e trasportati dalla forza del vento: da allora ha realizzato più di 300 installazioni a cielo aperto in Europa e nel mondo. Per il Sentier Arte & Natura l’artista propone una riflessione sul guardare, sull’ammirare e sull’idea di conquista delle vette e di reciproco rapporto tra paesi confinanti. Una monumentale sedia alta sei metri, poggiata su quattro tronchi d’albero si trova davanti ad una cornice intagliata, che inquadra le montagne in direzione del confine. Un punto di vista duplice, che evoca il tentativo umano di superare i propri limiti attraverso la conquista delle cime, inquadrate dalla cornice, ma anche uno sguardo attento ai reciproci rapporti tra popoli e nazioni, non sempre facili. Due opere identiche sui due versanti, con unica concessione al locale nella decorazione della cornice: barocca quella ita-

liana, occitana e con il motivo tradizionale della rosa del Queyras in Francia. “Due paesi, due paesaggi, due diversi modi di vedere l’altrove. Due punti di vista per osservare, scrutare, rappresentare ciò che distingue il «qui» dal «là», il vicino dal lontano, il voi dal noi. Qui sta forse il confine tra rimirare e ammirare. Qui si trovano forse due luoghi per conoscersi e riconoscersi”. Natura e cultura sono, ancora una volta sottoposte alla riflessione dell’arte. Si avverte un’intima presenza in quest’oera, il silenzio che suscita genera a sua volta un senso di attesa, un teatro di intimità, una percezione di laboratorio aperto, dove la rappresentazione prende forma autonoma e irripetibile nella testa dello spettatore, che può proiettarsi come meglio crede nella poetica che ha davanti agli occhi.


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Amoureux de la nature et de la végétation, il fait connaître son langage artistique en 1978 avec ses « wind paintings », pigments naturels répandus au vent dans le paysage. Depuis il a réalisé plus de 300 installations à ciel ouvert en Europe et dans le monde. Pour le Sentier Arte & Natura, l’artiste invite au regard, à l’admiration et à la conquête des sommets et aux relations réciproques entre deux pays voisins. Une monumentale chaise haute de six mètres, composée de quatre troncs d’arbre porte un encadrement au travers duquel on aperçoit les montagnes frontalières. Un point de vue qui évoque la tentative humaine à surpasser ses propres limites, à travers la conquête des hauts sommets, et aussi un regard attentif aux rapports réciproques, pas toujours faciles entre populations et nations. Deux œuvres identiques pour les deux versants, seule différence : le cadre style baroque côté Italie et occitan avec la traditionnelle ro-

sace du Queyras, côté France. « Deux pays, deux paysages, deux visions de l’ailleurs. Deux points de vue pour observer, scruter, dépeindre ce qui distingue l’ici du là-bas, le proche du lointain, le vous, du nous. Ici se trouve peut-être la frontière qu’il y a entre mirer et admirer. Ici se trouvent peut-être deux lieux pour se connaître et se reconnaître » Nature et culture sont encore une fois soumises au reflet de l’art. On perçoit ici l’intimité de tout cela, le silence qui génère une sensation d’attente, un théâtre d’intimité, une perception de laboratoire ouvert, ou la représentation prend une forme autonome et unique dans la tête du spectateur qui peut se projeter dans la vision poétique qu’il a devant lui.


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Collettivo Grandeur Nature White cube

Attiva dal 2004, l’associazione Grandeur Nature è un collettivo di talenti artistici e tecnici: sviluppa e diffonde attività per favorire un “altro sguardo” alla natura, partecipando attivamente allo sviluppo culturale in montagna. Active depuis 2004, l'Association Grandeur Nature est un collectif d'artistes et techniciens: elle développe et propage des activités pour favoriser "un autre regard" envers la nature, participant vivement au développement culturel en montagne.

Perché il cubo? Dalla metà del XX secolo, e più in particolare a partire dall’esposizione “Vide” dell’artista nizzardo Yves Klein, lo spazio vuoto e bianco è diventato un simbolo dell’arte contemporanea. Locali come atelier, gallerie, musei e più in generale spazi espositivi, luoghi che per loro natura devono essere neutri e impercettibilmente al servizio delle opere che ospitano, venivano definiti dai critici d’arte “white cube”, cubi bianchi. A partire dagli anni Sessanta, alcuni artisti, tra cui diversi appartenenti al movimento della Land Art o arte ambientale, decisero di proporre un altro contesto espositivo: uscirono dai white cube per investire gli spazi pubblici e quelli aperti della natura. Nel progettare il Sentier Arte & Natura, il Collettivo Grandeur Nature è partito da questo atto simbolico e ha cercato di riproporlo in forma attualizzata, ammiccando in modo chiaro e diretto alla storia dell’arte. Per creare

un segno di riconoscimento di questo percorso di arte contemporanea creata in situ hanno scelto la forma referenziale del cubo, che non esiste in natura ma viene ampiamente utilizzata come segno simbolico, e le hanno dato la colorazione bianca per renderla a tutti gli effetti un white cube, che diventa sia il marchio dell’iniziativa che la cifra comune a tutti i partecipanti al progetto. Il cubo bianco, aperto sul paesaggio, rende singolare il territorio e simboleggia il luogo di partenza del percorso artistico, svolgendo anche il ruolo di catalogo a cielo aperto. Il cubo riunisce tutte le componenti che permettono di valorizzare le opere di arte contemporanea create dagli artisti invitati in residence. Dopo l’uscita dal white cube è il white cube stesso che esce... e che si apre.


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Depuis la moitié du XXème siècle, et plus particulièrement à partir de l’exposition “Vide” de l’artiste Niçois Yves Klein, l’espace vide et blanc est devenu un symbole de l’art contemporain. Les locaux comme les ateliers, galeries, musées et plus généralement les espaces d’exposition, les lieux qui par leur nature doivent être neutres et de façon imperceptible au service des œuvres qu’ils accueillent, seront définis par des critiques d’art de “White Cube”, cubes blancs. A partir des années soixante, quelques artistes, parmi lesquels plusieurs appartenant au mouvement Land Art ou art environnemental, ont décidé de proposer un autre contexte d’exposition : Ils sortiront des White Cubes pour investir les lieux publics et ceux ouverts sur la nature. Dans le projet “Sentier Arte & Natura”, le Collectif Grandeur Nature est parti de cet acte symbolique et a cherché à le proposer sous une forme actualisée, en faisant un clin d’œil

visible et direct à l’histoire de l’art. Pour réaliser une signalétique de reconnaissance de ce parcours d’art contemporain, créé “in situ”, ils ont choisi la forme de référence du cube, qui n’existe pas dans la nature mais qui sera très largement utilisé comme panneau symbolique. Ils lui ont donné la couleur blanche pour lui donner tous les effets d’un “White Cube”, qui devient ainsi la marque de l’initiative de la compréhension commune de tous les participants au projet. Le cube blanc, ouvert sur le paysage, rend unique le territoire et symbolise le lieu de départ du parcours artistique, en effectuant aussi le rôle de catalogue à ciel ouvert. Le cube réunit tous les éléments qui permettent de valoriser les œuvres d’art contemporaines créées par les artistes invités en résidence. Après la sortie du White Cube c’est le White Cube lui-même qui sort... et qui s’ouvre.


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